Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La geopolitica di Mackinder contro la Nuova Via della Seta di Xi Jinping

La realtà non è un sistema chiuso
Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot, 15/02/2018

La Cina continuerà a mantenere alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del vantaggio reciproco e sosterrà il suo obiettivo fondamentale in politica estera di preservare la pace mondiale e promuovere lo sviluppo comune. La Cina rimane ferma nell’impegno a rafforzare amicizia e cooperazione con altri Paesi sulla base dei Cinque Principi di coesistenza pacifica e a creare una nuova forma di relazioni internazionali che comprendano il rispetto reciproco, l’equità, la giustizia e la cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.
– Indirizzo di Xi Jinping al 19° Congresso Nazionale del PCCNel suo discorso al 19° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping presentava un grande piano e una filosofia per la strategia a breve, medio e lungo termine sia per il suo Paese che per il mondo [1]. Il Presidente Xi non solo ha sfidato direttamente la moralità soggiacente a postmodernismo e neoliberismo che ha reso la popolazione occidentale incapace di pianificare il futuro o addirittura di mantenere le istituzioni tramandataci dalle passate generazioni, ma soprattutto ha gettato il guanto di sfida alle potenze occidentali per liberarsi dalla cricca ideologica della “geopolitica” e lavorare con la Cina a un nuovo paradigma di “cooperazione mutualmente vantaggiosa”. L’Iniziativa Cintura e Strada di Xi Jinping e le sue manifestazioni globali in Africa, Europa e Americhe venivano completate il 25 gennaio 2018 dall’estensione nell’Artico soprannominata Via della Seta Polare. Questa estensione dava nuova vita a un progetto che il Presidente Vladimir Putin approvò già nell’aprile del 2007, noto come il tunnel ferroviario dello Stretto di Bering che collega le Americhe con l’Eurasia [2]. Fino a poco tempo prima, i geopolitici occidentali tentavano di respingere tali iniziative come “concetti marginali” promossi da Lyndon e Helga LaRouche dello Schiller Institute, ma oggi è emerso un quadro molto diverso che rivela che questa battaglia tra due paradigmi opposti risale ancora più indietro nella storia di quanto la maggior parte delle persone sa, e quindi è necessario rivedere una storia dimenticata. Dopotutto, è dovuto a questa potente concezione della storia come lotta tra due paradigmi opposti che i LaRouche e i loro alleati hanno potuto far avanzare tali politiche da oltre quattro decenni.

Storia dell’unificazione eurasiatico-americana
All’inizio del XX secolo, il conte Sergej Witte, ministro delle Finanze russo (1892-1903), lavorando in tandem con diplomatici e ingegneri dell’American System in Siberia completava il tratto finale della Transiberiana. Questa linea ferroviaria di 9289 km fu modellata sulla prima ferrovia trans-continentale del mondo avviata sotto Abraham Lincoln nel pieno della Guerra Civile, utilizzando locomotive e ferrovie prodotte a Filadelfia [3]. Seguirono questo sviluppo ferroviario transiberiano: 1) la soppressione vittoriosa di Lincoln, con l’aiuto dello zar Alessandro II, della rivolta confederata finanziata dall’Inghilterra nel 1860-1865 [4], 2) l’acquisto degli Stati Uniti nel 1867 dell’Alaska dalla Russia, e 3) la mancata annessione della British Columbia agli USA nel 1870, per la promessa di collegare l’incompiuta “ferrovia trans-continentale settentrionale” di Lincoln con la colonia inglese isolata [5]. Tra i sostenitori di questo piano vi erano alcuni architetti dell’acquisto dell’Alaska come William Seward, Charles Sumner e persino il presidente Ulysses S. Grant. I primi studi ufficiali per collegare i due continenti per ferrovia furono presentati ufficialmente dal governatore William Gilpin del Colorado nel 1890, e nel 1905 furono condotti studi di fattibilità più avanzati dalla Trans-Siberian Railway Company [6]. Figure di spicco della Russia e degli USA, incluso lo sfortunato zar Nicola II, sostennero questo progetto. L’impero inglese all’epoca era noto come “il vecchio d’Europa”, dopo aver sprecato le risorse in diminuzione per mantenere vivo un impero globale gonfiato reprimendo rivolte in India (1857-58), Irlanda (1867), Transvaal del Sud Africa (1880-1881) e organizzando la guerra di Crimea (1853-1856) contro la Russia e la seconda guerra dell’oppio (1856-1860) contro la Cina, mentre tentava di annullare la Rivoluzione americana sostenendo la rivolta confederata del 1860 – 1865.

Il vero sistema americano era sempre “Win-Win”
Dalla restaurazione Meiji giapponese all’iniziativa “Ferrovia Berlino – Baghdad” del cancelliere von Bismarck, alla Transiberiana ferroviaria russa, lo sviluppo intercontinentale guidato da programmi ferroviari avviò nuove dinamiche di cooperazione e sviluppo tra tutte le nazioni di Nord America, Europa, Russia e Asia [7]. Ancora più importante, questi approcci allo sviluppo delle economie nazionali si fondarono sul rifiuto concertato di tutti i dogmi del liberoscambismo inglese e la vigorosa adozione della tariffa protettiva, del credito produttivo e della pianificazione a lungo termine, tutti agendo secondo il principio del benessere generale. Queste politiche erano basate sul sistema dell’economia politica statunitense. Il principale economista del sistema statunitense del 19° secolo, Henry C. Carey, affermò più chiaramente questo conflitto di paradigmi nel saggio del 1851, L’armonia degli interessi: “…Due sistemi sono di fronte nel mondo. Uno guarda a pauperismo, ignoranza, spopolamento e barbarie; l’altro ad aumentare ricchezza, benessere, intelligenza, cooperazione e civiltà. Uno guarda alla guerra universale; l’altro alla pace universale. Uno è il sistema inglese: l’altro potremmo essere orgogliosi di chiamare sistema americano, perché è l’unico che abbia mai inventato la tendenza ad elevare mentre eguaglia la condizione dell’uomo nel mondo“.

Mackinder (al centro) circondato da alcuni dei suoi discepoli, a sinistra dall’alto: William Yandell Elliot, Zbigniew Brzezinski, Samuel P. Huntington. A destra dall’alto: Karl Haushofer, Henry Kissinger e Bernard Lewis dell’MI6

La geopolitica di Mackinder richiede un sistema chiuso
In risposta a questi sviluppi, diversi “think tank” furono formati alla fine del 19° secolo per ridisegnare e riformare le strutture dell’arcaico impero inglese da parte dei pensatori imperiali “illuminati” che riconobbero che il mondo imperiale inglese era un ordine che rischiava di essere sostituito da uno nuovo, basato su cooperazione, sviluppo e progresso. Due dei più importanti “think tank” che ebbero un ruolo determinante nel XX secolo, furono la Fabian Society di Londra [8] e il Roundtable Movement [9]. Uno dei primi membri della Fabian Society era Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics e fondatore di una scuola di pensiero che ancora oggi forma pensiero ed accademismo occidentale noto come “Geopolitica”. Questo studio influenzò tutti gli strateghi imperiali emersi dal 20° secolo, dallo studente di Rodhes William Yandell Elliot, i suoi studenti di Harvard sir Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski, Bernard Lewis dell’MI6 e Samuel P. Huntington, per nominarne alcuni. Fu anche la base della teoria dell’Heartland celebrata dal geopolitico nazista Karl Haushofer e adottata da Hitler. Il programma di Mackinder era poco più di una riformulazione del “dividi per conquistare” praticato per secoli dall’impero inglese, e sorse in risposta alla minaccia che il programma del Sistema americano di Lincoln dello sviluppo ferroviario mondiale pose all’esistenza dei fallimentare impero inglese, come già menzionato. Lo sviluppo delle ferrovie non solo minacciava l’impero annichilendo il controllo marittimo inglese sugli stretti marittimi del mondo, ma avviò l’uso di una nuova densa fonte energetica, nota come petrolio, che minacciava di sostituire il monopolio inglese sul (meno denso) carbone, nella produzione industriale.

L’Artico come ultima frontiera
Dopo le riuscite spedizioni verso Polo Sud e Polo Nord nel 1909, Mackinder dichiarò, come Thomas Malthus prima di lui, che tutto ciò che poteva essere scoperto sulla Terra era stato scoperto e che la società umana era ora ufficialmente dentro un sistema assolutamente chiuso. Tutto ciò che rimaneva era che i principali monopoli tracciassero le risorse limitate e inducessero le nazioni vittime a massacrarsi a vicenda per dispute territoriali necessariamente presentatesi in ogni tentativo di possedere quante più “risorse limitate” possibili prima che si esaurissero. Ciò avrebbe portato le nazioni a guardare al futuro non dal punto di vista del Sistema americano delle potenzialità creative per cambiare i limiti al meglio, ma piuttosto col filtro libero-monetarista del piacere/dolore dalla miope definizione di “interesse personale”. Se la dinamica bestiale di tutti contro tutti non veniva adottata, le speranze di dominare il mondo sarebbero andate perse. La teoria di Mackinder fu espressa più chiaramente dall’osservazione: “Chi governa l’Europa dell’Est comanda l’Heartland; Chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; Chi governa l’Isola del Mondo comanda il Mondo“. In altre parole, se si fosse impedito che l'”Isola del Mondo” venisse formata da Stati sovrani cooperativi che collaborano tramite i collegamenti ferroviari stimolando la crescita industriale/culturale nazionale, l’oligarchia inglese e i suoi partner minoritari di Wall Street avrebbero creduto di poter “comandare il mondo”. Mentre la profondità e la portata di questa parte soppressa della storia collettiva dell’umanità è troppo lunga per estrapolarla in questo breve articolo, ma riportata in dettaglio altrove, basti dire che per capire le cause della Prima guerra mondiale (e in definitiva la continuazione dopo 18 anni della Seconda guerra mondiale), questa dinamica storica va compresa.

La realtà è un sistema aperto
Nella logica dell’impero, le nazioni devono combattersi nel sistema chiuso dell’assoluta scarsità. Invece di muoversi creativamente al di fuori di tali limiti scoprendo nuovi principi universali e creando nuove fonti di energia come la fissione nucleare, la fusione termonucleare o desalinizzando l’acqua oceanica verso i deserti, alle nazioni fu detto, piuttosto arbitrariamente, che la “scarsità” (alias: “legge dei rendimenti decrescenti”) va rispettata e, come le bestie, adeguarsi al paradigma della sopravvivenza del più adatto. Tale logica fu usata per manipolare politicamente gli idioti ad iniziare quasi ogni guerra non necessaria del secolo scorso, ed è al centro della maggior parte dei conflitti odierni. Questo è ciò che la Cina respinge lanciando Nuova Via della Seta, Via della Seta Polare, BRICS e Shanghai Cooperation Organization. Richiamando l’energia creativa dei popoli e raccomandando la leadership cinese a servire il benessere generale, Xi Jinping ironicamente evocava ciò che Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Henry Carey e Abraham Lincoln fecero in vita per progredire. Invocava anche lo spirito rivoluzionario di Sun Yat Sen, il primo presidente della Repubblica di Cina (1911) istruito dagli economisti del sistema americano alle Hawaii e che modellò i suoi tre principi del popolo sul principio di governo di Lincoln “Per, Dal e Col popolo” [10]. Oggi nuove fonti di energia e megaprogetti creativi attendono la volontà politica di superare quei limiti incontrati dalla nostra attuale dipendenza dalle “risorse limitate”, come i combustibili fossili. Oltre alla prospettiva di collegare i Paesi eurasiatici con la “Nuova Via della Seta” e alle Americhe attraverso lo Stretto di Bering, la prossima frontiera del progresso umano non si trova sulla Terra, come Mackinder cinicamente suppose, ma piuttosto nella prospettiva dell’illimitata esplorazione spaziale, industrializzazione lunare e marziana e difesa dagli asteroidi. Niente di ciò è “fantasia utopica”, ma piuttosto politiche attive già applicate da nazioni leader come Cina e Russia, o proposte da leader di quelle nazioni come la proposta del Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin per la Difesa Strategica della Terra (SDE), e la proposta dello Stretto di Bering della Russia [11].
Il 10 febbraio 2018, nella conferenza What is the New Paradigm, la presidentessa del Schiller Institute, conosciuta in Cina come la “New Silk Road Lady”, pose la domanda: “Se guardate le condizioni del mondo occidentale oggi, specialmente degli stessi Stati Uniti; dell’Europa; del governo tedesco autodistruttivo mentre cerca di costruire un nuovo governo, la situazione del mondo è chiaramente nel caos. Evidenziavo il fatto che abbiamo bisogno di un nuovo paradigma, che dev’essere diverso da quello delle ipotesi e degli assiomi attuali, poiché il Medioevo era diverso dai tempi moderni, dove fondamentalmente tutte le ipotesi dello scolasticismo, l’aristotelismo, la superstizione e disordini simili furono sostituite da un’immagine completamente diversa dell’uomo e dalla diversa concezione della società. Questo è necessario per garantire la sopravvivenza della specie umana. E la domanda è: possiamo darci un sistema di autogoverno che garantisca che la specie umana esista per altri secoli e anche millenni? Ovviamente questa domanda era una di quelle a cui mio marito, Lyndon LaRouche, si dedicò per tutta la vita: in altre parole rilevare quegli aspetti del sistema attuale errati e come sostituirli con un sistema migliore e più completo“. Quando la specie umana dimostrò in modo coerente la capacità di scoprire le leggi dell’universo a vantaggio dell’umanità, e quando l’universo dimostrò l’illimitata abbondanza di nuovi principi da scoprire, allora come potrebbe ancora qualcuno sano di mente credere che viviamo in un mondo di scarsità e materialismo? Con intere nazioni che avanzano verso una nuova direzione in armonia con quelle leggi della natura che richiedono cooperazione, pace e sviluppo, sopraffacendo tirannia, guerra ed ignoranza, perché dovremmo scegliere di non cambiare il nostro paradigma per avere una dignitosa ed eccitante futura realtà che valga la pena di vivere?Note
[1] Garantire una vittoria decisiva nella costruzione di una società moderatamente prospera in tutti gli aspetti e lottare per il grande successo del socialismo dalle caratteristiche cinesi per una nuova era, di Xi Jinping.
[2] Nell’aprile 2007, “Megaprogetti della Russia orientale”, il governo russo offriva ufficialmente 65 miliardi di dollari per iniziare la costruzione del tunnel di 100 km sotto lo stretto di Bering. Vedasi “La Russia vuole un collegamento ferroviario con l’America“, Der Spiegel, 20 aprile 2007. Da allora la Russia ha iniziato l’implementazione con un’iniziativa miliardaria per lo sviluppo siberiano estendendo i corridoi ferroviari e sviluppando l’Artico collegandosi alla Nuova Via della Seta. I sostenitori più noti dello Stretto di Bering oggi includono il Viceprimo Ministro Dimitrij Rogozin e il consigliere di Putin Sergei Glaziev.
[3] Per una storia più approfonda della costruzione statunitense della Trans Siberian Rail, vedasi la Trans Siberian Railway dell’archivio Catskill di Theodore Waters.
[4] “Quale ruolo ha giocato la Russia nella guerra civile americana?“, 16 agosto 2017 di Oleg Egorov
[5] Se non fosse stato per la Gran Bretagna che corruppe i mercanti della BC durante le tensioni nel 1867-1870, tutti in Canada e Stati Uniti credevano che la colonia britannica sarebbe entrata negli USA, essendo l’unica soluzione economicamente valida per la colonia in bancarotta. La Transcontinental era appena stata costruita a San Francisco e un sistema di traghetti attivo collegava i mercanti della BC agli USA. Gli inglesi dovettero muoversi velocemente e lo fecero 1) ripagando il massiccio debito della Columbia Britannica, 2) acquistando poi il territorio che separava le sue colonie orientali e occidentali conosciute anche come Rupert’s Land e di proprietà della Hudson’s Bay Company, nel 1868, e 3) promettendo di costruire una ferrovia che collegasse la BC al Canada orientale, portata a termine nel 1885. L’unica condizione era che la Columbia Britannica si unisse alla Confederazione e non scegliesse l’opzione statunitense. Per un resoconto completo vedasi Il Mito Imperiale della politica nazionale canadese di Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot, n. 8
[6] I fondi persei milioni di dollari sono stati raccolti privatamente, concludendo che il progetto potesse essere realizzato per 300 milioni. Un editoriale del New York Times del 24 ottobre 1905 osservò che “il tunnel dello Stretto di Bering è un progetto che a in futuro avrà probabilmente grande considerazione”.
[7] 1932: Non parlare dei partiti ma dei Principi universali – 2008. Documentario Lpac sulla diffusione internazionale del sistema americano e la rappresaglia inglese creando la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale
[8] “Cos’è la Fabian Society e a che fine fu creata?” di Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot n. 8, 2013
[9] Il Roundtable Movement è stato fondato dal rabbioso razzista Cecil Rhodes e amministrato da Lord Alfred Milner insieme al Programma di borse di studio di Rodhes, per adempiere alla missione esposta nella 7 ° Volontà di Rodhes: “Istituire, promuovere e sviluppare una società segreta, vero scopo ed oggetto di ciò sarà l’estensione del dominio inglese su tutto il mondo. La colonizzazione da parte di soggetti inglese di tutte le terre dove i mezzi di sostentamento sono raggiungibili con energia, lavoro e imprese, e specialmente l’occupazione dei coloni inglesi di continente africano, Terra Santa, valle dell’Eufrate, Cipro e Candia, America del Sud, isole del Pacifico non possedute finora dalla Gran Bretagna, l’arcipelago malese, quelle di Cina e Giappone, e recupero definitivo degli Stati Uniti d’America come parte integrante dell’impero inglese“. Per un resoconto completo sul Movimento della Tavola Rotonda vedasi Carroll Quigley, L’establishment anglo-americano, New York, Books in Focus, 1981 e anche Dittatura inglese o Sistema americano di Matthew Ehret-Kump su The Canadian Patriot n. 7. Le operazioni del Movimento della Tavola Rotonda negli USA si chiamano Council on Foreign Relations (CFR), fondata nel 1921, e in Gran Bretagna Royal Institute for International Affairs (alias: Chatham House) nel 1919. In Canada fu chiamata Istituto canadese per gli affari internazionali, e cambiò nome in Canadian International Council (CIC) nel 2006. A parte i nomi, la missione è sempre la stessa.
[10] L’eredità di Sun Yat Sen e la rivoluzione americana, di Mark Calney e Bob Wesser, Executive Intelligence Review, 28 ottobre 2011
[11] Jakunin vuole una decisione sul collegamento ferroviario dello Stretto di Bering entro il 2012, e per la Difesa Strategica della Terra di Rogozin, vedi “Star Wars come alternativa alla difesa missilistica“, 18 ottobre 2011Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Operazione Impensabile” e la minaccia di guerra USA-NATO alla Russia

Oriental Review, 9 maggio 2016Cinque giorni prima della celebrazione del 71° anniversario della capitolazione della Germania nazista alle truppe sovietiche e alleate nella Seconda guerra mondiale, il nuovo comandante supremo della NATO in Europa, Curtis Scaparrotti, annunciò che era venuto per battere i tamburi di guerra. Ignorando fatti storici e legittimi interessi russi, nel primo discorso dopo aver assunto l’incarico condannava il presunto “comportamento aggressivo russo che sfida le norme internazionali” e incitava i membri del blocco a “combattere stasera se la deterrenza fallisce”. Tale dichiarazione era correlata alla strategia militare e mediatica adottata dalla classe dirigente occidentale da decenni. Anche mettendo da parte la ben argomentata tesi secondo cui l’ascesa di Hitler a fuhrer del Terzo Reich nella Germania umiliata del dopoguerra fu un’operazione attentamente pianificata e condotta dall’intelligence militare statunitense, per metterla contro l’Unione Sovietica, l’analisi dei fatti disponibile dimostra che il nucleo del nazismo fu profondamente favorito dai centri ideologici occidentali molto tempo prima della sconfitta nel maggio 1945. Non c’è paradosso qui: la lotta per il dominio globale era (ed è ancora) l’idea fissa di molte élite nella storia dell’umanità, e su tale retrospettiva il fenomeno del nazismo tedesco va considerato come mero strumento dei suoi istigatori per raggiungere tale obiettivo. Nonostante alcune difficoltà tattiche (ad esempio, nel marzo 1939 Hitler improvvisamente fece il proprio gioco, ma fu ricondotto all’obbedienza nel maggio 1941), lo sviluppo generale del conflitto globale a metà del XX secolo fu ammissibile per le élite. Almeno alla Conferenza di Bretton Woods tenutasi nel luglio del 1944, il mese dopo che gli Alleati sbarcarono in Francia per controbilanciare l’offensiva sovietica in Oriente (che a quel punto avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta unilaterale dei nazisti da parte dell’URSS), fissò le regole chiave del monopolio finanziario del dollaro della Federal Reserve. (Secondo l’Atto finale di Bretton Woods, tutti i tassi delle valute internazionali erano legati a un paniere al 96% col dollaro della Federal Reserve e al 4% della sterlina inglese, potendo acquisire l’oro solo attraverso questo tasso; la Nota della Federal Reserve era quindi eguagliata all’oro come misura universale di valore).
La sfida principale che gli autori di Bretton Woods affrontarono all’inizio dei colloqui era l’atteggiamento sovrano della delegazione sovietica. Dovevano attirare l’Unione Sovietica in tale sistema draconiano con qualsiasi mezzo. Mentre Stalin e i suoi inviati non mostravano alcuna intenzione di essere tentati dalla carota, Wall Street dovette prendere il bastone. L’idea era raggiungere una tregua separata con la Wehrmacht sui teatri occidentale e meridionale per rinforzare il fronte orientale tedesco (in particolare, i documenti relativi all’operazione Sunrise nel marzo 1945 non ancora declassificati dagli Stati Uniti). A causa della tempestiva contromisura da parte dell’intelligence sovietica e dopo un duro scambio diplomatico, i tre colloqui per la tregua a Lucerna, in Svizzera, furono sospesi, ma i contatti clandestini nazisti-statunitensi procedettero. Di fatto, dalla fine di marzo 1945, senza alcuna tregua formale le truppe tedesche iniziarono ad arrendersi massicciamente alle forze anglo-statunitensi che avanzarono rapidamente verso Berlino incontrando i sovietici sull’Elba il 25 aprile 1945. Non sorprende che la famigerata rete Odessa (Organizzazione degli ex-membri delle SS) venisse attivata nello stesso momento permettendo a 30mila(!) criminali di guerra nazisti di fuggire dall’Europa attraverso “finestre” nella zona di occupazione anglo-statunitense. Molti furono in seguito legalizzati negli Stati Uniti per servire lealmente i nuovi padroni…
Una volta scomparso il “fattore tedesco”, gli “alleati” si affrettarono ad elaborare segretamente un nuovo piano di guerra per sconfiggere militarmente l’Unione Sovietica, esaurita dalla drammatica campagna durata quattro anni. Il dossier dell’Operazione Impensabile fu declassificata nel 1998. Secondo essa, il 1° luglio 1945 gli “alleati” previdero l’attacco alle forze sovietiche in Europa e alle aree industriali chiave dell’URSS. L’obiettivo era “imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero inglese”. Così nell’estate 1945 Wall Street pianificò Barbarossa 2.0 per aggredire l’URSS, come quella lanciata dalla loro frenetica creatura Hitler quattro anni prima.Operazione impensabile: URSS: minaccia alla civiltà occidentale“, Gabinetto di guerra inglese, Staff della pianificazione congiunta (Bozze e rapporti finali: 22 maggio, 8 giugno e 11 luglio 1945), Ufficio del registro pubblico, CAB 120/691/109040/002. (declassificato nell’ottobre 2004)

Il motivo per cui il piano non fu mai attuato fu che gli esperti militari occidentali valutarono “l’equilibrio delle forze” in Europa insufficiente per un’efficace rapida sconfitta dei sovietici. Gli Stati Uniti possedevano in esclusiva la bomba atomica e speravano che tale minaccia avrebbe impressionato Stalin tanto da ratificare Bretton Woods. L’episodio di Potsdam tuttavia dimostrò il contrario, così gli Stati Uniti decisero di rendere questa minaccia più vivida. La certezza di 200mila morti giapponesi non significò molto per il presidente Truman nel suo Grande Gioco per l’egemonia della Federal Reserve. La conseguente Guerra Fredda (dopo che Stalin aveva definitivamente rifiutato la ratifica degli accordi di Bretton Woods nel dicembre 1945) va oltre l’ambito del presente articolo. Il fatto comunque è che la grandiosa e continua operazione mediatica per eguagliare Stalin e Hitler e rivedere e distorcere le verità fondamentali della storia moderna presso le persone “istruite” nel mondo, è solo un aspetto dell’agenda globale elitaria per sopprimere la prima potenza che si oppone al loro dominio illimitato sul mondo. Gli strumenti per creare tale dominio sono gli stessi: creazione di un progetto chimerico controllato (al-Qaida o nazismo ucraino) e interpretare il ruolo di “peacekeeper” e “filantropi” nel sanguinoso caotico conflitto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la Seconda Guerra Mondiale finì col fungo atomico

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 6 agosto 2010

Lunedì 6 agosto 1945, alle 8:15, la bomba nucleare “Little Boy” fu sganciata su Hiroshima da un bombardiere B-29 statunitense, l’Enola Gay, che uccise direttamente circa 80000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni portarono il totale delle vittime a 90000-140000”. [1]

Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco atomico al mondo alle 11:02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40000 persone furono uccise dalla bomba soprannominata “Fat Man”. Il bilancio delle vittime del bombardamento atomico ammontò a 73884, oltre a 74909 feriti, e altre diverse centinaia di migliaia di malati e morenti a causa del fallout e di malattie causate dalle radiazioni”. [2]Nel teatro europeo, la Seconda guerra mondiale terminò all’inizio del maggio 1945 con la capitolazione della Germania nazista. I “Tre Grandi” vincitori, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, ora affrontavano il complesso problema della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e avevano iniziato a dare un contributo militare davvero significativo alla vittoria degli alleati sulla Germania con lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, meno di un anno prima della fine delle ostilità. Quando la guerra contro la Germania finì, tuttavia, Washington si sedette con fermezza e sicurezza al tavolo dei vincitori, decisa a raggiungere quelli che potrebbero essere chiamati i suoi “obiettivi di guerra”. Come il Paese che aveva dato il maggior contributo e sofferto di gran lunga le peggiori perdite nel conflitto contro il comune nemico nazista, l’Unione Sovietica voleva importanti riparazione dalla Germania e la sicurezza da una possibile aggressione futura insediando in Germania, Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale governi che non fossero ostili ai sovietici, come era avvenuto prima della guerra. Mosca si aspettava anche un risarcimento per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e, infine, si aspettava che, con la terribile prova della guerra alle spalle, potesse riprendere la costruzione della società socialista. I capi statunitensi e inglesi conoscevano questi obiettivi sovietici e ne avevano esplicitamente o implicitamente riconosciuto la legittimità, per esempio alle conferenze dei Tre Grandi di Teheran e Jalta. Ciò non significò che Washington e Londra fossero entusiaste del fatto che l’Unione Sovietica raccogliesse i frutti dei suoi sforzi bellici; e indubbiamente in ciò si celò il possibile conflitto col principale obiettivo di Washington, cioè creare la “porta aperta” ad esportazioni ed investimenti statunitensi nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta, e anche nell’Europa centrale e orientale liberata dall’Unione Sovietica. In ogni caso, i capi politici e industriali statunitensi, incluso Harry Truman che successe a Franklin D. Roosevelt, nella primavera del 1945, avevano poca comprensione, e ancor meno simpatia, anche per le più elementari aspettative dei sovietici. Questi capi aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica ricevesse considerevoli riparazioni dalla Germania, perché un tale salasso avrebbe eliminato la Germania come mercato potenzialmente redditizio per le esportazioni e gli investimenti statunitensi. Invece, le riparazioni avrebbero permesso ai sovietici di riprendere, possibilmente con successo, il progetto di una società comunista, un “sistema in contrasto” al sistema capitalistico internazionale di cui gli USA erano diventati il grande campione. L’élite politica ed economica statunitense era indubbiamente profondamente consapevole che le riparazioni tedesche ai sovietici implicassero che le fabbriche tedesche delle filiali di società statunitensi come Ford e GM, che avevano prodotto armi per i nazisti durante la guerra (facendo molti soldi [3]) avrebbero prodotto per i sovietici invece di continuare ad arricchire proprietari ed azionisti degli Stati Uniti.
I negoziati tra i Tre Grandi ovviamente non avrebbero comportato il ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici su riparazione e sicurezza fossero stati almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potente arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive inimmaginabili ma estremamente favorevoli, e non sorprende che il nuovo presidente e i suoi consiglieri fossero incantati da ciò che il famoso storica William Appleman Williams definì “visione da onnipotenza”. [4] Certamente non sembrò più necessario impegnarsi in difficili negoziati coi sovietici: grazie alla bomba atomica, sarebbe stato possibile costringere Stalin, nonostante gli accordi precedenti, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e a negargli gli accordi del dopoguerra sul Paese, piazzare regimi “filo-occidentali” persino antisovietici in Polonia e nell’Europa orientale, e forse persino aprire la stessa Unione Sovietica agli investimenti statunitensi ed anche all’influenza economica e politica statunitense, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale. Al momento della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba era quasi, ma non del tutto, pronta. Truman quindi trattò il più a lungo possibile prima di accettare finalmente di partecipare alla conferenza dei Tre Grandi di Potsdam nell’estate del 1945, dove si decise il destino dell’Europa nel dopoguerra. Il presidente fu informato che la bomba sarebbe probabilmente stata pronta per allora, cioè pronta da usare come “martello”, come lui stesso affermò in un’occasione, che avrebbe agitato “sulle teste di quei tizi” [5] alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto 1945. Truman ricevette infatti il messaggio tanto atteso che la bomba atomica era stata testata con successo il 16 luglio, nel Nuovo Messico. Da allora non si preoccupò più di presentare proposte a Stalin, ma fece invece ogni sorta di richieste; allo stesso tempo respinse inavvertitamente tutte le proposte avanzate dai sovietici, ad esempio sulle riparazioni tedesche, comprese proposte ragionevoli basate sui precedenti accordi interalleati. Stalin non mostrò l’auspicata volontà di capitolare, comunque, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minacciosamente che gli USA aveva acquisito un’incredibile nuova arma. La sfinge sovietica, che certamente era già stata informata della bomba atomica statunitense ascoltò con silenzio di pietra. Un po’ perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso i sovietici a cedere. Di conseguenza, a Potsdam non fu possibile raggiungere un accordo generale. In effetti, poco o nulla di sostanza fu deciso. “Il principale risultato della conferenza“, scrive lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni da non accettare al prossimo incontro“. [6]
Nel frattempo i giapponesi combattevano in Estremo Oriente, anche se la loro situazione era senza speranza. Erano infatti disposti ad arrendersi, ma insistettero su una condizione, cioè, che l’imperatore Hirohito avesse garantita l’immunità. Ciò contravveniva alla domanda statunitense della capitolazione incondizionata. Nonostante ciò, sarebbe stato possibile porre fine alla guerra secondo la proposta giapponese. In realtà, la resa tedesca a Reims tre mesi prima non fu del tutto incondizionata. (Gli statunitensi avevano accettato una condizione tedesca, cioè che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore, permettendo a quante più unità dell’esercito tedesco di sfuggire dal fronte orientale per arrendersi agli anglo-statunitensi, molte di queste unità sarebbero state tenute pronte, in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali, per un possibile uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra). [7] In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo era tutt’altro che essenziale. In effetti, più tardi, dopo che la resa incondizionata fu strappata ai giapponesi, gli statunitensi non infastidirono mai Hirohito, e fu grazie a Washington che poté rimanere imperatore peri altri decenni [8]. I giapponesi credevano di poter ancora permettersi il lusso di attribuire una condizione alla loro offerta di arrendersi perché la forza principale del loro esercito rimase intatta, in Cina, dove aveva trascorso gran parte della guerra. Tokyo pensava che avrebbe potuto usarlo per difendere il Giappone e quindi fare pagare agli statunitensi un prezzo alto per l’inevitabile vittoria finale, ma questo piano avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica rimaneva fuori dalla guerra in Estremo Oriente; l’ingresso sovietico nella guerra, d’altra parte, avrebbe inevitabilmente inchiodato le forze giapponesi sul continente cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, permise a Tokyo una piccola speranza; non in una vittoria, certo, ma nell’accettazione dagli statunitensi della loro condizione sull’imperatore. In una certa misura, la guerra col Giappone si trascinò, perché l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin promise di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla capitolazione della Germania, e ribadì l’impegno il 17 luglio 1945, a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava sull’attacco sovietico al Giappone entro metà di agosto e quindi sapeva fin troppo bene che la situazione dei giapponesi era senza speranza. (“La fine dei giappi quando accadrà“, Truman confidò sul suo diario, riferendosi al previsto ingresso dei sovietici nella guerra in Estremo Oriente). [9] Inoltre, la Marina statunitense assicurò Washington di poter impedire ai giapponesi di trasferire il loro esercito dalla Cina per difendere la Patria dall’invasione statunitense. Dato che la Marina statunitense era indubbiamente in grado di piegare il Giappone con un blocco, l’invasione non era nemmeno necessaria. Privo di beni importati come cibo e carburante, il Giappone sarebbe capitolato incondizionatamente prima o poi.
Per far finire la guerra contro il Giappone, Truman aveva quindi varie opzioni molto interessanti. Poteva accettare la banale condizione giapponese sull’immunità per il loro imperatore; poteva anche aspettare che l’Armata Rossa attaccasse i giapponesi in Cina, costringendo così Tokyo ad accettare una resa incondizionata; o poteva farlo morire di fame col blocco navale che avrebbe costretto Tokyo a decidere per la pace prima o poi. Truman e i suoi consiglieri, tuttavia, non scelsero alcuna di queste opzioni; invece, decisero di mettere fuori combattimento il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che sarebbe costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne e bambini, offrì agli statunitensi notevoli vantaggi. In primo luogo, la bomba poteva costringere Tokyo ad arrendersi prima che i sovietici entrassero in guerra in Asia, rendendo così inutile consentire a Mosca di decidere sul Giappone del dopoguerra, sui territori occupati dal Giappone (come Corea e Manciuria), e in generale in Estremo Oriente e Pacifico. Gli Stati Uniti avrebbero goduto allora di un’egemonia totale su quella parte del mondo, forse il vero scopo della guerra (anche se non dichiarata) di Washington al Giappone. Fu alla luce di questa considerazione che la strategia del semplice blocco del Giappone fu respinta, dato che la resa poteva non avvenire se non dopo, forse molto dopo, l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, l’US Strategic Bombing Survey affermò che “sicuramente prima del 31 dicembre 1945 il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate“). [10] Per i capi statunitensi, l’intervento sovietico nella guerra in Estremo Oriente minacciava di dare ai sovietici lo stesso vantaggio che l’intervento relativamente tardivo degli yankees nella guerra in Europa aveva dato agli Stati Uniti, vale a dire un posto alla tavola dei vincitori che impongono la propria volontà sul nemico sconfitto, creando zone di occupazione fuori dal suo territorio, cambiandone i confini, decidendone le strutture politico-economiche del dopoguerra, e quindi traendo enormi benefici e prestigio. Washington non voleva assolutamente che l’Unione Sovietica godesse di questi vantaggi. Gli statunitensi stavano per vincere sul Giappone, il loro grande rivale in quella parte del mondo. Non apprezzavano l’idea di accordarsi con un nuovo potenziale rivale, la cui detestata ideologia comunista poteva diventare pericolosamente influente in molti Paesi asiatici. Sganciando la bomba atomica, gli statunitensi speravano di finire immediatamente il Giappone ed operare in Estremo Oriente da cavaliere solitario, cioè senza che la loro vittoria venisse rovinata da indesiderati ultimi arrivati sovietici. L’uso della bomba atomica offrì a Washington un secondo importante vantaggio. L’esperienza di Truman a Potsdam lo persuase che solo una dimostrazione effettiva di questa nuova arma avrebbe reso Stalin sufficientemente flessibile. Nuclearizzare una città “giappa”, preferibilmente una città “vergine”, dove i danni sarebbe stati particolarmente impressionanti, incombeva come utile mezzo per intimidire i sovietici e indurli a fare concessioni su Germania, Polonia ed ‘Europa centrale ed orientale.
La bomba atomica fu pronta poco prima che i sovietici entrassero in Estremo Oriente. Anche così, la polverizzazione nucleare di Hiroshima il 6 agosto 1945 arrivò troppo tardi per impedirgli sovietici di entrare in guerra contro il Giappone. Tokyo non gettò immediatamente la spugna, come gli statunitensi avevano sperato, e l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo la capitolazione tedesca a Berlino, i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno seguente, il 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi di stanza nel nord della Cina. Washington stessa da tempo chiese l’intervento sovietico, ma quando finalmente avvenne, Truman e i suoi consiglieri erano tutt’altro che estasiati dal fatto che Stalin avesse mantenuto la parola data. Se i governanti del Giappone non risposero immediatamente al bombardamento di Hiroshima con la capitolazione incondizionata, ciò fu dovuto al fatto che non poterono accertare immediatamente che solo un aereo e una bomba avevano causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati altrettanto catastrofici: l’attacco di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9-10 marzo 1945, ad esempio, aveva effettivamente causato più vittime del bombardamento di Hiroshima). In ogni caso, ci volle del tempo prima che la capitolazione incondizionata fosse imminente e, a causa di questo ritardo, l’URSS entrò in guerra col Giappone, dopotutto. Ciò rese Washington estremamente impaziente: all’indomani della dichiarazione di guerra sovietica, il 9 agosto 1945, una seconda bomba venne sganciata, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex-cappellano dell’esercito statunitense dichiarò in seguito: “Sono dell’opinione che questa sia stata una delle ragioni per cui la seconda bomba fu sganciata: perché c’era fretta. Volevano che i giapponesi capitolassero prima che arrivassero i sovietici“. [11] (Il cappellano poteva o no essere consapevole che tra i 75000 esseri umani “inceneriti, carbonizzati ed evaporati istantaneamente” a Nagasaki c’erano molti cattolici giapponesi anche un numero imprecisato di detenuti di un campo per prigionieri di guerra alleati, la cui presenza fu segnalata al comando aereo, senza risultati). [12] Ci vollero altri cinque giorni, cioè il 14 agosto, prima che i giapponesi capitolassero. Nel frattempo l’Armata Rossa compì notevoli progressi, con grande dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri. E così gli statunitensi rimasero bloccati col socio sovietico in Estremo Oriente, dopotutto. O lo erano loro? Truman si assicurò che non lo fossero, ignorando i precedenti sulla cooperazione tra i Tre Grandi in Europa. Già il 15 agosto 1945, Washington respinse la richiesta di Stalin di una zona di occupazione sovietica nella terra dello sconfitto Sol Levante. E quando il 2 settembre 1945, il generale MacArthur accettò ufficialmente la resa giapponese sulla nave da battaglia Missouri nella Baia di Tokyo, i rappresentanti dell’Unione Sovietica, e degli altri alleati in Estremo Oriente come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi, furono presenti solo come comprimari e spettatori. A differenza della Germania, il Giappone non fu diviso in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto degli USA doveva essere occupato solo dagli statunitensi, con un loro “viceré” a Tokyo, il generale MacArthur, che avrebbe assicurato che, indipendentemente dai contributi apportati alla vittoria comune, alcun altra potenza avesse voce in capitolo negli affari del Giappone del dopoguerra.
Settantacinque anni fa, Truman non usò la bomba atomica per costringere il Giappone a cedere, ma aveva altre ragioni per usarla. La bomba atomica permise agli statunitensi di costringere Tokyo ad arrendersi incondizionatamente, a tenere i sovietici fuori dall’Estremo Oriente e, ultimo ma non meno importante, imporre la volontà di Washington sul Cremlino in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono annientate per queste ragioni, e molti storici statunitensi lo sanno fin troppo bene; Sean Dennis Cashman, ad esempio, scrive: “Col passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba fu usata per ragioni politiche… Vannevar Bush (il capo del centro per la ricerca scientifica statunitense) dichiarò che la bomba “fu consegnata in tempo, in modo che non ci fosse necessità di eventuali concessioni alla Russia alla fine della guerra“. Il segretario di Stato James F. Byrnes (il segretario di Stato di Truman) non negò mai la dichiarazione attribuitagli secondo cui la bomba fu usata per mostrare la potenza statunitense all’Unione Sovietica, per renderla più cedevole in Europa. [13] Lo stesso Truman, tuttavia, dichiarò ipocritamente all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era “riportare i ragazzi a casa”, cioè finire rapidamente la guerra senza ulteriori gravi perdite in vite umane statunitensi. Tale spiegazione fu ripresa acriticamente dai media statunitensi sviluppando un mito propagandato con entusiasmo dalla maggior parte degli storici e dei media di Stati Uniti e mondo “occidentale”. Quel mito che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari su obiettivi come Iran e Corea democratica, è ancora molto vivo, basta controllare i giornali di regime il 6 e 9 agosto!Jacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella seconda guerra mondiale.

Note:
[1] Hiroshima.
[2] Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, 1962, p. 250.
[5] Citato in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Diplomazia atomica di Gar Alperovitz: Hiroshima e Potsdam. L’uso della bomba atomica e il confronto statunitense col potere sovietico, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (edizione originale 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Citato in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Citato in David Horowitz, Da Jalta al Vietnam: la politica estera statunitense nella guerra fredda, Harmondsworth, Middlesex, Inghilterra, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism“.
[13] Sean Dennis Cashman, Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale, New York e Londra, 1989, p. 369.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Egitto va in guerra

Guadi Calvo, Resumen Latinoamericano, 16 febbraio 2018A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, in cui l’ex-Generale Abdalfatah al-Sisi cerca la rielezione, decideva di dare impulso alla lotta al terrorismo wahhabita che ha portato, dal rovesciamento del presidente Muhamad Muorsi nel luglio 2013, a innumerevoli attentati a diversi obiettivi civili, militari e religiosi; dai posti di blocco, come quelli nel luglio 2015 in Sinai, quando una serie di assalti coordinati provocò la morte di almeno 50 poliziotti, all’attentato alla moschea sufi di al-Ruda, a Bir al-Abad, 40 chilometri da al-Arish, capitale della provincia settentrionale del Sinaí, il 24 novembre scorso, il peggiore attentato nella storia del Paese con 305 morti, di cui 27 bambini, e circa 200 feriti. Nel dicembre 2016 un altro attentato alla chiesa di San Marcos, della minoranza copta di Cairo, causò circa trenta morti e 50 feriti; nell’aprile dello stesso anno un doppio attentato contro due chiese copte, ad Alessandria e a Tanta, provocarono 43 morti e 120 feriti. Un altro degli obiettivi più apprezzati dal terrorismo sono i centri turistici, causando il crollo della più importante fonte di risorse del Paese, con l’abbattimento del volo 9268 della compagnia aerea russa Kogalymavia; un Airbus A321 che trasporta turisti dal complesso di Sharm al-Shaiq, sulle rive del Mar Rosso, a Mosca, uccidendone i 224 passeggeri. Tutti questi attentati furono rivendicati dal gruppo Wilayat Sinaí, legato allo SIIL, sebbene nel Paese ci siano altre organizzazioni terroristiche come Ajnad Misr (Soldati dell’Egitto) emerse nel gennaio 2014 con diversi attentati a Cairo, e Brigata al-Furqan e Gruppo salafita jihadista; questi due senza aver compiuto azioni. E nell’ovest del Paese, vicino al confine con la Libia è emerso l’haraqat Suad Misr (movimento del ramo egiziano) noto anche come movimento Hasam (decisione), strettamente legato ai Fratelli musulmani. Tale organizzazione avrebbe reclutato veterani provenienti da Siria ed Iraq, arrivati in Libia da entrambi i lati del confine. Il 20 ottobre, 58 agenti di polizia furono uccisi nell’oasi del Deserto Nero di Bahariya. Tali azioni terroristiche erano intimamente legate al rovesciamento di Mursi, il cui partito Libertà e Giustizia era il braccio politico della Fratellanza musulmana, organizzazione che fin dalle origini, nel 1928, è il serbatoio del fondamentalismo wahhabita, non solo in Egitto, a diffonderne la dottrina in molti altri Paesi islamici. La lunga storia dei Fratelli è costellata di estrema violenza. Nel dicembre 1948 assassinarono il primo ministro Mahmud Fahmi al-Nuqrashi, seguito da una sanguinosa campagna di attentati nella capitale. Nel 1954 tentarono di assassinare l’allora Presidente Abdal Gamal Nasser e furono uomini dei loro ranghi che assassinarono nel 1981 il presidente Anuar Sadat. L’attuale capo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, si è formato dottrinalmente coi Fratelli. Nei giorni del colpo di Stato contro Mursi, i Fratelli musulmani scatenarono la guerra a Cairo e in altre città, provocando un numero mai definitivamente chiarito di morti, anche se la cifra si crede sia tra i 3 e i 5mila.
Il disordine nell’insicurezza è tanto fenomenico quanto economico, così al-Sisi ha dovuto attuare questa mobilitazione di truppe per trovare e distruggere le basi dei gruppi wahhabiti. Lo scorso novembre, al-Sisi ordinò ai Ministeri della Difesa e degli Interni un piano per sradicare il terrorismo nella penisola del Sinai, dove tali gruppi si sono insediati, protetti dai rapporti con alcune tribù presenti da secoli. Vi sono bande di irregolari e di contrabbandieri, che in molti casi fanno parte delle stesse tribù. Il risultato dell’ordine presidenziale è l’operazione “Sinai 2018” che comprende Sinai, Delta e aree desertiche ad ovest della valle del Nilo. A differenza delle operazioni “Aquila” del 2011 e “Diritto dei Martiri” nel 2015, questa volta sono coinvolte tutte le forze: Aeronautica, esercito, Marina, polizia e Guardie di frontiera, il che significa una mobilitazione senza precedenti nella guerra al terrorismo. Il piano, in pieno sviluppo, consiste nel sigillare i confini terrestri e marittimi per controllare il traffico di armi e impedire i movimenti della guerriglia. Gli spostamenti dei civili nelle aree interessate è vietato, anche per chi dovrebbe muoversi per motivi di salute. Le strade saranno trafficate dai civili solo a certe ore molto rigorose.

Primi risultati
Da quando è iniziata il 9, “Sinai 2018”, secondo i primi rapporti ufficiali, l’esercito insieme alla polizia ha effettuato 383 pattuglie e operazioni di ricerca in tutto il Paese. Mentre le truppe di stanza nel Sinai eliminavano circa 40 mujahidin e fatto circa 500 arresti, l’Aeronautica attaccava circa 200 campi, tra cui depositi di armi e esplosivi, laboratori per la produzione dei temibili IED (dispositivi esplosivi improvvisati), un centro di informazione e comunicazione, unità delle telecomunicazioni, e anche un dipartimento per la propaganda delle azioni e per il reclutamento. Inoltre, due tunnel sotterranei furono distrutti, di due metri di diametro, a una profondità di 25 metri e 250 metri di lunghezza, con un laboratorio per smantellare auto rubate, e collegamenti con diverse trincee nella zona di confine del Nord del Sinai. Furono rilevate e distrutte 79 trappole esplosive piantate nelle aree operative e 10 mine anticarro. 22 veicoli 4×4 e 58 motociclette venivano sequestrati. Le forze delle operazioni egiziane inoltre individuavano 13 campi di papaveri e cannabis e 7 tonnellate di droga. Allo stesso tempo, un carico di 1,2 milioni di pillole di Tramadol, un oppiaceo che agisce come analgesico, fu fermato. Mentre sul fronte occidentale l’esercito impediva un tentativo di contrabbandare armi e munizioni dal confine libico, distruggendo i quattro veicoli coinvolti, eliminandone tutti gli occupanti. Fonti militari rivelavano che il gran numero di detenuti forniva informazioni. Il governo al-Sisi è stato ripetutamente accusato di rapimenti, torture e uccisioni extragiudiziali, quindi è chiaro che dopo la fine dell’operazione, ci sarà una serie di denunce sulla violazione dei diritti umani dei terroristi.
L’operazione coordinata e aperta su due fronti, quella del Sinai e quella occidentale lungo il confine di oltre mille chilometri con l’instabile Libia, sostenute dall’Aeronautica e dalle Guardie di frontiera, impone il controllo totale. Mentre agenti di polizia e militari hanno creato quasi 500 punti di controllo sulle principali strade del Paese. L’operazione “Sinai 2018” ha avuto il sostegno del Papa Tawadros II della Chiesa copta ortodossa d’Egitto, delle autorità dell’Università di al-Azhar, l’istituzione culturale e religiosa più presente nel mondo musulmano. Inoltre al-Sisi, in meno di 48 ore riceveva la visita del segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, che dava il suo sostegno al governo egiziano non solo nella lotta al terrorismo ma alle imminenti elezioni presidenziali, e di Sergej Naryshkin, il capo del Servizio d’Intelligence Estero della Russia. Il Presidente al-Sisi, con l’operazione “Sinai 2018”, cerca non solo di sconfiggere il terrorismo, ma anche di avviare la ripresa economica, e forse una guerra molto più sanguinosa contro lo SIIL.*Guadi Calvo è autore e giornalista argentino. Analista internazionale specializzato in Africa, Medio Oriente e Asia centrale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio