I sauditi e i missili balistici

Analisis Militares13940423000871_photoiC’era una volta un Paese ideale chiamato Saudilandia, dove i valori democratici brillavano così tanto che fu attaccato dai malvagi yemeniti, lanciando missili sul suo territorio provocando terrore. Ma la fata turchina statunitense gli diede lo scudo antimissile magico distruggendoli tutti, ponendo fine al problema e vivendo felici e contenti.. qualcosa di simile a una favola. Il problema è che le favole restano favole.
Nel mondo reale Ryad da un paio di mesi annuncia di distruggere tutti i missili balistici lanciati dagli yemeniti, e questo nonostante le notizie sugli attacchi alle basi militari che hanno causato delle stragi. Il fatto è che i sauditi continuano, anche se vengono smentiti, in quanto non solo è stato filmato l’impatto di un missile su una base militare saudita, ma vi sono video apparsi nel mondo che riprendono la catena di esplosioni, presso l’impianto, che avrà causato enormi devastazioni, a giudicare dalle immagini. Affermano di aver abbattuto 2 missili dallo Yemen: L’Arabia Saudita dice che ha intercettato 2 missili lanciati dallo Yemen. Ma questo è ciò che i contadini hanno ripreso a Ta’if:

Assieme alla catena di esplosioni presso la base militare di Taif…

Perciò, i sauditi hanno intercettato i 2 missili yemeniti, qualcuno ne dubita? E vissero felici e contenti.1682313_-_main

Il presunto abbattimento di uno Scud yemenita in Arabia Saudita
Analisis Militares  8 giugno 2015

13940316000414_photoiNon se si sa, ma l’Arabia Arabia ha dichiarato di aver intercettato un missile Scud con 2 missili Patriot. La versione saudita sostiene che un missile balistico Scud è stato lanciato da qualche parte dallo Yemen, probabilmente dalla zona di Sada, contro la zona di Qamys al-Mushayt in Arabia Saudita, a circa 200 km di distanza, e che sia stato intercettato da 2 missili del sistema di difesa aerea Patriot del Paese. La versione dell’altra parte dice che 3 missili balistici Scud sono stati lanciati contro la base aerea di Qamis al-Mushayt colpendola e causando panico tra la popolazione che fuggiva dalla zona. Vi è una grande differenza tra le due versioni. Naturalmente, entrambe affermano che vi sia stato l’attacco degli Scud nella zona quel giorno. Naturalmente, la propaganda fa la sua parte… da entrambe le parti:
– i sauditi presentano un quadro d’invulnerabilità contro tali attacchi affermando che il missile era stato intercettato, al 100%.
– gli yemeniti presentano un quadro di vulnerabilità del territorio saudita sostenendo che furono lanciati 3 missili Scud e, utilizzando i dati sauditi, uno veniva intercettato prima dell’impatto, e gli altri due facevano centro. Sarebbe il 33,33%.
Non vi è alcun modo di confermare l’una o l’altra versione, sono perfettamente credibili. Ciò che possiamo fare è paragonarle alle percentuali di missili Scud abbattuti dalle batterie Patriot nel 1991:
– Nel 1991, l’Iraq lanciò 87 missili Scud e ne furono intercettati 29. Una percentuale di circa 33,33%
Nel caso citato, i sauditi affermarono di aver abbattuto il solo missile lanciato. Il 100%. Nella versione yemenita sarebbe stato abbattuto uno dei tre lanciati, il 33,33%. È interessante notare che la versione yemenita espone la stessa percentuale avutasi nella Guerra del Golfo… ciascuno tragga le proprie conclusioni o dia credito alla versione che ritiene opportuna. Questa è tutta l’informazione disponibile.1409048088015_wps_1_saudi_arabia_khamis_musha

L’Arabia Saudita arruola terroristi in Siria per la guerra allo Yemen
FNA

ciru8d4uwaa3dhgI media libanesi riferiscono che Riad arruola terroristi in Siria per respingere gli attacchi dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Secondo il quotidiano al-Aqbar, l’agenzia di spionaggio saudita ha iniziato ad arruolare gruppi terroristici operanti nella Siria meridionale, dopo le ultime avanzate dell’esercito yemenita nelle zone confinanti delle province di Jizan, Najran e Asir. Fonti della sicurezza in Siria meridonale affermano al quotidiano libanese che l’agenzia di spionaggio saudita arruola 3000-4000 terroristi nella regione per trasferirli ai confini sauditi-yemeniti per combattere le forze di Abdullah Salah e di Ansarullah, aggiungendo che Giordania ed Arabia Saudita hanno ripreso ad addestrare i terroristi di stanza nella Siria del sud, da fine agosto, presso le basi militari nel nord della Giordania, e nelle basi saudite delle regioni di Arar e Hafr al-Batan, nel nord-est dell’Arabia Saudita, secondo le fonti.
I rapporti indicano che le truppe della Guardia nazionale saudita sono arrivate nella provincia di Najran per controllare i confini del regno contro le rappresaglie dello Yemen, dopo che Riyadh ha ucciso centinaia di civili negli attacchi aerei su Sana di due giorni prima. Il notiziario al-Aqbariah dell’Arabia Saudita trasmetteva video di attrezzature militari inviate nel Najran, e riferiva che nuove unità della Guardia nazionale sauditaerano arrivate nella provincia. “Tali forze dotate di armi avanzate sono state inviate a sostenere le guardie di frontiera saudite“, aggiungeva.
Notizie dalla capitale dello Yemen affermano che oltre 900 persone furono uccise o ferite nei massicci attacchi aerei della coalizione saudita. Gli attacchi aerei miravani a un edificio in cui le persone rendevano l’ultimo omaggio al padre del ministro degli Interni yemenita Jalal al-Ruyshan, capodello staff dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Un secondo attacco colpiva lo stesso punto in cui la gente si era precipitata a soccorrere i feriti del primo attacco aereo. Inoltre, gli aerei da guerra sauditi effettuavano massicce incursioni aeree contro la casa dello sceicco Abu Shwarab,provocando decine di vittime civili, riunitesi per una cerimonia presso la residenza.
L’Arabia Saudita aggredisce lo Yemen dal marzo 2015 per rimettere al potere il fuggiasco presidente Mansur Hadi, alleato di Riyadh. L’aggressione saudita ha finora ucciso almeno 11300 yemeniti, tra cui centinaia di donne e bambini. Nonostante le dichiarazioni di Riyadh di bombardare posizioni dei combattenti di Ansarullah, i bombardieri sauditi colpiscono aree residenziali e infrastrutture civili. Secondo diversi rapporti, la campagna aerea saudita contro lo Yemen spinge il Paese impoverito verso il disastro umanitario.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: I sauditi bombardano i civili nello Yemen perché militarmente hanno perso

YemenTehran (ParsToday Italiano) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, é stato intervistato dalla nostra Redazione sulla strage del regime dei Saud contro la popolazione yemenita. Alessandro Lattanzio ai microfoni di Radio Italia ha esaminato anche il ruolo importante dell’occidente nei crimini del regime saudita in Yemen e nel mondo.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

 

Yemen: una guerra dimenticata

Riyadh e Abu Dhabi lottano per il dominio della regione e finora Ansarullah vince
Evgenij Satanovskij, VPK, 6/10/2016 – Southfrontgulf_of_aden_mapGli eventi in Siria hanno messo in ombra la guerra civile nello Yemen, dove contingenti delle monarchie del Golfo Persico e dei Paesi alleati nel mondo arabo (che su pressione della situazione finanziaria sono costretti a sostenere tale operazione dei “golfini”) e, indirettamente l’Iran, partecipano. Inoltre, le azioni militari non solo sono svolte nello Yemen ma nelle zone di confine dell’Arabia Saudita e, recentemente, nel continente africano, in Eritrea e Somalia, divenute basi di appoggio degli Emirati Arabi Uniti (UAE) e dell’Arabia Saudita (KSA) sul Mar Rosso. Nello Yemen le monarchie del Golfo, che conducono la guerra in Siria contro il governo di Assad usando i loro jihadisti, sono costrette ad usare le proprie forze armate subendo perdite significative. Tuttavia, gli obiettivi che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perseguono sono diversi, e ciò facilita in gran parte la situazione ad Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente A. A. Salah. La situazione nello Yemen e area circostante viene analizzata dal materiale preparato per il MEI dalle esperte A. A. Bystrova e P. P. Rjabova.

Riyal e razzi
map-bab-el-mandab-red-seaIl 18 settembre il governo del presidente Hadi subiva un rimpasto. Un decreto fu emesso sul trasferimento della capitale del Paese da Sana, controllata da Ansarullah, ad Aden, sede della Banca centrale. Venivano nominati diversi responsabili, come ad esempio i capi dei ministeri di finanze, informazioni, dotazioni e religione, turismo, istruzione, cultura, università e ricerca scientifica. La Banca centrale era l’unica struttura di governo che collaborasse abbastanza bene con il governo ufficiale ed Ansarullah. Il decreto sul trasferimento delle sue attività ad Aden è il tentativo del KSA di creare un’autorità bancaria alternativa, scacciando gli avversari di A. M. Hadi dalla gestione delle attività estere, tentando di centralizzare il Paese sotto il proprio controllo. Domande sorgono sul contenuto dei nuovi resoconti sulla Banca centrale e il trasferimento di comunicazioni e gestione ad Aden. Finora non un ministro del governo Hadi si è trasferito a Aden, a prescindere degli sforzi di Riyadh nel costringerli a farlo, rafforzando la posizione del “governo legittimo” agli occhi della popolazione e della comunità mondiale. Così Arabia Saudita e coalizione saudita supportano ministri e presidente yemeniti che non sono pronti a ritrovarsi nel Paese, neanche nei territori “liberati” da Ansarullah, ma solo a rimanere nel KSA con i familiari. I cambi nel governo sono un tentativo di Hadi di dimostrare ai sauditi che il governo presto s’insedierà ad Aden. Un’altra versione delle nuove nomine è la risposta di Hadi (e di Riyadh) alla riunione dei leader dell'”Haraqat” dello Yemen del sud e degli ex-leader della Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (PDRY) a Dubai, dove l’indipendenza dello Yemen del Sud è stata discussa. L’evento si è svolto sotto gli auspici della dirigenza degli Emirati Arabi Uniti, che sostiene la sovranità dello Yemen del Sud nei confini della PDRY. Ciò non va bene a Riyad e i tentativi di Hadi di trasferire le entità governative ad Aden, sono un segnale ad Abu Dhabi di ciò. Anche fin dove può contare sulle tribù del sud è una questione più che sostanziale. I meridionali non hanno dimenticato il periodo in cui erano liberi da Sana, né il ruolo di Hadi nella repressione dei movimenti separatisti degli anni ’90, quando Salah era ancora l’autorità indiscutibile per coloro che, in seguito, lo rimossero dal potere. Il rimpasto ha avuto luogo anche nel blocco di governo. Dopo l’attentato con un’autobomba del 29 agosto (uccidendo 75 persone) ad Aden, Hadi licenziava il capo della Direzione nazionale della sicurezza, generale Ahmad Said bin Briq, sostituendolo con Abdullah Nasir al-Musawi, che guidava la Direzione della sicurezza politica. Tuttavia, tali enti semplicemente non esistono. I loro apparati hanno subito una trasformazione, ed essendo l’ex-capo della sicurezza politica, generale al-Hamishi, uomo di fiducia dell’ex-presidente Salah, si può supporre che la vecchia guardia e l’agenzia ora lavorino per lui. Tra l’altro, al-Hamishi si dimise due anni dopo Salah su pressione degli statunitensi, o meglio, del direttore della CIA J. Brennan, che l’accusava di collaborare con al-Qaida e delle fughe di informazioni dalla Direzione della sicurezza politica sulle operazioni degli Stati Uniti nel programma degli omicidi mirati dei capi islamisti. Ciò per la questione di quali agenti della sicurezza impiegasse l’ex-presidente dello Yemen Salah per utilizzare i radicali islamici nella destabilizzazione della situazione con attentati terroristici (possibilmente nel caso degli sciiti dell’Arabia Saudita, per provocarne la sollevazione contro il regime al potere). Salah, nonostante le dichiarazioni saudite, può creare molti problemi, come dimostra la presenza di armi pesanti. Ansarullah e sostenitori di Salah a Taiz utilizzano missili tattici e munizioni del sistema Grad sempre più intensamente. Nel Najran, i lanci di missili Scud continuano sul territorio saudita. La maggior parte viene intercettata dalla BMD Patriot ampiamente aggiornata. Un missile ha distrutto una centrale elettrica locale. Con questo, Ansarullah ha il completo controllo di Sana e alture adiacenti, confutando le affermazioni del comando saudita sull’avanzata della relativa coalizione nella capitale yemenita. L’aviazione saudita attacca villaggi e zone residenziali a Sada. Ansarullah ha preso le alture intorno la città saudita di Najran ed attaccato campi di addestramento in Eritrea, che preparavano i mercenari yemeniti da inviare nel Najran e in Siria. Ansarullah non può compiere vaste offensive in profondità nel territorio saudita, ma non ne ha bisogno. Per distogliere significative forze saudite dallo Yemen basta destabilizzare la situazione nel Najran.
Tornando al decreto sul trasferimento della Banca centrale a Aden, si nota che Ansarullah ha bloccato tale decisione e congelato i beni della banca, terrorizzando gli operatori finanziari, confusi dalle direttive contraddittorie ricevute. Vi sono incontri con la dirigenza della Banca centrale per cercare di chiarire la situazione. In tale contesto è interessante ed indicativo notare la posizione della Banca Mondiale, che ufficialmente sostiene il presidente Hadi e il suo governo, ma le operazioni di routine della Banca Centrale avvengono a Sana. La banca non lo pubblicizza, e in una direttiva della leadership, i dipendenti sono istruiti a non esprimere sostegno a una qualsiasi parte nel conflitto. In tutto ciò va ricordato che gli Stati Uniti, a vari livelli, indicano a Riyadh e Hadi che prendere Sana nel modo classico, è inutile. Nel frattempo le riserve valutarie yemenite, da 5,2 miliardi di dollari nel 2014 si sono ridotte a 700 milioni nell’agosto 2016, che nel breve periodo è foriero di gravi problemi umanitari per il Paese. Ciò si spiega con il fatto che lo Yemen doveva spendere la valuta estera acquistando carburante e prodotti alimentari. La situazione è così critica che Ansarullah fa appello alla popolazione affinché doni 50 riyal (20 centesimi di dollaro) al fondo della Banca centrale, ma senza risultati. Il commercio è paralizzato dalla guerra civile, che incide sul mercato interno. Ad essere onesti, lo Yemen non ha mai avuto un’economia normale per gli standard mondiali, ma un forte “settore nero” e uno “bianco” più flessibile. Gli importi circolanti sono di molto superiori alle riserve ufficiali. Ansarullah spera sul sostegno dell’Iran, che deve ancora accordare un intervento finanziario, sotto l’apparenza di programmi umanitari. Inoltre, il decreto del presidente Hadi sul trasferimento della sede della Banca centrale ad Aden, dà a Riyadh la possibilità di trasferire grandi somme di denaro sul suo conto aumentando l’influenza del governo di Hadi sulla popolazione del Paese. Questa è un’altra ragione della strana posizione di Washington, che guida un’attenta politica non solo con Hadi, ma con Ansarullah e l’ex-presidente Salah. Non li respinge come reietti politici, come nel caso della Siria con Assad. Il 21 settembre, il trasferimento dei ministeri yemeniti e dei loro dipendenti dal KSA (in realtà un’espulsione) ad Aden, veniva annunciato. Riyadh si avvia verso la competizione economica con Sana. I sauditi non potendo far tornare Hadi a Sana con mezzi militari, ritengono necessario l’utilizzo di leve economiche, corrompere la popolazione attraverso vari “progetti di governo” che teoricamente minerebbero il dominio di Ansarullah e Salah nel nord del Paese. Ma ciò è costoso e difficilmente avrà effetti rapidi. La scommessa sul trasferimento di Hadi ad Aden è il tentativo degli Emirati Arabi Uniti di unire le forze politiche dello Yemen del Sud in un unico consiglio, indicando un nuovo ciclo di scontro tra Emirati Arabi Uniti e KSA sul diritto di dominare la risoluzione del conflitto.somaliland-horn-africaBerbera per le Mistral
La conclusione della transazione tra il presidente del Somaliland Ahmad Silanyo e la società emirota DP Word (DPW) sulla vendita delle infrastrutture portuali di Berbera ha causato uno scandalo internazionale. Un primo gruppo di ispettori militari di EAU ed Egitto arrivò subito, dimostrando che dietro l’operazione non c’è una società privata, ma la leadership degli Emirati Arabi Uniti. Lo Stato del Somaliland, che alcun governo del mondo riconosce, è un ostacolo alla realizzazione dei piani d’investimento, perché non esiste un quadro giuridico per la risoluzione delle controversie legali. La società ha fatto chiaramente questa transazione su richiesta di Abu Dhabi, calcolandone prima i rischi finanziari. I prerequisiti di ciò, a giudicare dalle lotte tra clan della Somalia, in cui Ahmad Silanyo probabilmente rimarrà ai margini politica, non ci sono. Ma Berbera sembra essere importante per la leadership degli Emirati Arabi Uniti dato che ha permesso un’operazione rischiosa garantendo le compensazioni alla società per eventuali perdite. In questa ex-base aeronavale sovietica possono attraccare navi dal grande dislocamento e ogni aereo da trasporto (due piste sono lunghe più di tre chilometri), trovandosi in una zona che permette il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ufficialmente funzionari egiziani e emiroti giunsero per preparare una relazione sull’uso della base militare per contenere Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente Salah nello Yemen. Difatti, anche se i due Paesi partecipano alla coalizione saudita, perseguono propri interessi, senza mostrare alcun zelo per il corpo di spedizione sotto l’egida di Riyadh. In parte, gli egiziani ripagano il sostegno finanziario saudita. Non vi è alcun interesse a Cairo nel conflitto yemenita, non essendo preoccupato da minacce sciite e non essendo pronto a sacrificare la vita dei propri soldati per il bene dei Saud. Per gli Emirati Arabi Uniti è più complicato. Per Abu Dhabi avere il dominio sui porti del sud della penisola arabica spinge a separare lo Yemen del Sud nei confini della ex-PDRY. Non vedono un grave pericolo in Ansarullah e Teheran (secondo il rapporto siglato del Comando Generale degli Emirati Arabi Uniti del 2015, la probabilità di aggressione militare dell’Iran è considerata estremamente bassa). Sono più preoccupati dalla minaccia dei Fratelli musulmani. Sul contenimento di Ansarullah, non c’è bisogno di accordarsi su Berbera. Gli Emirati Arabi Uniti hanno una base in Eritrea che può ricevere piccole navi da guerra e aerei, abbastanza per pattugliare mare e coste. La missione di Emirati Arabi Uniti ed Egitto a Berbera è legata molto probabilmente allo studio delle condizioni per ospitare le portaelicotteri “Mistral” acquistate da Cairo, così come aerei militari egiziani ed emiroti, per cui la base in Eritrea non è sufficiente. L’obiettivo principale è controbilanciare il rafforzamento dell’influenza turco-qatariota in Somalia (egiziani ed emiroti ritengono Ankara e Doha i principali sponsor dei Fratelli musulmani). In secondo luogo, l’istituzione della sicurezza per il trasporto marittimo è ciò a cui gli Emirati Arabi Uniti sono interessati. Per l’Egitto avere la base aeronavale nel Somaliland è importante per fare pressione sul governo etiope, costringendolo ad abbandonare i piani di costruzione della grande diga sul Nilo Azzurro, che minaccia la sicurezza alimentare dell’Egitto. A suo tempo, il presidente egiziano Sadat minacciò di bombardare qualsiasi diga sul Nilo Azzurro. Ma ciò è un caso estremo. Finora egiziani ed emiroti utilizzano attivamente le opportunità di Asmara per sponsorizzare i gruppi di opposizione in Etiopia per destabilizzarla. E la base di Berbera, per l’alleanza strategica tra Cairo e Abu Dhabi, è un fattore a lungo termine d’influenza militare su molti punti importanti del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano.

Raid su Assab
assab-10I rappresentanti del movimento d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), il 21 settembre dichiaravano che Ansarullah aveva attaccato l’aeroporto internazionale della città portuale di Assab, in Eritrea. Gli esperti ritengono che l’attacco fu effettuato con il supporto logistico del RSADO. Il suo leader Ibrahim Harun annunciò che Ansarullah giunse sulle isole yemenite di Hanish e Zuqar per attaccare Assab, utilizzando imbarcazioni blindate da cui, con missili anticarro ed RPG, bombardarono il comando della Marina eritrea, quasi distruggendolo. Dopo di che sbarcarono due gruppi di soldati. Il primo attaccò l’aeroporto di Assab per impedire l’arrivo di forze del regime eritreo per via aerea. Il secondo gruppo, più grande, attaccò il campo di addestramento dei combattenti yemeniti, che i sauditi avevano inviato da Aden e che addestravano in Eritrea con l’aiuto di istruttori locali. Di conseguenza, il campo fu devastato e il numero di istruttori yemeniti e sauditi uccisi non è ancora noto. I militari eritrei non fanno entrare nessuno nel perimetro. 5000 yemeniti furono trasferiti in Eritrea due settimane prima, per un salario mensile di 300 dollari. Dopo l’addestramento di un mese, dovevano essere trasferiti nelle Najran e Jizan per proteggere i confini yemeniti-sauditi contro Ansarullah. I raid di Ansarullah su questi territori si verificano regolarmente. Le forze di protezione delle frontiere saudite non possono nulla contro questi gruppi, da qui l’idea di utilizzare mercenari yemeniti. Ma i nativi dello Yemen del Sud, che costituiscono la maggioranza dei mercenari, non conoscono la zona di confine nel nord del Paese, popolata da tribù zaydite legate ad Ansarullah. Così l’efficacia di tale piano è discutibile. Parte di tale contingente doveva rafforzare le fazioni filo-saudite in Siria, come Jabhat al-Nusra (rinominato Jabhat Fatah al-Sham), dopo aver subito gravi perdite durante i recenti combattimenti ad Aleppo. In precedenza, gli yemeniti furono arruolati da Doha per combattere al fianco dello Stato islamico (con il pretesto di lavorare per le società di sicurezza del Qatar). Ma poi arrivarono notizie nello Yemen sulle enormi perdite in Siria e Libia. Data la reazione negativa delle tribù locali, Doha non ripeté l’esperimento.
Secondo il leader del RSADO, il gioco di Asmara dalla parte della coalizione saudita è guidato da dispute territoriali tra Yemen ed Eritrea sulle isole Hanish e Zuqar, trampolino per gli attacchi. Nel 1998 la Corte di Arbitrato Internazionale riconobbe le isole yemenite, ma l’Eritrea ignorò la decisione. Le isole, infatti, sono controllate da Ansarullah per contrabbandare armi e liquori provenienti dall’Africa e viceversa. In realtà, il supporto di Asmara ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che hanno ad Assab una base navale (anch’essa bombardata), non è guidato da dispute territoriali, ma da interessi finanziari. Asmara offre territorio e basi eritrei in cambio di investimenti sauditi nelle infrastrutture stradali e portuali. Inoltre, i piani di Abu Dhabi e Cairo comprendono l’uso delle basi logistiche eritree per la sovversione contro l’Etiopia. In ogni caso la dirigenza eritrea ci guadagna denaro, anche se non può piacere agli attivisti antietiopici di Emirati Arabi Uniti ed Egitto. L’attacco di Ansarullah fu inaspettato per Riyadh e Abu Dhabi, che vedono il territorio eritreo come zona sicura e si preparavano ad usarlo come base militare sul Mar Rosso. Tali piani saranno adeguati, richiedendo nuove spese per una maggiore protezione. Ansarullah ha dimostrato che ha un potenziale bellico elevato ed arsenali pieni. Il raid ha illustrato un buon coordinamento, spiegabile con la partecipazione di consiglieri iraniani nella pianificazione dell’operazione. Non sarebbe stato possibile senza i servizi speciali dell’Etiopia, che sovrintendono al RSADO, il cui ruolo in questo caso fu molto probabilmente limitato al supporto ad Ansarullah. Nel raid vi era una importante e precisa intelligence, fornita dai militanti clandestini del RSADO. L’interesse di Addis Abeba è semplice: supportare qualsiasi azione contro Asmara. All’Etiopia non aggrada la trasformazione dell’Eritrea in una base di KSA, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, perché ha disaccordi con quest’ultimo sulla costruzione della Grande Diga sul Nilo Azzurro. Ansarullah, volendo consolidare i negoziati sulla sistemazione politica interna, ha dimostrato chiaramente che rimane la principale forza militare nello Yemen. Dietro il raid su Assab si distingue nettamente l’ex-presidente ed alleato di Ansarullah Salah, che ha vecchi legami con pirati e contrabbandieri in questa parte del Mar Rosso, e sa come danneggiare sensibilmente Riyadh.

Ali Abdullah Salah

Ali Abdullah Salah

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora