Sei anni dopo: Libia – campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Alessandro Lattanzio, 25/3/2011Sono un avvocato internazionale e colonnello nell’esercito, sono stata in Italia diverse volte; la Libia era come una foresta quando mio padre tolse il potere a re Idris, che non comprese con quali preziose risorse minerarie Allah benedì la nostra terra; molto è accaduto in quel periodo, prima che mio padre salisse al potere; non dico che mio padre fosse il migliore ma era un profeta e che credeva di liberare e migliorare l’umanità sulla Terra; ma tra tutti le signore e i signori che ho incontrato nella mia vita, mio padre è stato il migliore e non ha mai versato sangue come altri leader che adorano l’eggregoro; il 95% di tutti i politici che vedi oggi sono mefistofelici, si vendono l’anima al diavolo, ma mio padre non lo fece fino al martirio, perciò fu diverso da tutti i politici perché comprese la lingua del Corano e della terra libica. Ci credeva fino al martirio, e mio padre sviluppò la nostra terra con diverse infrastrutture continuando la politica della Jamahiriyah per più di quarant’anni; sotto il regime di mio padre vivevano come principi e principesse senza mai provare difficoltà e senza soffrire, sotto lo sguardo di mio padre da presidente; la morte di mio padre, di mio marito, di miei congiunti, cugini e fratelli mi ha causato profondo dolore, ferendomi nell’animo; tutti aspettiamo di morire un giorno ma non in modo brutale, specialmente chi non merita tale trattamento; mio padre ha irrigato la terra libica col suo sangue opponendosi a tutti gli attacchi dei nostri nemici e dei crociati colonialisti, combattendo per difendere la Libia e il nostro popolo; non si è sottratto dalla battaglia che per mesi durava in Libia; i libici abbandonarono mio padre per il grande imperatore dei signori della guerra occidentale, seguendo bugie e fallacia che i media internazionali gli riversarono dopo aver bombardato le nostre stazioni affinché i libici non sentissero più la voce di mio padre, e continuando il complotto malvagio che dipinge mio padre in tinte nere sui loro media, denigrandolo in ogni modo immeritevole, e molti in occidente credono che Muammar Gheddafi fosse un bruto che ideò Lockerbie e la morte della poliziotta Yvonne Fltecher, ma non sanno che è tutta propaganda politica e false bandiere del suprematismo bianco contro mio padre. Ho molto da dire, ma tutte le pagine di Skype non potrebbero contenere le mie parole, se dovessi iniziare a esprimermi. Mio padre come presidente dell’Unione africana sostenne molte nazioni e più di mille regni in Africa, a prescindere da cultura ed etnia. La Libia è in Nord Africa ma mio padre rafforzò tutte le nazioni arabe e tutto il continente africano e cercò d’introdurre una nuova moneta basata sull’oro per condividere la vera ricchezza tra i popoli, ma non sapeva che anche le persone che mangiavano con noi, nei piatti nel nostro palazzo a Tripoli, erano agenti e traditori filo-occidentali che lavoravano per Hillary Clinton e Sarkozy, e altre entità come il potere ebraico. Non sono felice dell’ingiustizia inflitta a mio padre e anche al suo regime, perché in occidente la cospirazione malvagia ha condizionato la gente a rifiutarsi di capire che volevano solo un cambio di regime, perché mio padre non fu mai d’accordo con il loro carattere malvagio. Beh, mi fermo, perché ancora avrei da dire…
Aysha Gheddafi

Il ruolo dell’islamismo radical-coloniale e della sinistra brezinskiana occidentale
Quella che si sta svolgendo nel mondo arabo, in questi mesi, è senza dubbio frutto di una lunga e ben pianificata campagna di disgregazione del processo di formazione del Continentalblock Eurasiatico. Il culmine, al momento, di questa operazione, è senza dubbio l’aggressione armata alla Libia da parte della NATO. L’operazione sembra essere, e probabilmente è, un parto degli strateghi brzezinskiani. Non va dimenticato che Brzezinski è il mentore ideologico-culturale di Barack Hussein Obama. E probabilmente l’elezione di Obama stesso rientra in questa operazione; Obama forse non è neanche cittadino statunitense, su ciò aleggiano più che fondati sospetti, e forse è anche collegato a quell’ambito ideologico-religioso arabo mobilitato, in questi mesi, per avviare i cosiddetti processi di ‘democratizzazione’ nel Mondo Arabo. Ma tutto ciò non ha impedito la sua elezione alla presidenza USA. Una figura liberale, come lui appare, era necessaria per attirare i voti della popolazione statunitense delusa dalla politica criminale della fazione neocon-ultrasionista della banda Cheney-Rumsfeld-Perle. Il liberalismo di sinistra ed ecologico, propagandato da Obama, serviva anche a raccogliere intorno alla futura, e oggi attuata, nuova politica interventista armata statunitense, il consenso della ‘sinistra’ occidentale, pro-occidentale e occidentalizzante: socialdemocratici ed ecologisti europei, progressisti nordamericani, asiatici ed arabi, e financo folkloristici residui ‘comunistoidi’, sono la nuova base popolare, di massa, che Washington ha ammassato e sui cui ha posto l’artiglieria massmediatica guerrafondaia (ma camuffata dai soliti infingimenti umanitari) col cui rombo coprire quello dei cacciabombardieri e dei Tomahwak che straziano la Libia oggi. Già il golpe orchestrato contro l’Honduras, e quello fallito contro l’Ecuador, dimostrano che Obama e il suo entourage non hanno altro scopo che portare avanti, con accenti rinnovati, la stessa vecchia politica di dominio ed espansione imperialista degli USA.
Nel caso delle presunte ‘rivoluzioni arabe’ di questi mesi, in effetti, sia sostenitori che soprattutto i critici di esse, si sono soffermati fin troppo sulle operazioni di propaganda e infiltrazione delle agenzie di destabilizzazione strategica anglo-statunitensi, e occidentali in generale, ritenendo e pensando che la leva rivoluzionaria araba fosse rappresentata dalla esigua società civile occidentalizzante dell’Arabia. Il fatto è che soprattutto per i padroni e i manovratori dei ‘rivoluzionari democratici‘, questi elementi borghesi arabofoni, acquistati con donazioni e viaggi premio a Washington, non costituiscono alcuna garanzia per la vittoria e le presa del controllo dei poteri nei paesi obiettivi delle sovversioni. Serviva e serve ben altro per poter contare su un solido controllo sugli stati e le società ‘liberate’ e liberalizzate del mondo arabo, dell’Arabia. Questa forza è da sempre collegata strettamente con due realtà politiche, geopolitiche e geoeconomiche determinate: il colonialismo francese e soprattutto inglese, cioè Londra, e il servile complice dell’imperialismo e del colonialismo occidentale, l’entità statale basata sulla rendita petrolifera gestita dalla famiglia compradora dei Saud, e l’apparato poliziesco-propagandistico parassitario che sempre tale famiglia controlla. L’Arabia Saudita è un alleato fondamentale, grazie al controllo che esercita sulle varie filiazioni islamiste che Riyad finanzia abbondantemente ed addestra meticolosamente da decenni. Lo scontro inter-arabo e intra-arabo è un colossale regolamento di conti tra la parte feudale del mondo islamico, dei regimi islamici più arretrati, e l’eredità storico-politica del Nasserismo, del Baathismo, del Socialismo e del Marxismo che il Mondo Arabo ha avuto in lascito nel corso degli ultimi sessant’annni.
Ovviamente le realtà più oscurantiste e arretrate del mondo colonizzato, sono sempre state fedeli alleate dell’egemonismo politico-miliatre e tecnico-industriale dell’Occidente. Il wahhabismo, la fratellanza mussulmana e le altre realtà islamiste sunnite hanno sempre avuto la possibilità di pesare sulle società del mondo arabo, grazie ai loro pesanti legami con le centrali imperialiste metropolitane. Soprattutto con Londra, base operativa degli islamisti rimessi in sella a Tunisi e a Bengasi, per esempio. Oppure base operativa dei network tv come al-Arabiya e al-Jazeera, dei micidiali centri di disinformazione strategica e di propaganda islamoliberista e reazionaria. Stanno svolgendo a pieno le azioni operative ad esse assegnate, non svolgendo solo campagne mediatiche a favore delle ‘rivoluzioni colorate’, e non solo plasmando un ‘modus pensandi’ che favorisce e appoggia le azioni e le interferenze di Londra, Washington e Parigi nell’Arabia, ma operando effettivamente come vere e proprie agenzie d’intelligence e ricognizione integrate nelle operazioni belliche USA/NATO, come avviene in Libia in questi giorni. Lo Yemen ha compreso questo ruolo, e alla fine, dopo che Riyad ha deciso di abbandonare Sanaa, probabilmente in accordo con le potenze occidentali, il presidente yemenita decide di espellere dal paese al-Jazeera, agente attivo nelle rivolte antigovernative, dimostrando così, in modo indiretto, la connessione esistente tra la moderna e liberale agenzia televisiva panaraba e il regime oscurantista della famiglia dei Saud. Ad esempio, il ruolo del TG3 è emblematico, non è un caso che queste vera e propria dependance, se non dell’ambasciata USA a Roma, del NED e del partito democratico USA porta avanti, da almeno un paio di anni, una forsennata campagna di aggressione mediatica e di banditismo ideologico contro la Libia. Una campagna bellica vera e propria, che è riuscita ad arruolare in pratica tutta l’amorfa e moribonda sinistra fu marxista italiana. Dal partito della sinistra apertamente ultramericana, PD, che acclama acriticamente le guerre condotte dalle amministrazioni democratiche, da Clinton a Obama, alle sinistre cripto-brezinskiane. Che si tratti di Vendola o di Ferrero, della maggioranza dei trotskisti o dei maoisti, o perfino dell’armata folkloristica degli antimperialisti pro-alQaida, nulla cambia per i decisori e gli strateghi dell’assalto finale, e disperato, al mondo arabo, o quella parte del mondo arabo, che aveva iniziato la marcia di avvicinamento all’asse economico-strategico Mosca-Beijing.
Non è un caso che si aggrediscano, con tali sommosse teleguidate, realtà che si oppongono od ostacolano l’egemonia regionale anglostatunitense: Libia, Siria, Sudan, Yemen (alleato con l’Eritrea). Oltre al processo di frantumazione nazionale, che a quanto pare non è ritenuto sufficiente dalle centrali strategiche occidentali, viene avviato un immenso processo di revanscismo islamista, protesa a creare il tanto mitizzato emirato islamico, ideologia aggregante per le forze arabofone antinazionali più arretrate e oscurantiste, permettendone la mobilitazione anche in realtà statuali più consolidate, come la Siria. Tutto ciò amalgamato con il disegno dell’asse Washington-Londra-Parigi di affidare questo fantomatico emirato islamista alla decadente famiglia compradora dei Saud. Scopo ultimo, impedire lo sviluppo tecnico-sociale-economico regionale, grazie all’imposizione di un ordine parassitario e anti-sviluppista e anti-progressista (che tanto piace alle anime belle razziste d’occidente, afflitte da una sorta di orientalismo impegnato), che impedirebbe i piani strategici industriali ed economici di collaborazione con le potenze asiatiche ed eurasiatiche. Tale blocco e arretramento economico-industriale verrebbe volto a favore delle potenze occidentali, che potranno sottrarre le risorse energetiche e idriche regionali, che rimarrebbero inutilizzabili con l’inattuazione della modernizzazione tecnico-economcio-sociale degli stati arabi colpiti dalla sovversione islamo-colonialista camuffata da ‘rivolte democratiche civili’. Inoltre, non solo tale sabotaggio strategico regionale colpirebbe lo sviluppo regionale, ma attenterebbe pesantemente al progetto eurasiatico basato sull’aggregazione e il riavvicinamento tra potenze come Russia, Cina, Turchia, Pakistan e Iran. E inoltre il fantomatico emirato islamocolonialista che verrebbe creato, fattualmente o ideologicamente che sia, diverrebbe una potente piattaforma per avviare la destabilizzazione della Federazione Russa, della Repubblica Popolare di Cina e l’Unione Indiana, nonché uno strumento sia per colpire in modo devastante l’Iran e la Turchia, che per distruggere realtà statali come il Pakistan e le repubbliche caucasiche e centrasiatiche. La mano brezinskiana e il tocco tipicamente londinese del divide et impera colonialista, sono ben visibili per chiunque voglia guardare in faccia la realtà dei fatti internazionali che oggi si osservano.
Alla luce della mossa del cavallo all’ONU, attuata dall’asse atlantista e dalla cerchia brezinskiana-rhodesiana, Mosca e Beijing stanno iniziando a comprendere che non c’è più tempo da perdere, in danze diplomatiche e salamelecchi bipartizan, con entità che vogliono soltanto aggredirle e rovinarle.Le operazioni clandestine sul terreno
A fine marzo 2011 era oramai chiaro che la ‘rivolta popolare’ o meglio, la rivoluzione colorata con cui si è tentato di rivestire il golpe con cui abbattere la Jamahiriya, era fallita. Il piano era in preparazione almeno dal 20 ottobre 2010, quando il governo francese aveva invitato a Tunisi Nuri Mismari, capo del protocollo del governo Libico, e il giorno successivo giungeva a Parigi, dove in pratica restava ad organizzare il golpe. “Sicuramente ai primi di novembre (2010) sono visti entrare all’Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mismari soggiorna, alcuni stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre c’e’ una fila di auto blu fuori dall’hotel. Nella suite di Mismari si svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari del ministero dell’Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus, della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra”. Una missione commerciale che servì a coprire un gruppo di militari e di agenti dell’intelligence che a Bengasi incontrarono il colonnello dell’aeronautica libica Abdallah Gahani, disposto a disertare e che aveva contatti con dei dissidenti tunisini. Il 28 novembre, a seguito delle indagini del controspionaggio libico, Tripoli emetteva un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mismari, trasmesso anche alla Francia. Gli uomini di Sarkozy inscenarono un finto arresto, che si tramutò in una confortevole permanenza parigina per il complottatore bengasino. Mismari, dopo aver chiesto ufficialmente alla Francia asilo politico svelò i segreti della difesa militare e delle alleanze diplomatiche e finanziarie della Libia, descrivendo il quadro dei possibili dissidenti disposti a passare con le forze nemiche di Tripoli. Dopo aver respinto i successivi tentativi di contatto del governo libico, Mismari, il 23 dicembre 2010 incontrò i transfughi politici Farj Sharant, Fathi Buqris e Ali Yunis Mansouri, che diverranno i dirigenti della presunta rivolta popolare di Bengasi. I tre erano accompagnati da funzionari dell’Eliseo e da dirigenti del servizio segreto francese (DGSE).
Nel gennaio 2011 la Francia era pronta ad avviare il golpe contro il governo Libico. Il 22 gennaio il comandante del controspionaggio in Cirenaica, il Generale Aud Sayti, fece arrestare il colonnello Gahani, collegamento occulto dei servizi francesi con la rete dei prossimi rivoltosi. Rivolta che esplose egualmente il 15 febbraio a Bengasi. Da subito, furono gli israeliani ad indicare la presenza di elementi esterni e stranieri dietro la ‘rivolta popolare’. Decine, e poi centinaia, di ‘consiglieri’ militari ed agenti dei servizi segreti statunitensi, inglesi e francesi, sbarcavano a Bengasi, almeno fin dal 2 febbraio 2011, per creare e alimentare la rivolta. Lo scopo della loro missione era triplice: aiutare i comitati rivoluzionari a stabilire infrastrutture governative; organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, addestrandoli all’uso delle armi; preparare l’arrivo di altre unità militari straniere, qatariote e turche, oltre a reparti di ex-guerriglieri in Afghanistan, gli ‘afgansy’, collegati con l’universo islamista egiziano e saudita. Di fatti erano giunti a Bengasi cannoni anticarro da 106 millimetri di provenienza NATO, con munizionamento inglese, e armi antiaeree, il tutto camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile; da ciò si può ben comprendere quale sia, in realtà, il vero scopo delle ONG umanitarie che reclamano fin dall’inizio delle ostilità, l’istituzione di ‘corridoi umanitari’ per la popolazione civile (nome in codice per indicare i mercenari e la guerriglia anti-Jamahiriya). Camuffate da aiuti umanitari le armi, camuffati da volontari umanitari gli istruttori militari occidentali che, appena sbarcati, iniziarono l’addestramento dei rivoltosi; mentre commandos di incursori iniziavano a compiere operazioni clandestine di sabotaggio e provocazione. Tutto ciò, secondo le fonti interne francesi, avvenne da ben prima della risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, che chiedeva “un immediato cessate il fuoco” e autorizzò la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e ad utilizzare tutti i mezzi necessari per “proteggere i civili”. Lo stesso ministro degli Interni francese, Claude Guéant, aveva parlato di “crociata” riferendosi all’operato di Sarkozy.
L’insieme delle operazioni clandestine anglo-francesi rientrava dell’ambito dell’operazione South Mistral. La cui versione ufficiale, ovvero le operazioni di bombardamento sotto mandato ONU; erano denominate Harmattan, in francese, o Ellamy, in inglese, che a loro volta rientrano nell’operazione Odissey Dawn, voluta dal salotto dirittumanitarista di sinistra di Washington, che aveva le sue massime espressioni nella segretaria di stato USA Hillary Rodham Clinton, nell’ambasciatrice USA all’ONU Susan Rice e nell’intellettuale-gangster Samantha Power, notoria cantrice dell’interventismo armato umanitario internazionale degli USA. Gli screzi non mancarono, comunque, all’interno del disomogeneo fronte anti-Jamahiriya, formato rappattumando svariati gruppi e clan spinti alla rivolta con motivazioni e per interessi differenti. Ai primi di marzo, due agenti dell’MI6 e sei incursori delle SAS inglesi, mentre stavano scortando un diplomatico inglese, appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella loro zona operativa, a Bengasi, furono catturati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla fazione ribelle gestita dai francesi o dagli egiziani, e non dagli inglesi. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi esfiltrati e fatti rientrare con la fregata HMS Cumberland. Secondo The Times, la presenza inaspettata di questa unità “avrebbe irritato gli esponenti dell’opposizione libica, che trasferirono i soldati in una base militare“. In effetti, questi elementi erano aggregati ai circa 200 militari dello Scottish Royal Regiment, reparto inglese rientrato dall’Afghanistan nel 2009, che partecipò alle operazioni militari coperte da azioni umanitarie e sgombero. Il ministro della Difesa inglese aveva ammesso che questi militari operavano nel bengasino da almeno tre settimane: ufficialmente per assistere piloti abbattuti. Lo scopo di tale tipo di operazioni, di questo dispiegamento sul campo di reparti speciali, era anche approfittare del caos a Tunisi e Cairo per consentire l’ingresso dai due paesi confinanti con la Libia di mercenari, volontari islamisti e almeno un centinaio di membri dell’Unità 777, le forze speciali egiziane, tutti inviati per fornire sostegno tecnico, nuovi armamenti e appoggio tattico alla presunta spontanea ‘rivolta popolare libica’.

Gli uomini qui ripresi caricano una cassa di munizioni speciali, si tratta di proiettili da 106mm per dei cannoni senza rinculo M40A1 di fabbricazione statunitense. Tale arma non è in dotazione alle forze armate libiche; inoltre la scritta HESH-T, ovvero Proiettile ad Alto Esplosivo a Testata Dirompente – Tracciante, dimostra che i proiettili sono di fabbricazione inglese, poiché questo tipo di proiettili sono chiamati così solo nel Regno Unito, mentre nel resto del mondo vengono denominati HEP-T (Proiettile ad Alto Esplosivo al Plastico – Tracciante). Inoltre l’esplosivo HESH-T/HEP-T è impiegato solo dai paesi membri della NATO, Israele, India e Svezia. Non possono che avere origine esterna alla Libia, non sono stati prelevati dagli arsenali delle forze armate libiche.

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I sauditi e i missili balistici

Analisis Militares13940423000871_photoiC’era una volta un Paese ideale chiamato Saudilandia, dove i valori democratici brillavano così tanto che fu attaccato dai malvagi yemeniti, lanciando missili sul suo territorio provocando terrore. Ma la fata turchina statunitense gli diede lo scudo antimissile magico distruggendoli tutti, ponendo fine al problema e vivendo felici e contenti.. qualcosa di simile a una favola. Il problema è che le favole restano favole.
Nel mondo reale Ryad da un paio di mesi annuncia di distruggere tutti i missili balistici lanciati dagli yemeniti, e questo nonostante le notizie sugli attacchi alle basi militari che hanno causato delle stragi. Il fatto è che i sauditi continuano, anche se vengono smentiti, in quanto non solo è stato filmato l’impatto di un missile su una base militare saudita, ma vi sono video apparsi nel mondo che riprendono la catena di esplosioni, presso l’impianto, che avrà causato enormi devastazioni, a giudicare dalle immagini. Affermano di aver abbattuto 2 missili dallo Yemen: L’Arabia Saudita dice che ha intercettato 2 missili lanciati dallo Yemen. Ma questo è ciò che i contadini hanno ripreso a Ta’if:

Assieme alla catena di esplosioni presso la base militare di Taif…

Perciò, i sauditi hanno intercettato i 2 missili yemeniti, qualcuno ne dubita? E vissero felici e contenti.1682313_-_main

Il presunto abbattimento di uno Scud yemenita in Arabia Saudita
Analisis Militares  8 giugno 2015

13940316000414_photoiNon se si sa, ma l’Arabia Arabia ha dichiarato di aver intercettato un missile Scud con 2 missili Patriot. La versione saudita sostiene che un missile balistico Scud è stato lanciato da qualche parte dallo Yemen, probabilmente dalla zona di Sada, contro la zona di Qamys al-Mushayt in Arabia Saudita, a circa 200 km di distanza, e che sia stato intercettato da 2 missili del sistema di difesa aerea Patriot del Paese. La versione dell’altra parte dice che 3 missili balistici Scud sono stati lanciati contro la base aerea di Qamis al-Mushayt colpendola e causando panico tra la popolazione che fuggiva dalla zona. Vi è una grande differenza tra le due versioni. Naturalmente, entrambe affermano che vi sia stato l’attacco degli Scud nella zona quel giorno. Naturalmente, la propaganda fa la sua parte… da entrambe le parti:
– i sauditi presentano un quadro d’invulnerabilità contro tali attacchi affermando che il missile era stato intercettato, al 100%.
– gli yemeniti presentano un quadro di vulnerabilità del territorio saudita sostenendo che furono lanciati 3 missili Scud e, utilizzando i dati sauditi, uno veniva intercettato prima dell’impatto, e gli altri due facevano centro. Sarebbe il 33,33%.
Non vi è alcun modo di confermare l’una o l’altra versione, sono perfettamente credibili. Ciò che possiamo fare è paragonarle alle percentuali di missili Scud abbattuti dalle batterie Patriot nel 1991:
– Nel 1991, l’Iraq lanciò 87 missili Scud e ne furono intercettati 29. Una percentuale di circa 33,33%
Nel caso citato, i sauditi affermarono di aver abbattuto il solo missile lanciato. Il 100%. Nella versione yemenita sarebbe stato abbattuto uno dei tre lanciati, il 33,33%. È interessante notare che la versione yemenita espone la stessa percentuale avutasi nella Guerra del Golfo… ciascuno tragga le proprie conclusioni o dia credito alla versione che ritiene opportuna. Questa è tutta l’informazione disponibile.1409048088015_wps_1_saudi_arabia_khamis_musha

L’Arabia Saudita arruola terroristi in Siria per la guerra allo Yemen
FNA

ciru8d4uwaa3dhgI media libanesi riferiscono che Riad arruola terroristi in Siria per respingere gli attacchi dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Secondo il quotidiano al-Aqbar, l’agenzia di spionaggio saudita ha iniziato ad arruolare gruppi terroristici operanti nella Siria meridionale, dopo le ultime avanzate dell’esercito yemenita nelle zone confinanti delle province di Jizan, Najran e Asir. Fonti della sicurezza in Siria meridonale affermano al quotidiano libanese che l’agenzia di spionaggio saudita arruola 3000-4000 terroristi nella regione per trasferirli ai confini sauditi-yemeniti per combattere le forze di Abdullah Salah e di Ansarullah, aggiungendo che Giordania ed Arabia Saudita hanno ripreso ad addestrare i terroristi di stanza nella Siria del sud, da fine agosto, presso le basi militari nel nord della Giordania, e nelle basi saudite delle regioni di Arar e Hafr al-Batan, nel nord-est dell’Arabia Saudita, secondo le fonti.
I rapporti indicano che le truppe della Guardia nazionale saudita sono arrivate nella provincia di Najran per controllare i confini del regno contro le rappresaglie dello Yemen, dopo che Riyadh ha ucciso centinaia di civili negli attacchi aerei su Sana di due giorni prima. Il notiziario al-Aqbariah dell’Arabia Saudita trasmetteva video di attrezzature militari inviate nel Najran, e riferiva che nuove unità della Guardia nazionale sauditaerano arrivate nella provincia. “Tali forze dotate di armi avanzate sono state inviate a sostenere le guardie di frontiera saudite“, aggiungeva.
Notizie dalla capitale dello Yemen affermano che oltre 900 persone furono uccise o ferite nei massicci attacchi aerei della coalizione saudita. Gli attacchi aerei miravani a un edificio in cui le persone rendevano l’ultimo omaggio al padre del ministro degli Interni yemenita Jalal al-Ruyshan, capodello staff dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Un secondo attacco colpiva lo stesso punto in cui la gente si era precipitata a soccorrere i feriti del primo attacco aereo. Inoltre, gli aerei da guerra sauditi effettuavano massicce incursioni aeree contro la casa dello sceicco Abu Shwarab,provocando decine di vittime civili, riunitesi per una cerimonia presso la residenza.
L’Arabia Saudita aggredisce lo Yemen dal marzo 2015 per rimettere al potere il fuggiasco presidente Mansur Hadi, alleato di Riyadh. L’aggressione saudita ha finora ucciso almeno 11300 yemeniti, tra cui centinaia di donne e bambini. Nonostante le dichiarazioni di Riyadh di bombardare posizioni dei combattenti di Ansarullah, i bombardieri sauditi colpiscono aree residenziali e infrastrutture civili. Secondo diversi rapporti, la campagna aerea saudita contro lo Yemen spinge il Paese impoverito verso il disastro umanitario.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: I sauditi bombardano i civili nello Yemen perché militarmente hanno perso

YemenTehran (ParsToday Italiano) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, é stato intervistato dalla nostra Redazione sulla strage del regime dei Saud contro la popolazione yemenita. Alessandro Lattanzio ai microfoni di Radio Italia ha esaminato anche il ruolo importante dell’occidente nei crimini del regime saudita in Yemen e nel mondo.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

 

Yemen: una guerra dimenticata

Riyadh e Abu Dhabi lottano per il dominio della regione e finora Ansarullah vince
Evgenij Satanovskij, VPK, 6/10/2016 – Southfrontgulf_of_aden_mapGli eventi in Siria hanno messo in ombra la guerra civile nello Yemen, dove contingenti delle monarchie del Golfo Persico e dei Paesi alleati nel mondo arabo (che su pressione della situazione finanziaria sono costretti a sostenere tale operazione dei “golfini”) e, indirettamente l’Iran, partecipano. Inoltre, le azioni militari non solo sono svolte nello Yemen ma nelle zone di confine dell’Arabia Saudita e, recentemente, nel continente africano, in Eritrea e Somalia, divenute basi di appoggio degli Emirati Arabi Uniti (UAE) e dell’Arabia Saudita (KSA) sul Mar Rosso. Nello Yemen le monarchie del Golfo, che conducono la guerra in Siria contro il governo di Assad usando i loro jihadisti, sono costrette ad usare le proprie forze armate subendo perdite significative. Tuttavia, gli obiettivi che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perseguono sono diversi, e ciò facilita in gran parte la situazione ad Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente A. A. Salah. La situazione nello Yemen e area circostante viene analizzata dal materiale preparato per il MEI dalle esperte A. A. Bystrova e P. P. Rjabova.

Riyal e razzi
map-bab-el-mandab-red-seaIl 18 settembre il governo del presidente Hadi subiva un rimpasto. Un decreto fu emesso sul trasferimento della capitale del Paese da Sana, controllata da Ansarullah, ad Aden, sede della Banca centrale. Venivano nominati diversi responsabili, come ad esempio i capi dei ministeri di finanze, informazioni, dotazioni e religione, turismo, istruzione, cultura, università e ricerca scientifica. La Banca centrale era l’unica struttura di governo che collaborasse abbastanza bene con il governo ufficiale ed Ansarullah. Il decreto sul trasferimento delle sue attività ad Aden è il tentativo del KSA di creare un’autorità bancaria alternativa, scacciando gli avversari di A. M. Hadi dalla gestione delle attività estere, tentando di centralizzare il Paese sotto il proprio controllo. Domande sorgono sul contenuto dei nuovi resoconti sulla Banca centrale e il trasferimento di comunicazioni e gestione ad Aden. Finora non un ministro del governo Hadi si è trasferito a Aden, a prescindere degli sforzi di Riyadh nel costringerli a farlo, rafforzando la posizione del “governo legittimo” agli occhi della popolazione e della comunità mondiale. Così Arabia Saudita e coalizione saudita supportano ministri e presidente yemeniti che non sono pronti a ritrovarsi nel Paese, neanche nei territori “liberati” da Ansarullah, ma solo a rimanere nel KSA con i familiari. I cambi nel governo sono un tentativo di Hadi di dimostrare ai sauditi che il governo presto s’insedierà ad Aden. Un’altra versione delle nuove nomine è la risposta di Hadi (e di Riyadh) alla riunione dei leader dell'”Haraqat” dello Yemen del sud e degli ex-leader della Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (PDRY) a Dubai, dove l’indipendenza dello Yemen del Sud è stata discussa. L’evento si è svolto sotto gli auspici della dirigenza degli Emirati Arabi Uniti, che sostiene la sovranità dello Yemen del Sud nei confini della PDRY. Ciò non va bene a Riyad e i tentativi di Hadi di trasferire le entità governative ad Aden, sono un segnale ad Abu Dhabi di ciò. Anche fin dove può contare sulle tribù del sud è una questione più che sostanziale. I meridionali non hanno dimenticato il periodo in cui erano liberi da Sana, né il ruolo di Hadi nella repressione dei movimenti separatisti degli anni ’90, quando Salah era ancora l’autorità indiscutibile per coloro che, in seguito, lo rimossero dal potere. Il rimpasto ha avuto luogo anche nel blocco di governo. Dopo l’attentato con un’autobomba del 29 agosto (uccidendo 75 persone) ad Aden, Hadi licenziava il capo della Direzione nazionale della sicurezza, generale Ahmad Said bin Briq, sostituendolo con Abdullah Nasir al-Musawi, che guidava la Direzione della sicurezza politica. Tuttavia, tali enti semplicemente non esistono. I loro apparati hanno subito una trasformazione, ed essendo l’ex-capo della sicurezza politica, generale al-Hamishi, uomo di fiducia dell’ex-presidente Salah, si può supporre che la vecchia guardia e l’agenzia ora lavorino per lui. Tra l’altro, al-Hamishi si dimise due anni dopo Salah su pressione degli statunitensi, o meglio, del direttore della CIA J. Brennan, che l’accusava di collaborare con al-Qaida e delle fughe di informazioni dalla Direzione della sicurezza politica sulle operazioni degli Stati Uniti nel programma degli omicidi mirati dei capi islamisti. Ciò per la questione di quali agenti della sicurezza impiegasse l’ex-presidente dello Yemen Salah per utilizzare i radicali islamici nella destabilizzazione della situazione con attentati terroristici (possibilmente nel caso degli sciiti dell’Arabia Saudita, per provocarne la sollevazione contro il regime al potere). Salah, nonostante le dichiarazioni saudite, può creare molti problemi, come dimostra la presenza di armi pesanti. Ansarullah e sostenitori di Salah a Taiz utilizzano missili tattici e munizioni del sistema Grad sempre più intensamente. Nel Najran, i lanci di missili Scud continuano sul territorio saudita. La maggior parte viene intercettata dalla BMD Patriot ampiamente aggiornata. Un missile ha distrutto una centrale elettrica locale. Con questo, Ansarullah ha il completo controllo di Sana e alture adiacenti, confutando le affermazioni del comando saudita sull’avanzata della relativa coalizione nella capitale yemenita. L’aviazione saudita attacca villaggi e zone residenziali a Sada. Ansarullah ha preso le alture intorno la città saudita di Najran ed attaccato campi di addestramento in Eritrea, che preparavano i mercenari yemeniti da inviare nel Najran e in Siria. Ansarullah non può compiere vaste offensive in profondità nel territorio saudita, ma non ne ha bisogno. Per distogliere significative forze saudite dallo Yemen basta destabilizzare la situazione nel Najran.
Tornando al decreto sul trasferimento della Banca centrale a Aden, si nota che Ansarullah ha bloccato tale decisione e congelato i beni della banca, terrorizzando gli operatori finanziari, confusi dalle direttive contraddittorie ricevute. Vi sono incontri con la dirigenza della Banca centrale per cercare di chiarire la situazione. In tale contesto è interessante ed indicativo notare la posizione della Banca Mondiale, che ufficialmente sostiene il presidente Hadi e il suo governo, ma le operazioni di routine della Banca Centrale avvengono a Sana. La banca non lo pubblicizza, e in una direttiva della leadership, i dipendenti sono istruiti a non esprimere sostegno a una qualsiasi parte nel conflitto. In tutto ciò va ricordato che gli Stati Uniti, a vari livelli, indicano a Riyadh e Hadi che prendere Sana nel modo classico, è inutile. Nel frattempo le riserve valutarie yemenite, da 5,2 miliardi di dollari nel 2014 si sono ridotte a 700 milioni nell’agosto 2016, che nel breve periodo è foriero di gravi problemi umanitari per il Paese. Ciò si spiega con il fatto che lo Yemen doveva spendere la valuta estera acquistando carburante e prodotti alimentari. La situazione è così critica che Ansarullah fa appello alla popolazione affinché doni 50 riyal (20 centesimi di dollaro) al fondo della Banca centrale, ma senza risultati. Il commercio è paralizzato dalla guerra civile, che incide sul mercato interno. Ad essere onesti, lo Yemen non ha mai avuto un’economia normale per gli standard mondiali, ma un forte “settore nero” e uno “bianco” più flessibile. Gli importi circolanti sono di molto superiori alle riserve ufficiali. Ansarullah spera sul sostegno dell’Iran, che deve ancora accordare un intervento finanziario, sotto l’apparenza di programmi umanitari. Inoltre, il decreto del presidente Hadi sul trasferimento della sede della Banca centrale ad Aden, dà a Riyadh la possibilità di trasferire grandi somme di denaro sul suo conto aumentando l’influenza del governo di Hadi sulla popolazione del Paese. Questa è un’altra ragione della strana posizione di Washington, che guida un’attenta politica non solo con Hadi, ma con Ansarullah e l’ex-presidente Salah. Non li respinge come reietti politici, come nel caso della Siria con Assad. Il 21 settembre, il trasferimento dei ministeri yemeniti e dei loro dipendenti dal KSA (in realtà un’espulsione) ad Aden, veniva annunciato. Riyadh si avvia verso la competizione economica con Sana. I sauditi non potendo far tornare Hadi a Sana con mezzi militari, ritengono necessario l’utilizzo di leve economiche, corrompere la popolazione attraverso vari “progetti di governo” che teoricamente minerebbero il dominio di Ansarullah e Salah nel nord del Paese. Ma ciò è costoso e difficilmente avrà effetti rapidi. La scommessa sul trasferimento di Hadi ad Aden è il tentativo degli Emirati Arabi Uniti di unire le forze politiche dello Yemen del Sud in un unico consiglio, indicando un nuovo ciclo di scontro tra Emirati Arabi Uniti e KSA sul diritto di dominare la risoluzione del conflitto.somaliland-horn-africaBerbera per le Mistral
La conclusione della transazione tra il presidente del Somaliland Ahmad Silanyo e la società emirota DP Word (DPW) sulla vendita delle infrastrutture portuali di Berbera ha causato uno scandalo internazionale. Un primo gruppo di ispettori militari di EAU ed Egitto arrivò subito, dimostrando che dietro l’operazione non c’è una società privata, ma la leadership degli Emirati Arabi Uniti. Lo Stato del Somaliland, che alcun governo del mondo riconosce, è un ostacolo alla realizzazione dei piani d’investimento, perché non esiste un quadro giuridico per la risoluzione delle controversie legali. La società ha fatto chiaramente questa transazione su richiesta di Abu Dhabi, calcolandone prima i rischi finanziari. I prerequisiti di ciò, a giudicare dalle lotte tra clan della Somalia, in cui Ahmad Silanyo probabilmente rimarrà ai margini politica, non ci sono. Ma Berbera sembra essere importante per la leadership degli Emirati Arabi Uniti dato che ha permesso un’operazione rischiosa garantendo le compensazioni alla società per eventuali perdite. In questa ex-base aeronavale sovietica possono attraccare navi dal grande dislocamento e ogni aereo da trasporto (due piste sono lunghe più di tre chilometri), trovandosi in una zona che permette il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ufficialmente funzionari egiziani e emiroti giunsero per preparare una relazione sull’uso della base militare per contenere Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente Salah nello Yemen. Difatti, anche se i due Paesi partecipano alla coalizione saudita, perseguono propri interessi, senza mostrare alcun zelo per il corpo di spedizione sotto l’egida di Riyadh. In parte, gli egiziani ripagano il sostegno finanziario saudita. Non vi è alcun interesse a Cairo nel conflitto yemenita, non essendo preoccupato da minacce sciite e non essendo pronto a sacrificare la vita dei propri soldati per il bene dei Saud. Per gli Emirati Arabi Uniti è più complicato. Per Abu Dhabi avere il dominio sui porti del sud della penisola arabica spinge a separare lo Yemen del Sud nei confini della ex-PDRY. Non vedono un grave pericolo in Ansarullah e Teheran (secondo il rapporto siglato del Comando Generale degli Emirati Arabi Uniti del 2015, la probabilità di aggressione militare dell’Iran è considerata estremamente bassa). Sono più preoccupati dalla minaccia dei Fratelli musulmani. Sul contenimento di Ansarullah, non c’è bisogno di accordarsi su Berbera. Gli Emirati Arabi Uniti hanno una base in Eritrea che può ricevere piccole navi da guerra e aerei, abbastanza per pattugliare mare e coste. La missione di Emirati Arabi Uniti ed Egitto a Berbera è legata molto probabilmente allo studio delle condizioni per ospitare le portaelicotteri “Mistral” acquistate da Cairo, così come aerei militari egiziani ed emiroti, per cui la base in Eritrea non è sufficiente. L’obiettivo principale è controbilanciare il rafforzamento dell’influenza turco-qatariota in Somalia (egiziani ed emiroti ritengono Ankara e Doha i principali sponsor dei Fratelli musulmani). In secondo luogo, l’istituzione della sicurezza per il trasporto marittimo è ciò a cui gli Emirati Arabi Uniti sono interessati. Per l’Egitto avere la base aeronavale nel Somaliland è importante per fare pressione sul governo etiope, costringendolo ad abbandonare i piani di costruzione della grande diga sul Nilo Azzurro, che minaccia la sicurezza alimentare dell’Egitto. A suo tempo, il presidente egiziano Sadat minacciò di bombardare qualsiasi diga sul Nilo Azzurro. Ma ciò è un caso estremo. Finora egiziani ed emiroti utilizzano attivamente le opportunità di Asmara per sponsorizzare i gruppi di opposizione in Etiopia per destabilizzarla. E la base di Berbera, per l’alleanza strategica tra Cairo e Abu Dhabi, è un fattore a lungo termine d’influenza militare su molti punti importanti del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano.

Raid su Assab
assab-10I rappresentanti del movimento d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), il 21 settembre dichiaravano che Ansarullah aveva attaccato l’aeroporto internazionale della città portuale di Assab, in Eritrea. Gli esperti ritengono che l’attacco fu effettuato con il supporto logistico del RSADO. Il suo leader Ibrahim Harun annunciò che Ansarullah giunse sulle isole yemenite di Hanish e Zuqar per attaccare Assab, utilizzando imbarcazioni blindate da cui, con missili anticarro ed RPG, bombardarono il comando della Marina eritrea, quasi distruggendolo. Dopo di che sbarcarono due gruppi di soldati. Il primo attaccò l’aeroporto di Assab per impedire l’arrivo di forze del regime eritreo per via aerea. Il secondo gruppo, più grande, attaccò il campo di addestramento dei combattenti yemeniti, che i sauditi avevano inviato da Aden e che addestravano in Eritrea con l’aiuto di istruttori locali. Di conseguenza, il campo fu devastato e il numero di istruttori yemeniti e sauditi uccisi non è ancora noto. I militari eritrei non fanno entrare nessuno nel perimetro. 5000 yemeniti furono trasferiti in Eritrea due settimane prima, per un salario mensile di 300 dollari. Dopo l’addestramento di un mese, dovevano essere trasferiti nelle Najran e Jizan per proteggere i confini yemeniti-sauditi contro Ansarullah. I raid di Ansarullah su questi territori si verificano regolarmente. Le forze di protezione delle frontiere saudite non possono nulla contro questi gruppi, da qui l’idea di utilizzare mercenari yemeniti. Ma i nativi dello Yemen del Sud, che costituiscono la maggioranza dei mercenari, non conoscono la zona di confine nel nord del Paese, popolata da tribù zaydite legate ad Ansarullah. Così l’efficacia di tale piano è discutibile. Parte di tale contingente doveva rafforzare le fazioni filo-saudite in Siria, come Jabhat al-Nusra (rinominato Jabhat Fatah al-Sham), dopo aver subito gravi perdite durante i recenti combattimenti ad Aleppo. In precedenza, gli yemeniti furono arruolati da Doha per combattere al fianco dello Stato islamico (con il pretesto di lavorare per le società di sicurezza del Qatar). Ma poi arrivarono notizie nello Yemen sulle enormi perdite in Siria e Libia. Data la reazione negativa delle tribù locali, Doha non ripeté l’esperimento.
Secondo il leader del RSADO, il gioco di Asmara dalla parte della coalizione saudita è guidato da dispute territoriali tra Yemen ed Eritrea sulle isole Hanish e Zuqar, trampolino per gli attacchi. Nel 1998 la Corte di Arbitrato Internazionale riconobbe le isole yemenite, ma l’Eritrea ignorò la decisione. Le isole, infatti, sono controllate da Ansarullah per contrabbandare armi e liquori provenienti dall’Africa e viceversa. In realtà, il supporto di Asmara ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che hanno ad Assab una base navale (anch’essa bombardata), non è guidato da dispute territoriali, ma da interessi finanziari. Asmara offre territorio e basi eritrei in cambio di investimenti sauditi nelle infrastrutture stradali e portuali. Inoltre, i piani di Abu Dhabi e Cairo comprendono l’uso delle basi logistiche eritree per la sovversione contro l’Etiopia. In ogni caso la dirigenza eritrea ci guadagna denaro, anche se non può piacere agli attivisti antietiopici di Emirati Arabi Uniti ed Egitto. L’attacco di Ansarullah fu inaspettato per Riyadh e Abu Dhabi, che vedono il territorio eritreo come zona sicura e si preparavano ad usarlo come base militare sul Mar Rosso. Tali piani saranno adeguati, richiedendo nuove spese per una maggiore protezione. Ansarullah ha dimostrato che ha un potenziale bellico elevato ed arsenali pieni. Il raid ha illustrato un buon coordinamento, spiegabile con la partecipazione di consiglieri iraniani nella pianificazione dell’operazione. Non sarebbe stato possibile senza i servizi speciali dell’Etiopia, che sovrintendono al RSADO, il cui ruolo in questo caso fu molto probabilmente limitato al supporto ad Ansarullah. Nel raid vi era una importante e precisa intelligence, fornita dai militanti clandestini del RSADO. L’interesse di Addis Abeba è semplice: supportare qualsiasi azione contro Asmara. All’Etiopia non aggrada la trasformazione dell’Eritrea in una base di KSA, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, perché ha disaccordi con quest’ultimo sulla costruzione della Grande Diga sul Nilo Azzurro. Ansarullah, volendo consolidare i negoziati sulla sistemazione politica interna, ha dimostrato chiaramente che rimane la principale forza militare nello Yemen. Dietro il raid su Assab si distingue nettamente l’ex-presidente ed alleato di Ansarullah Salah, che ha vecchi legami con pirati e contrabbandieri in questa parte del Mar Rosso, e sa come danneggiare sensibilmente Riyadh.

Ali Abdullah Salah

Ali Abdullah Salah

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora