La NATO è molto più debole di quanto si pensi, non può combattere una guerra

Alexander Zapolskis Regnum – Russian News AgencyRussia InsiderNATO-symbol-with-flags-of-member-countriesIl termine cinese “tigre di carta” significa qualcosa che sembra forte, ma in realtà è debole. Mi sono ricordato di quando ho letto l’analisi comparativa della capacità militari russe e della NATO sulla rete polacca TVN24. Sulla carta, la NATO rispetto alla Russia è come un elefante in una gabbia. Prendete per esempio i bilanci militari: l’alleanza spende 950 miliardi di dollari l’anno, mentre la Russia ne spende meno di 90. O la forza numerica complessiva delle forze armate: 3,5 milioni la NATO contro i 766000 della Russia. L’alleanza atlantica sembra superiore alla Russia su tutti i fronti. Ma è davvero così? Dopo tutto, sulla carta, a partire dal febbraio 2014, l’esercito ucraino era il sesto più grande al mondo. Eppure fu sconfitto dalle forze di autodifesa del Donetsk, comandati da musicisti, operai e anche un fan delle rievocazioni storiche. Ma se si prendono i principali indicatori degli eserciti della NATO e li si elencano, l’immagine apparirà un po’ diversa. A prima vista, sembra buona. Ci sono 28 Paesi del blocco con una popolazione totale di 888 milioni di persone che hanno 3,9 mln di truppe, oltre 6000 aerei da guerra, circa 3600 elicotteri, 17800 carri armati, 62600 veicoli blindati da combattimento, 15000 pezzi di artiglieria, 16000 mortai, 2600 sistemi lanciarazzi multipli e 302 navi da guerra (tutte delle principali classi, compresi i sottomarini). Il trucco però è che viene incluso ciò che va oltre la NATO. Una frode contabile.
Prendete la Francia, per esempio. Le forze armate sono spesso aggiunte al totale, nonostante il fatto che il Paese si sia ritirato dalla struttura militare NATO molto tempo fa, e anche nel migliore dei casi, vi assegnerebbe un paio di corpi scheletrici, riducendo immediatamente le cifre totali di 64 milioni di persone, 654mila soldati, 637 carri armati, 6400 veicoli corazzati da combattimento, e così via. Non sembra un gran che. Anche senza i 600 cannoni francesi, la NATO ne ha ancora 14000. Ma questo è vero solo se si ignora il fatto che la maggior parte di queste armi sono fuori servizio e in deposito. L’Ucraina aveva oltre 2500 carri armati di vario tipo. Ma quando è arrivato il momento della guerra, si è scoperto che solo circa 600 erano pronti, mentre molti potevano essere attivati entro un lasso di tempo relativamente breve. I restanti erano inutili. Mi auguro che la Germania (858 carri armati e 2002 veicoli blindati da combattimento) e Spagna (456 carri armati e 1102 AFV) abbiano più cura del loro equipaggiamento in deposito, ma anche questo non cambierebbe molto. Nell’insieme le cifre sono impressionanti. Sulla carta, la NATO ha 55600 (62000 meno 6400 francesi) AFV di vario tipo, tra cui 25300 statunitensi, e di cui 20000 nei depositi da lungo tempo. Inoltre, si scopre che il maggior numero di AFV della “riserva”, 11500, si concentra in Paesi con eserciti di meno di 100000 militari. Ad esempio, la Bulgaria ha una forza di 34970 soldati e ha ereditato 362 carri armati e 1596 AFV dal Patto di Varsavia. Quindi, praticamente tutti sono nei depositi. La situazione nella Repubblica ceca è fondamentalmente la stessa. Sulla carta ha un esercito di 17930 soldati, con 175 carri armati e 1013 AFV. In breve, anche senza entrare nei meandri della logistica, delle forniture di ricambi e delle evidenti difficoltà di avere riservisti inglesi che guidano carri armati di fabbricazione sovietica T-72, si scopre che praticamente tutte le cifre su veicoli blindati e sistemi di artiglieria possono essere facilmente divise per quattro. Ciò lascia 4450 su 17800 carri armati, ma solo una metà di essi è effettivamente operativa. La seconda metà è ancora in deposito sotto uno spesso strato di paraffina, che richiede del tempo per essere rimossa. Indicativo in tal senso, ci sono voluti quattro mesi all’Ucraina per schierare l’esercito, e praticamente in condizioni ideali e senza alcuna interferenza.
L’Ucraina ci ha ricordato un’altra importante lezione. Un esercito non è solo la somma di soldati, cannoni, carri armati e veicoli blindati. L’esercito, prima di tutto, è la struttura. Eppure non tutte le forze armate nazionali dei Paesi membri sono strutturati nella NATO, ma solo circa un terzo di esse. E allora questo terzo è diviso in tre categorie molto differenti. Circa il 15 per cento delle formazioni (ad esempio dal 15 al 30 per cento degli eserciti nazionali “collegati all’alleanza”) sono le cosiddette forze d’intervento rapido. Mantengono il 75-85 per cento del personale in tempo di guerra e sono pronti a svolgere una missione di combattimento entro sette giorni dall’ordine. Un altro 25 per cento è mantenuto in stato di “prontezza operativa” (60 per cento degli effettivi in tempo di guerra), e può essere implementato in tre o quattro mesi. Il restante 60 per cento delle unità richiede non meno di 365 giorni per essere messo in allerta. Tutte le altre subunità militari dei Paesi membri sono tenute ai livelli operativi previsti nell’ambito dei programmi nazionali della Difesa. Data la costante riduzione dei bilanci militari, molti sono tenuti a livelli di forza ridotta. Ciò vale soprattutto per gli Stati dell’Europa orientale. Se 1,5 mln di statunitensi e 350000 francesi sono sottratti dai 3,6 mln di soldati attivi, ciò ne lascia 1,75 mln in cui Germania, Regno Unito e Italia rappresentano appena 654300 soldati. Gli eserciti greco e spagnolo (156600 e 128200 soldati, rispettivamente) possono essere facilmente esclusi. Vi sono anche grandi punti interrogativi sull’esercito turco (510000). Alla luce dei recenti accordi su gas e militari, Istanbul non è così ansiosa di mostrare la sua unità euro-atlantica. Così si scopre che, a parte 100000 “baionette polacche”, gli altri 500000 soldati sono forniti da 19 Stati con gli eserciti che vanno da 73.000 uomini (Romania) a 4700 (Estonia). E non dimentichiamo le Forze Armate del Lussemburgo: 900 uomini!
Si scopre che la “vecchia” NATO, rappresentata dai primi 12 Stati membri, è un’esagerata auto-promozione. Un tempo, fatti e cifre degli opuscoli NATO riflettevano la realtà. Nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, la Bundeswehr da sola aveva 7000 carri armati, 8900 veicoli corazzati e 4600 cannoni. Inoltre vi erano 9500 carri armati e 5700 blindati e corazzati da trasporto truppa, 2600 sistemi d’artiglieria e 300 aerei da guerra statunitensi. Oggi non v’è ne sono più su suolo tedesco. Nel 2016, l’ultimo soldato inglese andrà a casa. Solo due scheletriche brigate senza effettivi e attrezzature, e meno di 100 aerei delle forze statunitense, vi rimangono. Nel frattempo, la Bundeswehr si è ridotta a 185500 uomini. Due volte e mezzo meno soldati dell’esercito turco, 5,2 volte meno AFV e 2,2 volte meno carri armati. Ci sono più carri armati e veicoli blindati in deposito in Polonia che in Germania! I polacchi hanno 946 carri armati e 2610 AFV rispetto ai 858 e 2002 dei tedeschi. Ironia della sorte, gli Stati baltici e dell’Est europeo hanno aderito alla NATO in primo luogo per essere sotto l’ombrello della difesa di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia, e per sottrarsi dall’onere gravoso delle spese militari. Una situazione paradossale s’è affermata all’inizio del 21° secolo. L’alleanza comprende più di due dozzine di Paesi, ma la sua capacità di difesa continua a basarsi sui sogni della superiorità militare tedesca su terra e la superiorità inglese sui mari. Ad esempio, la retorica e il comportamento dei capi dei Paesi baltici sempre più aggressivi, ancora si basa sulla fiducia che se accadesse qualcosa, tutti gli 800 panzer tedeschi si affretterebbero a difesa, per esempio, di Vilnius.
Drastici cambiamenti hanno avuto luogo nella NATO negli ultimi 15 anni. Bruxelles fondamentalmente ammette con tante parole che: le risorse disponibili del blocco basteranno solo per due tipi di missioni: partecipazione limitata in un’operazione umanitaria (cioè senza l’azione militare) e operazioni per far rispettare l’embargo; e nel secondo caso solo verso un Paese piccolo e debole, non la Russia. Anche missioni come l’evacuazione di civili, il sostegno a un’operazione antiterrorismo e dimostrazioni di forza non sono più possibili, sia per le limitate capacità delle proprie forze che per le inaccettabili perdite pesanti. Riguardo la “gestione delle crisi” e le missioni d'”intervento diretto”, sono oltre la capacità del blocco. Sì, negli ultimi dieci anni la NATO è stata coinvolta in numerose operazioni militari. Iraq, Afghanistan, Medio Oriente. Ma in realtà, solo le forze USA hanno combattuto ovunque. Le forze NATO sono state solo “presenti”. Il trucco era che Germania e Regno Unito hanno naturalmente inviano piccoli contingenti in Afghanistan, ma si trattava fondamentalmente di addestrare in quelle guerre lituani, lettoni, estoni, cechi, polacchi ed altri “partner”: un plotone qui, una compagnia o un battaglione lì, quanto basta per condurre le missioni di combattimento al posto di tedeschi e inglesi. Ciò risponde anche alla domanda che infastidisce sempre più gli ucraini. Perché USA e NATO promettevano tante belle cose lo scorso inverno, ma l’Ucraina ancora combatte per conto suo? E’ semplice. La NATO esiste sulla carta non nella realtà. L’ex-potenza militare può essere ripristinata? Certamente, ma solo abbassando gli standard di vita europei del 20-25 per cento. La Difesa ha un prezzo. Non produce nulla, ma consuma molto sia direttamente, sotto forma di spesa di bilancio per la manutenzione e la gestione, che indirettamente, deviando personale dal settore privato, dove sono contribuenti, per divenire “consumatori fiscali”. I Paesi dell’UE non sono entusiasti di una tale prospettiva. I membri di nuova ammissione della NATO hanno voluto unirsi all’alleanza proprio per non pagare i propri eserciti e avere l’esercito di qualcun altro a proteggerli, tedesco o portoghese. Ma i portoghesi non desiderano rinunciare a pane e burro per difendere i Paesi baltici, che pochi europei possono trovare su una mappa. E’ il momento per gli Stati baltici e l’Ucraina, tra gli altri, di affrontare la realtà. La NATO è una tigre di carta preoccupata dai suoi problemi interni. Tutto il resto è solo protagonismo per le telecamere.main_clip_image007Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Damasco: una trappola per i ribelli?

Dedefensa - 17/12/2012

Bashar_Al_Assad_Military_Defensive_Exercise_17-10_2009Il ribollio siriano si nutre di innumerevoli voci, caratterizzate da violenza, sensazionalismo e da un continuo rumorio, ma raramente dalla precisione. La scorsa settimana o le ultime due settimane, sono state tipiche in questo senso, come una gatta, saggia e scaltra, ma che non riesce mai a ritrovare i suoi piccoli… voci sempre più esagerate sui ribelli lanciati verso la vittoria contro un Assad che vacillava. Certo, non era la prima volta, ma si poteva pensare che fosse vero. Il blocco BAO era euforico, ovviamente … beh, tutto si è taciuto e si è sgonfiato come un soufflé. Che cosa é successo? Ecco un articolo da una delle fonti che ci capita di apprezzare, il quotidiano indipendente di sinistra libanese as-Safir, tradotto dall’arabo all’inglese. (Cfr. 14 dicembre 2012 per l’edizione originale.)
Torniamo alla penna di Ezeddin Nader, per un resoconto molto dettagliato e accurato di ciò che sarebbe successo, che è naturalmente il contrario di ciò che ci era stato pubblicizzato con così tanto entusiasmo. In una parola: l’assalto dei ribelli su Damasco sarebbe stato l’effetto di una trappola in cui i ribelli si sono infilati a testa bassa. Questo è uno dei primi esempi di dove una grande mossa militare tattica viene descritta in dettaglio e in modo coerente, nel conflitto siriano finora caratterizzato da confusione, interferenze e distorsioni mediatiche che l’accompagnano. Si noti che questa versione dei fatti è ampiamente supportata da Patrick Cockburn, sul The Independent del 16 dicembre 2012. (L’articolo di as-Safir è citato in un altro articolo  di Cockburn sul The Independent, anche il 9 dicembre 2012, sempre in questo senso.)
(Si evidenziano, sganciandolo dal resto dell’articolo e senza commenti, inconsapevoli dell’esistenza di un accordo sulla questione, le poche righe alla fine dell’articolo che suggeriscono un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia sulla soluzione della crisi siriana, alla fine di gennaio 2013, ai sensi della conferenza di Ginevra del 30 giugno [vedasi 3 luglio 2012]. “Per quanto riguarda i giorni a venire, fonti affermano che gli USA hanno concesso ai ribelli dell’opposizione un mese per lanciare una terza serie di attacchi a Damasco, nel tentativo di ottenere un serio vantaggio sul campo di battaglia, che contribuirebbe a rafforzare le condizioni dell’accordo russo-statunitense. L’accordo sarebbe pronto entro la fine di gennaio, sulla base dell’accordo raggiunto a Ginevra. Va notato che queste osservazioni sono correlate con quanto è stato detto in un precedente articolo di as-Safir sull’incontro “tra Clinton e Lavrov a Dublino” [vedasi 11 dicembre 2012].)

Dedefensa.org

L’esercito siriano potrebbe aver teso una trappola ai ribelli, presso Damasco
Fin dall’inizio del seconda fase dell'”operazione per l’invasione di Damasco”, le informazioni erano contrastanti. A volte, le notizie affermavano che i ribelli armati avevano occupato posizioni chiave nella capitale siriana, e in altri rapporti si affermava che l’esercito siriano aveva teso un agguato ai ribelli, infliggendo gravi danni alle fila dell’opposizione. Dopo più di due settimane di scontri nel governatorato di Rif Dimashq, la nebbia cominciava a dissolversi sull’invasione dei ribelli. A quanto pare, durante l'”invasione”, l’opposizione armata  – Jabhat al-Nusra in particolare – ha subito gravi perdite. Secondo le informazioni ottenute da as-Safir da fonti ben informate, il regime siriano sapeva da settimane del piano dei ribelli di prendere d’assalto la capitale, coinvolgendo migliaia di combattenti di tutte le nazionalità.
Il piano era volto a prendere il controllo delle città di Harasta e Duma, che sarebbero servite da trampolino di lancio per attaccare Damasco. I ribelli hanno cercato di prendere il controllo della città di Jaramana, dopo una serie di attentati mirati nei dintorni, per scacciare via i residenti della zona. Tuttavia, su consiglio di un servizio di intelligence – di un Paese alleato del regime siriano – e in coordinamento con l’esercito siriano, un piano proattivo è stato impostato per contrastare l’attacco che avrebbe dovuto aver luogo la mattina del primo sabato di dicembre. Il punto chiave del piano era attirare subito i militanti in una battaglia, disperdendone le fila e poi  infliggendogli il colpo fatale.
Il settimanale russo Argumentij Nedelij ha recentemente rivelato che “l’esercito siriano è riuscito a lanciare il primo attacco contro gli insorti, disperdendo le loro fila con l’aiuto dei servizi segreti russi, che ha fornito al regime alcuni consigli su come effettuare un attacco  proattivo“. Pochi giorni prima, il regime siriano aveva effettuato una manovra tattica su consiglio dei servizi segreti alleati, secondo il seguente scenario: le armi strategiche furono rimosse dai loro depositi, dando la falsa impressione di essere state portate in un luogo più sicuro. Nel frattempo, i satelliti stranieri, in particolare degli Stati Uniti, registravano le attività dell’esercito siriano. Questo ha scatenato i timori della comunità internazionale che le forze siriane stessero per utilizzare un particolare tipo di armi, mentre fughe mediatiche suggerivano l’eventuale uso di armi chimiche. I nemici del regime siriano hanno contribuito alla promozione di questo scenario, pensando che ciò avrebbe portato ad un intervento straniero o a una pressione sul regime affinché si accontentasse di minimi vantaggi politici. Tuttavia, la propaganda sulle armi chimiche è andata a svantaggio dei militanti, influenzando negativamente le loro prestazioni in combattimento.
Altre fonti hanno anche indicato che il piano era volto a diffondere false informazioni su diffuse defezioni nei ranghi delle forze del regime siriano che proteggevano Damasco. Inoltre, venne segnalato che le truppe siriane fossero completamente in rotta. Perciò, vennero diffuse notizie sulla caduta dei centri e delle principali basi nella capitale, e di grandi diserzioni nelle file dell’esercito. Tutto ciò spinse a mobilitare i militanti alla periferia della capitale e a lanciare un attacco precoce. Le voci diffuse dal regime siriano diedero agli insorti l’incentivo ad attaccare immediatamente Damasco.
Promuovendo la storia del crollo dell’esercito siriano nella capitale, con i rapidi progressi  dei ribelli, in pochi giorni e senza incontrare alcuna resistenza significativa, in quanto l’esercito siriano aveva liberato un certo numero di sue posizioni militari. La manovra era volta a provocare una vuoto tra i gruppi militanti e le loro linee di rifornimento. Secondo il quotidiano britannico The Independent, “Il governo siriano ha adottato una nuova strategia, nelle ultime settimane, in cui  ritira le sue truppe dalle basi indifendibili, per concentrarle a Damasco e in altre città ritenute  strategicamente cruciali.” Questa ritirata ha consentito all’esercito di lanciare una riuscita controffensiva la scorsa settimana, per alleviare la pressione militare sulla capitale e migliorando la propria posizione negoziale. Il giornale ha anche citato una fonte di Damasco, che affermava che “Il governo dice che ha compiuto una scelta strategica non difendendo gli avamposti più piccoli.” Inoltre, fonti hanno indicato che gli insorti e i loro sostenitori fossero sotto l’impressione che la caduta del regime fosse in vista. Così, hanno lanciato il loro attacco due giorni prima del previsto, giovedì 29 novembre, come il regime aveva previsto.
All’inizio dell’attacco, le comunicazioni di ogni tipo nel paese furono sospese, infliggendo un primo shock ai gruppi armati, che non erano più in grado di aggiornarsi sulla situazione delle battaglie. Fonti hanno descritto l’assalto a Damasco come il più grande e più grave dall’inizio della crisi siriana. I gruppi armati sono caduti nella trappola tesa dalle truppe siriane, che hanno ricevuto  un addestramento completo, in Russia e Iran, su come lanciare controffensive contro bande armate. Si deve notare che la Russia e l’Iran hanno accordi regionali di cooperazione strategica e lo scambio di competenze tecniche e di sicurezza con la Siria.
La battaglia ha comportato dei bombardamenti pesanti sulle posizioni ribelli, disperdendone le file su più aree. Le truppe siriane hanno lanciato una controffensiva da est e da ovest, allo stesso tempo, dopo aver attirato i ribelli verso zone situate a più di 40 km dalla capitale e a 20 km dalle loro linee di rifornimento. Questi gruppi di ribelli furono costretti a dirigersi verso le città di Harasta e Duma, proprio sotto il fuoco delle truppe governative, era ciò che il regime aveva previsto. Gli scontri sono anche infuriati lungo il fronte di Ghouta, nella parte orientale di Damasco. La forza dei ribelli si è esaurita prima che giungessero nella periferia dell’aeroporto, in particolare nelle città di Haran al-Awamid, al-Delba, Sakka, Deir al-Asafir, al-Maliha, Babila, Damir, al-Hujaira e Khan al-Sheik.
La battaglia si è conclusa nella città di Daraya, dove sono stati uccisi centinaia di militanti, diversi dei quali non erano siriani. Secondo le fonti, il numero di morti tra le fila dei gruppi armati è molto più alto di quello riportato dai media. […]

Ezeddin Nader (as-Safir)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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