Panzane incredibili e plananti sulla Siria

Alessandro Lattanzio, 02/05/2018

Si è diffusa una certa isteria sugli eventi presso Hama, Homs e Aleppo, alle prime ore del 30 aprile. Un isterismo che per modalità, moventi e ambiente generante, assomiglia all’isterismo creato artificialmente da certi ambienti russi o pseudorussi, minoritari, marginali e afflitti da putinofobia emotiva, sui presunti ‘600 mercenari russi’ uccisi dagli statunitensi a Dayr al-Zur, a febbraio di quest’anno. E come in quell’occasione, tale isterismo paranoico putinofobo viene opportunamente rilanciato dagli ambienti politico-mediatici atlantisti, statunitensi e filo-islamisti, con cui i suddetti ambienti pseudorussi, al di là di una contrapposizione di facciata, dimostrano più volte sorprendenti interessi ed obiettivi coincidenti.– I giornalisti ‘russi’ citati a conferma della pretesa dell’attacco missilistico israeliano su una base siriana presso Hama, non sono altro che redattori che da Mosca ricopiavano i twitter di profili più o meno affidabili, come i filo-islamisti Qalatalmudiq e Oryx (che ora si fa chiamare Samir).
– La GBU-39/GLSDB citata come arma usata nell’attacco presso Hama, è una bomba guidata planante aerolanciata o lanciata dal sistema HIMAR/M270, presente nella base statunitense di al-Tanaf, ma non esistono versioni nucleari di questa bomba planante da 130 kg e dalla gittata massima di 150 km.
– Non furono usate armi nucleari; non serve che qualcuno che si autodefinisce ‘esperto di armi’ la definisca arma ai neutrini, tentando pecorecciamente di distinguerla e separarla dalle altre armi nucleari; infatti, ai presunti suddetti esperti, alla domanda precisa su come mai chi visitasse il sito dell’esplosione manipolando rottami metallici, presentandoli come i resti delle presunte GBU-39 ‘ai neutrini’, non usasse protezioni anti-radiazioni, non si ricevesse per risposta che citazioni filosofiche inopportune, tratte dai soliti dei di un certo pantheon del masochismo politico-strategico (Juenger, Schmitt e blabla affine).– Tra l’altro, l’ente Emsc-Csem, che misurò la scossa causata dall’esplosione presso Hama, ne pose l’epicentro a 2 km di profondità; esistono depositi di munizioni profondi due chilometri? E che utilità avrebbe mettere delle munizioni a una tale profondità, rendendone difficile il ricorso al momento opportuno. Neanche bunker presidenziali e silos per missili nucleari vengono costruiti a tali profondità. Se ce n’era bisogno, bastava scavare un tunnel sotto una montagna, che in Siria non mancano, piuttosto che trivellare un pozzo del genere, tutt’altro che d’utile impiego in caso di emergenza. Inoltre, bombe e deposito di munizioni che esplodono a tale profondità, lascerebbero almeno una depressione in superficie, che non compare in alcuna delle foto presentate come ‘prova’ dell’avvenuto attacco missilistico sionista-statunitense:– Israele, per attaccare il sito di Hama, secondo le pretese ricostruzioni, avrebbe dovuto infiltrare non solo lo spazio aereo controllato dai russi, nel nord della Siria, ma anche quello del sud della Siria e della Giordania, controllato da un radar iraniano. Per non parlare dell’Iraq, che non avrebbe mai concesso una copertura ad Israele per attaccare obiettivi in Siria; la violazione dello spazio aereo iracheno avrebbe causato più reazioni che non dello spazio aereo libanese. E non c’è alcuna fonte ufficiale in Iraq che ne abbia parlato. In effetti, alcuna fonte ufficiale russa, siriana, iraniana e irachena fa cenno a un simile attacco. Ovviamente esclusi twitter di profili ambigui e relativi pezzi ‘giornalistici’ regolarmente basati sui suddetti dubbi twitter. A meno che non si voglia credere alle solite geo-sette, come i suddetti putinofobi, che da una parte blaterano di ammuina concordata tra Trump e Putin, e contemporaneamente d’invincibilità statunitense-sionista in Medio Oriente; ovviamente senza neanche spiegarci questa lampante bizzarra contraddizione: se Trump è invincibile, perché dovrebbe concordare con Putin delle messinscene ridicole?– Anzi, qualcuno che continuava ad insistere sull’“attacco missilistico alla base della 47.ma Brigata”, da parte degli israeliani, continua ad insistere anche su 37 morti e 57 feriti tra la guardia rivoluzionaria iraniana (notare come nella caserma della 47.ma Brigata, non potessero che esserci 37 morti e 57 feriti). Ma l’agenzia stampa iraniana Tasnim, citando il comandante della Liwa Fatimiyun in Siria, dichiarava che la base delle milizie filo-iraniane nei pressi dei siti attaccati era intatta e che l’unità non aveva registrato perdite. Ed anche l’agenzia iraniana Mehr, citando una fonte militare, smentiva tali notizie, propalate dal suddetto ambientaccio ‘geomediatico’, ambiguo e inquinante. Il corrispondente di al-Mayadin in Siria sottolineava che non c’era stata alcuna dichiarazione ufficiale delle Forze Armate sul presunto attacco. Solo il giornale siriano “Tashrin” affermava che questo ultimo attacco sulle province di Hama ed Aleppo provenisse dalle basi statunitensi e inglesi in Giordania, impiegando 9 missili balistici. Fatto sta che le foto satellitari usate come pezza d’appoggio della tesi dell’attacco, indicano almeno 11 bersagli distrutti, edifici rasi al suolo chirurgicamente, e quindi l’impiego di altrettanto ‘missili’. Il corrispondente di al-Mayadin affermava che finora non era chiaro quale sarebbe stato l’obiettivo del presunto attacco sionista-statunitense.

– Infine, la presunta base iraniane di Hama non era protetta da alcuna postazione antiaerea, indicando che non era un centro d’importanza strategica, quanto meno, anzi, dimostrandone l’insignificanza militare, con tanto di solite foto satellitari che, presentate a supporto, invece suscitano più di un dubbio. In sostanza, non c’era ragione di lasciare una base militare e un deposito di armi importante in Siria senza difese aeree di punto. Infatti, tali foto satellitari vengono messe a paragone con altre che indicherebbero la condizione delle strutture prima dell’attacco, ma senza indicare la data in cui furono riprese tali ultime foto. L’area in questione fu soggetta diverse volte, negli ultimi 7-10 anni, ad incursioni aeree israeliane, e quindi non è detto che gli edifici devastati che appaiono in queste foto a ‘supporto’, siano stati effettivamente distrutti il 29 aprile, e non mesi o anni prima. Tanto più che numerose foto prese in loco mostrano edifici si devastati, ma ancora parzialmente in piedi, al contrario della tabula rasa mostrata dalle ‘foto satellitari’.

In conclusione, probabilmente è successo questo: Il 30 aprile di prima mattina, 8 razzi Grad sparati dai terroristi di Jabhat al-Nusra su Hama, colpivano un deposito di munizioni a Nahr al-Barad, la caserma dei vigili del fuoco nella vicina Salhab, le località di Atama e Sarayhin a sud di Hama, uccidendo una decina di civili. I terroristi lanciavano razzi anche contro la provincia di Aleppo, ad al-Maliqiyah, facendo altre vittime tra i civili.

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Gli USA cullano lo Stato islamico mentre i 4+1 ne pianificano la fine

Moon of Alabama 24 aprile 2018Portavoce dell’OIR @OIRSpox – 15:02 UTC – 24 apr 2018
L’attacco iracheno a un noto quartier generale dello SIIL in Siria è stato pianificato/condotto dalle forze di sicurezza irachene col supporto del CJTFOIR. Questo attacco dimostra la volontà dell’Iraq di fare ciò che è necessario per assicurare i propri cittadini e il loro ruolo importante della coalizione globale contro lo SIIL”. Il suddetto tweet del portavoce dell’operazione Inherent Resolve (OIR) degli Stati Uniti contro lo SIIL è estremamente fuorviante, se non falso. Gli Stati Uniti cercano di accreditarsi un attacco compiuto senza il loro consenso, avviato dall’alleanza anti-USA come monito su ulteriori traffici statunitensi con lo SIIL. L’esercito statunitense in Siria si astiene dal combattere lo SIIL da mesi.La mappa del territorio occupata dal SIIL (grigio) al confine siriano-iracheno nella zona controllata dagli Stati Uniti a nord dell’Eufrate (giallo) non è cambiata da novembre 2017. (Il corridoio giallo da sud-est verso l’Iraq è fuorviante: gli Stati Uniti non hanno forze e lo SIIL l’attraversa più volte per attaccare le forze siriane (rosse) lungo il fiume).
Il gruppo Airwars documenta i raid aerei statunitensi in Iraq e Siria. Gli attacchi degli Stati Uniti contro lo SIIL in Siria si sono ridotti ad uno al giorno, o meno:Gli attacchi degli Stati Uniti colpiscono, semmai, solo obiettivi minori. Dalla sintesi settimanale dell’OIR dal 30 marzo al 5 aprile (solo per la Siria):
Tra il 30 marzo e il 5 aprile, le forze militari della coalizione hanno condotto nove attacchi consistenti in 11 azioni in Siria e Iraq.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 5 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 4 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria e Iraq il 3 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 2 aprile 2018.
Il 1° aprile in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da tre azioni contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo.
Il 31 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino ad Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL.
Il 30 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Shadadi, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo”.
Due auto e tre presunti terroristi (chiamati “unità tattiche”) presi di mira in una settimana non sono affatto una guerra. Il numero totale di combattenti dello SIIL nell’area è stimato tra 5000 e 12000. Gli attacchi statunitensi non sono nemmeno visibili. È ovvio che gli Stati Uniti vogliono mantenere vivo e vegeto lo SIIL per riutilizzarlo, se necessario, contro i governi siriano e iracheno. Il segretario di Stato Kerry e l’allora presidente Obama ammisero di aver usato lo SIIL per fare pressione sul Presidente Assad e sul Primo Ministro Maliqi: “Il motivo, aggiunse il presidente, non è che abbiamo iniziato a compiere molti attacchi aerei in Iraq non appena arrivò lo SIIL, perché ciò avrebbe tolto pressione al primo ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. Ora vediamo il ripetersi di tali “giochi”. Lo SIIL ha avuto il tempo di riposare, riguadagnando capacità soprattutto nella provincia irachena di Anbar, dove si muove tra i villaggi e minaccia gli abitanti. Emette nuove istruzioni ai seguaci e li invita ad attaccare o sabotare le prossime elezioni in Iraq. Poiché gli Stati Uniti non sono disposti a combattere lo SIIL, i governi di Iraq, Siria, Iran e Russia (ed Hezbollah) hanno deciso di occuparsi del problema. Il 19 aprile, i 4+1 s’incontravano per coordinare le future campagne. Ufficiali di Iraq, Siria, Iran e Russia s’incontravano nella sala operativa di Baghdad per coordinare l’ulteriore battaglia contro lo SIIL. Il Ministro della Difesa iraniano Brigadier-Generale Amir Hatami partecipava alla riunione della sala operativa e aveva ulteriori incontri coi leader delle Unità di mobilitazione popolare irachena (PMU) o Hashd al-Shabi. (Il comandante dell’IRGC Qasim Sulaymani, drappo rosso per tutte le forze antiraniane, è ora intenzionalmente tenuto nascosto). La riunione della sala operativa decideva operazioni ed attacchi futuri. Prima dell’incontro, gli ufficiali dell’intelligence militare del 4+1 identificavano l’obiettivo per un’operazione congiunta. L’attacco fu progettato per dare slancio alla nuova fase dei combattimenti. Doveva anche essere un avvertimento agli Stati Uniti.
Poco dopo l’incontro, l’Aeronautica irachena colpiva un centro di comando dello SIIL nella Siria orientale vicino Abu Qamal, nella zona controllata dagli Stati Uniti: “Secondo un portavoce militare iracheno, l’operazione fu completamente coordinata con l’Esercito arabo siriano”. Il Ministero della Difesa iracheno distribuiva il video dell’attacco a una villa di tre piani. In seguito, l’Iraq annunciò che 36 combattenti dello SIIL, inclusi dei capi, furono eliminati dall’attacco. Dopo l’attacco, l’US Inerent Resolve degli Stati Uniti cercò di prendersene il merito sostenendo che ne era coinvolto. “Asia del Sud-Ovest; l’aviazione irachena ha condotto un attacco aereo nei pressi di Hajin, in Siria, contro i terroristi dello SIIL che operano al confine tra Iraq e Siria, il 19 aprile. L’attacco fu approvato dal primo ministro iracheno e comandante in capo delle forze armate Dr Haydar al-Abadi. L’attacco dimostra l’impegno dell’Iraq a distruggere i resti dello SIIL che continuano a minacciare i suoi cittadini. L’operazione fu pianificata ed eseguita dal comando delle operazioni congiunte iracheno col supporto dell’intelligence della Coalizione”. “Questa operazione mette in evidenza le capacità delle Forze Armate irachene di perseguire aggressivamente lo SIIL e mantenere la sicurezza interna del Paese”, affermava il brigadier-generale Robert B. Sofge, vicecomandante delle operazioni della Joint Task Force – Operation Inherent Resolve. La missione della Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve è sconfiggere lo SIIL in aree di Iraq e Siria, e stabilire le condizioni per le operazioni per la stabilità regionale”.
Le mie fonti dicono che la dichiarazione degli Stati Uniti è fuorviante se non completamente falsa. Dopo che i quattro comandanti della sala operativa di Baghdad decisero l’attacco, il comando iracheno l’avviò. Gli iracheni ne informarono il comando OIR degli Stati Uniti, ma diedero solo una descrizione approssimativa dell’area da colpire. Detto diversamente, non fu dato agli Stati Uniti il tempo di avvertire lo SIIL. Il “supporto d’intelligence” degli Stati Uniti all’operazione consisteva nel tenere lontani i loro aerei. Il tweet del portavoce dell’OIR citato è una ripetizione della dichiarazione del comando OIR del 19 aprile che si accreditava ciò che non gli competeva. Mentre gli Stati Uniti coccolano lo SIIL in Siria per riusarlo per i propri scopi, i 4+1 pianificano un’ampia operazione congiunta per distruggere finalmente la minaccia taqfira. Mi aspetto che l’operazione abbia inizio dopo le elezioni del Parlamento iracheno del 12 maggio e il nuovo governo iracheno sia operativo. Dovranno essere preparate abbastanza forze siriane ed irachene. Sul versante siriano un ponte militare sull’Eufrate è stato recentemente ricostruito dall’Esercito arabo siriano e nuovo materiale arriva nell’area. L’incontro del Ministro della Difesa iraniano con le PMU suggerisce un ruolo importante per queste unità nella lotta imminente. Gli Stati Uniti cercheranno d’impedire o minare il piano o ne rimarranno fuori?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

Andrej Akulov SCF 13.12.2017A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq“. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra“. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria“. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi“. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA in ritirata mentre le forze filo-russe avanzano in Medio Oriente

Finian Cunningham SCF 06.11.2017È stata una settimana intensa per il Medio Oriente. Le forze filo-russe sono avanzate ulteriormente sconfiggendo i fantocci sponsorizzati dagli Stati Uniti in Siria, con una terribile dimostrazione di potenza a lungo raggio aeronavale contro i terroristi nei pressi di Dayr al-Zur. Questo mentre il Presidente Vladimir Putin veniva accolto nella capitale iraniana dall’Ayatollah Khamenei, per una riunione che chiariva nettamente la nuova realtà dell’autorità geopolitica regionale. Pochi giorni dopo, il premier libanese Sad Hariri, sostenuto dai sauditi, si “dimetteva” a sorpresa, senza esserlo per chi segue gli eventi. Hariri fece un discorso scioccante dalla capitale saudita Riyadh, accusando l’Iran e l’alleato libanese Hezbollah di “destabilizzare” il suo Paese e persino di volerlo assassinare. L’Iran denunciava l’arcano di Hariri come “messinscena” ed attuazione del programma deciso da Washington ed alleati regionali, Arabia Saudita ed Israele, volto a colpire Iran ed Hezbollah. Il presidente del Libano Michel Aoun, che ha rapporti abbastanza buoni con Iran ed Hezbollah, non era contento dell’addio del primo ministro alla tv dalla capitale saudita. Aoun riferiva, piuttosto, che si aspettava che Hariri ritornasse in Libano per spiegare le dimissioni mentre soggiornava in un Paese straniero. Il presidente libanese aveva anche respinto le dichiarazioni sull’interferenza iraniana negli affari interni del suo Paese. Nel frattempo, contemporaneamente, i governanti sauditi lanciavano la retata contro i rivali nel regno con la scusa di un'”azione contro la corruzione”. Decine di principi sauditi, così come ministri attuali ed ex, arrestati o licenziati per consolidare ulteriormente il potere di re Salman e suo figlio, il principe ereditario Muhamad bin Salman. Le notizie sui media occidentali tendevano a rappresentare colpevoli gli accusati, suggerendo una pulizia anticorruzione. Mentre la realtà è che il regime saudita concentra il potere autocratico sbarazzandosi dei rivali interni presunti. La mossa renderà i Saud ancora più insicuri nel detenere il potere assoluto. Tali incantesimi per spaventare criminali e nemici vari, ci dicono che la fine è vicina. Un po’ come smuovere le sedie a sdraio mentre il Titanic cola a picco. È un’opera disperata, ma inutile ad evitare l’inevitabile. Una realtà inevitabile è che la Siria è stata salvata dall’asse degli USA e dal suo piano criminale per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. La guerra di sei anni per il cambio di regime è stata sconfitta, soprattutto dall’intervento di Russia, Iran e Hezbollah a sostegno dello Stato siriano.
Quando Putin visitava Teheran, la scorsa settimana, era ovvio dall’interazione con l’Ayatollah Ali Khamenei che Russia-Iran sono la nuova forza dominante in Medio Oriente. L’asse guidato dagli Stati Uniti e con l’ordine di affermarvi il dominio col conflitto settario e il caos è decisamente in declino. La Siria rappresenta una grave sconfitta dell’asse guidato dagli Stati Uniti e, al contrario, una monumentale vendetta di Russia, Iran e Hezbollah che stabilizzaa una regione strategicamente importante. L’ex-premier libanese Sad Hariri ovviamente può gettare disperatamente i dadi al casinò dell’ultima chance. Ma non è sua l’iniziativa. Il patetico Hariri, dalla nazionalità saudita e libanese, esegue gli ordini dei suoi padroni dell’asse statunitense, accusando Iran ed Hezbollah di presunta discordia e di un complotto per assassinarlo, Hariri cerca con non chalance di gettare il suo Paese in una possibile guerra civile. Sad Hariri, miliardario il cui padre Rafiq fu ucciso con una bomba nel 2005, accende le tensioni settarie in Libano. Il suo Movimento futuro finanziato dall’Arabia Saudita accusa regolarmente Hezbollah di avergli ucciso il padre 12 anni fa. Non è chiaro chi uccise Rafiq Hariri. Hezbollah ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento. L’assassinio di Rafiq Hariri potrebbe essere stata una falsa bandiera di CIA e Mossad per accusare Hezbollah, incitare il settarismo regionale e demonizzare l’Iran. La drammatica, per non dire altro, dimissione di Sad Hariri da primo ministro libanese nel fine settimana, sembra un tentativo di riaccendere le passioni settarie in Libano e rientra nella trama per attuare l’agenda della destabilizzazione guidata dagli Stati Uniti nella regione. Avendo visto distrutto il loro piano nefasto in Siria, Washington e clienti regionali cercano di passare a un altro teatro. Il rifiuto dell’amministrazione Trump, il mese scorso, dell’accordo nucleare internazionale con l’Iran e l’adozione di nuove sanzioni di Washington per la presunta sponsorizzazione del terrorismo iraniano, sono coerenti col tentativo di aprire un nuovo conflitto. Trump vuole anche imporre nuove sanzioni a Hezbollah per presunto terrorismo nei confronti degli Stati Uniti. Dato che Hezbollah fa parte del governo di coalizione del Libano, le sanzioni di Washington vi alimenteranno le tensioni sociali e politiche. Ancora una volta il piccolo Paese mediterraneo è esposto ai pericoli della guerra civile per le ambizioni geopolitiche statunitensi, saudite e israeliane. Le cicatrici della guerra civile del Libano (1975-90) tra le fazioni religiose sono ancora vive. Hariri e i suoi manipolatori statunitensi e sauditi, deliberatamente riaprono quelle ferite. Tutto ciò perché l’asse statunitense non può sopportare la sconfitta storica subita in Siria per mano dell’Esercito arabo siriano, col sostegno di Russia, Iran ed Hezbollah. Tuttavia, il tentativo di spostare il conflitto altrove non è una mossa intelligente come i suoi orchestratori potrebbero pensare. Per cominciare, la regione e il mondo sono assai meglio informati sulla nevrotica agenda settaria e terroristica di Washington ed alleati. I clienti come Sad Hariri sono visti per ciò che sono. Volenterosi burattini che non hanno alcuna preoccupazione per il benessere delle proprie nazioni. Non solo Washington è denunciata come fonte dei conflitti in Medio Oriente, ma i suoi regimi clienti lo sono anche. Ciò spiega perché la Casa dei Saud si affretti a barricarsi contro un possibile dissenso interno. Ha i giorni contati e lo sa.
Naturalmente il pericolo è sempre presente. Ma la Russia ha ancora il diritto di essere orgogliosa di essere stata acclamata a ripristinare stabilità e pace in Medio Oriente. La Russia e i suoi alleati Iran, Libano, Siria e Iraq avanzano forgiando una regione innanzitutto al servizio degli interessi dei popoli, piuttosto che degli interessi di Washington e suoi regimi clienti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin e il Medio Oriente

Con la nuova iniziativa per porre fine alla crisi siriana, il presidente russo emerge quale principale regolatore della regione
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 1° novembre 2017Il Presidente Vladimir Putin sorprende regolarmente per i risultati politici, diplomatici e militari in Medio Oriente che ne affermano la qualità della leadership dimostrando di avere una strategia chiara per affrontare i vari problemi della regione, soprattutto la crisi siriana. L’intervento in Siria si è rivelato decisivo garantendo grandi successi sul campo: tregue nel Paese, istituzione di quattro zone di de-escalation e avvio dei colloqui quadro di Astana che hanno riunito i capifazione dell’opposizione armata coi rappresentanti del governo siriano. Putin ha sorpreso con un altro, e non meno importante, sviluppo. Sono stati invitati più di 33 fazioni e gruppi politici e tribali al dialogo nazionale di Sochi sul Mar Nero, per il 18 novembre. L’obiettivo è discutere e concordare a grandi linee la nuova costituzione siriana che deciderà carattere ed identità della Siria futura, consolidandone la convivenza e la partecipazione delle varie componenti confessionali ed etniche del Paese, ponendo le basi di un nuovo sistema politico istituito dalle tanto attese riforme. I tre Paesi interessati, Iran, Turchia e Siria, hanno accettato senza esitazione e approvato questo passo. Ciò significa che le parti più attive ed influenti della crisi siriana hanno adottato la tabella di marcia russa che vogliono abbia successo e sono altresì disposte a rimuovere eventuali ostacoli. La Turchia, per esempio, ha tolto il vecchio veto su qualsiasi coinvolgimento delle unità di protezione dei popoli curdi (YPG), che ha sempre visto come organizzazione ‘terroristica’ che sfida i suoi confini e minaccia la sua sicurezza. Ma non ha espresso alcuna obiezione alle YPG partecipi alla conferenza sulla Siria che mira ad includere i rappresentanti di tutti i gruppi etnici, religiosi e confessionali. La convocazione di questa conferenza, prevista tra tre settimane, dopo il settimo round dei colloqui di Astana, attesta la vittoria militare decisiva sul campo in Siria e l’avvio della fase politica dei colloqui e della riconciliazione nazionale, prerequisito per la stabilità e la ricostruzione.
Le conferenze sotto gli auspici nominali dell’ONU a Ginevra, sponsorizzate dagli Stati Uniti, sono superflue e superate dagli eventi, venendo abbandonate da tutti gli attori pertinenti e soppiantate dalla conferenza di Sochi. In termini strategici, la guerra in Siria è stata vinta dallo Stato col Presidente Bashar al-Assad saldo in carica di cui nessuno più seriamente ne chiede la rimozione, protetto dall’Esercito arabo siriano che ha dimostrato notevole saldezza per sette anni. Questo non sarebbe mai stato possibile senza Putin, il suo acume politico, prontezza ad agire rapidamente in aiuto degli alleati, resistenza quando suoi soldati e comandanti cominciarono ad essere presi di mira e capacità di stabilire forti ed efficaci alleanze politiche e militari, il suo rifiuto a farsi intimidire dagli Stati Uniti e dalle loro armadas. I suoi piani, almeno finora, si sono dimostrati precisi e accurati. Putin merita di diventare il primo regolatore del nuovo Medio Oriente che emerge dalle rovine di quattro decenni di dominio degli USA, agendo consultandosi cogli alleati fidati e di cui si fida. I funzionari dei Paesi limitrofi e di varie parti del mondo si presentano in numero crescente a Damasco per cercare di normalizzare le relazioni col regime. I sette anni di guerra civile lasciano il posto a sicurezza e stabilità in cui lo Stato può, o almeno deve, affrontare le priorità che è stato costretto a mettere da parte: riparare e riformare le strutture e provvedere alle esigenze di base dei cittadini, soprattutto giustizia sociale e partecipazione democratica al governo.Traduzione di Alessandro Lattanzio