La vittoria di Pirro degli Stati Uniti a Raqqa

La campagna per liberare Raqqa termina con la distruzione totale della città
Alexander Mercouris, The Duran 23 ottobre 2017Il mio collega Adam Garrie ha descritto vividamente il video che mostra la distruzione della città siriana di Raqqa, una volta capitale dell’autoproclamato ‘Califfato’ dello SIIL e ora in rovina totale. Come dice giustamente Garrie, Raqqa non è stata liberata ma distrutta. Ciò suscita pensieri amari. Innanzitutto, solo lo scorso anno i governi e i media occidentali denunciavano furiosamente i russi per il presunto bombardamento indiscriminato della città siriana di Aleppo, in parte allora occupata dai jihadisti di al-Qaida. Come ricordo chiaramente, russi e siriani furono accusati regolarmente di commettere crimini di guerra ad Aleppo, sottolineando in particolare una presunta deliberata uccisione di civili e bombardamenti di ospedali. La questione di Aleppo arrivava regolarmente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, portando a scambi e accuse di negligenza ai russi, in una situazione così tesa che il Presidente Putin si sentì obbligato a cancellare una visita in Francia quando seppe che il presidente francese Hollande si rifiutava di parlargli. Nel frattempo giornalisti occidentali come Vanessa Beeley e Eva Bartlett, che effettivamente si recarono ad Aleppo riferendo che la situazione era completamente diversa da come veniva descritta, furono aggrediti (che continuano) dai media occidentali, mentre le luride e fantasiose affermazioni sulle atrocità russe e siriane riversate dall’enclave jihadista ricevevano credito immediato. La realtà è che Aleppo dopo la fine dei combattimenti a dicembre, è emersa intatta ed è ancora una città popolosa e laboriosa, con la grande maggioranza degli edifici ancora in piedi e la sua popolazione ancora presente (in realtà rimase nei quattro anni di assedio jihadista) e molte persone che tornano a casa. Anche se il compito della ricostruzione è enorme, c’è almeno una città da ricostruire, come anche la BBC riporta. Il contrasto con Raqqa non potrebbe essere più netto. Non solo Raqqa è completamente distrutta (l’ONU dice che l’80% dei suoi edifici sono stati distrutti, mentre altri testimoni dicono che non c’è edificio in piedi) ma tutto è accaduto nel totale silenzio, senza parole di condanna dai governi o media occidentali mentre accadeva, o dopo. Ad esempio, David Gardner sul Financial Times ha solo questo da dire, “…dopo un assedio di cinque mesi guidato dai combattenti siriani con la copertura degli attacchi aerei statunitensi, le bandiere nere sono scomparse, il regno del terrore dello SIIL è finito, ma gran parte di Raqqa è in macerie”. Apparentemente una dichiarazione sufficiente per descrivere l’obliterazione totale di una città intera. Quanto al Guardian, in Gran Bretagna il più implacabile critico dell’operazione della Russia ad Aleppo l’anno scorso, una redazione che saluta la sconfitta dello SIIL a Raqqa non ha nulla da dire sulla distruzione della città. Forse per sconfiggere un’organizzazione come lo SIIL non c’era alternativa a Raqqa se non distruggerla. Questa è l’argomentazione dei commenti della CTV News “…la spettacolare devastazione della città spopolata ha posto domande sul prezzo della vittoria su un avversario fanatico e ha messo a nudo le difficoltà di ricostruire aree in cui i jihadisti hanno attuato una difesa feroce, lasciando solo terra bruciata e società traumatizzata. Da Falluja, Ramadi e Mosul in Iraq a Kobani, Manbij e Raqqa in Siria, lunghe campagne militari che alla fine hanno schiacciato i militanti hanno lasciato una scia di distruzione così vasta che sembrano essere state intraprese con poco rispetto per il domani…. Tuttavia, se vi fosse stato altro modo per strappare il controllo della città agli estremisti, è discutibile”. Forse è così, ma perché tale argomento, o scusa, non valeva l’anno scorso ad Aleppo dove la devastazione era assai inferiore che non a “Fallujah, Ramadi e Mosul in Iraq (e) Kobani, Manbij e Raqqa in Siria”. In realtà è difficile non essere d’accordo con la valutazione del Maggior-Generale Igor Konashenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo, che parlava della “liberazione” di Raqqa in questo modo, “L’immaginazione di Washington è controllare la Siria solo da Raqqa, una città provinciale, dove circa 200000 persone vivevano prima della guerra e, all’inizio dei cinque mesi di operazioni della coalizione per liberarla, non ce n’erano più di 45000. Confrontate Dayr al-Zur e la sua vasta periferia sull’Eufrate, che prima della guerra aveva una popolazione di oltre 500000 abitanti, che richiese alle forze siriane, col sostegno della Forza aerospaziale russa, dieci giorni per liberarla con tutto il territorio”. La rapida avanzata dell’Esercito arabo siriano nel territorio già detenuto dallo SIIL e la riuscita e rapida liberazione con distruzioni minime nelle città già occupate dallo SIIL come Palmyra, Dayr al-Zur e la “capitale alternativa” Mayadin, sono di un contrasto notevole. È importante ripetere un punto che in tutte le discussioni sulla sconfitta dello SIIL a Raqqa viene completamente dimenticato. Gli Stati Uniti non avevano alcuna autorità legale nel bombardare Raqqa. Raqqa è una città della Siria, e la sua popolazione è siriana. Gli Stati Uniti l’hanno comunque bombardata distruggendola per “liberarla” dallo SIIL, anche se senza l’accordo del governo siriano o del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo ogni valutazione oggettiva, il bombardamento statunitense di Raqqa ha violato il diritto internazionale, fatto ignorato dagli arzigogoli scelti dagli statunitensi per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Siria (ne discussi in dettaglio proprio all’inizio dell’intervento statunitense in Siria dimostrando perché si sbagliavano in un articolo per Sputnik).
Durante il furore dell’anno scorso, durante il bombardamento di Aleppo, si blaterava di funzionari russi da perseguire per crimini di guerra. In realtà i governi occidentali non fornirono alcuna prova che i russi commettessero un crimine di guerra in Aleppo, fatto che una relazione parlamentare della Gran Bretagna ha ammesso. Al contrario, c’è almeno un primo caso che il bombardamento di Raqqa, illegale, sproporzionato e ovviamente indiscriminato come è stato chiaramente, sia un crimine di guerra, anche se è inutile dire che non esiste alcuna possibilità che un funzionario statunitense sia perseguito. La domanda in sospeso su Raqqa, la più difficile a cui rispondere, è il motivo per cui la città doveva essere distrutta. Vi sono disaccordi sul numero dei combattenti dello SIIL a Raqqa, ma il massimo era 6000 prima che la battaglia cominciasse (altre stime sono molto più riduttive, il minimo era 2000), notevolmente inferiore al numero di jihadisti impegnati nella “Grande battaglia di Aleppo” dello scorso anno, al cui culmine sarebbero stati 30000. Dato il relativamente piccolo numero di combattenti dello SIIL a Raqqa, perché l’assedio ha richiesto così tanto tempo (quattro mesi) lasciando la città completamente distrutta? Forse i combattenti curdi che gli Stati Uniti hanno usato contro lo SIIL a Raqqa, non adempivano semplicemente al loro lavoro. Forse non erano abbastanza o non sarebbero stati adeguatamente addestrati. Le YPG, nucleo delle forze democratiche siriane che ‘hanno liberato’ Raqqa, sono una milizia locale, piuttosto che un esercito addestrato e, come i pishmirga in Iraq, non sarebbe la forza formidabile che a volte si spaccia. Ci sono anche relazioni su parte della popolazione araba di Raqqa poco felice che i “liberatori” siano curdi e che ciò l’avrebbe resa meno disponibile all’intelligence sulle posizioni dello SIIL di quanto atteso. Per contro, una delle ragioni per cui l’Esercito arabo siriano ha sconfitto lo SIIL in Siria orientale è l’ampia intelligence che riceve dai locali. Forse gli Stati Uniti erano obbligati a compensare col potere aereo il fallimento dei curdi sul campo e la loro incapacità ad ottenere una buona intelligence sulle posizioni dello SIIL. Tuttavia, a giudicare dalla storia delle guerre statunitensi, è difficile evitare la conclusione che il motivo per cui Raqqa sia stata completata distrutta è perché gli Stati Uniti non se ne preoccupavano. È il solito metodo di combattere una guerra degli Stati Uniti sin dalla Seconda guerra mondiale: bombardamenti senza restrizioni per raggiungere obiettivi politici per lo più malvagi, e senza badare a costi o conseguenze per i popoli. Il risultato è che le guerre sembrano continuare per sempre tra terribili distruzioni e che alla fine falliscono sempre. Hamid Karzai, ex-presidente dell’Afghanistan, al Valdai Forum in Russia ha descritto tale modo di condurre la guerra e i suoi terribili effetti, “Ma presto, cominciammo ad avere problemi. L’estremismo ritornò, come le violenze e il terrorismo. Gli Stati Uniti non badavano a dove provenissero, iniziando a bombardare i villaggi afghani, uccidendo il popolo afghano o imprigionandolo. E più lo facevano e più estremismo avevamo”.
Raqqa è stata distrutta perché i militari statunitensi non sanno fare altro. Il risultato di Raqqa è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati Uniti hanno fatto un deserto e lo chiamano pace.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Siria tra la morte del Generale Zahradin e la resa del PKK

Alessandro Lattanzio, 19/10/2017Il Maggior-Generale dell’Esercito arabo siriano, Isam Zahradin, cadeva nella provincia di Dayr al-Zur dopo che la sua auto era esplosa su una mina posta dai terroristi del SIIL, ad Huayjah al-Saqr. Il Generale Zahradin era il comandante della 104.ma Brigata aeroportata della Guardia repubblicana che aveva inflitto diverse sconfitte ai terroristi del SIIL mentre assediavano Dayr al-Zur. Cadeva assieme al Generale anche il Capitano Muhamad Aqram Qadr.
L’Esercito arabo siriano inviava nella provincia di Dayr al-Zur due Brigate delle Forze speciali, provenienti dalle regioni orientali della provincia di Hama, per condurre un’operazione sulla riva orientale dell’Eufrate, a sud di al-Busayrah. Nel frattempo, le unità dell’Esercito arabo siriano liberavano i quartieri Sahra al-Busaid, Tahtuh, al-Umal, Harabish, Huayjah al-Qata, Islah al-Husayniyah, la cartiera e il villaggio al-Juninah, ad ovest di Dayr al-Zur, mentre ad est liberavano al-Abad e al-Ziban, mentre consolidavano il controllo su al-Bumar, Muhasan, al-Bulayl, al-Salu, al-Zabari, Buqrus Fuqani, Buqrus Tahtani e Mayadin. L’Esercito arabo siriano aveva distrutto 14 tecniche, 3 carri armati e 2 blindati dello SIIL, e catturato un’enorme quantità di armi appartenenti al gruppo terroristico, tra cui mitragliatrici pesanti, autobombe, blindati, artiglieria semovente, droni e diversi tipi di munizioni. I velivoli russi avevano effettuato, nell’arco di una settimana, 83 sortite contro 174 obiettivi del SIIL, tra cui centri di comando e basi logistiche presso Dayr al-Zur, città ora liberata per il 90%.

Il Capo di Stato Maggiore Generale dell’Esercito arabo siriano, Generale Ali Abdullah Ayub, nella conferenza stampa tenutasi con la controparte iraniana, Generale Mohammad Hosein Bagheri, a Damasco, dichiarava, “Le esperienze militari accumulate avranno un ruolo chiave nell’eliminazione del terrorismo e siamo sicuri che il ruolo dell’Asse della Resistenza sarà molto più forte e la sua capacità di affrontare diverse sfide ancor più grande“. “Siamo qui a Damasco per migliorare la cooperazione e il coordinamento in caso di aggressione, sia da parte sionista e che dai terroristi“, dichiarava a sua volta il Maggior-Generale Bagheri. “Abbiamo discusso le modalità per rafforzare i rapporti e stabilire linee più ampie per la futura cooperazione“, aggiungeva. Inoltre, il Generale Ayub dichiarava che “Gli Stati Uniti ostacolano l’avanzata dell’Esercito arabo siriano nelle operazioni contro i gruppi terroristici. Gli Stati Uniti ricorrono a terroristi e mercenari per attaccare l’Esercito arabo siriano“. Infine, il capo della sicurezza siriana Ali Mamluq, il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov e il leader del PKK Murat Karayilan s’incontravano il 19 ottobre nella città siriana di Qamishli, per discutere del futuro delle YPG, delle basi statunitensi situate nelle aree occupate dalle YPG, e della soluzione politica della questione curda in Siria. Le YPG, in tale quadro, cedevano il controllo della compagnia petrolifera Conoco alle forze russe, nella provincia di Dayr al-Zur. Un consigliere ceceno era presente all’incontro, per discutere dell’estradizione dei terroristi ceceni dalla Siria.
Il 19 ottobre, l’Esercito arabo siriano respingeva un pesante attacco dello SIIL su Huayjah al-Saqr, infliggendo gravi perdite ai terroristi. I terroristi dello SIIL si ritiravano da 3 villaggi presso Dayr al-Zur: Muhaymidah, Safirah e Hasan, dopo aver concluso un accordo con le SDF. In precedenza numerosi terroristi dello SIIL furono trasferiti dal campo petrolifero al-Umar, a nord-est di Dayr al-Zur, ad al-Mayadin, allo scopo di rallentare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano in accordo con gli Stati Uniti e le SDF, mentre ad altri terroristi dello SIIL veniva permesso, da SDF e forze speciali degli USA, lasciare al-Husayniyah e al-Salahiyah per il campo petrolifero al-Umar. Le forze della coalizione statunitense avevano falsamente riferito che i terroristi dello SIIL erano stati trasferiti presso la prigione di al-Tabaqa, a Raqqa, e ad Ayn al-Arab (Kobani).Il simbolo della Resistenza di Dayr al-Zur è stato ucciso“, affermava una dichiarazione dell’Esercito arabo siriano. Isam Zahradin era caduto mercoledì 18 ottobre durante un’operazione speciale sull’isola di Saqr (Huayjah al-Saqr) nella provincia di Dayr al-Zur. Zahradin aveva partecipato a più di 80 operazioni della Guardia repubblicana siriana contro i terroristi taqfiri. L’ultima missione si era svolta a Dayr al-Zur. “Il Maggior-Generale Isam Zahradin, responsabile della difesa di Dayr al-Zur, è saltato su una mina ed è morto per le ferite sull’Isola Saqr. Zahradin era stato a capo delle difese di Dayr al-Zor per circa quattro anni“. Il 5 settembre le forze siriane spezzarono l’assedio di Dayr al-Zur entrando dalla zona settentrionale della città. Quattro giorni dopo, le unità siriane comandate dai Generali Isam Zahradin e Souhayl al-Hasan (il Tigre), riconquistavano il controllo dell’aeroporto militare di Dayr al-Zur. Alla fine del 2013, il comandante Zahradin fu inviato a Dayr al-Zur, fu convocato a Damasco nel giugno 2015 per essere inviato ad Hasaqah, sottoposta all’assalto dello SIIL. Nel gennaio 2017, dopo essere tornato a Dayr al-Zur, Isam Zahradin era nuovamente a capo delle difese della città, respingendo un nuovo assalto dello SIIL.

Il reporter Husayn Murtada con il Generale Isam Zahradin

Amico della Resistenza
Il generale siriano ebbe stretti legami coi combattenti di Hezbollah e i quadri della Resistenza dispiegati nella Siria orientale. Per lui, la fine dello SIIL in Siria era collegata all’inizio di una guerra più grande, per la liberazione del Golan. Essendo druso, la liberazione del Golan occupato non poteva lasciarlo indifferente. Il suo nome era nell’elenco del Mossad delle “persone da uccidere”.Fonte: PressTV

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I siriani hanno colpito un F-35 israeliano?

DNI 17 ottobre 2017Notizie indicano che la difesa aerea siriana ha danneggiato un aviogetto da combattimento F-35 dell’aeronautica israeliana. Secondo le notizie, Israele nasconde il fatto che un suo avanzato caccia F-35 è stato colpito da un missile S-200 siriano. Anche PressTV copre l’evento indicando questo scenario. “Sembra che la “dimostrazione di forza” israeliana durante l’ultima visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, sia stato un fallimento totale“, scrive South Front. Lo stesso giorno, le forze di difesa israeliane (IDF) hanno affermato che i loro aerei avevano colpito una batteria antiaerea delle forze della difesa aerea siriana, che aveva lanciato un missile contro gli aerei israeliani che sorvolavano il Libano. Secondo le informazioni disponibili, le forze della difesa aerea siriana avevano utilizzato un missile S-200 contro i velivoli da guerra israeliani. Questo missile sovietico è il più avanzato sistema antiaereo a lungo raggio a disposizione dei militari siriani. Anche così, è vecchio per la guerra moderna. Nonostante ciò, il Ministero della Difesa siriano dichiarava che le forze governative avevano risposto alla violazione dello spazio aereo “colpendo direttamente uno degli aviogetti, costringendo gli altri aerei israeliani a ritirarsi“. Questa dichiarazione è in contraddizione con l’affermazione israeliana secondo cui “alcun centro” era stato confermato.
Poche ore dopo l’incidente in Siria, i media israeliani riferivano che un caccia multiruolo F-35 dell’aeronautica israeliana era stato danneggiato dalla presunta collisione con uccelli durante un volo di addestramento. L’incidente, presumibilmente, sarebbe accaduto “due settimane prima“, ma veniva rivelato pubblicamente solo il 16 ottobre. Tuttavia, le fonti israeliane non potevano mostrare alcuna foto dell’F-35 dopo la “collisione con gli uccelli“. Inoltre, non è chiaro se l’F-35 potrà rientrare in servizio perché il rivestimento stealth è stato danneggiato. Così, secondo la versione israeliana, l’aereo non sarebbe più operativo dalla collisione, nonostante l’F-35 abbia superato le prove d’impatto con uccelli con ottimi risultati (informazioni ufficiali qui).
L’F-35 è l’aereo da guerra più costoso del mondo. Il costo del suo sviluppo è ora di circa 406,5 miliardi di dollari. Israele acquista attivamente l’auto-proclamato caccia più avanzato del mondo a circa 100 milioni di dollari per aereo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La difesa aera siriana spara per prima

PressTV 17 ottobre 2017

Il Segretario Generale di Hezbollah ha predetto nell’ultimo discorso che una guerra è vicina e che gli ebrei anti-sionisti dovrebbero lasciare Israele tornando nei Paesi d’origine, altrimenti “bruceranno” senza che Netanyahu possa o abbia il tempo di salvarli. Abdalbari Atwan, rinomato editore del quotidiano Rai al-Yum, ritornava nell’ultimo articolo sul combattimento aereo tra Israele e forze armate siriane sul Libano, il 16 ottobre, sullo sfondo della reazione della difesa aerea siriana all’aggressione degli aerei da combattimento israeliani che conducevano una missione da ricognizione, non nel cielo siriano ma in quello libanese: “Il comunicato dell’Esercito arabo siriano sugli aerei da combattimento israeliani colpiti e costretti a fuggire, è uno sviluppo completamente nuovo che segna una svolta nella strategia dell’Asse della Resistenza, una strategia che non tollera più alcuna violazione dello spazio aereo libanese o siriano“. “È vero che la dichiarazione dell’esercito israeliano, pubblicata precipitosamente nei minuti successivi l’attacco, deforma la realtà nascondendo il panico dell’esercito israeliano. A credere al testo, l’aeronautica israeliana avrebbe distrutto una batteria di missili dispiegati a est di Damasco. I capi politici e militari di Tel Aviv non hanno dimenticato che per la prima volta “subivano e non infliggevano”. In seguito, ufficiali israeliani si sono susseguiti ad affermare che “Israele non cerca tensioni a tutti i costi e preferisce la tranquillità su tutto! Calma, dicono… strano!” Nel resto dell’articolo, l’autore ribadisce i termini del comunicato israeliano e aggiunge: “La cosa più strana di tutti è il silenzio del primo ministro Netanyahu e dei suoi portavoce, che non hanno detto nulla dell’attacco. Netanyahu si è accontentato di generalizzare: “Chiunque voglia attaccare Israele o la sua sicurezza sarà punito” o “ho fatto della salvaguardia della sicurezza una missione personale”, che verrà svolta “secondo le esigenze specifiche d’Israele”. Ciò significa che anche Lieberman, il capo dell’esercito, non può più garantire la sicurezza d’Israele. E capiamo perché Netanyahu abbia cercato di aiutarlo calmando i coloni che ora si aspettano il peggio“. Allo stesso tempo, Atwan si concentra, non senza ragione, sul messaggio del “missile sparato dall’antiaerea siriana” scrivendo: “Il messaggio è più che chiaro: la pazienza di Damasco ha raggiunto il limite. Non è più tollerabile vedere aerei di combattimento sionisti spiare siti sensibili sul suolo siriano dal cielo libanese, prima di abbatterli impunemente. Come Israele sa, il cielo del Libano costituisce ora il prolungamento naturale dello spazio aereo della Siria e pertanto qualsiasi violazione del cielo libanese sarà contrastato, non importa a quale prezzo. Il messaggio è cruciale. Israele è nel panico totale davanti a uno Stato siriano che, dopo sette anni di guerra, è riuscito a distruggergli degli aerei. Stato siriano che, inoltre, è affiancato da Hezbollah ben armato e pronto a qualsiasi evenienza. Il panico si legge soprattutto nelle parole di Avigdor Lieberman affidate a Walla, dove riconosceva la vittoria di Assad con franchezza inedita: “Assad ha vinto, e tutti i Paesi musulmani si accodano per averne i favori“.”
Poi nell’editoriale, l’autore collega il bellicismo anti-siriano d’Israele e la risposta di Damasco da un lato e la nuova strategia degli Stati Uniti verso l’Iran dall’altro, una strategia basata sul rifiuto del presidente Trump di certificare l’accordo nucleare o sulle sanzioni imposte al Corpo dei Guardiani Rivoluzionari Islamici. “Una strategia espressa durante un discorso che accusava l’Iran di sostenere il terrorismo, destabilizzando il Medio Oriente e gli alleati di Washington“: “Questi sono i segni di una conflagrazione del fronte che si stagliano all’orizzonte, una sfida su cui il Segretario generale di Hezbollah, Nasrallah, avvertiva indicando al premier israeliano come colui che la vuole. Ciò che preoccupa Netanyahu in realtà sono lo Stato siriano in ripresa, un Iraq che ritorna e un “ponte” che viene issato tra Iran e Libano attraverso Siria e Iraq, così come le forze di Hezbollah schierate a Qunaytra e Dara col sostegno dei consiglieri militari iraniani, permettendogli di costruire delle basi, anche se significa aprire un fronte sul Golan occupato, alle porte d’Israele. “Questo corridoio”, di cui lui e i suoi compari continuano a parlare, si estende da Mazar i-Sharif in Afghanistan a Zahiya, a sud di Beirut, sul Mediterraneo, una via per inviare armi e munizioni per l’Asse della Resistenza. E questo asse è una realtà poiché l’Esercito arabo siriano ora usa le batterie dei missili antiaerei S-200 contro i caccia israeliani in fuga. Nulla dice che i prossimi missili non siano S-400 che Damasco sparerebbe contro aerei attaccanti col via libero russo”.
Atwan è pronto a scommettere che “il Medio Oriente cambierà” perché “la Siria è sul punto di riprendere forza molto rapidamente, con l’aiuto di Russia e Iran“: “È un una realtà così profondamente capita da Washington e Tel Aviv, da far tremare Israele e i generali statunitensi… Non senza motivo Nasrallah invitava gli ebrei a lasciare Israele prima che sia troppo tardi, dato che la prossima guerra con Israele sarà diversa: ora arabi e musulmani del Medio Oriente possiedono una “forza deterrente”. Queste persone, gli israeliani le hanno già messe alla prova tre volte senza poterli sconfiggere. I nemici d’Israele non sono più dei regimi arabi corrotti che puntano tutto sulle carte truccate statunitensi. Sono diversi, nuovi a memoria dell’uomo mediorientale“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria, Erdogan ha paura di entrare ad Idlib

Moon of Alabama, 7.10.2017Il presidente turco Erdogan ha annunciato l’avvio dell’operazione turca nella provincia siriana di Idlib, da anni occupata da al-Qaida in Siria, etichettatasi Hayat Tahrir al-Sham. Nei colloqui di Astana, Turchia, Russia e Iran hanno concordato una zona di de-escalation a Idlib supervisionata dai tre. Ma la lotta ad al-Qaida continuerà. La Turchia dovrà controllare la parte occidentale della provincia, inclusa la città di Idlib. Ma il governo turco ha paura di entrarvi. Negli ultimi giorni vi sono stati molti rapporti e immagini sui movimenti turchi al confine siriano nordoccidentale. Ma la Turchia non ha tentato di entrare ed è dubbio che lo farà. L’annuncio di Erdogan ha bisogno di qualche spiegazione: “Oggi inizia una seria operazione ad Idlib, in Siria, e continuerà“, dichiarava Erdogan in un discorso al partito AK, aggiungendo che la Turchia non permetterà un “corridoio terrorista” al confine con la Siria. “Per ora l’esercito libero siriano esegue l’operazione”, dichiarava. “La Russia proteggerà i confini (della regione di Idlib) dall’esterno e noi ci occuperemo dell’interno. La Russia supporta l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dalla Turchia“, aggiungeva. “Dalla Turchia” significa naturalmente che l’esercito turco non entrerà in Siria. Almeno non adesso. La Turchia ha inviato 800 mercenari “turcomanni” dalla zona dello “Scudo d’Eufrate” a nord-est di Aleppo al confine occidentale con Idlib. “Scudo dell’Eufrate” è la lotta allo Stato islamico per impedire un possibile corridoio dei “terroristi” curdi dalla Siria nordorientale all’enclave curda nordoccidentale di Ifrin. La Turchia ha perso molti carri armati e circa 70 soldati nei combattimenti. Erdogan è stato criticato in Turchia per l’operazione raffazzonata. I combattenti turchi inviati ad Idlib appartengono a liwa Hamza, liwa al-Mutasim e altri gruppi dell'”esercito libero siriano” armato dai turchi. Dovranno andare senza carri armati e artiglieria. Alcune forze speciali turche potrebbero richiedere il sostegno dell’artiglieria turca. Ma alcun sostegno aereo turco sarà disponibile poiché Siria e Russia insistono per controllare lo spazio aereo.
Un video recente mostra un gruppo di terroristi dell’HTS attaccare un avamposto da veri veterani, dotati di missili anticarro AT-4, mortai da 60mm, mitragliatrici leggere e lanciagranate Milkor, con buone uniformi, stivali nuovi e cinture per munizioni. Non è materiale preso all’Esercito arabo siriano o roba di seconda mano di qualche Paese dell’Est. È moderna roba “occidentale”. Costoro hanno ancora ricchi sponsor ed eccellenti fornitori. La Russia ha recentemente bombardato molte posizioni di al-Qaida ad Idlib. L’intelligence turca potrebbe averla aiutata. Ma al-Qaida è ancora una forza decente. Le forze filo-turche probabilmente non sono al livello dei terroristi di al-Qaida ben equipaggiati e veterani dei combattimenti. La Turchia per sei anni ha rifornito e coccolato al-Qaida in Siria. Il gruppo ha molte relazioni e personale in Turchia. L’accordo di Astana ora obbliga la Turchia a combatterla. Erdogan cade nella sua trappola. Se dovessero scontrarsi HTS e forze turche in Siria, la lotta causerebbe molte vittime ad Ankara e Istanbul. Erdogan potrebbe ancora credere di poter in qualche modo addomesticare l’HTS. L’agenzia Anadolu del governo non menziona nemmeno l’origine di al-Qaida né il lungo controllo dell’area, cercando di dipingere un quadro piuttosto rosa dell’HTS come ente antiamericano: “Tahrir al-Sham, gruppo anti-regime, è in prima linea con attività crescenti ad Idlib, recentemente. Tahrir al-Sham non ha fatto dichiarazioni dirette contro l’arrivo di truppe turche nella regione. D’altra parte, il gruppo e altri si oppongono all’ingresso dell’esercito libero siriano ad Idlib, pronto ad arrivare dall’area dell’operazione Scudo dell’Eufrate. Il gruppo giustifica la contrarietà dicendo che i gruppi che arriverebbero nella regione sono sostenuti dagli Stati Uniti”.
Il giornale turco Hurriyet è meno sensibile alle esigenze di Erdogan: “Idlib è controllata dall’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex-affiliata ad al-Qaida che ha cambiato denominazione, l’anno scorso, da Jabhat al-Nusra. HTS non rientra nell’accordo tra Russia, Turchia e Iran sulla zona sicura della provincia, una delle quattro zone di “de-escalation” nazionali. Sarà necessario sbarazzarsi dell’HTS per consentire l’arrivo di forze iraniane, russe e turche per attuare la zona di de-escalation”. Ad Astana Erdogan ha avuto l’incarico di ripulire il disordine creato ad Idlib sostenendo i jihadisti. Non ama tale compito, ma non ha altra scelta. Se la de-escalation fallisce perché l’HTS rimane, Siria ed alleati arriveranno ad Idlib. La Turchia dovrà quindi far fronte a migliaia di jihadisti e a un milione di rifugiati. Se Erdogan invia forze turche nella zona di Idlib, ci sarà una lotta costosa che presto lo metterà in difficoltà nel proprio dominio. Fare la pace con HTS non è un’opzione. HTS ha respinto tutte le offerte per “cambiare pelle” e sciogliersi. Iran, accordo di Astana e varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vi si oppongono. Sarà difficile per la Turchia sciogliere il nodo.Traduzione di Alessandro Lattanzio