Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense?

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 05/12/2015La Lend-Lease Act o “Legge per promuovere la difesa degli Stati Uniti”, firmata dal Presidente Roosevelt l’11 marzo 1941, gli diede il diritto di “vendere, trasferire, scambiare, affittare, prestare o altrimenti disporre… qualsiasi prodotto per la difesa… al governo di qualsiasi Paese la cui difesa il presidente ritenesse vitale per gli Stati Uniti”. Il termine “qualsiasi prodotto per la difesa” era inteso per armi, attrezzature militari, munizioni, materie prime strategiche, prodotti alimentari e beni di consumo richiesti dall’esercito e dalle forze di difesa nazionale, nonché le informazioni di carattere militare. La struttura della Lend-Lease Act chiedeva alla nazione beneficiaria di soddisfare una serie di condizioni:
1) il pagamento non era richiesto per oggetti mancanti o perduti o distrutti durante le ostilità, ma qualsiasi proprietà che sopravvivesse e idonea all’uso civile andava pagata in tutto o in parte, come rimborso del prestito a lungo termine concesso dagli Stati Uniti
2) gli articoli militari immagazzinati nei Paesi beneficiari potevano restarvi fin quando gli Stati Uniti non ne richiedessero la restituzione
3) a loro volta, i beneficiari dovevano assistere gli Stati Uniti utilizzando tutte le risorse e le informazioni in loro possesso
La Lend-Lease Act chiese ai Paesi che la richiesero di fornire agli Stati Uniti una relazione finanziaria esaustiva. Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti Henry Morgenthau, Jr. riconobbe questo requisito come qualcosa di inedito negli affari mondiali, sostenendo presso la commissione del Senato che, per la prima volta nella storia, uno Stato e un governo volontariamente fornissero informazioni a un altro sulla propria posizione finanziaria. Con l’aiuto della Lend-Lease Act, l’amministrazione del Presidente Roosevelt si preparò ad affrontare una serie di questioni urgenti, sia estere che interne. In primo luogo, la legge permetteva di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, non ancora completamente usciti dalla grave crisi economica del 1929-1933. In secondo luogo, la Lend-Lease Act permise al governo statunitense di esercitare una certa influenza nei confronti dei Paesi che ne avrebbero ricevuto i prestiti. In terzo luogo, inviando agli alleati armi, beni e materie prime, ma non soldati, il Presidente Roosevelt riuscì a rimanere fedele alla promessa elettorale secondo cui: “I vostri figli non saranno inviati in alcuna guerra straniera“. Il sistema dei prestiti non fu in alcun modo progettato per aiutare l’URSS. Gli inglesi furono i primi a chiedere assistenza militare secondo la speciale relazione del prestito (simile a un leasing operativo) a fine maggio 1940, nel momento in cui la sconfitta netta della Francia aveva lasciato la Gran Bretagna senza alleati nel continente europeo. Londra chiese a Washington 40-50 “vecchi” cacciatorpediniere, offrendo tre opzioni di pagamento: gratuitamente, in contanti o affitto. Il Presidente Roosevelt accettò subito la terza opzione, e la transazione fu completata alla fine dell’estate 1940. A questo punto, gli impiegati del dipartimento del Tesoro degli USA ebbero l’idea di usare il concetto alla base di questo accordo privato ed estenderlo a tutte le relazioni intergovernative. I dipartimenti di Guerra e della Marina furono portati a sviluppare il disegno di legge del prestito, e il 10 gennaio 1941 l’amministrazione statunitense la presentò alle camere del Congresso, dove fu approvata l’11 marzo. Nel settembre 1941, dopo un lungo dibattito, il Congresso degli Stati Uniti approvò ciò che è noto come programma della vittoria, la cui essenza, secondo gli storici militari Richard Leighton e Robert Coakley, era che “il contributo degli USA alla guerra sarebbe stato in armi, e non eserciti”. Il 1 ottobre 1941, il Commissario per gli Affari Esteri Vjacheslav Molotov, il ministro degli Approvvigionamenti inglese Lord Beaverbrook e l’inviato speciale degli USA Averell Harriman firmarono il primo protocollo di Mosca che segnò l’inizio dell’espansione del programma dei prestiti all’Unione Sovietica. Successivamente furono firmati diversi protocolli aggiuntivi.Quanto fu importante il prestito statunitense?
Durante la guerra, le fabbriche sovietiche produssero più di 29,1 milioni di armi leggere dei principali tipi, mentre solo 152000 (0,5% del totale) furono prodotte da impianti statunitensi, inglesi e canadesi. Guardando ai sistemi di artiglieria di ogni calibro, si vede un quadro simile: 647600 cannoni e mortai sovietici contro 9400 di origine estera, meno dell’1,5% del totale. I numeri sono più importanti per altri tipi di armamenti: il rapporto tra carri armati e artiglierie semoventi nazionali ed alleati è rispettivamente 132800 contro 11900 (8,96% ) e per gli aerei da combattimento 140500 contro 18300 (13%). Dei 46 miliardi di dollari spesi per i prestiti, gli Stati Uniti ne stanziarono solo 9,1, cioè poco più del 20%, per l’Armata Rossa, che sconfisse il grosso delle divisioni da Germania e dei suoi satelliti militari. In quel periodo l’impero inglese ebbe più di 30,2 miliardi di dollari, la Francia 1,4, la Cina 630 milioni di dollari e anche l’America Latina (!) ricevette 420 milioni di dollari. Le forniture in prestito furono consegnate a 42 Paesi. Ma forse, nonostante il fatto che i quantitativi dell’aiuto transatlantico fossero abbastanza trascurabili, è possibile che abbiano svolto un ruolo decisivo nel 1941, quando i tedeschi erano alle porte di Mosca e di Leningrado, a 24-40 km dalla Piazza Rossa? Si guardino le statistiche dell’invio di armi di quell’anno. Dall’inizio della guerra fino alla fine del 1941, l’Armata Rossa ricevette 1,76 milioni di fucili, armi automatiche e mitragliatrici, 53700 cannoni e mortai, 5400 carri armati e 8200 aerei. Di questi, i nostri alleati nella coalizione anti-hitleriana fornirono solo 82 pezzi d’artiglieria (0,15%), 648 carri armati (12,14%) e 915 aerei (10,26%). Inoltre, gran parte degli equipaggiamenti militari inviati, in particolare, 115 dei 466 carri armati fabbricati nel Regno Unito, non furono nemmeno portati al fronte nel primo anno di guerra. Se si contano queste consegne di armi ed attrezzature militari nell’equivalente monetario, secondo lo storico Mikhail Frolov in Velikaja Otechestvennaja Vojna 1941-1945 v Nemetskoj Istoriografii (La Grande guerra patriottica 1941-1945 nella storiografia tedesca), San Pietroburgo, 1994, “fino alla fine del 1941, il periodo più difficile per lo Stato sovietico, secondo la legge Lend-Lease, gli Stati Uniti inviarono materiali nell’URSS per 545000 dollari, sui 741 milioni di dollari per tutti i Paesi della coalizione anti-hitleriana. Ciò significa che durante questo periodo straordinariamente difficile, meno dello 0,1% degli aiuti degli USA fu inviato nell’Unione Sovietica. “Inoltre, le prime spedizioni dei prestiti, nell’inverno 1941-1942, arrivarono nell’URSS molto tardi, anche se in quei mesi critici l’URSS poté affrontare da sola l’impressionante scontro con gli aggressori tedeschi, senza alcuna assistenza promessa dalle democrazie occidentali. Entro la fine del 1942 solo il 55% delle consegne previste fu effettuato nell’Unione Sovietica“. Per esempio, nel 1941 gli Stati Uniti promisero d’inviare 600 carri armati e 750 aerei, ma effettivamente ne inviarono rispettivamente 182 e 204.
Nel novembre 1942, cioè al culmine della battaglia per il Caucaso e Stalingrado, l’invio di armi praticamente fu fermato. L’interruzione iniziò già nell’estate 1942, quando i velivoli e i sommergibili tedeschi eliminarono quasi completamente l’infausto Convoglio PQ17 abbandonato (su ordine dell’Ammiragliato) dai cacciatorpediniere inglesi incaricati di accompagnarlo. Tragicamente solo 11 delle 35 navi arrivarono nei porti sovietici, una catastrofe usata come pretesto per sospendere i successivi convogli dalla Gran Bretagna, fino al settembre 1942. Un nuovo convoglio, il PQ18, perse 10 delle 37 navi lungo la rotta e il successivo convoglio fu inviato solo a metà dicembre 1942. Quindi, per tre mesi e mezzo, quando una delle battaglie più decisive della Secondo guerra mondiale si svolgeva sul Volga, meno di 40 navi cariche di prestiti giunsero ad intermittenza a Murmansk e Arkhangelsk. Perciò molti erano comprensibilmente sospettosi verso Londra e Washington, che passavano il tempo in attesa di vedere chi sarebbe sopravvissuto dalla battaglia di Stalingrado. Di conseguenza, tra il 1941 e il 1942 solo il 7% dei carichi di guerra spediti dagli Stati Uniti fu diretto nell’Unione Sovietica. La maggior parte delle armi e degli altri materiali arrivò nell’Unione Sovietica nel 1944-1945, una volta che i venti di guerra cambiarono decisamente.

Hawker Hurricane

Qual era la qualità delle attrezzature militari?
Dei 711 aerei da combattimento arrivati nell’URSS dal Regno Unito alla fine del 1941, 700 erano modelli antiquati come Kittyhawk, Tomahawk e Hurricane, significativamente inferiori ai tedeschi Messerschmitt e ai sovietici Jakovlev sia in velocità che agilità, e non erano nemmeno equipaggiati con armi da fuoco. Anche se un pilota sovietico riusciva ad avere un asso tedesco nel mirino delle mitragliatrici, queste armi dal calibro di fucile erano spesso completamente inutili contro la robusta blindatura degli aerei tedeschi. Riguardo ai più recenti aerei da combattimento Airacobra, solo 11 furono consegnati nel 1941, e il primo arrivò nell’Unione Sovietica smontato, senza documentazione e avendo già svolto la sua vita utile. Per inciso, fu così per i due squadroni di caccia Hurricane armati di cannoni da 40 mm e progettati per l’impiego contro i veicoli corazzati tedeschi. Ma questi aerei da combattimento si rivelarono talmente inutili che non parteciparono alla guerra rimanendo sotto nafatlina nell’URSS poiché non si trovarono piloti sovietici che li volessero pilotare. Una situazione simile si ebbe con i carri armati leggeri Valentine inglesi, che i carristi sovietici soprannominarono “Valentina“, e i carri armati medi Matilda, ai quali riservarono un epiteto peggiore: “Addio alla nostra Patria“. La loro sottile blindatura, i motori a benzina altamente infiammabili e le trasmissioni preistoriche li resero facile preda di cannoni e lanciagranate tedeschi. Secondo Valentin Berezhkov, interprete di Josif Stalin che partecipò a tutti i negoziati tra i leader sovietici e i visitatori anglo-statunitensi, Stalin fu spesso profondamente offeso dalle azioni inglesi come l’offerta di aerei obsoleti, quali gli Hurricane, come materiale in prestito, invece di nuovi caccia come lo Spitfire. Inoltre, nel settembre 1942, in una conversazione con Wendell Willkie, leader del partito repubblicano statunitense, Stalin chiese di fronte agli ambasciatori statunitense ed inglese William Standley e Archibald Clark Kerr, perché i governi inglese e statunitense inviano equipaggiamenti di scarsa qualità in Unione Sovietica? Spiegò di parlare principalmente dell’invio dei P-40 statunitensi invece dei più aggiornati Airacobra e aggiunse che gli inglesi fornivano i caccia completamente inadeguati Hurricane, assai inferiori a quelli tedeschi. Stalin affermò che una volta che gli statunitensi si prepararono ad inviare 150 Airacobra in Unione Sovietica, gli inglesi intervennero e se li presero. “Sappiamo che statunitensi ed inglesi hanno aerei uguali o superiori ai modelli tedeschi, ma per qualche motivo non li inviano nell’Unione Sovietica“. L’ambasciatore statunitense Ammiraglio Standley, non sapeva nulla, ma l’ambasciatore inglese Archibald Clark Kerr ammise di esserne a conoscenza, ma difese il loro reimipiego con la scusa che nelle mani inglesi questi caccia sarebbero stati molto più utili alla comune causa alleata che non nell’Unione Sovietica…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Russia nella creazione dello spazio economico eurasiatico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 10.07.2017Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di Zriferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda alla Russia come affidabile esportatrice di idrocarburi

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook, 22.06.2017

Come sapete, il Giappone non dispone di risorse naturali sufficienti a garantire la propria sicurezza energetica senza rivolgersi a un attore estero. Allo stesso tempo, un vicino, la Russia, possiede impressionanti riserve idrocarburi e sarebbe tra i maggiori esportatori verso il Giappone. Tuttavia, è difficile descrivere come impressionanti gli scambi tra i due Stati, difatti è l’esatto contrario. Ma sembra che il governo giapponese abbia finalmente affrontato il fatto di non trarre benefici dalla posizione geografica del Giappone, così Tokyo decide d’intensificare i tentativi di proseguire la cooperazione economica con la Russia. Infatti, si parla dell’aumento delle importazioni di idrocarburi dalla Russia da tempo. Non c’è dubbio che il disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che ha portato alla chiusura della maggioranza delle centrali nucleari in Giappone, abbia reso la Russia ancora più attraente come partner commerciale di Tokyo. È vero che il Giappone importa gas naturale liquefatto russo (GNL), partecipando allo sviluppo dei giacimenti Sakhalin-1 e Sakhalin-2 e alla costruzione dell’impianto GNL nell’ambito del progetto Jamal-LNG. Tuttavia, il livello di cooperazione in tale area è lontano dal pieno potenziale. Si ricordi che la quota della Russia nelle importazioni di GNL del Giappone raggiunge appena l’8%. Oggi Tokyo importa la maggior parte di GNL da Australia, Indonesia e Medio Oriente, malgrado i notevoli costi di trasporto. Questa situazione pesa molto sul bilancio del Giappone e non c’è garanzia che possa essere sicuro di ottenere ciò che ha pagato, dato che una lunga navigazione è sempre accompagnata da certi rischi. Inoltre, è praticamente rischioso ricevere risorse d’importanza strategica da un numero limitato di fornitori, in quanto rende pericolosamente dipendenti dai partner. Anche se si mantengono buone relazioni, c’è sempre la possibilità di complicazioni impreviste che possano ostacolare i rifornimenti vitali.
La JFE Holdings giapponese l’ha appreso a caro prezzo, nonostante l’azienda sia la seconda dei produttori di acciaio nazionali. Per mantenere i livelli produttivi, ogni acciaieria ha bisogno di molto combustibile, il più comunemente utilizzato nell’industria siderurgica è il carbone da coke, dato che è economico ed affidabile. Nel 2016, JFE Holdings acquistò complessivamente 60 milioni di tonnellate del minerale, di cui oltre il 70% dall’Australia, tradizionalmente tra i principali esportatori di carbone nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, quando un disastro naturale danneggiò la rete ferroviaria australiana nel marzo 2017, ostacolandone le consegne, la JFE Holdings fu costretta a rivolgersi a Canada, Cina e Stati Uniti. Va da sé che dovette comprare grandi quantità di carbone a prezzi svantaggiosi. Dopo questo incidente spiacevole, il Giappone comprese la necessità di espandere il numero di fornitori per ridurne la dipendenza dall’Australia. Nel maggio 2017, JFE Holdings annunciò piani per diversificare le importazioni di carbone da coke. La direzione aziendale dichiarò che tra i candidati futuri c’erano Canada, Mozambico e Russia. Va notato che oggi la Federazione Russa sviluppa nuovi giacimenti di carbone in Estremo Oriente, non lontano dal Giappone. Tuttavia, l’industria siderurgica del Giappone non è l’unica che necessita grandi quantità di carbone. Il disastro nucleare di Fukushima Daiichi ha portato Tokyo a costruire numerosi impianti CHP a carbone. Nei prossimi anni le importazioni di carbone giapponesi dovrebbero aumentare significativamente, e sarebbe redditizio per il Giappone acquistarne dalla Russia. Va ricordato che già nel 2016 si svolsero negoziati tra Tokyo e Mosca sugli investimenti per sviluppare i porti dell’Estremo Oriente della Russia per garantire elevati traffici. Il Giappone vuole importare carbone dalla Jakutija in grandi volumi e quindi ha deciso di firmare numerosi accordi per garantirsi la sicurezza energetica. Tuttavia, l’attuazione di questi piani non va come si vorrebbe. Ad esempio, il gruppo giapponese Tosei, attraverso una controllata, nell’aprile 2016 s’installava del porto di Vladivostok per costruire un complesso per trasbordare carbone da 60 miliardi di rubli. Il progetto doveva essere finanziato dai giapponesi. Inoltre, la costruzione di un terminale, in grado di ricevere 20 milioni di tonnellate di carbone all’anno, era prevista ai primi del 2017, ma non è mai iniziata. L’avvio dei lavori di costruzione fu ritardato di un anno e ora sarà parzialmente operativo nel 2020. Nonostante il ritardo, il progetto sarà probabilmente attuato, dato che l’incidente che ha disgregato i rifornimenti di carbone australiano mostra che il Giappone ha davvero bisogno di diversificare le importazioni.
Nell’aprile 2017, il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe, con la presenza del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak. Fu detto che le parti discussero di progetti come la creazione del gasdotto Sakhalin-Hokkaido e di un elettrodotto marittimo da costruire nel prossimo futuro. Subito dopo l’incontro, il Ministro dell’economia, commercio e industria giapponese Hiroshige Seko dichiarò che il Giappone non è soddisfatto della dipendenza da gas e petrolio del Medio Oriente, poiché l’instabilità politica della regione minaccia costantemente la sicurezza energetica del Giappone. Ecco perché il Giappone è veramente interessato ad incrementare le forniture di GNL russo. In conclusione si può notare che, nonostante il lento sviluppo delle relazioni russo-giapponesi nel settore energetico, i due Paesi hanno un grande futuro davanti. Il Giappone ha già iniziato a ricostruire le proprie capacità nucleari, ma la domanda di energia elettrica supera qualsiasi misura che Tokyo ha attuato finora. Ecco perché si può essere convinti che commercio e cooperazione energetica russo-giapponese raggiungeranno un nuovo livello.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina ha iniziato la distruzione del dollaro

Byron King, Reseau International 3 giugno 2017

La Cina cambia i termini del commercio petrolifero con l’Arabia Saudita. In particolare, lavora a un accordo per pagare il petrolio saudita utilizzando lo yuan cinese. Questo sforzo rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza del dollaro. Se l’accordo Cina-Arabia Saudita viene concluso, yuan per petrolio, sarà un ulteriore passo verso la tomba del petrodollaro che domina la finanza globale dal 1974. Lo si può vedere nell’articolo di Jim Rickards sull’assalto al dollaro qui. Per ricapitolare, il petrodollaro s’indebolisce perché il dollaro perde potere da valuta di riserva mondiale, similmente alla sterlina a poco a poco caduta in disgrazia durante il declino dell’impero inglese. Il declino può richiedere molto tempo, ma ciò che si vede oggi è un altro passo verso declino e morte del dollaro. Vorrei dirvi come proteggere i vostri beni in dollari dopo aver spiegato questo cambiamento.
Dal 1974, l’Arabia Saudita ha accettato il pagamento di quasi tutte le esportazioni di petrolio, in tutti i Paesi, in dollari. Ciò è dovuto all’accordo tra Arabia Saudita e Stati Uniti ai tempi del presidente Nixon. 15 anni fa la Cina cessò d’essere indipendente sul petrolio e cominciò ad acquistarlo dai sauditi. Come tutti i clienti dei sauditi, la Cina doveva pagare in dollari. Oggi, la Cina paga il petrolio saudita in dollari USA, non yuan, infastidendo i leader cinesi. Dal 2010, le importazioni di petrolio della Cina sono raddoppiate. Secondo Bloomberg News, la Cina ha superato gli Stati Uniti come primo importatore di petrolio al mondo. Ecco una tabella che mostra l’andamento.Mentre la Cina importa sempre più petrolio, l’idea di pagarlo in yuan e non in dollari è sempre più cruciale. La Cina non vuole utilizzare dollari per comprare petrolio, così comincia a premere sui sauditi sulla natura del denaro da utilizzare nelle operazioni per il loro petrolio. La Cina lo fa abbassando regolarmente l’acquisto di petrolio dai sauditi. Allo stato attuale, i tre maggiori fornitori di petrolio della Cina sono Russia, Arabia Saudita e Angola. Dietro questi tre fornitori v’è una combinazione di fonti, con Iran, Iraq e Oman che contribuiscono a diversificare gli approvvigionamenti di petrolio della Cina. Negli ultimi anni, la Cina è passata ad acquistare petrolio al di fuori dell’Arabia Saudita, e le esportazioni di petrolio della Russia sono aumentate dal 5% al 15% del totale della Cina. La Cina importa più petrolio da Russia, Iran, Iraq e Oman; e meno dall’Arabia Saudita. La quota delle importazioni cinesi dall’Arabia Saudita è scesa da oltre il 25% nel 2008 a meno del 15% attuale. Nel frattempo, i concorrenti dei sauditi, Russia, Iran, Iraq e Oman, vendono più petrolio alla Cina. L’Arabia Saudita vuole invertire la tendenza al ribasso nel commercio di petrolio con la Cina. Tuttavia, questi grandi flussi di petrolio non si verificano nel vuoto. C’è una buona ragione per cui le vendite di petrolio russo alla Cina aumentano. Come vedrete nell’articolo di Nomi, commercio e servizi finanziari sono spesso strettamente legati. Negli ultimi anni, la Cina ha rafforzato i rapporti commerciali con la Russia; oggi la Cina paga il petrolio russo in yuan. La Russia, a sua volta, usa lo yuan per comprare merci dalla Cina. Oltre agli scambi di merci, negli ultimi sei mesi la Russia ha istituito una filiale della Banca di Russia a Pechino. Quindi, la Russia può utilizzare i suoi yuan cinesi per comprare oro sulla Borsa di Shanghai. In un certo senso, il commercio del petrolio sino-russo è ora sostenuto dal “gold standard”. In futuro, l’Arabia Saudita sarà sempre più esclusa dal mercato petrolifero cinese, se non vende il petrolio in yuan. Ma per farlo, i sauditi devono allontanarsi dal dollaro USA e dai petrodollari, se vuole mantenere e aumentare l’accesso al mercato del petrolio della Cina. Ne sapremo di più sulla probabilità di tale scenario dopo il tour di Donald Trump in Medio Oriente. Se l’Arabia inizia ad accettare yuan per il petrolio, tutte le carte saranno contro i petrodollari. I petroyuan cambiano le dinamiche monetarie dei flussi energetici globali. Credo che il dollaro USA sarà gravemente indebolito con questa nuova fase.
Gran parte delle informazioni sul petroyuan è pubblica. Eppure, per qualche strana ragione, c’è una forma di cecità nei politici e media occidentali sulle implicazioni del petroyuan. L’idea è così “assurda” che molti politici preferiscono ignorarla. L’evitano in modo totale. Ma potrebbero svegliarsi una mattina nel bel mezzo di una massiccia crisi valutaria in cui il valore del dollaro è in calo e il prezzo in dollari del petrolio alle stelle. Jim e io consigliamo vivamente di destinare il 10% del vostro portafoglio ad investimenti sui metalli preziosi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora