I sauditi continuano a perdere sul mercato cinese, a vantaggio della Russia

La Cina preferisce comprare petrolio dalla Russia pagando in yuan
Tsvetana Paraskova, Russia Insider 13 ottobre 2017

Il ritmo delle importazioni di petrolio greggio e la crescita della domanda in Cina sono elementi chiave dei dati sul mercato petrolifero e per gli analisti nel valutare la crescita globale della domanda di petrolio. Accanto all’India, la Cina è il fattore principale della crescita della domanda, divenendo destinazione ambita per i maggiori produttori di petrolio, in particolare del Medio Oriente. Quest’anno, coi tagli della produzione dell’OPEC, le importazioni di greggio in Cina mostrano come le quote di mercato sono cambiate e chi vince e perde nella gara a rifornire di petrolio l’Asia, mentre il cartello e gli alleati russi limitano la produzione. Il più grande perdente nella guerra sul partenariato con la Cina è senza dubbio il maggiore produttore e capo de facto dell’OPEC, l’Arabia Saudita, che porta avanti gli sforzi per ridurre l’offerta e aumentare i prezzi del petrolio. I maggiori vincitori nell’ambito del taglio della produzione sono Russia e Angola. I vincitori che non vi rientrano sono Stati Uniti e Brasile, che hanno aumentato significativamente l’esportazione di greggio in Cina. I dati doganali cinesi offrono uno sguardo su quanti barili di petrolio i sauditi hanno rinunciato per la Cina cercando di riequilibrare il mercato, scrive l’autore di Reuters Clyde Russell. Tra gennaio e agosto, la Russia era il principale fornitore di petrolio della Cina, seguita da Angola e Arabia Saudita. Le importazioni cinesi dalla Russia sono aumentate del 13,2 per cento, a 1,16 milioni di bpd nei primi otto mesi del 2017. Le importazioni dall’Angola sono salite del 16,6 per cento, a 1,05 milioni di bpd, mentre le importazioni dall’Arabia Saudita sono diminuite dell’1,7 per cento, per 1,03 milioni di bpd nel periodo gennaio-agosto. La Russia aveva già superato l’Arabia Saudita come fornitore di petrolio della Cina nel 2016, ma i tagli dell’OPEC hanno reso più pronunciato il dominio russo quest’anno. Mentre i sauditi tagliano le esportazioni verso alcuni acquirenti asiatici, la Russia aumenta le esportazioni di petrolio, afferma Bloomberg. Anche se la Russia limita la produzione (a 300000 bpd, massimo livello post-sovietico), le esportazioni globali hanno superato le esportazioni del 2016 in ciascuno dei mesi, fino ad agosto. Nel mercato cinese, la Russia era al primo posto come fornitore ad agosto, per il sesto mese consecutivo. Al secondo posto arrivava l’Angola. E al terzo l’Arabia Saudita, con un calo del 16,2% rispetto all’agosto dello scorso anno, a circa 861200 bpd. L’Angola, da parte sua, ha visto le esportazioni di petrolio per la Cina salire di quasi il 28 per cento, a 983500 bpd, secondo i dati doganali cinesi. Le importazioni cinesi da Iran e Iraq sono aumentate ad agosto. Le vendite di petrolio iraniano in Cina sono aumentate del 5,45 per cento, a 786720 bpd, il livello mensile più alto dal 2006, secondo Reuters Eikon. Le importazioni cinesi di agosto dall’Iraq sono aumentate del 30 per cento, a 736400 bpd.
La quota saudita del mercato cinese è diminuita notevolmente nei mesi estivi, dopo che i sauditi avevano tagliato drasticamente le esportazioni di petrolio scegliendo i mercati su cui accelerare la riduzione del surplus nella speranza di aumentare i prezzi del petrolio. Secondo i dati di Bloomberg, la quota saudita delle importazioni petrolifere cinesi è scesa a una media dell’11 per cento tra giugno e agosto, rispetto a una quota del 15 per cento in media nel 2015. Mentre i membri dell’OPEC e la Russia lottano per attirare gli acquirenti cinesi, gli outsider Brasile e Stati Uniti aumentano le vendite alla Cina. La minore offerta dall’OPEC e le differenze di prezzo favorevoli hanno spinto gli acquirenti cinesi ad aumentare gli acquisti dalle Americhe. Le esportazioni di petrolio brasiliano in Cina da gennaio ad agosto sono aumentate del 41,8%, a 480000 bpd, mentre le vendite di greggio statunitense in Cina hanno superato i 128000 bpd, un aumento di oltre il 1000%, secondo Reuters. Secondo i dati dell’EIA, disponibili fino a luglio, la Cina è il secondo maggiore acquirente di greggio statunitense quest’anno, e da febbraio ad aprile il volume delle esportazioni statunitensi in Cina superava quello dal Canada. La quota di mercato che l’Arabia Saudita ha perso in Cina è il risultato della politica del regno volta ad aumentare i prezzi del petrolio. Ma una volta terminati i tagli dell’OPEC, che finiscano prima (marzo 2018) o dopo (fine 2018), la gara per rifornire le regioni dalla domanda di petrolio maggiormente crescente, ricomincerà. La Saudi Aramco attualmente cerca accordi con le raffinerie cinesi per assicurasi le esportazioni future. Aramco persegue una partnership con CNPC per avere una quota della raffineria Anning da 260000 bpd nella provincia di Yunnan, oltre a una serie di accordi possibili a valle. Nel frattempo, finché i tagli dell’OPEC non finiranno, i sauditi continueranno a sacrificare quote di mercato per avere prezzi più elevati del petrolio per sostenere una valutazione maggiore di Aramco nell’OPA per l’anno prossimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Petroyuan: nuovo sistema monetario multipolare e difesa anti-sanzioni

AVN, 17 settembre 2017Le sanzioni economiche imposte dal governo degli Stati Uniti hanno spinto il Venezuela a implementare un nuovo sistema di pagamento internazionale, con l’idea di aprirsi al mercato multipolare e limitare il blocco economico dal Nord America. Il 7 settembre il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro annunciava il nuovo piano “per liberarci dal dollaro”, utilizzando “valute di conversione libera, come yuan, euro, yen, rupia e valute internazionali, abbandonando il laccio del dollaro valuta oppressiva”, come affermava al Parlamento Federale, presentando il suo Piano Economico per la Pace all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC). La prima azione s’è riflessa sul prezzo del greggio venezuelano, che per la prima volta veniva prezzato in yuan dal Ministero del Petrolio, pari a 306,26 yuan per barile, cioè 46,75 dollari. Inoltre, alcuni giorni prima il Vicepresidente della Repubblica Tariq al-Aysami informava che il Venezuela firmerà “il primo accordo commerciale in yuan per la vendita di petrolio alla Cina“. Venivano inoltre effettuate rettifiche per l’avvio delle operazioni con un paniere di valute del sistema di cambio dalla variazione complementare svincolata del mercato (Dicom), schema del Governo Nazionale che consente le operazioni di cambio valutario a società e persone fisiche ad un prezzo deciso dal mercato, fulcro del controllo dei cambi.

Russia e Cina: i pionieri
Con queste azioni, il Venezuela entra nel progetto già avanzato da Russia e Cina. L’economista messicano Ariel Noyola Rodríguez osservava in un articolo pubblicato da Actualidad RT nel maggio 2016, che “Mosca e Pechino commerciano petrolio con un canale di transizione volto verso il sistema monetario multipolare, cioè non basato solo sul dollaro ma su diverse valute e soprattutto che riflette i rapporti di forza dell’attuale ordine mondiale“. Un’azione decisa appunto dalle sanzioni economiche imposte nel 2015 da Washington e Bruxelles che, secondo l’analista, “incoraggiano i russi ad eliminare dollaro ed euro dalle transazioni commerciali e finanziarie, o altrimenti sarebbero stati esposti al sabotaggio nelle operazioni di vendita coi principali partner“. Quindi, da metà 2015, “gli idrocarburi che la Cina acquista dalla Russia vengono pagati in yuan e non in dollari“, permettendo di neutralizzare il blocco imposto a Mosca dalla crisi in Ucraina. “Vengono poste le fondamenta di un nuovo ordine finanziario basato sul petroyuan: la moneta cinese si prepara a diventare il fulcro del commercio Asia-Pacifico con le maggiori potenze petrolifere“, sottolinea Noyola Rodríguez nel testo: Il ‘petroyuan’ è la grande scommessa di Russia e Cina. L’analista prevede che in futuro l’OPEC adotterà questo modello di marketing petrolifero, una volta che Pechino lo richiederà e sottolinea che altre nazioni seguono questa premessa perché, “hanno capito che per costruire un sistema monetario equilibrato, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è una priorità“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il conflitto sovietico-cinese del 1929

La prima grande operazione dell’Armata Rossa dopo la Guerra Civile
Pogo on AirIl conflitto nell’Estremo Oriente sulla KVZhD, in Europa non viene ricordato. Va anche aggiunto che, sia prima che dopo il 1929, l’URSS cooperò attivamente con varie forze in Cina nei propri interessi e, guidata dalle regole del buon ordine, qualcosa dalla storia comune è andata “dimenticata”. Ma alla fine degli anni ’20 gli eventi della KVZhD furono piuttosto significativi per la politica estera sovietica, e furono ampiamente seguiti, inoltre, con molti dettagli interessanti. Per cominciare, questa fu la prima grande operazione dell’Armata Rossa dalla guerra civile, impiegando aerei, le navi della Flotta dell’Amur, mezzi da sbarco e carri armati. Inoltre, il comando dell’Armata Rossa dell’Estremo Oriente combatté contro gli “allievi” cinesi, che i suoi consiglieri istruirono con successo pochi anni prima del conflitto, e poi anche una dozzina di anni dopo.Come iniziò tutto
La ferrovia cinese-orientale (KVZhD) (costruita nel 1897-1903, e fino al 1917 ferrovia manciuriana), attraversava la Manciuria e collegava Chita, Vladivostok e Port Arthur alla ferrovia transsiberiana. La tratta fu costruita dai russi, apparteneva alla Russia e vi operavano suoi cittadini. Intorno alla ferrovie c’era una zona di sicurezza. Come risultato degli eventi del 20° secolo, alla fine degli anni ’20, lo status della ferrovie fu regolato dagli accordi sino-sovietici conclusi durante l’istituzione delle relazioni diplomatiche nel 1924. I cinesi, ripresisi dalla guerra civile, dovevano cambiare lo status della loro più importante infrastruttura in proprio favore. Una partecipazione attiva in essa riguardava numerose Guardie Bianche russe, stabilitesi ad Harbin che, oltre ad essere ostili ai sovietici, furono costrette a guadagnarsi da vivere servendo gli eserciti delle varie autorità cinesi. Gli eventi che portarono alle azioni militari del 1929 si svolsero dalla metà del 1925 e sono abitualmente chiamati “Provocazioni sulla KVZhD”, ovvero numerosi incidenti come detenzione di ferrovieri, incursioni negli edifici amministrativi, nonché scontri alla frontiera. Un aggravamento particolare fu causato dall’ordine del direttore del KVZhD, M.N. Ivanov, secondo cui dal 1° giugno 1925 tutti i dipendenti che non avessero la cittadinanza sovietica o cinese andavano licenziati. L’ordine era diretto, innanzitutto, contro gli emigrati che lavoravano in diverse strutture della ferrovia. Quindi, 19000 ferrovieri chiesero la cittadinanza sovietica principalmente per considerazioni economiche. Circa un migliaio di emigrati abbandonò la cittadinanza russa e prese quella cinese. Circa un migliaio di altri preferì essere licenziato piuttosto che accettare queste cittadinanze. Una parte significativa di emigranti rimase senza mezzi di sussistenza ed aderì all’esercito cinese. A sua volta, la politica conflittuale sulla ferrovia orientale cinese, considerata, secondo N. I. Bukharin, il “dito rivoluzionario” puntato sulla Cina, portò al confronto con le autorità cinesi locali. “Nel giugno dello stesso anno, Chiang Kai-shek ebbe una riunione a Nanchino con Zhu Chaoliang, l’ex-ambasciatore cinese a Mosca, sulla questione della ferrovia orientale cinese e all’inizio di luglio si decise di sequestrarla, durante una riunione coi generali cinesi a Pechino presieduta da Chiang Kai-shek. “L’obiettivo del nostro programma è la distruzione dei trattati disuguali. L’imperialismo rosso è più pericoloso di quello bianco”, disse Chiang Kai-shek. Il 10 luglio 1929 per ordine del governo di Nanchino, le truppe del governatore della Manciuria Zhang Xueliang occuparono il telegrafo della KVZhD e chiusero la missione commerciale e altre istituzioni economiche dell’URSS. Le autorità locali licenziarono i dipendenti sovietici e li sostituirono con emigrati bianchi. Durante questa provocazione furono schiacciate organizzazioni e cooperative di lavoratori ed impiegati, più di 200 cittadini sovietici furono arrestati e circa 60, tra cui il direttore e il suo assistente, deportati dalla Cina. Allo stesso tempo, Zhang Xueliang inviò sue truppe e distaccamenti di emigrati bianchi russi al confine sovietico. Il 13 luglio 1929, il governo sovietico protestò contro queste azioni illegali e richiamò l’attenzione del governo di Mukden e del governo nazionale della Repubblica cinese sull’estrema serietà della situazione creata da tali azioni. Dopo le scelte diplomatiche, il rifiuto di richieste impossibili, il 20 luglio si ebbe la rottura nelle relazioni diplomatiche tra URSS e governo centrale di Nanchino.Le forze in campo
Il 6 agosto 1929 fu costituito l’Esercito Speciale dell’Estremo Oriente (ODVA). V. K. Bljukher, che aveva precedentemente lavorato con successo in Cina come consigliere del Kuomintang, fu nominato comandante. Ora doveva combattere contro i suoi ex-allievi. Il conflitto sulla ferrovia orientale cinese fu per l’esercito sovietico il primo vero scontro dalla guerra civile. Fu solo al completamento della riforma militare di M. Frunze che venne introdotto il sistema territoriale nell’Armata Rossa. Nel 1928 le unità non militari nell’esercito erano il 58%. Era il momento del primo piano quinquennale. Il Paese diede l’addio al passato agrario e iniziò rapidamente l’industrializzazione. Si può probabilmente affermare che con i cinesi si andò in guerra con entusiasmo rivoluzionario, maggiore esperienza dalla guerra civile e i primi esemplari di materiale militare sovietico. Le truppe sovietiche che parteciparono alla prima fase del conflitto, con l’operazione di Sungari, contavano 1100 uomini, 9 carri armati (la prima operazione in combattimento del carro armato MS-1), 15 bombardieri, 6 idrovolanti e le navi della flottiglia dell’Amur. I cinesi avevano molti vantaggi. Nella loro fila c’erano distaccamenti di guardie bianche russe. C’erano diversi tipi di navi armate, treni blindati, aerei. Questi ultimi non parteciparono alle ostilità “a causa delle condizioni meteorologiche”. È indicata la presenza di armi giapponesi e europee, così come di consiglieri stranieri. Le forze principali dell’esercito di Mukden si concentrarono su direttive strategiche: lungo la ferrovia Hailar-Manchuria; Zhalainor, Hailar, Tsitsikar, a sud di Blagoveshensk, alla foce del fiume Sungari e nella regione del torrente Turiev. Ufficiali bianchi al servizio dei cinesi s’incontravano piuttosto spesso. Non solo nell’esercito di Zhang Xueliang. Era necessario mantenere la famiglia e lavorare in Cina era problematico per molte ragioni. Anche i posti più “spregevoli” non erano disponibili a causa del numero enorme di poveri cinesi.

Bljukher al centro

Le operazioni
Le azioni dell’Armata Rossa furono caratterizzate da attacchi preventivi nelle aree in cui l’esercito cinese si era concentrato, seguiti da tre operazioni distinte: l’attacco del raggruppamento Sungari (diviso in due fasi: cattura di Lahasusu e successiva marcia su Fugdin, operazione Manchuria-Zhalainor e i combattimenti sul lago Khanka nel Primorye).
La battaglia di Lahasus iniziò il 10/12/1929 alle 6:10 con un’azione degli idrovolanti sulla città e la flotta cinese. Inoltre, le navi della Flottiglia dell’Amur entrarono in battaglia, disattivando l’artiglieria della flotta cinese e sostenendo lo sbarco. I cinesi scesero il fiume fino alla città di Fugdin. La forza da sbarco lo risalì. Il giorno dopo le navi della Flottiglia dell’Amur erano a Fugdin. L’offensiva sovietica iniziò il 31 ottobre e il 3 novembre la città fu presa. La guerra del gruppo di Sungari finì. Le unità dell’Armata Rossa lasciarono il territorio della Cina e tornarono a Khabarovsk.
Le operazioni di combattimento nell’area della Trans-Baikal iniziarono il 17 novembre con l’operazione Manchuria-Zhalainor. Tre divisioni sovietiche e una brigata di cavalleria avanzarono tagliando la ferrovia tra Dalanor e Hailar e circondando le truppe manciuriane. Il 18 novembre alcuni elementi dell’OKDVA entrarono in città. Lo stesso giorno, grazie al sostegno dell’aviazione, la Manciuria cedette. Tutti soldati del gruppo Zhalainor-Manchuria guidato da Liang Zhuangjiang furono presi prigionieri. Le battaglie con gravi perdite si conclusero il 27 novembre, con la sconfitta del gruppo manciuriano nei pressi del ben noto lago Khanka. Un’ulteriore inseguimento del nemico in ritirata non vi fu per evitare di aggravare i rapporti con i giapponesi. Le truppe sovietiche, dopo aver assolto il compito, lasciarono la Cina pochi giorni dopo.Isolamento
I cinesi chiesero colloqui e il 22 dicembre a Khabarovsk fu firmato il protocollo sovietico-cinese sulla KVZhD, ripristinando la situazione sulla ferrovia orientale cinese. Nel maggio 1930, per la vittoria nel conflitto, V.K. Bljukher ricevette l’Ordine della Stella Rossa di Primo Rango. Partecipando a questi eventi, K. K. Rokossovskij notò anche il ruolo della divisione burjato-mongola nella battaglia: “La divisione si distinse nella battaglia a sud-est della città di Manchuria, quando la colonna di migliaia di soldati del generale Liang tentò di andare ad est. La Divisione Burjat, allertata e senza aspettare le unità della Brigata Kuban, attaccò coraggiosamente le numerose colonne del nemico, tagliandone le fila, ritardandone l’avanzata e poi, insieme alla Kuban, le sbandava sconfiggendo completamente le forze nemiche manciuriane con un’operazione d’assalto“. I protagonisti delle operazioni militari per la KVZhD ebbero un riconoscimento originale, il distintivo “Combattimenti dell’OKDVA” (1930), decorazione decisa dal Consiglio Centrale dell’Osoaviakhim all’inizio del 1930 per i soldati dell’Armata Rossa e dei particolari distaccamenti formati dai membri dell’Osoaviakhim, in memoria di questi eventi; fu molto apprezzato in Estremo Oriente.
Il governatore manciuriano Zhang Xueliang si ribellò al governo centrale. Inaspettatamente, poi si arrese presentandosi volontariamente alla corte marziale. Chiang Kai-shek mitigò la punizione sostituendo dieci anni di carcere con gli arresti domiciliari. Tuttavia, dato che il “giovane maresciallo” doveva sparire dalla grande politica, i termini dell’arresto domiciliare non furono definiti. Per 40 anni Zhang Xueliang rimase ai domiciliari; anche quando nel 1949 il Kuomintang fuggì a Taiwan, Chiang Kai-shek prese con sé Zhang Xueliang e continuò a tenerlo a Taipei come prigioniero personale. Anche dopo la morte di Chiang Kai-shek nel 1975, la libertà di movimento di Zhang Xueliang fu limitata, e solo nel 1991 il presidente Lee Teng-hui gli permise di lasciare l’isola. Nonostante numerose offerte per ritornare nella RPC, dov’era considerato un eroe, Zhang Xueliang andò a Honolulu dove morì nel 2001, per polmonite, a 101 anni.

1931, da destra a sinistra: Yu Fengzhi (moglie di Zhang Xueliang), W. Donald (consigliere australiano di Zhang Xueliang), Zhang Xueliang, contessa Ciano (figlia di Mussolini)

Epilogo
Secondo i documenti nelle battaglie per la KVZhD, le truppe sovietiche ebbero 281 caduti, (il 28% deceduti per le ferite in ospedale); 729 feriti (esclusi i leggermente feriti, che non ebbero bisogno del ricovero) e 17 dispersi. Le maggiori pare delle perdite erano fucilieri. Ad esempio, durante i combattimenti, la 21.ma Divisione di fanteria Perm perse 232 effettivi, 48 uccisi e morti per le ferite. Nella 36.ma Divisione di fanteria 61 soldati morirono. Le perdite nelle altre armi furono insignificanti. Quindi, dal numero totale di vittime, la brigata di cavalleria ebbe 11 caduti e 7 feriti; la Flotta dell’Estremo Oriente 3 caduti e 11 feriti (3 per l’esplosione di un cannone a bordo di una nave), solo 1 ferito le unità aeree che parteciparono alle ostilità. “Dopo la firma dei Protocolli di Khabarovsk, tutti i prigionieri di guerra del conflitto furono liberati e le truppe sovietiche si ritirarono dal territorio della Cina”. L’ultimo distaccamento tornò nell’URSS il 25 dicembre 1929. Presto il normale funzionamento del KVZhD riprese. I prigionieri cinesi furono attentamente “istruiti”. Tra loro vi erano esperti agitatori politici che promossero presso i soldati cinesi il potere sovietico. Le caserme presentavano slogan in cinese “L’Armata Rossa e i soldati cinesi sono fratelli!” Nei campi di prigionia usciva un giornale murale chiamato “Il soldato rosso cinese“. 27 prigionieri cinesi chiesero di aderire al Komsomol mentre 1240 chiesero di restare nell’URSS.
Nel 1931, la Manciuria fu occupata dal Giappone. Nel 1935, dopo numerose provocazioni nell’area della ferrovia, l’URSS la vendette al Manchukuo che poi si riprese nel 1945 all’URSS, e quindi la cedette alla Cina comunista insieme a Port Arthur, nei primi anni ’50.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea“, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1“. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097“, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli“.

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley“, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi“. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense“, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro“. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa“. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs‘: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi“.

Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento“. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare“, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve“.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea. Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine“, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea“. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli“.Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà“, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea“. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà“, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense?

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 05/12/2015La Lend-Lease Act o “Legge per promuovere la difesa degli Stati Uniti”, firmata dal Presidente Roosevelt l’11 marzo 1941, gli diede il diritto di “vendere, trasferire, scambiare, affittare, prestare o altrimenti disporre… qualsiasi prodotto per la difesa… al governo di qualsiasi Paese la cui difesa il presidente ritenesse vitale per gli Stati Uniti”. Il termine “qualsiasi prodotto per la difesa” era inteso per armi, attrezzature militari, munizioni, materie prime strategiche, prodotti alimentari e beni di consumo richiesti dall’esercito e dalle forze di difesa nazionale, nonché le informazioni di carattere militare. La struttura della Lend-Lease Act chiedeva alla nazione beneficiaria di soddisfare una serie di condizioni:
1) il pagamento non era richiesto per oggetti mancanti o perduti o distrutti durante le ostilità, ma qualsiasi proprietà che sopravvivesse e idonea all’uso civile andava pagata in tutto o in parte, come rimborso del prestito a lungo termine concesso dagli Stati Uniti
2) gli articoli militari immagazzinati nei Paesi beneficiari potevano restarvi fin quando gli Stati Uniti non ne richiedessero la restituzione
3) a loro volta, i beneficiari dovevano assistere gli Stati Uniti utilizzando tutte le risorse e le informazioni in loro possesso
La Lend-Lease Act chiese ai Paesi che la richiesero di fornire agli Stati Uniti una relazione finanziaria esaustiva. Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti Henry Morgenthau, Jr. riconobbe questo requisito come qualcosa di inedito negli affari mondiali, sostenendo presso la commissione del Senato che, per la prima volta nella storia, uno Stato e un governo volontariamente fornissero informazioni a un altro sulla propria posizione finanziaria. Con l’aiuto della Lend-Lease Act, l’amministrazione del Presidente Roosevelt si preparò ad affrontare una serie di questioni urgenti, sia estere che interne. In primo luogo, la legge permetteva di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, non ancora completamente usciti dalla grave crisi economica del 1929-1933. In secondo luogo, la Lend-Lease Act permise al governo statunitense di esercitare una certa influenza nei confronti dei Paesi che ne avrebbero ricevuto i prestiti. In terzo luogo, inviando agli alleati armi, beni e materie prime, ma non soldati, il Presidente Roosevelt riuscì a rimanere fedele alla promessa elettorale secondo cui: “I vostri figli non saranno inviati in alcuna guerra straniera“. Il sistema dei prestiti non fu in alcun modo progettato per aiutare l’URSS. Gli inglesi furono i primi a chiedere assistenza militare secondo la speciale relazione del prestito (simile a un leasing operativo) a fine maggio 1940, nel momento in cui la sconfitta netta della Francia aveva lasciato la Gran Bretagna senza alleati nel continente europeo. Londra chiese a Washington 40-50 “vecchi” cacciatorpediniere, offrendo tre opzioni di pagamento: gratuitamente, in contanti o affitto. Il Presidente Roosevelt accettò subito la terza opzione, e la transazione fu completata alla fine dell’estate 1940. A questo punto, gli impiegati del dipartimento del Tesoro degli USA ebbero l’idea di usare il concetto alla base di questo accordo privato ed estenderlo a tutte le relazioni intergovernative. I dipartimenti di Guerra e della Marina furono portati a sviluppare il disegno di legge del prestito, e il 10 gennaio 1941 l’amministrazione statunitense la presentò alle camere del Congresso, dove fu approvata l’11 marzo. Nel settembre 1941, dopo un lungo dibattito, il Congresso degli Stati Uniti approvò ciò che è noto come programma della vittoria, la cui essenza, secondo gli storici militari Richard Leighton e Robert Coakley, era che “il contributo degli USA alla guerra sarebbe stato in armi, e non eserciti”. Il 1 ottobre 1941, il Commissario per gli Affari Esteri Vjacheslav Molotov, il ministro degli Approvvigionamenti inglese Lord Beaverbrook e l’inviato speciale degli USA Averell Harriman firmarono il primo protocollo di Mosca che segnò l’inizio dell’espansione del programma dei prestiti all’Unione Sovietica. Successivamente furono firmati diversi protocolli aggiuntivi.Quanto fu importante il prestito statunitense?
Durante la guerra, le fabbriche sovietiche produssero più di 29,1 milioni di armi leggere dei principali tipi, mentre solo 152000 (0,5% del totale) furono prodotte da impianti statunitensi, inglesi e canadesi. Guardando ai sistemi di artiglieria di ogni calibro, si vede un quadro simile: 647600 cannoni e mortai sovietici contro 9400 di origine estera, meno dell’1,5% del totale. I numeri sono più importanti per altri tipi di armamenti: il rapporto tra carri armati e artiglierie semoventi nazionali ed alleati è rispettivamente 132800 contro 11900 (8,96% ) e per gli aerei da combattimento 140500 contro 18300 (13%). Dei 46 miliardi di dollari spesi per i prestiti, gli Stati Uniti ne stanziarono solo 9,1, cioè poco più del 20%, per l’Armata Rossa, che sconfisse il grosso delle divisioni da Germania e dei suoi satelliti militari. In quel periodo l’impero inglese ebbe più di 30,2 miliardi di dollari, la Francia 1,4, la Cina 630 milioni di dollari e anche l’America Latina (!) ricevette 420 milioni di dollari. Le forniture in prestito furono consegnate a 42 Paesi. Ma forse, nonostante il fatto che i quantitativi dell’aiuto transatlantico fossero abbastanza trascurabili, è possibile che abbiano svolto un ruolo decisivo nel 1941, quando i tedeschi erano alle porte di Mosca e di Leningrado, a 24-40 km dalla Piazza Rossa? Si guardino le statistiche dell’invio di armi di quell’anno. Dall’inizio della guerra fino alla fine del 1941, l’Armata Rossa ricevette 1,76 milioni di fucili, armi automatiche e mitragliatrici, 53700 cannoni e mortai, 5400 carri armati e 8200 aerei. Di questi, i nostri alleati nella coalizione anti-hitleriana fornirono solo 82 pezzi d’artiglieria (0,15%), 648 carri armati (12,14%) e 915 aerei (10,26%). Inoltre, gran parte degli equipaggiamenti militari inviati, in particolare, 115 dei 466 carri armati fabbricati nel Regno Unito, non furono nemmeno portati al fronte nel primo anno di guerra. Se si contano queste consegne di armi ed attrezzature militari nell’equivalente monetario, secondo lo storico Mikhail Frolov in Velikaja Otechestvennaja Vojna 1941-1945 v Nemetskoj Istoriografii (La Grande guerra patriottica 1941-1945 nella storiografia tedesca), San Pietroburgo, 1994, “fino alla fine del 1941, il periodo più difficile per lo Stato sovietico, secondo la legge Lend-Lease, gli Stati Uniti inviarono materiali nell’URSS per 545000 dollari, sui 741 milioni di dollari per tutti i Paesi della coalizione anti-hitleriana. Ciò significa che durante questo periodo straordinariamente difficile, meno dello 0,1% degli aiuti degli USA fu inviato nell’Unione Sovietica. “Inoltre, le prime spedizioni dei prestiti, nell’inverno 1941-1942, arrivarono nell’URSS molto tardi, anche se in quei mesi critici l’URSS poté affrontare da sola l’impressionante scontro con gli aggressori tedeschi, senza alcuna assistenza promessa dalle democrazie occidentali. Entro la fine del 1942 solo il 55% delle consegne previste fu effettuato nell’Unione Sovietica“. Per esempio, nel 1941 gli Stati Uniti promisero d’inviare 600 carri armati e 750 aerei, ma effettivamente ne inviarono rispettivamente 182 e 204.
Nel novembre 1942, cioè al culmine della battaglia per il Caucaso e Stalingrado, l’invio di armi praticamente fu fermato. L’interruzione iniziò già nell’estate 1942, quando i velivoli e i sommergibili tedeschi eliminarono quasi completamente l’infausto Convoglio PQ17 abbandonato (su ordine dell’Ammiragliato) dai cacciatorpediniere inglesi incaricati di accompagnarlo. Tragicamente solo 11 delle 35 navi arrivarono nei porti sovietici, una catastrofe usata come pretesto per sospendere i successivi convogli dalla Gran Bretagna, fino al settembre 1942. Un nuovo convoglio, il PQ18, perse 10 delle 37 navi lungo la rotta e il successivo convoglio fu inviato solo a metà dicembre 1942. Quindi, per tre mesi e mezzo, quando una delle battaglie più decisive della Secondo guerra mondiale si svolgeva sul Volga, meno di 40 navi cariche di prestiti giunsero ad intermittenza a Murmansk e Arkhangelsk. Perciò molti erano comprensibilmente sospettosi verso Londra e Washington, che passavano il tempo in attesa di vedere chi sarebbe sopravvissuto dalla battaglia di Stalingrado. Di conseguenza, tra il 1941 e il 1942 solo il 7% dei carichi di guerra spediti dagli Stati Uniti fu diretto nell’Unione Sovietica. La maggior parte delle armi e degli altri materiali arrivò nell’Unione Sovietica nel 1944-1945, una volta che i venti di guerra cambiarono decisamente.

Hawker Hurricane

Qual era la qualità delle attrezzature militari?
Dei 711 aerei da combattimento arrivati nell’URSS dal Regno Unito alla fine del 1941, 700 erano modelli antiquati come Kittyhawk, Tomahawk e Hurricane, significativamente inferiori ai tedeschi Messerschmitt e ai sovietici Jakovlev sia in velocità che agilità, e non erano nemmeno equipaggiati con armi da fuoco. Anche se un pilota sovietico riusciva ad avere un asso tedesco nel mirino delle mitragliatrici, queste armi dal calibro di fucile erano spesso completamente inutili contro la robusta blindatura degli aerei tedeschi. Riguardo ai più recenti aerei da combattimento Airacobra, solo 11 furono consegnati nel 1941, e il primo arrivò nell’Unione Sovietica smontato, senza documentazione e avendo già svolto la sua vita utile. Per inciso, fu così per i due squadroni di caccia Hurricane armati di cannoni da 40 mm e progettati per l’impiego contro i veicoli corazzati tedeschi. Ma questi aerei da combattimento si rivelarono talmente inutili che non parteciparono alla guerra rimanendo sotto nafatlina nell’URSS poiché non si trovarono piloti sovietici che li volessero pilotare. Una situazione simile si ebbe con i carri armati leggeri Valentine inglesi, che i carristi sovietici soprannominarono “Valentina“, e i carri armati medi Matilda, ai quali riservarono un epiteto peggiore: “Addio alla nostra Patria“. La loro sottile blindatura, i motori a benzina altamente infiammabili e le trasmissioni preistoriche li resero facile preda di cannoni e lanciagranate tedeschi. Secondo Valentin Berezhkov, interprete di Josif Stalin che partecipò a tutti i negoziati tra i leader sovietici e i visitatori anglo-statunitensi, Stalin fu spesso profondamente offeso dalle azioni inglesi come l’offerta di aerei obsoleti, quali gli Hurricane, come materiale in prestito, invece di nuovi caccia come lo Spitfire. Inoltre, nel settembre 1942, in una conversazione con Wendell Willkie, leader del partito repubblicano statunitense, Stalin chiese di fronte agli ambasciatori statunitense ed inglese William Standley e Archibald Clark Kerr, perché i governi inglese e statunitense inviano equipaggiamenti di scarsa qualità in Unione Sovietica? Spiegò di parlare principalmente dell’invio dei P-40 statunitensi invece dei più aggiornati Airacobra e aggiunse che gli inglesi fornivano i caccia completamente inadeguati Hurricane, assai inferiori a quelli tedeschi. Stalin affermò che una volta che gli statunitensi si prepararono ad inviare 150 Airacobra in Unione Sovietica, gli inglesi intervennero e se li presero. “Sappiamo che statunitensi ed inglesi hanno aerei uguali o superiori ai modelli tedeschi, ma per qualche motivo non li inviano nell’Unione Sovietica“. L’ambasciatore statunitense Ammiraglio Standley, non sapeva nulla, ma l’ambasciatore inglese Archibald Clark Kerr ammise di esserne a conoscenza, ma difese il loro reimipiego con la scusa che nelle mani inglesi questi caccia sarebbero stati molto più utili alla comune causa alleata che non nell’Unione Sovietica…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora