La Russia nella SAARC

Tayyab Baloch, Gpolit, 20 aprile 2016maxresdefaultSi prevede che la Russia aderisca all’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) come Stato osservatore nel prossimo futuro, essendo già parte del blocco regionale dell’Asia meridionale. Il compito della SAARC di ammettere nuovi Stati osservatori è stato inoltre completato. Il 19° vertice SAARC si terrà a Islamabad, capitale del Pakistan, a novembre. Quindi è una grande opportunità per il Pakistan dare il benvenuto alla Russia nella SAARC in modo che Asia meridionale e Asia centrale si fondano quale parte integrante della regione eurasiatica. Il collegamento della SAARC con il blocco della sicurezza eurasiatica Shanghai Cooperation Organization (SCO) è già sulla buona strada. Molte nazioni del sud asiatico si sono unite alla famiglia della SCO mentre le potenze nucleari rivali della SAARC, Pakistan e India, che faranno parte della SCO, hanno chiesto di aderire all’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia.

La SAARC nella famiglia SCO
L’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) è un blocco economico di otto Paesi dell’Asia meridionale, comprendente Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan, Sri Lanka e Afghanistan. L’Afghanistan è il solo Paese asiatico centrale che ne fa parte, mentre il Myanmar del Sud-est asiatico ne è un possibile membro. Oltre a ciò, Australia, Cina, Unione Europea, Iran, Giappone, Mauritius, Corea del Sud e Stati Uniti sono associati come osservatori. Mentre la Russia aveva chiesto lo status di osservatore in modo che la cooperazione bilaterale e regionale dell’Asia del sud venisse realizzata in connessione all’integrazione regionale. Pertanto, la Russia aveva concesso lo status di pieno aderente allo SCO ai leader della SAARC, India e Pakistan, con l’obiettivo di concentrarsi sulla collaborazione regionale a una prospettiva di pace. Come per l’integrazione regionale eurasiatica, l’Asia del Sud ne fa parte abitualmente, dato che le nazioni dell’Asia meridionale aderiscono alla famiglia della SCO. “L’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai è il blocco multilaterale volto a mantenere l’equilibrio strategico col meccanismo di cooperazione strategica ed economica. La collaborazione sino-russa fa della SCO l’organizzazione multipolare mondiale basata sull’uguaglianza. E’ anche considerata la salvaguardia dell’integrazione eurasiatica e della Via della Seta della Cina. La SCO si è estesa geograficamente includendo Asia Centrale, del Sud, Est ed Ovest per rafforzare la cooperazione regionale tutelando gli interessi economici e strategici comuni. Inoltre la SCO collega l’Asia del sud (SAARC) con il Sud-Est asiatico (ASEAN)“.

Finestre di opportunità
China West Land Route I Paesi della SAARC sono densamente popolati da circa un quarto della popolazione mondiale su appena il 2,96% di territorio. Ecco perché la SAARC è considerata il più grande mercato del mondo confinante con la Cina, considerata l’economia in più rapida crescita del mondo. Nonostante le risorse, la regione SAARC è molto povera. Le tensioni politiche e i conflitti tra gli Stati membri creano un ambiente politico instabile e questi sono i principali ostacoli ad avere il massimo rendimento possibile da questa regione. Sebbene la zona di libero scambio sia stata creata tra gli Stati membri nel quadro dell’accordo di libero scambio dell’Asia meridionale (SAFTA), a causa delle dispute di confine raggiungerne gli obiettivi è ancora una sfida. Nonostante gli ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi economici collettivi, tutte le nazioni della SAARC hanno firmato o firmeranno accordi di libero scambio con altre nazioni e blocchi economici. La Cina come osservatrice della SAARC è interessata a creare zone di libero scambio (FTA) con gli Stati membri con l’iniziativa della Via della Seta. A tal fine, il socio della Cina nella Via della Seta, il Pakistan (la ‘cerniera’ dell’integrazione eurasiatica) aveva firmato la FTA. Nepal e India studiano accordi di libero scambio con la Cina, mentre Bangladesh, Maldive, Sri Lanka li negoziano con la Cina. Attraverso le iniziative della Fascia e Via in Asia del Sud, la Cina collega le nazioni dell’Asia meridionale con l’Europa attraverso Asia centrale e l’Iran è interessato a connettersi alle rotte commerciali dal Pakistan, connettendo i corridoi economici di India, Iran, Asia centrale e Cina-Pakistan. Inoltre se il corridoio Bangladesh-Cina-India-Birmania (BCIM) viene considerato, purtroppo essendo il rivale economico della Cina nell’Asia del Sud, l’India è perplessa per l’influenza della Cina in Asia meridionale. Come l’India, la Cina confina con Paesi limitrofi: Pakistan, Nepal e Myanmar (membro dell’ASEAN). Ecco perché l’India aveva bloccato l’offerta alla Cina quale Stato membro a pieno titolo della SAARC. D’altra parte, la Russia aveva proposto di creare un partenariato economico tra Unione eurasiatica economica (UEE), SCO e Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) quale rivale del Partenariato Trans-Pacifico (TTP) unipolare. Di recente, nel corso di una riunione del Consiglio dei capi di governo della SCO nella città della Cina centro-orientale di Zhengzhou, il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev presentava la visione russa del partenariato economico tramite il collegamento dei blocchi regionali, “La Russia propone di iniziare le consultazioni con l’Unione economica eurasiatica e la Shanghai Cooperation Organization, inclusi i Paesi che aderiranno all’Alleanza, con i Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutui interessi“. La proposta di Dmitrij continua la visione della Russia per creare la Grande zona eurasiatica di libero scambio (GEFTA) dall’Asia all’Europa. Inoltre, la Russia si propone di collegare Vladivostok nell’Estremo Oriente a Lisbona in Europa, ma sembra impossibile oggi a causa del controllo statunitense sull’Europa. Anche se l’Europa sembrava interessata a partecipare o collaborare con l’UEE (Unione economica eurasiatica), gli USA l’hanno minacciata con un’immaginaria aggressione russa. Ecco perché, alimentando il conflitto in Ucraina, la NATO piazza armi ai confini della Russia e gli USA invadono l’Europa presentando la Russia quale minaccia. Nel frattempo, la politica degli Stati Uniti per contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale ha dato l’opportunità a Russia e Cina di collaborare per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza dell’Asia-Pacifico in modo che le ambizioni unipolariste d’impedire la multipolarità del globo siano bloccate. Pertanto, Russia e Cina hanno unito le forze per garantire l’integrazione eurasiatica e la Via della Seta della Cina. In questo scenario, la Via della Seta della Cina incontra l’integrazione eurasiatica con la Via della Seta eurasiatica. In questo contesto, l’Asia del Sud ha la fortuna della sua posizione geografica che collega le regioni e i blocchi mondiali. Le due maggiori economie del mondo e membri dei BRICS, India e Cina, vi sono di già e ora, dopo l’ammissione della Russia, il RIC dei BRICS (Russia-India-Cina) sarà nell’Asia meridionale. Secondo le informazioni disponibili, l’S dei BRICS (Sud Africa) mostra interesse a partecipare alla SAARC in qualità di osservatore.SAARC2Il timore dell’India per la presenza della Cina
Si è già detto che l’India è perplessa dalla crescente influenza della Cina sulla SAARC, perciò, dopo l’iniziativa della Cina per la costruzione del porto franco di Gwadar in Pakistan nell’ambito del corridoio economico Cina-Pakistan, l’India annunciava la costruzione del porto di Chabahar in Iran, parallelo a Gwadar. Mentre il Pakistan ha proposto di collegare i porti di Karachi e Gwadar alla SCO, in modo che ci sia la massima integrazione economica presso il Pakistan grazie alla sua posizione geografica, definita “cerniera” dei blocchi multipolari. Il porto di Gwadar in Pakistan offre facile accesso via terra a tutti i Paesi SCO senza sbocco sul mare, raggiungendo le rotte marittime commerciali internazionali. Ecco perché Russia e Iran lavorano sul corridoio nord-sud che collega l’Asia meridionale attraverso ferroviarie e reti energetiche con l’Asia centrale. Pertanto, l’India costruisce il porto di Chabahar per collegarsi con l’Asia centrale scavalcando il Pakistan. Sotto l’ombrello della SCO, l’Iran è interessato a connettere Chabahar e Gwadar con ferrovie, strade ed oleogasdotti. Questi due porti strategici della SCO si trovano all’entrata dello stretto di Hormuz, considerato una delle vie d’acqua più strategiche. Ma purtroppo i porti gemelli Gwadar e Chabahar sono situati nell’instabile regione del Baluchistan. Pakistan e Iran si trovano ad affrontare i movimenti separatisti beluci. Nella parte iraniana del Sistan e Baluchistan, un movimento separatista è divenuto una violenta setta sotto influenza saudita. Mentre nella parte pakistana, i funzionari accusano il sostegno indiano ai ribelli. Pertanto, il Pakistan protesta con l’India che cercherebbe di sabotare il corridoio economico Cina-Pakistan alimentando militanza e separatismo. Non solo in Pakistan, ma i progetti indiani contro la Cina sarebbero dettati in Asia del Sud, Oceano Indiano e Sud Est Asiatico. Dopo l’annuncio della Via Seta della Cina, l’India ha adottato un comportamento aggressivo nei confronti di Nepal, Sri Lanka, Maldive, Myanmar e Bangladesh. L’accordo sul porto di Chittagong con la Cina veniva annullato dal Bangladesh su pressione indiana. Oltre a questo, l’India ha anche fatto pressione sulle Maldive per non permettere la presenza militare cinese. La crescente presenza della Cina nell’Oceano Indiano fa infuriare l’India. Invece di cooperare con la Cina sull’integrazione regionale, l’India ha previsto il rafforzamento militare nelle Andamane e Nicobare, sul Mare delle Andamane e Golfo del Bengala (Oceano Indiano). La posizione geografica delle isole fornisce all’India non solo il dominio sull’Oceano Indiano ma crea anche nuove opportunità per contenere la Cina rafforzando la cooperazione marittima con Australia e Stati Uniti. Il riarmo militare indiano denominato Baaz (Aquela) delle isole Nicobare ha aumentato la supremazia indiana su un lato della Stretto di Malacca. Mentre in altre parti dello stretto, gli Stati Uniti già giocano sporco con la Cina sulla questione delle isole del Mar Cinese Meridionale con l’aiuto di Giappone, Corea del Sud e altri piccoli Stati. L’80% del fabbisogno di petrolio della Cina proviene da Africa e Paesi del Golfo attraverso l’Oceano Indiano, attraversando questo stretto prima di entrare nell’Oceano Pacifico (Mar Cinese Meridionale). Gli esperti ritengono che la presenza militare indiana all’entrata dello Stretto di Malacca è parte della grande strategia degli Stati Uniti per contenere la Cina. Ecco perché l’inclinazione indiana verso gli Stati Uniti è una prova che calpesta il multipolarismo in costruzione da parte di Russia e Cina per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza Asia-Pacifico. L’India è assieme a Russia e Cina nei BRICS e SCO, ma purtroppo l’attuale mossa di Modi che avvicina l’India ai sostenitori dell’unipolarità appare pericolosa per il multipolarismo. Per quanto si ricordi ai vertici BRICS/SCO di Ufa, i leader mondiali multipolari (BRICS, SCO e Unione economica eurasiatica) erano concordi nel realizzare una crescita economica sostenibile attraverso la cooperazione internazionale e un maggiore uso dei meccanismi d’integrazione regionale, migliorando benessere e prosperità dei popoli. Mentre la Dichiarazione di Ufa fu adottata dai leader dei BRICS, per scoraggiare chiaramente i doppi standard, con i leader che dicevano, “Insistiamo sul fatto che il diritto internazionale fornisce gli strumenti per realizzare la giustizia internazionale, sulla base dei principi di buona fede e uguaglianza sovrana. Sottolineiamo la necessità dell’adesione universale ai principi e alle norme del diritto internazionale nella loro interrelazione e integrità, scartando il ricorso ai “doppi standard” ed evitando l’intrusione degli interessi di alcuni Paesi ai danni degli altri“.

La Russia come arbitro nella SAARC
45c01c11738d5f42a03bcd38b7439d75Il cambio russo verso Pakistan e Cina è anche uno dei principali motivi del nuovo allineamento strategico indiano con Stati Uniti e Arabia Saudita. La storia ha testimoniato che a causa delle dispute di confine con Cina e Pakistan, l’India ha sempre guardato all’URSS per contrastare l’influenza sino-pakistana. Oltre a questo, il Pakistan era anche considerato un alleato degli USA nella regione che giocava sporco per contenere la crescente influenza dell’URSS su ordine occidentale. Ma oggi l’intera situazione s’è modificata. L’India s’impegna con i vecchi alleati del Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, mentre il Pakistan si avvicina alla Russia, ancora considerata alleata dell’India. Anche se l’inclinazione strategica indiana verso l’allineamento unipolare la staccasse dalla Russia, ci vorrà molto perché sono collegate da diverse e profonde cooperazioni. Essendo vicina, la Russia ha previsto di collegare l’India alle reti energetiche e ferroviarie nell’ambito dell’integrazione eurasiatica con cui Mosca si sarebbe collegata con Mumbai attraverso Baku e Teheran. Inoltre, la Russia punta a svolgere il ruolo di referente tra asse cino-pakistano e India. Ecco perché si avvicina al Pakistan. Nonostante la perdita, la Russia costruirà il gasdotto GNL in Pakistan in modo che in futuro i rivali e nemici siano collegati a gasdotti e reti energetiche nell’ambito dell’integrazione regionale. Nell’ultima visita di Modi a Mosca, la Russia assicurava di fornire petrolio e LNG a India e Pakistan. Perciò sulla via del ritorno a Mumbai da Mosca, Modi atterrò a Lahore (Pakistan) con il messaggio di pace dell’integrazione regionale. Ma purtroppo l’attentato terroristico alla base aerea indiana (Pathankot) veniva effettuato per sabotare questi sforzi di pace. Come risultato dell’attacco, tutti gli sforzi di pace fatti dalla Russia dal vertice di Ufa alla visita di Modi a Mosca furono sabotati. Mentre dall’altro lato la Cina bloccava la richiesta indiana all’ONU di bandiere le organizzazioni terroristiche basate in Pakistan presumibilmente attive in India. In questo scenario, la Russia era l’unica speranza per l’India, ma la vicinanza russa a Cina e Pakistan ha ingelosito l’India. Così l’India inclina verso un’alleanza anti-regionale. Ora, se la Russia entra nella SAARC darà nuova speranza al ruolo russo di arbitro tra Pakistan e India e tra India e Cina. La Russia già svolge il ruolo di mediatrice tra India e Cina. Ecco perché nella riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, la Russia formò la trilaterale Russia-India-Cina denominata RIC. Questo formato offre l’opportunità a India e Cina di ridurre al minimo le controversie in presenza della Russia in modo che gli interessi comuni e reciproci siano raggiunti. Come osservato dalle tensioni attuali, il vertice della trilaterale RIC si teneva a Mosca, dove i Ministri degli Esteri dei tre Paesi s’incontravano per disinnescare le crescenti tensioni tra India e Cina. Mentre la Russia si sforza di arbitrare le controversie indo-cinesi, può svolgere lo stesso ruolo nel conflitto indo-pakistano.

Conclusioni
Come “la guerra ibrida” mondiale scoppia per fermare la multipolarità attraverso terrorismo, separatismo e cambi di regime negli Stati multipolari, è responsabilità comune dei Paesi regionali agire con saggezza per sconfiggere l’ordine mondiale unipolare a vantaggio del benessere dell’umanità. Purtroppo, nonostante sia parte essenziale delle istituzioni multipolari, l’India gioca il doppio gioco impegnandosi con le forze unipolari. Questo atto indiano non solo indebolisce le istituzioni multipolari ma creerà difficoltà all’integrazione regionale che bussa alle porte dell’India, nell’ambito della Via della Seta eurasiatica. Anche se la precedente politica estera indiana mostrava di giocare su ogni lato, ora il tempo è cambiato e dovrà scegliere un lato. Gli sforzi indiani per contenere il volere degli Stati Uniti saranno infruttuosi perché la Cina ha alternative. E’ impossibile, ma in ogni caso l’India cercherà di bloccare lo stretto di Malacca per poi perdervi molto perché la Cina ha una via più breve dallo Stretto di Hormuz al Karakorum via Gwadar. Ecco, questo è il motivo per cui è il momento di collaborare per avere il massimo beneficio dall’integrazione regionale come l’India ha già assicurato a Russia e Cina nei vertici BRICS/SCO di Ufa. Inoltre, la Russia già collabora con l’India nel superare le preoccupazioni sull’asse sino-pakistano. Anche se Cina e Pakistan hanno ripetutamente invitato l’India a far parte del corridoio economico Cina-Pakistan, in modo che l’Asia del Sud sia collegata alle iniziative Fascia e Via. Ora è il momento d’integrare la Russia nella SAARC nel ruolo vitale di arbitro dell’integrazione regionale, facendo sì che il “futuro in Asia” diventi realtà.pak-china-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo “scambio” di alleanze tra Pakistan e India e la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina

Andrew Korybko, RISS, 19/04/2016Modi-KingNel cambiamento geopolitico in corso, impensabile solo pochi anni fa, Pakistan e India sembrano disposti a “trattare” un’alleanza, “scambiandosi” i partenariati privilegiati con i sauditi e russi, per migliorare la posizione nell’atteggiamento delle loro leadership verso la Cina. Mentre Russia e India sono ancora stretti partner storici e strategici, gli ex-legami fraterni, nonostante le dichiarazioni retoriche e le azioni simboliche dei rispettivi governi, poco a poco si sfilacciano nella situazione geopolitica post-guerra fredda e nel corso della nuova guerra fredda. Ancora più importante, tuttavia, è che gli sforzi evidenti dell’India d’ingraziarsi l’Arabia Saudita sono volti non solo contro il Pakistan, ma anche tacitamente contro la Cina, dimostrando uno dei mutamenti geopolitici più insoliti ed eterodossi della nuova guerra fredda.

Prefazione
La ricerca si propone di non presentare una vasta revisione accademica della storia delle relazioni tra i Paesi in esame, le difficili sfumature dei legami presenti e in via di sviluppo, né una collezione di tutti i fatti e di ogni ultima notizie sugli eventi cui si riferiscono, ma in linea di massima d’aumentare la consapevolezza sugli inconfondibili schemi geopolitici che emergono nel contesto più ampio della nuova guerra fredda. Parlando di rapporti non irreversibili e di molte cose che possono ancora cambiare in questo periodo inedito d’incertezza globale e transizione sistemica, anche se appaiono in modo convincente entrare in una fase in cui ciò sarà sempre più difficile, mentre nuove mentalità strategiche si consolidano divenendo pensiero comune tra i rappresentanti dello Stato profondo (militari, intelligence e diplomatici). Lo scopo non è disprezzare l’India o i suoi cittadini, indicando quel Paese così come la sua capitale non s’intende riferirsi al popolo indiano in generale. In questo testo, ci si riferisce solo all’attuale dirigenza politica indiana, e la stessa regola vale per ciascuno dei Paesi studiati. Tuttavia, il lavoro è nettamente critico verso l’India, che l’autore vede inutilmente flirtare troppo vicino al mondo unipolare per l’istintiva reazione agli imperativi presunti del “contenimento della Cina” e alle “pressioni sul Pakistan” che, in ultima analisi, porterebbero New Delhi, consapevolmente o inconsapevolmente, a diventare un alleato strategico degli USA nella nuova guerra fredda.

Lo “scambio”
Pakistan:
Per riassumere una delle tendenze geopolitiche più dichiaratamente inaspettate oggi, il Pakistan si allontana dall’Arabia Saudita e si avvicina alla Russia mentre l’India fa il contrario. Ad esempio, Islamabad ha rifiutato di unirsi alla coalizione “antiterrorismo” di Riyadh, anche se questo ha portato a una spaccatura tra le classi politiche e militari del Pakistan. L’Arabia Saudita non ha rinunciato al tentativo di corteggiare il Pakistan, tuttavia, dato che l’ultima parola va al comandante delle Forze Armate del Pakistan che potrebbe eventualmente guidare il blocco “antiterrorismo” dei sauditi. Questo “braccio di ferro” tra militari filo-sauditi e governo filo-cinese probabilmente definisce la situazione strategica del Pakistan nel prossimo futuro, ed è molto probabile che Riyadh e l’alleata Washington possano tentare ancora di agitare il calderone del separatismo e del terrorismo in Baluchistan per fare pressione su Islamabad affinché cambi il nuovo indirizzo verso i tradizionali alleati unipolari. Detto questo, come l’autore ha scritto per l’Istituto di studi strategici russo nel settembre 2015, il Pakistan è la “cerniera” dell’integrazione pan-euroasiatica e questa ovvietà geopolitica ha portato ad intensificare i legami tra Islamabad e Mosca, secondo un atteso mutuo beneficio che riceveranno col nesso infrastrutturale multipolare transnazionale nell’Asia centrale-orientale in costruzione da parte della Cina, in conformità alla visione dell’One Belt One Road (OBOR).

India:
L’India procede nella direzione opposta al Pakistan, come si vede sia dalla costante sostituzione della Russia con gli Stati Uniti quale primo fornitore di armi alla recente visita di Modi nella terra di Re Salman. Per espandere l’ampiezza delle nuove relazioni strategiche di New Delhi con Washington, le parti sono in procinto di accettare un “accordo di supporto logistico” che “permetta ai militari di utilizzare le rispettive basi terrestri, aeree e navali per rifornirsi, ripararsi e riposarsi”. In pratica significa che gli Stati Uniti possono impiegare “pretesti plausibilmente segreti per dispiegare forze terrestri, aeree e navali a rotazione, sia a tempo indeterminato che temporaneo (probabilmente decidendo, caso per caso, a seconda della struttura militare in questione e del contesto geopolitico attuale) fino ai confini tibetani e dello Yunan cinesi. Anche se è segno promettente e pragmatico che l’India non abbia optato per partecipare al proposto pattugliamento congiunto del Mar Cinese Meridionale con gli Stati Uniti, è ancora preoccupante che Modi abbia già parlato della cosiddetta “libertà di navigazione” nella regione, comunemente pronunciato quale eufemismo per “contenere la Cina”. Concentrandosi verso l’Arabia Saudita, principale alleato unipolare degli Stati Uniti nella regione araba, il segretario generale nazionale del BJP e i funzionari del governo venivano citati da Reuters vantare nel modo più chiaro che il viaggio del Primo Ministro avesse lo scopo di “accordarsi con il Pakistan” tramite “legami affettivi, economici e strategici per convincere gli amici di Islamabad” nello “sforzo per ‘distaccare’ l’India dal Pakistan”. L’avvicinamento dell’India all’Arabia Saudita non solo è una premessa al semplice desiderio di “fare pressione sul Pakistan”, ma è invece parte di ciò che la dirigenza di Nuova Delhi probabilmente vede quale modo scaltro e preventivo di deviare il potenzialmente imminente pericolo del terrorismo filo-saudita nel Paese dalla maggioranza “di infedeli indù” (come sono spregiativamente visti dagli estremisti islamici). Al-Qaida, sempre legata a importanti personaggi e affaristi sauditi e alla loro “beneficenza”, annunciava nel settembre 2014 che sarebbe entrata nel subcontinente indiano, date le crescenti simpatie pro-SIIL e le tendenze fondamentaliste islamiche insediatesi in Bangladesh da allora, e l’India potrebbe cercare d’ingraziarsi uno dei principali sponsor mondiali del terrorismo internazionale per avere la garanzia che Riyadh faccia tutto il possibile per evitare che queste sue organizzazioni la colpiscano.

La scelta:
Russia e Cina non impongono condizioni ai loro partner o lasciano che le decisioni sovrane d’impegnarsi in relazioni geopolitiche diversificate sminuiscano i legami bilaterali, anche se lo stesso non si può dire per Stati Uniti e Arabia Saudita. Mentre è del tutto possibile per India e Pakistan impegnarsi pragmaticamente e contemporaneamente con vari attori internazionali, Stati Uniti ed Arabia Saudita, così come fecero storicamente con altri prima (in particolare nei casi di Ucraina e Yemen), costringeranno i due Stati dell’Asia meridionale a un falso “aut-aut” traducendosi in risultati a somma zero per i partner respinti. L’India probabilmente sfrutterà il divario della nuova guerra fredda in modo tale che il rapporto degli attori civili, sociali e affaristici con la Russia rimanga intatto, ma il coordinamento geopolitico tra i vertici di Nuova Delhi e Mosca indubbiamente ne soffrirà. Inoltre, se l’India riuscisse ad uscirsene dal suddetto scenario ottimistico mantenendo legami non governativi positivi con la Russia sotto una pesante pressione statunitense, lo sarebbe meramente a causa dell’affinità storica tra le due parti, non replicabile relativo allo spettro completo dei rapporti indo-cinesi. Ciò sarebbe ovviamente influenzato negativamente e l’attuale guerra fredda in corso tra New Delhi e Pechino sulla Grande Regione Oceano Indiano-Asia del Sud potrebbe accelerare e raggiungere livelli possibilmente ostili, soprattutto nel caso in cui l’“accordo di supporto” comporti una presenza militare statunitense (anche se temporanea) ai confini della Cina continentale. L’Arabia Saudita non è in grado di costringere l’India a fare una scelta, ma già cerca di farlo con il Pakistan, alleato da decenni e in cui è radicata l’influenza sul potere istituzionale che coltiva da tempo. Proprio come gli Stati Uniti cercheranno di spingere l’India a scegliere tra essi e la Russia, l’Arabia Saudita cercherà di fare qualcosa di simile costringendo il Pakistan a scegliere tra essa e la Cina. Vi sono alcune ipotesi fondamentali sugli obiettivi per cui tali attori fanno pressione, vale a dire gli statunitensi credono che gli indiani procederanno lungo un definita rotta geopolitica anti-cinese, mentre i sauditi ritengono che i legami pakistano-russi dipendono dalla convergenza verso le infrastrutture dell’One Belt One Road cinese nell’Asia centrale e meridionale. Di conseguenza, gli Stati Uniti non vedono la necessità di affrontare in modo esplicito la grande strategia dell’India verso la Cina, perché è già allineata in sostanza con gli interessi di Washington, mentre l’Arabia Saudita sa di conseguenza che la scelta del Pakistan verso Riyadh o Pechino determinerà l’azione finale verso Mosca.chinese-energyLa guerra fredda sino-saudita
Asia del sud:
Tangenzialmente al tema del cambiamento delle relazioni dell’Arabia Saudita verso India e Pakistan, va apertamente sottolineato che i legami nell’Asia meridionale dei sauditi si basano sui calcoli di Riyadh verso la Cina. Estrapolando dalla grande revisione strategica dell’Asia del Sud e del Corno d’Africa, c’è la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina in questo momento che sembra destinata a trasformarsi in serio fattore geopolitico in futuro. Per chiarire cosa s’intende con questo, è più facile iniziare dalla regione attualmente al centro della scena. Arabia Saudita e Cina sono in competizione sull’influenza in Pakistan e la fedeltà delle d’élite più influenti, militari e politiche, come già descritto. Spostandosi verso il Bangladesh, la Cina ha lavorato duramente per farne uno dei principali partner strategici negli ultimi due decenni, ma l’attuale agitazione politica centrata sul Partito nazionalista del Bangladesh pro-saudita, potrebbe invertire tutto questo se l’opposizione riuscisse a sfruttare gli eventi prendendo il potere. L’ultima area di concorrenza tra i due Paesi sono le Maldive, appena uscite da un periodo molto teso di guerra ibrida che l’autore ha analizzato al momento, ed ora sono più vicine all’Arabia Saudita che alla Cina. Ad esempio, anche se occupano una posizione cruciale lungo la rotta marittima dell’OBOR della Cina, le Maldive sono ormai parte della coalizione “antiterrorismo” dei sauditi e le due parti hanno deciso di aumentare i “legami religiosi”, tipicamente un’espressione che denota il proselitismo istituzionalizzato del violento wahhabismo saudita.

Corno d’Africa:
Qui la Cina collabora strettamente con l’Etiopia, l’economia in più rapida crescita al mondo e che dovrebbe presto divenire il leader continentale. Al centro della visione dell’OBOR c’è la convinzione che la Cina acquisisca l’accesso a nuovi mercati e sbocchi per gli investimenti sostenendone crescita e stabilità interna. L’Etiopia occupa un ruolo importante in questa strategia ed è essenziale che la Cina ne sfrutti il potenziale, spiegando perché la costruzione della ferrovia Etiopia-Gibuti si completerà molto presto. Completando questo imperativo geo-economico, appare anche la prima base militare all’estero a Gibuti, consentendole di esercitare una doppia influenza sulle rotte marittime di Bab-al-Mandeb e sul cuore etiope del Corno d’Africa. Parallelamente a ciò, i sauditi e il blocco militare del GCC che sovrintendono si muovono in questa regione apparentemente con il pretesto del supporto logistico per la guerra in Yemen. Un rapporto delle Nazioni Unite dell’ottobre 2015 documentava come “l’Eritrea abbia forgiato una nuova relazione strategica militare con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti permettendo alla coalizione saudita di usare suolo, spazio aereo e acque territoriali per la campagna anti-huthi nello Yemen“, e come “soldati eritrei fossero integrati nel contingente delle forze degli Emirati Arabi Uniti che combattono su suolo yemenita”. L’autore ha accuratamente analizzato cosa significhi tale sviluppo sull’equilibrio militare tra Eritrea e il rivale etiope, concludendo che il CCG potrebbe utilizzare il territorio del nuovo alleato come trampolino di lancio per un’influenza asimmetrica sull’Etiopia. Inoltre, il Qatar ha già truppe in Eritrea e Gibuti nel quadro del meccanismo di mediazione dei conflitti delle Nazioni Unite, mentre l’Arabia Saudita è in procinto di aprire una base, con supposta coincidenza con quella della Cina. Un altro sviluppo chiave da considerare è come gli Emirati Arabi Uniti siano presumibilmente interessati a una struttura militare sul Golfo di Aden, nella regione del Somaliland. Complessivamente, è evidente che un modello riconoscibile emerge, il GCC accerchia costantemente l’alleato etiope della Cina, ed inteso che ciò avvenga o meno, è molto probabile che un dilemma sulla sicurezza tra le due parti scoppi mentre puntellano l’influenza lungo il Mar Rosso e l’entroterra del Corno d’Africa. L’Etiopia è parte integrante della visione globale della Cina e ha un ruolo insostituibile essendo geograficamente un conveniente intermediario per le imprese cinesi in Africa, usandone la posizione vantaggiosa per facilitare l’interazione con i mercati europei ed asiatici attraverso l’accesso marittimo che acquisiranno con la ferroviaria Etiopia-Gibuti. Al contrario, gli Stati Uniti riconoscono tale enorme importanza ed è probabile che inviteranno gli alleati del CCG a fare pressione contro gli interessi cinesi per sovvertire i vantaggi geo-economici di Pechino. Questo potrebbe assumere la forma di Qatar ed Eritrea collegati al gruppo terroristico al-Shabab, utilizzando l’organizzazione militante quale leva per avere un’influenza destabilizzante contro l’Etiopia, in particolare orientando la parte nord-occidentale della regione somala di quest’ultima attraverso cui la ferroviaria Etiopia-Gibuti dovrebbe passare. Inoltre, anche se il GCC fornisce solo un supporto strategico al nuovo alleato del Mar Rosso (o illegalmente eludendo le sanzioni del Consiglio di sicurezza sil trasporto di armamenti), allora potrebbe lanciare una corsa per procura agli armamenti con la Cina, che sarebbe costretta ad incrementare le capacità dell’Etiopia per compensare l’imprevisto squilibrio militare dell’alleato verso l’Eritrea. E’ rilevante ricordare che l’Etiopia realmente immagina di giocare un ruolo importante nella rete infrastrutturale dell’OBOR, e che l’apertura della Cina della sua prima base militare estera a Gibuti è parzialmente dovuta alla sicurezza strategica del partner e alla supervisione del terminale della ferrovia Etiopia-Gibuti. Allo stesso modo, solo questo da agli Stati Uniti una motivazione ancora più grande nel cercare di compensare i piani del rivale, laddove il ruolo del GCC a guida saudita e relativo dispiegamento militare nel Corno d’Africa entrano in gioco. In relazione a ciò, non è un caso che Gibuti e Somalia aderiscano alla coalizione “antiterrorismo” dei sauditi, e mentre è dubbio che Gibuti faccia di tutto per distruggere l’enorme vantaggio che si aspetta di trarre dalla cooperazione con la Cina, lo stesso non si può dire per Mogadiscio nel raccordarsi con il blocco. La Somalia potrebbe non opporsi a che il suo territorio sia utilizzato per la destabilizzazione asimmetrica dell’Etiopia, soprattutto se si considera che gli alleati del GCC e l’estremista Stato della Turchia aprono basi nella capitale locale.Djibouti-Addis_Ababa-railroad-map-lgIndia e Pakistan nel processo geopolitico della nuova guerra fredda
La ricerca ha sostenuto fino a questo punto che gli Stati dell’Asia meridionale dell’India e del Pakistan si muovono in direzioni geopolitiche contrapposte, con Nuova Delhi e Islamabad che “scambiano” i tradizionali alleati russi e sauditi tra calcoli divergenti sull’atteggiamento verso la Cina. Il Pakistan è favorevole alla Cina e intensifica quindi le relazioni con la Russia in conformità alle motivazioni multipolari che ne guidano le relazioni verso Pechino, mentre l’India si oppone alla Cina e fa lo stesso con l’Arabia Saudita per animosità nei confronti di Islamabad e Pechino. E’ quest’ultimo aspetto della collaborazione emergente dell’India con l’Arabia Saudita ivolto contro la Cina che va ancora elaborato, quindi la prossima sezione descrive i principi geopolitici che guidano tale mossa e viceversa, catapultandone il significato multipolare globale del Pakistan su livelli ancora più alti di quanto siano mai stati prima.

Entra l’India:
Così com’è, l’India è pronta a svolgere un ruolo decisivo nell’emergente guerra fredda saudita-cinese e la visita di Modi nel Regno saudita va vista in questo contesto. Ricordando l’analisi precedente sulla rivalità tra Riyadh e Pechino dal Mar Rosso al Bengala, è ovvio in che modo l’inserimento dell’India in tale tesa equazione geopolitica possa cambiare a favore del mondo unipolare. Infatti, mentre l’India è sempre più dinamica nel proiettare i propri interessi marittimi, la complementarità strategica anti-cinese con l’Arabia Saudita (soprattutto sovrapponendosi nelle Maldive) alla fine metterebbe a repentaglio la libertà di navigazione da cui la Cina dipende nel proiettare la componente marittima dell’OBOR quale realtà realizzabile. Anche se non è previsto che la “coalizione” saudita-indiana possa mai chiudere queste rotte del tutto, dal punto di vista cinese tale partnership strategica potrebbe certamente rappresentare un avversario temibile in quanto relativo alla proverbiale “linea di fuoco” sui campi di battaglia di Bangladesh e Maldive. Qualora sauditi e indiani riuscissero a espellere questi due Paesi dall’orbita pragmatica della Cina, al punto che i progetti infrastrutturali pertinenti dell’OBOR ne siano negativamente influenzati, ciò complicherebbe gli sforzi della Cina nel creare affidabili linee di comunicazione marittime, quindi indebolendo l’affidabilità dell’accesso economico marittimo in Europa e Africa orientale. Conseguenza strutturale di tale sviluppo sarebbe una Cina inversamente dipendente dalla parte continentale della strategia della Nuova Via della Seta, che potrebbe quindi essere sproporzionatamente influenzata se Stati Uniti e alleati riuscissero ad innescare una serie di guerre ibride in Asia centrale.

L’alleanza del Rimland:
Mettendo le potenziali alleanze strategiche dell’India con Stati Uniti e/o Arabia Saudita nella prospettiva globale, Nuova Delhi essenzialmente sigillerebbe la maggior parte del Rimland eurasiatico quale parte integrante della nascente alleanza supercontinentale di Washington contro Russia e Cina. In questo momento, gli Stati Uniti cercano di costruire una coalizione “Miezymorze” di Stati anti-russi in Europa orientale che si colleghi con la Turchia di Erdogan e sia prossimo al lavoro strategico del CCG a guida saudita. Dall’altra parte dell’Eurasia, gli Stati Uniti si propongono di portare Giappone e Corea del Sud nel meccanismo di coordinamento militare apparentemente diretto contro la “Corea del Nord”, ma ovviamente dalla doppia funzione non dichiarata anticinese. Ampliando il ruolo del Giappone, lo Stato insulare diverrebbe per gli Stati Uniti il principale partner “eterodiretto” per riunire i teatri nord-est e sud-est asiatici in un grande ‘fronte di contenimento’ anti-cinese basato sui Paesi membri del TPP, dell’ASEAN e delle Filippine, ampliando la coalizione strategica del blocco economico guidato dagli Stati Uniti. Tra questi blocchi eurasiatico occidentale, mediorientale e orientale si piazza l’India che potrebbe forse giocare il ruolo fondamentale colmando il vuoto geografico tra gli alleati degli Stati Uniti GCC e Giappone-ASEAN. Tutto sommato, l’India è parte integrante della persistente alleanza del Rimland, motivo per cui è così aggressivamente corteggiata dagli Stati Uniti.

Il perno del Pakistan:
La possibilità che l’India possa unirsi strategicamente alle forze del mondo unipolare schierandosi con Stati Uniti e/o Arabia Saudita (entrambi raggiungerebbero i medesimi fini strutturali nei confronti dell’alleanza del Rimland) non sfugge a Russia e Cina che corrispondentemente reagiscono consolidando i rapporti con il Pakistan per pura necessità geopolitica. L’Iran è anche importante per entrambe le ancore eurasiatiche multipolari, ma a differenza del Pakistan, l’ex-Persia è circondata strategicamente dai sauditi e dalla loro settaria coalizione “antiterrorismo” che potrebbe prevedibilmente essere usata contro di essa, come misura non convenzionale di “contenimento”. Anche se esiste ancora una moltitudine di opportunità multipolari vantaggiose per l’Iran a cui Russia e Cina possono realisticamente attingere, resta lo scomodo fatto geostrategico che il Paese è una potenza continentale e che la maggior parte del suo potenziale marittimo (fatta eccezione per il porto indiano a Chabahar) dipende dalla Stretto di Hormuz e di conseguenza è soggetta a potenziale ostruzione da GCC e Stati Uniti similmente (anche se meno intensamente) allo Stretto di Malacca. Per non sbagliarsi, l’autore non respinge l’importanza dell’Iran per l’ordine mondiale multipolare emergente, il Paese ha un notevole peso strategico, ma ciò va temperato con una valutazione realistica dei limiti geografici. Il Pakistan, d’altra parte, è l’ultimo Stato-perno eurasiatico nella visione dell’OBOR della Cina, dato che esso solo può “connettere” i diversi blocchi economici che lo circondano collegando direttamente gli interessi di Russia e Cina. E’ vero che gli interessi economici continentali di Mosca e Pechino si intersecano anche con quelli di Teheran, ma quelli dello Stato orientale devono prima transitare per l’Asia centrale, per arrivare. Contando la possibilità molto reale che gli Stati Uniti cerchino d’inscenare una qualche guerra ibrida per interromperla nel prossimo futuro, forse innescata dall’inevitabile passaggio di Islam Karimov, il “Gheddafi uzbeko” che è riuscito miracolosamente ad unificare i vari clan del Paese, potendo proiettate la destabilizzazione dell’Asia centrale per ostacolare i piani della Cina per collegarsi economicamente direttamente con l’Iran. D’altra parte, il Pakistan, essendo un medesimo obiettivo, è assai meglio abituato a trattare con tali minacce grazie all’esperienza agguerrita del periodo post-11/9 e inoltre i progetti infrastrutturali russo-cino-pakistani attraverserebbero un Paese relativamente stabile e assai meno minacciato del Kazakhstan.7894Il Piano per spezzare il contenimento:
Gli assi militari-strategici congiunti Russia-Kazakistan e Cina-Pakistan che si uniscono sul porto Dzungarian sono abbastanza forti per creare un corridoio di sviluppo affidabile in Eurasia irrompendo tra l’Alleanza del Rimland dalla fondamentale porzione pakistana. Il Pakistan è assolutamente essenziale per Russia e Cina per avere accesso all’Oceano Indiano non unipolarmente influenzato, divenendo tanto più importante in quanto gli Stati Uniti stringono progressivamente il cappio del “contenimento” intorno alle rispettive periferie eurasiatiche occidentale ed orientale. La potenziale integrazione dell’India nell’alleanza del Rimland tramite la cooperazione con l’asse strategico USA-Arabia Saudita aumenta solo l’importanza del perno pakistano di Mosca e la pianificazione a lungo termine di Pechino, e il flirt di Nuova Delhi con il blocco unipolare inconsapevolmente accelera il compimento del medesimo corridoio di sviluppo che idealmente si desidera demolire. Può quindi essere osservato che la reazione permalosa dell’India al corridoio economico tra Cina e Pakistan e le successive puntate sull’asse strategico USA-Arabia Saudita possono realmente innescare un massiccio dilemma sulla sicurezza, se non l’hanno già fatto, con Brasile e Sud Africa che già affrontano le pressioni dagli Stati Uniti con il “colpo di Stato costituzionale”, la “defezione” dell’India presso le forze unipolari certamente significherebbe la fine dei BRICS e la sua riduzione al nucleo russo-cinese originale.

Conclusioni
La nuova guerra fredda, anche se ancora all’inizio, è già colma di incredibili giravolte, con la riunificazione della Crimea alla Russia o con l’intervento antiterrorismo in Siria della Russia. Sul fronte negativo, tuttavia, gli USA affermano una pesante influenza senza precedenti sulla maggior parte dell’Ucraina, mettendola contro la Russia, oltre a fare passi decisi nel “braccare” gli Stati strategici con le disposizioni restrittive del TPP per allontanarli dalla Cina. Con la guerra per procura globale in corso tra mondo unipolare e mondo multipolare, le due parti lottano per minare l’altra, e allo stesso tempo competono per la lealtà degli “Stati” neutrali ai margini. E’ in quest’ultima dinamica che l’India potrebbe svolgere un ruolo decisivo, in quanto impegnata con la multipolarità istituzionale ed economica (BRICS), deve ancora impegnarsi pienamente ad abbracciare gli aspetti geopolitici di questa responsabilità. Nel tentativo di stare ai margini il più a lungo possibile, ma facendo assai pubblicizzati passi geopolitici verso il mondo unipolare, l’India suscita presso gli alleati eurasiatici l’ansia che non sia completamente sincera nei dichiarati impegni multipolari, potendo “capovolgersi” verso gli Stati Uniti secondo il paradigma del cambio seguito dalla Cina negli anni ’70. Avvicinandosi all’asse strategico USA-Arabia Saudita, nel momento preciso in cui i due membri principali conducono azioni per procura contro Russia e Cina nel contesto della nuova guerra fredda, l’attività dell’India ispira sospetti fondati presso coloro che sostiene essere i suoi partner multipolari e legittima pienamente le loro nuove relazioni strategiche con il Pakistan. Il rimpianto che l’autore prevede, se l’attuale rotta geopolitica di Nuova Delhi continua a procedere a ritmo sostenuto, è l’India che potrebbe decidere di mutare gioco volgendo le spalle al mondo multipolare schierandosi con Stati Uniti e Arabia Saudita per grettezza mentale verso Pakistan e Cina, facendo tragicamente crollare le decennali relazioni con la Russia.Screen-Shot-2015-06-05-at-13.21.49Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ferrovia cinese collega l’Etiopia al Mar Rosso

F. William Engdahl New Eastern Outlook 13/04/2016ethiopianrailNiente potrebbe essere più simbolico del declino dell’Europa e dell’ascesa di Eurasia della costruzione di una ferrovia moderna dalla capitale etiope Addis Abeba al porto sul Mar Rosso di Gibuti. La linea ferroviaria è stata costruita dalla cinese Civil Engineering Construction Corporation and China Railway Group (CREC), sostituendo la vecchia linea ferroviaria arrugginita costruita dai francesi durante la colonizzazione europea dell’Africa, alla fine del 19° secolo.

Cosa, dove, quando…
La società ferroviaria cinese costruisce una completamente nuova linea ferroviaria elettrica di 656 chilometri dalla capitale etiope Addis Abeba al porto sul Mar Rosso di Gibuti, pienamente operativa da un momento all’altro. Il progetto creerà 5000 posti di lavoro locali e consentirà all’Etiopia di aumentare le esportazioni di prodotti chiave come caffè e sesamo. Offre anche la possibilità di addestrare lavoratori etiopi da parte dei tecnici cinesi della Civil Engineering Construction Corporation. Ad oggi 250 studenti etiopi sono istruiti in Cina nel settore ferroviario, un buon indirizzo della Cina di oggi, primo costruttore al mondo di ferrovie. Costerà 1,2 miliardi di dollari con l’Export-Import Bank of China che la finanzia per il 70 per cento e il governo etiope per il 30 per cento. Sarà uno dei primi treni elettrici in Africa orientale, dalla velocità di 120 km all’ora. Sarà più facile e meno costoso da mantenere rispetto alle precedenti locomotive diesel francesi, l’ultima delle quali fuori servizio dal 2008, essendo meccanizzata e alimentata dalla produzione locale di energia idroelettrica. La linea Addis-Abeba-Mar Rosso è una della rete di infrastrutture ferroviarie in programma che collegherà l’Etiopia, senza sbocco sul mare, ad otto corridoi ferroviari totalizzanti 4744 chilometri, creando una serie di rotte commerciali chiave per i confinanti Kenya, Sud Sudan, Sudan e soprattutto porto di Gibuti. Un’altra linea pianificata collegherà la regione di Afar, dove l’Etiopia incoraggia l’estrazione di sali di potassio per i fertilizzanti. La mancanza di efficienti infrastrutture stradali e ferroviarie è costata cara all’economia. Difficoltà come strade povere e flotte di autocarri vecchi significa che il trasporto di merci da Addis Abeba a Gibuti richiede giorni. La nuova linea ferroviaria ridurrà i tempi di circa otto ore, un’enorme spinta economica ed esempio del potere di trasformazione economica da ben concepite infrastrutture. L’imponente progetto infrastrutturale chiamato GTP è un piano di crescita e trasformazione quinquennale del governo etiope per togliere il Paese dalla povertà e trasformarne l’agricoltura e le potenzialità industriali pari a quelle di un Paese a medio reddito nei prossimi dieci anni. Altre parti del GTP richiedono nuove strade e dighe per la produzione di energia idroelettrica, per produrre tassi di crescita del PIL previsto ad almeno l’8% annuo. Oltre ai cinesi, società turche e brasiliane hanno fatto offerte su altre parti del GTP.

Perché…
I cinesi hanno chiaramente fatto il loro dovere decidendo di costruire infrastrutture economiche cruciali in Etiopia. In Africa è il secondo più popoloso Paese dopo la Nigeria, con circa 96 milioni di abitanti. Qualcosa di poco noto, lungo la Grande Faglia africana, una faglia o cintura tettonica lunga 6000 chilometri dalla Valle della Biqa in Libano al Mozambico e Sudafrica orientale. Alcuni geofisici ritengono che la Grande Faglia etiope o dell’Africa orientale contenga alcuni dei più ricchi giacimenti minerari non sfruttati del mondo e, potenzialmente, giacimenti di idrocarburi pari a quelli sauditi. Finora l’occupazione coloniale di Mussolini e l’assenza di sviluppo durante la guerra fredda hanno escluso queste ricchezze dai benefici per il Paese. Ora ciò cambia. Per i cinesi, sono molti i motivi per aver un collegamento ferroviario tra il porto del Mar Rosso di Gibuti e il secondo maggiore mercato dell’Africa. Uno dei motivi è iniziare a portare le fabbriche cinesi in Etiopia per produrre a costi inferiori rispetto alla Cina, dove negli ultimi dieci anni i livelli salariali sono costantemente aumentati. La combinazione tra costo del lavoro più economico, minore del 10% di quello nella Cina attuale, adeguata elettricità idroelettrica e accessibilità al mare, per la prima volta rendono il Paese un notevole polo di attrazione per gli investimenti esteri diretti. Come esempio del recente aumento dei salari in Cina, la retribuzione media nelle fabbriche nell’Henan, a circa 800 chilometri dalle coste della Cina, è salita del 103 per cento nei cinque esercizi chiusi dal settembre 2014. E’ aumentata dell’80 per cento a Chongqing, lungo i 1700 chilometri del fiume Yangtze, e dell’82 per cento nel Guangdong. Un tipico operaio non qualificato etiope prende circa 30 dollari al mese. Il Sud Africa, il Paese più industrializzato dell’Africa, ha un salario medio mensile di 1200 dollari, e in Cina oggi è di circa 560 dollari al mese. Gli investimenti esteri diretti (IDE) nel Paese sono saliti quasi del 250 per cento, a 953 milioni di dollari nel 2013, rispetto l’anno precedente, secondo le stime della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Il governo si aspetta che il 2015 sia record per gli investimenti diretti esteri (IDE). in crescita del 25 per cento dal 2014, dagli 1,2 miliardi di dollari al record di 1,5 miliardi. Quando il nuovo collegamento ferroviario al Mar Rosso sarà aperto nei primi mesi del 2016, il livello di IDE dovrebbe aumentare notevolmente, in particolare con le aziende cinesi, indiane e turche che si affollano per localizzarvisi. Nel maggio 2014 il Primo ministro cinese Li Keqiang e il Primo ministro etiope Haile Mariam Desalegn s’incontravano ad Addis Abeba. Dopo il loro incontro Hailemarian dichiarò alla stampa che la Cina “Ha una grande visione dell’Etiopia quale centrale elettrica dell’Africa“, come disse nella conferenza stampa congiunta ad Addis Abeba. Ciò che emerge intorno alla costruzione cinese di un presunto collegamento ferroviario secondario in un Paese dell’Africa orientale e senza sbocco sul mare, potrebbe sbloccare l’importante sviluppo economico dell’Africa per la prima volta nella storia moderna, qualcosa che le potenze coloniali europee fecero di tutto per evitare.ethiopian rail mapF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Etiopia: campo di battaglia tra Stati Uniti e Cina in Africa?

Eric Draitser, Gianalytics, 18 gennaio 2016

Mentre la storia della penetrazione economica e politica della Cina di Africa è raccontata innumerevoli volte da molti analisti, pochissimi parlano della questione delle mosse e contromosse tra Stati Uniti e Cina.

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

All’inizio del mese, il Washington Post ha confermato che le forze armate degli USA avevano chiuso la base dei droni di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia. Mentre c’era qualche cenno della chiusura nei media corporativi, nessuno ha fornito il tanto necessario contesto geopolitico e strategico per comprendere il vero significato della chiusura della base degli USA. Invece, la maggior parte dei media si concentra sulla ridistribuzione delle basi degli Stati Uniti su altre parti dell’Africa, o addirittura oltre il continente africano. Tuttavia, la vera storia è rimasta completamente occultata. E qual è esattamente “la vera storia”, ci si chiede? In poche parole, la chiusura della base statunitense è solo l’ultimo capitolo della partita a scacchi geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che vede l’Africa di gran lunga il terreno più contestato. Ma è proprio questo il problema da inquadrare e, visto sotto questa luce, è del tutto ragionevole interpretare la mossa degli Stati Uniti della chiusura della base dei droni in Etiopia, motivata meno da esigenze tattiche e militari che da considerazioni politiche.

Cina ed Etiopia: un partenariato nascente
ETHIOPIA-ADDIS ABABA-CHEN DEMING-CHINA-SIGNNING CEREMONY Mentre la Cina ha ampliato la propria impronta africana, l’Etiopia è diventata sempre più importante dal punto di vista di Pechino. Vista come sbocco per le esportazioni a basso prezzo ed enorme potenziale per gli investimenti, l’Etiopia ora figura al centro dei piani della Cina per il Corno d’Africa e per il continente in generale. Infatti, le statistiche mostrano quanto sia importante l’Etiopia. Secondo la Banca Mondiale, l’Etiopia è l’economia che cresce più velocemente nel mondo, per PIL. Mentre va notato che il PIL non è una misura del miglioramento economico effettivo della maggioranza dei cittadini che vivono ancora nella povertà più abietta, in generale indica la crescita dell’economia nel complesso. Ed è proprio la crescita del PIL (tasso di crescita annuo del PIL composto 2014-2017 + 9,70%), e il potenziale di crescita futura che attirano gli investitori e lo Stato cinesi. Come David Shinn, ex-ambasciatore in Etiopia, osservò nell’aprile 2015: “L’influenza cinese in Etiopia oggi è uguale o rivaleggia con quella di qualsiasi altro Paese, compresi gli Stati Uniti… La leadership del governo del FDRPE (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) dà certamente l’impressione di essere più a suo agio con lo stile e la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) che con leadership e partiti di governo dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Il FDRPE e il PCC si scambiano spesso visite e hanno anche formalizzato la loro interazione. Mentre il FDRPE ha rapporti con alcuni partiti politici occidentali, non è certo che siano più vicini quanto il PCC… A livello politico, Cina ed Etiopia si sostengono. Il Parlamento etiope ha approvato una risoluzione a sostegno della legge antisecessione della Cina. L’Etiopia s’è unita ad altri Paesi africani nel fermare le risoluzioni nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che censurano le pratiche sui diritti umani in Cina. L’ex-primo ministro Meles Zenawi (sic) dichiarò con enfasi che il Tibet è una questione interna e gli estranei non hanno alcun diritto di interferire… Sempre più spesso l’Etiopia vede la Cina come alternativa all’occidente e, in particolare, alle condizioni politiche occidentali”. Quest’ultima frase è particolarmente rivelatrice racchiudendo perfettamente il maggiore sviluppo nel Corno d’Africa negli ultimi dieci anni, in cui l’ex-affidabile Stato cliente degli USA, l’Etiopia, è sempre più contestato. Quando il Primo ministro cinese Li Keqiang visitò l’Etiopia nel 2014 si portò con sé un vero cenacolo di imprenditori e ministri del governo pronti a firmare una serie di accordi di partnership, 16 per l’esattezza. Questi accordi includsero massicci accordi infrastrutturali e di sviluppo della cooperazione, anche per la costruzione di strade e zone industriali. Infatti, secondo l’Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, l’investimento totale della Cina in Etiopia è quasi 17 miliardi di dollari, con la maggior parte degli investimenti nei settori dei trasporti, infrastrutture, energia e tecnologia. Tali ampi investimenti in settori economici cruciali illustra perché la Cina è vista come necessario e vitale contrappeso economico e politico (e presto militare?) all’egemonia statunitense nel Corno d’Africa. Ad esempio, alcuni dei progetti di massimo profilo in Etiopia sono finanziati e costruiti dai cinesi: il Progetto ferrotramviario da Addis Abeba (AALRT) da 475 milioni, la diga Baro Akobo da 583 milioni, il quartier generale dell’Unione africana da 200 milioni di dollari, tra molti altri. Ma al di là dei progetti comuni già materializzati, i cinesi tracciano l’impegno economico a lungo termine in Etiopia, avendo definito il Paese come “Zona di cooperazione economica” nel continente africano. Secondo l’esperta di fama mondiale sugli investimenti cinesi in Africa, Deborah Brautigam (American University), con il collega Tang Xiaoyang (New School for Social Research), notò nella critica allo studio del 2011 Shenzhen africana: zone economiche speciali della Cina in Africa: “Da tutti i resoconti, il governo cinese ha adottato ‘molti’ atteggiamenti nei confronti delle politiche su queste zone africane. Non siamo riusciti a trovare alcuna prova o anche voci di condizioni o inganni imposti ai governi ospitanti dal governo cinese in cambio dello sviluppo delle zone. Mentre il governo cinese ha giocato un ruolo diplomatico e i leader cinesi hanno visitato alcuni (ma non tutti) i Paesi della zona che ospitano, le nostre interviste chiariscono che le aziende cinesi, con il sostegno delle loro ambasciate, hanno il comando dei negoziati con i governi ospitanti su particolari incentivi e responsabilità, in particolare nella costruzione di infrastrutture… Perché queste zone pilota sono importanti anche politicamente per il governo cinese e i padroni di casa africani, alcuni dei quali, come l’Etiopia, hanno comitati di coordinamento bilaterali con rappresentanti ufficiali di entrambi i governi e che operano a livello strategico”. (P. 35, 37)
Il brano qui sopra dimostra due elementi assolutamente essenziali del rapporto Cina-Etiopia, e in effetti della partnership della Cina con le nazioni africane in generale. Prima di tutto, come Brautigam e Xiaoyang notano, Pechino non impone condizioni all’Etiopia, o qualsiasi governo africano, nella partnership con la Cina per la “zona economica speciale”. Questo è in netto contrasto con Stati Uniti e Unione europea che, molto spesso attraverso la Banca Mondiale e/o Fondo monetario internazionale (FMI), subordinano aiuti e investimenti a determinati criteri dettati da Stati Uniti o UE stessi. La storia degli “aiuti” all’Africa dell’occidente è lunga e sordida, e non c’è dubbio che i governi africani apprezzino la Cina che dispone di un modello economico sostanzialmente diverso. In secondo luogo, il fatto che ci sia una commissione bilaterale di coordinamento comprendente i rappresentanti dei governi cinese e etiope illustra il semplice punto che l’Etiopia vede con chiarezza la Cina come partner a lungo termine piuttosto che investitore a breve termine. In effetti, ciò spicca di fronte alla pretesa comune che l’Etiopia sia ciò che è stata negli ultimi tre decenni, cliente e ascaro degli Stati Uniti. Con tale cooperazione, è evidente a tutti che l’Etiopia sempre più cerca ad est lo sviluppo economico. La crescente collaborazione sino-etiope fornisce un diverso tipo di prisma attraverso cui valutare le mosse militari nella regione.

Cina, Stati Uniti e riorganizzazione della Scacchiera Militare
296droneBase28--300x461 E così, la chiusura della base dei droni statunitense di Arba Minch non è una mera mossa militare, anche se considerazioni militari, ovviamente, giocano un ruolo nella decisione di chiudere la base. Piuttosto, gli Stati Uniti riducono la presenza militare in un Paese che riconoscono non essere più loro agente. Ma la domanda resta: la chiusura è causata da considerazioni pratiche (logistica, obiettivi della missione, bilancio, ecc.) o forse Washington non ha più l’appoggio del governo etiope? Considerate le dichiarazioni del sergente maggiore James Fisher, che dopo l’annuncio ufficiale del 2011 secondo cui la struttura dei drone Arba Minch era operativa, affermò succintamente che “(i voli dei droni) continueranno fin quando il governo etiope accetta la nostra cooperazione sui vari programmi di sicurezza“. E così, quattro anni e decine di milioni di dollari dopo, gli Stati Uniti hanno chiuso la base. Come mai? Una conclusione logica basata sulle prove disponibili è che Addis Abeba ha deciso che la crescente partnership con la Cina supera la necessità di cooperare con gli Stati Uniti sui diritti delle basi militari. Non sarebbe la prima volta nella storia che un Paese lascia l’orbita statunitense nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la Cina. E qui è necessario notare un altro sviluppo geopolitico cruciale degli ultimi mesi: l’affermazione di Pechino che aprirà la prima installazione militare all’estero nella piccola nazione costiera di Gibuti, situata nello stretto strategicamente vitale di Bab al-Mandab che separa il Mar Rosso da Golfo di Aden e Oceano Indiano. Garantire l’accesso a tale collo di bottiglia globale è essenziale allo sviluppo della Cina con gran parte del commercio, comprese le importantissime esportazioni africane, che attraversa tale stretta via d’acqua. Con una struttura navale a Gibuti, Pechino sarà ben posizionata per proiettare potenza e garantirsi l’accesso senza restrizioni al continente africano e all’Oceano Indiano, a prescindere dai piani degli Stati Uniti. Ma naturalmente gli Stati Uniti non gettano semplicemente la spugna su Gibuti e Corno d’Africa. Non è un segreto che la base di Camp Lemonnier a Gibuti sia una delle strutture più importanti che gli Stati Uniti hanno in qualsiasi parte del mondo, nonostante la retorica di avere “ingombro ridotto” in Africa. Come il segretario alla Difesa Ashton Carter ha descritto, Camp Lemonnier è “un hub con molti raggi oltre il continente e la regione”. Sottolineando il punto del segretario alla Difesa, l’ex-comandante di AFRICOM Carter Ham spiegò nel 2012 che “Camp Lemonnier è… un punto di partenza essenziale per la proiezione di potenza regionale consentendo operazioni a più commando… I requisiti di Camp Lemonnier quale luogo chiave per la sicurezza nazionale e la proiezione di potenza lo supportano”. Il reporter investigativo Nick Turse inoltre osservò che “le operazioni dei droni (degli Stati Uniti) sono passate da (Camp Lemonnier) al più remoto Chabelley Airfield”. Essenzialmente, mentre la Cina fa una mossa a Gibuti, gli Stati Uniti rapidamente reimpostano le azioni nel Corno d’Africa tentando di contrastare ciò che percepiscono come crescente invasione cinese della sfera d’influenza degli Stati Uniti.
Anche sui mari questa partita a scacchi Cina-USA prende forma. Centinaia di miglia al largo delle coste africane, le isole Seychelles sono teatro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nel 2011, si seppe della proposta del governo delle Seychelles di fornire diritti alle navi da guerra cinesi per i rifornimenti di carburante. Mentre l’accordo fu considerato assai preliminare, evidenziò la crescente concorrenza tra le due potenze, in particolare dopo che, nello stesso anno, i cablo di Wikileaks rivelarono che le Seychelles erano utilizzate dagli Stati Uniti per condurre operazioni antiterrorismo in Somalia con i droni. Come il Washington Post riportò, le Seychelles “ospitano una piccola flotta di droni MQ-9 Reaper di US Navy e Air Force, dal settembre 2009… i cablogrammi diplomatici classificati degli USA dimostrano che i velivoli senza pilota hanno inoltre condotto missioni di controterrorismo in Somalia, circa 800 miglia a nord-ovest“. Proprio come ha fatto di recente a Gibuti, sembra che la Cina sfidi l’egemonia militare statunitense in Paesi chiave e nel Corno d’Africa, anche sui mari. Ma mentre Gibuti e Seychelles sono Paesi molto piccoli la cui importanza primaria è la posizione strategica, l’Etiopia è un importante premio economico per Pechino. Tale è la natura mutevole dell’impegno cinese in Africa. Gli osservatori geopolitici ora si chiedono se la vera questione non sia la Cina che sfida gli Stati Uniti nel posizionamento militare, ma quanto velocemente intende farlo? L’Etiopia è innegabilmente un nesso importante per la Cina, allo stesso tempo è un’opportunità economica e una necessità strategica. La chiusura di Washington della sola base in Etiopia potrebbe essere proprio la prova che il governo etiope riconosce anche questo.

Un-ethiopia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I MiG cubani in azione in Africa

Alessandro Lattanzio, 3/5/2015Cuban_MIG-27_departing_Key_West_Naval_Air_StationL’Aeronautica di Cuba, la Defensa Antiaerea y Fuerza Aerea Revolucionaria (DAAFAR), ricevette i primi 20 MiG-15, e 4 MiG-5UTI, a fine maggio 1961, un mese dopo la Baia dei Porci, e un gruppo basato su essi fu costituito a San Antonio de los Banhos, il 6 giugno, con l’assistenza sovietica. Il primo cubano a volare su un MiG-15 fu Enrique Carreras il 24 giugno 1961, che assieme ad altri cinque veterani della Baia dei Porci, Alvaro Prendes, Rafael del Pino, Gustavo Bourzac, Alberto Fernández e Douglas Rudd, fu scelto per addestrarsi sui MiG. Nel novembre 1961 il primo squadrone di MiG cubani divenne operativo sotto il comando di Enrique Carreras. Inoltre, diversi cubani furono addestrati in Cecoslovacchia e in Cina, così altri due squadroni di MiG-15bis furono organizzati nel 1962 quando i “checos” (piloti addestrati in Cecoslovacchia) e i “chinos” (piloti addestrati nella Cina popolare) tornarono a Cuba. Tra giugno e dicembre 1961 50 piloti sovietici arrivarono a Cuba assieme a 41 MiG-15bis, MiG-15UTI e MiG-19P forniti dall’URSS. Nel giugno 1962 i piloti cubani parteciparono a un’esercitazione anti-invasione e al momento della crisi dei missili dell’ottobre 1962 vi erano 36 MiG-15bis e MiG-15Rbis a Cuba dislocati sulle basi di San Antonio, Santa Clara, Camaguey e Holguin. Il futuro cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo (oggi Generale) compì 20 sortite durante la crisi.MiG-15bis_Cuba
Cuba poi ricevette oltre 100 MiG-17 e 12 MiG-19P Farmer-B, il primo caccia dotato di radar di Cuba, consegnati nel novembre 1961. Il MiG-19P rimase in servizio fino al 1966 quando furono sostituiti dai MiG-21PFM. Nel giugno 1962 40 MiG-21F13, 6 MiG-15UTI e 1 Jak-12 arrivarono a Cuba, costituendo il 231.mo Reggimento Caccia della 12.ma Divisione Difesa Aerea sovietica. I MiG-21 furono schierati a Santa Clara e il 18 settembre compirono il primo volo a Cuba. Il 4 novembre un MiG-21 russo intercettò 2 F-104C del 479.th Tactical Fighter Wing dell’USAF che volavano nei pressi di Santa Clara, gli F-104 si ritirarono verso nord. Durante la crisi dei missili l’USAF scoprì con sgomento che il radar di sorveglianza APS-95 del suo aereo da primo allarme Lockheed EC-121 (precursore degli AWACS) non poteva rilevare i MiG che volavano a bassa quota. Come misura di emergenza fu sviluppato il sistema QRC-248 che interrogava il transponder IFF SRO-2 dei MiG. Questo dispositivo si dimostrò efficace e successivamente fu impiegato in Vietnam. Dopo la crisi dei missili di Cuba, nei primi mesi del 1963, l’alto comando sovietico cedette gli aerei a Cuba e addestrò piloti e tecnici cubani. Il 10 agosto 1963 i piloti cubani attivarono il primo reggimento cubano su MiG-21F13. Il 18 maggio 1970 diversi MiG-21 sorvolarono le Bahamas per avvertirne il governo che tratteneva quattordici pescatori cubani, che furono subito rilasciati. Il 10 maggio 1980 2 MiG-21 delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba) attaccarono il pattugliatore delle Bahamas HMBS Flamingo, che aveva sequestrato quattro pescherecci cubani. Cuba poi indennizzò le Bahamas.13495857d71daa786e3169a96aaa6606Nel dicembre 1975 L’Avana assegnò uno squadrone di 9 MiG-17F e 1 MiG-15UTI alla FAPLA, l’Aeronautica delle Forze Armate del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Il comandante dello squadrone era il Maggiore Jose A. Montes. I MiG-17F operarono contro il movimento separatista FLEC (Fronte di Liberazione di Cabinda). Nel dicembre 1977, un altro squadrone di MiG-17 e uno squadrone di MiG-21 furono impiegati in operazioni contro le forze d’invasione somale nell’Ogaden (regione desertica dell’Etiopia confinante con la Somalia) che respinsero completamente i somali dall’Ogaden il 13 marzo 1978. Nonostante le voci contrarie, negli anni ’70 e ’80 i piloti cubani non parteciparono al conflitto eritreo e nel settembre 1989 i cubani lasciarono l’Etiopia. Nel 1973 piloti di MiG-17 cubani operarono nella Repubblica Popolare Democratica dello Yemen e in Guinea, addestrando le forze aeree locali e partecipando a missioni contro le violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali dei due Paesi. Come già indicato, durante la guerra in Etiopia, nel 1978, uno squadrone di MiG-21bis e diversi MiG-21R cubani, in centinaia di sortite distrussero numerosi carri armati e pezzi di artiglieria somali. Un solo pilota cubano fu abbattuto dall’artiglieria antiaerea somala.
Per integrare le unità dell’aviazione cubana in Angola, nel dicembre 1975, L’Avana ordinò che dei MiG-21MF vi venissero spediti direttamente dall’URSS. Nel gennaio 1976, i giganteschi aerei cargo Antonov An-22 trasportarono uno squadrone di 12 MiG-21MF dall’Unione Sovietica all’Angola. Il 4 febbraio 1976 le forze dell’UNITA circondarono una pattuglia cubano-angolana guidata dal Tenente Artemio Cruza. La pattuglia operava oltre il normale raggio operativo dei MiG-21. Rafael del Pino volò con un MiG-21 dotato di tre serbatoi esterni appoggiando gli elicotteri Mi-8 che recuperarono la squadra cubano-angolana. Ma avendo violato gli ordini, Del Pino il 2 maggio 1976 venne sostituito al comando dello squadrone dei MiG-21 in Angola dal Comandante Benigno Cortes.
Il 13 marzo 1976, mentre attaccavano l’aerodromo dell’UNITA a Gago Coutinho, 4 MiG-21MF sorpresero un aereo cargo Fokker F-27 che scaricava armi. Rafael Del Pino lo distrusse con un razzo S-24. Il 6 novembre 1981, il maggiore Johan Rankin della South African Air Force (SAAF) abbatté un MiG-21MF angolano pilotato dal Maggiore Leonel Ponce. Fu la prima vittoria della SAAF dalla guerra di Corea. Il 3 aprile 1986, una coppia di MiG-21MF cubani intercettò 2 aerei cargo C-130 che trasportavano armi all’UNITA. Un C-130 venne abbattuto e l’altro venne gravemente danneggiato. I C-130 appartenevano alla St. Lucia Airways, compagnia aerea della CIA che riforniva le forze dell’UNITA, di solito volando dallo Zaire (la Santa Lucia Airways fu poi coinvolta nello scandalo Iran-Contras). Infine il 28 ottobre 1987 un aereo d’addestramento cubano MiG-21UM fu abbattuto presso Luvuei e i due membri dell’equipaggio furono catturati dall’UNITA.50_3Le FAR ricevettero 45 MiG-23BN Flogger-H e 2 MiG-23UB Flogger-C nel settembre 1978. I MiG-23 erano di stanza a San Antonio de los Banhos. Durante l’invasione degli Stati Uniti di Grenada, nel 1983, i MiG-23BN furono armati in vista di un attacco contro obiettivi in Florida, come l’Homestead Air Force Base e il reattore nucleare di Turkey Point, nel caso in cui l’operazione contro Grenada si rivelasse l’avvio dell’invasione di Cuba. Nel 1984 l’Unione Sovietica fornì 15 caccia-intercettori MiG-23MF Flogger-B. Verso la metà degli anni ’80 Cuba ricevette altri 50 MiG-23ML inviati direttamente in Angola, dove furono impiegati nel ruolo aria-terra fino alla fine della guerra. Tra la fine del 1987 e la metà del 1988, durante le battaglie di Cuito Cuanavale, furono utilizzati anche come intercettori contro gli aerei della South African Air Force. I MiG-23ML abbatterono almeno cinque aerei da combattimento sudafricani in Angola:
1. Un MiG-23 abbatté un Mirage F-1AZ nel 1987, nel nord della Namibia.
2 e 3. Il 27 settembre 1987 il Maggiore Albert Ley Rivas e il Tenente Chao Gondin su 2 MiG-23ML affrontarono 2 Mirage F-1CZ del 3° squadrone della SAAF, sparandovi contro 3 missili R-60. Un F-1CZ esplose al momento all’impatto di un R-60, l’altro si ritirò in Namibia dopo essere stato colpito da un secondo missile. Quando il pilota, capitano Arthur Piercy, atterrò nella base di Rundu, in Namibia, l’aereo si schiantò su una roccia ferendo gravemente il pilota. Il velivolo fu rottamato. Il Maggiore Rivas ricevette il riconoscimento di 1,5 vittorie per l’azione e il Tenente Gondin 0,5.
4. Sempre il 27 settembre 1987 un MiG-23ML abbatté un elicottero Puma sudafricano con un missile R-60.
5. Un Aermacchi Impala fu distrutto da un MiG-23.mig23.147Il 10 settembre 1987 dei Mirage F-1CZ sudafricani intercettarono 10 MiG-23ML (una forza mista di 2 cacciabombardieri e 2 caccia) cubani. I bombardieri interruppero l’attacco e i Mirage impegnarono la scorta con missili Matra 550, in uno scontro senza risultati. Il 25 febbraio 1988, Eladio Avila impegnò 2 Mirage F-1CZ durante il volo con il suo MiG-23ML. Entrambe le parti spararono dei missili, ma senza alcun risultato. In un altro scontro inconcludente, il Capitano Orlando Carbo su un MiG-23ML dichiarò di essere stato aggredito da 3 Mirage F-1 che spararono 3 missili aria-aria V-3 Kukri andati a vuoto. La flotta di MiG-23 cubani permise la vittoria dell’Angola nella guerra contro il Sudafrica, facendo decadere l’Apartheid in quest’ultimo Paese. L’ultima vicenda della guerra si ebbe nel giugno 1988. Dopo la sconfitta a Cuito Cuanavale i sudafricani si ritirarono dalla Namibia. I MiG-23 cubani dominavano i cieli e i Mirage F-1 della SAAF, sconfitti e impotenti, si ritirarono dalla guerra lasciando che gli aerei angolani colpissero impunemente l’esercito sudafricano. Il 7 giugno 1988 L’Avana indicò al comando cubano in Angola che, secondo informazioni dell’intelligence, la SAAF progettava un attacco a sorpresa e ordinò che i MiG-23 fossero pronti a bombardare le basi sudafricane in Namibia, nel caso che tale attacco si verificasse, e quale monito per il Sudafrica. Il 26 giugno le truppe sudafricane attaccarono presso Chipa e il 27 giugno 12 MiG-23ML cubani dotati di bombe di demolizione apparvero sulla diga idroelettrica di Ruacana-Calueque (in Namibia), protetta dall’esercito sudafricano e che riforniva di energia elettrica la maggior parte della Namibia. L’attacco fu un successo totale (13 morti tra le forze sudafricane), i sudafricani abbandonarono il complesso e quando le truppe cubane arrivarono alcuni giorni dopo, trovarono i segni del disastro: blindati bruciati, uniformi insanguinate e le turbine della diga completamente distrutte. I cubani trovarono anche su un muro la scritta in afrikaans: “MIK23 sak van die kart“, “Il MiG-23 ci ha spezzato il cuore“. Cuba indicò la volontà di continuare l’avanzata in Namibia, e il Sud Africa il 27 giugno disse al mediatore statunitense Chester Crocker che chiedeva il cessate il fuoco e negoziati, che si conclusero con un trattato di pace secondo cui il Sudafrica abbandonava Angola e Namibia e smetteva di sostenere l’UNITA.50_2_b2I cubani dovevano ricevere, nell’ottobre 1989, 35-45 caccia MiG-29 (sufficienti per un reggimento), ma il numero fu poi ridotto a 12 MiG-29 Fulcrum-A e 2 MiG-29UB Fulcrum-B. Dopo che Castro vide i MiG-29 ne chiese all’URSS altri, ma Gorbaciov (che cercava d’ingraziarsi gli Stati Uniti) non rispose. Dopo mesi di silenzio, i russi finalmente risposero attraverso l’ambasciatore Kapto, che non potevano mandarne altri perché non ne producevano più. Il giorno seguente l’ambasciatore Kapto incontrò un generale delle FAR che gli chiese se avesse visto le trasmissioni televisive statunitensi su produzione ed esportazione dei MiG-29. Kapto subito dopo contattò Mosca, dopo di ché l’Unione Sovietica inviò altri MiG-29, ma non il totale previsto perché l’Unione Sovietica si disintegrò prima.mig-29a-fulcrum-cuba-tc-158Operazione Pico
MiG21-4 Ai primi del settembre 1977, un peschereccio cubano fu sequestrato dalla Guardia Costiera di Santo Domingo (secondo un’altra versione, era la nave mercantile Capitano Leo di ritorno dall’Angola), e l’equipaggio venne accusato di violazione delle acque territoriali della Repubblica Dominicana. Questi a loro volta sostennero che pescavano in acque internazionali quando furono sequestrati dalle navi domenicane ed internati a Puerto Plata. Nell’incidente 2 aerei F-51D Mustang della FAD, numerati 1912 e 1916, sorvolarono la nave cubana. Il governo domenicano di Joaquin Balaguer apparentemente sospettava che la nave fosse in missione di spionaggio, mentre i cubani pensavano che l’intransigenza dominicana nel risolvere la questione attraverso i canali diplomatici, fosse una provocazione inaccettabile. L’8 settembre 1977 Fidel Castro incontrò al Ministero delle Forze Armate (MINFAR) il Generale Francisco Cabrera, il comandante della Brigata Caccia di San Antonio, Tenente-Colonnello Ruben Martinez Puente, il vicecomandante Colonnello Rafael del Pino ed altri ufficiali. A Castro fu spiegata la situazione. Il governo dominicano si ostinava a non risolvere l’incidente, dimostrandosi arrogante. Il governo cubano non avrebbe tollerato insulti all’onore del Paese e dei suoi cittadini, quindi senza rinunciare agli sforzi diplomatici, si decise di dimostrare inconfutabilmente che i pescatori dovevano essere rilasciati.
Per fare pressione sul governo dominicano affinché rilasciasse immediatamente la nave, uno squadrone di 12 MiG-21bis, all’epoca il velivolo più potente e versatile delle FAR, condusse una manovra sulla città di Puerto Plata terrorizzando i dominicani e inviando un messaggio al governo dimostrando che i MiG cubani erano arrivati ed erano disposti a tutto pur di liberare i connazionali. Se entro 24 ore i dominicani non rilasciavano la nave, lo squadrone dei MiG-21bis avrebbe bombardato le unità militari dominicane di Santo Domingo, Puerto Plata e Santiago de los Caballeros. Castro ricordò che l’ora “H” sarebbe stata le 10 del 10 settembre, così venne avviata l’Operazione Pico. La mattina del 9 settembre 1977 lo squadrone dei MiG-21bis volò in silenzio radio dalla base di San Antonio a Guantanamo, arrivando dopo aver percorso 900km in 50 minuti e a 500-1000m di quota in un cielo terso. A Guantanamo, lo staff tecnico rifornì rapidamente i MiG-21bis, e alle 08:30 era pronto a continuare la missione su Santo Domingo. Il leader dello squadrone volava davanti e gli altri ai lati e dietro, distaccati di 500-1500m. Tra ogni coppia dello squadrone la distanza sarebbe stata di 50-150m. La rotta copriva 580 miglia, e fu compiuta alla quota ottimale del MiG-21bis di 6000-8000m, da ridurre negli ultimi 90km volando all’80-85% della velocità del velivolo. Gli obiettivi di ogni elemento dello squadrone d’attacco distavano 20 km, evitando di disturbarsi a vicenda. I velivoli si sarebbero poi radunati per il volo di ritorno per Guantanamo.54d57f1e72139e29338b45fe (1)Il finto attacco ebbe successo, i MiG-21bis passarono su Quisqueya a metà mattinata. Compirono diversi passaggi su Santo Domingo accendendo i postbruciatori e infrangendo la barriera del suono a bassa quota, rompendo finestre e causando il panico nella città. Finsero degli attacchi contro il Palazzo del Governo, i Royal Docks, l’aeroporto e la zona residenziale. Lo squadrone di Del Pino “attaccò” il quartiere residenziale. Infine Del Pino compì un passaggio a basso quota, e Perez pensò di aver risucchiato le antenne televisive delle case vicine. Arrivarono vicino a un hotel dai cui balconi i turisti allarmati vedevano cosa succedeva, guardando in soggezione le manovre del MiG-21, forse confondendoli con dei caccia statunitensi. Gli F-51D Mustang dominicani non provarono a decollare, perché come disse un loro pilota: “Non possiamo fare nulla contro gli aviogetti“.
Tutti gli aeromobili tornarono senza problemi a Guantanamo. Del Pino ricevette al telefono il saluto di Fidel Castro per il successo della missione e ne sollecitò il rientro a L’Avana su un aereo di linea Jak-40 per riferire personalmente dei risultati del raid. Allo Stato Maggiore vi erano già Fidel Castro, il ministro Raul Castro e altri alti ufficiali. Del Pino attese qualche minuto mentre i vertici leggevano le copie dei colloqui tra i comandanti e gli alti funzionari governativi dominicani, raccolti immediatamente dall’intelligence elettronica cubana che monitorava le comunicazioni dei vicini. Del Pino disse di esserne rimasto stupito, anche se sapeva che i servizi segreti cubani erano molto ben organizzati. I dominicani chiamarono alle 13.00 dicendo si essere disposti a risolvere diplomaticamente l’incidente, ma non rilasciarono ancora il peschereccio e l’ultimatum di 24 ore ai domenicani scadeva alle 10:00 del successivo 10 settembre. Lo squadrone ebbe l’ordine di prepararsi a bombardare Santo Domingo. Si dovevano attaccare le caserme dell’esercito, della marina e della polizia con bombe FAB-500 a 500kg. Gli obiettivi erano in aree densamente popolate e, mentre le bombe sebbene non precise avevano un enorme potere distruttivo, in grado di cancellare un quartiere intero, e ciò avrebbe potuto causare molte vittime tra i civili. Quindi il primo obiettivo, che doveva essere la base aerea delle FAD di San Isidro, fu cambiato. Il 10 settembre alle 08:30, giorno dell’attacco, i MiG-21bis erano pronti con le armi a bordo e i piloti in briefing, attendendo conferme da L’Avana. In quel momento arrivò il messaggio cifrato atteso dell’alto comando, “Barca rilasciata, ritorna a casa alle quattordici. Firmato Senén Casas Regueiros, Capo di Stato Maggiore Generale“. Non fu più necessario l’attacco aereo. Il governo della Repubblica Dominicana liberò il mercantile cubano e la crisi finì.8238-eFonte: LAAHS

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.260 follower