I MiG cubani in azione in Africa

Alessandro Lattanzio, 3/5/2015Cuban_MIG-27_departing_Key_West_Naval_Air_StationL’Aeronautica di Cuba, la Defensa Antiaerea y Fuerza Aerea Revolucionaria (DAAFAR), ricevette i primi 20 MiG-15, e 4 MiG-5UTI, a fine maggio 1961, un mese dopo la Baia dei Porci, e un gruppo basato su essi fu costituito a San Antonio de los Banhos, il 6 giugno, con l’assistenza sovietica. Il primo cubano a volare su un MiG-15 fu Enrique Carreras il 24 giugno 1961, che assieme ad altri cinque veterani della Baia dei Porci, Alvaro Prendes, Rafael del Pino, Gustavo Bourzac, Alberto Fernández e Douglas Rudd, fu scelto per addestrarsi sui MiG. Nel novembre 1961 il primo squadrone di MiG cubani divenne operativo sotto il comando di Enrique Carreras. Inoltre, diversi cubani furono addestrati in Cecoslovacchia e in Cina, così altri due squadroni di MiG-15bis furono organizzati nel 1962 quando i “checos” (piloti addestrati in Cecoslovacchia) e i “chinos” (piloti addestrati nella Cina popolare) tornarono a Cuba. Tra giugno e dicembre 1961 50 piloti sovietici arrivarono a Cuba assieme a 41 MiG-15bis, MiG-15UTI e MiG-19P forniti dall’URSS. Nel giugno 1962 i piloti cubani parteciparono a un’esercitazione anti-invasione e al momento della crisi dei missili dell’ottobre 1962 vi erano 36 MiG-15bis e MiG-15Rbis a Cuba dislocati sulle basi di San Antonio, Santa Clara, Camaguey e Holguin. Il futuro cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo (oggi Generale) compì 20 sortite durante la crisi.MiG-15bis_Cuba
Cuba poi ricevette oltre 100 MiG-17 e 12 MiG-19P Farmer-B, il primo caccia dotato di radar di Cuba, consegnati nel novembre 1961. Il MiG-19P rimase in servizio fino al 1966 quando furono sostituiti dai MiG-21PFM. Nel giugno 1962 40 MiG-21F13, 6 MiG-15UTI e 1 Jak-12 arrivarono a Cuba, costituendo il 231.mo Reggimento Caccia della 12.ma Divisione Difesa Aerea sovietica. I MiG-21 furono schierati a Santa Clara e il 18 settembre compirono il primo volo a Cuba. Il 4 novembre un MiG-21 russo intercettò 2 F-104C del 479.th Tactical Fighter Wing dell’USAF che volavano nei pressi di Santa Clara, gli F-104 si ritirarono verso nord. Durante la crisi dei missili l’USAF scoprì con sgomento che il radar di sorveglianza APS-95 del suo aereo da primo allarme Lockheed EC-121 (precursore degli AWACS) non poteva rilevare i MiG che volavano a bassa quota. Come misura di emergenza fu sviluppato il sistema QRC-248 che interrogava il transponder IFF SRO-2 dei MiG. Questo dispositivo si dimostrò efficace e successivamente fu impiegato in Vietnam. Dopo la crisi dei missili di Cuba, nei primi mesi del 1963, l’alto comando sovietico cedette gli aerei a Cuba e addestrò piloti e tecnici cubani. Il 10 agosto 1963 i piloti cubani attivarono il primo reggimento cubano su MiG-21F13. Il 18 maggio 1970 diversi MiG-21 sorvolarono le Bahamas per avvertirne il governo che tratteneva quattordici pescatori cubani, che furono subito rilasciati. Il 10 maggio 1980 2 MiG-21 delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba) attaccarono il pattugliatore delle Bahamas HMBS Flamingo, che aveva sequestrato quattro pescherecci cubani. Cuba poi indennizzò le Bahamas.13495857d71daa786e3169a96aaa6606Nel dicembre 1975 L’Avana assegnò uno squadrone di 9 MiG-17F e 1 MiG-15UTI alla FAPLA, l’Aeronautica delle Forze Armate del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Il comandante dello squadrone era il Maggiore Jose A. Montes. I MiG-17F operarono contro il movimento separatista FLEC (Fronte di Liberazione di Cabinda). Nel dicembre 1977, un altro squadrone di MiG-17 e uno squadrone di MiG-21 furono impiegati in operazioni contro le forze d’invasione somale nell’Ogaden (regione desertica dell’Etiopia confinante con la Somalia) che respinsero completamente i somali dall’Ogaden il 13 marzo 1978. Nonostante le voci contrarie, negli anni ’70 e ’80 i piloti cubani non parteciparono al conflitto eritreo e nel settembre 1989 i cubani lasciarono l’Etiopia. Nel 1973 piloti di MiG-17 cubani operarono nella Repubblica Popolare Democratica dello Yemen e in Guinea, addestrando le forze aeree locali e partecipando a missioni contro le violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali dei due Paesi. Come già indicato, durante la guerra in Etiopia, nel 1978, uno squadrone di MiG-21bis e diversi MiG-21R cubani, in centinaia di sortite distrussero numerosi carri armati e pezzi di artiglieria somali. Un solo pilota cubano fu abbattuto dall’artiglieria antiaerea somala.
Per integrare le unità dell’aviazione cubana in Angola, nel dicembre 1975, L’Avana ordinò che dei MiG-21MF vi venissero spediti direttamente dall’URSS. Nel gennaio 1976, i giganteschi aerei cargo Antonov An-22 trasportarono uno squadrone di 12 MiG-21MF dall’Unione Sovietica all’Angola. Il 4 febbraio 1976 le forze dell’UNITA circondarono una pattuglia cubano-angolana guidata dal Tenente Artemio Cruza. La pattuglia operava oltre il normale raggio operativo dei MiG-21. Rafael del Pino volò con un MiG-21 dotato di tre serbatoi esterni appoggiando gli elicotteri Mi-8 che recuperarono la squadra cubano-angolana. Ma avendo violato gli ordini, Del Pino il 2 maggio 1976 venne sostituito al comando dello squadrone dei MiG-21 in Angola dal Comandante Benigno Cortes.
Il 13 marzo 1976, mentre attaccavano l’aerodromo dell’UNITA a Gago Coutinho, 4 MiG-21MF sorpresero un aereo cargo Fokker F-27 che scaricava armi. Rafael Del Pino lo distrusse con un razzo S-24. Il 6 novembre 1981, il maggiore Johan Rankin della South African Air Force (SAAF) abbatté un MiG-21MF angolano pilotato dal Maggiore Leonel Ponce. Fu la prima vittoria della SAAF dalla guerra di Corea. Il 3 aprile 1986, una coppia di MiG-21MF cubani intercettò 2 aerei cargo C-130 che trasportavano armi all’UNITA. Un C-130 venne abbattuto e l’altro venne gravemente danneggiato. I C-130 appartenevano alla St. Lucia Airways, compagnia aerea della CIA che riforniva le forze dell’UNITA, di solito volando dallo Zaire (la Santa Lucia Airways fu poi coinvolta nello scandalo Iran-Contras). Infine il 28 ottobre 1987 un aereo d’addestramento cubano MiG-21UM fu abbattuto presso Luvuei e i due membri dell’equipaggio furono catturati dall’UNITA.50_3Le FAR ricevettero 45 MiG-23BN Flogger-H e 2 MiG-23UB Flogger-C nel settembre 1978. I MiG-23 erano di stanza a San Antonio de los Banhos. Durante l’invasione degli Stati Uniti di Grenada, nel 1983, i MiG-23BN furono armati in vista di un attacco contro obiettivi in Florida, come l’Homestead Air Force Base e il reattore nucleare di Turkey Point, nel caso in cui l’operazione contro Grenada si rivelasse l’avvio dell’invasione di Cuba. Nel 1984 l’Unione Sovietica fornì 15 caccia-intercettori MiG-23MF Flogger-B. Verso la metà degli anni ’80 Cuba ricevette altri 50 MiG-23ML inviati direttamente in Angola, dove furono impiegati nel ruolo aria-terra fino alla fine della guerra. Tra la fine del 1987 e la metà del 1988, durante le battaglie di Cuito Cuanavale, furono utilizzati anche come intercettori contro gli aerei della South African Air Force. I MiG-23ML abbatterono almeno cinque aerei da combattimento sudafricani in Angola:
1. Un MiG-23 abbatté un Mirage F-1AZ nel 1987, nel nord della Namibia.
2 e 3. Il 27 settembre 1987 il Maggiore Albert Ley Rivas e il Tenente Chao Gondin su 2 MiG-23ML affrontarono 2 Mirage F-1CZ del 3° squadrone della SAAF, sparandovi contro 3 missili R-60. Un F-1CZ esplose al momento all’impatto di un R-60, l’altro si ritirò in Namibia dopo essere stato colpito da un secondo missile. Quando il pilota, capitano Arthur Piercy, atterrò nella base di Rundu, in Namibia, l’aereo si schiantò su una roccia ferendo gravemente il pilota. Il velivolo fu rottamato. Il Maggiore Rivas ricevette il riconoscimento di 1,5 vittorie per l’azione e il Tenente Gondin 0,5.
4. Sempre il 27 settembre 1987 un MiG-23ML abbatté un elicottero Puma sudafricano con un missile R-60.
5. Un Aermacchi Impala fu distrutto da un MiG-23.mig23.147Il 10 settembre 1987 dei Mirage F-1CZ sudafricani intercettarono 10 MiG-23ML (una forza mista di 2 cacciabombardieri e 2 caccia) cubani. I bombardieri interruppero l’attacco e i Mirage impegnarono la scorta con missili Matra 550, in uno scontro senza risultati. Il 25 febbraio 1988, Eladio Avila impegnò 2 Mirage F-1CZ durante il volo con il suo MiG-23ML. Entrambe le parti spararono dei missili, ma senza alcun risultato. In un altro scontro inconcludente, il Capitano Orlando Carbo su un MiG-23ML dichiarò di essere stato aggredito da 3 Mirage F-1 che spararono 3 missili aria-aria V-3 Kukri andati a vuoto. La flotta di MiG-23 cubani permise la vittoria dell’Angola nella guerra contro il Sudafrica, facendo decadere l’Apartheid in quest’ultimo Paese. L’ultima vicenda della guerra si ebbe nel giugno 1988. Dopo la sconfitta a Cuito Cuanavale i sudafricani si ritirarono dalla Namibia. I MiG-23 cubani dominavano i cieli e i Mirage F-1 della SAAF, sconfitti e impotenti, si ritirarono dalla guerra lasciando che gli aerei angolani colpissero impunemente l’esercito sudafricano. Il 7 giugno 1988 L’Avana indicò al comando cubano in Angola che, secondo informazioni dell’intelligence, la SAAF progettava un attacco a sorpresa e ordinò che i MiG-23 fossero pronti a bombardare le basi sudafricane in Namibia, nel caso che tale attacco si verificasse, e quale monito per il Sudafrica. Il 26 giugno le truppe sudafricane attaccarono presso Chipa e il 27 giugno 12 MiG-23ML cubani dotati di bombe di demolizione apparvero sulla diga idroelettrica di Ruacana-Calueque (in Namibia), protetta dall’esercito sudafricano e che riforniva di energia elettrica la maggior parte della Namibia. L’attacco fu un successo totale (13 morti tra le forze sudafricane), i sudafricani abbandonarono il complesso e quando le truppe cubane arrivarono alcuni giorni dopo, trovarono i segni del disastro: blindati bruciati, uniformi insanguinate e le turbine della diga completamente distrutte. I cubani trovarono anche su un muro la scritta in afrikaans: “MIK23 sak van die kart“, “Il MiG-23 ci ha spezzato il cuore“. Cuba indicò la volontà di continuare l’avanzata in Namibia, e il Sud Africa il 27 giugno disse al mediatore statunitense Chester Crocker che chiedeva il cessate il fuoco e negoziati, che si conclusero con un trattato di pace secondo cui il Sudafrica abbandonava Angola e Namibia e smetteva di sostenere l’UNITA.50_2_b2I cubani dovevano ricevere, nell’ottobre 1989, 35-45 caccia MiG-29 (sufficienti per un reggimento), ma il numero fu poi ridotto a 12 MiG-29 Fulcrum-A e 2 MiG-29UB Fulcrum-B. Dopo che Castro vide i MiG-29 ne chiese all’URSS altri, ma Gorbaciov (che cercava d’ingraziarsi gli Stati Uniti) non rispose. Dopo mesi di silenzio, i russi finalmente risposero attraverso l’ambasciatore Kapto, che non potevano mandarne altri perché non ne producevano più. Il giorno seguente l’ambasciatore Kapto incontrò un generale delle FAR che gli chiese se avesse visto le trasmissioni televisive statunitensi su produzione ed esportazione dei MiG-29. Kapto subito dopo contattò Mosca, dopo di ché l’Unione Sovietica inviò altri MiG-29, ma non il totale previsto perché l’Unione Sovietica si disintegrò prima.mig-29a-fulcrum-cuba-tc-158Operazione Pico
MiG21-4 Ai primi del settembre 1977, un peschereccio cubano fu sequestrato dalla Guardia Costiera di Santo Domingo (secondo un’altra versione, era la nave mercantile Capitano Leo di ritorno dall’Angola), e l’equipaggio venne accusato di violazione delle acque territoriali della Repubblica Dominicana. Questi a loro volta sostennero che pescavano in acque internazionali quando furono sequestrati dalle navi domenicane ed internati a Puerto Plata. Nell’incidente 2 aerei F-51D Mustang della FAD, numerati 1912 e 1916, sorvolarono la nave cubana. Il governo domenicano di Joaquin Balaguer apparentemente sospettava che la nave fosse in missione di spionaggio, mentre i cubani pensavano che l’intransigenza dominicana nel risolvere la questione attraverso i canali diplomatici, fosse una provocazione inaccettabile. L’8 settembre 1977 Fidel Castro incontrò al Ministero delle Forze Armate (MINFAR) il Generale Francisco Cabrera, il comandante della Brigata Caccia di San Antonio, Tenente-Colonnello Ruben Martinez Puente, il vicecomandante Colonnello Rafael del Pino ed altri ufficiali. A Castro fu spiegata la situazione. Il governo dominicano si ostinava a non risolvere l’incidente, dimostrandosi arrogante. Il governo cubano non avrebbe tollerato insulti all’onore del Paese e dei suoi cittadini, quindi senza rinunciare agli sforzi diplomatici, si decise di dimostrare inconfutabilmente che i pescatori dovevano essere rilasciati.
Per fare pressione sul governo dominicano affinché rilasciasse immediatamente la nave, uno squadrone di 12 MiG-21bis, all’epoca il velivolo più potente e versatile delle FAR, condusse una manovra sulla città di Puerto Plata terrorizzando i dominicani e inviando un messaggio al governo dimostrando che i MiG cubani erano arrivati ed erano disposti a tutto pur di liberare i connazionali. Se entro 24 ore i dominicani non rilasciavano la nave, lo squadrone dei MiG-21bis avrebbe bombardato le unità militari dominicane di Santo Domingo, Puerto Plata e Santiago de los Caballeros. Castro ricordò che l’ora “H” sarebbe stata le 10 del 10 settembre, così venne avviata l’Operazione Pico. La mattina del 9 settembre 1977 lo squadrone dei MiG-21bis volò in silenzio radio dalla base di San Antonio a Guantanamo, arrivando dopo aver percorso 900km in 50 minuti e a 500-1000m di quota in un cielo terso. A Guantanamo, lo staff tecnico rifornì rapidamente i MiG-21bis, e alle 08:30 era pronto a continuare la missione su Santo Domingo. Il leader dello squadrone volava davanti e gli altri ai lati e dietro, distaccati di 500-1500m. Tra ogni coppia dello squadrone la distanza sarebbe stata di 50-150m. La rotta copriva 580 miglia, e fu compiuta alla quota ottimale del MiG-21bis di 6000-8000m, da ridurre negli ultimi 90km volando all’80-85% della velocità del velivolo. Gli obiettivi di ogni elemento dello squadrone d’attacco distavano 20 km, evitando di disturbarsi a vicenda. I velivoli si sarebbero poi radunati per il volo di ritorno per Guantanamo.54d57f1e72139e29338b45fe (1)Il finto attacco ebbe successo, i MiG-21bis passarono su Quisqueya a metà mattinata. Compirono diversi passaggi su Santo Domingo accendendo i postbruciatori e infrangendo la barriera del suono a bassa quota, rompendo finestre e causando il panico nella città. Finsero degli attacchi contro il Palazzo del Governo, i Royal Docks, l’aeroporto e la zona residenziale. Lo squadrone di Del Pino “attaccò” il quartiere residenziale. Infine Del Pino compì un passaggio a basso quota, e Perez pensò di aver risucchiato le antenne televisive delle case vicine. Arrivarono vicino a un hotel dai cui balconi i turisti allarmati vedevano cosa succedeva, guardando in soggezione le manovre del MiG-21, forse confondendoli con dei caccia statunitensi. Gli F-51D Mustang dominicani non provarono a decollare, perché come disse un loro pilota: “Non possiamo fare nulla contro gli aviogetti“.
Tutti gli aeromobili tornarono senza problemi a Guantanamo. Del Pino ricevette al telefono il saluto di Fidel Castro per il successo della missione e ne sollecitò il rientro a L’Avana su un aereo di linea Jak-40 per riferire personalmente dei risultati del raid. Allo Stato Maggiore vi erano già Fidel Castro, il ministro Raul Castro e altri alti ufficiali. Del Pino attese qualche minuto mentre i vertici leggevano le copie dei colloqui tra i comandanti e gli alti funzionari governativi dominicani, raccolti immediatamente dall’intelligence elettronica cubana che monitorava le comunicazioni dei vicini. Del Pino disse di esserne rimasto stupito, anche se sapeva che i servizi segreti cubani erano molto ben organizzati. I dominicani chiamarono alle 13.00 dicendo si essere disposti a risolvere diplomaticamente l’incidente, ma non rilasciarono ancora il peschereccio e l’ultimatum di 24 ore ai domenicani scadeva alle 10:00 del successivo 10 settembre. Lo squadrone ebbe l’ordine di prepararsi a bombardare Santo Domingo. Si dovevano attaccare le caserme dell’esercito, della marina e della polizia con bombe FAB-500 a 500kg. Gli obiettivi erano in aree densamente popolate e, mentre le bombe sebbene non precise avevano un enorme potere distruttivo, in grado di cancellare un quartiere intero, e ciò avrebbe potuto causare molte vittime tra i civili. Quindi il primo obiettivo, che doveva essere la base aerea delle FAD di San Isidro, fu cambiato. Il 10 settembre alle 08:30, giorno dell’attacco, i MiG-21bis erano pronti con le armi a bordo e i piloti in briefing, attendendo conferme da L’Avana. In quel momento arrivò il messaggio cifrato atteso dell’alto comando, “Barca rilasciata, ritorna a casa alle quattordici. Firmato Senén Casas Regueiros, Capo di Stato Maggiore Generale“. Non fu più necessario l’attacco aereo. Il governo della Repubblica Dominicana liberò il mercantile cubano e la crisi finì.8238-eFonte: LAAHS

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Made in Arabia Saudita: radicalismo salafita in Africa

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 24/12/2013

N02017113459909125_1094947tIl radicalismo islamista, alimentato dalla ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, si diffonde in Africa ad un ritmo veloce. I gruppi radicali salafiti e wahabiti come Boko Haram, Seleka e Uamsho, mai sentiti un decennio fa, massacrano i cristiani durante le messe, radono al suolo i villaggi cristiani e assassinano i religiosi islamici moderati. Naturalmente, questo caos made in Arabia Saudita è una manna per l’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM), tutto ciò che serve a diffondere il terrorismo collegato ad “al-Qaida” in Africa, aumenta la presenza militare statunitense sul continente ed incrementa la forza armata dello Zio Sam nella sua ricerca di petrolio, gas e risorse minerarie dell’Africa… Mentre i leader degli Stati Uniti, come il presidente Barack Obama, il segretario di Stato John Kerry, il segretario della Difesa Chuck Hagel e altri continuano a piegarsi ai principini misogini dell’Arabia Saudita, tra cui il capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, la seconda Corte di Appello degli Stati Uniti di New York ha stabilito che le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre possono citare in giudizio il governo dell’Arabia Saudita per sostegno materiale ai dirottatori. Nel 2005, il giudice federale respinse le pretese contro l’Arabia Saudita sentenziando che l’Arabia Saudita godeva dell’immunità da tali reclami ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Tale decisione non fu ribaltata dalla corte d’appello federale.
La sentenza ebbe scarsa efficacia dopo che il senatore della Florida Bob Graham, presidente del comitato ristretto sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre 2001, aveva ancora una volta chiesto la declassificazione di 28 pagine delle “800 pagine del comitato congiunto d’inchiesta sull’intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, emesse dai comitati di controllo sui servizi segreti di Senato e Camera nel 2002. Le 28 pagine censurate indicano la responsabilità del peggior attacco terroristico sul suolo statunitense del regno dell’Arabia Saudita, e particolarmente del principe Bandar e della sua ambasciata a Washington. Il principe Bandar e sua moglie pagarono il gestore di San Diego di due dirottatori, Usama Basnan, attraverso un conto presso la Riggs Bank di Washington. Ora vi sono le richieste bipartisan nel Congresso per declassificare le 28 pagine. Tuttavia i sauditi, che hanno stretti legami con l’oligarchia Bush e gli israeliani, possono usare la loro influenza per sopprimere le prove dell’intelligence USA contro di loro. È necessario, dunque, che lo “Stato profondo” statunitense consenta ai sauditi di continuare a sostenerlo, perché il terrorismo fornisce all’esercito e alla comunità dell’intelligence statunitensi il casus belli per l’azione militare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Un sempre maggiore coinvolgimento dei wahabiti sauditi emerge dalle coordinate sulle attività anticristiane ed anti-occidentali dei gruppi salafiti in Africa. Il gruppo salafita nigeriano Boko Haram, che attacca villaggi cristiani e moschee islamiche moderate, e massacra uomini donne e bambini cristiani e musulmani moderati  in tutta la Nigeria, ha fatto causa comune con un altro gruppo salafita in Mali, l’Ansar al-Din, avversario dei tuareg moderati che hanno preso il controllo del nord del Mali dopo l’efficace golpe militare che depose la leadership civile del Paese. Boko Haram, Ansar al-Din e al-Qaida nel Maghreb distruggono sistematicamente  gli antichi santuari musulmani tutelati dall’UNESCO dei santi sufi di Timbuktu e di altre città del Mali. Ansar al-Din ha definito “haram“, proibiti, i santuari secondo il dogma salafita. Boko Haram è anche apparsa nella Repubblica centrafricana, dove i guerriglieri musulmani seleka rovesciarono il governo del presidente Francois Bozizé, sostituendolo con uno di loro, Michel Djotodia, in un Paese dove i musulmani costituiscono solo il 15 per cento della popolazione. Non appena Djotodia e seleka hanno consolidato la loro influenza sul governo nel capitale Bangui, i seleka iniziarono ad attaccare i cristiani in tutto il Paese, saccheggiandone i villaggi. I lealisti di Bozizé organizzarono l'”anti-Balaka”, gli “anti-machete”, poiché i seleka, molti dei quali salafiti, impugnano i machete per  uccidere i cristiani, anche donne e bambini. L’arrivo delle truppe francesi nel 2000 a Bangui non  placò i timori della maggioranza cristiana del Paese. I sauditi non sono da meno nell’uso delle lame per compiere omicidi. Il tipo di esecuzione dei condannati preferito dal governo saudita è la spada che ne taglia la nuca sulla famigerata Piazza Deera a Riyadh, nota anche come “piazza spezzatino”.
Attratto dal boom petrolifero della nazione, un ampio flusso di musulmani provenienti dall’estero migrò in Angola per lavorare nelle infrastrutture petrolifere. Quando, alla fine di novembre le autorità angolane emisero l’ordine che le moschee costruite frettolosamente rispettassero le leggi del catasto del Paese, i salafiti diffusero la voce interessata che l’Angola avesse bandito l’Islam e avesse indiscriminatamente chiuso le moschee. Il governo angolano negò l’accusa. L’annuncio del governo angolano fu troppo poco e arrivò troppo tardi per gli angolani e gli altri passeggeri, oltre ai sei membri dell’equipaggio della Mozambique Airlines TM-470, schiantatosi in Namibia durante il viaggio da Maputo, Mozambico, a Luanda, capitale dell’Angola. Gli inquirenti conclusero che il capitano dell’Embraer 190, Herminio dos Santos Fernandes, manomise il pilota automatico dell’aereo per far schiantare deliberatamente l’aereo. Gli investigatori, comunque, non presero in considerazione che molti salafiti decisero di dichiarare guerra all’Angola, per le false voci efficacemente diffuse secondo cui l’Angola aveva “vietato l’Islam.” La lezione dell’EgyptAir 990, schiantasi nel 1999 sulla rotta New York-Cairo, possono esserne una copia conforme. Il capitano del Boeing 767 dell’EgyptAir avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo sull’Atlantico in un atto di terrorismo suicida, uccidendo tutte le 217 persone a bordo. Molti credono che l’aereo fu manomesso ed usato come prova per l’attacco dell’11 settembre di due anni dopo. Il co-pilota dell’aereo, Qamil al-Batuti disse di aver dirottato i controlli dell’aereo per suicidarsi e compiere una strage, nello stesso modo in cui il capitano della Mozambique Airlines Fernandes avrebbe fatto con il suo aereo in rotta verso Luanda. Tuttavia, alcuni membri del Comitato Intelligence del Congresso e del Senato degli Stati Uniti e un giudice federale accusano l’Arabia Saudita quale responsabile del terrorismo aereo dell’11 settembre 2001, non escludendo il coinvolgimento saudita nel caso dei “suicidi” dell’EgyptAir 990 e della Mozambique Airlines 470.
A Zanzibar, i salafiti filo-sauditi presero una strada diversa. I locali chierici filo-sauditi crearono l’Uamsho, che invoca attacchi con acidi contro i turisti stranieri: come quello commesso contro due insegnanti 18enni inglesi lo scorso agosto. Uamsho, che in swahili significa “Risveglio”, rivendicò brutali attacchi con acidi a cristiani e religiosi musulmani moderati. I salafiti filo-sauditi attaccano così i cristiani anche in altre parti dell’Africa, in particolare in Egitto, Kenya e Etiopia. Bandar, il capo dell’intelligence saudita, avrebbe avvertito la Russia che l’Arabia Saudita non avrebbe esitato a scatenare i salafiti ceceni e di altrove contro le Olimpiadi invernali di Sochi, se la Russia non tagliava il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria. L’azione dei sauditi sarebbe dietro il bombardamento salafita della chiesa cattolica di Santa Teresa, presso Abuja in Nigeria, della chiesa cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad e della chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto. Nel caso del bombardamento di Alessandria, l’intelligence israeliana avrebbe affiancato i sauditi nell’attentato, un’alleanza insidiosa che agli investigatori sugli attacchi dell’11 settembre 2001 suona fin troppo familiare.
L’Arabia Saudita non può sottrarsi dalla responsabilità per gli attacchi a cristiani, musulmani moderati, sciiti, ahmaddiya, sikh, indù, buddisti e altri in tutto il mondo. Uno dei consulenti salafiti del re saudita Abdullah è il Gran Mufti shaiq Abdulaziz ibn Abdullah al-Shaiq. Il “sant’uomo” ha esortato i suoi seguaci a far saltare in aria le chiese fuori dall’Arabia Saudita. Il presidente Obama e i suoi alti funzionari, tra cui il direttore della CIA John Brennan, hanno fatto di tutto per placare il terrorismo saudita. Se gli Stati Uniti vogliono davvero farla finita con il terrorismo internazionale, soprattutto in Africa, una coppia di ben piazzati attacchi con missili da crociera statunitensi su certi palazzi sauditi, a Riyadh e Jeddah, dovrebbe bastare.

JamhadaSeleka1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Africa: l’obiettivo dimenticato della NSA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12.11.2013

Lethal PresencePer i media occidentali, l’Africa è sempre una semplice nota, un continente generalmente dimenticato in materia di spionaggio e sorveglianza elettronica. Tuttavia, come i leader in Europa, America Latina e Asia lamentano le attività di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSA), l’Africa è anch’essa vittima della sorveglianza globale delle comunicazioni dagli Stati Uniti… Anche se l’Africa è al traino del resto del mondo nell’adozione di una maggiore tecnologia dell’informazione, non viene ignorata dalle agenzie di Signals Intelligence (SIGINT) dei Paesi dai Cinque Occhi (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e da una delle nazioni dell’alleanza SIGINT dai Nove Occhi, la Francia. Le comunicazioni via satellite, cavi in fibra ottica sottomarini, telefoni cellulari e Internet sono tutte sottoposte allo stesso livello di sorveglianza da parte di NSA, Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ), Communications Security Establishment del Canada (CSEC) e Defense Signals Directorate dell’Australia contro Paesi in America Latina, Asia, Medio Oriente e Europa orientale. In effetti, le nazioni africane sono da tempo preoccupate per la predisposizione delle loro comunicazioni Internet alle intercettazioni da parte dell’occidente. In un articolo scritto da questo autore, il 1 maggio 1990, per la rivista di computer Datamation, dal titolo “Le Nazioni africane sottolineano la sicurezza”, veniva osservato che i Paesi africani sono indietro di oltre venti anni nella protezione dallo spionaggio dei loro dati sensibili, tra cui Sudafrica, Ghana, Egitto, Senegal, Tanzania, Botswana, Guinea, Costa d’Avorio, Benin e Namibia.
I documenti classificati della NSA rivelati dall’informatore Edward Snowden, sottolineano come le comunicazioni in Africa siano sotto costante sorveglianza da parte della NSA e delle agenzie  SIGINT dei suoi alleati. Il documento TOP SECRET STRAP 1 del GCHQ precisa che i servizi diplomatici di tutti i Paesi utilizzano smart phone e che questi sono gli obiettivi favoriti dello spionaggio. Migliaia di indirizzi e-mail e numeri di telefono cellulare o “selettori” dei funzionari dei governi africani, vengono memorizzati nella rubrica telefonica mondiale e nelle directory di posta elettronica. Banche dati della NSA che contengono informazioni su “selettori” e “contenuti” sono utilizzate dagli intercettatori per concentrarsi su determinate conversazioni in Africa e all’estero. Queste raccolte e memorie di metadati hanno nomi di copertura come Fairview, Blarney, Stormbrew, Oakstar e Pinwale. Un programma di analisi e d’intercettazione globale di email e chiamate telefoniche della NSA, denominato Boundlessinformant, traccia il monitoraggio di telefonia digitale (riconoscimento del numero di composizione o DNR), e-mail e altre comunicazioni testuali digitali (rete digitale d’intelligence o DNI). Una “mappa del calore” generata da Boundlessinformant indica che l’obiettivo numero uno della sorveglianza dei “Cinque Occhi” in Africa era l’Egitto, seguito da Kenya, Libia, Somalia, Algeria, Uganda, Tanzania e Sudan. Nel 2009, il database “selettori” della NSA conteneva indirizzi e-mail, numeri di telefono e altre informazioni personali di 117 clienti della Globalsom, un provider Internet a Mogadiscio. I nomi includevano alti funzionari del governo somalo, un funzionario delle Nazioni Unite residente a Mogadiscio e un funzionario di World Vision, un’organizzazione non governativa (ONG) spesso legata alle attività segrete della CIA. Un certo numero di osservatori informati ha ipotizzato che Snowden, che ha lavorato per la CIA prima di passare alla NSA, possa aver ricevuto la richiesta da funzionari anonimi di Langley, in Virginia, di rendere nota la natura della sorveglianza della NSA. L’onnisciente capacità di sorveglianza della NSA può aver minacciato di esporre agenti sotto copertura all’estero della CIA alla più competitiva e potente agenzia d’intelligence; così uno tentativo sarebbe stato fatto attraverso Snowden per tarpare le ali della NSA che aumentava la sua influenza a scapito della CIA. C’è sempre stata rivalità tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti in Africa. Alla CIA, in particolare durante la guerra fredda, c’era risentimento nei corridoi di Langley verso le crescenti attività della NSA in Africa. Negli anni ’50 e ’60, le operazioni della NSA in Africa furono essenzialmente limitate a tre basi di supporto della Signal Intelligence: Naval Security Group Activity Kenitra (ex Port Lyautey); stazione di ascolto dell’Army Security Agency presso la stazione Kagnew ad Asmara, allora in Etiopia, e supporto aereo SIGINT alla Wheelus US Air Force Base, presso Tripoli, in Libia. La NSA non ha nascosto la sua presenza nelle tre basi ed è stata la paura del nuovo governo rivoluzionario di Zanzibar, nel 1964, che spinse all’espulsione dall’isola-nazione della stazione di monitoraggio del Progetto Mercury della National Aeronautics and Space Administration (NASA), a causa della presenza dei tecnici della Bendix Corporation. La Bendix, oltre a supportare la NASA, forniva supporto tecnico alle basi della NSA che circondavano l’Unione Sovietica. Dopo la chiusura delle tre basi africane e la creazione del Joint Special Collection Service (SCS) di NSA-CIA, avamposti SIGINT della NSA operanti sotto copertura diplomatica, furono istituiti nelle ambasciate degli Stati Uniti, tra cui Nairobi, Lagos, Kinshasa, Cairo, Dakar, Addis Abeba, Monrovia, Abidjan e Lusaka. Negli ultimi venti anni, la NSA ha aumentato le sue operazioni di intercettazione cellulari in Africa. In particolare, durante la prima invasione ruandese della Repubblica democratica del Congo (allora Zaire) negli anni ’90, la NSA  mantenne una stazione d’intercettazione delle comunicazione a Fort Portal, Uganda, che intercettò le comunicazioni militari e governative dello Zaire. Alcune intelligence derivate dal SIGINT furono condivise con le forze armate del capo ruandese Paul Kagame, un dittatore cliente degli Stati Uniti, la cui invasione dello Zaire portò alla cacciata del vecchio alleato degli statunitensi Mobutu Sese Seko.
Durante la Guerra Fredda, le operazioni della NSA in Africa furono in gran parte confinate alla condivisione d’intelligence con il Sudafrica dell’apartheid. La NSA ricevette dati SIGINT dal Sud Africa, per lo più intercettazioni di navi militari e mercantili che navigavano intorno al Capo di Buona Speranza. La NSA aveva segretamente supportato il centro d’intelligence del Sud Africa di Silvermine, all’interno di una montagna della Costanzia Ridge, presso Cape Town. La NSA ha mantenuto il suo rapporto con la Silvermine sotto una copertura totale, per via delle sanzioni internazionali contro il Sudafrica all’epoca. Silvermine venne abbandonata in rovina con i ladri che oggi rubano rame dalle antenne della base. Tuttavia, con il proliferare delle basi dei droni in tutta l’Africa, vi è una rinnovata presenza del SIGINT della NSA sul continente, ricevendo supporto tecnico dai droni dotati di sistemi di raccolta dei segnali e di analisi delle comunicazioni intercettate dalle piattaforme telecomandate d’intelligence. La maggiore permanente presenza NSA in Africa è a Camp Lemonnier, a Gibuti, dove gli analisti della NSA controllano le comunicazioni intercettate da droni e aerei o raccolte direttamente dai satelliti stranieri e dai cavi sottomarini. Aerei di sorveglianza Pilatus PC-12, completi di carichi SIGINT, decollano da Entebbe, in Uganda, nell’ambito dell’Operazione Tusker Sand. Il personale militare e civile della NSA viene assegnato anche agli impianti di sorveglianza degli Stati Uniti dell’aeroporto internazionale di Ouagadougou in Burkina Faso e dell’aeroporto internazionale Diori Hamani a Niamey, Niger. La base di Ouagadougou fa parte dell’Operazione Sand Creek, che impiega carichi SIGINT installati sui velivoli di sorveglianza Pilatus PC-12. Unità mobili della NSA, come quella installata in un’abitazione a Fort Portal, abitualmente opera da terminale per le basi degli Stati Uniti di Obo e Djema, nella Repubblica Centrafricana, e di Kisangani e Dungu, nella Repubblica democratica del Congo. Droni SIGINT decollano dalle basi USA di Arba Minch, Etiopia e dell’aeroporto Victoria sull’isola Malé delle Seychelles. Personale della NSA è stato assegnato a Camp Gilbert, Dire Dawa, Etiopia; a Camp Simba di Manda Bay e a Mombasa in Kenya; a Nzara in Sud Sudan; all’aeroporto internazionale Leopold Senghor di Dakar, in Senegal e all’aeroporto internazionale Boulé di Addis Abeba, Etiopia. Piccole strutture di ascolto della NSA sono situate anche presso le stazioni trasmittenti di Voce dell’America a Sao Tomé, una delle due isole che compongono la nazione di Sao Tomé e Principe, e a Mopeng Hill in Botswana.
Infatti, trovandosi il personale della NSA in diversi luoghi esotici dell’Africa e di altre parti del mondo, un briefing di presentazione della NSA, resa nota da Snowden, dal titolo “Conosci la tua  copertura“, istruisce il personale della NSA in missione segreta all’estero, a “sterilizzare gli effetti personali” vietandogli d’inviare a casa cartoline o di acquistare souvenir locali. In realtà, il più veloce mezzo di comunicazione in Africa rimane il “telegrafo della giungla”, le voci che di bocca in bocca viaggiano di città in città e da villaggio a villaggio, avvertendo i residenti locali che ci sono gli americani tra loro. E’ l’unico mezzo di comunicazione che la NSA non può toccare automaticamente, a meno che gli agenti della NSA origlino le conversazioni e capiscano gli oscuri dialetti africani. Gli insorti somali hanno ostacolato le intercettazioni della NSA con i segnali di fumo codificati delle reti di fusti da 55 galloni da bruciare per avvertire dell’avvicinamento di truppe di Stati Uniti, Kenya, Etiopia e altre straniere. La NSA proclama la sua abilità nell’intercettare qualsiasi comunicazione in qualsiasi parte del mondo. L’Africa ha dimostrato che che l’unica cosa in cui eccelle la vanagloriosa l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la NSA, è l’arte dell’esagerazione.

drones-bases-africa-2013La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bagno di sangue in Kenya: disinformazione e motivazione

Il presidente keniano anti-CPI e il suo governo sembrano essere il bersaglio dell’attacco della filo-USA al-Qaida
Tony Cartalucci Land Destroyer 24 settembre 2013

kenyatta-chinglyQuali sono le probabilità che i membri della famiglia del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, fossero in visita al centro commerciale Westgate di Nairobi, quando si ebbe l’inedito attacco internazionale dei terroristi filo-al-Qaida di al-Shabab, e che questi congiunti venissero individuati  e uccisi? La BBC riporta nel suo articolo, “L’attacco al Westgate di Nairobi: le vittime“, che: “Il nipote del Presidente Uhuru Kenyatta, Mbugua Mwangi e la fidanzata Rosemary Wahito, sono tra i tanti keniani uccisi nell’attacco al centro commerciale Westgate”. Quali sono le probabilità che al-Qaida, armata e finanziata dagli Stati Uniti nell’Afghanistan degli anni ’80, in Libia nel 2011 e ora in Siria, per indebolire i nemici di Wall Street e di Londra, e ora in Somalia, di minare il confinante  Kenya, dove il nuovo presidente è stato eletto in parte grazie alla reazione popolare contro la screditata Corte penale internazionale filo-occidentale (CPI)? Infatti, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta è stato accusato dalla Corte penale internazionale di “crimini contro l’umanità”, anche quando partecipava alle elezioni per la presidenza. Il quotidiano del Kenya, The Standard, ha scritto  “è una storia che si ripete con Uhuru Kenyatta che, come il padre, deve affrontare un processo?“, dove la persecuzione dell’attuale presidente Kenyatta presso la Corte penale internazionale, viene paragonata alla persecuzione del padre, Jomo Kenyatta, da parte del dominio coloniale inglese. Ha dichiarato: “Nell’aprile 2011, Ngengi Muigai, un parente stretto di Uhuru, che ha illustrato le analogie fra le accuse della Corte penale internazionale e il processo, la detenzione e l’incarcerazione illegali di suo padre da parte del governo coloniale britannico. Quanto può sopportare una moglie e una mamma, Le tribolazioni del marito con i colonialisti inglesi, e ora di suo figlio con i neo-colonialisti?”, s’è chiesto Ngengi. Mama Ngina aveva detto nella stessa occasione: “Sono sicura che Uhuru, Ruto e gli altri andranno a L’Aia e ne ritorneranno in modo da continuare la costruzione della nazione”. Disse ciò il giorno in cui benedisse il figlio e Ruto mentre pregava per il loro ritorno sicuro da L’Aia. Aveva detto che le accuse rivolte al figlio e ai suoi co-indagati, erano opera dei neo-colonialisti e aveva esortato i keniani a sostenere Uhuru e a resistere, proprio come avevano resistito al dominio coloniale inglese. “I colonialisti ci hanno causato problemi ed è ormai chiaro che non hanno mai mollato”, ha detto l’ex first lady.
L’ex first lady non è la sola nel vedere nella CPI un moderno successore della vecchia sottomissione  alla colonizzazione europea. La persecuzione del presidente Kenyatta alla Corte penale internazionale è il segno rivelatore di essersi fatto dei nemici in occidente. La CPI è un’istituzione screditata per aver collaborato apertamente con la NATO e, in particolare, con Stati Uniti, Regno Unito e Francia nell’aggressione dei loro nemici politici in tutto il mondo. Ciò emerse nettamente chiaro in Libia, nel 2011, quando la Corte penale internazionale svolse un ruolo cruciale nella propaganda della NATO contro Tripoli, quando il procuratore della CPI, Luis Moreno-Ocampo, “confermò” che il figlio del leader libico Muammar, Saif al-Islam, era stato “catturato” da militanti libici e che era in viaggio per L’Aia. Saif al-Islam sarebbe comparso il giorno dopo, libero e ancora alla guida della difesa di Tripoli, indicando come la Corte penale internazionale avesse mentito nell’ambito della grande operazione psicologica della NATO per ritrarre la capitale della Libia sopraffatta e occupata. La Corte penale internazionale viene totalmente rigettata dall’Unione Africana (UA), come ha fatto notare l’articolo dell’Economist, “Spararsi a un piede“, in cui afferma: “I capi di Stato di tutto il continente si sono riuniti ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il 27 maggio, per celebrare il 50° anniversario dell’Unione africana e del suo precursore, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Si sono congratulati per come avrebbero presumibilmente cooperato nei decenni passati, accompagnandosi con le bordate sparate contro la Corte penale internazionale dell’Aia. Guidati dal primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che presiedeva l’Unione al momento, accusavano la corte di razzismo e di “caccia agli africani“.” The Economist, con la sua solita arroganza neo-imperialista, sosteneva che il rispetto della CPI sarebbe essenziale per la continua crescita dell’Africa, in quanto rientra nelle “norme internazionali”. L’Africa deve seguirle al fine di continuare ad attrarre investimenti esteri.
Quando un mandato di arresto è stato emesso verso il leader libico Muammar Gheddafi dall’istituzione occidentale, l’Unione africana la respinse. AP aveva riportato nel suo articolo, “L’Unione Africana trascura il mandato d’arresto di Gheddafi“, che: “L’organismo che rappresenta le nazioni africane ha chiesto ai suoi membri di ignorare il mandato d’arresto emesso contro il leader libico Muammar Gheddafi, un atto che indebolisce seriamente la capacità della Corte penale internazionale di consegnarlo alla giustizia.” Il crollo delle “istituzioni internazionali” rappresenta il declino dell’influenza globale dell’occidente e della sua capacità di svuotare il terzo mondo delle sue  risorse a proprio beneficio. Chi, nel continente africano e altrove, sfida l’ordine internazionale dell’occidente, la paga con rapide rappresaglie, siano paralizzanti sanzioni economiche, operazioni militari segrete, o nel caso della Libia, l’aperta aggressione militare. L’elezione del nuovo presidente del Kenya potrebbe essere facilmente interpretata come un importante erosione della già traballante legittimità della Corte penale internazionale e degli interessi aziendali-finanziari che l’hanno creata, e che attualmente la perpetuano; ciò sembra essere il motivo più convincente del recente attacco a Nairobi. Se le nazioni si sentono autorizzate a sfidare apertamente ed a erodere lo status dell’occidente quale sedicente arbitro internazionale, il grande castello di carte socioeconomico e geopolitico costruito su questo tavolo traballante, cadrà con esso. Infatti, avendo l’occidente usato organizzazioni terroristiche, come il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) in Libia, e ora il Fronte al-Nusra in Siria, per colpire e rovesciare governi ostili; al-Shabab, che ha legami diretti con queste due organizzazioni terroristiche, sembra aver avuto campo libero in Kenya.
L’attacco a Nairobi ha una portata e un livello di sofisticazione che richiede il supporto e l’intelligence di uno Stato, tale che almeno in Kenya riesca a trovare e ad uccidere dei membri della famiglia del presidente. La sponsorizzazione di uno Stato che certamente non è il vicino settentrionale del Kenya, la Somalia, ma più probabilmente Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv, Doha e/o Riyadh. Attaccare un centro commerciale pieno di civili e simbolico, rientra in un miserabile ed ottuso pensiero strategico, tuttavia le dimensioni dell’operazione, considerando che dei membri della famiglia del presidente erano presenti, e furono individuati, indica un livello molto elevato di sofisticazione, un livello tale che facilmente renderebbe utile un attacco del genere nel galvanizzare l’opinione pubblica keniana nel sostenere, piuttosto che contrastare, l’avventurismo militare dell’US AFRICOM in Africa, alla ricerca di “al-Qaida”, Kony e altri.
Mentre i fatti continuano ad emergere, e i leader occidentali invitano il mondo, ancora una volta, a reagire rapidamente e collettivamente sull’onda di rabbia, odio e paura, le questioni fondamentali del “cui bono?” e di chi in realtà possedesse la capacità operativa per eseguire, o almeno evitare, tali attacchi, devono porsi e devono avere una risposta. Se, infatti, al-Shabab ha effettuato questo attacco, è stata armata, finanziata e guidata da interessi particolari dell’occidente, come nel caso dei suoi alleati LIFG e al-Nusra in Libia e Siria? A quali pressioni il Kenya sarà sottoposto sulla scia di questo attacco, da parte dell’occidente, affinché agisca al di fuori dei propri confini, nelle attuali operazioni dell’AFRICOM?
Per il futuro del Kenya, la ragione e i fatti devono prevalere, non le emozioni e la propaganda.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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