La guerra somalo-etiope dell’Ogaden, luglio 1977 – giugno 1978

Alessandro Lattanzio, 4/3/2017ethAllo scoppio della guerra l’Aeronautica militare dell’Etiopia (Ye Ityopia Ayer Hayl o ETAF) disponeva di:
18 caccia-attacco Northrop F-5 Freedom Fighters (15 F-5A, 2 F-5B e 1 RF-5A da ricognizione), del 5.to Squadrone assegnato alle operazioni di attacco al suolo;
9 caccia Northrop F-5E/F Tiger II dotati di missili aria-aria AIM-9B, del 9.no Squadrone assegnato alle operazioni di difesa aerea;
3 bombardieri English Electric Canberra B.52 del 44.mo Squadrone da bombardamento;
8 caccia leggeri North American F-86F su una squadriglia.

L’Aeronautica della Somalia (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o CCS) disponeva di:
12 caccia-attacco Mikojan-Gurevich MiG-17F su uno squadrone;
29 caccia Mikojan-Gurevich MiG-21MF su due squadroni;

20_4Le forze armate somale
Negli anni ’60, l’Egitto fornì 12 imbarcazioni ed addestrò i piloti e i guerriglieri somali dell’Ogaden. Il Sudan addestrato gli ufficiali di Stato Maggiore e i sottufficiali delle trasmissioni e del genio. I soldati somali furono addestrati anche in URSS, Repubblica Popolare Cinese, Egitto, Italia, Iraq e Siria. Stati Uniti, Italia e Repubblica Federale Tedesca equipaggiarono e addestrarono la polizia e un battaglione di commando fino al 1970.
Nel 1964, i sovietici costruirono le basi aeree di Mogadiscio, Hargeisa, Baidoa e Kisimaio, la base navale di Berbera, e fornirono 150 blindati, tra cui carri armati T-34/85, veicoli corazzati per il trasporto di truppe BTR-50 e BTR-152, e blindati da ricognizione BTR-40A, oltre ad armi antiaeree, artiglieria e automezzi. Nel 1974, i sovietici fornirono altri 100 carri armati T-34/85, 150 carri armati T-54/55 e 70 carri armati T-62, 300 veicoli corazzati per il trasporto delle truppe BTR-50PK, BTR-60PB e BTR-152KP, numerosi blindati leggeri BTR-40P, BRDM-1 e BRDM-2, pezzi di artiglieria da 85mm, 100mm, 122mm e 152mm, mortai da 82mm e 120mm, sufficienti per costituire 9 battaglioni meccanizzati, 4 corazzati e 2 di artiglieria, formando così quattro brigate meccanizzate. La fanteria ricevette fucili d’assalto AK-47, mitragliatrici RPD, pistole-mitragliatrici PPshK-41, lanciarazzi anticarro RPG-2 e RPG-7, mitragliatrici pesanti DShK da 12,7mm e KPV da 14,5mm, missili anticarro 9M114 Maljutka, cannoncini antiaerei da 14,5mm, 23mm, 37mm e 57mm su impianti singoli, binati e quadrinati (ZPU-1 ZPU-2 e ZPU-4), alcuni semoventi antiaerei ZSU-23-4 Shilka e missili antiaerei portatili Strela-2. Le quattro brigate meccanizzate costituirono il nucleo delle forze armate somale.
Nel 1977, mentre 2000 consiglieri sovietici e 50 cubani addestravano le forze armate somale, circa 600 aviatori somali si istruivano nell’URSS. Mogadiscio infatti ricevette nel 1974-77 velivoli MiG-21MF e MiG-21UM e un paio di elicotteri Mi-8, che raggiunsero i superstiti aerei occidentali nelle file del CCS: 1 C-45 Expeditor, 3 C-47 Dakota e 3 Piaggio P.148 forniti dall’Italia negli anni ’50. I tecnici del Patto di Varsavia e di Cuba gestivano la flotta aerea del CCS composta da 12 caccia-attacco MiG-17F, 29 caccia leggeri MiG-21MF, 15 elicotteri, tra cui Mi-4 e Mi-8T, 4 aerei-cargo An-24T, 4 aerei da trasporto tattico An-26 e 5 biplani da trasporto An-2TP; e la difesa aerea somala affidata a sistemi missilistici S-75 e S-125.

Northrop F-5A

Northrop F-5A

Le forze armate etiopi
derg-badgeIn Etiopia, l’imperatore Haile Selassie fu deposto il 12 settembre 1974 e dopo una serie di scontri interni, salì al potere il Tenente-Colonnello Mengistu Haile Mariam. Nell’inverno del 1977, l’Etiopia era preda del caos e di scontri politici, su cui infine s’impose il Derg, il Comitato amministrativo-militare provvisorio, organizzazione marxista-leninista che avviò la nazionalizzazione delle terre e creò il Partito rivoluzionario popolare (EPRP), istituendo la Repubblica democratica popolare. Al Derg si opposero le fazioni etiopi sostenute dal Sudan, ma il 3 febbraio 1977 Mengistu s’impose, venendo subito riconosciuto da Cuba. L’EPRP venne quindi attaccato dal gruppo maoista di Haile Fida, un agente dei francesi, il Meison, che avviò la rivolta nel nord dell’Etiopia. Ma entro la metà del 1977, il Meison fu sconfitto e Fida arrestato. Nel maggio 1977 Mengistu visitò Mosca dove firmò 13 accordi di cooperazione con i sovietici. Tornò in Etiopia passando dalla Libia, che poi gli inviò il primo carico di armi sovietiche. Il regime del Derg ereditò vari problemi dall’imperatore Selassie, come la rivolta in Eritrea e nell’Ogaden, provincia etiope rivendicato dalla Somalia. Barre supportava l’irredentismo somalo contro Etiopia, Gibuti e Kenya. Nei primi anni ’70, il regime somalo rifornì di armi i separatisti del Fronte di liberazione somalo occidentale (FLSO), allo scopo di annettersi tutto l’Ogaden. Dopo che il Presidente Mengistu Haile Mariam dichiarò l’Etiopia Repubblica socialista e i tentativi di Washington d’invertire la situazione, nell’aprile 1977 Addis Abeba chiuse il centro dello spionaggio elettronico statunitense di Kegnew e la missione militare degli Stati Uniti, che aveva addestrato e inquadrato i 70000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito etiope. Ciò portò il governo degli Stati Uniti ad imporre l’embargo militare all’Etiopia. Le forze armate etiopi, impegnate contro la guerriglia eritrea e dell’Ogaden, iniziarono a soffrire la mancanza di pezzi di ricambio e munizioni. Per risposta, la Cecoslovacchia inviò 100 carri armati T-34/85 e i consiglieri militari cecoslovacchi presenti in Somalia furono trasferiti in Etiopia. Infatti, data l’attività destabilizzante del regime somalo di Siad Barre, Mosca si volse verso il nuovo presidente etiope, e già nel 1976 il governo sovietico contattò segretamente Addis Abeba.

Mengistu Hile Mariam

Mengistu Haile Mariam

Le origini della guerra dell’Ogaden risalgono alla conferenza di Berlino del 1881, quando il regno d’Etiopia si vide assegnare la regione dell’Ogaden, abitata in gran parte dall’etnia somala. Con la creazione dello Stato somalo, nel secondo dopoguerra, s’impose il nazionalismo somalo volto a creare ciò che veniva presentato come la “Grande Somalia”, comprendente quasi tutto il Corno d’Africa: Somalia, Ogaden e nord del Kenya. Subito dopo l’indipendenza della Somalia, nel 1960, Mogadiscio sponsorizzò i movimenti insurrezionali nell’Ogaden e in Kenya, creando tensioni con l’Etiopia. Nel 1969, con un colpo di Stato Siad Barre andò al potere in Somalia. Siad Barre annunciò che avrebbe supportato qualsiasi movimento di liberazione nei “territori occupati illegalmente”, ovvero i territori di Kenya, Etiopia (Ogaden) e Gibuti in cui viveva più di un milione di somali. Cuba avviò una mediazione tra Etiopia e Somalia all’inizio del 1977, portando il 16 aprile 1977 alla conferenza di Aden, nella Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, dove il presidente Ali Rubayi e Fidel Castro ospitarono il Presidente Mengistu Haile Mariam e il presidente Siad Barre. Alla conferenza, l’Etiopia fu conciliante, avendo a che fare con cinque fronti guerriglieri in Eritrea, Ogaden, Dankalia, Tigray e Galla. Era anche disposta anche a un’alleanza con Mogadiscio. Ma Siad Barre non era disposto a negoziare o a fare concessioni, convinto che la sua forza militare gli permettesse di realizzare il sogno della Gran Somalia. Perciò, se all’inizio Siad Barre promise a Fidel Castro che le sue forze armate non avrebbero attaccato l’Etiopia, e di ridurre al minimo il sostegno ai separatisti dell’FLSO, l’organizzazione irredentista somala dell’Ogaden, e Addis Abeba ne approfittò per spostare le forze etiopi dall’Ogaden verso l’Eritrea, tre mesi dopo Siad Barre ordinò alle forze armate somale d’invadere l’Ogaden e di aumentare il sostegno ai guerriglieri del FLSO. L’Avana e Mosca reagirono criticando fortemente Mogadiscio.ethio-somali_war_map_1977L’invasione somala iniziò nel maggio 1977, quando una forza di 6000 combattenti del FLSO attraversò il confine per unirsi alle forze locali. I 6000 nuovi combattenti erano in realtà soldati delle forze armate della Somalia. L’11 luglio, Siad Barre ordinò alle sue forze di entrare nel territorio etiopico, per sostenere i 6000 “guerriglieri” dell’FLSO. Alle 3:00 del 13 luglio del 1977, 5 brigate somale entrarono nell’Ogaden etiope avviando la guerra. Si trattava di 50000 soldati, 300 carri armati T-34/85 e T-55, 300 blindati e oltre 600 pezzi di artiglieria. Il supporto aereo venne fornito dalla base aerea di Hargeisa, da cui furono attaccate le posizioni e le basi aeree etiopi nella regione. Le forze somale colsero di sorpresa la 3.za divisione di fanteria etiope e conquistarono la città di Gode, dopo oltre 50 sortite degli aerei ed intensi bombardamenti dell’artiglieria dei somali. Gli etiopi schierarono a Jijiga, Dire Dawa e Harar 2 compagnie di carri armati leggeri M-41 e una compagnia di carri armati medi M-47, supportate da 3 semoventi d’artiglieria M-109 da 155mm. Il giorno dopo intervennero 3 caccia F-5A dell’Aeronautica etiope (ETAF) ma uno degli aerei, quello del leader, fu colpito da un missile antiaereo portatile SA-7 e precipitò. L’ETAF quindi ordinò ai suoi piloti di adottare nuovi profili di attacco, volando a quote medie nei bombardamenti o, in alternativa, attaccare a bassa quota e quindi cabrare avendo il sole alle spalle, per impedire di essere agganciati dai SA-7. Al confine settentrionale dell’Ogaden, i somali entrarono in azione il 16 luglio, occupando la città di Aisha; con l’appoggio degli aerei, l’artiglieria somala bombardò la città. La situazione diveniva critica per l’Etiopia, e solo il 21 luglio gli etiopi iniziarono a reagire, impiegando i 22 velivoli da trasporto C-47, C-54 e C-119K dell’ETAF per rifornire le guarnigioni assediate dal nemico che avanzava coperto dai velivoli somali. Durante una di queste missioni, un C-47 fu intercettato da 2 MiG-17 somali ed abbattuto. Infine, la CCS (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o Corpo Aereo della Somalia), attaccò la base aerea etiope di Harar, distruggendo un DC-3 dell’Ethiopian Airlines. Da allora i caccia F-5E etiopi iniziarono a scortare gli aerei da trasporto nelle zone dei combattimenti.
tumblr_inline_o35ys6olou1t90ue7_400La situazione per gli etiopi comunque andava aggravandosi e il presidente Mengistu aveva bisogno di ritardare l’avanzata dei somali attendendo l’arrivo degli aiuti cubani e sovietici. L’unica alternativa possibile era sfruttare al massimo l‘Ethiopian Air Force (ETAF), afflitta da gravi problemi operativi causati dell’embargo degli Stati Uniti. Addis Abeba riuscì a mettere in piene condizioni operative gli F-5A ed F-5E, che svolsero un ruolo cruciale nelle operazioni contro i somali. Inoltre, per aumentare il numero di piloti disponibili, furono recuperati i veterani che avevano volato sui vecchi F-86F che furono rapidamente istruiti all’impiego dei caccia F-5, facendoli volare sui caccia biposto F-5B e F-5F e sugli 8 velivoli da addestramento T-33A, di cui uno ricevuto dall’Iran. Questo personale fu cruciale per lo sforzo bellico etiope.
E così, il 24 luglio pomeriggio, una coppia di F-5E intercettò 2 caccia MiG-21 somali diretti verso un aereo da trasporto. Grazie alla guida del radar TPS-43D della stazione sul passo di Karamara, gli F-5 riuscirono ad abbattere uno dei MiG-21; fu la prima vittoria nella storia dell’ETAF. Il 25 luglio, 3 caccia F-5E dell’ETAF intercettarono 4 caccia MiG-21 somali. I 2 MiG ai lati eseguirono una virata di 180 gradi, scontandosi così in volo, mentre l’F-5 leader abbatté il terzo MiG a colpi di cannone, e gli altri due F-5 inseguirono il MiG superstite che, manovrando a bassa quota, si schiantò al suolo. Subito dopo, gli F-5 individuarono una formazione di 4 caccia assaltatori MiG-17, abbattendone due con i missili aria-aria Sidewinder. I somali, quindi, in soli due giorni persero 5 MiG-21 e 2 MiG-17 con i loro piloti. Il 26 luglio, 2 F-5E dell’ETAF intercettarono 2 MiG-21 somali abbattendone uno, che fu prima danneggiato da un missile Sidewinder e quindi abbattuto dagli F-5 con i cannoncini M-39 da 20mm di bordo. Le 8 vittorie dell’ETAF rappresentarono il 18% dei 38 velivoli schierati dal CCS, che ora non poteva disporre di più di 20 tra MiG-17F e MiG-21MF.
Nonostante tali sconfitte, la città di Gode cadde e la 5.ta Brigata della 4.ta Divisione dell’esercito etiope, che la difendeva, si ritirò verso ovest. Alla fine del mese, gli etiopi si erano ritirati a Jijiga, distante oltre 300 km. Ai primi di agosto, il fronte si era stabilizzato mentre gli F-5A etiopi avevano effettuato 300 sortite sulle posizioni somale. Dopodiché i caccia F-5A dell’ETAF, armati di razzi da 127mm e 68mm, e di bombe da 113kg e 223kg, passarono ad effettuare missioni d’interdizione contro le linee di rifornimento dei somali, con effetti devastanti. I vecchi cacci F-86F cominciarono a svolgere missioni di attacco e supporto aereo ravvicinato, impiegando razzi da 68mm e bombe da 113kg, mentre i bombardieri Canberra compirono alcuni raid notturni sulla Somalia.

Canberra

Canberra B.52

Il 9 agosto, Addis Abeba ricevette dall’Iran pezzi di ricambio e munizioni per le sue forze armate, mentre URSS e Cuba inviarono i loro consiglieri militari in Etiopia, che fornirono dettagliati rapporti d’intelligence sulle forze armate somale allo Stato Maggiore etiope. Mosca avviò i rifornimenti militari e dispiegò i sistemi missilistici antiaerei S-125. A novembre Mengistu volò a L’Avana per cercare di avere un maggior sostegno militare. I primi ad arrivare furono i sistemi missilistici antiaerei S-125 Neva promessi da Mosca e che, schierati nell’Ogaden, l’11 agosto abbatterono 2 caccia MiG-21MF somali inviati a bombardare l’aeroporto di Aisha, mentre 2 MiG-17 somali inviati ad attaccare il radar di Karamara, il 14 agosto, invece si schiantarono sulla montagna. Il CCS era in rovina, dei MiG-17F solo 4 erano in condizione di volo, mentre dei MiG-21MF, solo una dozzina era pienamente operativa. Quindi, i somali concentrarono tutte le operazioni aeree sulla base aerea di Hargeisa. E il 12 agosto, 4 caccia F-5E dell’ETAF bombardarono la base danneggiando la pista, il deposito di carburante e la torre di controllo, e distruggendo un aereo da trasporto Antonov An-26. Gli F-5 non incontrarono alcuna risposta dalle difese aeree somale. Intanto, gli etiopi inviarono tutte le forze nell’Ogaden, ritirandole dall’Eritrea, e rafforzarono le difese di Harar e Jijiga. In quel momento i somali avevano occupato l’80% dell’Ogaden e puntavano sull’Etiopia storica. Perciò gli F-5 eritrei furono ritirati dalla base aerea di Dire Dawa, lasciandovi solo gli 8 velivoli T-28D e gli 8 SAAB 17A/B del 3.zo Squadrone COIN (controinsurrezione) per il supporto e la ricognizione per conto dell’esercito etiope.
Il 17 agosto, gli etiopi furono colti di sorpresa quando i somali assaltarono Dire Dawa, che riuscirono ad occupare distruggendo nella base aerea gli AT-28D e i SAAB 17A/B dell’ETAF. Gli etiopi contrattaccarono il giorno successivo, senza il sostegno dell’artiglieria ma con quello degli aerei, che compirono 68 sortite contro il nemico, distruggendo l’80% degli automezzi somali e permettendo all’esercito etiope di riconquistare Dire Dawa. 1 MiG-21 somalo fu abbattuto sulla città il 19 agosto, e nei giorni successivi la base aerea fu ripristinata permettendo l’arrivo degli aerei-cargo C-119K e dei caccia F-5, grazie a cui l’ETAF compì, il 22 agosto, 50 sortite contro i somali, la cui ritirata si era trasformata in rotta, lasciandosi dietro una scia di mezzi ed equipaggiamenti abbandonati, e perdendo un altro MiG-21 in combattimento aereo.
etisom20Ad est di Dire Dawa, a Jijiga, gli etiopi attesero l’assalto dei somali, concentrandovi la maggior parte delle loro difese. Ma in quest’area il CCS godeva della superiorità aerea, per la prima volta nella guerra. MiG-17 e MiG-21 somali effettuarono diverse sortite sulle posizioni etiopi e alla fine, il 1° settembre, la città fu abbandonata. I somali occuparono Jijiga, e gli etiopi così persero la base aerea oltre a 9 carri armati M-47, 14 carri armati M-41 e 2 blindati per il trasporto truppe M-113. Dopo di ché, la NATO incominciò a propendere per la Somalia. Sempre il 1° settembre, 2 F-5E etiopi abbatterono 2 MiG-21 somali, mentre un sistema antiaereo ZSU-23-4 Shilka somalo abbatté un F-5E dell’Etiopia. Il 5 settembre il Derg organizzò il contrattacco che liberò la città, mentre i somali la circondarono. E il 9 settembre, 2 MiG-17 somali attaccarono una colonna di etiopi in ritirata, ma uno dei velivoli venne abbattuto dal tiro antiaereo della colonna. Dopo la ritirata etiope, il 12 settembre i somali rioccuparono Jijiga e arrivarono nel passo Karamara, dove con l’artiglieria a lungo raggio distrussero il radar TPS-43 che aveva guidato finora i caccia etiopi. Il passo Karamara infine cadde nelle mani somale e Mogadiscio si spianò la strada per lanciare l’offensiva sul resto dell’Etiopia. L’altro radar etiope, di stanza a Debra Zeit, fu trasferito sul monte Megezez, a metà strada tra Addis Abeba e Karamara, e l’ETAF non poté più contare sulla copertura radar nelle missioni sull’Ogaden. Ma la cattura di passo Karamara fu il culmine dell’invasione somala. Essendosi spinti oltre il raggio d’azione della CCS e finendo sotto quello dell’ETAF, i somali si fermarono preparando l’assalto su Harar, circondata su tre lati e dove si erano concentrati i resti della 3.za divisione etiope e 2 battaglioni di carri armati sudyemeniti. Il presidio venne rifornito con un ponte aereo attuato dai velivoli da trasporto C-47. L’assenza degli aerei somali permise al piccolo ponte aereo di rifornire il presidio e la città. Durante queste operazioni un C-47 fu abbattuto con un missile portatile antiaereo Strela-2.
I somali assaltarono Harar il 29 settembre, e la battaglia ben presto divenne una guerra di posizione, mentre 3 MiG-17 somali furono abbattuti dalla contraerea etiope. Un grande assalto fu attuato il 19 ottobre, ma i somali furono respinti dopo aver subito più di 200 morti; e il 23 ottobre i somali tentarono una nuova offensiva, non più da sud come prima, ma da nord-ovest. Anche questa volta le forze somale si ritirarono dopo aver perso altri 600 soldati. Nel frattempo, per evitare ulteriori perdite, gli etiopi concentrarono a Dire Dawa i propri mezzi corazzati, cioè tutti i carri armati M-47 rimasti e la maggior parte dei carri armati leggeri M-41. Il 30 ottobre, i somali tentarono un’altra offensiva, mentre gli etiopi schierarono con gli elicotteri altri 2 battaglioni di commando paracadutisti, permettendo ai difensori di resistere a una settimana di assalti nemici. Ma il 4 novembre, i somali avanzarono costringendo gli etiopi ad inviare la 2.da Brigata paracadutisti. I somali avevano concentrato i rifornimenti presso Jijiga, che perciò l’aviazione etiope sottopose a continui attacchi. Il 16 novembre, iniziò un’altra offensiva somala, nello stesso luogo in cui il primo assalto era fallito, il 23 ottobre; ma questa volta l’assalto fu accompagnato dai bombardamenti intensivi con i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e dalle sortite dei MiG-17. I somali finalmente sfondarono le difese, ma con un’operazione d’assalto eliportato, le due brigate di paracadutisti etiopi bloccarono il nemico; e lo stesso giorno 2 F-5E, 2 F-5A e 2 Canberra dell’ETAF bombardarono la base avanzata somala di Jeldessa, che ospitava il principale deposito di munizioni della Somalia. Gli etiopi persero un caccia F-5A, ma il deposito di munizioni somalo fu letteralmente spazzato via e l’offensiva somala fu fermata, per sempre.
1-onxe1-siduwvc2_xvmpkcw Proprio mentre l’offensiva era bloccata, Siad Barre commise un grave errore geopolitico. I sovietici appoggiavano il suo regime, ma erano contrari all’invasione dell’Ogaden, e quando si avvicinarono all’Etiopia del Derg, la Somalia passò all’occidente. Nelle prime fasi della guerra dell’Ogaden, Barre visitò Mosca nel tentativo di mantenere neutrali i sovietici, mentre contemporaneamente negoziava con la NATO l’invio di armi. Così Leonid Brezhnev si rifiutò d’incontrarlo quando si recò a Mosca ai primi di novembre. Il 13 novembre 1977, per reazione, Barre stracciò il trattato di amicizia con l’URSS, firmato solo nel 1974, ed espulse i 20000 consiglieri e cittadini del Patto di Varsarvia presenti in Somalia. Ciò aggravò di molto la situazione militare della Somalia, tanto più che il 25 novembre 1977 i sovietici crearono uno dei più grandi ponti aerei della storia militare, impiegando 225 aerei da trasporto Antonov An-12BP e An-22 Antej, e Iljushin Il-18 e Il-76, trasportando rifornimenti militari da Tashkent ad Addis Abeba facendo scalo a Baghdad e Aden. Il tutto avvenne sotto la supervisione del contingente di 1500 consiglieri militari sovietici, diretto dal Generale Vasilij Petrov, presente ad Addis Abeba. Il comandante della missione degli istruttori aeronautici sovietici era il Tenente-Generale G. Dolnikov. A dicembre, giunse ad Addis Abeba il grosso del contingente dei consiglieri cubani, comandato dal Maggior-Generale Arnaldo Ochoa. E il 28 dicembre 1977 divenne operativo il primo battaglione corazzato cubano.
Nei successivi sei mesi, i sovietici sbarcarono sull’aeroporto internazionale Bole, di Addis Abeba, circa 600 carri armati T-55, T-62 e PT-76, 300 blindati BMP-1 e BRDM-2, più di 400 pezzi di artiglieria. L’Etiopia ricevette 2 velivoli d’addestramento MiG-15UTI, 13 cacciabombardieri MiG-17, 8 aerei d’addestramento MiG-21UM che sostituirono i caccia leggeri statunitensi F-86 negli squadroni di addestramento dell’ETAF. Furono anche trasferiti 40 MiG-21MF, che riequipaggiarono completamente la prima linea dell’ETAF. Già nel gennaio 1978 diversi piloti etiopi erano pronti a volare sui caccia sovietici MiG-21. Ora l’ETAF disponeva di circa un centinaio di aerei. Inoltre, Cuba inviò 18000 consiglieri in Etiopia, assieme a un distaccamento di 40 piloti istruttori della DAAFAR (Defensa anti-aerea Y Fuerza Aérea Revolucionaria) che costituì il 4.to Squadrone indipendente dell’ETAF, sotto il comando del Tenente-Colonnello pilota Ruben Interián e del Tenente-Colonnello Luis Alonso Reina, diplomatisi presso l’Accademia della Difesa Aerea Kalinin di Mosca. Così i cubani schierarono uno squadrone di cacciabombardieri MiG-17F e uno di caccia MiG-21bis, e anche 2 aerei da ricognizione tattica MiG-21R, per un totale di 40 piloti. Inoltre, Petrov creò una potente forza eliportata basata su 10 elicotteri pesanti Mil Mi-6 e 20 elicotteri da trasporto medio Mil Mi-8T, scortati da 6 elicotteri d’attacco Mil Mi-24A. Tale forza poteva trasportare i blindati leggeri ASU-57, armati con un cannone anticarro da 57mm. Oltre ai sovietici e ai cubani, furono schierati in Etiopia anche oltre 200 consiglieri cecoslovacchi, polacchi e tedeschi. I polacchi inviarono anche 2 piloti e 20 tecnici specializzati nell’impiego dei caccia F-5, che continuarono a volare grazie ai pezzi di ricambio ricevuti dal Vietnam e dall’Iran. Inoltre, la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen integrò i suoi 2 battaglioni corazzati inviando in Etiopia altri 2000 effettivi. Infine, il 4 dicembre i sovietici lanciarono il satellite da ricognizione Kosmos 964, che sorvolò la regione il 17 dicembre trasmettendo all’ETAF le immagini delle basi aeree somale di Berbera e Hargeisa, dando un quadro dettagliato delle forze aeree somale.
Venne costituito anche un centro di coordinamento operativo per tutte le forze estere presenti in Etiopia, uno Stato Maggiore Congiunto guidato politicamente dal Presidente etiope Mengistu e militarmente dal Generale Arnaldo Ochoa, coordinato da cinque generali etiopi, otto cubani, cinque sovietici e due yemeniti.
tumblr_inline_o35yf4uc7b1t90ue7_1280Siad Barre fu spaventato dalla presenza del contingente militare cubano-sovietico, sapendo inoltre che la sua aviazione era ridotta al lumicino, incapace di mantenere i pochi velivoli rimasti. Siad Barre quindi chiese aiuto, e il primo a soccorrerlo fu il Pakistan, che inviò 20 piloti e 120 tecnici per riparare i velivoli velivoli sopravvissuti. Seguirono Arabia Saudita, Quwayt ed Egitto che, istigati da Washington, cominciarono a finanziare i guerriglieri eritrei e il governo somalo al fine di “fermare l’espansione comunista nella regione”. Furono inviati rifornimenti di armi e pezzi di ricambio. Ma ciò non bastò, dato che dopo più cinque mesi di combattimenti le forze armate somale si erano esaurite. Il 6 gennaio 1978, il presidente egiziano Anwar Sadat accusò i cubani di bombardare le truppe somale e annunciò il pieno sostegno alla Somalia, inviando piloti e tecnici dell’aeronautica per ricondizionare gli ultimi MiG somali. Anche Arabia Saudita e Iraq inviarono molti pezzi di ricambio, munizioni e personale. L’Egitto inviò anche carri armati T-54 e pezzi di artiglieria, mentre l’Arabia Saudita inviò carri armati M-47 e Centurion, e vi addestrò il personale somalo. Iraq ed Egitto inviarono cacciabombardieri MiG-17F e 2 caccia MiG-21MF, pilotati da pakistani ed egiziani. Gli egiziani riattivarono anche delle postazioni di missili antiaerei S-75 e S-125. Tutto il materiale ricevuto dai somali veniva immediatamente spedito al fronte.
Il 27 dicembre 1977, gli ultimi 4 caccia F-5E etiopi attaccarono Berbera, con il sostegno di un C-119K che operava come posto di comando volante. I caccia danneggiarono la pista e distrussero 1 cargo Antonov An-24/26 e 1 caccia MiG-21 somali. Così, all’inizio del 1978, i caccia somali non osarono più sorvolare l’Ogaden. L’8 gennaio 1978, un caccia F-5A e alcuni caccia MiG-21MF etiopi, assieme a MiG-17F e MiG-21bis cubani, effettuarono una serie di attacchi aerei sulle posizioni somale. La base aerea di Hargeisa fu attaccata diverse volte dalle forze combinate, creando ulteriori danni all’aviazione somala. Inoltre, le forze aeree combinate concentrarono gli attacchi presso Harar, infliggendo ai somali pesanti perdite, anche se la contraerea somala impiegò tutte le armi disponibili, come i missili portatili Strela-2 e i sistemi antiaerei ZSU-23-4.

Fairchild C-119K

Fairchild C-119K

Il 22 gennaio 1978, venne scatenata la grande controffensiva cubano-etiopica, che contava su 35 battaglioni, 270 carri armati e 162 pezzi di artiglieria, appoggiati da 46 aerei da combattimento. L’obiettivo era liberare Harar e Dire Dawa e preparare il terreno per la grande controffensiva su Jijiga, la base principale delle operazioni somale nell’Ogaden. Facendo largo uso dei velivoli da ricognizione tattica MiG-21R, i cubani incrementarono il vantaggio tattico delle forze combinate raccogliendo informazioni sulle posizioni somale, tra cui la difesa antiaerea e le linee logistiche, permettendo di concentrare gli attacchi su obiettivi strategici e ridurre la resistenza del nemico. Anche i somali avevano concentrato 27 brigate, 135 carri armati, 100 blindati e 205 pezzi di artiglieria in vista dell’assalto su Harar, ma furono fermati dalle difese etiopi, mentre l’ETAF bombardò le retrovie somale colpendo depositi e convogli. In pochi ore l’offensiva somala fallì e il relativo fronte crollò. Lo stesso giorno, gli ultimi 4 F-5E e 4 caccia MiG-21MF dell’ETAF attaccarono la base aerea somala di Hargeisa, distruggendo la stazione radar e 6 velivoli. Il 23 gennaio, a Fedis gli etiopi catturarono 15 carri armati, 48 pezzi di artiglieria, 7 cannoni antiaerei e numerosi blindati somali, e a fine gennaio raggiunsero passo Karamara. Ad Harar i combattimenti durarono fino al 2 febbraio, quando i somali si ritirarono dopo aver perso 57 carri armati e 50 pezzi di artiglieria, e subito 4000 soldati tra morti, feriti, prigionieri e disertori. In seguito, mentre l’esercito etiope dilagava in tutto l’Ogaden, gli F-5A e 2 Canberra etiopi bombardarono le linee dei rifornimenti somali, mentre i piloti cubani si concentrarono sulle difese aeree somale costituite da ZSU-23-4 Shilka e da squadre dotate di MANPADS. I MiG-17F e MiG-21bis cubani, insieme ai MiG-21MF etiopi, armati di razzi da 57mm e 80mm e di bombe da 250kg, devastarono il sistema logistico somalo, mentre gli F-5A etiopi aumentarono le operazioni d’attacco al suolo e gli F-5E svolgevano le missioni di scorta. In queste operazioni, i somali abbatterono il MiG-17F del tenente Eladio Campos, il MiG-21bis del tenente Raul Hernandez Vidal, che caddero, e il MiG-21bis del Maggiore Benigno Cortés, che riuscì ad eiettarsi, oltre a un F-5A e a un MiG-21MF etiopi.
57_3_a1Il 1° febbraio, le forze etiopi finsero una manovra verso sud, mentre la 1.ma Brigata Paracadutisti, di nascosto, avvolse ai fianchi i somali, sorprendendoli completamente e accerchiandoli a Jijiga. I somali così furono costretti a ritirarsi abbandonarono altri 42 carri armati, 50 pezzi di artiglieria e centinaia di autoveicoli. Nelle retrovie, gli egiziani preparavano i contingenti di rinforzo che venivano inviati subito al fronte. Il 3 marzo 1978 la brigata di carri armati cubani del Generale Fleitas e due brigate di fanteria etiopi, attaccarono Jijiga da sud, con un grande supporto di artiglieria. Le cinque brigate somale stanziate a Jijiga cercarono di opporre resistenza, mentre altre due brigate, schierate a Gara Martha, lanciarono una controffensiva. Ma i somali finirono in una trappola, le forze sovietiche avevano effettuato un’operazione d’assalto eliportato al tergo dello schieramento somalo. 9 elicotteri Mi-6 e una dozzina di elicotteri Mi-8T, guidati dal Generale Petrov e da un piccolo contingente di Spetsnaz russi, decollarono da Dire Dawa e sbarcarono 500 soldati presso Jijiga, garantendosi una vasta area di atterraggio, dove giunse un battaglione di fanteria etiope dotato di mortai e cannoni senza rinculo. Non appena tutto fu pronto, giunse la seconda ondata dell’assalto, quando oltre a 1000 soldati della fanteria etiope e cubana, gli elicotteri Mi-6 trasportarono 70 blindati leggeri ASU-57, consentendo di consolidare le posizioni delle forze combinate. Successivamente, ondate di elicotteri trasportarono altri 3000 soldati e diversi blindati BRDM-1. Il 5 marzo scattò l’offensiva a tenaglia per liberare Jijiga. L’ETAF compì quel giorno 140 sortite contro le posizioni nemiche, e il 6 marzo le forze somale furono completamente distrutte. Sfruttando l’opportunità tattica, il Generale Ochoa ordinò alla seconda brigata di carri armati cubana del Generale Cintra Frias, e ad altre unità di fanteria etiope, di attraversare il passo di Gara Marda, a nord-ovest di Jjiga, accerchiando le forze somale, che dovettero ritirarsi dopo aver subito 6000 morti e perso le armi pesanti. Le forze aeree etiope e cubana compirono più di 250 sortite contro i somali, e si ebbe il primo impiego operativo degli elicotteri d’attacco Mil Mi-24A, che impiegarono razzi da 57mm e bombe contro le truppe somale, e missili anticarro 3M111 Fljuta contro i blindati nemici. Lo Stato Maggiore somalo fu completamente sorpreso e le truppe al fronte iniziarono a disgregarsi, diverse unità fuggirono verso il confine con la Somalia, a 70 km di distanza, mentre l’aviazione combinata bombardava l’ultima base somala dell’Ogaden. Il fronte somalo cedette all’avanzata cubano-etiope, e Jijiga venne liberata.

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Dopo aver appreso del disastro di Jijiga, Barre ordinò a tutte le truppe di ritirarsi fino al confine. Le forze etiopi inseguirono i resti delle truppe somale che fuggivano verso il confine, mentre l’8 marzo liberavano Degehabur, a 200 km a sud di Jijiga, e delle sacche di resistenza somale si formarono a Fik, Gabredarre e Kelafo, dove però rimasero completamente isolate. Il 13 marzo venne liberata la città di Gode, la prima ad essere occupata dai somali, all’inizio della guerra. Il 23 marzo, l’ultimo posto di frontiera etiope fu ripreso, segnando la fine della guerra dell’Ogaden. Quel giorno divenne operativo, in Etiopia, il primo dei 44 caccia-bombardieri sovietici MiG-23BN ordinati dall’ETAF. Quindi gli etiopi avviarono l’Operazione Lash, per distruggere le forze somale e filo-somale rimaste nell’Ogaden est, e che si concluse ai primi di aprile 1978. E quell’aprile, i tecnici egiziani e pakistani riattivarono 12 caccia MiG-21MF e 4 MiG-17F, e ricostruirono gran parte della base aerea di Hargeisa. Nel maggio 1978, arrivò il primo F-6B (copia cinese del MiG-19SF), dei 12 forniti dalla Cina popolare attraverso il Pakistan. Nel 1980, il contingente cubano iniziò il ritiro. L’ultimo incidente tra Etiopia e Somalia si ebbe nel 1981, quando 2 MiG-21MF etiopi abbatterono 2 F-6B somali sull’Ogaden.
tumblr_inline_o35yldpqct1t90ue7_1280Nella guerra dell’Ogaden, gli etiopi subirono 9800 morti, 10000 feriti ed ebbero 1362 disertori. Cuba ebbe 160 caduti, 100 tra caduti e feriti lo Yemen e 33 i sovietici. I somali ebbero circa 20000 morti. L’Etiopia perse 23 velivoli, tra cui 2 F-5A e 3 F-5E abbattuti dalla contraerea somala, 3 C-47, 8 T-28D e 8 SAAB 17A/B. I somali persero 19 caccia MiG-21, 9 cacciabombardieri MiG-17, 3 aerei da trasporto Antonov An-24/26. L’ETAF aveva compiuto 2865 sortite tra luglio 1977 e giugno 1978, mentre la DAAFAR ne compì 1013. Il ruolo della DAAFAR fu importante; delle 1013 sortite la metà fu svolta dai MiG-17F, e il resto dai MiG-21bis, distruggendo decine di carri armati ed altri mezzi nemici, e subendo la perdita di due piloti. I MiG-21bis cubani non usarono mai i missili aria-aria K-13, dato che gli F-5E etiopi aveva già ottenuto la superiorità area prima dell’arrivo degli aiuti sovietico-cubani. Secondo i rapporti cubani, i piloti somali si rifiutano di combattere quando seppero che i cubani operavano sull’Ogaden. Molti piloti di Siad Barre avevano studiato a Cuba, e questo fu uno dei fattori che portò l’aviazione somala ad interrompere le operazioni di volo, anche su elicotteri o aerei da trasporto. Dopo la guerra, le truppe cubane furono ridotte a 3000 nel 1984, e furono ritirate definitivamente nel settembre 1989, quando dopo 12 anni di collaborazione, più di 40000 soldati cubani avevano prestato servizio in Etiopia. Per Siad Barre, la sconfitta portò al declino del suo potere in Somalia, puntellato comunque dagli italiani, che gli inviarono armi ed elicotteri che alimentarono la guerra civile nel Paese. Il sogno della “Grande Somalia” alla fine portò alla distruzione dello Stato somalo e alla destabilizzazione del Corno d’Africa. L’Etiopia mantenne l’integrità territoriale fino al 1991, quando il crollo dell’URSS e i conflitti interni destabilizzarono la situazione etiope. Nel 1977, l’adesione di Addis Abeba al blocco sovietico inflisse un duro colpo ai guerriglieri del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (EPLF), mentre gli arabi decisero di sostenere il rivale Fronte di Liberazione dell’Eritrea (FLE). Dal 1978, l’EPLF ricevette sostegno politico dalla Somalia, e politico-militare dal Quwayt, mentre l’FLE ricevette il sostegno politico- militare da Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Quwayt e Yemen, mentre la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen continuò a sostenere l’Etiopia.

MiG-23BN

MiG-23BN

Fonte:
ACIG
Dintel-gid
DITC
K/planes
Urrib2000

I sauditi e i missili balistici

Analisis Militares13940423000871_photoiC’era una volta un Paese ideale chiamato Saudilandia, dove i valori democratici brillavano così tanto che fu attaccato dai malvagi yemeniti, lanciando missili sul suo territorio provocando terrore. Ma la fata turchina statunitense gli diede lo scudo antimissile magico distruggendoli tutti, ponendo fine al problema e vivendo felici e contenti.. qualcosa di simile a una favola. Il problema è che le favole restano favole.
Nel mondo reale Ryad da un paio di mesi annuncia di distruggere tutti i missili balistici lanciati dagli yemeniti, e questo nonostante le notizie sugli attacchi alle basi militari che hanno causato delle stragi. Il fatto è che i sauditi continuano, anche se vengono smentiti, in quanto non solo è stato filmato l’impatto di un missile su una base militare saudita, ma vi sono video apparsi nel mondo che riprendono la catena di esplosioni, presso l’impianto, che avrà causato enormi devastazioni, a giudicare dalle immagini. Affermano di aver abbattuto 2 missili dallo Yemen: L’Arabia Saudita dice che ha intercettato 2 missili lanciati dallo Yemen. Ma questo è ciò che i contadini hanno ripreso a Ta’if:

Assieme alla catena di esplosioni presso la base militare di Taif…

Perciò, i sauditi hanno intercettato i 2 missili yemeniti, qualcuno ne dubita? E vissero felici e contenti.1682313_-_main

Il presunto abbattimento di uno Scud yemenita in Arabia Saudita
Analisis Militares  8 giugno 2015

13940316000414_photoiNon se si sa, ma l’Arabia Arabia ha dichiarato di aver intercettato un missile Scud con 2 missili Patriot. La versione saudita sostiene che un missile balistico Scud è stato lanciato da qualche parte dallo Yemen, probabilmente dalla zona di Sada, contro la zona di Qamys al-Mushayt in Arabia Saudita, a circa 200 km di distanza, e che sia stato intercettato da 2 missili del sistema di difesa aerea Patriot del Paese. La versione dell’altra parte dice che 3 missili balistici Scud sono stati lanciati contro la base aerea di Qamis al-Mushayt colpendola e causando panico tra la popolazione che fuggiva dalla zona. Vi è una grande differenza tra le due versioni. Naturalmente, entrambe affermano che vi sia stato l’attacco degli Scud nella zona quel giorno. Naturalmente, la propaganda fa la sua parte… da entrambe le parti:
– i sauditi presentano un quadro d’invulnerabilità contro tali attacchi affermando che il missile era stato intercettato, al 100%.
– gli yemeniti presentano un quadro di vulnerabilità del territorio saudita sostenendo che furono lanciati 3 missili Scud e, utilizzando i dati sauditi, uno veniva intercettato prima dell’impatto, e gli altri due facevano centro. Sarebbe il 33,33%.
Non vi è alcun modo di confermare l’una o l’altra versione, sono perfettamente credibili. Ciò che possiamo fare è paragonarle alle percentuali di missili Scud abbattuti dalle batterie Patriot nel 1991:
– Nel 1991, l’Iraq lanciò 87 missili Scud e ne furono intercettati 29. Una percentuale di circa 33,33%
Nel caso citato, i sauditi affermarono di aver abbattuto il solo missile lanciato. Il 100%. Nella versione yemenita sarebbe stato abbattuto uno dei tre lanciati, il 33,33%. È interessante notare che la versione yemenita espone la stessa percentuale avutasi nella Guerra del Golfo… ciascuno tragga le proprie conclusioni o dia credito alla versione che ritiene opportuna. Questa è tutta l’informazione disponibile.1409048088015_wps_1_saudi_arabia_khamis_musha

L’Arabia Saudita arruola terroristi in Siria per la guerra allo Yemen
FNA

ciru8d4uwaa3dhgI media libanesi riferiscono che Riad arruola terroristi in Siria per respingere gli attacchi dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Secondo il quotidiano al-Aqbar, l’agenzia di spionaggio saudita ha iniziato ad arruolare gruppi terroristici operanti nella Siria meridionale, dopo le ultime avanzate dell’esercito yemenita nelle zone confinanti delle province di Jizan, Najran e Asir. Fonti della sicurezza in Siria meridonale affermano al quotidiano libanese che l’agenzia di spionaggio saudita arruola 3000-4000 terroristi nella regione per trasferirli ai confini sauditi-yemeniti per combattere le forze di Abdullah Salah e di Ansarullah, aggiungendo che Giordania ed Arabia Saudita hanno ripreso ad addestrare i terroristi di stanza nella Siria del sud, da fine agosto, presso le basi militari nel nord della Giordania, e nelle basi saudite delle regioni di Arar e Hafr al-Batan, nel nord-est dell’Arabia Saudita, secondo le fonti.
I rapporti indicano che le truppe della Guardia nazionale saudita sono arrivate nella provincia di Najran per controllare i confini del regno contro le rappresaglie dello Yemen, dopo che Riyadh ha ucciso centinaia di civili negli attacchi aerei su Sana di due giorni prima. Il notiziario al-Aqbariah dell’Arabia Saudita trasmetteva video di attrezzature militari inviate nel Najran, e riferiva che nuove unità della Guardia nazionale sauditaerano arrivate nella provincia. “Tali forze dotate di armi avanzate sono state inviate a sostenere le guardie di frontiera saudite“, aggiungeva.
Notizie dalla capitale dello Yemen affermano che oltre 900 persone furono uccise o ferite nei massicci attacchi aerei della coalizione saudita. Gli attacchi aerei miravani a un edificio in cui le persone rendevano l’ultimo omaggio al padre del ministro degli Interni yemenita Jalal al-Ruyshan, capodello staff dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Un secondo attacco colpiva lo stesso punto in cui la gente si era precipitata a soccorrere i feriti del primo attacco aereo. Inoltre, gli aerei da guerra sauditi effettuavano massicce incursioni aeree contro la casa dello sceicco Abu Shwarab,provocando decine di vittime civili, riunitesi per una cerimonia presso la residenza.
L’Arabia Saudita aggredisce lo Yemen dal marzo 2015 per rimettere al potere il fuggiasco presidente Mansur Hadi, alleato di Riyadh. L’aggressione saudita ha finora ucciso almeno 11300 yemeniti, tra cui centinaia di donne e bambini. Nonostante le dichiarazioni di Riyadh di bombardare posizioni dei combattenti di Ansarullah, i bombardieri sauditi colpiscono aree residenziali e infrastrutture civili. Secondo diversi rapporti, la campagna aerea saudita contro lo Yemen spinge il Paese impoverito verso il disastro umanitario.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: I sauditi bombardano i civili nello Yemen perché militarmente hanno perso

YemenTehran (ParsToday Italiano) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali, é stato intervistato dalla nostra Redazione sulla strage del regime dei Saud contro la popolazione yemenita. Alessandro Lattanzio ai microfoni di Radio Italia ha esaminato anche il ruolo importante dell’occidente nei crimini del regime saudita in Yemen e nel mondo.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

 

Yemen: una guerra dimenticata

Riyadh e Abu Dhabi lottano per il dominio della regione e finora Ansarullah vince
Evgenij Satanovskij, VPK, 6/10/2016 – Southfrontgulf_of_aden_mapGli eventi in Siria hanno messo in ombra la guerra civile nello Yemen, dove contingenti delle monarchie del Golfo Persico e dei Paesi alleati nel mondo arabo (che su pressione della situazione finanziaria sono costretti a sostenere tale operazione dei “golfini”) e, indirettamente l’Iran, partecipano. Inoltre, le azioni militari non solo sono svolte nello Yemen ma nelle zone di confine dell’Arabia Saudita e, recentemente, nel continente africano, in Eritrea e Somalia, divenute basi di appoggio degli Emirati Arabi Uniti (UAE) e dell’Arabia Saudita (KSA) sul Mar Rosso. Nello Yemen le monarchie del Golfo, che conducono la guerra in Siria contro il governo di Assad usando i loro jihadisti, sono costrette ad usare le proprie forze armate subendo perdite significative. Tuttavia, gli obiettivi che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perseguono sono diversi, e ciò facilita in gran parte la situazione ad Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente A. A. Salah. La situazione nello Yemen e area circostante viene analizzata dal materiale preparato per il MEI dalle esperte A. A. Bystrova e P. P. Rjabova.

Riyal e razzi
map-bab-el-mandab-red-seaIl 18 settembre il governo del presidente Hadi subiva un rimpasto. Un decreto fu emesso sul trasferimento della capitale del Paese da Sana, controllata da Ansarullah, ad Aden, sede della Banca centrale. Venivano nominati diversi responsabili, come ad esempio i capi dei ministeri di finanze, informazioni, dotazioni e religione, turismo, istruzione, cultura, università e ricerca scientifica. La Banca centrale era l’unica struttura di governo che collaborasse abbastanza bene con il governo ufficiale ed Ansarullah. Il decreto sul trasferimento delle sue attività ad Aden è il tentativo del KSA di creare un’autorità bancaria alternativa, scacciando gli avversari di A. M. Hadi dalla gestione delle attività estere, tentando di centralizzare il Paese sotto il proprio controllo. Domande sorgono sul contenuto dei nuovi resoconti sulla Banca centrale e il trasferimento di comunicazioni e gestione ad Aden. Finora non un ministro del governo Hadi si è trasferito a Aden, a prescindere degli sforzi di Riyadh nel costringerli a farlo, rafforzando la posizione del “governo legittimo” agli occhi della popolazione e della comunità mondiale. Così Arabia Saudita e coalizione saudita supportano ministri e presidente yemeniti che non sono pronti a ritrovarsi nel Paese, neanche nei territori “liberati” da Ansarullah, ma solo a rimanere nel KSA con i familiari. I cambi nel governo sono un tentativo di Hadi di dimostrare ai sauditi che il governo presto s’insedierà ad Aden. Un’altra versione delle nuove nomine è la risposta di Hadi (e di Riyadh) alla riunione dei leader dell'”Haraqat” dello Yemen del sud e degli ex-leader della Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (PDRY) a Dubai, dove l’indipendenza dello Yemen del Sud è stata discussa. L’evento si è svolto sotto gli auspici della dirigenza degli Emirati Arabi Uniti, che sostiene la sovranità dello Yemen del Sud nei confini della PDRY. Ciò non va bene a Riyad e i tentativi di Hadi di trasferire le entità governative ad Aden, sono un segnale ad Abu Dhabi di ciò. Anche fin dove può contare sulle tribù del sud è una questione più che sostanziale. I meridionali non hanno dimenticato il periodo in cui erano liberi da Sana, né il ruolo di Hadi nella repressione dei movimenti separatisti degli anni ’90, quando Salah era ancora l’autorità indiscutibile per coloro che, in seguito, lo rimossero dal potere. Il rimpasto ha avuto luogo anche nel blocco di governo. Dopo l’attentato con un’autobomba del 29 agosto (uccidendo 75 persone) ad Aden, Hadi licenziava il capo della Direzione nazionale della sicurezza, generale Ahmad Said bin Briq, sostituendolo con Abdullah Nasir al-Musawi, che guidava la Direzione della sicurezza politica. Tuttavia, tali enti semplicemente non esistono. I loro apparati hanno subito una trasformazione, ed essendo l’ex-capo della sicurezza politica, generale al-Hamishi, uomo di fiducia dell’ex-presidente Salah, si può supporre che la vecchia guardia e l’agenzia ora lavorino per lui. Tra l’altro, al-Hamishi si dimise due anni dopo Salah su pressione degli statunitensi, o meglio, del direttore della CIA J. Brennan, che l’accusava di collaborare con al-Qaida e delle fughe di informazioni dalla Direzione della sicurezza politica sulle operazioni degli Stati Uniti nel programma degli omicidi mirati dei capi islamisti. Ciò per la questione di quali agenti della sicurezza impiegasse l’ex-presidente dello Yemen Salah per utilizzare i radicali islamici nella destabilizzazione della situazione con attentati terroristici (possibilmente nel caso degli sciiti dell’Arabia Saudita, per provocarne la sollevazione contro il regime al potere). Salah, nonostante le dichiarazioni saudite, può creare molti problemi, come dimostra la presenza di armi pesanti. Ansarullah e sostenitori di Salah a Taiz utilizzano missili tattici e munizioni del sistema Grad sempre più intensamente. Nel Najran, i lanci di missili Scud continuano sul territorio saudita. La maggior parte viene intercettata dalla BMD Patriot ampiamente aggiornata. Un missile ha distrutto una centrale elettrica locale. Con questo, Ansarullah ha il completo controllo di Sana e alture adiacenti, confutando le affermazioni del comando saudita sull’avanzata della relativa coalizione nella capitale yemenita. L’aviazione saudita attacca villaggi e zone residenziali a Sada. Ansarullah ha preso le alture intorno la città saudita di Najran ed attaccato campi di addestramento in Eritrea, che preparavano i mercenari yemeniti da inviare nel Najran e in Siria. Ansarullah non può compiere vaste offensive in profondità nel territorio saudita, ma non ne ha bisogno. Per distogliere significative forze saudite dallo Yemen basta destabilizzare la situazione nel Najran.
Tornando al decreto sul trasferimento della Banca centrale a Aden, si nota che Ansarullah ha bloccato tale decisione e congelato i beni della banca, terrorizzando gli operatori finanziari, confusi dalle direttive contraddittorie ricevute. Vi sono incontri con la dirigenza della Banca centrale per cercare di chiarire la situazione. In tale contesto è interessante ed indicativo notare la posizione della Banca Mondiale, che ufficialmente sostiene il presidente Hadi e il suo governo, ma le operazioni di routine della Banca Centrale avvengono a Sana. La banca non lo pubblicizza, e in una direttiva della leadership, i dipendenti sono istruiti a non esprimere sostegno a una qualsiasi parte nel conflitto. In tutto ciò va ricordato che gli Stati Uniti, a vari livelli, indicano a Riyadh e Hadi che prendere Sana nel modo classico, è inutile. Nel frattempo le riserve valutarie yemenite, da 5,2 miliardi di dollari nel 2014 si sono ridotte a 700 milioni nell’agosto 2016, che nel breve periodo è foriero di gravi problemi umanitari per il Paese. Ciò si spiega con il fatto che lo Yemen doveva spendere la valuta estera acquistando carburante e prodotti alimentari. La situazione è così critica che Ansarullah fa appello alla popolazione affinché doni 50 riyal (20 centesimi di dollaro) al fondo della Banca centrale, ma senza risultati. Il commercio è paralizzato dalla guerra civile, che incide sul mercato interno. Ad essere onesti, lo Yemen non ha mai avuto un’economia normale per gli standard mondiali, ma un forte “settore nero” e uno “bianco” più flessibile. Gli importi circolanti sono di molto superiori alle riserve ufficiali. Ansarullah spera sul sostegno dell’Iran, che deve ancora accordare un intervento finanziario, sotto l’apparenza di programmi umanitari. Inoltre, il decreto del presidente Hadi sul trasferimento della sede della Banca centrale ad Aden, dà a Riyadh la possibilità di trasferire grandi somme di denaro sul suo conto aumentando l’influenza del governo di Hadi sulla popolazione del Paese. Questa è un’altra ragione della strana posizione di Washington, che guida un’attenta politica non solo con Hadi, ma con Ansarullah e l’ex-presidente Salah. Non li respinge come reietti politici, come nel caso della Siria con Assad. Il 21 settembre, il trasferimento dei ministeri yemeniti e dei loro dipendenti dal KSA (in realtà un’espulsione) ad Aden, veniva annunciato. Riyadh si avvia verso la competizione economica con Sana. I sauditi non potendo far tornare Hadi a Sana con mezzi militari, ritengono necessario l’utilizzo di leve economiche, corrompere la popolazione attraverso vari “progetti di governo” che teoricamente minerebbero il dominio di Ansarullah e Salah nel nord del Paese. Ma ciò è costoso e difficilmente avrà effetti rapidi. La scommessa sul trasferimento di Hadi ad Aden è il tentativo degli Emirati Arabi Uniti di unire le forze politiche dello Yemen del Sud in un unico consiglio, indicando un nuovo ciclo di scontro tra Emirati Arabi Uniti e KSA sul diritto di dominare la risoluzione del conflitto.somaliland-horn-africaBerbera per le Mistral
La conclusione della transazione tra il presidente del Somaliland Ahmad Silanyo e la società emirota DP Word (DPW) sulla vendita delle infrastrutture portuali di Berbera ha causato uno scandalo internazionale. Un primo gruppo di ispettori militari di EAU ed Egitto arrivò subito, dimostrando che dietro l’operazione non c’è una società privata, ma la leadership degli Emirati Arabi Uniti. Lo Stato del Somaliland, che alcun governo del mondo riconosce, è un ostacolo alla realizzazione dei piani d’investimento, perché non esiste un quadro giuridico per la risoluzione delle controversie legali. La società ha fatto chiaramente questa transazione su richiesta di Abu Dhabi, calcolandone prima i rischi finanziari. I prerequisiti di ciò, a giudicare dalle lotte tra clan della Somalia, in cui Ahmad Silanyo probabilmente rimarrà ai margini politica, non ci sono. Ma Berbera sembra essere importante per la leadership degli Emirati Arabi Uniti dato che ha permesso un’operazione rischiosa garantendo le compensazioni alla società per eventuali perdite. In questa ex-base aeronavale sovietica possono attraccare navi dal grande dislocamento e ogni aereo da trasporto (due piste sono lunghe più di tre chilometri), trovandosi in una zona che permette il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ufficialmente funzionari egiziani e emiroti giunsero per preparare una relazione sull’uso della base militare per contenere Ansarullah e sostenitori dell’ex-presidente Salah nello Yemen. Difatti, anche se i due Paesi partecipano alla coalizione saudita, perseguono propri interessi, senza mostrare alcun zelo per il corpo di spedizione sotto l’egida di Riyadh. In parte, gli egiziani ripagano il sostegno finanziario saudita. Non vi è alcun interesse a Cairo nel conflitto yemenita, non essendo preoccupato da minacce sciite e non essendo pronto a sacrificare la vita dei propri soldati per il bene dei Saud. Per gli Emirati Arabi Uniti è più complicato. Per Abu Dhabi avere il dominio sui porti del sud della penisola arabica spinge a separare lo Yemen del Sud nei confini della ex-PDRY. Non vedono un grave pericolo in Ansarullah e Teheran (secondo il rapporto siglato del Comando Generale degli Emirati Arabi Uniti del 2015, la probabilità di aggressione militare dell’Iran è considerata estremamente bassa). Sono più preoccupati dalla minaccia dei Fratelli musulmani. Sul contenimento di Ansarullah, non c’è bisogno di accordarsi su Berbera. Gli Emirati Arabi Uniti hanno una base in Eritrea che può ricevere piccole navi da guerra e aerei, abbastanza per pattugliare mare e coste. La missione di Emirati Arabi Uniti ed Egitto a Berbera è legata molto probabilmente allo studio delle condizioni per ospitare le portaelicotteri “Mistral” acquistate da Cairo, così come aerei militari egiziani ed emiroti, per cui la base in Eritrea non è sufficiente. L’obiettivo principale è controbilanciare il rafforzamento dell’influenza turco-qatariota in Somalia (egiziani ed emiroti ritengono Ankara e Doha i principali sponsor dei Fratelli musulmani). In secondo luogo, l’istituzione della sicurezza per il trasporto marittimo è ciò a cui gli Emirati Arabi Uniti sono interessati. Per l’Egitto avere la base aeronavale nel Somaliland è importante per fare pressione sul governo etiope, costringendolo ad abbandonare i piani di costruzione della grande diga sul Nilo Azzurro, che minaccia la sicurezza alimentare dell’Egitto. A suo tempo, il presidente egiziano Sadat minacciò di bombardare qualsiasi diga sul Nilo Azzurro. Ma ciò è un caso estremo. Finora egiziani ed emiroti utilizzano attivamente le opportunità di Asmara per sponsorizzare i gruppi di opposizione in Etiopia per destabilizzarla. E la base di Berbera, per l’alleanza strategica tra Cairo e Abu Dhabi, è un fattore a lungo termine d’influenza militare su molti punti importanti del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano.

Raid su Assab
assab-10I rappresentanti del movimento d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), il 21 settembre dichiaravano che Ansarullah aveva attaccato l’aeroporto internazionale della città portuale di Assab, in Eritrea. Gli esperti ritengono che l’attacco fu effettuato con il supporto logistico del RSADO. Il suo leader Ibrahim Harun annunciò che Ansarullah giunse sulle isole yemenite di Hanish e Zuqar per attaccare Assab, utilizzando imbarcazioni blindate da cui, con missili anticarro ed RPG, bombardarono il comando della Marina eritrea, quasi distruggendolo. Dopo di che sbarcarono due gruppi di soldati. Il primo attaccò l’aeroporto di Assab per impedire l’arrivo di forze del regime eritreo per via aerea. Il secondo gruppo, più grande, attaccò il campo di addestramento dei combattenti yemeniti, che i sauditi avevano inviato da Aden e che addestravano in Eritrea con l’aiuto di istruttori locali. Di conseguenza, il campo fu devastato e il numero di istruttori yemeniti e sauditi uccisi non è ancora noto. I militari eritrei non fanno entrare nessuno nel perimetro. 5000 yemeniti furono trasferiti in Eritrea due settimane prima, per un salario mensile di 300 dollari. Dopo l’addestramento di un mese, dovevano essere trasferiti nelle Najran e Jizan per proteggere i confini yemeniti-sauditi contro Ansarullah. I raid di Ansarullah su questi territori si verificano regolarmente. Le forze di protezione delle frontiere saudite non possono nulla contro questi gruppi, da qui l’idea di utilizzare mercenari yemeniti. Ma i nativi dello Yemen del Sud, che costituiscono la maggioranza dei mercenari, non conoscono la zona di confine nel nord del Paese, popolata da tribù zaydite legate ad Ansarullah. Così l’efficacia di tale piano è discutibile. Parte di tale contingente doveva rafforzare le fazioni filo-saudite in Siria, come Jabhat al-Nusra (rinominato Jabhat Fatah al-Sham), dopo aver subito gravi perdite durante i recenti combattimenti ad Aleppo. In precedenza, gli yemeniti furono arruolati da Doha per combattere al fianco dello Stato islamico (con il pretesto di lavorare per le società di sicurezza del Qatar). Ma poi arrivarono notizie nello Yemen sulle enormi perdite in Siria e Libia. Data la reazione negativa delle tribù locali, Doha non ripeté l’esperimento.
Secondo il leader del RSADO, il gioco di Asmara dalla parte della coalizione saudita è guidato da dispute territoriali tra Yemen ed Eritrea sulle isole Hanish e Zuqar, trampolino per gli attacchi. Nel 1998 la Corte di Arbitrato Internazionale riconobbe le isole yemenite, ma l’Eritrea ignorò la decisione. Le isole, infatti, sono controllate da Ansarullah per contrabbandare armi e liquori provenienti dall’Africa e viceversa. In realtà, il supporto di Asmara ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che hanno ad Assab una base navale (anch’essa bombardata), non è guidato da dispute territoriali, ma da interessi finanziari. Asmara offre territorio e basi eritrei in cambio di investimenti sauditi nelle infrastrutture stradali e portuali. Inoltre, i piani di Abu Dhabi e Cairo comprendono l’uso delle basi logistiche eritree per la sovversione contro l’Etiopia. In ogni caso la dirigenza eritrea ci guadagna denaro, anche se non può piacere agli attivisti antietiopici di Emirati Arabi Uniti ed Egitto. L’attacco di Ansarullah fu inaspettato per Riyadh e Abu Dhabi, che vedono il territorio eritreo come zona sicura e si preparavano ad usarlo come base militare sul Mar Rosso. Tali piani saranno adeguati, richiedendo nuove spese per una maggiore protezione. Ansarullah ha dimostrato che ha un potenziale bellico elevato ed arsenali pieni. Il raid ha illustrato un buon coordinamento, spiegabile con la partecipazione di consiglieri iraniani nella pianificazione dell’operazione. Non sarebbe stato possibile senza i servizi speciali dell’Etiopia, che sovrintendono al RSADO, il cui ruolo in questo caso fu molto probabilmente limitato al supporto ad Ansarullah. Nel raid vi era una importante e precisa intelligence, fornita dai militanti clandestini del RSADO. L’interesse di Addis Abeba è semplice: supportare qualsiasi azione contro Asmara. All’Etiopia non aggrada la trasformazione dell’Eritrea in una base di KSA, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, perché ha disaccordi con quest’ultimo sulla costruzione della Grande Diga sul Nilo Azzurro. Ansarullah, volendo consolidare i negoziati sulla sistemazione politica interna, ha dimostrato chiaramente che rimane la principale forza militare nello Yemen. Dietro il raid su Assab si distingue nettamente l’ex-presidente ed alleato di Ansarullah Salah, che ha vecchi legami con pirati e contrabbandieri in questa parte del Mar Rosso, e sa come danneggiare sensibilmente Riyadh.

Ali Abdullah Salah

Ali Abdullah Salah

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nella SAARC

Tayyab Baloch, Gpolit, 20 aprile 2016maxresdefaultSi prevede che la Russia aderisca all’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) come Stato osservatore nel prossimo futuro, essendo già parte del blocco regionale dell’Asia meridionale. Il compito della SAARC di ammettere nuovi Stati osservatori è stato inoltre completato. Il 19° vertice SAARC si terrà a Islamabad, capitale del Pakistan, a novembre. Quindi è una grande opportunità per il Pakistan dare il benvenuto alla Russia nella SAARC in modo che Asia meridionale e Asia centrale si fondano quale parte integrante della regione eurasiatica. Il collegamento della SAARC con il blocco della sicurezza eurasiatica Shanghai Cooperation Organization (SCO) è già sulla buona strada. Molte nazioni del sud asiatico si sono unite alla famiglia della SCO mentre le potenze nucleari rivali della SAARC, Pakistan e India, che faranno parte della SCO, hanno chiesto di aderire all’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia.

La SAARC nella famiglia SCO
L’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) è un blocco economico di otto Paesi dell’Asia meridionale, comprendente Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan, Sri Lanka e Afghanistan. L’Afghanistan è il solo Paese asiatico centrale che ne fa parte, mentre il Myanmar del Sud-est asiatico ne è un possibile membro. Oltre a ciò, Australia, Cina, Unione Europea, Iran, Giappone, Mauritius, Corea del Sud e Stati Uniti sono associati come osservatori. Mentre la Russia aveva chiesto lo status di osservatore in modo che la cooperazione bilaterale e regionale dell’Asia del sud venisse realizzata in connessione all’integrazione regionale. Pertanto, la Russia aveva concesso lo status di pieno aderente allo SCO ai leader della SAARC, India e Pakistan, con l’obiettivo di concentrarsi sulla collaborazione regionale a una prospettiva di pace. Come per l’integrazione regionale eurasiatica, l’Asia del Sud ne fa parte abitualmente, dato che le nazioni dell’Asia meridionale aderiscono alla famiglia della SCO. “L’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai è il blocco multilaterale volto a mantenere l’equilibrio strategico col meccanismo di cooperazione strategica ed economica. La collaborazione sino-russa fa della SCO l’organizzazione multipolare mondiale basata sull’uguaglianza. E’ anche considerata la salvaguardia dell’integrazione eurasiatica e della Via della Seta della Cina. La SCO si è estesa geograficamente includendo Asia Centrale, del Sud, Est ed Ovest per rafforzare la cooperazione regionale tutelando gli interessi economici e strategici comuni. Inoltre la SCO collega l’Asia del sud (SAARC) con il Sud-Est asiatico (ASEAN)“.

Finestre di opportunità
China West Land Route I Paesi della SAARC sono densamente popolati da circa un quarto della popolazione mondiale su appena il 2,96% di territorio. Ecco perché la SAARC è considerata il più grande mercato del mondo confinante con la Cina, considerata l’economia in più rapida crescita del mondo. Nonostante le risorse, la regione SAARC è molto povera. Le tensioni politiche e i conflitti tra gli Stati membri creano un ambiente politico instabile e questi sono i principali ostacoli ad avere il massimo rendimento possibile da questa regione. Sebbene la zona di libero scambio sia stata creata tra gli Stati membri nel quadro dell’accordo di libero scambio dell’Asia meridionale (SAFTA), a causa delle dispute di confine raggiungerne gli obiettivi è ancora una sfida. Nonostante gli ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi economici collettivi, tutte le nazioni della SAARC hanno firmato o firmeranno accordi di libero scambio con altre nazioni e blocchi economici. La Cina come osservatrice della SAARC è interessata a creare zone di libero scambio (FTA) con gli Stati membri con l’iniziativa della Via della Seta. A tal fine, il socio della Cina nella Via della Seta, il Pakistan (la ‘cerniera’ dell’integrazione eurasiatica) aveva firmato la FTA. Nepal e India studiano accordi di libero scambio con la Cina, mentre Bangladesh, Maldive, Sri Lanka li negoziano con la Cina. Attraverso le iniziative della Fascia e Via in Asia del Sud, la Cina collega le nazioni dell’Asia meridionale con l’Europa attraverso Asia centrale e l’Iran è interessato a connettersi alle rotte commerciali dal Pakistan, connettendo i corridoi economici di India, Iran, Asia centrale e Cina-Pakistan. Inoltre se il corridoio Bangladesh-Cina-India-Birmania (BCIM) viene considerato, purtroppo essendo il rivale economico della Cina nell’Asia del Sud, l’India è perplessa per l’influenza della Cina in Asia meridionale. Come l’India, la Cina confina con Paesi limitrofi: Pakistan, Nepal e Myanmar (membro dell’ASEAN). Ecco perché l’India aveva bloccato l’offerta alla Cina quale Stato membro a pieno titolo della SAARC. D’altra parte, la Russia aveva proposto di creare un partenariato economico tra Unione eurasiatica economica (UEE), SCO e Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) quale rivale del Partenariato Trans-Pacifico (TTP) unipolare. Di recente, nel corso di una riunione del Consiglio dei capi di governo della SCO nella città della Cina centro-orientale di Zhengzhou, il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev presentava la visione russa del partenariato economico tramite il collegamento dei blocchi regionali, “La Russia propone di iniziare le consultazioni con l’Unione economica eurasiatica e la Shanghai Cooperation Organization, inclusi i Paesi che aderiranno all’Alleanza, con i Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutui interessi“. La proposta di Dmitrij continua la visione della Russia per creare la Grande zona eurasiatica di libero scambio (GEFTA) dall’Asia all’Europa. Inoltre, la Russia si propone di collegare Vladivostok nell’Estremo Oriente a Lisbona in Europa, ma sembra impossibile oggi a causa del controllo statunitense sull’Europa. Anche se l’Europa sembrava interessata a partecipare o collaborare con l’UEE (Unione economica eurasiatica), gli USA l’hanno minacciata con un’immaginaria aggressione russa. Ecco perché, alimentando il conflitto in Ucraina, la NATO piazza armi ai confini della Russia e gli USA invadono l’Europa presentando la Russia quale minaccia. Nel frattempo, la politica degli Stati Uniti per contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale ha dato l’opportunità a Russia e Cina di collaborare per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza dell’Asia-Pacifico in modo che le ambizioni unipolariste d’impedire la multipolarità del globo siano bloccate. Pertanto, Russia e Cina hanno unito le forze per garantire l’integrazione eurasiatica e la Via della Seta della Cina. In questo scenario, la Via della Seta della Cina incontra l’integrazione eurasiatica con la Via della Seta eurasiatica. In questo contesto, l’Asia del Sud ha la fortuna della sua posizione geografica che collega le regioni e i blocchi mondiali. Le due maggiori economie del mondo e membri dei BRICS, India e Cina, vi sono di già e ora, dopo l’ammissione della Russia, il RIC dei BRICS (Russia-India-Cina) sarà nell’Asia meridionale. Secondo le informazioni disponibili, l’S dei BRICS (Sud Africa) mostra interesse a partecipare alla SAARC in qualità di osservatore.SAARC2Il timore dell’India per la presenza della Cina
Si è già detto che l’India è perplessa dalla crescente influenza della Cina sulla SAARC, perciò, dopo l’iniziativa della Cina per la costruzione del porto franco di Gwadar in Pakistan nell’ambito del corridoio economico Cina-Pakistan, l’India annunciava la costruzione del porto di Chabahar in Iran, parallelo a Gwadar. Mentre il Pakistan ha proposto di collegare i porti di Karachi e Gwadar alla SCO, in modo che ci sia la massima integrazione economica presso il Pakistan grazie alla sua posizione geografica, definita “cerniera” dei blocchi multipolari. Il porto di Gwadar in Pakistan offre facile accesso via terra a tutti i Paesi SCO senza sbocco sul mare, raggiungendo le rotte marittime commerciali internazionali. Ecco perché Russia e Iran lavorano sul corridoio nord-sud che collega l’Asia meridionale attraverso ferroviarie e reti energetiche con l’Asia centrale. Pertanto, l’India costruisce il porto di Chabahar per collegarsi con l’Asia centrale scavalcando il Pakistan. Sotto l’ombrello della SCO, l’Iran è interessato a connettere Chabahar e Gwadar con ferrovie, strade ed oleogasdotti. Questi due porti strategici della SCO si trovano all’entrata dello stretto di Hormuz, considerato una delle vie d’acqua più strategiche. Ma purtroppo i porti gemelli Gwadar e Chabahar sono situati nell’instabile regione del Baluchistan. Pakistan e Iran si trovano ad affrontare i movimenti separatisti beluci. Nella parte iraniana del Sistan e Baluchistan, un movimento separatista è divenuto una violenta setta sotto influenza saudita. Mentre nella parte pakistana, i funzionari accusano il sostegno indiano ai ribelli. Pertanto, il Pakistan protesta con l’India che cercherebbe di sabotare il corridoio economico Cina-Pakistan alimentando militanza e separatismo. Non solo in Pakistan, ma i progetti indiani contro la Cina sarebbero dettati in Asia del Sud, Oceano Indiano e Sud Est Asiatico. Dopo l’annuncio della Via Seta della Cina, l’India ha adottato un comportamento aggressivo nei confronti di Nepal, Sri Lanka, Maldive, Myanmar e Bangladesh. L’accordo sul porto di Chittagong con la Cina veniva annullato dal Bangladesh su pressione indiana. Oltre a questo, l’India ha anche fatto pressione sulle Maldive per non permettere la presenza militare cinese. La crescente presenza della Cina nell’Oceano Indiano fa infuriare l’India. Invece di cooperare con la Cina sull’integrazione regionale, l’India ha previsto il rafforzamento militare nelle Andamane e Nicobare, sul Mare delle Andamane e Golfo del Bengala (Oceano Indiano). La posizione geografica delle isole fornisce all’India non solo il dominio sull’Oceano Indiano ma crea anche nuove opportunità per contenere la Cina rafforzando la cooperazione marittima con Australia e Stati Uniti. Il riarmo militare indiano denominato Baaz (Aquela) delle isole Nicobare ha aumentato la supremazia indiana su un lato della Stretto di Malacca. Mentre in altre parti dello stretto, gli Stati Uniti già giocano sporco con la Cina sulla questione delle isole del Mar Cinese Meridionale con l’aiuto di Giappone, Corea del Sud e altri piccoli Stati. L’80% del fabbisogno di petrolio della Cina proviene da Africa e Paesi del Golfo attraverso l’Oceano Indiano, attraversando questo stretto prima di entrare nell’Oceano Pacifico (Mar Cinese Meridionale). Gli esperti ritengono che la presenza militare indiana all’entrata dello Stretto di Malacca è parte della grande strategia degli Stati Uniti per contenere la Cina. Ecco perché l’inclinazione indiana verso gli Stati Uniti è una prova che calpesta il multipolarismo in costruzione da parte di Russia e Cina per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza Asia-Pacifico. L’India è assieme a Russia e Cina nei BRICS e SCO, ma purtroppo l’attuale mossa di Modi che avvicina l’India ai sostenitori dell’unipolarità appare pericolosa per il multipolarismo. Per quanto si ricordi ai vertici BRICS/SCO di Ufa, i leader mondiali multipolari (BRICS, SCO e Unione economica eurasiatica) erano concordi nel realizzare una crescita economica sostenibile attraverso la cooperazione internazionale e un maggiore uso dei meccanismi d’integrazione regionale, migliorando benessere e prosperità dei popoli. Mentre la Dichiarazione di Ufa fu adottata dai leader dei BRICS, per scoraggiare chiaramente i doppi standard, con i leader che dicevano, “Insistiamo sul fatto che il diritto internazionale fornisce gli strumenti per realizzare la giustizia internazionale, sulla base dei principi di buona fede e uguaglianza sovrana. Sottolineiamo la necessità dell’adesione universale ai principi e alle norme del diritto internazionale nella loro interrelazione e integrità, scartando il ricorso ai “doppi standard” ed evitando l’intrusione degli interessi di alcuni Paesi ai danni degli altri“.

La Russia come arbitro nella SAARC
45c01c11738d5f42a03bcd38b7439d75Il cambio russo verso Pakistan e Cina è anche uno dei principali motivi del nuovo allineamento strategico indiano con Stati Uniti e Arabia Saudita. La storia ha testimoniato che a causa delle dispute di confine con Cina e Pakistan, l’India ha sempre guardato all’URSS per contrastare l’influenza sino-pakistana. Oltre a questo, il Pakistan era anche considerato un alleato degli USA nella regione che giocava sporco per contenere la crescente influenza dell’URSS su ordine occidentale. Ma oggi l’intera situazione s’è modificata. L’India s’impegna con i vecchi alleati del Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, mentre il Pakistan si avvicina alla Russia, ancora considerata alleata dell’India. Anche se l’inclinazione strategica indiana verso l’allineamento unipolare la staccasse dalla Russia, ci vorrà molto perché sono collegate da diverse e profonde cooperazioni. Essendo vicina, la Russia ha previsto di collegare l’India alle reti energetiche e ferroviarie nell’ambito dell’integrazione eurasiatica con cui Mosca si sarebbe collegata con Mumbai attraverso Baku e Teheran. Inoltre, la Russia punta a svolgere il ruolo di referente tra asse cino-pakistano e India. Ecco perché si avvicina al Pakistan. Nonostante la perdita, la Russia costruirà il gasdotto GNL in Pakistan in modo che in futuro i rivali e nemici siano collegati a gasdotti e reti energetiche nell’ambito dell’integrazione regionale. Nell’ultima visita di Modi a Mosca, la Russia assicurava di fornire petrolio e LNG a India e Pakistan. Perciò sulla via del ritorno a Mumbai da Mosca, Modi atterrò a Lahore (Pakistan) con il messaggio di pace dell’integrazione regionale. Ma purtroppo l’attentato terroristico alla base aerea indiana (Pathankot) veniva effettuato per sabotare questi sforzi di pace. Come risultato dell’attacco, tutti gli sforzi di pace fatti dalla Russia dal vertice di Ufa alla visita di Modi a Mosca furono sabotati. Mentre dall’altro lato la Cina bloccava la richiesta indiana all’ONU di bandiere le organizzazioni terroristiche basate in Pakistan presumibilmente attive in India. In questo scenario, la Russia era l’unica speranza per l’India, ma la vicinanza russa a Cina e Pakistan ha ingelosito l’India. Così l’India inclina verso un’alleanza anti-regionale. Ora, se la Russia entra nella SAARC darà nuova speranza al ruolo russo di arbitro tra Pakistan e India e tra India e Cina. La Russia già svolge il ruolo di mediatrice tra India e Cina. Ecco perché nella riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, la Russia formò la trilaterale Russia-India-Cina denominata RIC. Questo formato offre l’opportunità a India e Cina di ridurre al minimo le controversie in presenza della Russia in modo che gli interessi comuni e reciproci siano raggiunti. Come osservato dalle tensioni attuali, il vertice della trilaterale RIC si teneva a Mosca, dove i Ministri degli Esteri dei tre Paesi s’incontravano per disinnescare le crescenti tensioni tra India e Cina. Mentre la Russia si sforza di arbitrare le controversie indo-cinesi, può svolgere lo stesso ruolo nel conflitto indo-pakistano.

Conclusioni
Come “la guerra ibrida” mondiale scoppia per fermare la multipolarità attraverso terrorismo, separatismo e cambi di regime negli Stati multipolari, è responsabilità comune dei Paesi regionali agire con saggezza per sconfiggere l’ordine mondiale unipolare a vantaggio del benessere dell’umanità. Purtroppo, nonostante sia parte essenziale delle istituzioni multipolari, l’India gioca il doppio gioco impegnandosi con le forze unipolari. Questo atto indiano non solo indebolisce le istituzioni multipolari ma creerà difficoltà all’integrazione regionale che bussa alle porte dell’India, nell’ambito della Via della Seta eurasiatica. Anche se la precedente politica estera indiana mostrava di giocare su ogni lato, ora il tempo è cambiato e dovrà scegliere un lato. Gli sforzi indiani per contenere il volere degli Stati Uniti saranno infruttuosi perché la Cina ha alternative. E’ impossibile, ma in ogni caso l’India cercherà di bloccare lo stretto di Malacca per poi perdervi molto perché la Cina ha una via più breve dallo Stretto di Hormuz al Karakorum via Gwadar. Ecco, questo è il motivo per cui è il momento di collaborare per avere il massimo beneficio dall’integrazione regionale come l’India ha già assicurato a Russia e Cina nei vertici BRICS/SCO di Ufa. Inoltre, la Russia già collabora con l’India nel superare le preoccupazioni sull’asse sino-pakistano. Anche se Cina e Pakistan hanno ripetutamente invitato l’India a far parte del corridoio economico Cina-Pakistan, in modo che l’Asia del Sud sia collegata alle iniziative Fascia e Via. Ora è il momento d’integrare la Russia nella SAARC nel ruolo vitale di arbitro dell’integrazione regionale, facendo sì che il “futuro in Asia” diventi realtà.pak-china-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora