La guerra delle petrovalute

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental Review 22 marzo 2015Us Dollar Versus China YuanLa segretaria di Stato Hillary Clinton, nel 2007 chiese all’ex-primo ministro australiano Kevin Rudd “come imporsi ai propri banchieri?”, preoccupata per i crescenti potere e presa della Cina sulle finanze USA, e secondo Wikileaks Rudd disse a Clinton di usare la forza come ultima risorsa. I cinesi si fidano degli USA? Da superpotenze, sono diffidenti. Per gli USA è sempre stata questione di affari, non di amicizia o interesse altrui, ma dei propri. Ciò è comprensibile. Sull’arroganza statunitense, una volta lessi da qualche parte che tale arroganza era piovuta dall’eroe greco di qualche tragedia classica. Entriamo in una nuova epoca, quella della guerra valutaria che metterà alla prova la forza dell’economia statunitense e del dollaro contro la forza dell’economia cinese e dello yuan. La corda nel tiro alla fune sarà il greggio. L’egemonia economica statunitense è contestata dalla Cina e di conseguenza è naturale che gli Stati Uniti cerchino di mantenere la loro posizione geopolitica e finanziaria globale. Tra tali giganti, il sistema finanziario globale potrebbe essere completamente ridefinito con una guerra devastante in Medio Oriente. Qualche anno fa lessi il libro “Petrodollar Warfare” di William Clark, pubblicato nel 2005, quando l’euro era una moneta in crescita e lo yuan un sogno lontano. Clark scrisse che la logica dell’intervento (in Iraq) non era solo il controllo dei giacimenti petroliferi, ma anche dei mezzi con cui il petrolio viene scambiato sui mercati mondiali. Sadam fu deposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati arabi (che avevano i dollari come valuta di riserva) perché si rifiutava di vendere petrolio in dollari USA. La stessa sorte fu inflitta alla Libia di Gheddafi. Ora l’Iran è nel mirino degli USA non perché svilupperebbe la bomba nucleare che la CIA nega, ma perché vende il petrolio in diverse valute nella sua borsa sull’isola di Kish. La Cina compra petrolio nei mercati internazionali da Paesi che accettano lo yuan. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la Cina nel 2013 è diventata la seconda importatrice di petrolio con 6,2 milioni di barili/giorno (MMBOPD), leggermente dietro gli Stati Uniti a 6,6 MMBOPD. Sempre per l’EIA, la Cina diverrà il maggiore importatore di petrolio nel 2014-15. Non solo, ma la produzione di petrolio della Cina tramite l’acquisizione di azioni all’estero è aumentata dai pochi 150000 barili al giorno del 2005 ai 2,7 MMBOPD nel 2013. La Cina importa il 52% del petrolio greggio dal Medio Oriente (10% dall’Iran e 20% dall’Arabia Saudita), mentre al contrario gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie importazioni dall’Arabia Saudita al 16%, mentre le importazioni dal Canada sono in costante aumento. Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti era 9,7 MMBOPD e il consumo del 19,2 MMBOPD. Tale equilibrio è cambiato nel 2014, la produzione di petrolio è aumentata a 13,4 MMBOPD grazie allo scisto, mentre il consumo è diminuito a 18,7 MMBOPD grazie all’energia alternativa e all’efficienza dei carburanti. Le importazioni nette, quindi, sono ulteriormente diminuite nel 2014 di 1,3 MMBOPD (fonte: EIA)
Da oltre 40 anni il dollaro degli Stati Uniti ha goduto della posizione di rendita di valuta di riserva globale. Nel 1971, il presidente Richard Nixon ordinò la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti in oro per via dell’inflazione causata dalla guerra del Vietnam, dal deficit commerciale e dall’aumento del prezzo del petrolio che svalutò il dollaro rispetto al prezzo dell’oro stabilito a Bretton Woods, che legava indirettamente tutte le altre valute (tra cui la sterlina inglese) al gold standard, con cui le banche centrali commerciavano l’oro sulla base del rapporto di 35 dollari USA per oncia. Subito dopo, Nixon negoziò con l’Arabia Saudita affinché i prezzi del petrolio, in futuro, fossero denominati in dollari USA scollegando l’oro del gold standard dallo standard dell’oro nero, in cambio di armi e protezione. Tutti i tredici Paesi OPEC, tra cui l’Iran, adottarono la vendita del petrolio in dollari USA. Ciò permise agli Stati Uniti di esportare gran parte della propria inflazione. Nel gennaio 2015, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha pubblicato un documento intitolato Credito globale in dollari: collegamenti tra politica monetaria e di leva indicando “che dalla crisi finanziaria globale (del 2008), banche e investitori obbligazionari hanno aumentato la circolazione creditizia in dollari statunitensi, presso mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti, da 6000 miliardi di dollari a 9 trilioni (erano 2000 miliardi dollari nel 2001). Tale incremento dovuto al quantitative easing (QE) della Federal Reserve Bank ha implicazioni sulla comprensione della liquidità globale e la trasmissione della politica monetaria“. Il rapporto analizza l’entità impressionante e sconvolgente del debito globale in dollari USA. Nel linguaggio profano il debito è il risultato diretto della stampa di dollari statunitensi dal 2008. Secondo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) lo yuan cinese è diventato una delle primi cinque valute di pagamento del mondo, nel novembre 2014, superando il dollaro canadese e il dollaro australiano. I pagamenti globali in yuan sono aumentati del 20,3 per cento nel dicembre 2014. CIPS (China International Payments System) avvicinerà lo yuan alle altre principali valute mondiali come dollaro statunitense, yen, sterlina ed euro. E’ possibile che in pochi anni lo yuan condivida la stessa posizione con il dollaro quale petrovaluta e che il prezzo del petrolio sarà sia in yuan che in dollari. Ciò causerà una massiccia migrazione di dollari negli Stati Uniti da Paesi e investitori stranieri con conseguente iperinflazione. Dopo aver spiegato l’impatto dello yuan in pochi anni e la dipendenza del debito globale a causa delle politiche di QE degli Stati Uniti, rivolgiamo la nostra attenzione al nuovo CIPS che sarà lanciato entro la fine del 2015 in alternativa a SWIFT, collegando oltre 9000 istituzioni finanziarie in 200 Paesi, agevolando le transazioni valutarie globali. Secondo Reuters del 9 marzo 2015 “il lancio di CIPS eliminerà uno dei maggiori ostacoli all’internazionalizzazione dello yuan e dovrebbe aumentare notevolmente l’uso globale della valuta cinese, tagliando costi e tempi delle transazioni“. Secondo Reuter “CIPS diverrà la superstrada dello yuan”.
In questi scenari, i 40 anni di matrimonio di convenienza politica ed economica tra Arabia Saudita e Stati Uniti probabilmente cambieranno. L’Iran potrebbe emergere come superpotenza regionale in Medio Oriente e stretto alleato dei cinesi e russi nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Una nuova OPEC con le testate nucleari, come suggerito dal professor David Wall sul Journal of International Affair di Matthew Brummer, Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione. Ciò potrebbe portare alla 3.za guerra mondiale, che la storia potrebbe chiamare “La guerra delle petrovalute”?Chine-Russie-OrGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane e internazionali ed ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, ed ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina

Tyler Durden Global Research, 17 marzo 2015aiib2Sembra che il mare della de-dollarizzazione abbia raggiunto le coste dell’Europa. Con Australia e Regno Unito che già aderiscono all’AIIB della Cina, FT riporta che Francia, Germania e Italia sono d’accordo nell’aderire alla banca di sviluppo, il ‘perno in Asia’ appare essere il Piano B dell’Europa. Come Greg Sheridan ha già osservato, “la saga della Banca della Cina è quasi un caso da manuale del fallimento della politica estera di Obama“, ma come conclude FT, le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta per l’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori. Come nota Forbes, ciò lascia ad Obama 3 opzioni scomode…
Come riporta FT, “Francia, Germania e Italia hanno accettato di seguire l’esempio della Gran Bretagna partecipando alla banca di sviluppo internazionale della Cina, secondo i funzionari europei, colpendo gli sforzi degli Stati Uniti per tenere i principali Paesi occidentali fuori dalla nuova istituzione. La decisione dei tre governi europei viene dopo che la Gran Bretagna annunciava che avrebbe raggiunto l’Infrastructure Asian Investment Bank da 50 miliardi, potenziale rivale della Banca Mondiale di Washington. … Le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta dell’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori, aumentando gli standard sui prestiti. L’AIIB, ufficialmente inaugurato dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno, è un elemento dell’ampia spinta cinese nel creare nuove istituzioni finanziarie ed economiche per aumentarne l’influenza internazionale. E’ diventato tema centrale nella crescente contesa tra Cina e Stati Uniti su chi definirà le regole economiche e commerciali in Asia nei prossimi decenni”.
Questo segue Australia e Regno Unito… “L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, sottoposto a pressione da Washington affinché rimanesse fuori dalla nuova banca, ha detto che ora ci ripenserà su tale posizione. Quando la Gran Bretagna ha annunciato la decisione di aderire all’AIIB, l’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che rientrava nella tendenza alla “continua sistemazione” di Londra verso la Cina. I funzionari inglesi furono relativamente trattenuti nel criticare la Cina sulla gestione delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, l’anno scorso. La Gran Bretagna ha cercato di acquisire il “vantaggio del promotore” firmando con la nascente banca cinese prima degli altri membri del G7. La Gran Bretagna spera di affermarsi come meta numero uno degli investimenti cinesi e i funzionari inglesi non se pentono”.
Il che, come spiega Forbes, “lascia ad Obama tre opzioni…
1) Continuare a premere sugli alleati per non aderire all’AIIB, finché non ne controlleranno la governance;
2) Partecipare all’AIIB;
3) Eliminare il problema.
L’opzione uno è chiaramente una proposta perdente. Non ha senso spendere capitale politico per convincere attori regionali ed altri a non aderire alla banca. È un problema di piccola portata che fa apparire gli Stati Uniti deboli in un momento in cui la loro influenza nella regione è comunque molto forte. Opzione due, io, come praticamente ogni altro analista sulla Cina al di fuori del governo degli USA, ritiene da ottobre che gli Stati Uniti debbano aderire all’AIIB. Ci sono diversi motivi per cui sarebbe una buona idea. Consentirebbe agli Stati Uniti di sedervi dove potrebbe essere una forza positiva per una migliore governance e un critico interno, se le cose andassero male. Inoltre, contribuirebbe a garantirsi che le imprese statunitensi abbiano un accesso equo alle offerte che scaturiranno dal finanziamento degli investimenti dell’AIIB. Aderirvi ora difficilmente ne salverebbe la faccia, ma gli Stati Uniti potrebbero riconoscere pubblicamente la necessità del finanziamento in Asia che l’AIIB può fornire, avviandosi rapidamente a cooperare con Australia, Corea del Sud e Giappone per elaborare i principi di una comune adesione.
Opzione tre, gli Stati Uniti si allontanerebbero dall’AIIB evitando di premere sugli altri Paesi che potrebbero risentire dall’adesione degli Stati Uniti e lasciare che l’AIIB cresca o cada per propri meriti. Risorse e infrastrutture cinesi incontrano notevoli difficoltà in un certo numero di Paesi, tra cui Zambia, Myanmar, Vietnam, Brasile e Sri Lanka. Se l’AIIB non va meglio delle banche di sviluppo della Cina, sarà una macchia non solo per Pechino, ma anche per tutti gli altri Paesi che vi partecipano. Se non sarà come Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo, allora sarà una gradita aggiunta al finanziamento del Mondo in via di sviluppo. Gli Stati Uniti non devono aderire ad ogni organizzazione regionale in Asia-Pacifico; non sono nella Shanghai Cooperation Organization, per esempio, e sono solo osservatori alla Conferenza su Interazioni e misure di fiducia in Asia. Possono evitare l’AIIB o assumervi lo status di osservatore. La priorità di Washington dovrebbe essere la promozione di ideali e istituzioni propri con il perno o il riequilibrio, anziché bloccare le iniziative cinesi, se non assolutamente necessario. (Non confondiamo lo sforzo della Cina di sviluppare l’AIIB con la spinta ad attuare l’Air Defense Identification Zone, per esempio). L’opposizione all’Infrastructure Investment Asiatic Bank è diventata una macina al collo di Washington. È tempo di togliersela, in un modo o nell’altro”.
La de-dollarizzazione continua… Come ha recentemente concluso Simon Black, ora possiamo vedere le parole divenire fatti… “‘Gli alleati’ potrebbero essere fin troppo educati nel dire in faccia agli Stati Uniti, “Guardate, avete 18100 miliardi dollari di debito ufficiale, 42000 miliardi di dollari di passività non finanziate, e siete dei cazzoni. Vi molliamo. Così, invece si persegue l’approccio del “non sa chi sono io”. Ma a chi interessa è abbastanza evidente dove tale tendenza porta. Non passerà molto tempo prima che le altre nazioni occidentali saltino sul carro anti-dollaro con i fatti e non solo a parole”.
In fondo non si tratta di teoria o ipotesi. Ogni brandello di prova oggettiva suggerisce che il dominio del dollaro volge al termine.

1420608736Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ogni mossa di Kiev mina la posizione degli Stati Uniti

Rostislav Ishenko RIA 16 marzo 2015 – The Sakerputin-chess-obama-435In un’intervista con Russia Today, Rostislav Ishenko, Presidente del Centro per l’analisi e la previsione sistemica, parla di come si cerca di trascinare la Russia in un conflitto militare e perché, del ruolo della Crimea e della secessione nell’Ucraina.

In uno dei suoi articoli ha scritto che l’Ucraina con ogni probabilità pensa a una sorta di attacco alla Crimea. Che voleva dire?
In primo luogo, non credo che l’Ucraina o anche i poteri forti a Kiev vogliano attaccare la Crimea. Credo che anche gli ordini di sparare che (Aleksandr) Turchinov avrebbe dato ai militari nel febbraio 2014 fossero pubbliche relazioni. E’ dubbio che desse tali ordini in quel momento. E se l’avesse dati, dei 20000 soldati presenti in Crimea in quel momento, qualcuno avrebbe obbedito. In secondo luogo, sull’attacco alla Crimea dall’Ucraina, ho già detto e ripetuto: dal mio punto di vista è l’ultima via per iniziare una guerra con la Russia. E’ perfettamente chiaro che, da febbraio a marzo dello scorso anno, cercarono di attirare la Russia allo scontro diretto con l’Ucraina. Ed è chiaro che l’idea non è nata a Kiev ma a Washington. Dopo i tentativi falliti di spingere la Russia ad inviare truppe nel sud-est Ucraina a marzo, aprile, maggio, agosto e a gennaio di quest’anno, la possibilità più o meno giustificata, dal punto di vista del diritto internazionale, d’istigare una guerra russo-ucraina è tentare di giocare la carta del ritorno-della-Crimea. Ed è importante fin dall’inizio garantire che l’Ucraina non sia vista come l’aggressore.

L’obiettivo di trascinare la Russia nelle operazioni militari è ancora all’ordine del giorno?
Sì. Ora è molto più difficile realizzarlo perché le principali forze dell’esercito ucraino sono nel sud-est, così Kiev non può montare un’offensiva sull’istmo (che collega la Crimea alla terraferma). La scorsa estate poteva farlo. Penso che il pericolo fosse piuttosto alto, ma poi un’altra decisione fu presa: gli Stati Uniti cercavano ancora di trascinare la Russia in guerra e in operazioni militari attive nel sud-est. Donetsk e Lugansk erano praticamente assediate. A quel punto l’obiettivo fu quasi raggiunto, perché in quella situazione la Russia non poteva lasciare che RPD e RPL fossero schiacciate, e se non fosse riuscita ad invertire gli eventi, le truppe sarebbe andate in Crimea.

Chi trae vantaggio dal trascinare la Russia in guerra? Dopo tutto è pericoloso per l’Europa avere una guerra proprio alle porte.
L’idea di un colpo di Stato e del più negativo degli eventi, vale a dire uno scenario militare, chiaramente non proviene dai politici europei. Non avevano alcuna obiezione al controllo economico sull’Ucraina, consentendogli di passare liberamente dal mercato ucraino per il mercato russo e della CSI. Ma non avevano alcun interesse a un confronto politico e militare con la Russia. D’altra parte, gli Stati Uniti, che non sono chiaramente entusiasti della cooperazione economica tra Russia ed Europa, cooperazione che avrebbe infine scacciato gli Stati Uniti dall’Europa, prima economicamente e poi politicamente, avevano interesse a che l’Europa e la Russia si scontrino da qualche parte. Non poteva accadere in Polonia o Lituania o addirittura Bielorussia, era possibile solo in Ucraina grazie alla politica completamente inetta di (Victor) Janukovich e del suo governo, che tentava di continuare l’obsoleta politica “multivettoriale” di (Leonid) Kuchma cercando di essere amici, e mungere, tutti. Tale politica ha creato le condizioni per il conflitto di interessi tra UE e Russia sull’Ucraina, soprattutto economico.

In altre parole, i politici europei non furono inattivi?
I politici europei hanno svolto un ruolo attivo nella situazione in Ucraina: hanno visitato, supportato, garantito, firmato accordi ed organizzato negoziati. Merkel riteneva che (Vladimir) Klishko sarebbe stato il prossimo presidente dell’Ucraina.. Ma il 21 febbraio gli europei furono spiazzati e il giorno dopo gli Stati Uniti presero il controllo in Ucraina, e tutte le altre azioni si svolsero su ordine di Washington, perché qualsiasi governo a Kiev, anche il più incompetente, avrebbe chiaramente capito che ciò che era necessario più di tutto era stabilizzare la situazione, anche se concessioni dovevano essere fatte a Crimea e sud-est. Era il momento sbagliato per l’Ucraina di adottare un’azione aggressiva; non fu abbastanza forte e il governo di Kiev non s’è consolidato, ma la Ucraina è stata letteralmente spinta al confronto con la Russia. Hanno anche cercato di provocare la Russia. Vi darò un semplice esempio: all’inizio di marzo, quando la Crimea non era nemmeno giuridicamente parte della Russia, Putin disse che la Russia non avrebbe tollerato il terrore contro la popolazione nel sud-est. Immediatamente unità dell’esercito ucraino iniziarono a muoversi verso sud-est. Due mesi dopo il processo non erano ancora completato, ma comunque Kiev disse che v’iniziava le operazioni antiterrorismo. Poi vennero gli eventi di Odessa: sfacciatamente, sotto le telecamere, uccisero decine di persone. Poi bombardarono il territorio russo. In qualche modo, oggi non vediamo alcun proiettile sparato dal territorio ucraino in Russia, ma a giugno e luglio piovevano. È improbabile che gli artiglieri ucraini non sapessero sparare fino ad agosto. Se i carri armati raggiungevano il territorio russo, qualcuno doveva farlo accadere. Se aerei violavano lo spazio aereo della Federazione Russa, qualcuno ne aveva bisogno. Stavano facendo ogni sforzo per trascinare la Federazione russa in guerra.

Quale sarebbe il beneficio per gli Stati Uniti se la Russia venisse coinvolta nel conflitto militare?
In quanto tempo le truppe russe potrebbero occupare Kiev o addirittura Lvov non è preoccupazione degli Stati Uniti. La cosa principale era dimostrare che la Russia aveva invaso uno Stato sovrano. L’Europa non sarebbe stata in silenzio, e in quel caso retorica e sanzioni sarebbero state più ampie e profonde di oggi. Ciò avrebbe comportato un confronto diretto, staccando l’Europa dalla Russia per un lungo periodo. Inoltre, avrebbe preoccupato gli alleati della Russia nell’unione doganale e nella nuova Unione eurasiatica. Naturalmente altre capitali avrebbero iniziato a preoccuparsi: se può succedere in Ucraina, allora perché non in Kazakistan e Bielorussia? Anche adesso, quando gli sforzi per spingere l’Europa in un confronto diretto con la Russia sono falliti o hanno scarse probabilità di successo, gli Stati Uniti sono interessati a vedere truppe russe in Ucraina perché non possono mantenere l’Ucraina, ed è chiaro che il governo di Kiev cadrà. Più a lungo dura il governo di Kiev, più soldi e risorse, anche politiche, diplomatiche ed economiche, gli Stati Uniti dovranno inevitabilmente perdere per puntellarlo. Nessuno vuole sprecare risorse per quella che è fondamentalmente una causa persa. Se la Russia prende il controllo dell’Ucraina, allora sarà sua responsabilità politicamente, economicamente e finanziariamente. Fino ad allora è responsabilità degli Stati Uniti. E ogni successiva mossa del regime di Kiev, ogni escalation del terrore lentamente ma inesorabilmente erode la posizione degli Stati Uniti, perché prima o poi dovrà ammettere di aver organizzato e sostenuto un regime nazista. E la gente ne parla apertamente in Europa. Penso che a dicembre gli Stati Uniti si resero conto non ci sarebbe stata alcuna invasione diretta; tutto è possibile, tranne un’invasione diretta.

Secondo voi cosa attende l’Ucraina? Qual è il possibile esito della situazione?
Molto probabilmente ci sarà un altro colpo di Stato a Kiev. Si riduce a una cosa semplice: è necessario rimuovere l’ultimo presidente semi-legittimo, (Petro) Poroshenko, che impedisce ai vari gruppi di aggredirsi. E’ chiaro che Poroshenko sarà rovesciato dai battaglioni nazisti, e il prossimo governo sarà ancora più rigido con conseguente regime di terrore totale. Poi i poteri forti non potranno mantenere il controllo completo sul territorio, iniziando a disgregarsi gradualmente in “principati”, ognuno con proprie truppe che si combatteranno tra loro. Ciò distruggerà quel che resta dell’industria ed aumenterà il numero di rifugiati che inondano la Federazione russa e l’Unione europea, così come le vittime, a causa della densità della popolazione e del tempo necessario per disarmare tali bande. Sorgerà allora la domanda: come si fa a garantire che tale “Somalia” non esca dai confini? Sarà soprattutto problema della Russia, perché l’Europa non ha risorse militari.

C’è una via d’uscita da tale situazione? Come si può ripristinare l’ordine e rendere le città sicure, se possibile?
La guerra finirà prima o poi, probabilmente il più presto possibile, semplicemente perché la capacità economica dell’Ucraina non permetterà di continuarla a lungo, e i suoi vicini non sono interessati ad avere una “Somalia” infinita in Ucraina. Azioni nell’anno passato mostrano che non c’è la lotta della Russia per la Crimea o il Donbas; ma in tutta l’Ucraina. Ho molti dubbi se l’Ucraina, anche con un sostanziale sostegno estero, rimarrà uno Stato indipendente per i prossimi 5 o 10 anni. Dovrà essere ricostruita da zero. Sarebbe assurdo per la Russia creare uno stato di continua ostilità ai confini. Il problema non è se sia necessario integrare l’Ucraina nel territorio della Federazione Russa, ma come farlo dal punto di vista del diritto internazionale. Tutto ruota sul confronto tra Federazione russa e Stati Uniti perché se la Russia perde, sarà divisa. Ma dato che sono sicuro che gli Stati Uniti perderanno, o addirittura che hanno già perso, è solo questione di tempo e formalità; il quadro del diritto internazionale cambierà. E in questo nuovo quadro sarà deciso cosa dovrà essere fatto con i territori ucraini e il loro status giuridico. Chi li ricostruirà ne deciderà destino e governance, e sarà la Russia.

ukraine-map-regionsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin sulla Crimea: gli USA ideatori del golpe in Ucraina, addestrano gli estremisti

Voice of Sevastopol 16 marzo 2015crimea_russia_mgnIl colpo di Stato in Ucraina fu organizzato da Washington, dichiarava il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista per un documentario trasmesso il 15 marzo. Gli statunitensi hanno cercato di nascondersi dietro gli europei, ma Mosca ha visto il trucco, ha aggiunto. “Il trucco era che esteriormente l’opposizione (ucraina) apparisse sostenuta soprattutto dagli europei. Ma sapevamo che i mandanti reali erano i nostri amici statunitensi“, ha detto Putin nel documentario, ‘Crimea – Il ritorno in Patria‘, trasmesso da Rossija 1. “Hanno addestrato i nazionalisti e i loro gruppi armati, in Ucraina occidentale, in Polonia e in certa misura in Lituania“, aggiungeva. “Hanno supportato il golpe armato”. L’occidente non ha risparmiato sforzi per impedire la riunificazione della Crimea con la Russia, “usando qualsiasi mezzo, forma e piano“, ha osservato. Putin ha detto che tale approccio è stato ben lungi dall’essere il migliore per un qualsiasi Paese, e un Paese post-sovietico come l’Ucraina in particolare. Tale Paese esiste di recente, ha un nuovo sistema politico e rimane fragile. Violarvi l’ordine costituzionale inevitabilmente ha portato notevoli danni alla sua sovranità, ha detto il presidente. “La legge è stata rigettata e schiacciata, e le conseguenze sono state gravi. Parte del Paese l’ha accettato, mentre un’altra parte non l’accetterà. Il Paese è frantumato“, ha spiegato Putin, accusando i golpisti di aver pianificato l’assassinio dell’allora Presidente Viktor Janukovich. La Russia era pronta ad agire per garantirne la fuga, ha detto Putin. “Ho invitato i direttori dei nostri servizi speciali e del Ministero della Difesa ordinandogli di proteggere la vita del presidente ucraino. Altrimenti sarebbe stato ucciso“*, ha detto aggiungendo che ad un certo punto che l’intelligence elettronica russa, che seguiva il percorso del corteo presidenziale, si rese conto che stava per cadere in un’imboscata. Janukovich non voleva lasciare e respinse l’offerta di riparare a Donetsk, secondo Putin. Solo dopo aver trascorso alcuni giorni in Crimea si rese conto che “non c’era nessuno con cui potesse negoziare con Kiev” e chiese di recarsi in Russia.
crimea_and_ukraine_2199345 Il presidente russo ordinò personalmente la preparazione dell’operazione speciale in Crimea la mattina dopo che Janukovich fuggì, dicendo che “non possiamo lasciare che il popolo (di Crimea) finisse schiacciato dai nazionalisti“. “Gli diedi un compito, gli dissi cosa fare e come farlo e sottolineai che l’avremmo fatto solo se fossimo stati assolutamente sicuri che fosse ciò che il popolo di Crimea voleva che facessimo“, ha detto Putin aggiungendo che secondo un sondaggio dell’opinione pubblica, almeno il 75 per cento della popolazione voleva riunirsi alla Russia. “Il nostro obiettivo non era annetterci la Crimea. Il nostro obiettivo era consentire al popolo di vivere come desidera”, ha detto. “Decisi: ciò che il popolo vuole accadrà. Se vuole maggiore autonomia con diritti supplementari nell’Ucraina, così sia. Se decide altrimenti, non possiamo fallire. Conoscete i risultati del referendum. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare“, ha detto Putin aggiungendo che il suo coinvolgimento personale ha accelerato le cose, affinché coloro che attuavano le sue decisioni non avessero alcun motivo d’esitare. Secondo Putin, nell’operazione rientrava schierare i missili da difesa costiera K-300P Bastion per dimostrare la volontà della Russia di proteggere la penisola da un attacco militare. “Li abbiamo schierati in modo che fossero chiaramente visibili dallo spazio“, ha detto Putin. Il presidente assicurava che l’esercito russo era pronto ad eventuali sviluppi ricorrendo alle armi nucleari, se necessario. Personalmente non era sicuro che le nazioni occidentali non avrebbero utilizzato la forza militare contro la Russia, aggiungeva. Per disarmare le truppe ucraine in Crimea, la Russia inviò le forze del Primo Direttorato dell’Intelligence (GRU) dell’esercito, ha detto il presidente. “Era necessario personale specializzato per bloccare e disarmare 20000 persone ben armate. Non solo in quantità, ma in qualità“, ha detto Putin aggiungendo che diede ordine al Ministero della Difesa di “dispiegare le forze speciali del GRU insieme a forze navali e paracadutisti”. Tuttavia, secondo Putin, il numero di forze russe non superava i 20000 autorizzati dall’accordo sulle basi militari in Crimea della Flotta del Mar Nero russa. “Non avendo superato il numero di effettivi nelle nostre basi in Crimea, la norma non è stata violata“, ha detto. Il presidente russo ha aggiunto che l’invio di truppe russe per proteggere la Crimea e permettere il libero svolgimento del referendum aveva impedito ulteriore spargimento di sangue nella penisola. “Considerando la composizione etnica della popolazione di Crimea, la violenza sarebbe stata peggiore (rispetto a Kiev). Dovemmo agire per impedire conseguenze negative, impedendo tragedie come quella accaduta a Odessa, dove decine di persone sono state bruciate vive“, ha detto Putin, riconoscendo che c’erano alcuni in Crimea, in particolare della minoranza tartara, che si opponevano all’operazione russa. “Alcuni tartari della Crimea erano influenzati dei loro capi, alcuni dei quali per così dire combattenti per i diritti dei Tartari ‘professionisti’“, spiegava. Ma allo stesso tempo la “milizia di Crimea ha collaborato con i tartari, e c’erano tartari tra i membri delle milizie“, ha sottolineato. Il popolo di Crimea ha tenuto il referendum per riunirsi alla Russia dopo aver respinto il governo golpista impostosi a Kiev nel febbraio 2014. La mossa ha scatenato una grossa polemica internazionale, con i sostenitori stranieri del nuovo governo che accusano la Russia di annessione della penisola con la forza. Mosca lo rivendica come legittimo atto di autodeterminazione dove le truppe russe hanno agito solo per garantire la sicurezza e non come forza d’occupazione. I funzionari russi citano l’esempio della repressione militare di Kiev delle regioni orientali dissidenti di Donetsk e Lugansk, costata 6000 vite dall’aprile 2014, quale esempio di spargimento di sangue che la Russia ha impedito in Crimea.140128-yanukovych-putin-115p_d8d1c085939c29dda08797d2d9305ef9Nota:
* Tra il 27 agosto 2014 e il 14 marzo 2015 venivano ‘suicidati’ in Ucraina Valentina Semenjuk-Sansonenko, ex-direttrice del Fondo di proprietà dello Stato nel 2006-2008; Vadim Vishnevskij del consiglio di sorveglianza della banca “Golden Gates“; Nikolaj Sergienko ex-vicecapo delle Ferrovie ucraine nominati da Janukovich nel 2010-2014; Aleksej Kolesnik ex-capo del governo regionale di Kharkov; Valter Sergij ex-sindaco di Melitopol; Aleksandr Bordjukh vicecapo della polizia di Melitopol; Mikhajl Chechetov ex-vicepresidente del gruppo del Partito delle Regioni nel parlamento ucraino; Stanislav Melnik ex-deputato del Partito delle Regioni; Evgenij Pekluchenko ex-presidente della regione di Zaporozhe; Sergej Melnichuk, procuratore di Odessa; Vladimir Demidko ex-deputato del Partito delle Regioni; Olga Moroz direttrice del quotidiano “Vestnik Netechinskij“. (Les Crises)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Anche l’Europa fa perno, sulla Cina

MK Bhadrakumar Indian Punchline 16 marzo 20156a00d83452a77469e2017c35221aea970b-800wiLa decisione della Gran Bretagna di chiedere l’ammissione all’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) da membro fondatore apparentemente ha sorpreso Washington. Il portavoce del dipartimento di Stato ha ammesso che non vi fu “virtualmente alcuna consultazione con gli Stati Uniti” e che si tratta di “una decisione sovrana del Regno Unito“. Nelle prossime settimane sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti riconciliarsi con l’Australia che segue le orme della Gran Bretagna, da quando il presidente Barack Obama era personalmente intervenuto presso il primo ministro Tony Abbott lo scorso ottobre, affinché non facesse una cosa del genere. Corea del Sud e Francia aderiranno all’AIIB. (The Guardian) La Gran Bretagna sostiene che la decisione è stata presa nell'”interesse nazionale” e per motivi puramente economici. Ma di certo la Gran Bretagna non può che essere consapevole che l’AIIB sia un pugnale volto al cuore del sistema di Bretton Woods. Peggio la Cina mira praticamente per entrare nel sistema di Bretton Woods da divinità dominante. Come chiarisce un commento di Xinhua, “Divenendo la seconda economia del mondo, la Cina sostiene e opera per la revisione dell’attuale sistema internazionale… La Cina non ha intenzione di sconvolgere il quadro, ma piuttosto di contribuire a definire un quadro mondiale più diversificato… la Cina si augura di vedere la propria valuta nel paniere FMI secondo il peso che lo yuan ora esercita sul commercio internazionale di beni e servizi. La Cina accoglie la cooperazione da ogni angolo del mondo pur di raggiungere una prosperità condivisa e di comune interesse, ma andrà avanti comunque quando riterrà di essere nel giusto“.
I Paesi europei capiscono che l’AIIB è òa base essenziale per la strategia della Via della Seta della Cina (noto come iniziativa “Cintura e Via”). L’ex-primo ministro francese Dominique de Villepin ha scritto sul quotidiano economico francese Les Echos che la Via della Seta della Cina offre a Francia e altri Paesi europei l’opportunità di sfruttare accordi redditizi nei trasporti e dei servizi urbani. “E’ un compito che dovrebbe mobilitare l’Unione europea e i suoi Stati membri, ma anche autorità locali, camere di commercio ed imprese, per non parlare di università e centri di studio“, suggeriva de Villepin. Le menti europee non riescono a capire la geopolitica? Naturalmente, la capiscono perfettamente. Citando de Villepin, in termini diplomatici la Via della Seta è “una visione politica che apre la via ai Paesi europei al rinnovato dialogo con i partner del continente asiatico, che potrebbe contribuire a trovare, per esempio, programmi flessibili tra Europa e Russia, in particolare trovando i fondi necessari per la stabilizzazione dell’Ucraina. Il rapporto tra Oriente e occidente deve ancora avviarsi“. Anche la Russia ha colto l’importanza strategica della Via della Seta della Cina. Mosca ha elaborato la strategia decennale per la Shanghai Cooperation Organization che sarà ripresa al prossimo vertice di luglio ad Ufa che, secondo l’attuale segretario generale SCO (diplomatico russo, tra l’altro), “proclamerà una partecipazione più profonda e ampia della SCO negli affari mondiali“, riunendo le strategie economiche nazionali dei Paesi della SCO con il programma della Via della Seta della Cina. A dire il vero, gli alleati europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania ritrovano la propria strada per la Cina (e la Russia). Il volume commerciale della Gran Bretagna con la Cina ha toccato i 70 miliardi dollari e gli investimenti cinesi nei passati 3 anni hanno superato l’intero importo investito fino a quel momento. Come de Villepin ha reso eloquente nel suo articolo, ossessionati dalla volatilità dei mercati finanziari e dai problemi economici, e sfidati nella sicurezza, la Francia e i partner europei devono unirsi agli sforzi della Cina per ricostruire la Via della Seta. De Villepin ha riconosciuto che la strategia della Via della Seta in Cina avviene per interesse della Cina, offrendo “un quadro flessibile per far fronte alle grandi sfide del Paese” tra cui globalizzazione dell’economia nazionale della potenza asiatica e rafforzamento del ruolo globale della sua moneta nel commercio mondiale e, a livello nazionale, per riequilibrare lo sviluppo delle province e i consumi delle famiglie. Ciò nonostante, l’Europa non vede ciò in termini a somma zero, in quanto il nuovo approccio allo sviluppo economico e la spinta diplomatica proposta “riempie il vuoto” tra Asia ed Europa creando un collegamento tra infrastrutture, industriali, finanziarie e di comunicazione delle nazioni. “E’ una visione economica che si adatta alla pianificazione cinese della cooperazione economica internazionale. In un mondo finanziario volatile e instabile è necessario adottare il giusto approccio ai progetti a lungo termine utilizzando i nuovi strumenti multilaterali“, ha scritto de Villepin. La Germania vede le cose allo stesso modo di Gran Bretagna e Francia. La cancelliera Angela Merkel ha detto ieri all’inaugurazione della Fiera di Hannover che l’economia tedesca vede la Cina non solo come il maggiore partner commerciale al di fuori dell’Europa, ma anche come partner per lo sviluppo di tecnologie complesse. La Cina è il Paese partner ufficiale del CeBIT 2015. Merkel ha accolto con favore le imprese cinesi giunte al CeBIT 2015, dicendo che incarnano l’innovazione e il ruolo della Cina come partner della fiera è essenziale nella cooperazione per l’innovazione tra Cina e Germania. L’amministrazione Obama ha mancato il punto. Com’è potuto accadere che un presidente intellettuale si sia sperduto in Mesopotamia in una guerra infinita e in Eurasia a caccia di obiettivi che non influenzano direttamente gli interessi vitali degli Stati Uniti, mentre una tale riconfigurazione epocale del dramma asiatico si svolge proprio sotto il suo naso? Pechino ha capovolto la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti per contenerla non solo in termini intellettuali, ma anche in termini politici e diplomatici. Pechino prevede di svelare il piano di attuazione della ‘Cintura e Via’ al Forum Boao 2015 di fine mese. Fonti di Pechino hanno detto a Xinhua che sono stati individuati “centinaia” di progetti infrastrutturali.map-china-rail-mos_112414052931Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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