Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La parola del leader sulle isole

Una spedizione della Società Geografica Russa esplora le profondità della penetrazione del Giappone nelle isole Curili
Grigorij Jakovlev, VPK, 27.05.2016 – South Frontmap_kuril_iclandsUno dei temi nei colloqui con Vladimir Putin e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe era il trattato di pace tra Russia e Giappone. Non è il primo né sicuramente l’ultimo vertice dedicato al problema delle differenze territoriali. Il nucleo della controversia si restringe al fatto che governo e politici giapponesi impongono affermazioni prive di fondamento suoi “Territori del Nord” nostro Paese, ciò che alcuni intendono le quattro isole Curili del sud, d altri – tutto l’arcipelago, e altri ancora anche Sakhalin del Sud. Ci sono motivi legali per questo, il fallimento dell’Unione Sovietica a firmare il Trattato di San Francisco del 1953, dove Tokyo declinava le rivendicazioni territoriali, la possibile offerta di Krusciov di consegnare due delle quattro isole. In quel momento, alcuna delle due parti suppose che l’altro rinunciava alla propria posizione; Pertanto non vi era alcuna soluzione al problema.

Il prezzo delle isole Curili
Secondo la leadership militare russa, il controllo del nostro Paese delle Curili, in particolare delle quattro isole del sud, è essenziale. La posizione degli stretti è la via di uscita più breve dal Mare di Okhotsk all’Oceano Pacifico. Nessuno può rispondere dove va la quantità enorme di materiale militare portato verso l’isola dai giapponesi e il motivo per la costruzione di una strada che conduce sulla cima di un vulcano attivo L’argomento economico è anche di notevole importanza. Il prezzo complessivo dei minerali negli standard dei prezzi internazionali è di almeno 44,05 miliardi di dollari, tra cui oro, argento, zinco, rame, piombo, ferro, titanio, vanadio, agata e zolfo. Qui, circa 1,2 milioni di tonnellate di pesce viene pescato ogni anno, mentre i Paesi baltici ne pescano 340 mila tonnellate. Per la Russia, cedere le quattro isole al Giappone diminuirà il volume di pescato dell’Estremo Oriente di oltre un terzo. In termini monetari, non meno di 2 miliardi di dollari. Riguardo la cessione alle pretese giapponesi della leadership russa, le condizioni prevalenti al Cremlino e l’equilibrio di potere interno rendono ancora più improbabile seguire gli anni passati. Come gli eventi degli ultimi dieci anni hanno dimostrato, la disputa territoriale è entrata in un vicolo cieco, e non si vede un’uscita. Fin dall’inizio, la questione del ritorno delle isole Curili e di Sakhalin meridionale è diventata politica di Stato standard per qualsiasi governo del Giappone. Sarebbe ingenuo cercare un ingiustificato azzardo col Paese del Sol Levante, decidendo di provocare un confronto con la società e rinunciare ad almeno una posizione sulle rivendicazioni territoriali. Tradizionalmente, il sistema d’istruzione e formazione dei politici e diplomatici giapponesi ha orientamento anti-russo e la convinzione che eventuali reclami verso il vicino del nord produca una soluzione positiva, prima o poi.

In cambio della pioggia d’oro
E’ un errore per certe figure politiche russe credere che, per migliorare il rapporto e accordarsi col Giappone, che porterebbe finanze al business nell’Estremo Oriente russo, sia necessario fare concessioni territoriali. Secondo quanto riferito, tal mossa darebbe anche accesso a tecnologie elettroniche, di produzione e in altre aree. I sostenitori di questo approccio ritengono che i negoziati con il Giappone non dovrebbero essere condotte da una posizione di forza e persistenza nel sostenere l’integrità territoriale della Russia, ma essere pronti a cedere e, di conseguenza avanzare nuove proposte di natura politica ed economica che ammorbidiscano l’asserzione giapponese accelerando la stipula del trattato di pace. Si è dimenticato che le azioni di Tokyo, in realtà, non sono tanto determinate dalle decisioni di ministri e diplomatici, ma dai desideri dei potenti leader del mondo degli affari. Un punto caratteristico nella comunità mondiale l’ultima volta ha rivelato che tale comunità non mostr interesse significativo nei colloqui tra Russia e Giappone sulla questione territoriale. Ad esempio, il rappresentante del vertice dei “Venti”, tenutosi a Toronto nel luglio 2010, concluse che Tokyo ha una posizione piuttosto traballante su come averre almeno due isole meridionali, in quanto vi sono molte prove che suggeriscono che alcuna distinzione fu fatta tra Nord e Sud Isole Chishima (Curili). Se ci rivolgiamo alla Corte internazionale delle Nazioni Unite o un corpo giuridico simile, allora saranno probabilmente assegnati i diritti su Shikotan e Habomai, che la Russia era disposta a cedere in determinate circostanze. Inoltre, i potenziali benefici economici che la Russia riceverà dalla soluzione della controversia sono minimi. Ci sono molte altre ragioni, pensa l’occidente, perché Mosca non voglia soddisfare la richiesta di Tokyo e rinunciare a tutte le isole. Pertanto, il principale ostacolo alla risoluzione della controversia è la riluttanza del Giappone a un compromesso sulla questione di quanto territorio la Russia debbe cedere. Ma l’attuale governo giapponese è debole e si trova a dover affrontare questioni più urgenti, come le relazioni con Stati Uniti e Cina. Pertanto, un cambiamento di rotta è improbabile. Nel valutare l’impatto della disputa territoriale sulle relazioni russo-giapponesi, i rappresentanti occidentali hanno sottolineato che è minimo. Fu così durante la guerra fredda. Il commercio bilaterale continuò senza tener conto della questione territoriale. Ma i giapponesi non perdono la speranza che prima o poi la Russia, con capi come Krusciov, Eltsin o Gorbaciov che arrivino al potere, e contrariamente all’opinione pubblica e la volontà del popolo, facciano un “gesto di buona volontà” e cedendo su tutte le richieste sulle isole o almeno su una parte.

Tempo di nuove scoperte
In risposta alle pressioni dal Giappone, la leadership politica e militare della Russia prende misure concrete volte a sfidare, quando il ministro degli Esteri russo si accorge che la Federazione russa è pronta a condurre colloqui sostanziali sulla cooperazione in campo economico e nell’uso reciproco di alcune isole nello sviluppo territoriale. Il 18 febbraio, in occasione della riunione del Media Club della Società Geografica Russa, il Presidente Sergej Shojgu parlava dei progetti più evidenti per il 2016. E’ prevista una spedizione per l’isola di Matua, al centro delle Curili. I giapponesi trasformarono questo pezzo di terra in una vera e propria fortezza prima della Seconda guerra mondiale. “Ci sono molti misteri. Fino ad oggi nessuno può dire che fine abbia fatto l’enorme quantità di materiale militare che fu portata sull’isola. Inoltre, non vi è risposta alla domanda del perché una strada che porta sulla cima di un vulcano attivo venne costruita“, ha ricordato il ministro. Sergej Shojgu ha detto che c’erano molte strutture fortificate sull’isola, come gallerie, miniere e casematte. Al fine di esplorarne alcune, subacquei saranno inclusi nella spedizione, dato che le entrate a questi labirinti sotterranei si trovano sotto l’acqua. Vi sono due piste riscaldate da sorgenti calde che suscitano curiosità. Si presume che siano ancora operabili. “Almeno pensiamo così, finché non ci arriviamo“. E’ ben noto che il Ministero della Difesa russo ha costituito un gruppo di consiglieri che esplorerà la possibilità di creare una base navale su una delle isole Curili con tutte le conseguenze: la costruzione di attracchi per le navi da guerra della Flotta del Pacifico, la costruzione di un moderno aeroporto con una pista per velivoli tattici e bombardieri, un potente sistema di difesa aerea e un nodo per le comunicazione. Chiaramente, la Russia non ha intenzione di rinunciare alle isole. E non dimentichiamo: tra le rivendicazioni territoriali giapponesi, le Curili non sono al primo posto. Il Giappone non nasconde il fatto che l’attuale crescita delle spese militari è direttamente correlata a una Cina sempre più forte e alle pretese sull’arcipelago petrolifero delle Senkaku, un territorio che contende con Pechino. Questo tentativo della Cina “di cambiare con la forza lo status quo nei mari della Cina orientale e meridionale, e anche in altre regioni” è valutato dalla strategia difensiva del Giappone quale grave minaccia, insieme al programma nucleare e missilistico della Corea democratica.1124614Generale Grigorij Jakovlev, Professore dell’Accademia di Scienza Militare

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica dei Balcani: Cina e Serbia espandono la cooperazione strategica ed economica

Zivadin Jovanovic, Global Research, 26 maggio 2016Bookfair_InSerbia-0036Serbia e Cina coltivano una lunga amicizia e fiducia reciproca basata sulla cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Attualmente, quando certi Paesi europei, americani e altri competono per la cooperazione cinese, la Serbia ha già capacità e base per rafforzare la cooperazione con la seconda potenza economica nel mondo e migliorare le mutue relazioni a livello strategico. In realtà, questo è esattamente ciò che la Serbia fa. L’imminente visita del Presidente cinese Xi Jinping e l’attesa firma di un accordo generale sulla relazione strategica certamente accelererà la cooperazione in tutti i campi.
Cina e Serbia si percepiscono stabili e soldi partner affidabili. La Serbia, anche se dall’economia relativamente piccola, ha notevole capacità di sviluppo futuro, in particolare nelle infrastrutture, energia e produzione alimentare. Inoltre, la Serbia occupa una posizione geopolitica favorevole essendo allo stesso tempo nel Sud Europa, Europa centrale e Paese danubiano, crocevia di diverse regioni e persino continenti; la Serbia è porta e ponte per altre destinazioni della cooperazione economica con l’Europa. Non è una semplice coincidenza che nel dicembre del 2014 Belgrado abbia ospitato il vertice del gruppo “Cina + 16” comprendente i Paesi dell’Europa centrale e del sud-est che partecipano congiuntamente all’attuazione del mega-progetto “Via e Cintura”, meglio noto come Nuova Via della Seta del 21° secolo. Finora la Cina ha stanziato 13 miliardi di dollari per progetti in questi Paesi, di cui 1,5 miliardi per la Serbia. Le imprese cinesi hanno già costruito il ponte “Mihailo Pupin”sul fiume Danubio, a Belgrado, oltre a 21 km di autostrada d’ingresso. I piani per la costruzione del secondo ponte sul Danubio, nei pressi di Vinca, lungo il X Corridoio europeo, e per un ponte sul fiume Sava, vicino ad Obrenovac, sono in fase avanzata. La Chinese Hessteel Co., secondo maggiore produttore di acciaio al mondo, ha recentemente acquistato l’acciaieria Smederevo che impiega 5050 lavoratori ed ha un porto sul Danubio e una fabbrica di stagno a Shabac (sul fiume Sava). È stato raggiunto un ulteriore accordo con i partner cinesi per costruire la centrale termoelettrica “Kosotolac-B”. Questo progetto prevede anche la costruzione di un altro porto sul Danubio e una sezione di 18 km di ferrovia per trasportare le attrezzature necessarie. Pertanto, in termini economici, le aziende cinesi si sono già insediate nel Danubio aumentando così il peso di queste acque interne presso lo strategico VII Corridoio europeo.
Il partenariato tripartito Serbia, Ungheria e Cina ha avviato la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Belgrado e Budapest. Il progetto è solo una parte delle ferrovie strategiche del X Corridoio dai porti mediterranei di Pireo e Salonicco, in Grecia, a Macedonia, Serbia, Ungheria e Paesi dell’Europa centrale e del nord fino al Mar Baltico. Prendendo in considerazione i piani d’impegno cinese nella modernizzazione delle linee dei trasporti che collegano Belgrado e il porto di Bar (Adriatico, Montenegro), l’interesse delle compagnie cinesi nella privatizzazione di numerose aziende serbe, e quindi potenzialità e prospettive della cooperazione economica tra i due Paesi, diventa molto più chiara. Sembra che l’importanza del rapido aumento della cooperazione economica con la Cina vada oltre il sostanziale input della crescita del PIL e dell’occupazione, anche se sono parametri molto significativi. A condizione che l’attuale tendenza continui, e non c’è motivo di aspettarsi altrimenti, influenzerebbe seriamente i piani degli interessi economici della Serbia a livello internazionale, orientandoli su una posizione più equilibrata. Negli ultimi anni l’Unione europea era occupata a trattare con se stessa, soffrendo grave crisi di sistema, avanzata di nazionalismo e particolarismo, stagnazione tecnologica ed economica, crisi dell’eurozona, deflusso di capitali, migranti, “Brexit” ed altre “uscite”, ed “incoraggiamenti” transatlantici per aumentare la spesa militare (troncati al vertice G7 di Hannover). Gli Stati Uniti si preoccupano d’intimidire gli alleati utilizzando una volta il “pericolo” russo, un’altra volta cinese. La Russia affronta il declino dei prezzi del petrolio, con la necessità di modernizzare la struttura economica e alleviare le conseguenze delle sanzioni degli Stati Uniti attuate dai “partner europei”, costringendola a spendere di più per la difesa. Il mondo testimonia l’allargamento drammatico della divisione tra masse di poveri e una manciata di estremamente ricchi, con povertà, disoccupazione e miseria che dominano il mondo. La Cina tende una mano amichevole offrendo collaborazione, connessione, innovazione e mutuo vantaggio in tutti i quattro angoli del mondo. Ogni tanto, ci si chiede perché l’occidente senta la necessità di lamentarsi pubblicamente sul “rallentamento della crescita economica cinese” che apparentemente cade dal 9% all’attuale ‘mero’ 7,5%! Chi in realtà fa meglio in tale prolungata crisi economica globale?2013112685446631734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I dettagli segreti della nuova dottrina della difesa della Russia

Valentin Vasilescu, Reseau International 26 maggio 2016wp_20110In Europa e Asia l’esercito statunitense ha schierato un piccolo contingente di soldati che non può scatenare da solo o congiuntamente con eserciti alleati, l’invasione della Russia. Solo a causa dell’isolamento geografico, gli Stati Uniti prevalgono da settantanni grazie alla loro Marina, tre volte superiore a quella della Russia, in grado d’intervenire in qualsiasi parte del mondo. Il Pentagono dispone anche di una gigantesca forza di centinaia di navi specializzate nelle operazioni di schieramento di divisioni dei marines, blindati e forze speciali, per poter partecipare a una possibile invasione della Russia. Pertanto, i gruppi d’assalto navale statunitensi organizzati intorno a portaerei, navi d’assalto anfibio e convogli di truppe ed equipaggiamenti militari, sono considerati il più serio rischio per la sicurezza della Russia [1]. I gruppi navali e di navi da sbarco e i convogli delle truppe statunitensi sono protetti da diversi tipi di scudi antibalistici, come il sistema navale AEGIS dotato di missili SM-3 Block 1B che neutralizzano i missili balistici che volano a quote comprese tra 100 e 150 km. Questo sistema è montato su cacciatorpediniere e incrociatori AEGIS statunitensi, e si aggiunge agli scudi antimissile in Polonia e Romania. Esiste inoltre il sistema mobile THAAD delle forze di terra degli USA, a difesa delle navi da sbarco. Questi sistemi sono progettati per colpire missili balistici nella fase d’ingresso nell’atmosfera a quote comprese tra 80 e 120 km. A ciò si aggiungono le batterie di missili antiaerei a lungo raggio Patriot dalle capacità antimissile balistico contro missili nella fase terminale del volo a una quota di 35000 m [2].
La classificazione degli aeromobili in volo atmosferico si basa sulla velocità. Ci sono aerei che volano a velocità subsonica (fino a 1220km/h o Mach 1), gli aerei supersonici con velocità tra Mach 1 e Mach 5 (fino a 6000 km/h) e velivoli ipersonici che volano a velocità fra Mach 5 e Mach 10 (cioè fino a 12000 km/h). I russi hanno scoperto che i missili anti-balistici degli Stati Uniti non possono intercettare i missili ipersonici nella mesosfera (tra i 35000 e 80000 m). La nuova dottrina della Difesa della Russia ha stabilito che l’antidoto ai gruppi d’assalto e ai convogli navali statunitensi sono i velivoli ipersonici che volano a quote tra 35000 a 80000 m. Il Ministero della Difesa russo ha stanziato 2-5 miliardi di dollari per l’Advanced Research Foundation (ARF), l’equivalente russo del DARPA del Pentagono, per la progettazione di una serie di derivati ipersonici del velivolo spaziale Ju-71 (Proekt 4202). Dal 2011 al 2013 lo Ju-71 è stato testato in galleria del vento, e dal 2013 all’aprile 2016 ha condotto delle prove nell’atmosfera lanciato dai missili strategici leggeri UR-100 e R-29RMU2. Lo Ju-71 è simile all’HTV-2 abbandonato dagli statunitensi nel 2014.
Il velivolo spaziale Ju-71 ha dimostrato di poter volare alla velocità di 6000-11200 chilometri all’ora su una distanza di 5500 km e a una quota di crociera di 80000 m. Viene chiamato aliante spazio perché a differenza dei missili balistici ha una finezza aerodinamica di circa 5:1 (rapporto portanza/resistenza) che permette di volare su impulso continuo del motore a razzo, eseguendo delle cabrate lungo la rotta. Oltre al motore a razzo che permette ripetute accensioni e sospensioni, l’aliante spaziale Ju-71 è armato con testate indipendenti e sistemi di guida simili a quelli dei missili aria-terra Kh-29L/T e Kh-25T. La dottrina militare russa prevede che l’attacco alla flotta d’invasione statunitense sia eseguito in tre ondate e tre linee, impedendo ai gruppi d’assalto navali statunitensi di posizionarsi presso le coste russe del Mar Baltico. La prima ondata d’attacco di armi ipersoniche basate sull’aliante spaziale Ju-71 e lanciate da sottomarini a propulsione nucleare russi dall’Atlantico colpirebbe portaerei, portaelicotteri, sottomarini d’attacco, navi da carico o di scorta dei gruppi d’assalto navali statunitensi, non appena salpano dall’Atlantico verso l’Europa. La seconda ondata di armi ipersoniche sarebbe lanciata sui gruppi navali degli Stati Uniti a 1000 km dalle coste orientali dell’Oceano Atlantico. L’attacco verrebbe lanciato dai sottomarini russi dispiegati nel Mare di Barents o dalla base missilistica strategica di Plesetsk, in prossimità del Circolo Polare Artico e sul Mar Bianco. La terza ondata di armi ipersoniche verrebbe lanciata sui gruppi navali degli Stati Uniti quando raggiungono lo stretto dal Mare del Nord al Mar Baltico dello Skagerrak. L’attacco verrebbe eseguito con i missili ipersonici 3M22 Tzirkon, spinti da motori Scramjet e lanciati da aerei russi. Il Tzirkon ha una velocità di Mach 6,2 (6500 km/h) ad una quota di crociera di 30000 metri e un’energia cinetica all’impatto col bersaglio 50 volte superiore a quella dei missili antinave esistenti.
La Russia sviluppa anche una variante dell’arma ipersonica derivata dallo Ju-71 che può essere lanciata dal velivolo da trasporto pesante russo Il-76MD-90A (Il-476). L’aereo ha un’autonomia di di volo di 6300 km e può essere rifornito in volo. Mentre per i gruppi navali statunitensi ci vogliono cinque o sei giorni per raggiungere il Mar Baltico, l’Il-76MD-90A può raggiungere in poche ore i tre allineamenti calcolati per lanciare le armi ipersoniche. Anche se è un segreto ben mantenuto, sembra che l’arma ipersonica venga sganciata dal portellone dell’Il-76MD-90A a 10000 m di quota, dotato di un paracadute che la stabilizza in posizione verticale fino all’avvio del motore a razzo. Dato che il 50% del carburante del missile viene utilizzato per decollare e raggiungere gli strati estremamente densi dell’atmosfera a 10000 m, il peso del lanciatore e dell’aliante spaziale è la metà di quello di un missile balistico leggero R-29RMU2, che pesa 40 t. Sospesi nel 1992, i voli dei bombardieri strategici Tu-160 e Tu-95 e dei velivoli Il-76 (trasformati nelle aerocisterne per il rifornimento in volo Il-78), sono ripresi nel 2012 lungo le coste atlantiche e pacifiche. Uno degli obiettivi è addestrare le squadre per le future missioni d’attacco con armi ipersoniche.IH-ref-miss[1] La futura blitzkrieg della NATO contro la Russia: la Battaglia per la supremazia aerea.
[2] Il missile russo Iskander, incubo dello scudo antimissile degli USA.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I rapporti Pakistan – Russia non danneggiano l’India

Gleb Fedorov, RIR, 25 maggio 2016

Anche se il Pakistan non può influenzare la partnership strategica della Russia con l’India, Mosca sembra avere buone relazioni con New Delhi e Islamabad, secondo l’esperto sull’Asia meridionale Pjotr Topychkanov in un’intervista esclusiva a RIR, cercando anche di sfatare i miti sul recente avvicinamento di Mosca ad Islamabad.BRICS 2015 SummitDopo decenni di rapporti gelidi, la Russia ha finalmente cominciato ad entrare in contatto col Pakistan. I legami economici, politici ed anche nella difesa crescono tra i due Paesi, contrapposti durante la guerra fredda. I media internazionali diffondono speculazioni su Mosca che userebbe i legami con Islamabad per contrattare col vecchio alleato di New Delhi. In questa intervista con RIR, Pjotr Topychankov, esperto di Asia del Sud e Associato al programma di non proliferazione del Carnegie Moscow Centre, cerca di sfatare i miti sul recente avvicinamento di Mosca ad Islamabad.

RIR: Gli articoli recenti di pubblicazioni internazionali ipotizzano che le relazioni Russia-Pakistan aumentano perché Mosca vuole usarli come strumento nei negoziati con New Delhi. C’è qualche verità?
Pjotr Topychkanov: le relazioni della Russia col Pakistan crescono prima di tutto, a livello politico. Ciò significa che il numero di contatti aumenta e le relazioni politiche sono molto più attive di 15 anni fa. Vi sono alcuni eventi significativi in questo campo, ad esempio, il pieno supporto della Russia all’adesione del Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). Sulla cooperazione nella difesa vi sono degli sviluppi. I Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tecnica militare nel 2014. Non ci sono stati ancora acquisizioni di armi, ma i colloqui su quattro elicotteri da trasporto sono quasi terminati. Poi vi sono state piccole esercitazioni e quest’anno ci saranno esercitazioni congiunte montane. Il gruppo consultivo russo-pakistano sulla stabilità strategica lavora attivamente. Questi incontri sono frequentati da funzionari di alto livello dei ministeri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi. Inoltre vi sono anche alcuni sviluppi nella cooperazione economica. Una filiale della Rostec ha iniziato la costruzione di un gasdotto locale. Nonostante il progetto non sia grande, posso definirlo un grande successo rispetto al passato. Poi, il Pakistan aiuta la Russia a garantire la sicurezza alimentare quando, con l’embargo alimentare auto-imposto verso i Paesi occidentali, la Russia doveva trovare dei fornitori di prodotti alimentari. Il Pakistan fornisce alla Russia prodotti agricoli.

RIR: Ha menzionato rapporti politici, di difesa ed economici. Perché c’è un cambiamento nella politica russa nell’Asia del Sud?
Non sono per nulla d’accordo con l’idea evidenziata in un recente articolo su The Diplomat. Non sono assolutamente d’accordo. L’articolo suggerisce che l’incremento delle relazioni Russia-Pakistan sia legato ad alcuni problemi tra Russia ed India. Questa è una logica molto semplicistica, suggerendo che l’India cerca partner occidentali e, in risposta, la Russia passa al Pakistan. Questo non è vero. Se la dirigenza russa condivide tale logica, le sue politiche nella regione sarebbero molto pericolose e certamente destinate al fallimento. L’avrei indicato in modo diverso. I rapporti in via di sviluppo con il Pakistan, come la vedo io, sono un retaggio della guerra fredda quando il Pakistan era alleato degli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80 e sosteneva l’opposizione militare in Afghanistan, che combatteva contro le truppe sovietiche presenti legalmente nel Paese. Questa situazione non portò al conflitto tra Pakistan e URSS, ma causò una reciproca profonda sfiducia. Ma la guerra è finita e il Pakistan non è più un alleato degli USA anche se ci sono dichiarazioni di entrambe le parti secondo cui il Pakistan è un alleato non-NATO importante nella guerra al terrorismo. Tali dichiarazioni non sono precise. Gli statunitensi hanno dato qualche aiuto al Pakistan negli ultimi anni, ma ciò non permette al Pakistan di dipendere da Washington. Il Pakistan ha altri amici stretti, come la Cina. Da questo punto di vista, il cauto approccio della Russia al Pakistan sembra logico. Russia e Pakistan hanno interessi comuni in economia e sicurezza. La Russia vuole anche collaborare con diversi partner regionali e non bloccarsi con un solo partner. La Russia finalmente ha un approccio equilibrato sulla regione e sembra elaborare un approccio strategico per l’Asia meridionale. Questo è logico.

RIR: Ma non pregiudica in alcun modo i legami della Russia con l’India?
Il Pakistan non può sostituire o addirittura influenzare la partnership strategica della Russia con l’India. Questo è semplicemente impossibile. Le priorità della Russia sono molto chiare. Credo che non importa quanto a lungo New Delhi godrà della ‘luna di miele’ con Washington; India e Russia sanno che i loro legami non possono essere influenzati da terzi. E questo prima di tutto per le preoccupazioni sulla cooperazione militare: costruzione di portaerei, sottomarini e aerei in India, e sviluppo dei missili da crociera BrahMos. Poi c’è l’energia atomica. Nonostante i dialoghi esistenti tra India, Stati Uniti e Francia, l’unico progetto nucleare straniero di successo in India è stato costruito dalla Russia. Detto ciò, l’India sempre svolgerà un ruolo molto speciale nella politica estera della Russia e la Russia è molto interessata a mantenere a livello strategico i legami con l’India.

RIR: Ma molti analisti indiani dicono che i crescenti legami tra Mosca e Islamabad sono causati dal calo dei legami della prima con New Delhi…
Non vedo alcuna prova che colleghi i crescenti legami tra Russia e Pakistan con l’eventuale nube sulle relazioni Russia-India. Questo è qualcosa che certi analisti potrebbero voler accadere, ma non vedo alcuna prova. Direi che i funzionari russi hanno fatto dei tentativi per affermare che India e Pakistan sono due entità indipendenti nella politica estera russa. L’ha spiegato, anche se non in modo molto chiaro, Sergej Narishkin nell’intervista a TASS .

RIR: E’ molto facile versare benzina sul fuoco quando si tratta di relazioni India-Pakistan. Molti in India sospettano il peggio, anche se si dice che le relazioni della Russia col Pakistan sono ormai naturali e non legate a problemi con le relazioni Russia-India. Come dovrebbe comportarsi Mosca per mostrare ad entrambi che non c’è nulla di cui preoccuparsi?
Prima di tutto, la Russia dovrebbe esprimere chiaramente la sua strategia nella regione. Questa strategia dovrebbe essere cristallina e annunciata ufficialmente. Questo non è stato fatto. I responsabili della politica della Russia verso India e Pakistan appartengono a diversi dipartimenti ed ed è chiaro che non sempre comunicano tra loro o si coordinano. In secondo luogo, la strategia della Russia verso entrambi i Paesi dovrebbe essere chiara non solo a politici e governi, ma anche a media e pubblico. Ciò significa che quando la Russia intende firmare un accordo di cooperazione militare col Pakistan, dovrebbe annunciarlo e discuterne con l’India e spiegare le ragioni della decisione. E deve fare la stessa cosa col Pakistan quando prevede di vendere all’India il complesso di difesa aerea S-400 perché questo è un motivo di preoccupazione per il Pakistan. Dal punto di vista della sicurezza regionale, tutte le parti vogliono pace e stabilità in Asia meridionale. Questi sono semplici ma efficaci raccomandazioni. Anche così, non sono state seguite da Mosca. Nel 2014, quando Sergej Chemesov, capo della Rostec, annunciò la fine dell’embargo sulle armi al Pakistan, fu una grande e sgradevole sorpresa per l’India. L’informazione non fu precisa, perché non c’era embargo innanzitutto. C’erano solo raccomandazioni interne delle autorità russe in merito ai Paesi con cui non sarebbe stato conveniente vendere armi. Inoltre, l’opinione pubblica indiana non era pronta a tali notizie. Credo che azioni e parole dei decisori della Russia nella regione dovrebbero essere coordinate e non essere dannose.

RIR: Pakistan e India aderiranno alla SCO? E pensa che sarà un passo positivo?
Si uniranno la SCO, essendo già stata presa la decisione e la conclusione ha solo bisogno di tempo e disponibilità di India e Pakistan. Naturalmente, India o Pakistan possono decidere di non aderire, ma stento a credere che lo facciano. Tutte le procedure formali sono già iniziate. La SCO non cercherà di aiutare India e Pakistan a trovare una soluzione al problema del Kashmir, non ha intenzione di spingere India e Pakistan a una soluzione delle dispute nucleari, non è sua questione. La SCO permette un forum internazionale per esprimere le proprie posizioni su questioni internazionali e problemi di sicurezza regionali. La SCO fornirà anche un forum per discussioni bilaterali, senza alcuna interferenza da terzi e contribuirà a costruire relazioni tra le rispettive forze militari e d’intelligence. Una delle cose di maggior successo che la SCO ha fatto nella difesa ed antiterrorismo, è la cooperazione tra i membri. La SCO li aiuterà a partecipare ad esercitazioni militari congiunte. Tutto questo è molto positivo sia per la regione che per la strategia della Russia nella regione.modi-sharif-759Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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