Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington complica la disputa sul Mar Cinese Meridionale

Mahdi Darius Nazemroaya, Strategic Culture Foundation 11/07/2016

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte e Zhao Jianhua

L’una soluzione negoziata tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica e Filippine sulla disputa territoriale per il possesso delle isole Spratly (conosciute come isole Nansha in Cina) appare possibile con il cambio di governo a Manila. Il presidente filippino uscente Benigno Aquino III e il segretario degli Esteri filippino Albert del Rosario, che hanno respinto i colloqui bilaterali con Pechino, terminavano il mandato il 30 giugno 2016 venendo sostituiti rispettivamente da Rodrigo Duterte a Palazzo Malacanhan e da Perfecto Yasay Jr. al dipartimento degli Esteri. Il nuovo governo filippino ha fatto diverse aperture sui colloqui bilaterali con Pechino e il ministro degli Esteri Yasay annunciava che un inviato speciale sarà nominato per i negoziati con la Cina. I rapporti tra Filippine e Cina divennero tesi sotto il governo di Aquino III, riaprendo la disputa territoriale con la Cina e con entusiasmo rivitalizzando la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico. Nel 2011 fu deciso da Benigno Aquino d’indicare il Mar Cinese Meridionale come Mar delle Filippine occidentale per sottolineare le pretese delle Filippine. Il governo Aquino III avrebbe anche ridenominato il Mar Cinese Meridionale per legge con un ordine amministrativo nel 2012. Aggregando ulteriori relazioni l’amministrazione Aquino III avviava un’azione legale sulla controversia territoriale con la Cina alla Corte permanente di arbitrato olandese il 29 ottobre 2015. Il 5 luglio 2016, la settimana prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato del 12 luglio 2016, il presidente Duterte avanzava l’offerta di colloqui con la Cina. Mentre sicuramente utilizzerà la Corte permanente di arbitrato come leva nei colloqui bilaterali sino-filippini, Duterte sembra deciso a un accordo con la Cina. Queste proposte rientrano nelle promesse elettorali del 2016 nelle Filippine. Durante la campagna presidenziale, il discorso di Duterte sulla Cina inviava segnali contrastanti, passando da linguaggio antagonista a conciliante. Indubbiamente era una tattica da politicante del presidente Duterte; alterare il discorso sulla Cina era una tattica politica volta ad avere sia il supporto dei filippini con atteggiamenti nazionalistici sulle isole Spratly, che degli influenti affaristi filippini, anche di etnia cinese, che vogliono pace, cooperazione economica e commerciale con una Cina in ascesa. A livello internazionale, Duterte potrebbe aver inviato tatticamente segnali contrastanti per soddisfare Stati Uniti e Cina. Le sue osservazioni antagoniste compiacevano Washington mentre quelle concilianti avevano lo scopo di non alienarsi Pechino e di segnalare la disponibilità a colloqui. Nonostante le critiche a Pechino, ha sempre indicato di volere dialogare con la Cina. È interessante notare che Duterte è anche l’unico politico che nelle elezioni generali filippine del 2016 ha ammesso pubblicamente di aver parlato delle Isole Spratly con l’ambasciata USA a Manila. Durante la campagna elettorale Duterte osservò che avrebbe cercato aiuto dai cinesi per costruire la rete ferroviaria filippina che colleghi Luzon e Mindanao, e che se la Cina accettava di sostenere il gigantesco progetto avrebbe posto fine alle critiche sulla disputa territoriale di Manila con Pechino. In altre parole, Duterte diceva che un suo futuro governo filippino avrebbe negoziato con la Cina in cambio di concessioni economiche o aiuti da Pechino. Dopo che Duterte ha vinto le elezioni presidenziali, il tono verso la Cina è cambiato divenendo molto più temperato e cordiale. Prima ancora che Duterte diventasse ufficialmente presidente, ebbe un incontro con Zhao Jianhua, l’ambasciatore cinese nelle Filippine, il 16 maggio 2016. L’incontro fu simbolico perché l’ambasciatore Zhao era uno dei tre soli ambasciatori, gli altri due erano i rappresentanti diplomatici di Israele e Giappone, che Duterte aveva incontrato da aspirante presidente delle Filippine. Da quel momento Rodrigo Duterte avrebbe incontrato l’ambasciatore Zhao altre tre volte, anche il 7 luglio, qualche giorno prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato.

Le rivendicazione di Pechino sul Mar Cinese Meridionale
Pechino sostiene che la Cina aveva la sovranità sulla zona da migliaia di anni. L’impero cinese della dinastia Ming controllava le coste occidentali adiacenti alla zona, quando il Vietnam faceva parte della Cina. Anche il Vietnam avanza richieste sulle isole Spratly (note come Quan Dao Truong Sa dai vietnamiti) e le isole Paracel (note come Xisha dai cinesi e come Hoàng Sa dai vietnamiti). A sostegno della richiesta cinese vi è il fatto che il Giappone annesse l’area nel 1938 acquisendo Taiwan dalla Cina e che la Cina continentale governata dal Kuomintang rivendicò l’area nel 1947, in virtù della demarcazione della “linea tratteggiata undici”, mentre Malaysia e Brunei erano ancora colonie inglesi e il Vietnam colonia francese. Le Filippine ufficialmente divennero indipendenti dagli USA un anno prima della pretesa del Kuomintang nel 1946. Vi sono importanti fatti storici e giuridici che dovrebbero essere considerati. Prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra con i giapponesi, non fu mai messa in discussione l’annessione giapponese della zona come occupazione del territorio delle Filippine, quando erano controllate dagli Stati Uniti. Né le isole del Mar Cinese Meridionale furono incluse nel territorio filippino preso alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1898. Fu solo con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1970 che le Filippine avanzarono le prime rivendicazioni sulla zona.

Washington: terzo intruso
Rodrigo-Duterte2_3515205b La Cina è interessata a stabilire ciò che Xi Jinping chiama “comunità di destino”. Pechino vuole cooperazione e commercio, non guerra o conflitto con le Filippine o qualsiasi altro Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Suo scopo principale è espandere la Via della Seta, via terra e via mare, sostenendo l’integrazione regionale e la prosperità economica. A questo proposito ha in più occasioni concesso un trattamento di favore e offerto condizioni commerciali vantaggiose ai Paesi aderenti all’ASEAN. Come il presidente Duterte, il governo cinese ha indicato di essere pronto a negoziati diretti sulla disputa territoriale nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha anche dichiarato di essere disposta a condividere ricchezze e risorse dell’area con progetti di sviluppo comuni. Questo è ciò che Pechino ha descritto come “approccio sostenibile”. In cambio Pechino ha chiesto che Manila rifiuti la sentenza della Corte permanente di arbitrato, che influenzerà anche le rivendicazioni territoriali di Brunei, Malesia e Vietnam. Nello scenario in cui le Filippine ottenessero il controllo del territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, Manila si volgerebbe a USA e alleati, come Giappone, Corea del Sud e Australia, per sviluppare la regione. Le Filippine non possono sviluppare o estrarre le risorse energetiche del territorio da sole. Le compagnie energetiche provenienti da Stati Uniti ed alleati otterrebbero trattamento preferenziale e profitto da petrolio e gas. In cambio le Filippine ne avrebbero uno scarso ritorno economico. Ma anche in tale scenario, se non principale consumatore, la Cina sarebbe ancora uno dei principali consumatori di eventuali risorse energetiche estratte dal Mar Cinese Meridionale. Alla Cina potrebbe anche anche essere chiesto dalle Filippine di sviluppare le riserve di energia regionali. Dato che Pechino sarà il principale cliente, nelle Filippine ci si rende conto che sarebbe effettivamente più redditizio collaborare con la Cina allo sviluppo congiunto delle riserve energetiche regionali. Perciò alcuni nelle Filippine preferiscono i colloqui bilaterali. L’ostacolo principale ai colloqui tra Pechino e Manila, però, sono gli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco nella zona contesa non sono solo le grandi quantità di idrocarburi in quello che in Cina chiamano “secondo Golfo Persico” energetico, la pesca e uno dei più importanti corridoi marittimi e rotte commerciali del mondo. Ma anche gli interessi per la sicurezza nazionale cinese sono fortemente legati al territorio. I rifornimenti commerciali ed energetici cinesi verrebbero interrotti se il traffico marittimo venisse bloccato nel Mar Cinese Meridionale, motivo per cui le forze armate statunitensi si sono fortemente dedicate ad essere presenti nella zona. In parte, ciò rientra nel “Pivot in Asia” di Washington. Washington, che (a differenza di Pechino) si è rifiutata di firmare anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, utilizza le Filippine come pretesto per un gioco sporco contro la Cina, solo perché vede Pechino come rivale strategico. Gli Stati Uniti intenzionalmente acuiscono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale per giustificare la presenza navale statunitense a largo delle coste cinesi e la creazione di una rete di alleanze militari per circondare e fare pressione su Pechino. Usando diplomazia coercitiva, guerra economica, strategia della tensione e un duplice approccio confronto e cooperazione, gli Stati Uniti cercano di ridimensionare la Cina. Gli Stati Uniti fanno di tutto per creare un cuneo in Eurasia tra Cina e Federazione Russa. Ironia della sorte, mentre demonizza la Cina come minaccia regionale, Washington invia messaggi contraddittori agli alleati regionali. Gli Stati Uniti diffamano Pechino mentre ordinano allo stesso tempo ai militari statunitensi di tenere esercitazioni militari multilaterali o bilaterali con i militari cinesi, come ad esempio l’esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC) (giugno-luglio 2016), l’esercitazione virtuale per il soccorso e l’assistenza umanitaria congiunta Cina-USA (novembre 2012) e l’esercitazione Cina-USA contro la pirateria nel Golfo di Aden (settembre 2012). I leader regionali dovrebbero prendere atto del modus operandi degli Stati Uniti. I capi degli Stati Uniti non sono disposti a confrontarsi direttamente in Cina. Invece usano Paesi come le Filippine come pedine e gettoni per negoziar un patto od ostacolare una Cina sempre più assertiva ed economicamente prospera.C0046038-3F98-4AD6-99B1-774B2F0163BF_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sconvolge l’ordine finanziario mondiale

Primo incontro della Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutturali
Ariel Noyola Rodríguez, economista laureatosi presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)shutterstock_266572730Nel primo incontro annuale della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB) tenutasi a Pechino, i cinesi hanno rivelato l’intenzione di avere la leadership mondiale del finanziamento delle infrastrutture. Entro quest’anno, è probabile che l’AIIB accoglierà più di 100 Paesi aderenti permettendo di divenire il primo istituto di credito multilaterale controllato dai più importanti Paesi emergenti nella storia. Tuttavia, l’AIIB ancora deve decidere se abbandonare il dollaro, perché solo così l’egemonia degli Stati Uniti sulla finanza internazionale sarà colpita a morte.
La Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. La finanza internazionale è in via di trasformazione, nonostante la forte opposizione della cupola del potere statunitense. L’anno scorso, a Washington, alti funzionari cercarono di sabotare l’avvio della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), fallendo. In realtà, chi appariva un presunto fedele alleato del governo degli Stati Uniti, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito, alla fine decise di aderire al nuovo istituto di credito multilaterale promosso da Pechino. Il presidente Barack Obama non poteva concepire che in pochi mesi l’AIIB avesse l’appoggio di oltre 50 Paesi. Senza dubbio, la Cina precipita il declino mondiale degli USA. Nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro del presidente Bill Clinton, disse che la riuscita convocazione dell’AIIB rappresenta uno degli episodi più drammatici per l’egemonia degli Stati Uniti: “Il mese scorso può essere ricordato come quello in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale” (1).

Pechino rinvia la grande offensiva contro il dollaro
Tuttavia, finora la Cina ha agito con estrema cautela. Così, quasi tutti i Paesi del gruppo dei 7 (G-7 formato da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) salutarono l’avvio dell’AIIB. Tuttavia, se è vero che la straordinaria attrattiva di Pechino mina l’influenza di Washington nel finanziamento delle infrastrutture globali (2), l’AIIB è riluttante ad abbandonare il dollaro. Anche se molti specularono (3) sui prestiti dell’AIIB denominati in yuan, o forse in valuta locale, ad oggi i crediti sono emessi nella valuta statunitense. Inoltre, si noti che dei quattro prestiti approvati nei primi sei mesi di quest’anno, pari a 509 milioni di dollari, tre sono legati a progetti d’investimento assieme alle istituzioni del vecchio ordine finanziario mondiale, costruito ad immagine degli USA dopo la seconda guerra mondiale. A mio avviso, i cinesi vogliono approfittare delle scorte che hanno investito nelle Banca mondiale e Banca asiatica di sviluppo, nonché sulle eccellenti relazioni stabilite con l’Europa. Attualmente l’AIIB finanzia un programma di miglioramento residenziale in Indonesia, attraverso un prestito di 216,5 milioni di dollari assieme alla Banca mondiale; la costruzione dell’autostrada in Pakistan da 100 milioni avviene in collaborazione con la Banca asiatica di sviluppo e il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito; un prestito di 27,5 milioni di dollari, finanziato assieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, viene utilizzato per aggiornare un’autostrada in Tagikistan; l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, attraverso un prestito di 165 milioni, è l’unico progetto che l’AIIB attua in modo indipendente.

La vocazione globale dell’AIIB
Tuttavia, la nascita dell’AIIB è una svolta nella storia delle istituzioni di credito multilaterali, essendo la prima (oltre alla nuova banca di sviluppo dei Paesi BRICS) in cui le economie emergenti sono i principali azionisti (4). I contributi economici delle tre potenze orientali dei BRICS sono schiaccianti: la Cina col 29,78%, seguita dall’India coll’8,36% e dalla Russia col 6,53%. Al contrario, i 20 partner non-regionali dell’AIIB contribuiscono solo per un quarto sul capitale autorizzato da 100 miliardi di dollari (5). In un primo momento, AIIB fu concepita per finanziare soprattutto i Paesi asiatici, tuttavia sembra che la Cina preveda di trasformarla in istituto dalla vocazione globale, riunendo le aspirazioni di tutte le economie emergenti (6). In questa prospettiva, alla cerimonia di apertura del primo vertice annuale a Pechino di giugno, il presidente dell’AIIB, il cinese Jin Liqun, annunciava che si valutava l’adesione di altri 24 Paesi (7). In America Latina, Cile, Colombia e Venezuela sono candidati; in Africa hanno presentato la candidatura Algeria, Libia, Nigeria, Senegal e Sudan. Si evidenzia anche la candidatura del Canada che insieme a Messico e Stati Uniti fa parte dell’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA); in Europa, Cipro, Grecia e Irlanda sono estremamente interessate. Se tutto fila come finora, é possibile che entro quest’anno l’AIIB accolga più di 100 Paesi (8), cioè avrà almeno 34 aderenti in più rispetto alla Banca asiatica di sviluppo, anche se rimarrà lontana dai 183 Paesi aderenti alla Banca mondiale.

Optando per un mondo multipolare
L’AIIB ha molti compiti d’assolvere. Anche se la regione asiatica ha registrato elevati tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) negli ultimi due decenni, non è riuscita ad avere un sistema infrastrutturale di primo piano. Sultan Ahmad al-Jabir, ministro degli Emirati Arabi Uniti, ha rivelato che in Asia-Pacifico quasi 1500 milioni di persone non hanno servizi igienici di base, 260 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e almeno 500000 non hanno la luce nelle loro case (9). In conclusione, il primo vertice annuale dell’AIIB mostra la determinazione della Cina a farsi sentire nella ‘Serie A’ della finanza internazionale. Nella costruzione della nuova “Via della Seta” (10), l’AIIB è un potente contrappeso all’influenza geo-economica di Stati Uniti e Giappone nella regione asiatica. Tuttavia, per accelerare la costruzione dell’ordine mondiale multipolare è fondamentale che i manager dell’AIIB finalmente si decidano a rottamare il dollaro e, soprattutto, a non abbandonare mai la promessa di migliorare le condizioni di vita dell’umanità.20150416_CNDY_omPrintsite_BSECT_HKG-BRO_BUS_005_017_omSpread-017Note
1. “Time US leadership woke up to new economic era“, Lawrence Summers, Financial Times, 5 aprile 2015.
2. “The AIIB: The infrastructure of power“, The Economist, 2 luglio 2016.
3. “China seeks role for yuan in AIIB to extend currency’s global reach“, Cary Huang, The South China Morning Post, 14 aprile 2015.
4. “Beijing, el crepúsculo asiático post-Bretton Woods“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 1 novembre 2014.
5. “Asian Infrastructure Investment Bank: Articles of Agreement“, Asian Infrastructure Investment Bank.
6. “President’s Opening Statement 2016 Annual Meeting of the Board of Governors Asian Infrastructure Investment Bank“, Asian Infrastructure Investment Bank, 25 giugno 2016.
7. “AIIB expansion plans underscore China’s global ambitions“, Tom Mitchell, Financial Times, 26 giugno 2016.
8. “AIIB will have 100 countries as members by year-end: Jin Liqun“, Li Xiang, China Daily, 31 maggio 2016.
9. “The AIIB has been designed to benefit all“, Sultan Ahmad al-Jabir, China Daily, 25 giugno 2016.
10. “China’s AIIB seeks to pave new Silk Road with first projects“, Tom Mitchell & Jack Farchy, Financial Times, 19 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cammino del Bangladesh tra colonialismo, imperialismo e riscatto nazionale

Luca Baldelli
mujiburIn questi giorni, sotto le luci della ribalta, volenti o nolenti, c’è un Paese dell’area asiatica, nel delta del mitico Gange: il Bangladesh. Ripercorrere la storia di questo Paese significa, anche e soprattutto, comprendere quel che oggi avviene nei suoi confini. Fisicamente, geograficamente e demograficamente, alcune notazioni bastano ad inquadrare il territorio e la sua gente:
1) Il Paese, con capitale Dhaka (Dacca) si trova nel Delta del Gange, alla confluenza dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, coi rispettivi affluenti. Quasi 170 milioni di abitanti (pressoché tre volte l’Italia) si distribuiscono su appena 147.570 km2 (una superficie inferiore del 50% a quella del Belpaese), con una densità di popolazione tra le più elevate al mondo. Nel Paese vi sono 58 corsi d’acqua transfrontalieri, quasi tutti lambenti i limina dell’India, unico Paese confinante col Bangladesh, se si esclude una piccola porzione di Birmania. Bastano questi primi elementi a far capire quanto le risorse idriche e il loro corretto governo siano, nella prospettiva bengalese, una questione assai delicata e ricca di risvolti geopolitici, spesso di non facile soluzione. Nel 1975, ad esempio, l’India costruì una diga a 18 km dal confine col Bangladesh e le autorità di Dhaka (Dacca) denunciarono questo fatto come un pericolo per l’approvvigionamento idrico del Paese, comportando la deviazione di corsi d’acqua di fondamentale importanza. Il Paese è poi situato a meno di 12 metri sopra il livello del mare, perciò basterebbe che le acque del Golfo del Bengala si alzassero di appena un metro, per inondare il 50% del territorio del Bangladesh.
2) La pressione demografica, enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31 per mille ancora all’inizio degli ’90, con una mortalità del 13 per mille appena e quindi un incremento annuo medio del 2,3%), ha spinto a guadagnare sempre più terreni, prima incolti o coperti da foreste, alle attività e ai bisogni umani Ciò, se da un lato ha consentito l’incremento del benessere materiale, in molti casi, per contraltare, ha determinato catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi. Infatti, i cicloni, i tornado, le piogge torrenziali portate dai monsoni tra i mesi di giugno e settembre, le mareggiate, le inondazioni verificatesi a cadenza regolare, hanno determinato, in un Paese coinvolto da massicce deforestazioni e conseguenti fenomeni di erosione del suolo, calamità in gran copia. Basti pensare al ciclone “Bhola” del novembre del 1970 che provocò, in una colossale ecatombe, la morte di più di 300000 persone. Ancor di più le calamità degli anni ’90 e degli anni 2000, con quasi 1000000 di morti complessivamente, in una situazione aggravata dal venir meno di qualsiasi pianificazione territoriale nazionale.
3) Il suolo, a causa della composizione chimica dei minerali che lo compongono, contiene in abbondanza arsenico. Un tempo la popolazione si approvvigionava con le acque di superficie. Le autorità del Paese, onde ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e le infezioni intestinali, hanno incoraggiato, con l’appoggio delle istituzioni internazionali, a partire dagli anni ’70, la costruzione di un gran numero di pozzi in tutto il Paese. In tal modo, l’epidemiologia ha registrato sì il calo delle patologie prima citate, ma, con le acque di falda contaminate dall’arsenico, è aumentata per converso, esponenzialmente, l’incidenza di tumori e patologie prima sconosciute. Per ogni guadagno in termini di condizioni di vita, la storia del progresso umano fa segnare pariteticamente un regresso, e anche il Bangladesh non ha fatto eccezione.
In questo contesto territoriale, difficile come pochi altri, il popolo bengalese si è fatto strada nella storia con eroismo e abnegazione. Ai tronfi paladini della “superiorità occidentale”, che in questi giorni, sulla scorta di eventi tragici, suonano le fanfare di Goffredo di Buglione, andrebbe chiesto cosa sarebbe stato dell’Europa e dell’Occidente in genere se questa parte del mondo avesse principiato il suo cammino ascendente, settant’anni fa, nelle stesse condizioni, dagli stessi blocchi di partenza del Bangladesh, in un contesto sovrappopolato, sfruttato e depredato dal colonialismo fino alla metà del sec. XX… Ipotesi certamente calzante, in linea di principio, se non fosse che, naturalmente, esiste un piccolo particolare: a colonizzare, il Bangladesh e non solo, era proprio l’occidente, che oggi dispensa sermoni.
mbanglad Quando parliamo del Bangladesh, occorre riferirci, in primo luogo, alla regione storica del Bengala, nella cui parte orientale si situa la Nazione. Quella occidentale, infatti, si trova sotto la sovranità indiana ed ha visto lo sviluppo impetuoso del “Left Front” guidato dal Partito Comunista Marxista Indiano (CPI–M), che ha comandato negli ultimi trent’anni, pur tra revisioni e processi “governisti” che ne hanno attutito di molto la carica rivoluzionaria. L’esistenza di un Bengala occidentale e di un Bengala orientale, a rompere la primigenia unità della regione, è uno dei frutti avvelenati dell’imperialismo e del colonialismo. Infatti, questa regione ha avuto sempre un alto grado di consapevolezza unitaria sia rispetto a se stessa, sia rispetto alla necessità di una compagine statale indiana forte, potente e rispettata nel mondo. Partiamo dal ‘700. Nel XVIII secolo, il Bengala è retto da governatori autonomi, i Nawab. L’imperialismo inglese, che estende i suoi tentacoli sul subcontinente indiano attraverso la “British East India Company”, questa sovranità intende cancellarla in nome dei suoi loschi interessi. Ecco provocazioni, scontri, fino alla battaglia di Plassey del 1757, in seguito alla quale il dominio anglosassone si afferma e si consolida sul Bengala e su tutta la Penisola indiana. Sotto le ceneri del colonialismo più rapace e sfruttatore, però, ardono le braci della causa nazionale, della ribellione. Calcutta, centro principale del Bengala occidentale, diviene nel 1772 la capitale dell’India britannica, sotto un’amministrazione mista militare–civile. La Città, però, diviene anche, al di là dei crismi dell’ufficialità, il focolare del movimento anticoloniale e antimperialista, una fucina, un crogiolo inesauribile di fermenti di libertà ed emancipazione. Si comincia nell’800, con la grande stagione del Rinascimento bengalese, che valica i confini del ‘900 e vede affermarsi talenti come il poeta Tagore e lo scienziato Satyendra Nata Bose. L’arte, la cultura, la scienza, diventano arene nelle quali lo spirito nazionale indiano, mai sopito, rifulge di vivida luce contro il rullo compressore dell’Union Jack, indicando alle masse oppresse la possibilità di ribaltare una sorte non ineluttabile né irreversibile.
Il XX secolo vede lo sviluppo più impetuoso del movimento di liberazione dal giogo britannico e dai suoi corollari feudali, reazionari, oscurantisti, anacronistici. Tre figure s’impongono: il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru e Subhas Chandra Bose. Il primo viene dalla Penisola del Kathiawar, il secondo da Allahabad, mentre il terzo è bengalese. Il primo opta per la nonviolenza più radicale, il secondo ha una visione progressista, antifascista e democratica che lo collega ai grandi movimenti europei, il terzo è per l’insurrezione armata e non esita a far causa comune anche col Terzo Reich e col Giappone fascista, pur di abbattere la dominazione britannica. Questi tre padri della Patria, ognuno con le proprie contraddizioni, specificità e diversità di scelta, saranno le pietre miliari dell’India indipendente, la quale, però, non nasce senza subire i retaggi di divisione, inquinamento ideologico e morale, settarismo, incoraggiati e voluti dal colonialismo inglese. Il divide et impera di antico, romana memoria, in India è da due secoli un comandamento che potrebbe campeggiare sullo sfondo del Taj Mahal, quasi ad ingemmare beffardamente le sue sontuose cupole. Nel 1947, infatti, avviene la partizione del Paese, in seguito a torbidi e violenze di natura etnico–religiosa. L’unità indiana, che tanti progressisti, nazionalisti democratici e anticolonialisti avevano sognato e perseguito scandendo le tre parole d’ordine “Ittefaq, Etemad, Qurbani” (Unità, Concordia, Sacrificio), viene incrinata. Nasce lo Stato del Pakistan, a maggioranza musulmana, sotto la guida di Mohammed Ali Jinnah. Il Bengala occidentale, con Calcutta, va all’India. In questa regione, che nel 1943 aveva visto una carestia tremenda, le cui responsabilità risiedono nella politica genocida dei britannici, si svilupperà, come abbiamo visto, un forte movimento marxista–leninista e progressista, destinato a durare nel tempo e a diventare egemone nella scena politica, vincendo quasi sempre le tornate elettorali. Il Bengala orientale, invece, viene assegnato al Pakistan, Stato musulmano, a forte impronta confessionale, filoamericano, antisovietico e bastione delle alleanze militari imperialiste nel quadrante asiatico (in primis, la SEATO). Il popolo bengalese si mobilita in massa contro questo stato di cose, araldo com’è di grandi battaglie di libertà, progresso ed emancipazione. I comunisti, che hanno supportato con orgoglio, coerenza e lucidità la causa nazionale, senza mai confonderla con la ricerca di alleanze strumentali in funzione antibritannica, fino alla fine hanno cercato di salvare l’unità del Paese, combattendo la logica settaria ed escludente delle divisioni lungo confini etnico–religiosi, oltretutto quantomai complessi, intricati e discutibili. Questa posizione è molto simile a quella dei democratici e progressisti bengalesi, che si scontrano con l’ottusità e il carattere reazionario del governo pakistano.
Sheikh Mujibur RahmanNegli anni ’50 e ’60, s’impone sulla scena bengalese un’eroica figura di patriota, di combattente antimperialista per la democrazia, i diritti e per profonde trasformazioni sociali: si chiama Sheikh Mujibur Rahman, ha militato nella “Lega Musulmana del Bengala” ed è poi entrato a far parte della “Lega Musulmana Awami”, fondata da Hasan Shaheed Suhrawardy, da Maulana Bashani ed altri, con un programma fortemente innovativo, anti–feudale e socialista. Il carattere progressista e anticonfessionale della Lega verrà sottolineato ancor più agli inizi degli anni ’60, quando Mujibur, succeduto a Suhrawardy nella conduzione del movimento, ne muta il nome, togliendo ogni riferimento religioso, in “Lega Awami”. Contro un Pakistan sempre più retrivo, chiuso e centralista, la “Lega Awami” si erge a paladina delle prerogative bengalesi e propone vaste, radicali riforme, che cementano la popolazione attorno a parole d’ordine comuni alle masse oppresse e sfruttate, a prescindere dalle appartenenze confessionali. Questo elemento rappresenta un pericolo enorme per chi ha puntato e punta sulla divisione, sugli scontri, sulle ostilità reciproche per consolidare il suo potere. Nel 1966, ad una conferenza dei partiti di opposizione a Lahore, Mujibur lancia la piattaforma dei “Sei Punti” , intitolata “Our Charter of Survival” (La nostra Carta della sopravvivenza), imperniata attorno a richieste di sano federalismo, di formazione di una milizia bengalese, di equa ripartizione e gestione delle risorse. Un programma accattivante, coinvolgente, che riunisce attorno alla Lega Awami tutti i progressisti del Bengala orientale. Nel quadriennio successivo, i consensi alla “Lega Awami” crescono esponenzialmente e il potere centrale pakistano reagisce con repressioni, violenze, misure liberticide. Rahman viene arrestato e poi rilasciato, assieme ad altri, in seguito ad un processo farsa per la cosiddetta “Cospirazione di Agartala”, col quale si accusano il leader bengalese ed altri di aver cospirato contro il Pakistan in combutta con l’India. L’onda impetuosa della riscossa bengalese, però, non si arresta e nel 1970 la “Lega Awami” vince alla grande, conquistando 167 dei 169 seggi dell’Assemblea Nazionale destinati al Pakistan dell’Est (nome col quale viene chiamato il Bengala orientale, futuro Bangladesh). I militari pakistani, cani da guardia dell’ordine imperialista, non intendono mollare la presa, riconoscendo democraticamente il risultato elettorale, e così intervengono per buttare tutto a carte quarantotto, accendendo la fiamma della Guerra di Liberazione Nazionale Bengalese.
Il popolo, sotto le parole d’ordine delle formazioni progressiste, “Lega Awami” e “Partito Comunista” in testa, insorge e, con l’aiuto fraterno dell’India non allineata, ottiene l’indipendenza. E’ il 1971 e nasce il Bangladesh sovrano e indipendente sotto la guida saggia e coraggiosa di Sheikh Mujibur Rahman. Molti sono i problemi da risolvere e tutti spinosissimi, creati dalla dominazione coloniale prima e dal centralismo predatorio pakistano poi. Occorre partire da zero, in un Paese con una densità di popolazione elevatissima, la più elevata al mondo, poche risorse e fattori climatici oltremodo penalizzanti. Mujibur, appoggiandosi non solo alla sua Lega, ma anche al Partito Comunista, che ha rappresentato l’altra avanguardia del movimento nazionale democratico, con militanti coraggiosi che hanno sacrificato la vita per la causa suprema della liberazione, attua una politica di nazionalizzazioni, riforme agrarie e redistribuzione della ricchezza che, pur tra sabotaggi scientificamente pianificati da parte dei settori reazionari, riesce a ravvivare l’economia del Bengala orientale come mai era avvenuto prima. Bisogna ricordare che l’esercito pakistano, prima di venir sconfitto sul campo, ha devastato la gran parte della regione bengalese–orientale. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, ovvero il “Time Magazine” statunitense del 17 gennaio 1972, parla di 6 milioni di case distrutte, di 1400000 famiglie contadine lasciate senza sementi e senza attrezzi, di un paesaggio, in alcuni luoghi, simile a quello di uno spazio che abbia conosciuto un’esplosione nucleare. Quasi ovunque mancano mezzi di locomozione funzionanti e tutte le auto private sono state distrutte o imbarcate e portate via. Vi sono poi i poveri, i rifugiati, i fuggitivi, con flussi da esodo biblico. Questo lo scenario, alla nascita dello Stato del Bangladesh . Ecco perché l’opera del primo governo di Mujibur Rahman ha del miracoloso: in un contesto che rasenta l’impossibilità operativa, si riesce a dare impulso al potere d’acquisto delle masse, alla piccola e media impresa, alla rimozione degli ostacoli feudali–clientelari–parassitari che hanno costituito l’ordito della trama dominatrice coloniale prima e neocoloniale poi. Senza la nazionalizzazione delle grandi industrie, la lotta contro il feudalesimo e le vecchie concezioni sociali, il Bangladesh non avrebbe potuto alzarsi sulle sue gambe e iniziare il suo cammino.
bangladesh traduzioni, asseverazioni, legalizzazioni Fino al 1974, le cose sembrano marciare spedite, ma i pericoli e le trame sono sempre dietro l’angolo. Approfittando delle difficoltà create da una tremenda siccità e da successive, implacabili piogge con inondazioni e calamità, i settori di destra cominciano ad architettare un golpe contro Mujibur. Si utilizza strumentalmente la questione della carestia per abbattere il governo progressista, come se carestie e fame non fossero state la costante della storia del Paese da secoli e come se il numero dei decessi sia anche stavolta da olocausto, quando invece i dati dimostrano che, nonostante l’ecatombe, la Nazione ha retto come non mai allo sconquasso, con appena 30000 morti di cui la gran parte per le inondazioni(in India, le carestie made in England avevano portato via ogni volta milioni e milioni di persone e il ciclone del 1970, venuto assieme ai militari pakistani, aveva mietuto 300000 vittime almeno). Senza la risposta autorevole del governo, la decisione nell’affrontare le questioni, la vicinanza alle classi popolari, le tremende calamità atmosferiche avrebbero potuto causare milioni, non migliaia, di decessi. Tant’è, i settori reazionari, irritati dalla sicurezza e dalla sollecitudine di Mujibur per il popolo, nonché dal suo tentativo di consolidare la compagine esecutiva, ricorrendo legittimamente ai “bastioni” difensivi sanciti nel corpus legislativo-costituzionale, nel 1975 attuano il golpe che porta al suo allontanamento. La regia è tutta statunitense, con la CIA che offre addestramento, armi, finanziamenti e pianifica gli obiettivi da colpire; gli esecutori, e solo essi, sono locali. Dopo varie vicissitudini, a prendere il timone del Paese è, nel 1977, il Generale Ziaur Rahman, legato a doppio filo all’imperialismo. Con lui, le controriforme reazionarie, dettate dalle centrali del capitalismo e della finanza, saranno protagoniste della scena politica, tra l’ostilità generale del popolo, che a causa della repressione feroce di ogni fermento democratico si manifesta solo in modo debole, con la resistenza passiva, ove possibile, e con l’episodico accendersi di focolai di rivolta. A partire dal 1982, a proseguire e anzi a rendere più spietata l’opera di normalizzazione e restaurazione, è il generale Ershad. E’ in questo periodo che il Bangladesh comincia a diventare centro attrattore di imprese straniere desiderose di sfruttare per quattro soldi il lavoro di centinaia di migliaia di operai, anche e soprattutto bambini e adolescenti, prima protetti da legislazioni rigide e severe e ora, eliminato o ridimensionato il lascito di Mujibur Rahman, esposti al liberismo più spietato e selvaggio. Con l’inizio degli anni ’90 e la fine della contrapposizione tra occidente capitalista e campo socialista, il Paese viene traghettato verso la democrazia borghese: tramonta l’epoca delle dittature militari e si ripristina la funzionalità delle istituzioni rappresentative, con la “Lega Awami” che riconquista peso e vince anche la tornata elettorale del 1996. Una magra consolazione: ormai tutti i programmi politici sono annacquati, omologati al pensiero unico del mercato, con poche lodevolissime eccezioni (le formazioni comuniste rientrano in questo novero). Il liberismo, i dettami del FMI e della BANCA MONDIALE distruggono ogni parvenza di industria nazionale solida e indipendente, ogni ambito pubblico sottratto a logiche mercantili di speculazione, ogni controllo reale sulle risorse del Paese. La corruzione è padrona della scena, senza quasi soluzione di continuità. La popolazione, da sempre ostile ad ogni integralismo e fedele ai principi progressisti, democratici, rivoluzionari, viene intimidita, ricattata, costretta ad arrendersi alla sfiducia. Alla lunga, questo stato di cose, negli anni 2000, genera una risposta pericolosa e irta di rischi non solo per il subcontinente indiano: in un Paese di oltre 100 milioni di abitanti, la stella del fondamentalismo finisce col diventare, da reietta che era, sempre più attraente. Un vero e proprio rifugio/binario morto, sapientemente allestito dalle centrali imperialiste e reazionarie, per un ribellismo che, se non trovasse quella valvola di sfogo, finirebbe per rivolgersi di nuovo a movimenti progressisti, democratici, antimperialisti corroborati, negli ultimi anni, da una visione eurasiatica capace di porre fine all’unipolarismo atlantico.
L’ISIS bengalese è dunque servito sul piatto, nel solito gioco dello scontro di civiltà che maschera ingiustizie sociali macroscopiche e distruzione della sovranità degli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con la strage di Dakha (Dacca), dinanzi alla quale i media asserviti sono caduti dal pero, fingendo d’ignorare una realtà che ci parla, ancora una volta, delle trame dell’imperialismo per salvare se stesso dal crollo imminente. Il tutto trascinando nel baratro, se necessario, il mondo intero, in una deflagrazione che risulta assai facile provocare anche con qualche fiammella, quando si è cosparso il prato del pianeta della benzina dell’odio confessionale.21_river_flooding_management_issues

Come la Russia contribuì alla ricostruzione del Bangladesh neo-indipendente
Ajay Kamalakaran, RBTH, 6 luglio 2016

Dallo sminamento del porto di Chittagong alla concessione di borse di studio agli studenti universitari e alla costruzione di centrali elettriche che ancora provvedono a un quarto della produzione totale del Paese, la Russia ha giocato un ruolo importante nell’aiutare il Bangladesh a riprendersi dopo che il Paese dell’Asia meridionale divenne indipendente.SAM_1079Gli storici del Bangladesh elogiano in modo incandescente l’URSS per aver usato il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la guerra d’indipendenza del Paese nel 1971. Mentre Stati Uniti ed alleati ignorarono il genocidio perpetrato dal Pakistan, che uccise tre milioni di bengalesi, e cercarono d’imporre al Consiglio di Sicurezza una mozione contro l’India per aver iniziato la guerra, Mosca sostenne in modo deciso l’alleata New Delhi e la causa del Bangladesh indipendente. La Russia era pronta ad usare la Flotta del Pacifico in aiuto dell’India durante la guerra, se gli Stati Uniti avessero inviato la loro Settima Flotta nel Golfo del Bengala. Una volta che il Bangladesh fu indipendente, l’URSS contribuì a fare entrare il Paese nelle Nazioni Unite. Tuttavia, il sostegno russo al Paese impoverito andò ben oltre l’aiuto politico, dice Fazlur Rashid, che nel 1977 ebbe una borsa di studio per studiare nella futura Patrice Lumumba University di Mosca (ora Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia). “I russi ci aiutarono immensamente nella ricostruzione del nostro Paese, distrutto dalla guerra“, dice Rashid. “Ho anche visto i marinai russi venuti a sminare il porto di Chittagong“.

Lo sminamento del porto di Chittagong
L’operazione di sminamento durata due anni iniziò nel 1972. 800 marinai, per lo più dalla Flotta del Pacifico, vissero a Chittagong per tutta l’operazione. Operai e subacquei lavorarono senza sosta, mettendo a rischio la vita. 12 dei 18 moli del porto furono distrutti dalla guerra e più di 40 imbarcazioni affondate nei pressi del porto. “Anche la via di accesso al porto era minato“, spiega Rashid. Un libro di memorie di VP Kazurin e VA Molchanov intitolato ‘Il porto di Chittagong ritorna in vita’ descrive le difficoltà affrontate dai russi. Secondo il libro, i marinai affrontarono cattive condizioni di vita, tempeste, forti correnti, calore estremo e quasi invisibilità nelle acque limacciose. La squadra russa guidata dal Contrammiraglio Stanislav Zuenko ristrutturò completamente il porto ed anche addestrò il personale del Bangladesh. Il porto di Chittagong iniziò a funzionare tre mesi dopo lo sminamento russo, e nel giro di due anni le operazioni mensili superarono i livelli pre-bellici. Jurij Redkin, marinaio ventenne, fu l’unico caduto russo nelle operazioni di sminamento. Fu sepolto in quella che oggi è l’Accademia Navale del Bangladesh. “La nostra giovane repubblica si troverebbe in una posizione estremamente difficile se i marinai sovietici non ci avessero aiutato“, disse Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore del Bangladesh,  alla cerimonia di addio ai marinai. “Ringrazio tutti i marinai sovietici per l’enorme lavoro di restauro del porto di Chittagong eseguito nonostante le difficili condizioni climatiche e di vita“.SAM_1058Centrali elettriche
Nel 2016 quasi un quarto dell’energia elettrica totale del Bangladesh proviene ancora dalle centrali elettriche Siddhirganj e Ghorasal costruite dall’Unione Sovietica a metà degli anni ’70. “Numerosi bengalesi inizialmente impiegati nelle centrali erano studenti accolti dall’Università Lumumba nel 1975“, dice Aniruddha Ganguly, impiegato in pensione della centrale di Siddhirganj. “La formazione di alta qualità che avemmo era totalmente gratuita“. In media 500 studenti provenienti dal Bangladesh ebbero borse di studio ogni anno per studiare in URSS fino primi anni ’90. Fazlur Rashid lavorò  nella centrale di Ghorasal. “Le strutture più vecchie dell’impianto furono rinnovate da una società statale russa poco prima che andassi in pensione nel 2008″, dice. “Queste centrali furono costruite per durare e sono fondamentali per il Bangladesh“. La Russia continua ad essere un attore importante nel settore energetico del Bangladesh. Una filiale di Rosatom progetterà e costruirà due unità nucleari da 1200 MW a Rooppur. Il lavoro dovrebbe cominciare nel 2017 e i reattori divenire attivi entro il 2020. Altre importanti società russe sono presenti n Bangladesh. Gazprom sviluppa 10 giacimenti gasiferi della PetroBangla Corporation. “C’è ancora molta buona volontà verso la Russia in Bangladesh e i russi devono approfittarne per sfruttare le possibilità del Paese“, dice Rashid.New2x120Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.287 follower