Un F-35A s’incendia in una base dell’Idaho

Sputnik 24/09/2016flanking-f-35sUn caccia F-35A s’è incendiato sulla Mountain Home Air Force Base, nello Stato dell’Idaho, informava l’US Air Force. “Il pilota è dovuto uscire dal velivolo all’avviamento del motore a causa dell’incendio a poppavia del velivolo“, dichiarava il portavoce dell’US Air Force capitano Mark Graff in una dichiarazione scritta fornita a Defense News. L’incidente è avvenuto verso mezzogiorno del 23 settembre. Secondo Graff, l’incendio è stato rapidamente spento e non ci sono stati feriti gravi. “Come misura precauzionale, quattro tecnici della 61.ma Unità di manutenzione, tre avieri del 366° Gruppo di manutenzione e un pilota del 61° Squadrone da caccia sono stati portati nel centro medico della base per una diagnosi”, dichiarava Graff. La causa dell’incendio viene indagata. Secondo Defense News, vi sono attualmente 7 F-35A della Luke Air Force Base, in Arizona, schierati nella Mountain Home AF Base per le manovre superficie-aria del 10-24 settembre.

La Cina presenta un nuovo radar in grado di rilevare bersagli ‘invisibili’ a 100 km di distanza
South Front 23/09/2016

868china-electronics-technology-group-corporation-no-8-research-instituteUna compagnia tecnologica militare cinese ha annunciato la creazione di un nuovo radar in grado di rilevare aerei invisibili ad una distanza di 100 km.
Questa settimana, i fisici di tutto il mondo sono stati scioccati dalla China Electronics Technology Group Corporation (CETC), avanzata compagnia tecnologica militare cinese che annunciava la creazione di un nuovo tipo di radar in grado di rilevare gli aerei invisibili ad una distanza di 100 km. Un fenomeno spettrale, noto come correlazione quantistica, che Albert Einstein soprannominò ‘azione spettrale a distanza’, è alla base della nuova apparecchiatura. Secondo la CETC, obiettivi a 100 km di distanza venivano individuati dai fotoni correlati del nuovo sistema radar, in un recente test sul campo, con un raggio di azione 5 volte maggiore dei prototipi di laboratorio sviluppati dai ricercatori di Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania l’anno scorso. Il fisico dell’Università di Nanjing, Professor Ma Xiaosong, che ha studiato il radar quantistico, ha detto di non aver “mai visto nulla di simile su un rapporto pubblico“. Secondo l’esperto, la portata effettiva del nuovo radar potrebbe essere ancora maggiore di quanto annunciato dalla CETC. “I dati dei documenti declassificati di solito riducono le reali prestazioni“, aveva detto. “L’annuncio è divenuto virale nella comunità della ricerca radar“. Secondo la CETC, il vantaggio del radar quantistico non si limita alla rilevazione degli aerei stealth. Come dichiara sul sito la compagnia, una “completamente nuova area di ricerca” si è aperta con le prove sul campo, così come è stato scoperto il possibile sviluppo di sistemi radar altamente mobili e sensibili capaci di affrontare i combattimenti più impegnativi. Il produttore ha anche osservato che i sistemi radar quantistici potranno essere molto piccoli e capaci di eludere le contromisure del nemico, come missili anti-radar, perché la correlazione quantistica spettrale non è rintracciabile. Secondo quanto riferito, la Defence Advanced Research Projects Agency degli Stati Uniti (DARPA) ha finanziato ricerche simili, e sistemi radar quantistici militari sono in fase di sviluppo da parte delle aziende belliche degli Stati Uniti come Lockheed Martin. Ma l’avanzamento di tali progetti militari è ancora sconosciuto.chinese-kj-500-airborne-early-warning-and-control-system-aewc-aircraft-kj-500-aewc-is-based-on-y-9-transport-pakistan-air-force-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Myanmar decide

Sofia Pale, New Eastern Outlook 18/9/2016a4170360-684a-11e6-87bc-57ed402b26b2_1280x720Nell’agosto 2016 la ministra degli Esteri del Myanmar e Consigliere di Stato (al vertice del governo), Aung San Suu Kyi visitava la Cina. Era la prima nella Repubblica Popolare Cinese nel nuovo ruolo, ottenuto con la vittoria del proprio partito, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), nelle elezioni parlamentari del 2015. Allora fu sollevata la seguente questione: quale politica estera sceglierà il “nuovo” Myanmar, filo-americana o filo-cinese? Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione democratica al governo militare che era al potere nel Paese dal 1988, una combattente per i diritti umani e vincitrice del Nobel pezzo Premio del 1991, sembrava una figura filo-occidentale in quei giorni. Eppure, che ci crediate o no, in Cina è quotata piuttosto bene. Essendo una politica pragmatica, aveva de sempre compreso l’importanza delle relazioni tra Myanmar e Cina, contribuendone allo sviluppo con tutte le forze, a volte rischiando la reputazione di difensore dei diritti umani. Ad esempio, nel 2013, Aung San Suu Kyi a capo della commissione parlamentare che indagava sul caso della società cinese Wanbao, accusata di confiscare illegalmente terre dei cittadini del Myanmar per sviluppare una miniera di rame. In quel caso, Aung San Suu Kyi diede il permesso affinché Wanbao continuasse le attività. Pechino apprezzò il favore. I media cinesi pubblicarono numerosi commenti positivi sulla leader dell’opposizione del Myanmar e l’NLD vinse le elezioni del 2015 con il chiaro sostegno della Cina. Così, quando Aung San Suu Kyi è salita al potere, aveva il sostegno di Stati Uniti e Cina. Doveva sfruttare il passaggio tra questi due estremi, per il massimo vantaggio del Myanmar. Il fatto che il primo Paese visitato dalla nuova Consigliera di Stato fosse la Cina, che non è membro dell’ASEAN, evidenzierebbe la decisione presa. Va inoltre notato che il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi visitò il Myanmar il 5 aprile 2016, cinque giorni dopo la cerimonia di giuramento del nuovo governo del Myanmar dell’NLD. Fu il primo ministro degli Esteri a visitare il Myanmar dopo questo importante evento. Ciò testimonia come il Myanmar non solo si appoggi alla Repubblica popolare cinese, ma che la Cina sia interessata a sviluppare rapporti con questo Stato. Non sorprende: risorse naturali e posizione geografica del Myanmar ne fanno un territorio d’importanza strategica per la Cina, che prevede di ridurre la dipendenza dalle petroliere che passano lo stretto congestionato e pericoloso di Malacca. Il Myanmar ha ampie risorse di idrocarburi, e il suo territorio è utilizzato per il trasporto di petrolio dal Medio Oriente e del gas dai porti sull’Oceano Indiano. La Cina ha investito nell’industria e nelle infrastrutture petrolifere e gasifere del Myanmar da anni. Vi costruisce gasdotti e porti e finanzia diversi progetti. Negli ultimi 20 anni la Cina è il principale investitore nell’economia del Myanmar, per decine di miliardi di dollari. Il fatturato commerciale tra i due Paesi ha raggiunto il picco nel 2015, per 20 miliardi di dollari. Va inoltre osservato che fino a poco prima (2010-2011), il Myanmar era sotto le sanzioni occidentali, contribuendo allo sviluppo delle relazioni con la Cina. Ora che un nuovo governo democratico è al potere, le società occidentali cominciano ad aver maggiore interesse sugli investimenti in vari progetti in Myanmar. Tuttavia, il Paese è già abituato a trattare con la Cina ed è tradizionalmente poco fiducioso verso i Paesi occidentali. Inoltre, il Myanmar è ora aperto agli investitori stranieri (oltre la Cina, Singapore, Thailandia, Hong Kong e Gran Bretagna sono tra i più significativi). Nonostante nulla impedisca alle imprese statunitensi d’investire nel Paese, vi è un altro fattore, il più importante tenendo conto degli interessi strategici, la Cina è pronta ad investire in Myanmar più di chiunque altro. Ciò supera tutti i fattori politici e culturali. Gli Stati Uniti, che hanno sostenuto NLD e Aung San Suu Kyi per molti anni, potranno sicuramente ricevere una calda accoglienza e varie preferenze in Myanmar, ma nel Paese possono contare solo sul secondo posto, la Cina sarà ancora prima. L’influenza statunitense in Myanmar può influenzarne i vari e talvolta poco chiari interessi militari e politici, ma la Cina mette al primo posto la sicurezza energetica, il che significa che è pronta ad assegnarvi più fondi.
Va notato che a fianco delle finanze, la Cina ha ancora una leva sul Myanmar, ancora più solida: i gruppi separatisti contro cui il governo del Myanmar ha combattuto per molti anni. La guerra civile ha devastato il Paese per 60 anni, dovuta al confronto tra governo e milizie comuniste. La guerra interessava varie minoranze etniche del Myanmar, che continuarono la lotta armata contro le forze di governo molti anni dopo la sconfitta dei comunisti e la loro deportazione in Cina. Durante la guerra, la guerriglia comunista e i suoi alleati, le bande etniche, apprezzarono il sostegno segreto della Repubblica Popolare Cinese. La guerra si esaurì con la Costituzione del 2008, che rispetta gli interessi di tutti i gruppi etnici fornendogli un’ampia autonomia. Ogni gruppo etnico ha l’opportunità di avere un partito rappresentato nel governo del Myanmar, mentre le forze armate illegali sono state amnistiate e arruolate nell’esercito del Myanmar. Tuttavia, piccoli conflitti continuano di tanto in tanto. Secondo alcune fonti, la maggior parte dei separatisti è strettamente legata alla Cina. Va ricordato che i territori vicino al confine cinese sono i più travagliati. Inoltre, le bande etniche delle minoranze nazionali del Myanmar sostengono di agire per conto dei cinesi. Nel 2015, le autorità del Myanmar riferirono ufficialmente che i separatisti cinesi nello Stato Shan venivano aiutati dalla Cina. Ciò deteriorò le relazioni del governo di allora con la Cina, e potrebbe aver contribuito al sostegno di Pechino all’opposizione nelle elezioni. Alcuni funzionari annunciarono che la Cina aveva usato l’influenza tra i separatisti per sabotare i colloqui di pace tra loro e l’allora governo del Myanmar. Ciò accadde poco prima delle elezioni del 2015, danneggiando gravemente la popolarità della leadership del Myanmar, uno dei motivi della sconfitta.
E’ probabile che la Cina intenda utilizzare i contatti con i ribelli per influenzare il nuovo governo del Myanmar. Secondo Aung San Suu Kyi, avrebbe discusso solo di questioni economiche con la leadership cinese durante la visita di agosto. Va ricordato che il 31 agosto 2016, subito dopo la visita in Cina, la Conferenza di pace di Naypyidaw iniziava, dove si riunivano i rappresentanti di tutti i gruppi etnici del Myanmar per discutere la nuova struttura federale del Paese e altri problemi che turbavano la coesistenza pacifica da molti anni. La presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon alla conferenza la dice lunga sull’importanza dell’evento. Se una pace stabile viene raggiunta da questa conferenza in Myanmar, sarà la maggiore vittoria di Aung San Suu Kyi e del suo governo, e il traguardo più importante nella storia del Myanmar. Si può supporre che la conferenza subito cominciata fosse la principale questione discussa tra il capo del governo del Myanmar e i suoi colleghi cinesi, tra cui le concessioni che il Myanmar doveva fare alla Cina affinché i ribelli filo-cinesi “si comportino bene” senza sabotare i colloqui, come nel 2015. La lotta tra Cina e Stati Uniti per l’influenza nella regione Asia-Pacifico è in corso da molti anni. Ogni Paese della regione è al centro del confronto. Sul Myanmar, Washington ovviamente perde, dato che ora dipende dalla buona volontà della Repubblica Popolare Cinese in molti modi.cqiylqkxgaadchxSofia Pale, PhD, ricercatrice del Centro per il Sud-Est asiatico, Australia e Oceania dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze della Russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Russia formano una nuova alleanza antiterrorismo in Siria

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 22/09/20161044729422Gli Stati Uniti sono venuti meno ai loro impegni sull’accordo Russia-USA per la cessazione delle ostilità in Siria. Il 19 settembre, le forze governative siriane dichiaravano di ritirarsi dall’accordo date le molteplici violazioni dei terroristi filo-Stati Uniti. Il 17 settembre, la coalizione degli Stati Uniti attaccava le forze governative siriane nei pressi di Dayr al-Zur, una grave violazione dell’accordo. L’incapacità di rispettare l’accordo ha messo in dubbio la credibilità degli Stati Uniti suscitando la questione del futuro ruolo degli USA nel consolidamento della pace post-conflitto. Con la Turchia, alleata degli Stati Uniti nella NATO, che bada ai propri fatti e i ribelli appoggiati dagli USA che insultano le forze speciali statunitensi, il peso degli Stati Uniti in Siria sembra essere tutt’altro che serio. Con la credibilità seriamente danneggiata, gli USA difficilmente saranno più visti come partner affidabili. Gli Stati Uniti non sono certamente l’unico attore in campo. Con il governo di Bashar Assad saldamente al potere, la sistemazione del dopoguerra non appare più un sogno irrealizzabile, ma Washington difficilmente potrà decidervi. Con un importante cambio politico, la Cina ha lanciato il perno sul Medio Oriente volto ad aumentarne il coinvolgimento regionale, fornendo addestramento militare e aiuti umanitari alla Siria. Ad aprile, la Cina nominava un inviato speciale a Damasco per lavorare alla soluzione pacifica del conflitto. Prima dell’assegnazione ad inviato cinese, Xie Xiaoyan elogiava “il ruolo militare della Russia nella guerra, e ha detto che la comunità internazionale deve lavorare di più per sconfiggere il terrorismo nella regione”. Il 14 agosto, il Contrammiraglio Guan Youfei, a Capo dell’Ufficio per la Cooperazione militare internazionale della Commissione centrale militare che sovrintende ai 2,3 milioni di effettivi delle Forze Armate della Cina, visitava la Siria incontrando il Ministro della Difesa siriano Fahd Jasim al-Furayj e il Tenente-Generale Sergej Chvarkov, a capo della missione di monitoraggio del cessate il fuoco in Siria, così come i vertici russi della base militare di Humaymim sulle coste siriane. La visita segna una tappa importante dell’allineamento di Pechino sul conflitto. Durante la visita, Cina e Siria annunciavano l’intenzione di aumentare la cooperazione militare, compresi addestramento e aiuti umanitari, indicando un maggiore sostegno cinese a Damasco. E’ la prima visita pubblica di un alto ufficiale cinese nel Paese da quando le Forze Armate russe hanno lanciato le operazioni in Siria lo scorso settembre. Secondo il Global Times, pubblicato dal Quotidiano del Popolo del Partito Comunista Cinese, Pechino aveva già schierato consiglieri speciali e personale militare in Siria alla visita storica e fornito all’Esercito arabo siriano fucili di precisione e lanciamissili. Senza dubbio, la visita è stata un pugno diplomatico a un occhio degli Stati Uniti tra crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
L’ingresso cinese nella guerra è dovuto al crescente numero di terroristi uiguri che combattono con i terroristi nel nord della Siria. Il Contrammiraglio Guan Youfei aveva detto oltre 200 uiguri attualmente combattono in Siria. La Cina vuole processarli o sterminarli sui campi di battaglia siriani. Le sue preoccupazioni sono giustificate. Oggi c’è un quartiere uiguro a Raqqah, e il gruppo Stato islamico (SIIL) pubblica un giornale per i suoi membri. Inoltre, la stabilità geostrategica in Medio Oriente è importante per l’attuazione della strategia cinese “Fascia e Via” volta a facilitare la connettività economica eurasiatica sviluppando una rete di infrastrutture e rotte commerciali che colleghino la Cina ad Asia meridionale e centrale, Medio Oriente ed Europa. L’attuale frattura del Medio Oriente, dovuta alla crisi siriana, ostacola gli sforzi per attuare questo progetto. L’anno scorso, la Cina modificava la legislazione nazionale per consentire il dispiegamento delle forze di sicurezza all’estero nell’ambito dell’antiterrorismo. La Cina può giocare un ruolo chiave nella ripresa economica dopo il conflitto in Siria. Nonostante la guerra, la China National Petroleum Corporation detiene ancora azioni dei due maggiori produttori di petrolio della Siria: Syrian Petroleum Company e al-Furat Petroleum Company, mentre Sinochem detiene anche quote sostanziali di vari campi petroliferi siriani. A dicembre, la Cina offriva alla Siria 6 miliardi di dollari di investimenti oltre ai 10 miliardi dei contratti esistenti, oltre che un grande accordo tra il governo siriano e il gigante delle telecomunicazioni cinesi Huawei per ricostruire le infrastrutture delle telecomunicazioni della Siria nell’ambito dell’iniziativa infrastrutturale della Via della Seta cinese da 900 miliardi di dollari. A marzo il Presidente siriano Bashar Assad disse che Russia, Iran e Cina avranno la priorità nei piani di ricostruzione del dopoguerra.
La Cina non è l’unica potenza mondiale ad incrementare i contatti con il governo della Siria. Il 20 agosto, solo sei giorni dopo i colloqui dell’alto ufficiale cinese con i funzionari del governo della Siria e i comandanti russi, il Ministro degli Esteri indiano Mobasher Jawed Akbar visitava Damasco per dimostrare il sostegno dell’India al governo siriano nel conflitto. I due Paesi hanno deciso di aggiornare le consultazioni sulla sicurezza. Il Presidente siriano Bashar al-Assad ha invitato l’India a svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione dell’economia siriana. Va notato che il recente incontro trilaterale dei Presidenti di Russia, Iran e Azerbaigian ha dato nuovo impulso alla realizzazione del progetto dei trasporti nord-sud. La Siria si trova in prossimità di questo corridoio che, secondo i piani, sarà il centro per l’integrazione della vasta regione comprendente Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale, Russia e Nord Europa, con l’India che aderisce al progetto. Russia, Cina e India godono di buone relazioni con l’Iran, grande potenza regionale coinvolta nel conflitto della Siria. Su scala regionale, la collaborazione dei grandi Paesi indica come, in futuro, un’entità antiterrorismo regionale o addirittura un blocco militare indipendente dagli Stati Uniti potrebbe emergere contrastando la minaccia del terrorismo.

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La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo ICBM russo ‘Sarmat’ sarà il “figlio di Satan”

Dettagli sulla nuova arma e perché la Russia la vuole
Viktor Litovkin, RIR, 21 settembre 2016
53t6Il test di lancio del primo stadio del ‘Sarmat‘, nuovo missile balistico intercontinentale (ICBM), che entrerà in servizio nei primi anni 2020, è appena finito. Le caratteristiche tecniche dell’arma sono classificate “top secret”. Abbiamo ottenuto informazioni dai produttori e da conversazioni con gli esperti militari. Va sottolineato che attualmente si lavora su progettazione e sviluppo del missile, e quando sarà adottato, sarà oggetto di varie modifiche.

Cos’è il “Sarmat
E’ un missile intercontinentale pesante a propellente liquido dal nome in codice MS-28. Il peso totale è di 100 tonnellate e quello della testata di 10 tonnellate. Dovrebbe entrare in servizio nelle Forze Strategiche Missilistiche russe dal 2020 sostituendo l’R-32M2 “Voevoda“, il più formidabile missile strategico del mondo (SS-18 ‘Satan’ secondo la classificazione NATO), che pesa 211 tonnellate e ha una testata da 8,8 tonnellate. Ciò che differenzia il ‘Sarmat‘ dal predecessore non è solo il peso molto più leggero, ma anche un’autonomia di volo maggiore. Se il “Satan” ha una gittata di 11000 km, il “Sarmat” ne avrà una di 17000 km. I progettisti prevedono che volerà sul bersaglio anche dal Polo Sud, dove nessuno se l’aspetta e non c’è uno scudo antimissile in costruzione. Inoltre, il “Sarmat” avrà almeno 15 testate nucleari MIRV invece che 10, seguendo il principio della “gragnuola di colpi”, ciascuno dalla potenza di 150-300 chilotoni, che si distacca da questa “gragnuola” quando raggiunge l’obiettivo programmato, volando sul bersaglio a velocità ipersonica (superiore a Mach 5), cambiando rotta e quota in modo da non essere intercettato da qualsiasi sistema di difesa missilistica, attuale o futuro, anche se basato su satelliti. “Al Sarmat“, dicono i progettisti, “non importa se vi è un sistema di difesa missilistico o meno. Non se ne accorgerà“.

Quanti “Sarmat” ci saranno
Rimarranno almeno 154 silo dei “Voevoda” (altri 154 verranno fatti esplodere su richiesta dello START-1). Non tutti avranno un nuovo missile, ma il numero dovrebbe rientrare nei parametri del Trattato START-3 che prevede che Russia e Stati Uniti abbiano 700 vettori e 1550 testate nucleari ognuno entro il 5 febbraio 2018. Ricordiamo che ogni “Sarmat” dovrebbe avere 15 testate e ad oggi, secondo i dati disponibili, la Russia ha 521 vettori con 1735 testate. Gli Stati Uniti 741 e 1481 rispettivamente. Il Trattato START-3 può essere esteso dopo il termine del 2021, con il consenso delle parti, per altri cinque anni. Se ciò accadesse, è ovvio che in un primo momento ci sarà probabilmente un minor numero di missili classe “Sarmat” rispetto ai “Voevoda“. A parte il “Sarmat” abbiamo altri vettori, come missili terrestri e navali e bombardieri strategici.

Perché abbiamo bisogno del “Sarmat”
Da un lato, la risposta è ovvia: per contenere un probabile o potenziale aggressore, nonché per sostituire i “Voevoda“, che alla fine dello START-3 avranno terminato l’operatività. Dall’altra parte, secondo il Generale-Maggiore Vladimir Dvorkin, dottore in scienze tecniche e ricercatore presso l’Istituto di Economia Mondiale e Relazioni Internazionali (IMEMO) dell’Accademia delle Scienze Russa, “per risolvere questo problema i complessi missilistici strategici mobili a propellente solido come Topol-M, Jars, Rubezh e futuro sistema missilistico ferroviario Barguzin saranno sufficienti. Il “Sarmat” nei silos dei “Voevoda” è un buon obiettivo del primo colpo del nemico. Non saremo mai i primi a colpire con un missile nucleare“, dice Dvorkin, “anche se questa possibilità viene registrata dalla nostra dottrina militare“. Il Colonnello-Generale Viktor Esin è d’accordo con il collega, ma non del tutto: “No, non saremo i primi a colpire con un missile nucleare. Tuttavia il “Sarmat” non è destinato a ciò, ma all’attacco di rappresaglia. Possiamo farlo fintanto che i missili del nemico volano verso di noi. Un probabile o potenziale nemico lo sa, per questo il “Sarmat”, così come altri sistemi di difesa, garantiranno la nostra sicurezza”.4d42027279217abb71caf08b62c93385

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO – L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013

Il macabro gioco delle fosse comuni: il Caso di Kirov. Prove tecniche di rinnovato anti-sovietismo?

Luca Baldelli

b31bed37eeaee7b8d9d5f1b4331554acLa scoperta di una fossa comune nei pressi di Kirov, a 900 kmda Mosca, con resti di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e rumeni (ovvero appartenenti ad eserciti alleati nel quadro dell’Asse nazifascista), pare proprio giungere propizia, per i circoli borghesi e reazionari, nel momento in cui la macroscopica bufala di Katyn, pompata da tutta la stampa anticomunista, antisovietica ed antirussa, mostra sempre più crepe. Il lavoro del compianto compagno Viktor Iljukhin, deputato comunista che per primo svelò, alla Duma, le falsificazioni operate sui documenti riguardanti la storia dell’URSS da parte di un gruppo formato da storici, militari e archivisti, ha aperto le porte ad una generale “controrevisione” di versioni su fatti e avvenimenti storici accreditate come insindacabili dopo la caduta del Muro antifascista e antimperialista di Berlino, e dopo l’ammainamento della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Non solo si è aperto uno squarcio di luce prezioso sul periodo staliniano, con il ridimensionamento delle cifre, oltremodo gonfiate, su “repressi” e giustiziati dal 1924 al 1953 in tempo di pace, ma con un’analisi scrupolosa, di natura storiografica e filologica, di prove e documenti, con il coraggio pionieristico e la passione per la verità di autori come Jurij Mukhin, già dagli anni ’90 impegnato nella coraggiosa battaglia per togliere al becero revisionismo l’egemonia sulla trattazione della storia sovietica, si sono potute confutare tesi che per anni e anni, se non decenni, l’establishment politico e culturale anticomunista aveva imposto come dogmi indiscutibili non solo nell’ambito accademico, ma anche presso l’opinione pubblica mondiale, su fatti inerenti la Grande Guerra Patriottica del 1941–45. In questo panorama, i fatti di Katyn non potevano non avere un peso preponderante, all’interno di un salutare processo di “controrevisione” storica volto a dimostrare, con argomenti e prove difficilmente confutabili, le responsabilità nazifasciste nel massacro degli ufficiali polacchi, poi ritrovati e riesumati con diabolico tempismo, dopo la fucilazione, per suscitare sdegno ed esecrazione contro l’URSS, contro laNazione che, dopo aver retto quasi da sola il peso dello scontro con la bestia nazifascista, si apprestava a rincorrerla e schiacciarla oltre i propri confini, fin nella Berlino di nibelungica oscurità avvolta.
Ebbene, oggi anche liberali e democratici senza preconcetti e pregiudizi, grazie a documenti, prove e opere storiografiche serie e rigorose, cominciano se non ad accettare la verità su quei fatti, depurata da tutte le menzogne inventate dalle centrali goebbelsiane della disinformazione prima al servizio del Terzo Reich, poi degli alleati anglo–statunitensi, perlomeno a dubitare e a porsi interrogativi prima nemmeno ipotizzabili. Si rischia di aprire una voragine nel castello di bugie costruite in decenni di dominio culturale della storiografia reazionaria, revanscista e anticomunista. Davanti alle pallottole di Katyn, riconosciute come indubbiamente tedesche e non utilizzabili dall’Armata Rossa; dinanzi alla dimostrazione scientifica e forense che lo stato di conservazione dei cadaveri degli ufficiali era tale da escludere un’esecuzione di massa nelle date indicate dagli accusatori dell’URSS; dinanzi a “documenti ufficiali” palesemente alterati, interpolati o falsificati, simili a patacche dozzinali e maldestre piuttosto che a testimonianze archivistiche, tutta la “leggenda nera” cucita sulla bandiera rossa e la storia dell’URSS rischia di franare miseramente, con le sirene dell’antisovietismo di ritorno costrette a tacere per sempre, in uno scenario da incubo per i falsificatori di professione. E allora, quale migliore escamotage di un bel rinvenimento ad orologeria di fosse comuni con soldati dello schieramento nazifascista, naturalmente uccisi o fatti morire dai “barbari mongoli trinariciuti” dell’Armata Rossa, da sventolare in faccia all’opinione pubblica mondiale come tetri vessilli? Quale migliore “prova”, quale più mortifera “pistola fumante” a sparo differito, per colpire e far centro nel bersaglio psicologico e sentimentale di un gregge belante, che qualcuno aveva osato provare a risvegliare dal torpore gregario con un’iniezione di spirito critico e di sano dubbio? Ecco quindi le fosse di Kirov, cosparse di pestilenziale acqua dal satanico aspersorio della menzogna! Ecco un rinnovato poltergeist storico e politico, tale da far tremare le mura dei palazzi coi suoi ululati e le sue scosse! Ecco l’operazione di rimozione della verità, avviata con tempismo e rivoltante sfrontatezza: non una parola sulla tragica impreparazione dei militari italiani, mandati a combattere e a morire da Mussolini con indumenti leggeri nella terra fredda per antonomasia, con le armi benedette dai preti; non una parola sui crimini di invasori che hanno lasciato in terra sovietica 20 milioni di morti e feriti; non un cenno ai 4/5 milioni di sovietici periti nei lager nazifascisti; non una timida allusione al fatto che i soldati dell’Asse arrivavano da prigionieri nei campi di concentramento sovietici, allestiti in gran parte dopo la controffensiva di Stalingrado, già in condizioni fisiche e psichiche disperate, abbandonati in primis dai loro comandanti e dai loro cinici calcoli, costretti a vagare per giorni e giorni alla ricerca di cibo e di un tetto ancora in piedi, tra i tanti abbattuti dalle cannonate hitleriane. Niente di tutto ciò! Le campane debbono suonare unicamente le note dell’esecrazione verso l’URSS infame, che ha fatto morire senza pietà i soldati che avevano invaso ed occupato il suo territorio!
In questa sinfonia martellante di menzogne e montature, tutto ciò che è storia vera deve cadere nell’oblio: l’esperienza delle scuole antifasciste attivate dai sovietici per i soldati prigionieri, specie italiani e tedeschi, con la collaborazione di militanti comunisti della prima ora come Edoardo D’Onofrio; le cure gratuite dispensate dal personale sanitario sovietico, pur nelle tremende condizioni di vita imposte dalla guerra provocata dai nazifascisti, ai soldati dell’Asse, con dedizione e scrupolo, mentre milioni di sovietici perivano come cavie o come bestie da macello nei lager del “Grande Reich”; il sacrificio di migliaia e migliaia di famiglie sovietiche che si privavano dell’essenziale per sfamare i soldati nemici sbandati, con spirito umanitario eccezionale, impareggiabile; l’impegno sovietico per garantire, nel corso di tutti gli anni ’50, la regolarità dei rimpatri degli ex-soldati dell’Asse, specie italiani; le bugie diffuse dai fascisti e dai loro protettori sul reale numero di prigionieri, sulla loro sorte, smascherate più e più volte negli anni ’50–’60; i documenti falsi circolati anche in Russia, dopo il 1991, su questo capitolo di storia. Questi si chiamano fatti, e nessuna memorialistica, per quanto insidiosa, per quanto tendente a far tabula rasa di ogni verità, potrà mai cancellarli. Se questi sono i fatti, sulle riesumazioni di Kirov bisogna parlare chiaro e senza paura: quei soldati, molti dei quali, la gran parte, costretti a partire per un’avventura bellica disperata, criminale e vigliacca, sono morti non per mano dei sovietici, ma per colpa degli assassini che li avevano sbattuti in un teatro di guerra feroce e spietato, contro un popolo pacifico ma determinato al massimo nella difesa della Patria, minacciata di distruzione, e delle sue conquiste, irrinunciabili perché fatte di uguaglianza, libertà, emancipazione.
poster165 Nei campi per prigionieri allestiti dai sovietici, i soldati dell’Asse arrivavano, come abbiamo prima accennato, già moribondi, sfiniti, sfibrati, visto il carattere cruento delle battaglie, la disorganizzazione dei vettovagliamenti e dei mezzi di locomozione, il tradimento dei generali e dei colonnelli (tutti sopravvissuti all’immane conflitto, tra l’altro, ma sempre pronti, con la bava alla bocca, a scrivere nel dopoguerra opere di “memorialistica” anticomunista e antisovietica). Paradossalmente, se non vi fossero stati quei campi, nessuno sarebbe ragionevolmente sopravvissuto. Non è però solo la giusta narrazione del contesto, dello scenario passato, che va messa al centro del dibattito e della confutazione della montatura revisionista. C’è altresì da chiedersi, spingendo il dubbio fino all’iperbole alla luce di episodi avvenuti negli anni ’80, quanto vi sia di vero proprio nelle riesumazioni in sé, nelle modalità con le quali sono stati ritrovati i resti dei militari. Come per Katyn, anche in questo caso la “puzza di bruciato” si avverte a distanza. Nel 1987, la stampa sovietica dava notizia del ritrovamento di prove inconfutabili circa la fucilazione di soldati italiani a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per mano dei nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Iniziava subito un battage propagandistico per negare ogni crisma di verità a quei documenti, ma le testimonianze di ex-combattenti, perfino di generali (si pensi al generale Ricchezza, che chiese di essere ascoltato dalla Commissione del Ministero della Difesa italiano) corroboravano le argomentazioni delle autorità sovietiche. Migliaia di militari italiani, rastrellati nei Balcani o in Europa, erano stati fucilati e buttati nelle fosse comuni ucraine perché non ne avevano voluto sapere di tornare a combattere col Reich. Le menzogne anticomuniste ed antisovietiche su Katyn, oggi sempre più screditate e smentite, o riaffermate solo per convenienza politica da qualcuno, venivano riesumate dall’armamentario di Goebbels proprio in quel periodo, anche per coprire i fatti di Leopoli. L’Internazionale nera, arricchita dei colori blu dell’atlantismo, bianco del clericalismo vaticano, rosa dei rinnegati di sinistra, dalla tavolozza del falso si proietta sempre sulla tela dell’inganno con gli stessi metodi e con lo stesso tempismo: ovvero, ogni volta che bisogna coprire verità scomode emergenti, o impedire lo smottamento di imposture sbugiardate. Ad un documento vero si risponde con uno inventato ad arte; a vere responsabilità criminali nazifasciste e imperialiste, si oppongono improbabili responsabilità del campo sovietico, inquinando o decontestualizzando, scambiando i deceduti per cause fisiologiche legate al contesto bellico, con i fucilati e i massacrati in spregio ad ogni legge di guerra. Ora, è vero che Kirov, rispetto a Katyn, si trova in una zona fuori dalle operazioni belliche della Grande Guerra Patriottica e mai cadde in mano nazista; pertanto, sembra ardito ipotizzare un’operazione di falsificazione totale. Tuttavia, se è vero che, come hanno ampiamente dimostrato Iljukhin, Mukhin e altri ancora, timbri fasulli e vari ammennicoli da laboratorio alchemico della falsificazione son serviti a storici ed archivisti di obbedienza gorbacioviana e eltsiniana per fabbricare patacche sulla storia del periodo staliniano, delle “purghe” e della Grande Guerra Patriottica, perché non pensare che, anche attorno a cadaveri che vengono ancora una volta riscoperti e strumentalizzati ad “orologeria”, non vi sia un sottile, insidioso gioco improntato, come sempre, alle tonalità del macabro? A Timisoara, nel 1989, dei deceduti per cause naturali furono additati al mondo come vittime del fantomatico massacro compiuto dalla Securitate. Anche in quel caso, la bravura di alcuni giornalisti d’inchiesta, veri e propri reporter d’assalto, smascherò la montatura… A Kirov, sta andando forse in scena lo stesso copione? E se ci trovassimo, invece che dinanzi a resti di soldati deceduti da prigionieri, peraltro per cause non imputabili all’URSS, bensì all’occupante nazifascista, alle ceneri di militari o civili, travestiti da militari, uccisi come a Leopoli, poi portate lontano per centinaia di chilometri, in uno scenario ben congegnato da menti raffinatissime, per rendere più credibile l’esistenza di “vittime dell’NKVD”? Si spiegherebbe così il clamore dei revisionisti per foto aeree, vere o presunte, attestanti l’assenza di fosse comuni piene di cadaveri sui luoghi di tremendi massacri nazifascisti, narrati in decine e decine di libri, come Babi Jar, ad esempio. Ipotesi? Sì, ipotesi, ma è anche da queste che si deve partire, per contrastare le menzogne anticomuniste ed antisovietiche e per ribadire un’elementare verità: la storia non è la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, ma è l’arena nella quale gli sfruttati combattono gli sfruttatori, i nemici dell’umanità, i tiranni e gli assassini. Ieri a Stalingrado, Leningrado e in mille altri fronti; oggi in Siria e lungo i tanti meridiani del globo.
In questo quadro, la difesa dell’eredità storica sovietica non è un’esercitazione da cimelio museale, ma un’attualissima necessità, per i comunisti, i democratici, i progressisti veri. La memoria di ciò che è stato glorioso per il movimento operaio, di ciò che ha contribuito al suo avanzamento, è sempre e costantemente sotto attacco da parte di chi vuol far tornare indietro le lancette della storia e sa che, per far ciò, occorre in primis distruggere riferimenti ed esempi che parlano all’oggi più di quanto non ci raccontino il passato. Mai dimenticare questo!soviet-russian-propaganda-posters-ww2-second-world-war-005Riferimenti
Jacek Wilczur: “Le tombe dell’ARMIR” (Arnoldo Mondadori Editore, 1967)
AA.VV: “L’URSS nella Seconda Guerra Mondiale” (Edizioni CEI, 1966)
Jurij Mukhin: “Katinskij detektiv” (Svetoton, 1995)
Associazione Stalin: “La strage di Katyn, una menzogna anticomunista
Grover Furr (tradotto da Guido Fontana Ros): “La versione ufficiale del massacro di Katyn confutata?” Noicomunisti.