La Russia ha costruito la NATO eurasiatica?

Oleg Dgorov, RBTH, 18 maggio 2017

Nel maggio 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collegiata (CSTO), l’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici diretti dalla Russia, compie 15 anni. Durante la sua esistenza l’organizzazione non ha partecipato a combattimenti reali ma, secondo gli esperti, fa molto per proteggere l’Asia centrale dal terrorismo.Nel 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) celebra un strano “doppio” anniversario. L’accordo dell’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici, firmato 25 anni fa nel 1992, ma per 10 anni dalla validità discutibile. Negli anni ’90 il quadro post-sovietico era devastato dai conflitti: guerra nel Nagornij-Karabakh (1992-1994), guerra civile in Tagikistan (1992-1997), guerra georgiano-abkhaza (1992-1993), nonché violenti combattimenti nel territorio ceceno della Russia (1994-1996 e 1999-2000). La situazione si stabilizzò all’inizio del 2000, contribuendo a costruire un’organizzazione internazionale nell’ambito dell’accordo del 1992: Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan crearono la CSTO nel 2002. Gli obiettivi indicati nell’organizzazione si conservano ad oggi: “Rafforzamento della pace, sicurezza internazionale e regionale, protezione collettiva dell’indipendenza, integrità territoriale e sovranità degli Stati aderenti“.

L’ombra dell’Afghanistan
Anche prima dell’istituzionalizzazione della CSTO, nel 2001 i Paesi aderenti crearono un contingente militare congiunto: la Forza di reazione rapida collettiva (CRRF). Gli esperti osservano che la ragione principale per organizzare la forza di difesa congiunta fu la diffusione del terrorismo in Asia centrale dall’Afghanistan, dal 1996 al 2001 governato dai taliban. “Se la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti non avesse iniziato le attività in Afghanistan, i Paesi CSTO avrebbero dovuto respingere collettivamente gli attacchi degli estremisti dall’Afghanistan“, scrive Julija Nikitina, collaboratrice del Centro di Studi post-sovietici del MGIMO in un articolo per il Consiglio degli affari internazionali russo. “Ecco perché era importante creare la forza collettiva“.

Addestramento antiterrorismo
Ma le cose andarono diversamente. L’operazione della coalizione internazionale iniziò in Afghanistan e le repubbliche post-sovietiche evitarono un grande attacco degli estremisti. Tuttavia, la CSTO come organo di sicurezza collettiva si è progressivamente sviluppata. Nel 2009 apparve un gruppo congiunto più ampio del CRRF, la CORF (Forza di Reazione Operativa Collettiva). Oggi CRRF e CORF comprendono 25000 soldati. La CSTO non ha partecipato a veri conflitti. Tuttavia, ogni anno organizza manovre militari congiunte per sviluppare le competenze per contrastare i terroristi e pianificare operazioni anticrimine. Nel 2017 l’organizzazione terrà grandi esercitazioni coinvolgendo CRRF, CORF e unità di mantenimento della pace. Julija Nikitina osserva che dal punto di vista militare l’attività della CSTO è certamente utile: le esercitazioni congiunte non solo aiutano a sviluppare piani d’azione per eventuali conflitti, ma anche i soldati. D’altra parte, secondo Aleksej Malashenko del Carnegie Moscow Center, la forza reale della CSTO è sconosciuta poiché l’organizzazione non ha mai partecipato a veri conflitti. “Nessuno ha mai visto questa organizzazione in azione. L’addestramento congiunto è buono, ma è sempre diverso dal combattimento reale“.

Perché è necessario la CSTO?
Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che già l’esistenza della CSTO eviti i conflitti. “Quindici anni fa, molti esperti predissero un’ondata di scontri violenti, ad esempio in Asia centrale, che non ebbe luogo“, dice Sergej Karaganov, decano del Dipartimento di Politica mondiale dell’HSE. “In una certa misura la Russia e gli altri Paesi interagirono rafforzando le proprie forze armate“. Da questo punto di vista l’alleanza è molto efficace, aggiunge Karaganov. Il Vicedirettore dell’Istituto dei Paesi della CSI Vladimir Zharikhin è d’accordo, la CSTO fu creata come blocco difensivo ed adempie ai propri compiti con successo. Oltre alla guerra al terrore, Zharikhin parlava di un altro compito della CSTO: “Con l’aiuto dell’organizzazione, la Russia fornisce agli alleati della CIS l'”ombrello nucleare” aumentando la stabilità nei Paesi della CSTO“. In altre parole, l’obiettivo non ufficiale della CSTO è opporsi alle “rivoluzioni colorate” nei Paesi aderenti, spiega Zharikhin.

“La NATO della Russia”
Nei media occidentali la CSTO è talvolta paragonata alla NATO. Tuttavia, aggiungono che tale paragone non è corretto. Così, nell’articolo “Perché l’alleanza militare della Russia non è la prossima NATO“, l’analista di Stratfor Eugene Chausovsky sottolinea che spesso non esiste accordo nella CSTO su questioni politiche. I governi di Bielorussia e Kazakistan, per esempio, possono esibire indipendenza da Mosca e costruire proprie relazioni con l’occidente. Pertanto, non si può parlare di una sola posizione politica nella CSTO. Gli esperti russi vedono un’altra differenza tra CSTO e NATO. “L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico fu creata come blocco difensivo, soprattutto dai Paesi occidentali, per contenere il comunismo. Ora gli obiettivi e le responsabilità sono cambiati e la NATO va oltre l’Europa divenendo un’alleanza espansionista” afferma Vladimir Zharikhin. A suo parere, la CSTO rimane rigorosamente un’organizzazione difensiva, preservando l’obiettivo per cui fu istituita 15 anni fa.Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

I leader mondiali si riuniscono a Pechino mentre gli Stati Uniti sprofondano nell’irrilevanza

Wayne Madsen  Strategic Culture Foundation 20.05.2017Mentre ci si esibisce nella commedia degli equivoci nell’ala ovest della Casa Bianca tra il presidente Donald Trump e i suoi consiglieri. e tra la segretaria alla stampa della Casa Bianca e vari aiutanti presidenziali, i leader mondiali si riunivano a Pechino per discutere della creazione delle moderne “Via della Seta” terrestre e marittima per migliorare le condizioni economiche delle nazioni nel mondo. Nulla di più illustra il massiccio divario tra le preoccupazioni di molte nazioni e quelle degli Stati Uniti, che degenerano rapidamente in potenza di secondo grado insieme agli alleati della NATO Gran Bretagna, Francia e Germania. Mentre Trump minaccia di licenziare il personale della Casa Bianca, riprendendosi il ruolo nel suo reality show “The Apprentice”, il Presidente della Cina Xi Jinping, il Presidente russo Vladimir Putin e presidenti e primi ministri di tutto il mondo discutevano la creazione di nuove autostrade internazionali, intercontinentali, ferrovie e vie marittime della cintura economica della Fascia della Via della Seta cinese del XXI secolo. Anche Paesi freddi verso l’iniziativa cinese, come India e Giappone, inviavano rappresentanze al vertice superiori alla patetica rappresentanza degli Stati Uniti, Matt Pottinger, assistente speciale poco noto di Trump e direttore per l’Asia orientale del Consiglio di sicurezza nazionale. Infatti, l’unico motivo per cui Trump non inviava nessuno a rappresentare gli Stati Uniti alla riunione di Pechino fu la richiesta speciale del Presidente Xi nell’ultimo incontro con Trump presso il resort riservato del presidente al Mar-a-Lago Club di Palm Beach, Florida.
La Corea del Sud, che ha visto i rapporti con la Cina danneggiati dal collocamento del sistema missilistico statunitense THAAD, inviava una delegazione a Pechino dopo una telefonata tra il nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, e il Presidente Xi. Moon rispose alla telefonata inviando una delegazione guidata dal decano del Partito Democratico a Pechino. Anche la Corea democratica, che ha spaventato Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti lanciando un missile balistico in acque vicine alla Russia, inviava una delegazione a Pechino guidata da Kim Yong Jae, Ministro per le Relazioni Economiche Estere. L’amministrazione Trump, che inviava un emerito sconosciuto a Pechino, si lamentò molto della presenza della Corea democratica al vertice sulla Via della Seta. Ma la denuncia di Washington è stata trasmessa da una sconosciuta quanto Pottinger, Anna Richey-Allen, portavoce di basso livello dell’ufficio est asiatico del dipartimento di Stato degli USA. Il motivo per cui gli Stati Uniti erano rappresentati da burocrati di medio grado è che la nazione che ancora si ritiene la sola “superpotenza” di questo mondo, è governata da un’amministrazione vuota ai vertici e con litigi tra attori dilettanti. Anche se i principali Stati membri dell’Unione europea non erano rappresentati a Pechino dai capi di governo, la Germania inviava la ministra dell’Economia Brigitte Zypries. Tuttavia avvertendo che l’Unione europea non avrebbe firmato l’accordo sulla Via della Seta con la Cina, a meno che non venissero garantite certe richieste dell’UE su libero scambio e condizioni di lavoro. La reticenza della Germania non sembrava interessare le altre nazioni dell’UE, rappresentate a Pechino dai loro capi di governo interessati a sostenere l’iniziativa cinese. Tra questi capi dell’UE vi erano il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, la prima ministra polacca Beata Szydlo, il primo ministro greco Alexis Tsipras, il presidente ceco Milos Zeman e il Primo ministro ungherese Viktor Orban. Inoltre, se la prima ministra inglese Theresa May non fosse al centro della campagna elettorale, sarebbe stata a Pechino. Tuttavia, inviava il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond. Se l’amministrazione di Trump sperava di convincere i leader mondiali a starsene lontani da Pechino, ne è rimasta molto delusa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, vi era insieme al presidente della Banca mondiale Jim Yong Kim e al Managing Director del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. A Pechino erano presenti i presidenti di Turchia, Filippine, Argentina, Cile, Indonesia, Kirghizistan, Bielorussia, Kazakistan, Svizzera, Kenya, Uzbekistan e Laos, nonché i primi ministri di Vietnam, Pakistan, Sri Lanka, Serbia, Malaysia, Mongolia, Figi, Etiopia, Cambogia e Myanmar. Le delegazioni ministeriali di Afghanistan, Australia, Azerbaigian, Bangladesh, Brasile, Egitto, Finlandia, Iran, Quwayt, Libano, Maldive, Romania, Nepal, Nuova Zelanda, Arabia Saudita, Sud Sudan, Siria, Tanzania, Uganda ed Emirati Arabi Uniti erano al vertice di Pechino. Il Giappone era rappresentato dal consigliere del Primo ministro Shinzo Abe e dal Segretario Generale del Partito Liberaldemocratico Toshihiro Nikai. La Francia, che aveva il cambio di presidenza, inviava l’ex-primo ministro Jean-Pierre Raffarin.
L’iniziativa della Via della Seta prevede progetti in tutte le nazioni i cui governi erano presenti a Pechino, ad eccezione di Stati Uniti e Israele. Oltre alle nazioni rappresentate da capi di Stato e ministri, venivano firmati accordi tra Cina e Palestina, Georgia, Armenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania, Tagikistan, Brunei, Croazia e Timor est. L’unico messaggio chiaro del vertice di Pechino al mondo è che la visione “unipolare” è morta e sepolta. Neanche tra amici ed alleati di Washington Donald Trump viene chiamato “capo del Mondo Libero”, frase gettata nella spazzatura della storia insieme all’insistenza degli USA di essere l’unica “superpotenza” del mondo. Gli Stati Uniti sono una potenza secondaria con un arsenale nucleare di prima qualità. Ma le armi nucleari non erano discusse a Pechino. Progetti importanti erano all’ordine del giorno, progetti che quando completati tralasceranno gli Stati Uniti in balia delle onde. Il Presidente Xi, nel discorso principale alla conferenza, affermava che l’iniziativa “Fascia e Via è il progetto del secolo” di cui beneficeranno tutti nel mondo, e concretizzava il discorso dichiarando che la Cina contribuirà con 80 miliardi di yuan all’impulso finanziario per creare una rete globale di collegamenti autostradali, ferroviari e marittimi ricreando l’antica Via della Seta che collegava la Cina all’ovest. Nel frattempo, a Washington, Trump diceva di aver registrato conversazioni “titolate” con il direttore licenziato dell’FBI James Comey, innescando l’incendio politico. La nuova infrastruttura globale veniva discussa a Pechino mentre il ricatto politico era il tema principale a Washington. Gli Stati Uniti sono decaduti da Stato globale a secondario, gravemente leso come Stato-nazione coesivo, ma non lo sanno neppure.
Cina e Russia utilizzavano il vertice di Pechino per mostrare le diverse iniziative eurasiatiche, tra cui l’Unione economica eurasiatica ispirata dalla Russia (UEE) e la Banca d’investimento infrastrutturale asiatica (AIIB). I capi di Stato cinesi e russi hanno fatto sapere che l’alleanza BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica è ancora una potente realtà mondiale, anche se il Sudafrica non era rappresentato a Pechino dal presidente e l’India aveva scelto di non inviarvi un rappresentante. Le parole del Presidente Putin alla conferenza sul nuovo status geopolitico mondiale vanno notate: “la Grande Eurasia non è un accordo geopolitico astratto ma, senza esagerare, un progetto veramente di civiltà che guarda al futuro”. In altre parole, l’Unione Europea, che perde il Regno Unito e non vedrà mai l’adesione della Turchia, è un organismo morente. Altre iniziative internazionali come UEE, BRICS, AIIB e OBOR trascinano UE e USA nella polvere. Ciò era evidente con gli Stati Uniti rappresentati a Pechino da un impiegato secondario e l’Unione Europea da un “eurocrate di Bruxelles”, il vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen.La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia sanguinaria della Corea

Bruce Cumings, Global Research, 17 maggio 2017Più di quarant’anni fa pranzai con uno storico diplomatico che, come me, studiava documenti sulla Corea presso l’Archivio nazionale di Washington. Osservò se la zona demilitarizzata coreana potesse essere l’epicentro della fine del mondo. Ad aprile, Kim In-ryong, diplomatico nordcoreano presso l’ONU, avvertiva “della situazione pericolosa in cui la guerra termonucleare esploderebbe in qualsiasi momento”. Pochi giorni dopo, il presidente Trump disse alla Reuters che “Potremmo finire coll’avere un grande conflitto con la Corea democratica”. Gli scienziati atmosferici statunitensi dimostrarono che anche una guerra nucleare relativamente contenuta avrebbe emesso abbastanza fumo e detriti da minacciare la popolazione globale: “Una guerra regionale tra India e Pakistan, per esempio, può danneggiare drasticamente Europa, Stati Uniti e altre regioni attraverso la perdita di ozono e il cambiamento climatico“. Com’è possibile che siamo arrivati a questo? Come fa un narcisista gonfio e vizioso, cui ogni altra parola sarebbe menzogna (adatto sia a Trump che a Kim Jong-un), non solo mantengano la pace del mondo nelle loro mani, ma forse il futuro del pianeta? Siamo arrivati a questo punto a causa della costante riluttanza da parte degli statunitensi a guardare la storia in faccia e a concentrarsi solo sulla stessa storia dei leader della Corea democratica. La Corea democratica ha celebrato l’85° anniversario della fondazione dell’Esercito del popolo coreano il 25 aprile, occasione della copertura televisiva completa delle sfilate a Pyongyang e delle enormi tensioni globali. Nessun giornalista sembrava chiedersi perché fosse l’85° anniversario quando la fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea fu nel 1948. Quello che si celebrava veramente era l’inizio della guerriglia coreana contro i giapponesi nella Cina nordorientale, datato ufficialmente 25 aprile 1932.
Dopo che il Giappone annetté la Corea nel 1910, molti coreani fuggirono, fra cui i genitori di Kim Il-sung, ma solo nel marzo 1932, quando il Giappone creò lo Stato-fantoccio del Manchukuo, il movimento d’indipendenza passò alla resistenza armata. Kim e i suoi compagni lanciarono una campagna che durò 13 duri anni, finché il Giappone non abbandonò il controllo della Corea nel quadro della resa del 1945. Questa è la base della legittimità della leadership nordcoreana agli occhi del popolo: nazionalisti rivoluzionari che resistettero alla colonizzazione del proprio Paese; resistettero ancora quando un massiccio attacco delle forze aeree statunitensi, durante la guerra di Corea, si rovesciò sulle loro città, costringendo la popolazione a vivere, lavorare e studiare nei rifugi sotterranei; continuano a resistere agli Stati Uniti da allora; anche al crollo del comunismo occidentale, e questo settembre la DPRK sarà durata più dell’Unione Sovietica. Ma è meno un Paese comunista che uno Stato-guarnigione, a differenza di qualsiasi altro. Tratto da una popolazione di soli 25 milioni di abitanti, l’esercito nordcoreano è il quarto del mondo, con 1,3 milioni di soldati, subito dopo il terzo, con 1,4 milioni di soldati, quello statunitense. La maggior parte della popolazione coreana adulta, uomini e donne, ha trascorso molti anni nell’esercito: le riserve sono limitate solo dalla dimensione della popolazione.
La storia della resistenza di Kim Il-sung contro i giapponesi è circondata da leggenda ed esagerazione nel Nord ed è negata nel sud. Ma è decisamente eroica: combatté per un decennio nell’ambiente dal più duro inverno immaginabile, con temperature a volte di 50° sotto zero. Uno studio recente ha dimostrato che i coreani costituirono la grande maggioranza dei guerriglieri in Manciuria, anche se molti erano comandati da ufficiali cinesi (Kim era membro del Partito Comunista Cinese). Altri guerriglieri coreani dirigevano dei distaccamenti, come Choe Yong-gon, Kim Chaek e Choe Hyon, e quando tornarono a Pyongyang nel 1945 costituirono il nucleo del nuovo regime. I loro discendenti costituiscono un’élite numerosa, il numero due del governo, Choe Ryong-hae, è figlio di Choe Hyon. La reputazione di Kim fu inavvertitamente rafforzata dai giapponesi, i cui giornali descrissero la battaglia tra lui e quei coreani che i giapponesi impiegarono per rintracciarlo e ucciderlo, tutti sotto il comando del generale Nozoe Shotoku che dirigeva la Divisione Speciale Kim dell’esercito imperiale. Nell’aprile 1940 le forze di Nozoe catturarono Kim Hye-sun, che si pensa fosse la prima moglie di Kim; i giapponesi tentarono invano di usarla per attrarre Kim, poi l’assassinarono. Takashi Maeda diresse un’altra unità speciale della polizia giapponese, con molti coreani; nel marzo 1940 le sue forze vennero attaccate dalla guerriglia di Kim, e le parti subirono pesanti perdite. Maeda inseguì Kim per quasi due settimane, prima di cadere in trappola. Kim gettò 250 guerriglieri contro i 150 soldati nell’unità di Maeda, uccidendolo assieme a 58 giapponesi e 17 aggregati, e prendendo 13 prigionieri e grandi quantità di armi e munizioni. Nel settembre 1939, quando Hitler invase la Polonia, i giapponesi mobilitarono ciò che lo studioso Suh Dae-sook descrive come “grande spedizione punitiva” con sei battaglioni dell’Armata del Kwantung giapponese e 20000 uomini dell’esercito e della polizia del Manchukuo in una campagna repressiva di sei mesi contro i guerriglieri guidati da Kim e Choe Hyon. Nel settembre 1940 una forza ancora più grande intraprese una campagna contro-insurrezionale contro i guerriglieri cinesi e coreani: “L’operazione punitiva fu condotta per un anno e otto mesi fino alla fine del marzo 1941“, scrive Suh “e i banditi, esclusi quelli guidati da Kim Il-sung, furono completamente annientati. I capi dei banditi furono uccisi o costretti a sottomettersi”. Una figura vitale nel lungo sforzo giapponese della controinsurrezione fu Kishi Nobusuke, che si fece un nome dirigendo le industrie delle munizioni. Definito criminale di guerra di classe A durante l’occupazione statunitense, Kishi evitò l’incarcerazione e divenne uno dei padri fondatori del Giappone del dopoguerra e del suo organo di governo, il Partito liberaldemocratico; fu primo ministro due volte tra il 1957 e il 1960. L’attuale primo ministro giapponese, Abe Shinzo, è nipote di Kishi che riverisce più di tutti i leader giapponesi. Trump cenava a Mar-a-Lago con Abe, l’11 febbraio, quando un messaggio arrivò, cortesia di Pyongyang: aveva appena testato con successo un nuovo missile a combustibile solido, sparato da un lanciatore mobile. Kim Il-sung e Kishi s’incontrano nuovamente tramite i nipoti. Sono passati otto decenni, e l’ostilità inconciliabile tra Corea democratica e Giappone è ancora nell’aria.
In occidente, il trattamento della Corea democratica è unilaterale e antistorico. Nessuno viene nominato correttamente. Durante la visita di Abe in Florida, Trump l’indicò come “primo ministro Shinzo“. Il 29 aprile, Ana Navarro, commentatrice della CNN, dichiarò: ‘Il ragazzino Un è un maniaco‘. La demonizzazione della Corea democratica trascende le linee di partito, basandosi su una serie di immagini subliminali razziste e orientaliste; nessuno è disposto ad accettare che i nordcoreani possano avere ragioni valide per non accettare la definizione statunitense della realtà. Il rifiuto della visione del mondo statunitense, generalmente percepita come indifferenza, persino insolenza di fronte all’enorme potere statunitense, rende la Corea democratica irrazionale e impossibile da controllare, quindi fondamentalmente pericolosa. Ma se commentatori e politici statunitensi ignorano la storia della Corea, dovrebbero almeno essere consapevoli della propria. Il coinvolgimento statunitense in Corea iniziò verso la fine della seconda guerra mondiale, quando i pianificatori del dipartimento di Stato temevano che i soldati sovietici, che entravano da settentrione nella penisola, avrebbero portato con sé 30000 guerriglieri coreani che avevano combattuto i giapponesi nella Cina nordorientale. Cominciarono a considerare l’occupazione militare piena che assicurasse agli USA la voce più forte negli affari coreani del dopoguerra. Poteva essere una breve occupazione o, come affermato da un documento, dalla “durata considerevole”; il punto principale era che alcun’altra potenza doveva avere un ruolo in Corea tale che “la forza proporzionale degli USA” fosse ridotta a “un punto in cui l’efficacia s’indebolisse”. Il Congresso e il popolo statunitensi non ne sapevano nulla. Molti dei pianificatori erano i nippofili che non avevano mai contestato le pretese coloniali del Giappone in Corea e ora speravano di ricostruire un pacifico e gestibile Giappone nel dopoguerra. Si preoccuparono che l’occupazione sovietica della Corea ostacolasse tale obiettivo e danneggiasse la sicurezza postbellica nel Pacifico. Con tale logica, il giorno dopo l’annientamento di Nagasaki, John J. McCloy del dipartimento della Guerra chiese a Dean Rusk e a un collega di andare in un ufficio dismesso a pensare come dividere la Corea. Scelse il 38esimo parallelo, e tre settimane dopo 25000 truppe statunitensi entrarono nella Corea del sud per istituirvi il governo militare. Durò tre anni. Per rafforzare l’occupazione, gli statunitensi impiegarono ogni mercenario dei giapponesi che poterono trovare, inclusi ex-ufficiali dell’esercito giapponese come Park Chung Hee e Kim Chae-gyu, diplomatisi all’accademia militare statunitense di Seoul nel 1946. (Dopo il colpo di Stato nel 1961, Park divenne presidente della Corea del Sud per un decennio e mezzo finché Kim, ex-capo dell’agenzia d’intelligence centrale, non l’uccise durante una cena). Dopo che gli statunitensi se ne andarono, nel 1948, l’area presso il 38° parallelo era sotto il comando di Kim Sok-won, altro ex-ufficiale dell’esercito imperiale, e non sorprende che dopo una serie di incursioni sudcoreane nel nord, scoppiò la guerra il 25 giugno 1950. Nello stesso sud, dove i capi si sentivano insicuri e consapevoli della minaccia di ciò che chiamavano Vento del nord, ci fu un’orgia di violenza di Stato contro chiunque potesse in qualche modo essere associato alla sinistra o al comunismo. Lo storico Hun Joon Kim scoprì che almeno 300000 persone furono detenute, uccise o semplicemente scomparse per mano del governo sudcoreano nei primi mesi di guerra. Il mio lavoro e quello di John Merrill indicano che tra 100000 e 200000 persone morirono per le violenze politiche prima del 1950, per mano del governo sudcoreano o delle forze d’occupazione statunitensi. Nel suo recente libro, Le Ferite della Guerra di Corea, combinando ricerca d’archivio, registrazioni delle fosse comune e interviste ai parenti di morti e fuggiaschi ad Osaka, Hwang Su-kyoung documenta i massacri nei villaggi sulle coste meridionali. In breve, la Repubblica di Corea fu una delle dittature più sanguinose della guerra fredda; molti responsabili dei massacri servirono i giapponesi nel lavoro sporco e furono poi rimessi al potere dagli statunitensi.
Agli statunitensi piace vedersi come semplici passanti nella storia del dopoguerra coreano. Si descrivono sempre al passivo: “La Corea fu divisa nel 1945”, senza menzionare McCloy e Rusk, due degli uomini più influenti della politica estera del dopoguerra, che tracciarono la linea senza consultare nessuno. Ci furono due colpi di Stato militari nel Sud, mentre gli Stati Uniti controllavano l’esercito coreano, nel 1961 e nel 1980; gli statunitensi rimasero fermi per non essere accusati d’interferire nella politica coreana. La democrazia e l’economia vibrante della Corea del Sud dal 1988 sembravano aver superato ogni esigenza di riconoscere i precedenti quarant’anni di storia, durante cui il Nord aveva ragionevolmente affermato che la propria autocrazia era necessaria per contrastare il dominio militare a Seoul. È solo nel contesto attuale che il Nord appare al meglio un anacronismo, al peggio una tirannia viziosa. Da 25 anni il mondo è stato trascinato ad impedire le armi nucleari nordcoreane, ma quasi nessuno indica che gli Stati Uniti le introdussero nel 1958 nella penisola coreana; ce n’erano centinaia quando il ritiro mondiale delle armi tattiche nucleari avvenne con George HW Bush. Ma ogni amministrazione statunitense dal 1991 ha sfidato la Corea democratica con frequenti voli di bombardieri nucleari nello spazio aereo sudcoreano e ogni giorno un sottomarino classe Ohio potrebbe colpire il Nord in poche ore. Oggi ci sono 28000 soldati statunitensi in Corea, perpetuando l’indebito stallo con la potenza nucleare del Nord. L’occupazione si è rivelata di “durata considerevole”, ma è anche il risultato di un fallimento strategico colossale, entrato nell’ottavo decennio. È comune per gli esperti affermare che Washington non può che prendere seriamente la Corea democratica, ma essa adotta le proprie misure e non si sa come risponderebbe.
Sentendo Trump e la sua squadra della sicurezza nazionale, la crisi attuale è causata dalla Corea democratica sul punto di sviluppare un ICBM che colpirebbe il cuore degli USA. La maggior parte degli esperti pensa che ci vorranno quattro o cinque anni per diventare operativi, ma davvero, che differenza fa? La Corea democratica ha testato il suo primo missile a lungo raggio nel 1998 per commemorare il 50° anniversario della fondazione della RPDC. Il primo missile a medio raggio fu testato nel 1992: volò per diverse centinaia di miglia centrando il bersaglio. La Corea democratica ha ora altri sofisticati missili a media gittata e mobili che utilizzano combustibili solidi, rendendo difficili individuarli e facili da lanciare. Circa duecento milioni di persone in Corea e Giappone si trovano nel raggio di questi missili, per non parlare di centinaia di milioni di cinesi, dell’unica divisione dei marines statunitensi in permanenza all’estero, a Okinawa. Non è chiaro se la Corea democratica possa effettivamente attaccare con un missile a testata nucleare, ma se accadesse per rabbia, il Paese verrebbe immediatamente trasformato in ciò che Colin Powell chiamò memorabilmente “una graticola di carbone”. Ma, come ben sapeva il generale Powell, avevamo già trasformato la Corea democratica in una graticola di carbone. Il regista Chris Marker visitò il Paese nel 1957, quattro anni dopo la fine dei bombardamenti a tappeto degli Stati Uniti e scrisse: “Lo sterminio ha travolto questa terra. Chi poteva contare cosa bruciò con le case?… Quando un Paese è diviso da un confine artificiale e c’è da ogni lato una propaganda implacabile, è ingenuo chiedersi da dove provenga la guerra: il confine è la guerra”. Avendo riconosciuto la prima verità di quella guerra, ancora un alieno che si diceva statunitense (anche se gli statunitensi tracciarono il confine), osservò: “L’idea che i nordcoreani hanno generalmente degli statunitensi può essere strana, ma devo dire che, dopo aver vissuto negli Stati Uniti intorno alla fine della guerra coreana, nulla può uguagliare la stupidità e il sadismo delle immagini dei combattimenti che circolavano al tempo, “i rossi bruciano, arrostiscono e carbonizzano“.” Sin dall’inizio, la politica statunitense adottò varie opzioni per cercare di controllare la RPDC: sanzioni, in vigore dal 1950, senza alcuna prova di risultati positivi; non riconoscimento, in vigore dal 1948, ancora senza risultati; cambio di regime, tentato nel 1950 quando le forze statunitensi invasero il Nord, solo per finire in guerra con la Cina; e incontri diretti, l’unico metodo che abbia mai funzionato, producendo un congelamento di otto anni, nel 1994 – 2002, dei centri di ricerca del plutonio del Nord e che quasi riuscì a far ritirargli i missili. Il 1° maggio, Donald Trump aveva detto a Bloomberg News: “Se fosse opportuno incontrarmi con Kim Jong-un, lo farei assolutamente; ne sarei onorato“. C’è da dire se fosse serio o fosse solo un altro tentativo di Trump di finire in prima pagina. Ma qualunque cosa potesse essere, era senza dubbio un cavaliere, il primo presidente dal 1945 che non vede la Beltway. Forse può sedersi con il signor Kim e salvare il pianeta.Bruce Cumings insegna a Chicago ed è autore di La guerra di Corea: una storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il divario tra i paradigmi orientale e occidentale si amplia

Covert Geopolitics 16 maggio 2017Il divario tra i paradigmi orientali e occidentali non è mai stato più ampio. Mentre la Cina incoraggia tutti a partecipare costruttivamente alla creazione di un mondo multipolare, i media dello Stato profondo continuano a oscurare il “progetto del secolo” etichettandolo come mossa per combattere il potere geopolitico occidentale, mentre le componenti militari, cioè intelligence, media, industria e militari mirano a continuare a soddisfare i propri desideri con guerre perpetue. Anche se il progetto è in corso da 10 anni, lo sviluppo della grande Eurasia continuava ad essere un tema oscuro fino a questa settimana, quando Xi annunciava ulteriori finanziamenti da tre banche di sviluppo per sostenere l’ambizioso progetto economico del suo Paese, che non ha eguali in occidente. L’OBOR della Cina è relativamente semplice nel concetto e nell’attuazione, ma punta ad avere un significato profondo per il futuro del mondo, cercando di sfruttare la forza di ogni nazione aderente, dando la possibilità a ciascuno di questi Paesi di condividere questa forza con gli altri e trarne benefici economici. Ecco perché il Pakistan spinge per l’attuazione anche se forze oscure fanno tutto il possibile per ritardarla.
Il Pakistan crea una forza speciale per la sicurezza dei tecnici del CPEC
Il Pakistan istituirà una forza speciale di circa 10000 soldati per proteggere lavoratori e imprese cinesi lungo il Corridoio Economico Cina-Pakistan, dichiarava l’agenzia cinese Xinhua, secondo cui il Pakistan costituirà una forza speciale di sicurezza per i progetti di investimenti da 46 miliardi di dollari e gli interessi della Cina. I dipartimenti militari chiave formano il personale per combattere in situazioni diverse. Circa 14000 tecnici e ingegneri cinesi lavorano su circa 210 progetti in Pakistan. Contingenti della forza speciale di sicurezza saranno impiegati per proteggerli. Il Presidente cinese Xi Jinping e il Primo ministro Nawaz Sharif firmarono un accordo per investimenti da 46 miliardi di dollari, il 20 aprile 2015, sul Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC)”. News Pakistan
L’esperienza ha dimostrato che una volta che i diversi popoli s’impegnano nella concorrenza economica aperta, esiste anche un parallelo scambio di culture e tradizioni che favorisce una maggiore comprensione. In breve, la pace è intrinseca all’OBOR, a differenza del dogma della nobiltà nera di usare la guerra per imporre la pace eliminando la concorrenza, “Fuori dal Caos, l’Ordine”. Molte personalità di alto profilo sono cadute nella trappola dell’eccitazione e della soddisfazione orgasmica quando la gente comune gli chiede misericordia. Per la Cina, il modo migliore per sostenere la propria posizione economica è creare consumatori dei propri prodotti, rafforzandone il potere d’acquisto attraverso infrastrutture economiche e consumando i prodotti primari d’esportazione di questi ultimi. Ciò si chiama soluzione win-win dai mutuo vantaggio e progresso. Al contrario, l’oligarchia occidentale cerca solo di distruggere gli altri in modo che alla fine sia l’unica a vivere. In generale, la cultura orientale è fondata sul guadagno del rispetto e dell’onore estendendoli per prima cosa, mentre la cultura occidentale dominante ricorre a continue minacce ed intimidazioni per mascherare il proprio fallimento. Quest’ultima è così orgogliosa della capacità di trasformare gli esseri umani in automi senza cervello, pronti e disposti a servire ottusamente anche i più oltraggiosi o mondani compiti. La leadership della Cina sa bene che se si concentra solo sullo sviluppo dell’economia interna della Cina, impiegando strategie monopolistiche, potrebbe certamente permettersi più efficienza di quanto l’occidente possa mai avere, per via del potere politico altamente concentrato, ma richiamerebbe i lupi ai confini. Nessuno sa esattamente i veri dati dei progetti OBOR in corso e previsti, ma la Cina ha già speso 1 trilione di dollari. La stima è che i membri dell’OBOR potrebbero avere bisogno di 5 trilioni di dollari entro il 2022 e di 26 trilioni di dollari per i progetti infrastrutturali entro il 2030, compresi finanziamenti per la costruzione di una complessa rete di strade, ferrovie, oleogasdotti, porti, aeroporti e zone economiche speciali. I trilioni di dollari che la Cina detiene possono anche essere utilizzati per finanziare i progetti infrastrutturali in America, se quest’ultima volesse. Sì, non solo la Cina ha un eccesso di prodotti industriali, ma anche trabocca di fondi. Si ricordano ancora i suoi centri urbani vuoti? Le città fantasma del futuro.
L’esperienza filippina della Cina negli ultimi 10 mesi è fondamentalmente positiva. Il Paese aveva l’infinita speranza che l’occidente ne finanziasse il lebbrosario per decenni. Ma quando l’attuale governo Duterte annunciava l’abbandono del paradigma a somma zero occidentale, una delegazione della Banca di Cina si recò subito nelle Filippine per informare il governo che i fondi erano già disponibili e che le parti dovevano solo firmare. Non fu mai necessario stabilire condizioni preliminari per i progetti stimati in 24 miliardi di dollari. I turisti cinesi che arrivano nelle Filippine saranno un milione entro la fine dell’anno, mentre l’occidente diffondeva consigli di viaggio nei giorni scorsi per dissuadere il Paese dal guadagnarci dall’afflusso di turisti a maggio. Ciò che non vogliono dire è che gli ultimi due terroristi di Abu Sayaf della CIA, che tentavano di disturbare il vertice ASEAN di Bohol, sono morti ieri nelle operazioni di rastrellamento. L’agricoltura inoltre riavvia le piantagioni di banane e riprende a rifornire la Cina, mentre studi di fattibilità sono in corso sui ponti per collegare le isole. Chi sarebbe costretto alfare la guerra per questo? Per 70 anni, l’occidente ha ritardato la crescita economica del Paese sfruttandone il lavoro a basso costo e alimentando l’oligarchia per controllarlo a lungo. Qualsiasi tentativo di allontanarsi dal suo potere subiva colpi di Stato e procedure d’impeachment. Quindi, mentre Duterte partecipava al vertice OBOR in Cina, l’occidente tentava di decapitarne il governo con un caso d’impeachment presentato da un congressista dello Stato profondo, Gary Alejano, che per inciso non riusciva a farsi seguire dai membri del Comitato sulla giustizia del Congresso che respingevano le accuse come inconsistenti, anche se alcuni le riterrebbero ancora più squallide. Alejano ora minaccia di portare la causa al Tribunale penale internazionale. Con lo stesso motivo, i fantocci dello Stato profondo nell’Asia del Sud-Est cercano di sabotare la via per la pace e la prosperità di tutti, mentre sia il segretario alla Difesa James Mattis che il Consulente per la Sicurezza Nazionale HR McMaster promuovono certi impegni a lungo termine degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq e Siria. I piani dovrebbero essere sottoposti a Trump, con la proposta per l’Afghanistan, prima del vertice della NATO a Bruxelles del 25 maggio. Porter ne ha discusso con Manila Chan di RT.
RT: Trump ha già detto che gli Stati Uniti non possono essere il poliziotto del mondo. Tuttavia, il Pentagono e la leadership militare statunitense parlano di tale impegno apertamente. Pensa che Trump seguirà i suoi consiglieri?
Gareth Porter: Prima di tutto, parliamo di guerra permanente in corso da diversi anni. La burocrazia bellica ha chiarito che è sua intenzione avere una guerra di durata generazionale in Medio Oriente. Ciò di cui parliamo è: come gestire la prossima generazione di iniziative politiche del Pentagono in tre Paesi, Siria, Afghanistan e Iraq. Ognuno di questi è diverso, in un certo senso, a causa della diversa politica interna e delle relazioni tra i governi e gli Stati Uniti. Due di essi, però, sono simili in un certo senso, la politica verso la Siria e verso l’Iraq. La burocrazia bellica ora non solo invia altre truppe a combattere lo SIIL, ma inoltre ne propone il soggiorno a lungo termine nei Paesi che comporteranno operazioni di stabilizzazione”. Accidenti! Un altro livello di eccezionalismo, proprio lì. Se la rimozione degli uomini forti non riguarda la democrazia, cosa allora? Distruggere la pace e ritardare i progressi che l’occidente pensa rafforzino i popoli di questi Paesi, che ne minaccerebbero l’esistenza un giorno, proprio come la Russia oggi. Una cosa è certa, se l’élite occidentale non è disposta a cambiare drasticamente mentalità verso un futuro pacifico per tutti, rimarrà solo davanti al veloce sviluppo dell’Eurasia. Non sarebbe la soluzione perfetta per la libertà individuale, e certamente la rotta che segue porta a tale fine. Lungo la strada, tutti i popoli del mondo devono affermare nei termini più concreti la propria visione di ciò che è buono per la specie umana e finirla di farsi annichilire.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ride bene chi ride per ultimo: la Russia riceverà gratuitamente la tecnologia delle Mistral

Sputnik 13.05.2017L’accordo russo-egiziano sulla vendita di elicotteri d’attacco Ka-52K sarebbe nelle fasi finali. I colloqui sul prezzo degli elicotteri, da imbarcare sulle navi d’assalto anfibio Mistral dell’Egitto, dovrebbero iniziare questo mese. L’esperto militare Aleksandr Sitnikov spiega come la Russia ci guadagnerà dall’accordo delle Mistral.
Gli analisti ritengono che gli elicotteri d’attacco navali Ka-52K Katran siano la scelta ottimale per le Mistral egiziane, perché appositamente progettati per essere imbarcati sulle navi d’assalto anfibio. I costruttori navali francesi avevano realizzato le due navi Mistral per la Russia, ma l’accordo fu stracciato nel 2015 per il deterioramento delle relazioni e le pressioni su Parigi di Washington. La Francia accettava di vendere le due Mistral russe all’Egitto per 950 milioni di euro e di restituire il deposito della Russia per le navi. La Marina aveva allora adattato i Ka-52K per le operazioni a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov. Ogni Mistral può trasportare 16 Ka-52K. Tuttavia, gli osservatori militari ritengono che Cairo probabilmente ne acquisterà 8 per nave. Si dice che gli ingegneri russi già adattino gli elicotteri ai requisiti dei militari egiziani. Inoltre, come sottolineava l’analista militare russo Aleksandr Sitnikov, a parte gli elicotteri la Russia può anche installare le attrezzature che aveva rimosso dalle Mistral dopo la rottura dell’accordo con Parigi. Inoltre, osservava l’analista, vi sono prove che suggeriscono che la Russia si unirà alla Francia nella manutenzione tecnica delle navi e nell’addestramento degli equipaggi egiziani. “In questo modo”, ha scritto Sitnikov, “possiamo parlare degli inizi di una nuova alleanza strategica in Medio Oriente”. “Va ricordato che a gennaio l’Egitto annunciava la creazione della flotta meridionale (nel Mar Rosso) che oltre alle Mistral, costruite dalla STX France di St Nazaire, includerà una fregata multiruolo FREMM e 4 corvette Gowind 2500 di costruzione francese e 4 sottomarini diesel-elettrici Tipo 209 tedeschi“. “È evidente“, ha scritto Sitnikov, “che le capacità di questo gruppo di navi da guerra non corrisponderanno alle ambizioni geopolitiche dichiarate da Cairo senza supporto aereo“. Ecco dove entra la Russia, secondo l’analista. Dopo tutto, Mosca aveva lavorato con i francesi per vendere le Mistral dalle precedenti specifiche russe all’Egitto. Le relazioni di quest’ultimo con Washington si acuirono bruscamente nel 2013, quando il presidente islamista Muhamad Mursi fu rovesciato dai militari. “L’interferenza sconvolgente degli Stati Uniti negli affari interni dell’Egitto, appoggiando la cosiddetta primavera araba, diede un momento sobrietà alla maggiorana degli egiziani, che capirono che gli Stati Uniti li spingevano nell’abisso“. In questa situazione, Sitnikov osservava che era logico che Cairo si rivolgesse a Parigi e a Mosca “che, malgrado le pressioni di Washington, continuavano a mantenere i contatti“. “Il giornalista egiziano Ahmad Sayad, che segue la storia delle Mistral, ha preso atto delle speciali relazioni tra gli specialisti egiziani, francesi e russi che lavorano a bordo delle navi“, ricorda l’analista. La cancellazione del contratto sulle Mistral franco-russe ebbe un impatto negativo sulla reputazione di STX France in particolare “e sull’immagine dell’industria della Difesa francese nell’insieme“, sottolineava Sitnikov. Ciò fu confermato da un’indagine sugli atteggiamenti francesi nel 2015, quando il 72% degli intervistati confermò che il contratto militare era nell’interesse nazionale della Francia, mentre la cancellazione comportava considerevoli rischi economici. “Perciò Parigi fece tutto il possibile per assicurare che tutti fossero soddisfatti, restituendo il deposito russo di 949,7 milioni di dollari e trasferendo subito tecnologie chiave, tra cui la costruzione di grandi portaelicotteri e sottomarina. Le Monde stimava che il valore del progetto consegnato a Mosca nell’accordo sulle Mistral ammontasse a 220 milioni di euro. La questione del trasferimento di tecnologia era parte integrante dell’accordo con la Russia fin dall’inizio“.
Sulla cooperazione franco-russo-egiziana sulle Mistral, Sitnikov ha osservato che “fin dall’inizio della discussione sui dettagli della vendita delle Mistral, era chiaro che la Marina militare egiziana avrebbe avuto bisogno del sostegno attivo del Ministero della Difesa russo“. Dopo tutto, “le portaelicotteri furono costruite secondo i requisiti e per i sistemi russi. La ricostruzione a norme NATO era tecnicamente fattibile ma commercialmente non giustificabile: sarebbe stato più conveniente semplicemente demolirle“. Infine, l’osservatore militare notava che “se la Russia vince la gara per gli elicotteri delle Mistral (e la probabilità è molto elevata), gli esperti egiziani permetteranno agli ingegneri navali russi di accedere ai sistemi di bordo, cosa che permetterà ai nostri specialisti di capire come operano le portaelicotteri della NATO. In realtà, il Ministero della Difesa russo non nasconde che l’esperienza di tale cooperazione sarà presa in considerazione nello sviluppo di analoghe navi“. “In linea di massima“, scrive Sitnikov, “la Russia aveva intenzione fin dall’inizio di costruire navi portaelicotteri basate sulle Mistral nei propri cantieri navali. L’ordine di una e poi due navi d’assalto anfibie dalla Francia va considerata una concessione commerciale. Ad essere sinceri, Mosca ebbe gratuitamente la documentazione delle Mistral, precisamente in cambio dei finanziamenti per Cairo“. E l’Egitto stesso è il massimo vincitore in tutto questo, secondo l’analista. “Dopo aver dispiegato la flotta meridionale, Cairo sarà una potenza navale regionale e potrà proteggere i grandi giacimenti di gas appena scoperti nei pressi della zona economica esclusiva. Attualmente Turchia, Israele, Cipro e Grecia lo rivendicano, ma come dimostra l’esperienza nella risoluzione delle controversie, le navi da guerra sono l’argomento migliore“. Inoltre, la flotta del sud permetterà a Cairo di proteggere le rotte marittime del Golfo di Aden e d’influenzare Iran ed Arabia Saudita nel conflitto nello Yemen. In definitiva, “nessuno dei partecipanti all’accordo ci perde: Parigi, disobbedisce a Washington e ottiene altri contratti militari, la Russia ha ricevuto la documentazione delle Mistral, insieme al nuovo alleato strategico, e l’Egitto acquisisce lo status di potenza navale“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora