La militarizzazione della penisola coreana destabilizza l’Asia

Sergej Kozhemjakin, Pravda, 10/03/2017 – Histoire et Societé
Il protagonista principale di questa politica sono gli Stati Uniti. Con le sue provocazioni, Washington cerca d’iniziare un conflitto e coinvolgervi non solo la Corea democratica, ma anche la Cina.Teste di ponte di Washington
Il fatto che la regione Asia-Pacifico, in particolare l’Asia orientale, sia una delle principali direttrici della politica estera della nuova amministrazione degli Stati Uniti, è noto da molto prima della nomina ufficiale di Donald Trump. In primo luogo, la squadra del futuro presidente degli Stati Uniti inviò un segnale negativo a Pechino, stabilendo contatti con le autorità di Taiwan. Poi Washington chiarì che non avrebbe abbandonato l’alleanza con Giappone e Corea del Sud. Gli Stati Uniti iniziarono la marcia forzata della militarizzazione di questi Paesi per consolidarne lo status di “portaerei inaffondabili” di Washington. Il calendario di incontri e visite di alti funzionari degli Stati Uniti è significativo. Il primo dei leader mondiali ad incontrare Trump dopo la sua elezione fu il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe. Il capo del governo giapponese si affrettò a fare una visita ufficiale negli Stati Uniti a febbraio. Durante la visita fece delle dichiarazioni importanti. Secondo Trump, Washington è al “100% dedita all’alleanza con il Giappone”, e non ha intenzione di rivedere l’accordo di cooperazione e mutua sicurezza firmato nel 1960. L’accordo sulla difesa collettiva, tra le altre cose, autorizza il soggiorno nel Paese di un contingente di 54000 soldati degli USA. Inoltre, come sottolineato da Trump, l’accordo riguarda anche le isole Senkaku (Diaoyu), una sfida diretta alla Cina che le considera suo territorio. Inoltre, Trump e Abe avvertirono Pechino dall’aumentare l’attività nel Mar Cinese Meridionale, nascondendo la loro solita interferenza con le lacrime di coccodrillo sulla “violazione della libertà di navigazione e di volo”. Pochi giorni dopo. le portaerei dell’US Navy entrarono nella zona. Il loro comandante, contrammiraglio James Kilby, disse apertamente che lo scopo dell’azione era una “prova di forza”. E’ ovvio che senza la crisi politica in Corea del Sud (il 9 dicembre la presidentessa Park Geun-hye è stata deposta per corruzione), la leadership del Paese sarebbe stata pronta ad omaggiare il boss d’oltremare. Così Tokyo e Seoul, nel sistema “mondiale degli Stati Uniti”, continuano ad occupare un posto speciale, e la minaccia di Trump di ridurre il costo delle presenza era pura demagogia preelettorale. Lo dimostrano le visite in Corea del Sud e Giappone del nuovo segretario alla Difesa James Mattis, facendovi i suoi primi viaggi all’estero. Il capo del Pentagono ribadiva le dichiarazioni di Trump sull’inviolabilità della cooperazione militare e politica con tali Paesi. Passi concreti seguirono presto. Ai primi di febbraio, nelle Hawaii si ebbe il test congiunto USA-Giappone dei missili intercettori SM-3. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti inviarono 10 nuovi F-35B sulla base aerea di Iwakuni, nell’isola di Honshu. Prima della fine dell’anno vi saranno trasferite le unità della portaerei nucleare Ronald Reagan; sessanta aerei. Il Giappone sviluppa la propria produzione militare. Secondo il programma adottato, ogni anno costruirà due cacciatorpediniere dal dislocamento di 3000 tonnellate. Il Paese non nasconde che le nuove navi pattuglieranno il Mar Cinese Orientale, cioè “contenere” la Cina

L’aggressore non è chi pensiamo
La militarizzazione della Corea del Sud è anche maggiore. Per farlo hanno trovato un comodo alibi: il programma missilistico e nucleare della Corea democratica. Gli sforzi occidentali per demonizzare Pyongyang non sono stati vani: quasi tutti ripetono che il “regime nordcoreano è aggressivo”, e che presumibilmente aspetta solo il momento giusto per lanciare i suoi missili nucleari. Ad esempio citando il test dell’anno scorso, così come lanci di missili balistici. L’ultimo avveniva il 12 febbraio, quando fu lanciato un missile “Pukkykson-2” (“Stella Polare-2”). L’ira di Stati Uniti ed alleati fu causata non solo dal fatto che il test avvenne al momento della visita di Shinzo Abe a Washington, ma che dimostrava anche le nuove capacità della Corea democratica. Il missile fu lanciato da un’unità mobile ed era dotato di un motore a combustibile solido, complicandone l’intercettazione dal nemico. In risposta, contro il Paese furono imposte severe sanzioni, tra cui divieto d’importare minerali dalla Corea democratica, embargo sulla fornitura di carburante per aerei e anche ispezione di tutte le merci che entrano nel Paese. Purtroppo, la Russia vi ha aderito, mentre soffre restrizioni inique. Alla fine di febbraio, il Ministero degli Esteri russo preparava un progetto di decreto presidenziale sull’ulteriore inasprimento delle sanzioni. Il documento prevede la fine della cooperazione scientifica e tecnica con Pyongyang, e vieta la fornitura di rame, nichel e altri metalli, e così via. In altre parole, Mosca ha accettato le regole imposte. Ma sono giuste? La politica verso la Corea democratica è un esempio lampante dello stigma dell’anatema. La Corea democratica è stigmatizzata unanimemente per dei peccati che non ha commesso, e chi grida più forte non è giudice esente da qualsiasi crimine. Per dieci anni, questo Paese non ha commesso alcuna aggressione, e tutte le prove vengono effettuate sul proprio territorio. A differenza degli Stati Uniti, che hanno trasformato Libia, Iraq, Afghanistan, Siria e molti altri Stati in poligoni sanguinosi per le loro armi. Pyongyang ha apertamente detto che il programma nucleare e missilistico serve a garantire la sovranità del Paese. Contrariamente alla credenza popolare, la Corea democratica non brandisce il “manganello nucleare” e valuta la possibilità di utilizzare l’arsenale solo se attaccata. Nel frattempo, la leadership nordcoreana non esclude il congelamento completo dei test, indisponendo l’occidente. Al settimo Congresso del Partito dei Lavoratori dello scorso anno, la possibilità di una moratoria fu avanzata. In cambio Pyongyang chiese solo una cosa: la fine delle grandi esercitazioni in prossimità della linea demilitarizzata. Le regolari esercitazioni militari di Seoul e Washington sono un fatto spesso trascurato. È un grave errore, perché non sono in realtà semplici manovre, ma piuttosto una mobilitazione completa e una concentrazione di forze nelle immediate vicinanze del territorio della Corea democratica. Ad esempio, nelle manovre Key Resolve dello scorso anno parteciparono 300000 soldati coreani e 15000 degli Stati Uniti. Altre esercitazioni, Ulchi Freedom Guardian, ricordavano a Pyongyang i terribili giorni della guerra di Corea: giunsero sulle penisola i soldati di 9 Paesi, protagonisti della coalizione filo-USA del 1950-1953. Per comprendere la natura aggressiva di tali manovre, basta elencarne gli obiettivi: attacco nucleare preventivo sulla Corea democratica, sbarco a Pyongyang e distruzione della leadership nordcoreana e, infine, occupazione totale del Paese. In realtà, più volte l’anno in Corea del Sud si svolgono le prove generali per l’invasione del Nord. A tal proposito, la posizione della RPDC, che denuncia le manovre come ragione principale delle tensioni nella penisola, è pienamente giustificata. Chi parla di “aggressione di Pyongyang” ha volutamente invertito il rapporto tra causa ed effetto. Nel 2014-2015, la leadership della Corea democratica chiese più volte a Seoul di riprendere il dialogo per la pace e riavviare il processo di creazione della Confederazione coreana unificata, idea già avanzata da Kim Il Sung. Tuttavia, il governo di destra di Park Geun-hye respinse queste iniziative, ammettendo solo una variante della riunificazione: l’assorbimento del Nord dal Sud sull’esempio della RFT con la RDT. Il contingente statunitense in Corea del Sud fu rafforzato e le esercitazioni congiunte assunsero un peso ancora maggiore. Solo dopo Pyongyang riprese i test nucleari e missilistici.

Grandi e piccole provocazioni
L’ultima serie di lanci di missili è anche una risposta ai passi apertamente ostili di Seoul e Washington. Il Ministero della Difesa della Corea del Sud annunciava un piano per la “punizione di massa e la vendetta” con cui Pyongyang “sarà incenerita scomparendo dalla carta geografica” al minimo “segno di uso di armi nucleari”. I criteri per definire questo “segno” non sono specificati nel documento. Tuttavia, Seoul annunciava la creazione di un’unità speciale per la distruzione fisica della leadership politica e militare della Corea democratica, tra cui Kim Jong-un. Come notato, in caso di ostilità, questo compito sarà realizzato da subito, qualunque sia il “danno collaterale” per la popolazione civile della Corea democratica. La nuova amministrazione statunitense si esprime con lo stesso tono. Chiamando la Corea democratica “grave minaccia per la sicurezza regionale e globale”, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson ha detto di preparare una nuova strategia nei rapporti con Pyongyang. Secondo lui, vanno considerare tutte le opzioni senza escludere l’uso della forza militare contro la Corea democratica. Era sostenuto dal comandante delle forze USA in Corea del Sud Vincent Brooks, che invitava a rafforzare le capacità d’attacco sullo Stato confinante. “La difesa convenzionale qui è inadeguata. Se non possiamo uccidere gli arcieri, allora non potremo intercettare tutte le frecce“, aveva detto pittorescamente. In tale contesto, l’invio di armi in Corea del Sud si è notevolmente intensificato. 24 elicotteri d’attacco “Apache” sono stati assegnati alla base statunitense di Suwon. Altri 36 sono stati aggiunti all’aeronautica del Paese. Secondo Seoul, gli elicotteri saranno trasferiti sulle isole Yeonpyeong e Baengnyeong, a 12 chilometri dalle coste della Corea democratica. Non c’è migliore provocazione: dopo la fine della guerra di Corea, il confine marittimo tra i due Paesi non fu deciso e Pyongyang contesta la proprietà delle isole. Inoltre, durante la visita di Mattis, fu confermata la volontà d’installare il sistema antimissile THAAD prima della fine dell’anno. La loro gestione sarà assegnata esclusivamente ai militari degli Stati Uniti, e Seoul non avrà accesso neanche ai dati radar. Così, la Corea e presto il Giappone, saranno collegati al sistema di difesa missilistica globale creato dagli Stati Uniti per isolare Cina, Russia e Iran. Ma questa è solo una parte della militarizzazione. Per partecipare all’avvio delle esercitazioni di marzo Key Resolve e Foal Eagle arriveranno in Corea del Sud armi strategiche, come sottomarini nucleari, aerei da combattimento F-22, bombardieri strategici e uno squadrone guidato dalla portaerei nucleare Carl Vinson. Come già detto a Washington e Seoul, le manovre sono di dimensioni senza precedenti. Inoltre, saranno l’occasione per insediare permanentemente armi strategiche in Corea del Sud. Il Capo di Stato Maggiore Lee Sung-jin ha già presentato una richiesta in tal senso agli Stati Uniti.
Provocando la reazione della Corea democratica, Washington cerca di rafforzare la sua posizione nella regione. In tale contesto, l’assai misteriosa morte di Kim Jong-nam merita una particolare attenzione. Il fratellastro del leader nordcoreano ha vissuto per molti anni fuori dal Paese, conducendo una vita dissoluta e guadagnandosi da vivere facendo “rivelazioni” sul regime della Corea democratica. 16 anni dopo aver lasciato la Corea democratica, Kim Jong-nam fu ucciso nell’aeroporto di Kuala Lumpur (Malesia). La domanda sorge spontanea: a chi giova? Non certo alla leadership della Corea democratica, già sotto estrema pressione da molti anni. Ma le forze interessate a destabilizzare l’est asiatico, con l’assassinio di Kim Jong-nam, hanno un’occasione d’oro per nuovi attacchi contro Pyongyang. Non meraviglia che, subito dopo le prime notizie dell’attentato, Seoul, attraverso il presidente ad interim Hwan Ahnkyo, accusasse la Corea democratica, esortandola a punirla severamente in quanto “Stato terrorista”? Ciò che appare come una provocazione deliberata è la versione ufficiale, secondo cui Kim Jong-nam fu ucciso con veleno VX, bandito dalla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche. Ora la Corea democratica sarà certamente accusata non solo di omicidio, ma anche di usare armi chimiche. E’ chiaro che tali eventi rientrano nello scenario per destabilizzare la regione. E la Corea democratica non è l’unico obiettivo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iran: “road map” per il sistema di cooperazione

EADaily, 20 marzo 2017

L’economia iraniana mostra segnali di ripresa. Il Presidente Hassan Ruhani e il suo governo sono riusciti a raddrizzarla dopo le sanzioni paralizzanti dell’occidente. L’inflazione a due cifre che ossessionava l’Iran per decenni s’è ridotta al 7,5% (contro il 40% nel 2013). Nel 2016, il PIL del Paese è cresciuto del 7% rispetto al -5,8% nel 2013, con 9,5 miliardi di dollari investiti nell’economia durante l’anno scorso. Ma non possiamo chiamarlo passo avanti, con una disoccupazione che continua ad essere molto alta, 12,7% nel 2016 contro il 14,4% nel 2013. Tra i giovani, che rappresentano i 2/3 della popolazione iraniana, arriva al 30%. Gli esperti danno due ragioni a questo piccolo miracolo economico. La prima è che a differenza del predecessore Mahmud Ahmadinejad, Ruhani assegna maggiore comprensione monetaria e minore populismo economico-sociale in politica interna. La seconda ragione è che il petrolio iraniano è tornato sul mercato europeo e alcune sue attività in occidente sono state scongelate (la somma totale ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari). Soprattutto, dopo l’accordo nucleare del 2016, l’Iran ha migliorato i rapporti con la maggior parte delle capitali europee. Ma gli ultimi sviluppi in Medio Oriente hanno tenuto gli iraniani in allerta. La peggiore minaccia proviene dagli Stati Uniti. Donald Trump non è neutrale nei confronti dell’Iran, come lo fu Barack Obama. L’accordo dell’Iran Air con la Boeing avvenne prima dell’elezione e potrebbe essere l’ultimo grande accordo. Trump sembra preferire il linguaggio delle sanzioni e questo può avere conseguenze dannose per gli occidentali che desiderano espandersi nel vasto mercato iraniano.
C’è un piccolo gruppo di grandi potenze che può aiutare l’Iran a confrontare tale turbolenza geopolitica. Russia e Cina. L’Europa è ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti e difficilmente agirà contro la loro volontà. Così, a due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, Ruhani ha un grande obiettivo, migliorare le relazioni economiche con la Russia e la Cina e mostrare al popolo che l’Iran ha alleati che possono aiutarlo a scansare Trump. Ma anche i rivali geopolitici dell’Iran sono in allerta. Il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud ha visitato Pechino a metà marzo e firmato accordi per 65 miliardi di dollari. Così, gli iraniani devono agire in fretta finché i cinesi possono concedere ampi investimenti. I russi possono aiutare con la tecnologia nucleare, petrolio e gas, metalmeccanica e difesa. E questo sarà un ottimo guadagno per Ruhani. Nella prossima visita a Mosca, il presidente iraniano dovrebbe firmare una serie di accordi miliardari, in particolare, nelle comunicazioni ed idrocarburi, adottando una road map per la cooperazione economica a medio-lungo termine. Una delle opzioni è il programma “petrolio per beni e servizi”. Per l’Iran c’è la possibilità di diversificare le esportazioni di petrolio, per la Russia la buona occasione di ottenere attrezzature per le sue industrie del petrolio, gas e trasporti. Alcune fonti dicono che i russi pagheranno agli iraniano la metà del petrolio in denaro e metà in beni e servizi, questa metà sarà pari a circa 45 miliardi di dollari l’anno. L’anno scorso, i russi decisero di prestare agli iraniani 1,2 miliardi di euro per la costruzione di nuove unità elettrotermiche e 1 miliardo per il programma per l’elettrificazione della tratta ferroviaria Garmsar-Ince Burun. Questo mese le ferrovie russa, iraniana e azera hanno deciso di dimezzare le tariffe promuovendo il corridoio di trasporto Nord-Sud. L’Iran guadagnerà ancora di più se questo corridoio sarà collegato alla cintura economica della Via della Seta cinese (1). La cosa migliore è che l’Iran acquisti dai russi prodotti e servizi e non solo carburante. Ma il problema è che il commercio con l’Iran non è mai stato molto elevato, finora. Il livello più alto si ebbe nel 2011, pari a 3,75 miliardi di dollari. Nel 2015 scese a 1 miliardo. Secondo gli esperti, l’anno scorso fu di 1,5 miliardi, ma il Ministero dello Sviluppo Economico della Russia sostiene che avvivò a 2,1 miliardi, e in cui le esportazioni russe crebbero dell’80% e le importazioni iraniane del 13%.
Un’altra cosa che sarà discussa da Ruhani a Mosca è il progetto di zona economica speciale russo-armena. I mass media dicono che la zona sarà aperta al confine tra Armenia e Iran stimolando il commercio iraniano con l’Unione economica eurasiatica. I russi hanno fatto dichiarazioni ufficiali, ma gli armeni discutono attivamente il progetto sia a livello governativo che di esperti. La zona dovrebbe essere aperta entro la fine dell’anno, coprendo circa 10-15 h presso la città armena di Meghri, ospitando 100-120 aziende. Le autorità armene sono pronte a spendervi 32 milioni di dollari. Secondo il Ministero per lo Sviluppo Economico dell’Armenia, nei prossimi 10 anni la zona potrà ricevere 350-400 milioni di dollari in investimenti e si prevede che avrà una produzione annua di 80-100 milioni. Se il progetto viene realizzato, sarà il primo di questo tipo nell’area post-sovietica. I beneficiari del progetto potranno godere di esenzione da IVA, tassa sul profitto e tassa di proprietà. Un’altra cosa buona è che la zona economica speciale russo-armena entrerà nella zona economica libera di Aras, in Iran. L’Armenia spera che Iran, Russia e gli altri membri dell’Unione economica eurasiatica stilino presto la lista dei beni che attraverseranno il confine con bassa o senza tariffa doganale. La visita di Ruhani a Mosca chiarirà la questione. Secondo il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak, il presidente iraniano dovrebbe firmare un accordo per creare una zona di libero scambio tra Iran e Unione economica eurasiatica. Nella fase iniziale, l’area riguarderà solo l’industria leggera e i prodotti agricoli. Ma l’unico problema è che l’Iran non è membro del WTO (2).
I contatti dell’Iran con la Russia possono provocare una reazione a catena in occidente. Alcuni esperti iraniani mettono in guardia le autorità da contatti attivi con i russi. Gli esperti russi dicono che i contatti russo-iraniani non sono stabili, abbastanza sistematici e che sono vulnerabili ad interventi da Stati terzi. In ogni caso, entrambe le parti sono ansiose di sviluppare le relazioni economiche, tanto più che uno scambio di 2 miliardi è in stridente disaccordo con il reciproco accordo geopolitico. Una visita non potrà risolvere tutti i problemi. Qui le parti devono compiere sforzi coerenti, in particolare, su una serie di progetti comuni efficaci in settori come energia nucleare (3), petrolio e gas, e difesa. Questo sarà una buona base per trasformare i contatti economici iraniani-russi in un sistema.1) Russia e Iran: il riavvio economico – vestifinance.ru, 15/03/2017.
2) Rustem Faljakhov, La zona armena può avvicinare Russia e Iran – Gazeta.ru, 16/03/2017.
3) Il 14 marzo, l’Atomstroexport iniziava la costruzione di due reattori nucleari a Busher, in Iran, in linea con l’accordo del novembre 2014 con la società di sviluppo e produzione nucleare dell’Iran. Nei prossimi 10 anni, i russi aiuteranno gli iraniani a costruire due reattori VVER-1000 a Bushehr. La seconda unità sarà attivata nel 2024, la terza nel 2026. La prima unità fu commissionata nel 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’URSS ha vinto in Afghanistan?

Andrej Mikhailov, Pravda, 13/03/2017

Il 25 dicembre 1979, alle 15:00, le truppe sovietiche entravano in Afghanistan. 500000 soldati sovietici parteciparono alla guerra in Afghanistan. Quasi 50000 ne furono feriti, 6669 resi disabili, 13833 soldati furono uccisi in battaglia, 312 scomparvero e 18 furono internati in altri Paesi. Questi furono i costi dell'”aiuto internazionale”. Del materiale militare, le perdite furono le seguenti: 147 carri armati, 1314 blindati, 510 veicoli per genieri, 11369 autocarri e autocisterne, 433 sistemi di artiglieria, 118 aerei, 333 elicotteri. La guerra non dichiarata, durata nove anni, un mese e 19 giorni, rimane ancora sconosciuta. La verità sulla guerra in Afghanistan durante l’era sovietica nascosta, anche con la glasnost di Gorbaciov. Si può affrontare la guerra in Afghanistan da diversi punti di vista: politico, militare e morale. La guerra lasciò traccia in tutti questi ambiti e non è mai divenuta questione passata. Negli anni ’90 ci fu la tendenza nella società russa a criticare la guerra. Tuttavia, si criticava tutto ciò che era legato all’Unione Sovietica. Molti dicevano che il nostro Paese aveva tristemente perso la guerra in Afghanistan, proprio come gli Stati Uniti in Vietnam.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica decise d’inviare un limitato contingente di truppe in Afghanistan il 12 dicembre 1979. Solo una persona, Aleksej Kosygin, membro del PolitBurò, votò contro. L’URSS schierò le truppe in Afghanistan dopo la 21.ma richiesta del governo afgano. All’inizio, l’Unione Sovietica inviò tre divisioni, una brigata, due reggimenti e diverse unità della 40.ma Armata. Nei mesi successivi, un’altra divisione e altri due reggimenti si unirono. Così, vi erano 81000 effettivi nel contingente afgano. Nel 1985, l’anno della massima presenza dell’esercito sovietico in Afghanistan, la struttura del contingente aumentò a quattro divisioni, cinque brigate, quattro reggimenti, sei battaglioni, quattro unità dell’aviazione e tre unità di elicotteri. In totale, quasi 108000 effettivi. Come dicono numerose fonti, la decisione di schierare le truppe in Afghanistan era dettata dalla necessità di garantire la sicurezza alla stessa URSS. Il Paese agì anche per preservare la leadership politica mondiale. In ogni caso, gli storici dicono che se l’URSS non avesse schierato le truppe, gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo. Le guerre dell’URSS in Afghanistan e degli Stati Uniti in Vietnam hanno molto in comune. Ma v’è anche una certa differenza. Proviamo a confrontare. Gli Stati Uniti persero 58000 uomini in Vietnam (47000 uccisi in battaglia) in otto anni. Le perdite nell’aviazione furono 3339 aerei (di cui 30 bombardieri strategici B-52). Di elicotteri ne furono persi 4892. A differenza dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti non ritirarono le truppe dal Paese normalmente. Tutto si concluse con l’evacuazione caotica. Gli statunitensi dovettero gettare molti elicotteri in mare per sgombrare il ponte delle portaerei utilizzate per l’evacuazione. Pertanto, la guerra afghana drl 1979-1989 impallidisce in confronto alla guerra in Vietnam.
Nikolaj Farjatin, dottore in scienze storiche, colonnello in pensione, e veterano dell’Afghanistan, ha condiviso le sue opinioni sulla guerra con Pravda. “Non importa ciò che si posa dire dell’Afghanistan oggi, si può credere che l’Unione Sovietica abbia vinto la guerra. Il Paese raggiunse tutti gli obiettivi decisi. L’Afghanistan era più o meno utile per l’URSS. Nonostante l’assistenza degli Stati Uniti all’opposizione afgana, il governo di Najibullah sopravvisse all’URSS, poiché il suo governo rimase al potere fino al 1992”. Tuttavia, l’URSS non riuscì a gestire i problemi politici interni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la nuova Russia cominciò a criticare il passato sovietico, ignorando deliberatamente molte cose ovvie. Quale sia il risultato della guerra in Afghanistan, che può essere descritto positivo dal punto di vista geopolitico, se l’amministrazione sovietica non sfruttò il successo non significa che non vi fu alcun successo. “C’è anche un’altra cosa. Molti credono oggi che il dispiegamento delle truppe sovietiche in Afghanistan fosse aggressione, intervento ed occupazione. Tuttavia, la forma della presenza militare sovietica nel Paese esclude l’occupazione. L’Unione Sovietica non ne sfruttò le risorse naturali, né l’economia. Considerando il volume degli aiuti umanitari e i costi per inviarli, si può dire che fu l’Afghanistan che sfruttò l’economia dell’Unione Sovietica. Tra l’altro, l’opposizione armata in Afghanistan non ebbe successo con alcuna grande operazione e non prese alcuna grande città. L’URSS vinse quella guerra. “Non voglio dire che non ci fosse nulla di negativo. Abbiamo ancora molte organizzazioni di veterani afgani in Russia, orgogliosi delle loro medaglie e ancora orgogliosi di ciò che fecero“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Corea democratica: il Grande Inganno svelato

Christopher Black New Eastern Outlook 13/03/2017Nel 2003, insieme ad alcuni avvocati statunitensi della National Lawyers Guild, ebbi la fortuna di recarmi nella Repubblica democratica popolare di Corea, per vedere in prima persona quella nazione, il suo sistema socialista e il suo popolo. La relazione congiunta rilasciata al nostro ritorno s’intitolava “Il Grande Inganno svelato”. Questo titolo fu scelto perché scoprimmo che la propaganda del mito negativo occidentale della Corea del Nord è un grande inganno volto ad accecare i popoli del mondo sulle realizzazioni del popolo nordcoreano che ha creato con successo, date le circostanze, un proprio sistema socio-economico indipendente basato sui principi socialisti e libero del dominio delle potenze occidentali. In una delle nostre prime cene a Pyongyang il nostro ospite, Ri Myong Kuk, avvocato, dichiarò a nome del governo e in termini appassionati che la deterrenza nucleare della Corea democratica è necessaria alla luce delle azioni mondiali degli Stati Uniti e delle minacce subite. Affermò, e questo mi fu ripetuto in una riunione ad alto livello con i funzionari governativi della RPDC, in seguito nel viaggio, che se gli statunitensi firmavano il trattato di pace e non aggressione con la Corea democratica, avrebbero delegittimato l’occupazione statunitense portando alla riunificazione. Di conseguenza, non ci sarebbe stato bisogno di armi nucleari. Dichiarò sinceramente che, “E’ importante che gli avvocati si riuniscano per parlare di come possano regolare le interazioni sociali nella società e nel mondo“, e aggiunse altrettanto sinceramente che, “il cammino verso la pace richiede un cuore aperto“. Ci sembrava allora ed è evidente ora, in contraddizione assoluta con le pretese dei media occidentali, che il popolo della Corea democratica vuole la pace più di ogni altra cosa, in modo da continuare la propria vita e a lavorare senza la costante minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Ma l’annientamento in realtà contro chi è volto e di chi è la colpa? Non loro. Ci mostrarono i documenti statunitensi catturati nella guerra di Corea, prove convincenti che gli Stati Uniti pianificarono l’attacco alla Corea democratica nel 1950. L’attacco fu condotto utilizzando le forze statunitensi e sudcoreane con l’aiuto di ufficiali dell’esercito giapponese che invase e occupò la Corea decenni prima. La difesa e il contro-attacco della Corea democratica furono definite dagli Stati Uniti “aggressione”, manipolando i media per far sì che le Nazioni Unite sostenessero l'”operazione di polizia”, eufemismo usato per sostenere difatti la loro guerra di aggressione alla Corea democratica. Tre anni di guerra e 3,5 milioni di morti coreani seguirono e gli Stati Uniti minacciano guerra imminente ed annientamento fin da allora.
Il voto delle Nazioni Unite a favore dell'”azione di polizia” nel 1950 fu illegale, dato che l’URSS era assente al voto del Consiglio di Sicurezza. Il quorum era necessario al Consiglio di sicurezza secondo il proprio regolamento interno, in modo che tutte le delegazioni siano presenti, senza cui una sessione non può procedere. Gli statunitensi usarono il boicottaggio sovietico del Consiglio di sicurezza come opportunità. Il boicottaggio era a difesa della posizione della Repubblica Popolare Cinese, per concederle il seggio al Consiglio di Sicurezza e non al perdente governo del Kuomintang. Gli statunitensi si rifiutarono di fare la cosa giusta, così i russi si rifiutarono di sedersi al tavolo fin quando non lo potesse il legittimo governo cinese. Gli statunitensi usarono tale occasione per effettuare una sorta di colpo di Stato alle Nazioni Unite, occupandone il meccanismo per i propri interessi ed organizzando con inglesi, francesi e Kuomintang il sostegno alle loro azioni in Corea, con un voto in assenza dei sovietici. Gli alleati fecero come gli statunitensi ordinarono e votarono la guerra alla Corea, ma il voto non era valido e la “azione di polizia” non era un’operazione di mantenimento della pace giustificato dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in quanto l’art. 51 afferma che tutte le nazioni hanno diritto alla legittima difesa contro l’attacco armato, ciò che i nordcoreani affrontavano e a cui rispondevano. Ma gli statunitensi non si curarono mai della legalità, mentre il loro piano era conquistare e occupare la Corea democratica come passo verso l’invasione della Manciuria e della Siberia, che la legalità non doveva ostacolare.
Gli occidentali non hanno idea della distruzione inflitta alla Corea da statunitensi e loro alleati; che Pyongyang fu bombardata a tappeto fu dimenticato, come la carneficina di civili in fuga mitragliati dagli aerei statunitensi. Il New York Times dichiarò che allora 8500000 kg di napalm furono utilizzati in Corea solo nei primi 20 mesi di guerra. Furono sganciate più bombe sulla Corea dagli Stati Uniti che sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Le forze statunitensi braccarono e uccisero non solo i membri del partito comunista, ma anche le loro famiglie. A Sinchon vedemmo la prova che i soldati statunitensi spinsero 500 civili in un fosso, li cosparsero di benzina e gli diedero fuoco. Scendemmo in un rifugio antiaereo con le pareti ancora annerite dalla carne bruciata di 900 civili, tra cui donne e bambini, che cercarono riparo nel corso di un attacco statunitense. I soldati statunitensi furono visti versare benzina giù per le prese d’aria del rifugio e bruciarli a morte. Questa è la realtà dell’occupazione statunitense per i coreani. Questa è la realtà che temono ancora e non vogliono che si ripeta. Possiamo dargli torto? Ma anche con tale storia, i coreani sono disposti ad aprire il cuore agli ex-nemici. Il Maggiore Kim Myong Hwan, allora negoziatore principale a Panmunjom sulla linea DMZ, ci disse che il suo sogno era essere scrittore, poeta, giornalista, ma disse in toni cupi che lui e i suoi cinque fratelli “si allinearono” sulla DMZ da soldati per ciò che successe alla famiglia. Disse che la loro lotta non era contro il popolo statunitense, ma contro il loro governo. Era per la famiglia perduta a Sinchon; suo nonno fu appeso a un palo e torturato, la nonna colpita da una baionetta nello stomaco e lasciata morire. Disse: “Vedi, dobbiamo farlo. Dobbiamo difenderci. Non ci opponiamo al popolo statunitense. Ci opponiamo alla politica di ostilità statunitense e ai suoi sforzi per controllare il mondo ed infliggere calamità ai popoli”. Era parere della delegazione che mantenendo l’instabilità in Asia, gli Stati Uniti possono mantenere una massiccia presenza militare e tenere a bada la Cina nelle relazioni con le Coree e il Giappone, facendo leva contro Cina e Russia. Con la continua pressione in Giappone per rimuovere le basi statunitensi a Okinawa, le operazioni militari e le esercitazioni di guerra coreane rimangono un punto centrale degli sforzi statunitensi per dominare la regione
La questione non è se la Corea democratica possieda le armi nucleari, legalmente autorizzata ad avere, ma se gli Stati Uniti, che hanno armi nucleari nella penisola coreana e che v’installano il sistema di difesa missilistica THAAD, minacciando la sicurezza di Russia e Cina, siano disposti a collaborare con il Nord sul trattato di pace. Trovammo i nordcoreani avidi di pace e non attaccati alle armi nucleari se la pace può essere stabilita. Ma la posizione statunitense resta arrogante, aggressiva, minacciosa e pericolosa più che mai. Nell’epoca della dottrina del “cambio di regime” e della “guerra preventiva”, e degli sforzi statunitensi per sviluppare armi nucleari dalla bassa potenza, nonché dell’abbandono e manipolazione del diritto internazionale, non sorprende che la Corea democratica giochi la carta nucleare. Che scelta devono prendere i coreani se gli Stati Uniti minacciano la guerra nucleare ogni giorno e i due Paesi che logicamente dovrebbero sostenerli contro l’aggressione statunitense, Russia e Cina, si uniscono agli statunitensi nel condannare i coreani per dotarsi dell’unica arma che può fungere da deterrente contro tali attacchi. La ragione è chiara dato che russi e cinesi hanno armi nucleari costruite per fungere da deterrente all’attacco dagli Stati Uniti, come la Corea democratica. Alcune loro dichiarazioni governative indicano che temono una situazione fuori controllo e che la difesa della Corea democratica comporti l’attacco degli Stati Uniti, venendo attaccati anche loro. Si può capirne l’ansia. Ma si pone la domanda del perché non sostengano il diritto della Corea democratica all’autodifesa e facciano pressione sugli statunitensi concludere un trattato di pace e non aggressione, e ritirare le loro forze nucleari e armate dalla penisola coreana. Ma la grande tragedia è la chiara incapacità del popolo statunitense di pensarci da sé, a fronte degli inganni continui, e di chiedere ai propri capi di esaurire tutte le possibilità di dialogo e di pace prima di contemplare l’aggressione nella penisola coreana.
Scopo fondamentale della politica della Corea democratica è stipulare un patto di non aggressione e un trattato di pace con gli Stati Uniti. I nordcoreani più volte hanno dichiarato che non vogliono attaccare nessuno o essere in guerra con qualcuno. Ma hanno visto quanto è successo in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e innumerevoli altri Paesi e non hanno alcuna intenzione che ciò gli accada. E’ chiaro che qualsiasi invasione degli Stati Uniti sarebbe contrastata con vigore e che la nazione può sopportare una lunga e dura lotta. In un altro luogo sulla DMZ incontrammo un colonnello con il binocolo a tracolla, dal quale vedemmo attraverso la zona tra nord e sud. Vedemmo un muro di cemento costruito sul lato sud, una violazione degli accordi della tregua. Il maggiore descrisse tale struttura permanente come “vergogna del popolo coreano, popolo omogeneo“. Un altoparlante blaterava continuamente propaganda e musica dal lato sud. Il rumore fastidioso durava 22 ore al giorno, disse. Improvvisamente, in un altro momento surreale, gli altoparlanti del bunker iniziarono a urlare l’overture del Guglielmo Tell, meglio noto negli USA come sigla del Lone Ranger. Il colonnello ci esortò ad aiutare a far capire ciò che realmente accade nella Corea democratica, invece di basarsi sulla disinformazione. Ci disse “Sappiamo che come noi amate la pace, gli statunitensi hanno bambini, genitori e famiglie“. Gli dicemmo che saremmo tornati dalla nostra missione con un messaggio di pace e che speravamo di tornare un giorno a “camminare con lui liberamente in queste splendide colline”. Fece una pausa e disse: “Anch’io credo sia possibile“.
Così, mentre il popolo della Corea democratica spera nella pace e nella sicurezza, gli Stati Uniti e il loro regime fantoccio nel sud della penisola, minacciano la guerra per i prossimi tre mesi, con le più grandi esercitazioni mai condotte con portaerei, sottomarini nucleari, bombardieri invisibili, aerei e numerosi soldati, artiglieria e blindati. La propaganda è salita a livelli pericolosi con i media che accusano il Nord di aver assassinato un parente del leader della Corea democratica in Malesia, anche se non vi è alcuna prova e nessun motivo per ciò. Gli unici a beneficiare dell’omicidio sono gli statunitensi e i loro media che creano isteriche accuse al Nord, ora sulle armi chimiche del Nord. Sì, amici, pensano che siamo nati ieri e che non abbiamo imparato una cosa o due sul carattere dei capi statunitensi e la natura della loro propaganda. Non meraviglia che la Corea democratica tema che un giorno tali “esercitazioni” diventino una guerra vera, che tali “manovre” siano solo una copertura per l’attacco, e nel frattempo creare un’atmosfera di terrore presso il popolo coreano? C’è molto che si può dire della vera natura della Corea democratica, dei suoi popolo, sistema socio-economico e cultura. Ma non c’è spazio qui. Spero che la gente possa visitarla, come il nostro gruppo fece, e capire da sé ciò che abbiamo vissuto. Invece concluderò con il paragrafo conclusivo della relazione congiunta stesa al nostro ritorno dalla RPDC, nella speranza che le persone che lo leggano pensino ed agiscano per supportarne l’appello alla pace.
I popoli del mondo devono sapere la storia completa della Corea e del ruolo del nostro governo nel promuovere squilibrio e conflitti. L’azione va assunta da avvocati, gruppi di comunità, attivisti per la pace e tutti i cittadini del pianeta, per evitare che il governo degli Stati Uniti diffonda la propaganda per sostenere l’aggressione alla Corea democratica. Il popolo statunitense è vittima di un grande inganno. C’è troppo in gioco per farsi di nuovo ingannare. Questa delegazione di pace ha appreso nella Corea democratica una significativa verità essenziale nelle relazioni internazionali. E’ con maggiore comunicazione, negoziati seguiti da promesse mantenute e un profondo impegno per la pace, si può salvare il mondo letteralmente da un cupo futuro nucleare. L’esperienza e la verità ci libereranno dalla minaccia della guerra. Il nostro viaggio nella Corea democratica, la presente relazione e il nostro progetto sono piccoli sforzi per renderci liberi“.Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. Noto per una serie casi di crimini di guerra di alto profilo. di recente ha pubblicato il romanzo “Sotto le nuvole”. Scrive saggi su diritto, politica ed eventi internazionali, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora