Il Triangolo d’Oro tra Albania e Kosovo

Dean Henderson, Left Hook, 12/01/2014

Secondo il Wall Street Journal, gli investigatori sui diritti umani in Europa indagano sui membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo, sostenuto da Stati Uniti e NATO, per aver ucciso prigionieri di guerra serbi nei centri di detenzione segreti in Albania per venderne gli organi. L’accusa emerse in un libro del 2008 scritto dall’ex-procuratrice Carla Del Ponte. In un’indagine seguita dal Consiglio d’Europa, il procuratore svizzero Dick Marty sostiene che il primo ministro del Kosovo Hashim Thaci abbia collegamenti con la criminalità organizzata.
(Tratto dal capitolo 15: Big Oil e i suoi banchieri)President Slobodan Milosevictalking to reporters at the Sava centre, Belgrade, Dec 1993Il Kosovo fu separato dall’ex-Jugoslavia alla fine degli anni ’90. La Jugoslavia, come l’Iraq, aveva a lungo sfidato i bankster Illuminati. La sua economia, come quella dell’Iraq, tendeva al socialismo da quando il Maresciallo Tito sconfisse gli ustascia nella seconda guerra mondiale. La Jugoslavia successe all’India alla presidenza del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), un grande gruppo di nazioni tradizionalmente guidate dall’India che scelsero di non allinearsi con Stati Uniti o Unione Sovietica durante la guerra fredda. La Jugoslavia fu l’unica nazione europea orientale che non fu mai nel Patto di Varsavia. Divenne un leader rispettato del gruppo G-77, i Paesi in via di sviluppo che cercavano di deviare i proventi del petrolio dell’OPEC dal cartello dei banchieri internazionali dei Quattro Cavalieri allo sviluppo del Terzo Mondo. La Jugoslavia era un importante fornitore di macchine poco costose per le fabbriche e le aziende contadine del Terzo Mondo. Dove una volta questi Paesi erano costretti ad acquistare costose attrezzature dall’occidente, utilizzando valuta forte e affondando nel debito, ora si rivolgevano alla Jugoslavia, dalla recente industrializzazione, spesso disposta a scambiare macchine con materie prime.
I bankster internazionali disprezzavano il NAM perché i suoi membri sono nazionalisti di sinistra che proteggono le risorse da Big Oil e gli altri tentacoli del Potere Monetario. Il NAM fu una spina nel fianco della banda CFR/Bilderberg, che interpretava le lotte rivoluzionarie nel Terzo Mondo contro la sua egemonia finanziaria come una minaccia comunista filosovietica, giocando la carta “del pericolo rosso” per giustificare sanguinarie guerre di sterminio. Altri Paesi del Terzo Mondo presero atto dall’esempio della Jugoslava, nonostante la propaganda degli Illuminati secondo cui “il socialismo è morto”. Come il Presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, demonizzato presso la folla globalizzazione, osservò, “...l’ultimo governo socialista che minaccia il dominio capitalistico dell’Europa è la prova vivente che la storia non è finita, che più di un sistema economico è possibile“. Le risorse naturali della Jugoslavia erano vaste. I Quattro Cavalieri scoprirono enormi giacimenti di petrolio nell’Adriatico. Gli addetti dell’industria petrolifera ritengono che possano competere con quelli dell’Arabia Saudita. La Jugoslavia ha diciassette miliardi di tonnellate di carbone e ampie risorse in minerali, come l’enorme miniera di Stari Trg, la prima struttura che il Reich nazista di Hitler sequestrò quando invase la Jugoslavia nel 1941. Hitler estrasse il piombo a Stari Trg per le batterie dei suoi U-Boot. Ma Stari Trg contiene anche oro, argento, cadmio, zinco e platino per almeno 5 miliardi di dollari. Il territorio jugoslavo appare nella rotta dell’oleodotto che collega i campi petroliferi dei Quattro Cavalieri dal Mar Caspio all’Europa continentale, ed è a cavallo di una grande autostrada che collega l’Europa all’Asia centrale e del fiume strategico Danubio, che attraversa la nazione. Agli occhi dell’oligarchia internazionale, la Jugoslavia era matura per il raccolto.
bnd Le agenzie d’intelligence occidentali, con i combattenti fondamentalisti islamici, prima divisero Bosnia e Croazia. Ma la Jugoslavia ancora controllava Stari Trg, i giacimenti di carbone e gli ambiti giacimenti dell’Adriatico. Per arraffarli era necessario spezzare ancor più il territorio dell’indisciplinato governo centrale di Belgrado. Nel 1996 il servizio informazioni tedesco (BND) iniziò ad addestrare l’esercito di liberazione del Kosovo (UCK). Il Bundesnachrichtendienst fu creato nel 1956 per sostituire l’organizzazione del nazista Gehlen. L’idea di una Grande Albania fu opera dei nazisti che durante la seconda guerra mondiale occupavano la Jugoslavia. Tale idea venne condivisa dalla NATO. Il BND era guidato da Hans Jorg Geiger, che creò un’enorme stazione regionale del BND a Tirana, in Albania, nel 1995. La CIA avviò una grande operazione a Tirana l’anno prima. Il presidente Sali Berisha guidava l’Albania dai primi anni ’90. Cocco del Fondo monetario internazionale, aprì l’economia dell’Albania a multinazionali e banche occidentali e fu ricompensato con un enorme prestito dal FMI. Nel 1994, lo stesso anno in cui la CIA giunse a Tirana, la banca a schema piramidale presieduta da Berisha, ultimo barboncino del FMI, crollò improvvisamente cancellando i risparmi di una vita di migliaia di albanesi. Lo schema rientrava nel modello coordinato da FMI/BCCI per spezzare i Paesi debitori del Terzo Mondo. Berisha venne estromesso da Tirana, e fuggì nel nord dell’Albania dove prese il controllo di una regione sempre più senza legge, divenuta importante via del narcotraffico e del contrabbando di armi della Mezzaluna d’Oro. Con l’aiuto della polizia segreta albanese (SHIK), CIA e BND reclutarono i combattenti dell’UCK tra questi contrabbandieri, a molti dei quali la CIA concesse di trafficare a Peshawar, in Pakistan, un decennio prima. I Kommandos Spezialkräfte (KSK) tedeschi, indossando uniformi nere, addestrarono l’UCK dotandolo di armi tedesco-orientali. Nel vicino Kosovo vi furono molti casi di uomini con uniformi nere che terrorizzavano i contadini kosovari. Mentre gli Stati Uniti affermavano che si trattava delle forze speciali jugoslave, erano probabilmente membri delle KSK tedesche che guidavano i raid dell’UCK in Kosovo. L’UCK indossava divise della Bundeshehr con insegne tedesche. La Germania fu il primo Paese a riconoscere la Croazia nel 1990, prima ancora che i separatisti croati iniziassero la rivolta contro Belgrado. I tedeschi guidarono la campagna che incoraggiò la Croazia a secedere dalla Jugoslavia. Quando il nuovo governo fu creato a Zagabria, adottò bandiera e inno nazionale dei fantocci di Hitler, gli ustascia. Nel 1998 l’UCK era una piccola cellula terroristica di solo 300 membri. Dopo un anno di invii di armi e addestramento ad opera di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, l’UCK divenne un esercito di 30000 guerriglieri. Il luogotenente di Usama bin Ladin, Ayman al-Zawahiri, fu un comandante dell’UCK.
Le provocazioni dell’UCK furono il pretesto per l’aggressione della NATO alla Jugoslavia, per spartirsi le ricchezze minerarie e petrolifere del Kosovo. Le forze di sicurezza jugoslave combatterono il terrorismo dell’UCK, ma repressero anche episodi di eccessiva ritorsione serba, arrestando più di 500 serbi per crimini contro civili albanesi. Il Presidente Milosevic aveva sempre sostenuto l’uguaglianza etnica e l’armonia. La sua delegazione ai colloqui di pace di Rambouillet, in Francia, era costituita da persone di ogni gruppo etnica, tra cui albanesi. I serbi erano in realtà una minoranza nella delegazione. Un discorso del 1992 è tipico del pensiero di Milosevic sulle tensioni etniche in Kosovo, che le agenzie d’intelligence occidentali sfruttavano. Dichiarò: “Sappiamo che molti albanesi del Kosovo non approvano la politica separatista dei loro capi nazionalisti. Sono sotto pressione, intimiditi e ricattati. Ma non risponderemo allo stesso modo. Dobbiamo rispondere porgendo la nostra mano, convivere in uguaglianza e non permettere che un solo bambino albanese, donna o uomo sia discriminato in Kosovo in alcun modo. Dobbiamo… insistere su una politica di fratellanza, unità e uguaglianza etnica in Kosovo. Persisteremo su questa politica“. Quando Milosevic, abile avvocato, iniziò a vincere nel processo per crimini di guerra a L’Aia, la copertura mediatica cessò e subito dopo morì. I suoi sostenitori dicono che fu avvelenato.
uck02 Alla fine dei bombardamenti contro la Jugoslavia, la NATO inviò in Kosovo una forza d’occupazione nell’ambito della KFOR. La NATO continuò ad ignorare e negare che bande dell’UCK attaccassero i civili serbi sotto la supervisione della KFOR, favorendo l’UCK che tentava di strappare un pezzo di Macedonia a favore della causa dei banchieri internazionali. Gli Stati Uniti costruirono in Kosovo la più grande base militare dai tempi del Vietnam. Nel frattempo l’Albania divenne un campo di addestramento della CIA per terroristi, centro di produzione dell’eroina e supermercato delle armi. Un articolo del 6 marzo 1995 dell’Athens News Agency citava il ministro dell’Ordine Pubblico greco Sifis Valyrakis dire che credeva che il governo albanese fosse coinvolto nella produzione e nel traffico di stupefacenti a Skopje, in Macedonia, dove truppe USA e NATO si ammassarono durante la guerra in Kosovo. Valyrakis disse che l’oppio veniva coltivato nella Chimarra, nel sud dell’Albania, dove laboratori di eroina erano sorti nel triangolo delle città di Gevgeli, Prilep e Pristina, in Albania, Macedonia e Kosovo secessionista. Citò il coinvolgimento nel narcotraffico delle forze armate macedoni, alleate degli Stati Uniti, e della mafia dei lupi grigi turchi, vecchi alleati della CIA. Osservò che un fiorente commercio di armi si sviluppava in Macedonia e Kosovo e disse che i separatisti albanesi in Jugoslavia erano al centro del traffico di eroina ed armi, di stanza a Pristina, dove è ospitata la forza per il “mantenimento della pace” in Kosovo della NATO, KFOR. Secondo lo storico Alfred McCoy, “esuli albanesi usarono i profitti della droga per spedire armi svizzere e ceche in Kosovo, per i separatisti dell’UCK. Nel 1997-1998, questi sindacati della droga kosovari armarono l’UCK per la rivolta contro l’esercito di Belgrado… Anche dopo l’accordo di Kumanovo nel 1999, per concludere il conflitto in Kosovo, l’amministrazione delle Nazioni Unite della provincia… permise il fiorente traffico di eroina… e i capi dell’UCK… continuarono a dominare il traffico dai Balcani“. Un rapporto per la Reuters del 16 giugno 1995 di Benet Koleka, da Tirana, accusava il governo albanese di aver segretamente inviato tonnellate di armi in Ruanda, prima che il genocidio esplodesse nel Paese dell’Africa centrale. Il maggiore quotidiano dell’Albania, Koha Jone, riferì che diversi aerei-cargo Antonov decollarono dalla base aerea di Gjadri, in Albania, carichi di armi e diretti in Ruanda. Amnesty International intervistò quattro piloti che sostennero di lavorare per una società inglese. Dissero che trasportavano le armi nella Repubblica democratica del Congo, scaricandone nell’aeroporto di Goma, vicino al confine ruandese. Dissero anche che portarono carichi di armi a Goma da Israele e che vi erano agenti del Mossad israeliano che lavoravano nella base aerea di Gjadri, supervisionando l’operazione albanese. Nello stesso anno un contractor della difesa degli Stati Uniti, noto come RONCO, era in Ruanda con il pretesto dello sminamento. RONCO invece importava materiale militare del Pentagono passandolo alle forze ruandesi poco prima che iniziasse il genocidio.
Il Washington Times riferì nel 1999 che “l’UCK, che l’amministrazione Clinton ha abbracciato e che alcuni membri del Congresso vogliono armare nell’ambito dei bombardamenti della NATO, è un’organizzazione terroristica che si finanzia con i proventi della vendita dell’eroina“. Nel 1999 una denuncia del Times di Londra rilevò che l’UCK era il principale spacciatore mondiale di eroina, ereditando tale posizione dagli ultimi surrogati della CIA, i mujahidin afgani. Europol raggiunse i governi di Svezia, Svizzera e Germania nelle indagini sui legami dell’UCK col traffico di eroina. Walter Kege, capo dell’unità antidroga dell’intelligence della polizia svedese dichiarò: “Abbiamo l’intelligence che ci porta a credere che ci sia una connessione tra narcodollari ed Esercito di liberazione del Kosovo“. Il Berliner Zeitung citò un rapporto dell’intelligence occidentale secondo cui 900 milioni di marchi tedeschi erano finiti in Kosovo da quando l’UCK aggredì il governo jugoslavo, nel 1997. La metà erano proventi della droga. La polizia tedesca osservò il parallelo tra ascesa dell’UCK e aumento del traffico di eroina tra l’etnia albanese in Germania, Svizzera e Scandinavia. La polizia ceca rintracciò un albanese fuggito da una prigione norvegese, dove scontava 12 anni per traffico di eroina. Nel suo appartamento trovarono documenti che lo collegavano a diversi acquisti di armi effettuati per conto dell’UCK. L’agenzia criminale federale della Germania concluse, “gli albanesi sono ora il gruppo più importante nella distribuzione dell’eroina nei Paesi consumatori occidentali“. Europol presentò una relazione dettagliata sul traffico di eroina albanese/UCK alla Corte Penale dell’Aia.
Molti combattenti dell’UCK erano stati addestrati negli stessi campi costruiti da Usama bin Ladin, nel Pakistan infestato dall’eroina da cui emersero i taliban. Nel 1997 i signori della guerra ceceni, addestrati in quegli stessi campi, cominciarono ad acquistare grandi immobili in Kosovo. Il capo dei ribelli ceceni, l’emiro saudita al-Qatab, creò campi in Cecenia per addestrare le truppe dell’UCK. I tentativi furono sempre finanziati da vendita di eroina, prostituzione, contrabbando di armi e contraffazione. Dopo che l’UCK tolse il Kosovo da ciò che rimaneva della Jugoslavia, la macchina propagandistica degli Illuminati ancora una volta aumentò la pressione e accusò la maggioranza serba di condurre un’altra “pulizia etnica”, questa volta contro la narcomafia albanese del Kosovo. Anche in questo caso i media ripresero a pappagallo la campagna della CIA per demonizzare i serbi. Hitler fece la stessa cosa quando invase la Jugoslavia, definendo i serbi untermenschen (subumani). Il 24 marzo 1999 gli statunitensi bombardarono Belgrado. Milosevic fu inseguito da killer armeni assunti dalla CIA. Scuole, fabbriche, ospedali, centrali elettriche, autobus, treni e carri di fieno carichi di civili furono bombardati. L’infrastruttura economica della Jugoslavia venne decimata. In un momento d’ironia storica, la NATO bombardò lo stessa ponte sul Danubio, a Novi Sad, dove migliaia di serbi morirono combattendo l’invasione nazista del 1941. I manifestanti a Belgrado chiamarono la NATO organizzazione terroristica nazista degli statunitensi. 2000 civili jugoslavi furono uccisi dai bombardamenti della NATO e 10000 feriti. Altre migliaia persero la casa, deliberatamente bombardate dalla NATO, nel tentativo di convincere il popolo jugoslavo a supplicare “zio Sam”. A Stari Trg il direttore Novak Bjelic, che lavorava per l’azienda statale jugoslava Trepca, disse, quando iniziarono i bombardamenti degli Stati Uniti, che “La guerra in Kosovo è solo questione di miniere, nient’altro. Inoltre, il Kosovo ha diciassette miliardi di tonnellate di riserve di carbone“.
bw_barettabzeichen_ksk Uno dei “massacri” più pubblicizzati e presunta opera dell’esercito jugoslavo contro gli albanesi del Kosovo, si verificò a Racak. Un gruppo chiamato osservatori internazionali del Kosovo guidò la propaganda. Il suo capo era William Walker, che aiutò Oliver North ad armare i contras. Mentre Walker vomitò la sua versione dei fatti su Racak a un ansioso media degli Stati Uniti, molti media europei, tra cui BBC, Die Welt, Radio France International e Le Figaro, misero in discussione la storia di Walker, che naturalmente accusava i serbi. Una troupe televisiva francese era Racak quando si verificò il presunto massacro, ed affermò che il “massacro” in realtà fu uno scontro a fuoco nell’imboscata dell’esercito jugoslavo all’UCK. Poi uomini in divisa nera giunsero sulla scena e travisarono i morti dell’UCK con abiti civili. Gli esperti forensi jugoslavi convennero che il massacro di Racak fosse una bufala. Aveva somiglianze notevoli con il massacro per il pane in Bosnia, dove si scoprì che i combattenti islamici commisero il massacro a beneficio dei media occidentali. L’incidente portò alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Jugoslavia. Il quotidiano Le Monde riferì da Pristina, il 21 gennaio 1999, che due giornalisti dell’AP smentirono il racconto di Walker sugli eventi a Racak, dicendo che c’erano alcune cartucce di fucile vuote sul sito e quasi alcuna traccia di sangue sui corpi. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa inviò una squadra di patologi finlandesi, su richiesta del governo jugoslavo, che invitò una seconda squadra dalla Bielorussia. Entrambe le squadre confermarono i sospetti jugoslavi che le vittime fossero state uccise a distanza, e poi ferite con tiri a corta distanza e di coltello, inflitte ai cadaveri. Inoltre scoprirono che i fori sui corpi non corrispondevano a quelli sugli abiti, indicando che i vestiti erano stati cambiati dagli uomini in uniforme nera, probabilmente delle forze speciali tedesche KSK che addestravano l’UCK. Nulla fu mai pubblicato dai media statunitensi. L’incidente fu una reminiscenza della manovra che Adolf Hitler attuò nel 1939 per giustificare l’invasione della Polonia. Hitler vestì i cadaveri di alcuni prigionieri con l’uniforme dell’esercito polacco e li lasciò vicino a una stazione radio di confine, che Hitler poi disse essere stata attaccata dall’esercito polacco. Entro una settimana 1,5 milioni di truppe naziste entrarono in Polonia.
La BBC News riferì nel dicembre 2004 che un oleodotto da 1,2 miliardi di dollari, a sud della massiccia base dell’US Army in Kosovo, fu approvato dai governi di Albania, Bulgaria e Macedonia. A quanto pare, turbato dalle raccapriccianti accuse di traffico di organi della mafia dell’UCK, creata dagli Illuminati, un diplomatico occidentale a Pristina disse al Wall Street Journal, “Ciò danneggerebbe l’immagine del Kosovo tra le parti internazionali interessate“.

Hans Jorg Geiger, il creatore dell'UCK

Hans Jorg Geiger, il creatore dell’UCK

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito Baath, tra il Saladino babilonese e il Bismarck siriano

René Naba, Madaniya 26 settembre 2014sadat-al-assad-kadhafi-in-cairoIl Partito Baath (di rinascita) socialista arabo fu fondato da un gruppo di giovani nazionalisti arabi guidato da Michel Aflaq, Zaqi al-Salahdin e Arsuzi Bitar durante una riunione, il 4-7 aprile 1947, in un caffè di Damasco. 67 anni dopo, la proclamazione del Califfato su porzioni di Iraq e Siria suonava come un colpo al partito Baath mente il fenomeno SIIL ebbe il grande merito di far rompere i codici della guerra asimmetrica precedentemente in vigore, in quanto riusciva con un blitz, una “guerra lampo”, ad ottenere in tre settimane ciò che 40 anni di governo baasista in Iraq e Siria non furono capaci a causa delle guerre tra i burocratici fratelli nemici del Baath, Sadam Husayn e Hafiz al-Assad: unire Mesopotamia ed Eufrate. Sotto la bandiera dello SIIL, insorti sunniti occupavano in tre settimane ampi territori a nord e ad ovest dell’Iraq. Nella tradizione dell’assalto delle brigate leggere, motorizzate ma senza armi pesanti, aerei e droni, aprievano nell’ovest del Paese una via per la Siria cogliendo il posto di frontiera di Buqamal, mentre quello di al-Qaim già lo controllavano grazie a un accordo locale con al-Qaida. Il curioso percorso dei baathisti iracheni, componente dello SIIL, che piuttosto che opporsi facendo fronte comune con i fratelli baathisti siriani, si univano ai loro ex-boia sauditi, sostenitori arabi e musulmani dell’invasione dell’Iraq dagli Stati Uniti, abbandonando al loro destino il governo siriano, già forte sostenitore dei guerriglieri anti-USA in Iraq e quindi oggetto delle ire di Washington con il “Syrian Accountability Act” del 2003. E’ opportunità una retrospettiva sul partito panarabo che ha governato Siria e Iraq tramite i due “mostri sacri” del mondo arabo: Hafiz al-Assad (Siria) e Sadam Husayin (Iraq), dieci anni dopo la caduta di Baghdad. Madaniya sottopone all’attenzione dei lettori questo pezzo del 2008 di René Naba, responsabile del coordinamento editoriale del sito.maxresdefault

Parigi, 4 aprile 2008
_73502134_saddam1Sovrastando i contemporanei, espressione finale della pretesa nazionalista araba in un ambiente sballottato tra opposizione islamica ed occupazione degli Stati Uniti, guidarono il destino dei loro Paesi in implacabili conflitti di legittimità, ma la cui alleanza avrebbe sconvolto il quadro strategico del Medio Oriente. Sono le “Superstar” del mondo arabo, almeno nella versione repubblicana. Entrambi posero le fondamenta del loro potere su quattro pilastri, clan, comunità, partito Baath ed esercito; entrambi si dichiararono devoti militanti del Baath, il partito pan-arabo che professa un’ideologia secolare e socialista. Di estrazione modesta entrambi, tuttavia raggiunsero la vetta del potere quasi contemporaneamente, nel crepuscolo del nasserismo, di cui assunsero la direzione, sostituendone la leadership. Loro unica comunanza. Tutto il resto li separò e la loro faida alimentò i commenti politici nel mondo arabo nell’ultimo quarto del XX secolo, mentre la giunzione dei due Paesi avrebbe garantito continuità territoriale alla regione dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente, con l’effetto di spezzare le pinze formate dall’alleanza tra Israele e Turchia, i perni della potenza militare USA nella regione. Uno, un generale dell’Aeronautica, non smise da quando salì al potere nel 1970 di posare da civile come statista. Il secondo, militante di base, guidò l’evoluzione inversa, scalando, grazie a guerre incessanti in cui gettò il proprio Paese contro i vicini Iran e Quwayt, tutti i livelli della gerarchia militare raggiungendo il grado di Maresciallo. Uno e l’altro cacciarono i rispettivi mentori per avere il potere.
Il militare Assad ebbe per mentore il civile Salah Jadid, capo dell’ala sinistra del partito Baath al governo a Damasco, il civile Sadam ebbe uno sponsor militare, il Generale Ahmad Hasan al-Baqr, il “padre tranquillo” dell’esercito iracheno. Il più anziano Hafiz al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, impassibile, imperturbabile, governò il suo Paese senza patema d’animo, con pugno di ferro per un quarto di secolo, 30 anni esattamente, utilizzando una rete di collaboratori praticamente inamovibili, in particolare i militari (Generale Mustafa Tlas) e diplomatici (Abdulhalim Qadam), entrambi garanti sunniti del suo regime. Senza vergogna, l’ex-proconsole siriano in Libano, Qadam, fu bandito alla morte del leader Assad per aver aderito al campo del miliardario saudita-libanese Rafiq Hariri.
Il secondo, il cui nome in arabo significa “tiratore”, Sadam Husayn al-Taqriti, prima di essere sloggiato dai suoi mentori statunitensi nel 2003, governò Baghdad per trentatré anni, prima come vicepresidente (1969-1979), e poi come presidente, per effetto di una svolta che gli permise di espellere o eliminare gran parte dei suoi associati dalle posizioni chiave del governo, con la notevole eccezione del suo messaggero internazionale, Tariq Aziz, la faccia cristiana e laica del regime. Questa rabbia purificante non salvò neanche la sua famiglia. Suo cognato Adnan Qayrallah Tulfah, ministro della Difesa, ben rappresentò la storia irachena in quanto una delle più celebri vittime della meteorologia politica. Un misterioso incidente aereo, in una bella giornata d’estate, tuttavia causato da assenza di visibilità, mise bruscamente fine al beniamino in carriera dell’esercito vittorioso nella guerra all’Iran. Suo figlio, Husayn Qamal, figlio d’arte, perì pure di morte violenta, nonostante il suo pentimento per la defezione presso il nemico, dopo la seconda guerra del Golfo (1995). Un esempio.
In balia dei colpi di scena nel conflitto in Libano (1975-1990) e del processo di pace arabo-israeliano, Siria e Iraq divennero l’incarnazione del fronte della fermezza (Damasco) o del rifiuto (Baghdad) alternativamente corteggiati e respinti dall’occidente. Mentre guidavano la lotta in nome dell’arabismo, il tema della mobilitazione assoluta degli arabi nei due decenni dopo l’indipendenza nel 1945, il loro approccio fu radicalmente diverso e, alla prova dei fatti, il loro comportamento diametralmente opposto, come le loro indomabili personalità.131107134037-04-arafat-horizontal-gallery

Prima sequenza (1970-1980): prima prova del potere
hafez_al-assad_1Dalla loro prima prova di potere, la guerra civile giordano-palestinese, la loro traiettoria devierà inesorabilmente. A capo di un Paese, “cuore pulsante dell’arabismo”, i siriani affrontavano Israele, il nemico degli arabi. Principale Paese sul fronte orientale del campo di battaglia anti-israeliano, Assad forgiò il potere identificandosi con la causa palestinese, di cui si voleva portavoce esclusivo. Proveniente da una setta islamica, gli “alawiti”, ruppe l’emarginazione politica delle minoranze etnico-religiose arabe occupando quattro anni prima uno dei poli del potere dell’ortodossia musulmana e araba, Damasco. Hafiz al-Assad si vide come il depositario dei maggiori interessi della nazione araba. Uomo d’ordine, soldato che si applicava ad essere il “garante dell’ordine costituito”, si oppose a ciò che vide come “avventurismo” dei suoi compagni d’armi e dei loro alleati iracheni. Di fronte all’attivismo della sinistra della sua formazione, l’ala civile del partito Baath, Assad condusse il “movimento di rettifica”, il 17 novembre 1970, spodestandone il quartetto responsabile, disse, della sconfitta: il teorico del partito Salah Jadid, il presidente Nuradin Atasi, il ministro degli Esteri Ibrahim Maqus e il loro complice Yusif Zuayan. Per due volte, in Giordania nel 1970 e in Libano nel 1976-1977, si scontrò con Yasir Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, preferendo patteggiare con Husayn di Giordania e il presidente libanese Sulayman Franjah. Ruppe allo stesso tempo con l’avventurismo rivoluzionario dei guerriglieri palestinesi nei due Paesi confinanti della Siria, ad occidente il primo e ad oriente il secondo. Nel 1970, quando i carri armati siriani su ordine della leadership civile del partito Baath furono inviati ad assistere i Fedayin assediati ad Amman durante i combattimenti del “settembre nero”, il ministro della Difesa, Generale Assad, imbrigliò le ali dell’Aeronautica permettendo ai bombardieri giordani di decimare le colonne di carri armati siriani nella pianura di Jarash-Ajlun. Più tardi, in Libano, obbedendo alla stessa logica, neutralizzò in due fasi, nel giro di sette mesi, la coalizione delle forze progressiste palestinesi con la caduta del campo palestinese di Tal Zatar, nell’agosto 1976, e l’assassinio del leader progressista druso Qamal Jumblatt, nel marzo 1977, posando da baluardo dell’equilibrio confessionale islamico-cristiano. Salito al potere sei settimane dopo la morte di Nasser, il 28 settembre 1970, Assad preparò metodicamente la vendetta dell’affronto militare israeliano inflitto tre anni prima, mentre era Ministro della Difesa, quando il suo Paese perse le alture del Golan, nel 1967, durante la terza guerra arabo-israeliana. Cercò la “parità strategica” con Israele tramite l’alleanza militare con l’Unione Sovietica, cercando di unire intorno alla Siria, Giordania, Libano e palestinesi. Il credo palestinese della dottrina baathista ebbe la sua formulazione più completa con l’intervento del capo della diplomazia siriana al vertice di Algeri (7-10 giugno 1988), mentre la guerra iraniano-irachena stava per finire e l’Intifada, la rivolta palestinese in Cisgiordania e Gaza, lanciata sei mesi prima, pose la questione palestinese in prima linea. “La storia parla della “Bilad al-Sham” (la terra di Cam). Dagli Omayadi, questa sfera geografica costituita da Siria, Giordania, Palestina e Libano è un’entità politica di cui Damasco è il cuore pulsante. Questa è la verità storica. Così fu finché l’accordo Sykes-Picot, la peggiore violazione della realtà storica, divise l’intera Bilad al-Sham in vari Stati. L’accordo Sykes-Picot, con spazi comuni d’influenza inglese e francese in Medio Oriente, non può alterare la realtà. Sapendo che la popolazione di questa zona è un unico popolo… E’ naturale che l’interesse con cui la Siria sostiene la causa palestinese sia diversa da quella prestatagli dagli altri Stati arabi”, affermò senza senza mezzi termini Faruq al-Shara ai suoi omologhi arabi, vietando l’approccio unilaterale nella ricerca della pace, mentre il leader palestinese Yasir Arafat si dichiarò per una autonomia della centrale palestinese.
saddam_chiracAvamposto del mondo arabo sul fronte orientale, l’iracheno affrontò l’Iran, avanguardia della rivoluzione sciita, religione minoritaria nel mondo arabo, e suo rivale ereditario. Nato attivista rivoluzionario, Sadam, sunnita, la corrente principale dell’Islam nel mondo arabo, sviluppò una visione unitaria panaraba per ripristinare il prestigio dell’impero mesopotamico e l’autonomia della potenza irachena, volendosi equidistante tra i due blocchi politici intrecciò la doppia alleanza militare ed economica con URSS e Francia. Accusando la gerarchia militare irachena di passività in Giordania, trovò l’argomento per sbarazzarsi dell’ala destra del partito Baath e dei suoi alleati nell’esercito, sospettandoli di collusione con i fratelli d’arme hascemiti. Mentre il contingente iracheno controllava Mafraq, nodo strategico che collega i due ex-membri della “Federazione dei Regni Hashemiti”, tuttavia, attese la fine delle ostilità per regolare i conti, in un Paese scosso da mezza dozzina di colpi di Stato militari in dieci anni (Abdalqarim Qasim, Abdasalam e Abdarahman Arif), tenendo a freno i militari e sottoponendoli al potere civile influenzato dal partito Baath. L’operazione fu effettuata in due fasi: il ministro degli Interni, Generale Salah Mahdi Amash, e il ministro della Difesa, Generale Abdal Ghafar Hardan, furono promossi vicepresidente prima che l’ex-ministro della Difesa perisse in un attentato in Quwayt e l’ex-ministro degli Interni finisse in una sede diplomatica in Europa. A capo di un Paese dai vasti giacimenti di idrocarburi, Sadam si dedicò a vendicare l’insulto inflitto al Paese dalle compagnie petrolifere occidentali, tra cui l’IPC (Iraq Petroleum Company), Stato nello Stato, pacificando il fronte interno con, in rapida successione, la soluzione della questione curda, nel marzo 1971, e soprattutto la soluzione della controversia di confine iraniano-irachena, da lui stesso negoziata con lo Scià di Persia nel 1975 a Algeri, con il patrocinio del Presidente algerino Huari Bumidiyan. A metà del decennio, i due leader baathisti erano allo zenit: il siriano coronato dalla vittoria della guerra di ottobre del 1973, che permise al Paese di recuperare Qunaytra, la capitale delle alture del Golan, mentre l’Iraq ebbe un prestigio amplificato dalla nazionalizzazione della IPC e dalla politicizzazione dell'”arma del petrolio” nella guerra dell’ottobre 1973. Assad e Sadam poi sfuggirono al discredito che colpì altri regimi arabi, “la crisi di legittimità” per le sconfitte militari consecutive inflitte da Israele. Anche se entrambi erano legati al partenariato strategico con l’Unione Sovietica, e con Baghdad rifugio dei radicali nel mondo arabo, incluso il gruppo scissionista di Abu Nidal, fu il siriano, dato che agiva per affermarsi garante dell’ordine costituito, lo stesso che i libanesi progressisti palestinesi accusarono di “tradimento” per il comportamento ostile nei 60 giorni di assedio del campo palestinese di Tal Zatar, che paradossalmente si tenne a distanza dai governi occidentali che sospettava volessero occupare il Libano.
L’iracheno fu promosso partner strategico dai Paesi occidentali, in particolare dalla Francia che forgiò la cooperazione militare e anche e nucleare con lo Stato petrolifero, per l’ambizione di espandere la Francofonia in questa vecchia riserva di caccia inglese. Il significativo passo nella storia della regione, il periodo che va dalla guerra di ottobre (1973) al trattato di pace tra Egitto e Israele di Washington (1979) sconvolse i rapporti strategici regionali, segnati dall’emarginazione diplomatica dell’Unione Sovietica e dalla sponsorizzazione dei soli USA, al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei primi accordi parziali sul conflitto arabo-israeliano, il ritiro d’Israele dal Sinai egiziano in cambio della neutralizzazione del maggiore Paese arabo, oltre al ritiro dalla città siriana di Qunaytra, capitale del Golan. Camp David appare in retrospettiva la risposta diplomatica degli Stati Uniti alla sconfitta militare in Vietnam nel 1975. Una delle conseguenze dirette di questa ripartizione regionale fu la guerra civile in Libano, punto di frattura regionale per la fragilità della configurazione della struttura socio-confessionale di un Paese dalle molte fedeltà estere. Una guerra che modulò le tribolazioni del processo di pace israelo-egiziano e, successivamente, i colpi di scena militari nel conflitto iracheno-iraniano. Parte del fallimento che portò il presidente siriano ad essere privato del naturale alleato egiziano, compagno nella guerra di ottobre, modulando il suo sostegno ai protagonisti della guerra del Libano in relazione alle alternative strategiche regionali.543888262

Seconda sequenza (1980-1990)
sadam_briefMentre Assad era impantanato nella gestione della crisi libanese, indebolito dalla defezione dell’alleato egiziano, Sadam, con le mani libere e le casse piene, era al culmine della popolarità. Consacrazione suprema, accolse a Baghdad, nel 1978, il primo vertice arabo mai tenuto nel suo Paese, bandendo l’Egitto dalla Lega araba dopo il viaggio del presidente Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. L’Iraq divenne il perno del fronte del rifiuto a qualsiasi accordo di pace unilaterale con Israele, naturalmente, nominandosi sostituto dell’Egitto e di voler compensarne il fallimento. Mettendo a tacere le rivalità, i due regimi baathisti conclusero un “patto nazionale”, nell’aprile 1979, dopo il Trattato di Washington. Questo patto rafforzò la cooperazione militare con l’Unione Sovietica, principale fornitore di armi di entrambi i Paesi. Ci vollero sei mesi, tanto il sospetto reciproco era grande. Sfruttando l’argomento dalla scoperta di un complotto anti-iracheno ordito, secondo Baghdad, dalla Siria, Sadam attuò una purga di massa nelle file dei compagni baathisti, aprendosi la via alla massima carica cacciando il Presidente Ahmad Hasan al-Baqr. Colma di machiavellismo, tale purga televisiva fu l’arte consumata dell’ipocrisia politica: all’appello, i supplicanti si alzavano lasciando il Congresso Baath, uscendo tra le lacrime di Sadam. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Abdalqalid al-Samarai, leader dell’ala sinistra del Baath, giovane speranza della politica araba, saranno deposti. Fu condannato a morte tra un fiume di lacrime in un macabro spettacolo trasmesso dalla televisione. Spinto dal senso d’invincibilità amplificato dalla ricchezza del petrolio e dai costumi occidentali, Sadam Husayn prese direttamente le redini nel settembre 1979, alla soglia di un decennio che inghiottirà il Medio Oriente, alimentando regolarmente l’incendio della sue guerre dei missili, delle petroliere e infine chimica.
La protesta islamica era al culmine, segnata dalla caduta della monarchia iraniana nel febbraio 1979 e dall’attacco alla Mecca, nell’ottobre dello stesso anno, e il laico si mise in prima linea nella lotta per contenere il proselitismo religioso sciita dagli accenti rivoluzionari; questo baathista sunnita si trasformerà nel protettore delle petromonarchie del Golfo, contro il suo ex-ospite ayatollah Khomeini, profugo per quattordici anni nel santuario sciita di Najaf (a sud di Baghdad) e promosso guida spirituale della Repubblica islamica iraniana dopo 18 mesi passati in Francia, a Neauphle-le-Château (regione di Parigi). La guerra contro l’Iran, avviata il 22 settembre 1980, fu un’opportunità per l’Iraq di costruire uno Stato moderno e una macchina da guerra dalla potenza militare e tecnologiche senza precedenti nel mondo arabo. Ma questo conflitto fu la più lunga guerra convenzionale dopo il Vietnam, distogliendo gradualmente l’Iraq dal Libano nel momento preciso in cui ad Assad fu dato via libera da USA e Israele, con sigillo arabo, formalizzando la presenza militare nel Paese con la Forza di deterrenza araba. Si ebbe quindi una prima inversione di alleanza attuando il principio di prossimità. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico, l’Iraq avvicinò le milizie cristiane libanesi e Yasir Arafat. Simmetricamente, la Siria si alleò apertamente con l’Iran, il nemico dell’Iraq, in nome della solidarietà rivoluzionaria con la duplice preoccupazione di evitare l’apertura di un nuovo fronte sul fianco orientale del mondo arabo ed evitare che il conflitto iraniano-iracheno divenisse una guerra razzista arabo-persiana. In Libano, dissociando le milizie sciite dagli ex-fratelli d’arme palestinesi e cercando di cacciare il capo dell’OLP, assediato a Tripoli (nord del Libano) prima del bando di Damasco, nel 1983, per tradimento. La prima conseguenza di questa rivalità strategica fu l’invasione israeliana del Libano nel 1982, costringendo l’esercito siriano a ritirarsi senza gloria da Beirut, mentre l’esercito iracheno fu inchiodato da un’offensiva iraniana nella battaglia di Khorramshar, nel maggio 1982. La Siria fu poi ostracizzata per l’alleanza con i peggiori nemici del blocco occidentale, il cuore del mondo arabo-islamico, non solo l’Iran, punta di diamante del mondo rivoluzionario islamico, ma anche l’Algeria, rifugio dei rivoluzionari del Terzo Mondo, e della Libia che turbava la diplomazia internazionale, soprattutto in Africa, appannaggio della Francia. Nel Golfo, nel Medio Oriente o in Africa, l’urto fu frontale e lo scontro generale. Mentre le truppe iraniane penetravano le linee irachene nella battaglia di Khorramshahr, la Fratellanza musulmana siriana sostenuta dall’Arabia Saudita attaccò la città di Hama, a nord della Siria, provocando la risposta severa del potere baathista annegandola nel sangue, 10000 morti secondo i dati, 2000 secondo la DIA degli Stati Uniti, considerata un’operazione diversiva dell’invasione israeliana del Libano, che avvenne tre mesi dopo. Allo stesso tempo, all’altra estremità del campo di battaglia, il Ciad, proprio quando i siriani si ritiravano dal confronto con gli israeliani a Beirut, la Francia inflisse una schiacciante sconfitta militare e diplomatica alla Libia, alleata della Siria, sloggiando da N’Djamena il protetto di Gheddafi, il presidente ciadiano Goukouni Weddeye, per sostituirlo con il suo ex-tenente Hissène Habré, carceriere dell’etnologa francese Francoise Claustre, che tenne in ostaggio per mesi. Assad accolse questa sconfitta senza batter ciglio. Basandosi sul forte sostegno del nuovo ed effimero Presidente sovietico Jurij Andropov, cercò senza indugio di ritornare in Libano, opponendosi con forza alla creazione dell’asse Beirut-Cairo-Tel Aviv.
31581In 15 mesi (10 novembre 1982 – 9 febbraio 1984), periodo del governo di Jurij Andropov, il corso della guerra in Libano cambiò. Il trattato di pace israelo-libanese del 1983 fu abrogato prima di essere ratificato, la forza multinazionale occidentale fu cacciata dal Libano un anno dopo, nel 1984, dopo gli attacchi sanguinosi contro le basi francese e statunitense che causarono 300 morti, mentre Beirut ovest, il 6 febbraio 1984, finì sotto il controllo delle milizie filo-siriane. Soddisfazione suprema, il presidente libanese Amin Gemayel, il negoziatore del trattato di pace con Israele, si recherà in visita un mese dopo a Damasco, annunciando nel marzo 1984 la fine del patto con Israele e facendo della Siria il baluardo del blocco arabo in Libano. Responsabile dei piani politici occidentali nei due Paesi confinanti con la Siria, la Francia pagherà doppiamente un prezzo pesante, prima come “co-belligerante” con l’Iraq nel conflitto contro l’Iran e poi come sponsor del doppio salvataggio di Yasir Arafat nel 1982. Prima, nell’assedio di Beirut da parte d’Israele, poi nel 1983, durante l’assedio di Tripoli (nord Libano) da parte dei siriani. Parigi, il cui ambasciatore a Beirut Louis Delamarre fu assassinato nel 1981, a sua volta divenne bersaglio di attentati nel 1986-1987, mentre Tripoli e Bengasi in Libia furono le vendette trasversali occidentali, divenendo bersagli dell’Aeronautica statunitense (aprile 1986), e cittadini occidentali, per rappresaglia del sostegno militare dei loro Paesi all’Iraq nella guerra contro l’Iran, furono presi in ostaggio in Libano. Tra le vittime illustri di questa guerra nell’ombra, tre persone di solito citate senza che questa ipotesi sia mai stata smentita dai francesi: il Generale Remy Audran, responsabile del dossier iracheno presso la direzione generale degli armamenti, George Besse, amministratore delegato di un’industria automobilistica, e soprattutto l’ex-capo dell’industria nucleare francese, Michel Baroin, personalità del mondo massonico e degli affari. Lo sviluppo dell’affare degli ostaggi occidentali fece della Siria il Paese indispensabile nel processo di pace in Medio Oriente. Di transito tra Libano ed entroterra arabo, Damasco divenne il fulcro del traffico diplomatico regionale, percependo dividendi politici dalle transazioni politiche sul caso degli ostaggi occidentali. Di fronte a un Gheddafi aleatorio e a un Khomeini imprecante, Assad era enigmatico ed intrigante. Temuto e rispettato, divenne rispettabile. Gli analisti politici gli diedero la statura di “Bismarck arabo”. Henry Kissinger l’incontrò molte volte durante la guerra dell’ottobre 1973, nel corso dei negoziati per l’accordo di disimpegno siriano-israeliano, lodò l'”estrema intelligenza” di questo “negoziatore molto ostico”. Ma allo stesso tempo, per riequilibrare, l’Iraq, con il massiccio sostegno dell’occidente, operò un capovolgimento del fronte militare anche con bombardamenti chimici, come ad Halabjah, nel Kurdistan iracheno, e forzando l’Iran, al prezzo di otto anni di guerra, a cessare le ostilità.
Alla testa di un esercito presentato come uno dei più potenti del Medio Oriente, ritenendosi il vincitore sull’Iran tre volte più popoloso del suo Paese, Sadam apparve un “moderno Saladino” protettore delle monarchie petrolifere del Golfo, oltre degli interessi dei loro sponsor occidentali. L’uomo che attraverso un suo protetto, il gruppo del radicale palestinese Abu Nidal, eliminò dalla scena diplomatica internazionale i primi fautori del dialogo israelo-palestinese, Said Hamami, Izadin Qalaq e Isam Sartawi, rispettivamente i rappresentanti dell’OLP a Londra, Parigi e presso l’Internazionale socialista; lo stesso che diede il pretesto ad Israele per invadere il Libano nel maggio 1982, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, beneficiando, curiosamente in tutta questa sequenza, della compiacenza indulgente dei Paesi occidentali e delle monarchie arabe. Indeboliti dalla guerra tra Iraq e Iran e dalla rivolta palestinese, temendo altrimenti un nuovo discredito, i leader arabi cercarono di salvarsi la faccia. Il vertice arabo di Amman nel novembre 1987 mise pressione sui due fratelli nemici affinché si ritrovassero superando le divisioni e reintegrassero l’Egitto nell’ovile arabo. Al culmine del potere, Assad e Sadam, vecchi volponi della politica, si riconobbero ancora una volta, come quando conclusero il loro patto contro Sadat nel 1979, ma senza abbassare la guardia. Incontro occasionale, non riconciliazione; al massimo tregua armata.unnamed

Terza sequenza (1990-2000)
0bb69d6b4b53985a68b760baa7accd57 Ubriaco di gloria per la vittoria sull’Iran, il maresciallo Sadam lanciò il Paese alla conquista del Quwayt, appena due anni dopo la fine della guerra iraniano-irachena. Fu l’inizio del forno che carbonizzò il suo esercito, il suo popolo e, infine, il suo Paese, spazzando via 20 anni di massicci investimenti, infliggendo un tremendo sacrificio umano, circa tre milioni di vite in due decenni di guerra e blocco, indebolendo in modo permanente il mondo arabo, evidenziandone la sottomissione. Il crollo del blocco comunista offrì al Presidente Assad la possibilità di negoziare una svolta filo-statunitense senza intoppi, ma senza rinnegare, a differenza di Sadat, l’amicizia con i sovietici. La seconda guerra del Golfo nel 1990, a cui prenderà parte con un distaccamento simbolico, gli permise di completare il lavoro metodico di 15 anni per inserire nella sfera d’influenza siriana il Libano, facendone terreno di manovra privilegiato contro Israele. Ebbe la gratitudine dalla comunità internazionale per la stabilizzazione del conflitto libanese. Il trattato di amicizia, cooperazione e coordinamento firmato il 22 maggio 1991 tra Beirut e Damasco legò il destino del Libano alla Siria. Preferendo la riposta asimmetrica al confronto diretto, tattico impareggiabile, illustrato da un quasi impeccabile percorso internazionale, Assad si dedico nel 1999 alla fase più delicata del suo governo: i negoziati di pace con Israele con la prospettiva di recuperare il Golan. La malattia, la leucemia e l’aggravarsi del diabete e della malattia al cuore non gli permettono di ripetere i precedenti successi diplomatici compiuti con ciò che Cheysson, ex-ministro degli Esteri francese, definì “diplomazia vessata”, arte consumata del negoziato trattenendo l’interlocutore per molte ore (in media sette) con infinite conversazioni generali prima di affrontare il cuore del problema nella fase finale, quando l’ospite si contorceva per la ritenzione urinaria e aveva fretta di chiudere.
Sadam, che nutriva obiettivi strategici ripristinando l’impero babilonese, commise due errori imperdonabili, fatali: la guerra contro l’Iran, che svuotò il suo tesoro, e l’annessione del Quwayt, subendo una terribile punizione dalla coalizione internazionale di 26 Paesi mobilitati sotto la bandiera degli USA. L’erede di Nabucodonosor credette presuntuosamente nelle sue capacità di manovra contro l’ex-sodale statunitense. Sotto il regime di sovranità limitata, che gli sottrasse l’autorità dal nord curdo e dal sud sciita del Paese, fino al confine con il Quwait, l’Iraq fu ulteriormente sottoposto a un embargo internazionale di dodici anni. Come il suo vicino Iran, il laico baathista iracheno divenne un islamista popolare e il primo verso del Corano adornò la bandiera irachena, riflettendo un feroce istinto di sopravvivenza. Questa bandiera sarà anche l’unico relitto del regime baathista che continua a garrire nell’Iraq sotto l’occupazione statunitense. Attivamente corteggiato dagli interlocutori statunitensi, il Presidente Assad vide nel frattempo alle due estremità del proprio Paese le superpotenze regionali Israele e Turchia, due Stati non arabi legarsi con un patto di cooperazione militare, avvolgendo la Siria in una morsa. Di fronte a pericoli crescenti, i due uomini operarono un riavvicinamento tra i rispettivi Paesi fino a sperimentare una contiguità passiva assieme alla riorganizzazione delle proprie famiglie: entrambi i figli del presidente iracheno, Uday e Qusay, furono associati al potere, prima di perire insieme durante un raid degli USA sull’Iraq settentrionale, nel luglio 2003, togliendo al dittatore la prole maschile. Uno scenario simile si ebbe a Damasco. In nome della lotta alla corruzione che affliggeva il Paese da tre decenni, il fratello minore del presidente, Rifat al-Assad, dopo un lungo esilio in Europa fu dimesso nel febbraio 1998 della vicepresidenza; il secondo fratello, Jamil, fu messo da parte per il proselitismo mercantile-religioso, e il figlio minore del capo di Stato siriano, Bashar, prese il posto del fratello maggiore Basil, morto in un incidente, ascendendo sulla scena politica in vista della successione al capo dello Stato, istituendo la prima dinastia repubblicana del mondo arabo. L’ostinata resistenza mostrata da Assad a ciò che considerava la presa israelo-statunitense nella regione, diede al siriano l’ambito titolo di “ultimo refrattario”, facendone, dubbio onore, da baluardo arabo tra la resa araba al nemico tradizionale, Israele, a capo di un Paese in stato pietoso, però. “Il leone di Damasco” morì il 10 giugno 2000 sconfitto dall’età e dalla malattia, due settimane dopo il ritiro d’Israele dal Libano, un lascito al suo attivo. Ma l’impresa non gli permise, però, di raggiungere l’obiettivo strategico ultimo, recuperare il Golan, sua ambizione silenziosa, senso occulto di tutte le sue azioni. Assad accusò di tradimento Sadat. Non poteva quindi accettare meno del suo rivale egiziano, il recupero di tutto il territorio nazionale, cioè il ritorno ai confini del 4 giugno 1967. Era diventata la sua ossessione al punto d’ipotecare, secondo gli analisti occidentali, la flessibilità, divenendo suo principale scopo diplomatico. La Siria, tuttavia, non assaporò a lungo il successo. Se il disimpegno d’Israele spinse il Libano al rango di cursore diplomatico regionale e spinse i palestinesi a rilanciare, quattro mesi dopo, la lotta armata, l’intifada “al-Aqsa” nel settembre 2000. La pesante tutela siriana sulla sovranità libanese, la predazione della sua economia nazionale, l’imposizione di un controllo morboso, le accuse, giuste o sbagliate, ai servizi baathisti (dell’assassinio dei presidenti del Libano Bashir Gemayel e René Muawad, dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri e del leader del partito socialista Qamal Jumblatt), causarono, a loro volta, su istigazione degli Stati Uniti e della Francia, la ritirata dei siriani dal Libano, nell’aprile 2005, dopo un vasto movimento di protesta popolare.
Sadam Husayn al-Taqriti, trattato come un paria dalla comunità internazionale, fu una delle principali vittime collaterali della “guerra per le risorse energetiche”, lanciata sotto la copertura di guerra al terrorismo da George Bush Jr., dopo il raid islamista contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Il rovesciamento della sua statua nella piazza centrale di Baghdad, l’8 aprile 2003, e la sua brutale impiccagione dopo un processo farsa, passeranno alla storia come il culmine della grande operazione per cancellare qualsiasi traccia della cooperazione occulta tra gli statunitensi e il baathista, iniziata con gioia quarant’anni prima con il colpo di Stato contro il Generale Qasim, nel 1961, sostenuto dalla CIA e che si concluse con due spedizioni punitive distruttive lanciate dagli USA contro l’Iraq; la prima guidata da George Bush, ex-capo della Central intelligence degli Stati Uniti; la seconda tredici anni dopo dal figlio George Bush, complice il responsabile della cooperazione strategica tra USA e Iraq, Donald Rumsfeld, ministro della Difesa degli Stati Uniti ed ex-inviato di Bush a Baghdad.
76769All’alba del XX secolo, alla vigilia della dissoluzione dell’impero ottomano, un diplomatico supplicò la creazione di “una Siria che non sia un Paese ristretto territorialmente (…) con un ampio confine comprendente la Palestina… il cui territorio comprendesse i wilayet di Gerusalemme, Bayrut, Damasco, Aleppo, Adana (Turchia), con a oriente la regione mineraria di Qirquq (nord dell’Iraq)”. La proposta non promanava da un dottrinario esacerbato dal nazionalismo arabo, né da un orientalista occidentale sospettato di proselitismo filo-arabo, ma da uno statista molto rispettato per la sua azione in favore della pace, un visionario che temeva gli effetti della balcanizzazione e previde la globalizzazione, Aristide Briand, Primo ministro e ministro degli Esteri francese. Le sue istruzioni sono contenute in una lettera del 2 novembre 1915 a Georges Picot, console di Francia a Bayrut, alla vigilia dei negoziati Sykes-Picot per dividersi il Vicino Oriente in aree d’influenza inglese e francese. La domanda può sembrare sacrilega, ma merita comunque di essere posta: cosa ne valse per la Francia, e forse oggi per gli arabi, mentre l’Iraq decade, la Siria è in apnea, il Libano è martoriato trent’anni di furie e Giordania ed Egitto sono sull’orlo del collasso economico? Come capitali dei primi due imperi arabi, la rivalità tra Damasco e Baghdad risale ai primi giorni dell’Islam. Al tempo degli Omayadi, Damasco fu la capitale del primo impero arabo, prima di essere soppiantata da Baghdad al tempo degli Abbasidi. Damasco e Baghdad infine soccombettero a Costantinopoli, la Sublime Porta dell’Impero Ottomano, e secoli di sottomissione seguirono.
Alle soglie del XXI secolo, la storia vorrebbe ripetersi? L’Iraq subisce il giogo statunitense guidato da un presidente curdo, mentre la Siria è il bersaglio di una nuova manovra coercitiva in conseguenza dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, di cui è stata accusata, costringendola a una ritirata ingloriosa dal Libano, come prima Israele, i palestinesi, la Francia e gli Stati Uniti. La prima potenza planetaria di tutti i tempi, cacciata dal Libano nel 1984, è impantanata questa volta in Iraq, dove si scontra frontalmente con i suoi ex-alleati della lotta antisovietica, esposta a una nuova guerra di usura, stigmatizzata da Abu Ghraib (Iraq) e Guantanamo (Cuba), “gulag contemporaneo”; dal credito diplomatico e militare erosi come la relativa posizione morale, con il saccheggio del museo di Baghdad, le torture nei campi di prigionia, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e lo spionaggio ai danni del segretario generale delle Nazioni Unite. Ciò che vale per gli occidentali nella costruzione dei grandi insiemi regionali, dall’autonomia energetica, non vale certamente per gli arabi, almeno in questa fase della storia e almeno nell’ottica occidentale. Questo potrebbe essere uno dei principali insegnamenti di tale sequenza la cui vittima principale fu, al di là dell’interferenza occidentale, il “Rinascimento” (al-Baath) del mondo arabo, grandioso progetto che si trova, dopo il trentennale odio implacabile tra i suoi sostenitori contemporanei, il Saladino babilonese e il Bismarck siriano, in brandelli e in via di estinzione. Dieci anni dopo la caduta dell’Iraq, la Siria è sua volta oggetto della destabilizzazione da parte di un ampio concerto, con gli alleati tradizionali dei Paesi occidentali nel loro ruolo di “utili idioti” della strategia atlantista… il resto è storia.126341727Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “Fake News” sulla Corea democratica

Caleb Maupin New Eastern Outlook /11/02/20171028339508I media continuano la campagna contro le “notizie false”, invitando la gente a ascoltare solo i soliti media capitalisti filo-occidentali, nonostante la loro documentata storia di imprecisioni. I media statunitensi denigrano tutto ciò che riguarda la Repubblica Popolare Democratica di Corea, un grande esempio di parzialità e inganno. A volte i media degli Stati Uniti vengono colti a riportare palesemente falsità sulla Corea democratica, come ad esempio la pretesa scandalosa che Kim Jong-Un abbia giustiziato qualcuno facendolo sbranare da un branco di cani selvatici. Ciò s’è dimostrato falso, o fake news. Tuttavia, la maggior parte del pubblico viene ingannato sulla RPDC in modo più sottile.

I “miracoli economici” dimenticati
Ad esempio, la maggioranza degli statunitensi crede che il sistema economico della metà settentrionale della penisola coreana sia un fallimento assoluto che ha causato null’altro che carestie; ciò è palesemente falso. Un nuovo video del Council on Foreign Relations, think tank della politica estera statunitense, vede Scott Snyder menzionare di passaggio: “E’ un sistema socialista, basato sul modello sovietico. L’economia è centralizzata e funzionò bene nei primi anni ’60, ma s’è bloccata“. Un articolo della BBC del 2008 diceva la stessa cosa: “A un certo momento, l’economia centralmente pianificata della Corea democratica sembrava funzionare bene, anzi, nei primi anni dopo la creazione della Corea democratica, dopo la seconda guerra mondiale, ebbe risultati spettacolari. La mobilitazione di massa della popolazione, insieme all’assistenza tecnica e gli aiuti finanziari sovietici e cinesi posero tassi di crescita economica annua del 20%, addirittura del 30%, negli anni successivi la devastante guerra di Corea del 1950-1953. Ancora nel 1970, la Corea del Sud languiva all’ombra del “miracolo economico” del Nord“. Lo Studio della RPDC pubblicato dall’US Library of Congress descrive in dettaglio i risultati economici del Paese, come alloggi, alfabetizzazione, autosufficienza e accesso alle sanità. La carestia si ebbe negli anni ’90. All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, la Corea democratica non poteva importare petrolio, da cui il sistema alimentare del Paese dipendeva. Nella Corea democratica tale periodo è noto come l'”ardua marcia”. Il governo incolpò le sanzioni degli Stati Uniti per la crisi alimentare. Tuttavia, quando si parla di Corea democratica, i media statunitensi sottolineano il periodo dell'”ardua marcia” e omettono i “miracoli economici” degli anni ’60. Inoltre, le cause della crisi alimentare degli anni ’90 non vengono mai spiegate. Un singolo episodio della carestia degli anni ’90 non rappresenta l’intera esperienza della costruzione del socialismo in Corea democratica. Inoltre, il pubblico è portato a credere che gli unici fattori furono fallimento dell’economia socialista e incapacità del Partito dei Lavoratori di Corea. Di solito evitando di parlate degli altri fattori, come sanzioni, mancanza di terreni coltivabili, siccità, inondazioni, ecc.

Nucleare: tutta la storia
L’altro esempio di omissione ed enfasi riguarda la proliferazione nucleare. La Corea democratica si ritirò dal trattato di non proliferazione nucleare il 10 gennaio 2003. E si riconosce ora che il Paese possiede armi nucleari. Perché? I media statunitensi ignorano, omettono o nascondono il contesto dello sviluppo delle armi nucleari nordcoreane. Il pubblico è portato a credere che la Corea democratica abbia sviluppato in modo casuale le armi nucleari, con il desiderio di attaccare gli Stati Uniti o minacciare i vicini. Si veda meglio il contesto omesso della storia della proliferazione nucleare nella penisola coreana. Durante la guerra di Corea, milioni di coreani morirono. Alcuni stimano che circa il 30% della popolazione della Corea democratica andò persa. Ogni edificio di più di un piano fu distrutto. Durante la guerra, gli Stati Uniti pensarono apertamente di usare le armi nucleari contro le forze coreane e cinesi. Douglas MacArthur fece queste minacce pubblicamente. La Corea democratica ratificò il trattato di non proliferazione nucleare nel 1985. Nel 1993 minacciò di ritirarsi. A quel tempo, il Paese subiva carestia, minacce e sanzioni degli Stati Uniti, e la scomparsa degli alleati sovietici. Vi furono negoziati tra governo degli Stati Uniti e della Corea democratica da cui la Corea democratica non si ritirò. Nel 1994 l'”accordo quadro” fu posto tra Stati Uniti e Corea democratica. Si comprese che la Corea democratica avrebbe avuto aiuti agricoli e petrolio e gli Stati Uniti adottato relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il tutto in cambio della non proliferazione nucleare. Tuttavia, gli Stati Uniti non adempirono mai all’accordo. Il Congresso degli Stati Uniti bloccò l’accordo che l’amministrazione Clinton aveva negoziato. In tale contesto, la Corea democratica non seguì gli obblighi dell’accordo e, infine, creò le armi nucleari. I media statunitensi ovviamente ignorano questi eventi. La leadership della Corea accettò di non sviluppare le armi nucleari in cambio di cibo per la popolazione affamata, così come di altre forme di aiuto umanitario, nel periodo delle carestie. I capi degli Stati Uniti non rispettarono le loro promesse. Poco cibo e petrolio fu consegnato. Quindi non sorprende od offende che la Corea democratica abbia lasciato perdere l’accordo, infine, e costruito le armi nucleari? Tale azione si conforma al racconto dello “Stato canaglia” guidato da un leader “folle” intenzionato a distruggere il pianeta?
Quando alcuni fatti di base sono menzionati, l’intero racconto e la percezione della Corea democratica vanno a pezzi. La Corea democratica non ha sempre subito la carestia e secondo le fonti, anche piuttosto ostili come BBC e Council on Foreign Relations, il suo sistema economico ebbe successo e inoltre la Corea democratica sviluppò armi nucleari solo in risposta all’inadempienza degli Stati Uniti ai loro obblighi nel negoziato. Avevano promesso certe cose in cambio della non creazione di armi nucleari. Non le ebbero e così andarono avanti. Questi fatti sono convenientemente dimenticati in ogni discussione sulla Corea democratica, ma sono molto importanti per capire il Paese e il suo rapporto con il mondo. Ignorando aspetti importanti della realtà, i media diffondono “notizie false” spingendo ad ascoltare esclusivamente esse? Non è probabilmente una buona idea, soprattutto per chi vuole la pace.16708720Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo caccia MiG-35

Valentin Vasilescu, Algora 11 febbraio 2017c3lwg86waaasrjwIl 26 gennaio 2017, l’Aeronautica russa cominciava a testare il lotto di pre-produzione del nuovo MiG-35, derivato del MiG-29. Il prototipo del MiG-35 fu fatto volate nel 2007, ora l’aereo è stato completamente modificato e dotato di nuova avionica. I precedenti MiG-29 erano caccia leggeri prodotti dall’Aircraft Corporation MiG (“RAC MiG”, in origine Mikojan-Gurevich Design Bureau), dalle qualità aerodinamiche eccezionali e il più alto rateo di salita di qualsiasi aeromobile multiruolo (330m/s). Il MiG-29 è entrato in servizio nel 1982 e ne furono prodotti 1600. Nel combattimento il MiG-29 è stato superato da F-15 e F-16 per via dell’avionica inferiore. La ragione di ciò è che fino al 2004 la Russia non aveva i fondi necessari per la ricerca di un’avionica migliorata e sostituire quella vecchia. A differenza della RAC MiG, Lockheed preferiva continuare a migliorare l’F-16, soprattutto nell’avionica, invece di progettare un altro aeromobile di 4.ta++ generazione. Dal 1978 ha costruito 4500 aerei nei vari modelli: F-16A/B (Block 1/5/10/15/20), F-16C/D (Block 25/30/32 / 40/42 / 50/52), F-16E e l’ultima versione F (Block 60) con gran parte delle dotazioni dell’F-35 di 5.ta generazione. L’US Air Force dispone di 900 F-16. Per portare le prestazioni del MiG-29 vicine a quelle dell’F-16, l’impianto Sokol della RAC MiG di Nizhnij Novgorod (400 km a est di Mosca) ha creato versioni aggiornate, come il MiG-29M/M2, MiG-29SMT e MIG-29K/KUB. Il MiG-35 è l’ultima versione del MiG-29 e non è inteso come aviogetto intercettore, in quanto inferiore a F-22, F-35 e F-15. Con il MiG-35C, i russi puntano a ridurre il costo di volo di 2,5 volte, aumentandone la capacità di colpire bersagli a terra e difendersi da velivoli di 4++ generazione come F-16C/D, Gripen, Rafale, Typhoon e F-18C/D.

Aggiornamenti
La cabina del MiG-29 è stata ridisegnata. Il MiG-35 ha un EFIS (Electronic Flight Instrument System) con tre LCD a colori MFD (display multifunzione) consentendo di visualizzare i dati di navigazione, nonché situazione tattica, controllo dei motori, carburante ed attrezzature speciali. Inoltre, vi è un HMTDS (Sistema di puntamento su casco) ed un HUD (Head-Up Display) proiettato sul parabrezza. Utilizza un sistema di controllo del volo fly-by-wire a tre canali. Il sistema di comunicazione del MiG-35 include due nuove stazioni radio, una delle quali opera come datalink protetto. Il datalink trasmette e riceve via satellite dati e informazioni ai centri di comando a terra o imbarcati, e a velivoli-radar (AWACS/AEW), trasmettendo al MiG-35 informazioni aggiuntive e affidabili sulla situazione, aumentando la probabilità di adempiere la missione. I due motori TVN RD-33 sono potenziate fino a una spinta di 9000 kg ciascuno. A differenza del MiG-29, i motori del MiG-35 sono dotati di chip (di monitoraggio digitale e sistemi di controllo), ed hanno un consumo specifico basso, non emettono fumo ed hanno una traccia ad infrarossi molto ridotta. I motori TVN RD-33 hanno ugelli vettoriali che gli permettono di virare e cabrare per 15-30 gradi. Questi miglioramenti “hanno consentito al MiG-35 di volare a velocità molto basse, senza limitazioni negli angolo d’attacco, assicurandone il controllo anche a velocità zero e a ‘velocità negativa’ per periodi prolungati”. [1] La spinta vettoriale permette l’esecuzione di manovre brusche con grandi sovraccarichi per evitare missili aria-aria o terra-aria. Inoltre, vi sono serbatoi dorsali (dietro l’abitacolo) e nella giunzione ali-fusoliera. Il carburante interno è stato portato a 950 litri, aumentandone l’autonomia di volo a 2000 km.

Radar Zhuk-AE
La principale risorsa per i dati aerei e terrestri è il radar Zhuk-AE. Un radar AESA (a scansione elettronica attiva) che può individuare bersagli aerei ad una distanza di 160 km e navi di superficie a 300 km. Il radar può tracciare 30 bersagli contemporaneamente e inseguirne 6. I radar del tipo precedente, PESA (a scansione elettronica passiva), avevano un’antenna conica che ruotava di 360 gradi per dirigere le onde radio in un fascio ristretto. Il pannello dell’antenna del radar AESA sul MiG-35 è composto da 1000-2000 moduli ricetrasmettitori (TR) disposti nel naso, sull’ala o la fusoliera, e ognuno funziona in modo indipendente. Il fascio radar è modellato digitalmente entro uno spazio molto ristretto delineato dal computer, che seleziona la potenza della radiazione emessa da ogni modulo TR in pochi milionesimi di secondo. Inoltre, ogni modulo TR può essere programmato per operare solo come trasmettitore o ricevitore, eseguendo funzioni diverse in parallelo. Due computer CIP (Processori integrati comuni) integrano il radar.40Optoelettronica
Il MiG-35 ha un sistema di puntamento/navigazione inerziale che riunisce radio e apparecchiature GPS. L’apparecchiatura di navigazione inerziale BINS-SP2 è prodotta dalla KRET in collaborazione con la SAGEM Defense-France e si basa su tre giroscopi laser e tre accelerometri al quarzo. Questo sistema è collegato al sottosistema per le condizioni di scarsa visibilità e il puntamento delle armi. Gli aerei di 5.ta generazione statunitensi F-22 e F-35 non hanno i sistemi di puntamento e navigazione installati su punti meccanici; il MiG-35 copia la soluzione di 5.ta generazione essendo questi dispositivi integrati nel velivolo. Il sistema di puntamento IRST (ricerca e inseguimento a raggi infrarossi) OLS-35 è montato nel naso ed è usato in combattimento. L’OLS-35 può individuare un aereo dopo aver scoperto un’emissione di calore a 50 km se emessa dall’“emisfero anteriore” e 90 km se emessa dall’“emisfero posteriore”. Il MiG-35 è dotato di un FLIR (sistema di ricerca agli infrarossi) in un pod montato sotto la gondola motore destra dell’aereo. Durante la navigazione notturna visualizza l’immagine del terreno sorvolato, permettendo l’identificazione dei bersagli. Il pod FLIR guida anche le munizioni intelligenti, come per gli aerei militari statunitensi. Il pod FLIR ha un telemetro laser che misura la distanza dal bersaglio (fino a 20-30 km) e un proiettore laser per guidare bombe e missili. Avendo abbandonato i punti meccanici per le apparecchiature optoelettroniche, il MiG-35 ha visto aumentare i piloni da 6 a 9, portando il carico utile massimo da 4800 a 7000 kg.

Equipaggiamento da guerra radio-elettronica
L’apparecchiatura EW (Guerra Elettronica) comprende un ricevitore di allarme radar a banda larga con antenne disposte su superficie alare e fusoliera. Il MiG-35 ha sensori ottici ed ultravioletti MAWS (sistema di allarme approccio missile) montati su fusoliera, coda e ali che segnala al pilota qualsiasi missile aria-aria in avvicinamento. Il sistema EW può anche rilevare il lancio di MANPADS (sistema di difesa aerea portatili) o di un sistema superficie-aria a corto raggio (10 km), o a medio o lungo raggio (30-50 km). Il microprocessore dell’EW stima il tempo di impatto dei missili nemici e controlla le contromisure elettroniche attive e passive. L’apparecchiatura EW è co-prodotta dalla ditta italiana Elettronica (incorporando il dispositivo ELT/568-V2, “disturbatore di auto-protezione per la difesa dai radar di tiro della contraerea“). Il test del MiG-35 sarà completato nel 2018, con il primo lotto di 37 MiG-35 da consegnare ai militari russi nel 2019. L’Aeronautica russa schiera circa 250 MiG-29 e prevede di sostituirli con 170 MiG-35. Il primo ordine straniero per il MiG-35 proviene dall’Egitto, che ha firmato un contratto nel 2015 per acquistare 50 MiG-35 per 2 miliardi di dollari.c3lwgnxwcaaguc_[1] MiG-35 Fulcrum-F Multirole Fighter, Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le quattro battaglie che hanno spezzato l’esercito ucraino

Alexander Mercouris, The Duran 8/2/2017

L’ultimo combattimento nei pressi di Avdeevka in Ucraina, ripete la stessa tattica disastrosa che portò alla precedenti sconfitte dell’esercito ucraino, nei “calderoni” al confine con la Russia, a Ilovajsk, nell’aeroporto di Donetsk e a Debaltsevo.kdtq7ntvoowGli ultimi combattimenti presso e nella città ucraina di Avdeevka sono presentati come il prodotto della presunta nuova tattica ucraina dell”infiltrazione’, con cui le truppe ucraine s’inserirebbero di nascosto nella terra di nessuno, occupando gradualmente territorio e mettendo la milizia ucraina orientale in svantaggio. A mio parere ciò è sbagliato. L’ultima ‘infiltrazione tattica’ è semplicemente una variante delle stesse tattiche che gli ucraini hanno utilizzato in guerra: attaccare a testa bassa mettendo le truppe in una posizione insostenibile, comportando pesanti perdite per nulla, e in certi casi finendo nelle sacche, che la milizia chiama “calderoni”. L’uso del termine “calderone” (a volte tradotto come “caldaia”) descrive come funzionano queste sacche. Le truppe ucraine finite in questi “calderoni” vengono private di rifornimenti e rinforzi. Col tempo la posizione diventa insostenibile. La milizia non cerca di assaltare il “calderone”, ma invece la lascia lentamente ‘bollire’ finché la resistenza non crolla. Eventuali truppe ucraine ancora rimaste nel “calderone”, quando il collasso avviene, generalmente vengono scambiate con i prigionieri della milizia presi dagli ucraini. Le armi pesanti vengono abbandonate, carri armati, blindati e artiglieria, prese dalla milizia e sistemate nelle sue officine. Il Donbas è una grande area industriale in cui non mancano strumenti e competenze necessarie. Poi vengono riutilizzate dalla milizia, divenendo un esercito sempre più sofisticato. Una percentuale ignota, probabilmente molto grande, di armi pesanti che la milizia possiede ora probabilmente l’ha ottenuta così. Non altri che Poroshenko ammise, nel settembre 2014, che l’esercito ucraino perse allora il 65% dei blindati (vedi la mia discussione qui). E’ probabile che una buona percentuale di questi veicoli sia ora in servizio nella milizia.
I combattimenti in Ucraina, per la maggior parte del tempo, finora, sono statici, da guerra di trincea. Ogni volta che gli ucraini comunque tentano offensive su larga scala, quasi sempre finivano nei “calderoni”, frutto delle loro tattiche.
L’elenco delle più importanti “caldaie” (ve ne furono altre più piccole) comprende:

1) Il “calderone del sud”
Probabilmente il più importante e decisivo di tutti, anche se interamente ignorato dai media occidentali. Iniziò nel luglio del 2014 come conseguenza del tentativo ucraino di aggirare la milizia e isolarla dal confine russo. Il risultato fu che proprio una grande colonna blindata ucraina venisse isolata e immobilizzata al confine. Gli ucraini cercarono di rifornire tale facendo con aviolanci, ma con scarso effetto, perdendovi diversi aerei, cose per cui accusò l’Aeronautica russa. Senza entrare nei dettagli , va qui solo detto che l’MH17 fu abbattuto nel corso di questo combattimento. Il “calderone” finalmente crollò ai primi di agosto, fornendo alla milizia molte armi pesanti (tra cui blindati) poi usati nella controffensiva lanciato a fine agosto.

2) Ilovajsk
Ciò si ebbe a metà agosto 2014 come risultato del tentativo ucraino di dividere le due roccaforti delle milizie di Donetsk e Lugansk. Una grande forza ucraina avanzò su Ilovajsk solo per essere rapidamente circondata. Le perdite ucraine in questo “calderone” furono eccezionalmente pesanti, ma furono limitati dall’appello del Presidente Putin alla milizia di consentirgli di ritirarsi. Gli ucraini accusano della sconfitta ad Ilovajsk l’intervento dell’esercito russo, divenuto articolo di fede in Ucraina e tra i sostenitori del regime ucraino in occidente. Ilovajsk è spesso citata come la battaglia decisiva che sconfisse la campagna militare dell’Ucraina nel Donbas nell’estate del 2014, che fino a quel momento sarebbe andata bene. Alcuna di tali affermazioni va accettata, anche se in occidente lo sono sempre. La realtà è che al momento della battaglia di Ilovajsk, l’offensiva ucraina lanciata per sopprimere il Donbas, il 1 luglio 2014, era già in grave difficoltà, con la sconfitta nel “calderone del sud” e con le truppe ucraine sempre più impantanate ed incapaci di avanzare contro le forti difese della milizia a Donetsk e Lugansk. Lungi dall’essere una sconfitta inattesa causata dall’intervento russo in una campagna finora riuscita, l’avanzata su Ilovajsk sembrava più l’ultimo disperato tentativo di salvare una campagna già fallita. Sulle pretese dell’intervento militare russo nella battaglia, le “prove”di ciò non sono per nulla chiare, come si dice. L’eccessiva enfasi data da ucraini e sostenitori occidentali alla sconfitta ucraina ad Ilovajsk, incolpandone i russi, senza dubbio lo si spiega col desiderio di nascondere la portata della precedente sconfitta nascosta dagli ucraini nella campagna estiva, tra l’altro riuscendoci creando la menzogna della sconfitta decisiva ad agosto inflitta dalla Russia, che avrebbe fermato una campagna finora riuscita.

3) Aeroporto di Donetsk
Il cessate il fuoco temporaneo concordato tra ucraini e milizia a Minsk, nel settembre 2014, lasciò agli ucraini in controllo dell’aeroporto di Donetsk. La sconfitta ucraina dell’agosto 2014 lasciò le truppe ucraine nell’aeroporto in una posizione insostenibile. Tuttavia, nonostante ciò e i suggerimenti di certuni in Ucraina, che le truppe ucraine nell’aeroporto venissero ritirate in posizioni più difendibili, la milizia affermò che il protocollo di Minsk del settembre 2014, imponeva che il controllo dell’aeroporto passasse a loro, ma la dirigenza ucraina ordinò alla sue truppe di trincerarvisi rinforzandole con le migliori forze speciali ucraine, la cui bravura veniva elogiata dai media ucraini, chiamandole “cyborg”. Era tipico dell’approccio della dirigenza ucraina nel conflitto. Si persisteva nel rifiuto di rinunciare a un centimetro di territorio, sebbene indifendibile, con un atteggiamento che più volte condannò le truppe ucraine alle peggiori sconfitte e perdite. Il risultato fu che per tutto autunno 2014 e inizio inverno 2015, nonostante il presunto cessate il fuoco, i combattimenti nell’aeroporto di Donetsk continuarono senza sosta finché la resistenza ucraina crollò nel gennaio 2015, dopo che centinaia delle migliori truppe ucraine furono eliminate e centinaia di altre catturate. Come nella battaglia di Ilovajsk, gli ucraini accusarono della sconfitta nell’aeroporto di Donetsk i russi, mentre Poroshenko fece la fantastica affermazione che non meno di 9000 soldati russi vi parteciparono (numero necessario per sconfiggere i “cyborg”). In realtà la sconfitta ucraina all’aeroporto di Donetsk fu il risultato dell’insistenza della dirigenza ucraina a che le sue truppe fossero in una posizione indifendibile, anche molto dopo che ciò era apparso evidente.

4) Debaltsevo
Debaltsevo è un importante centro e snodo catturato dall’esercito ucraino nella campagna estiva del 2014. Il cessate il fuoco nel settembre 2014 la lasciò in mani ucraine, ma circondata su tre lati dai territori controllati dalla milizia. Nel gennaio 2015, dopo l’attacco ucraino coincidente con la battaglia dell’aeroporto di Donetsk, la controffensiva della milizia accerchiò le truppe ucraine, il presunto ‘nucleo’ dell’esercito ucraino le cui dimensioni, secondo alcuni rapporti, erano non meno di 8000 uomini (alcuni rapporti indicavano cifre più elevate). Il “calderone” di Debaltsevo suscitò il panico tra i sostenitori dell’Ucraina in occidente, preoccupati che il grosso dell’esercito ucraino vi venisse distrutto. Ciò portò a un giro frenetico di negoziati capeggiato da Angela Merkel, che volò a Mosca per colloqui privati con il Presidente Putin, portando ad ulteriori colloqui a Minsk che, alla fine, diedero luogo all’accordo del febbraio 2015. Durante i negoziati a Minsk, Merkel e Hollande scoprirono che l’intransigenza dalla dirigenza ucraina nel rifiutarsi di affrontare la realtà e ritirarsi dalla posizione insostenibile a Debaltsevo, era una caratteristica della guerra ucraina. Non solo Poroshenko rifiutò la richiesta di ordinare la ritirata delle sue truppe da Debaltsevo, rifiutò anche di ammettere che erano intrappolate. Così ne descrissi il comportamento in un articolo per Sputnik. “La negazione ha raggiunto livelli farseschi durante i negoziati a Minsk. La metà delle 16 ore di negoziati fu spesa tentando di fare ammettere l’ovvio a Poroshenko, che le sue truppe a Debaltsevo erano circondate. Poroshenko si rifiutò, rifiutando anche di ordinare alle sue truppe di ritirarsi e ogni offerta data da altri per organizzarla. Non vi era alcuna logica dietro tale negazione della realtà. Alcun obiettivo militare fu raggiunto continuando a difendere Debaltsevo, quando la sua cattura da parte della milizia era imminente. Come comandante in capo Poroshenko doveva concordare per i suoi uomini i termini della ritirata, quando era chiaro che il loro sacrificio era vano. In precedenza, il comandante della milizia Strelkov ritirò i suoi uomini da Slavjansk quando fu chiaro che era indifendibile e che non c’era alcun obiettivo per cui sacrificare la vita dei suoi uomini. Questo è il dazio dovuto da ogni comandante ai propri uomini. Poroshenko fallì in questo suo compito. Il risultato furono decine di soldati ucraini (migliaia secondo alcune stime) che potrebbero essere vivi e sono ormai morti”.
Nel caso in cui le truppe ucraine finalmente si ritirarono da Debaltsevo dopo aver subito pesanti perdite, e in disordine senza attendere gli ordini di Poroshenko, dopo di che assurdamente sostenne che fu una “vittoria”. Come ho già scritto, i rapporti sui combattimenti ad Avdeevka suggeriscono che nulla è stato appreso da tali disastri continui. La dirigenza ucraina continua ad ordinare ai suoi uomini di occupare territorio indifendibile. Le ‘tattiche d’infiltrazione’ ucraine ad Avdeevka non hanno portato ad alcun cambiamento significativo nella situazione militare. Ciò che hanno ottenuto è stato esporre le truppe ucraine al tiro dell’artiglieria pesante delle milizie, causando pesanti perdite e minacciandone l’accerchiamento con un altro “calderone”. Realisticamente, proprio come la pace in Ucraina è impossibile, finché l’attuale regime resta al potere, così un cambiamento della tattica è improbabile, se le stesse persone restano in carica. Gli ucraini nel frattempo la pagano.drones-18Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora