La Cina prevale sugli USA con la fine imminente del TPP

Ariel Noyola Rodriguez*, Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).
China's President Xi Jinping addresses audience during a meeting of the APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) Ceo Summit in LimaLa battaglia per il dominio del commercio mondiale va a favore della Cina. Di fronte alle minacce di Donald Trump d’imporre barriere tariffarie e liquidare gli accordi di libero scambio, come l’alleanza TPP, Pechino tesse rapporti coi vari partner importanti di Washington. Nel XXIV vertice APEC è apparso chiaro che la fine imminente del TPP sia un’ottima opportunità per la Cina che, sorprendentemente, ha proposto ai Paesi che hanno firmato il TPP a febbraio la costruzione di un grande accordo di libero scambio, senza gli Stati Uniti.
L’influenza degli Stati Uniti nel commercio mondiale svanisce. Poco dopo la vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton, la squadra del presidente Barack Obama ha sorpreso amici e nemici abbandonando, improvvisamente, la pressione intensa sul Congresso per la ratifica dell’accordo transpacifico di cooperazione economica (TPP). La fine del TPP è imminente. Secondo le disposizioni, per entrare in vigore è necessaria l’approvazione legislativa di almeno sei Paesi e, in parallelo, questi devono totalizzare l’85% del prodotto interno lordo (PIL) dei 12 membri. L’economia degli Stati Uniti ne rappresenta da sola oltre il 60%. Pertanto, una volta che Obama cede il TPP a Trump, è quasi certo sarà sepolto dal prossimo Congresso degli Stati Uniti. Michael Froman, rappresentante del commercio degli Stati Uniti, aveva già avvertito a luglio che se i legislatori del Paese non ratificavano il TPP, le “chiavi per il castello” della globalizzazione sarebbero passate alla Cina. Parole profetiche. Le aspirazioni imperiali di Obama sono fallite e gli USA non detteranno più le regole del gioco. Attualmente, la maggior parte del commercio si concentra in Asia, Cina in testa. I leader di Pechino lavorano da tempo su varie iniziative di libero scambio multilaterali, per consolidare l’influenza regionale e globale con il Partenariato regionale globale economico (RCEP) e L’Accordo per il libero commercio in Asia-Pacifico (FTAAP). Al XXIV vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), tenutosi a Lima (Perù), Il Presidente della Cina Xi Jinping ha proposto ai Paesi firmatari del TPP diAmerica (Cile, Messico e Perù) e Oceania (Australia e Nuova Zelanda), l’adesione agli accordi di libero scambio promossi dal suo governo e all’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (ASEAN). Ma quale delle due iniziative di libero scambio promosse dalla Cina davvero soppianterà il TPP?
Per Pechino sarà difficile attuare il FTAAP, che comprende gli Stati Uniti; perché se Donald Trump finora s’è categoricamente opposto al TPP, è chiaro che non sosterrà un’iniziativa sul libero scambio guidata dalla Cina. Si ricordi anche che Trump ha promesso agli elettori di abbandonare, o nel migliore dei casi rinegoziare, gli accordi di libero scambio che gli Stati Uniti hanno firmato negli ultimi decenni. A suo avviso, gli accordi come il North American Free Trade Agreement (NAFTA, per il suo acronimo in inglese) sono un disastro. In questo scenario, la Cina cerca di far aderire alla sua causa i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con l’impegno a continuare a favorire la libera circolazione delle merci. Dal mio punto di vista, il RCEP è l’iniziativa di libero scambio che dà alla Cina la possibilità di colmare il vuoto che Washington lascia col TPP. “La Cina dovrebbe redigere un nuovo accordo che soddisfi le aspettative del settore e continuare lo slancio per la creazione di una zona di libero scambio”, dichiarava ai primi di novembre Li Baodong, Viceministro degli Esteri della Cina. Il RCEP comprende i Paesi membri del TPP meno Canada, Cile, Messico, Perù e ovviamente Stati Uniti. Con oltre 3 miliardi di abitanti, il RCEP comprende gli altri Paesi asiatici dal grande dinamismo economico: Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Filippine, Laos, Myanmar e Thailandia. Sorge allora la domanda se la RCEP sia una sorta di espansione del TPP, con la Cina che sostituisce gli Stati Uniti. Non esattamente. La portata della RCEP non è la stessa del TPP. Finora gli obiettivi della RCEP si limitano all’eliminazione delle barriere tariffarie. Il TPP, tuttavia, è molto più di un accordo di libero scambio, perché tra le altre cose, mette a disposizione delle grandi aziende i diritti di proprietà intellettuale, minaccia la protezione dell’ambiente, viola i diritti dei lavoratori e, per quanto poco, consegna ai tribunali internazionali la risoluzione delle controversie tra governi e aziende. Pertanto, diversi leader guardano favorevolmente al ‘piano B’ suggerito dai cinesi, tra cui il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che crede che un accordo di libero scambio alternativo al TPP sia necessario. Sebbene i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (composta da tre membri latino-americani del TPP, più la Colombia) sono interessati a continuare a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti, allo stesso tempo vogliono avere accordi con Cina e Russia.
Senza dubbio, l’incertezza politica che affligge gli Stati Uniti dopo le elezioni dell’8 novembre viene magistralmente sfruttata dal drago cinese. Di fronte alle minacce di Trump di aprire una nuova era protezionistica, la risposta di Xi è potente: la globalizzazione del commercio guidato da Pechino continuerà, con o senza appoggio di Washington.malacanang-king-20161120-apec-peru-family-photoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia lancia missili avanzati contro i terroristi

Alexander Mercouris, The Duran, 21/11/2016siria-ataque-2016-11-17-bNell’ambito della nuova campagna aerea in Siria, la Russia usa sistemi missilistici avanzati per sconfiggere i jihadisti e inviare un chiaro messaggio al mondo.
La nuova offensiva aerea russa contro i terroristi nel nord-est della Siria è stata segnata dall’uso di missili avanzati. Come ampiamente previsto, dal Mediterraneo orientale la flotta russa ha lanciato missili da crociera subsonici a lungo raggio Kalibr contro obiettivi jihadisti nella province di Idlib e Homs. Il Kalibr è un missile da crociera a lungo raggio d’attacco terrestre della flotta russa. Fu utilizzato la prima volta con effetto spettacolare sugli obiettivi jihadisti in Siria, circa un anno fa, quando dei missili Kalibr furono lanciati da navi della Flotta del Mar Caspio della Russia. L’Aeronautica russa nel frattempo lanciava i propri missili da crociera. Come già riportato da The Duran, i bombardieri pesanti russi sono dotati di missili da crociera a lungo raggio subsonico. I bombardieri pesanti Tu-95 li hanno lanciati su obiettivi jihadisti (non c’è una parola finora sui molto più avanzati bombardieri pesanti supersonici a lungo raggio Tu-160 che partecipano alle operazioni). I missili da crociera lanciati sui terroristi dai bombardieri Tu-95 sono i missili da crociera subsonici a lungo raggio Kh-101. Nonostante la superficiale somiglianza con il missile da crociera Kalibr della flotta russa, il Kh-101 è in realtà completamente diverso e più avanzato, progettato da un ufficio diverso. Sembra che il Kh-101 non solo abbia una gittata maggiore di quella del Kalibr, ma può essere guidato dopo il lancio (potendo teoricamente distruggere bersagli in movimento) ed è molto più furtivo, rendendosi praticamente invisibile a qualsiasi radar dei terroristi. Tuttavia, forse il missile da crociera più spettacolare che i russi hanno lanciato sui terroristi è il missile supersonico, da Mach 2,5, Oniks, lanciato da una batteria da difesa costiera Bastion russa schierata in Siria. È la prima volta che un missile da crociera supersonico veniva lanciato contro un bersaglio terrestre. Con il boom sonico e la velocità l’effetto psicologico dell’attacco con tale missile sarà devastante. Inoltre, a differenza del missile da crociera subsonico, che in teoria può essere abbattuto dal tiro a terra prima di raggiungere l’obiettivo (in realtà, ci furono alcuni casi nella Guerra del Golfo del 1991), i jihadisti non hanno i mezzi per abbattere questi missili, e quindi non hanno alcuna difesa teorica contro di essi. Per i russi, l’impiego dei missili Oniks in Siria ha molteplici scopi.
In primo luogo permette ai russi di testare in condizioni operative un sistema d’arma molto avanzato, mai usato prima.
In secondo luogo, consente di fare pubblicità presso i potenziali acquirenti del sistema Oniks/Bastion sulla capacità di attacco terrestre. Oniks fu progettato e finora commercializzato come puro missile antinave. Il fatto che abbia anche capacità di attacco terrestre era finora ignoto. I possibili acquirenti del sistema (cinesi o indiani) hanno ora la dimostrazione di una maggiore versatilità, e quindi maggiore redditività, di quanto pensato.
Infine, con il lancio dei missili Oniks del complesso Bastion in Siria, i russi fanno sapere a Stati Uniti, NATO e Israele che i complessi missilistici da difesa costiera Bastion in Siria sono presidiati da russi e controllati da Mosca. Questo dovrebbe eliminare eventuali dubbi sugli operatori e rimuovere eventuali tentazioni occidentali ed israeliane di volerli attaccare. I russi hanno fatto sapere pubblicamente che i complessi missilistici da difesa costiera Bastion sono dispiegati in Siria e sono pronti a difendere la flotta nel Mediterraneo orientale e le basi in Siria da chiunque sia abbastanza stupido da attaccarli. Combinati alla presenza degli avanzati complessi di difesa aerea S-400 ed S-300MV Antej-2500 in Siria, l’uso pubblicizzato dei sistemi Oniks e Bastion dispiegati in Siria chiarisce che i russi sono pronti contro qualsiasi attacco dal mare.
Infine, vi è un ulteriore dispiegamento di missili in Siria, che ha ricevuto meno attenzione. Foto ora apparse confermano la presenza dei sistemi combinati cannoni-missili a corto raggio mobili di difesa aerea Pantsir presso Aleppo. Non è noto se questi sistemi siano azionati da siriani o russi, ma è probabile che lo siano dai russi. Ma anche se sono azionati dai siriani, è certo che consiglieri russi siano presenti e collaborino nel supporto e nella guida. A differenza dei complessi missilistici S-400, S-300MV Antej-2500 ed Oniks/Bastion dispiegati in Siria, i sistemi a corto raggio Pantsir non sono destinati a difendere o scoraggiare attacchi dalle forze aeree e della marina di Stati Uniti o Israele. Piuttosto il loro scopo è chiaramente scoraggiare o difendere dagli attacchi dall’assai meno sofisticata aviazione turca, che nelle ultime settimane era attiva nel nord-est della Siria, nell’ambito dell’operazione Scudo dell’Eufrate. Continua ad essere diffusa la convinzione che ci sia una sorta di accordo tra Russia e Turchia secondo cui l’esercito turco non entrerà in combattimento ad Aleppo. Che sia così o meno, con l’esercito turco e gli alleati jihadisti all’offensiva contro lo SIIL ad al-Bab, entro il raggio d’artiglieria da Aleppo, i russi chiaramente non danno nulla per scontato, e adottano precauzioni contro ogni possibile incursione turca contro Aleppo.siria-ataque-2016-11-17-vorjuta

Lidi stranieri: perché la base russa in Siria
Mikhail Kotov, LIFE.ru, 21 novembre 2016, Fort Russ News

Viktor Ozerov, Presidente del Comitato di Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione, ha detto a RIA Novosti che la base di Tartus dovrebbe diventare una base regolare della Marina russa entro due anni dalla firma dell’accordo e dalla ratifica. “Procedendo dall’impressione sulla base, e sui piani per migliorarne le infrastrutture, abbiamo riferito alla leadership sul nostro gruppo in Siria e posso dire che non escludiamo la modernizzazione di Tartus, per le più recenti esigenze”, dichiarava Ozerov. Il giornalista Mikhail Kotov comprende il motivo per cui la Russia ha bisogno di questa base.cxywvfywiaehmhcCe ne andiamo, ce ne andiamo, ce ne andiamo
Per due decenni, la presenza militare russa nel mondo era costantemente in calo. Dagli ultimi anni dell’Unione Sovietica diminuiva il numero di basi militari sotto la bandiera rossa e poi bianco-blu-rossa. Dal 1972, come se fosse iniziato un conto alla rovescia: Port Said, Berbera e Nusra. Nel 1991 i russi lasciarono le basi militari in Germania (Rostock) e in Polonia (Swinoujscie). Nel 2002, la Russia perse la base navale di Cam Ranh Bay in Vietnam, e dopo l’inizio della “primavera araba”, dovette ritirarsi frettolosamente da Tripoli in Libia. Lo sfondo della ritirata graduale, che non rallentava l’avanzata della NATO di un minuto, sembrava una sconfitta totale. E ora la dichiarazione del Comitato di Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione e del Ministero della Difesa sui piani preannunciati sono una bomba. È la rinascita delle forze russe o solo un episodio del conflitto siriano? Abbiamo bisogno di questa base? Possiamo tenerla? Per trovarne le risposte è necessario tornare indietro e cercare di capire su quali principi esistono nel mondo avamposti militari nel territorio di altri Paesi.

Echi di guerra
Il mondo bipolare era chiaramente apparso già negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. La minaccia, che unì i Paesi temporaneamente, fu distrutta e divenne chiaro che c’erano “noi” e “loro”. E che nessuno s’ingannasse sul triumvirato della Conferenza di Jalta, il mondo era ormai diviso. La NATO, creata nel 1949, e il Patto di Varsavia, creato sei anni dopo, cominciarono la lotta che li contrappose. La politica estera di un Paese più attivo ha bisogno di alleati in tutto il mondo. Non per combattere, ma per ampliarne la presenza ed estendere attivamente le aspirazioni diplomatiche. Supponendo che un satellite cadesse nel posto sbagliato, una rivolta scoppiasse in un Paese amico o l’appello per supportare l’intelligence, tali questioni diventano molto più facili da risolvere se si dispone di una base militare lontana da occhi indiscreti. Naturalmente, avevano compiti diversi: a Cuba, l’Unione Sovietica aveva un centro radioelettronico, e in Vietnam una base logistica per la flotta. Naturalmente, l’Unione Sovietica non fu l’unico Paese che cercò di estendere la presa militare. Gli Stati Uniti d’America crearono proprie basi non meno attivamente. Allo stesso tempo, godevano di una situazione senza precedenti: non pagavano il terreno affittato per le basi quasi ovunque. Invece lo presentavano come contributo alla sicurezza complessiva del Paese ospitante, con più di trenta Paesi e più di un centinaio di basi nel mondo. La sala operativa al massimao. Non si pensi che in questi Paesi la gente fosse felice di vedere gli yankees. L’esempio principale è la base navale di Okinawa. L’isola fu occupata dalle truppe degli Stati Uniti nel 1945, e da allora la base militare degli Stati Uniti ne occupa il 18 per cento del territorio. La popolazione locale, trattata dagli “invasori” come cittadini di seconda classe, protesta regolarmente. Dal 1972 a Okinawa le forze statunitensi hanno commesso 5800 crimini, 571 gravi. Ad esempio, nel 1995, una studentessa dodicenne giapponese fu stuprata da soldati statunitensi. E non successe nulla, la presenza militare era più importante. Inteso, ovviamente non è così ovunque; molti Paesi europei, tra cui le repubbliche baltiche, sono disposti a cedere il territorio alla presenza militare estera. Un fattore chiave di ciò è l’abile lavoro diplomatico statunitense che afferma regolarmente possibili aggressioni dalla Russia.

Ritorno alla posizione precedente
Le basi militari non dovrebbero essere considerate un avamposto del Paese, aspettandosi un attacco in qualsiasi momento. Nella maggior parte dei casi (soprattutto nel caso della Russia) è solo l’indicatore di forza e presenza nella regione, il cui obiettivo principale è avere un centro logistico che dia l’opportunità della risposta rapida a qualsiasi problema che sorgesse nella regione. Quindi, un altro modo di pensare dall’epoca sovietica: un gruppo di consiglieri e specialisti militari che vi mantiene la presenza, ma allo stesso tempo, il denaro speso per mantenere il gruppo mobile è molto meno. In molti modi, quindi, il piccolo numero basi è dovuto alla carenza di fondi. Anche il bilancio dell’URSS era molto teso, con tutti i centri di supporto all’estero, per non parlare della Russia. Perciò il ritorno alla vecchia politica ha causato tanto rumore. Di per sé, la base militare in Siria (ufficialmente 720.mo Centro logistico della Marina russa) fu creata per sostenere le operazioni navali sovietiche nel Mediterraneo, cioè per riparare le navi del 5° Squadrone operativo nel Mediterraneo, rifornendole di combustibile, acqua e beni di consumo. Istituita nel 1971, non è particolarmente grande, con pochi ormeggi e infrastrutture sul territorio della base navale siriana (63.ma Brigata della Marina siriana). Dal 1992, quando lo Squadrone del Mediterraneo sovietico, creato come rivale visibile e tangibile della Sesta Flotta statunitense, fu sciolto, cominciò la lenta dissoluzione della base. Negli anni migliori vi erano più di duemila soldati e marinai, con marines di guardia. Nel 2002 ve ne erano solo 50, e nel 2012 si arrivò a solo quattro persone. Dall’inizio della partecipazione delle Forze Armate russe alla guerra in Siria, il contingente della base è aumentato di nuovo. Nel 2015 era pari a 1700 persone, addetti ad approvvigionamento e riparazione delle navi e allo sbarco di materiale militare russo in Siria. Pertanto, parlare della creazione di una base non è del tutto corretto, piuttosto del ritorno.cvdtxdow8aa_ge6Una base senza squadrone
Geograficamente, la Russia non ha accesso diretto al Mediterraneo. L’unica via dal Mar Nero è attraverso lo Stretto del Bosforo, il Mar di Marmara e i Dardanelli della Turchia, e quindi uscire nello spazio di manovra nel Mediterraneo. Ma in primo luogo, il Bosforo è strettamente controllato dalla Turchia, membro della NATO e, in secondo luogo, il passaggio delle navi costa. I turchi raccolgono la cosiddetta “tassa di passaggio” dallo stretto, a seconda del tipo di nave. A volte può raggiungere costi significativi. Ecco perché occorrono basi russe nel Mediterraneo, anche in assenza di una flotta permanente nella regione. Vi furono discussioni nel Comando Navale sulla volontà di ripristinare la base in Libia (Tripoli), presente fino al 2011. Ma l’attuale situazione politica ha puntato il processo del ritorno nel Mediterraneo sulla base siriana. Si ritiene che dopo l’ammodernamento, ospiterà grandi navi. Oltre agli scopi militari, la base a Tartus è di grande importanza per le operazioni d’intelligence, anche elettronica.

Accordi e transazioni
Rimane la domanda sul costo di tutto questo. Molto probabilmente, alla luce delle attuali relazioni tra Russia e governo di Bashar al-Assad, l’affitto di Tartus sarà gratuito. I fondi che saranno spesi per la presenza di truppe e personale di supporto russi in Siria, sono già stati aumentati dal Ministero delle Finanze, negli articoli pertinenti bel bilancio russo, per 678 miliardi di rubli. E’ molto probabile che il denaro sarà utilizzato per la manutenzione della base navale. Inoltre, recentemente sulla TV siriana, si notano chiaramente immagini di missili aria-aria a medio raggio russi RVV-AE (R-77). Ciò significa che la Russia ha aggiornato i MiG-29 siriani nella versione MiG-29SM. Questi missili possono colpire un bersaglio che vola a Mach 3. Il costo di questi missili è elevato. Nel 2012, la Malaysia acquistò 35 missili RVV-AE per 35 milioni di dollari. E’ possibile che l’aggiornamento sia parte integrante delle relazioni russo-siriane che hanno deciso il rilancio della base navale di Tartus.

Di nuovo in sella?
Parlando francamente, una base nel Mediterraneo senza una flotta permanente nel Mediterraneo non funziona. Questo passaggio non comporta cambiamenti geopolitici. Chi lo desidera può considerare la composizione della Sesta Flotta degli Stati Uniti, per capire che non la minaccia, senza Tartus, in alcun modo. Piuttosto, si tratta di un segnale alla NATO per mostrare che la Russia vuole tornare sulla scena mondiale e che le sue aspirazioni non si limitano ai confini della CSI, dove vi è la maggior parte delle basi militari estere russe. Tuttavia, va ricordato che investendo su Tartus, la Russia decide una volta per tutte di sostenere Assad, senza cercare di esserne imparziale, ma stando chiaramente da una parte. Infatti, nel caso di sconfitta del governo siriano, farebbe la fine della base di Tripoli, da cui si ripiegò rapidamente nel 2011, dopo l’inizio della “primavera araba” e la morte di Muammar Gheddafi.
Questa è una scommessa rischiosa, ma nel caso di conclusione positiva del conflitto in Siria, potrebbe essere un grande passo del ritorno della Russia nella grande geopolitica. L’azione militare è solo una continuazione delle aspirazioni politiche, e se la base è uno strumento utile, va utilizzato.1171-carga-y-descarga

La base navale russa in Siria sarà ampliata con il ‘molo per la portaerei’
South Front
La struttura navale russa a Tartus della Siria sarà estesa per accogliere portaerei, sottomarini nucleari e altre grandi navi da guerra, dichiarava il capo del Comitato di difesa del Consiglio della Federazione Russa Viktor Ozerov. Lo scorso fine settimana, SF aveva già pubblicato un post sul progetto di ampliamento dell’impianto russo di Tartus, citando un articolo di Interfax basato su fonti anonime. Ora, l’informazione viene ufficialmente confermata. La squadra tattica navale russa guidata dall’incrociatore pesante portaerei lanciamissili Admiral Kuznetsov e dall’incrociatore nucleare Pjotr Velikij, è al largo della Siria, dove iniziava le operazioni contro i terroristi ai primi di novembre.screen-shot-2016-11-21-at-11-24-31-am

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone deve allinearsi alla Cina: l’eredità dei buddismo, confucianesimo, taoismo e Storia

Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 20/11/2016img_20141110154123_b57b77ccL’antico Regno di Mezzo della Cina ha inciso notevolmente sulla cultura del Giappone e questo vale in particolare per l’eredità dei buddismo, confucianesimo e taoismo, che mutarono per sempre il Giappone. Naturalmente, il buddismo è arrivato in Giappone dalla Corea ma l’impatto maggiore fu dal Regno di Mezzo. Tuttavia, la propagazione del colonialismo occidentale e i rapidi cambiamenti durante la Restaurazione Meiji del 1868, fecero sì che il Giappone si rivoltasse contro la nazione che l’aveva arricchita. Pertanto, è giunto il momento per Cina e Giappone di superare un ristretto periodo di ostilità dovute agli inganni del Giappone, e concentrarsi su migliaia di anni di scambi culturali tra le due società. Nel regno della moderna geopolitica attuale, l’unica nazione con qualche influenza sulla Corea democratica è la Cina. Questa realtà, dato l’aspetto nucleare e l’incertezza politica nel lungo periodo nella Corea democratica, equivale alla necessità di ridurre le tensioni e le possibili ricadute da qualsiasi scontro interno tra Corea del Sud e Corea democratica. In altre parole, è nell’interesse nazionale del Giappone concentrarsi su più miti relazioni tra Pechino e Tokyo, piuttosto che sul duro potere degli USA che rischia di scatenare una futura guerra brutale nella penisola coreana. Le dispute territoriali tra Cina e Giappone sono dannose per entrambe, data la diffidenza attuale. Dopo tutto, solo gli USA si avvantaggeranno dalla militarizzazione della regione e dall’ulteriore divario tra due storici alleati naturali. Allo stesso modo, la situazione politica tra Cina e Taiwan non è necessariamente negativa e vantaggiosa per USA e Giappone. Invece, relazioni regionali e maggiore fiducia sono utili per tutte le nazioni della regione, consentendo anche di accrescere nuove iniziative commerciali e joint venture scientifiche e in altre aree utili. Si spera che Giappone e Federazione russa sviluppino legami più stretti, perché il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin cercano di riavviare un nuovo periodo storico. Se accadesse, si spera che le élite politiche di Mosca allentino le tensioni tra Pechino e Tokyo. Allo stesso modo, la Federazione Russa è percepita come mediatore onesto nella penisola coreana; di conseguenza, il Giappone guadagnerà da legami più stretti con Cina e Federazione russa, in relazione alla Corea democratica.
Il Giappone può concentrarsi sulla carta dell’India nei confronti della Cina, ma le nazioni sono troppo distanti per alterare la geopolitica del nord-est asiatico di qualsiasi grado. In effetti, l’India è afflitta da problemi perenni con Pakistan, crisi del Kashmir, tensioni di confine con la Cina, crescente ascesa del fondamentalismo sunnita in Bangladesh e una pletora di questioni interne di carattere etnico (Nagaland e altri) e con le forze comuniste. Pertanto, mentre i rapporti tra India e Giappone sono graditi, la realtà è che ciò non aiuterà il Giappone nelle tensioni con la Cina. Se Cina e Giappone cercano di controllare il destino del Nord-Est asiatico secondo valori condivisi e la ricca storia di convivenza ed arricchimento culturale, allora è nell’interesse delle élite politiche di Pechino e Tokyo sviluppare un nuovo rapporto. Allo stesso modo, la realtà geopolitica della Federazione Russa nel Nord-Est Asia va utilizzata da Cina e Giappone per forgiare l’interesse comune. Dopo tutto, se Cina e Giappone possono reimpostare i rapporti, la stabilità consentirà maggiori iniziative commerciali ed economiche tra le due nazioni, e ridurrà lo sperpero delle risorse su una questione che non è giustificata da gran parte delle ultime migliaia di anni. Pertanto, entrambe le nazioni devono liberarsi dalle catene datate dalla Restaurazione Meiji alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Invece, Cina e Giappone devono tornare alla storia dei valori condivisi basati su buddismo, confucianesimo e taoismo, arricchendo entrambe le società e rinvigorendo la locale fede nel shintoismo, dalla lunga storia giapponese.al-apec5-1011e_2xTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Passaggio a nord-est: nuove prospettive per il Pacifico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 14/11/2016map_kapitankhlebnikov_epicnortheastpassageVenti anni fa, otto Stati artici crearono il Consiglio artico (AC) per sviluppare congiuntamente la regione artica e preservare l’ambiente e la cultura dei popoli indigeni. Inizialmente, Danimarca, Islanda, Canada, Norvegia, Russia, Stati Uniti, Finlandia e Svezia aderirono al Consiglio. Più tardi, altri Stati con interessi nella regione artica si unirono. India, Cina, Singapore, Corea del Sud e Giappone hanno lo status di osservatori da diversi anni. Considerando capacità finanziaria e vasta esperienza nella logistica marittima di questi Paesi, possono rendere un valido aiuto agli Stati membri del CA. Fecero tutti sforzi strenui per aderire al consiglio, ed oggi fanno del loro meglio per accedere a risorse artiche e rotte marittime. Il vero tesoro del settore eurasiatico del Mar Glaciale Artico è, naturalmente, la rotta del Mar del Nord russo (NSR) nell’Oceano Artico, lungo le coste settentrionali della Federazione Russa. Ultimamente, la Russia ha dedicato molta attenzione allo sviluppo di questa rotta unica. Nel discorso del dicembre 2015 all’Assemblea Federale, il Presidente Vladimir Putin parlò del valore della NSR, più volte indicata pietra angolare della crescita economica e della sicurezza dei trasporti dei territori del nord e della Russia. È la rotta più breve dalla Russia europea all’Estremo Oriente. In senso più ampio, la NSR è una sezione enorme della più breve rotta marittima che collega Europa ed Asia, Atlantico e Pacifico. L’accesso alla NSR significherebbe per gli Stati asiatici forte riduzione di tempi e costi per spedire merci in Europa. Attualmente, quasi tutte le merci arrivano in Europa attraverso il canale di Suez, lungo le coste meridionali dell’Eurasia. Non solo è una rotta molto più lunga, ma anche più rischiosa poiché vi sono minacce da pirati e terroristi. Negli ultimi anni, i rischi per il trasporto merci lungo questa rotta sono raddoppiati per le tensioni nel Pacifico. Dispute territoriali tra Cina e altri Paesi della regione e i tentativi degli Stati Uniti di mantenere l’influenza, potrebbero innescare una situazione in cui qualcuno decida di bloccare la rotta. Non sarebbe difficile, da questa via diverse aree vulnerabili potrebbero essere facilmente occupate da relativamente piccoli gruppi. Vi sono degli stretti, tra cui il canale di Suez e lo stretto di Malacca. Se, Dio non voglia, qualcosa accadesse, la NSR diverrebbe vitale per il commercio dei Paesi della regione Asia-Pacifico con l’Europa. Va ricordato che la NSR attraversa le acque territoriali russe, il che significa che i Paesi che cercano di usarla dovranno costruire rapporti con la Russia. Questa circostanza potrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo delle relazioni internazionali russe. Per di più, gli Stati che desiderano utilizzare la NSR dovrebbero partecipare allo sviluppo, anche come investitori. È difficile e costoso mantenere la NSR. La Russia deve impiegare la sua flotta di rompighiaccio, ancora di più in inverno, molto costosa, per permetterne la navigazione.
Oggi, la Russia utilizza la NSR per lo più per i carichi e rifornimenti dei prodotti industriali locali dai porti nell’estremo nord. Uno degli utenti principali della NSR è la società russa Norilsk Nickel, che possiede più della metà delle merci spedite tramite la NSR. Dato che Norilsk Nickel possiede i rompighiaccio, l’azienda può spedire i propri prodotti tutto l’anno. Gazprom e Rosneft sono altre due società che impiegano la NSR. Il Programma di sviluppo dei Territori del Nord russo implica l’impegno di imprese straniere che vogliano partecipare alla navigabilità della NSR. Il Giappone è uno dei Paesi che mostrano un genuino interesse alla cooperazione. All’inizio del 2016, l’ambasciatore del Giappone Kazuko Shiraishi fece una dichiarazione curiosa, dicendo che il Giappone era disposto a spedire il 40% delle merci che invia attualmente in Europa, attraverso la NSR. Il Giappone, a sua volta, può aiutare nel monitorare le condizioni dei ghiacci. La Cina è un altro importante possibile utente della NSR. A prima vista, potrebbe sembrare piuttosto strano, poiché la Cina sviluppa la Via della Seta marittima, collegando Asia ed Europa attraverso la suddetta rotta del sud. Alcuni esperti hanno predetto che la Via della Seta marittima e il Passaggio a nord-est diverrebbero rivali. Tuttavia, sembra che la Cina veda dei vantaggi nell’avere una rotta alternativa, comprendendo la volatilità della situazione nella regione Asia-Pacifico. Comunque, il governo cinese ha dimostrato interesse per la NSR in varie occasioni. Nel 2013, la prima nave cinese, Yong Sheng, navigò lungo la NSR, salpando dal porto di Dalian (Cina) e arrivando a Rotterdam (Paesi Bassi). Tuttavia, resta ancora molto da fare per far diventare la NSR un’alternativa adeguata alla rotta meridionale, come sviluppare sofisticate infrastrutture con terminali marittimi in diverse sezioni della rotta per il carico e lo scarico (attualmente, solo un porto, a Dudinka, può ospitare navi per tutto l’anno). La parte russa spera negli investitori cinesi come possibili partner in questo progetto. A quanto pare, il “Celeste Impero” è anche impegnato a garantirsi una presenza nella NSR. Attualmente, la Cina partecipa energicamente allo sviluppo della regione di Arkhangelsk. Per molti secoli, Arkhangelsk è stato il punto d’appoggio strategico della Russia nella regione artica. Questa è una delle sezioni principali della NSR, dall’alta concentrazione di impianti industriali e porti marittimi importanti. Oggi, come ieri, la regione di Arkhangelsk ha la massima priorità nel nuovo programma di “sviluppo socio-economico della regione artica russa”. Nell’ottobre 2016, la società russa Arctic Transportation e il polo industriale “Archangelsk” firmavano un contratto con la cinese Poly International Holding Co. secondo cui la società cinese finanzierà la costruzione di un porto oceanico nell’isola Madjug sul Mare bianco. Questo sarà un contributo importante allo sviluppo della NSR. Si prevede che entro il 2030 il nuovo porto possa superare i 30 milioni di tonnellate di merci. Il profondo interesse della Cina nella regione di Arkhangelsk è stato dimostrato ancora una volta quando la grande azienda cinese Huadian decise d’investire nel settore energetico della regione. La scorsa estate, la joint enterprise russo-cinese “Huadian-Arkhangelsk CHPP” comprò l’unica azienda di riscaldamento nella regione, l’Arkhangelsk CHPP, pagandone il debito di 2,7 miliardi di rubli. E’ chiaro che la Cina è veramente interessata ad accedere ai territori artici della Federazione Russa.
Il Passaggio a nord-est è una rotta unica, che può fare della Russia uno dei più importanti Paesi di transito del mondo. Inoltre, la NSR può attrarre molti grandi investitori stranieri. E il più importante compito della Russia è dargli un caloroso benvenuto.arkhangelsk-russia-9Dmitrij Bokarev, politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora