Come 39 commando sovietici sconfissero centinaia di mujahidin afghani

Nikola Budanovic, War History 22 giugno 2016L’assedio di Khost
La città di Khost fu parzialmente assediata per otto anni dai mujahidin. Nel 1980, la guarnigione sovietica era nella città e la pista di atterraggio fu utilizzata ampiamente per 8 anni. La città era circondata dai mujahidin coordinati dai servizi segreti pakistani (ISI) che addestrarono i ribelli in complesse tattiche di guerriglia per affrontare un nemico tecnologicamente superiore. Negli ultimi mesi del 1987, l’assedio divenne insopportabile, con i sovietici nella città completamente separati dal resto dell’esercito.

Operazione Magistrale
L’Operazione Magistrale fu il riuscito tentativo di togliere l’assedio di Khost. Quando le linee erano troppo sottili, il comando sovietico organizzò un’operazione per evacuare gli uomini bloccati nella città. Tutte le strade che collegavano Khost alle aree sovietiche erano bloccate e la città dipendeva dai rifornimenti via elicottero. I mujahidin erano sulle colline che circondavano la città, in agguato, assediandola. L’autostrada tra Gardez e Khost divenne un mito, i suoi difensori furono spesso indicati come “fantasmi” per la tattiche mordi-e-fuggi. Fu un assedio invisibile, i mujahidin erano ben nascosti nelle montagne circostanti e sempre pronti a tendere un agguato usando le alture come posizione d’attacco ideale. Uno dei principali vantaggi fu l’ampio uso di missili Stinger, forniti dalla CIA e dotati di sistema di puntamento agli infrarossi. Ciò permise ai mujahidin di minacciare gli elicotteri che proteggevano i convogli, lasciando così le truppe di terra impotenti in caso d’imboscata.

La tattica dei manichini
Al fine di attrarne il loro, i sovietici ingannarono i mujahidin effettuando un’operazione di aviosbarco fasulla, inviando un aereo da trasporto che sembrava trasportasse paracadutisti. Ma il velivolo, volando non molto alto, era un aereo da ricognizione che fotografava la zona. I sovietici gettarono una squadra di manichini che, in un primo momento, sembravano paracadutisti. Gli afghani immediatamente aprirono il fuoco, cercando di ucciderne il maggior numero prima di raggiungere il suolo. L’aereo ricognitore inviò le coordinate delle posizioni dei mujahidin e l’artiglieria sovietica aprì un tiro di sbarramento devastante. Fu il primo passo per rompere l’assedio di Khost e la prima fase dell’Operazione Magistrale. L’Alto Comando sovietico aveva subito un’umiliazione con le campagne non riuscite in Afghanistan; l’Operazione Magistrale era destinata a riscriverle.

La presa di Quota 3234
Se la guerra sovietico-afghana era il Vietnam dell’Unione Sovietica, la battaglia per Quota 3234 fu la Ripcord del FSB. La collina chiamata per l’altitudine di 3234 metri divenne uno dei più gloriosi simboli della guerra sovietica. Il successo difensivo di un piccolo distaccamento di paracadutisti contro un nemico numericamente superiore fu utilizzato nella propaganda del dopoguerra per presentare il conflitto come una vittoria dell’Unione Sovietica nella liberazione democratica delle tribù arretrate dell’Afghanistan. La collina si dimostrò uno dei punti più vitali per controllare l’“autostrada della morte”. Il 7 gennaio 1988, 39 membri della 9.na Compagnia del 345.mo Reggimento aeroportato della Guardia furono eliportati sulla collina. Il 7 gennaio è il natale ortodosso, aggiungendo simbolismo alla battaglia. La missione era proteggere il perimetro, trincerarsi e tenere la collina da cui potevano osservare e controllare gran parte della strada che si estendeva sotto verso la città assediata. Questi 39 soldati sbarcarono nel mezzo del territorio controllato dal famigerato Hezb-i Islami di Jalaludin Haqani, le cui truppe erano note per la crudeltà. Jalaludin Haqani era il principale collegamento con i servizi segreti pakistani.

Inizia la battaglia
Avuto il tempo di stabilire un perimetro difensivo, i mujahidin attaccarono. Il distaccamento sovietico era composto da veterani che ben conoscevano le tattiche usate dai mujahidin e dai loro consiglieri pakistani. Anche se i paracadutisti sovietici non avevano armi pesanti, ebbero un significativo sostegno dall’artiglieria, gli afghani impiegarono contro la collina tutto il loro arsenale, mortai, cannoni senza rinculo, Stinger, RPG e mitragliatrici pesanti DShK. Il fuoco scese sui 39 difensori, ma non mollarono la presa. Mentre l’artiglieria terminò il tiro di sbarramento, apparve evidente che i mujahidin stavano per lanciare un assalto della fanteria, per sopraffare con il numero la collina. Attaccarono da due direzioni con una forza di circa 200-250 guerriglieri. L’attacco coordinato indicò che non erano abitanti dei villaggi locali armatisi per difendere le case, ma una forza organizzata dai forti addestramento e comando. Era ovvio che combattevano Jalaludin Haqani e i mujahidin addestrati dai pakistani. Durante la battaglia, l’unità sovietica era in costante comunicazione con il comando e ricevette tutto ciò che il comando della 40.ma Armata aveva da offrire come supporto di artiglieria, munizioni, rinforzi ed elicotteri per evacuare i feriti. I commando sovietici respinsero 12 attacchi mantenendo la collina. La lotta finì all’alba del giorno dopo, quando i mujahidin esausti decisero di ritirarsi. Dopo la battaglia, molti mujahidin morti furono trovati indossare uniformi con rettangoli a strisce nero-giallo-rosse, che indicavano che le forze speciali pakistane furono direttamente coinvolte nell’attacco.

Conseguenze
Date le circostanze, le perdite sovietiche furono basse, solo sei dei 39 uomini morirono nello scontro. D’altra parte, 28 dei rimanenti 33 uomini furono feriti. Due dei soldati uccisi furono insigniti della Stella d’Oro di Eroe dell’Unione Sovietica, la massima onorificenza militare dell’Unione Sovietica. Tutti gli uomini della compagnia ricevettero l’Ordine della Bandiera Rossa e l’Ordine della Medaglia Stella Rossa. Le perdite dei mujahidin, secondo fonti sovietiche, furono circa 200 morti e feriti. Dopo che i cadaveri furono studiati si ebbe la prova del coinvolgimento del Pakistan nel conflitto; l’Unione Sovietica si appellò alle Nazioni Unite, ma l’accusa passò inosservata. Le relazioni tra i due Paesi si deteriorarono durante la guerra, raggiungendo il livello più basso dopo la battaglia per Quota 3234.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca si gasa

Chroniques du Grand Jeu 5 aprile 2017

Meno mediatico delle guerre siriana e ucraina, il Grande gioco dell’energia ancora vede inesorabile vincente lo Zar del gas e sconfitto il sistema imperiale, incapace d’impedire la giunzione sempre più forte tra Heartland e Rimland. Nel primo trimestre del 2017, Gazprom ha ulteriormente aumentato le esportazioni di oro blu in Europa con 51 miliardi di mc, in crescita del 15%. Di questo passo, 200 miliardi di mc arriveranno nel Vecchio Continente quest’anno, contro i 180 miliardi del 2015 e i 160 miliardi del 2014, anno d’inizio della guerra fredda dovuta alla crisi ucraina. Nonostante eruzioni e altri colpi di testa occidentali, il principio di realtà s’impone. Niente sorprese, lo spiegammo già due anni fa: “L’interesse strategico degli statunitensi è isolare la Russia dall’Europa per mantenere l’Eurasia divisa. Questo è un classico delle relazioni internazionali della potenza marittima che mira ad impedire l’integrazione del continente per paura di essere emarginata. In questo caso, si accompagna al desiderio degli Stati Uniti di controllare le rotte energetiche di rivali e alleati per mantenere una certa capacità d’infastidire nel contesto di un relativo declino. Il libero flusso di energia tra Russia e Europa sarebbe doppiamente tragico per Washington. (…) I capi europei si danno la zappa sui piedi. In modo divertito, Gazprom ironizza sulla necessità di leggere 50 sfumature di grigio prima di avviare le discussioni con gli europei! Dietro l’umorismo della dichiarazione, una vera e propria domanda sorge spontanea: come si misura il masochismo europeo? Il gas russo è il più economico, vicino e abbondante. È veramente da deviati (o più probabilmente da totalmente succubi alle pressioni di oltreoceano) non approfittarne… Promosse da Washington, le fonti alternative sono tutte più costose e difficili d’attuare, se non irrealistiche. Bisogna ricordare che a differenza del petrolio, abbastanza diffuso sul pianeta, il gas è dominato da quattro Paesi, gli assi dell’oro blu: Russia, Iran, Qatar e Turkmenistan, rappresentando circa i 2/3 delle riserve mondiali. Se l’Europa vuole una fornitura regolare e significativa deve puntare su uno dei quattro Paesi. O semplicemente guardare la mappa e conoscere le basi dell’industria del gas (LNG è il 30% più costoso del gas naturale via gasdotto) per capire che tre di queste quattro soluzioni non sono realistiche. (…) Le altre fonti sono presentate qua e là da una stampa che non ne sa nulla e sono grottesche o effimere. L’Azerbaigian non ha gas; sviluppa nuovi giacimenti per mettere un po’ di gas sul mercato, ma non più di 10 miliardi di mc all’anno (rispetto ai 63 del South Stream o del nuovo Turk Stream). Lo scisto degli USA è una fantasia: costoso più del doppio (costo di estrazione e trasporto del LNG), la produzione supera di poco il consumo locale e la tecnica della fratturazione provoca terremoti, ponendo serie domande sulla sostenibilità del scisto. Le altre fonti sono valide nel breve periodo, ma non di più: un po’ di gas norvegese qui, algerino là, ma le riserve di questi Paesi sono tutt’altro che coerenti e quasi esauste. In poche parole, non ci sono alternative al gas russo. Secondo un analista, il gas russo è qui e ci resterà, non perché l’Unione energetica dell’UE è ancora lontana dalla solidarietà che cerca, ma perché le alternative non ci sono (e ancora una volta, l’articolo implica che il gas turkmeno verrebbe trasportato attraverso il Mar Caspio, cosa che non avverrà mai, come abbiamo visto). La questione è se i capi europei finalmente smetteranno di farsi del male e sfuggiranno alla morsa della formidabile molestia statunitense. Washington era riuscita a mantenere la gamba europea per anni con l’illusorio progetto Nabucco, ormai ridottosi a scherzo”. I vassalli europei sembrano averlo capito, e leniscono il sistema imperiale con dichiarazioni belle e vuote, ma in realtà si avvicina inesorabilmente il gas russo. Attualmente rappresenta 1/3 del consumo totale europeo e questa percentuale aumenterà in futuro.L’Eldorado del gas chiamato Jamal nella Siberia artica
La Total guida il faraonico progetto LNG finanziato da banche russe e cinesi a causa delle sanzioni occidentali. Titolo dell’episodio: Euronullità o come spararsi ai piedi. L’episodio è interessante: oltre alla Total francese vi sono Novatek (secondo produttore russo dopo Gazprom), il gigante cinese CNPC e il Fondo Via della Seta. Vediamo che il piano è ben messo e coprirà l’Eurasia grazie alle metaniere rompighiaccio, tra cui la prima (abilmente chiamata Christophe de Margerie, in omaggio al CEO di Total ucciso nel 2014) appena consegnata. Tutto ciò fa dire a Vladimirovich che la Russia diventerà presto il primo produttore mondiale di gas naturale liquefatto. Ma LNG è solo una parte del tesoro d’oro blu di Jamal: più di 26000 miliardi di mc di riserve di gas e una produzione che può raggiungere i 360 miliardi di mc. Brzezinski avrà i sudori freddi… Perché si tratta di uno tsunami gas russo sull’Europa. Ai primi di gennaio ne parlammo: “La persona comune non avrà probabilmente mai sentito parlare di Bovanenkovo, Ukhta o Torzhok. Ma dietro questi nomi poetici si nascondono punti di partenza, intermedi e finali della rete di gasdotti per portare ad ovest l’ immensa ricchezza gasifera della penisola di Jamal nel nord della Russia”. Nord Stream II giustamente. Come previsto, si avvicina a grandi passi. Non avendo la pressione del sistema imperiale sulle spalle, la Commissione europea inizia a riprendere i sensi e nega tutte le argomentazioni giuridiche contro il raddoppio del gasdotto. Con grande dispiacere dei soliti eccitati baltici e polacchi, ma anche di Paesi più vicini a Mosca come la Slovacchia, che perderà molto in diritti di passaggio. Grazie Majdan… E parlando della junta ucraina, non ha niente di meglio da fare che citare in giudizio la Commissione Europea per l’autorizzazione concessa a Gazprom del pieno uso dell’OPAL. I vassalli orfani dell’impero si mangiano a vicenda divertendo il Cremlino.
Le dighe energetiche già piuttosto rovinate tra Europa e Russia vanno sfaldandosi con la grande varietà di investimenti su petrolio e gas previsti entro il 2025 (113 miliardi di dollari per 29 progetti), la riconciliazione petrolifera con la Bielorussia è negli oleodotti, dopo il battibecco di cui abbiamo parlato… in breve, Mosca si gasa. E non c’è “trovata” dell’ultimo minuto che impedirà il sonno dello Zar degli idrocarburi. Una delegazione europea ha infatti visitato Israele per discutere la costruzione di un possibile gasdotto Israele-Cipro-Grecia rifornito da Leviathan. Anche di questo ne abbiamo parlato: “Nel 2010 fu scoperto il Leviathan, grande giacimento offshore al largo delle coste d’Israele, Libano e Cipro che competono con Israele. Anche una società, la Delek Energy, in combinazione con una società del Texas, dal nome ingannevole Noble Energy, iniziò ad esplorare lo sviluppo del giacimento di gas più o meno bloccato. Dati gli enormi investimenti, difficili nel contesto del calo dei prezzi, e soprattutto di una battaglia politica e giuridica intra-israeliana. Nel 2012, il gigante Gazprom si propose di entrare nel giro, ma i propositi furono, al momento, respinti su pressione statunitense. Forse non è così ora… Molto è cambiato da allora in effetti:
– le relazioni USA-Israele sono al minimo (accordo sul nucleare iraniano, sostegno di Washington ai Fratelli musulmani egiziani e persino colpo di Stato neonazista di Majdan che turbò Tel Aviv).
– avanzata inesorabile della potenza russa in Medio Oriente con l’intervento in Siria e conseguenze (di fatto alleanza con Hezbollah, rottura con la Turchia)
Con tutto il loro Grande Gioco, gli strateghi vedono con preoccupazione i russi insediarsi in questa zona essenziale quale diventa il Mediterraneo orientale. Basi siriane, accordo navale con Cipro e ora Gazprom… più di quanto Washington possa sopportare! Gli statunitensi fanno di tutto per impedire ad Israele qualsiasi discussione con il gigante russo e far vendere il loro gas alla Turchia, fortemente dipendente dal gas russo. Joe Biden, che appare sempre dove gli interessi di CIA e neocon sono in gioco, visitò Israele ai primi di marzo per rattoppare tra Tel Aviv e Ankara (e tentare di emarginare Mosca). A quanto pare senza alcun risultato… Dopo la visita di Joe l’indiano, l’Alta Corte israeliana si pronunciò bloccando lo sviluppo di Leviathan, ma potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. La dirigenza militare israeliana preferisce la cooperazione militare con Mosca e non dispiacere Putin che riprende i contatti con il sultano pazzo. Soprattutto con l’intervento siriano che ha dato a Vladimirovich altre carte, soprattutto Hezbollah. A fine febbraio scrivemmo: “Era lì quando l’intervento russo sconvolse le carte, Tel Aviv e Bayrut Sud puntano su Putin. L’alleanza tra Mosca e Hezbollah è logica, quasi naturale. Stessi alleati (Assad, Teheran) e feroce opposizione all’Islam sunnita. La tolleranza assoluta di Hezbollah verso i cristiani orientali (si vedano queste incredibili immagini di combattenti sciiti sull’attenti davanti a Gesù nei villaggi cristiani siriani liberati) gioca a suo favore, considerando la Russia come il protettore del Cristianesimo orientale. Allarmato, Netanyahu corse a Mosca per fare le fusa a Putin. Conoscevamo un Bibi Terrore meno placido… Questo viaggio non impedì a Hezbollah di ricevere armi russe. Sia che fossero state consegnate dai siriani che le avevano ricevute (probabile) o da Mosca, secondo le dichiarazioni del movimento sciita, poco importa, tutto sommato. Lo Stato Maggiore delle IDF è più che turbato, dato che il movimento libanese probabilmente possiede missili da crociera supersonici Jakhont. Le recenti dichiarazioni di Nasrallah, “i depositi di ammoniaca di Haifa sono la nostra bomba nucleare”, ha anche causato panico in Israele, che considera seriamente il trasferimento degli impianti chimici nel sud del Paese, a costi esorbitanti”.
Da allora, diversi colpi di scena si sono avuti. La battaglia politica e giuridica è terminata, la situazione è sbloccata ed i primi investimenti sono stati avviati. Solo che le riserve sono state riviste al ribasso (500 miliardi di mc invece di 620), spiegando l’improvviso disinteresse di Gazprom, queste quantità sono scarse per alimentare il consumo interno israeliano e l’esportazione in Europa. Per dare un senso, le riserve di Leviathan sono cinquantadue volte inferiori a quelle di Jamal ed equivalgono al traffico di Nord Stream per dieci anni. In queste condizioni, costruire un oleodotto sottomarino lungo 1300 km sopra una faglia geologica, per trasportare una misera decina di miliardi di mc, sembra contorto, per non dire altro. Un nuovo pipedream?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vera ragione per cui gli USA accusano la Russia di tutto: l’Oro

Rory Hall, Sprott Money 5 aprile 2017Come vi sentireste se programmaste una riunione di famiglia assieme a vicini e amici e la vostra lista di invitati arrivasse ad includere 185 ospiti, invitando anche il vostro noto cugino casinista, che si presenta ubriaco, armato e bellicoso, molestando una buona parte degli ospiti, spaccando i vostri vasi cinesi e poi, come bonus aggiuntivo, sparare e uccidere 12 dei vostri ospiti. Quando vostro cugino lascia la riunione, prende portafoglio e borsa di vostra moglie. Si reca anche in camera da letto, apre la cassaforte e arraffa tutto l’oro e l’argento. Vostro cugino ha ora tutte le carte di credito e tutto il denaro che avevate a portata di mano. Non vi è possibile fare nulla, nemmeno pagare il catering. Se vi sembra una storia orribile, avete ragione, lo è. Il cugino ubriaco è la metafora di come gli Stati Uniti hanno agito per parecchi anni e come hanno trattato i Paesi nel mondo. Pensate che alcune di queste nazioni ne sono abbastanza stufe? Credete che invece di subire l’oppressione da tale “cugino”, alcuni di questi Paesi troverebbero meglio semplicemente filarsela di soppiatto dalla “riunione” e continuare a farsi i propri affari? Come riferimmo il 30 marzo, Cina e Russia adottano misure per allontanarsi dal controllo del “cugino”, la nota della Federal Reserve, il dollaro, quale valuta di riserva mondiale. Sapemmo nel marzo 2016 che il Kazakistan era in trattative formali con lo Shanghai Gold Exchange sull’oro quale valuta per la nuova Via della Seta (Fascia e Via) della Cina. Il Kazakistan infonde alle grandi miniere d’oro della Russia una piccola quantità d’oro ogni anno ed è membro di Shanghai Cooperation Organization (SCO) e Unione economica eurasiatica (EEU). Poi, nell’ottobre del 2016 seguimmo come la Cina lavorasse direttamente con il FMI per aggiungere lo yuan/renminbi al paniere DSP delle valute per il commercio globale, che ora appare una copertura di ciò che segue. Da moneta globale, il renminbi muta funzioni nei mercati valutari e nei negoziati commerciali globali. Per quasi tutto lo scorso anno è sembrato che i media mainstream, con spunti di discussione da parte del governo federale, fossero ossessionati al 100% da “L’ha fatto la Russia!!” “Fatto” potrebbe essere qualsiasi cosa, dato che tale storia è cambiata così tante volte che è difficile seguirla. Il “fatto” non importa ai media che tifano per ricordare al pubblico che la Russia è colpevole! L’ossessione russa, nei passati mesi, ha affiancato un nuovo “nemico”, la Cina. Cina e Mar Cinese Meridionale sono un altro motivo di rullo di tamburi di guerra dei media mainstream. Ora abbiamo due nuovi nemici, oltre a Presidente siriano Assad, Iran, Iraq, Libia e chiunque altro con cui sentiamo il bisogno di fare i prepotenti. La lista dei nemici continua ad allungarsi, anche se ci sono esattamente zero minacce agli Stati Uniti da questi Paesi.
La Cina ha iniziato a lavorare al CIPS, sistema di regolamento del commercio mondiale, nell’ottobre 2016, mentre il renminbi aderiva al paniere dei DSP permettendole di condurre il commercio globale fuori dal sistema SWIFT di proprietà e gestione statunitensi. I due sistemi sono usati per regolare le operazioni commerciali globali, con il sistema SWIFT orientato verso la nota della Federal Reserve, il dollaro USA, mentre il sistema CIPS è orientato al renminbi cinese. “Il China International Payment System (CIPS) fu varato nell’ottobre 2015 ed entra nella seconda fase d’attuazione. La Fase Due consentirà un ulteriore ampliamento della banda di trading tra RMB e USD, che a sua volta permetterà alla camera aggiuntiva della Federal Reserve di alzare i tassi. Previdi due anni fa che il CIPS non avrebbe rovesciato o fatto concorrenza allo SWIFT dominato dal dollaro. Suggerì che entrambe le piattaforme avrebbero condiviso un codice di base collaborando per trasformare il quadro monetario. Questo è esattamente ciò che accade. La Cina ha dichiarato strategicamente le proprie riserve d’oro per la prima volta in 6 anni, dopo l’annuncio del SDR dello scorso anno. Questo annuncio strategico della Cina fu previsto qui, su POM”.
L’ingresso della Russia e del suo sistema di regolamento del commercio globale in rublo russo. Non è proprio pronta al debutto, ma non c’è di che preoccuparsi, lavorando tutto il giorno per comporre i pezzi finali. Nelle due settimane passate, la Russia annunciava al mondo che il sistema è attivo, affiancando quelli già attivi. “Ci sono state minacce di scollegarci dal SWIFT. Abbiamo finito di lavorare sul nostro sistema di pagamento, e se succede qualcosa, tutte le operazioni in formato SWIFT opereranno nel Paese. Abbiamo creato un’alternativa”, aveva detto Nabjullina incontrando il Presidente Vladimir Putin. Aggiunse anche che il 90 per cento degli sportelli automatici in Russia è pronto ad accettare il sistema di pagamento Mir, versione interna di Visa e MasterCard”. Fonte
Il quadro rende più chiaro il motivo per cui la Russia e, ora la Cina, sono diventate il “nemico” assoluto, mutati in mostri dai media mainstream che usano i guerrafondai per discutere le tesi tirate fuori dai retrobottega del governo federale. È probabile che chi occupa i retrobottega della Federal Reserve indirizzi i media mainstream nell’esibire il “nemico russo” al popolo statunitense. Se non si tratta della valuta di riserva, le banconote del dollaro statunitense, allora si spieghi questo: “Una delle misure più significative in esame è la già riportata spinta per l’organizzazione congiunta del commercio in oro. Negli ultimi anni, Cina e Russia sono stati gli acquirenti più attivi al mondo del metallo prezioso. Visitando la Cina l’anno scorso, il vicecapo della Banca centrale russa Sergej Shvetsov disse che i due Paesi vogliono facilitare maggiori transazioni in oro tra i due Paesi. “Abbiamo discusso la questione del commercio in oro. I Paesi BRICS sono grandi economie dalle grandi riserve di oro e dal volume impressionante di produzione e consumo di questo metallo prezioso. In Cina, il commercio dell’oro avviene a Shanghai, in Russia a Mosca. La nostra idea è creare un collegamento tra le due città per incrementare gli scambi tra i due mercati”, aveva detto il Primo Vicegovernatore della Banca centrale russa Sergej Shvetsov all’agenzia di stampa russa TASS”.
Diamo uno sguardo al passo successivo. Ora che Russia e Cina hanno sistemi per condurre il commercio globale al di fuori della nota della Federal Reserve, il dollaro USA, possono prendere decisioni a beneficio dei propri Paesi e del proprio interesse commerciale, senza temere che le loro valute siano disabilitate, come successe all’Iran nel marzo 2012. L’Iran fu ricollegato al sistema SWIFT solo nel febbraio 2017. Avere un’altra nazione che controlla la propria valuta è devastante. L’Iran l’apprese nel modo pegggiore e Russia e Cina ora possono mantenere attive le rispettive valute sia internamente che globalmente, al di fuori del sistema SWIFT del dollaro USA. Proprio la scorsa settimana apprendemmo che le nazioni BRICS discutono lo sviluppo del “mercato dell’oro”. “I piani futuri per facilitare le transazioni tra Mosca e Pechino in oro certamente spiegano perché i due Paesi sono i primi produttori ed acquirenti di oro. La creazione del “mercato dell’oro” dei BRICS sarebbe un ottimo modo di aggirare il dollaro, anche come “moneta” che possa essere facilmente riciclabile negli scambi con gli altri Paesi aderenti. E se la negoziazione in oro non si avrà subito, i BRICS già passano alla creazione di una “nuova architettura finanziaria” che “affronti il dominio del dollaro USA nella finanza globale”: le iniziative dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) volte ad impostare una nuova architettura finanziaria all’ottavo vertice tenutosi nell’ottobre 2016 in India, sono recentemente sotto i riflettori. Per evitare il tipo di condizioni ai prestiti del Fondo monetario internazionale (FMI) e affrontare il dominio del dollaro degli Stati Uniti (US) nella finanza globale, si prevede che le nuove istituzioni create dai BRIC attuino il cambiamento tanto necessario nell’architettura finanziaria mondiale. Queste istituzioni sono la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), il Fondo di riserva per gli imprevisti (CRF) dei BRICS e la Banca d’investimento infrastrutturale dell’Asia (AIIB)”. Fonte
La nota della Federal Reserve, il dollaro USA, ha goduto di un buon corso da quando è la valuta di riserva mondiale. La Federal Reserve, le banche aderenti e il governo federale degli Stati Uniti hanno rubato alle nazioni di tutto il mondo, 185. La Federal Reserve, tramite lo status di valuta di riserva mondiale, ha riversato l’inflazione dall’economia degli Stati Uniti alle altre nazioni. Cina e Russia, insieme ai Paesi aderenti a SCO, UEE e BRICS, sono nella fase finale dell’allontanamento dalla nota della Federal Reserve, che rapidamente diventa inutile sulla scena mondiale. La Cina già utilizza una moneta d’oro. 14,5 milioni di dollari in monete d’oro sono state utilizzati nelle transazioni del 2017, con il nuovo anno lunare cinese, tramite la piattaforma “chiacchieriamo”. Non è una moneta basata sull’oro, ma una moneta d’oro. Mentre queste nazioni continuano ad acquisire tonnellate d’oro, gli Stati Uniti continuano ad acquisire miliardi e miliardi di debiti. Quale scenario è sostenibile? Mentre queste nazioni continuano a costruire i loro sistemi commerciali, aggirando la valuta di riserva mondiale, come gli Stati Uniti faranno i conti con questa nuova realtà? Il governo degli Stati Uniti si comporta come il suddetto cugino ubriacone.
Perché le nazioni BRICS, responsabili di una parte significativa del PIL mondiale, continuano ad accettare il trattamento degli Stati Uniti? La belligeranza di Casa Bianca e Pentagono, a nome della NATO, ha creato una frattura globale. Gli Stati Uniti sono al verde e non possono ripagare il loro debito, possono solo molestare le altre nazioni, rubargli l’oro e bombardare chi non si allinea. Russia e Cina sono abbastanza grandi, ricche e forti da tener testa agli Stati Uniti. Svolgono in silenzio le loro attività, fanno affari, mentre gli Stati Uniti hanno sempre fatto guerra a chiunque e a tutti. Gli Stati Uniti ora puntano su queste due potenze, che non sono Siria, Libia, Iraq o qualsiasi altra piccola nazione vittima del bullismo di tali guerrafondai. Questa volta sarà diverso e la regola d’oro vale ancora, chi ha l’oro detta le regole. Cina e Russia hanno l’oro, gli Stati Uniti hanno il debito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il KGB della Bielorussia arresta gli agenti neonazisti ucraini

Grigor Jurchenko, Rivista Politico-Militare, 3 aprile 2017 – Fort Russ

Il 25 marzo, durante il tentativo di tenere il cosiddetto Freedom Day in Bielorussia, il militante dell’opposizione Denis Ivashin di Grodno veniva arrestato, indicando il possibile coinvolgimento delle forze per le operazioni speciali ucraine nell’organizzazione delle manifestazioni non autorizzate in Bielorussia. Denis Ivashin è noto nei circoli dell’opposizione radicale in Bielorussia per aver partecipato ai moti di Kiev nei primi mesi del 2014. Poi incontrò l’intelligence ucraina. Ivashin è strettamente legato alle forze per le operazioni d’informazione e psicologiche delle forze speciali delle Forze Armate dell’Ucraina. È anche editore del sito di propaganda InformNapalm, che appartiene al 72.mo Centro per le operazioni speciali informativo-psicologiche ucraino. L’arresto di Ivashin a Minsk è stato riportato dal caporedattore del sito in questione, un ufficiale del 72.mo Centro che si nasconde sotto lo pseudonimo di Roman Burko. In seguito l’incidente fu segnalato dal gruppo InformNapalm ucraino. È interessante notare che il 25 marzo, a Grodno, un’azione autorizzata del Freedom Day ebbe luogo raccogliendo circa 150 persone. Ivashin, tuttavia, apparentemente ebbe l’ordine di partecipare alle manifestazioni a Minsk.
Sulla sua pagina Facebook, Ivashin indicava che il 23 marzo era stato invitato presso la stazione di polizia per discutere della sua partecipazione al Freedom Day a Grodno, ma si rifiutò di comparire senza una convocazione ufficiale. Inoltre, aveva attivamente consigliato gli altri su come evitare di essere arrestati o multati durante i disordini e come comunicare senza temere il controllo dell’intelligence bielorussa tramite l’applicazione FireChat. Poco prima delle proteste, il KGB della Bielorussia annunciava l’arresto degli attivisti delle organizzazioni Legione bianca e Fronte giovanile. Durante gli arresti, armi, munizioni e simboli dei gruppi di estrema destra ucraini furono sequestrati. Secondo gli agenti di sicurezza bielorussi, le armi dovevano essere usate per organizzare provocazioni durante le proteste del 25 marzo. Inoltre, secondo il Comitato per la sicurezza dello Stato (KGB), anche militanti giunti in Bielorussia dal territorio ucraino venivano scoperti. Come è noto, uno degli obiettivi delle forze speciali ucraine è organizzare “movimenti di resistenza” sui territori di altri Paesi. La Bielorussia doveva probabilmente divenire il banco di prova delle forze speciali ucraine. A tal proposito, è piuttosto probabile che non fosse un caso che Ivashin apparisse a Minsk. Il suo incarico era probabilmente operare sotto le mentite spoglie di giornalista nel bel mezzo del caos, per registrare il “lavoro” dei colleghi ucraini. Tuttavia, grazie alle azioni coordinate delle forze di sicurezza bielorusse, le provocazioni venivano impedite e Ivashin veniva neutralizzato.
Non è la prima volta che la Rivista Politico-Militare attira l’attenzione sulle attività distruttive dei servizi segreti ucraini, compresi quelli dipendenti dal ministero della Difesa dell’Ucraina in Bielorussia. I siti informnapalm.org, seabreeze.org.ua, podvodka.info, petrimazepa.com e altri appartenenti al Centro per le operazioni speciali d’informazione e psicologica ucraino, diffondono costantemente propaganda negativa contro lo Stato bielorusso. E Denis Ivashin l’aiuta; le sue azioni rientrano in numerosi articoli del codice penale. E’ incoraggiante che il KGB della Bielorussia abbia finalmente capito chi sia Ivashin.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Myanmar sfida la “comunità internazionale”

Gearóid Ó Colmáin, 01/02/2017

Aung San Suu Kyi, leader del de facto del Myanmar, ha rigettato la richiesta delle Nazioni Unite per un’indagine sulla situazione della cosiddetta minoranza etnica Rohingya nel Paese. Le violenze sono esplose nella provincia di Arakan, nell’ottobre 2016, quando i terroristi jihadisti hanno attaccato un posto di blocco della polizia al confine del Bangladesh, uccidendo nove poliziotti. Gli attacchi furono attribuiti all’Organizzazione Solidarietà dei Rohingya (RSO), organizzazione terroristica jihadista con collegamenti con l’Arabia Saudita. Gruppi per i diritti umani legati al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ai servizi segreti inglesi, come Human Rights Watch e Amnesty International, hanno lanciato un appello congiunto alla “comunità internazionale” per fare qualcosa per evitare il “genocidio” contro la minoranza rohingya dopo che le truppe birmane lanciavano un’operazione per sedare l’insurrezione islamista. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) accusava il governo del Myanmar di genocidio basandosi sule relazioni delle suddette dubbie organizzazioni, dalla lunga storia di diffusione di menzogne e disinformazione per giustificare le guerre di aggressione mascherate da “interventi umanitari”. Il governo del Myanmar ha istituito una commissione per indagare sulle accuse di crimini nello Stato di Arakan. La condizione dei rohingya ha ricevuto una copertura stampa copiosa negli ultimi anni. I rohingya sono bengalesi musulmani migrati nella provincia ex-buddista dell’Arakan nel 19.mo secolo, quando l’impero inglese stanziò i feudatari musulmani di Chittagong per coltivare la zona. La provincia ha una gloriosa storia islamica risalente al 15.mo secolo; ma la popolazione buddista è divenuta una minoranza nel nord dell’Arakan negli ultimi decenni. Migliaia di donne buddiste furono violentate e uccise dai bengalesi musulmani; eppure i media occidentali non mostrano interesse. Invece, l’attenzione si è concentrata sulla demonizzazione dei monaci nazionalisti che boicottano ciò che vedono come tentativo dei musulmani bengalesi di pulizia etnica della provincia. Alcun obiettivo esame della violenza etnica nella provincia si ha nella stampa occidentale. Invece, i monaci nazionalisti sono stati descritti come “razzisti”, e numerosi video mal tradotti ed estrapolati dal contesto vengono prodotti in tal senso. Aung San Suu Kyi è stata un’agente dell’imperialismo anglo-statunitense dalla rivolta della CIA del 1988 che tentò di rovesciare il regime nazionalista ed installarvi la leader fantoccio favorevole all’occidente. Si sperava che aprisse il Paese ricco di minerali alle società occidentali. Tuttavia, la “comunità internazionale”, cioè gli Stati vassalli degli Stati Uniti, ha recentemente espresso rammarico per la lentezza delle riforme economiche da quando è stata eletta alla guida del Paese nel 2015: Aung San Suu Kyi avrebbe dovuto consegnare il Myanmar agli interessi occidentali, ma finora non l’ha fatto.
Leader della Lega nazionale per la democrazia (LND), Aung San Suu Kyi ora sembra sfidare la comunità internazionale giocando la carta nazionalista. Con l’occidente in fase terminale, è probabile che Suu Kyi abbia capito meglio che gli interessi del Paese si ritrovano nell’ulteriore avvicinamento con la Cina. Focolaio di tensioni etniche, Yangon potrebbe anche affrontare, tra l’altro, una rivolta dello Stato islamico e del Kashin Independence Army (KIA). Il Paese attualmente vive le prime elezioni suppletive dall’ascesa di Aung San Suu Kyi al potere nel 2015 e le tensioni etniche sono già palpabili. Attivisti della LND sarebbero stati minacciati nello Stato Shan dal Shan State Army. L’Unione del Myanmar è fragile e potenze straniere potrebbero facilmente destabilizzarlo se la LND decidesse di respingere l’occidente a favore della Cina.
La causa dei rohingya ha il sostegno del miliardario degli hedge fund George Soros, le cui Open Society Foundations promuovono il neoliberismo spacciato da diritti umani e democrazia. Alcuni sostenitori della storie sui rohingya hanno sottolineato che l’esercito birmano ha stretti contatti con Israele e che la violenza contro la minoranza rohingya è alimentata da Tel Aviv. L’esercito del Myanmar ha certamente stretti legami con Israele e agenti israeliani supportano l’islamofobia nel Paese, ma anche Russia e Cina hanno stretti rapporti con Israele; ciò significa che la repressione in Cina dei terroristi filo-occidentali uiguri nella provincia del Qingyang e la guerra della Russia contro i jihadisti nel Caucaso del Nord, sono parte di un complotto sionista? Difficile. Il conflitto in Myanmar è estremamente complesso, ma la narrazione costruita dal complesso militare-industriale-mediatico-spionistico-ONG accusa il governo di tutti i problemi del Paese, ricordando le prime fasi della campagna terroristica filo-occidentale contro Libia, Siria e molti altri Paesi. Aung San Suu Kyi potrebbe ancora essere un’agente dei suoi ex-sponsor occidentali, o seguire le orme del padre, che tradì i suoi sostenitori imperialisti giapponesi perseguendo una linea nazionalista. Forse Aung San Suu Kyi ha appreso una lezione importante durante i suoi anni agli arresti domiciliari da parte del regime militare: il Paese non potrà mai svilupparsi se si vende completamente alla “comunità internazionale”. Nel secolo cinese c’è solo la Fascia e Via. Molti circoli elitari in Europa e negli Stati Uniti chiedono che il premio Nobel ad Aung San Suu Kyi sia revocato. Lei affronta una scelta chiara: espellere tutte le ONG straniere e avvicinarsi economicamente e militarmente alla Cina in modo da garantire un futuro al Paese o cedere alla pressione neocoloniale occidentale sulla questione rohingya. Se fa la prima, finirà con Gheddafi e Assad nella sala dei demoni occidentale. Ma potrà vincere la guerra, se resiste e potrà candidarsi al Premio per la Pace Confucio, la medaglia indossata da chi segue la vera via della pace e dello sviluppo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora