Viva la Rivoluzione d’Ottobre! 100 anni di imperialismo e oppressione occidentale

Andre Vltchek, Global Research, 07 novembre 2017Il mondo è in rovina. È letteralmente bruciato, coperto di baraccopoli, campi profughi e in grande maggioranza “controllato dal mercato”, così come sognato e pianificato da individui come Milton Friedman, Friedrich von Hayek, Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Fuhrer come Kissinger e Brzezinski hanno sacrificato decine di milioni di vite umane nel nostro pianeta solo per impedire alle nazioni di provare a soddisfare i propri sogni ed aspirazioni spontanee socialiste, e persino, Dio mi perdoni, comuniste. Alcuni dei tiranni erano in realtà molto “onesti”: Henry Kissinger osservò pubblicamente che non vide alcun motivo per cui un dato Paese fosse autorizzato a “divenire marxista” solo perché “i suoi cittadini sono irresponsabili”. Pensava al Cile. “Non vi vide alcun motivo” e, di conseguenza, migliaia di persone furono uccise…
Rovina, eliminazione di intere nazioni, solo per impedirgli di “fare da sé”, fu pienamente accettabile nei circoli politici, strategici militari, d’intelligence ed economici di Londra, New York, Washington, Parigi e altri centri del cosiddetto “mondo libero”, da dove quasi tutte le vite dispensabili dei “popoli” che abitano in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa e Oceania vanno controllate senza cerimonie. Il sistema oppressivo occidentale sembra quasi perfetto. In gran parte è certamente invulnerabile. Ma c’è sempre un ostacolo serio sulla via dell’imperialismo occidentale: la barriera che impedisce di controllare pienamente e rovinare il pianeta. Questo ostacolo, la barriera, si chiama Grande Rivoluzione d’Ottobre e sua eredità. Dal 1917, esattamente cento anni fa, questo “fantasma” perseguita gli imperi europei e nordamericano: un fantasma che sussurra inesorabilmente internazionalismo, egualitarismo, grandi sogni umanistici in cui tutti sono uguali, hanno esattamente gli stessi diritti ed opportunità e non possono essere sfruttati da una determinata razza o dogma economico. Aggravando le cose, questo fantasma rosso in qualche modo ottimista fa molto di più che sussurrare: canta, balla, recita poesie rivoluzionarie e periodicamente prende le armi per combattere per gli oppressi, anche se totalmente disperati, indipendentemente dal colore della pelle. Ci si chiede spesso se il fantasma sia davvero tale o una creatura vivente. Ciò rende tutto ancora più spaventoso, almeno per i tiranni e gli imperialisti.
L’occidente è totalmente pietrificato! Tenta di apparire freddo, dal pieno autocontrollo. Depone il suo elaborato sistema propagandistico, rigurgita i suoi dogmi ovunque, l’inietta nelle arti, spettacoli, newsletter, piani di studio scolastici, psicologia e perfino pubblicità. Mente, distorce, falsifica la storia e costruisce pseudo-realtà. Utilizza tutti i mezzi disponibili; la guerra ideologica totale. Non importa quale sia l’impero occidentale, il fantasma rosso c’è ancora, in giro, ad ispirare milioni di uomini e donne istruiti e dediti nel mondo. È tremendamente resiliente. Non si arrende mai, non rinuncia mai a combattere, nemmeno in quei Paesi in cui tutte le speranze e i sogni sembrano totalmente distrutti. E dove rimangono solo le ceneri; non molla mai, spaventando le élite locali e i regimi filo-imperialisti. Se per molti che vivono nelle capitali occidentali, questo fantasma rosso è sinonimo di peggior nemico, nella maggior parte delle nazioni oppresse, occupate e umiliate, rappresenta la lotta perpetua al colonialismo e all’oppressione e simboleggia resistenza, orgoglio e fede in un mondo completamente diverso.
Gli imperialisti sanno che, a meno che questa creatura, fantasma e speranza che rappresenta, sia completamente distrutta, spazzata via e seppellita in profondità, non ci sarà vittoria finale e quindi alcuna celebrazione. Fanno di tutto per screditare il fantasma e gli ideali che professa. Lo presentano nei termini più accesi, confondendo le persone connettendolo al fascismo e al nazismo (mentre sono loro, gli imperialisti occidentali, e il loro sistema ad essere fascisti e nazisti da decenni e persino secoli). Brutalizzano, terrorizzano e uccidono inermi nei Paesi che osano divenire comunisti, socialisti o semplicemente “indipendenti”. Tali crimini costringono i governi delle nazioni in lotta a porsi sulla difensiva, a proteggere i propri cittadini, ad adottare “misure straordinarie”. E queste misure difensive sono a loro volta descritte dalla propaganda occidentale come opprimenti, dogmatiche e “non democratiche”. Strategia e tattica dell’impero sono chiare e altamente efficaci: continuare a pungere, molestare e aggredire un inerme che semplicemente cerca di vivere in pace. Quando ne ha abbastanza, decide di reagire, anche con le armi, e cambia la serratura, lo si descrive aggressivo, paranoico e pericoloso per la società. Si afferma che il suo comportamento da il diritto d’irrompervi in casa, di picchiarlo, stuprarlo e costringerlo a cambiare credo e stile di vita. Subito dopo la Rivoluzione, 100 anni fa, i Sovietici concessero il diritto di separarsi a tutte le ex-componenti dell’impero russo. Furono introdotte riforme democratiche. Le strutture feudali ed oppressive del dominio zarista crollarono all’improvviso. Ma il giovane Paese fu quasi subito attaccato dall’estero, da un gruppo di nazioni che includeva Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Giappone. Aggressioni spietate e campagne di sabotaggio radicalizzarono lo Stato sovietico, come radicalizzarono poi Cuba, Corea democratica, Nicaragua, Vietnam, Cina, Venezuela e molti altri Paesi rivoluzionari. È un modo terribile e disgustoso di guidare il mondo, ma estremamente efficace; ‘funziona’. E avviene da così tanto tempo che nessuno si sorprende. Così l’occidente ha controllato, manipolato e rovinato il mondo per secoli, godendo dell’impunità assoluta, persino congratulandosi come “libero” e “democratico”, senza vergogna usando cliché come “diritti umani”. Ma almeno adesso c’è una lotta. Il mondo era completamente alla mercé di Europa e Nord America. Fino alla Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre!
Recentemente ho scritto un libro sulla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, del suo impatto sul mondo e la nascita dell’internazionalismo. Ho dovuto scriverlo. Ne avevo abbastanza di leggere e guardare il bordello della propaganda antisovietica, anticomunista, di tale vangelo fondamentalista; ne avevo abbastanza del lavaggio del cervello giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio! Dopo aver lavorato in più di 160 Paesi in tutti gli angoli del mondo, testimoniando l’azione omicida occidentale contro democrazia e libera volontà del popolo, ritenevo fosse mio obbligo spiegare almeno la mia posizione sull’evento avvenuto 100 anni fa nella città e nel Paese dove sono nato. E nel mio libro ho fatto esattamente questo. Non è ciò che qualcuno chiamerebbe libro “obiettivo”. Non è certamente un noioso saggio accademico, pieno di note e di citazioni inutili. Non credo nell”obiettività’. O più precisamente, non credo che gli esseri umani ne siano capaci, o che dovrebbero mirarvi. Tuttavia, credo fermamente che debbano chiaramente ed onestamente dire e definire con chi sono, senza ingannare gli lettori. Ed è proprio quello che ho fatto nel mio ultimo libro: mi schiero. Ho chiarito ciò che la Rivoluzione significa per me. Ricordo ciò che significa per centinaia di milioni di persone oppresse e tormentate nel mondo. Ne cito alcuni. La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre non fu perfetta. Nulla in questo mondo lo è, niente dovrebbe mai essere “perfetto”. La perfezione è spaventosa, fredda, e anche immaginandola è tremendamente noiosa. Invece, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre fece un tentativo eroico di liberare i popoli da credenze arcaiche, feudalesimo, sottomissione cieca, schiavitù fisica, intellettuale e emotiva. Ha anche definito gli esseri umani uguali, indipendentemente da razza e sesso. Non lo fece attraverso l’ipocrita ‘correttezza politica’, che versa solo scadente miele appiccicoso sulla merda, lasciandola intatta; arriva al cuore, costruendo un lessico nuovo, una nuova comprensione del mondo, creando una realtà totalmente nuova. Ha restituito la speranza a centinaia di milioni di esseri umani che avevano già perso fede in una vita migliore. Ha reso orgogliosi e coraggiosi gli schiavi. Ha restituito ogni colore e sfumatura al mondo brutalmente diviso tra bianco e nero, tra chi aveva e chi non, tra chi era razzialmente e “culturalmente” destinato a governare e chi destinato solo a servire.
L’occidente odia il fantasma rivoluzionario rosso fin dall’inizio. Odia questo giorno, perché se l’Unione Sovietica comunista avesse vinto, sarebbe stata la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Non ci sarebbero stati più saccheggi e distruzioni, niente mostruoso annientamento di Iraq, Libia, Afghanistan, rovina della Siria; alcuna minaccia mortale su Corea democratica, Iran e Venezuela, non milioni di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare del capitalismo globale come accade nella Repubblica Democratica del Congo e in tanti altri angoli del globo. Non sarebbe rimasto niente di una dittatura razzista globale post-cristiana; alcun sistema di “valori” intrecciati e “cultura” ipocrita imposta ai Paesi occupati nel mondo da una manciata di storici Stati-gangster, situati in Europa e Nord America. L’occidente ha combattuto la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre dal primo giorno. Ha combattuto l’Unione Sovietica su tutti i fronti, bagnandola nel sangue, lavando il cervello al suo popolo e assassinando i suoi alleati. Finalmente è riuscito a ferirlo mortalmente in Afghanistan, spezzando le ossa dell’URSS prima e dell’Afghanistan subito dopo. Subito dopo, iniziava una rinvigorita campagna d’indottrinamento, il cui obiettivo è cancellare completamente la grande eredità del “Grande Ottobre”. L’occidente non ha risparmiato mezzi e miliardi di dollari vi sono stati spesi. Naturalmente, quale “obiettività” si può aspettare da una “cultura” della parte del mondo brutalmente tirannica e che ha saccheggiato l’intero Pianeta per più di 500 anni? Come potrebbe essere indulgente verso l’evento, il movimento e il Paese che ha fatto scopo della propria esistenza la lotta per la liberazione del mondo dall’imperialismo e dal colonialismo? Ora la lotta contro la barbarie neo-colonialista prosegue, ma sotto varie bandiere. Rosse bandiere comuniste ancora sventolano in Cina e Cuba, così come Venezuela, Angola e altre nazioni. Ci sono molti altri colori della resistenza. La coalizione è ampia. Ma ciò che è chiaro e fondamentale è che la Rivoluzione del 1917 ha ispirato miliardi, consapevolmente o meno. Ciò che è anche chiaro è che l’occidente non ha mai vinto sul serio. Se avesse vinto, non sarebbe sconvolto dalla paura, come adesso. Non opprimerebbe il libero pensiero, rovescerebbe governi eletti democraticamente, ucciderebbe leader che lottano contro il suo mostruoso regime globale.
Ad essere sinceri, il “rosso fantasma rivoluzionario” non è un fantasma. È ancora una creatura estremamente potente. Si nasconde per ora, raggruppandosi, preparandosi ad alzare le sue bandiere e a trascinare tutti i tiranni imperialisti sul campo di battaglia. L’occidente ama parlare di pace. Ama istruire il mondo sulla “pace”. Ma la sua “pace” non è altro che un terribile status quo, in cui esistono solo alcune nazioni ricche e potenti che regnano nel mondo, e poi c’è il resto dell’umanità, costituita da deboli, miserabili, sottomessi e servili ‘non-popoli’. All’inferno tale “pace”! Non può durare a lungo; non dovrebbe durare a lungo perché totalmente grottesco ed immorale. Non è molto meglio della “pace” in una piantagione di schiavi! È solo l’eredità del Grande Ottobre che può finirla con tale status quo. E lo farà. Il fantasma rosso sconvolge i tiranni. Lo cercano, ma semplicemente non possono sconfiggerlo dati speranze e sogni dei popoli che abitano il nostro pianeta. Più i tiranni hanno paura, più brutali sono le loro azioni. E più sono determinati i popoli nei Paesi sottomessi.
100 anni da quando l’incrociatore Aurora sparò la prima salva sul Palazzo d’Inverno di Pietrogrado.
100 anni da quando il mondo aprì gli occhi, rendendosi conto che un nuovo mondo è possibile.
100 anni in cui l’Ottobre Rosso è citato ancora dai popoli di America Latina, Africa, Asia, ovunque.
Gli imperialisti sono brutali ma ingenui. Possono uccidere un uomo o una donna, ucciderne migliaia, anche milioni. Ma non possono ucciderne i sogni. Non il coraggio della razza umana, a meno che non uccidano l’intera razza umana. Possono, ma non possono rendere permanentemente schiavi i popoli. Durante la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il popolo si sollevò. Si ribellò. Spezzò le proprie catene. Si ribellerà di nuovo. Si solleva di nuovo; basta guardare attentamente. Negli ultimi 100 anni tanto è cambiato, ma nulla è cambiato. Le speranze e i sogni sono ancora gli stessi. E proprio come allora, non c’è pace senza giustizia. E non c’è giustizia nel modo in cui il nostro mondo è organizzato.
Viva la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre!
Avanti! Come Hugo Chavez gridava dal balcone: “Qui nessuno si arrende!”
Il fantasma rosso è qui, il fantasma del Grande Ottobre Rosso è tremendamente potente. È l’alleato di tutti gli oppressi. Un giorno guiderà i popoli alla vittoria. Non ci può essere assolutamente alcun dubbio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

Annie Lacroix-Riz, Bandiera Rossa, organo del Partito Comunista Belga, n. 64, settembre-ottobre 2017 – Initiative Communiste
Annie Lacroix-Riz, professoressa emerito di Storia contemporanea, Università Parigi 7 – Denis DiderotLa Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” de L’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Pakistan e Iran stringono i legami militari

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 8 novembre 2017La visita del capo dell’esercito pakistano, Generale Qamar Javed Bajwa, a Teheran (6-7 novembre) va considerata significativa. Bajwa è stato ricevuto dal Presidente Hassan Rouhani, dal Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif e dal Ministro della Difesa Generale Amir Hatami, oltre che dai comandanti militari. Ciò sarebbe la prima volta che un capo dell’esercito pakistano incontra il comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC). Naturalmente, l’IRGC può essere descritto come Guardia Praetoriana del regime islamico diretto dal leader supremo Ali Khamenei, ma le sue forze speciali, note come Forza al-Quds (comandate dal carismatico Generale Qasim Sulaymani) operano all’estero. La Forza al-Quds riferisce direttamente al leader supremo Ali Khamenei. Senza dubbio, l’incontro del Generale Bajwa col Comandante dell’IRGC Generale Mohammad Ali Jafari a Teheran è un evento di eccezionale importanza. L’amministrazione Trump recentemente ‘ha sanzionato’ l’IRGC. Durante l’incontro con Bajwa, Jafari ha proposto di condividere le “esperienze” dell’IRGC con le forze pakistane. Citando Jafari, “Avendo 40 anni di esperienza nella resistenza alle minacce nemiche, la Repubblica Islamica dell’Iran è pronta a trasferire le proprie competenze nella difesa al Pakistan“, avvertendo che “nazioni e Stati regionali (musulmani) affrontano l’inimicizia di Stati Uniti e regime sionista e certi attentati sono volti ad aggravare l’insicurezza del Pakistan, che va affrontata col sostegno alle forze popolari insieme alle forze armate e di sicurezza”. (FARS)
Infatti, maggiore sicurezza e cooperazione militare tra Iran e Pakistan sono state ripetutamente sollecitate da entrambe le parti. In particolare, IRNA citava il Presidente Rouhani affermare che l’Iran è “deciso ad ampliare la cooperazione militare in vari settori, come addestramento, esercitazioni, industria militare e scambio di esperienze“. Rouhani aggiungeva che il terrorismo e le differenze settarie e etniche sono i problemi principali nei Paesi musulmani e ‘alcune potenze globali’ hanno un ruolo nell’alimentarle. Affermava che le grandi potenze sono contro unità e fratellanza tra i Paesi musulmani. Bajwa assicurava gli interlocutori iraniani che il Pakistan non permetterà ad alcun Paese terzo d’interferire nelle relazioni con l’Iran. Un comunicato stampa dell’ISPR d’Islamabad sulle riunioni di Bajwa, affermava: “I leader di entrambe le parti hanno accettato d’impegnarsi a una maggiore cooperazione bilaterale collaborando per contribuire agli sviluppi positivi su altre questioni riguardanti la regione“. Nel complesso, Iran e Pakistan ritengono necessario avvicinarsi maggiormente per armonizzare la propria politica regionale anche quando si preparano a contrastare la crescente pressione degli Stati Uniti. D’altra parte, con le crescenti tensioni tra Iran e asse Stati Uniti-Arabia Saudita-EAU-Israele, per Teheran è imperativo preservare pace e tranquillità al confine orientale col Pakistan. Anche per il Pakistan la neutralità positiva dell’Iran verso a rivalità con l’India è utile e necessaria. (Tehran Times)
Iran e Pakistan sono interessati alla situazione in Afghanistan. Condividono l’inquietudine sulla prospettiva dell’aperta presenza militare statunitense in Afghanistan e sospettano le intenzioni statunitensi. Tuttavia, resta da vedere se con una svolta rispetto al passato, Teheran e Islamabad effettivamente collaboreranno sul problema afgano, anche se la recente tendenza degli attacchi anti-sciiti di nuovi gruppi insorti come Stato islamico del Qurasan (forse col sostegno statunitense/saudita/israeliano) è preoccupante per Iran e Pakistan. I colloqui di Bajwa a Teheran riguardavano la cooperazione nell’informazione. Chiaramente, gli allineamenti regionali vanno a vantaggio del Pakistan, in particolare su due aspetti: gli stretti legami dell’India con Stati Uniti ed Israele (che Teheran sicuramente guarda da vicino); e la crescente ostilità tra Iran e asse statunitense-israeliano-saudita. Al contrario, il Pakistan affronta un’impegnativa acrobazia, con l’asse Arabia Saudita-EAU che si prepara all’aperto confronto con l’Iran. Di certo, l’avvicinamento Iran-Pakistan sarà salutato da Cina e Russia. L’Iran è interessato a partecipare all’Iniziativa Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, gli accordi energetici da 30 miliardi di dollari firmati da Russia e Iran la settimana prima (durante la visita del Presidente Vladimir Putin a Teheran) sono stati interpretati come mossa di Mosca per darsi una base strategica nel Golfo Persico. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak avrebbe citato il piano della Gazprom per costruire gasdotti dall’India e/o Pakistan al Golfo Persico. Alla riunione a Teheran con Bajwa, Zarif osservava la disponibilità dell’Iran a fornire gas al Pakistan. È interessante notare che Gazprom firmava un accordo iniziale col fondo d’investimento iraniano IDRO per collaborare su progetti petrolieri, gasiferi ed energetici non specificati nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia, Iran, Azerbaigian: alleanza emergente

Alex Gorka SCF 08.11.2017La visita del Presidente Vladimir Putin in Iran è considerata la prima storica. Il 1° novembre, il presidente era a Teheran per partecipare al vertice tripartito Iran, Russia e Azerbaigian. L’evento si era tenuto in considerazione delle ulteriori sanzioni imposte contro Russia e Iran il 31 ottobre dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. È naturale per le nazioni sotto sanzioni avvicinarsi. Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei aveva detto a Vladimir Putin che Teheran e Mosca devono rafforzare la cooperazione per isolare gli Stati Uniti e contribuire a stabilizzare il Medio Oriente. Alla fine del vertice, i presidenti di Russia, Iran e Azerbaigian firmavano la dichiarazione di Teheran. I leader annunciavano piani congiunti per ampliare la collaborazione nel settore petrolifero e gasifero nonché piani di scambio su energia elettrica e formazione di un mercato unico. Si prevede di utilizzare le valute nazionali nelle operazioni commerciali invece del dollaro statunitense. I piani prevedono la partecipazione degli investitori e dei settori privati russi aderendo ai progetti infrastrutturali iraniani, come industria, energia e ferrovie. La Russia detiene le maggiori riserve di gas naturale nel mondo. L’Iran detiene le seconde riserve di gas naturale del mondo. Insieme le due nazioni rappresentano circa il 50% delle riserve mondiali di idrocarburi. Unite possono influenzare significativamente i mercati mondiali. La dichiarazione di Teheran proclama l’intento di sviluppare la cooperazione a tre, tra cui l’atteso corridoio internazionale dei trasporti nord-sud (INSTC), rotta stradale, ferroviaria e marittima di 7200 km per collegare Oceano Indiano e Golfo Persico al Mar Caspio attraverso l’Iran, e quindi connettersi all’Europa settentrionale attraverso la Russia. Il progetto comprende dieci altri Paesi, collegando Azerbaigian e Armenia nel Caucaso, poi verso nord-ovest Turchia, Bielorussia, Siria e Bulgaria con l’Oman in Medio Oriente, nonché a nord-est con Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’Iran prevede inoltre di costruire una ferrovia per il Mediterraneo attraverso Iraq e Siria. La Russia potrebbe partecipare all’attuazione del progetto.
Un accordo temporaneo sulla creazione di una zona di libero scambio tra l’Unione economica eurasiatica (UEE) e l’Iran dovrebbe essere firmato alla fine dell’anno. Un progetto di accordo tra Iran ed UEE fu firmato a Erevan, in Armenia, il 5 luglio dopo più di un anno di negoziati per la riscossione delle tariffe preferenziali di esportazione su 350 prodotti industriali iraniani in cambio di 180 merci dell’UEE. I negoziati sull’accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica chiariscono che altre nazioni non seguiranno gli Stati Uniti se escono dall’accordo nucleare con l’Iran. Con l’interesse economico globale per l’Iran e l’impegno internazionale per l’accordo, Teheran sembra continuare a reintegrarsi nell’economia globale. L’Iran ha aderito alla Russia alla guida del processo di pace siriano, diventando parte del processo di pace di Astana. L’invio di armamenti russi, tra cui il sistema missilistico antiaereo S-300 consegnato lo scorso anno, aiuta Teheran a mantenere la difesa, in particolare in vista del possibile intervento statunitense.
L’Azerbaigian è un attore regionale molto importante: uno Stato secolare che ostacola la diffusione dell’estremismo religioso. Baku guadagnerà molto entrando nella zona di libero scambio tra UEE e Teheran. La logica e i vantaggi economici dell’area di libero scambio sono evidenti. Riunirà economie altamente compatibili e consoliderà i collegamenti economici e commerciali in Asia centrale ed Eurasia meridionale. Permetterà anche all’Azerbaigian di riprendere i legami commerciali con l’Armenia, membro dell’UEE, facendo in modo di risolvere il conflitto congelato del Nagorno-Karabakh. Il formato Mosca-Teheran-Baku sarà molto più efficiente dell’OSCE nel trovare una soluzione pacifica al problema. La costruzione di una ferrovia dall’Iran alla Russia attraverso l’Azerbaigian era una questione all’ordine del giorno. L’Azerbaigian è pronto a stanziare 500 milioni di euro per modernizzare la sua sezione del corridoio ferroviario. Il Presidente Putin ha detto che la Russia è pronta a fornire gas all’Iran via Azerbaigian. Secondo lui, Mosca e Baku non dovrebbero competere sui progetti energetici. Questa è una questione di particolare importanza per Baku in vista degli ostacoli creati al gasdotto azero per l’Europa. Quest’estate, un gruppo di ONG influenti, tra cui Greenpeace, Bankwatch Network, Friends of Earth Europe e Climate Action Network Europe, invitavano la Commissione europea a ritirare il sostegno al Gasdotto Trans-Adriatico (TAP) di 878 chilometri che si estende dall’Azerbaigian. Il pretesto utilizzato è il possibile danno climatico e la crescente dipendenza energetica da regimi politici oppressivi (cioè l’Azerbaigian). L’Azerbaigian ha buone ragioni per dubitare dell’affidabilità dell’occidente. Baku vi è regolarmente criticata come “dittatura”. Le ONG occidentali in Azerbaigian spesso sostengono apertamente i capi anti-governativi facendo temere al governo dell’Azerbaigian d’essere obiettivo di una rivoluzione colorata occidentale.
La crescente collaborazione tra le tre potenze è solo una delle tendenze che modellano il panorama regionale. C’è anche l’alleanza emergente Turchia-Iran-Qatar, che collaborano tutti strettamente con Mosca. Il processo di ravvicinamento tra Russia, Iran e Azerbaigian continuerà. La prossima riunione trilaterale si terrà a Mosca nel 2018. Se i piani concordati al vertice di Teheran passeranno, il quadro del Medio Oriente e dell’Asia meridionale cambierà con molti Paesi delle regione riuniti dagli interessi economici. L’influenza degli Stati Uniti diminuirà notevolmente. La Via della Seta della Cina e il ponte energetico Russia-Azerbaigian-Iran creeranno le condizioni per un mondo multipolare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cina e Russia scavano la fossa al dollaro statunitense

Tortilla con Sal, 06/11/2017La Cina, l’unico Paese dal sufficiente peso per sfidare l’egemonia finanziaria statunitense, ha appena annunciato attraverso la Banca Popolare l’avvio del sistema di pagamento-pagamento (PVP) per le operazioni in rubli russi e yuan cinesi, riducendo l’influenza del dollaro statunitensi sulle transazioni internazionali. Il grande piano dietro la One Belt, One Road Initiative (ICR) ha una componente moneta integrata in oro che cambierà l’equilibrio del potere globale a favore delle nazioni eurasiatiche, Russia e i Paesi dell’Unione economica euroasiatica (UEE) con la Cina e l’Asia.

La guerra del dollaro, pessimo affare
Il commercio tra Cina e Russia nelle proprie valute, evitando il dollaro, è significativo fin da quando gli Stati Uniti hanno sanzionato la Russia durante la crisi del 2014 in Ucraina, descritta da alcuni come mossa molto impacciata dell’amministrazione Obama. Dal 1945 è ben noto che lo status di superpotenza mondiale statunitense si basa su due pilastri: prima potenza militare del mondo e dollaro come moneta assoluta di riserva mondiale, permettendo di controllare l’economia globale. Dal 1944, quando tutte le altre valute erano collegate al dollaro, il dollaro USA iniziò l’ascesa come valuta di riserva delle banche centrali del mondo. Questo legame fu rafforzato dal fatto che i Paesi dell’OPEC decisero di vendere il petrolio in dollari e che la maggior parte del commercio globale avveniva in dollari. Il dollaro USA continua ad essere la valuta di riserva più importante. Attualmente il 64% delle riserve finanziarie del mondo è ancora in dollari USA con l’euro suo rivale più vicino al 20%. Questo dà al governo degli Stati Uniti un vantaggio straordinario. Gli Stati Uniti hanno gestito un deficit di bilancio su 41 degli ultimi 45 anni. Questo è un grande svantaggio per molti Paesi perché gli investimenti delle loro banche centrali nei titoli del Tesoro USA perdono valore. Ma sono più o meno obbligati ad investire i dollari statunitensi che guadagnano dall’eccedenza nell’esportazione, ad esempio il flusso annuo della banca centrale cinese in dollari statunitensi, o l’eccedenza commerciale giapponese o della Russia prima del 2014, o della Germania e di altri Paesi con surplus commerciale. Ciò consente agli Stati Uniti di mantenere bassi i tassi d’interesse e di finanziare relativamente facilmente i propri disavanzi di bilancio e commerciali. Quest’anno il deficit di bilancio statunitense ha raggiunto i 585 miliardi di dollari USA. È così che Cina e Russia hanno finanziato il bilancio militare statunitense negli ultimi anni acquistando obbligazioni e titoli che consentono al Tesoro statunitense di finanziare tale deficit senza aumentare i tassi d’interesse. Il bilancio militare statunitense mira a controllare Cina, Russia e blocco eurasiatico e a distruggerne le economie, mentre questi Paesi devono tenere riserve di dollari contro eventuali future guerre del dollaro statunitense.

Verso l’internazionalizzazione di yuan e rublo
Cina, Russia, Paesi alleati dell’Eurasia, gli altri Paesi BRICS, i Paesi dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) e possibili aderenti come Iran e Turchia si preparano a ridurre la vulnerabilità a un sistema bancario mondiale in bancarotta. Se ricorrono ad accordi bilaterali per il commercio, evitando il dollaro USA, questi perderà lo status di moneta di riserva e sarà sostituito da altre valute, probabilmente yuan cinesi. Nel 2014, Cina e Russia raggiunsero un accordo per scambiare rubli e yuan per tre anni per un controvalore di 25 miliardi di dollari. Nel maggio 2017, Russia e Cina istituirono un fondo d’investimento di 68 miliardi di yuan (10 miliardi di dollari) e previdero d’estendere l’accordo bilaterale di cambio per altri tre anni. Il commercio tra i due Paesi è aumentato di un terzo nei primi otto mesi di quest’anno. Nel 2016, la Cina entrava a far parte del Fondo Monetario Internazionale come una delle cinque valute principali del cesto valutario col quale il FMI calcola il valore dei suoi Diritti di Cambio Speciali. Questo passo ha dato allo yuan una grande spinta nell’accettazione internazionale. Prima del 2004 non era permesso come strumento di cambio internazionale al di fuori della Cina, ma da allora le sue autorità monetarie hanno posto una precisa base all’internazionalizzazione dello yuan, che già supera le aspettative, divenendo un’ancora globale, una moneta di riserva che supererà l’euro nei prossimi anni. In una relazione del 2016, la banca HSBC riferiva che dal 2012 lo yuan (o renminbi, RMB) è diventata la quinta valuta più utilizzata al mondo. Elvira Nabjullina, governatrice della Banca Centrale della Russia, dichiarava: “Abbiamo finito di lavorare sul nostro sistema di pagamenti e se succede qualcosa, tutte le operazioni in formato SWIFT (World Society for Telecomunication Financial Interbank) funzioneranno col nostro sistema. Abbiamo creato un’alternativa, allarmando il Tesoro degli Stati Uniti, la Federal Reserve e Wall Street“. “Il sistema finanziario mondiale ha bisogno di più equilibrio“, aveva detto il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in una riunione col Premier cinese Li Keqiang. “Stiamo discutendo sull’utilizzo dei nostri sistemi di pagamento nazionali, tra cui l’UnionPay della Cina, e sviluppiamo anche il nostro sistema Mir”. Rivelava che i due Paesi emetteranno in futuro un sistema di pagamento congiunto.

Il Venezuela come piattaforma per il petroyuan
Nel 1974 il governo degli Stati Uniti studiò come controllare il commercio internazionale del petrolio convincendo le autorità saudite che i loro petrodollari sarebbero stati più sicuri nelle banche degli Stati Uniti. Ma recentemente l’industria del fracking statunitense ha frantumato i prezzi del petrolio, creando un problema fiscale per l’Arabia Saudita. Al fine di evitare un forte calo delle entrate petrolifere, re Salman dell’Arabia Saudita visitava Mosca all’inizio di ottobre, dove senza dubbio avrà discusso il piano del petroyuan. La Cina sostiene un maggiore utilizzo dello yuan negli scambi petroliferi. Poiché il Paese è il più importante importatore di petrolio, superando gli Stati Uniti, può pesare internazionalmente e provvedere a una maggiore sicurezza energetica. Così Pechino spera di sfidare il dollaro creando un mercato dei futures con la propria moneta e relazioni indicano che la Cina è disposta a introdurre nei prossimi mesi un indice di riferimento del petrolio con prezzi in yuan. Un mercato dei futures petroliferi basato sullo yuan stimolerà la domanda della moneta che darà influenza strategica alla Cina. Il piano è lanciare un contratto futures petrolifero sulla Shanghai International Energy Exchange (INE), ma convincere i grandi produttori e consumatori di petrolio ad utilizzare lo yuan e ad investire nella borsa di Shanghai affronta ostacoli. Senza la partecipazione di certi Paesi produttori di petrolio, come Arabia Saudita, Russia, Iran, Indonesia o Venezuela, sarà difficile creare un mercato che faccia la differenza. A causa delle sanzioni e delle intimidazioni globali del dipartimento del Tesoro statunitense, l’Iran, in particolare, è stato tra i primi ad adottare la vendita del petrolio sulla base dello yuan. Ora nel 2017, il Venezuela segue questa strada. Per la stessa ragione, la Russia ha accettato di vendere petrolio in yuan nel 2015. Qualsiasi calo dello status del dollaro indebolisce pesantemente la capacità di Washington di attuare la sua guerra economica contro la Russia e destabilizzare il blocco euroasiatico. Cina e Russia non cercano di attaccare il dollaro per distruggerlo, ma di creare una valuta di riserva alternativa indipendente per le nazioni che vogliono proteggersi dagli attacchi finanziari sempre più frequenti delle banche di Regno Unito, Wall Street e dagli hedge funds. Per il Venezuela si tratta di costruire un elemento cruciale della sovranità nazionale perché il sistema del dollaro di oggi viene utilizzato per devastarne la sovranità economica attraverso sanzioni che ne colpiscono programmi sociali ed investimenti, nonché il commercio con il resto del mondo. Ora il sistema cino-russo di liquidazione dei pagamenti bilaterali è stato esteso ad altri Paesi dell’Iniziativa Via della Seta in Eurasia, ai Paesi BRICS e al Venezuela nell’ambito della sua orbita geopolitica; la dichiarazione del governo cinese contribuisce a creare questo sistema monetario alternativo. Inoltre, come alternativa basata sull’oro, indipendente dal sistema politicamente esplosivo e speculativo del dollaro degli Stati Uniti, in futuro potrà proteggere gli alleati dei cinesi dagli attacchi economici e dalla guerra finanziaria dell’Unione europea e di Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio