Come la Russia raggiungerà le stelle

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 30 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroravostochnyPersa tra i reportage occidentali manipolati per la nuova guerra fredda, vi è la copertura del recente annuncio della Russia su ambiziosi piani spaziali, indicando una strategia chiara e volta ancora a divenire la prima potenza mondiale in questo campo. Una certa componente della strategia della Russia è motivata dalla necessità di contrastare la militarizzazione dello spazio degli Stati Uniti e, considerando ciò, ci si aspetta che riceva accese e fuorvianti critiche nel prossimo futuro. Comunque, l’altro interesse della Russia è puramente altruistico, con Mosca che cerca di perpetrare l’eredità dei successi spaziali e di favorire il progresso dell’umanità.

Dalla Terra…
La nuova strategia spaziale russa ha avuto inizio con la costruzione di Vostochnij Bajkonur, avviata nel 2011. Questo ambizioso progetto è volto a creare un avanzato sito spaziale al confine cinese, nell’Oblast dell’Amur. Tale posizione è strategica in quanto probabilmente prevede che anche il maggiore alleato della Russia, la Cina, possa trovarvi un utilizzo. Inoltre, il posizionamento della grande infrastruttura strategica di Vostochnij vicino al confine con la Cina, dimostra l’alto livello di sicurezza e fiducia della Russia verso la Cina, fornendo ulteriori prove degli stretti legami alla base del partenariato strategico russo-cinese, così come la previsione a lungo termine di Mosca secondo cui tali rapporti continueranno in futuro. Oltre alla costruzione di Vostochnij, la Russia vuole anche creare la prima industria mondiale dei motori a razzo, consolidando le risorse produttive del Paese in questo settore ed accelerandone la collaborazione. Tale mossa va vista nell’ambito di una grande strategia superiore agli interessi nazionali della Russia, poiché se il piano avrà successo, Mosca potrà vendere queste unità ad altre potenze spaziali, stabilite o emergenti. Già partecipe in questo settore (in particolare con gli Stati Uniti ), ma assieme a un più efficiente processo di produzione e un aumentato interesse da molti Stati nell’esplorazione dello spazio e/o lanci di satelliti, la Russia potrà divenire decisamente la nazione guida globale in questa tecnologia, come nel caso dell’industria dell’energia nucleare.

Al cielo
map-russia.jpg__600x0_q85_upscale Una delle decisioni spaziali più significative della Russia è creare una propria stazione spaziale entro il 2023, annunciata dal Presidente Putin nell’ultima sessione con il pubblico. Tale entità sarà la versione della Federazione russa della Mir sovietica, la prima stazione spaziale al mondo interamente sotto la sovranità di Mosca. Il significato di questa decisione non va separato dal contesto politico e strategico. La Guerra Fredda figura in primo piano nella decisione, ma probabilmente qualche preparazione era stata avviata in Russia anche prima dell’esplodere ‘ufficiale’ delle tensioni durante euromajdan. Eppure, da ancor prima, Washington è impegnata nella militarizzazione dello spazio attraverso il programma segreto dell’X37. Tale progetto fu inizialmente avviato dalla NASA nel 1999, prima di essere trasferito al DARPA nel 2004, dopo di che fu classificato scomparendo da ogni notiziario fino al primo test nel 2010 (ancora avvolto dal segreto). Gli USA sono fermamente convinti che sia la Cina, non essi, ad aver iniziato la militarizzazione dello spazio con i test delle armi antisatellite di Pechino nel 2007, ma va ricordato che gli Stati Unit abbatterono per primi un satellite nel 1984, con l’ASAT ASM-135. Visto con il prisma delle guerre spaziali e l’eventuale uso di armi antisatellite e loro proliferazione presso gli Stati Uniti ed alleati e associati della NATO, ragionevolmente la Russia vuole una propria stazione spaziale in orbita per osservarne gli sviluppi e rispondere di conseguenza. In realtà, la Russia ovviamente non è l’unica potenza multipolare minacciata dall’antagonismo spaziale degli Stati Uniti, e di conseguenza si prepara a proporre ai partner dei BRICS di lanciare in cooperazione una propria stazione orbitante. Questo passo non avrà scopo militare (anche se potrebbe avere un certo contrappeso all’occidente), ma dimostrare che la cooperazione multilaterale e pacifica nello spazio è certamente possibile, e che il progresso umano nel cosmo non va ostacolato da disaccordi politici sulla Terra. Mentre vi sono certamente diversi limiti alla proposta (non ultima la rivalità spaziale tra India e Cina), sarà l’idea provocatoria che potrebbe eventualmente trasformarsi in una struttura spaziale russo-cinese congiunta invece, soprattutto se l’India si esclude e Brasile e Sud Africa affrontano ostacoli di bilancio. Non importa quale sia la direzione, il fatto stesso che la Russia sollevi la questione della cooperazione multipolare nello spazio dovrebbe eloquentemente dimostrare che lo sviluppo geopolitico degli ultimi decenni può prospetticamente trascendere la Terra stessa.

E oltre!
Le più lontane ambizioni russe vanno oltre la Terra e il suo campo gravitazionale, verso i vicini corpi celesti della Luna e di Marte. La Russia prevede d’iniziare una missione con equipaggio in orbita attorno alla Luna nel 2025, seguito poco dopo dall’atterraggio umano reale nel 2029. Inoltre, comprendendo la multipolarità integrale e il partenariato strategico russo-cinese nella politica estera di Mosca, questi due concetti vengono riuniti in quello interstellare e, da quando è stato appena annunciato dal Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, le due potenze eurasiatiche pensano di cooperare per una base lunare comune. La Cina non è il solo socio spaziale della Russia, tuttavia, dato che è stato appena rivelato che Roscosmos e NASA collaborano su un programma di voli verso la Luna e Marte. Questo gesto amichevole dimostra che la Russia non evita di cooperare con chiunque nell’interesse dell’umanità, nonostante le attuali tensioni da Guerra Fredda, e ciò dovrebbe anche essere visto quale ammissione degli Stati Uniti della necessità di rapporti pragmatici con la Russia. Quest’ultimo è particolarmente specifico qui, tuttavia, poiché gli Stati Uniti finora non l’hanno dimostrato sulla Terra. Può darsi che l’intenzione degli USA di cooperare con la Russia su Luna e Marte sia legato all’implicita consapevolezza di non poter condurre unilateralmente tali missioni, o che devono ancora acquisire quel concreto peso militare per poi precludere tale cooperazione, usando qualsiasi mezzo necessario per divenirlo unilateralmente. Solo il tempo può dire cosa gli Stati Uniti abbiano in mente lavorando con la Russia nello spazio, ma finora è chiaro che l’intento della Russia è dare un esempio positivo alle future prospettive spaziali dell’umanità, e che la praticità trionfa sulla politica quando ciò è imperativo.

cosmodromAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnikm attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra del Vietnam: Il ruolo cruciale delle armi russe

Rakesh Krishnan Simha RBTH 30 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Esattamente 40 anni fa, i vietnamiti irruppero a Saigon prendendo gli statunitensi con le mutande abbassate. Come nella coraggiosa difesa del loro Paese, i vietnamiti usarono la potenza di fuoco di una superpotenza per sconfiggerne un’altra.

tumblr_mdhoujJrOV1qivon6o1_1280Per avere un’idea di quanto brutale si stata la guerra del Vietnam, ancora più importante, la natura radicale della vittoria vietnamita, si pensi a ciò: durante il conflitto gli statunitensi persero oltre 2000 aeromobili; i vietnamiti solo 131. Questo dato incredibile fu ottenuto dai vietnamiti contro una superpotenza dalle risorse militari virtualmente illimitate e che poteva anche contare sul supporto di alleati come Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda; fu possibile grazie alla lotta quasi sovrumana dei militari e civili vietnamiti. La guerra iniziò nel 1954 e si concluse con la vittoria vietnamita il 30 aprile 1975. Per questa vittoria clamorosa il popolo del Vietnam non solo fece enormi sacrifici, ma li fece pesare. La leadership vietnamita evacuò intere città (600000-800000 civili da Hanoi furono inviati in campagna e montagna); i bambini andavano a scuola con le foglie attaccate alle spalle per camuffarsi contro gli attacchi aerei; i camion viaggiavano di giorno nascosti nelle giungle e di notte guidati da luci appese sotto il telaio. Gli ingegneri vietnamiti inventarono i ponti sommersi che non si vedevano dal cielo, inoltre idearono una complessa rete di gallerie, alcune proprio sotto le zone occupate dagli statunitensi, per spostare truppe, cibo, carburante, civili e feriti. Contavano ogni proiettile. Il 22 dicembre 1972 un’unità antiaerea vietnamita con un’arma singola da 14,5mm abbatté un cacciabombardiere supersonico F-111. Ciò che fu notevole era che l’arma antiaerea aveva solo 19 proiettili quando fu avvistato l’aereo statunitense. Mentre morale, patriottismo, addestramento e convinzione sulla giusta causa erano chiaramente fattori cruciali per i vietnamiti, la vittoria fu anche dovuta al flusso praticamente continuo di armi dall’URSS. Negli anni ’50 e primi anni ’60 Mosca aveva una politica di basso profilo sul conflitto nel sud-est asiatico. Il premier Nikita Krushjov, per esempio, voleva evitare un braccio di ferro nucleare come nel 1962 a Cuba. Ma i successori Aleksej Kosygin e Leonid Brezhnev vollero accontentare i sostenitori della linea dura tra i militari sovietici e di conseguenza aumentarono gli aiuti militari.

oxygino-mig21-16Arrivano i russi
Nella primavera 1967, un flusso di aiuti scorreva dalla Russia al Vietnam del Nord. Alla fine degli anni ’60 più di tre quarti del materiale militare e tecnico ricevuto dal Vietnam del Nord proveniva da Mosca. Sergej Blagov scrive su Asia Times che Mosca contribuì con armamenti essenziali per la difesa del Vietnam del Nord contro la guerra aerea statunitense, tra cui sistemi radar, artiglieria antiaerea, missili superficie-aria (SAM). “Senza questo materiale, la difesa aerea vietnamita sarebbe stata difficilmente realizzabile“, dice. Le forniture militari dall’URSS trasformarono completamente la guerra. A differenza di ciò che mostrano i film di Hollywood, i vietnamiti non combatterono solo con astuzia e camuffamento, colpirono gli statunitensi con una potenza di fuoco sbalorditiva. Il loro arsenale comprendeva 2000 carri armati, 7000 pezzi di artiglieria, oltre 5000 cannoni antiaerei e 158 lanciamissili superficie-aria. Le nuove armi, anche se non le più recenti dell’arsenale di Mosca, erano più avanzate di quelle statunitensi, portando a molte sconfitte sul campo delle forze militari statunitensi. Gli aerei statunitensi incrociavano sui cieli le scie dei SAM e le spesse salve antiaeree. Intere ondate di aerei statunitensi furono spazzate dai cieli, perché i vietnamiti lanciavano raffiche incessanti di SAM, sapendo che le forniture russe erano in arrivo. “Nell’agosto 1965, i primi SAM furono lanciati contro quattro F-4 Phantom sul Vietnam, abbattendone tre. Fu la prima volta che gli aerei statunitensi furono attaccati dai SAM“, scrive Blagov. I bombardieri strategici statunitensi venivano abbattuti dopo essere stati colpiti dai SAM forniti dai sovietici (i nonni degli attuali missili S-300 e S-400). Operatori sovietici dei SAM spararono ai bombardieri B-52, furono i primi incursori abbattuti su Hanoi. Un operatore sovietico disse alla radio: “Dopo il nostro arrivo in Vietnam, i piloti statunitensi si rifiutarono di volare“. (Tuttavia, dal 1966 le truppe sovietiche non parteciparono direttamente ai combattimenti, perché le forze vietnamite erano state addestrate all’impiego degli equipaggiamenti sovietici, secondo la rivista russa Eko Planetij). I jet sopravvissuti a questi brutti colpi venivano attaccati dagli assi dell’Aeronautica vietnamita che volavano su MiG-17 e MiG-21; questi aerei da combattimento venivano diretti sui loro obiettivi dai radar forniti dai sovietici. Per darvi un’idea di ciò che i vietnamiti affrontavano, nel 1966 solo 30 MiG combattevano contro 660 aerei statunitensi, eppure questi persero 46 caccia F-4 di cui 13 abbattuti da MiG. I vuoti furono subito colmati. Nel 1966 l’Aeronautica vietnamita cominciò a ricevere l’ultimo intercettore MiG-21. Il 7 luglio, due MiG-21 abbatterono un F-105 con un missile aria-aria russo Atoll, creando il panico nell’US Air Force. Ormai i piloti vietnamiti divenivano sempre più confidenti con i loro aviogetti russi. Roger Bonifacio scrive in MiG sul Vietnam del Nord: “I piloti dei MiG-17 iniziarono a indulgere in duelli aerei con aerei statunitensi; essendo sempre più fiduciosi nel poter sempre tener testa ai più veloci F-4 e usare il loro cannone con effetto letale a distanza ravvicinata. Il MiG-21 usava la velocità superiore tuffandosi sugli aerei statunitensi da quote più elevate. La VPAF impiegava MiG-17 e MiG-21 contro gli statunitensi, coordinandoli per intrappolare gli statunitensi in ciò che può essere descritto come picchiata e virata a ‘sandwich'”. I piloti statunitensi ebbero così paura di incontrare gli assi vietnamiti che in molti casi fuggirono dalla zona di combattimento a piena velocità.
L’allarme dei servizi segreti militari russi salvò innumerevoli vite vietnamite. Truong Nhu Tang, alto ufficiale nordvietnamita, scrive nelle Memorie di un Viet Cong, che navi russe nel Mar Cinese Meridionale fornirono allarmi tempestivi alle forze vietnamite. Navi russe rilevavano i bombardieri B-52 statunitensi volare da Okinawa e Guam. Velocità e direzione venivano trasmesse al quartier generale politico e militare vietnamita. I vietnamiti quindi calcolavano l’obiettivo dei bombardieri e inviavano i loro caccia sulle rotte dell’attacco. Questi preavvisi diedero il tempo di sottrarsi ai bombardieri e nonostante i bombardamenti devastanti, grazie all’allerta dal 1968-1970 non uccisero un solo leader militare o civile del comando generale. Inoltre la Russia fornì al Vietnam medicine, cibo, petrolio, macchinari e pezzi di ricambio, e a differenza di materiale e armi dalla Cina, chiesero un pagamento differito, inoltre l’aiuto dell’URSS fu fornito a titolo di aiuto piuttosto che di prestito. Nella guerra, il denaro speso per la causa vietnamita fu pari a 2 milioni di dollari al giorno. Alla fine del marzo 1965, Breznev annunciò che il suo governo aveva ricevuto “molte richieste” da cittadini sovietici che si offrivano volontari in Vietnam. Tuttavia, i volontari non erano necessari. Da luglio 1965 alla fine del 1974, circa 6500 ufficiali e oltre 4500 soldati e sottufficiali delle forze armate russe visitarono il Paese come “consiglieri”. Inoltre, le scuole militari e le accademie sovietiche addestrarono oltre 10000 militari vietnamiti. Solo 13 cittadini sovietici persero la vita nella guerra, dice Eko Planetij.

12Kalashnikov contro Colt
Sul campo il quadro era oscuro, se possibile, per gli statunitensi. La guerra del Vietnam fu il primo conflitto della storia in cui i fucili d’assalto furono utilizzati da entrambe le parti su vasta scala. I soldati vietnamiti ebbero la fortuna di avere in quel periodo il fucile più avanzato, l’AK-47. Il proiettile più leggero del Kalashnikov significava che ogni vietnamita poteva trasportarne circa 350, permettendogli di combattere a lungo dopo che gli avversari erano a corto di munizioni. Il fucile era anche di notevole facile manutenzione, traducendosi in migliori prestazioni nell’ambiente umido del Vietnam. Al contrario la fanteria statunitense era armata con l’incredibilmente scadente Colt M16, che s’inceppava spesso tanto che le reclute statunitensi dovevano subire il dramma macabro di camminare tra soldati statunitensi feriti o morenti per prendere un M16 che non s’era inceppato in battaglia. Vi furono numerosi casi di plotoni statunitensi sconfitti negli scontri a fuoco per il malfunzionamento dell’M16. In un agguato notturno dei guerriglieri vietnamiti, le ultime parole via radio di una compagnia statunitense furono: “Tranne le bombe a mano, tutte le armi sono inceppate“. La situazione era così terribile che alcuni statunitensi iniziarono a prendere gli AK-47 dai soldati vietnamiti morti, secondo Esquire. Era una pratica pericolosa perché si rischiava il fuoco ‘amico’ dato che Kalashnikov e M16 hanno suoni nettamente diversi. Una volta un sergente statunitense con un AK-47 fu fermato dal suo comandante che gli chiese perché aveva con sé un’arma russa. Il sergente rispose: “Perché funziona!” L’esempio dell’AK-47 contro l’M16 simbolizza la qualità superiore delle armi russe nella guerra. Infatti, le armi russe funzionavano così bene che i cinesi iniziarono a rubacchiare i nuovi equipaggiamenti che attraversavano il loro territorio. Mosca fu costretta a usare la pericolosa via marittima per garantirsi che i vietnamiti ricevessero gli aiuti di cui avevano bisogno per vincere la guerra. Le perdite statunitensi sarebbero state più elevate se l’URSS avesse fornito alle forze armate vietnamite le armi più avanzate nel suo arsenale. Per esempio, le motomissilistiche classe OSA, che l’India aveva usato per distruggere il porto di Karachi nella guerra del 1971 non arrivarono mai alla Marina vietnamita. Queste barche armate con l’estremamente preciso missile Styx potevano creare il caos nell’US Navy. Forse i vertici di Mosca ritenevano che gli statunitensi avrebbero fatto ricorso a un attacco nucleare sul Vietnam se avessero perso uno delle loro ammiraglie, come la portaerei Enterprise. Blagov dice che i vietnamiti si lamentavano di ricevere missili obsoleti. “Alcuni complessi missilistici assegnati al Vietnam dall’Unione Sovietica durante la guerra, erano in realtà armi di seconda mano prodotte nel 1956-1958“, scrive. “Il motivo principale del mancato rifornimento di Mosca al Vietnam del Nord di armamenti più nuovi era la paura del Cremlino che i vietnamiti cedessero i segreti militari sovietici ai cinesi“.

enemy-nvaFine dei giochi
Carl von Clausewitz definisce la guerra come “atto di forza per piegare il nemico alla nostra volontà“. I generali vietnamiti semplicemente si rifiutarono di permettere ai molto più potenti militari statunitensi la guerra che volevano. Attraverso strategie brillanti e potenza di fuoco costrinsero gli Stati Uniti a ritirare le proprie forze e, infine, scaricare il governo fantoccio di Saigon. Il 30 aprile 1975 il mondo vide i carri armati vietnamiti T-54 abbattere i cancelli del palazzo presidenziale a Saigon. In un’altra parte della città, vietnamiti arrabbiati assaltarono l’ambasciata USA cogliendo l’ambasciatore Graham Martin praticamente in mutande. Unità dell’esercito vietnamita ebbero nel mirino l’elicottero su cui veniva evacuato, ma la lunga guerra era finalmente finita e pensarono che non valesse la pena di aggiungere il suo miserabile scalpo alle perdite statunitensi pari a 58200 morti, oltre 150000 feriti e 1600 dispersi.

North Vietnamese Troops Occupy Saigon, 1975Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina compra il migliore missile del mondo

La Cina sigla l’enorme contratto militare con la Russia, comprando il migliore missile del mondo
Jeffrey Lin (Popular Science) 27 aprile 2015 – Russia Insider
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Migliorando la Difesa aerea della Cina si complicano notevolmente gli sforzi per condurre operazioni aeree o attacchi missilistici contro la Cina continentale, anche con droni furtivi, missili da crociera a lungo raggio e nuovi bombardieri della nuova “triade” degli USA

0_c39b5_de7a5048_XXLCina e Russia, nell’ambito di legami strategici più stretti, hanno concluso l’accordo da tempo atteso sul sistema missilistico superficie-aria (SAM) a lungo raggio S-400. L’accordo non è solo il più grande sugli armamenti sino-russi in oltre un decennio, ma la potenza dalla difesa missilistica S-400 fornirebbe alla Cina un rapido aggiornamento della difesa missilistica, mentre Stati vicini come la Corea democratica acquisiscono missili balistici e Stati Uniti e Giappone puntano a comprare missili antinave furtivi.

s-400_ausa_airpowerIl SAM S-400 ha una gittata di 400 km, efficace contro molti obiettivi che la Russia (e la Cina) dovranno affrontare, come caccia stealth e convenzionali, bombardieri, missili da crociera e missili balistici.
Nell’aprile 2015, Anatolij Isajkin, CEO dell’agenzia per l’esportazione degli armamenti russa Rosoboronexport, e Du Wenlong dell’Accademia di Scienze militari dell’EPL, dichiaravano che la Cina acquisiva l’S-400. The Moscow Times riportava che l’accordo da 3 miliardi di dollari riguarda 6 battaglioni S-400, in cui ogni battaglione è composto da 6 veicoli lanciamissili (TEL), quindi la Cina avrà 36 autoveicoli di lancio. L’S-400 è il sistema SAM dalla maggiore gittata nel mondo. Entrato in servizio in Russia nel 2007 può intercettare missili balistici e aerei ad alta velocità, mentre il suo radar 91N6E può rilevare ed inseguire aerei stealth ad oltre 100 km. Il più famigerato dei tre missili dell’S-400 è l’40N6 dall’incredibile gittata di 400 chilometri. La gittata estrema del 40N6 permetterà ai TEL dell’S-400 sulla costa della Cina di abbattere aerei sopra Taiwan. I più piccoli missili 48N6 da 250 km e 9M96E2 da 120 km di gittata sono altrettanto letali contro caccia, bombardieri, aerei da guerra elettronica e primo allarme, così come missili da crociera e balistici.HQ9Il SAM cinese HQ-9 costituisce metà dell’arsenale di SAM a lungo raggio della Cina, con quasi un centinaio di lanciamissili nel 2014. L’HQ-9 ha una gittata di 200 km e oltre contro aerei, droni e missili da crociera ha una limitata capacità ABM. Nel 2013 l’HQ-9 è stato scelto come sistema di difesa aerea dalla Turchia, a dispetto degli omologhi russi e occidentali.
L’S-400 integrerà i SAM a lungo raggio S-300 e HQ-9 della Cina, mentre il sistema di comando 30K6E può collegarsi con la rete di SAM di fabbricazione russa, come gli S-300 e TOR-M1 già operativi in Cina. Gli S-400 probabilmente saranno impiegati dall’Aeronautica dell’EPL (PLAAF), che storicamente è responsabile dei sistemi di difesa aerea a lungo raggio in Cina. Mentre con il 40N6 a lungo raggio potrebbero teoricamente coprire lo spazio aereo di Taiwan, probabilmente proteggeranno le basi più importanti, come i moli dei sottomarini ad Hainan, città importanti come Pechino e Shanghai, o occultarsi nelle montagne dell’entroterra del Fujian e Guangdong.

3dsmax_91n6e_radar_1Il radar AESA 91N6E “Big Bird” può rilevare e inseguire aerei stealth a oltre 100 km di distanza, mentre può rilevare obiettivi ad alta quota come missili balistici a 600 km di distanza.
L’accordo è significativo per la sicurezza regionale e la geopolitica. Le migliorate capacità della difesa aerea della Cina complicano notevolmente gli sforzi per condurre operazioni aeree o attacchi missilistici contro la Cina continentale, anche con droni furtivi, missili da crociera o nuovi bombardieri, tutti elementi del nuovo piano della “Triade” degli USA. In tempo di guerra, l’S-400 potrebbe addirittura sostenere gli attacchi aerei cinesi abbattendo i caccia nemici che volano sopra le loro basi e città. A livello strategico, la vendita dell’S-400 facilita la cooperazione sino-russa nonché altre vendite e programmi comuni, come sottomarini e operazioni spaziali.

1017621443_risultatoL’S-400 russo alla Cina: sfida geopolitica in Asia?
Sputnik  27/04/2015

DSC_1071(1)(2)La Russia è pronta a vendere alla Cina l’avanzato sistema missilistico S-400. Il Giappone è preoccupato dalla prospettiva, temendo che possa compromettere la sicurezza per la disputa territoriale sulle isole Senkaku, conosciute come isole Diaoyu in Cina. Il quotidiano economico Vedomosti ha riferito lo scorso novembre che Mosca era in procinto di vendere i missili antiaerei S-400 alla Cina. La notizia è stata confermata il 13 aprile, quando Anatolij Isajkin, CEO dell’esportatore di armi russo Rosoboronexport, ha detto in un’intervista che la Cina ha acquistato l’avanzato sistema di difesa aerea della Russia, commentava il giornale economico giapponese Nikkei. Mosca, tuttavia, era riluttante a consegnare il sistema alla Cina, preoccupata che Pechino ne avrebbe acquistato solo un piccolo numero con l’intento di smontarlo per poterlo costruire. Anche se Mosca e Pechino devono ancora annunciare ufficialmente l’accordo, sembra quasi certo che abbiano approvato la vendita, facendo temere a Tokyo che possa sconvolgere il fragile equilibrio militare nel Mar Cinese Orientale. Se l’accordo sarà concluso, la Cina sarà il primo Paese estero a comprare il sistema missilistico S-400. La Cina possiede già il precedente sistema di difesa aerea S-300, che tuttavia ha una gittata di soli 300 km, raggiungendo solo alcune parti di Taiwan.
Il sistema da 400 chilometri di gittata, per la prima volta permetterà alla Cina di colpire qualsiasi bersaglio aereo sull’isola di Taiwan, oltre a raggiungere bersagli aerei a New Delhi, Calcutta, Hanoi e Seoul, e anche presso le contestate isole giapponesi Senkaku nel Mar Cinese orientale. Tokyo e Pechino di recente, lentamente ma costantemente, lavorano a ricucire le relazioni diplomatiche, con il primo ministro giapponese Shinzo Abe che aveva incontrato il presidente cinese Xi Jinping. Sembra improbabile che i due Paesi usino la forza per prendersi le isole in un prossimo futuro. Tuttavia, Pechino può intraprendere azioni audaci nelle acque che circondano le isole Senkaku, se si convince di avere un vantaggio militare nell’area. Mosca, nel frattempo, è anche consapevole della minaccia che la vendita del sistema S-400 alla Cina rappresenterebbe per il Giappone. Mosca è sempre più frustrata dalle sanzioni di Tokyo, anche se non dure come quelle imposte da Washington. La fonte ha detto che il Cremlino ritiene che il Giappone stia solo cercando di compiacere Washington costringendo la Russia a pagare per il suo presunto intervento in Ucraina. E’ possibile che Vladimir Putin abbia autorizzato la vendita dell’S-400 per raccogliere fondi tra le pressioni economiche derivanti dalle sanzioni occidentali.
Nel governo Abe si afferma che il Giappone non dovrebbe essere troppo severo con la Russia, in quanto sanzioni troppo dure possono avvicinare ulteriormente Mosca a Pechino, cosa contraria agli interessi nazionali del Giappone, ha commentato il Nikkei.

1233434Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

A Mosca nasce la coalizione sino-russo-iraniana contro la NATO?

Mahdi Darius Nazemroaya Global ResearchRussiaToday 23 aprile 2015

0_bfc22_2515f809_XXLLa Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale di aprile è stato il luogo per informare Stati Uniti e NATO che le altre potenze mondiali non gli lasceranno fare ciò che vogliono. I colloqui sugli sforzi di Cina, India, Russia e Iran contro l’espansione della NATO sono divenuti colloqui sui piani militari tra Pechino, Mosca e Teheran. Ministri della Difesa e ufficiali si sono riuniti il 16 aprile presso il Radisson Royal o Hotel Ukraina, uno dei migliori esempi di architettura sovietica di Mosca, noto come una delle “Sette Sorelle” costruite in epoca staliniana. L’evento ospitato dal Ministero della Difesa russo era la quarta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza di Mosca (MCIS). Funzionari provenienti da oltre settanta Paesi vi hanno partecipato. Quindici ministri della Difesa vi hanno preso parte. Tuttavia, tranne la Grecia, i ministri della Difesa della NATO non hanno partecipato. A differenza degli anni precedenti, gli organizzatori del MCIS non hanno inviato l’Ucraina. Secondo il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov, “In questa fase di brutale antagonismo informativo sulla crisi nel sud-est dell’Ucraina, abbiamo deciso di non infiammare la situazione alla conferenza e di non invitare i nostri colleghi ucraini“. Personalmente, per interesse ho seguito tali conferenze da anni, perché importanti dichiarazioni sulla politica estera e di sicurezza tendono ad apparirvi. Quest’anno sono entusiasta per l’inaugurazione di questa particolare conferenza sulla sicurezza. A parte che si svolge in un momento in cui il paesaggio geopolitico mondiale muta rapidamente, ero curioso di vedere cosa la conferenza producesse da quando mi fu chiesto, nel 2014 dall’ambasciata russa in Canada, se fossi interessato a partecipare al IV MCIS.

Il resto del mondo parla: Audizione sui problemi della sicurezza non-euro-atlantica
mcis-550x390-2 La conferenza di Mosca è l’equivalente russa della Conferenza sulla sicurezza di Monaco presso l’Hotel Bayerischer Hof in Germania. Ma vi sono tuttavia differenze cruciali. Mentre la Conferenza sulla sicurezza di Monaco riguarda la sicurezza euro-atlantica e considera la sicurezza globale dal punto di vista ‘atlantista’ della NATO, il MCIS rappresenta una prospettiva globale molto più ampia e diversificata. Rappresenta le preoccupazioni sulla sicurezza del mondo non-euro-atlantico, in particolare Medio Oriente e Asia-Pacifico. Dall’Argentina, India, Vietnam ad Egitto e Sud Africa, la conferenza presso l’Hotel Ukraina coinvolge grandi e piccoli attori le cui voci e interessi sulla sicurezza, in un modo o nell’altro, sono minati e ignorati a Monaco di Baviera dai capi di USA e NATO. Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, ufficiale comandante, pari a generale di Corpo d’Armata nella maggior parte dei Paesi della NATO, ha aperto la conferenza. Inoltre, accanto a Shojgu sono intervenuti il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e altri alti funzionari. Tutti dedicati sulla guerra multispettro di Washington che utilizza le rivoluzioni colorate, come Euromajdan in Ucraina e la rivoluzione delle rose in Georgia, per un cambio di regime. Shojgu ha citato Venezuela e la regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong come rivoluzioni colorate fallite. Il ministro degli Esteri Lavrov ha ricordato che la possibilità di un conflitto mondiale aumenta pericolosamente per la trascuratezza di Stati Uniti e NATO verso la sicurezza degli altri e assenza di un dialogo costruttivo. Argomentando, Lavrov ha citato il presidente statunitense Franklin Roosevelt dire, “Non ci può essere via di mezzo. Dovremo prenderci la responsabilità della collaborazione mondiale, o di un altro conflitto mondiale. Credo che abbiano formulato una delle principali lezioni del conflitto globale più devastante della storia: è possibile affrontare le sfide e preservare la pace attraverso sforzi collettivi nel rispetto degli interessi legittimi di tutte le parti“, spiegando ciò che i leader mondiali appresero dalla Seconda Guerra Mondiale. Shojgu ha avuto oltre dieci incontri bilaterali con i vari ministri e capi della Difesa giunti a Mosca per il MCIS. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa serbo Bratislav Gasic, Shojgu ha detto che Mosca considera Belgrado partner affidabile nella cooperazione militare.

Конференция по международной безопасностиLa coalizione sino-russo-iraniana: incubo di Washington
Il mito che la Russia sia isolata internazionalmente è stato abbattuto dalla conferenza, che apporta anche importanti annunci. Il Ministro della Difesa del Kazakistan Imangali Tasmagambetov e Shojgu annunciavano l’avvio del sistema di difesa aereo congiunto kazako-russo, ciò non solo indica l’integrazione dello spazio aereo del Collective Security Treaty Organization, ma anche una tendenza preannunciando altre comunicazioni contro lo scudo antimissile della NATO. La dichiarazione più vigorosa, però, era quella del Ministro della Difesa iraniano Hussein Dehghan. Il Generale di Brigata Deghan ha detto che l’Iran vuole che Cina, India, Russia si riuniscano opponendosi all’espansione della NATO e alla minaccia del progettato scudo missilistico alla loro Alleanza per la sicurezza collettiva. Nel corso di un incontro con il Ministro della Difesa cinese Chang Wanquan, Shojgu sottolineava che i legami militari di Mosca con Pechino sono la “priorità assoluta“. In un altro incontro bilaterale sulla Difesa tra Iran e Russia, ha confermato che la cooperazione sarà pietra angolare del nuovo ordine multipolare e che Mosca e Teheran erano d’accordo sull’approccio strategico verso gli Stati Uniti. Dopo che Dehghan e la delegazione iraniana s’incontravano con Shojgu e gli omologhi russi, fu annunciato un vertice tripartito tra Pechino, Mosca e Teheran. L’idea è stata successivamente avallata dalla delegazione cinese.
Il contesto geopolitico cambia e non in sintonia con gli interessi degli Stati Uniti Non solo l’Unione economica eurasiatica viene formata da Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Russia nel cuore post-sovietico dell’Eurasia, ma Pechino, Mosca e Teheran, la Triplice Intesa Eurasiatica, seguono da tempo un processo di avvicinamento politico, strategico, economico, diplomatico e militare. Armonia e integrazione eurasiatica contestano la posizione degli Stati Uniti come “saliente occidentale” e testa di ponte in Europa, orientando gli alleati ad agire in modo più indipendente. Questo è uno dei temi centrali esplorati dal mio libro La Globalizzazione della NATO.
L’ex-capo della sicurezza degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski ha avvertito le élite contro la formazione di una “coalizione eurasiatica che in futuro potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana“. Secondo Brzezinski tale alleanza eurasiatica sorgerebbe come “coalizione sino-russo-iraniana” con Pechino al centro. “Per gli strateghi cinesi, affrontando la coalizione trilaterale di USA, Europa e Giappone, il contrappeso geopolitico più efficace potrebbe essere creare una propria triplice alleanza collegando la Cina all’Iran nella regione del Golfo Persico/Medio Oriente, e alla Russia nella zona ex-sovietica”, avverte Brzezinski. “Nel valutare le opzioni future della Cina, si deve considerare anche la possibilità che una Cina economicamente efficace e politicamente sicura, ma che si sente esclusa dal sistema globale, decida di essere portavoce e leader degli Stati poveri del mondo, decidendo di porre non solo un’articolazione dottrinale, ma anche una potente sfida geopolitica al dominante mondo trilaterale“, spiega. Più o meno questa è la via che i cinesi seguono. Il Ministro Wanquan ha categoricamente detto al MCIS che un ordine mondiale giusto è necessario. La minaccia per gli Stati Uniti è che una coalizione sino-russo-iraniana possa, secondo Brzezinski, “essere una potente calamita per gli Stati insoddisfatti dallo status quo“.

Contrastare lo scudo missilistico di Stati Uniti e NATO in Eurasia
La nuova “cortina di ferro” viene eretta da Washington intorno Cina, Iran, Russia e alleati, attraverso l’infrastruttura missilistica di Stati Uniti e NATO. Tale rete missilistica è offensiva e non difensiva per intenti e motivazioni. L’obiettivo del Pentagono è neutralizzare le risposte difensive della Russia e delle altre potenze eurasiatiche a un attacco missilistico statunitense che potrebbe includere un primo colpo nucleare. Washington non vuole permettere alla Russia o altri di avere la capacità di contrattaccare o, in altre parole, di rispondere a un attacco del Pentagono. Nel 2011 fu indicato che il Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, già inviato di Mosca presso la NATO, si era recato a Teheran per parlare del progetto di scudo missilistico della NATO. Diversi rapporti, anche del Tehran Times, affermavano che i governi di Russia, Iran e Cina progettavano uno scudo missilistico congiunto per contrastare Stati Uniti e NATO. Rogozin, però, smentì dicendo che la difesa missilistica era stata discussa dal Cremlino e dagli alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO). L’idea di cooperare nella difesa tra Cina, Iran e Russia contro lo scudo missilistico NATO aleggia dal 2011. Da allora l’Iran diveniva osservatore della CSTO, come Afghanistan e Serbia. Pechino, Mosca e Teheran si sono riavvicinati anche su problemi come Siria, Euromaidan e “Pivot in Asia” del Pentagono. L’appello di Deghan a un approccio collettivo da parte di Cina, India, Iran e Russia contro lo scudo missilistico e l’espansione della NATO, insieme agli annunci al MCIS sui colloqui militari tripartiti tra Cina, Iran e Russia, indicano questa direzione. I sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 vengono schierati in Eurasia, dall’Armenia e dalla Bielorussia alla Kamchatka, quale avanzata contromossa alla nuova “cortina di ferro”. Questi sistemi di difesa aerea rendono l’obiettivo di Washington, neutralizzare reazione o secondo colpo, molto più difficile. Anche gli ufficiali di NATO e Pentagono, che chiamano SA-20 il sistema S-300, l’ammettono. “L’abbiamo studiato e ci siamo preparati a contrastalo per anni. Anche se non ne abbiamo paura, rispettiamo l’S-300 per quello che è: un sistema missilistico molto mobile, preciso e letale“, ha scritto il colonnello dell’US Air Force Clint Hinote per il Consiglio delle Relazioni Estere di Washington.
Anche se è stato ipotizzato che la vendita dei sistemi S-300 all’Iran sia un credito nella vendita di armi internazionali a Teheran, dovuto ai colloqui di Losanna, e che Mosca cerca un vantaggio competitivo nella riapertura del mercato iraniano, in realtà situazione e motivazioni sono molto diverse. Anche se Teheran acquista diversi quantitativi di materiali militari dalla Russia e da altre fonti estere, segue una politica di autosufficienza militare e produce la maggior parte delle proprie armi. Tutta una serie di equipaggiamenti militari: carri armati, missili, aerei da combattimento, radar, fucili, droni, elicotteri, siluri, mortai, navi da guerra e sottomarini, sono prodotti nazionalmente in Iran. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente all’S-300. L’invio degli S-300 da Mosca a Teheran non è solo un affare dichiarato, ma è destinato a cementare la cooperazione militare russo-iraniana e a migliorare la cooperazione eurasiatica contro l’accerchiamento dello scudo missilistico di Washington. È un passo avanti verso la creazione della rete della difesa aerea eurasiatica contro la minaccia missilistica di Stati Uniti e NATO alle nazioni che osano opporsi a Washington.

chang_1_600Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin riderà per ultimo delle sanzioni occidentali

Scott Belinski, Oilprice 2 aprile 2015Yamal%20Nenets%20Novatek%20MapIn ciò che può sembrare ulteriore “esempio di sfida alle sanzioni”, il 27 marzo la Cina annunciava che avrebbe finanziato il gigante petrolifero francese Total, con 15 miliardi dollari da investire nel progetto Jamal LNG nel nord della Siberia. Nonostante le dure sanzioni occidentali al socio di maggioranza di Jamal, la società gasifera russa Novatek, il progetto difficilmente ne sarà scalfito. Inoltre, Jamal guarda a un mondo in cui la Russia non dipende più dai finanziamenti occidentali. Il progetto da 27 miliardi di dollari nella penisola di Jamal, di proprietà di Novatek (60%), Total (20%) e CNPC (20%) si propone di attingere alle vaste riserve di gas nel nord ovest della Siberia, contenenti l’84% del gas della Russia, raddoppiando la quota della Russia nel mercato in rapida crescita del gas naturale liquefatto. La regione artica conterrebbe il 22% del petrolio e del gas ancora da scoprire del mondo, con la maggior parte del gas non sfruttato presente nel territorio della Russia. Attualmente, la capacità GNL della Russia ammonta a 10mtpa, ma il progetto Jamal LNG lo più che raddoppierà. Pronto ad iniziare le esportazioni nel 2017, il progetto Jamal LNG esporterà 16,5 milioni di tonnellate di GNL all’anno; pari a 6 mesi di consumo del gas della Francia. Infatti, prima della morte, l’ex-amministratore delegato di Total Christophe de Margerie ebbe un approccio “business as usual” con la Russia, nonostante le sanzioni, insistendo sul fatto che “dobbiamo fare questo progetto”. Tuttavia, l’annuncio del passo di Total verso la Cina per ulteriori finanziamenti per il piano Jamal mostra che l’approccio “business as usual” ha avuto un bel intoppo. Infatti, dopo anni d’interdipendenza occidentale-russa sui progetti energetici, il regime delle sanzioni sembra aver spinto Mosca decisamente verso l’Asia, in cerca di sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico.
Dopo oltre 20 anni di contrattazioni sulle punte, Cina e Russia firmavano un accordo per forniture di gas alla Cina 20ennale e da 700 miliardi dollari di valore, pari al 17% del consumo annuo di Pechino. Ma questo era solo il primo passo. Durante il viaggio in India nel dicembre 2014, il Presidente Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi firmavano una serie di accordi bilaterali, soprannominati Druzhba-Dosti, diretti a promuovere la cooperazione nella difesa e nell’energia. Inoltre, gli accordi vedranno India e Russia “esplorare lo sviluppo congiunto di tecnologie per la lavorazione delle terre rare nell’Artico russo“. Annunciando l’accordo, Putin ha scherzato orgoglioso dicendo che, “Rosneft e Gazprom, le nostre grandi aziende, insieme ai loro colleghi indiani, preparano progetti per lo sviluppo dell’artico russo e per l’espansione del gas liquefatto“. La mossa non sorprendeva gli osservatori del settore, dati l’obiettivo della Russia di salvaguardare i propri programmi artici, ma la sua importanza non va sottovalutata. Mosca completa il perno in Asia cercando sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico. Tale spostamento verso i partner asiatici indica una tendenza preoccupante per le future opportunità d’investimento delle società occidentali, che hanno le mani legate dalle sanzioni. Infatti, nel settembre 2014, Rosneft e ExxonMobil scoprivano vaste riserve di gas naturale e petrolio nel Mare di Kara, in Russia, ma a causa delle sanzioni imposte pochi giorni dopo, Exxon era costretta ad abbandonare il progetto da 700 milioni di dollari ritirandosi dall’Artico. Quindi, la Russia era costretta a volgersi a una partnership alternativa con i Paesi dell’Asia per avere le competenze tecniche necessarie a sviluppare i lucrosi pozzi artici. Dei 61 grandi giacimenti di petrolio e gas scoperti nel Circolo Polare Artico di Russia, Alaska, Canada e Norvegia, 42 sono situati in territorio russo. Mentre le sanzioni hanno seriamente intaccato l’economia russa e hanno colpito il rublo, hanno anche colpito il mercato delle società occidentali, le loro iniziative con compagnie russe e l’accesso a queste vaste riserve.
Nonostante siano esclusi finanziamenti e tecnologia occidentali, gli analisti esprimono ottimismo su Jamal, dato che il numero di persone che lavorano al progetto aumenterà da 6000 a 15000 alla fine dell’anno. “Essendovi stato, ho capito che il progetto diverrà realtà“, twittava l’analista petrolifero di UBS Maksim Moshkov. Se la situazione permane, s’invierà il messaggio preoccupante, per l’occidente, che l’industria energetica russa si riprenderà nel medio termine dalle sanzioni occidentali. La mossa della Cina su Jamal LNG e la partnership ritrovata della Russia con l’India sono passaggi chiave del piano di Mosca per minare le sanzioni occidentali. Ciò che è chiaro è che le potenze emergenti partner della Russia sono più che disposte a colmare il vuoto aperto dalla fuga degli investitori occidentali. Da parte loro, gli Stati Uniti, che recentemente hanno indicato di voler mantenere le sanzioni finché la Crimea non torna all’Ucraina, rischiano di seguire obiettivi politici che indebolirebbero la propria economica, e in particolare la futura crescita della propria industria energetica. Mentre sanzioni economiche hanno avvicinato la Russia ai suoi partner asiatici più che mai, De Margerie era sempre pronto a sottolineare l’ovvio: “Possiamo vivere senza gas russo in Europa? La risposta è no. Ci sono ragioni per viverci senza? Penso che… sia sempre no“. Mentre gli Stati membri dell’UE e il governo degli Stati Uniti cercano d’influenzare Putin sul suo corso attuale in Ucraina, dovrebbero anche pensare alle conseguenze indesiderate a lungo termine che la predetta collaborazione delle aziende russe nella regione artica potrebbe avere per le loro economie. Come affermato dall’analista del Forex Club, Aljona Afanasevna, “le crisi rappresentano sempre la possibilità di rafforzare la propria posizione in un determinato mercato” e mentre altre compagnie internazionali fuggono dalla scena, l’impegno di Total in Russia e sul piano Jamal LNG di Novatek, “garantisce dividendi futuri sotto forma di cooperazione rafforzata“. I governi occidentali e le altre compagnie energetiche dovrebbero prendere nota.

Yamal-Europe-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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