La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Sul monumento ad Alessandro III

Kremlin, 18 novembre 2017Vladimir Putin ha preso parte alla cerimonia d’inaugurazione del monumento allo zar pacificatore Alessandro III. Il monumento è stato eretto nel parco di Livadia, in Crimea. Il monumento è un dono dell’Unione degli artisti russi. L’autore della composizione scultorea è lo scultore Andrej Kovalchuk, capo dell’Unione degli Artisti del Popolo della Russia. Il monumento è stato eretto nel parco del Palazzo Livadia, dove l’imperatore Alessandro III amava risiedere con la famiglia. Il monumento in bronzo alto quattro metri è stato forgiato in una fabbrica negli Urali. Alessandro III si presenta seduto su un tronco d’albero, in uniforme e appoggiato sulla spada, con un bassorilievo alle spalle sormontato da un’aquila a due teste. Dopo la cerimonia, il presidente ha avuto una breve conversazione con i residenti e i giovani.

Vladimir Putin: amici,
Oggi qui in Crimea, nel famoso Palazzo Livadia, sveliamo un monumento ad Alessandro III, statista e patriota eccezionale, uomo di resistenza, coraggio e volontà incrollabile. Ha sempre sentito una tremenda responsabilità personale per il destino del Paese: ha combattuto per la Russia nei campi di battaglia, e dopo essere diventato sovrano, fece tutto il possibile per il progresso e il rafforzamento della nazione, proteggerla dalle turbolenze, dalle minacce interne ed estere. I contemporanei lo chiamavano Zar Pacificatore. Tuttavia, secondo Sergej Vitte, concesse alla Russia 13 anni di pace non cedendo, ma con decisa ed incrollabile fermezza. Alessandro III difese direttamente e apertamente gli interessi del Paese, e questa politica assicurò la crescita dell’influenza e dell’autorità della Russia nel mondo. Il potenziale industriale del Paese crebbe dinamicamente, mentre fu adottata un’innovativa legge sul lavoro a tutela dei diritti dei lavoratori, una legge che era molto più avanzata di quelle in molti altri Paesi. Nuove fabbriche e stabilimenti si aprivano, nuovi settori industriali nascevano e le ferrovie si espandevano. Fu un decreto dello zar che avviò la costruzione della Grande Strada Siberiana, la Transiberiana, risorsa della Russia da oltre un secolo. Alessandro III iniziò anche un importante programma per la modernizzazione dell’esercito. Furono attuati ampi programmi di costruzioni navali, anche per la Flotta del Mar Nero. Credeva che uno Stato forte, sovrano ed indipendente debba affidarsi non solo sul potere economico e militare, ma anche sulle tradizioni; è fondamentale per una grande nazione preservare la propria identità mentre qualsiasi avanzata è impossibile senza il rispetto di propria storia, cultura e valori spirituali. Il regno di Alessandro III fu definito epoca del risveglio nazionale, con vera elevazione dell’arte, pittura, letteratura, musica, educazione e scienza russe, al momento di tornare alle nostre radici e patrimonio storico. Fu sotto Alessandro III che la bandiera bianco-blu-rossa venne largamente utilizzata come bandiera nazionale, ora diventata uno dei principali simboli dello Stato del nostro Paese.
Alessandro III amava la Russia e ci credeva, e oggi svelando questo monumento rendiamo omaggio alle sue azioni, ai suoi successi e ai suoi meriti, dimostrando il nostro rispetto per la storia continua del nostro Paese, per le persone di ogni ordine e classe sociale che hanno servito con serietà la Patria. Ho fiducia nelle generazioni attuali e future, che faranno del loro meglio per il benessere e la prosperità della Patria, così come fecero i nostri grandi antenati.Grazie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cina e Stati Uniti: confronto sulla leadership

Prof. James Petras, Global Research, 12 novembre 2017La scelta dei leader statunitensi non ha praticamente nulla a che fare con processi democratici. È utile paragonarla col processo in Cina. Nella maggior parte dei casi, la selezione dei leader della Cina è molto più meritocratica, riuscita e basata sulla performance. Negli Stati Uniti e in Cina, il processo manca di trasparenza.

Leadership economica, politica e culturale degli Stati Uniti
La scelta dei leader economici, politici e culturali statunitensi si basa su diverse procedure antidemocratiche.
1. Eredità tramite legami familiari
2. Accesso personale al credito e al finanziamento
3. Patrocinio politico
4. Lobby ed élite nella vendita e acquisto di uffici e favori
5. Collegamenti multimediali
6. Repressione politica e manipolazione delle procedure elettorali
7. Incombenza e uso delle risorse statali
8. Nepotismo etno-religioso
9. Gerarchia interna del partito
10. Decisioni di partito al chiuso (opacità)
11. Capacità di tenere i segreti
I leader, nominati, auto-nominati e scelti attraverso denaro, media, reti elitarie, trasformano il processo elettorale in retropensiero virtuale nel sistema statunitense. I leader economici statunitensi hanno aumentato il flusso di profitti e investimenti produttivi verso il settore finanziario e/o nei paradisi fiscali esteri. I leader politici statunitensi hanno aumentato le spese militari e le guerre, distogliendo fondi pubblici dai servizi sociali interni e dal benessere, diminuendo la crescita economica interna e i mercati di investimento e commercio. I leader culturali degli Stati Uniti sono stati premiati per la difesa, promozione e abbellimento dell’imperialismo e per denigrare nazioni e leader indipendenti. Sono stati anche premiati per promuovere il consumismo più degradante e frivolo, minando la coesione sociale e comunitaria. L’assenza di trasparenza nel processo di selezione statunitense dei leader di grandi banche d’investimento, partiti politici, uffici legislativi ed organi esecutivi, del mondo accademico cresce a un ritmo allarmante e con notevoli conseguenze negative: i leader degli Stati Uniti non devono superare esami rigorosi né affrontare interviste coi pari per competenza nei rispettivi settori di lavoro. I leader aziendali degli Stati Uniti non sono giudicati dalla loro performance economica e politica. La responsabilità per le guerre disastrose, salvataggi di banche corrotte, crisi finanziarie e aumento dei costi dell’assistenza sanitaria non escludono un candidato a posizioni di leadership. I criteri di performance documentati non costituiscono la base per la scelta dei leader del Congresso e dei Presidenti. I fattori decisivi che influenzano la selezione politica sono la capacità di promuovere interessi d’élite, perseguire guerre imperiali per soddisfare ambizioni e avidità dei militaristi e mascherare la diffusa corruzione nell’ingrassare le ruote della speculazione.

Cina: consultazione, meritocrazia e performance
I leader cinesi sono scelti sulla base di consultazioni multi-livello, meritocrazia e prestazioni nelle cariche. Il recente congresso del partito ha evidenziato tre aspetti di vitale importanza: ridurre le diseguaglianze, affrontare il degrado ambientale e la sanità. Al contrario, le elezioni del Congresso statunitense dello scorso anno si concentrarono sulla promessa di ridurre le imposte alle società superricche nonostante la crescente disuguaglianza sociale ed economica, la rimozione di norme statali e federali che proteggono la popolazione e l’ambiente dalle aziende inquinanti e riduzione dei finanziamenti pubblici per l’accesso a un’assistenza sanitaria competente, minando il benessere del cittadino e aggravando il numero di morti premature e la minore aspettativa di vita dei poveri e della classe operaia. L’élite politica statunitense è piena di nemici del “cambiamento climatico” e promotori dei peggiori inquinamenti. Il Congresso statunitense ha speso una quantità enorme di tempo ed energie perseguendo cospirazioni faziose, rifiutando di affrontare la furiosa epidemia di tossicodipendenza che ha ucciso oltre 600000 statunitensi in 15 anni.
Il Presidente Xi Jinping ha chiesto ai dirigenti cinesi di dirigere i loro sforzi per correggere lo “sviluppo sbilanciato e inadeguato e le crescenti esigenze della popolazione a una vita migliore”. Il Presidente Xi sottolineava l’obiettivo di “ecologizzare l’economia”, citandolo 15 volte nel discorso al congresso del partito, rispetto a solo una volta nel precedente congresso (FT 11/1/17, p. 11). Gli investitori pubblici e privati cinesi hanno risposto alle priorità sanitarie e ambientali fissate da Xi aumentando gli indici borsistici dei rispettivi settori (FT 11/11/17, pag. 11).
Al vertice, la leadership s’impegna in consultazioni e dibattiti tra le élite concorrenti, discutendo i risultati passati e presenti nello sviluppo di politiche attuali e future. A livello medio, gli esami dei servizi pubblici ultra-competitivi sono decisivi per la nomina dei funzionari cinesi. Al livello medio-superiore le prestazioni lavorative della leadership sono un fattore importante nella scelta. I quattro decenni di spettacolare crescita economica che ha tolto 500 milioni di cinesi dalla povertà è un riflesso del sistema efficace di selezione e promozione dei leader. Il mantenimento della pace e dell’amicizia con altri Paesi da oltre quarant’anni, ad eccezione del conflitto di frontiera e limitato col Vietnam nel 1979, è un fattore importante che influenza la scelta delle leadership. Al contrario, nonostante le tante guerre disastrose e brutali, i presidenti Clinton, Bush e Obama sono stati rieletti dal sistema del duopolio bipartitico, universalmente considerato “truccato”. L’effetto di tali guerre sul deterioramento dell’economia statunitense non si riflette nella scelta dei candidati o nell’esito delle elezioni presidenziali o congressuali. La Cina ha scelto leader che hanno dimostrato capacità e serietà nell’indagine e punizione di oltre un milione di funzionari corrotti e di plutocrati. I combattenti anticorruzione sono stati promossi come leader “puliti e laboriosi”. Al contrario, l’amministrazione statunitense ha ripetutamente nominato criminali di Wall Street a posizioni di alto livello nel Tesoro, Federal Reserve e FMI con disastrosi risultati per la cittadinanza, senza alcuna capacità di analisi o correzione. Uno dei meccanismi del Partito più esclusivi e prestigiosi si trova nel Dipartimento dell’Organizzazione (OD) del Partito Comunista Cinese (FT 10/30/17, p. 9). L’OD si riunisce per valutare le scelte per la leadership sulla base di una combinazione complessa di candidature, esami scritti e orali e indagini e la maggioranza dei voti tra i ministri. I leader così scelti assumono responsabilità collettiva e non si presentano con “fughe sulle decisioni” (FT ibid).

Conclusione

Negli Stati Uniti e in Cina la scelta dei leader non si basa su elezioni o consultazioni coi cittadini. Tuttavia, esistono grandi differenze nel processo e nelle procedure di selezione dei leader, con conseguenti notevoli differenze nei risultati. La Cina è in gran parte una meritocrazia, con vestigia di nepotismo familiare, specialmente per quanto riguarda alcune nomine statali e aziendali. La performance conta molto e la maggior parte dei cittadini accoglie la leadership del partito cinese per il successo economico e sociale mondiale e a lungo termine. Al contrario, la stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi è cinica ed contrariata dalle nomine economiche più importanti per via del loro passato documentato di guasti socioeconomici. I cittadini sono assai preoccupati dai grandi vertici finanziari (considerati oligarchici corrotti) per aver immerso il Paese in crisi ripetute, guerre perpetue, crescenti disuguaglianze e profonda e diffusa povertà. La perdita dei posti di lavoro stabili e il deterioramento della coesione della comunità e della famiglia hanno oltraggiato i cittadini perché in netto contrasto con la corruzione pervasiva e profonda ai vertici e l’impunità giudiziaria totale per funzionari, politici ed oligarchi. La persecuzione in Cina dei corrotti non ha alcuna controparte negli Stati Uniti. Le tangenti aziendali e politiche vengono legalizzate negli Stati Uniti chiamandole “finanziamenti elettorali” o “commissioni di consulenza”. Basta considerare le gratifiche da mezzo milione pagate ai Clinton da finanziatori di Wall Street per 30 minuti di recita compiacente per influenzare la stipula di contratti. Nella politica estera, i leader cinesi difendono gli interessi nazionali. I leader statunitensi spudoratamente si rivolgono ai lobbisti israeliani promuovendo gli interessi di Tel Aviv. I leader cinesi emarginano i critici in nome dell’armonia, stabilità, pace e crescita. I leader statunitensi emarginano, imprigionano e brutalizzano afroamericani, immigranti, ambientalisti e attivisti contro la guerra, così come chi denuncia Wall Street e il governo, nel nome del liberismo e di vaghi valori demoliberali.
La Cina, con tutti gli inconvenienti su procedure e diritti democratici, si muove verso una società dinamica meno corrotta, meno bellicosa e più responsabile, con una leadership attenta e sviluppata. Gli Stati Uniti vanno verso una società ancor più corrotta, crudele e dispotica (“Stato di polizia”) con capi impresentabili, guerrafondai e criminogeni al timone. Il divario tra promesse e prestazioni si allarga negli Stati Uniti mentre si restringe in Cina. Il rigoroso processo di selezione meritocratica della Cina ha dimostrato maggiore capacità di rispondere alle nuove sfide e alle esigenze della maggioranza rispetto alla buffonata elettorale statunitense disfunzionale e corrotta, che non può nemmeno affrontare la crisi della tossicodipendenza causata da sovra-prescrizione non regolamentata di oppiacei, crisi del cambiamento climatico e mega-tempeste che devastano le comunità statunitensi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

George Blake agli agenti russi, ‘Combattete il Male’

L’11 novembre, il leggendario agente, convinto combattente antifascista per la pace e la giustizia sociale, George Blake compie 95 anni!
SVRAlla vigilia del compleanno è stato personalmente salutato dal direttore del SVR di Russia S.E. Naryshkin:
Caro George Ivanovich!
Dalla direzione, tutti i dipendenti, veterani del Servizio d’Intelligence Estero della Federazione russa e io personalmente, esprimiamo le congratulazioni più calde e sincere in occasione del vostro 95° compleanno. Tutta la sua vita l’ha dedicata alla nobile causa di proteggere gli ideali dell’umanesimo e della giustizia, alla lotta per la pace. Le vostre promesse e il contributo eccezionale per garantire la sicurezza nazionale della Russia sono stati molto apprezzati dalla leadership del nostro Paese, come dimostrano numerose decorazioni. Il nostro Servizio La conosce come compagno d’armi affidabile, saggio uomo d’esperienza, scienziato di talento, scrittore eccezionale e mentore capace. La Sua devozione altruista alla causa, l’intelletto più acuto, la dedizione, il coraggio e la solidità, l’amore per la vita e la benevolenza sono un esempio per il personale del SVR della Russia. Su questo giorno memorabile di cuore vi auguro, caro George Ivanovich, buona salute, inesauribile vitalità, ottimismo, vigore ed energia. Felicità, prosperità e tutto il meglio per Lei, la Sua famiglia e gli amici!Accettando le congratulazioni, George Ivanovich si rivolge a amici, colleghi e vicini:
Cari amici e colleghi!
L’11 novembre io, ufficiale dell’intelligence russa, Colonnello George Blake, compio 95 anni… Nella vita di ogni persona, e non sono per nulla un’eccezione, arriva inevitabilmente il momento di affrontare la conclusione, legata alla sintesi degli anni. Ricordando il passato, mi chiedo involontariamente quanto sia stato onesto coi miei contemporanei e successori. Il 95° anniversario è una buona occasione per valutare una vita lunga e difficile. Molto della mia biografia è ben noto. Caratteristico, a mio avviso, è che le fasi principali del mio cammino sono associate ad una scelta importante. La scelta della posizione in condizioni difficili e contraddittorie dettata dalla storia stessa. Potevo diventare un sacerdote tranquillo, ma sono diventato un’agente. Potevo facilmente sopravvivere alla guerra e agli anni seguenti, ma preferii una via pericolosa, partecipando attivamente al movimento della Resistenza. Miracolosamente evitai il campo di concentramento nazista, divenni un commando inglese, rischiando la vita più di una volta…
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, essendo un agente dei servizi speciali inglesi, rimasi nelle prime file degli avversari della Russia, la mia attuale patria. Poco più tardi, nella mia biografia ci fu la terribile guerra coreana. Ne vidi il vero volto, come i corpi dei civili, uccisi dalla macchina militare statunitense, di questo Paese sofferente. Fu allora che capì che tali conflitti sono carichi di pericoli mortali per tutta l’umanità e presi la decisione più importante nella mia vita: iniziai a cooperare con l’intelligence estera sovietica per proteggere la pace nel mondo. 95 anni… Questo è molto per un individuo. E poco per la storia dell’umanità. La memoria del passato, di cui non mi dispiace nulla, come ho ripetutamente detto, mi fa guardare con ottimismo al futuro.
Vorrei cogliere l’occasione per dire ai miei colleghi, innanzitutto ai giovani impiegati del Servizio.
Compagni! Avete una missione difficile e la responsabilità di salvare il mondo in una situazione in cui il pericolo di una guerra nucleare e dell’auto-distruzione dell’umanità associatavi sono ancora una volta all’ordine del giorno grazie a politici irresponsabili… da quando il terrorismo sollevò la testa e lasciò tracce sanguinose in molte parti del nostro pianeta, c’è una vera guerra tra Bene e Male. E credo in voi, nel vostro servizio disinteressato e altruista per la nostra causa comune, nella vostra professionalità… credo nella vittoria finale sul nemico. Questa fede mi ravviva. Vorrei ringraziare dal fondo del mio cuore la leadership del Servizio, i miei colleghi dell’intelligence estera, per i tanti anni di fedele amicizia, sensibilità, cura, attenzione e comprensione.
Compatrioti! La Russia è diventata la mia seconda Patria. C’è il meraviglioso desiderio russo di avere la “pace a casa”. E voglio veramente che il mondo sia la vostra, o piuttosto la nostra casa.
Pace nella vostra, nostra casa!
Per tutti tersa e soleggiata come il cielo!
Con onore!

 

 

 

Dall’Armata Rossa alla Resistenza
Maria Chobanov, RBTH 22 giugno 2016Durante la Seconda guerra mondiale, circa 30000 sovietici e russi immigrati combatterono nella Resistenza francese. RBTH torna sul destino di uno di questi eroi.
Il 22 giugno 1941, Hitler lanciò 5,5 milioni di uomini sul fronte orientale, con circa 5000 aerei e 3700 carri armati che ne fecero il più grande teatro di operazioni della Seconda guerra mondiale. Nelle prime settimane, l’URSS subì gravi perdite militari e civili. Alla fine dell’anno quasi 3,9 milioni di soldati furono presi prigionieri. Nel 1942, la Germania cominciò a deportarli nei campi di lavoro forzati in Francia. Alcuni riuscirono a fuggire per continuare la lotta nella Resistenza. Tra questi, Oleg Ozerov. La guerra sorprese Oleg il 22 giugno 1941 sul confine tra Polonia e URSS, dove questo 19enne era soldato dell’Armata Rossa. Nell’agosto dello stesso anno, alla fine di settimane di lotta senza tregua, la sua unità, tornata nel centro dell’Ucraina, fu circondata dalla Wehrmacht. “I tedeschi fucilarono immediatamente ebrei, comunisti ed istruttori politici. Poi uccisero un soldato ogni cinque di ogni riga, quindi un decimo. Dopo di che fummo costretti nel caldo insopportabile, senza bere o mangiare, ad attraversare tutta l’Ucraina verso ovest“, dice il veterano 75 anni dopo la cattura. In Polonia i prigionieri furono imbarcati su un treno destinato in Germania. Il giovane soldato ebbe solo un’idea in mente: fuggire…

In territorio amico
Attraversato l’inferno di un’intera serie di campi di concentramento e di lavoro, Oleg Ozerov fu trasferito in Francia con altri prigionieri nel 1943, quando i tedeschi iniziarono la costruzione del vallo atlantico. “All’inizio della mattina, vidi attraverso la finestra del treno un uomo che indossava un elmetto e riconobbi l’uniforme francese. Sollevai il pugno e lo salutai, “Rotfront!” com’era d’uso tra gli antinazisti, dice Oleg. L’uomo prese la bandiera rossa da ferroviere e l’agitò. Sapevo allora che eravamo in territorio amico“. Assegnato alla costruzione di una base per la riparazione dei sommergibili tedeschi a Bordeaux, Oleg non abbandonò l’idea di fuggire. Nel marzo 1944, con l’aiuto di Fadej Voronish, alias Paul, membro dell’organizzazione clandestina del Partito Comunista Francese, avvicinò cinque altri compagni. L’obiettivo era aderire al maquis di Lorette che conduceva le proprie azioni nei dipartimenti di Lot-et-Garonne e Gironde, ma prima dovevano sopravvivere nascondendosi e contattare nel segreto più grande la rete che aiutava a far fuggire i prigionieri sovietici, col rischio dell’esecuzione di intere famiglie. Il rischio preso dai passeggeri dell’autobus che trasportò Ozerov e compagni durante un controllo all’uscita di Bordeaux, l’indicò ancora meglio. “Quando la polizia diede l’ordine di scendere dall’autobus, ci scambiammo alcune parole. Così gli altri passeggeri capirono chi eravamo. Simpatizzarono immediatamente con noi, ci diedero panini e sigarette, e finsero che fossimo dei loro“. Il controllo non andò oltre.

Maquisard della Gironda
I guerriglieri rispettavano molto i russi, che portarono con sé disciplina, esperienza di guerra e dei campi di lavoro“, dice Oleg Ozerov. Col suo gruppo, partecipò alle operazioni di sabotaggio contro strade, ferrovie e ponti, sfidando la polizia di Pétain. Dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia nel 1944, i guerriglieri intensificarono le azioni e non esitarono più ad impegnarsi in combattimenti aperti o a partecipare alla liberazione delle città della Francia sud-occidentale: Saint-Basle, Marmande, La Réole, Langon, Bordeaux. Nel settembre 1945, Ozerov tornò nell’URSS. Continuò la corrispondenza coi compagni d’armi francesi e gli fu anche consentito, nonostante la cortina di ferro, di visitare diverse volte la Francia. Combatté per decenni per far riconoscere nell’URSS i meriti dei sovietici che aderirono al maquis, ottenendo lo status di “combattente volontario” nel 1992, quando creò l’Associazione interregionale dei veterani sovietici della Resistenza francese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché le ambizioni marittime dell’Iran crescono?

Nina Lebedeva, New Eastern Outlook 09.11.2017Molti politici, esperti e media potrebbero senza dubbio constatare che, quasi dai primi giorni del soggiorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha sistematicamente accumulato oscure nubi nei cieli dell’Iran:
1. Il 29 gennaio 2017, Trump avvisava i leader della Repubblica islamica iraniana (IRI) di giocare col fuoco dopo il test missilistico iraniano condotto quel giorno. Infatti, secondo la dichiarazione del consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana del Leader della Repubblica islamica Sayyid Ali Hosseini Khamenei, Mahatba Dhualnuri, questi missili hanno una portata tale da poter facilmente raggiungere gli impianti militari statunitensi in Bahrayn o sull’isola Diego Garcia nel cuore dell’Oceano Indiano. Questo non è evidentemente nell’interesse degli strateghi del Pentagono, in quanto significa perdere la base essenziale agli Stati Uniti per proiettare potenza in Africa orientale, Medio Oriente, Asia del Sud-Est e Mar Cinese.
2. Nella scorsa estate, gli scontri (già verificatisi nel Golfo Persico) tra navi iraniane e statunitensi, accompagnate da elicotteri e dalla portaerei Nimitz, per deliberatamente e ripetutamente dimostrare forza testando capacità, azione e reazione iraniane, divenivano sempre più frequenti. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti indicavano l’aggressività delle azioni della flotta iraniana e le numerose manovre negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandab, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, che avrebbero interferito con la libertà di navigazione, ecc.
3. Seguirono le affermazioni di Donald Trump contro l’Iran di non rispettare lo spirito dell’accordo del 2015 sulla natura pacifica del programma nucleare. Tra gli ultimi attacchi contro l’Iran c’era l’annuncio del 6 ottobre sull’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per i suoi test missilistici, aiuto e sponsorizzazione del terrorismo ed attacchi informatici e l’accusa del 8 ottobre di sostenere la RPDC (Teheran continua a commerciare con la Corea democratica).
4. Il 13 ottobre, Trump promulgò una dura strategia verso l’Iran. Accusando Teheran d’interferire nei conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan e di sostenere al-Qaida e i taliban, propose di modificare i termini dell’accordo nucleare con l’Iran ed imporre sanzioni contro la formazione militar-politica del “Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica” (l’élite delle Forze Armate dell’IRI o IRGC).
Quanto convincente e completo è l’elenco di tali affermazioni assai controverse degli Stati Uniti da adottare tale pressione contro l’Iran? Sembra che sia stata presentata una lista piuttosto lunga dei “peccati” di Teheran, in cui l'”accordo nucleare” è riconosciuto innanzitutto il più grave da Trump. Infatti, aiuta l’Iran ad essere in cima nello sviluppo economico e politico regionale e oltre. Ma secondo quali meccanismi? In breve, ciò ha a che fare, in primo luogo, con la promozione della leadership iraniana dell’idea di consolidare l’intero mondo islamico di fronte alle sfide attuali. Un passo serio lungo questa strada fu, tra l’altro, l’istituzione dell’unione tripartita per risolvere la situazione nella Repubblica araba siriana, comprendente Russia, Iran e Turchia. In secondo luogo, questo comporta anche le aspirazioni del Paese nel creare un arco dalle proprie frontiere al Libano. Il piano da un lato amplia notevolmente la sfera d’influenza e dall’altro preoccupa Stati Uniti ed Israele, nei pressi delle cui frontiere l’Iran sarà presente. In terzo luogo, la graduale ripresa del potenziale economico iraniano e i suoi legami con l’occidente ne incrementano l’importanza nella regione. Al fine di rafforzare sia il primo che il secondo, Teheran intende costruire una ferrovia per il Mediterraneo, una mossa inaccettabile per gli Stati Uniti. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di un altro meccanismo nell’avanzata dell’Iran.
Il fattore marittimo affrontato dall’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei all’inizio del 2014, sottolineando la necessità di creare una flotta in grado di proiettare potenza all’estero e di operare negli oceani. Un progetto simile fu elaborato durante il regime dello Shah, quando fu prevista anche l’acquisizione di basi nelle Mauritius e Maldive, ma dopo il rovesciamento, la missione fu abbandonata. Una flotta forte rende possibile la dimostrazione della bandiera in luoghi dove necessario; stabilire una linea di difesa e creare basi operative al di fuori dello stretto di Hormuz; pattugliare le rotte iraniane; creare una rete di collegamenti coi partner e generalmente proiettare influenza e potenza. Tenendo presente questo aspetto, l’Iran ha iniziato la modernizzazione della flotta. Nel 2016, aveva in servizio 18000 marinai, senza contare i 20mila della Marina dell’IRGC. Teheran aveva 7 fregate, 32 pattugliatori veloci in grado di operare in “acque verdi” armati di missili antinave S-800 Noor, un distaccamento significativo di barchini per pattugliare lo Stretto di Hormuz e 5 posamine per minare lo stretto, se necessario. La flotta sottomarina è costituita da 29 sottomarini, di cui 5 d’altura. Oltre agli sforzi per produrre propri armamenti navali (nonostante il segreto sui dati dell’ammodernamento, nel dicembre 2016 i funzionari iraniani confermarono di lavorare su una portaerei e sulla costruzione di sottomarini e navi nucleari). L’Iran considerava le opzioni di acquisto, soprattutto da Russia e Cina. Nel febbraio 2016, il Ministro della Difesa Hossein Dehghan visitò Mosca per discutere la fornitura di armamenti per 8 miliardi di dollari, come sistemi missilistici mobili costieri “Bastion“, fregate e sottomarini diesel-elettrici. Le priorità nei negoziati 2014-2016 con Pechino erano accordi sulla cooperazione navale e la possibilità che l’Iran acquistasse navi, sottomarini e missili dalla Cina.
Il potenziale crescente della Marina Islamica Iraniana consente di ampliare il livello tecnico-militare e i limiti delle manovre navali (su un’area di circa 2 milioni di chilometri quadrati) fino al Mar Rosso (importante accesso al Mediterraneo e all’Atlantico, secondo gli strateghi iraniani) e l’Oceano Indiano, il cui sviluppo è estremamente importante, anche per ulteriori test dei missili balistici. Durante le manovre Velayat 95 nel febbraio e luglio del 2017, le navi della 47.ma flottiglia simularono una battaglia navale, impiegando droni aerei e testando vari tipi di missili per proteggere le rotte commerciali e petrolifere della Repubblica islamica. Espandendo le dimensioni delle manovre dell’aprile 2017, la Marina iraniana le condusse insieme all’Oman sulle sue sponde, che, come sottolineò il comandante in capo della Marina iraniana, Ammiraglio Hussein Azad, erano di natura difensiva e in risposta alla “campagna iranofoba” scatenata dai nemici dell’Iran. Comprendendo chiaramente il crescente ruolo della regione Indo-Oceano negli affari del mondo, Teheran è più attiva nell’utilizzare la diplomazia navale. Così, dal marzo 2017, i distaccamenti della Marina iraniana intraprendono visite in Pakistan, India, Oman, Tanzania, Azerbaigian, mentre sono in corso anche piani per diverse missioni per “mostrare bandiera” in Sud Africa, Federazione Russa, Kazakistan, ecc. I media russi hanno ampiamente pubblicato la prima visita del distaccamento di navi della 44.ma flottiglia iraniana dell’Atlantico, tuttavia non confermata da alcuni esperti. L’Iran rafforza attivamente i propri legami con alcuni Paesi marittimi (Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Djibouti, ecc., anche in ambito navale). Allo stesso tempo, gli strateghi iraniani elaborano piani a lungo termine per contrassegnare pienamente la presenza navale al largo delle coste dell’India e nelle acque dello stretto di Malacca, che insieme ad Ormuz e Golfo Persico costituiscono il triangolo strategico del flusso petroliero e di merci maggiore nella regione, in cui è richiesta la partecipazione iraniana a difesa degli interessi della Repubblica islamica. Ciò sembra risultare dalla dichiarazione ufficiale piuttosto imprevista delle autorità iraniane del novembre 2016 sulla necessità di stabilire basi (oltre alle 6 basi già operanti nel Golfo e le 2 situate sulle isole, come Bandar Abbas), in Yemen e Siria, che secondo gli ammiragli dell’Iran, saranno 10 volte più efficaci delle armi nucleari ed espanderanno la presenza iraniana sul Mediterraneo e la capacità di aiutare gli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Sembra che, anche se vi è molta retorica su questi piani, non tutto ciò riuscirà, poiché il potere di attuarlo è ancora piuttosto limitato. L’IRI non sembra pronta a deviare dalla rotta per diventare uno degli attori più attivi delle relazioni internazionali nell’area dell’Oceano Indiano. E la situazione dell’Iran, soprattutto sulla sua rotta, terrestre e marittima, darà a Donald Trump un altro “mal di testa” dopo la Corea democratica.Nina Lebedeva, studiosa presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS), esclusivamente per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio