Eurasia energetica

Chroniques du Grand Jeu 24 maggio 2017

L’integrazione energetica dell’Eurasia farà sudare freddo Washington…Le importazioni di petrolio russo dell’India sono esplose nel 2017. Mentre i dati consueti erano modesti, non superando mai le 500000 tonnellate all’anno (cioè 10000 barili al giorno), nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già raggiunto il milione di tonnellate. Causa, i tagli di produzione dell’OPEC per alzare il prezzo dell’oro nero, nonché la disputa su un giacimento iraniano. Gli esperti non vedono alcuna ragione per cui la tendenza muti nel prossimo futuro, in particolare con Rosneft pronta a comprare la compagnia indiana Essar Oil, specializzata nelle raffinerie. Certamente le basi geografiche, distanza, Pamir e Himalaya, Pakistan, impedivano alla Russia di essere tra i principali fornitori di Krishna, almeno di petrolio (il gas è un’altra questione):
Alcun problema del genere tra Russia e Cina, la cui luna di miele energetica non conosce nuvole soprattutto perché si aggiunge ai megaprogetti delle nuove Vie della Seta cinesi. Russi e sauditi concorrono per il primo posto da fornitore del dragone insaziabile, con in filigrana il futuro del petrodollaro, quindi della potenza statunitense. Il viaggio faraonico dei Saud di marzo, a quanto pare, non ha avuto l’effetto desiderato; per il secondo mese consecutivo, l’orso ha superato il cammello quale primo fornitore dell’oro nero del Regno di Mezzo, con 11500000 di barili al giorno contro 963000. Il gasdotto Skorovodino-Daqing, avviato nel 2011, ha visto dalla nascita passare 100 milioni di tonnellate, circa 400000 barili al giorno. Rientra nell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la sua fonte ha un futuro luminoso. Si noti di passaggio l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui torneremo presto.
Infine, dall’altro lato della scacchiera eurasiatica, le forniture di Gazprom alla Turchia sono aumentate del 26%, per oltre 10 miliardi di mc nei primi quattro mesi dell’anno. Come i complici europei che tuttavia detesta, il sultano è sempre più dipendente dall’oro blu russo. E dire che il Turkstream, la cui costruzione è appena iniziata, non è nemmeno operativo…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo la visita di Trump in Arabia Saudita e Israele, l’Iran deve guardare a Cina e Russia

Alexander Mercouris, The Duran 23/5/2017La straordinaria ostilità verso l’Iran degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita crea la possibilità di un attacco all’Iran e di porre fine alla questione dell’imminente soppressione delle sanzioni, dimostrando che l’Iran non ha altra alternativa che forgiare stretti legami con Cina e Russia e le istituzioni euroasiatiche per garantirsi sicurezza e futuro economico.
La visita del presidente degli Stati Uniti nell’Arabia Saudita, il suo accordo a fornirle 300 miliardi di dollari in armi, la retorica ostile verso l’Iran e le intenzioni aperte espresse del principe Muhamad bin Salman sulla guerra all’Iran, chiariscono le opzioni politiche della leadership e del popolo dell’Iran. Ora è chiaro che l’opzione di un ravvicinamento tra Iran e occidente non esiste se l’Iran rimane Repubblica Islamica. Invece gli Stati Uniti vedono o fingono di vedere una minaccia dall’Iran per Israele e, bizzarramente, se stessi, posizionandosi decisamente con i suoi nemici Arabia Saudita e Israele. Il principe Muhamad bin Salman ha inoltre affermato che non c’è niente che gli iraniani possano mai dire o fare per fargli cambiare l’ostilità implacabile. Ciò significa che l’unica opzione realistica per i leader iraniani, per i cosiddetti riformisti come Ruhani e per i conservatori, è impegnarsi con piena sincerità nel partenariato strategico che la Russia ed integrare completamente l’Iran nelle istituzioni eurasiatiche che Russia e Cina sono impegnate a creare. Esistono quattro istituzioni euroasiatiche, anche se ve ne sono altre come l’effimera “Comunità degli Stati Independenti” istituita da Boris Eltsin nel 1991, in alternativa all’URSS, che conserva una parvenza d’esistenza. Le quattro istituzioni euroasiatiche importanti sono:
1) Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, un gruppo per la sicurezza guidato dalla Cina di cui la Russia è un membro chiave;
2) Il progetto Fascia e Via cinese che sostituisce il precedente progetto Via della Seta, il cui obiettivo è integrare economicamente l’Eurasia creando un’enorme rete infrastrutturale;
3) L’Unione Economica Eurasiatica, un progetto russo per reintegrare alcune economie dell’ex- URSS, originariamente costruito intorno a Russia, Kazakistan e Bielorussia, ma che ormai si espande in altri Stati ex-sovietici; e
4) L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”), alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce essenzialmente gli stessi Stati che costituiscono l’Unione Economica Eurasiatica, ma in cui Serbia e Afghanistan sono osservatori.
Dato che l’Iran è uno Stato non allineato, non può realisticamente aderire all’Unione Economica Eurasiatica o alla CSTO senza compromettere questo status e i russi sarebbero comunque riluttanti, in quanto estenderebbero le due istituzioni oltre il territorio dell’ex-URSS che devono reintegrare. Non c’è però motivo per cui l’Iran non sviluppi stretti rapporti bilaterali con Cina, Russia, Unione economica eurasiatica e CSTO, e non possa partecipare ai vertici delle due istituzioni principali cinesi, Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e progetto Fascia e Via.
Inoltre, dato che è chiaro che cinesi e russi lavorano ad unire le istituzioni eurasiatiche che ciascuno ha creato nel comune “Progetto Grande Eurasia” (in ultima analisi la Fascia e Via di Pechino avviato questo mese ), l’Iran non perde e non compromette nulla integrandosi nelle istituzioni cinesi e forgiando stretti legami con la Russia e le sue istituzioni euroasiatiche. L’Iran ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e si candidò formalmente ad aderirvi nel 2008. Non poteva farlo perché era sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, formalmente rimosse dopo l’accordo nucleare del 2015.
Durante la visita in Iran nel gennaio 2016, il Presidente cinese Xi Jinping affermò che la Cina sostiene l’adesione dell’Iran all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo e il Presidente russo Putin ha detto al Presidente iraniano Ruhani, all’ultimo summit a Mosca, che anche la Russia lo propone. Alla luce delle minacce di Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, l’Iran dovrebbe far parte dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo quale priorità in politica estera e dovrebbe intervenire presso Pechino e Mosca affinché avvenga senza indugio. L’Organizzazione della cooperazione di Shanghai non è un’alleanza militare come la NATO e la CSTO. Tuttavia è un raggruppamento per la sicurezza che riunisce due grandi potenze, Cina e Russia, una possibile terza grande potenza, l’India, e avrebbe quattro potenze nucleari: Cina, Russia, India e Pakistan. Mentre l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai non spingerebbe queste potenze a difendere l’Iran in caso d’attacco, sarebbero tenute a rispondere con rabbia se uno Stato membro come l’Iran venisse aggredito. Dato che i principali nemici regionali degli iraniani, Arabia Saudita e Israele, hanno stretti rapporti con alcune di tali potenze (la Cina in particolare) ciò sarebbe di per sé un potente deterrente contro tale attacco. Inoltre, l’Iran, partecipando all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. rigetterebbe la tesi, sentita spesso durante la visita di Donald Trump in Arabia Saudita, secondo cui l’Iran è isolato a livello internazionale, dimostrando al contrario che aderisce a un gruppo della sicurezza che riunisce alcune delle più grandi potenze del mondo. L’Iran non dovrebbe tuttavia solo chiedere l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Anche se le sanzioni delle Nazioni Unite sono state revocate, gli Stati Uniti continuano ad applicare le sanzioni unilaterali e perciò l’Unione europea non è disposta a riprendere pienamente le relazioni commerciali con l’Iran.
L’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, e il suo allineamento ai nemici implacabili dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, indicano l’assenza della possibilità che le sanzioni unilaterali statunitensi siano rimosse. Inoltre, poiché le sanzioni unilaterali non sono state rimosse dall’amministrazione Obama, notevolmente meno ostile all’Iran dell’amministrazione Trump e che concordò l’accordo nucleare con l’Iran, non c’è possibilità realistica che qualsiasi altra amministrazione statunitense futura elimini le sanzioni. Ciò significa che l’Iran deve pianificare il suo futuro economico al momento, almeno sulla base del mantenimento delle sanzioni. Le economie giganti e sofisticate di Cina e Russia possono sconfiggere le sanzioni occidentali, come la Cina fece dopo il 1989 e la Russia oggi. L’economia molto più piccola e meno sofisticata dell’Iran avrà difficoltà in ciò. Il risultato è che, sebbene l’Iran abbia evitato il crollo economico nonostante le sanzioni, negli ultimi dieci anni la crescita del reddito reale si è arrestata o s’è invertita ed inflazione e disoccupazione, in particolare giovanile, sono sempre elevate. Nel frattempo le infrastrutture iraniane richiedono investimenti. Fino a circa un decennio fa, un Paese dall’economia che si trovasse in tale situazione non aveva opzione realistica se voleva svilupparsi se non provare a ricostruire i rapporti con l’occidente, che all’epoca aveva il monopolio su capitale, tecnologia e commercio. L’avanzata economica di Russia e Cina specialmente, significa che non è più così. Anche se molti imprenditori iraniani continuano a desiderare la ripresa dei tradizionali rapporti commerciali dell’Iran con l’occidente, ora hanno un’alternativa realistica e attraente che dovrebbero accettare. Relazioni suggeriscono che un importante fattore che impedisce all’Iran la piena integrazione con le istituzioni euroasiatiche sia il tradizionale sospetto iraniano verso la Russia, oltre alle differenze culturali che ostacolano i progetti economici congiunti proposti dalla Russia. Tali sospetti hanno una base storica.
Dalla fine del XVII secolo Russia e Iran combatterono sei guerre, l’ultima nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Ognuna di tali guerre, salva la prima, si concluse con la sconfitta dell’Iran. La quarta e quinta provocarono il crollo dell’Iran nel Caucaso e la perdita di vasti territori, come Armenia, Georgia e Azerbaigian. La sesta guerra portò all’occupazione sovietica dell’Iran settentrionale, tra cui Teheran. Oltre a queste sconfitte, il governo degli zar nel decennio prima della prima guerra mondiale cercò di colmare, con l’accordo inglese, la sfera d’influenza russa nell’Iran del nord, compresa la capitale Teheran, mentre dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS cercò di fare lo stesso anche nella parte che controllava dell’Iran. Durante la guerra fredda l’Iran, rimanendo sotto il dominio dello Shah, si era alleata contro l’URSS con gli Stati Uniti e molti iraniani continuano a risentirsi del fatto che l’URSS avesse fornito armi all’Iraq durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Oltre a ciò c’è il fatto che la Russia post-sovietica ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre l’ex-presidente russo Medvedev danneggiò i rapporti russo-iraniani bloccando l’accordo del 2010 sui missili S-300, come concordato da Russia e Iran nel 2007. Ciò spiega i notevoli sospetti e ostilità iraniani verso la Russia. Ciò a volte prese forme auto-distruttive. Per esempio, sembra che dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea di al-Shayrat in Siria, i social media iraniani misero in discussione la presunta incapacità della Russia di abbattere i missili.
La Russia, da parte sua, non ha sempre trattato l’Iran con la sensibilità richiesta. Da grande potenza che guida una politica estera globale, vede inevitabilmente i rapporti con l’Iran come dettaglio e non ha sempre mostrato la corretta consapevolezza che gli iraniani vedano ciò in modo diverso. Ora è giunto il momento per l’Iran di mettere tutto ciò da parte. L’unica alternativa realistica sarebbe fare ciò che Stati Uniti,Arabia Saudita e Israele vogliono, cambiare il sistema di governo, abbatterrne la costituzione e tornare alla subordinazione politica all’occidente del periodo dello Shah, ‘aprendo’ l’economia all’influenza occidentale, con tutte le “terapie shock” neoliberali che ne verrebbero. Certamente in Iran alcuni abbraccerebbero tale opzione, ma tutto ciò che si sa del Paese suggerisce che siano solo una piccola e rumorosa minoranza. Inoltre, con l’ascesa dell’Eurasia di Cina e Russia, tale politica rischia di emarginare l’Iran. Gli interessi iraniani indicano chiaramente la necessità di mettere da parte i dubbi rimasti e dedicarsi pienamente a forti relazioni con Russia e Cina e alla massima integrazione possibile nelle istituzioni euroasiatiche. Così si avranno sicurezza, indipendenza e prosperità. Le alternative, subordinazione all’occidente o stagnazione sotto la minaccia permanente di un attacco, non sembrano invitanti e nessuno che tenga sinceramente all’Iran le proporrebbe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Gorbaciov distrusse il programma spaziale militare dell’URSS

Sputnik, 14.05.2017Trent’anni fa, nel maggio 1987, il leader sovietico Mikhail Gorbachev giunse nel Cosmodromo di Bajkonur per ordinare personalmente la chiusura del programma spaziale militare dell’URSS. Tre decenni dopo, l’osservatore militare Aleksandr Khrolenko guarda a quella decisione che costò al Paese e continua a costare alla Russia. In un articolo dedicato all’anniversario della decisione di Gorbaciov per RIA Novosti, Khrolenko ricordò che mentre il leader conobbe alcune tecnologie sviluppate dagli scienziati sovietici durante la visita nello spazioporto, espresse rammarico per aver promesso a Ronald Reagan a Reykjavik, l’anno prima, di chiudere unilateralmente il programma spaziale militare dell’URSS. Washington, nel frattempo, rifiutò di sospendere i lavori sullo scudo missilistico della propria difesa strategica, continuandoli fino al 1993, dopo che l’Unione Sovietica era scomparsa. Tuttavia, quando arrivò alla Casa degli Ufficiali l’11 maggio 1987, “il Segretario generale ribadì il corso dello sviluppo pacifico dello spazio”, un’iniziativa che aveva intrapreso dopo l’ascesa al potere nel 1985. Khrolenko scrive: “Dopo la visita di Gorbaciov, il programma sovietico per sistemi spaziali militari venne smantellato. Il concetto di stazione orbitale pesante fu chiuso nel 1989 e subito dopo tutto il lavoro cessò sul missile spaziale pesante Energija e la navetta spaziale Buran”. Sfortunatamente, il giornalista aggiunge che tre decenni dopo, nonostante i grandi auguri di pace di Gorbaciov, “il mondo non è cambiato.” Il 7 maggio 2017, il velivolo orbitale X-37B Test-4, in missione segreta per quasi due anni, atterrava a Cape Canaveral“. Khrolenko ricorda che “in precedenza, il Pentagono aveva affermato che lo spazioplano, che pesa circa 5 tonnellate, volando a un’altitudine compresa tra 200 e 750 km può cambiare rapidamente orbita e manovrare, eseguire missioni di ricognizione e porre piccoli carichi in orbita“. Nel frattempo, gli esperti russi definiscono l’X-37B per quello che è: un intercettore militare spaziale. “In altre parole”, secondo il giornalista, sembra ovvio che “il programma statunitense per armi d’attacco orbitale sopravvissuto alle “Star Wars” di Ronald Reagan, sia un fatto nel ventunesimo secolo: la Russia dovrà recuperare nel campo spaziale militare, creando un nuovo missile pesante e una base materiale affidabile“.Ciò che Gorbaciov cedette
L’Unione Sovietica cominciò a lavorare su sistemi spaziali militari negli anni ’60, partendo dall’idea di satellite volto ad abbattere quelli nemici. L’URSS lanciò il primo satellite operativo sperimentale, Poljot-1, in orbita nel 1963. Cinque anni dopo, il 1° novembre 1968, gli ingegneri sovietici per la prima volta intercettarono un satellite. Tra il 1973 e il 1976, con il programma segreto Almaz, l’Unione Sovietica mise in orbita tre stazioni da ricognizione civili e militari. Nel frattempo, gli ingegneri effettuarono decine di test continuando a migliorare i sistemi anti-satellite. Nelle massicce esercitazioni strategiche svoltesi tra giugno e settembre 1982 e successivamente definite dalla NATO come “guerra nucleare delle sette ore”, l’Unione Sovietica e gli alleati effettuarono manovre che previdero il lancio di missili balistici basati a terra e mare, test di missili antimissile e manovre con satelliti militari, compreso l’intercettore-satellite 5V91T Uran. “Anche l’Energija Space Corporation produsse armi d’attacco spaziale per le operazioni di combattimento nello spazio“, ricorda Khrolenko. Alla fine degli anni ’70, Energija creò due progetti di futuri velivoli spaziali con la stessa piattaforma, il primo con missili spaziali e il secondo con laser. I missili erano più piccoli e leggeri, permettendo al sistema di trasportare una grande quantità di combustibile a bordo; il velivolo fu designato 17F111 Kaskad, progettato per abbattere sistemi nemici in orbita bassa (entro 300 km). Il velivolo armato di laser, conosciuto come 17F19 Skif, doveva essere utilizzato contro i satelliti nemici in orbite geostazionarie e medie. Esistevano piani per creare un gruppo d’attacco orbitale costituito sia da Kaskad che Skif. Il progetto Kaskad comprendeva un missile intercettatore spaziale per intercettare le testate dei veicoli di rientro degli ICBM nemici, nella fase passiva del volo. Per la distruzione delle installazioni militari chiave nemiche a terra, gli ingegneri sovietici svilupparono una stazione spaziale pesante, la DOS-17K, così come velivoli autonomi (come la navetta spaziale Buran) con testate nucleari a bordo (fino a 15-20 ognuno). In caso di guerra, i moduli si separavano dai vettori, prendevano posizione e iniziavano la discesa per colpire gli obiettivi con estrema precisione. Dopo che il presidente Reagan presentò la sua iniziativa di difesa strategica, gli ingegneri sovietici iniziarono ad esplorare la possibilità di sfruttare lo spazio orbitale. Khrolenko ricorda che “fu condotta una ricerca sull’efficacia della spazzatura orbitale di nuvole, che avrebbe completamente liberato lo spazio a una navetta spaziale nemica fino a un’altezza di 3000 km“. Infine, il giornalista osserva che, nonostante i progressi compiuti dall’URSS nel programma spaziale militare, Gorbaciov, dopo essere salito al potere, inizà persistentemente a promuovere la tesi dello sviluppo pacifico dello spazio, secondo il suo “nuovo pensiero”. “Su pressione del Comitato Centrale, la Commissione statale sul lancio del 17F19 Skif (con un laser gasdinamico dalla potenza di 1 MW) annullò il programma e altri sistemi di combattimento. Il fallimento tecnico durante il lancio della navetta accelerò la chiusura del programma“. Khrolenko sottolinea che nella guerra fredda, gli Stati Uniti erano in grave ritardo rispetto all’URSS nella tecnologia militare spaziale. La creazione di stazioni spaziali statunitensi per uso militare iniziò solo negli anni ’70 (i progetti includevano armi cinetiche, laser e a fasci di particelle). Reagan ordinò lo sviluppo di un sistema antisatellite nel 1982 e proclamò l’iniziativa di difesa strategica nel marzo 1983. Mentre questo programma venne formalmente sciolto nel 1993, Khrolenko osserva che “l’uso pacifico dello spazio rimane solo un sogno dell’umanità“. “Le tecnologie spaziali danno origine a nuovi modi per svolgere le operazioni militari. Oggi, di circa 1380 satelliti in orbita, 149 sono militari e a doppio uso statunitensi, in confronto la Russia ne dispone di 75, la Cina 35, Israele 9, Francia 8 e Regno Unito e Germania 7“.
Le maggiori potenze attualmente sviluppano tecnologia militare spaziale. “Lo spazio prossimo alla Terra è sempre più militarizzato“. All’inizio dell’anno, il vicecomandante del Comando Strategico degli Stati Uniti disse che è necessario inviare ai nemici futuri degli Stati Uniti il segnale di essere disposti a combattere una guerra nello spazio. Alla fine dell’anno scorso, il generale John Hyten, capo di Stratcom, andò oltre affermando che mentre le potenze mondiali si espandono nello spazio, la possibilità di conflitti inevitabilmente cresce. “In quel caso, dobbiamo essere pronti“, disse. Nel frattempo, gli analisti militari statunitensi ritornano ancora sul tema della difesa missilistica spaziale, con l’Agenzia della difesa missilistica e la Raytheon Corporation che sviluppano e testano sistemi missilistici progettati per individuare e distruggere missili balistici che si avvicinano nell’atmosfera dallo spazio. Oggi Khrolenko osserva che anche quei Paesi che si oppongono alla militarizzazione dello spazio, come Russia e Cina, sono costretti a sviluppare le armi spaziali per evitare che si crei uno squilibrio strategico mortale. Secondo il giornalista, la domanda che va posta è: “E’ valsa la pena, con tanta persistenza in tanti anni, forgiare dalle spade spaziali russe degli aratri, riducendo i nostri Kascada e Skif in pentole e padelle?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha costruito la NATO eurasiatica?

Oleg Dgorov, RBTH, 18 maggio 2017

Nel maggio 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collegiata (CSTO), l’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici diretti dalla Russia, compie 15 anni. Durante la sua esistenza l’organizzazione non ha partecipato a combattimenti reali ma, secondo gli esperti, fa molto per proteggere l’Asia centrale dal terrorismo.Nel 2017, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) celebra un strano “doppio” anniversario. L’accordo dell’alleanza militare-politica dei Paesi post-sovietici, firmato 25 anni fa nel 1992, ma per 10 anni dalla validità discutibile. Negli anni ’90 il quadro post-sovietico era devastato dai conflitti: guerra nel Nagornij-Karabakh (1992-1994), guerra civile in Tagikistan (1992-1997), guerra georgiano-abkhaza (1992-1993), nonché violenti combattimenti nel territorio ceceno della Russia (1994-1996 e 1999-2000). La situazione si stabilizzò all’inizio del 2000, contribuendo a costruire un’organizzazione internazionale nell’ambito dell’accordo del 1992: Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan crearono la CSTO nel 2002. Gli obiettivi indicati nell’organizzazione si conservano ad oggi: “Rafforzamento della pace, sicurezza internazionale e regionale, protezione collettiva dell’indipendenza, integrità territoriale e sovranità degli Stati aderenti“.

L’ombra dell’Afghanistan
Anche prima dell’istituzionalizzazione della CSTO, nel 2001 i Paesi aderenti crearono un contingente militare congiunto: la Forza di reazione rapida collettiva (CRRF). Gli esperti osservano che la ragione principale per organizzare la forza di difesa congiunta fu la diffusione del terrorismo in Asia centrale dall’Afghanistan, dal 1996 al 2001 governato dai taliban. “Se la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti non avesse iniziato le attività in Afghanistan, i Paesi CSTO avrebbero dovuto respingere collettivamente gli attacchi degli estremisti dall’Afghanistan“, scrive Julija Nikitina, collaboratrice del Centro di Studi post-sovietici del MGIMO in un articolo per il Consiglio degli affari internazionali russo. “Ecco perché era importante creare la forza collettiva“.

Addestramento antiterrorismo
Ma le cose andarono diversamente. L’operazione della coalizione internazionale iniziò in Afghanistan e le repubbliche post-sovietiche evitarono un grande attacco degli estremisti. Tuttavia, la CSTO come organo di sicurezza collettiva si è progressivamente sviluppata. Nel 2009 apparve un gruppo congiunto più ampio del CRRF, la CORF (Forza di Reazione Operativa Collettiva). Oggi CRRF e CORF comprendono 25000 soldati. La CSTO non ha partecipato a veri conflitti. Tuttavia, ogni anno organizza manovre militari congiunte per sviluppare le competenze per contrastare i terroristi e pianificare operazioni anticrimine. Nel 2017 l’organizzazione terrà grandi esercitazioni coinvolgendo CRRF, CORF e unità di mantenimento della pace. Julija Nikitina osserva che dal punto di vista militare l’attività della CSTO è certamente utile: le esercitazioni congiunte non solo aiutano a sviluppare piani d’azione per eventuali conflitti, ma anche i soldati. D’altra parte, secondo Aleksej Malashenko del Carnegie Moscow Center, la forza reale della CSTO è sconosciuta poiché l’organizzazione non ha mai partecipato a veri conflitti. “Nessuno ha mai visto questa organizzazione in azione. L’addestramento congiunto è buono, ma è sempre diverso dal combattimento reale“.

Perché è necessario la CSTO?
Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che già l’esistenza della CSTO eviti i conflitti. “Quindici anni fa, molti esperti predissero un’ondata di scontri violenti, ad esempio in Asia centrale, che non ebbe luogo“, dice Sergej Karaganov, decano del Dipartimento di Politica mondiale dell’HSE. “In una certa misura la Russia e gli altri Paesi interagirono rafforzando le proprie forze armate“. Da questo punto di vista l’alleanza è molto efficace, aggiunge Karaganov. Il Vicedirettore dell’Istituto dei Paesi della CSI Vladimir Zharikhin è d’accordo, la CSTO fu creata come blocco difensivo ed adempie ai propri compiti con successo. Oltre alla guerra al terrore, Zharikhin parlava di un altro compito della CSTO: “Con l’aiuto dell’organizzazione, la Russia fornisce agli alleati della CIS l'”ombrello nucleare” aumentando la stabilità nei Paesi della CSTO“. In altre parole, l’obiettivo non ufficiale della CSTO è opporsi alle “rivoluzioni colorate” nei Paesi aderenti, spiega Zharikhin.

“La NATO della Russia”
Nei media occidentali la CSTO è talvolta paragonata alla NATO. Tuttavia, aggiungono che tale paragone non è corretto. Così, nell’articolo “Perché l’alleanza militare della Russia non è la prossima NATO“, l’analista di Stratfor Eugene Chausovsky sottolinea che spesso non esiste accordo nella CSTO su questioni politiche. I governi di Bielorussia e Kazakistan, per esempio, possono esibire indipendenza da Mosca e costruire proprie relazioni con l’occidente. Pertanto, non si può parlare di una sola posizione politica nella CSTO. Gli esperti russi vedono un’altra differenza tra CSTO e NATO. “L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico fu creata come blocco difensivo, soprattutto dai Paesi occidentali, per contenere il comunismo. Ora gli obiettivi e le responsabilità sono cambiati e la NATO va oltre l’Europa divenendo un’alleanza espansionista” afferma Vladimir Zharikhin. A suo parere, la CSTO rimane rigorosamente un’organizzazione difensiva, preservando l’obiettivo per cui fu istituita 15 anni fa.Traduzione di Alessandro LattanzioSitoAurora

I leader mondiali si riuniscono a Pechino mentre gli Stati Uniti sprofondano nell’irrilevanza

Wayne Madsen  Strategic Culture Foundation 20.05.2017Mentre ci si esibisce nella commedia degli equivoci nell’ala ovest della Casa Bianca tra il presidente Donald Trump e i suoi consiglieri. e tra la segretaria alla stampa della Casa Bianca e vari aiutanti presidenziali, i leader mondiali si riunivano a Pechino per discutere della creazione delle moderne “Via della Seta” terrestre e marittima per migliorare le condizioni economiche delle nazioni nel mondo. Nulla di più illustra il massiccio divario tra le preoccupazioni di molte nazioni e quelle degli Stati Uniti, che degenerano rapidamente in potenza di secondo grado insieme agli alleati della NATO Gran Bretagna, Francia e Germania. Mentre Trump minaccia di licenziare il personale della Casa Bianca, riprendendosi il ruolo nel suo reality show “The Apprentice”, il Presidente della Cina Xi Jinping, il Presidente russo Vladimir Putin e presidenti e primi ministri di tutto il mondo discutevano la creazione di nuove autostrade internazionali, intercontinentali, ferrovie e vie marittime della cintura economica della Fascia della Via della Seta cinese del XXI secolo. Anche Paesi freddi verso l’iniziativa cinese, come India e Giappone, inviavano rappresentanze al vertice superiori alla patetica rappresentanza degli Stati Uniti, Matt Pottinger, assistente speciale poco noto di Trump e direttore per l’Asia orientale del Consiglio di sicurezza nazionale. Infatti, l’unico motivo per cui Trump non inviava nessuno a rappresentare gli Stati Uniti alla riunione di Pechino fu la richiesta speciale del Presidente Xi nell’ultimo incontro con Trump presso il resort riservato del presidente al Mar-a-Lago Club di Palm Beach, Florida.
La Corea del Sud, che ha visto i rapporti con la Cina danneggiati dal collocamento del sistema missilistico statunitense THAAD, inviava una delegazione a Pechino dopo una telefonata tra il nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, e il Presidente Xi. Moon rispose alla telefonata inviando una delegazione guidata dal decano del Partito Democratico a Pechino. Anche la Corea democratica, che ha spaventato Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti lanciando un missile balistico in acque vicine alla Russia, inviava una delegazione a Pechino guidata da Kim Yong Jae, Ministro per le Relazioni Economiche Estere. L’amministrazione Trump, che inviava un emerito sconosciuto a Pechino, si lamentò molto della presenza della Corea democratica al vertice sulla Via della Seta. Ma la denuncia di Washington è stata trasmessa da una sconosciuta quanto Pottinger, Anna Richey-Allen, portavoce di basso livello dell’ufficio est asiatico del dipartimento di Stato degli USA. Il motivo per cui gli Stati Uniti erano rappresentati da burocrati di medio grado è che la nazione che ancora si ritiene la sola “superpotenza” di questo mondo, è governata da un’amministrazione vuota ai vertici e con litigi tra attori dilettanti. Anche se i principali Stati membri dell’Unione europea non erano rappresentati a Pechino dai capi di governo, la Germania inviava la ministra dell’Economia Brigitte Zypries. Tuttavia avvertendo che l’Unione europea non avrebbe firmato l’accordo sulla Via della Seta con la Cina, a meno che non venissero garantite certe richieste dell’UE su libero scambio e condizioni di lavoro. La reticenza della Germania non sembrava interessare le altre nazioni dell’UE, rappresentate a Pechino dai loro capi di governo interessati a sostenere l’iniziativa cinese. Tra questi capi dell’UE vi erano il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, la prima ministra polacca Beata Szydlo, il primo ministro greco Alexis Tsipras, il presidente ceco Milos Zeman e il Primo ministro ungherese Viktor Orban. Inoltre, se la prima ministra inglese Theresa May non fosse al centro della campagna elettorale, sarebbe stata a Pechino. Tuttavia, inviava il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond. Se l’amministrazione di Trump sperava di convincere i leader mondiali a starsene lontani da Pechino, ne è rimasta molto delusa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, vi era insieme al presidente della Banca mondiale Jim Yong Kim e al Managing Director del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. A Pechino erano presenti i presidenti di Turchia, Filippine, Argentina, Cile, Indonesia, Kirghizistan, Bielorussia, Kazakistan, Svizzera, Kenya, Uzbekistan e Laos, nonché i primi ministri di Vietnam, Pakistan, Sri Lanka, Serbia, Malaysia, Mongolia, Figi, Etiopia, Cambogia e Myanmar. Le delegazioni ministeriali di Afghanistan, Australia, Azerbaigian, Bangladesh, Brasile, Egitto, Finlandia, Iran, Quwayt, Libano, Maldive, Romania, Nepal, Nuova Zelanda, Arabia Saudita, Sud Sudan, Siria, Tanzania, Uganda ed Emirati Arabi Uniti erano al vertice di Pechino. Il Giappone era rappresentato dal consigliere del Primo ministro Shinzo Abe e dal Segretario Generale del Partito Liberaldemocratico Toshihiro Nikai. La Francia, che aveva il cambio di presidenza, inviava l’ex-primo ministro Jean-Pierre Raffarin.
L’iniziativa della Via della Seta prevede progetti in tutte le nazioni i cui governi erano presenti a Pechino, ad eccezione di Stati Uniti e Israele. Oltre alle nazioni rappresentate da capi di Stato e ministri, venivano firmati accordi tra Cina e Palestina, Georgia, Armenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania, Tagikistan, Brunei, Croazia e Timor est. L’unico messaggio chiaro del vertice di Pechino al mondo è che la visione “unipolare” è morta e sepolta. Neanche tra amici ed alleati di Washington Donald Trump viene chiamato “capo del Mondo Libero”, frase gettata nella spazzatura della storia insieme all’insistenza degli USA di essere l’unica “superpotenza” del mondo. Gli Stati Uniti sono una potenza secondaria con un arsenale nucleare di prima qualità. Ma le armi nucleari non erano discusse a Pechino. Progetti importanti erano all’ordine del giorno, progetti che quando completati tralasceranno gli Stati Uniti in balia delle onde. Il Presidente Xi, nel discorso principale alla conferenza, affermava che l’iniziativa “Fascia e Via è il progetto del secolo” di cui beneficeranno tutti nel mondo, e concretizzava il discorso dichiarando che la Cina contribuirà con 80 miliardi di yuan all’impulso finanziario per creare una rete globale di collegamenti autostradali, ferroviari e marittimi ricreando l’antica Via della Seta che collegava la Cina all’ovest. Nel frattempo, a Washington, Trump diceva di aver registrato conversazioni “titolate” con il direttore licenziato dell’FBI James Comey, innescando l’incendio politico. La nuova infrastruttura globale veniva discussa a Pechino mentre il ricatto politico era il tema principale a Washington. Gli Stati Uniti sono decaduti da Stato globale a secondario, gravemente leso come Stato-nazione coesivo, ma non lo sanno neppure.
Cina e Russia utilizzavano il vertice di Pechino per mostrare le diverse iniziative eurasiatiche, tra cui l’Unione economica eurasiatica ispirata dalla Russia (UEE) e la Banca d’investimento infrastrutturale asiatica (AIIB). I capi di Stato cinesi e russi hanno fatto sapere che l’alleanza BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica è ancora una potente realtà mondiale, anche se il Sudafrica non era rappresentato a Pechino dal presidente e l’India aveva scelto di non inviarvi un rappresentante. Le parole del Presidente Putin alla conferenza sul nuovo status geopolitico mondiale vanno notate: “la Grande Eurasia non è un accordo geopolitico astratto ma, senza esagerare, un progetto veramente di civiltà che guarda al futuro”. In altre parole, l’Unione Europea, che perde il Regno Unito e non vedrà mai l’adesione della Turchia, è un organismo morente. Altre iniziative internazionali come UEE, BRICS, AIIB e OBOR trascinano UE e USA nella polvere. Ciò era evidente con gli Stati Uniti rappresentati a Pechino da un impiegato secondario e l’Unione Europea da un “eurocrate di Bruxelles”, il vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen.La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora