L’irruzione della Cina in Medio Oriente

Vladimir Vukasovic, Politika, Southfront

Pechino prepara un accordo di libero scambio con i Paesi del Golfo Persico, e con l’Iran prevede di aumentare gli scambi a 600 miliardi di dollari all’anno, collegando questi Stati alla nuova Via della Setaxi-sisiL’anno scorso con la firma di accordi di libero scambio con 11 Paesi del Pacifico, gli USA, in termini economici, hanno attuato la famosa strategia del “contenimento” dell’espansione militare dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Solo che questa volta l’obiettivo è limitare l’espansione economica della Cina cui, in linea di principio, viene permesso di aderire al patto del Pacifico, ma i cui standard sui mercati liberalizzati e la tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, in sostanza, impediscono alla Cina di aderire. Washington così riesce a rallentare la Cina nel rafforzare i legami economici con i partner naturali dei Paesi vicini. Ma Pechino si prepara con mezzi economici e politici ad irrompere nella regione dove gli Stati Uniti finora avevano un’intoccabile influenza politica e militare: il Medio Oriente. L’accordo di libero scambio tra Cina e i sei Paesi del Golfo Persico, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar, Quwayt e Oman, che dovrebbe essere firmato entro la fine dell’anno, è stato annunciato durante la visita del Presidente cinese Xi Jinping a Riyadh. Xi Jinping non ha dimenticato il Paese più potente sul lato opposto del Golfo, l’Iran, dove si è convenuto che gli scambi tra Pechino e Teheran nel prossimo decennio aumentino di oltre dieci volte, a 600 miliardi di dollari l’anno. Oltre al Golfo, il canale di Suez, importante rotta per le merci cinesi, e l’Egitto non viene evitato dal tour di Xi Jinping in Medio Oriente. A Cairo ha firmato un memorandum sulla cooperazione con la Nuova Via della Seta cinese, la catena delle infrastrutture intercontinentali per inviare i prodotti cinesi nei mercati esteri.
La Cina si prepara con mezzi economici e politici ad irrompere sul campo in cui gli Stati Uniti avevano finora un’intoccabile influenza politica e militare. Dove gli USA inviano truppe, la Cina invia industriali“.
55e6c35c-42f0-4a3d-a657-b9fe8d318cb81 Pechino lo scorso anno ha concluso, quasi di fretta, una serie di accordi di libero scambio, aprendosi ai mercati di Australia e vari Paesi del Sud America e dell’Asia. Anche se rallentata, è la seconda economia più potente del mondo con ancora un tasso di crescita invidiabile. Sulla lista dei Paesi con cui firmare un accordo di libero scambio ce n’è un altro del Medio Oriente, Israele. La Cina ha già un notevole scambio commerciale con i Paesi del Golfo Persico e della regione, da cui riceve più della metà dell’energia. Si stima che in 20 anni la Cina abbia importato più petrolio degli Stati Uniti, sempre più indipendenti perché finalmente producono abbastanza “oro nero” da esportarlo. In questo contesto, i Paesi del Golfo fanno meno affidamento sugli Stati Uniti e sono anche visibilmente insoddisfatti da Washington, loro fedele alleato, che ora dimostra minore disponibilità all’intervento militare nella regione. Dopo il ritiro militare degli Stati Uniti si apre lo spazio per la Cina all’innovazione economica e, assieme agli sforzi diplomatici intensificati sulla Siria e per tentare di mediare tra Riyadh e Teheran, rafforzare l’influenza politica in Medio Oriente: anzi, è probabile che sarà considerevolmente più difficile che nei deboli Paesi dell’Africa, in cui la Cina ha investito molto ed è pronta per aggiungervi altri 60 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Su quel continente Pechino apre la sua prima base militare all’estero, a Gibuti, le cui rive si affacciano sulle rotte dell’enorme trasporto globale di petrolio e dove le navi cinesi trasportano le merci da esportare verso il Canale di Suez. La Cina fa appelli sempre più altisonanti alla cooperazione internazionale nella lotta allo Stato islamico, saldamente radicato in Medio Oriente e presente in Africa, e ha recentemente approvato una legge che permette all’Esercito cinese di agire contro i terroristi all’estero. Ma la Cina difficilmente l’userà per espandere l’influenza sulla situazione estera. Gli interventi militari degli USA non sono riusciti a battere il jihadismo globale, motivo per cui Washington è attualmente di riluttante a continuare tale politica in Medio Oriente. Quando gli Stati Uniti inviano truppe, la Cina a sua volta invia industriali. Tale approccio, piuttosto che la politica di potenza, ha avvantaggiato Pechino nel Paese che oggi è uno dei principali obiettivi economici per gli uomini d’affari di tutto il mondo: l’Iran. Da quando lo scorso giugno è apparso chiaro che Teheran firmava l’accordo sulla limitazione nucleare e che le sanzioni internazionali in cambio venivano tolte, gli uomini d’affari di tutto il mondo infestano la capitale iraniana, cercando di prendersi la miglior posizione di partenza possibile per l'”assalto” a un mercato di 80 milioni di persone, di uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo che, grazie al prossimo annullamento dell’embargo, dovrebbe renderne disponibile una quantità più che doppia rispetto all’anno precedente. In questa gara la Cina ha un vantaggio perché, anche se non si è opposta alle sanzioni delle Nazioni Unite, non ha mai lasciato il mercato iraniano. Al contrario, la Cina beneficiava dell’assenza di grandi attori come la Germania, avviando progetti su larga scala come, ad esempio, la costruzione della metropolitana di Teheran. Un modo fu trovato per aggirare il blocco del sistema bancario iraniano, secondo il “New York Times”, creando una nuova banca e con il baratto. Così i cinesi hanno raccolto gli elogi dal leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, impegnandosi a cooperare con un “Paese indipendente” rafforzando i mutui legami economici e di sicurezza. L’Iran non è solo fonte del 10-15 per cento del petrolio per la Cina, ma anche collegamento della nuova Via della Seta. Pertanto, durante la visita di Xi a Teheran furono firmati 17 documenti sulla cooperazione nei vari settori, dall’energia, industria e trasporti a turismo e ambiente.
La familiarità con l’Iran non aggrada all’Arabia Saudita e agli altri del blocco sunnita del Golfo Persico, ma ovviamente ciò non impedirà l’irruzione economica cinese in questa parte della regione. Pechino si è un po’ “riscattata” sostenendo il loro governo dello Yemen, vecchio piano di Riyadh e degli alleati la cui fanteria combatte la ribellione della milizia sciita, sospettata di aiuti dall’Iran. il sostegno della Cina al governo yemenita è solo verbale, in modo da non offendere Teheran con tale equilibrio che, dopo tutto, è la tipica posizione politica di Pechino. Questa politica fu sottolineata nel documento sulla strategia politica verso i Paesi arabi della regione che la Cina ha stilato: secondo cui la posizione comune è “un consenso sulla salvaguardia della sovranità statale, l’integrità territoriale e la difesa della dignità nazionale…“. Secondo questi principi, la Cina ha sempre rifiutato di giustificare gli interventi militari, che appaiono sostituiti con successo dallo ‘sbarco’ economico cinese. In nome di questi principi la Cina evita di criticare il regime egiziano, per la cui cooperazione sulla nuova Via della Seta ha promesso un aiuto finanziario di 1,7 miliardi, nel momento in cui il regime è sotto il tiro dei disordini civili e delle lamentele occidentali per l’arresto degli oppositori politici.CHINA-IRAN-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran completa il Triangolo d’oro eurasiatico

F. William Engdahl New Eastern Outlook 03/02/20161429764652501_rouhollah vahdati (2 of 12)A volte profondi spostamenti tettonici nelle politiche globali derivano dagli eventi meno notati. Tale è la situazione con l’Iran e la recente visita a Teheran del Presidente della Cina Xi Jinping. Ciò che è emerso dai colloqui conferma che la vitale terza tappa di ciò che sarà il triangolo d’oro eurasiatico, sono le nazioni impegnate nello sviluppo economico pacifico, ora in atto. Iran, Russia e Cina hanno tutti volontà di cooperare potendo cambiare il corso occidentale attuale a base di guerre e distruzioni a favore di pace e cooperazione. Si prendano in considerazione alcuni aspetti dei recenti avvenimenti con l’eliminazione delle sanzioni economiche a Teheran solo qualche giorno prima.
Ciò che emerge nelle dichiarazioni pubbliche seguenti i colloqui tra il presidente cinese e i leader iraniani, dal Presidente Rouhani al capo del Parlamento iraniano Ali Larijani e al leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, semplicemente e chiaramente allude a un profondo cambiamento nelle relazioni tra Cina e Iran. Il 23 gennaio, Xinhua News Agency, riferendo del viaggio ufficiale in Iran di Xi, il primo di un leader cinese in quattordici anni, dichiarava che la visita “stringe i legami nel partenariato strategico globale”. A Teheran il presidente cinese osservò che “la Cina è pronta a lavorare con l’Iran cogliendo lo slancio ed elevando ulteriormente i nostri rapporti e cooperazione pratica, inaugurando un nuovo capitolo dei nostri legami che caratterizzano una completo, solido e stabile sviluppo”.

Sviluppare le fibre economiche
Il contenuto di tale cooperazione è di grande importanza geopolitica e geo-economica non solo per l’Eurasia, ma per il mondo. L’Iran ha appena chiesto ufficialmente di aderire al programma infrastrutturale più importante del mondo, l’iniziativa Via e Cintura della Cina, spesso chiamata iniziativa economica Nuova Via della Seta. L’iniziativa Nuova Via della Seta fu proposta per la prima volta nell’incontro del settembre 2013 ad Astana tra Xi e Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakistan. Il Kazakhstan oggi è anche membro, assieme alla Russia, dell’Unione Economica Eurasiatica e anche della Shanghai Cooperation Organization. Si ricordino questi diversi fili della fibra economica in evoluzione, mentre procediamo. Dalla primo discussione ad Astana del 2013, la Via e Cintura va trasformando la mappa politica ed economica di tutta l’Eurasia. L’anno scorso, nei colloqui a Mosca poco prima dei festeggiamenti del 9 maggio per il Giorno della Vittoria russo, dove Xi era ospite d’onore, Vladimir Putin annunciò che l’Unione economica eurasiatica di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan, formalmente integrava il proprio sviluppo infrastrutturale con la Nuova Via della Seta economica della Cina. Ora l’adesione formale dell’Iran all’espansione eurasiatica della Via della Seta è un passo gigantesco, permettendo all’Iran di rompere anni di isolamento economico e sanzioni occidentali, e di farlo mentre rivoluzioni colorate e altri imbrogli della NATO sono in gran parte vanificati. Si apriranno per il resto dell’Eurasia, in particolare la Cina, ma anche la Russia, nuove vaste possibilità economiche.

Le risorse straordinarie dell’Iran
L’Iran ha una giovane e istruita popolazione di oltre 80 milioni di abitanti, più della metà ha meno di 35 anni, e un esteso territorio strategico grande il doppio del Texas. Ha il nono più alto tasso di alfabetizzazione nel mondo, l’82% della popolazione adulta e il 97% dei giovani tra i 15 e i 24 anni senza discrepanza di genere. L’Iran ha 92 università, 512 università on-line e 56 istituti di ricerca e tecnologici con quasi quattro milioni di studenti universitari, un milione dei quali in medicina. Un terzo o il 31% studia ingegneria e costruzioni, uno dei tassi più alti del mondo. L’Iran oggi non è stagnante e primitivo come molti politici statunitensi s’immaginano. L’ho visto di persona. Il Paese è anche benedetto da vaste risorse economiche non sviluppate, non solo enormi giacimenti di petrolio e gas naturale. Confina con Armenia e Azerbaigian a nord, Afghanistan e Pakistan a est, Iraq e Turchia a ovest. Il Golfo Persico e il Golfo di Oman sono a sud e il Mar Caspio il più grande lago del mondo, a nord, dando all’Iran la maggior parte dell’acqua necessaria per l’agricoltura. In termini di altre risorse naturali, ha una delle più grandi riserve di rame al mondo, così come bauxite, carbone, ferro, piombo e zinco. L’Iran ha anche giacimenti importanti di alluminio, cromo, oro, manganese, argento, stagno, tungsteno, così come varie pietre preziose, come ambra, agata, lapislazzuli e turchesi. E un Paese bello e ricco, come posso personalmente testimoniare. Ora, collegando il Paese alla rete in espansione delle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità della Via e Cintura dell’Eurasia, il futuro dell’Iran sarà saldamente legato allo spazio economico più vivace del pianeta, l’Eurasia dal Pacifico all’India e la Russia, e quando l’UE deciderà di smettere di essere il vassallo suicida di una Washington impazzita, anche all’Europa. In particolare, le relazioni economiche pacifiche tra Iran e Cina risalgono a circa 2000 anni fa, quando la Persia era parte fondamentale dell’antica via commerciale della Via della Seta dalla Cina. Questo fatto è stato sottolineato dal Presidente Xi. Negli ultimi sei anni la Cina è stata il principale partner commerciale dell’Iran che, nonostante le sanzioni occidentali, ha raggiunto i 52 miliardi di dollari nel 2014, destinati ad aumentare notevolmente con la sparizione delle sanzioni occidentali.

L’Iran pedina della NATO?
Certuni hanno speculato negli ultimi mesi che, con le sanzioni degli Stati Uniti ora finite, l’Iran diventerà una pedina dei giochi geopolitici di Washington. Mentre l’amministrazione Obama chiaramente avrebbe assaporato la prospettiva, ciò non accadrà. Un evento recente è stato seguito dall’occidente, in particolare dai media degli USA, illustrando il chiaro intento dell’Iran di difendere proprie autonomia e sovranità, tanto quanto le alleate Cina e Russia, per il disappunto di NATO e Pentagono. All’inizio di gennaio l’Iran sequestrava due imbarcazioni dell’US Navy che avevano violato le acque territoriali nel Golfo Persico. Furono catturate e i 10 marinai a bordo presi in custodia prima di essere rilasciati incolumi, permettendogli di rientrare con le proprie imbarcazioni, con cui avevano “vagato” nelle acque territoriali iraniane intorno l’isola Farsi. Il segretario alla Difesa degli USA Ash Carter ha affermato che “apparentemente” ciò fu causato da un guasto meccanico e di navigazione. Farsi è la base del ramo navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, al centro del Golfo. Il Contrammiraglio Ali Fadavi, comandante del ramo navale della Guardia Rivoluzionaria, conferma pubblicamente Carter dichiarando alla stampa, “finirono in quella zona per il malfuzionamento dei sistemi di navigazione e non sapevano di essere vicini all’isola Farsi“. L’Ammiraglio Ali Fadavi era diplomatico e riservato. La Farsi è una delle basi più strategiche dell’Iran che ospita la forza navale da guerra non convenzionale dell’Iran. Gli Stati Uniti sostengono che le due imbarcazioni “persero” il loro GPS satellitare esattamente nello stesso tempo, e il segretario della Difesa sostiene che non è certo cosa sia successo? Le due imbarcazioni persero anche il contatto radio e tutte le altre comunicazioni durante l’incidente, un enorme imbarazzo per la Marina degli Stati Uniti che solo di recente ha descritto l’Iran come “dalla cultura tecnologica del carro trainato dai buoi”. La perdita di tutte le comunicazioni e del GPS su due imbarcazioni della Marina statunitense allo stesso tempo, significa una cosa: l’Iran ha sviluppato mezzi elettronici altamente sofisticati per accecare il sistema di guida GPS, essenziale per le operazioni della più potente marina del mondo. L’Iran non ha una cultura tecnologica da carro di buoi. In cooperazione con Russia e Siria nella guerra per sconfiggere lo SIIL, ha dimostrato di non essere passivo come l’Iraq di Sadam Husayn del 2003. E nonostante anni di sanzioni degli Stati Uniti oggi, in termini militari, l’Iran non è paragonabile all’Iran della guerra con l’Iraq istigato dagli USA del 1980. Il recente incidente ricorda il caso del 4 dicembre 2011 quando un drone-spia degli Stati Uniti, un avanzato drone-spia Lockheed Martin RQ-170 Sentinel della flotta degli Stati Uniti, atterrò nella campagna iraniana. L’Iran sostenne che una sua unità di guerra elettronica fece atterrare il velivolo. Washington rise, ma l’Iran aveva ragione. Non solo fece atterrare l’aereo, ma ne prese il controllo in volo: “Conoscendone la frequenza, l’Iran tese la sua ‘imboscata elettronica’ con il disturbo delle frequenze di comunicazione del velivolo, sequestrandone il pilota automatico. Emettendo rumore (disturbo) sulle comunicazioni, si disorienta il pilota automatico del velivolo. Quindi presero il controllo dell’aereo“. L’Iran è riuscito a far atterrare il drone in Iran, facendogli “credere” di essere in Afghanistan. L’ultimo sequestro delle due imbarcazioni della marina statunitense in acque iraniane con sofisticati disturbi elettronici, indica che l’Iran di certo non si piega al tempio del potere di Washington. E’ una forza militare molto temibile. Questa capacità di autodifesa è molto importante nel mondo ostile di oggi.

Adesione alla SCO
Ora, con l’Iran partner ufficiale nello sviluppo delle infrastrutture eurasiatiche della Nuova Via della Seta e con le sanzioni degli Stati Uniti finalmente tolte, l’Iran sarà certamente e ufficialmente ammesso a membro a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nel prossimo vertice di questa estate. L’Iran ha attualmente lo status di osservatore della SCO. Attualmente i membri della SCO sono Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e utllmamente India e Pakistan. Nei prossimi mesi la SCO, se le presenti dinamiche continuano, formerà il nucleo dell’emergente Eurasia unificata che collabora economicamente, politicamente, e soprattutto militarmente, come nella lotta al terrorismo. Tenderà a diventare il forum dove questioni vitali dei Paesi aderenti alla SCO saranno elaborate, come i cinesi sono solito dire, in maniera “win-win”. Vediamo la nascita del triangolo d’oro eurasiatico con Cina, Russia e Iran ai vertici. Con il piano per attuare l’infrastruttura ferroviaria della Via della Seta, si assiste all’estrazione di nuovo oro per sostenere la moneta degli Stati eurasiatici, tra cui l’Iran con il proprio importante oro non ancora sfruttato, mentre per il sistema del dollaro iper-inflazionato gonfio di debiti, diventa una formidabile alternativa positiva, impegnandosi su pace e sviluppo. Non è una bella prospettiva?2016-01-12T21-15-40-166Z--1280x720_nbcnews-video-reststate-560F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mantenere il complesso militare-industriale

Jonathan Marshall, Consortium News, 1 febbraio 2016

Poiché aveva comandato le forze alleate nella seconda guerra mondiale, il presidente Eisenhower capì gli eccessi dell’industria bellica e avvertì gli statunitensi sui pericoli del complesso militare-industriale, una forza che continua a dirottare decine di miliardi di dollari delle tasse, come Jonathan Marshall spiega.1027104732La macchina delle acquisizioni militari statunitense può essere l’unico sistema di trasferimento di ricchezze di maggior successo mai concepito, passa decine di miliardi di dollari ogni anno dai contribuenti ordinari alle tasche dei grandi appaltatori della difesa e dei loro alleati nel Congresso. Ma come fornitore di equipaggiamenti per difendere gli Stati Uniti dalle minacce realistiche, è sempre più disfunzionale ogni anno che passa. I piani dell’attuale amministrazione chiamano a spendere un trilione di dollari nei prossimi 30 anni per “modernizzare” l’arsenale nucleare degli Stati Uniti per combattere una guerra inutile che potrebbe decimare le principali civiltà del mondo. Allo stesso tempo, il Pentagono chiede ancor maggiori somme per ammodernare i sistemi d’arma convenzionali più adatti ai conflitti Est-Ovest degli anni ’50 rispetto alle schermaglie di oggi con gli insorti in Medio Oriente, Asia e Africa. La spesa per i principali programmi di acquisizione militare balzano del 23 per cento, tenuto conto dell’inflazione, dall’anno fiscale 2015 a quello 2022. Peggio ancora, Congresso e amministrazione spendono molto di quel denaro in armi che nemmeno funzionano, come viene pubblicizzato. Uno dei più grandi piloti delle nuove acquisizioni è l’F-35 Joint Strike Fighter. L’aereo è troppo costoso e sofisticato per semplici bombardamenti in Siria o Afghanistan, ma anche storpio nei duelli aerei contro i caccia più avanzati di Russia e Cina. Ma è ideale a un solo scopo: col costo totale del programma che si proietta oltre il trilione di dollari, tale programma non mancherà di tenere a galla Lockheed Martin e subappaltatori in 46 Stati per almeno i prossimi vent’anni. Al programma F-35 sono stati assegnati più di 12 miliardi di dollari da un disegno di legge omnibus passato al Congresso a dicembre per l’anno fiscale 2016. Il denaro dovrebbe comprare 68 aerei, oltre ai 44 acquistati nell’anno fiscale 2015. Con l’intero programma, il Pentagono prevede di acquisire più di 2400 aerei. Il programma F-35 ha subito innumerevoli intoppi dal 2001. Per il New York Times, “Il programma è in ritardo di sette anni, i costi sono saliti alle stelle e le sopracciglia s’inarcano dopo che un prototipo è stato battuto da un vecchio F-16 in un dogfight simulato all’inizio dello scorso anno“. I critici notano che l’aereo è stato messo a terra per problemi di sicurezza, di software o altri, tra cui la tendenza a prendere fuoco sulla pista, 13 volte dal 2007. L’ultimo problema tecnico l’eccesso di peso del casco, costato 400000 dollari, che può causare fatali colpi di frusta ad alcuni piloti. Finché non sarà riprogettato, i piloti di peso inferiore a 65 kg staranno a terra. Lo scorso anno, lo stesso casco non era ancora capace di permettere ai piloti di distinguere aerei amici da quelli nemici, capacità piuttosto cruciale quando appaiono come puntini su uno schermo radar al di là del campo visivo. La stabilità dei motori degli aerei è stata valutata “estremamente scarsa” e altri sistemi chiave erano inaffidabili.
HMDS-F35Nella migliore delle ipotesi… faremo decollare un aereo instabile che non può eseguire molte missioni fondamentali per anni“, ha detto Jackie Speier, congressista democratica della California, la scorsa estate. “Nel peggiore dei casi, farà male alla gente o lo terremo a terra nell’hangar spendendo miliardi per l’aggiornamento“. Un pilota collaudatore che ha pilotato l’F-35 nei combattimenti aerei simulati, nel gennaio 2015, contro un vecchio (e molto più conveniente) F-16D, ha riferito che il maledetto aviogetto era incapace di superare l’F-16 nel dogfight. Cosa vera anche se il test era truccato, appesantendo l’F-16 con dei serbatoi di carburante per rallentarlo. Questo risultato ha confermato una simulazione al computer del 2008 degli analisti della RAND, azienda legata all’Aeronautica, riferendo che in un ipotetico conflitto con forze aeree e navali cinesi, l’F-35 verrebbe rapidamente spazzato via. L’ultimo jet degli USA soffre di “accelerazione inferiore, salita inferiore (rateo), virata sostenuta inferiore“, hanno scritto. “Ha anche minore velocità di puntata. Non può virare, salire, correre“. I costruttori dell’F-35 hanno dimostrato la loro superiorità in potenza di fuoco, politica però. Il Center for Responsive Politics ha riferito che nel 2014 il contraente principale dell’aereo, Lockheed Martin, ha distribuito oltre 4,1 milioni di dollari in contributi elettorali, integrati da 7,6 milioni da tre subappaltatori: Northrop Grumman, United Technologies e BAE. Il denaro è stato versato ai membri di Comitato della Camera Servizi Armati, House Appropriations Committee e commissione sugli Stanziamenti del Senato, così come al leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell del Kentucky.
L’F-35 non è l’unica arma malfunzionante del programma di approvvigionamento che drena denaro oggi. Il suo predecessore, l’F-22, s’è dimostrato costoso e sofferente di difetti cruciali ogni 1,7 ore di volo, in media. Anche se volò la prima volta nel 1997, non andò in combattimento che nel 2014, in una missione sulla Siria. Oppure si prenda la Littoral Combat Ship della Marina. Progettata per le missioni costiere, ha uno scafo di alluminio sperimentale che potrebbe essere vulnerabile a mare mosso e fondersi a temperature elevate (ad esempio causate da un attacco missilistico o una bomba). Nessuno lo saprà di sicuro, almeno fino al 2018, ma nel frattempo 24 navi sono state costruite o sono in costruzione. Il segretario alla Difesa Ashton Carter ha chiesto tagli al programma, ma la Marina è in aperta rivolta. Ma non si applauda la leadership civile del Pentagono che rapidamente risponde alla Marina. Carter vorrebbe utilizzare parte dei risparmi del programma navale per comprare più jet da combattimento F-35.F351

Il Pentagono ha speso 51 miliardi di dollari in progetti inutili
Ridus Fort Russ 1 febbraio 20161311476145772798383Washington ha steso l’elenco dei programmi militari irrealizzati costati enormi perdite finanziarie al ministero della Difesa. Gli Stati Uniti hanno stimato le enormi perdite del bilancio nei programmi militari mai completati. Arricchendo le aziende belliche ma senza essere utili all’esercito per le carenze del sistema del bilancio per le spese sui programmi. “Secondo il rapporto del Centro di studi strategici e internazionali degli Stati Uniti d’America, da inizio millennio Washington ha speso 51,2 miliardi di dollari in 15 programmi tecnologici militari abbandonati col sequestro del budget militare”, riferisce l’edizione statunitense di Business Insider. Come è stato affermato ai giornalisti dall’ex-segretario alla Difesa Robert Gates, una riduzione della spesa militare è attualmente la peggiore minaccia alla difesa statunitense.future-combat-systems18,1 miliardi di dollari furono spesi per i misteriosi “sistemi di combattimento futuri”, tra cui la produzione di nuovi veicoli da combattimento previsti per l’esercito, ma di cui infine le truppe non videro altro che prototipi.fort_sill_tanks_10_by_falln_stockUn tentativo di creare un veicolo di combattimento per il Corpo dei Marines finì male: il programma costò 3,3 miliardi. Lo stesso per l’obice semovente XM2001 Crusader (2,2 miliardi).0521439Al secondo posto nella lista delle spese c’è l’elicottero RAH-66 Comanche. Il suo sviluppo costò 7,9 miliardi di dollari. Come nel primo caso, l’esercito statunitense non ebbe il velivolo multiruolo da ricognizione e attacco promesso.csar-x-combat-rescue-helicopterFinì in un fallimento lo sviluppo dell’elicottero presidenziale VH-71. In questo caso 3,7 miliardi del bilancio furono sprecati. 200 milioni furono sprecati per creare l’elicottero di soccorso e altro mezzo miliardo per sviluppare un elicottero da ricognizione.noaa-18poesIl sistema satellitare nazionale operativo su orbita polare per il monitoraggio ambientale è nella terza posizione. Il suo sviluppo costò 5,8 miliardi di dollari. Un altro mezzo miliardo fu speso per un sistema a raggi infrarossi spaziale, progettato per l’allarme precoce sui lanci di missili balistici.airborne-laserLa creazione di sistemi laser a bordo di aerei al bilancio degli Stati Uniti costò 5,2 miliardi di dollari.765Inoltre, il Pentagono si rifiutò di sviluppare il velivolo multiruolo da controllo e coordinamento E-10 (1,9 miliardi).767 Italian Tanker and B-52 1/23/2007Un altro centinaio di milioni fu speso per creare un bombardiere di prossima generazione.cgxSoldi del bilancio furono sprecati anche dall‘US Navy. Il progetto per lo sviluppo di veicoli subacquei avanzati per le forze speciali fallì. Il progetto costò 0,6 miliardi di dollari. Il piano per creare il futuro incrociatore CG (X) (da 0,2 miliardi di dollari) non fu neanche avviato. Nonostante gli Stati Uniti abbiano sempre tagliato i finanziamenti ai propri programmi militari, Washington ha accettato di spendere 300 milioni di dollari per l’esercito ucraino. Il senatore John McCain, commentando la decisione, ha detto che le forze armate ucraine non hanno nulla per opporsi ai militari delle Repubbliche Popolari del Donbas, quindi Kiev ha necessità di ulteriori finanziamenti.Handout photo of workers on the moving line and forward fuselage assembly areas for the F-35 JSF at Lockheed Martin Corp's factory located in Fort Worth, TexasTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: La NATO in caduta libera a causa delle politiche economiche dell’UE (Audio)

NATO-symbol-with-flags-of-member-countriesTEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia e’ stato intervistato dalla nostra Redazione per esaminare diverse questioni politiche internazionali tra cui la caduta libera della NATO.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

La NATO verso il collasso

Alessandro Lattanzio, 29/01/2016

Generale Philip Breedlov

Generale Philip Breedlove

Il 27 gennaio il comando europeo delle Forze Armate degli Stati Uniti (EUCOM) stilava l’aggiornamento della strategia in Europa per “Impedire l’aggressione russa sotto forma di crescente comportamento aggressivo e militarizzazione dell’Artico. La Russia è una sfida seria ai nostri alleati e partner in diverse regioni, è un problema globale che richiede una risposta globale”. Il rappresentante permanente della Russia presso la NATO, Aleksandr Grushko, ha detto “è impossibile commentare nelle forme corrette, perché tale tesi è completamente al di fuori della realtà. Tale formulazione prevede che gli Stati Uniti riuniscano gli alleati, i cui ranghi sono ultimamente dispersi. Dato che nuove minacce e sfide richiedono risposte collettive, devono riunirsi sotto l’ala degli Stati Uniti ed esser costretti ad investire nella difesa per rafforzare il fianco orientale con una nuova cortina di ferro. Le ragioni dell’adozione della nuova strategia sono più profonde del mero desiderio degli Stati Uniti di radunare gli alleati europei” dichiarava il Vicedirettore del Centro informazioni analitiche di Tauride Sergej Ermakov. “La grave esacerbazione delle relazioni con la Russia è il compito principale del comando europeo degli Stati Uniti, per “garantirsi un ambiente sicuro”. Intendendo esattamente l’allineamento degli alleati europei a ranghi serrati e il rafforzamento della NATO come strumento per normalizzare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Gli USA vogliono rafforzare la NATO, ma non tutti i Paesi membri dell’Alleanza hanno fretta di aumentare la spesa per la difesa”. Alcuni Paesi come Polonia ed Estonia hanno aumentato la spesa militare ben al 2% del PIL, un contributo insignificante. Inoltre il comando europeo degli Stati Uniti negli ultimi 10 anni ha seriamente ridotto il dispiegamento militare. “La copertura dei territori controllati dall’EUCOM è addirittura aumentata verso la regione artica. Formalmente la zona di responsabilità del Comando Europeo ha lasciato l’Africa perché è stato creato il Comando Africa degli Stati Uniti, ma in realtà AFRICOM si basa sulle risorse di EUCOM. Obiettivi vaghi, risorse limitate e assenza di serie minacce militari all’Europa, fino a poco prima, permisero ad EUCOM una vita rilassata… Ma dopo i fatti di Crimea si è scatenato l’inferno”. Il fatto che l’esercito russo potesse operare con successo in condizioni di combattimento quasi reale fu una sorpresa sgradevole, in particolare effettuando quelle operazioni che la NATO classifica come “intervento umanitario”. “Ciò ha comportato cambiamenti nella cosiddetta concezione dello schieramento avanzato volto a rafforzare la presenza statunitense in Europa. L’obiettivo di EUCOM è creare una fitta rete di piccole basi in Europa, permettendo agli USA di rischierarvi le proprie forze contro la Russia. Ma se durante la Guerra Fredda gli USA avevano 400000 soldati in Europa, dopo il “rafforzamento della presenza statunitense in Europa” saranno circa 80000”.
Ciò impone alla Federazione russa d'”Investire nella Difesa e a costruire una linea difensiva. Questo è necessario, anche se tali azioni possono scatenare una nuova corsa agli armamenti… Oggi c’è un graduale cambio di leadership nello spazio geopolitico globale“, dichiarava l’accademico dell’Accademia dei problemi geopolitici, l’ex-direttore del Primo Dipartimento per la Cooperazione Militare Internazionale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Colonnello-Generale Leonid Ivashov. “L’occidente si è esaurito ed ora molla, mentre l’età dell’Oriente si afferma. In questo processo assistiamo ad una rivolta contro il diktat statunitense. Come sempre, gli alleati di ieri iniziano ad agire contro Washington. Arabia Saudita e Turchia vedono che l’Iran ha raggiunto il suo obiettivo liberandosi dalle sanzioni. Il processo globale di liberazione dalla dittatura statunitense appare ovvio anche all’Europa. Perciò gli Stati Uniti cercano di sopprimere l’aspirazione russa all’indipendenza, per mantenere anche l’Europa sotto controllo. In caso contrario, c’è il rischio che la liberazione dalla dittatura statunitense diventi un massiccio movimento coordinato. Per riunire l’Europa, è necessario esibire una minaccia estera comune, pratica comune degli Stati Uniti. Quando la minaccia diventa lo SIIL e i profughi da Medio Oriente e Nord Africa, la Russia passa in secondo piano e la solidarietà della NATO comincia ad andare a pezzi. Così gli statunitensi fanno tutto il possibile per presentare i russi nel familiare ruolo di principale nemico. Nel 2015, ricordo, gli Stati Uniti adottarono la nuova strategia di sicurezza nazionale. Nel documento la Russia veniva indicata 13 volte sempre in un contesto negativo. La Russia è il principale nemico nella dottrina militare aggiornata degli Stati Uniti, che ora cercano di riscrivere i punti chiave della strategia della NATO. E’ impossibile aspettarsi altro dagli Stati Uniti date le attuali condizioni“.
Merkel+Erdogan+Mark+50+Years+Turkish+Immigration+o9d5qvOzmvPxE a proposito di ‘flussi di rifugiati’, l’agenzia stampa turca Dogan riferiva che a Diyarbakir si svolgevano gravi scontri tra le forze armate e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che avevano spinto migliaia di persone a fuggire dalla città, nel sud-est della Turchia, dopo che 23 persone, tra cui 3 soldati turchi, erano state uccise. Il 27 gennaio l’esercito turco uccise 11 curdi a Cizre, al confine siriano, e altri 9 a Diyarbakir. Già dal 14 dicembre 2015 134 curdi furono uccisi dall’esercito turco a Diyarbakir. Oltre 2000 civili abbandonavano la città. Dopo il collasso del processo di pace tra le autorità turche e il PKK, nell’estate 2015, Erdogan impose il coprifuoco in varie città curde. Da allora, gli scontri tra le forze turche e PKK sono in corso, dove almeno 198 civili, tra cui 39 bambini, sono stati uccisi dalle operazioni militari iniziate nell’agosto 2015. E il 24 gennaio, Joe Biden, vicepresidente degli USA, incontrava ad Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Davutoglu, per esprimere sostegno alla pulizia etnica della popolazione curda mascherata da guerra contro il PKK. Inoltre, Biden, annunciava che se i colloqui di Ginevra sulla Siria fallivano “Siamo preparati, pronti a una soluzione militare nell’operazione contro lo Stato islamico“, dichiarando che Washington non avrebbe impedito alla Turchia di posizionare truppe in Iraq nei pressi dei giacimenti petroliferi di Mosul, attualmente occupati dallo SIIL, approvando di fatto l’invasione turca dell’Iraq. Inoltre, il vicepresidente degli Stati Uniti non ha detto nulla sul contrabbando di petrolio iracheno e siriano in Turchia, con cui il SIIL finanzia il terrorismo contro la Siria. Biden sa bene che Erdogan e il capo dei servizi segreti turchi, Hakan Fidan, sostengono apertamente lo SIIL, addestrandolo e armandolo nella guerra contro la Siria. Il 18 ottobre 2015 Fidan dichiarò l’aperto sostegno turco allo SIIL: “L’Emirato islamico è una realtà e dobbiamo accettare di non poter debellare una ben organizzata e popolare istituzione come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi occidentali a rivedere il proprio modo di pensare sulle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e a contrastare Putin che vuole schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani“. Lo Stato islamico è un alleato della NATO, creato dalla struttura clandestina terroristica atlantista StayBehind/Gladio turco-anglo-franco-italiana, o Gladio-B in Medio Oriente, per distruggere il governo baathista siriano, col coinvolgimento diretto della Turchia di Erdogan e della monarchia wahhabita guidata da re Salman e dal figlio militarmente incompetente, ma ministro della Difesa, principe Muhamad bin Salman. “C’è oggi un’alleanza militare ed economica tra l’osceno megalomane Erdogan e la monarchia wahabita saudita. Da parte loro, il monarca saudita Salman e il principe Muhamad bin Salman vogliono strappare altri giacimenti per aumentare la propria ricchezza. Questo non perché la monarchia sia indigente, ma perché ha l’illusione che possedendo altro petrolio potrà finalmente “sedersi al tavolo del padrone”, e non essere trattata dagli arroganti oligarchi occidentali come beduini primitivi in Rolls Royce”, afferma F. William Engdahl. Nel frattempo l’Arabia Saudita organizzava i colloqui Turchia-Egitto nell’ambito dell’accordo per il passaggio della presidenza dell’OIC (Organizzazione degli Stati islamici), dall’Egitto alla Turchia. Nel 2013 Erdogan condannò il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani rifiutando di riconoscere la legittimità del presidente egiziano al-Sisi. Ora, secondo l’accordo saudita, al-Sisi cederà la presidenza dell’OIC e consegnerà centinaia di Fratelli musulmani egiziani detenuti al regime islamista di Erdogan che, secondo Engdahl, diverrebbe il “protettore” di Fratelli musulmani e Stato islamico, spianando la strada alla riesumazione del califfato islamico del nuovo Gran Sultano Recep Tayyip Erdogan. E in tale quadro va inserita l’alleanza slavofoba tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente turco Erdogan. Dove difatti la Germania ignora la strage dei curdi nel sud-est della Turchia, il contrabbando di petrolio e la collaborazione di Ankara con i terroristi dello SIIL. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt la cancelliera tedesca Merkel “ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica… Erdogan ha creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese con l’aumento delle violenze.
Intanto si amplia il ‘fronte orientale’ nell’Unione europea, il serio scontro sulla sovranità tra la Polonia e l’ingerenza dell’UE guidata dalla Germania. Nella frattura intra-europa tentano d’infiltrarsi gli interessi statunitensi, guidati dal solito George Soros, che fa il diavolo in quattro per cercare di salvare la creatura mostruosa su cui ha speso il proprio capitale finanziario-mediatico, il governo golpista neo-banderista di Kiev, oramai sull’orlo della bancarotta economica e della disintegrazione territoriale, e che attrae l’attenzione di Varsavia e Berlino. Si tratta del vero oggetto occulto del contenzioso tedesco-polacco: come affrontare il fallimento ucraino. Nel frattempo, sebbene i polacchi continuino a parlare di una vaga “minaccia russa” invocando l’insediamento permanente della NATO nel Paese, la Polonia compie discreti tentativi di riavvicinamento alla Russia. Su iniziativa del nuovo governo polacco, si svolgeva un incontro russo-polacco il 22 gennaio a Mosca, tra i viceministri degli Esteri dei relativi Paesi. I russi chiedevano un forte intervento delle autorità polacche contro i vandalismi sui monumenti che commemorano i caduti dell’Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale, “La retorica ostile va respinta se si vuole un rapporto russo-polacco normalizzato, affermava il Ministero degli Esteri russo dopo le consultazioni bilaterali tra i viceministri degli Esteri. La Russia è pronta a costruire in modo pragmatico contatti con il nuovo governo polacco, avanzando laddove è possibile, dichiarava dopo le consultazioni del Primo Viceministro degli Esteri russo Vladimir Titov con il Viceministro degli Esteri polacco Marek Ziolkowski. “Non è dovuto alla Russia il blocco del dialogo”, dichiarava il Ministero. “Fu sottolineato che se c’è un tentativo di normalizzare le relazioni, un’atmosfera adeguata va creata, e retorica ed azioni ostili vanno evitati”, continuava la dichiarazione. “L’accento era posto sul mantenimento delle debite misure per la protezione di monumenti e sepolture militari russi in Polonia, dato che gli atti di vandalismo sono sempre più frequenti. Le parti hanno deciso a breve l’organizzazione della riunione di un gruppo di lavoro secondo l’attuazione dell’accordo intergovernativo del 22 febbraio 1994 sui monumenti alle vittime di guerre e repressioni. Inoltre, l’articolo indicava che la parti hanno deciso consultazioni per risolvere pragmaticamente le liti sulle proprietà diplomatiche in entrambi i Paesi. “Le parti hanno deciso di spianare la strada ai negoziati con la prospettiva per un accordo intergovernativo”.” Osserva Philppe Grasset, “i polacchi dovranno agire con estrema cautela per evitare di dare altri argomenti a coloro che gli fanno pressione, UE e Germania, NATO e Stati Uniti. Tuttavia, con la solita deriva massimalista degli Stati Uniti che accompagna il “totalitarismo democratico” di Unione europea e Germania, e dato che UE e Germania sono in grave crisi, ci sarà ancora più pressione rigorosa sulla Polonia e altre pressioni si avrebbero se la Polonia stringesse un’alleanza con la Russia. A nostro avviso, le relazioni in tale direzione potranno solo peggiorare, con molto probabili soliti tentativi di cambio di regime per destabilizzare la Polonia. L’incognita riguarda i russi. Putin avrà una “parte” in Polonia o andrà avanti senza altro scopo che iniziare a migliorare le relazioni, a condizione che i polacchi rispettino i monumenti commemorativi, vale a dire intervenendo pesantemente in questo senso? Troviamo qui l’incertezza russa con l’ambiguità di Putin nei rapporti diretti con il blocco BAO (UE, Germania, Stati Uniti d’America). E’ il caso del “piede” nella Russia di Putin (“dentro e fuori il sistema”) assai più percepito, in questo caso, nelle strutture finanziarie e monetarie e in certi oligarchi, ancora visti come “filo-occidentali”, vicini al sistema e alla globalizzazione nonostante le promesse di cambiamento al culmine della crisi in Ucraina; aspetto criticato a Putin anche dai “filo-putiniani” più conseguenti… L'”attacco alla Polonia” s’inscrive in tale contesto, per la Russia, da cui la sua massima cautela se non riluttanza. D’altra parte, i russi possono ritenere di non avere a che fare con un nuovo scenario “greco” (Tsipras che chiede aiuto a Mosca contro l’Unione europea, per capitolare completamente verso UE e Germania). D’altra parte, ancora, la Polonia non è la Grecia e vi sono molti elementi nella crisi da renderla molto più grave della crisi greca, con aspetti geopolitici cruciali. I russi avrebbero grande difficoltà a non prestarvi maggiore attenzione”. I polacchi si troverebbero, spinti dall’arroganza di UE, Germania, USA e NATO, bloccati nel dilemma di dover scegliere tra una posizione intransigente, da rafforzare con ulteriori legami con la Russia, o arrendersi completamente avviandosi verso una rinnovata russofobia. “E’ quindi possibile che a un certo punto i russi ritengano che sia più dannoso non rispondere con maggior entusiasmo alle richieste polacche“. E difatti, il Ministero della Difesa (MON) della Polonia annunciava la creazione di forze di difesa territoriali, che potrebbero includere 46000 effettivi e modellati sulla Guardia nazionale degli USA. L’idea fu avviata dall’eurofila Piattaforma civica (PO) ed ora viene accelerata dall’euroscettico Partito Legge e Giustizia (PiS) al potere. Nel novembre 2015, il neo-ministro della Difesa Antoni Macierewicz dichiarava che l’organizzazione della difesa territoriale è uno dei compiti più importanti del suo ministero. I piani iniziali prevedono la creazione di 3 brigate nel nord-est della Polonia, ai confini con Russia e Bielorussia. In definitiva il MON vuole creare una dozzina di tali brigate, suddivise in due componenti: quella della difesa territoriale, dotate di armi leggere, e la componente mobile dotata di missili anticarro e antiaerei, carri armati e blindati, da usare per rinforzare l’esercito, mentre la difesa territoriale garantirebbe l’ordine nelle retrovie. La Guardia nazionale diverrebbe la quinta forza armata della Polonia, posta sotto il diretto controllo del governo centrale, soprattutto pronta ad affrontare rivolgimenti interni, piuttosto che combattere minacce estere. Chiaramente l’obiettivo è prepararsi contro un ‘nemico interno’, percepibile nella componente filo-europeista della società polacca, e nelle temute rivoluzioni colorate, sempre incombenti anche per chi non si allinea perfettamente alle direttive della NATO.
Germany_Tornado_recce-e1437554848656 Secondo il giornale Rzeczpospolita, gli USA dopo aver promesso la creazione di basi permanenti in Polonia, cambiavano idea dopo l’intervento della Russia in Siria, per evitare d’irritare Mosca con la costruzione di basi in Polonia. La richiesta del presidente polacco Andrzej Duda di creare basi permanenti della NATO fu discussa col segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e col Comandante supremo della NATO in Europa (SACEUR), l’instabile russofobo Generale Philip Breedlove. Inoltre, il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski aveva offerto a Londra un accordo di scambio tra la posizione della Polonia sui diritti sociali dei cittadini polacchi residenti in Gran Bretagna e il sostegno inglese all’installazione di basi permanenti atlantiste in Polonia, senza ricevere una risposta conclusiva, però. Il ministro della Difesa Macierewicz parlando all’omologo inglese Michael Fallon, ebbe la promessa della presenza, su rotazione periodica ma non permanente, di 1000 soldati inglesi. Con il mutare della situazione geopolitica, la NATO non vuole peggiorare i rapporti con Mosca, tanto più che la capacità operativa delle forze armate atlantiste è gravemente compromessa, di cui l’intervento della NATO in Siria, la cui inoperatività dimostrava aver oramai assunto aspetti grotteschi: i 6 cacciabombardieri Tornado tedeschi, schierati in Siria per le missioni di ricognizione, non possono volare di notte, tutti i giorni Bild ha riportato Martedì in un nuovo imbarazzo per il Ministero della Difesa, poiché i piloti venivano accecati dalle luci del cockpit, la cabina di pilotaggio, ritenute eccessivamente luminose. Il ministero della Difesa tedesco ammetteva che c’è “un piccolo problema tecnico riguardo l’illuminazione della cabina di pilotaggio. E’ possibile che gli occhiali notturni indossati da piloti provochino riflessi”. Perfino l’arma di ordinanza dell’esercito federale, il fucile d’assalto G36 creava problemi nel ritmo di tiro, mentre Der Spiegel rivelava che solo 4 dei 39 elicotteri NH90 in servizio delle forze armate federali tedesche erano operativi. Ciò da la misura dello stato dell’esercito e dell’aeronautica tedeschi, la punta di lancia della NATO. E questo nonostante le deliranti velleità russofobe dei vertici burocratici della NATO.

Antoni Macierewicz

Antoni Macierewicz

Fonti:
Dedefensa
Defense News
FARS
Fort Russ
NEO
South Front
South Front
South Front

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.209 follower