Il ‘Piano B’ della Grecia: il pivot su Israele

Alessandro Lattanzio, 3/8/2015

E’ probabile che i greci abbiano chiesto qualcosa ai russi, ma i cinesi hanno detto di no. Kammenos non ha mai parlato di Iran, ma di terrorismo nei balcani. L’accordo con Israele rientra nel quadro della spartizione delle risorse petrolifere del mediterraneo, chiunque avrebbe agito nello stesso modo, sopratutto Atene, e dopo che i ministri degli esteri israeliano Dore Gold e il suo omologo turco Feridun Sinirlioglu si erano incontrati in segreto a Roma. L’accordo israelo-greco è di carattere legislativo, non militare. Varoufakis ha clonato conti correnti e ha creato una cellula segreta che si è dedicata all’hackeraggio (il tutto in combutta con hedge fund-Soros e forse la NSA statunitense). Inevitabile che finisse indagato.

Il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias e il premier israeliano Biniyamin Netanyahu

Il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias e il premier israeliano Biniyamin Netanyahu

Il 19 luglio Grecia ed Israele firmavano un accordo sullo “status delle forze militari” che “offre difesa legale ai rispettivi militari mentre si addestrano nel Paese controparte dell’accordo”. “Apprezziamo molto la vostra visita in un periodo difficile per la Grecia“, dichiarava il ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon, ex-capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’omologo greco Panos Kammenos, “Questo sottolinea l’importanza delle relazioni tra i nostri Paesi“. Kammenos ha difeso l’accordo per motivi di “antiterrorismo”, insistendo che “il popolo greco è molto vicino al popolo d’Israele”, aggiungendo che il terrorismo è presente al di fuori del Medio Oriente, in particolare nei Balcani, rappresentando una minaccia la Grecia. Yalon aveva risposto che “Il terrorismo è terrorismo. Oggi è diretto contro qualcun altro, e domani raggiunge te“. Durante l’incontro, i due ministri hanno discusso anche di questioni attinenti la sicurezza marittima e delle risorse energetiche nella ZEE di Grecia, Cipro e Israele; cooperazione nell’industria della difesa e distribuzione di energia. Il Capo di Stato Maggiore greco Viceammiraglio Evangelos Apostolakis firmava un accordo con l’omologo israeliano sulla cooperazione idrografica tra i due Paesi. Già nel 1994 Israele e Grecia firmarono un accordo di cooperazione nella difesa. In precedenza, il 6 luglio, il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias incontrava il ministro israeliano delle infrastrutture nazionali, dell’energia e dell’acqua Yuval Steinitz sul futuro della cooperazione energetica. Kotzias aveva discusso con Steinitz la possibilità di creare un corridoio energetico israelo-greco-cipriota e la posa di un gasdotto tra i tre Paesi, aprendo una via al mercato europeo ad Israele. A novembre, l’ex-ministro dell’energia Silvan Shalom espresse sostegno al gasdotto da Israele per Cipro e Grecia, e nell’incontro con Kotzias, Shalom aveva ribadito l’idea di costruire il gasdotto in parte con i finanziamenti dell’Unione Europea. “Il gasdotto diverrebbe un’ulteriore fonte di gas per l’Europa, affidabile e disponibile“, aveva detto Shalom. Il piano infrastrutturale tra Israele, Cipro e Grecia comporterebbe anche la costruzione di un elettrodotto sottomarino di 270 km da Israele a Cipro e un altro di 600 km da Cipro alla Grecia, permettendo un flusso bidirezionale per 2000 megawatt. A Kotzias Steinitz aveva detto che Israele segue accuratamente gli sviluppi in Grecia e che Israele esprime la speranza che la Grecia esca dalla crisi rapidamente. Ringraziando Steinitz per i suoi commenti, Kotzias rispose che Israele è uno dei più stretti amici della Grecia nel mondo e “certamente nella regione”.
egypte-israel_leviathan-gasNel frattempo, nei prossimi 18 mesi la Grecia dovrà ricevere 2 nuovi sottomarini di costruzione tedesca e due pattugliatori d’attacco fabbricati in Gran Bretagna. Nonostante ciò, le forze armate elleniche, che contano 109000 militari (e altrettanti stipendi) si sono viste ridurre le spese per la difesa del 54% (4 miliardi di euro) l’anno scorso. Il governo greco aveva offerto di ridurre le spese militari di 200 milioni, ma la troika, smentendo ciò che si dice sugli interessi tedeschi e francesi, rispose chiedendo una riduzione di 400 milioni di euro. La proposta del Primo ministro Alexis Tsipras di ridurre di 200 milioni la spesa militare, suscitava a sua volta le minacce del Ministro della Difesa Panos Kammenos, del partito ANEL, di lasciare il governo. Il governo Tsipras dichiarava quindi che non ci sarebbero stati più tagli alla Difesa. Comunque, il bilancio della Difesa è ancora pari al 2,5% del PIL della Grecia. La Grecia è uno dei pochi membri della NATO, assieme a Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Turchia e Polonia, a seguire la raccomandazione dell’alleanza per una spesa militare superiore al 2% PIL. Un’ennesima smentita degli isterismi sull’imminente guerra, e addirittura invasione, della NATO contro Russia, Serbia o quant’altro. Ad aprile il governo greco firmava un accordo da 500 milioni di dollari con gli Stati Uniti per l’aggiornamento di 5 pattugliatori, il che spiegherebbe l’atteggiamento morbido del FMI, feudo di Washington, nei confronti della crisi greca. “Nient’altro può essere tagliato senza impatto sulle forze armate“, ha detto l’ex-Maggior-Generale Ioannis Parisis, presidente dell’Accademia per le analisi strategiche di Atene. “Se torniamo alla dracma, sarà un colpo mortale alle forze armate perché importiamo quasi tutto“, compreso il carburante. La Grecia ha più truppe della Polonia, Paese con una popolazione tre volte più grande, e questo per difendersi dall”alleata’ Turchia, altro Paese membro della NATO, anche se Ankara s’era offerta di aiutare Atene. La Grecia aumentò le spese militari quando la Turchia invase Cipro nel 1974, e le ultime follie furono l’acquisto di 170 carri armati tedeschi Leopard 2 per 1,7 miliardi di euro nel 2003. La Grecia ha anche acquistato da Germania, Francia, Gran Bretagna, USA e Ucraina 400 tra aerei ed elicotteri, 9 sottomarini e circa 30 navi da guerra. Ma oggi i tagli al bilancio hanno messo a terra diversi aerei e immobilizzato i carri armati. Il governo Tsipras finora s’è anche rifiutato di ridurre il personale militare, improponibile per un Paese con un tasso di disoccupazione del 26%. Inoltre il ministro della Difesa Kammenos ha un ampio seguito tra i militari, e la prospettiva di migliaia di soldati disoccupati non aggrada il partner della coalizione di Syriza, anche perché, “La gente vede le spese per la Difesa come necessarie data la lunga ostilità turca sul Mar Egeo“, spiega il giornalista greco Matthaios Tsimitakis. “La stragrande maggioranza dei greci sarebbe molto felice di tagliare le spese militari, a condizione che l’UE garantisca i confini della Grecia“.GreekAirspace-011-714x472Infatti, gli aerei da guerra turchi hanno notevolmente aumentato le incursioni nello spazio aereo greco. Il 15 luglio, 6 caccia turchi violarono lo spazio aereo greco 20 volte, dopo l’incursione di elicotteri militari turchi la settimana precedente. Dopo diversi anni, le incursioni aeree turche sui territori della Grecia sono balzati in alto. “La ragione principale sono i conflitti di sovranità sul Mar Egeo“, dichiarava Mustafa Kutlay, professore presso l’Università di Economia e Tecnologia di Ankara. “I turchi cercano d’imporre la loro sovranità sulle isole contese e trascinare la Grecia al tavolo dei negoziati“, dichiarava Thanos Dokos, direttore generale della Fondazione ellenica per la politica estera ed europea, “Ciò che preoccupa sono i voli a bassa quota, spesso degli elicotteri, su queste isole“. Molti degli incidenti avvengono sulle acque a quattro miglia dalle coste turche e su un arcipelago di sedici isole che Atene considera suo territorio; rivendicazioni contestate da Ankara. Le incursioni turche di giugno e luglio si sono avute su questi isolotti, tra cui Farmakonisi, Kounelonisi, e Agathonisi. Nel 2014 i velivoli militari turchi avevano violato lo spazio aereo greco per 2244 volte, e 361 volte fino al maggio 2015. “Il riavvicinamento politico tra i due Paesi, nei primi anni 2000, e la crisi economica greca contribuirono a diminuire i duelli aerei“, osservava Kutlay, direttore del Centro Studi europei USAK, think-tank turco, “Ma il mutevole ambiente della sicurezza regionale sembra colpire un nervo scoperto e Turchia e Grecia sono ora più sensibili nei rispettivi confronti sull’Egeo“. Lo stato di prostrazione della Grecia non pone alcuna minaccia alla Turchia, e lo Stato Maggiore turco non ha alcuna ragione per far incrementare le attività aree. “Nel caso di incursioni aeree, si deve reagire“, afferma Dokos. “E’ molto difficile ritirarsi unilateralmente da una situazione di aggressione militare. E’ una situazione tragica, perché i soldi che spendiamo per i duelli aerei con la Turchia l’avremmo potuto spendere per altre priorità della Difesa“. Nel 1987 e nel 1996 i due Paesi furono sull’orlo della guerra. Nel 2006 in un duello aereo 2 caccia F-16, uno turco e l’altro greco, entrarono in collisione, uccidendo il pilota greco. Poco dopo l’insediamento a gennaio, il ministro della Difesa Kammenos si recò sulle isole contestate, mentre il ministro della Difesa turco Ismet Yilmaz affermò in Parlamento che appartengono di fatto alla Turchia. A maggio, Kammenos propose la costruzione di una base NATO in una delle isole contestate in modo che l’alleanza “avesse una visione completa del comportamento della Turchia nella regione“. Ulteriore spiegazione del ‘pivot israeliano’ di Atene. La Turchia porta avanti un ambizioso programma di modernizzazione dell’aeronautica, già dotata di oltre 100 jet da combattimento F-16. A gennaio, il governo turco approvava l’acquisto di 4 aviogetti da caccia F-35 e 5 elicotteri Chinook, ed ha in programma di acquistare 100 F-35, mentre a primavera il governo turco approvava anche un programma per lo sviluppo di aerei da combattimento e di un jet regionale per uso civile e militare.
1422440547680 L’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis viene indagato per aver piratato i conti dei contribuenti greci, in vista dell’uscita della Grecia dall’euro, nell’ambito di una squadra segreta tra cui figurava l’economista statunitense James Galbraith, il quale precisava presso i media che “oltre a una conversazione telefonica inconcludente con il deputato Costas Lapavitsas, non c’era alcun coordinamento con Siryza e le idee del nostro gruppo di lavoro avevano ben poco in comune con le loro”. Varoufakis, che affronta anche l’accusa di alto tradimento, confermava i preparativi segreti per hackerare in codici fiscali dei cittadini greci per creare un sistema di pagamento parallelo. In una conferenza a Londra, presso il think tank OMFIF, del 16 luglio, Varoufakis aveva delineato il suo piano segreto e accusava il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble di “propendere per la Grexit”, far uscire Atene dall’eurozona e ricattare la Francia; “Avevamo intenzione di creare, di nascosto, conti di riserva collegati ad ogni codice fiscale, senza dirlo a nessuno affinché questo sistema operasse in segreto, naturalmente poteva essere denominato in euro, ma poteva essere subito convertito in nuova dracma. Il primo ministro, prima della nomina e delle elezioni di gennaio, mi diede via libero per sviluppare un piano B. Riunì una squadra molto competente, limitata dovendo mantenere questo piano segreto per ovvie ragioni. Ci lavoravamo da dicembre-inizio gennaio. Il nostro piano si sviluppava su molti fronti, io ne indico uno. Prendiamo il caso dei primi momenti in cui le banche vengono chiuse. I bancomat non funzionano più ed è necessario implementare un sistema di pagamento parallelo per sostenere l’economia per qualche tempo e dare l’impressione al pubblico che lo Stato ha il controllo, che c’è un piano. Lo programmammo. Ciò avrebbe creato un sistema bancario ombra durante la chiusura delle banche per l’azione aggressiva della BCE, per soffocarci. Era molto tardi e penso che avrebbe fatto la differenza, perché potevamo subito estenderlo, utilizzando le applicazioni degli smartphone, divenendo un sistema parallelo, ovviamente, basato sull’euro ma che poteva essere convertito in dracme subito. La direzione generale delle finanze pubbliche era completamente controllata dalla troika. Non dal mio ministero, da me, ministro, ma da Bruxelles. L’Amministratore Delegato viene nominato su supervisione della troika. Immaginate, è come se le finanze del Regno Unito siano controllate da Bruxelles. Sono sicuro che che fa rizzate i capelli a sentirlo“. Varoufakis quindi chiamò un “amico d’infanzia”, professore d’informatica presso la Columbia University, e lo nominò Direttore Generale dei Sistemi Informativi. “Dopo una settimana, mi disse: ‘Sai una cosa? Controllo macchine ed attrezzature, ma non controllo il software. Appartiene alla Troika. Cosa faccio?’. Decidemmo di usare un programma dal computer del mio ufficio per copiare i codici dal sito web delle imposte (Taxisnet), per progettare e sviluppare il sistema parallelo di pagamento. Eravamo pronti ad ottenere il via libera dal Primo Ministro, quando le banche avrebbero chiuso, entrando nella direzione generale delle finanze pubbliche, controllata da Bruxelles, e collegare il portatile per attivare il sistema“. Cosa tentava di attuare di attuare Varoufakis? Un golpe degli hedge funds? Per conto di Soros come sospetta da tempo Wayne Madsen.
Il Segretario generale del Partito comunista sudafricano e ministro della Funzione pubblica Jeremy Cronin ha affermato, riguardo alla relazione tra Grecia e BRICS, “Prima del referendum greco si è detto che la banca BRICS avrebbe fornito i finanziamenti. Per quanto ne so, la questione non fu mai formalmente sollevata. C’è certamente simpatia per la Grecia…. Tuttavia, non va esagerata la portata di una sola istituzione di recentissima creazione. … La realtà attuale dell’UE riflette la realtà globale, con un centro economico (Germania in particolare), economie semi-periferiche (Grecia, Irlanda) e periferiche (gran parte dell’Europa orientale). Ciò evidenzia la necessità di una solidarietà anticapitalista globale e della difesa della sovranità nazionale e democratica. La complicità dei socialdemocratici tedeschi (e di altre formazioni europee di centro-sinistra), nel sostenere il piano di austerità greco è molto istruttiva, come lo è la responsabilità storica del PASOK su gran parte della crisi attuale. … Guardando la situazione greca dalla prospettiva meridionale, chiaramente un piano B era e rimane l’unica via d’uscita, anche se tali scelte possono essere difficili. La nostra lettura è che le misure di austerità imposte alla Grecia sono dettate più da ragioni politiche che da imperativi economici. Qualsiasi tentativo di tracciare un percorso nazionale relativamente sovrano su mandato democratico viene punito, avvertendo Spagna, Italia, Portogallo ed Irlanda e ovunque agiscano partiti anticapitalisti. Ho il sospetto che questo sia il motivo per cui il FMI ha preso una posizione più economica e meno politica, avendo chiaro che l’attuale assetto non è sostenibile”.

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ll ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon con l’omologo greco Panos Kammenos

La Turchia in soccorso della Grecia…
Philippe Grasset, Dedefensa, 1° luglio 2015

GreekCoast-714x868Dal momento che la Grecia ha le sue difficoltà in Europa, sinonimo di pace e prosperità almeno dal 2010-2011, un problema aleggia sullo sfondo, l’atteggiamento della Turchia. Entrambi i Paesi hanno sperimentato decenni di acuto confronto e ancora hanno controversie, in particolare sulle prerogative nelle rispettive aree sul Mar Egeo, sulla questione di Cipro, ecc. Anche se alleati nella NATO il “conflitto” tra Grecia e Turchia è un classico dal 1945, alcuni esperti e diplomatici greci hanno talvolta sollevato la possibilità che l’indebolimento della Grecia avvantaggi la Turchia che prende l’iniziativa su ogni lite, e vi sono anche casi in cui si registrano incidenti aerei, con alcune incursioni aeree turche sulle acque territoriali greche soggette alle pretese turche. Altre critiche furono rivolte da certi circoli greci alla Turchia secondo cui riceve un numero considerevole di rifugiati siriani per facilitarne il passaggio in Grecia, già sovraccarica di rifugiati e nello stato catastrofico che sappiamo. È quindi tanto più notevole che la Turchia segnali per la prima volta dalla crisi greca, in modo notevole, ufficiale e volontario con un discorso del primo ministro Ahmed Davutoglu sulla situazione greca, con solidarietà completamente positiva, una proposta di aiuto alla Grecia. AFP (La Croix del 30 giugno 2015) ha trascritto la proposta di Davutoglu: “Il Primo ministro islamico-conservatore della Turchia Ahmet Davutoglu ha offerto aiuto alla Grecia, al limite dell’inadempienza, affermando di esser pronto a considerare “qualsiasi proposta di cooperazione” con il vicino. “Vogliamo che la Grecia sia forte, (…) siamo pronti ad aiutarla a superare la crisi economica con la cooperazione su turismo, energia, commercio”, ha detto Davutoglu durante il discorso ai membri del partito. “Contatteremo la Grecia per organizzare un incontro di cooperazione ad alto livello nel più breve tempo possibile, prendendo in considerazione un’azione comune sulla crisi finanziaria che l’ha colpita”, ha aggiunto“. Sputnik riporta l’intervento di Davutoglu, anche intervistando altri politici, turchi e greci, le cui reazioni erano tutte estremamente favorevoli. (Sputnik, 30 giugno 2015).
… Alla domanda di Sputnik (sull'”aiuto umanitario” di 1,9 miliardi di dollari, il deputato del Partito Democratico del Popolo, Ertugrul) Kurkçu ha detto: “Sarebbe il miglior aiuto possibile al vicino attualmente in una situazione economica difficile. Ciò svilupperà amicizia e riconoscimento del popolo greco e ci permetterà di stabilire la pace nella regione del Mar Egeo”. Secondo il deputato, la Turchia ha risorse sufficienti per aiutare la Grecia, in particolare nel 2013 Ankara contribuì con 1,9 miliardi dollari di dollari di aiuti umanitari alle organizzazioni internazionali. “Potremmo dare questo aiuto alla Grecia come debito senza interessi”, aveva detto. Secondo Kurkçu, il versamento di 1,6 miliardi di euro, la parte del debito che Atene deve pagare ora, potrebbe essere un efficace passo diplomatico permettendo alla Grecia di evitare il default e di organizzare il referendum. “Abbiamo fatto questa proposta perché siamo solidali con il governo di Syriza e i nostri obiettivi politici sono gli stessi”, ha detto Kürkçü. “La deputata di Syriza Sia Anagnostopoulou ha accolto con favore la proposta della Turchia. “La solidarietà dei Paesi vicini è molto importante. Insieme possiamo diventare più forti e ricchi. In questo contesto, la proposta del signor Kurkçu è molto importante per noi”, aveva detto“. Presumibilmente, se Davutoglu l’ha detto è indubbio che avesse l’appoggio completo di Erdogan (Davutoglu non avrebbe preso una posizione su un tema così delicato senza l’approvazione del presidente, inoltre i due uomini sono molto vicini). La posizione della Turchia, generalmente ostile alla Grecia, in favore di una solidarietà attiva con essa sembrerebbe sorprendente, veramente sorprendente anche nella fantasiosa politica a tutto campo di Erdogan, a volte greve e a volte migliore. (L’aspetto stravagante di Erdogan sembra riservato principalmente a tutto ciò che sia ad est/sud-est, cioè in Medio Oriente in generale. A nord/nord-est, e in particolare con la Russia, Erdogan sembra generalmente meno stravagante seguendo linee più solide: la Grecia ne è l’azimut). Pertanto la Turchia di Erdogan ha adottato verso la Grecia una politica di solidarietà attiva, mentre le è stata a lungo ostile potendo semplicemente rimanere indifferente; ciò non dovrebbe sorprendere più di altre giravolte di Erdogan. Ma questa svolta ha finemente operato e ben negoziato, e sarebbe senza dubbio estremamente interessante; insomma, merita attenzione oltre la semplice osservazione della singola iniziativa “umanitaria” bramata dalle direzioni politiche del blocco BAO. (Ma dal loro punto, finora, volto agli aiuti “umanitari” alla Grecia…)
La differenza di linguaggio dei turchi verso la Grecia da un lato, e quello delle “istituzioni” del sistema e altre europee verso la Grecia, dall’altro lato, è impressionante. I primi parlano di politica, solidarietà regionale, solidarietà umana, necessità di stabilità comune, condivisione di responsabilità politica e umana; i secondi parlano di leggi economiche (a loro vantaggio), labirinto finanziario, settarismo capitalistico, ultimatum contabili, distruzione di economie, creazione del debito per distruggere le nazioni a vantaggio delle banche, ecc. Da un lato linguaggio umano e politico, dall’altro quello contabile spietato senza il minimo interesse per il fattore umano. Inoltre, nelle dichiarazioni citate sembra che tutto avvenga come se la Grecia affronti un avversario comune anche alla Turchia, e che non sia altro che l’inganno monetario che ottusamente schiaccia i popoli con la macchina-sistema, la finanza che spazza via le strutture umane a vantaggio degli azionisti e del sistema di omologazione… La solidarietà c’è anche a questo livello, tra comunità, popoli, comunità umane che naturalmente diventano antisistema perché inconsciamente sentono che l’attacco del sistema a uno di loro riguarda tutti, perché il sistema non fa assolutamente mai eccezioni, strutturate o perenni. Naturalmente, si potrebbero evocare le manovre turche, i vantaggi che la Turchia potrebbe affermare verso la Grecia in cambio dell’aiuto che avrebbe intenzione di offrire, cosa né impossibile né cattiva, ma preferiamo considerare la situazione presentatasi in tutta la sua crudezza ed imponenza, perché infinitamente più interessante. (E anche se l’aiuto della Turchia alla Grecia è minimo rispetto alle capacità turche: in questo caso, il gesto ha un potere politico sproporzionato all’importo previsto, ed è la politica che c’interessa più della grande contabilità finanziaria). Si potrebbe anche aggiungere che se una manovra c’è, potrebbe essere la Turchia che dice alla Grecia dietro le quinte, “l’UE non ci vuole ma vedete come l’Unione europea considera coloro che ne fanno parte e come noi trattiamo uno dei membri dell’UE“. Infine si aggiunga la dimensione regionale. Questa mano tesa turca alla Grecia dovrebbe incoraggiarla ad avvicinarsi alla Turchia, come a continuare, e questa volta i catastrofici attacchi europei sono presenti e identificati come tali, l’apertura alla Russia in modo più serio di quanto mai fatto finora. Si noterà immediatamente che ci si ritrova in piena coerenza, perché da una parte c’è la vicinanza tra Russia e Turchia (nonostante un momentaneo raffreddamento che appare passeggero della Turchia verso la Russia avendo Putin partecipato alle cerimonie del centenario del genocidio armeno), e dall’altra parte in particolare il gasdotto South Stream, bruscamente abbandonato in barba all’UE dalla Russia nel dicembre scorso, e sostituito dal gasdotto Turkish Stream proposto dalla Russia alla Turchia, che rientra in Europa propria dalla Grecia.Pipelines_Blue_South_Stream_risultatoFonti:
Les Crises
Haaretz
Histoire et Societé
Indian Punchline
Israel Defense
Jerusalem Post
MoD Greece
Mondoweiss
Politico
Politico
Straits Times

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ishenko: sarà peggio nell’Ucraina liberata che in Crimea

Intervista a Rostislav Ishenko di PolitNavigator, 31 luglio 2015 – Fort Russ10336783D: Quando si giustifica l’assenza di una mossa rapida e decisiva contro l’Ucraina, si dice che “Putin ha bisogno di tutta l’Ucraina”. Ma perché non “entrambe le Ucraine”, o “tutti e tre le Ucraine?” Perché la Crimea era parte dell’Ucraina. Ma ora della Russia. Il Donbas non sarà mai più nell’Ucraina, il che significa che Putin non potrà avere un “solo Paese”, ma solo delle parti. Non sarebbe stato più semplice avere tutto in un sol colpo, un anno fa? Oppure le pressione economica della Russia offre migliori prospettive?
R: Prima di tutto, la sua domanda è alquanto illogica. Se si prende qualcosa a pezzi, anche a costo di avere il controllo su ognuno in modo diverso, alla fine si avrà tutto. Lo Stato ucraino nazista non può esistere ai confini della Russia, si tratta solo di come raggiungere questo obiettivo. In secondo luogo, se si ha familiarità con i miei testi, va notato che non scrivo semplicemente di “tutta l’Ucraina”, una questione tattica, ma del confronto globale della Russia con gli Stati Uniti, che giocano su molti campi, dove l’Ucraina non è nemmeno il più importante (anche se più evidente al pubblico russo). In una partita del genere non possiamo sperare semplicemente che le cose funzionino. La Russia doveva essere trascinata nel pantano ucraino così apertamente che non si può pensare a un caso. Potrei scrivere diverse pagine dei costi connessi allo scenario “del colpo unico”. Avrebbe avuto solo un vantaggio, pochi comandanti scelti tra i “volontari” avrebbero ricevuto una medaglia. In terzo luogo, non si tratta di pressione economica, ma di costringere gli Stati Uniti a fare ciò che tentavano di provocare la Russia. Accettare l’onere di sostenere un regime nazista cleptocratico, ad esempio quando gli USA andarono in Vietnam e persero e l’URSS andò in Afghanistan e perse. Si cerca di solito di spingere l’avversario geopolitico a fare il primo passo in un gioco pericoloso accettandone tutti i costi e i rischi. In altre parole, dimenticate l’Ucraina e guardatevi intorno per vedere cosa fa la diplomazia russa in Asia, Africa, America Latina. Ricordate che viviamo su un pianeta molto affollato e forse allora ciò che la leadership della Russia sarà più chiara.

D: E’ realistico estendere la durata degli accordi di Minsk? Chi ne beneficerebbe di più?
R: E’ realistico perché l’Ucraina non l’adotterà. L’UE dirà che Kiev ha fallito. Bene, allora cerchiamo di estendere Minsk e attendere che Kiev inizi la guerra.

D: Ha senso parlare di aumentare le regioni a statuto speciale, o è impossibile senza la guerra?
R: Ho già detto che il compito principale è l’eliminazione dell’Ucraina nazista, e come sarà dopo, quante regioni avranno lo status e se faranno parte di quale Stato dipenderà dall’esito del confronto con gli Stati Uniti, ma richiederà molto più a tempo che l’eliminazione del regime di Kiev.

D: Supponiamo che Kiev adotti Minsk, non crolli e non muoia di fame, e dobbiamo attraversare il confine… Allora cosa?
R: Supponiamo che domani Obama chiami Putin e si scusi per tutti i disagi e richiami Poroshenko e compagnia nazista negli Stati Uniti, quindi? Non dobbiamo cercare di immaginare ciò che non può accadere. Kiev non seguirà Minsk e crollerà, ma non da sola, ricevendo assistenza in ciò da un anno e mezzo.

D: Il conflitto si prolunga, una soluzione militare è inaccettabile per il momento. Come si fa a salvare la Transnistria, che è sotto un blocco? Non parliamo nemmeno del cambio e rifornimento dei nostri militari. L’Ucraina era il suo mercato tradizionale, così come la Moldova e l’Unione europea. Ora c’è il blocco. La Moldavia ha firmato un accordo di associazione con l’Unione europea che priva automaticamente Tiraspol dei mercati europei. Allo stesso modo l’Ucraina non è un mercato solvibile, se ponesse fine al blocco.
R: La Moldova ha già detto che non partecipa al blocco della Transnistria ed è pronta a partecipare a normali relazioni economiche e a facilitare il cambio delle truppe. Ciò perché la Russia ha chiarito che se la Transnistria è in pericolo ci sarà la guerra, e nessuno sa dove le nostre forze si fermeranno (raggiungerebbero l’Atlantico). Non abbiamo sentito parlare di blocco della Transnistria. Quindi non c’è nessuno da salvare, ancora.

D: È possibile che la Transnistria sia salvata prima di Odessa?
R: No, ma possiamo ancora evitare una situazione che c’imporrebbe di salvare la Transnistria.

D: La triste esperienza dell’Estonia si riavrà a Odessa? La fine del transito nella regione. La chiusura delle fabbriche, le ultime rimaste. La chiusura della pipeline dell’ammoniaca e la morte del Settimo Chilometro. O tutto succederà così in fretta che gli odessiti non potranno mai sapere cosa vuol dire far “parte dell’umanità civilizzata”?
R: Esiste tale minaccia. Anche se sono sicuro che tutto avverrà relativamente rapidamente, il degrado dell’Ucraina è enorme e il nazismo non sparirà senza prima uccidere e distruggere ancora. Quindi anche se il transito non si ferma del tutto, si ridurrà in un anno o due.

D: Fattori esterni: gli Stati Uniti. C’è la probabilità di vedere una base militare statunitense a Odessa, che significherebbe che il ritorno della regione nello spazio economico eurasiatico non potrebbe aversi senza la guerra?
R: Non ci sarà una base statunitense a Odessa. Gli Stati Uniti possono inviare truppe e armi, ma non creeranno basi a lungo termine. Hanno già capito che dovranno lasciare l’Ucraina, e in fretta. E’ solo questione di come e quando, quindi non ha senso costruire una base permanente in una città e un Paese che non ne hanno bisogno, ma che costa risorse già scarse. In più è pericoloso, Washington non vuole iniziare una guerra nucleare per una sciocchezza, non più di Mosca. Ma i talenti ucraini potrebbero servire per qualche sciocchezza da un momento all’altro, ma con le migliori intenzioni, ovviamente.

D: Quando finirà tutto questo? Potremo vederlo? O saranno i nostri figli a poter tornare a casa? E la chiameranno propria? Perché l’unica domanda che preoccupa tutti è: quando?
R: Lo vediamo. Ma come ho già scritto, possiamo aspettarci abbastanza presto una vittoria militare, il rovesciamento della junta e la soppressione dei nazisti. Il ripristino di una vita normale, d’altra parte, richiede molto tempo e l’economia del Paese dovrà essere ricostruita. Ci sono decine di migliaia di armi disperse nel Paese, la società è frammentata e ci sono molte persone dalla mentalità da “trincea” che vuole risolvere tutti i problemi con le armi da fuoco. Non sarà facile.

D: Cosa dobbiamo aspettarci se “non sarà facile”? Odessa guarda alla Crimea, facendo un confronto. Ex-funzionari ucraini hanno cambiato casacca per il miglioramento generale. Il Partito delle Regioni si unisce a Russia Unita. Ex-unitari diventano patrioti russi, ma si comportano come prima. Se non possiamo fare un pulizia generale, possiamo filtrarli politicamente? O la nuova realtà politica ed economica riformerà… tali funzionari?
R: Mi è stato chiesto della situazione in Crimea già lo scorso anno, e spiegai che nessuno inviava funzionari della Kamchatka in Crimea. E’ un territorio sconosciuto, oltre al fatto che anche la Kamchatka ne ha bisogno. Nessuno effettuerà licenziamenti di massa dei funzionari del “vecchio regime” perché sarebbe destabilizzante. Ma se cercano di lavorare come prima, si accorgeranno subito che l’Ucraina non è la Russia. Qualsiasi tentativo di trapiantare la corruzione ucraina in Russia sarà presto vanificato. Perciò s’è visto l’arresto di funzionari in Crimea a luglio. Coloro che colgono il messaggio e lavorano onestamente rimarranno, gli altri troveranno posto dietro la macchina da cucire liberato da Khodorkovskij. Per inciso, gli ex-aderenti al Partito delle Regioni sbagliano ad essere così ansiosi di governare l’Ucraina liberata. Sarà peggio che in Crimea. La Crimea è diventata russa subito, ci sono leggi, procedure, mentre l’Ucraina liberata rimarrà fuorilegge per qualche tempo. I membri del Partito delle Regioni sopravvissuti a Pravij Sektor, verrebbero finiti dalla milizia per corruzione. In ogni caso, l’ordine in Ucraina sarà imposto con misure più severe, essendo la situazione più complicata.

2bde5-ukraineTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia abbatte il golpe furtivo degli USA

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 31/07/2015russia-is-seeing-conspiracies-in-armenia-where-none-existSono tempi duri per l’industria della “rivoluzione colorata” degli USA. Perfezionato in Europa orientale dopo la caduta dell’Unione Sovietica e affinato durante la cosiddetta “primavera araba”, il processo di sovversione di un Paese per rovesciarne il governo con la copertura di proteste di massa inscenate sembra essere finalmente alla fine. Ecco perché negli Stati Uniti non è più possibile nascondere il fatto che dietro a tali proteste, che spesso anche nascondono il ruolo di elementi armati infiltrati segretamente, si dia l’ultima spinta ai governi presi di mira. La nazioni hanno imparato ad identificare, denunciare ed opporsi a tale tattica, e come con Adolf Hitler e la tattica del regime nazista della Blitzkrieg, una volta individuate le contromisure appropriate, l’efficacia dell’assalto travolgente, militare o politico, viene neutralizzata. Ciò s’è recentemente visto in Armenia durante le cosiddette proteste “Erevan Elettrica”. Erevan è la capitale dell’Armenia ed “elettrica” è in riferimento alla presunta motivazione dei manifestanti, l’aumento dei prezzi della luce. Le “rivoluzioni colorate” sono sempre iniziate con una motivazione apparentemente legittima, che rapidamente diventava politica scartando molte richieste legittime, le precedenti richieste pratiche, per concentrarsi quasi esclusivamente sul “cambio di regime”. Gli agitatori armeni che guidano Erevan “elettrica” neanche se ne rendono conto, usando la maggior parte del loro slancio iniziale nel tentativo di convincere il mondo che non sono un’altra sommossa appoggiata dagli USA.

Il colpo di Stato furtivo
Nikol Pashinjan e il suo partito “Contratto civico” sono nettamente appoggiati dagli USA. Così molti trovato sospetto che ne sia la voce prominente, insistendo sul fatto che il movimento “Erevan elettrica” non sia politico e appoggiato dagli USA. Verelq, sito armeno che inspiegabilmente si collega al sito armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato, avrebbe indicato nell’articolo, “Nikol Pashinyan: le proteste a Erevan sono di natura esclusivamente sociale” che: “Anche se si guardano ai processi con il microscopio, è possibile visualizzare componenti politiche e politici, nazionali e stranieri, nelle dimostrazioni. La gente non vuole che cresca il prezzo della luce. Questo è tutto“, dice Pashinjan, secondo cui l’energia elettrica è prima di tutto un prodotto: la vendono le reti elettriche e i cittadini la comprano. “Le azioni di protesta dovrebbero essere considerate come protezione dei diritti dei consumatori. La politica non c’entra nulla“, ha detto. Ma la politica c’entra. Come i politici come lo stesso Pashinjan, che ha visitato i manifestanti incarcerati nella fallita rivolta, e che a un certo punto ha invocato la costruzione di un “muro umano” di prominenti personalità armene tra manifestanti e polizia. Armenia Now, finanziato dal dipartimento di Stato, (nuovo centro di formazione dei giornalisti) riporta, “La politica in mezzo: legislatori, figure pubbliche formano un “muro umano” tra la polizia e i manifestanti”: “L’appello per creare un muro umano è stato fatto dal deputato di opposizione Nikol Pashinyan, esortando tutti i parlamentari, ex e attuali, studiosi, rappresentanti del mondo dello spettacolo, avvocati, giornalisti, rappresentanti religiosi e altre figure pubbliche a visitare il sito della protesta per garantire che la forza venisse usata sui manifestanti”. Altri legami evidenti tra proteste, Pashinjan e ONG appoggiate dagli USA sono state indicate dall’analista geopolitico Andrew Korybko nell’articolo, “‘Erevan Elettrica’ va fuori controllo“. Nonostante questi legami, alcuni hanno tentato di affermare che Pashinjan sia semplicemente un opportunista e che il suo sostegno dagli USA e i tentativi delle ONG degli USA di manipolare le proteste avevano poco a che fare con le proteste. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

L’azione furtiva degli agitatori
ngo-licence La prossima generazione di “rivoluzioni colorate” degli USA tenterà di offuscare i legami tra essa e i loro agitatori, nel tentativo di riprendere l’iniziativa strategica mantenendo la massima negazione plausibile. Ma se si osserva bene, scopriranno che per quanto ricorrano a offuscamento e sotterfugi, non potranno nascondere i collegamenti tra il dipartimento di Stato USA e la sua mafia. Le proteste sono opera del gruppo “No al saccheggio”, guidato da avvocati e attivisti organizzati da National Endowment for Democracy (NED) e USAID del dipartimento di Stato degli USA, dall’Associazione dei giovani avvocati armeni (AYLA) finanziata dall’Open Society e dell’Helsinki Citizens’ Assembly Vanadzor Office che apertamente coordinava gli sforzi di “No al saccheggio” per fare pressione sul governo su numerosi problemi. Almeno 2 membri di AYLA, Ara Gharagjozjan e Arthur Kocharjan, sono stati identificati membri del nucleo di “No al saccheggio”. Il sito di AYLA, “Iravaban“, elenca vari giovani avvocati e attivisti che avevano frequentato uno dei programmi di tirocinio nel 2014. Iravaban ha anche seguito le contorte vicende delle proteste dall’inizio alla fine, così come le attività di AYLA ed ‘Helsinki Citizens’ Assembly Vanadzor Office per sostenere le proteste. Numerosi altri “siti notiziari” pro-proteste, incluso Hetq, se ammettono di essere finanziati dall’Open Society Foundation del criminale finanziario George Soros, non indicano la NED come sponsor, ma la NED tuttavia elenca Hetq. C’è anche Media.am, finanziata dall’USAID e dal Fondo europeo per la democrazia. Tutto ciò si aggiunge alla vasta rete di media locali finanziati da ONG straniere, per diffondere l’illusione del consenso alla disinformazione spacciata sulle proteste. Insieme ai programmi di formazione finanziati per indottrinare gli studenti e creare avvocati e attivisti nelle arti più fini della sedizione, permettendogli di poter gestire per conto proprio le sommosse, gli Stati Uniti ritengono che ci sia sufficiente negazione plausibile per nascondere i legami tra essi e i capi della protesta. Sforzi simili furono fatti a Hong Kong e più recentemente Thailandia, dove le sommosse apertamente appoggiate dagli USA furono aizzate da elementi addestrati e scatenati dagli agenti degli USA. Nonostante questa attenta disposizione, le proteste di “Erevan Elettrica” non hanno mai avuto un peso decisivo. La ragione è semplice: era sospettata di essere appoggiata dagli USA e i loro agenti più evidenti, che alla fine avrebbero dovuto guidare le proteste, non poterono farlo poiché confermarono il sospetto minando il proprio tentativo. Senza che simili agenti agiscano e diano ulteriore sostegno, proteste maggiori sono logisticamente e politicamente impossibili.

Come abbattere un colpo di Stato furtivo
I media della Russia influenzano sempre più la scena mondiale, avendo un ruolo essenziale nel smascherare e sventare la destabilizzazione e il rovesciamento del governo in Armenia da parte degli USA. La capacità di essere un passo avanti alla narrazione occidentale e denunciarne gli attori prima che siano sul palco, comporta che la gente sappia già cosa cercare. Quando i manifestanti scesero in piazza e le proteste si trascinavano, ONG e media occidentali le sostenevano confermando gli avvertimenti dei russi. Quando il goffo ed evidente agente Pashinjan si presentò, non ci furono dubbi che il prezzo della luce, da vero punto di contesa, veniva utilizzato per creare un più grande, dirompente e in definitiva pericoloso tentativo di cambio di regime eterodiretto. In futuro, il governo dell’Armenia dovrà essere attento nel concedere ad interessi stranieri lo sfruttamento di contese; la dedizione al progresso economico e sociale non va ignorato, con la fiducia che ciò possa ridurre potenziali proteste. Altre nazioni hanno molto da imparare da come la Russia ha sventato questo ultimo tentativo degli USA di proiettare potenza all’estero disturbando la vita di un popolo sovrano a migliaia di miglia di distanza. Grazie a persone semplicemente informate di ciò che davvero succede, seguendo il denaro e denunciando gli attori coinvolti, il popolo dell’Armenia ha deciso da solo se sostenere o meno la sommossa, scegliendo saggiamente di no. Quando l’Armenia adotterà leggi simili a quella della Russia sulle ONG, come mandato di dichiarare apertamente e quanto spesso di ricevere finanziamenti esteri, il popolo valuterà se o meno le sommosse che tali ONG sostengono siano veramente a favore dei loro interessi, o di quelli di Wall Street e Washington.armeniaTony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica di Bangkok, per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria disporrebbe dei sistemi SAM S-400

Akram Secretdifa3 14/07/2015

docS400Annunciammo più di due anni fa il desiderio dell’Algeria di acquisire dalla Russia il sistema di difesa aerea a lungo raggio S-400. Un contratto per tale sistema fu firmato un anno fa. Oggi possiamo fornire le prime foto scattate in Algeria di un reggimento di S-400 operativo, riprese durante i primi test del sistema ricevuto in primavera. Se non sono mai stati rivelati i dettagli del contratto, si crede che riguardi 3-4 reggimenti. Uno sguardo ad immagini satellitari sul numero di S-300 e S-400 operativi da una buona stima del numero di sistemi S-400 acquisiti.
Il Comando delle forze di difesa aerea e di terra controlla tre reggimenti di S-300PMU2 dal 2003, schierati nel centro, ovest e sud-ovest dell’Algeria coprendo la quasi totalità del nord, del confine algerino-marocchino e della fascia costiera.5P85TE2-BAZ-6402-TEL-2SL’arrivo degli S-400 non solo colma le lacune nella difesa aerea, ma completerà la sorveglianza aerea a lungo raggio. Le foto mostrano inconfutabilmente dei sistemi di lancio degli S-400, che differiscono da quelli degli S300PMU2, il veicolo BAZ-64022 non è il KRAZ-260 dei 2-8 sistemi di lancio del PMU2 allineati su una foto, o i 3 durante il test sulla seconda foto. In realtà, l’esercito algerino ha intrapreso la revisione della sua difesa aerea e la comparsa degli S-400 nel suo arsenale fa parte della modernizzazione.s4003La settimana precedente i media russi confermavano l’acquisto di batterie di missili a medio raggio Buk-M2, specificatamente richiesti per la rete di rilevamento costituita dai radar russi Kasta 2E2 accoppiati ai sistemi di protezione ravvicinata dei Pantsyr-S1 e Buk-M2. Questa configurazione a strati unifica le capacità dei vari sistemi radar. Il Kasta 2E2 è già integrato a S-300 e S-400 permettendo a diverse unità di operare senza rilevamento e collegate a unità indipendenti. Il sistema ha un raggio di rilevamento efficace di 400 km e può distruggere un bersaglio a 240 km di distanza con i missili 40N6 o 48N6. Il radar tridimensionale 92N6E può identificare 100 bersagli simultaneamente a una distanza di 400 km. Oltre al raggio d’ingaggio e all’incremento delle prestazioni, la differenza principale con l’S-300PMU2 è la capacità ABM, rendendola un’arma formidabile. Se l’acquisizione è confermata, l’Algeria è ufficialmente il primo cliente estero del Trjumf.argelia S-400Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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