Siria, matriosche e Sun Tzu

Chroniques du Grand Jeu 18 novembre 2016

La scorsa settimana ha visto importanti sviluppi in Siria, anche molto sorprendenti. Questi eventi si svolgono entro una sottile costruzione multi-livello, come le bambole russe, nascondendo il livello successivo. La domanda è: chi sarà il capro espiatorio e chi, al contrario, tirerà le fila di tale bellissimo costrutto.17112016Primo livello: carta bianca universale
Un tacito e generale via libero sembra essere stato dato a tutti, con conseguente tripla offensiva dagli aspetti curiosi.

Aleppo
Nessuna sorpresa qui. I siriano-russi hanno avviato la liberazione della grande città del nord e nulla li fermerà. Putin sarà stato trattenuto per diverse settimane in attesa dell’elezione di Trump, come consideravamo: “si aggiunga infine che la moderazione Putin su Aleppo (due settimane senza bombardamenti russi, anche al culmine dell’offensiva barbuta sull’ovest della città) era forse destinata a non prestare il fianco alla propaganda MSN fino alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, sperando che Trump venisse eletto e si accordasse“. Ora, l’offensiva ha ripreso, su 3D. L’attacco jihadista su Aleppo ovest si è conclusa con un fiasco e i lealisti contrattaccano dappertutto, avanzando fino all’ultima provincia ancora occupata dai moderati moderatamente barbuti. L’aviazione russa è in modalità Terminator e riversa l’inferno dal cielo su Idlib, sud-ovest e nord-ovest di Aleppo e sulle vie di rifornimento. Sono presenti anche bombardieri strategici e missili Kalibr. Si noti che questo avviene dopo il colloquio telefonico tra Putin e Trump, durante cui Donald non si sarebbe opposto all’operazione russa. E se qualche Stranamore del Pentagono avesse l’idea assurda di provocare Mosca, gli S-300 sono stati schierati intorno Aleppo. Questi bombardamenti preparano la grande offensiva generale dell’Esercito arabo siriano ed alleati, liberando infine Aleppo e violando l’ultima grande roccaforte degli insorti:
ob_8fee6f_gChe camminata dal 2013:
ob_f2aee1_cvps8tjusaa9sd8I jihadisti hanno assegnato molte risorse umane e materiali nella loro ultima offensiva disperata di ottobre e il morale è oramai innegabilmente minato. La rotta può essere relativamente rapida, anche se si deve, come sempre, rimanere cauti. Per l’enclave dei ribelli di Aleppo, il suo turno è venuto e le operazioni preliminari sono già iniziate. Ci si può, però, chiedersi se, tatticamente parlando, non sarebbe meglio lasciare che la situazione si deteriori finché l’enclave cade. I civili cominciano a ribellarsi ad al-Nusra e compagnia, cosa che ovviamente non si leggerà mai sulla presstituta occidentale. Le manifestazioni sono state represse duramente (27 morti), mentre i “moderati” cari all’occidente saudita minano i corridoi umanitari per impedire ai civili di fuggire. Un attacco lealista può aiutare a riunire in questa nassa i granchi barbuti e ritardare l’inevitabile, ma il destino di Aleppo sembra segnato, in ogni caso. Ed ecco la sorpresa dello chef. Abbiamo dimostrato l’importanza vitale di una cittadina perduta nelle profondità del nulla, mai così nota come oggi:

Tutte le strade portano ad al-Bab. È una gara tra curdi di Ifrin ed ELS del sultano, che seguono strade parallele e non esitano a farsi sgambetti per strada. L’obiettivo strategico curdo è collegare le loro parti occidentale (Ifrin) e orientale (Manbij, tolta allo SIIL e di cui, in ultima analisi, non gli appartiene) per costruire l’agognato Rojava. Lo scopo dei turchi è fermarli a tutti i costi. Il tutto sullo sfondo della ritirata dello SIIL. Stupore di pochi giorni fa: i curdi di Ifrin (giallo) hanno inspiegabilmente smesso, mentre l’ELS sponsorizzato da Ankara (verde) arrivava a 2 km dalla città. Mappa del 14 novembre:ob_ff0b79_cxpjnvnuaaa-pe9Dopo una serie di attacchi e contrattacchi, in cui lo SIIL del resto, deliziosa ironia, ha distrutto diversi carri armati turchi con i missili anticarro precedentemente forniti da … Ankara! ELS e protettore ottomano avviavano l’assedio di al-Bab per incunearsi tra le due enclavi curde (in giallo sulla mappa), minando così il sogno del Rojava autonomo. Altra ironia in questa guerra non manca: l’offensiva delle YPG (i cosiddetti curdi orientali) su Raqqa, capitale dello SIIL ad est, ha spinto gli omini neri a sguarnire il fronte di al-Bab, consentendo l’avanzata dell’ELS di Erdogan.

Raqqa
Questa offensiva è molto strana. Che diavolo ci vanno a fare i curdi in pieno sunnistan arabo, in una zona che non li riguarda e, SIIL o no, dove saranno ricevuti molto male? Se lo SIIL esagera probabilmente sulle perdite delle YPG (198 secondo esso), è chiaro che l’operazione sarà dura e mortale, ed anche lunga, perché i combattimenti finora sono a ben cinquanta chilometri dalla capitale del califfato. Non c’è alcun interesse strategico per i curdi a volgersi su Raqqa, tranne che marciare per gli statunitensi. E’ tempo di sfilare la seconda matriosca…

Secondo livello: dietro le quinte
Qui è spesso dove tutto accade, fors’anche il Medio Oriente o altrove. Il grande bluff siriano consente quasi tutte le ipotesi: accordo russo-turco alle spalle di Washington, russo-statunitense o statunitense-russo-curdo alle spalle di Erdogan, siriano-turco alle spalle dei curdi o al contrario siriano-curdo alle spalle del sultano. Tutto è possibile e l’elezione di Donald complica ulteriormente la situazione… Alcuni elementi ancora da vedere in modo più chiaro.
Primo punto: i grandi perdenti della tripla offensiva su Aleppo, Bab e Raqqa sono rispettivamente jihadisti “moderati”, curdi di Ifrin e SIIL. A sua volta, il vincitore è l’asse Damasco-Mosca che vede due dei suoi avversari in difficoltà. Questo è un punto da non trascurare. Negli arabeschi complessi che emergono, vi è probabilmente un calcolo tattico molto terra-terra, alla Sun Tzu: per il lavoro sporco usa terzi. Sacrificandosi per indebolire lo SIIL, ELS turchizzato e curdi orientali in realtà lavorano per siriani e russi. A condizione che non vadano troppo lontano nell’offensiva e non raggiungano un punto irreversibile. Complicato… L’impero pre-Donald ha inviato come al solito segnali estremamente contraddittori, per esempio sul futuro di Raqqa liberata (si noti da ciò l’arroganza netta degli statunitensi che vedono i curdi come loro creature e già preparano il post-SIIL come se l’operazione sarà una passeggiata). Il dipartimento di Stato degli USA ha detto che le forze militari estere si sarebbero ritirate e che non si tratta di una zona semi-autonoma (cioè, la regione sarà sotto l’egida di Damasco). Nel frattempo, i falchi del Pentagono, particolarmente turbati dalle parole di Joseph Dunford, hanno dichiarato senza mezzi termini: “La coalizione e la Turchia collaborano a un piano a lungo termine per prendere, tenere e governare Raqqa”. Dieci giorni dopo (effetto Trump?), gli Stati Uniti annunciavano il ritiro del sostegno (relativo) all’ELS di Erdogan in rotta verso al-Bab. Era previsto, e siamo stati tra i primi a segnalare un incidente rivelatore, due mesi fa: “Nell’estremo nord della Siria, i soldati statunitensi che accompagnano l’esercito turco, sono stati costretti a lasciare il Paese dopo essere stati minacciati moderatamente dai ribelli moderati dell’ELS. Tra quant’altro sentito: “vi uccideremo maiali infedeli crociati”. Naturalmente, non aspettatevi di trovare una sola parola nello stagno giornalistico. Questo episodio è interessante, in quanto potrebbe causare l’abbandono finale della ribellione da parte di Washington”. Ed eccoci… le mosse accelereranno una volta in carica Trump e il suo futuro consigliere per la sicurezza nazionale, Generale Michael Flynn, di cui abbiamo parlato diverse volte e le cui posizioni sono jihadistofobe e russofile ossessionando l’istituzione imperiale (notare gli articoli assai negativi del MSN su questa nomina). Si avrà poi un accordo USA-Russia ai danni di Erdogan, ordinandogli di lasciare il nord della Siria che occupa, dopo aver lavorato per Mosca e Damasco? Non è impossibile. A Riyadh siamo già in pieno panico alla prospettiva di un accordo tra Washington e Mosca sulla Siria e il famoso principe Turqi, ex mentore di bin Ladin e capo dell’intelligence saudita l’11 settembre, parla di possibile “disastro”.
Restano i curdi: qual è il loro posto nello schema delle matriosche? Percependo la situazione probabilmente troppo complicata, sorprendono tutti con la passeggiata proprio su… al-Bab e l’ELS! Si parla qui di curdi orientali, quelli che dovevano liberare Raqqa.
ob_7bc6a3_al-bab-17nov-27aban951E che giravolta! Rispetto alla cartina del 14 maggio (vedi sopra), appare l’avanzata inesorabile delle YPG (freccia gialla). Le due ganasce curde sono in procinto di chiudersi sui protetti del sultano che pensavano di prendere al-Bab senza opposizione. Pesanti combattimenti sono già scoppiati presso Qabasin (cerchio rosso) sotto gli occhi sbalorditi degli omini neri dello SIIL, abituati ad essere al centro dell’attenzione. E come se ciò non bastasse, centinaia di soldati dell’Esercito arabo siriano hanno raggiunto la base aerea di Quwayris (quadrato rosso sulla mappa), portandone le forza a 5500 effettivi. Troppo lontano dall’est di Aleppo per combattervi, ma non per al-Bab… sono possibili tre scenari:
– Restare ed aspettare di vedere cosa succede, intervenendo infine contro l’ultimo sopravvissuto (ELS, SIIL o YPG).
– Avanzare su al-Bab (freccia rossa tratteggiata a nord), per impedire sia la congiunzione curda che l’avanzata dell’ELS. Ma le forze sembrano scarse per tale compito.
– Avanzare verso est, lasciando i curdi fermare l’ELS del sultano e realizzare la loro congiunzione.
Personalmente, propendo per la terza ipotesi, che corrisponde perfettamente ai punti di vista di Putin: usare i curdi per fermare i turchi senza alienarsi Ankara (Turkstream e fine del sostegno ai barbuti di Idlib), dopo aver svolto il loro compito contro lo SIIL, accomunando matriosche e Sun Tzu.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la disfatta dell’alleanza neocon-socialimperialisti

Alessandro Lattanzio, 23/11/2016Members of a Female Commando Battalion which is part of the Syrian Army, sit atop of a tank in the government-controlled area of JobarIl 15 novembre, il Congresso degli USA, dove in realtà pochi congressisti neocon e sionisti erano presenti, approvava la Risoluzione 5732, o Caesar Syria Civilian Protection Act, che chiede di valutare ‘con urgenza’, ancora una volta, la “No Fly Zone” sulla Siria, basandosi sulla nota frode del caso “Caesar”, un’operazione di guerra psicologica della CIA finanziata dal Qatar per sabotare i negoziati di Ginevra nel 2014. Si tratterebbe di 55000 foto di 11000 presunte vittime del governo siriano, ma nel 2015, perfino l’ONG del Pentagono Human Rights Watch, che vide tutte le foto, affermò che esse testimoniavano non vittime delle torture dello Stato siriano, ma al contrario, illustravano le foto di soldati e civili siriani morti negli attacchi dei terroristi. La storia di “Caesar”, ampiamente pubblicizzata dalla variegata sinistreria italiana, dai nazipiddini, passando per Giggino Demagistris (magistrato per eredità di posto pubblico), alle varie sette pseudo-marxiste galleggianti nell’orizzonte islamista d’Italia, è una bufala propagandistica fabbricata all’inizio dell’aggressione alla Siria. Tra l’altro, la Risoluzione 5732 lamenta l’“inattività” dell’amministrazione Obama verso la Siria, come se gli Stati Uniti non avessero attivamente coordinato, addestrato e rifornito i gruppi terroristici attivi in Siria da ben prima del 2011. Nell’autunno 2011, la CIA inviò in Siria le armi su cui i terroristi avevano messo le mani in Libia, iniziando a rifornire direttamente i loro camerati presenti in Siria, come documentato dalla Defense Intelligence Agency nell’ottobre 2012. Enormi rifornimenti di armi ai terroristi che continuano ad oggi. Nella primavera 2016, Janes’ Defence riferì dell’invio dagli Stati Uniti di 2200 tonnellate di munizioni ed armi ai terroristi, per non parlare dell’attacco statunitense del 17 settembre contro le linee dell’Esercito arabo siriano a Dayr al-Zur, a sostegno dello Stato islamico. Il tutto per influenzare una guerra dove i terroristi hanno assassinato 90000 civili e 65000 soldati e miliziani del Governo Siriano, mentre i gruppi islamo-atlantisti hanno subito la perdita di almeno 200000 terroristi, da ciò le coincidenti lamentazioni al riguardo sia dei neocon statunitensi, che parlano di “mezzo milione di siriani uccisi”, e di Erdogan, principale sponsor del terrorismo islamista in Siria e Iraq, che sproloquia di 600000 morti per mano di Assad e dei Russi. E tutto ciò mentre Erdogan e il suo partito-setta AKP ricevevano il loro agente d’influenza Aleksandr Dugin, presunto consigliere di Putin e ‘geo-filosofo’ eurasiatista. In realtà Dugin è un nemico del processo di compattamento multipolare avviato da Mosca e Beijing. Infatti, il sito Katehon, voce ufficiale dell’universo duginista, fa chiaramente propaganda negativa contro gli alleati della Russia, come India e Vietnam, e in modo velato anche contro Armenia, Grecia, Iran, Siria, Iraq e Cina. In compenso, Dugin e la sua squadra di attacchini internettiani, propone improbabili e suicide alleanze con la Turchia neo-ottomana e revanscista del megalomane Erdogan, e perfino un’alleanza con un’altra setta reazionaria e revanscista giapponese, e diretta contro la Repubblica Popolare di Cina…
995876Tornando al Congresso degli USA, gli sponsor della Risoluzione 5732 non si vergognano dal ricorrere ai famigerati “caschi bianchi” per giustificare l’ennesimo tentativo dei neocon di entrare in guerra in Siria, prima che s’insedi l’amministrazione di Trump, odiato dalla fighetteria alter-alternativa, pseudo-antimperialista e finto-marxista, ben rappresentata da soggettoni come Sanders, Chomsky, e più modestamente Dreitser e Chandant nell’anglosfera, e pecorecciamente, nell’italosfera, dai seguaci di Saker, Dugin e Giulietto Chiesa. Una poltiglia di casinismo infernale. Difatti, per i neocon è cruciale, nella loro propaganda di guerra, “la testimonianza di Raid Salah, a capo dei Caschi Bianchi siriani. Questi sono medici, infermieri e volontari che quando le bombe arrivano, corrono verso le aree colpite per curare i civili feriti… Hanno perso più di 600 medici e infermieri“. Difatti, non ci sono infermieri o medici tra i caschi bianchi; l’organizzazione è stata creata nel Regno Unito da una “oscura società di PR” ed è attiva esclusivamente nelle zone controllate dai gruppi terroristici di al-Qaida, al scolo scopo di perseguire la guerra d’informazione contro la Siria. E casualmente, i “caschi bianchi” promuovono attivamente l’intervento della NATO in Siria, in parallelo con il sinistrume filo-islamista ed immigrazionista attivo in Italia, rappresentato, come detto, dal variegato ed avariato fronte che va dall’associazionismo cattolico, soprattutto padano ed emiliano, al PD con annessi arnesi sindacali e centrosociali; si pensi a Wu Ming/Wuminkia, bimbiminkia pensionati che si atteggiano a studentelli in assemblea permanente coi soldi di papà, cioè delle amministrazioni piddine, passando per i “reporter” neonazisti e filo-terroristi inviati in Libia e Iraq, le ONG finto-umanitarie o i cosiddetti ‘cacciatori di bufale’ su internet, questi ultimi tutti militanti e troll del PD. Tutte queste realtà fiancheggiano allegramente le reti islamiste e terroristiche operative in Italia, protette dai servizi segreti italiani. I “caschi bianchi” sono l’unica e sola fonte delle pretese stragi di innocenti che sarebbero commesse ad Aleppo est dagli aerei russi e siriani. Il nome ufficiale di tale fonte è l’Aleppo Media Center, che non si trova ad Aleppo, ma nella K-Street di Washington DC; si tratta sempre di un’operazione di propaganda degli interventisti statunitensi.
L’agitazione dei ‘falchi-pollo’ neocon è dovuta ovviamente al fatto che l’aggressione contro la Siria è oramai fallita e gli sponsor di tale guerra, cioè le petromonarchie wahhabite, iniziano a chiedere conto ai loro barboncini mannari neocon, se di destra, e dirittumanitaristi bombaroli, se di sinistra (si pensi a sicari come Paolo Ferrero o Gino Strada, da subito in prima linea ad invocare la “rivoluzione colorata” della CIA in Egitto, Libia, Siria e Ucraina). L’ondata della rivoluzione in ciabatte, ovvero i terroristi jihadisti taqfiriti che accendono di passione i vecchi rottami bertinottiani, ‘trotskisti’ ed ultrasettari, va calando. Le Forze della Resistenza (Russia, Iran, Siria, Iraq, Libano, Yemen) a cui vanno aderendo l’Egitto neo-panarabo e le forze nazionaliste anti-islamiste libiche, ha il sopravvento man mano che smantellano lo Stato-fantoccio terroristico dello SIIL, creazione della rete terroristico-spionistica della NATO, ovvero Gladio/StayBehind, con il cruciale apporto delle forze armate di USA, Regno Unito, Francia, Turchia, Arabia Saudita, Italia e Qatar. Va ricordato che il Qatar, la Turchia e la loro longa manus, le forze islamiste-taqfirite della Fratellanza mussulmana, hanno raccattato tutto quello che potevano raccattare nello spregevole e miserabile milieu accademico-partitico d’Italia, ramazzando financo le più microscopiche psico-sette radicali, sovraniste, ‘auritifere’ o ‘antimperialiste’ che fossero. Ma, ahimè, come nel caso di Hillary Clinton, anche qui petroemiri e petroscecchi hanno gettato via qualche spicciolo. Le marcette pro-terrorismo delle varie sigle psicosettarie e ONGiste hanno raccolto più sigle che manifestanti effettivi. I travet dei petroscecchi devono essere rimasti molto delusi dalla milizia islamista della belluina accozzaglia cattosinistra social-imperialista, filo-islamista, filo-sionista e filo-atlantista d’Italia. Mentre, ad Aleppo, le forze siriane annichiliscono il fortilizio islamista nei quartieri est, dove per anni trafficavano ONG e ‘spiriti umanitari’, anche italiani, che camuffati da aiuti umanitari, trasportavano armi e rifornimenti ai terroristi stranieri che occupavano quei quartieri. Ma oggi, la liquidazione di tale zona-franca del terrorismo islamo-atlantista suscita la disperazione della NATO e degli accoliti locali, che vedono il governo del Baath siriano finalmente eliminare i gruppi terroristici che l’occidente e le monarchie wahhabite hanno promosso per più di cinque anni, almeno da quando nel 2010 la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, la beniamina della sinistra anarco-capitalista occidentale e italiana, esortasse la Siria a rompere i rapporti con Hezbollah e l’Iran e accomodasse i desiderata d’Israele, Arabia Saudita e Qatar, grandi sponsor della suddetta megera pazza. E il rifiuto siriano di tali pretese resero la megera ancora più pazza, e Washington più ostile. Non volevano che si mancasse di rispetto verso i loro padroni di Ryadh e Doha. E che la risoluzione del Congresso HR 5732 sia volto contro il Fronte della Resistenza viene chiarito dagli stessi autori: “Russia ed Hezbollah sono i motori principali di morte e distruzione… come i combattenti della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran… Sì, vogliamo attaccare i complici di Assad nelle violenze… insieme alle forze iraniane e di Hezbollah”. E l’ambasciatore israeliano Michael Oren, disse: “Abbiamo sempre voluto che Bashar Assad cadesse, abbiamo sempre preferito i cattivi che non sono guidati dall’Iran che i cattivi guidati dall’Iran… il peggior pericolo per Israele è l’arco strategico che si estende da Teheran a Damasco a Beirut. E vediamo il regime di Assad come la chiave di volta di quell’arco“. E ciò dovrebbe bastare a spiegare la convergenza ideologica ed operativa delle varie psico-sette filo-islamiste e filo-taqfirite con le varie psicosette sioniste e ultratlantiste esistenti nel vario e avariato quadro della sinistra italiana, dalla galassia piddina e dell’associazionismo cattolico fino alla nebulosa dei centrisociali sorosiani e delle psico-sette fringe trotskiste, anarco-liberali ed anarco-capitaliste (camuffate da finte organizzazioni ultra-rivoluzionarie).
In sostanza, di fronte alla determinazione dei neo-con e dei loro mandanti e relativi barboncini mannari associati, a perseguire ancora il “Cambio di regime” in Siria e ad intensificarvi l’aggressione di Stati Uniti e NATO, si erge la Grande Muraglia dell’Arco della Resistenza e del Polo multipolare dell’Eurasiatismo autentico (l’alleanza che comprende Russia, Iran, India e Cina, e che tiene a bada USA, Arabia Saudita e Turchia). Un fronte anti-egemonico efficace, non a caso osteggiato attivamente dalla setta duginista ed affini (il circo delle pulci di Saker e di Chiesa). Tale fronte anti-egemonico si fa ben sentire, non ultime con le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, e del Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, non casualmente oggetto della meschina operazione di disinformazione del sinistrume filo-taqfirita, agli ordini delle intelligence anglo-statunitensi irritate dallp scacco del 2013, quando i militari patrioti nasseriani egiziani sbarazzarono la dittatura oscurantista e retrograda dell’agente della CIA Muhamad Mursi e della sua Fratellanza mussulmana, strumento dell’imperialismo anglosassone. L’irritazione occidentale è acuta, ed è dovuta alla consapevolezza che quel golpe popolare, in Egitto, fu la svolta che mandò all’aria per sempre i deliranti piani imperialistici dei neocon e dei loro sodali wahhabiti, assistiti dalla teppa social-imperialista semiborghese occidentale.
f2229479-a4c9-4724-bd35-6d27a60ed675_w640_r1_s_cx0_cy3_cw0Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, “sabota” da sempre una risoluzione del conflitto sostenuta dai colloqui di pace tra Damasco e gruppi anti-governativi siriani: “Le Nazioni Unite nella forma del loro rappresentante speciale Staffan de Mistura, sabotano da più di sei mesi la risoluzione” del conflitto in Siria. “La risoluzione richiede colloqui tra tutti i siriani e senza precondizioni. Ma sembra che non vi sia altro modo per l’opposizione e il governo che prendere l’iniziativa da sé e organizzare il dialogo“. Va ricordato che Staffan de Mistura (o Staffan de Lordura che sia), è un cittadino italiano. La Farnesina è da sempre una cloaca di nobili decaduti e corrotti, di cui Gentiloni è l’emblema, e da ciò ne derivano le ovvie conseguenze.
Ed ecco cosa ha detto il Presidente egiziano Abdalfath al-Sisi, inviso al putrido ambiente della sinistra islamista e atlanista italiana: Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha espresso sostegno agli eserciti siriano, libico e iracheno nella battaglia contro i terroristi, in un’intervista televisiva ha detto, “ci dovrebbe essere il sostegno internazionale agli eserciti nazionali libico, iracheno e siriano che garantiscono la sicurezza dei loro Paesi. E’ meglio che l’esercito nazionale di un qualsiasi Paese garantisca sicurezza e stabilità da sé. La Siria da cinque anni soffre una crisi profonda. La nostra posizione è che rispettiamo la volontà del popolo siriano“, ed esortava a trattare seriamente i gruppi terroristici in Siria, e a disarmarli, per preservare l’unità della Siria e poterla ricostruire.
Concludendo, una nota per la quinta colonna disfattista neo-ottomana e pseudo-filorussa formata dai seguaci di Dugin, Saker e Chiesa: “Secondo il quotidiano libanese al-Safir, la Russia ha inviato un ultimatum alla Turchia informandola che la città di al-Bab sta per ritornare al governo siriano. L’avviso s’è avuto durante le discussioni che si svolgono in questi giorni sugli accordi tra le parti relativi alla zona di occupazione turca nel nord della Siria, in occasione dell’offensiva turca ‘Scudo dell’Eufrate’, secondo una fonte militare siriana che assicura che la città di al-Bab non vi rientra. Si è deciso che i turchi si devono fermare a non più di 12 km da Jarabulus, per permettergli d’impedire il collegamento tra le regioni prese dai curdi di Ayn al-Arab e Ifrin, e di monitorare le operazioni delle forze democratiche siriane curde sostenute dagli statunitensi. Gli iraniani sono d’accordo a che i turchi si fermino a 12 km. Ma, non solo i turchi hanno violato i loro impegni, ma hanno anche deciso di collocare la regione ad ovest dell’Eufrate tra i loro obiettivi, ed hanno violato l’accordo con i russi a non sostenere più i gruppi armati che cercano d’infiltrarsi ad Aleppo. Secondo la fonte siriana di al-Safir, ai turchi s’è fatto capire che l’Esercito arabo siriano punta sulla città di al-Bab. Siriani e russi hanno avvertito i turchi di fermare la loro avanzata, e i siriani minacciano che qualsiasi avanzata verso al-Bab sarà considerata un’invasione, facendo intervenire l’esercito. Secondo fonti siriane e turche, uno squadrone di caccia MiG-31 ne ha inquadrato uno di aerei turchi sopra la regione. I turchi hanno schierato, a 30 km da al-Bab, 250 blindati, 5500 soldati e le milizie dei loro ascari locali. Inoltre, presso l’aeroporto militare di Quwayris, ad est di Aleppo, l’Alto Comando delle Forze Armate siriane ha attivato la nuova 5.ta Armata dell’Esercito arabo siriano, composta da 3 divisioni d’assalto, e posta in attesa dell’ordine di avanzare su al-Bab. Infine, a Safira, a sud-est di Aleppo, giungeva il battaglione corazzato di Hezbollah, formatosi ad al-Qusayr, la città che aveva liberato nel 2013”.cxkl1jfwiaamgdfFonti:
al-Manar
FARS
FARS
Syrian Perspective
The Duran

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Michael Flynn, l’asso nella manica di Trump?

Jacques Sapir, Russeurope 18 novembre 2016

Il neopresidente degli Stati Uniti, non ancora insediatosi, Donald Trump sembra aver scelto come consigliere della Sicurezza Nazionale il Generale Michael Flynn [1] personaggio che suscita curiosità [2], ma anche commenti sprezzanti dalla stampa francese e statunitense. Una grande tastata lo definisce “vendicativo” [3], eppure Michael Flynn non è il primo venuto. L’ex-direttore dei servizi segreti militari (Defense Intelligence Agency) nel 2012-2014, è senza dubbio una delle menti più acute e notevoli delle forze armate statunitensi. Spesso presentato come di estrema destra, per gli attacchi violenti ad Hillary Clinton, il personaggio è molto più complesso e inclassificabile.1422368403396-cachedMichael Flynn fa parte della generazione di soldati statunitensi che ha fatto esperienza personale e militare nella lotta al terrorismo e in un contesto dominato dal pensiero neoconservatore vigente negli Stati Uniti dalla fine del mandato di Bill Clinton. La sua famiglia politica è democratica. Questo può sembrare banale, ma va notato perché, a differenza di molti alti ufficiali delle forze armate degli Stati Uniti, non proviene dall’ambiente repubblicano. Flynn fa parte del corpo degli ufficiali della riserva dell’US Army, ROTC, che spesso è l’unica soluzione per una persona di origini modeste per accedere all’università. Ha trascorso parte della carriera nelle forze speciali, il Joint Special Operations Command, JSOC, ed è stato uno dei perni della trasformazione di questo comando in una delle macchine da guerra più efficienti degli Stati Uniti. Ha lavorato sotto il comando del Generale Stanley McChrystal, il cui ruolo fu determinante per adattare l’esercito statunitense alle nuove sfide poste dal terrorismo. Michael Flynn ha combattuto in Afghanistan e Iraq, guerre ampiamente impopolari negli Stati Uniti. Chiamato nei primi anni 2000 a capo della divisione d’intelligence del JSOC, fu all’origine delle operazioni d’intelligence che portarono all’eliminazione di Abu Musab Zarqawi, il capo di al-Qaida in Iraq. Gli fu anche, e questo non viene menzionato spesso, affidato il compito di riscrivere il manuale delle interrogazioni dei sospetti, dopo lo scandalo delle pratiche nella prigione di Abu Ghraib. Così poté valutare gli effetti deleteri delle torture comunemente praticate in quella prigione. Michael Flynn fu anche assegnato alla sistemazione dell’intelligence degli Stati Uniti in Afghanistan, sotto la direzione di Stanley McChrystal. Nelle sue varie posizioni s’è guadagnato la reputazione di operatore particolarmente intelligente, e soprattutto di persona che ha capito ben prima di altri che le informazioni importanti non sono principalmente “militari”, su cui DIA e JSOC tendevano a concentrarsi, ma di natura politica. È allora necessario ricordare che l’intelligence degli Stati Uniti attraversa una profonda crisi, derivante dalle politica di George “W” Bush che decise di smembrare l’intelligence per imporre le proprie opinioni sull’intervento in Iraq. Ciò portò a una significativa inefficienza di CIA e DIA. Ciò non è estraneo ai problemi degli Stati Uniti in Iraq nel 2004-2005. La nomina di Michael Flynn, insieme ad altri, rientrava nella ricostruzione dell’intelligence a cui gli Stati Uniti furono poi costretti. Colin Powell si oppose al sostegno di Flynn, dal 2015, a Donald Trump. Ma va notato che Colin Powell ha una grave responsabilità nelle politiche di George “W” Bush, e nell’estrema politicizzazione dell’intelligence. E’ chiaro che i suoi superiori fecero un’ottima scelta con Michael Flynn. L’Ammiraglio Mike Roger, dal 2014 direttore della NSA, lo definì il miglior agente segreto degli ultimi venti anni. Dietro l’iperbole, vi è senza dubbio un fatto. Inoltre, è estremamente raro che un ufficiale della ROTC arrivi al livello gerarchico raggiunto da Michael Flynn. Questo è un segno di competenza eccezionale, e l’immagine che si può avere di Michael Flynn è in realtà quella di un ufficiale dall’eccezionale talento. Ma quando Stanley McChrystal, il suo capo, fu costretto a dimettersi per ragioni politiche, incompatibilità con Barack Obama, lasciò l’amaro in bocca a Michael Flynn. Sicuramente iniziò il conflitto che l’oppose non solo al presidente Obama, ma anche ad Hillary Clinton sostenendo Donald Trump. Qui va sottolineato che accusò pubblicamente Clinton non solo dell’irresponsabile gestione delle proprie comunicazioni, ma di avere causato la morte per negligenza o deliberatamente dell’ambasciatore degli USA in Libia, nel dramma di Bengasi.
Michael Flynn fu nominato capo della DIA nel 2012, all’inizio del secondo mandato del presidente Obama, mentre gli Stati Uniti avevano finalmente individuato e neutralizzato bin Ladin. Obama esultava mentre Flynn respingeva il discorso ufficiale dell’amministrazione, secondo cui la fase più pericolosa era passata. E non andò così. Secondo le informazioni in suo possesso, Michael Flynn non smise mai di mettere in guardia l’amministrazione Obama contro la tendenza a sottovalutare la minaccia terroristica. Il conflitto che ciò provocò si ampliò acutizzandosi, ma anche lo “stile” di comando di Michael Flynn, fortemente influenzato dal suo passato nelle forze speciali, provocò conflitti nella DIA comportandone le dimissioni nel 2014. In un’amministrazione decisa a considerare, a torto o a ragione, il terrorismo questione risolta, la posizione di Flynn divenne insopportabile. Il fatto, inoltre, che Flynn non abbia mai badato ai sillogismi del “politicamente corretto”, dicendo sempre pane al pane, ampliarono il divario tra “politici” dell’amministrazione ed operativi. L’amarezza che Flynn sentì dopo tali eventi, ma anche il fatto che nella precedente posizione poteva valutare da sè il comportamento irresponsabile di Hillary Clinton come segretaria di Stato, ne spiega il passaggio ai repubblicani e il supporto, dall’autunno 2015, a Donald Trump. Il rapporto di Flynn con l’ideologia neoconservatrice certamente è evoluto durante la carriera. Data l’origine politica, si potrebbe pensare che abbia ceduto all’eccezionalismo americano nelle proprie visioni. Ma è anche chiaro che ha compiuto una conversione al “realismo”, una conversione politica che lo spinge a voler fare della Russia un alleato, anche economico, nella lotta al terrorismo. Flynn ha anche costruito un vero e proprio pensiero sulla natura del terrorismo, e il collegamento tra situazioni economiche, come ad esempio quella esistente in Libia, Siria e Iraq, e un’ideologia strutturata. Tale ideologia, che ha affrontato in Iraq e in Afghanistan, gli sembra strutturare l’intera rete terroristica che vede espandersi mondialmente, nonostante le sconfitte locali. Il rischio è che sprofondi nell’escatologia della guerra, e si spera che la dimensione “realistica” del pensiero prevalga. Chiaramente, la sua nomina a consigliere per la sicurezza nazionale sarà sentita dall’esercito come possibilità di vendicarsi da ciò che ritiene l’affronto del licenziamento dei generali Petraeus e McChrystal, in particolare. E potrebbe anche essere interpretato come vendetta contro i REMFL [4] di Washington. La probabile nomina di Michael Flynn sarà uno dei perni, almeno nelle relazioni internazionali, dell’amministrazione Trump. Il suo “realismo”, se confermato, sarà un cambiamento positivo nell’attuale rigida dimensione dottrinaria della politica estera degli USA.gettyimages-566032877Note
[1] LeFigaro
[2] L’Echo
[3] Le Monde
[4] Rear-Echelon Mother Fucker

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dugin, Chiesa e l’imperialismo

Alessandro Lattanzio, 15/11/2016
Attenzione agli pseudo-filorussi e all’alleanza tra i seguaci settari di Dugin, Saker e Giulietto Chiesa.645x400-russian-president-putins-advisor-visits-ak-party-parliamentary-group-meeting-1478620872304Il presunto ‘geofilosofo’ eursiatista Aleksandr Dugin, l’8 novembre incontrava ad Ankara i gerarchi del partito di Erdogan, con cui vuole costruire un’alleanza ‘eurasiatica’ che, in sostanza, distruggerebbe invece gli alleati regionali della Federazione Russa, come la Siria, l’Armenia e le repubbliche dell’Asia centrale. Aleksander Dugin (e anche suoi estimatori e presunti nemici) ama spacciarsi da “consigliere del Presidente Vladimir Putin”. Tolto il fatto che di questo “consigliere di Putin” appaiono fotografie con i nemici della Russia, e neanche una con il ‘consigliato’ Putin, Dugin non risulta mai aver lavorato con organi di governo o presidenziali della Federazione Russa. In realtà, la mitologia su Dugin ‘consigliere’ di Putin serve a un duplice scopo:
1. Pompare un “ideologo” che in Patria non conta nulla e racimola seguaci solo tra le sette fringe della Federazione;
2. Sostanzialmente screditare il Presidente Putin accomunandolo con una figura ambigua che rappresenta in realtà un’ideologia quanto meno confusionaria, ma pericolosa;
Il milieux duginista aggredisce continuamente gli alleati storici della Federazione Russa, come India, Vietnam, Siria, Paese quest’ultimo che si vorrebbe frantumare per soddisfare le ambizioni neo-ottomaniste del presidente turco Erdogan, padrone della Turchia e di un certo Dogu Perincek, il capo di una setta politica legata ad Erdogan tramite il generale dell’intelligence militare turca Ismail Hakki Pekin, e con cui lo stesso Dugin ha un lungo sodalizio.

Ismail Hakki Pekin

Ismail Hakki Pekin

Va ricordato che la Turchia è sempre stata un terreno fertile per le operazioni di Stay Behind, e nulla può escludere che Perincek e il suo ‘partito maoista/eurasiatista’ non siano che il colpo di coda della convergenza tra estrema sinistra maoista e strutture di Gladio, avutasi nel lontano 1966 in Svizzera e in Italia (Piazza Fontana e L’Orchestra Nera): “Dopo diversi anni di attività clandestina, Perincek fondò il Partito dei lavoratori e dei contadini della Turchia (PLCT). Questo partito legale aveva ereditato il maoismp del predecessore (nel senso di lotta contro i sovietici), ma aveva cambiato atteggiamento nei confronti di Mustafa Kemal e della questione curda. E alla fine divenne uno dei primi avversari del PKK fondato nell’Anatolia orientale; l’organizzazione clandestina assassinò diversi capi regionali del PLCT. Al di là del conflitto con il PKK, il partito aveva posizioni “uniche”, come aumentare la pressione militare e il ruolo della NATO, in quanto Perincek sosteneva misure straordinarie contro la cosiddetta “quinta colonna”, rappresentata dal Partito Comunista di Turchia, ed appoggiava l’adesione della Turchia alla NATO “come misura difensiva contro gli zar rossi”. E’ degno di nota che il partito inizialmente sostenesse il colpo di Stato del 1980 (in Turchia), essendo del parere che gli Stati Uniti fossero in ritirata e l’URSS fosse la ‘principale minaccia imperialista’. Nonostante il supporto iniziale del partito, le autorità putschiste turche vietarono il PLCT, insieme a decine di altre organizzazioni socialiste. Negli anni successivi, la cerchia di Perincek fondò il Partito Socialista inizialmente guidato da Ferit Ilsever, stretto collaboratore di Perincek. Nello stesso periodo, Perincek e i suoi seguaci pubblicarono la rivista “2000 e Dogru” (Verso il 2000), che intervistò ex-capi curdi fedeli ad Abdullah Ocalan e a Masud Barzani. Non sorprende che Perincek e i suoi seguaci cambiassero posizione sulla questione curda, ancora una volta sostenendo il PKK e contrastando le forze armate turche con la stessa retorica assolutista di prima. Perincek accusò il famoso giornalista della sinistra kemalista (e martire) Ugur Mumcu, di collaborazionismo per le critiche alle milizie di Barzani e del PKK. Gli anni successivi videro l’ennesimo trasformismo di Perincek quando fondò il Partito dei Lavoratori (Isci Partisi), filo-kemalista. Inutile dire che ruppe con il PKK e abbracciò l’approccio nazionalista turco. Lentamente cominciò a “riconoscere” il “superamento” dei concetti politici tradizionali di “sinistra” e “destra” e teorizzò la lotta tra forze “globali” o “non nazionali” e quelle “nazionali”. La sua separazione tra accumulazione del capitale e nozione di globalizzazione l’ha portato a cercare soluzioni “non-socialiste”, in patria e all’estero, comportando alleanze ambigue con gli eurasiatisti russi (Dugin. NdT) ed ex-Lupi Grigi (Stay Behind/Gladio. NdT). La popolarità di Perincek raggiunse l’apice quando fu imprigionato insieme a decine di militari, giornalisti, accademici e politici anti-NATO, durante l’indagine Ergenekon. In un primo momento lui e i suoi compari cercarono di dissociarsi dal resto dei prigionieri, ma alla fine solidarizzarono. Mentre l’indagine procedeva, Perincek, nonostante le accuse spregevoli ed illegittime, apprezzò il “mito del leader imprigionato”, come Abdullah Ocalan. Le sue azioni furono giudicate scusabili, non importa quali fossero, mentre le sue idee continuavano a spostarsi verso destra. Tuttavia, negli ultimi due anni quel mito è andato distrutto. Dopo essere stato rilasciato, Perincek si unì con entusiasmo alla crociata di Erdogan contro la setta di Gulen, nonostante il fatto che Gulen e Erdogan fossero ugualmente responsabili della sua prigionia; Perincek considera Gulen “il nemico principale”, arrivando a sostenere i candidati di Erdogan al Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri. Inoltre non si astiene dal sostenere l’introduzione dei programmi “turchi ottomani” nelle scuole superiori, di fatto facendo marcia indietro dalla sua posizione “kemalista”. Perciò, Perincek decise che non era più opportuno mantenere un “nome di sinistra”, come “Partito dei lavoratori”, e dopo un congresso ridicolo cambiò il nome del partito in “Partito della Patria”. Nonostante l’esigua base elettorale (0,3%), il partito si presenta coraggiosamente da “fronte unitario” (rinunciando sostanzialmente al ruolo di “partito d’avanguardia” teorizzato da Lenin) accogliendo con favore il genere di persone che ho già citato… Il resto della storia si svolge ai giorni nostri. Perincek continua a sostenere le incursioni illegittime di Erdogan in Siria, “finché l’esercito distrugge il PKK”, evita di commentare le palesi violazioni costituzionali di Erdogan e continua ad eliminare i socialisti “disobbedienti” (o meglio, i socialisti autentici) dal partito. E come Perincek giustifica tali azioni? E’ convinto che “ieri è ieri e oggi è oggi”, cioè, non ha remore ad allearsi anche con Erdogan finché combatte l’attuale “nemico principale”. Non ha alcun principio politico; o meglio, il suo unico principio politico è la realpolitik. Tali vizi, non esclusivi in lui, sono “tipici del politico in mala fede”; semplicemente è un capo inaffidabile e quindi va isolato”.
Ma ricordiamo la presunta funzione ‘eurasiatista’ della Turchia neo-ottomana di Erdogan, Perincek e Dugin, citando qualche fatto:
– I terroristi del cosiddetto esercito libero siriano (ELS) ricevevano qualche giorno fa dei missili antiaerei portatili, ad al-Bab, nella provincia di Aleppo. L’ELS opera nell’ambito dell’operazione turca ‘Scudo dell’Eufrate’, condotta da esercito e forze speciali turchi, da cui appunto i terroirsti filo-turchi e turcomanni ricevono i nuovi missili superficie-aria. Ciò indica che Ankara considera un confronto militare con l’Esercito arabo siriano, dopo aver occupato al-Bab una volta battuto lo Stato islamico.
– Secondo l’analista Sarqis Qasarjian, “4 autocarri carichi di armi sono entrati nella provincia di Idlib, in Siria, dalla Turchia, destinati ai terroristi ad Aleppo“. L’esercito turco ha fornito una grande quantità di armi e munizioni alla coalizione terroristica Jaysh al-Fatah, per impiegarle nell’operazione ‘Grande Epopea’, volta a spezzare l’assedio dell’Esercito arabo siriano ai terroristi nella parte orientale della città di Aleppo. Hawar News, inoltre, indicava che l’esercito turco istituiva un nuovo posto di frontiera a nord di Idlib, ad Uqayrabat, per inviare rinforzi, armi e munizioni ai gruppi terroristici sostenuti da Ankara. L’esercito turco inviava il 23 ottobre almeno 20 autocarri carichi di armi e munizioni ad Idlib, attraverso questo passaggio, in vista dell’assalto del Jaysh al-Fatah alle postazioni governative di Aleppo. Nel frattempo, anche 4 autobus con decine di terroristi si recavano ad Idlib via Atamah, prr poi essere spediti nei campi di battaglia di Aleppo. Un membro del Consiglio democratico siriano, Rizan Hado, rivelava anche che un elicottero turco era atterrato nei pressi di Atamah, nella provincia di Idlib, “L’elicottero trasportava numerosi ufficiali turchi e diverse scatole il cui contenuto non era noto, ma fonti dicevano contenere armi avanzate“. Da giugno, oltre 4000 terroristi avevano attraversato il confine tra Turchia e Siria, soprattutto per aiutare i terroristi intrappolati ad Aleppo.
– Presso Lataqia, il 13 novembre, i soldati dell’Esercito arabo siriano assaltavano le difese dei terroristi nei dintorni della fattoria al-Hayat. Le truppe siriane assaltavano le posizioni e i centri di Jabhat Fatah al-Sham nella provincia di Lataqia, “I centri di Fatah al-Sham nei villaggi e nelle città di frontiera tra Lataqia e Idlib e la Turchia, venivano attaccati dai soldati e dagli aerei siriani. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha trasformato queste aree di confine in corridoi illegali per il contrabbando di terroristi e munizioni in Siria“.
In sostanza, dei buoni esempi di cosa intenda Dugin quando sproloquia di ‘eurasiatismo’ con i suoi camerati neo-ottomani. E tornando proprio a Dugin, l’alleato ‘eurasiatico’ di Perincek visitava il parlamento turco l’8 novembre, dove veniva ancora introdotto come il “consigliere di Putin che aveva avvertito dell’imminente golpe turco” del 14 luglio; alle domande dei giornalisti turchi, rispondeva che “non ha portato alcun messaggio privato di Putin; la sua presenza (di Dugin) ad Ankara era per dimostrare la particolare amicizia della Russia alla Turchia”. Ciò in memoria dei soldati russi assassinati dai terroristi filo-turchi e dai militari turchi? Ma poi, è vero, ancora, che Dugin è vicino a Putin?
cxfnp7mxeaahtwgMi dispiace per coloro che s’immaginano analisti della Russia, ma che non vi hanno mai trascorso un giorno, non ne hanno mai studiato la cultura e la letteratura, né la lingua, e quindi non sanno leggere i media russi, che non sono monolitici e spesso rimproverano severamente le politiche di Putin e del Cremlino. Cliff Kincaid è uno di tali aspiranti ‘analisti’. Un solo passaggio illustra l’ignoranza profondamente imbarazzante di costui della scena politica russa e della psicologia di Putin. Kincaid puntella la sua ignoranza con tale convenzione: ‘Come abbiamo notato, il consulente di Putin Aleksandr Dugin è il leader del “Movimento Internazionale d’Eurasia”, che punta all'”alleanza strategica” tra Iran e Russia’. Se non fossi così occupato a piangere sull’abissale ignoranza degli affari esteri che sprofonda la nostra nazione di guerra in guerra, dopo tali manifestazioni di palesi sciocchezze senza senso, mi viene da ridere all’assurda idea che Dugin sia un “consigliere” di Putin, nozione su cui si basa gran parte delle ‘analisi’ della spazzatura neocon su Putin. Recentemente mi hanno chiesto del rapporto tra Dugin e Putin, ed ecco cosa ho detto: ‘A molti nel mondo occidentale viene detto dai critici anti-russi che il filosofo Aleksandr Dugin sia il “mentore” di Putin. Niente è più lontano dalla verità. Dugin è un uomo intelligente che vuole il potere per sé ed ha fatto disperati tentativi d’ingraziarsi Putin sezionandone il comportamento e sintetizzandone una filosofia. Quindi, non è particolarmente creativo o originale, e le cui idee non sono sue, ma sono solo tentativi amatoriali di tradurre le azioni di Putin in un’ideologia. Ecco il punto chiave: Putin non è un seguace di Dugin, più di quanto Dugin sia un seguace di Putin, come cercherò di dimostrare. Ecco un esempio da una recente intervista in russo (che Kincaid, che sfila come autorità sulla Russia, non saprebbe leggere). Una volta i leninisti dicevano: “Lenin visse, Lenin vive, Lenin vivrà”. Quando studiavo a Leningrado, c’erano striscioni sulle vie principali con questo messaggio di adorazione. Beh, come ho detto, Dugin non è molto creativo. Ha preso questa frase come base e vi ha creato il detto: “Putin è ovunque, Putin è tutto, Putin è assoluto, Putin è insostituibile”. Dugin ha anche usato un concetto di Tolstoj spacciandolo come proprio. Purtroppo, Dugin non ha mai veramente capito Putin. Dugin fece un discorso folle in un’intervista televisiva, invitando la gente ad “uccidere, uccidere, uccidere” (gli ucraini), e molti russi chiesero che venisse licenziato dalla cattedra di professore. In effetti, fu licenziato, e significativamente Putin non si oppose, né lo difese in alcun modo. Significativamente, Putin ha più volte detto, nelle interviste pubbliche, che russi ed ucraini sono fratelli. Vuole la conciliazione e vuole che i russi rispettino gli altri popoli. Così, nonostante il suo sciorinare erudizione, Dugin fu ingenuo nell’invocare l’uccisione degli ucraini, rivelando una totale incomprensione della mentalità di Putin. Dugin poi stupidamente accusò Putin di non averlo soccorso. Ovviamente, costui è un egoista che cerca di gonfiarsi associando la propria figura alle idee di Putin, ma non ha alcuna influenza su Putin, e dubito che l’abbia mai avuta. Putin è stato recentemente intervistato dai media russi e gli è stato chiesto quale fosse la sua ideologia. Putin ha detto che non ha alcuna ideologia che lo guidi, ma che è un conservatore e un pragmatico. Qualsiasi acuto osservatore di Putin (non accecato dal razzismo russofobico) avrebbe detto la stessa cosa. Questo è un segnale chiaro al pubblico che Putin non ha alcun legame con Dugin e che non è influenzato dall’ideologia dell”eurasiatismo’ (o qualunque altra cosa). La Russia è stata quasi distrutta da una ideologia. I russi s’intimidiscono quando si tratta di belle ideologie dal suono occidentale, tipo ‘progressista’ o ‘liberale’. Dugin aveva il suo posto al sole. Ora l’ha perso e sono convinto che Putin dica tra sé e sé che è stata ‘una liberazione’”.
img-20160811-wa0004_8820bda62de4d7719494Il 14 e 15 luglio 2016, Dugin aveva incontri privati con i funzionari dell’intelligence turca ad Istanbul… Al momento dell’incontro ci fu il tentativo di colpo di Stato, e il sindaco di Ankara e rappresentante del presidente Beldia Melih, descrisse la situazione dell’imminente colpo di Stato in un incontro con Aleksandr Dugin e Hasan Cengiz (il capo dei duginisti turchi), la mattina del 15 luglio. Ovvero almeno 12 ore prima del presunto colpo di Stato, Dugin e ovviamente i turchi sapevano che ci sarebbe stato. “Dopo il fallito golpe, Alexander Dugin e un reporter televisivo di Tsargrad, di sua proprietà, fecero un documentario di 3 ore”, a sostegno delle castronerie sull’avvertimento dei servizi segreti russi, di cui lo stesso Dugin è all’origine. Tale documentario di propaganda filo-Erdogna fu trasmesso poi in Russia per influenzarne l’opinione pubblica. Nel documentario compaiono Hasan Cengiz, il presidente della commissione costituzionale Burhan Kuzu, il sindaco dell’area metropolitana di Ankara Melih, il sindaco della città Mustafa Keçiören, oltre ad “alcune vittime” dei gulenisti. Mandato in onda l’8 agosto, il giorno prima del vertice del 9 agosto tra Putin ed Erdogan. Dal 4 agosto Aleksandr Dugin si è recato almeno 4 volte in Turchia. Infie, dopo aver detto nel 2015 a Spiegel che lui non ha mai incontrato Putin, il 4 agosto 2016 Dugin viene presentato in Turchia, ancora come massimo consigliere di Putin, e suo mentore ‘spirituale’…

Dugin incontra Salvini, e non Putin

Dugin incontra Salvini, e non Putin

Tra l’altro fu lo stesso Dugin, nell’agosto 2014, a dire che non ha nulla a che fare con Putin:
Se perdiamo l’Ucraina orientale, Kiev poi attaccherà la Crimea e veremo trascinati in una guerra. Se cediamo la Crimea, ci saranno proteste in Russia che porteranno al rovesciamento di Putin, e avremo la nostro euromaidan. Non so Putin, non ho alcuna influenza su di lui. Gli giro il mio appello per così dire per nulla, ma è mio dovere civico.
Spiegel: Se Putin dice che la Russia non deve solo proteggere i russi nel mondo, ma tutti coloro che si sentono parte del mondo russo, allora è molto vicino a voi. Sembra anche che combattiate l’egemonia degli USA. D’altra parte si dice che Putin non creda in alcuna idea. Se è così, è contro anche  l’occidente?
Dugin: Sì, certo. Ha una doppia personalità. C’è il Putin lunare e  quello solare, come dico. Il Putin solare è Putin come vorrei vederlo. Lunare quando guarda al mondo dal punto di vista degli accordi, contratti, collaborazioni, forniture di gas. Qui è pragmatico. Tra i due c’è un conflitto. Putin è una persona profondamente divisa: in primo luogo per l’annessione della Crimea, e poi passo dopo passo va nella direzione opposta. Ha lavorato nel servizio segreto, forse perciò dice esattamente il contrario di quello che vuol fare.
Anzi, Dugin profettizava che “Putin farà la fine di Gheddafi”, nel maggio 2014, ritenendo che il rifiuto di Putin d’inviare truppe in Ucraina significasse l’invasione ucraina della Crimea. Dopo di che le forze democratiche della Russia avrebbero iniziato massicce proteste e Russia Unita avrebbe seguito il destino del Partito delle Regioni ucraino. Perciò Putin, secondo Dugin, sarebbe stato rimosso dal potere. “Inoltre, il destino di Janukovich, Milosevic, Gheddafi e Sadam Husayn sarà anche di Putin, verrà ucciso come promesso, come Allende, se questa situazione permetterà la vittoria della palude e di Eco di Mosca, portando rapidamente al collasso della Russia e alla guerra civile. La democrazia sancirà la catastrofe geopolitica del 1991, raggiungendo il suo scopo e sarà irreversibile… Se Putin agisce in ritardo, quando le truppe della junta arriveranno in Crimea. La situazione sarà molto peggio, ma non fatale. Dietro montagne di cadaveri e di disperazione verso  Mosca della popolazione del Donbas, si rafforzerà il morale di Kiev e gli Stati Uniti aiuteranno con sempre maggiore coraggio la sesta colonna a Mosca, rafforzandone la posizione e ricattando Putin. … Allo stesso tempo, Putin dovrà reprimere in massa e agire con pugno di ferro in Russia. La battaglia sarà sanguinosa. La vittoria non sarà scontata. Perderemo tempo con cadaveri di bambini, milioni di persone e territori enormi frantumati, come la fiducia dei popolo in Ucraina e in Russia, in una parola, quasi tutti perderanno, ma non tutti. E forse ci riuniremo all’ultimo momento, come nel 1941 o nel Periodo dei Disordini o nel 1812, perché allora anche se avremo perso quasi tutto, recupereremo tempo. Ma finora siamo indietro ed è ancora possibile salvarci. Mentre è ancora in vita, Igor Strelkov, opera nelle RPL e RPL con Gubarev e Bolotov, Pushilin e Borodaj. Ancora con i difensori di Slavjansk, gli eroi di Lugansk. Domani saranno uccisi. E inizierà il terrore sanguinario. E Mosca umilmente aspetterà la guerra in attesa della scadenza dei debiti per il gas. Siamo in tempo massimo… Se Putin non invia l’esercito ora, inizieremo a scivolare nella follia, nel caos, nell’idiozia vittimistica passiva e sottomessa. Descrivere ciò in termini razionali è impossibile. Perderemo da deboli, perdendo visione e vita...”
Come non collegare ciò con il terrorismo autoindotto, catastrofista e disfattista di Giluietto Chiesa, uno pseudo-filorusso tendenzioso che profetizzava nel 2014 l’imminente distruzione della Federazione Russa, guidata da un confusionario e paralizzato Putin? Era un’analisi disinteressata della situazione in Russia all’indomani del golpe di Gladio a Kiev? No.

Dugin con il teorico della distruzione dell'URSS ed inventore di al-Qaida, Zbig Brzezinsky. Curiosamente, non ci sono foto di Dugin con Putin...

Dugin con il teorico della distruzione dell’URSS ed inventore di al-Qaida, Zbig Brzezinsky. Curiosamente, non ci sono foto di Dugin con Putin…

Giulietto Chiesa e i nazisti nell’Illinois
51yeo4gvmhlHo già fatto notare come Giulietto Chiesa, presunto amico della Russia e del popolo russo, si vanti pubblicamente di aver collaborato per venti anni (ripeto venti anni), dal 1980/81 al 2000, con una radio, Radio Liberty. E cos’è Radio Liberty?
Radio Liberty fu creata dal Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (Amcomlib) nel 1951, nell’ambito dell’operazione QKACTIVE (attiva dal 1951 al 1971), attuata attraverso un’organizzazione di copertura (Comitato americano per la Liberazione dei Popoli della Russia – AMCOMLIB), a sua volta rientrante nell’operazione PBAFFIRM. Tale organismo, per poter svolgere attività antisovietica contro le democrazie popolari e l’Unione Sovietica, venne dotato dalla CIA appunto di Radio Free Europe e Radio Liberty, dell’Istituto per lo studio dell’URSS (BGCALLUS) presieduto da Stanislaw Stankiewicz, e di vari giornali e libri. Originariamente chiamata Radio Liberazione dal Bolscevismo, Radio Liberty iniziò a trasmettere da Lampertheim, in Germania, il 1° marzo 1953, coprendo le repubbliche democratiche popolari dell’Europa centro-orientale. Altre stazioni della Radio erano nella cittadina di Glória e nell’aeroporto Oberwiesenfeld di Monaco di Baviera, dove operavano diversi ufficiali e funzionari ex-nazisti, attivi presso il Ministero dell’Est durante il Terzo Reich. Il ministero fu creato durante la Seconda guerra mondiale per presiedere alla colonizzazione dei Paesi dell’Europa orientale e dei territori dell’URSS occupati dai nazisti. Nel 1955 Radio Liberty iniziò a trasmettere sulle province orientali dell’URSS da stazioni situate a Taiwan; e nel 1959 Radio Liberty iniziò le trasmissioni da una base a Platja de Pals, nella Spagna franchista.
E cos’era il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (Amcomlib), che ufficialmente avrebbe creato Radio Liberty?
Il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (ACLPR o AMCOMLIB), noto anche come Comitato americano per la Liberazione dal bolscevismo, era un’organizzazione anticomunista fondata nel 1948 dalla CIA, ed affidata a Mikola Abramchyk, che rappresentava i nazisti raccolti dal dipartimento di Stato degli USA nell’ambito dell’operazione Bloodstone. In effetti, AMCOMLIB non era altro che la versione americana del Blocco delle nazioni anti-bolsceviche e del Comitato per la liberazione dei popoli della Russia, organizzazioni fondate nel 1943 e nel 1944 dall’intelligence militare nazista e dalle SS, utilizzando collaborazionisti ucraini e baltici, fascisti locali, disertori e traditori sovietici. Tali organizzazioni redassero il Manifesto di Praga, che invocava il “diritto all’auto-determinazione” di qualsiasi gruppo etnico che vivesse nell’URSS. Secondo il professore Christopher Simpson, dell’American University, Frank Wisner, allora capo della Direzione piani operativi della CIA, arruolò 250 nazisti negli Stati Uniti, di cui 100 assunti per lavorare presso le radio statunitensi Voice of America e Radio Free Europe. La CIA creò una speciale sotto-unità per sorvegliare l’assunzione dei collaborazionisti nazisti, l’Ufficio progetti speciali, poi divenuto Ufficio per la politica di coordinamento, che il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA autorizzò con la direttiva segreta NSC10/2. NSC10/2 e operazione Bloodstone di fatto crearono Radio Free Europe e Radio Liberazione dal bolscevismo (poi Radio Liberty). Continua Simpson, “In numerosi casi, i selezionatori di Radio Free Europe e Radio Liberty non si presero nemmeno la briga di cambiare i nomi… dei comitati nazionalisti creati dai nazisti. In un atto d’indiscrezione rivelatore, anche l’organizzazione di copertura degli Stati Uniti per l’operazione Radio Liberazione, il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia, prese il nome direttamente dal Komitet Osvobozhdeniia Narodov Rossii creato dalle SS e dal ministero degli Esteri del Terzo Reich, nel 1944. Il governo sovietico subito sottolineò la somiglianza tra la retorica delle trasmissioni di Radio Free Europe e Radio Liberty e quella dei nazisti, elencando anche i numerosi collaborazionisti nazisti che lavoravano in queste stazioni radio… così Radio Free Europe e Radio Liberty furono costrette a vietare l’uso del termine “bolscevismo” per via dell’inconfondibile associazione con la propaganda nazista nella mente degli ascoltatori europei”.
Quando Mikhail Gorbaciov andò al potere in Unione Sovietica, Radio Liberty sostenne a spada tratta la sua cosiddetta ‘Glasnost‘, ed infatti Gorbaciov, di cui Giulietto Chiesa è tutt’ora uomo di fiducia, sospese le attività sovietiche per bloccare le trasmissioni delle radio della CIA, e permise ai cosiddetti ‘dissidenti’ di rilasciare impunemente interviste presso Radio Liberty. E nel 1991, Radio Liberty, come lo stesso Giulietto Chiesa del resto, fu molto attiva nel sabotare il tentato golpe di Agosto contro Gorbaciov, nel tentativo di evitare la dissoluzione dell’URSS per mano della banda Gorbaciov-Eltsin-CIA. Le trasmissioni di Radio Liberty permisero a Gorbaciov e ad Eltsin di diffondere propaganda anti-sovietica, sabotando l’azione dei golpisti anti-NATO. Eltsin espresse gratitudine a Radio Liberty permettendole di aprire un ufficio permanente a Mosca, il 27 agosto 1991. Dal 1995 la stazione di Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) si trova a Praga, dov’è tutt’ora attiva nel sostenere il governo golpista neonazista a Kiev.

Dugin e Perincek

Dugin e Perincek

Fonti:
American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia
AntiBolshevik Bloc of Nations
Cold War Radio: The Dangerous History of American Broadcasting in Europe, 1950-1989
Committee for the Liberation of the Peoples of Russia
Daily Sabah
Fars News
Fars News
Haber Erdogan-Putin gorusmesinin perde arkasi ve Alexander Dugin ozel roportaji
Ismail Hakki Pekin
Jeder Westler ist ein Rassist
Perincek, Preve and the shadows of reactionary opportunism, an autocritique
Radio Free Europe – Radio Liberty
So Dugin is Putin’s adviser, Mr. Kincaid?

Turkeys deep state has a secret backchannel to Assad
Turkey supplies its proxies in northern Aleppo with Manpads
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