Perché il governo italiano non affronta l’immigrazione nel Mediterraneo? Perché non vuole

Gefira

Lo stato di diritto è invocato spesso come il valore occidentale che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, ma le dirigenze al governo da tempo l’hanno sospeso nel caso delle leggi sull’immigrazione. L’esempio più evidente è la politica sull’immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e continuata dal governo Renzi.

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Nell’ottobre del 2013, il governo Letta, di fronte a ondate di profughi in fuga dal caos istigato dall’occidente con la primavera araba in Libia, che non fu altro che l’insurrezione di gruppi islamisti, lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, inviando la Marina italiana nelle acque libiche per salvare i richiedenti asilo. Per quanto nobile fosse la motivazione, l’effetto collaterale dell’operazione fu incoraggiare altri ad intraprendere questo viaggio, perché ora c’era la Marina italiana a salvarli. Il risultato è stato l’aumento del 224% delle imbarcazioni salpate dalla Libia, traducendosi in 10000000 di euro al mese per il governo italiano.(1) Nel novembre 2014, Mare Nostrum fu sostituita da Triton coordinata e finanziata dall’UE, ma coprendo una quota minore del Mediterraneo al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale dell’operazione Triton era controllare i confini, tuttavia, analizzando i fatti, l’obiettivo dell’operazione era semplicemente trasportare quante più persone possibile, indipendentemente che fossero rifugiati, migranti economici, legali o clandestini. Da allora, i canali del contrabbando invece di chiudere si moltiplicarono. Pratica comune fin dall’operazione “Mare Nostrum” e continuata con Triton, era che i contrabbandieri lanciassero il segnale di soccorso alle navi di pattuglia della Marina chiedendo aiuto. Nel frattempo, le ONG che perseguono le “frontiere aperte” unirono le forze assistendo chiunque, legale, illegale o rifugiato che volesse raggiungere l’Europa (2, 3, 4).arrivalsitalyLa Commissione europea è responsabile di Frontex che, eseguendo i controlli alle frontiere, ha una chiara idea della questione. Il commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha detto: “Un’altra parte importante emersa dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che, secondo ONG e autorità locali e regionali, aiutare il contrabbando di migranti non va criminalizzato. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come anche sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali dei contrabbandati. Dobbiamo punire i contrabbandieri”.(5) Punire i contrabbandieri, e non le organizzazioni non governative di cui fanno parte, significa che il problema non può e non va risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare migranti. Questa è una ben nota vecchia tradizione; il governo Monti nel 2011-12 creò il Ministero per l’Integrazione assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, ONG spiccatamente per le frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” persegue un piano come “corridoi umanitari”, per finanziare una rotta alternativa per fare entrare migranti in Italia. Andrea Riccardi disse ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le frontiere.(6) Il ministero fu poi consegnato a Cécile Kyenge, donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che ebbe il compito di ridurre drasticamente i requisiti per acquisire la cittadinanza italiana, proponendo una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Con Renzi, il ministero fu ridotto a dipartimento del Ministero degli Interni e consegnato a Mario Morcone, altro affiliato a “Sant’Egidio”. Che succede una volta che migranti di ogni genere arrivano sul suolo italiano? Vengono inviati nei centri di accoglienza, dove possono fare domanda per lo status di rifugiati. Va notato che l’Italia da tempo è a corto di posti per i richiedenti asilo, e così il governo paga alberghi, ostelli o singoli cittadini, in generale, per accoglierli.
img_71304_119585 Una pratica comune per coloro che sanno che la domanda sarà respinta è distruggere i documenti (7) in modo che il tempo per identificarli aumenti esponenzialmente. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, rivelandosi l’occasione per le rivolte dei migranti che distruggono le proprietà e, infine, fuggono divenendo clandestini.(8, 9, 10, 11, 12) Se non fuggono e la domanda viene respinta, vengono espulsi. L’espulsione però è volontaria e i dati dimostrano che il 50% dei migranti espulsi effettivamente se ne va, probabilmente in un altro Paese dell’UE-Schengen, e gli altri diventano clandestini. Come lo scandalo di “Mafia Capitale” (13) ha dimostrato, la collusione tra membri del Partito Democratico che controllano le istituzioni dell’immigrazione dello Stato italiano, compresi centri dei rifugiati, ONG e criminalità organizzata, assicurano che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani con tariffe orarie insignificanti, permettendo enormi profitti illeciti ai racket. La citazione infame di un membro della criminalità organizzata rivela come l’immigrazione sia ormai un business più redditizio del traffico di droga. “Hai idea di quanto faccio con questi immigrati?” disse Salvatore Buzzi, affiliato della mafia, in un’intercettazione telefonica di 1200 pagine all’inizio del 2013. “Il traffico di droga non è così redditizio“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti provengono tutti da zingari, emergenza abitativa e immigrati“, aveva detto Buzzi. Era il 2013, quando 20000 immigrati arrivarono in Italia. Nel 2016, ne giunsero 180000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner del Partito Democratico), che lavorano per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione di coloro che necessitano di protezione internazionale”, lavorano in realtà per garantirsi profitti dalla crisi. Le attività illegali vanno dall’assegnazione della costruzione dei centri per rifugiati alle cooperative legate al PD, in cambio di tangenti, al trasferimento di richiedenti asilo e clandestini nelle campagne italiane per impiegarli nell’agricoltura per una tariffa oraria di 1-3 euro. Quando si tratta di donne immigrate, si organizzano giri di prostituzione nei centri di accoglienza o le vendono per lavorare sulle strade italiane. (14)
Immigrazione, storia di assenza di volontà della Stato di diritto, contrabbando, disonestà, schiavitù e, infine, distruzione dell’Europa.yffqcm8h6424-732-k9bb-u10402647339452lnb-700x394lastampa-itNote
1.Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
2.Caught in the act: NGOs deal in migrant smuggling, Gefira
3.NGOs Armada operating off the coast of Libya, Gefira
4.The Americans from MOAS ferry migrants to Europe, Gefira
5.How can EU action against migrant smuggling be more effective? European Commission
6.Andrea Riccardi, a soul for Europe, La Vie
7.Establishing Identity for International Protection, European Migration Network
8. 40 Migranti fuggono dall’albergo nel sulcis bloccando la statale, Corriere
9. Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
10. Rivolta al Cie, agenti contusi scappano in 22, dieci arresti, Migranti Torino
11. Lampedusa, via ai trasferimenti. Fuga di immigrati dal Cie di Torino, RAI
12. I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
13. Mafia Capitale, Buzzi: “Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
14. Sicilian Mafia Cashes In On Desperate Immigrants, La Stampa

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le quattro battaglie che hanno spezzato l’esercito ucraino

Alexander Mercouris, The Duran 8/2/2017

L’ultimo combattimento nei pressi di Avdeevka in Ucraina, ripete la stessa tattica disastrosa che portò alla precedenti sconfitte dell’esercito ucraino, nei “calderoni” al confine con la Russia, a Ilovajsk, nell’aeroporto di Donetsk e a Debaltsevo.kdtq7ntvoowGli ultimi combattimenti presso e nella città ucraina di Avdeevka sono presentati come il prodotto della presunta nuova tattica ucraina dell”infiltrazione’, con cui le truppe ucraine s’inserirebbero di nascosto nella terra di nessuno, occupando gradualmente territorio e mettendo la milizia ucraina orientale in svantaggio. A mio parere ciò è sbagliato. L’ultima ‘infiltrazione tattica’ è semplicemente una variante delle stesse tattiche che gli ucraini hanno utilizzato in guerra: attaccare a testa bassa mettendo le truppe in una posizione insostenibile, comportando pesanti perdite per nulla, e in certi casi finendo nelle sacche, che la milizia chiama “calderoni”. L’uso del termine “calderone” (a volte tradotto come “caldaia”) descrive come funzionano queste sacche. Le truppe ucraine finite in questi “calderoni” vengono private di rifornimenti e rinforzi. Col tempo la posizione diventa insostenibile. La milizia non cerca di assaltare il “calderone”, ma invece la lascia lentamente ‘bollire’ finché la resistenza non crolla. Eventuali truppe ucraine ancora rimaste nel “calderone”, quando il collasso avviene, generalmente vengono scambiate con i prigionieri della milizia presi dagli ucraini. Le armi pesanti vengono abbandonate, carri armati, blindati e artiglieria, prese dalla milizia e sistemate nelle sue officine. Il Donbas è una grande area industriale in cui non mancano strumenti e competenze necessarie. Poi vengono riutilizzate dalla milizia, divenendo un esercito sempre più sofisticato. Una percentuale ignota, probabilmente molto grande, di armi pesanti che la milizia possiede ora probabilmente l’ha ottenuta così. Non altri che Poroshenko ammise, nel settembre 2014, che l’esercito ucraino perse allora il 65% dei blindati (vedi la mia discussione qui). E’ probabile che una buona percentuale di questi veicoli sia ora in servizio nella milizia.
I combattimenti in Ucraina, per la maggior parte del tempo, finora, sono statici, da guerra di trincea. Ogni volta che gli ucraini comunque tentano offensive su larga scala, quasi sempre finivano nei “calderoni”, frutto delle loro tattiche.
L’elenco delle più importanti “caldaie” (ve ne furono altre più piccole) comprende:

1) Il “calderone del sud”
Probabilmente il più importante e decisivo di tutti, anche se interamente ignorato dai media occidentali. Iniziò nel luglio del 2014 come conseguenza del tentativo ucraino di aggirare la milizia e isolarla dal confine russo. Il risultato fu che proprio una grande colonna blindata ucraina venisse isolata e immobilizzata al confine. Gli ucraini cercarono di rifornire tale facendo con aviolanci, ma con scarso effetto, perdendovi diversi aerei, cose per cui accusò l’Aeronautica russa. Senza entrare nei dettagli , va qui solo detto che l’MH17 fu abbattuto nel corso di questo combattimento. Il “calderone” finalmente crollò ai primi di agosto, fornendo alla milizia molte armi pesanti (tra cui blindati) poi usati nella controffensiva lanciato a fine agosto.

2) Ilovajsk
Ciò si ebbe a metà agosto 2014 come risultato del tentativo ucraino di dividere le due roccaforti delle milizie di Donetsk e Lugansk. Una grande forza ucraina avanzò su Ilovajsk solo per essere rapidamente circondata. Le perdite ucraine in questo “calderone” furono eccezionalmente pesanti, ma furono limitati dall’appello del Presidente Putin alla milizia di consentirgli di ritirarsi. Gli ucraini accusano della sconfitta ad Ilovajsk l’intervento dell’esercito russo, divenuto articolo di fede in Ucraina e tra i sostenitori del regime ucraino in occidente. Ilovajsk è spesso citata come la battaglia decisiva che sconfisse la campagna militare dell’Ucraina nel Donbas nell’estate del 2014, che fino a quel momento sarebbe andata bene. Alcuna di tali affermazioni va accettata, anche se in occidente lo sono sempre. La realtà è che al momento della battaglia di Ilovajsk, l’offensiva ucraina lanciata per sopprimere il Donbas, il 1 luglio 2014, era già in grave difficoltà, con la sconfitta nel “calderone del sud” e con le truppe ucraine sempre più impantanate ed incapaci di avanzare contro le forti difese della milizia a Donetsk e Lugansk. Lungi dall’essere una sconfitta inattesa causata dall’intervento russo in una campagna finora riuscita, l’avanzata su Ilovajsk sembrava più l’ultimo disperato tentativo di salvare una campagna già fallita. Sulle pretese dell’intervento militare russo nella battaglia, le “prove”di ciò non sono per nulla chiare, come si dice. L’eccessiva enfasi data da ucraini e sostenitori occidentali alla sconfitta ucraina ad Ilovajsk, incolpandone i russi, senza dubbio lo si spiega col desiderio di nascondere la portata della precedente sconfitta nascosta dagli ucraini nella campagna estiva, tra l’altro riuscendoci creando la menzogna della sconfitta decisiva ad agosto inflitta dalla Russia, che avrebbe fermato una campagna finora riuscita.

3) Aeroporto di Donetsk
Il cessate il fuoco temporaneo concordato tra ucraini e milizia a Minsk, nel settembre 2014, lasciò agli ucraini in controllo dell’aeroporto di Donetsk. La sconfitta ucraina dell’agosto 2014 lasciò le truppe ucraine nell’aeroporto in una posizione insostenibile. Tuttavia, nonostante ciò e i suggerimenti di certuni in Ucraina, che le truppe ucraine nell’aeroporto venissero ritirate in posizioni più difendibili, la milizia affermò che il protocollo di Minsk del settembre 2014, imponeva che il controllo dell’aeroporto passasse a loro, ma la dirigenza ucraina ordinò alla sue truppe di trincerarvisi rinforzandole con le migliori forze speciali ucraine, la cui bravura veniva elogiata dai media ucraini, chiamandole “cyborg”. Era tipico dell’approccio della dirigenza ucraina nel conflitto. Si persisteva nel rifiuto di rinunciare a un centimetro di territorio, sebbene indifendibile, con un atteggiamento che più volte condannò le truppe ucraine alle peggiori sconfitte e perdite. Il risultato fu che per tutto autunno 2014 e inizio inverno 2015, nonostante il presunto cessate il fuoco, i combattimenti nell’aeroporto di Donetsk continuarono senza sosta finché la resistenza ucraina crollò nel gennaio 2015, dopo che centinaia delle migliori truppe ucraine furono eliminate e centinaia di altre catturate. Come nella battaglia di Ilovajsk, gli ucraini accusarono della sconfitta nell’aeroporto di Donetsk i russi, mentre Poroshenko fece la fantastica affermazione che non meno di 9000 soldati russi vi parteciparono (numero necessario per sconfiggere i “cyborg”). In realtà la sconfitta ucraina all’aeroporto di Donetsk fu il risultato dell’insistenza della dirigenza ucraina a che le sue truppe fossero in una posizione indifendibile, anche molto dopo che ciò era apparso evidente.

4) Debaltsevo
Debaltsevo è un importante centro e snodo catturato dall’esercito ucraino nella campagna estiva del 2014. Il cessate il fuoco nel settembre 2014 la lasciò in mani ucraine, ma circondata su tre lati dai territori controllati dalla milizia. Nel gennaio 2015, dopo l’attacco ucraino coincidente con la battaglia dell’aeroporto di Donetsk, la controffensiva della milizia accerchiò le truppe ucraine, il presunto ‘nucleo’ dell’esercito ucraino le cui dimensioni, secondo alcuni rapporti, erano non meno di 8000 uomini (alcuni rapporti indicavano cifre più elevate). Il “calderone” di Debaltsevo suscitò il panico tra i sostenitori dell’Ucraina in occidente, preoccupati che il grosso dell’esercito ucraino vi venisse distrutto. Ciò portò a un giro frenetico di negoziati capeggiato da Angela Merkel, che volò a Mosca per colloqui privati con il Presidente Putin, portando ad ulteriori colloqui a Minsk che, alla fine, diedero luogo all’accordo del febbraio 2015. Durante i negoziati a Minsk, Merkel e Hollande scoprirono che l’intransigenza dalla dirigenza ucraina nel rifiutarsi di affrontare la realtà e ritirarsi dalla posizione insostenibile a Debaltsevo, era una caratteristica della guerra ucraina. Non solo Poroshenko rifiutò la richiesta di ordinare la ritirata delle sue truppe da Debaltsevo, rifiutò anche di ammettere che erano intrappolate. Così ne descrissi il comportamento in un articolo per Sputnik. “La negazione ha raggiunto livelli farseschi durante i negoziati a Minsk. La metà delle 16 ore di negoziati fu spesa tentando di fare ammettere l’ovvio a Poroshenko, che le sue truppe a Debaltsevo erano circondate. Poroshenko si rifiutò, rifiutando anche di ordinare alle sue truppe di ritirarsi e ogni offerta data da altri per organizzarla. Non vi era alcuna logica dietro tale negazione della realtà. Alcun obiettivo militare fu raggiunto continuando a difendere Debaltsevo, quando la sua cattura da parte della milizia era imminente. Come comandante in capo Poroshenko doveva concordare per i suoi uomini i termini della ritirata, quando era chiaro che il loro sacrificio era vano. In precedenza, il comandante della milizia Strelkov ritirò i suoi uomini da Slavjansk quando fu chiaro che era indifendibile e che non c’era alcun obiettivo per cui sacrificare la vita dei suoi uomini. Questo è il dazio dovuto da ogni comandante ai propri uomini. Poroshenko fallì in questo suo compito. Il risultato furono decine di soldati ucraini (migliaia secondo alcune stime) che potrebbero essere vivi e sono ormai morti”.
Nel caso in cui le truppe ucraine finalmente si ritirarono da Debaltsevo dopo aver subito pesanti perdite, e in disordine senza attendere gli ordini di Poroshenko, dopo di che assurdamente sostenne che fu una “vittoria”. Come ho già scritto, i rapporti sui combattimenti ad Avdeevka suggeriscono che nulla è stato appreso da tali disastri continui. La dirigenza ucraina continua ad ordinare ai suoi uomini di occupare territorio indifendibile. Le ‘tattiche d’infiltrazione’ ucraine ad Avdeevka non hanno portato ad alcun cambiamento significativo nella situazione militare. Ciò che hanno ottenuto è stato esporre le truppe ucraine al tiro dell’artiglieria pesante delle milizie, causando pesanti perdite e minacciandone l’accerchiamento con un altro “calderone”. Realisticamente, proprio come la pace in Ucraina è impossibile, finché l’attuale regime resta al potere, così un cambiamento della tattica è improbabile, se le stesse persone restano in carica. Gli ucraini nel frattempo la pagano.drones-18Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia sopravviverà a un attacco nucleare

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 04/02/2017sav_5266Secondo Bloomberg, l’ufficio del direttore della National Intelligence e il Comando Strategico degli Stati Uniti lavorano sulla valutazione se le leadership russa e cinese possano sopravvivere a un attacco nucleare e continuare ad operare. Il Comando Strategico vuole anche “dare una descrizione dettagliata” di “come la leadership sopravviva” e “diriga” Russia e Cina in relazione alla pianificazione della guerra nucleare degli Stati Uniti. Il nuovo studio è stato ordinato dal Congresso prima che il Presidente Donald Trump s’insediasse. I risultati saranno probabilmente presi in considerazione dalla nuova amministrazione nell’avviare la nuova Nuclear Posture Review. Secondo i piani elaborati dalla precedente amministrazione, la modernizzazione da mille miliardi di dollari della triade nucleare in più di 30 anni, avrà inizio a metà degli anni 2020. Il documento comprende molti dati tecnici e curiosità, ma alle principali domande si può già rispondere. La Russia sopravviverebbe a un attacco nucleare? Sì. Potrà rispondervi tempestivamente? Sì.
Nel 2017 ci saranno tre nuovi radar di sorveglianza a lungo raggio e alta efficienza energetica Voronezh-DM operativi a Orsk, Barnaul e Enisejsk. Il radar ha una portata di 10000 km ed è in grado di tracciare simultaneamente 500 oggetti. La portata orizzontale è 6000 km e quella verticale 8000 km. Ad una distanza di 8000 km, il radar può rilevare i bersagli delle dimensioni di un “pallone da calcio”. Le stazioni radar che operano a Baranovichi, Murmansk e Pechora sono state aggiornate. Insieme, questi radar garantiscono il primo allarme in caso di attacco da qualsiasi direzione. Un altro radar Voronezh-DM è in costruzione a Murmansk per aggiornare il primo allarme della nazione. Il 2017 è l’anno in cui la Russia non avrà lacune nella copertura di preallarme. I lanci dei missili saranno rilevati anche dallo spazio dai nuovi satelliti di primo allarme. 10 saranno operativi entro il 2022. Dopo aver ricevuto un primo allarme, gli avanzati sistemi di difesa aerea S-300 e S-400 contrasteranno l’attacco. Supponiamo che un missile attraversi le difese. Ci sono ben protetti centri di comando sotterranei in grado di sopravvivere autonomamente. Vi sono sistemi a terra ben attrezzati, soprattutto il National Defense Control Center (NDCC) russo, operativo dal 2015. Cosa succede se le difese e la protezione falliscono e l’infrastruttura di comando a terra è fuori uso? I velivoli Iljushin Il-80 Maxdome entreranno in gioco. Il velivolo è destinato ad essere impiegato come centro di comando volante per i vertici russi, tra cui il presidente, in caso di guerra nucleare. Operativo dal 2015, il posto di comando “giorno del giudizio” può dirigere esercito, marina, forze aerospaziali e forze missilistiche strategiche. Vi sono quattro Il-80 in servizio nelle Forze aerospaziali Russia. Sulla capacità di rappresaglia. Il sistema di difesa definitivo della Russia, Perimetro, attuerebbe l’attacco nucleare di rappresaglia, anche se le linee di comando e comunicazione delle Forze missilistiche strategiche sono completamente distrutte. Non vi è alcun modo per rilevare il sistema, parte di un’unica rete di comando e controllo occultata in profondità. La capacità della Russia di rilevare lanci di missili fu testata nel 2013. L’assai avanzato sistema di difesa aerea Vitjaz del distretto militare del Sud rilevò 2 missili da crociera israeliani Popeye Turbo lanciati da un sottomarino classe Dolphin in pattugliamento nel Mediterraneo orientale. Furono “quasi subito” distrutti da un missile del cacciatorpediniere dell’US Navy Arleigh Burke operante nell’area. Il sistema di primo allarme russo rilevò il lancio di missili balistici nell’aprile 2016.
Donald Trump ha chiesto l’aggiornamento l’arsenale nucleare degli Stati Uniti. Secondo lui, “gli Stati Uniti devono rafforzare ed espandere notevolmente la propria potenza nucleare, fino al momento in cui il mondo rinsavisce sulle armi nucleari. Lasciate che ci sia la corsa agli armamenti . Li sorpasseremo a ogni passaggio e gli sopravviveremo”, aveva detto. Ma la Russia non può essere sconfitta da un primo attacco nucleare. Invece, può essere impegnata in un dialogo costruttivo. La modernizzazione non è necessariamente una corsa agli armamenti, cosa che gli Stati Uniti difficilmente possono permettersi con il loro enorme debito pubblico. Russia e Stati Uniti hanno fatto tanto per attivare il regime di controllo degli armamenti. Sforzi furono fatti da entrambi i Paesi quando capirono la follia della corsa incontrollabile. Il controllo degli armamenti è un grande risultato da preservare ad ogni costo. Il nuovo trattato di riduzione (New START) scade nel febbraio 2021, appena tre anni dopo che le parti avranno completato le riduzioni, nel 2018. Può essere prolungato di 5 anni, se le parti sono d’accordo. Va ancora raggiunto questo accordo. Non è chiaro se Stati Uniti e Russia possano instaurare un nuovo regime di controllo degli armamenti.
Con la prima conversazione telefonica, le parti potrebbero avviare discussioni regolari sulla direzione generale dei programmi per missili balistici, lo scambio d’intelligence, l’analisi delle minacce missilistiche e i modi per contrastarle. Potranno scambiarsi le opinioni su cosa fare prima della prossima scadenza. Esperti e ricercatori di entrambi i Paesi potrebbero contribuire al processo. Oggi controllo degli armamenti e non proliferazione sono in stasi, la peggiore crisi globale in cinquanta anni di storia del controllo delle armi nucleari, con quasi tutti i canali di negoziazione chiusi e l’intero sistema degli accordi sul controllo degli armamenti in pericolo. Russia e Stati Uniti potrebbero risolvere i problemi e stabilire le modalità dei negoziati formali da condurre per invertire la tendenza negativa. Si spera che il miglioramento dei rapporti tra i dirigenti russi e statunitensi crei le giuste condizioni per affrontare questioni scottanti invece di impegnarsi in una disperata corsa agli armamenti che nessuno può vincere.m-skryabin-il-80-1600La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO – L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013

La rete del Grande Fratello George Soros va a pezzi

Gilbert Mercier, News Junkie Post, 05/02/2017

L’attacco all’ordine esecutivo ‘divieto di viaggio’ di Donald Trump fa parte di una campagna di disinformazione al centro dei quali c’è la rete creata da George Soros.8270586486_b06b7553d8_h-e1486071016688L’alleanza blasfema: Soros e principi e sceicchi della British Petroleum
La campagna di disinformazione sul cosiddetto divieto ai musulmani dell’amministrazione Trump è stata orchestrata negli Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale dalla maggior parte dei media mainstream e degli organi d’informazione di pseudo-sinistra e pseudo-indipendenti, dalle principali piattaforme social media del mondo, nonché dai motori di ricerca. Ciò che l’amministrazione Trump ha fatto con l’emissione dell’ordine esecutivo per limitare i visti ai cittadini di Paesi specifici non è una misura razzista, ma invece una misura di sicurezza per impedire attacchi terroristici finanziati da una cabala globalista ancora molto attiva e guidata dal burattinaio George Soros, dai suoi innumerevoli soci in politica, finanza e media, così come dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita. Questa incredibilmente potente rete globale, che alcuni chiamano governo-ombra del Nuovo Ordine Mondiale, si disfa completamente. Forse è giunto il momento di trascinare la gigantesca idra globalista sulla riva e guardarla morire, cotta dai raggi del sole.

Il fallimento dell’infoguerra globalista: il presidente Trump conquista cuori e menti dei Paesi musulmani
L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump apparentemente ha già dato i suoi frutti, non solo probabilmente sventando un attacco terroristico contro lo stadio che ospita il Super Bowl, il maggiore evento sportivo negli Stati Uniti. Alcuni giorni prima, Rashid Muhammad, un capo dello SIIL, fu arrestato al John F. Kennedy di New York. Speriamo che un interrogatorio approfondito dellFBI e forse altre agenzie, portino ai nomi dei suoi collaboratori all’estero, e soprattutto delle persone che hanno ordinato e finanziato possibili attentati. Nel complesso, è un buon lavoro della polizia vecchio stile, e non di qualche tendenza anti-musulmana dell’amministrazione Trump. I musulmani di tutto il mondo sono pienamente consapevoli che l’amministrazione Obama non è mai stata loro amica.

L’asse amorale: Soros, i governanti dell’Arabia Saudita e la rete sionista
La maggioranza del pubblico nei Paesi musulmani non si beve l’idea che il Presidente Donald Trump sia anti-islamico, e l’opinione pubblica degli Stati Uniti sta rapidamente recuperando terreno sulla stessa nozione. La maggior parte dei musulmani del mondo già conosce ciò che chiamai un paio di anni fa alleanza saudita-sionista. L’Islam è una religione di pace a meno che, ovviamente, non segua i precetti wahabiti o salafiti della sharia. Queste due forme di fondamentalismo islamico sono state generosamente sponsorizzate da Arabia Saudita e Qatar, e diffuse nel mondo, anche nei Paesi laici dell’Europa occidentale. Ciò è avvenuto con la costruzione di grandi moschee e l’assunzione di imam per predicare, indottrinare e spesso arruolare cittadini europei di origine nordafricana, turca o pakistana. Giovani con scarse prospettive di lavoro in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Bosnia, Kosovo e altrove sono stati i primi obiettivi dei jihadisti. Pochi di loro sono in realtà motivati a combattere la cosiddetta guerra santa in nome di Allah. Ciò che sono invece è una forza mercenaria: una legione straniera agguerrita e ben addestrata che diffonde caos a vantaggio dei principi e sceicchi sauditi e qatarioti. Ciò con il sostegno e la partecipazione attiva di tutte le amministrazioni degli Stati Uniti dal 1980, o ciò che chiamo i 36 anni dell’era criminale Bush-Clinton, ovviamente compreso il clintoniano straordinario, l’ex-presidente Barack Hussein Obama.

Il premio Nobel per la Pace Obama ha ordinato il lancio di 26172 bombe nel 2016
Mentre la pseudo-sinistra occidentale, che opera principalmente da propagandista dell’agenda globalista, dipinge il Presidente Trump come un razzista anti-musulmano che aspira ad essere Adolf Hitler, cosa assolutamente insensata, dato che i fatti raccontano una storia diversa; in un articolo pubblicato dal Consiglio on Foreign Relations, Micah Zenko espone i bombardamenti dell’amministrazione Obama in sette Paesi musulmani, nel 2016. In totale, le forze armate statunitensi hanno sganciato 26172 bombe in sette Paesi. La lista va menzionata al completo: in Siria sono state sganciate 12192 bombe; in Iraq 12095; in Afghanistan 1337; in Libia 496; in Yemen 35; in Somalia 14 e in Pakistan 3. Queste sono le bombe utilizzate dai militari degli Stati Uniti con vari vettori, tra cui i droni, l’arma preferita del premio Nobel per la Pace. Non credo che gli afflitti liberali possano ancora chiamare il loro beniamino Obama amico dei musulmani e della pace, e offendere Trump.

Soros: il ragno a capo della ragnatela orwelliana
George Soros, attraverso la sua Open Society Foundation, una rete di oltre 100 uffici in numerosi Paesi, tra cui l’Afghanistan, ha le mani nelle pseudo-spontanee proteste anti-Trump, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo. Soros ha operato per decenni come un gigantesco ragno fissato dall’aspirazione tossica ad essere il Messia. Il suo portfolio include le attività politiche in molti Paesi e in organizzazioni globaliste come Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy è stato un importante agente di Soros; lo stesso il presidente Francois Hollande, nonché la direttrice generale del FMI Christine Lagarde. L’attuale primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha abbracciato, a nome di Soros, le proteste anti-Trump e pseudo pro-musulmane. La rete globalista di Soros e soci è ancora viva, ma è in via di demolizione dopo la sconfitta di una delle pedine di Soros nelle elezioni degli Stati Uniti. Naturalmente, chi aspirava a diventare l’imperatrice della ragnatela del Grande Fratello orwelliano di Soros è l’unica e sola Hillary Clinton.

Le attività di Soros e la pseudo-sinistra
Il problema di Soros, per soci e relativi media e ONG, è che si sta svenando, e il suo impero globale crolla come un castello di sabbia. Democracy now! di Amy Goodman è stato a lungo un media di Soros, lo stesso i suoi abituali ospiti di pseudo-sinistra, come Noam Chomsky, Chris Hedges, Naomi Klein, Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Cornel West. Democracy Now! non è certo il solo. La lista dei media e delle ONG di Soros è così lunga che è difficile completarla. Degni di menzione, ma senza alcun particolare ordine d’importanza, sono NPR News, BBC News, The Guardian, Le Monde e Huffington Post. Quelli con una patina d’indipendenza di sinistra sono più difficili da individuare con certezza: esempi sono Alternet, CEPR e Truthout. Iniziarono abbastanza bene, ma cambiarono linea editoriale quando Soros li finanziò con le sue fondazioni o ne assunse alcuni. Soros ha anche investito molto nei gruppi per i diritti umani come American Civil Liberties Union, Amnesty International e Human Rights Watch. Petizioni per processare il Presidente Trump circolano nel mondo grazie a Change.org: un’altra organizzazione controllata da Soros. Change.org, insieme a Cause.com, Answer coalition e MoveOn.org, coordina le false proteste delle donne e contro il presunto divieto islamico. Answer coalition è così scollegata dalla realtà che appaio sulla sua mailing list! Come la maggior parte delle petizioni, quelle delle organizzazioni finanziate da Soros sono operazioni di phishing, il cui scopo principale è raccogliere nomi e indirizzi. Per gente come Soros e i suoi amici sauditi, che hanno finanziato le rivoluzioni fasulle in Libia, Siria e Ucraina, e ideato lo SIIL, è abbastanza banale progettare marce delle donne nel mondo, assumere gli ex-membri di gang per innervare Black Live Matter, e accordarsi con alcuni azionisti chiave della società di social media e dei motori di ricerca per fare del “divieto ai musulmani” un argomento di tendenza. E’ un peccato, ma come si dice, nell’impero del minimo comune denominatore secondo la direttiva del Ministero della Verità, il denaro parla ed ha il megafono. Senza, George Soros e i suoi soci non controllerebbero l’informazione occidentale, come fanno quasi ogni giorno da decenni.

Il momento della giustizia e il colpo di grazia all’idra globalista
Riguardo i capi del sindacato Bush-Clinton: a giudicare dal linguaggio del corpo, al giuramento del Presidente Trump, sembra che siano pienamente consapevoli che avevano la mano perdente. Sembravano essere a un funerale, e forse la loro unica ragione per esserci era che non potevano rifiutarsi. In una particolare foto dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton e dell’ex-presidente Barack Obama, seduto di fronte a lei, le espressioni facciali sono tristi, ma ciò che ho notato fu la posizione insolita dei loro agenti di sicurezza dei servizi segreti. Tipicamente, gli agenti guardano dietro, di fronte e ai lati di coloro che proteggono, e non direttamente loro. Sarebbe una sorta di arresti domiciliari? A mio parere, la possibilità di un colpo di Stato, morbido o violento, contro l’amministrazione Trump è ridicola. Purtroppo per i fantocci di George Soros, il popolo statunitense, cioè la maggioranza che ha eletto Trump e lo sostiene, bada più ai diritti del Secondo Emendamento che al prossimo cappuccino.Donald Trump Is Sworn In As 45th President Of The United StatesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora