La NATO verso il collasso

Alessandro Lattanzio, 29/01/2016

Generale Philip Breedlov

Generale Philip Breedlove

Il 27 gennaio il comando europeo delle Forze Armate degli Stati Uniti (EUCOM) stilava l’aggiornamento della strategia in Europa per “Impedire l’aggressione russa sotto forma di crescente comportamento aggressivo e militarizzazione dell’Artico. La Russia è una sfida seria ai nostri alleati e partner in diverse regioni, è un problema globale che richiede una risposta globale”. Il rappresentante permanente della Russia presso la NATO, Aleksandr Grushko, ha detto “è impossibile commentare nelle forme corrette, perché tale tesi è completamente al di fuori della realtà. Tale formulazione prevede che gli Stati Uniti riuniscano gli alleati, i cui ranghi sono ultimamente dispersi. Dato che nuove minacce e sfide richiedono risposte collettive, devono riunirsi sotto l’ala degli Stati Uniti ed esser costretti ad investire nella difesa per rafforzare il fianco orientale con una nuova cortina di ferro. Le ragioni dell’adozione della nuova strategia sono più profonde del mero desiderio degli Stati Uniti di radunare gli alleati europei” dichiarava il Vicedirettore del Centro informazioni analitiche di Tauride Sergej Ermakov. “La grave esacerbazione delle relazioni con la Russia è il compito principale del comando europeo degli Stati Uniti, per “garantirsi un ambiente sicuro”. Intendendo esattamente l’allineamento degli alleati europei a ranghi serrati e il rafforzamento della NATO come strumento per normalizzare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Gli USA vogliono rafforzare la NATO, ma non tutti i Paesi membri dell’Alleanza hanno fretta di aumentare la spesa per la difesa”. Alcuni Paesi come Polonia ed Estonia hanno aumentato la spesa militare ben al 2% del PIL, un contributo insignificante. Inoltre il comando europeo degli Stati Uniti negli ultimi 10 anni ha seriamente ridotto il dispiegamento militare. “La copertura dei territori controllati dall’EUCOM è addirittura aumentata verso la regione artica. Formalmente la zona di responsabilità del Comando Europeo ha lasciato l’Africa perché è stato creato il Comando Africa degli Stati Uniti, ma in realtà AFRICOM si basa sulle risorse di EUCOM. Obiettivi vaghi, risorse limitate e assenza di serie minacce militari all’Europa, fino a poco prima, permisero ad EUCOM una vita rilassata… Ma dopo i fatti di Crimea si è scatenato l’inferno”. Il fatto che l’esercito russo potesse operare con successo in condizioni di combattimento quasi reale fu una sorpresa sgradevole, in particolare effettuando quelle operazioni che la NATO classifica come “intervento umanitario”. “Ciò ha comportato cambiamenti nella cosiddetta concezione dello schieramento avanzato volto a rafforzare la presenza statunitense in Europa. L’obiettivo di EUCOM è creare una fitta rete di piccole basi in Europa, permettendo agli USA di rischierarvi le proprie forze contro la Russia. Ma se durante la Guerra Fredda gli USA avevano 400000 soldati in Europa, dopo il “rafforzamento della presenza statunitense in Europa” saranno circa 80000”.
Ciò impone alla Federazione russa d'”Investire nella Difesa e a costruire una linea difensiva. Questo è necessario, anche se tali azioni possono scatenare una nuova corsa agli armamenti… Oggi c’è un graduale cambio di leadership nello spazio geopolitico globale“, dichiarava l’accademico dell’Accademia dei problemi geopolitici, l’ex-direttore del Primo Dipartimento per la Cooperazione Militare Internazionale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Colonnello-Generale Leonid Ivashov. “L’occidente si è esaurito ed ora molla, mentre l’età dell’Oriente si afferma. In questo processo assistiamo ad una rivolta contro il diktat statunitense. Come sempre, gli alleati di ieri iniziano ad agire contro Washington. Arabia Saudita e Turchia vedono che l’Iran ha raggiunto il suo obiettivo liberandosi dalle sanzioni. Il processo globale di liberazione dalla dittatura statunitense appare ovvio anche all’Europa. Perciò gli Stati Uniti cercano di sopprimere l’aspirazione russa all’indipendenza, per mantenere anche l’Europa sotto controllo. In caso contrario, c’è il rischio che la liberazione dalla dittatura statunitense diventi un massiccio movimento coordinato. Per riunire l’Europa, è necessario esibire una minaccia estera comune, pratica comune degli Stati Uniti. Quando la minaccia diventa lo SIIL e i profughi da Medio Oriente e Nord Africa, la Russia passa in secondo piano e la solidarietà della NATO comincia ad andare a pezzi. Così gli statunitensi fanno tutto il possibile per presentare i russi nel familiare ruolo di principale nemico. Nel 2015, ricordo, gli Stati Uniti adottarono la nuova strategia di sicurezza nazionale. Nel documento la Russia veniva indicata 13 volte sempre in un contesto negativo. La Russia è il principale nemico nella dottrina militare aggiornata degli Stati Uniti, che ora cercano di riscrivere i punti chiave della strategia della NATO. E’ impossibile aspettarsi altro dagli Stati Uniti date le attuali condizioni“.
Merkel+Erdogan+Mark+50+Years+Turkish+Immigration+o9d5qvOzmvPxE a proposito di ‘flussi di rifugiati’, l’agenzia stampa turca Dogan riferiva che a Diyarbakir si svolgevano gravi scontri tra le forze armate e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che avevano spinto migliaia di persone a fuggire dalla città, nel sud-est della Turchia, dopo che 23 persone, tra cui 3 soldati turchi, erano state uccise. Il 27 gennaio l’esercito turco uccise 11 curdi a Cizre, al confine siriano, e altri 9 a Diyarbakir. Già dal 14 dicembre 2015 134 curdi furono uccisi dall’esercito turco a Diyarbakir. Oltre 2000 civili abbandonavano la città. Dopo il collasso del processo di pace tra le autorità turche e il PKK, nell’estate 2015, Erdogan impose il coprifuoco in varie città curde. Da allora, gli scontri tra le forze turche e PKK sono in corso, dove almeno 198 civili, tra cui 39 bambini, sono stati uccisi dalle operazioni militari iniziate nell’agosto 2015. E il 24 gennaio, Joe Biden, vicepresidente degli USA, incontrava ad Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Davutoglu, per esprimere sostegno alla pulizia etnica della popolazione curda mascherata da guerra contro il PKK. Inoltre, Biden, annunciava che se i colloqui di Ginevra sulla Siria fallivano “Siamo preparati, pronti a una soluzione militare nell’operazione contro lo Stato islamico“, dichiarando che Washington non avrebbe impedito alla Turchia di posizionare truppe in Iraq nei pressi dei giacimenti petroliferi di Mosul, attualmente occupati dallo SIIL, approvando di fatto l’invasione turca dell’Iraq. Inoltre, il vicepresidente degli Stati Uniti non ha detto nulla sul contrabbando di petrolio iracheno e siriano in Turchia, con cui il SIIL finanzia il terrorismo contro la Siria. Biden sa bene che Erdogan e il capo dei servizi segreti turchi, Hakan Fidan, sostengono apertamente lo SIIL, addestrandolo e armandolo nella guerra contro la Siria. Il 18 ottobre 2015 Fidan dichiarò l’aperto sostegno turco allo SIIL: “L’Emirato islamico è una realtà e dobbiamo accettare di non poter debellare una ben organizzata e popolare istituzione come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi occidentali a rivedere il proprio modo di pensare sulle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e a contrastare Putin che vuole schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani“. Lo Stato islamico è un alleato della NATO, creato dalla struttura clandestina terroristica atlantista StayBehind/Gladio turco-anglo-franco-italiana, o Gladio-B in Medio Oriente, per distruggere il governo baathista siriano, col coinvolgimento diretto della Turchia di Erdogan e della monarchia wahhabita guidata da re Salman e dal figlio militarmente incompetente, ma ministro della Difesa, principe Muhamad bin Salman. “C’è oggi un’alleanza militare ed economica tra l’osceno megalomane Erdogan e la monarchia wahabita saudita. Da parte loro, il monarca saudita Salman e il principe Muhamad bin Salman vogliono strappare altri giacimenti per aumentare la propria ricchezza. Questo non perché la monarchia sia indigente, ma perché ha l’illusione che possedendo altro petrolio potrà finalmente “sedersi al tavolo del padrone”, e non essere trattata dagli arroganti oligarchi occidentali come beduini primitivi in Rolls Royce”, afferma F. William Engdahl. Nel frattempo l’Arabia Saudita organizzava i colloqui Turchia-Egitto nell’ambito dell’accordo per il passaggio della presidenza dell’OIC (Organizzazione degli Stati islamici), dall’Egitto alla Turchia. Nel 2013 Erdogan condannò il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani rifiutando di riconoscere la legittimità del presidente egiziano al-Sisi. Ora, secondo l’accordo saudita, al-Sisi cederà la presidenza dell’OIC e consegnerà centinaia di Fratelli musulmani egiziani detenuti al regime islamista di Erdogan che, secondo Engdahl, diverrebbe il “protettore” di Fratelli musulmani e Stato islamico, spianando la strada alla riesumazione del califfato islamico del nuovo Gran Sultano Recep Tayyip Erdogan. E in tale quadro va inserita l’alleanza slavofoba tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente turco Erdogan. Dove difatti la Germania ignora la strage dei curdi nel sud-est della Turchia, il contrabbando di petrolio e la collaborazione di Ankara con i terroristi dello SIIL. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt la cancelliera tedesca Merkel “ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica… Erdogan ha creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese con l’aumento delle violenze.
Intanto si amplia il ‘fronte orientale’ nell’Unione europea, il serio scontro sulla sovranità tra la Polonia e l’ingerenza dell’UE guidata dalla Germania. Nella frattura intra-europa tentano d’infiltrarsi gli interessi statunitensi, guidati dal solito George Soros, che fa il diavolo in quattro per cercare di salvare la creatura mostruosa su cui ha speso il proprio capitale finanziario-mediatico, il governo golpista neo-banderista di Kiev, oramai sull’orlo della bancarotta economica e della disintegrazione territoriale, e che attrae l’attenzione di Varsavia e Berlino. Si tratta del vero oggetto occulto del contenzioso tedesco-polacco: come affrontare il fallimento ucraino. Nel frattempo, sebbene i polacchi continuino a parlare di una vaga “minaccia russa” invocando l’insediamento permanente della NATO nel Paese, la Polonia compie discreti tentativi di riavvicinamento alla Russia. Su iniziativa del nuovo governo polacco, si svolgeva un incontro russo-polacco il 22 gennaio a Mosca, tra i viceministri degli Esteri dei relativi Paesi. I russi chiedevano un forte intervento delle autorità polacche contro i vandalismi sui monumenti che commemorano i caduti dell’Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale, “La retorica ostile va respinta se si vuole un rapporto russo-polacco normalizzato, affermava il Ministero degli Esteri russo dopo le consultazioni bilaterali tra i viceministri degli Esteri. La Russia è pronta a costruire in modo pragmatico contatti con il nuovo governo polacco, avanzando laddove è possibile, dichiarava dopo le consultazioni del Primo Viceministro degli Esteri russo Vladimir Titov con il Viceministro degli Esteri polacco Marek Ziolkowski. “Non è dovuto alla Russia il blocco del dialogo”, dichiarava il Ministero. “Fu sottolineato che se c’è un tentativo di normalizzare le relazioni, un’atmosfera adeguata va creata, e retorica ed azioni ostili vanno evitati”, continuava la dichiarazione. “L’accento era posto sul mantenimento delle debite misure per la protezione di monumenti e sepolture militari russi in Polonia, dato che gli atti di vandalismo sono sempre più frequenti. Le parti hanno deciso a breve l’organizzazione della riunione di un gruppo di lavoro secondo l’attuazione dell’accordo intergovernativo del 22 febbraio 1994 sui monumenti alle vittime di guerre e repressioni. Inoltre, l’articolo indicava che la parti hanno deciso consultazioni per risolvere pragmaticamente le liti sulle proprietà diplomatiche in entrambi i Paesi. “Le parti hanno deciso di spianare la strada ai negoziati con la prospettiva per un accordo intergovernativo”.” Osserva Philppe Grasset, “i polacchi dovranno agire con estrema cautela per evitare di dare altri argomenti a coloro che gli fanno pressione, UE e Germania, NATO e Stati Uniti. Tuttavia, con la solita deriva massimalista degli Stati Uniti che accompagna il “totalitarismo democratico” di Unione europea e Germania, e dato che UE e Germania sono in grave crisi, ci sarà ancora più pressione rigorosa sulla Polonia e altre pressioni si avrebbero se la Polonia stringesse un’alleanza con la Russia. A nostro avviso, le relazioni in tale direzione potranno solo peggiorare, con molto probabili soliti tentativi di cambio di regime per destabilizzare la Polonia. L’incognita riguarda i russi. Putin avrà una “parte” in Polonia o andrà avanti senza altro scopo che iniziare a migliorare le relazioni, a condizione che i polacchi rispettino i monumenti commemorativi, vale a dire intervenendo pesantemente in questo senso? Troviamo qui l’incertezza russa con l’ambiguità di Putin nei rapporti diretti con il blocco BAO (UE, Germania, Stati Uniti d’America). E’ il caso del “piede” nella Russia di Putin (“dentro e fuori il sistema”) assai più percepito, in questo caso, nelle strutture finanziarie e monetarie e in certi oligarchi, ancora visti come “filo-occidentali”, vicini al sistema e alla globalizzazione nonostante le promesse di cambiamento al culmine della crisi in Ucraina; aspetto criticato a Putin anche dai “filo-putiniani” più conseguenti… L'”attacco alla Polonia” s’inscrive in tale contesto, per la Russia, da cui la sua massima cautela se non riluttanza. D’altra parte, i russi possono ritenere di non avere a che fare con un nuovo scenario “greco” (Tsipras che chiede aiuto a Mosca contro l’Unione europea, per capitolare completamente verso UE e Germania). D’altra parte, ancora, la Polonia non è la Grecia e vi sono molti elementi nella crisi da renderla molto più grave della crisi greca, con aspetti geopolitici cruciali. I russi avrebbero grande difficoltà a non prestarvi maggiore attenzione”. I polacchi si troverebbero, spinti dall’arroganza di UE, Germania, USA e NATO, bloccati nel dilemma di dover scegliere tra una posizione intransigente, da rafforzare con ulteriori legami con la Russia, o arrendersi completamente avviandosi verso una rinnovata russofobia. “E’ quindi possibile che a un certo punto i russi ritengano che sia più dannoso non rispondere con maggior entusiasmo alle richieste polacche“. E difatti, il Ministero della Difesa (MON) della Polonia annunciava la creazione di forze di difesa territoriali, che potrebbero includere 46000 effettivi e modellati sulla Guardia nazionale degli USA. L’idea fu avviata dall’eurofila Piattaforma civica (PO) ed ora viene accelerata dall’euroscettico Partito Legge e Giustizia (PiS) al potere. Nel novembre 2015, il neo-ministro della Difesa Antoni Macierewicz dichiarava che l’organizzazione della difesa territoriale è uno dei compiti più importanti del suo ministero. I piani iniziali prevedono la creazione di 3 brigate nel nord-est della Polonia, ai confini con Russia e Bielorussia. In definitiva il MON vuole creare una dozzina di tali brigate, suddivise in due componenti: quella della difesa territoriale, dotate di armi leggere, e la componente mobile dotata di missili anticarro e antiaerei, carri armati e blindati, da usare per rinforzare l’esercito, mentre la difesa territoriale garantirebbe l’ordine nelle retrovie. La Guardia nazionale diverrebbe la quinta forza armata della Polonia, posta sotto il diretto controllo del governo centrale, soprattutto pronta ad affrontare rivolgimenti interni, piuttosto che combattere minacce estere. Chiaramente l’obiettivo è prepararsi contro un ‘nemico interno’, percepibile nella componente filo-europeista della società polacca, e nelle temute rivoluzioni colorate, sempre incombenti anche per chi non si allinea perfettamente alle direttive della NATO.
Germany_Tornado_recce-e1437554848656 Secondo il giornale Rzeczpospolita, gli USA dopo aver promesso la creazione di basi permanenti in Polonia, cambiavano idea dopo l’intervento della Russia in Siria, per evitare d’irritare Mosca con la costruzione di basi in Polonia. La richiesta del presidente polacco Andrzej Duda di creare basi permanenti della NATO fu discussa col segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e col Comandante supremo della NATO in Europa (SACEUR), l’instabile russofobo Generale Philip Breedlove. Inoltre, il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski aveva offerto a Londra un accordo di scambio tra la posizione della Polonia sui diritti sociali dei cittadini polacchi residenti in Gran Bretagna e il sostegno inglese all’installazione di basi permanenti atlantiste in Polonia, senza ricevere una risposta conclusiva, però. Il ministro della Difesa Macierewicz parlando all’omologo inglese Michael Fallon, ebbe la promessa della presenza, su rotazione periodica ma non permanente, di 1000 soldati inglesi. Con il mutare della situazione geopolitica, la NATO non vuole peggiorare i rapporti con Mosca, tanto più che la capacità operativa delle forze armate atlantiste è gravemente compromessa, di cui l’intervento della NATO in Siria, la cui inoperatività dimostrava aver oramai assunto aspetti grotteschi: i 6 cacciabombardieri Tornado tedeschi, schierati in Siria per le missioni di ricognizione, non possono volare di notte, tutti i giorni Bild ha riportato Martedì in un nuovo imbarazzo per il Ministero della Difesa, poiché i piloti venivano accecati dalle luci del cockpit, la cabina di pilotaggio, ritenute eccessivamente luminose. Il ministero della Difesa tedesco ammetteva che c’è “un piccolo problema tecnico riguardo l’illuminazione della cabina di pilotaggio. E’ possibile che gli occhiali notturni indossati da piloti provochino riflessi”. Perfino l’arma di ordinanza dell’esercito federale, il fucile d’assalto G36 creava problemi nel ritmo di tiro, mentre Der Spiegel rivelava che solo 4 dei 39 elicotteri NH90 in servizio delle forze armate federali tedesche erano operativi. Ciò da la misura dello stato dell’esercito e dell’aeronautica tedeschi, la punta di lancia della NATO. E questo nonostante le deliranti velleità russofobe dei vertici burocratici della NATO.

Antoni Macierewicz

Antoni Macierewicz

Fonti:
Dedefensa
Defense News
FARS
Fort Russ
NEO
South Front
South Front
South Front

Cos’hanno imparato i leader russi dal collasso dell’URSS?

Pjotr Akopov, Vzglyad, 27/01/2016 – South Frontnikolai-patrushev-vladimir-putin-silovikiLa dichiarazione del Segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev sulle cause del crollo dell’URSS è di per sé molto eloquente. Dimostra che la leadership del Paese non solo individua correttamente le ragioni di quella catastrofe, ma ha la volontà politica di rispondere alle sfide interne ed estere. A tale proposito, la sua valutazione della situazione attuale in Ucraina è particolarmente indicativa. Durante l’era di Putin, Nikolaj Patrushev è stato uno dei principali leader del Paese. Inizialmente divenne successore di Putin a capo del FSB, ed occupa il posto di Segretario del Consiglio di sicurezza (SB) negli ultimi otto anni. Negli ultimi quattro anni, l’SB in definitiva è divenuto la principale istituzione del governo collettivo della Russia. Ne fanno parte i vertici militari e della sicurezza e i ministri del blocco presidenziale, così come i vertici del Parlamento. L’SB si occupa di una vasta gamma di problemi. Ma a parte questo, Patrushev è uno dei quattro individui che decidono il corso del Paese sulla scena internazionale insieme a Putin, Sergej Ivanov e Sergej Lavrov. In occidente Patrushev è tradizionalmente raffigurato come un “falco”, ma è semplicemente un sobrio realista che non si fa illusioni sugli atlantisti che hanno portato il mondo sull’orlo della guerra sotto i nostri occhi. E non c’è divisione in “falchi” e “colombe” tra i quattro, proprio come non ci sono divergenze fondamentali riguardanti la situazione internazionale e gli obiettivi della Russia. Ma dei quattro, Patrushev ha minore esposizione pubblica. Per via del carattere e della biografia, così come dell’attuale posizione, non viene distratto da cerimonie e discorsi rituali. Pertanto il principale modo per avene il punto di vista sul Paese e il Mondo sono le interviste. Ma Patrushev rimane molto attento nelle dichiarazioni e revisiona le interviste dopo averle fatte, eliminando tutto ciò che sia troppo rivelatore. Quindi ciò che viene pubblicato è tanto più importante, come ad esempio l’intervista alla Moskovskij Komsomolets.
La discussione post-intervista era incentrata sulle parole di Patrushev su come gli Stati Uniti, al fine di raggiungere il dominio globale, debbano indebolire la Russia per quanto possibile, “anche attraverso la disintegrazione della Federazione russa”. Patrushev ha detto che “Washington crede che, se necessario, potrà fungere da catalizzatore di tale processo”, che darebbe “agli Stati Uniti accesso alle enormi ricchezze naturali che, a loro avviso, la Russia non merita di avere“. Tale affermazione è importante in quanto definisce apertamente gli obiettivi dell’avversario strategico, ma non contiene nulla di veramente nuovo, perché Patrushev già fece dichiarazioni simili. Nell’era post-Crimea, tutti i membri del gruppo dirigente, da Putin a Lavrov, sono più aperti nel criticare le azioni degli Stati Uniti. Non perché hanno sanno qualcosa di nuovo sui piani di Washington, ma perché il rapporto con gli atlantisti è entrato nella fase del conflitto geopolitico diretto. Anche l’estremamente riservato Patrushev ha fatto affermazioni più nette, la guerra è guerra. Da sempre il Cremlino continua a sottolineare che non ha iniziato il confronto con gli Stati Uniti, e qui Patrushev ricorda ancora una volta che “gli Stati Uniti hanno avviato l’attuale conflitto. L’Europa, da parte sua, si sottomette alla loro volontà“, e “neutralizzando i membri della NATO troppo indipendenti (Francia, Germania e Italia), Washington abilmente utilizza l’orientamento anti-russo dei Paesi del fianco orientale della NATO“. In effetti, la pressione cominciò sulla Russia dal 2011, attraverso gli emirati delle “rivoluzioni colorate” e i preparativi per le elezioni presidenziali in Russia. Washington non voleva vedere il ritorno di Putin e cominciò totalmente ed apertamente ad interferire negli affari interni del nostro Paese. Dopo non esser riusciti a evitare la presidenza Putin, gli Stati Uniti passarono a rafforzare la politica del contenimento e “chiusura” della Russia, che alla fine portò al colpo di Stato in Ucraina. Riferendosi al conflitto in Ucraina, non solo Patrushev disse che “la comunità internazionale dovrebbe ringraziarci per la Crimea. Ma ringraziarci che in quella regione, a differenza del Donbas, non vi furono gravi perdite di vite“, ma fece anche la sua previsione sul futuro dell’Ucraina. Una delle due più importanti dichiarazioni in quell’intervista. Il Segretario dell’SB di fatto disse che se Kiev persisteva nel suo corso, l’Ucraina cesserà di esistere. Non era un ultimatum o una minaccia, ma semplicemente un dato di fatto. Ed anche una spiegazione di come il Cremlino valuti la situazione in Ucraina e della nostra strategia verso quello Stato. “Al momento attuale la leadership ucraina è composta da agenti statunitensi che attuano la volontà di forze estere che mirano ad allontanare l’Ucraina dalla Russia. Questo processo non ha futuro. Se non cambia, porterà al collasso totale dell’economia ucraina e alla disintegrazione dell’Ucraina“. “Inoltre, Federazione russa e Ucraina sono abitate da quella che è veramente una sola nazione, ancora divisa. L’Ucraina inevitabilmente sperimenterà un ripensamento di ciò che accade oggi. Infine si tornerà alle normali relazioni tra i nostri Paesi“.
No, Patrushev non disse nulla che suggerisse che il Cremlino presupponesse che i due Paesi inevitabilmente si riuniranno in futuro, e perché dire una cosa del genere in quel momento, quando le fiamme del conflitto ucraino e del conflitto tra Kiev-Mosca erano attivamente alimentate dall’interno e dall’estero? Perché dare a qualcuno motivo di accusare la Russia di espansionismo (riunificazione del popolo russo e del territorio russo non è affare di nessuno), quando il primo ordine del giorno era respingere l’attacco che permise agli atlantisti di prendere il controllo di Kiev, mentre allo stesso tempo gli consente di costruire un muro tra noi e l’Unione europea. Sì, Patrushev menzionò “siamo interessati a conservare l’Ucraina come Paese unificato e non siamo interessati alla sua frammentazione. Crediamo che gli accordi di Minsk debbano essere pienamente attuati. La questione è se Kiev è disposta a farlo“. Il che è del tutto vero, la Russia non vuole la frammentazione dell’Ucraina, perché porterebbe a maggior spargimento di sangue e a complicare. anche se non ad impedire, la futura riunificazione con la Russia. Ma per arrestare la disintegrazione ucraina già avviata, va respinta l’idea che “L’Ucraina non sia Russia, ma parte dell’Europa” (di orientamento atlantista e per di più anti-russa). Può l’attuale élite ucraina fare questo passo? No, quindi il tutto inasprisce lo scisma ucraino. Per ora il Donbas, sotto patrocinio e protezione russi, dovrà aspettare fino al momento in cui l’Ucraina sarà formata da Malorossija e Novorossija. Il riferimento alla “nazione ancora divisa” indica che Patrushev la vede come Putin, vi è un grande popolo russo di cui gli “ucraini” fanno parte, che sarà riunito. Naturalmente non dirà come e quando, perché nessuno conosce il futuro, ma è fondamentale che la leadership della Russia lavori al presupposto dell’esistenza di un unico popolo russo e si sforza di riunirlo. Strategia e tattica del Cremlino erano e sono attuati per raggiungere tale obiettivo. Questa politica soffre di pubblicità eccessiva e avrà successo solo se le persone che la guidano non dubiteranno della sua correttezza e non avranno paura di decidere. Il tema della leadership responsabile sembra il tema della seconda dichiarazione importante di Patrushev in quell’intervista.
Rispondendo ad una domanda sull’aspettativa degli Stati Uniti secondo cui la Russia esaurirà le proprie risorse economiche e si arrenderà, Patrushev ha detto che siamo un Paese autosufficiente che può avere tutto ciò di cui ha bisogno. Poi passò ad analizzare i parallelismi con gli eventi di un quarto di secolo fa: “Mi ha chiesto del crollo dell’URSS. L’URSS, naturalmente, non crollò a causa dei problemi economici. I leader dell’URSS semplicemente persero la rotta. Non capirono cosa dovevano fare e come, non videro una via alla soluzione dei problemi del Paese. E, soprattutto, la leadership dell’URSS non accettò responsabilità. Dimenticò il principio fondamentale del governare uno Stato: se si prende una decisione, si deve risponderne. Ricordiamo, ad esempio, la decisione d’inviare truppe in Georgia e Lituania. Qualcuno crede davvero che fu presa dal comandante locale? Non è semplicemente una spiegazione seria“.
– Concordo che non sia seria. Ma qual è il collegamento dei problemi economici dell’URSS con quelli della Russia contemporanea?
– C’è un collegamento diretto col decadimento del sistema statale di governo. La leadership dell’URSS non dimostrò volontà politica quando era necessario, non ebbe convinzione nella capacità di preservare il Paese, e non prese le misure economiche necessarie. L’attuale leadership russa ha dimostrato più di una volta la volontà politica e che può mantenere e rafforzare disegno costituzionale, sovranità e integrità territoriale dello Stato russo”.
Pertanto Patrushev del tutto correttamente osservò che il crollo dell’Unione Sovietica non fu causata dalla crisi economica, ma dal comportamento irresponsabile dalla leadership del Paese che portò alla decadenza del sistema di governo statale. Infatti, nonostante l’inflessibilità dell’economia pianificata, il Paese non fu distrutto dal calo dei prezzi del petrolio o dalle insensate riforme economiche. Ma piuttosto da serpeggiante assenza di visione strategica, debolezza e viltà del leader del Paese, al momento, Gorbaciov. Dopo aver iniziato la riforma del sistema politico ed economico senza un piano strategico coerente, non appena le riforme non risolsero i problemi si spaventò e si confuse, e spese tutti gli sforzi per conservare la propria autorità, in intrighi e cambi tra i principali quadri. Dopo aver perso l’appoggio nel partito, spostò il baricentro verso i soviet e l’espansione dei diritti delle repubbliche, mentre allo stesso tempo sacrificava la posizione internazionale del Paese. Gorbaciov non era particolarmente brillante, ma la sua posizione fece sì che tutto il potere esecutivo l’esercitasse solo lui. I suoi associati si ribellarono nell’agosto 1991, quando si scoprì che Gorbaciov arrivò al punto di preparare un trattato che avrebbe trasformato l’URSS in una confederazione, distruggendo l’unità dello Stato. La loro ribellione fu di fatto supportata da Gorbaciov, che si rese conto che non aveva altre alternative, ma li sostenne per mondarsi da ogni responsabilità. “Vai avanti” è ciò che il presidente dell’URSS disse a chi decise di creare il GKChP, ma solo il giorno dopo, quando vide che falliva, non a causa degli intrighi di Eltsin, ma perché i golpisti guardavano Gorbaciov, quando videoregistrò una dichiarazione sulla sua “prigionia”. Irresponsabilità, mancanza di comprensione di ciò che andava fatto e mancanza di fede nelle proprie capacità, questo è ciò che condannò un grande Paese. L’attuale leadership del Cremlino lo sa perfettamente.
È per questo che Patrushev dice che sono responsabili delle loro decisioni, che hanno la volontà di preservare lo Stato e di rafforzarlo, che sanno che la Russia è un Paese autosufficiente, che credono in esso e, non meno importante, hanno fede nelle proprie capacità. Il Segretario dell’SB parla prima di tutto del presidente (senza nominarlo), ma si riferisce anche alla leadership del Paese, che riunisce anche l’SB. Le politiche economiche del governo e i dibattiti associati sono, in queste condizioni, di secondaria importanza. Senza negare l’enorme importanza di ciò che si fa e quali siano le preferenze macro-economiche di questi o quei ministri o del governo nel complesso, la sicurezza di sé di coloro che al Cremlino che tracciano e seguono la rotta della Russia è molto più importante. Attraverso la tempesta, con un coro di osservazioni “intelligenti” a sostegno, avanzando attraverso il fuoco nemico verso uno scopo condiviso da tutta la squadra, si va verso la vittoria. L’auto-certezza combinata con la forza di volontà bastano a chiudere le brecce causate dalle palle di cannone nemiche e a contrastare i tentativi interni d’incagliate la nave ed annullare il raddobbo dei vecchi fori delle cannonate. La responsabilità accettata dal primo leader del Paese, basata sul lavoro ben coordinato di una squadra di persone dalla visione condivisa che occupano posizioni chiave, tutto questo significa molto. Questa è la differenza fondamentale tra il nostro Paese oggi e ciò che esisteva durante l’era della perestrojka.d0bfd0bed0bbd0b8d182-47Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin: ‘Non bruciai la mia tessera di partito’

“Apprezzavo enormemente ed apprezzo tutt’oggi le idee comuniste e socialiste”
Histoire et Societé 26 gennaio 2016

Nel 2014, il 61% dei russi ritiene che Lenin dovrebbe essere rimosso dal mausoleo sulla Piazza Rossa e sepolto, secondo un sondaggio della Fondazione sull’opinione pubblica. Vladimir Putin, incontrando il 24 gennaio a Stavropol i membri del Fronte popolare pan-russo, un gruppo di associazioni e rappresentanti della società civile, ha parlato a lungo sulla questione e, più in generale, della sua relazione col passato sovietico.untitled_risultatoDiscorso diretto
Penso che questa domanda se o meno seppellire Lenin vada trattata con grande cautela, non dovremmo intraprendere nulla che possa dividere la società russa. È necessario tuttavia riunirla, questo è la cosa più importante. (…) Come 20 milioni di miei compagni sovietici, aderivo al Partito comunista sovietico e ho lavorato quasi 20 anni nell’organizzazione che allora si chiamava Comitato per la Sicurezza dello Stato dell’URSS (KGB). Il KGB era l’erede della CEKA, ed era anche soprannominato il braccio armato del partito. Non posso dire che fossi un comunista ideologicamente assai impegnato, ma ancora considero queste idee molto sul serio. Ci tengo a precisare che non ero un funzionario, ma un aderente del partito. A differenza di molti che erano funzionari da tempo, non ho stracciato la mia tessera di partito al momento del crollo dell’Unione, non l’ho bruciata. Ora non faccio processi alle persone, avevano varie ragioni, è affare di ognuno darsi un contegno. (…) Apprezzavo enormemente ed apprezzo tutt’oggi le idee comuniste e socialiste. Sapete, il Codice del costruttore del comunismo, stampato in grande quantità in Unione Sovietica, ricorda molto da vicino la Bibbia. Non scherzo, è davvero una sorta di estratto della Bibbia. I panorami sono bellissimi: uguaglianza, fratellanza, felicità; ma la realizzazione pratica di queste idee notevoli nel nostro Paese si è rivelata ben lontana da ciò che fecero i socialisti utopici Saint-Simon e Owen. Il nostro Paese non era la “Città del Sole”. Tutti accusavano il regime zarista di repressione. Ma qual era il fondamento della futura Unione Sovietica? Repressioni di massa. Prendete l’esempio più lampante: l’esecuzione di tutta la famiglia imperiale, compresi i bambini. Certamente ci potrebbero essere considerazioni ideologiche sull’eliminazione di tutti i discendenti. Ma perché uccidere il dottor Botkin? Perché hanno ucciso i servi: le persone di origine proletaria? Per cosa? Per nascondere un crimine, davvero. Vi preghiamo di comprendere, non abbiamo mai pensato su ciò prima. I primi bolscevichi combatterono individui affrontandoli armi alla mano, si capisce, ma perché sterminare i preti? 3000 sacerdoti furono uccisi solo nel 1918 e 10000 in dieci anni. Ne gettarono a centinaia nel Don, sotto il ghiaccio. Il giudizio è diverso quando si comincia a pensare a tutto ciò. Lenin scrisse in una lettera a Molotov, mi pare, “Più rappresentanti della borghesia reazionaria e del clero fuciliamo, è meglio sarà”… Questo approccio non si attaglia tanto a certe nostre vecchie rappresentazioni sull’essenza stessa del potere. Sappiamo anche del ruolo del partito bolscevico nella debacle al fronte nella Prima Guerra Mondiale. Perdemmo contro il Paese perdente, qualche anno dopo la Germania si arrese, e noi perdemmo contro la perdente, è un caso unico nella storia. E in nome di cosa? A nome della lotta per il potere. Sapendo questo ora, cosa dobbiamo pensare di quella situazione che provocò enormi perdite al nostro Paese? (…)
A proposito di economia, oggi. In pratica, perché il Paese passò alla NEP? Perché anche la Prodrazvjorstka, la politica della requisizione del surplus non funzionò, non poté garantire l’approvvigionamento alimentare delle grandi città. È perciò passammo a un’economia di mercato, la politica della NEP poi fu rapidamente abolita. Quello che ribadisco qui sono le mie conclusioni personali. L’economia pianificata presenta alcuni vantaggi, offre la possibilità di concentrare le risorse del governo verso l’adempimento dei compiti fondamentali. Ciò ha risolto i problemi della salute pubblica, merito indiscusso del Partito comunista del tempo. Così furono affrontate le questioni relative all’educazione, indubbio merito del Partito Comunista del tempo. Ciò risolse la questione dell’industrializzazione, soprattutto per la Difesa. Penso che senza la concentrazione delle risorse statali, l’Unione Sovietica non avrebbe potuto prepararsi alla guerra contro la Germania nazista. E grande era la possibilità di perderla, con conseguenze catastrofiche per la nostra struttura statale e per il popolo russo e gli altri popoli dell’Unione Sovietica. E così vi sono, infatti, vantaggi innegabili. Ma alla fine fu l’incapacità di capire i cambiamenti, di capire la rivoluzione tecnologica, le nuove tecniche, comportando la rovina dell’economia. Infine sono arrivato alla cosa più importante: perché dico che dobbiamo considerare diversamente le idee che Lenin formulò. (…) Ricordate la discussione tra Lenin e Stalin su come costruire il nuovo Stato, l’Unione Sovietica. Stalin formulò l’idea di rafforzare la futura Unione Sovietica. Secondo questa concezione, tutti gli altri soggetti aderivano all’URSS con un’autonomia dagli ampi poteri. Ma Lenin criticò aspramente la posizione di Stalin, dicendo che era un’idea impropria, erronea. Ed avanzò l’idea dell’unione di tutti i futuri soggetti di questo Stato, che erano quattro all’epoca: Russia, Ucraina, Bielorussia e federazione di Russia Meridionale e Caucaso del Nord. Lenin era per l’Unione Sovietica formata sulla piena parità di ciascun soggetto, con il diritto di lasciare l’Unione. Ciò in realtà fu una bomba a orologeria posta sotto le fondamenta del nostro Stato. I gruppi etnici dello Stato multinazionale e unitario (l’Impero russo, ndr) si trovarono legati a territori i cui confini erano delineati arbitrariamente, lungi dall’essere fondati. Con quale pretesto cedemmo il Donbas all’Ucraina? Loro (i bolscevichi) volevano aumentare la percentuale della popolazione proletaria originaria dell’Ucraina, in modo da avervi un ampio sostegno sociale. Un’assurdità, in altre parole, capite? E questo non è l’unico esempio, ce ne sono molti altri. L’autonomia culturale è una cosa, l’autonomia con ampi poteri un altra, e il diritto si uscire dallo Stato un’altra ancora. E questo è in definitiva ciò che portò, assieme all’inefficienza dell’economia e della politica sociale, al crollo dello Stato. Questo è ciò che chiamo bomba a orologeria.A woman displays gold watches with RussiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dove esploderà la prossima crisi economica mondiale?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

world-economic-forum-pwcE’ appena iniziato il 2016 e le perdite nelle varie borse nel mondo sono colossali: quasi 8 miliardi di dollari nelle prime tre settimane di gennaio, secondo Bank of America Merrill Lynch. Il governo degli Stati Uniti ha reso le banche d’investimento tossicodipendenti dal credito a buon mercato. E ora che lo stimolo monetario della Federal Reserve è finito tutti ne pagano le conseguenze. Nell’ultimo vertice di Davos è stato sottolineato che l’incertezza prevale tra le grandi imprese: non si sa dove la prossima crisi esploderà.
Un tremito finanziario ha sprofondato Davos nel pessimismo. Più di 2000 leader aziendali e politici riunitisi in Svizzera (dal 20 al 23 gennaio) non sanno più come convincere la gente che l’economia mondiale è sotto controllo. Solo pochi giorni prima del XLVI World Economic Forum (1), gli investitori erano in preda al panico: nelle prime tre settimane di gennaio diversi scambi registravano perdite per 7,8 miliardi di dollari, secondo la Bank of America Merrill Lynch (2). Per la banca d’affari statunitense questo gennaio sarà ricordato come il più drammatico per la finanza dalla Grande Depressione del 1929. I circuiti finanziari internazionali sono ora sempre più vulnerabili. E il crollo della fiducia delle imprese sembra irreversibile. La PricewaterhourseCoopers (PwC) ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio che riflette le opinioni di 1409 amministratori delegati delle società (CEO, Chief Executive Officers) di 83 Paesi sulle prospettive economiche: il 66% degli intervistati ritiene che le loro aziende affrontino maggiori minacce oggi rispetto a tre anni fa, e solo il 27% ritiene che la crescita globale migliorerà (3). L’incertezza è tale che al vertice di Davos non c’era consenso tra i giganti aziendali su dove la prossima crisi esploderà. Eppure i media occidentali non si stancano mai di accusare il rallentamento della Cina come principale causa delle turbolenze nell’economia globale. In realtà, lo speculatore George Soros (che eliminò la sterlina nel 1990), a Davos ha detto che un atterraggio duro dell’economia cinese è “inevitabile” (4); senza dubbio era un’esagerazione. A mio avviso c’è una campagna di propaganda contro Pechino che tenta di nascondere le gravi contraddizioni economiche e sociali che persistono nei Paesi industrializzati (Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, ecc). Nonostante il trionfalismo della presidentessa della Federal Reserve System (FED) Janet Yellen. nelle ultime settimane l’economia statunitense ancora mostra segni di debolezza. Il settore manifatturiero ha accumulato lo scorso dicembre due mesi di contrazioni: il livello più basso degli ultimi sei anni. Inoltre, il crollo dei prezzi delle materie prime (“commodities”) ha sostenuto l’apprezzamento del dollaro, divenendo quindi più difficile per il governo degli Stati Uniti seppellire la minaccia della deflazione (calo dei prezzi). L’orizzonte è di gran lunga più tetro dopo che il prezzo di riferimento internazionale del petrolio è sceso sotto i 30 dollari al barile (5). Ancora peggio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diminuito le nuove prospettive di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) per quest’anno, da 3,6 a 3,4% (6).
La verità è che le politiche di credito a buon mercato dalle banche centrali dei Paesi industrializzati, dopo il fallimento di Lehman Brothers, ha causato enormi distorsioni nei mercati del credito e ora tutti ne pagano il conto (7). Secondo i calcoli del fondo d’investimento Elliot Management (guidato da Paul Singer), le banche centrali delle maggiori potenze hanno iniettato nell’economia globale 15 miliardi di dollari, secondo le stime, dalla crisi del 2008, acquistando obbligazioni sovrane e attività ipotecarie (8). Purtroppo tale strategia non ha posto le basi per un progressivo recupero ma, al contrario, ha aumento la fragilità finanziaria. La zona euro ancora non esce dai bassi tassi di crescita economica. La crisi non solo ha colpito Paesi come Spagna e Grecia, ma anche il cuore d’Europa è in gravi difficoltà: la minaccia di deflazione incombe sulla Germania, dove si sa che i prezzi al consumo sono cresciuti solo dello 0,3% nel 2015, il dato minore dalla recessione del 2009, quando il PIL tedesco ebbe una contrazione del 5%; e il presidente della Francia Francois Hollande ha recentemente annunciato lo “stato di emergenza economica” per l’alto tasso di disoccupazione e gli scarsi investimenti (9). Ciò davvero preoccupa il presidente della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, costretto a prendere in considerazione misure di stimolo l’espansione dal prossimo marzo (10). Lo stesso vale per Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone pur avendo un tasso d’interesse di riferimento minimo e lanciato aggressivi programmi di liquidità, ma ancora non riescono a far uscire le loro economie dal pantano o ad aumentare sostanzialmente l’inflazione, che rimane lontana dal dato ufficiale del 2%. Tuttavia, lo stradominio del dollaro nel mercato finanziario globale ha attribuito agli Stati Uniti un ruolo decisivo nel determinare la politica monetaria in altri Paesi. Non vi è dubbio che la FED ha sbagliato aumentando il tasso d’interesse dei fondi federali lo scorso dicembre. Semplicemente non c’erano prove sufficienti per permettere di concludere che la ripresa dell’economia statunitense fosse solida e sostenuta. Ora che la situazione è peggiorata, quasi certamente nelle prossime riunioni del Federal Open Market Committee (FOMC, nell’acronimo in inglese), non solo la FED non aumenterà il costo del credito, ma neanche potrà ridurre il tasso di riferimento. Tuttavia, il grosso problema è che nessuno sa con certezza come reagiranno i mercati finanziari (11) alla minima mossa della FED. Crolli successivi a Wall Street innescheranno la recessione globale? Finalmente ne sarà mortalmente ferita l’egemonia del dollaro prima della massiccia vendita di buoni del Tesoro USA? Fino a che punto resisteranno Cina e Paesi emergenti? La prossima crisi è un enigma per tutti…International Monetary Fund and World Bank Group Annual MeetingsNote
1. “Davos 2016: Global economy seen to be hanging in the balance“, The Financial Times, 19 Gennaio 2016.
2. “Nearly $8 trillion wiped off world stocks in January, U.S. recession chances rising: BAML“, Jamie McGeever, Reuters, 22 gennaio 2016.
3. “En Davos, el pesimismo es el sentimiento de moda”, Dana Cimilluca, il Wall Street Journal, 20 GENNAIO 2016.
4. “Soros: China Hard Landing Is Practically Unavoidable” Bloomberg, 21 gennaio 2016.
5. “Goldman Sachs baja el precio del petróleo” Mikhail Leontiev, traduzione Aldo Malca, 1tv (Russia), Réseau Voltaire, 22 gennaio, 2016.
6. “IMF Cuts Global Growth Forecast to 3.4% in Year of ‘Great Challenges’“, Bloomberg, Bloomberg, 19 gennaio 2016.
7. “El crédito barato ya no alcanza para estimular la economía mundial”, Lingling Wei & Jon Hilsenrath, The Wall Street Journal, 20 gennaio 2016.
8. “Fears of global liquidity crunch haunt Davos elites”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 20 gennaio 2016.
9. “François Hollande en état d’urgence” Gérard Courtois, Le Monde, 19 gennaio 2016.
10. “Draghi hints at more stimulus in March”, Claire Jones & Elaine Moore, The Financial Times, 21 gennaio 2016.
11. “The world has glimpsed financial crisis. But is the worst to come?”, Jamie Doward, Larry Elliott, Rod Ardehali & Terry Macalister, The Guardian, 24 gennaio 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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