Il caso Mladic: una macchia sulla civiltà

Christopher Black New Eastern Outlook 28.11.2017Tutto ciò è una bugia. Questo è un processo della NATO“. Le parole provocatorie del Generale Mladic ai giudici del tribunale per crimini di guerra ad hoc per la Jugoslavia, controllato dalla NATO, risuonavano forte e chiaro il giorno in cui finsero di condannarlo. Avrebbe potuto aggiungere “ma la storia mi assolverà” e molto di più, ma fu cacciato dalla stanza dal giudice Orie, dallo stile accondiscendente, come se avesse a che fare con uno scolaretto, invece di un uomo falsamente accusato di crimini che non ha commesso. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Marija Zakharova, riprendeva il generale il 23 novembre, “Va ancora affermato che il verdetto di colpevolezza, pronunciato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia contro Mladic, è la continuazione della linea politicizzata e prevenuta che da sempre domina l’ICTY”. Il Generale Mladic e il governo russo hanno ragione. Il documento chiamato “sentenza” lo dimostra perché appare un trattato di propaganda invece che una sentenza giudiziaria. In poco più di 2500 pagine il trio di “giudici” recita la versione dell’accusa senza sosta, dall’inizio alla fine. La difesa è menzionata solo di passaggio. L’ICTY respinge le affermazioni secondo cui sia parziale, un tribunale della NATO, ma l’ha dimostrato coi primi testimoni che chiamò preparando il terreno per ciò che doveva seguire. Un tale Richard Butler fu chiamato a testimoniare su questioni militari generali e sulla struttura politica in Bosnia e Repubblica Srpksa. Fu presentato come “analista militare”, ma non indipendente. No, al momento della testimonianza era membro della National Security Agency degli Stati Uniti, distaccato presso l’ICTY come membro dell’accusa. Quindi, la prima testimonianza contro il Generale Mladic fu due volte parziale. Lavorava per l’intelligence statunitense che sosteneva i nemici del Generale Mladic e della Jugoslavia, e faceva parte dello staff dell’accusa. È come se la NSA e il pubblico ministero avessero, allo stesso tempo, messo piede nel tribunale per testimoniare contro l’imputato. La testimonianza di Butler ha un ruolo importante nel processo; lo stesso interpretato nel processo del Generale Krstic. Poi appare un altro analista militare, Reynaud Theunens, che lavora anche per lo staff dell’accusa. Gli esperti in processi criminali dovrebbero essere completamente neutrali. Ma non solo agiva per conto del pubblico ministero, era anche un ufficiale dell’intelligence dell’esercito belga. Quindi è così dall’inizio del processo. Il palcoscenico è pronto; la NATO è responsabile del processo. Gli ufficiali della NATO lavorano nel tribunale, un tribunale della NATO sotto mentite spoglie delle Nazioni Unite. Di conseguenza, nei processi, i crimini della NATO e delle forze bosniache non vengono mai menzionati. Il contesto è deliberatamente ristretto per dare un quadro distorto degli eventi. Il giudizio continua con dettagliate recitazioni delle testimonianze dell’accusa. I testimoni della difesa, nelle poche occasioni in cui vengono citati, non hanno mai la possibilità di esporre similmente la propria testimonianza. Una riga è dedicata a ogni testimone e tutti sono dichiarati di parte se la loro testimonianza è in contrasto con quella dell’accusa. E in cosa consistono le prove dell’accusa? In alcune testimonianze orali di ufficiali della NATO coinvolti negli eventi lavorando nelle forze dell’ONU contro il Generale Mladic e le sue forze, testimonianze di soldati dell’esercito bosniaco e loro famiglie, dichiarazioni di testimoni e “fatti giudicati”, cioè “fatti” ritenuti tali da un altro gruppo di giudici su un altro caso, non importa se veri o falsi. Numerose volte, i giudici affermano che “la difesa dice che X non è accaduto e si basa su alcune prove a sostegno di tale affermazione. Dove tale prova è in conflitto coi fatti giudicati, la respingiamo”. In molti casi ci si affida alle dicerie. Di volta in volta, un paragrafo nella sentenza inizia con le parole: “Il testimone avrebbe detto…” Grazie a giuristi corrotti come l’ex-procuratrice canadese Louise Arbor, le dicerie, anche di seconda mano, sono ammesse come prova quando è vietato nel resto del mondo, perché la testimonianza per sentito dire non può essere verificata.
Non ho potuto seguire gran parte del processo e solo di tanto in tanto per video, quindi non posso commentare le constatazioni fattuali dei giudici del processo nella loro lunga sentenza di condanna del Generale Mladic e del suo governo, pagine dopo pagine noiose. Chi conosce la vera storia degli eventi capirà che ogni paragrafo della condanna non è che propaganda della NATO spacciata durante il conflitto, ma fatta apparire come sentenza. Perché non lo è. Una vera sentenza in un processo dovrebbe contenere le prove presentate dall’accusa e dalla difesa e gli argomenti di entrambe le parti circa le prove. Deve contenere riferimenti a testimonianze di testimoni certificati e anche del controinterrogatorio. Poi ci dev’essere la decisione motivata dei giudici sul merito del caso di ciascuna parte e loro conclusioni motivate. Ma difficilmente si trova traccia delle prove della difesa in tale documento. Non ho trovato che alcuni riferimenti in una manciata di paragrafi e alcune note a piè di pagina, sempre brevemente citando la testimonianza di un testimone della difesa per respingerle perché non supportava la versione dell’accusa. Ancora più scioccante è il fatto che ci sia un minimo riferimento alla testimonianza verbale, cioè ai testimoni. Invece ci sono riferimenti ad “esperti” della CIA, del dipartimento di Stato, o ad altre agenzie d’intelligence della NATO che esponevano la loro versione, che i giudici accettavano senza domande. Non c’è riferimento ad alcun esperto della difesa. Di conseguenza, non ci sono conclusioni ragionate da parte dei giudici sul motivo per cui hanno deciso di accettare le prove dell’accusa ma non della difesa. Dalla lettura di ciò, si penserebbe che non ci sia stata alcuna difesa, se non quella di facciata. Questo non è un processo. Ma c’è qualcosa di ancor più preoccupante in ciò. Non è possibile capire se molti dei testimoni citati hanno testimoniato di persona perché ci sono pochi riferimenti alla testimonianza reale. Invece ci sono innumerevoli riferimenti a documenti di vario tipo e a “dichiarazioni di testimoni”. Questo è un fattore importante in tali processi perché le dichiarazioni dei testimoni a cui si fa riferimento sono dichiarazioni fatte, o si presume siano state fatte, da presunti testimoni ad investigatori e avvocati che lavoravano per l’accusa. Sappiamo da altri studi che in realtà tali affermazioni sono spesso redatte da avvocati ed investigatori dell’accusa, e poi presentate ai “testimoni” per impararle a memoria. Sappiamo anche che i “testimoni” spesso venivano portati all’attenzione del pubblico ministero con modalità che indicavano la presentazione di testimonianze inventate per cui venivano reclutati i testimoni stessi.
Al tribunale del Ruanda, facemmo il punto nel processo con un aggressivo esame incrociato di tali “testimoni” che invariabilmente cadevano in contraddizione, dato che non ricordavano le sceneggiature assegnategli. Ci siamo inoltre impegnati a chiedere ai “testimoni” come conobbero il personale del pubblico ministero e come furono condotte le interviste e create tali dichiarazioni. I risultati imbarazzarono l’accusa, poiché fu chiaro che erano collusi con gli investigatori nel manipolare, minacciare e influenzare i “testimoni” e complici nell’inventarsi le testimonianze. Inoltre, è importante che chiunque legga questa “sentenza” possa far rifermento alle pagine delle trascrizioni dei testimoni, su cosa hanno testimoniato e ciò che hanno detto nel controinterrogatorio, perché una dichiarazione non è una testimonianza, ma solo una dichiarazione che non può essere utilizzata come prova. Ciò richiede che il testimone vada alla sbarra e dichiari sotto giuramento ciò che ha visto. Quindi si può interrogare sull’affidabilità degli osservatori, i loro pregiudizi, se ne hanno, la credibilità e così via. Ma in questo caso vediamo centinaia di riferimenti a “dichiarazioni di testimoni”, indicando che i giudici basavano la loro “sentenza” non sulle testimonianze dei testimoni (se chiamati a testimoniare) ma sulle dichiarazioni scritte, preparate dall’accusa e senza affrontare alcun controinterrogatorio da parte della difesa. In tale sentenza non è affatto chiaro che i testimoni citati nelle dichiarazioni abbiano effettivamente testimoniato o meno. Se fosse così la testimonianza dovrebbe essere citata, non le dichiarazioni. L’unico scopo valido delle dichiarazioni è notificare agli avvocati ciò che un testimone probabilmente dirà nel processo, e divulgare i capi d’accusa alla difesa in modo che possa prepararsi e usare le dichiarazioni nel processo per esaminare il testimone confrontando la dichiarazione precedente con la testimonianza sotto giuramento in tribunale. La formula è semplice. Il testimone dell’accusa va alla sbarra, gli viene chiesto di dichiarare ciò che ha visto e quindi la difesa mette in dubbio il testimone, “Signor Testimone, nella vostra dichiarazione datata x ha detto questo, ma oggi dice… Esploriamo la discrepanza”. È così che dovrebbe andare. Ma in questo caso? Non c’è niente. Ci vorrebbe un libro per indicare i problemi del “processo” svelati da tale sentenza. Ma c’è un esempio che mette in risalto quello su Srebrenica e riguarda il famoso incontro al Fontana Hotel la sera dell’11 luglio 1995 durante cui il Generale Mladic incontrò un colonnello olandese della forza di pace per organizzare l’evacuazione dei civili da Srebrenica e l’eventuale resa della 28.ma divisione dell’esercito bosniaco. C’è un video della riunione disponibile su YouTube. Parafrasando, mostra il Generale Mladic chiedere perché gli aerei della NATO bombardarono le sue posizioni e ucciso i suoi uomini. Chiede perché le forze dell’ONU contrabbandassero armi per le forze bosniache. Chiese perché le forze dell’ONU cercavano di ucciderlo. A ciascuna domanda riceve le scuse dall’ufficiale olandese. Poi chiese all’ufficiale olandese se volesse morire e lui dice di no. Mladic rispose, né i miei uomini vogliono morire, quindi perché ci sparate? Nessuna risposta. Il resto del video riguarda la discussione del piano per evacuare la città durante cui Mladic offriva sigarette agli uomini delle Nazioni Unite e del vino per alleviare la tensione. Per me, da avvocato difensore, è un elemento cruciale della difesa dalle accuse riguardanti Srebrenica. Ma alcun riferimento a questo video c’é nella sentenza. Invece i giudici fanno riferimento alla testimonianza di diversi ufficiali della NATO presso le Nazioni Unite presenti all’incontro in cui distorcono completamente ciò che fu detto. Non c’è alcun indizio che la difesa stanato i bugiardi ricorrendo al video; “Signore, lei afferma che questo è stato detto, ma qui nel video mostra che si sbaglia. Che cosa dice?” Non avviene da alcuna parte. È stato visto ed ignorato dai giudici o non usato? Non ne ho idea. Ma è chiaro che l’accusa ha scelto di non usarlo perché significava il crollo dell’accusa. Anche per le prove dell’accusa è chiaro che gli uomini della 28.ma divisione rifiutarono di deporre le armi e combatterono fino a Tuzla. La maggior parte fu uccisa nei combattimenti lungo la strada. Molti furono fatti prigionieri. Una manciata di testimoni bosniaci afferma che questi prigionieri furono massacrati. Ma la loro testimonianza è della serie “Io sono il solitario miracolato sopravvissuto al massacro”, che tendono a usare con tali prove. Non intendo usare pesantemente il falso concetto giuridico di atto criminoso congiunto per attribuire responsabilità penale al generale, la colpevolezza per associazione e senza intenzione. Che l’usino dimostra che sanno di non avere nulla contro di lui.
In sintesi, tale documento ha poco riguardo per la difesa e i fatti che presenta, e le argomentazioni della difesa sui fatti, né le argomentazioni legali complete. Ma, soprattutto, non si ha idea di quale fosse la testimonianza della maggioranza dei testimoni dell’accusa e della difesa. È come se non ci fosse stato un processo, e i giudici si erano semplicemente seduti in una stanza a setacciare i documenti dell’accusa scrivendo la sentenza andandosene. Dobbiamo supporre che ciò non sia lontano dalla verità. Tale “sentenza” e il processo sono un’altra umiliazione della Jugoslavia e della Serbia da parte della NATO poiché è chiaro da sua creazione, finanziamento, personale e metodi, che l’ICTY è un tribunale controllato dalla NATO. Ciò è confermato dalla dichiarazione del segretario generale della NATO, che disse: “Saluto la sentenza.. i Balcani occidentali sono d’importanza strategica per la nostra Alleanza…” In altre parole, questa condanna aiuta la NATO a consolidare la presa sui Balcani minacciando i serbi. Il Generale Mladic è un capro espiatorio per i crimini di guerra della NATO commessi in Jugoslavia, che l’ICTY copre, aiutando la NATO a commetterne altri, come vediamo da allora. L’ICTY ha dimostrato di essere ciò che ci aspettavamo fosse, un tribunale-farsa dai metodi fascisti impegnandosi in azioni mirate per far avanzare l’agenda della NATO nella conquista dei Balcani come preludio all’aggressione contro la Russia. La NATO usa il tribunale come arma di propaganda per diffondere falsità sulla Jugoslavia, per coprire i propri crimini, per controllare le ex-repubbliche della Jugoslavia e giustificare l’aggressione e l’occupazione della NATO del territorio jugoslavo. È una macchia sulla civiltà.Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. È noto per una serie di casi di crimini di guerra di alto profilo e ha recentemente pubblicato il romanzo “Beneath the Clouds”. Scrive saggi su diritto internazionale, politica ed eventi mondiali, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

al-Manar 27 novembre 2017Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”. Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.
La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il presidente sudanese visita la Russia: cerca protezione dagli Stati Uniti

Peter Korzun SCF 25.11.2017Sognavamo questa visita da tempo“, affermava il presidente sudanese Umar al-Bashir mentre veniva salutato dal Presidente Vladimir Putin il 23 novembre presso Sochi sul Mar Nero. “Siamo grati alla Russia per la sua posizione nell’arena internazionale, inclusa sulla protezione del Sudan“, aggiungeva, è la prima volta che il capo sudanese visitava la Russia, su cui riponeva grandi speranze. L’agenda includeva la cooperazione economica e militare. Il capo sudanese dichiarava di aver discusso la modernizzazione dell’esercito sudanese col Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu prima d’incontrare il Presidente Putin. “Abbiamo concordato col Ministro della Difesa che la Russia aiuti in questo“, informava. Le parti concordavano l’aumento del personale addetto alla difesa. Umar al-Bashir chiedeva al presidente russo “protezione dagli atti aggressivi degli Stati Uniti“, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Mar Rosso, dove vede la presenza militare statunitense come un problema, dicendo, “vorremmo discutere la questione dell’uso delle basi nel Mar Rosso“. Il capo sudanese riteneva che il conflitto in Siria sia risultato dell’interferenza degli Stati Uniti e il Paese sarebbe perduto se la Russia non l’aiutasse. La Siria aumenta la reputazione di Mosca e fa sì che altri Paesi in via di sviluppo ne cerchino amicizia e cooperazione. Secondo il presidente al-Bashir, il Sudan potrebbe essere la porta d’ingresso in Africa della Russia. Khartoum non vede l’ora di collaborare con Mosca su esplorazioni petrolifere, trasporti e agricoltura. Nel 2015, la compagnia Siberian for Mining scoprì grandi giacimenti di oro in Sudan con riserve esplorate pari a 46000 tonnellate e firmò il più grande accordo d’investimento nella storia del Paese. Grandi giacimenti d’oro furono scoperti in due province: Mar Rosso e Nilo. Il valore di mercato dell’oro ammonta a 298 miliardi di dollari. Al-Bashir, salito al potere nel 1989, è nella lista dei ricercati della Corte penale internazionale (ICC) per presunti crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio nella regione del Darfur. I procuratori della CPI hanno emesso due mandati d’arresto nel 2009 e nel 2010. Il governo russo riconosce al-Bashir legittimo presidente del Paese. Nel 2016, Mosca formalmente uscì dall’ICC. Il motivo fu il fallimento dell’ICC nel “…diventare un organismo della giustizia internazionale veramente indipendente e rispettato“. Secondo Mosca, l’organo giudiziario è inefficace ed unilaterale. Alcune disposizioni dello Statuto di Roma contraddicono la Costituzione della Russia, inclusi estradizione obbligatoria di indagati presso la CPI, diritto di citare in giudizio capi di Stato e di governo e mancato rispetto del principio secondo cui nessuno va ritenuto responsabile due volte per lo stesso crimine (“ne bis in idem“).
Il vertice Russia-Sudan è la dimostrazione del crescente impatto di Mosca in Africa. La Russia ha più di 40 rappresentanze diplomatiche nel continente ed ha missioni commerciali speciali per contribuire a facilitare scambi ed investimenti in numerosi Paesi africani. La Russia ha relazioni speciali col Sudafrica. Entrambi i Paesi collaborano nel quadro dei BRICS. L’Egitto, tradizionale alleato degli Stati Uniti, cambia lato alleandosi con la Russia da quando il Presidente Sisi è al potere. I rapporti della Russia coi Paesi del continente si approfondiscono. Ciò è facilitato dai negoziati ai vertici. Le relazioni si sviluppano con le principali associazioni regionali, come l’Unione africana. Gli ultimi due anni hanno visto l’aumento del commercio tra Russia e Africa, con un fatturato aggregato che ha raggiunto i 14,5 miliardi di dollari nel 2016, con un aumento di 3,4 miliardi rispetto l’anno precedente. La maggior parte (10,1 miliardi) avviene con quattro Paesi, Egitto (4,16 miliardi), Algeria (3,98 miliardi), Marocco (1,29 miliardi) e Sudafrica (718 milioni). 28 nazioni su 55 africane vantano crescenti scambi commerciali con la Russia, come Etiopia, Camerun, Angola, Sudan e Zimbabwe. Secondo la Commissione economica euroasiatica, l’Africa è l’unica regione ad aver esteso il commercio con la Russia nel 2016 (a differenza di UE, MERCOSUR, APEC e altri). Le opzioni per lo sviluppo dell’energia nucleare in Africa sono ora un tema scottante, con accordi già siglati con Sudan, Zambia, Marocco, Sud Africa e altri Paesi. L’Africa è un mercato promettente per il grano e le macchine agricole russi, con esportazioni di grano in Marocco, Sud Africa, Libia, Kenya, Sudan, Nigeria ed Egitto. Sudan, Congo e Senegal hanno recentemente manifestato interesse nei progetti congiunti su petrolio e gas. Le attività russe detengono una posizione di primo piano nell’esplorazione mineraria (bauxite, oro, rame, cobalto, diamanti e molte altre). La società diamantifera russa ALROSA è attiva in Sudafrica, Sierra Leone, Namibia e Angola (dove, a quanto riferito, controlla il 60% di tutti i diamanti estratti). Un accordo coi partner africani sulla cooperazione economica e commerciale per evitare la doppia imposizione e per la protezione della proprietà intellettuale è all’ordine del giorno. La Russia è un importante fornitore di armi per l’Africa settentrionale e sub-sahariana. La Russia continua a guadagnare terreno in Nord Africa, aumentando le esportazioni militari verso Algeria ed Egitto, rafforzando i legami economici con Marocco e Tunisia. Le armi russe sono un’alternativa sempre più popolare alle armi statunitensi. Il commercio di armi storicamente forte di Mosca coi Paesi africani è cresciuto negli ultimi anni, nonostante la forte concorrenza. La Russia occupa il primo posto tra le importazioni di armi nell’Africa subsahariana e rappresenta il 30% di tutte le forniture. Missili, artiglieria, armi leggere ed aerei sono i principali elementi dell’esportazione russa in Africa, cogli elicotteri che assumono una quota sempre più importante.
C’è qualcosa in più a promuovere il riavvicinamento Russia-Africa. Hanno interesse comune nella formazione di un ordine mondiale giusto e democratico, basato su un approccio collettivo alla risoluzione dei problemi internazionali e alla superiorità del diritto internazionale. Sia Russia che Africa rifiutano il modello unipolare, i tentativi di un Paese o numero limitato di Paesi d’imporre la propria volontà al resto del mondo. Il Sudan è un buon esempio di Paese africano che si avvicina alla Russia in risposta alla pressione occidentale. Cerca nuovi partner per contrastare il diktat degli Stati Uniti. Lo sviluppo dei legami con Mosca offre un’opportunità del genere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dossier OLTCIT, sabotaggio della cooperazione economica fra Est ed Ovest

Luca BaldelliChi si trova a percorrere le strade della Romania ancora oggi può notare che circolano, nei grandi centri come nelle località di minore importanza, automobili simili alla “Citroen Visa”. Vetture robuste, sicure, spesso tenute in maniera impeccabile grazie alla passione ed alla dedizione di migliaia di automobilisti: sono le mitiche “Oltcit” prodotte a Craiova in epoca comunista e, per qualche anno, anche sotto il nuovo regime sorto nel 1989-90 dal “lovitura de Stat” (“colpo di Stato”) del sedicente Fronte di Salvezza Nazionale. Una campagna di stampa tutto fuorché onesta ed obiettiva, condotta sia in Romania che all’estero, ha teso identificare in quest’automobile, specie a partire dal rovesciamento del governo di Ceausescu, ogni genere di difetto, di stortura, di vulnerabilità possibile immaginabile. Eppure, basta dare un’occhiata, nella rete internet e, in particolare, nei social, ai siti ed alle pagine curati dagli amanti della “Oltcit”, per rendersi conto di quale seguito e di quale ammirazione goda ancora oggi la vettura in questione, di quanto siano apprezzabili le sue prestazioni e la sua affidabilità su strada. E sì, di strada ne ha dovuta compiere davvero tanta, la “Oltcit”, per partire ed affermarsi, stretta tra la morsa del sabotaggio commerciale estero e quella, non meno impietosa e stritolante, della diversione interna, orchestrata dai nemici della sovranità economica e politica della Romania. In questo dossier, cercheremo di analizzare tutta la catena di menzogne e illazioni che sono state messe in circolo rispetto a questa vettura, frutto di una cooperazione tra Romania e Francia che, negli intenti del PCR e del Governo rumeno, avrebbe dovuto coinvolgere vari settori, non solo quello automobilistico, con l’implementazione, anno dopo anno, dei campi di intervento.
Tutto comincia nel 1975-76, periodo nel quale vengono avviati i contatti tra le due Nazioni per lo sviluppo di un’automobile solida, elegante e capace d’incontrare il favore degli acquirenti sia in Romania che in Francia. Il Paese di Ceausescu, allora, era una locomotiva economica impressionante, protagonista di un miracolo che stava stupendo il mondo intero: in piena recessione globale, con il prezzo del petrolio in vertiginoso aumento dopo la guerra del Kippur, la Romania cresceva a tassi inimmaginabili per l’intero occidente capitalista e anche per le più vitali economie del COMECON. Nel 1970–75, la media annua della crescita del reddito nazionale lordo fu dell’8,7%, mentre la produzione industriale si sviluppò al ritmo del 13% annuo. Solo il Giappone, negli stessi anni, poteva vantare indici prossimi a quelli della Romania. S’intuisce quindi il fatto che le Nazioni capitaliste vedessero, nello Stato socialista balcanico, coi suoi 20 milioni di potenziali consumatori, da un lato una minaccia, dall’altro un’opportunità per il loro apparato industriale. La Francia, in questo, non era certo seconda a nessuno, né disposta a farsi indietro “cavallerescamente” per assecondare altre mire, specie quelle tedesche, italiane e statunitensi: le sue vecchie, ma sempre lucide ed attente scuole geopolitiche e geoeconomiche, le sue accademie, la rete dei suoi contatti coltivati in decenni di presenza massiccia sulla scena mondiale, costituivano un apparato di circoli d’influenza e di gruppi di pressione operativo e ben rodato, capace di cacciare nella riserva dell’economia mondiale spesso a parità di condizioni con le superpotenze. Del resto, l’esperienza della Dacia aveva evidenziato un successo clamoroso della cooperazione franco–rumena: la vettura, prodotta su licenza a partire dai modelli della Renault 8 (per la Dacia 1100) e della Renault 24 (per la Dacia 1300), aveva spopolato non solo in Romania, ma anche in molte Nazioni sviluppate o in via di sviluppo. Con la “Oltcit”, si pensò così di ripetere il “colpo”; era il 27 dicembre 1976 quando il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Socialista di Romania approvò il Decreto n. 424/1976 per la creazione di un’impresa mista rumeno–francese capace di produrre, a Craiova, 130000 autovetture ogni anno, 65000 delle quali avrebbero dovuto prendere la via dell’export, commercializzate direttamente dalla “Citroen” sotto il nome di “Citroen Axel”. L’impianto industriale concepito dagli accordi era poderoso: 350000 metri quadrati, edificati su 114 ettari di terreno. La Società mista a capitale rumeno-francese prese il nome di “Societatea Oltcit”, partecipata al 64% dai rumeni e al 36% dalla “Citroen” ( per un valore di 500 milioni di franchi). L’Oltenia, terra tradizionalmente agricola, protagonista sotto il socialismo di un imponente processo di industrializzazione, che già ne aveva mutato sensibilmente il volto, conobbe dunque nuovi progetti tesi a modernizzarla ulteriormente. Il 17 giugno 1977, alla presenza di Nicolae Ceausescu, vi fu a Craiova la posa della prima pietra dei nuovi stabilimenti.
Fu a questo punto che, gettate tutte le premesse per una cooperazione vantaggiosa per tutti, iniziò, da parte dei francesi, una melina snervante e logorante: nei piani degli strateghi economici e politici di Parigi, i rumeni avrebbero dovuto recitare la parte dei portatori d’acqua, lasciando alla “Citroen” e ai suoi dirigenti la quasi totalità dei profitti realizzati. Un ruolo di subordinazione insultante, assurdo, che il governo rumeno ovviamente rifiutò, geloso delle sue prerogative oltreché rispettoso degli accordi sottoscritti. La stampa mondiale, ancora oggi, sparge ai quattro venti disinformazione, sostenendo che le mancanze vi furono esclusivamente da parte rumena, in ordine alla qualità del lavoro da svolgere, degli impegni da corrispondere e delle commesse da onorare. Basta una disamina obiettiva e completa della vicenda “Oltcit”, però, per far cadere come un castello di carte queste menzogne. Procediamo con ordine: innanzitutto, l’esposizione finanziaria della Romania, come abbiamo visto, fu largamente superiore a quella francese, tanto che, con un miliardo di investimenti solo per le linee di produzione, il Ministro degli Esteri Stefan Andrei avrà buon gioco a sostenere, pur tra cenni non edificanti e ingenerosi sulla “Oltcit”, dettati dalla sua legittima irritazione vero i francesi, che la Romania aveva rimesso in piedi la dissestata “Citroen”. Il socialismo rumeno, e non appaia questa un’iperbole, aveva risanato, con l’operazione “Oltcit”, la casa automobilistica francese e, con essa, migliaia di posti di lavoro francesi, immettendo liquidità e aprendo in prospettiva, nonostante tutti gli ostacoli artatamente collocati sul cammino, scenari di espansione alquanto appetibili. D’altronde, basta dare un’occhiata al quadro generale presente in Francia ed in Romania, per comprendere appieno chi avesse bisogno di chi e di che cosa in quello scorcio di fine anni ’70: la Romania, partendo dal nulla, senza un’industria automobilistica storicamente consolidata, era passata da 12123 auto e motoveicoli prodotti nel 1960 a 74360 nel 1971 a 128847 nel 1979 (+73% in appena 8 anni). La “Citroen”, nello stesso periodo, navigava, assieme ad altre blasonate case automobilistiche europee, nelle acque più tempestose: errori manageriali marchiani quanto celati dalla coltre del protezionismo, avevano fatto sì che la storica casa fondata dall’intraprendente mercante ebreo–olandese Andrè Citroen fosse sull’orlo del baratro. Dissennati investimenti con Fiat, Maserati, Panhard e altre marche, tempo perso e risorse sprecate dietro al motore Wankel, le cui prestazioni e la cui compatibilità con le normative ecologiche non erano passibili di miglioramenti nemmeno con l’impiego dell’iniezione elettronica… Tutto questo, unitamente alla poca lungimiranza manifestata nel non pensare per tempo ad una vettura di classe media tra il 1960 e il 1974, all’apice del processo di motorizzazione dei Paesi europei, avevano azzoppato il cavallo un tempo scalpitante della casa produttrice francese. Assieme all’acquisto del 38,2% di “Citroen” da parte della “Peugeot”, e anzi molto più di questa acquisizione dal punto di vista dell’impatto, gli investimenti della “Societatea Oltcit” andarono ad accrescere il capitale anche della “Citroen”, sgravandola da obblighi e impieghi di denaro massicci e quindi contribuendo in modo determinante al suo risanamento. Nonostante ciò, ancora nel 1979, mentre lo Stato rumeno, con tutti gli organi deputati alla pianificazione economica, aveva portato a termine già impegni solennemente assunti, sul fronte francese nulla si muoveva. Il 5 marzo del 1980, dopo quattro anni di sostanziale latitanza, il Direttore generale della “Citroen” Jacques Lombard volò a Bucarest per dei colloqui chiarificatori con Nicolae Ceasescu, Segretario del PCR, Presidente della Repubblica e del Consiglio di Stato, e con Ilie Verdet, Presidente del Consiglio. In quell’occasione si fece presente, da parte rumena, che gli impianti erano quasi pronti e che mancava solo il risolutivo via libera francese alla realizzazione delle tappe decisive per la messa in produzione della vettura “Oltcit”. In particolare, si aspettava che la Francia contribuisse in maniera diretta, secondo i piani, all’infusione di risorse fondamentali per l’assunzione di 7000 addetti alla produzione (la “Citroen”, tanto per rendere l’idea, ne impiegava, nello stesso tempo circa 60000). Su questo, vi furono nuove rassicurazioni da parte della figura apicale della “Citroen”, ma di fatti se ne videro pochi nelle settimane e nei mesi a venire, tanto che fu decisivo, per sbloccare un minimo di dinamiche finanziarie, la successiva visita di Ceausescu a Parigi, effettuata tra il 23 ed il 25 luglio 1980 in compagnia di Ioan Avram (Viceprimo Ministro), Cornel Burtica (Ministro del Commercio Estero e della Cooperazione economica internazionale), Stefan Andrei (Ministro degli Esteri), Vasile Pungan (Consigliere presidenziale). In occasione di quell’incontro al vertice, durante il quale Ceausescu s’incontrò con il Presidente francese Giscard d’Estaing, con i vertici delle banche e del sistema economico francese, il tasto batté sulle necessità della “Societatea Oltcit” e sui ritardi della Francia, ormai cronici, nel dar compimento agli impegni assunti nei trattati. La Romania, da sola, aveva investito quasi 10 miliardi di lei e ancora non era uscita, dalle catene di montaggio della produzione in serie, nemmeno una vettura. La visita di Ceausescu, ottimamente preparata da uno staff politico ed economico di prima qualità, contribuì ad una relativa accelerazione delle intese tra Francia e Romania, e non solo rispetto alla vicenda “Oltcit”. Le infrastrutture produttive vennero completate e si passò quindi all’analisi-sperimentazione dei modelli/prototipi e alla messa in produzione seriale della vettura tanto sospirata. Nonostante questa accelerazione, i francesi, ormai beneficiati dall’infusione di liquidità rumena, desiderosi di ridimensionare il progetto secondo i loro interessi di mercato, per tutto il 1981 mossero obiezioni al livello tecnico delle maestranze rumene, ai risultati ed alle acquisizioni delle loro officine, ritardando e sabotando quindi le fasi di produzione e commercializzazione. Fu solo nell’ottobre del 1982, dopo l’ascesa alla Presidenza del Consiglio da parte dell’energico e risoluto Constantin Dascalescu, esperto, più del pur brillante Verdet, in questioni economiche, che i primi modelli della “Oltcit” uscirono dalle catene di montaggio con produzione in serie. Grazie all’apporto di Dascalescu, si cominciò a stilare un cronoprogramma bilaterale coi francesi che, a sei anni dalla firma dell’accordo, consentì l’avvio concreto della produzione, senza più giri di parole. Tutti i problemi furono risolti? No di certo, come era logico che fosse avendo, dall’altra parte del tavolo, un interlocutore–socio scientemente dedito alla dilazione, al temporeggiamento, al sabotaggio aperto o mascherato. In quell’autunno del 1982, mentre in tutto il Paese veniva avviata una razionalizzazione delle risorse economiche e dei processi produttivi destinata ad avere riflessi considerevoli all’interno della Romania e nelle relazioni tra il Paese ed il resto del mondo, vennero a cadere le obiezioni tecniche dei francesi: il prodotto rumeno era di prima qualità e semmai faceva paura proprio per la sua eccellenza! I piani, calibrati su una produzione annua di 130000 esemplari, con obiettivo a tendere pari a 150000, erano perfettamente realizzabili, solo che i francesi l’avessero voluto. Purtroppo, si era assai lontani da quell’obiettivo e già l’essere partiti, stante la concreta situazione riscontrabile sul campo, poteva ritenersi un miracolo. L’impianto industriale poteva contare su 190000 metri quadrati di spazio solo considerando i reparti di prelavorazione meccanica, pressaggio, carrozzeria, verniciatura e montaggio generale. Vi era un reparto di fabbricazione delle componenti fondamentali che, cosa più unica che rara, poteva contare su 42 linee specializzate: un capolavoro di tecnologia e specializzazione del lavoro senza pari nel mondo, in assoluto e in proporzione al volume produttivo pianificato. Le vetture prodotte erano di tre tipi: “Oltcit Special” con motore da 652 cm3, “Oltcit Club” con motore da 1129 cm3, “Axel”, destinata all’esportazione nei modelli normale 11 R, e 12 TRS con motore da 1299 cm3. La “Oltcit Special” aveva una velocità massima di 120 km/h, mentre la “Club” raggiungeva i 149 km/h. Su una distanza di 100 km, alla velocità di 90 km/h, il consumo di carburante era di 5,7 litri per il modello “Special” e di 6,7 litri per il modello “Club”. Prestazioni, quindi, assolutamente competitive se pensiamo che la “Citroen Visa 650” raggiungeva i 125 km/h consumando in media 5,9 litri di carburante ogni 100 km e che il modello “10E”, presentato nel 1984, toccava la velocità massima di 133 km/h con un consumo medio di 6,7 litri ogni 100 km percorsi.
Tutto questo capitale, però, venne depauperato deliberatamente dai francesi e dalle loro perverse strategie di profitto immediato e di azzoppamento di una concorrenza che, se c’era rispetto alla “Visa”, era solo per la capacità dell’apparato produttivo rumeno. Sta di fatto che nel 1983 se da un lato la produzione seriale rappresentava ormai un punto di non ritorno, dall’altro non si riuscì a sfornare un numero di vetture, sia per il mercato interno che per l’esportazione, lontanamente paragonabile a quello programmato: appena 5400 furono i modelli “Oltcit” usciti dalle linee di montaggio. Le autorità economiche e governative di Bucarest e di Craiova si trovarono, per colpa del sabotaggio economico francese, davanti alla necessità d’inviare in ferie anticipate, nel gennaio del 1983, 2342 addetti delle linee produttive della “Oltcit” (79,7% del totale), visto che le commesse languivano e la piena capacità produttiva non poteva essere dispiegata, per i continui intoppi logistico-tecnici. Naturalmente, grazie agli ammortizzatori sociali dello Stato socialista, e con l’impegno sinergico di Sindacati e Comitati popolari, non vi furono penalizzazioni troppo pesanti sui livelli salariali e alcune unità trovarono temporaneo impiego in lavori complementari in altri settori bisognosi di manodopera. Nel 1984, dopo un nuovo, deciso confronto tra le parti, si raggiunse la quota di 37000 vetture “Oltcit” prodotte, mentre le prime “Axel” presero la via dell’esportazione (il primo esemplare varcò le frontiere in data 10 luglio 1984). I francesi i loro conti li stavano facendo sempre più ossessivamente alla faccia degli accordi: quella che per loro sarebbe dovuta essere un’automobile “tappabuchi” dei segmenti di mercato non raggiunti e non raggiungibili dalla “Visa”, si stava rivelando migliore della “Visa” stessa diventando così, da modello complementare, come accennavamo prima, modello competitivo, agguerritamente concorrenziale, non solo sulla piazza europea, ma in giro per il mondo. La domanda di “Axel”, infatti, cresceva vertiginosamente: 15000 esemplari esportati nel 1984, con raggio d’azione in Europa, Asia, America Latina, Medio Oriente. Alla faccia delle lamentele francesi per i livelli qualitativi, la “Axel” rumena sfondava e alla grande in mercati non certo generosi né privi di “corteggiamento” da parte di colossi occidentali decisi a conquistare quote di mercato con ogni mezzo. Test condotti dai migliori collaudatori sulla scena mondiale, attestarono che la “Axel” aveva una capacità di resistenza ed una solidità superiore a quella della “Visa” e di altre vetture pur apprezzabili del panorama automobilistico europeo. Le vetture prodotte dalla “Oltcit” di Craiova poi montavano freni a disco anteriori e posteriori, elemento questo che conferiva il massimo di sicurezza e di affidabilità, mentre le “Visa” e un gran numero di altre vetture fabbricate in occidente presentavano ancora freni a disco anteriormente e a tamburo (più economici) posteriormente, con una prevalenza delle ragioni del costo e del profitto ricavabile rispetto a quelle della sicurezza complessiva. Il contrario di quel che avveniva a Craiova, dove l’uomo, la sua sicurezza a bordo, la sua proiezione del teatro del traffico in armonia con tutti gli altri veicoli, erano i capisaldi progettuali e produttivi fondamentali. Il rapporto qualità/prezzo delle varie versioni “Axel” era d’altronde vantaggiosissimo: se una “Visa 11 E” costava, nel 1985, 48000 franchi, nello stesso anno un modello “Axel 11” si vendeva a 38000, mentre 42000 e 46000 franchi rispettivamente erano i prezzi di vendita dei modelli “Axel 11 R” e “Axel 12 TRS”, più lussuosi e meglio dotati di accessori di serie e componenti. Per ottenere le versioni metallizzate, bastava aggiungere 880 franchi ai prezzi di base. Per una “Citroen” chiusa nelle sue strategie di profitto immediato, questo quadro rappresentò una iattura, che minacciava l’apparato produttivo e le entrate del gruppo: se i proventi delle esportazioni della “Axel” erano proporzionalmente divisi con i rumeni, quelli derivanti dalla vendita delle “Visa” erano, invece, tutto fieno in cascina per i francesi, da non dividere con nessuno. Se di “Visa” se ne vendevano meno, perché la “Axel” prendeva il sopravvento, le conseguenze non potevano che essere pesanti per la “Citroen”. Invece di spingere in avanti la ruota della cooperazione economica, verso traguardi forieri di sviluppo e vantaggi comparati per tutti, il capitalismo dette ancora una volta una risposta regressiva. Partì infatti, in maniera subdola, una campagna per disinnescare la mina “Axel” condita da strategie comunicative sofisticate di denigrazione, non riconducibili al regista dell’operazione, da nuovi sabotaggi nelle forniture al socio rumeno, da difficoltà frapposte di proposito ai canali commerciali: notizie false, pezzi di ricambio che non arrivavano puntualmente sulle piazze ove la “Axel” stava conoscendo maggior successo, atti turbativi della concorrenza concertati preventivamente e via elencando. In questo panorama, invece delle 130000 vetture “Oltcit” prodotte ogni anni, se ne produssero 30000 nel 1985, 16000 nel 1986 e cifre pressoché analoghe caratterizzarono il panorama degli anni a seguire. Gli organismi politici ed economici rumeni guardarono attoniti tali sviluppi, senza alzare troppo la voce e senza svelare al pubblico la trama, che conoscevano grazie al tanto deprecato spionaggio estero, o almeno alla porzione di esso che realmente rispondeva agli interessi della Repubblica Socialista di Romania. Si sperò, fino alla fine, che tutto fosse un brutto capitolo originato dalla volontà di pochi e che lo Stato francese, nei suoi vertici, avrebbe prima o poi, messo a posto la situazione. Un giocare di rimessa, questo, che non agevolò certamente la vicenda complessiva: ancora una volta, la lealtà dei Paesi socialisti e delle loro guide politiche, la loro fedeltà alla parola data, lungi dall’essere apprezzata dai capitalisti, era colta da questi come ghiotto spunto per farsi beffe di contratti, trattati, accordi. Non mancarono, ad ogni modo, i momenti di confronto: nel 1985-86, i rumeni rifiutarono di installare sulle “Axel” il cambio di velocità fabbricato in Portogallo e commercializzato dalla “Citroen”, in quanto non economicamente vantaggioso e meno funzionale rispetto al cambio della “Dacia 1410”, adottato a Craiova. I francesi iniziarono allora un’offensiva contro questa componente, ritardando altri impegni assunti e pagando pure sabotatori all’interno della fabbrica di Craiova, per dimostrare l’indimostrabile, ovvero che il cambio adottato dai rumeni era meno valido: si aprì, da parte della Securitate, un dossier su alcuni tecnici ed operai che di proposito sabotavano la corretta collocazione di componenti o ne rovinavano il profilo delle stesse. Anche sul sistema frenante vi furono problemi e grattacapi: i rumeni installarono quello della “Dacia 1300”, assai efficiente e riconosciuto in tutto il Pianeta ( asta vedere anche le gare vinte dai modelli “Dacia” a livello di rallies mondiali, per saggiare l’affidabilità di quelle vetture, compresa quella relativa al sistema frenante) e rifiutarono altre proposte, in assenza di impegni seri da parte francese. Il 21 febbraio 1986, Aurel Duma, Segretario del Ministero degli Esteri della Repubblica socialista di Romania, propose di abbassare del 10% il dazio stabilito per la “Citroen Axel”, tenuto artificialmente alto, e due mesi dopo, sullo stesso argomento, tornò Valeriu Tudor, Consigliere economico–commerciale accreditato a Parigi. In particolare, chiese un aumento delle quantità esportate di “Axel” fino al 50% della produzione complessiva di “Oltcit” ed un aumento del prezzo di acquisto delle vetture da parte della “Citroen”, visto che la casa produttrice francese aveva rincarato inopinatamente il prezzo di pezzi e componenti fino al 40–45%, sottoponendo il sistema economico rumeno ad un salasso di valuta assolutamente insensato, specie tenendo conto del fatto che i prezzi delle materie prime erano ovunque in ribasso in quel periodo. I francesi respinsero queste richieste giuste e legittime, lasciando immutati i prezzi di acquisto delle “Axel” ad un livello artificiosamente basso.
Nello stesso tempo, in Romania, l’orgoglio per la “Oltcit”, pur in mezzo a tantissimi problemi, era a livelli esponenziali: la Romania aveva dato al mercato interno ed estero, dopo la Dacia, un altro modello che univa economicità e comfort. Lo scorno per le basse cifre di produzione, causato dalle manovre diversive della Francia, era surclassato dal sentimento di fierezza nazionalistico, ben illustrato da tanti film di quel periodo: se negli anni ’70 e nei primi anni ’80 le “Dacia” erano state le regine su quattro ruote delle pellicole rumene, nella seconda metà degli anni ’80 il loro posto viene preso dalle “Oltcit”. “ lipa de ragaz” (“Attimo di riposo”), film girato nel 1986, si apre con il protagonista, l’espressivo Stefan Iordache, alla guida di una “Oltcit” bianca. La stessa vettura compare in “Anotimpul iubirii” (“Stagione dell’amore”), sempre del 1986, e in “Vara sentimentala” (“Estate sentimentale”), girato un anno prima, tra le ubertose campagne del socialismo.
Nel 1987, la spudoratezza dei francesi raggiunse vette inaudite: si lamentarono del fatto che nel 1986 le loro esportazioni in Romania avevano coperto appena il 29% delle esportazioni rumene in Francia. Insomma, anziché onorare i termini del contratto sottoscritto con la “Oltcit”, la “Citroen” e le autorità politiche francesi si dolevano per il fatto che la bilancia dei pagamenti fosse in attivo per la Romania e che questa Nazione avesse, dunque, una posizione commercialmente più forte. Il colmo della faccia bronzea, considerato che ogni deficit commerciale a sfavore dei Paesi socialisti era pompato e reclamizzato dalla stampa borghese non come la prova provata dell’incremento continuo del benessere in quei Paesi, alla costante ricerca, in certi settori, di crescenti importazioni di beni e servizi, ma come prova della vulnerabilità delle loro economie. Ai capitalisti non andava bene nulla dell’economia socialista: quando era forte e in posizione di preminenza, recriminavano il fatto che era potente; quando manifestava sedicenti o reali segni di debolezza e carenza, l’attaccavano per queste falle vere o presunte. Nessun deretano mai avrebbe eguagliato ed eguaglierebbe il viso dei capitalisti!
Nel 1988-89, i sabotaggi alla “Oltcit” di Craiova si fecero più pesanti, in coincidenza con i preparativi orditi da CIA, Mossad, AVh ungherese, KGB gorbacioviano per la defenestrazione di Ceausescu, colpevole di seguire un indirizzo autonomo di politica interna ed estera, in modo particolare rispetto all’azzeramento del debito estero, obiettivo storico ineguagliato da ogni altra Nazione del mondo, raggiunto nella primavera del 1989. La situazione degli stabilimenti automobilistici di Craiova, in un panorama di indici di crescita economica generale impressionanti, stonava alquanto e meritò un intervento diretto, preciso ed inequivocabile di Nicolae Ceausescu alla riunione del Comitato politico esecutivo del CC del PCR del 5 maggio 1989: in questa occasione, egli sottolineò come le 32 attrezzature inviate dalla I.M.U.A. di Bucarest alle fabbriche automobilistiche di Pitesti e Craiova, per la produzione dei cambi di velocità, non funzionassero, con gravi ritardi sulla produzione complessiva come inevitabile conseguenza. “Propongo al Comitato Politico Esecutivo, tuonò il Segretario del PCR, l’introduzione di pene fino a quella capitale per l’invio di attrezzature non funzionanti! Non si possono sentire storie come questa! (…) Il salario uno lo deve ricevere se lavora bene, come si deve! Per i sabotaggi non dobbiamo pagare nulla, dobbiamo piuttosto perseguire i responsabili e l’invio di attrezzature di cattiva qualità significa sabotaggio!”. Analisi perfetta, anche se tardiva rispetto alle conclusioni: da anni la macchina del sabotaggio era operante e oliata meglio degli ingranaggi delle “Oltcit”. Non era casuale la scelta delle leve del cambio: si ricordi quanto prima accennato sul colpo pesante inferto dalla Romania, come reazione alle manovre ed alle speculazioni commerciali francesi, con la sostituzione delle leve del cambio portoghesi a vantaggio di quelle nazionali, meglio resistenti all’usura del tempo e diffamate per questo dalla stampa specializzata occidentale. Era ormai chiara anche ai massimi vertici del Paese la presenza, negli stabilimenti dell’I.M.U.A. di Bucarest e da altre parti, di talpe e sabotatori che, svolgendo opera di spionaggio e diversione, stavano attivamente minando l’economia nazionale con l’intenzione di provocare malcontento a tutti i livelli. L’azione della Securitate e degli organi deputati alla difesa del patrimonio economico nazionale non fu decisa come ci si sarebbe attesi: anche in quegli organi, gli agenti al servizio dello straniero erano annidati in posizione chiave e si riveleranno preziosi, proprio in virtù della loro presenza, per il rovesciamento telecomandato dall’estero di Nicolae Ceausescu. Nell’agosto del 1989, come conseguenza dei sabotaggi, i 3675 dipendenti della “Oltcit” di Craiova (mai erano arrivati ad essere 7000 per effetto dell’inosservanza francese degli accordi) conobbero difficoltà mai viste prima per il pagamento degli stipendi: così, 2249 vennero retribuiti con il 54,6% del salario stabilito nel giugno precedente, nelle trattative tra dirigenza e sindacati, mentre 1426 non ebbero a disposizione alcun compenso, venendo trasferiti ad altre unità produttive o godendo di ferie anticipate, con pagamento a carico del bilancio nazionale. In un Paese in cui la disoccupazione non esisteva ed in una famiglia di quattro persone entravano almeno due stipendi, le conseguenze non furono insopportabili (non vi fu alcuna protesta), ma di certo il malcontento serpeggiò. Sul fronte del commercio estero, le “Axel” dal 1988 videro chiudersi le porte da parte della Francia e degli altri Paesi europei, nonostante la qualità ottima del prodotto e la forte richiesta su altri mercati mondiali. Si stava minando in maniera scientifica, cinica e premeditata il patrimonio economico nazionale e la “Oltcit” era solo un capitolo di questa storia taciuta dalla propaganda borghese e nascosta con mille sotterfugi anche da chi, su ben altre posizioni, avrebbe dovuto da tempo raccontarla per intero. Nel dicembre del 1989, con il golpe del FSN e la fucilazione di Ceausescu, anche il futuro della “Oltcit”, assieme a quello della Romania tutta, venne compromesso: la fabbrica, con enormi potenzialità ma non più incardinata ed orientata verso l’armonica crescita dell’economia nazionale e della società, venne sostanzialmente abbandonata ai ferri vecchi. Nel 1990, si tracciò un bilancio : erano state prodotte, in 8 anni, circa 100000 “Oltcit” e 60.000 “Axel” avevano preso la via dell’esportazione. Avrebbero potuto essere ben diverse, quelle cifre, in presenza di una cooperazione economica e commerciale vera, autentica, e non truffaldina quale quella creata dai francesi, contro i patti sottoscritti e contro gli intendimenti solennemente sanciti. Quelle cifre, per rendere pienamente l’idea, avrebbero dovuto essere le cifre di una sola annualità, secondo gli accordi. Con l’avvento al potere delle forze capitalistico–borghesi, per la fabbrica “Oltcit” vi furono anni di limbo: licenziamenti, distruzione pianificata di saperi ed esperienze, ridimensionamento complessivo di tutta l’attività. Nel 1991, la “Oltcit” diventò “SC Automobile Craiova SA”, fino a venir fagocitata, nel 1994, dalla “Daewoo” (non vi erano più al potere i comunisti, gli accordi erano solo patti leonini tra un Paese smembrato e gli squali del capitalismo!) e a ridursi a fabbrica di pezzi di ricambio e componenti per altre case produttrici. Una storia eroica e assieme vergognosa; un altro racconto illuminante su quello che il capitalismo ha prodotto a livello planetario prima con il sabotaggio e poi con la conquista coloniale delle economie dell’Est europeo. Resta una soddisfazione: quella di vedere come ancora tanti, in Romania, a dispetto di campagne di stampa false e lautamente foraggiate, continuano ad amare la “Oltcit”, tenendo come reliquie modelli risalenti all’epoca comunista, quasi unanimemente giudicati come i più validi, affidabili e confortevoli. Ne fanno fede numerosi club e associazioni, costituitisi per tramandare un patrimonio nazionale ed economico al quale nessuno può guardare senza il dovuto rispetto.Bibliografia e Sitografia
Intervento di Stefan Andrei, Ministro degli Esteri della Repubblica Socialista di Romania. Non tutte le affermazioni che fa sono attendibili, anzi alcune sono viziate dalla necessità di trovarsi un uditorio non appiattendosi sulla difesa della Repubblica Popolare Socialista, ma il contenuto è egualmente pregevole e interessante per i dati, che ognuno può assumere nella propria analisi ed interpretare.
Contributors
Autoturism”, rivista dell’Automobil Club della Romania, molto ben fatta, specie negli anni del socialismo. Un punto di riferimento essenziale per tutti coloro i quali intendano capire meglio il panorama automobilistico rumeno. Qui si parla della “Oltcit” in maniera dettagliata.
L’intervento deciso di Ceausescu nel 1989