La Siria aiuta le YPG contro i turchi ad Ifrin

La Siria permette ai combattenti curdi addestrati dagli Stati Uniti di rafforzare Ifrin, aumentando il costo dell’invasione per Erdogan e i suoi islamisti
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 2 febbraio 2018

Quando la Turchia ed islamisti al suo servizio hanno lanciato l’offensiva contro Ifrin controllata dai curdi, nel nord-ovest della Siria, si ebbe un’ondata di denunce. I curdi lamentavano che i russi fossero in combutta coi turchi, che gli Stati Uniti li stessero vendendo e che il governo siriano non volesse davvero difenderli. Tuttavia, una lamentela era completamente assente. 12 giorni dopo il tentativo d’invasione turca d’Ifrin i curdi devono ancora lamentarsi di Damasco che impedisce ai loro combattenti, provenienti dalla Siria nord-orientale, di rafforzare l’enclave d’Ifrin, prova sufficiente che la Siria non fa nulla del genere. Ad Ifrin, la milizia curda delle YPG ha meno di 10000 uomini armati. Tuttavia, nell’angolo nordorientale della Siria, le YPG hanno almeno altri 30000 combattenti. Problema per i curdi: i due territori da loro tenuti non sono collegati. Nel mezzo si trova la zona di occupazione turca e il territorio controllato dall’Esercito arabo siriano. Fortunatamente per i curdi, Damasco è felice di vedere i combattenti delle YPG dall’est attraversare il proprio territorio per rafforzare le difese d’Ifrin e far pagare cara l’invasione a Turchia ed islamisti al seguito.
Lanciando l’invasione d’Ifrin, i turchi annunciavano che avrebbero affrontato possibili rinforzi curdi coi droni che avrebbero bombardato i convogli delle YPG diretti a est. Tuttavia non vi è alcun motivo per cui i combattenti curdi debbano viaggiare in convogli, di grandi dimensioni ed identificabili, ed hanno ogni ragione per non farlo. Per motivi comprensibili, il campo governativo e i curdi hanno in gran parte mantenuto il silenzio sull’accordo, ma i suggerimenti che escono parlano di una realtà: “Siamo consapevoli che l’SDF riposizionano alcune forze in risposta alle recenti tensioni, tuttavia questo non avviene sotto la direzione della coalizione“, diceva il portavoce del dipartimento della Difesa degli USA maggiore Adrian Rankine Galloway. Alla domanda su dove le forze SDF si fossero riposizionate, rispose: “Non parlo per conto delle SDF“.
Di fatto concedere vicendevolmente un passaggio limitato è pratica consolidata dei due campi. I curdi permettono al governo di avere accesso limitato alle sacche di Qamishli e Hasaqah, in cambio il quartiere di Shaiq Maqsud detenuto dai curdi ad Aleppo, gode di diritti simili. Anche l’anno scorso Damasco permise ai combattenti delle YPG di Ifrin di unirsi all’offensiva YPG-USA su Raqqa. L’ironia è che nella lotta contro la Turchia, i curdi siriani, solitamente sostenuti dagli Stati Uniti, ricevono più aiuto dal governo siriano contro cui sono in rivolta. Nel frattempo, Damasco si ritrova ad impiegare combattenti addestrati e equipaggiati dagli Stati Uniti contro la Turchia, entrambi membri della NATO e potenze che avevano cercato di distruggere assieme lo Stato siriano. Naturalmente il governo siriano non vuole un’altra zona di occupazione turca nel nord della Siria, non più dei curdi, anche se per ragioni diverse.
Erdogan ha indicato l’ambizione che una vittoria militare sia seguita dal reinsediamento dei rifugiati arabi dai campi turchi ad Ifrin, per cambiarne la composizione demografica, impedendo quindi l’ascesa di un baluardo curdo nell’area, per sempre. Il problema per la Siria è che Erdogan non sembra avere fretta di riconoscere la legittimità del governo di Damasco e probabilmente richiederà enormi concessioni per far rientrare dalla Siria gli islamisti, o semplicemente sosterrà per sempre un miniemirato islamista nella Siria nordoccidentale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’operazione turca crea molto più che imbarazzo agli Stati Uniti

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook, 2.02.2018L’ultima operazione militare della Turchia, Ramo d’Ulivo, è molto più che imbarazzante per gli Stati Uniti; ne segna un’umiliante sconfitta nella peggiore guerra nel Medio Oriente contemporaneo, e potenzialmente anche la fine della supremazia regionale. Se “il nemico del mio nemico è mio amico” è vero nelle relazioni internazionali, il suo esatto opposto “alleato del mio alleato non è il mio alleato” sembra altrettanto vero quando si tratta di definire il triangolo curdi-Stati Uniti- Turchia. Nel corso della guerra siriana, gli Stati Uniti hanno scelto chiaramente i curdi come alleato, loro principali forze di terra. Questa scelta, tuttavia, non poteva esserci se non a costo di alienare la seconda potenza militare della NATO, la Turchia. Tuttavia, questa estensione del sostegno degli Stati Uniti ai curdi non portava immediatamente alla rottura delle relazioni USA-Turchia. Fino al 2015, Stati Uniti e Turchia continuavano a comportarsi da alleati. Ma l’alleanza non era priva di tensioni appena sotto la superficie. La Turchia era sempre più stanca del sostegno degli Stati Uniti ai curdi; e per contrastarlo, inizialmente supportò lo SIIL e poi iniziò ad armare i suoi fantocci per assicurare i propri interessi in Siria, mettendosi gradualmente contro NATO e Stati Uniti. La crisi dei rapporti bilaterali si manifestò chiaramente quando si tentò il colpo di Stato in Turchia, che ne continua ad incolpare gli Stati Uniti. Mentre questo “gioco delle accuse” danneggia le relazioni bilaterali, non spiega cosa abbia effettivamente permesso alla Turchia di aggredire militarmente gli alleati (curdi) dell’alleato NATO (Stati Uniti).

La Turchia ha nuovi e potenti alleati
Pur essendo ancora alleato della NATO, la politica estera e l’orientamento regionale della Turchia sono cambiati radicalmente nel corso della guerra in Siria. Da un lato, se Cina e Qatar sono i maggiori investitori esteri, dall’altro Iran e Russia si sono rivelati i principali alleati strategici della Turchia. Ciò spiega perché, nonostante l’uccisione di centinaia di combattenti alleati degli Stati Uniti nell’ultima settimana, Washington non ha saputo dare una risposta adeguata alla Turchia. Tutto ciò che ha fatto e detto non sono altro che parole di “preoccupazione e cautela”; sono semplicemente vincolati dallo status nella NATO della Turchia? Bene, questo non avrebbe impedito di cospirare contro Erdogan sostenendo il colpo di Stato e rifiutandosi di consegnare Fethullah Gulen. Quindi cos’è cambiato ora? Nonostante l’attacco turco agli alleati degli Stati Uniti in Siria, i mercati e le borse della Turchia non hanno subito danni. Gli Stati Uniti non possono infliggere punizioni economiche alla Turchia per tale aperta sfida. C’è una ragione molto seria per questa stabilità del mercato, e cioè che la Turchia ha ridotto la dipendenza da Europa e Stati Uniti e ha trovato nuove fonti di finanziamento in Qatar e Cina e nuove fonti di armamenti in Cina e Russia. Considerate questo: il Qatar è già il primo investitore estero in Turchia con oltre 20 miliardi di dollari di risorse ed altri 19 miliardi per la pipeline, nel 2018. E, d’altra parte, la Turchia è il garante della sicurezza del Qatar stabilendovi un nuova base militare. Gli ultimi due sviluppi si sono avuti dopo che la Turchia appoggiava il Qatar durante il boicottaggio degli Stati del Golfo dello scorso anno, persino trasportando via aerea rifornimenti dopo che l’Arabia Saudita aveva chiuso il confine col Qatar. E mentre gli investimenti della Cina in Turchia sono relativamente minori rispetto a quelli del Qatar, non vi è dubbio che la Turchia sarà un’unità territoriale chiave nella cinese Belt&Road Initiative (BRI). La Cina già crea collegami territoriali e ferroviari con la Turchia attraverso l’Iran, altro Paese chiave nella BRI cinese. Mentre nell’Iran orientale la Cina modernizza le reti ferroviarie del Paese, nell’Iran occidentale le ferrovie lavorano per collegare Teheran alla Turchia e infine all’Europa. E la Cina già fa grandi investimenti nel settore delle telecomunicazioni in Turchia. Ad esempio, il 5 dicembre 2017, ZTE, il più grande fornitore di soluzioni di rete e apparecchiature di telecomunicazioni della Cina, accettava di acquisire oltre il 48,04% del fornitore turco per l’integrazione dei sistemi Netas per 101,3 milioni di dollari, con l’obiettivo di espandere le operazioni nei mercati chiave coperti dall’iniziativa “One Belt, One Road” di Pechino. E non c’è alcun dubbio sull’ampia intesa raggiunta tra Ankara e Mosca sulla conclusione siriana. Senza questa comprensione, la Turchia non avrebbe mai potuto usare lo spazio aereo siriano. E ora, con la Turchia che rapidamente mette alle strette i principali avversari in Siria, alla fine rimarrà poco o nulla da fare all’Esercito libero siriano (FSA) supportato dalla Turchia, consentendo a Russia, Iran e Siria di avere un maggiore margine di manovra nel pantano siriano. L’operazione turca, quindi, potrebbe produrre due importanti vantaggi: danneggerà in modo significativo la capacità degli Stati Uniti d’influenzare la situazione in Siria e rafforzerà anche la posizione russa. Ormai, è abbastanza ovvio che l’avvertimento siriano di abbattere i jet turchi che attaccano Ifrin era vuoto. È interessante notare che anche la Russia non ha obiettato all’operazione turca. Il Ministro degli Esteri russo, interrogato su questa intesa, invece accusava gli Stati Uniti del sostegno ai curdi dicendo che “le azioni unilaterali degli Stati Uniti in Siria hanno fatto infuriare la Turchia“, e dopo che la Turchia avviava le operazioni, la Russia allontanava le propria forze da Ifrin, portando i rabbiosi comandanti delle YPG ad accusare Mosca di “tradimento”.

Cosa dopo Ifrin?
E l’estraneità tra Stati Uniti e Turchia aumenterà probabilmente con l’avvicinarsi della Turchia a Manjib, dove gli Stati Uniti hanno una propria base militare e forze di terra, includendola nella propria “zona sicura”. E il Pentagono ha già avvertito che difenderà Manjib se attaccata. Ifrin è quindi solo un vantaggio per Manjib, ed è a Manjib, ad est dell’Eufrate, che si trova la vera minaccia alla Turchia. La vittoria ad Ifrin non basterà; è solo una mossa tattica verso l’obiettivo strategico finale di scacciare i curdi oltre l’Eufrate. Allora gli Stati Uniti si troveranno faccia a faccia con la Turchia? La Turchia mostrerà ancora la stessa audacia dimostrata ad Ifrin? Molto dipenderà da come il continuum strategico della Turchia opererà con Russia e Iran. Ma Manjib sarà ugualmente un test della strategia statunitense. A differenza di Ifrin, che è curda; Manjib è etnicamente diversa e metterà sotto pressione gli Stati Uniti, potendosi rivelare l’ultima spinta concertata per scacciare gli Stati Uniti dallo scacchiere.Salman Rafi Sheikh, analista delle Relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

A Sochi la carovana siriana passa ed USA ed Israele si arrabbiano

Elijah J. Magnier

I colloqui di pace siriani sono decollati a Sochi sul Mar Nero: circa 1400 rappresentanti siriani del governo e dei gruppi d’opposizione, dai diversi punti di vista, agende politiche e obiettivi, concordavano 12 principi e risoluzioni strategiche, con l’intensa avversione di Stati Uniti e Israele. La Russia, teoricamente, ha posto fine a molte speculazioni sulla spartizione della Siria e ha dichiarato “guerra silenziosa” a Israele, Stati Uniti e forze turche, presenti illegalmente sul territorio siriano. A Sochi è stato adottato all’unanimità il principio dell’integrità della Siria come Stato sovrano. Questa riunione simbolica è significativa, nonostante le poche aspettative all’inizio, ed importanti risultati sono stati raggiunti, a partire da Sochi che godeva della dimensione internazionale grazie alla presenza del rappresentante delle Nazioni Unite (inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria Staffan de Mistura) e alla presenza di gruppi siriani sostenuti da Turchia ed Egitto, riunitisi coi funzionari governativi. Inoltre, è stato deciso che la costituzione siriana sarà rivista e discussa da un comitato costituzionale composto da 150 membri, formato da esperti del governo e dell’opposizione. È vero che questo comitato non ha il potere di modificare la Costituzione, ma può dare suggerimenti: un buon inizio per arrivare al tavolo dei negoziati di Ginevra entro la fine dell’anno. Ciò significa chiaramente che i siriani dovranno decidere il proprio futuro nonostante influenza ed interventi esteri. La delegazione finanziata da Riyad non era presente ma non mancava. Anche la leadership delle “Unità di protezione del popolo” (YPG), protette dalle forze statunitensi nel nord della Siria, rifiutava di partecipare all’incontro di Sochi: i curdi filo-statunitensi si sentono “traditi” dalla Russia per non essersi opposta all’aderente turco alla NATO, le cui forze (con l’operazione dal nome in codice “Ramo d’Ulivo”) cercano d’invadere l’enclave curda di Ifrin. Due settimane prima, la leadership delle YPG respinse l’offerta di Russia e Damasco di consegnare la città alle forze governative (dichiarando di far parte della Siria) perché volevano continuare ad amministrare la città. Nonostante il chiaro avvertimento russo sulla serietà delle intenzioni turche, le YPG consentivano un numero sufficiente di guardie di frontiera (al confine turco) dell’Esercito arabo siriano, ma non a consegnare la città alle forze del governo centrale.
L’incontro di Sochi non è stato organizzato per sostituire i colloqui di pace di Ginevra: al contrario, approvava la road map adottata nel 2012 e concordava l’elezione sotto la supervisione delle Nazioni Unite quando la Siria sarà liberata. Sochi è essenzialmente una manifestazione del potere russo in Siria e, come superpotenza, di avere un ruolo pacifico quando i cannoni non sono necessari. La Russia scaccia gli Stati Uniti dall’arena internazionale, mettendo definitivamente fine al ruolo unilaterale statunitense in Medio Oriente. La dirigenza statunitense manifestava rabbia nei confronti della Russia, in particolare per la dominante presenza militare russa, le sue mosse politiche in Siria, la presenza internazionale ed altro ancora. La Russia pungolava il miglior alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Israele, quando la riunione di Sochi si dichiarava d’accordo sulla liberazione delle alture del Golan occupate ai confini con Israele. La Russia fa pressioni per restituire la terra siriana ai proprietari mentre Donald Trump consegna Gerusalemme a Israele. Inoltre, gli Stati Uniti hanno dichiarato varie sanzioni contro la leadership militare e politica russa, come il Primo ministro Medvedev. Vladimir Putin, miracolosamente escluso dalle sanzioni di Trump, non ha atteso a rispondere alla controparte statunitense: “i cani abbaiano, ma la carovana passa”.
Sochi ha anche sviluppato un consenso a favore della natura multietnica del futuro Stato democratico siriano. Ciò significa che alcun estremismo o gruppo settario avrà un posto nel futuro governo della Siria. E, cosa più importante, 1400 persone hanno deciso di decidere il proprio destino col voto e di scegliere il presidente con elezioni democratiche. Questo è esattamente ciò che l’attuale governo siriano sostiene. Ci sono voluti sette anni di guerra ai siriani per capirlo. Gli Stati Uniti si sono isolati a Sochi ma non in Siria perché hanno una presenza militare nel nord-est della Siria (al-Hasaqah, Dayr al-Zur, Manbij) e possono ancora giocare molte carte. Hanno anche il pieno controllo di una sacca nella stessa area, ai confini siriano-iracheni, dove alcune migliaia di terroristi dello SIIL sono ancora liberi. Hanno un’altra sacca isolata ad al-Tanaf, al confine tra Siria e Iraq, dove addestrano (come sostengono) “decine di migliaia di ribelli siriani” mentre la guerra rallenta e gli eventi allontanano la guerra dalla Siria. Gli Stati Uniti usano i curdi per proteggere le proprie forze finché rimangono in Siria. La Russia non punisce i curdi, ma rispetta le loro scelte e gli da la possibilità di provare e testare cosa significa allearsi agli Stati Uniti, chiedere un’alleanza che Washington non da ad alcuno in Medio Oriente se non Israele. La dirigenza statunitense è sempre stato onesta e diretta su questo punto: non abbiamo alleati e amici, solo interessi comuni. Non è chiaro il motivo per cui i curdi persistano nel voler cambiare le alleanze degli Stati Uniti, e perché accettino d’immolarsi per gli Stati Uniti in Siria. La Russia può solo aspettare di raccoglierli quando si sveglieranno dal sogno irrealistico e rimarranno parte integrale della Siria.
Gli Stati Uniti (e loro alleati) hanno perso la guerra, eppure sono rimasti in Siria. D’altra parte, il campo antiamericano in Siria è pronto a combattere le forze statunitensi e a scacciarle. Ciò potrebbe accadere quando la guerra in Siria finirà, e gli Stati Uniti saranno una nota dolente in Siria. D’altra parte, non sarà facile allontanare la Turchia dalla Siria. I curdi non solo hanno portato gli Stati Uniti nel Levante, ma hanno dato un’enorme opportunità alla Turchia di rimanere e annettersi parte della Siria quando le YPG rifiutarono l’autorità del governo centrale su Ifrin e al-Hasaqa. Né Sochi né Ginevra scacceranno Stati Uniti e Turchia dalla Siria. Nel frattempo, jihadisti ed estremisti sono contenti di Stati Uniti e Turchia, perché tutti gli attori, invece di dedicarsi alla sconfitta del terrorismo, continuano a colpirsi, trovando un alibi per continuare a “giocare” nel territorio siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il primo assassinio della CIA: George Polk

Constantine Report 17 dicembre 2012La CIA ha perso i dati sul reporter della CBS assassinato in Grecia nel 1948 e ha distrutto i relativi dossier FOIA
Washington DC, 10 agosto 2007 – La Central Intelligence Agency ha perso i documenti relativi alle indagini sul misterioso omicidio nel 1948 del reporter della CBS George Polk e ne ha distrutto il dossier delle richieste FOIA per i documenti su Polk, secondo una lettera dell’Archivista degli Stati Uniti Allen Weinstein. Nel giugno 2006, l’Archivio chiese alla CIA e agli Archivi nazionali d’indagare sulla possibilità che la CIA avesse perso o distrutto i dati sul caso Polk. Polk, reporter della CBS in Grecia al culmine della guerra civile tra sinistra e destra, fu assassinato da ignoti nel 1948. Su richiesta dei membri della famiglia Polk, l’Archivio della sicurezza nazionale aveva chiesto alla CIA di riesaminare i documenti sul caso, rilasciati negli anni ’90. La CIA trovò una serie di documenti da riesaminare, ma nel dicembre 2005 informò l’Archivio che nove documenti, comprese le note del direttore dell’Agenzia, furono distrutti. Secondo la lettera di Scott Koch, coordinatore delle informazioni e della privacy della CIA, “i documenti originali erano stati distrutti in conformità coi registri degli archivi e degli archivi nazionali approvati“. Fu la risposta della CIA a spingere il direttore dell’Archivio nazionale della sicurezza Thomas S. Blanton a scrivere lettere all’Archivista degli Stati Uniti e all’Ispettore Generale della Central Intelligence Agency chiedendogli d’indagare sulla distruzione dei documenti sul caso Polk. La settimana scorsa, il dott. Weinstein informava l’Archivio della sicurezza nazionale che la CIA “non è in grado di localizzare i documenti originali o le informazioni sulla loro disposizione”. Come spiega la lettera, il fascicolo FOIA della CIA venne distrutto secondo il programma delle registrazioni; ciò che è scomparso sono le copie originali dei documenti relativi a Polk (e qualsiasi raccolta a cui appartenessero). Che la CIA abbia stabilito che i documenti non possono essere trovati (e potrebbero esser stati distrutti) pone domande preoccupanti sulla politica di conservazione dei dati storici della CIA. Perché la CIA perde ciò che sarebbe stata documentazione permanente? Se i documenti su Polk facevano parte di un sistema di documenti distrutti, quali altri dati storicamente significativi non esistono più? Che anche il dossier FOIA, contenente copie dei documenti ora mancanti, sia stato distrutto pone domande su tale prassi standard delle agenzie federali.

The Polk Conspiracy: omicidio e copertura nel caso di George Polk, corrispondente della CBS News
The George Polk Awards for Investigative Journalism, 2004
Sono passati più di 40 anni da quando il corrispondente radiofonico della CBS George Polk fu assassinato a Salonicco, in Grecia. Ma come Kati Marton mostra nel suo avvincente nuovo resoconto del caso Polk, vita e morte di questo giovane reporter incarnano tuttora la lotta tra giornalisti impegnati a scoprire la verità e i governi decisi a manipolarla. Polk morì nel maggio 1948, apparentemente vittima della guerra civile tra un’oligarchia insolitamente di estrema destra e veterani guerriglieri di sinistra guidati dal Partito Comunista greco. Il suo omicidio pose un potenziale problema diplomatico. Nel tentativo di contenere il comunismo, gli Stati Uniti con la dottrina Truman si erano gettati in sostegno alla destra greca. Da inviato Polk aveva documentato senza timore brutalità e corruzione dell’élite greca, nonostante le minacce di morte anonime e la contrarietà espressa dai funzionari statunitensi. Se si scopriva che il giornalista fu assassinato su ordine del regime greco, si sarebbe indebolito il sostegno interno alla politica degli Stati Uniti. La morte di Polk portò a diverse indagini, una diretta dall’editorialista Walter Lippmann e una dal generale William (“Wild Bill”) Donovan, ex-capo dell’OSS. Anche FBI e CIA furono coinvolti. Un sospetto fu finalmente trovato dalla polizia greca e una “confessione” estorta (con la tortura, come in seguito si scoprì). In un processo farsa, il sospetto testimoniò (il falso, come conferma Morton) di aver aiutato i guerriglieri comunisti a uccidere Polk. Lippmann e Donovan, che conoscevano la realtà, furono contenti di tale risultato politicamente utile. Ma i dubbi sul caso Polk persistettero. Nel 1977, il colonnello James Kellis, investigatore statunitense improvvisamente rimosso dal caso nel 1948 per volere dei diplomatici ad Atene e Washington, giurò in una dichiarazione che la morte di Polk fu organizzata da “un pugno di fanatici di destra e dai loro alleati inglesi“, e che i funzionari statunitensi l’avevano insabbiato. Questa è una conclusione che Marton sostiene nell’avvincente cronaca. Attingendo a lettere, diari, interviste e documenti governativi precedentemente classificati, penetra anche nei bizantinismi dei “servizi di sicurezza legali, paralegali e illegali” greci e statunitensi, coinvolti nel caso. I capitoli sul misterioso furto dei documenti su Polk dopo la sua morte danno al libro ritmo e trama di un thriller di spionaggio. The Polk Conspiracy è anche sorprendentemente attuale. Ancora una volta gli Stati Uniti sono coinvolti in un conflitto estero; ancora una volta il dipartimento di Stato e l’esercito fanno un tentativo, in nome della sicurezza nazionale, di controllare le notizie. Sebbene George Polk appartenga a un’epoca più innocente del giornalismo statunitense, rimane un modello di coraggio, idealismo e schietta onestà. William Bowles

George Polk e lo scrittore antifascista George Seldes
Fu un evento importante nella storia dal dopoguerra dei media statunitensi, eppure l’omicidio in Grecia di George Polk della CBS, nel maggio 1948, generò sorprendentemente pochi articoli e libri. Ho letto solo parte di questa letteratura: e non vi ho mai sentito menzionare il contributo necessariamente anonimo di Polk al notevole settimanale di George Seldes, IN FACT, alla fine di marzo 1948. Iniziai a studiare il caso nel tentativo di comprendere l’acquiescenza della stampa statunitense alle numerose e ovvie bizzarrie avanzate dal rapporto Warren; e a meglio misurare il coraggio di Richard Starnes scrivendo “L’arrogante CIA disobbedisce agli ordini in Vietnam” (Washington Daily News, 2 ottobre 1963, p.3). È quasi inutile dire che lo studio del caso Polk non ridusse mai la mia meraviglia per la pura e intrepida sanguinaria mente di Scripps-Howard… Interessante, il caso fu gestito dallo studio legale di New York di William Donovan, il primo e unico capo dell’OSS. poi la responsabilità della causa ricadde su un giovane avvocato di nome William Egan Colby, futuro direttore della CIA. I titani della stampa statunitense, Lippmann, Morrow, Paley e altri, sostennero vergognosamente e senza eccezioni la successiva ripulitura ufficiale, compreso arresto e processo-farsa di un “comunista”. L’esempio del destino di Polk non fu sicuramente ignorato dai giornalisti statunitensi in patria e all’estero: sarebbe interessante sapere in che misura aiutò a prosciugare il segreto flusso dei contributi della stampa meanstream degli USA alla pubblicazione di Seldes. Education Forum

Assassinio
Il governo greco è ora nelle mani di monarchici ed ex-fascisti. Quasi ogni giorno uccide numerosi ex-aderenti all’Esercito di Liberazione. Queste vittime del fascismo non sono comunisti. The NY Herald Tribune, uno dei pochi a riportare la verità sulla Grecia, titola: l’ultima serie di arresti, deportazioni ed esecuzioni è “il risultato dell’interpretazione della dottrina Truman da parte del governo greco“, riferisce il corrispondente di NYHT Homer Bigart. Finché gli inglesi avevano il controllo, il governo monarchico-fascista si asteneva dall’infiammare l’opinione pubblica mondiale uccidendo membri della forza di liberazione; ora che l’ambasciata e la missione militare degli Stati Uniti consigliano Atene, il governo procede alle esecuzioni. Il NYHT è uno dei pochi giornali ad aver denunciato questi omicidi. La maggior parte della stampa statunitense è silente quando gli antifascisti sono le vittime.

L’ambasciata USA mente
Il giorno in cui l’ambasciata degli Stati Uniti dichiarò che “c’è vera libertà di stampa in Grecia oggi come negli Stati Uniti“, il governo greco incarcerava due redattori “socialisti (ma anticomunisti)” secondo il NYHT, che aggiunge che i “crimini” addebitatigli “furono commessi contro le forze di occupazione nazifasciste italo-tedesche” anni prima. Naturalmente è possibile, ma non probabile, che la dichiarazione dell’ambasciata USA non sia una smentita, ma ironia sulla stampa statunitense, che è al 99% reazionaria, seguendo la linea NAM al 95% contraria al New Deal e al benessere generale per il popolo; o semplicemente “libera” come la stampa greca.

William Donovan

Traduzione di Alessandro Lattanzio