Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

Jurij Rubtsov, Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso. Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente. Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura. Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Dresdner Bank” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar. Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”. L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA. Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc. La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri. Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.
L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari. A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma“. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme. Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2“, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Transnistria: spina nel fianco della NATO

Boris Rozhin, AlternativaSouth FrontLo stallo strategico sul Donbas che assume la forma di guerra di posizione infinita sotto gli accordi di Minsk e la crescente disintegrazione dell’Ucraina costringono il regime di Kiev a impegnarsi in teatri esteri per distogliere l’attenzione della popolazione ucraina da guerra civile, politica socioeconomica fallita e impossibilità a soddisfare le promesse che Poroshenko & Co diedero nel 2014. La Transnistria è vista come un altro fronte nella “lotta alla Russia” e occupa un posto importante nella reale e non dichiarata politica estera dell’Ucraina. La questione della Repubblica moldava di Transnistriana (PMR) è, nel contesto della crisi ucraina, strettamente legata all’idea d’espansione della NATO ad est. Dopo aver annesso la maggior parte degli Stati del Patto di Varsavia, il suo programma si volge alle repubbliche ex-sovietiche. Tale sforzo è perseguito non solo nei Paesi baltici, Ucraina e Georgia, ma anche in Moldavia. Naturalmente, tale mossa verso est preoccupa il Cremlino, espressa ufficialmente in molte occasioni ma mai considerata dall’occidente poiché non ritiene necessario mantenere la promesse date a Gorbaciov di non espandere la NATO ad est. L’espansione della NATO e l’inserimento delle repubbliche ex-sovietiche nell’orbita di un’organizzazione attivamente anti-russa hanno portato naturalmente a tensioni tra Russia e vicini, dimostrando il degrado delle relazioni tra Russia e gli pseudo-Stati baltici, l’aggressione della Georgia all’Ossezia del Sud e la successiva “Guerra delle Olimpiadi”, la mini-Majdan in Moldavia che portava alla caduta dei locali opportunisti comunisti e infine il colpo di Stato in Ucraina. Nel caso di Georgia, Ucraina e Moldova, la questione delle controversie territoriali irrisolte impedisce di aderire direttamente alle strutture della NATO. Come rilevato da una relazione di Stratfor del 2015, la Russia ne impedisce l’assorbimento nella NATO dirigendo i conflitti congelati. Quindi gli sforzi insistenti delle élite euroatlantiche di costringere la Russia a rifiutarsi di riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, smettere di sostenere la Novorossija, cedere la Crimea, ritirare le forze dalla Transnistria e accettare un’unificazione moldava come l’annessione della DDR alla FRG. Il problema, non sorprendente, è la lotta per le sfere d’influenza tra Russia e NATO sul territorio ex-sovietico. La retorica sui benefici dell'”eurointegrazione” o dell’Unione doganale ne è solo una manifestazione. L’Ucraina considera la situazione della Transnistria strumento per fare pressione politica ed economica sulla Russia dato che dal punto di vista strategico la PMR e il gruppo operativo delle forze russe (OGRF) sono in un’enclave difficile da rifornire anche in tempo di pace (dati i possibili ostacoli burocratici e politici) e dalle limitate capacità offensive. L’OGRF comprende due battaglioni di fucilieri motorizzati (82.mo Battaglione Bandiera Rossa di Szeged e 113.mo Battaglione dell’Ordine di Aleksandr Nevskij e dell’Ordine di Kutuzov del Basso Dnestr) a Tiraspol e varie altre unità. L’OGRF comprende 2500 forze da combattimento (con centinaia di personale di supporto) e 170 veicoli blindati leggeri (principalmente vecchi modelli). È un bersaglio sufficientemente conveniente per organizzare provocazioni militari e politiche, in particolare quando possono essere coordinate con Kishinev. Dopo il colpo di stato in Ucraina e l’inizio della guerra civile, il regime di Kiev vide l’OGRF come potenziale trampolino di lancio per l’invasione dell’Ucraina occupando la regione di Odessa. La forza reale dell’OGRF, equivalente a tre battaglioni di fanteria con blindati leggeri, alcuni impiegati nella guardia, ne rendono il potenziale offensivo difficile, in particolare perché alcuni soldati sono abitanti della PMR, il cui esercito non vuole essere coinvolto nella guerra civile ucraina. In confronto: il raggruppamento russo in Crimea durante la Primavera crimeana era composto da 16000 soldati, non aveva problemi logistici e poteva essere rapidamente rinforzato se necessario e controllare Perekop bastava a proteggere facilmente la Crimea nel caso Kiev vi gettasse l’esercito per salvarlo dal collasso. L’OGRF non ha semplicemente tale capacità, e anche qualcosa di semplice come controllare la regione di Odessa va oltre le sue capacità. Naturalmente, ciò non vieta di giocare la carta dell'”aggressione russa dalla PMR”, che si rifletté nel massacro di Odessa del maggio 2014 quando, tentando di nascondere le cause della strage, si cercò d’incolparne degli “agenti russi”, anche cittadini della PMR. Come risultò, le persone uccise erano odessite e non “agenti russi della PMR”, ma a Kiev non interessa l’obiettività.
Dalla prospettiva russa, il futuro della Transnistria al momento veniva visto attraverso il prisma del progetto Novorossija che avrebbe dovuto includere il Sud-Est dell’Ucraina, che in caso di successo una Repubblica popolare di Odessa avrebbe permesso creare un corridoio con la Transnistria attraverso Odessa, Nikolaev e Kherson. Il rifiuto di scenari più attivi riguardanti il sud-est e il congelamento del progetto Novorossija hanno lasciato la PMR in un limbo strategico, con il problema dell’isolamento del contingente russo e dello Stato non riconosciuto alleato che si aggrava con l’inasprirsi della guerra in Ucraina. Non è probabile che si abbiano le condizioni per risolvere il problema dell’isolamento strategico della Transnistria come nel 2014. Una volta spezzata la resistenza al colpo di Stato ad Odessa e l’SBU impediva l’emergere di un fronte clandestino, Kiev cominciò a vedere la PMR non come fonte di problemi per Odessa ma per mostrare un’attività politica sullo sfondo della crisi nel Donbas. Dopo l’arrivo al potere ad Odessa dei protetti di Kolomojskij, il regime di frontiera con la PMR s’irrigidì ponendo un blocco ai trasporti ed economico per contrattare con una Russia costretta a sostenere la Transnistria e le sue forze. Per dimostrazione, Guardia nazionale e Forze armate dell’Ucraina compirono esercitazioni nella regione di Odessa per “respingere l’aggressione della PMR a sostegno della rivolta separatista”. Tali attività furono accompagnate dalle dichiarazioni belluine di Kiev pienamente sostenute dalle autorità moldave. Nel 2014-15 la Moldavia aveva un presidente e un governo filo-occidentali che combattevano contro i simboli comunisti, l’influenza russa, la lingua russa (come in Ucraina e Baltico) cercando il modo d’espellere le truppe russe dalla PMR. Qui la Moldavia ebbe la piena comprensione di Bruxelles che conta su Kishinev e Kiev per cacciare la Russia dalla Transnistria ed assorbire gradualmente il Paese nella NATO, cosa che la presenza militare russa chiaramente impedisce. Non c’è dubbio che il Paese non abbia un ruolo indipendente: è solo questione di quali truppe debbano stazionare in Moldavia, russe o NATO. Tiraspol volge verso la Russia, Kishinev dalla rimozione di Voronin era aperta a Bruxelles. È in quel momento che i piani ucraini più aggressivi contro la PMR furono creati. La stabilizzazione del fronte del Donbas dopo le sconfitte ucraine a Ilovajsk e Debaltsevo permise di aumentare notevolmente le forze nella regione di Odessa e sostituire la gente di Kolomojskij con Saakashvili, facendo il parallelo coi tentativi di quest’ultimo di respingere la Russia da altri Stati non riconosciuti. In tale periodo si videro anche contatti più attivi tra Kiev e Kishinev per rafforzare il blocco dei trasporti e intensificare la guerra psicologica sulla PMR. Nella regione di Odessa si svolgevano esercitazioni della difesa aerea e della NGU alla frontiera con la Transnistria. La Moldavia aumentò contemporaneamente la propaganda contro la presenza della Russia nella PMR, nell’ambito della guerra d’informazione ucraina. Fu il riflesso della complessa strategia verso la posizione russa in Transnistria, per cacciare “pacificamente” l’OGRF o porre le basi per un’operazione militare in caso di crisi bellica in Ucraina, che avrebbero funto da copertura per le provocazioni militari contro la PMR, seguite da operazioni ucraine e moldave contro le forze di Transnistria e l’OGRF. Già nel 2015, al confine con la Transnistria, oltre alle truppe di frontiera e a distaccamenti irregolari, l’Ucraina aveva almeno una brigata e due battaglioni della NGU. A paragone, all’inizio del 2017, UAF aveva due brigate al confine con l’Ucraina, più NGU e truppe di confine. Nel 2015-16, l’Ucraina poteva inviare circa 10000 soldati con 250 blindati, carri armati e lanciarazzi. Ma anche qui c’era un problema. L’OGRF non è nel vuoto, ma si basa sull’esercito della PMR di 20000 soldati (più 60000 riservisti), 25 carri armati, decine di blindati e 70 lanciarazzi multipli. Così, se attaccava la Transnistria, l’Ucraina non poteva neanche godere della superiorità numerica. Perciò gli sforzi per contattare Kishinev, spingerne il regime filo-occidentale ad adottare misure attive, in modo che in caso di crisi l’esercito moldavo entrasse in azione per “ripristinare l’integrità territoriale del Paese”. Inoltre, l’attacco alla Transnistria poteva essere utilizzato come scusa per schierare contingenti della NATO in Romania “per proteggere i civili e l’integrità territoriale della Moldavia”. Tale operazione (come l’Operazione Tempesta contro i Serbi di Krajina, che le forze di pace russe impediscono) era possibile data la scarsa profondità operativa delle forze PMR e dell’OGRF, e dato che la Transnistria può essere facilmente divisa dagli attacchi dal territorio della Moldova e dell’Ucraina.
Il secondo problema globale sono gli aspetti militari e politici della possibile risposta militare diretta della Russia in caso di attacco dell’Ucraina a PMR e OGRF. Kiev con ragione presuppone che la Russia reagirebbe come nel caso dell’attacco della Georgia alle forze di pace nell’Ossezia del Sud, lanciando un attacco diretto all’Ucraina. Potrebbe coinvolgere le forze dispiegate alle frontiere con l’Ucraina nelle regioni di Rostov e Belgorod, così come il gruppo di forze russe in Crimea che, per via della superiorità nei settori in cui avverrebbero gli attacchi principali, sconfiggerebbe le forze ucraine. Ciò portò a varie operazioni di informazione ed intelligence per sondare la disponibilità della Russia ad inviare forze in Ucraina, per via della guerra contro Donbas, nel Perekop o nella PMR, poiché la questione della guerra contro la PMR era ed è considerata nel contesto della guerra nel Donbas e sul confine con la Crimea. Va ricordato che la maggior parte degli scenari con forze russe che combattono in Ucraina, in un modo o nell’altro, influenza le operazioni alle frontiere della PMR. Tali piani non sono particolarmente segreti e per diverse volte minacciarono Russia e Tiraspol nel 2015-16. La risposta non tardò. La Russia, che per molti anni osservò con indifferenza l’avanzata dell’influenza occidentale in Moldavia, iniziò a sostenere attivamente le forze filo-russe e di sinistra, contrappeso naturale alle pretese di UE e lobbisti dell’unificazione della Moldavia con la “Grande Romania”. Il crescente scontro tra i partiti fio-occidentali, la corruzione massiccia, i crudi anticomunismo e russofobia effettivamente avvantaggiano la Russia, poiché le forze filo-occidentali al potere trascinano la Moldavia in una crisi politica che dura da diversi anni, complicando notevolmente i piani di Bruxelles per digerire gli ex-aderenti al Patto di Varsavia e i frammenti della Jugoslavia.
Il cambio dei primi ministri, il miliardo di crediti rubati, gli intrighi dell’oligarca Plakhotnjuk, le continue dimostrazioni nella capitale, la graduale separazione della Gagauzia, tutto ciò ha reso la situazione così instabile che Kishinev non poteva aggredire la PMR. Le vittorie elettorali di Igor Dodon e Renat Usatij riflettono la stanchezza di una parte considerevole della società moldava causata dalle carenze delle politiche economiche e sociali perseguite dagli eurointegratlisti locali. La massima espressione di tale malessere è l’elezione di Dodon alla presidenza. Ciò naturalmente ha reso molto più difficile trascinare la Moldavia in guerra contro la PMR, dato che le varie circostanze vantaggiose sono finite e la situazione è tornata al tradizionale conflitto congelato vigente dai primi anni ’90. Ma il gioco non è finito. In Moldavia, il primo ministro ha più potere del presidente, il che significa che il Paese è sotto un potere esecutivo di fatto: da un lato ci sono gli occidentali che controllano parlamento e governo e, dall’altro, i funzionari, Presidente e numerose forze filo-russe. Quindi le contraddizioni della politica moldova in cui i “democratici” locali continuano a parlare di “scelta europea” e necessità di aderire alla NATO, mentre il presidente e i suoi sostenitori si oppongono all’apertura dell’ufficio della NATO in Moldavia e all’invio di sue truppe nel territorio. Naturalmente, tale situazione è instabile e le parti possono tentare di aumentare l’influenza in Moldavia. UE e NATO cercheranno di neutralizzare gli effetti dell’elezione di Dodon e, come minimo, di limitarne la capacità d’influenzare la politica estera del Paese. La Russia, invece, promuoverà un governo moldavo che adotti le opinioni politiche di Dodon, facilitando la permanenza dello status quo della PMR. L’accoglienza di alto profilo di Dodon a Mosca riflette l’interesse del Cremlino a costruire sui successi conseguiti. La riconciliazione pubblica dei leader di PMR e Moldova è intesa a stabilizzare la situazione attuale, per cui le affermazioni di Tiraspol sulla volontà di un referendum sull’adesione alla Russia non suscitavano a Mosca entusiasmo, poiché contrarie alla politica dello status quo e praticamente difficili da realizzare senza prima affrontare la questione ucraina. Va ricordato che l’aspetto “filo-russo” di Dodon è abbastanza relativo. È innanzitutto un politico moldavo sostenuto dai sentimenti pro-russi di una parte considerevole della società moldava. Non si dovrebbe fare lo stesso errore fatto con il “pro-russo” Janukovuch. La buona accoglienza a Mosca non impediva a Dodon di sostenere la creazione di passaggi alla frontiera con l’Ucraina che potrebbero intensificare il blocco della PMR. Per valutare “pro-russo” un politico della CSI ne vanno esaminate le azioni, non le parole.
L’Ucraina, da parte sua, continua a voler destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Il rafforzamento del blocco delle frontiere della PMR dovrebbe peggiorare la situazione economica e logistica della Transnistria e riflette anche il desiderio di Kiev di mantenere la politica aggressiva verso la PMR nell’ambito del piano globale della NATO per cacciare l’OGRF dalla PMR, pacificamente o con la forza, e poi distruggerla. Quindi, malgrado i problemi della guerra di posizione nel Donbas, due brigate ucraine sono ancora nella regione di Odessa e Kiev sostiene che la Transnistria dovrebbe essere dichiarata “aggressore”, riflettendo così la retorica de circoli radicali filo-occidentali in Moldavia. Quindiì, nonostante i piani ambiziosi sulla PMR rimangano irrealizzabili, si può concludere che non sono abbandonati e solo la paura della risposta militare russa e la situazione instabile in Moldavia impediscono a Kiev di perseguire politiche più aggressive verso la PMR. Inoltre, Kiev probabilmente continuerà a mantenere una presenza militare significativa sulla frontiera della PMR (e provocazioni militari non vanno escluse) e a peggiorare i problemi economici, logistici di Transnistria e OGRF sperando che il pendolo della politica moldava punti nuovamente verso Bruxelles e che gli sforzi sul fianco meridionale della NATO facilitino l’eliminazione dell'”enclave russa”. La Russia, a sua volta, tenterà di preservare lo stato attuale del conflitto congelato tra Moldavia e PMR, mantenere le tendenze favorevoli nella politica interna moldava, aumentare la potenza delle proprie forze ai confini con l’Ucraina (e la difesa della Transnistria), continuando ad ostacolare l’espansione verso est della NATO con risposte simmetriche al dispiegamento di truppe della NATO ai confini della Russia, ed asimmetriche sul piano politico, mediatico e d’intelligence. Ma a lungo termine, la risoluzione del problema della Transnistria dipende da chi prevarrà nella guerra in Ucraina, perché l’attuale regime di Kiev non abbandonerà mai le politiche antirusse e russofobe implicanti la distruzione della PMR. Non ci si deve altresì illudere sulla NATO che abbandona volontariamente l’avvicinamento di infrastrutture alla Russia (anche in Moldavia). Questo è il prezzo della perdita di sovranità politica: se si vuole avere una politica estera indipendente nel mondo contemporaneo, dove il diritto internazionale è scomparso, si dev’essere disposti a giocare alto senza badare al territorio di una nazione. Pertanto anche un piccolo Paese non riconosciuto come la Transnistria ha un ruolo importante nella complessa molteplice lotta che muta l’ordine mondiale in tempo reale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità

Luca Baldelli

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”. Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica: ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja. Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’URSS e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in URSS, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!) Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore. Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica.
Nell’ottobre 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrishevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici fallirono uno dopo l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’URSS contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse. Quando i nazifascisti, a ottobre–novembre ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali oltretutto disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrishevo in un tragico 29 novembre 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere: “Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!” E ancora: “Compagni, la vittoria sarà nostra! L’URSS è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!” Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina però era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: Zoja Kosmodemjanskaja.

Perché la sinistra occidentale non va da nessuna parte?

Pavel Volkov, VZ, 25 maggioHistoire et SocietéLa crisi mondiale economica, ideologica, spirituale, esistenziale, a cui la politica liberale non offre una via d’uscita, evidenzia altre forze che hanno proprie soluzioni. Nomi come Donald Trump, Viktor Orban, Marine Le Pen, Nigel Farage appaiono permanentemente nei quotidiani di tutto il mondo. Sono criticati, odiati, ammirati, adorati o ignorati, a seconda della scelta di ciascuno. Questi politici sono etichettati populisti o patrioti nazionalisti, tradizionalisti, qualsiasi cosa. Ma la chiave è che ci sono e hanno un’esistenza indipendente. Cosa accade dall’altra parte? Perché la sinistra moderna, a differenza dei predecessori classici della prima metà del ventesimo secolo, è così passiva, non produce più grandi leader dai programmi rivoluzionari in ogni senso? Dove sono? In realtà, v’è una certa ripresa della sinistra, ma i capi sembrano non rappresentare un’alternativa ai centristi, né hanno la qualità per affrontare i populisti di destra. Chi oggi incarna la sinistra nei principali Paesi occidentali? Non abbiamo intenzione di riprendere la ridicola affermazione che Barack Obama lo fosse, tuttavia, il senatore Bernie Sanders del Partito Democratico negli Stati Uniti ha una solida reputazione di socialista. Non sostiene la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma la proprietà privata collettiva sotto forma di cooperative, per dare agli statunitensi una specie di “socialismo svedese”, uno Stato sociale in cui i lavoratori rinunciano alla lotta di classe in cambio di garanzie sociali. Non specifica da dove prenderebbe i fondi per questa compensazione sociale. Sanders ritiene che il capitalismo non vada superato dalla rivoluzione, ma da riforma e cambiamento. Tuttavia, la destra socialdemocratica non dice il motivo per cui i capitalisti accetterebbero volontariamente i cambiamenti sociali proposti dalle classi lavoratrici. E, naturalmente, nella retorica di Sanders un posto importante è dedicato alla comunità LGBT e alla depenalizzazione della marijuana.
Jean-Luc Mélenchon, politico “verde di sinistra” (come si definisce), ha cercato di opporsi a Macron e Le Pen nelle elezioni in Francia, fu in gioventù trotzkista per poi passare a democrazia sociale ed ecologia. Inoltre, Mélenchon, continuando la tradizione della Scuola di Francoforte, alla base del maggio ’68 a Parigi, la prima rivoluzione colorata del mondo, invita i sostenitori alla “rivoluzione dei cittadini”, una locomotiva inesistente, come lo era nel classico marxismo-leninismo la classe operaia, ma un’astrazione sui “cittadini preoccupati per il loro Paese”. Anche a prescindere dal contenuto ideologico di tali teorie, è impossibile non prestare attenzione al loro eclettismo ed inconsistenza. Per supportare qualcosa, è necessario prima capire che cos’è quel qualcosa. A giudicare dal primo turno delle elezioni, i francesi non hanno capito esattamente ciò che gli si propone. Forse, la stella più luminosa della sinistra occidentale è il leader del partito laburista inglese Jeremy Corbin. Un antifascista che chiese di processare Pinochet, un avversario della NATO e un sostenitore dell’Irlanda unita, ammirava Hugo Chavez e altri eroi del pantheon socialista. Ma qui sta il punto. Corbin aderisce anche ad Amnesty International, organizzazione fondata dal partito laburista inglese particolarmente impegnata contro l’Unione Sovietica. Non meno strano per un politico è la simpatia per il gruppo nazionalista radicale dello Sri Lanka delle “Tigri Tamil”, che l’UE considera giustamente terroristico.Non è uno strano dualismo? Come tutto questo può reggere?
Un esempio eclatante della crisi delle idee di sinistra è il Partito comunista di Gran Bretagna, partito marxista classico che per la prima volta dal 1920 rinunciava all’autonomia politica sostenendo alle elezioni locali del 4 maggio 2017 il candidato laburista Jeremy Corbyn. Come non ricordare il personaggio dei “Demoni” Pjotr Verkhovenskij che tre volte in un breve capitolo ripete a Stavrogin: “Sono un truffatore, non un socialista!” Tale truffa, per cui per ovvie ragioni la gente non impazzisce, è il “socialismo democratico” o l’eurocomunismo, un’arma usata dai laburisti per migliorare la vita della classe operaia del proprio Paese saccheggiando il Terzo Mondo e lo spazio post-sovietico. Tale soluzione socio-economica fu chiamata “terza via”. Per comprendere i processi attuali, si risalga alla comparsa del partito laburista. All’origine erano membri della Fabian Society fondata nel 1884, un anno dopo la morte di Karl Marx, da intellettuali sostenuti dalla borghesia inglese che, dopo aver studiato le opere di Marx, decise che era meglio limitare gli appetiti piuttosto che perdere il potere con una rivoluzione socialista. La loro idea di base era utilizzare i programmi del governo per trasformare in piccoli proprietari parte del proletariato e soffocare i sentimenti rivoluzionari. È interessante notare che la società fu denominata in onore del console romano Fabio Massimo Cunctator, il “Temporeggiatore”, eletto dittatore quando Annibale era vicino alla vittoria su Roma, e che riuscì a sconfiggere schivando costantemente lo scontro. In altre parole, quando la popolarità del marxismo cresceva fu creato un concetto esteriormente simile al socialismo, destinato a “salvare Roma”, ma in realtà a distruggere il socialismo. Non per nulla il primo emblema della Fabian Society era un lupo sotto la pelle di pecora, riferimento diretto al Vangelo di Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma che sotto sono lupi rapaci“. Così, la pecora belò su come migliorare la vita dei lavoratori e “costruire il socialismo in maniera evoluta, senza cambiamenti rivoluzionari“, mentre il lupo tuonò sull’economia controllata dall’élite capitalista. Tra i politici laburisti più famosi si trovano fabiani come Tony Blair, Gordon Brown e Ed Miliband. Inoltre, quando Blair fu primo ministro, nei primi anni ’90, la parola “socialismo” scomparve dai programmi elettorali del partito, cosa abbastanza logica. L’Unione Sovietica era scomparsa come la minaccia comunista, così il lupo non aveva alcun motivo per continuare a mascherarsi da pecora.
Il seme della Fabian Society non si limita al partito laburista. Il famoso drammaturgo fabiano Bernard Shaw, come Jeremy Corbin con Chavez e Amnesty International, ammirava l’Unione Sovietica (dove fece un tour), mentre era amico di Lord e Lady Astor, figure politiche di estrema destra del famoso gruppo di Cliveden. Permettetemi di ricordarvi che la famosa cricca di Cliveden era un gruppo elitario inglese favorevole all’alleanza tra Gran Bretagna e Germania nazista contro l’Unione Sovietica. Inoltre, Shaw e i Webb, fondatori della Fabian Society, e un altro amico, HG Wells, sostennero il “Programma per la prosperità della nazione” proposto dall’istigatore della guerra boera Lord Alfred Milner. Il programma doveva creare la “razza imperiale” contro il dominio di irlandesi ed ebrei. Così il colonialismo fu riconosciuto strumento per migliorare la vita dei lavoratori inglesi, senza una rivoluzione socialista. Questa idea ebbe un grande successo. Fu in quel momento che nacque il club intellettuale dei “Coefficienti“, i cui partecipanti erano all’apparenza persone ideologicamente incompatibili: il razzista Alfred Milner, i fondatori della geopolitica, sostenitori dell’idea dello spazio vitale Halford Mackinder e Karl Haushofer, i fabiani Sidney e Beatrice Webb e il socialista-pacifista Bertrand Russell. L’esempio di uno dei pulcini della nidiata di Milner fu il fondatore dell’impero dei diamanti De Beers Cecil Rhodes, permettendoci di capire cosa ci facessero nello stesso club inglese razzisti, fascisti, socialisti e imperialisti. Cecil Rhodes era convinto che la creazione dell’impero mondiale inglese “renderebbe impossibile la guerra e contribuirebbe ad attuare le migliori aspirazioni dell’umanità“. Le contraddizioni di classe nella società inglese sbiadirebbero radunando la società intorno all’appartenenza ad una razza superiore. Di conseguenza, capitalisti e proletari bianchi avrebbero regnato insieme sugli indigeni. Rhodes lanciò anche lo slogan: “L’impero è un problema di stomaco. Se si vuole evitare la guerra civile, diventate imperialisti“. Così fu proposto al lavoratore inglese, per migliorare il proprio benessere, di passare dalla lotta sociale nazionale all’espansione coloniale e allo sfruttamento delle “razze inferiori” di Asia e Africa e, come la storia ha dimostrato, fu un grande successo. Le guerre finivano e il lavoratore inglese non avrebbe più avuto un’esistenza miserabile (socialismo esclusivamente per la propria nazione, il socialismo nazionale), questi due punti spiegano l’unione dei fabiani con i razzisti di Milner.
Negli ultimi anni l’espressione paradossale “fascismo liberale” è diventata abbastanza comune. Molti ne hanno sentito parlare, ma pochi sanno chi l’ha inventata. Fu nel 1932, del fabiano Herbert G. Wells, ma per lui la frase non aveva una connotazione negativa. Rivolgendosi ad Oxford a progressisti liberali e socialisti, disse: “Voglio vedere i fascisti liberali, i nazisti illuminati“. Questa frase fu analizzata dal noto ricercatore Manuel Sarkisyants nel libro “Le radici inglesi del fascismo tedesco“: “Fu un “socialismo” come primo passo verso la delimitazione della nuova razza padrona rispetto al bestiame“. Successivamente, tale gruppo di intellettuali di sinistra e di destra, attraverso il primo ministro Lloyd George, fece approvare l’accordo di Monaco di Baviera, punto di avvio della seconda guerra mondiale. Un altro discepolo di Milner, Lord Halifax, descrisse questi accordi, “Con l’eliminazione del comunismo nel suo Paese, il Führer ha bloccato la strada verso l’Europa occidentale e, quindi, la Germania può essere considerata un baluardo dell’occidente contro il Bolscevismo“. Ma l’antifascista Churchill disse qualcosa di molto diverso: “Abbiamo subito una sconfitta completa, non è un ammorbidimento. La Gran Bretagna doveva scegliere tra la guerra e il disonore. Ha scelto il disonore e avrà la guerra“. Churchill disse qualcosa che c’interessa, sul fabiano George Bernard Shaw: “E’ sia un capitalista avido che un sincero comunista nella stessa persona… Lo troverà divertente: ha preso in giro la propria causa. Il mondo con ampia pazienza ha guardato le buffonate e le smorfie di questo incredibile camaleonte dalle due teste, e voleva essere preso sul serio“. Proprio come Petenka Verkhovenskij dei “Demoni” (“Sono un truffatore, non un socialista!”), ma non era un camaleonte con due teste, ma un lupo camuffato da pecora come raffigurato sullo stemma della Fabian Society. Per la completa comprensione di ciò che sono oggi gli eurocomunisti, bastano gli ultimi ritocchi.
Nel 1939, dopo aver salutato l’accordo di Monaco di Baviera, il membro del club razzista dei “coefficienti” di destra-sinistra, il socialista Bertrand Russell equiparò il comunismo al fascismo nella sua opera “Scilla e Cariddi, o comunismo e fascismo“. Neanche un convinto anticomunista come Churchill poteva permetterselo, ma il “socialista” Russell sì. La Fabian Society fondò la London School of Economics (LSE), cui in seguito lavorarono Karl Popper e Friedrich von Hayek, sviluppando nel contesto della guerra fredda la teoria dei “due totalitarismi” equiparando, con Russell, comunismo e fascismo. Tale teoria divenne la testa d’ariete ideologica contro l’Unione Sovietica, la prima volta nella propaganda antisovietica con i dissidenti in occidente, ed ora riciclato dai satelliti occidentali nell’Europa dell’est per presentare lamentele contro la Russia. L’idea di saccheggiare altri Paesi e risolvere i conflitti sociali in patria vendendo parte del bottino agli operai fu approvata dall’imperialismo razzista inglese alla fine del XIX secolo, attraverso gruppi apertamente filo-fascisti nella prima metà del XX secolo, fino ai fabiani anti-marxisti che crearono il partito laburista, Popper e la moderna sinistra europea. Chi oggi si definisce di sinistra non s’impegna nella lotta di classe, ma su omosessualità, disuguaglianza di genere, tutela dell’ambiente, diritti delle minoranze, ecc., ognuno dei quali può avere un significativo, ma sempre secondario. Le grandi correnti politiche di sinistra non sono comuniste, non sono a favore di una società senza classi in cui non c’è sfruttamento dell’uomo ed altre forme di esclusione sociale, raggiungibile con la socializzazione dei mezzi di produzione sotto la dittatura della classe operaia.
Qualunque cosa si pensi dell’idea in sé, è difficile negare che sia la dottrina più coerente, logica e teoricamente completa in tutta la sinistra. I tentativi di rinnegarla, pur rimanendo formalmente nello spazio politico socialista, comporta inevitabilmente compromessi disastrosi. Pertanto, né il sinistro-verde Mélenchon né il membro di Amnesty International Corbin, sconfitto alle elezioni, saranno l’alternativa ai cosiddetti globalisti liberali: non c’è niente di veramente alternativo nel loro programma. Ma questi non sono che eurocomunisti opposti alla nuova destra. Cos’hanno di diverso da offrire? Gli uni e gli altri non sono contro il miglioramento delle condizioni di vita dei propri lavoratori. E anche i mezzi proposti per raggiungere questo obiettivo, infatti, sono gli stessi. Proprio quelli che la destra afferma in modo chiaro, e quelli di sinistra no. Ma chi voterebbe per tale confusione?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La storia profonda della guerra fredda occidentale contro la Russia

Finian Cunnignham Strategic Culture 04/05/2017Dopo decenni le Nazioni Unite hanno infine pubblicato gli archivi della Commissione sui crimini di guerra della Seconda guerra mondiale che indagò sull’olocausto nazista. La fonte di questi archivi sui crimini di guerra nazisti erano i governi occidentali, anche quelli in esilio durante la guerra, come Belgio, Polonia e Cecoslovacchia. Il periodo coperto è il 1943-1949. Washington e Londra avevano cercato di fermarne la pubblicazione. Perché? In particolare, la pubblicazione dei dossier storici il mese scorso ha avuto scarsa copertura mediatica occidentale. Sorprendentemente perché la storia che emergerebbe dai documenti racconta la versione occulta della seconda guerra mondiale, cioè la collusione continua tra i governi statunitensi e inglesi con il Terzo Reich nazista. Come segnalato da Deutsche Welle, “I fascicoli indicano che le forze alleate seppero sul sistema dei campi di concentramento nazista prima della fine della guerra più di quanto si è generalmente pensato”. Questa rivelazione indica la maggiore “conoscenza” tra gli alleati occidentali dei crimini nazisti, arrivando a dichiararne la collusione. Ciò spiegherebbe anche perché Washington e Londra erano così restie a rendere pubblici i dossier sui crimini di guerra delle Nazioni Unite. Vi è da tempo una controversia nelle nazioni occidentali sul perché Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare non fecero di più per bombardare l’infrastruttura dei campi della morte e delle ferrovie naziste. Washington e Londra spesso affermarono di non sapere pienamente dell’orrore perpetrato dai nazisti fino alla fine della guerra, quando centri di sterminio come ad Auschwitz e Treblinka furono liberati dall’Armata Rossa sovietica, altra cosa che si dovrebbe notare. Tuttavia, l’ultima versione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite mostra che Washington e Londra erano pienamente consapevoli della soluzione finale nazista in cui milioni di ebrei europei e slavi vennero sistematicamente fatti lavorare fino a morire o sterminati nelle camere a gas. Quindi la domanda è sempre: perché Stati Uniti e Gran Bretagna non diressero i loro bombardamenti aerei per distruggere l’infrastruttura nazista? Una possibile risposta è che gli alleati occidentali avessero un totale disprezzo per le vittime dei nazisti. Le dirigenze di Washington e Londra furono accusate di pregiudizi antisemiti, come si nota dallo scandalo quando tali governi respinsero migliaia di rifugiati ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, rispedendone molti a morire sotto il regime nazista. Non escludendo il fattore del razzismo occidentale, c’è un secondo fattore ancor più inquietante. I governi occidentali, o almeno parti potenti, non disprezzarono la guerra nazista contro l’Unione Sovietica, nonostante fosse un “alleato” nominale dell’occidente fino alla sconfitta della Germania nazista. Tale prospettiva si fonda su una concezione radicalmente diversa della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto con quella narrata dalle versioni ufficiali occidentali. In tale contesto storico, l’assalto del Terzo Reich nazista fu deliberatamente fomentato dai governanti statunitensi e inglesi in quanto bastione europeo contro la diffusione del comunismo. L’antisemitismo rabbioso di Adolf Hitler si accoppiò al disprezzo del marxismo e dei popoli slavi dell’Unione Sovietica. Nell’ideologia nazista erano tutti “untermenschen” (subhumani) da sterminare con la “soluzione finale”.
Quindi, quando la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica e attuò la soluzione finale dal giugno 1941 fino alla fine del 1944, non meraviglia che Stati Uniti e Gran Bretagna mostrassero una curiosa riluttanza ad impegnare pienamente le loro forze armate per aprire il fronte occidentale. Gli alleati occidentali erano evidentemente contenti di vedere la macchina di guerra nazista fare ciò che doveva fare fin dall’inizio: distruggere il nemico principale del capitalismo occidentale, l’Unione Sovietica. Questo non vuol dire che tutti i capi politici statunitensi e inglesi condividessero o fossero consapevoli di tale sottintesa visione strategica. Leader come il presidente Franklin Roosevelt e il primo ministro Winston Churchill sembravano essere sinceramente impegnati a sconfiggere la Germania nazista. Tuttavia, le loro visioni personali vanno contestualizzate nella collusione continua tra potenti interessi occidentali e Germania nazista. Come l’autore statunitense David Talbot ha documentato nel suo libro, La scacchiera del diavolo: Allen Dulles, CIA e governo segreto dell’America (2015), c’erano enormi legami finanziari tra Wall Street e Terzo Reich, risalenti a diversi anni prima della Seconda guerra mondiale. Allen Dulles, che lavorò per lo studio legale di Wall Street Sullivan&Cromwell e che successivamente diresse la Central Intelligence Agency, fu un attore chiave del legame tra capitale statunitense e industria tedesca. I giganti industriali statunitensi come Ford, GM, ITT e Du Pont investirono notevolmente nelle industrie tedesche come IG Farben (produttore del Zyklon B, il gas tossico utilizzato nell’Olocausto), Krupp e Daimler. Il capitale statunitense, così come quello inglese, erano integrati nella macchina da guerra nazista e nella successiva dipendenza dal sistema schiavistico permesso dalla soluzione finale. Ciò spiegherebbe perché gli alleati occidentali fecero così poco per distruggere l’infrastruttura nazista con la loro indiscutibilmente formidabile forza da bombardamento aereo. Assai peggio della mera inerzia o indifferenza per pregiudizio razzista verso le vittime naziste, emerge che l’élite capitalista anglo-statunitense investì sul Terzo Reich, soprattutto per eliminare l’Unione Sovietica e qualsiasi movimento globale genuinamente socialista. Bombardare l’infrastruttura nazista sarebbe equivalso ad eliminare risorse occidentali. A tal fine, quando la guerra si avvicinò alla fine e l’Unione Sovietica sembrò pronta a spazzare da sola il Terzo Reich, statunitensi ed inglesi aumentarono gli sforzi bellici nell’Europa occidentale e meridionale. L’obiettivo era salvare le risorse occidentali rimaste del regime nazista. Allen Dulles, futuro direttore della CIA, subito preparò la fuga dei capi nazisti e dell’oro che saccheggiarono in Europa con l’accordo di resa segreto noto come Operazione Sunrise. L’intelligence militare della Gran Bretagna, l’MI6, fu coinvolta nell’operazione segreta statunitense per salvare i nazisti via ratline. La cattiva fede mostrata agli “alleati” sovietici annunciò la successiva guerra fredda che subito seguì la Seconda guerra mondiale.
La testimonianza di ciò che avvenne fu significativa e fu esposta recentemente in un’intervista alla BBC di Ben Ferencz, procuratore-capo statunitense superstite del processo di Norimberga. All’età di 98 anni, Ferencz poteva ancora ricordare lucidamente come vari criminali di guerra nazisti venissero liberati dalle autorità statunitensi e inglesi. Ferencz citò il generale degli Stati Uniti George Patton che osservò poco prima della resa finale del Terzo Reich, all’inizio del maggio 1945, “Combattiamo il nemico sbagliato”. La sincera animosità di Patton verso l’Unione Sovietica più profonda che verso la Germania nazista, era coerente con la classe dominante statunitense e inglese che colluse con il Terzo Reich di Hitler nella guerra geostrategica contro l’Unione Sovietica e i movimenti socialisti dei lavoratori in Europa e America. In altre parole, la guerra fredda che Stati Uniti e Gran Bretagna avviarono dal 1945 era solo la continuazione della politica ostile verso Mosca in corso da ben prima la Seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939 sotto forma di aggressione della Germania nazista. Per vari motivi, fu opportuno che le potenze occidentali liquidassero la macchina da guerra nazista insieme all’Unione Sovietica. Ma come si può notare, le risorse occidentali nella macchina nazista furono riciclate nella guerra fredda di USA e Regno Unito contro l’Unione Sovietica. Un’eredità pesante furono le agenzie d’intelligence militari statunitensi e inglesi consolidate e finanziate dai criminali nazisti.
La recente pubblicazione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite, nonostante le prevaricazioni statunitensi e inglesi per molti anni, aggiunge ulteriori prove all’analisi storica sulle potenze occidentali profondamente colluse coi crimini monumentali del Terzo Reich nazista. Sapevano di questi crimini perché li permisero, complicità derivante dall’ostilità occidentale verso la Russia percepita come rivale geopolitico. Non è un mero esercizio accademico. La complicità occidentale con la Germania nazista trova un corollario nelle attuali ostilità di Washington, Gran Bretagna e alleati della NATO verso Mosca. L’incessante dispiegamento di forze offensive della NATO ai confini della Russia, l’infinita russofobia nei media propagandistici occidentali, il blocco economico sotto forma di sanzioni dai deboli pretesti, sono profondamente radicati nella storia. La guerra fredda occidentale contro Mosca precedette la Seconda guerra mondiale, continuò dopo la sconfitta della Germania nazista e persiste oggi, indipendentemente dal fatto che l’Unione Sovietica non esista più. Perché? Perché la Russia è percepita quale rivale dell’egemonia capitalista anglo-statunitense, così come la Cina o qualsiasi potenza emergente che sconvolga l’egemonia unipolare voluta. La collusione anglo-statunitense con la Germania nazista ritrova una manifestazione attuale nella collusione della NATO con il regime neonazista in Ucraina e i gruppi terroristici jihadisti nelle guerre per procura contro gli interessi russi in Siria e altrove. Gli attori possono cambiare nel tempo, ma la patologia alla radice è il capitalismo anglo-statunitense e la sua dipendenza egemonica. La guerra fredda infinita finirà solo quando il capitalismo anglo-statunitense sarà finalmente sconfitto e sostituito da un sistema davvero democratico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora