Catalanismo e nazismo

La Verdad Ofende, 6 novembre 2015Anche se questo fatto storico è poco conosciuto, i partiti radicali catalanisti cercarono di sondare un possibile sostegno nazista alla loro causa. Già prima della presa del potere del NSDAP (Partito Nazista) nel 1933, vi furono timidi contatti: quando un capo nazista visitò Barcellona nel 1932, propagandando il movimento di Hitler, fu intervistato da La Nació Catalana, organo del Partit Nacionalista Català (PNC), che trovava le sue affermazioni “interessanti”; il nazista affermò che il suo partito “sapeva” che i catalani erano razzialmente diversi dagli spagnoli, definendo gli ebrei nemici del nazionalismo catalano e altre minuzie (intervista al dottor K. Corff, di G. de Montrodo, “Che vol Hitler?“, La Nació Catalana, n. 8, 26-IX-1932, p.3). Questo infatti preparò il terreno per relazioni più reali e dal 1933 ci furono contatti dei capi di Nosaltres Sols! e PNC con le gerarchie naziste: per alcuni separatisti catalani, convinti che il trionfo del fascismo nel mondo fosse inevitabile, era conveniente che la Catalogna sfruttasse tale l’opportunità. Nosaltres Sols! proclamò la necessità di analizzare la scena politica internazionale per scegliere potenziali alleati per la Catalogna, a seconda dei loro interessi in Spagna, e nel 1934 La Nació Catalana sosteneva che il pancatalanismo doveva essere visto riflettersi nel pangermanismo praticato dalla Germania nazista, addirittura postulando una “confederazione occitana”: in modo strategico, la Catalogna si sarebbe interessata a un conflitto internazionale tra Francia e Germania, se la Spagna (con l’Italia) si alleava con la prima. La Germania diventava dunque l’alleata naturale dei catalani. “A L’esperança d’un Catalunya líure, relliguem Pancatalanisme al Pangermanisme” (E. Albert, Quatre boigs de Mataró, Mataró: Caixa d’Estalvis Laietana/Dalmau, 1979, p. 112. Lo stesso Esteve Albert dell’Organizzazione Militare Nosaltres Sols! affermò che fu invitato a recarsi in Germania per seguire corsi di pilotaggio di aerei). Infatti, tra i capi di Nosaltres Sols! vi erano un’ala pro-fascista e un’ala nazionalista pura, democratica e antifascista. Le pagine dell’organo separatista furono l’esempio di tale dialettica interna: in questo modo, i continui articoli di Cardona differenziavano il feixismo nazionale dal nazionalismo totalmente-liberale, contro il totalitarismo nazionalista, in quanto avrebbe sostenuto la supremazia dello Stato sull’individuo (JB Sagret, “Paradosso Internazionale“, Nosaltres Sols!, N. 182, 29-IX-1934, p.2), opponendosi ad altri in cui l’influenza fascista si rifletteva indirettamente; oltre ad articoli chiaramente favorevoli alle aspirazioni revisioniste dell’Ungheria e della Germania, presentandole come logica conseguenza del “principio nazionalista” (“La Lliga de Nacions, contra le nacionalitats oprimides i contra el pacte“, n. 183, 6-X-1934, p 4.)
Questo settore pro-fascista di Nosaltres Sols! difese dal 1934/35 la superiorità razziale dei catalani sugli “africani” spagnoli in termini suppostamente scientifici: partendo dalla “disuguaglianza” naturale tra le razze, supponendo che l’evoluzione della conformazione razziale in Spagna e in Catalogna fosse diversa, senza intrecci con le razze araba ed ebraica nel territorio catalano, con cui “è possibile considerare lo spagnolo elemento della razza bianca in franca evoluzione dalla componente razziale africano-semítica (araba)“. Essendo i coefficienti d’intelligenza dei catalani superiori a quelli degli spagnoli, l’immigrazione sarebbe un pericolo per la Catalogna contagiandola con i tipi spagnoli “pigri e africani” (Nosaltres Sols! Fomanents scientifics del racisme. Quaderns del Separatisme, n.º 2, Barcelona, 1935?). I nazionalsocialisti, nei primi anni ’30, le provarono tutte per avere sostegno all’estero, mentre i catalani radicali decisero di entrare in gioco solo se le circostanze lo consentivano. Non si può nemmeno dire che ci sia stata una particolare attenzione ai nazionalismi peninsulari. Le comunicazioni tra il 1934 e il 1936 continuarono ad essere indirette. Così, nella delegazione catalana al Congresso delle Nazionalità Europee, già influenzato dalla Volkstumspolitik nazista, che v’impose a capo il deputato tedesco-estone Werner Hasselblatt, rappresentante dell'”ala dura”, contro il liberalismo nazionalista di P. Schiemann (M. Garleff, Nationalitiitenpolitik zwischen liberalem und vtilkischem Anspruch. Gleichklang und Spannung bei Paul Schiemann und Wemer Hasselblatt, in JC von Henn e CJ Kenez (Hrs), Reval und die Baltischen Lander. Herders Institut, 1980, 113-132), favorendo il catalanista radicale Masponi i Anglasell che in quel periodo si era radicalizzato e militava nel PNC, mentre Batista i Roca acquisì influenza e prestigio nei circoli del Nationalitiitenbewegung, anche nei più marginali “ungheresi” del Partito ungherese di Romania, esiliati a Ginevra e raccoltisi intorno a Gustave de Kover e alla sua rivista La Voix des Peuples. D’altra parte, a metà del 1934, Palestra, attraverso l'”Ufficio Relazioni Internazionali”, sembrava compiere il ruolo ausiliario d’informatore sulla questione catalana per la diplomazia nazista, assumendo la posizione dell’ala nazionalista dell’ERC, interpretando il conflitto tra governo centrale di destra e governo catalano provocato dalla controversa Llei de contrates de conreu (PAAA-MK, n. 498-4, Relazione del console tedesco, Barcellona, 10.7.1934, Betr.die Spannung zwischen Katalonien und Madrid, tra cui la trascrizione dell’articolo di Palestra, “Die Konflikt zwischen Katalinien (sic) und Spanien“, Barcellona, 25 giugno 1934). Infatti, questa relazione rifletteva la posizione d'”intesa” che i catalanisti radicali volevano stabilire con l’ala nazionalista dell’ECR, elogiando esplicitamente le posizioni di Dencás. Da questi contatti preliminari, la petizione per l’aiuto diretto arrivò presto: nel giugno 1935, un capo di Nosaltres Sols! (probabilmente Manuel Blasi, il più “germanofilo”) visitò la Germania e stilò un memorandum ad Amburgo presso il ministero della Propaganda del Terzo Reich, contemplando i possibili vantaggi derivanti dall’efficace collaborazione tra Germania e separatismo catalano. (“Ampliación de nuestro proyecto”, Amburgo, 6 luglio 1935 e Barcellona, 19 marzo 1936, PAAA-MK, n. 770-32 (fascicolo 2), allegato alla relazione del console tedesco di Barcellona, 6.5.1936 N. 1613). Anche se il memorandum rimase senza risposta dai tedeschi, i catalani attesero il risultato delle elezioni del 1936 e l’aggravarsi della situazione interna in Spagna, con l’ordine di presentare un nuovo piano ampliato al consolato tedesco di Barcellona, nel maggio del 1936, a sua volta trasmesso dal console all’Auswartiges Amt, considerandolo degno di considerazione, poiché i separatisti catalani erano una forza “che si dovrà contattare in futuro“, e i possibili vantaggi materiali (garantendo basi per sommergibili, supporto logistico, ecc.) promessi in caso di conflitto. Logicamente, il console non promise nulla ai catalani, ma riteneva opportuno presentare il piano a Berlino tramite l’ambasciata di Madrid (relazione del console di Barcellona, già citata). Il nuovo tentativo può avere influito sul processo di unificazione dei gruppi separatisti catalani attorno al nuovo partito catalano, emerso nel maggio-giugno 1936 a seguito della separazione della Joventuts e di Dencás dall’ERC, attirando nella propria orbita PNC e Nosaltres Sols!
Il memorandum del maggio 1936 è il documento, presumibilmente gli autori furono Manuel Blasi e Baldomer Palazón, rappresentanti massimi del “profascismo” di Nosaltres Sols!, contro la linea democratica e antifascista di Daniel Cardona. Composto da due parti: uno corrispondente al primo progetto, datato Amburgo luglio 1935, e un “addenda” datato Barcellona 19 marzo 1936. Scritto in castigliano, iniziava con l’affermazione che si trattasse di un “piano per organizzare i rapporti economico-culturali tra Catalogna e Germania, sottoposto alla Vostra considerazione“, null’altro che “un aspetto del piano totale d’azione patriottica“. Proseguiva con una presentazione storico-politica del “problema catalano”, sottolineando tutto ciò che suonasse filo-tedesco (ad esempio, con una delle clausole del trattato di Utrecht, austro-tedeschi, inglesi e olandesi s’impegnavano a “garantire l’indipendenza della Catalogna in vista della sua fedeltà ai sovrani della Casa d’Austria“). Proseguiva con le origini politico-culturali catalane nel diciannovesimo secolo, concludendo che alcuna soluzione tentata finora per risolvere il problema catalano ebbe ragione, in quanto sarebbe stata “una questione di sovranità” che, non essendo accettata dalla Spagna, motivava “il contenzioso della Catalogna senza offrire possibilità di soluzione legale e pacifica“. Naturalmente screditava Macià e l’ERC (il primo quale “traditore” e il secondo quale “conglomerato improvvisato, formato da elementi dal dubbio patriottismo”). Dato che la politica in Catalogna divenne lotta tra destra e sinistra, l’ottobre 1934 fu presentato come il momento propizio per “realizzare una politica totalitaria e con un’opinione pubblica pronta a sostenerla“, incarnata dalle iniziative del settore nazionalista dell’ERC e di Dencás, neutralizzati da Companys, allora alleato con la sinistra spagnola e, cosa peggiore, che avrebbe iniziato “l’attacco sistematico alle idee fasciste con una lotta particolarmente aspra al fascismo tedesco“, spiegato anche dall’amicizia tra i capi dell’ECR e “politici francesi membri della massoneria” come Henry Torres. Screditò anche la Lliga, essendo spagnola e difendendo interessi capitalisti. Di conseguenza, presentò il separatismo radicale, rappresentato “dalla nostra organizzazione patriottica NS”, come corrente dominata dalla particolare preoccupazione per la “promozione tra i giovani dai 14 a 25 anni“, per l’intransigenza verso lo Stato spagnolo e lo studio dei problemi nazionali nel mondo, “adottando forma rivoluzionaria e tattica unita che faranno trionfare la giustezza della nostra causa”. Si screditavano anche i partiti politici della Repubblica spagnola, in quanto non erano e non sarebbero stati rivoluzionari (citando un discorso di Hitler del 1923 sulla “natura delle rivoluzioni”), sordi ai problemi nazionali di Euskadi, Catalogna e Galizia (considerata “parte distinta del Portogallo, con cui costituisce la nazione lusitana“), e soprattutto francofili: il sistema dei partiti politici repubblicani sarebbe stato rintracciabile in quello francese. I filo-francesi sarebbero stati i radicali, la CEDA, Azaña e i partiti di opposizione, tutti favorevoli agli orientamenti della politica estera francese, mentre i sindacati di sinistra e i sindacati (tranne la SOV) approfittavano del “mantello” antifascista per fare propaganda a favore dell’URSS. Per questa ragione, va notato che i separatisti catalani non aderirono al fronte antifascista creato in Catalogna, continuando a denunciare stampa e media finanziati, secondo loro, dalla Francia, dalla stampa radicale alla pubblicità…
L’allineamento di Spagna e Francia, secondo gli autori del memorandum era dovuta al fatto che entrambi gli Stati avevano in comune le questioni nazionali basche e catalane, così come il Marocco. Le questioni strategiche spiegavano anche tale allineamento, in particolare il “problema del Mediterraneo occidentale“: l’intesa spagnolo-francese permetteva il controllo di quest’ultimo, mentre “l’emergere di una Catalogna libera, romperebbe questa continuità, mettendo in pericolo nel Mediterraneo una certa potenza lontana, soprattutto come base per operazioni sottomarine“, aggiungendo l’eventuale perdita delle isole Baleari, isolando la Francia dall’Africa. Alla fine del memorandum del maggio 1936, i separatisti catalani continuavano a precisare le proprie azioni, essendo solo mossi dalla “libertà totale e assoluta per la Catalogna“, cercando di perseguirla in modo più o meno clandestino, sia nell’entroterra della Catalogna che all’estero, dove affermavano di avere contatti con nuclei correlati a “problemi identici al nostro“, con cui coordinare le attività. Così menzionò i separatisti baschi dell’Eusko Mendigoitzale Batza (uniti da un “patto d’intima collaborazione e assistenza“), i nazionalisti bretoni (dal nucleo filo-fascista di Breiz Atao e del Parti Nationaliste Bréton di O. Mordrel, di cui Nosaltres Sols! spesso riproduceva i comunicati, così come l’organo dei Mendigoitzale Jagi-Jagi) e “alcuni gruppi galiziani” che, nonostante la loro modestia “sono completamente rivoluzionari“, e affermava di essere in trattative con i rifeños e l’organizzazione fiamminga Dinaso. Nella rubrica “Il nostro nazionalismo prima del futuro dell’Europa“, ribadivano la loro fede nell’applicazione integrale del principio nazionalistico quale chiave per la “prosperità futura“. Lodando così “il passo della Germania di concentrarsi su se stessa e cercare nei propri valori i mezzi per sollevarsi dalla prostrazione in cui il trattato di Versailles la lasciò, “costituendo da stimolo”. In questo modo, i separatisti erano solidali con “le patrie di tutto il mondo, piccole e grandi, ma autentiche”. In un’Europa futura, i mosaici plurinazionali dovrebbero scomparire, baschi e catalani essere liberi, come i bretoni, l’Ungheria riconquistare “quella parte del suo territorio che i trattati ignominiosi avevano dissociato dall’unità. E se Austria e Germania sono razzialmente la stessa nazionalità, crediamo che, in virtù del medesimo ideale nazionalista, non ci sia forza estranea che possa impedire la ricostituzione dell’intera nazionalità germanica”. Giungendo infine alla proposta di concreta collaborazione: dato che, nonostante il sostegno dei nuclei catalani d’America, l’attuazione delle attività propagandistiche dei separatisti “non è immediata“, basarono la loro proposta sulla necessità del sostegno finanziario tedesco per la pubblicazione di un quotidiano con cui contrastare anche l’“impetuosa propaganda russa” (La necessità di un quotidiano separatista fu già predicata da Nosaltres Sols! Fin dal settembre 1934). (“Per un diari nacionalista“, N.S.!. n.º 178, l.IX.1934, p. 2) S’invocava il sostegno tedesco, in quanto “la Germania è nostra amica e rivale della Francia, tiranno di parte del nostro territorio nazionale”, a cui la Spagna sarebbe stata sempre allineata.
Promettendo la massima discrezione (solo un triumvirato di Nosaltres Sols!, probabilmente Blasi e Palazón e un altro dei Mendigoizales sapevano del documento), quali vantaggi avrebbe portato il giornale alla Germania? Dissero: risvegliare la coscienza nazionale dei catalani dello Stato francese, creando così un nuovo problema a quest’ultimo in combinazione con i basco-francesi e i bretoni; campagna energica contro unìipotetica mobilitazione dei catalani contro la Germania, in caso di guerra europea; propaganda per la ristrutturazione dell’Europa basata sul riconoscimento dei diritti delle nazionalità, “affinché i trattati che creano le caste tra i popoli della terra scompaiano e che la Società delle Nazioni smetta di essere una cricca al servizio dei vincitori della Grande Guerra, oppressori delle nazionalità“. Oltre a tale lavoro di propaganda, offrivano collaborazione (anche estesa ai Paesi Baschi, Baleari e Madrid) come servizio d’informazione sugli obiettivi militari spagnoli; in caso di guerra si prestavano a fornire “gruppi ben istruiti” ai tedeschi e “avremmo anche accettato la loro organizzazione di una milizia, studiando come un gruppo di catalani e baschi venga istruito all’uso di aerei e nella preparazione di esplosivi” e, anche se la Spagna fosse stata neutrale, promettevano di preparare punti di rifornimento per sottomarini e aerei in Catalogna. Ricordando inoltre che “i nostri fratelli di Euzkadi hanno già istituito un’organizzazione che gli permetterà di colpire la maggior parte delle fabbriche di armi nel loro territorio, interrompendone la fabbricazione“. Infatti, è possibile che Palazón e R. Fagés del PNC riuscissero a organizzare esercitazioni di tiro congiunte con la Gioventù Hitleriana dell’Organizzazione estera del NSDAP, a Montseny, e Blasi si accordò con i nazisti per la formazione di quadri (vicenda studiata da Ucelay-Da Cal, tramite la storia orale). Gli autori del memorandum conclusero chiedendo informazioni dettagliate sulle possibilità di una cooperazione commerciale con una futura Catalogna indipendente e dare tutte le garanzie al III Reich che i suoi soldi sarebbero stati ben spesi: “Una Catalogna libera rappresenterebbe per la Germania, se non venisse trascurata, un passo definitivo per il crollo della Francia e l’esistenza di un Paese amico nel Mediterraneo occidentale“.
Nelle “aggiunte” del 1936, venivano analizzati brevemente i risultati delle elezioni della Cortes del febbraio 1936 e la pericolosa avanzata della rivoluzione sociale in Spagna, dove il marxismo aveva il sostegno delle masse popolari. Anche se “grandi interessi”, forze cattoliche e religiose e modesti gruppi conservatori e monarchici, avevano un’ipotetica su un possibile trionfo, se si accordavano coi “militari” per un colpo di Stato, “il fattore più importante che a breve può influenzare decisamente, è il fattore estero della Francia“, uno Stato che avrebbe controllato la “politica spagnola sotto tutti i regimi”. Così se la rivoluzione sociale o la dittatura militare trionfavano, avrebbero seguito la politica gallica, non conforme alla Germania… Pertanto, si tentò di convincerla ancora una volta a sostenere il separatismo catalano. Ovviamente i catalanisti radicali sbagliarono “strategia” e previsioni: tra cui, quella su qualcosa di simile alla risorsa più sicura per gli interessi delle potenze fasciste nel 1936, senza dubbio l’unica possibilità reale del fascismo spagnolo (a cui diedero sostegno ininterrottamente fin da subito), e in generale l’opzione antirivoluzionaria spagnola. Solo in alternativa, “per ogni evenienza”, la diplomazia nazista poteva giocarsi la carta dei separatisti catalani, altrimenti lungi dall’essere un’alleanza affidabile in Catalogna: l’interlocutore preferito della diplomazia tedesca fu, e in un certo modo continuò ad essere, la Lliga di Cambó ed Estelrich. Come i loro coetani dell’IRA irlandese, che coltivarono rapporti coi nazisti in quegli anni, i separatisti catalani si sopravvalutavano. La penisola iberica occupava un posto secondario nella strategia del Terzo Reich prima del luglio 1936, acquisendo solo maggiore importanza per la paura tedesca di un’alleanza franco-spagnola in occidente con l’Unione Sovietica a oriente (A. Vinhas, Germania nazista e 18 luglio. Madrid: Alianza Editorial, 1977). La posizione delle potenze fasciste sulla questione catalana fu definita in poco tempo: nelle conversazioni italo-germaniche dopo lo scoppio del conflitto spagnolo, di comune accordo fu deciso d’impedire la costituzione di uno Stato catalano. E per quanto riguardava le considerazioni geopolitiche, i tedeschi non erano così convinti né della fedeltà catalana al Reich, né di poter contare su una Catalogna indipendente: in alcuni circoli fu considerato, anzi, che l’eventuale Grosskatalonien che includesse Baleari e Valencia, collegata alla Francia via ferrovia, consentisse una penetrazione più efficace dei francesi verso Gibilterra. Una volta iniziata la guerra civile, tuttavia, i separatisti catalani non cessarono i tentativi: verso l’Italia, da parte di alcuni rappresentanti dell’ala nazionalista dell’ERC, cercando il sostegno italiano per una Catalogna virtualmente indipendente e anti-marxista (SG Payne, The Franco Regime, 1936-1975, Madison: Univ. Of Wisconsin Press, 1987) e al XII Congresso delle Nazioni Europee tenutosi a Ginevra nel settembre del 1936, rappresentanti del nazionalismo radicale, guidati da Batista e Roca (alleati ad altri “indipendentisti” come il “patrono” R. Patxot i Jubert), manifestarono per la separazione dalla Spagna “rossa” (distanziandosi anche dalla Generalitat e dalla situazione in Catalogna, controllata dalla CNT) e dalla Spagna franchista. Batista i Roca chiese ad Hasselblatt di fungere da interlocutore con la Germania, informandolo che anche Palestra ed Estat Català dell’ERC avevano tendenze fasciste su cui poter contare per creare un fascismo catalano che non venisse confuso con il fascismo spagnolo; con tutto ciò, lasciando l’indipendenza per una “federazione iberica”. Hasselblatt tentò persino una specie di mediazione personale tra governo francese e quello tedesco tramite il generale Faupel (primo rappresentante del Terzo Reich presso gli insorti), con la riluttante approvazione della diplomazia tedesca (che chiarì nelle istruzioni che “nello stato attuale della situazione, non va attivata la questione catalana in qualsiasi senso“. (Circolare dell’Auswlirtiges Amt alla Legazione tedesca nella capitale franchista di Salamanca, Berlino, 21.1.1937, PAAA, Minderheitenkongresse, R 60533) Hasselblatt presentò le promesse di Batista i Roca sul possibile sviluppo di un fascismo catalano, nonché come l’intransigenza di Denikin verso i popoli non russi ne causò la sconfitta per mano dei bolscevichi, suggerendo e ricordando la traiettoria “fedele” ed anti-marxista dei catalanisti che parteciparono al Nationalitiitenbewegung, e come Franco promise di rispettare la “speciale identità etnica e i diritti corrispondenti” dei catalani, in modo da avere il sostegno dei grandi settori dell’antisemitismo catalano. Il Congresso delle Nazioni Europee raccomandò ai delegati catalani di formare una rappresentazione nazionalista e anti-marxista all’estero e in contatto diretto con il governo franchista. Non si sa se ciò arrivò alle dovute conclusioni; in ogni caso, il risultato finale di questi giochi col fascismo dei catalanisti radicali è chiaro. Altri settori catalanisti che flirtarono con le potenze fasciste negli anni precedenti, come la Lliga di Cambó, decisero di collaborare con Franco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La storia del carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

Sputnik 10.09.2017Il giornalista militare Aleksandr Khrolenko ritorna sull’incredibile storia di come un solitario carro armato medio sovietico T-28 condusse un audace scontro nella Minsk occupata dai nazisti nelle prime settimane della Grande Guerra Patriottica. Il 10 settembre la Russia festeggia la giornata dei carristi, la festa ufficiale degli equipaggi dei carri armati fondata nel 1946 in onore della vittoria delle forze meccanizzate nella Grande Guerra Patriottica. Alla luce della celebrazione, l’autore di RIA Novosti Aleksandr Khrolenko ha scritto un pezzo su uno degli episodi più sorprendenti sull’eroismo dei carristi durante la guerra: il caso incredibile dell’equipaggio di un carro armato sovietico T-28 a Minsk, nel luglio 1941.

12.mo giorno di guerra
All’inizio di luglio 1941, il carro armato medio T-28 comandato dal Sergente-Maggiore Dmitrij Malko fu colpito dalla Luftwaffe mentre si ritirava con una colonna meccanizzata sovietica nei pressi di Berezino, 90 km ad est di Minsk occupata dai nazisti subito dopo l’inizio della guerra. Il motore del carro armato fu danneggiato. Malko, un esperto meccanico, riuscì a ripararlo ma perse i contatti col resto della colonna. Piuttosto che cercare di raggiungerla, il sottufficiale e il suo equipaggio decisero di dirigersi verso ovest e visitare i tedeschi a Minsk. Recuperando le munizioni da un deposito abbandonato, il T-28 si diresse verso la capitale bielorussa. Le forze armate del feldmaresciallo Hans Guderian erano già avanzate verso est, e il solitario T-28 sovietico che viaggiava lungo le strade non attirò l’attenzione dei tedeschi, abituati a vedere i blindati nemici catturati.Scontro feroce
Dirigendosi verso ovest, i carristi di Malko incontrarono una colonna di motociclisti tedeschi a 40 km da Minsk, sul ponte sul fiume Svislach. Khrolenko scrive: “Il T-28 piombò sulla colonna, sparando alle forze nemiche con il cannone e le quattro mitragliatrici. Dopo di che, l’equipaggio distrusse due camion, un blindato Hanomag e decine di soldati tedeschi di fronte a una distilleria. Recandosi in città, il T-28 correva sparando alle truppe naziste nelle strade e nel parco Gorkij (che ospitava un campo militare)“. “Nel corso dell’attacco a Minsk, i sei carristi sovietici distrussero 10 carri armati e blindati, 14 camion e 3 batterie di artiglieria nemici. Le truppe tedesche subirono perdite per circa 360 soldati e ufficiali”. Il coraggioso equipaggio del T-28 attraversò Minsk, sparando finché non finirono le munizioni, prima che il comando tedesco avesse finalmente capito cosa succedesse. Un cannone anticarro della Wehrmacht sparò sul carro armato sovietico, ma la corazzatura frontale assorbì il colpo, dopo di che il Sergente-Maggiore Vasechkin rispose al fuoco, distruggendo il cannone. Khrolenko scrive che dopo aver completato la missione, “il T-28 uscì dalla città, ma alla periferia, nell’area del cimitero Kalvarijskoe, fu colpito dal tiro di un pezzo d’artiglieria nemico e prese fuoco”. I soldati dell’Armata Rossa riuscirono ad abbandonare il carro armato.Il destino dell’equipaggio
L’equipaggio del carro armato subì diverse sorti. Il Sergente-Maggiore Vasechkin lasciò il carro armato dal portello del comandante, sparando con la pistola TT prima di essere ucciso dai nazisti. I cadetti Aleksandr Rachitskij e Sergej (cognome sconosciuto) caddero anche nella battaglia. Il cadetto Nikolaj Pedan fu preso prigioniero e detenuto per quattro anni in un campo di concentramento nazista. Fu infine liberato, reintegrato nell’esercito e smobilitato nel 1946. Il cadetto Fjodor Naumov si nascose e aderì al potente movimento partigiano della Bielorussia. Fu ferito gravemente nel 1943 ed evacuato verso est. Il Sergente-Maggiore Malko riuscì a scappare verso est, incontrando le truppe sovietiche. Khrolenko scrive: “Combatté nelle truppe corazzate per il resto della guerra, il suo carro armato fu colpito sedici volte… vide il Giorno della Vittoria nella Prussia orientale, promosso al momento vicecomandante di una compagnia di carri armati. Esattamente tre anni dopo il raid del 1941, nel luglio 1944, il Tenente-Maggiore Malko si trovò nella Minsk liberata e vide lo scafo bruciato del suo T-28“. “Più tardi, nella primavera del 1945, la controintelligence statunitense interrogò il maggiore tedesco Rudolf Hale, prigioniero nella Ruhr. Durante l’interrogazione, il maggiore disse agli statunitensi che nell’estate del 1941 la sua compagnia fu quasi completamente distrutta dall’apparizione inaspettata di un T-28 sovietico a Minsk; il comando statunitense consegnò questa testimonianza agli organi appropriati delle controparti sovietiche, ma nessuno credette alla storia del carrista Dmitrij Malko e del maggiore Rudolf Hale. Nikolaj Pedan la confermò, per cui fu assegnato a Malko l’Ordine della Guerra Patriottica di Prima Classe“.
Ombreggiato dal cugino più giovane, il leggendario T-34, il T-28 era uno dei carri armati medi più formidabili del mondo durante il periodo pre-bellico. Il mostro d’acciaio aveva una corazzatura frontale spessa 80 mm e una laterale e posteriore di 40 mm. L’insolita configurazione multi-torretta del carro armato comprendeva un cannone da 76 mm e quattro mitragliatrici da 7,62 mm. Il cannone del carro armato poteva penetrare corazze spesse 50 mm alla distanza di 1000 metri. Il suo motore da 500cv gli permetteva di muoversi a velocità superiori ai 40 km/h e di attraversare fossati, scarpate e altri ostacoli. La stazione radio a bordo permetteva di comunicare fino a 60 km. Il carro armato aveva un equipaggio standard di sei elementi. Nel giugno 1941, l’Armata Rossa aveva in servizio circa 250 T-28. L’ultimo impiego in combattimento del T-28 avvenne nel 1944.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il conflitto sovietico-cinese del 1929

La prima grande operazione dell’Armata Rossa dopo la Guerra Civile
Pogo on AirIl conflitto nell’Estremo Oriente sulla KVZhD, in Europa non viene ricordato. Va anche aggiunto che, sia prima che dopo il 1929, l’URSS cooperò attivamente con varie forze in Cina nei propri interessi e, guidata dalle regole del buon ordine, qualcosa dalla storia comune è andata “dimenticata”. Ma alla fine degli anni ’20 gli eventi della KVZhD furono piuttosto significativi per la politica estera sovietica, e furono ampiamente seguiti, inoltre, con molti dettagli interessanti. Per cominciare, questa fu la prima grande operazione dell’Armata Rossa dalla guerra civile, impiegando aerei, le navi della Flotta dell’Amur, mezzi da sbarco e carri armati. Inoltre, il comando dell’Armata Rossa dell’Estremo Oriente combatté contro gli “allievi” cinesi, che i suoi consiglieri istruirono con successo pochi anni prima del conflitto, e poi anche una dozzina di anni dopo.Come iniziò tutto
La ferrovia cinese-orientale (KVZhD) (costruita nel 1897-1903, e fino al 1917 ferrovia manciuriana), attraversava la Manciuria e collegava Chita, Vladivostok e Port Arthur alla ferrovia transsiberiana. La tratta fu costruita dai russi, apparteneva alla Russia e vi operavano suoi cittadini. Intorno alla ferrovie c’era una zona di sicurezza. Come risultato degli eventi del 20° secolo, alla fine degli anni ’20, lo status della ferrovie fu regolato dagli accordi sino-sovietici conclusi durante l’istituzione delle relazioni diplomatiche nel 1924. I cinesi, ripresisi dalla guerra civile, dovevano cambiare lo status della loro più importante infrastruttura in proprio favore. Una partecipazione attiva in essa riguardava numerose Guardie Bianche russe, stabilitesi ad Harbin che, oltre ad essere ostili ai sovietici, furono costrette a guadagnarsi da vivere servendo gli eserciti delle varie autorità cinesi. Gli eventi che portarono alle azioni militari del 1929 si svolsero dalla metà del 1925 e sono abitualmente chiamati “Provocazioni sulla KVZhD”, ovvero numerosi incidenti come detenzione di ferrovieri, incursioni negli edifici amministrativi, nonché scontri alla frontiera. Un aggravamento particolare fu causato dall’ordine del direttore del KVZhD, M.N. Ivanov, secondo cui dal 1° giugno 1925 tutti i dipendenti che non avessero la cittadinanza sovietica o cinese andavano licenziati. L’ordine era diretto, innanzitutto, contro gli emigrati che lavoravano in diverse strutture della ferrovia. Quindi, 19000 ferrovieri chiesero la cittadinanza sovietica principalmente per considerazioni economiche. Circa un migliaio di emigrati abbandonò la cittadinanza russa e prese quella cinese. Circa un migliaio di altri preferì essere licenziato piuttosto che accettare queste cittadinanze. Una parte significativa di emigranti rimase senza mezzi di sussistenza ed aderì all’esercito cinese. A sua volta, la politica conflittuale sulla ferrovia orientale cinese, considerata, secondo N. I. Bukharin, il “dito rivoluzionario” puntato sulla Cina, portò al confronto con le autorità cinesi locali. “Nel giugno dello stesso anno, Chiang Kai-shek ebbe una riunione a Nanchino con Zhu Chaoliang, l’ex-ambasciatore cinese a Mosca, sulla questione della ferrovia orientale cinese e all’inizio di luglio si decise di sequestrarla, durante una riunione coi generali cinesi a Pechino presieduta da Chiang Kai-shek. “L’obiettivo del nostro programma è la distruzione dei trattati disuguali. L’imperialismo rosso è più pericoloso di quello bianco”, disse Chiang Kai-shek. Il 10 luglio 1929 per ordine del governo di Nanchino, le truppe del governatore della Manciuria Zhang Xueliang occuparono il telegrafo della KVZhD e chiusero la missione commerciale e altre istituzioni economiche dell’URSS. Le autorità locali licenziarono i dipendenti sovietici e li sostituirono con emigrati bianchi. Durante questa provocazione furono schiacciate organizzazioni e cooperative di lavoratori ed impiegati, più di 200 cittadini sovietici furono arrestati e circa 60, tra cui il direttore e il suo assistente, deportati dalla Cina. Allo stesso tempo, Zhang Xueliang inviò sue truppe e distaccamenti di emigrati bianchi russi al confine sovietico. Il 13 luglio 1929, il governo sovietico protestò contro queste azioni illegali e richiamò l’attenzione del governo di Mukden e del governo nazionale della Repubblica cinese sull’estrema serietà della situazione creata da tali azioni. Dopo le scelte diplomatiche, il rifiuto di richieste impossibili, il 20 luglio si ebbe la rottura nelle relazioni diplomatiche tra URSS e governo centrale di Nanchino.Le forze in campo
Il 6 agosto 1929 fu costituito l’Esercito Speciale dell’Estremo Oriente (ODVA). V. K. Bljukher, che aveva precedentemente lavorato con successo in Cina come consigliere del Kuomintang, fu nominato comandante. Ora doveva combattere contro i suoi ex-allievi. Il conflitto sulla ferrovia orientale cinese fu per l’esercito sovietico il primo vero scontro dalla guerra civile. Fu solo al completamento della riforma militare di M. Frunze che venne introdotto il sistema territoriale nell’Armata Rossa. Nel 1928 le unità non militari nell’esercito erano il 58%. Era il momento del primo piano quinquennale. Il Paese diede l’addio al passato agrario e iniziò rapidamente l’industrializzazione. Si può probabilmente affermare che con i cinesi si andò in guerra con entusiasmo rivoluzionario, maggiore esperienza dalla guerra civile e i primi esemplari di materiale militare sovietico. Le truppe sovietiche che parteciparono alla prima fase del conflitto, con l’operazione di Sungari, contavano 1100 uomini, 9 carri armati (la prima operazione in combattimento del carro armato MS-1), 15 bombardieri, 6 idrovolanti e le navi della flottiglia dell’Amur. I cinesi avevano molti vantaggi. Nella loro fila c’erano distaccamenti di guardie bianche russe. C’erano diversi tipi di navi armate, treni blindati, aerei. Questi ultimi non parteciparono alle ostilità “a causa delle condizioni meteorologiche”. È indicata la presenza di armi giapponesi e europee, così come di consiglieri stranieri. Le forze principali dell’esercito di Mukden si concentrarono su direttive strategiche: lungo la ferrovia Hailar-Manchuria; Zhalainor, Hailar, Tsitsikar, a sud di Blagoveshensk, alla foce del fiume Sungari e nella regione del torrente Turiev. Ufficiali bianchi al servizio dei cinesi s’incontravano piuttosto spesso. Non solo nell’esercito di Zhang Xueliang. Era necessario mantenere la famiglia e lavorare in Cina era problematico per molte ragioni. Anche i posti più “spregevoli” non erano disponibili a causa del numero enorme di poveri cinesi.

Bljukher al centro

Le operazioni
Le azioni dell’Armata Rossa furono caratterizzate da attacchi preventivi nelle aree in cui l’esercito cinese si era concentrato, seguiti da tre operazioni distinte: l’attacco del raggruppamento Sungari (diviso in due fasi: cattura di Lahasusu e successiva marcia su Fugdin, operazione Manchuria-Zhalainor e i combattimenti sul lago Khanka nel Primorye).
La battaglia di Lahasus iniziò il 10/12/1929 alle 6:10 con un’azione degli idrovolanti sulla città e la flotta cinese. Inoltre, le navi della Flottiglia dell’Amur entrarono in battaglia, disattivando l’artiglieria della flotta cinese e sostenendo lo sbarco. I cinesi scesero il fiume fino alla città di Fugdin. La forza da sbarco lo risalì. Il giorno dopo le navi della Flottiglia dell’Amur erano a Fugdin. L’offensiva sovietica iniziò il 31 ottobre e il 3 novembre la città fu presa. La guerra del gruppo di Sungari finì. Le unità dell’Armata Rossa lasciarono il territorio della Cina e tornarono a Khabarovsk.
Le operazioni di combattimento nell’area della Trans-Baikal iniziarono il 17 novembre con l’operazione Manchuria-Zhalainor. Tre divisioni sovietiche e una brigata di cavalleria avanzarono tagliando la ferrovia tra Dalanor e Hailar e circondando le truppe manciuriane. Il 18 novembre alcuni elementi dell’OKDVA entrarono in città. Lo stesso giorno, grazie al sostegno dell’aviazione, la Manciuria cedette. Tutti soldati del gruppo Zhalainor-Manchuria guidato da Liang Zhuangjiang furono presi prigionieri. Le battaglie con gravi perdite si conclusero il 27 novembre, con la sconfitta del gruppo manciuriano nei pressi del ben noto lago Khanka. Un’ulteriore inseguimento del nemico in ritirata non vi fu per evitare di aggravare i rapporti con i giapponesi. Le truppe sovietiche, dopo aver assolto il compito, lasciarono la Cina pochi giorni dopo.Isolamento
I cinesi chiesero colloqui e il 22 dicembre a Khabarovsk fu firmato il protocollo sovietico-cinese sulla KVZhD, ripristinando la situazione sulla ferrovia orientale cinese. Nel maggio 1930, per la vittoria nel conflitto, V.K. Bljukher ricevette l’Ordine della Stella Rossa di Primo Rango. Partecipando a questi eventi, K. K. Rokossovskij notò anche il ruolo della divisione burjato-mongola nella battaglia: “La divisione si distinse nella battaglia a sud-est della città di Manchuria, quando la colonna di migliaia di soldati del generale Liang tentò di andare ad est. La Divisione Burjat, allertata e senza aspettare le unità della Brigata Kuban, attaccò coraggiosamente le numerose colonne del nemico, tagliandone le fila, ritardandone l’avanzata e poi, insieme alla Kuban, le sbandava sconfiggendo completamente le forze nemiche manciuriane con un’operazione d’assalto“. I protagonisti delle operazioni militari per la KVZhD ebbero un riconoscimento originale, il distintivo “Combattimenti dell’OKDVA” (1930), decorazione decisa dal Consiglio Centrale dell’Osoaviakhim all’inizio del 1930 per i soldati dell’Armata Rossa e dei particolari distaccamenti formati dai membri dell’Osoaviakhim, in memoria di questi eventi; fu molto apprezzato in Estremo Oriente.
Il governatore manciuriano Zhang Xueliang si ribellò al governo centrale. Inaspettatamente, poi si arrese presentandosi volontariamente alla corte marziale. Chiang Kai-shek mitigò la punizione sostituendo dieci anni di carcere con gli arresti domiciliari. Tuttavia, dato che il “giovane maresciallo” doveva sparire dalla grande politica, i termini dell’arresto domiciliare non furono definiti. Per 40 anni Zhang Xueliang rimase ai domiciliari; anche quando nel 1949 il Kuomintang fuggì a Taiwan, Chiang Kai-shek prese con sé Zhang Xueliang e continuò a tenerlo a Taipei come prigioniero personale. Anche dopo la morte di Chiang Kai-shek nel 1975, la libertà di movimento di Zhang Xueliang fu limitata, e solo nel 1991 il presidente Lee Teng-hui gli permise di lasciare l’isola. Nonostante numerose offerte per ritornare nella RPC, dov’era considerato un eroe, Zhang Xueliang andò a Honolulu dove morì nel 2001, per polmonite, a 101 anni.

1931, da destra a sinistra: Yu Fengzhi (moglie di Zhang Xueliang), W. Donald (consigliere australiano di Zhang Xueliang), Zhang Xueliang, contessa Ciano (figlia di Mussolini)

Epilogo
Secondo i documenti nelle battaglie per la KVZhD, le truppe sovietiche ebbero 281 caduti, (il 28% deceduti per le ferite in ospedale); 729 feriti (esclusi i leggermente feriti, che non ebbero bisogno del ricovero) e 17 dispersi. Le maggiori pare delle perdite erano fucilieri. Ad esempio, durante i combattimenti, la 21.ma Divisione di fanteria Perm perse 232 effettivi, 48 uccisi e morti per le ferite. Nella 36.ma Divisione di fanteria 61 soldati morirono. Le perdite nelle altre armi furono insignificanti. Quindi, dal numero totale di vittime, la brigata di cavalleria ebbe 11 caduti e 7 feriti; la Flotta dell’Estremo Oriente 3 caduti e 11 feriti (3 per l’esplosione di un cannone a bordo di una nave), solo 1 ferito le unità aeree che parteciparono alle ostilità. “Dopo la firma dei Protocolli di Khabarovsk, tutti i prigionieri di guerra del conflitto furono liberati e le truppe sovietiche si ritirarono dal territorio della Cina”. L’ultimo distaccamento tornò nell’URSS il 25 dicembre 1929. Presto il normale funzionamento del KVZhD riprese. I prigionieri cinesi furono attentamente “istruiti”. Tra loro vi erano esperti agitatori politici che promossero presso i soldati cinesi il potere sovietico. Le caserme presentavano slogan in cinese “L’Armata Rossa e i soldati cinesi sono fratelli!” Nei campi di prigionia usciva un giornale murale chiamato “Il soldato rosso cinese“. 27 prigionieri cinesi chiesero di aderire al Komsomol mentre 1240 chiesero di restare nell’URSS.
Nel 1931, la Manciuria fu occupata dal Giappone. Nel 1935, dopo numerose provocazioni nell’area della ferrovia, l’URSS la vendette al Manchukuo che poi si riprese nel 1945 all’URSS, e quindi la cedette alla Cina comunista insieme a Port Arthur, nei primi anni ’50.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

Etajima e i piloti suicidi Taisintai

Burjat

L’isola di Etajima si trova nella baia di Hiroshima del Mare Interno della prefettura sud-occidentale di Hiroshima, a sei chilometri dalla città di Kuru, con la quale è collegata da due ponti. Nel 1930-1940 su questa isola c’era il Corpo dei Cadetti della Marina, che forgiava gli ufficiali della Marina Imperiale giapponese. Adesso, sulle rive del mare, rivestita di granito, vi è l’esposizione di armi navali della Seconda guerra mondiale. I turisti da Europa e Stati Uniti non sono ammessi. Vicino all’edificio del museo del corpo navale vi sono i sommergibili-kamikaze. Uno, con un comparto per due suicidi; un altro per uno solo. Accanto al museo vi sono i siluri con equipaggio Kaiten, guidati dai taisintai, assaltatori suicidi come i kamikaze. Nel museo c’è una sala dedicata ai kamikaze dei Kaiten caduti nei combattimenti. I loro ritratti occupano un’ intera parete, e i nomi sono incisi sul marmo. Appare un enorme elenco di assaltatori suicidi del sommergibile I-58, che nell’eroica notte del 29-30 luglio 1945 affondò l’incrociatore pesante statunitense Indianapolis. Dei sei Kaiten, alcuno tornò nella base di Kure. La scuola navale sull’isola di Etajima fu completata dal capitano Hashimoto Mochitsura, del corso sommergibilisti. Questo ufficiale partecipò all’attacco a Pearl Harbor. Nel febbraio 1943, Mochitsura Hashimoto divenne comandante del sottomarino I-158 dotato di attrezzature radar. Questo battello condusse un esperimento, lo studio del radar in varie condizioni di navigazione, fino a quel momento i sommergibili giapponesi combatterono alla cieca. Nel settembre 1943, Mochitsura Hashimoto comandò il sottomarino RO-44, andando a caccia di navi da trasporto statunitensi nelle Isole Salomone. Nel maggio 1944, il tenente di vascello Hashimoto fu inviato a Yokosuka, dove fu ricostruito l’I-58 su un nuovo progetto, dotandolo di supporti per i siluri Kaiten.

I siluri Kaiten
Kaiten significa “Cambiare il Destino” o “Superare il Cielo”, erano siluri guidati da assaltatori suicidi. Questi siluri non avevano meccanismi di espulsione del pilota, posto nella timoneria che occupava il ponte. Il pilota utilizzava un periscopio a bassa profondità per la ricerca. Dopo aver raggiunto il bersaglio, il pilota puntava il siluro in modalità d’attacco, abbattendo il periscopio, aumentando la profondità e navigando a tutta forza. Per impedire che il siluro, mancato il bersaglio il pilota non poteva cambiare rotta morendo per mancanza di ossigeno, fu poi aggiunto un meccanismo di autodistruzione. La lunghezza dei siluri era di 15 metri, con un diametro di 1,5 metri e un peso di 8 tonnellate, di cui 1,5 di esplosivo. I marinai-suicidi lanciavano quest’arma formidabile contro le navi nemiche. La produzione di Kaiten in Giappone iniziò nell’estate 1944, quando fu evidente che solo la dedizione dei kamikaze e dei marinai-suicidi forse poteva cambiare il corso della Seconda guerra mondiale. In totale furono prodotti circa 440 Kaiten.

Sommergibile I-58
Il sommergibile I-58 al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto fu assegnato al distaccamento “Kongo“. La classe di Hashimoto, della scuola navale di Etajima, comprendeva 15 cadetti. All’epoca, la maggior parte degli ufficiali della sua classe erano caduti in battaglia. Su 15, solo cinque sopravvissero. Tutti comandanti del distaccamento “Kongo“. I battelli del distaccamento lanciarono in totale di 14 Kaiten contro le navi nemiche. Il sommergibile I-58 lasciò la base di Kure per la quarta campagna operativa il 16 luglio 1945. Dopo vane ricerche del nemico nel Mar delle Filippine, il battello giunse sulla rotta tra Guam e Leite. L’I-58 aveva a bordo sei siluri Kaiten. Due furono lanciati su una petroliera statunitense, che affondò immediatamente. Il 29 luglio, alle 23 ore, il sonar trovò un obiettivo. Hashimoto ordinò di emerge. A 1500 metri c’era l’Indianapolis, incrociatore della Marina degli USA. Alcuni giorni prima, l’incrociatore consegnò le componenti di tre bombe atomiche sull’isola filippina di Tinian, due delle bombe furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Quando la nave non era ancora molto distante, il comandante ordinò di preparare non solo i tubi lanciasiluri, ma ordinò anche ai piloti suicidi, che non avevano nomi ma solo numeri, di approntare i loro siluri. Dopo aver compreso rotta e velocità della nave nemica, il comandante si avvicinò. Aveva due opzioni: lanciare da tre a cinque siluri dai tubi di lancio o inviare i marinai-kamikaze, specialmente perché, pronti al sacrificio, lo chiesero al comandante. Cosa fece il comandante del sommergibile I-58? Gli storici militari stranieri ne sono sconcertati. La maggioranza è incline a ritenere che i Kaiten colpirono su un fianco l’incrociatore. Due settimane prima della fine della guerra nel Pacifico, un potente incrociatore statunitense fu affondato. Tra i 1199 marinai dell’Indianapolis, solo 316 sopravvissero. Come punizione per aver trasportato le bombe atomiche, partecipando a quell’azione barbarica, l’incrociatore fu affondato nel Mar delle Filippine da un sommergibile giapponese al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto. Si dice che quando un bombardiere B-29 decollò dalla base aerea di Tinian (Isole Marshall) trasportando la bomba atomica per Hiroshima, l’equipaggio sapeva già dell’affondamento dell’Indianapolis, che aveva trasportato parte della bomba dagli Stati Uniti a Tinian. L’equipaggio stilò la seguente scritta sulla bomba atomica, “Un regalo per le anime dei caduti dell’Indianapolis“.
Il comandante del sommergibile della Marina Imperiale, Mochitsura Hashimoto, trascorse un po’ di tempo nel campo di prigionia. Dopo la liberazione divenne capitano della flotta mercantile, navigando sulla stessa rotta del sommergibile I-58, tra Mar Cinese Meridionale, Filippine, Marianne e Caroline, toccando anche Hawaii e San Francisco. Dopo la pensione, Mochitsura Hashimoto divenne prete shintoista a Kyoto. Scrisse il libro “Affondato”. Il comandante dell’incrociatore Indianapolis, Charles McVeigh, fu processato e assolto. Dedicatosi all’agricoltura, si suicidò. Una punizione per Hiroshima?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora