Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il macabro gioco delle fosse comuni: il Caso di Kirov. Prove tecniche di rinnovato anti-sovietismo?

Luca Baldelli

b31bed37eeaee7b8d9d5f1b4331554acLa scoperta di una fossa comune nei pressi di Kirov, a 900 kmda Mosca, con resti di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e rumeni (ovvero appartenenti ad eserciti alleati nel quadro dell’Asse nazifascista), pare proprio giungere propizia, per i circoli borghesi e reazionari, nel momento in cui la macroscopica bufala di Katyn, pompata da tutta la stampa anticomunista, antisovietica ed antirussa, mostra sempre più crepe. Il lavoro del compianto compagno Viktor Iljukhin, deputato comunista che per primo svelò, alla Duma, le falsificazioni operate sui documenti riguardanti la storia dell’URSS da parte di un gruppo formato da storici, militari e archivisti, ha aperto le porte ad una generale “controrevisione” di versioni su fatti e avvenimenti storici accreditate come insindacabili dopo la caduta del Muro antifascista e antimperialista di Berlino, e dopo l’ammainamento della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Non solo si è aperto uno squarcio di luce prezioso sul periodo staliniano, con il ridimensionamento delle cifre, oltremodo gonfiate, su “repressi” e giustiziati dal 1924 al 1953 in tempo di pace, ma con un’analisi scrupolosa, di natura storiografica e filologica, di prove e documenti, con il coraggio pionieristico e la passione per la verità di autori come Jurij Mukhin, già dagli anni ’90 impegnato nella coraggiosa battaglia per togliere al becero revisionismo l’egemonia sulla trattazione della storia sovietica, si sono potute confutare tesi che per anni e anni, se non decenni, l’establishment politico e culturale anticomunista aveva imposto come dogmi indiscutibili non solo nell’ambito accademico, ma anche presso l’opinione pubblica mondiale, su fatti inerenti la Grande Guerra Patriottica del 1941–45. In questo panorama, i fatti di Katyn non potevano non avere un peso preponderante, all’interno di un salutare processo di “controrevisione” storica volto a dimostrare, con argomenti e prove difficilmente confutabili, le responsabilità nazifasciste nel massacro degli ufficiali polacchi, poi ritrovati e riesumati con diabolico tempismo, dopo la fucilazione, per suscitare sdegno ed esecrazione contro l’URSS, contro laNazione che, dopo aver retto quasi da sola il peso dello scontro con la bestia nazifascista, si apprestava a rincorrerla e schiacciarla oltre i propri confini, fin nella Berlino di nibelungica oscurità avvolta.
Ebbene, oggi anche liberali e democratici senza preconcetti e pregiudizi, grazie a documenti, prove e opere storiografiche serie e rigorose, cominciano se non ad accettare la verità su quei fatti, depurata da tutte le menzogne inventate dalle centrali goebbelsiane della disinformazione prima al servizio del Terzo Reich, poi degli alleati anglo–statunitensi, perlomeno a dubitare e a porsi interrogativi prima nemmeno ipotizzabili. Si rischia di aprire una voragine nel castello di bugie costruite in decenni di dominio culturale della storiografia reazionaria, revanscista e anticomunista. Davanti alle pallottole di Katyn, riconosciute come indubbiamente tedesche e non utilizzabili dall’Armata Rossa; dinanzi alla dimostrazione scientifica e forense che lo stato di conservazione dei cadaveri degli ufficiali era tale da escludere un’esecuzione di massa nelle date indicate dagli accusatori dell’URSS; dinanzi a “documenti ufficiali” palesemente alterati, interpolati o falsificati, simili a patacche dozzinali e maldestre piuttosto che a testimonianze archivistiche, tutta la “leggenda nera” cucita sulla bandiera rossa e la storia dell’URSS rischia di franare miseramente, con le sirene dell’antisovietismo di ritorno costrette a tacere per sempre, in uno scenario da incubo per i falsificatori di professione. E allora, quale migliore escamotage di un bel rinvenimento ad orologeria di fosse comuni con soldati dello schieramento nazifascista, naturalmente uccisi o fatti morire dai “barbari mongoli trinariciuti” dell’Armata Rossa, da sventolare in faccia all’opinione pubblica mondiale come tetri vessilli? Quale migliore “prova”, quale più mortifera “pistola fumante” a sparo differito, per colpire e far centro nel bersaglio psicologico e sentimentale di un gregge belante, che qualcuno aveva osato provare a risvegliare dal torpore gregario con un’iniezione di spirito critico e di sano dubbio? Ecco quindi le fosse di Kirov, cosparse di pestilenziale acqua dal satanico aspersorio della menzogna! Ecco un rinnovato poltergeist storico e politico, tale da far tremare le mura dei palazzi coi suoi ululati e le sue scosse! Ecco l’operazione di rimozione della verità, avviata con tempismo e rivoltante sfrontatezza: non una parola sulla tragica impreparazione dei militari italiani, mandati a combattere e a morire da Mussolini con indumenti leggeri nella terra fredda per antonomasia, con le armi benedette dai preti; non una parola sui crimini di invasori che hanno lasciato in terra sovietica 20 milioni di morti e feriti; non un cenno ai 4/5 milioni di sovietici periti nei lager nazifascisti; non una timida allusione al fatto che i soldati dell’Asse arrivavano da prigionieri nei campi di concentramento sovietici, allestiti in gran parte dopo la controffensiva di Stalingrado, già in condizioni fisiche e psichiche disperate, abbandonati in primis dai loro comandanti e dai loro cinici calcoli, costretti a vagare per giorni e giorni alla ricerca di cibo e di un tetto ancora in piedi, tra i tanti abbattuti dalle cannonate hitleriane. Niente di tutto ciò! Le campane debbono suonare unicamente le note dell’esecrazione verso l’URSS infame, che ha fatto morire senza pietà i soldati che avevano invaso ed occupato il suo territorio!
In questa sinfonia martellante di menzogne e montature, tutto ciò che è storia vera deve cadere nell’oblio: l’esperienza delle scuole antifasciste attivate dai sovietici per i soldati prigionieri, specie italiani e tedeschi, con la collaborazione di militanti comunisti della prima ora come Edoardo D’Onofrio; le cure gratuite dispensate dal personale sanitario sovietico, pur nelle tremende condizioni di vita imposte dalla guerra provocata dai nazifascisti, ai soldati dell’Asse, con dedizione e scrupolo, mentre milioni di sovietici perivano come cavie o come bestie da macello nei lager del “Grande Reich”; il sacrificio di migliaia e migliaia di famiglie sovietiche che si privavano dell’essenziale per sfamare i soldati nemici sbandati, con spirito umanitario eccezionale, impareggiabile; l’impegno sovietico per garantire, nel corso di tutti gli anni ’50, la regolarità dei rimpatri degli ex-soldati dell’Asse, specie italiani; le bugie diffuse dai fascisti e dai loro protettori sul reale numero di prigionieri, sulla loro sorte, smascherate più e più volte negli anni ’50–’60; i documenti falsi circolati anche in Russia, dopo il 1991, su questo capitolo di storia. Questi si chiamano fatti, e nessuna memorialistica, per quanto insidiosa, per quanto tendente a far tabula rasa di ogni verità, potrà mai cancellarli. Se questi sono i fatti, sulle riesumazioni di Kirov bisogna parlare chiaro e senza paura: quei soldati, molti dei quali, la gran parte, costretti a partire per un’avventura bellica disperata, criminale e vigliacca, sono morti non per mano dei sovietici, ma per colpa degli assassini che li avevano sbattuti in un teatro di guerra feroce e spietato, contro un popolo pacifico ma determinato al massimo nella difesa della Patria, minacciata di distruzione, e delle sue conquiste, irrinunciabili perché fatte di uguaglianza, libertà, emancipazione.
poster165 Nei campi per prigionieri allestiti dai sovietici, i soldati dell’Asse arrivavano, come abbiamo prima accennato, già moribondi, sfiniti, sfibrati, visto il carattere cruento delle battaglie, la disorganizzazione dei vettovagliamenti e dei mezzi di locomozione, il tradimento dei generali e dei colonnelli (tutti sopravvissuti all’immane conflitto, tra l’altro, ma sempre pronti, con la bava alla bocca, a scrivere nel dopoguerra opere di “memorialistica” anticomunista e antisovietica). Paradossalmente, se non vi fossero stati quei campi, nessuno sarebbe ragionevolmente sopravvissuto. Non è però solo la giusta narrazione del contesto, dello scenario passato, che va messa al centro del dibattito e della confutazione della montatura revisionista. C’è altresì da chiedersi, spingendo il dubbio fino all’iperbole alla luce di episodi avvenuti negli anni ’80, quanto vi sia di vero proprio nelle riesumazioni in sé, nelle modalità con le quali sono stati ritrovati i resti dei militari. Come per Katyn, anche in questo caso la “puzza di bruciato” si avverte a distanza. Nel 1987, la stampa sovietica dava notizia del ritrovamento di prove inconfutabili circa la fucilazione di soldati italiani a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per mano dei nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Iniziava subito un battage propagandistico per negare ogni crisma di verità a quei documenti, ma le testimonianze di ex-combattenti, perfino di generali (si pensi al generale Ricchezza, che chiese di essere ascoltato dalla Commissione del Ministero della Difesa italiano) corroboravano le argomentazioni delle autorità sovietiche. Migliaia di militari italiani, rastrellati nei Balcani o in Europa, erano stati fucilati e buttati nelle fosse comuni ucraine perché non ne avevano voluto sapere di tornare a combattere col Reich. Le menzogne anticomuniste ed antisovietiche su Katyn, oggi sempre più screditate e smentite, o riaffermate solo per convenienza politica da qualcuno, venivano riesumate dall’armamentario di Goebbels proprio in quel periodo, anche per coprire i fatti di Leopoli. L’Internazionale nera, arricchita dei colori blu dell’atlantismo, bianco del clericalismo vaticano, rosa dei rinnegati di sinistra, dalla tavolozza del falso si proietta sempre sulla tela dell’inganno con gli stessi metodi e con lo stesso tempismo: ovvero, ogni volta che bisogna coprire verità scomode emergenti, o impedire lo smottamento di imposture sbugiardate. Ad un documento vero si risponde con uno inventato ad arte; a vere responsabilità criminali nazifasciste e imperialiste, si oppongono improbabili responsabilità del campo sovietico, inquinando o decontestualizzando, scambiando i deceduti per cause fisiologiche legate al contesto bellico, con i fucilati e i massacrati in spregio ad ogni legge di guerra. Ora, è vero che Kirov, rispetto a Katyn, si trova in una zona fuori dalle operazioni belliche della Grande Guerra Patriottica e mai cadde in mano nazista; pertanto, sembra ardito ipotizzare un’operazione di falsificazione totale. Tuttavia, se è vero che, come hanno ampiamente dimostrato Iljukhin, Mukhin e altri ancora, timbri fasulli e vari ammennicoli da laboratorio alchemico della falsificazione son serviti a storici ed archivisti di obbedienza gorbacioviana e eltsiniana per fabbricare patacche sulla storia del periodo staliniano, delle “purghe” e della Grande Guerra Patriottica, perché non pensare che, anche attorno a cadaveri che vengono ancora una volta riscoperti e strumentalizzati ad “orologeria”, non vi sia un sottile, insidioso gioco improntato, come sempre, alle tonalità del macabro? A Timisoara, nel 1989, dei deceduti per cause naturali furono additati al mondo come vittime del fantomatico massacro compiuto dalla Securitate. Anche in quel caso, la bravura di alcuni giornalisti d’inchiesta, veri e propri reporter d’assalto, smascherò la montatura… A Kirov, sta andando forse in scena lo stesso copione? E se ci trovassimo, invece che dinanzi a resti di soldati deceduti da prigionieri, peraltro per cause non imputabili all’URSS, bensì all’occupante nazifascista, alle ceneri di militari o civili, travestiti da militari, uccisi come a Leopoli, poi portate lontano per centinaia di chilometri, in uno scenario ben congegnato da menti raffinatissime, per rendere più credibile l’esistenza di “vittime dell’NKVD”? Si spiegherebbe così il clamore dei revisionisti per foto aeree, vere o presunte, attestanti l’assenza di fosse comuni piene di cadaveri sui luoghi di tremendi massacri nazifascisti, narrati in decine e decine di libri, come Babi Jar, ad esempio. Ipotesi? Sì, ipotesi, ma è anche da queste che si deve partire, per contrastare le menzogne anticomuniste ed antisovietiche e per ribadire un’elementare verità: la storia non è la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, ma è l’arena nella quale gli sfruttati combattono gli sfruttatori, i nemici dell’umanità, i tiranni e gli assassini. Ieri a Stalingrado, Leningrado e in mille altri fronti; oggi in Siria e lungo i tanti meridiani del globo.
In questo quadro, la difesa dell’eredità storica sovietica non è un’esercitazione da cimelio museale, ma un’attualissima necessità, per i comunisti, i democratici, i progressisti veri. La memoria di ciò che è stato glorioso per il movimento operaio, di ciò che ha contribuito al suo avanzamento, è sempre e costantemente sotto attacco da parte di chi vuol far tornare indietro le lancette della storia e sa che, per far ciò, occorre in primis distruggere riferimenti ed esempi che parlano all’oggi più di quanto non ci raccontino il passato. Mai dimenticare questo!soviet-russian-propaganda-posters-ww2-second-world-war-005Riferimenti
Jacek Wilczur: “Le tombe dell’ARMIR” (Arnoldo Mondadori Editore, 1967)
AA.VV: “L’URSS nella Seconda Guerra Mondiale” (Edizioni CEI, 1966)
Jurij Mukhin: “Katinskij detektiv” (Svetoton, 1995)
Associazione Stalin: “La strage di Katyn, una menzogna anticomunista
Grover Furr (tradotto da Guido Fontana Ros): “La versione ufficiale del massacro di Katyn confutata?” Noicomunisti.

Gli italiani arruolati da Soros nella guerra in Ucraina

Soros guida la politica degli USA sull’Ucraina
Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 30/08/2016Istituto-affari-internazionaliCirca 2500 documenti interni, per lo più in Microsoft Word, Excel, Power Point e pdf della rete di organizzazioni non governative Open Society Foundation (OSF) di George Soros, ottenuti dal gruppo “DCLeaks”, mostra come Soros e i suoi consiglieri dominano la politica degli Stati Uniti verso l’Ucraina fin dal colpo di Stato del 2014 che, sostenuto da Soros e amministrazione Obama, spodestò il presidente ucraino democraticamente eletto Viktor Janukovich e il suo governo. I documenti di Soros descrivono come OSF e Fondazione Rinascimento Internazionale di Soros (IRF), con sede al 46 Artema Street di Kiev collaborano con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti dalla cosiddetta rivoluzione colorata “euromaidan” del 2014, per garantirsi che l’Ucraina non sia federalizzata. Oltre a George Soros (identificato come “GS” nei documenti trapelati), altri coinvolti nella pianificazione del colpo di Stato ucraino erano l’ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev Geoffrey Pyatt, David Meale (consigliere economico di Pyatt); Lenny Benardo (OSF), Evgenij Bistritskij (direttore esecutivo dell’IRF), Aleksandr Sushko (presidente dell’IRF), Ivan Krastev (Presidente del Centro studi liberali, un’operazione d’influenza di Soros e governo degli Stati Uniti a Sofia, Bulgaria), Sabine Freizer (OSF) e Deff Barton (direttore dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) in Ucraina). L’USAID è un canale della Central intelligence Agency. Soros era presente alla riunione post-golpe del 21 marzo 2014 riguardante il sostegno degli Stati Uniti alla “Nuova Ucraina”. Un documento descrive la “Nuova Ucraina” come cruciale per “rimodellare la mappa europea, offrendo la possibilità di tornare all’essenza originale dell’integrazione europea”. Soros sosteneva le sanzioni contro la Russia per aver rifiutato di riconoscere il governo golpista di Arsenij Jatsenjuk, che comprendeva neonazisti, e respingeva l’Ucraina federale per concedere l’autogoverno alla regione russofona del Donbas. In effetti, Soros pose il veto a una proposta di Pyatt di negoziare la proposta avanzata dal Ministro degli Esteri russo che avrebbe garantito l’autonomia all’Ucraina orientale, nell’Ucraina federale. Soros respinse la proposta perché riteneva che avrebbe concesso alla Russia troppa influenza sull’Ucraina. Anche se l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici Victoria Nuland non partecipò alla riunione del 21 marzo, era vicina a Pyatt e Jatsenjuk che chiamava affettuosamente “Yats”. Alla fine, l’amministrazione Obama respinse l’Ucraina federale e diede pieno appoggio all’unilateralismo del presidente ucraino Petro Poroshenko e al suo burattinaio Soros.
GettyImages-154993776-640x480Non dovrebbe sorprende che all’inizio di quest’anno, Pyatt sia andato via da Kiev per fare l’ambasciatore ad Atene. Un documento di Soros prevede la necessità di combattere la “Russlandversteher”, “la comprensione della Russia”, in tutta Europa, in particolare in Grecia, data la storia di stretti rapporti culturali e religiosi con la Russia. Il documento dell’OSF di Soros richiede uno sforzo concertato in Grecia per influenzare l’opinione pubblica contro la Russia e a favore del governo golpista ucraino. Propose un’operazione di propaganda anti-russa e pro-ucraina diretta a giornali, 10 “enti audiovisivi” (TV e radio), 6 siti internet in Grecia e “circa 50 opinion leader” presenti sui social network greci. I giornali greci presi di mira dalla campagna anti-russa di Soros erano Kathimerini, Avgi, Ta Nea, Vima, Efymerida Syntakton, Eleutherotypia, Proto Thema e Rizospastis. La Camera di Commercio Greco-Russa di Atene fu presa di mira dalla propaganda di Soros. Operazioni d’influenza dei media governativi simili a quelle anti-russe e pro-ucraine furono proposte per Italia, Spagna e Francia. Il ragionamento era contrastare qualsiasi movimento a sostegno dello status quo ante in Ucraina tramite SYRIZA, Podemos e Movimento 5 Stelle in Grecia, Spagna e Italia. Tale strategia di Soros veniva indicata come “mappatura del dibattito”. Cercando d’influenzare la politica greca in Ucraina, Soros e la sua banda di ONG sostenevano l’allargamento dell’Unione europea a Ucraina e Turchia, adesioni che non è nell’interesse di alcun Paese membro dell’UE. Alta priorità fu data anche all’integrazione della Moldova nelle strutture dell’UE. Il tema generale di molti documenti di Soros è che al centro della “Russlandversteher” vi sono i sentimenti “anti-americani”. I sindacati europei sono individuati dalla banda Soros come al centro delle opinioni “anti-americane” in Europa. Alcuni partiti politici sono individuati, tra cui Fronte Nazionale in Francia, Jobbik ungherese, Partito olandese della Libertà (PVV) e UK Independence Party (UKIP), indicati da Soros come “PRR” o “populisti radicali di destra”. Politici tedeschi filo-russi sono indicati nei documenti di Soros e includono gli ex-cancellieri Gerhard Schröder, Helmut Kohl e Helmut Schmidt; il ministro-presidente del Brandenburgo Matthias Platzeck; i leader di Die Linke Gregor Gysi, Sahra Wagenknecht e Katja Kipping e l’ex-sindaco di Amburgo Klaus von Dohnanyi. Soros, che s’è fatto le ossa in Ungheria come collaborazionista della Gestapo nazista e dei fascisti ungheresi delle Croci Frecciate, preferisce scrivere “le liste di proscrizione” coi nomi dei suoi avversari.
Yatsenyuk-Soros45 Il grado di sostegno finanziario, logistico e in altre forme di Soros ai golpisti ucraini nel 2012, due anni prima della rivolta di euromaidan, è degno di nota. OSF ed affiliati fornirono edifici, uffici, computer, software, internet a banda larga, videoconferenza, auto, viaggi negli Stati Uniti e altro materiale per la rivolta di euromaidan. Tutto in collaborazione con le ambasciate di Stati Uniti e Svezia a Kiev, USAID, Carnegie Endowment, Agenzia per lo sviluppo internazionale svedese (SIDA) e National Endowment for Democracy (NED) della Central Intelligence Agency. Giornalisti investigativi furono reclutati dalla banda Soros per recarsi in Ucraina e inviare articoli approvati dagli agenti di Soros prima della pubblicazione. Un importante collaboratore di Soros e Stati Uniti nella propaganda ucraina fu identificato in Hromadske Television, scelta per il suo lavoro nel contrastare “la propaganda russa”. Un documento di Soros contiene la seguente raccomandazione: “selezionare giornalisti dei 5 Paesi target (Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia) e offrirgli lunghi soggiorni in Ucraina. Piuttosto che specificare cosa scrivere gli si dovrebbero dare suggerimenti sugli articoli; ci riserviamo il diritto di veto su storie che pensiamo controproducenti. Suggerimento di entrare in collegamento diretto con i giornalisti per decidere se d’interesse”. Il documento di Soros ammette anche che tale approccio “al giornalismo indipendente è scorretto e può danneggiare la nostra credibilità presso i giornalisti”. La gente di Soros propose un “firewall” tra Soros e gli articoli dei giornalisti sull’Ucraina. L’organizzazione di Soros propose che “un terzo ricevesse la concessione e agisse da intermediario, editore, controllo di qualità ecc. IRF (Fondazione Rinascimento Internazionale) dovrebbe svolgere un ruolo più diretto in tale iniziativa, sottolineandone le origini in Ucraina”. L’organizzazione di Soros decise di usare il “PIJ” o “giornalismo d’interesse pubblico”, per una collaborazione volta a diffondere la propaganda sull’Ucraina. Vi sono numerosi giornalisti nel mondo che hanno venduto professionalità e credibilità al diavolo accettando lo stipendio da Soros per diffondere la propaganda sua e della CIA. Uno di essi, citato come porta acqua al mulino di Soros, è Huffington Post-Germania, nota collaborazione di Burda, casa editrice di destra in Germania. Altre pubblicazioni tedesche che Soros vede favorevolmente nel sostenere la linea anti-russa in Ucraina sono Frankfurter Allgemeine Zeitung, Frankfurter Rundschau, Die Welt, Süddeutche Zeitung, Tageszeitung, Spiegel e Junge Welt. Criticati da Soros erano Neues Deutschland e Freitag, citati come troppo amichevoli verso la Russia e anti-ucraini.
I documenti di Soros identificano un editorialista del giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung come finanziato da Soros per assumere un “assistente per la ricerca” per promulgare propaganda pro-Ucraina. Altri sul libro paga anti-russo di Soros e che scrissero articoli di propaganda sull’Ucraina includevano i ricercatori dell’Istituto di Studi Internazionali di Barcellona, della Chatham House di Londra e dell’Istituto Affari Internazionali in Italia. I propagandisti citati dalla banda di Soros chiedevano l’espulsione della Russia dal G8, supporto militare della NATO e adesione alla NATO dell’Ucraina e sanzioni contro la Russia. Un documento confidenziale di Soros del 12 marzo 2015 rivela che l’ex-comandante militare della NATO, l’anti-russo amico di Bill e Hillary Clinton Wesley Clark, oltre al generale polacco Waldemar Skrzypczak, consigliavano Poroshenko su questioni militari verso la Russia. Il documento cita Soros come “avvocato auto-nominatosi della Nuova Ucraina”. Soros è uno dei più stretti consiglieri e finanziatori di Hillary Clinton. I documenti trapelati descrivono come Clinton Global Initiative e Soros Foundation collaborino nel minare la sovranità delle nazioni nel mondo, anche in Europa. E che tale rapporto dovrebbe pesare su ogni elettore statunitense l’8 novembre.o-GEORGE-SOROS-facebookLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sulle tracce di Trebitsch-Lincoln, triplo agente

Bernard Wasserstein, NY Times 8 maggio 1988
Bernard Wasserstein insegna storia alla Brandeis University, è l’autore di The Secret Lives of Trebitsch Lincoln.

Trebitsch-Lincoln, il 10 ottobre 1919

Trebitsch-Lincoln, il 10 ottobre 1919

Non posso dire quando ho sentito parlare di Trebitsch-Lincoln. Era uno di quei tipi, noti ai loro tempi, che affondarono rapidamente nel dimenticatoio dopo la loro morte, e a volte appaiono brevemente nelle note storiche. Credo che il profilo della bizzarra storia di Trebitsch-Lincoln mi fu raccontato alcuni anni prima a Gerusalemme dal direttore dell’Encyclopedia Judaica, Geoffrey Wigoder, la cui conoscenza enciclopedica di tali sentieri storici è senza pari. Da lui sentì, con incredulità, della nascita nel 1879 di Ignácz Timoteo Trebitsch in una piccola città di provincia dell’Ungheria, delle sue conversioni dal giudaismo a varie sette del cristianesimo e poi al buddismo, dei suoi vagabondaggi dall’Ungheria alla Cina, dell’adozione del nome Lincoln (il primo di più di una dozzina di nomi di battaglia), della sua elezione alla Camera dei Comuni inglese e della sua attività di spia tedesca in entrambe le guerre mondiali. Ma, nonostante la natura fantastica del racconto, poco ne rimase nella mia memoria se non il vago ricordo di un uomo in qualche modo coinvolto in qualcosa di scandaloso (…)
MPUn tardo pomeriggio dell’agosto 1984 rimasi imprigionato nella Bodleian Library dell’Università di Oxford per le forti piogge, un evento non insolito a Oxford ad agosto. Non avendo nulla da fare, ed essendo troppo tardi per ordinare altri libri, navigai tra i testi estremamente noiosi che il bibliotecario della Bodley metteva a disposizione sullo scaffale aperto. L’occhio mi cadde sui circa cento volumi rossi e verdi dell”’Indice della corrispondenza generale del Ministero degli Esteri”, letteratura, in ogni caso, adatta per uno storico in un pomeriggio piovoso. Per dei meccanismi psicologici che non mi sono ancora chiari, decisi di cercare il nome Trebitsch-Lincoln. Iniziai a leggere in attesa che la tempesta passasse. Questo più di tre anni fa, e la tempesta non è ancora passata. Cercando a caso m’imbattei nelle voci su Trebitsch quasi ogni anno, tra il 1921 e il 1938. Queste erano spesso di natura piccante, ed allettanti per la loro brevità. Così la voce 1923: “LINCOLN, Trebitsch (alias Patrick Keelan) attività connesse con la deputazione cinese del generale Ludendorff nelle relazioni sino-tedesche”, o del 1924 ‘‘LINCOLN, Trebitsch (alias Trautwein) vende presunti falsi piani militari tedeschi alle autorità francesi”. Quando passai ai volumi sugli anni ’30, l’arena delle attività sembrò cambiare. 1931: “divenuto prete buddista“. 1937 “attività di propaganda giapponese”. 1938 “attività in Tibet”. Alle 19:00 la biblioteca chiudeva e fui cacciato sotto la pioggia. In bicicletta riflettei sul significato dei frequenti cambiamenti di nome, spostandosi apparentemente dall’Europa all’Estremo Oriente e sull’appariscente combinazione di intrighi religiosi e politici. Mentre ci pensavo in quel fine settimana, mi sembrò opportuno ritenere l’uomo un colorito ma secondario truffatore e avventuriero. Ma la settimana dopo, trovandomi nel Public Record Office (l’archivio nazionale inglese) di Kew, decisi di controllare i dossier del Foreign Office per scoprire se le voci sensazionali dell’indice fossero riflesse nei documenti del governo. La lunga esperienza con tali materiali (molti dei quali triturati dalle “mondine” del governo, la cui capacità distruttiva avrebbe fatto vergognare anche il Tenente-Colonnello Oliver North) mi insegnò ad essere molto scettico sul trovare qualcosa. Con mio grande stupore scoprì che le voci dell’Indice erano la punta dell’iceberg enorme della documentazione governativa inglese su Trebitsch-Lincoln, risalente al 1906. Il contenuto, tuttavia, non placò la mia curiosità. Se non altro, aumentò la mia perplessità, aprendo una finestra in un mondo su attività cospirative esotiche e contorte, tanto che sembrava impossibile distinguere la verità da voci, propaganda o guerra psicologica.
Tornai ad Oxford più perplesso che mai, perplesso sul motivo per cui molti governi s’interessarono a costui per più di tre decenni, chiedendomi se davvero valesse la pena perdere tempo per scoprirne qualcosa. Decisi di bandire Trebitsch-Lincoln dalla mia mente fin quando una seconda scoperta casuale mi sprofondò nei suoi affari. Ancora una volta accadde alla Bodleian Library, dove ero tornato con l’intenzione di dedicarmi alle miei vocazioni scientifiche più convenzionali. Passando un giorno nella sala di lettura del Duca Humphrey, il cuore della biblioteca, mi capitò di ricordare di aver letto da qualche parte che la Bodleian aveva appena acquisito l’archivio di qualche società missionaria; Trebitsch, mi ricordai, fu brevemente missionario in Canada al volgere del secolo. Feci delle indagini e finì dritto verso l’orribilmente brutto edificio della Nuova Bodleian, dove erano conservate moderne carte storiche. Fu un gran colpo lungo. Dopo tutto, centinaia di società missionarie erano esistite e sembrava improbabile, per non dire altro, che qualsiasi documentazione su un missionario oscuro che operò per breve tempo a Montreal, nel 1900, dovesse spuntare ad Oxford otto decenni più tardi. Trovai che i documenti della Società di Londra per la promozione del cristianesimo tra gli ebrei erano da poco stati depositati nella Nuova Bodleian ed erano disponibili ai lettori. La società aveva mantenuto una sezione canadese, di cui alcuni fasci di carte erano ancora esistenti. Con mio grande stupore scoprì che includevano un resoconto dettagliato ed estremamente circostanziato della breve carriera nella società del “reverendo IT Trebitsch”. Questi documenti contemporanei davano un quadro vivido dei suoi wrestling spirituali, nonché di alcune prime irregolarità finanziarie della sua vita. Per la prima volta capì che avevo cominciato a penetrare la cortina rocciosa e magniloquente dietro cui Trebitsch, nella sua successiva carriera di spia, nascose il suo vero sé. È vero, tali carte da sole non sono davano la chiave del mistero della sua personalità. Ma mi convinsero che vi era un problema di psicologia storica utile da dipanare. Ciò che in un primo momento era curiosità divenne vero e proprio interesse; e alla fine, devo confessare, ebbi un’ossessione virtuale nel strappare via il velo che avvolgeva la verità su Trebitsch.
md19115127774Nel successivo anno passai da storico a detective, spulciando archivi, affliggendo bibliotecari e facendo domande in più di una dozzina di Paesi. Potei convincere le recalcitranti autorità ungheresi a mettermi a disposizione i dati della polizia di Budapest che rivelarono la precoce carriera di Trebitsch quale criminale minorile. Utilizzando le misere disposizioni del Freedom of Information Act, ottenni centinaia di fotocopie dei fascicoli di FBI, CIA e altre agenzie di intelligence statunitensi. Una scappatoia alle leggi inglesi molto più severe che disciplinano l’accesso ai documenti ufficiali, mi permise di vedere i dossier chiusi del Ministero degli Interni (tra cui certe carte di Scotland Yard e MI5) riguardanti Trebitsch. Così potei costruire un quadro autentico e verificabile della sua vita, sicuramente la più straordinaria vita nella storia dello spionaggio moderno. Ma un aspetto fondamentale continuava a sfuggirmi. A parte un paio di frammenti raccolti dagli archivi dell’Accademia drammatica di Budapest, possedevo poche informazioni attendibili sulla giovinezza di Trebitsch. Come potevo spiegare il suo successivo sviluppo senza un qualche esame delle influenze formative sul personaggio, dalla famiglia e dall’ambiente primitivo? Per un certo periodo ignorai tali problemi, confortandomi con l’ariosa licenza di Evelyn Waugh (nella sua autobiografia, ”A Little Learning”) sulla nozione comune che gli eventi della prima infanzia determinano la vita adulta. Sarebbe davvero utile, dopo tutto, sapere se Freud sapesse andare in bagno a un anno, se Einstein fosse lunatico a 2 anni, o che il piccolo Niccolò Machiavelli manipolasse senza scrupoli i suoi compagni di gioco a 3 anni? Anche se tali informazioni fossero disponibili, sarebbe un rischioso approccio che cadrebbe nella trappola del senno del poi, dando un falso significato ad eventi banali solo per via di una connessione superficiale coi caratteri da adulto? Tuttavia, tale lacuna mi dava fastidio e persi tempo a colmarla. Accadde che corrispondessi per qualche tempo con John Greppin, un esperto di linguistica armeno che insegna alla Cleveland State University in Ohio. Il tema della nostra corrispondenza era l’etnografia degli zingari palestinesi. Nell’ottobre 1984, quando ebbi un’assegnazione temporanea a Gerusalemme, scrissi a Greppin per fornirgli qualche informazione banale sugli zingari locali. Nel frattempo, scoprì che un fratello di Trebitsch-Lincoln era emigrato intorno al 1910 dall’Ungheria negli Stati Uniti e si era stabilito a Cleveland, dove fondò un giornale socialista ungherese. Altro non sapevo, ma pensai che valesse la pena chiedere a Greppin se non fosse possibile rintracciare eventuali discendenti di quest’uomo che potessero ancora vivere a Cleveland. Cosa Greppin (che non ho mai incontrato) fece con tale strana richiesta non lo so. Ma evidentemente era una persona tollerante dalle rare risorse. Per giro di posta seppi che a Cleveland infatti viveva una donna, di 80 anni, nipote di Trebitsch-Lincoln. Non solo rispose alle mie tante domande, ma anche molto generosamente mi diede la copia di un manoscritto su suo padre, suo zio e la famiglia Trebitsch che scrisse quando era studentessa al college negli anni ’20. Un po’ più tardi una coincidenza non meno miracolosa mi aiutò ulteriormente. Una sera, in un concerto al Teatro di Gerusalemme, incontrai la mia vecchia amica Elizabeth Eppler, un’autorità sulla storia degli ebrei d’Ungheria, da poco stabilitasi a Gerusalemme. Quando le dissi che stavo scrivendo un libro su Trebitsch-Lincoln, rispose pescando dalla borsetta l’indirizzo di un altro suo nipote, di ’90 anni, la cui figlia, mi disse, era stata una delle sue più grandi amiche. Disse anche che viveva a Londra un’altrettanto venerabile nipote di Trebitsch. Quando tornai nel Regno Unito poco dopo, ebbi il piacere d’incontrare queste persone. Entrambe ricordavano lo zio con notevole precisione e chiarezza. Dato che l’avevano conosciuto bene (e nel caso della nipote aveva anche lavorato con lui durante la breve carriera di promotore di una compagnia petrolifera rumena), la loro testimonianza fu preziosa. Inoltre, grazie a loro fui presentato alla nipote di Trebitsch che, durante il pranzo nel suggestivo ristorante che lei e suo marito dirigono a Greenwich, mi diedero le informazioni più cruciali.
BuddhistCombinando le nuove prove datemi dai parenti di Trebitsch con quello che già sapevo da altre fonti, potei tentare di tracciare almeno i contorni di un resoconto dell’infanzia e dell’adolescenza, e delle sue prime esperienze nell’odissea ribelle da adulto. La mia ricerca su Trebitsch Lincoln mi portò ancora più lontano dalla mia solita strada. Non mi aspettavo, quando vedi per la prima volta il nome di Trebitsch nella Bodleian Library, che un anno dopo sarei finito sommerso dai registri della Special Branch della Polizia Municipale di Shanghai, per non parlare che tali documenti avrebbero completato l’insieme fondamentale degli indizi che mi permisero finalmente di svelare il mistero di Trebitsch-Lincoln. Scoprii esattamente come passò da una vita di studente bohemien a Budapest a una missione presbiteriana a Montreal; come fu eletto deputato liberale nel Parlamento inglese a Darlington; come le sue speculazioni sul petrolio rumeno furono un disastro; come defraudò i suoi benefattori inglesi e divenne un agente doppio (o meglio triplo) durante la prima guerra mondiale; come fuggì negli Stati Uniti, dove fu arrestato e come evase dal carcere di Brooklyn, sconcertando ed esasperando la polizia eludendo la cattura, come sfacciatamente insultò e sfidò i suoi aspiranti carcerieri dalla stampa di New York; come tornò in Europa, dove apparve quale membro del governo golpista di destra del tedesco Wolfgang Kapp, nel 1920; come incontrò il giovane Hitler, che si era precipitato da Monaco di Baviera per partecipare al putsch; come, dopo il crollo del colpo di Stato, riunì reazionari tedeschi, ungheresi e russi per formare l”’internazionale bianca”, un equivalente di destra della Terza Internazionale di Lenin dedita alla causa rivoluzionaria nel mondo; come poi tradì i suoi complici cospiratori fuggendo in Cina, dove fu nominato abate di un monastero buddista, sprofondando tra gli intrighi politici in Tibet e Cina del nord; e come, infine, nell’ultima e più straordinaria fase della sua vita, riemerse dalla penombra inquietante della guerra, questa volta nella Shanghai occupata dai Giapponesi, nel vecchio ruolo di agente segreto dei nazisti e dei giapponesi. Al di là della storia picaresca di un uomo che poteva confondere David Lloyd George, J. Edgar Hoover e Heinrich Himmler, cercai di raggiungerne una piena comprensione. Il nucleo del mistero mi sembrava l’enigma della vita interiore di Trebitsch. A chi, se c’era, andava la sua lealtà? Chi fu davvero? Con quale coscienza continuò a lavorare per l’Asse mentre il figlio veniva torturato dai giapponesi a Java e il fratello assassinato ad Auschwitz? Sulla base delle mie tante fonti ho potuto ricostruire questa dimensione nascosta della personalità per spiegarne l’illusione messianica che alla fine l’inghiottì.
La parte finale della vita di Trebitsch-Lincoln fu dominata da un grave psicosi maniaco-depressiva che produsse fasi di tristezza, pessimismo e paranoia che si alternarono da una parte con onnipotenza, superiorità, euforia, esaltazione gregaria dall’altra. Il ciclo di stati d’animo si tradusse in periodi di ritiro monacale e di disperazione, seguiti da fasi maniacali di iperattività, pretese profetiche e follie compulsive da grandeur politica. La sindrome maniaco-depressiva messianica è la chiave per spiegare la vita di Trebitsch-Lincoln, ed in particolare del legame tra la sua visione interna del mondo e la realtà. Ma non può essere semplicemente liquidato come un pazzo. Al contrario, la cosa notevole di lui, e commento più eloquente sul mondo in cui viveva, è che poté operare su un piano di razionalità apparente durante la carriera di truffatore. In caso contrario, come poté essere eletto al Parlamento inglese? Come poté essere nominato membro del governo tedesco? Come poterono i vertici della gerarchia buddista della Cina accettarlo tra loro con affetto e orgoglio? Durante la seconda guerra mondiale, anche il massimo agente della Gestapo in Estremo Oriente, il Colonnello delle SS Joseph Meisinger (un nazista convinto che fu giustiziato nel 1947 per crimini di guerra e che si vantava di non fidarsi di nessuno, ”A volte ho anche dubbi su di me!”), accettò le pretese fantastiche di Trebitsch con una credulità ingenua. Meisinger raccomandò l’assunzione di Trebitsch nella sua rete di agenti e fu coinvolto in una polemica sulla questione coi vertici dell’apparato della sicurezza nazista a Berlino. Lungi dall’essere uno svantaggio, la specifica forma di follia di Trebitsch lo fece andare avanti nel mondo dei grandi dittatori, un mondo in cui la follia aveva un ascendente su grandi porzioni di umanità. Trebitsch-Lincoln morì a Shanghai nell’ottobre 1943. Tuttavia, anche nella morte, conservò la capacità di stupire, e suppongo sia possibile possa ancora uscire dalla tomba nel cimitero municipale di Shanghai, sotto forma di cassetta con carte postume, che contraddicano tutto ciò che ho scoperto su di lui. Fermo restando una vaga possibilità, capì, alla fine delle mie ricerche, che le mie indagini d’archivio e la mia caccia spietata ai testimoni, insieme ad alcuni eccezionali colpi di fortuna, avevano reso accessibile l’approccio alla vera storia di un falso messia.

Trebitsch-Lincoln a Belrino nel 1932

Trebitsch-Lincoln a Berlino nel 1932

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora