Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Le nove caratteristiche della guerra che l’occidente attua contro i regimi non allineati e perché la Russia risponde
Rostislav Ishenko RIA Novosti,  – Russia Insider

L’autore è un famoso ex-analista politico e diplomatico ucraino costretto ad emigrare in Russia dopo il colpo di Stato di Majdan. È un editorialista dell’Agenzia di Informazioni Internazionale “Rossija Segodnja”

0a7f3677084a3e7aIl Ministero della Difesa della Russia ha tenuto una conferenza sulla sicurezza internazionale il 27-28 aprile 2016. Ho partecipato a un comitato sulle ‘rivoluzioni colorate’. Qui le mie opinioni.
Primo punto è che il problema ha iniziato ad interessare i militari (rappresentanti dei ministeri della Difesa di decine di Stati hanno preso parte alle discussioni) dimostrando come le ‘rivoluzioni colorate’ sono ormai considerate non una minaccia interna che interessa i servizi speciali e la polizia, ma come aggressione militare estera.
Secondo punto è che le rivoluzioni colorate sono un elemento della moderna guerra ibrida, di attualità dato che lo scontro tra superpotenze nucleari è impossibile a causa della distruzione reciproca assicurata. Tuttavia, sono ancora considerati scenari da guerra nucleare limitata o da confronto militare senza armi nucleari. Le rivoluzioni colorate sono la risposta allo stallo politico derivante dal principio che la guerra è uno strumento inammissibile per risolvere i problemi politici. Le spese politiche e morali di uno Stato che avvia l’azione militare si sono rivelate superiori ai benefici materiali e politici nel controllare il territorio nemico, anche se la preponderanza dei mezzi permette di vincere nel più breve tempo possibile e quasi senza perdite. La Blitzkrieg è inutile, per non parlare delle campagne prolungate.
Terzo punto, un cambio di regime colorato non avviene dove c’è una situazione rivoluzionaria classica, ma dove una potenza estera è interessata a controllare uno Stato, impossibile senza interferenze estere. Se il cambio di regime colorato viene attivato, significa che il Paese è oggetto di un’aggressione. Identificare l’aggressore di solito non è un problema, tuttavia è impossibile dimostrarne l’intenzione aggressiva (non importa quanto evidente) nel quadro del diritto internazionale. L’aggressore spiega il suo intervento palese negli affari interni dello Stato vittima come gesto umanitario per proteggere i diritti umani. Secondo gli accordi di Helsinki (nel quadro della CSCE diventati norma per OSCE e ONU) la protezione dei diritti umani non è esclusivamente un affare interno.
Quarto punto, l’aggressore deve legittimare le sue azioni di fronte la comunità internazionale. Perciò di solito cerca di avere un mandato per l’intervento occulto da Nazioni Unite e OSCE, o almeno crea una coalizione internazionale con alcuni Paesi per mascherare l’aggressione come rimozione di un ‘regime impopolare’.
Quinto punto, ciò impone vincoli su quale Stato possa utilizzare le rivoluzioni colorate. Lo Stato aggressore dovrebbe avere la superiorità militare non solo assoluta sullo Stato-vittima, ma dovrebbe avere la capacità politica e diplomatica per garantirsi una base giuridica internazionale per l’intervento.
Sesto punto, come ogni operazione militare, una rivoluzione colorata va attentamente pianificata e preparata. Vi sono diverse opzioni, a seconda del livello di resistenza dello Stato vittima. Capitolazione o tradimento della élite sono ideali. Sono meno costosi e le risorse dello Stato-vittima, tra cui sistema politico e gerarchia amministrativa, possono essere utilizzate immediatamente dall’aggressore a proprio vantaggio geopolitico. Quando le élite nazionali non si arrendono senza condizioni, vengono utilizzate le “proteste pacifiche”. Le élite ostinate sono costrette a cedere il potere ai colleghi più accomodanti quando ‘le pressioni della piazza’ creano un dilemma: lasciare volontariamente o cercare di reprimere le proteste a rischio di vittime innocenti ‘che fanno apparire il regime sanguinoso e dittatoriale’, con accuse di ‘brutalità della polizia’ inducendo la ‘perdita di legittimità’. Se la pressione pacifica non funziona, la strategia passa dopo poche settimane o mesi (a seconda della situazione e della resistenza del regime) al cambio di regime armato. Il regime verrà costretto a scegliere tra capitolazione e decine e anche centinaia di morti inevitabili. Insieme alla possibilità di “proteste pacifiche” e assalto armato, lo Stato aggressore organizza l’isolamento politico e diplomatico dello Stato-vittima. Se l’occupazione armata della capitale non riesce, si passa alla guerra civile dichiarando il regime illegittimo, sostenendo i ‘ribelli’ fornendogli aiuti politici, diplomatici e militari. Infine, se la guerra civile raggiunge lo stallo o i ribelli iniziano a perdere, si passa all’aggressione palese (sotto forma di aiuti umanitari). L’opzione morbida si limita a stabilire no-fly zone e fornire armi ai ribelli (anche pesanti). L’opzione più aggressiva coinvolge le forze segrete estere sul terreno, con ‘volontari’ o forze speciali.
Settimo punto, nonostante il carattere ufficialmente pacifico della rivoluzione colorata, il successo è garantito dalla presenza di forze armate dietro diplomatici e giornalisti, che se necessario possono sopprimere la resistenza delle élite nazionali decise a combattere fino alla fine. Questa opzione è stata attuata in Iraq, Serbia, Libia, fallendo solo in Siria, dove le risorse, anche militari, della seconda superpotenza sostengono il governo legittimo del Paese. La situazione passa da rivoluzione colorata a palese scontro politico e militare tra superpotenze, come nelle guerre di Corea e Vietnam. Ciò implica l’eliminazione della preponderanza politica, diplomatica, economica, finanziaria e militare dell’aggressore sullo Stato vittima, con il conseguente:
Ottavo punto, le rivoluzioni colorate non possono essere fermate consolidando l’élite dello Stato vittima o con la disponibilità della struttura di potere a fare il proprio dovere (prima o poi finisce), o dall’opera dei media nazionali (soffocata dalle maggiori capacità tecnologiche dell’aggressore). La disponibilità dello Stato vittima a resistere all’aggressione è condizione necessaria ma non sufficiente a bloccare la rivoluzione colorata. Ciò avviene solo con il sostegno all’élite dello Stato vittima di una seconda superpotenza in grado di affrontare l’aggressore a parità di condizioni in tutti gli aspetti e campi e con ogni mezzo. Quindi, il conclusivo
Nono punto, le moderne rivoluzioni colorate sono operazioni distinte nel confronto globale tra superpotenze. Corea, Vietnam e altre guerre coinvolsero gli stessi elementi del confronto tra URSS e USA in territori esteri. Le moderne rivoluzioni colorate sono un tipo di guerra ibrida che rientra nel confronto tra Russia e Stati Uniti. Non si tratta della guerra come estensione della politica con altri mezzi (secondo Clausewitz), ma del sistema colorato estensione della guerra con altri mezzi. Tale guerra è iniziata molto prima che la riconoscessimo tale, con le sconfitte degli anni ’90. Ma abbiamo risposto con successo negli ultimi due anni.gal_6894Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aleppo, Stalingrado della Siria?

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 6 maggio 201613131357In un messaggio a Vladimir Putin di felicitazioni per il Giorno della Vittoria della Russia, il Presidente siriano Bashar al-Assad paragonava i combattimenti presso Aleppo a Stalingrado, che cambiò le sorti della Seconda Guerra Mondiale. E’ una metafora potente per la psiche russa, tornare a casa con la vittoria della guerra siriana nei campi di battaglia di Aleppo è d’obbligo e non prevede compromessi. (Sputnik) Assad ha inviato il messaggio lo stesso giorno in cui l’accordo USA-Russia che estende la tregua siriana al teatro di Aleppo entrava in vigore. Damasco insiste che si tratti solo di un cessate il fuoco di 48 ore. In effetti, i rapporti iraniani evidenziavano che l’Esercito arabo siriano ed Hezbollahsostenuti da caccia e unità di artiglieria russi” continuano le operazioni ad Aleppo occidentale, respingendo i combattenti estremisti. D’altra parte, Washington è ansiosa d’interpretare l’accordo con Mosca su Aleppo nell’ambito del cessate il fuoco in tutto il Paese. Ma il cessate il fuoco è possibile in una situazione in cui i gruppi estremisti (esclusi dal cessate il fuoco) liberamente si confondono con i cosiddetti gruppi di opposizione moderati? Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha riconosciuto tali difficoltà: “Si vuole sperare il meglio: è ciò che si desidera da parte russa e, probabilmente, dei nostri colleghi statunitensi. Allo stesso tempo, ci sono le complicate confusioni tra terroristi ed opposizione (ad Aleppo) che naturalmente rendono la situazione potenzialmente molto fragile”. Inoltre, i motivi con cui Washington lusinga Mosca sul cessate il fuoco ad Aleppo sono anche dubbi. Subito dopo il cessate il fuoco ad Aleppo, iniziato alle 01:00 ora locale, Voce d’America finanziata dal governo statunitense accusava il Cremlino di politica “cinica” sulla Siria volta a rendere la Russia “pari” agli Stati Uniti: “La campagna in Siria della Russia è anche ampiamente vista quale mossa cinica del Cremlino per ritornare sulla scena mondiale dopo più di un anno di condizione da paria per l’occidente, per l’annessione della penisola della Crimea e l’aggressione militare all’Ucraina… Ma mentre la Russia mantiene una notevole influenza su Damasco, non è chiaro quanta Mosca sia disposta a utilizzarne per fermare l’ambizione di Assad di conquistare (Aleppo) e tutta la Siria”. (VoA)
Chiaramente, il messaggio di Assad a Putin (resa pubblico a Damasco) si rivolge anche a Washington. Teheran non ha espresso alcun parere finora sull’accordo USA-Russia su Aleppo, ma l’incontro tra l’influente uomo di Stato iraniano Ali Akbar Velayati con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah a Beirut è suggestivo. Qual è il piano di Washington? La questione è che la politica in Siria dell’amministrazione Obama è in un vicolo cieco, e il segretario di Stato John Kerry probabilmente cerca di guadagnare tempo. Un dispaccio del Wall Street Journal qui, rivela la totale contraddizione politica: “Il destino dei ribelli moderati della Siria è fondamentale per gli sforzi statunitensi… Se i ribelli smettono di combattere o si uniscono ai gruppi estremisti islamici che combattono il regime, gli Stati Uniti perderanno la leva per plasmare risultati ed alleati della guerra contro lo Stato islamico. Alcuni capi ribelli vicini agli Stati Uniti avvertono che la situazione di stallo diplomatico e i rinnovati attacchi aerei contro le zone da loro controllate spingerebbero la gente nelle braccia degli estremisti, tra cui al-Nusra affiliata ad al-Qaida. Nel nord-ovest della Siria… i ribelli moderati occupano territorio assieme ad al-Nusra e dicono di essere costretti a coordinarsi e a condividere le scarse risorse con esso, soprattutto quando sono tutti sotto attacco dal regime ed alleati. Nusra e sei gruppi ribelli nel nord della Siria hanno detto questa settimana che avrebbero ristabilito un centro di comando congiunto… l’opposizione di al-Nusra ai colloqui di pace a Ginevra è gradita ai ribelli… La maggior parte è riluttante a combattere al-Nusra perché è pieno di gente dalle loro città e villaggi”. (WSJ)
A dire il vero, Washington è furiosa per la ‘sfida strategica’ di Assad. Ha condannato il messaggio a Putin, secondo cui l’obiettivo è la vittoria finale ad Aleppo. Il portavoce del dipartimento di Stato statunitense Mark Toner ha detto: “Chiediamo alla Russia d’affrontare con urgenza questa affermazione del tutto inaccettabile. E’ chiaramente il tentativo di Assad di sostenere la sua agenda, ma spetta alla Russia affermare l’influenza su quel regime per mantenere la cessazione delle ostilità“. Il Cremlino deve rispondere al messaggio di Assad. Ma Putin ha tenuto una videoconferenza con la filarmonica dell’Accademia di Stato Marinskij che ha tenuto un concerto a Palmyra (recentemente liberata dallo Stato Islamico). La decisione del Cremlino di ordinare il concerto a Palmyra è un suggestivo richiamo alla grande Sinfonia N°7 su Leningrado di Dmitrij Shostakovich, del 9 agosto 1942, potente simbolo della resistenza della Russia e straordinaria sfida alle forze di Hitler che avevano circondato la città intente a farne morire di fame la gente. (Spectator) Naturalmente, Washington ed alleati non possono aver alcun dubbio sul fatto che Aleppo potrebbe rivelarsi il punto di svolta nel conflitto siriano, decisivo come Stalingrado nella Seconda Guerra Mondiale. (Reuters) Solo Putin avrebbe saputo trasmettere un messaggio sottile a Washington (e a Damasco) ordinando il concerto con la Ciaconna di Bach, la Sinfonia No. 1 di di Sergej Prokofiev e il Cotillion di Rodion Schedrin, sullo sfondo delle antiche rovine di Palmira. (Kremlin)liRluYgzWkn7mHHRf1pveOS4Ke6Df3Ae

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espansione della NATO fino alle isole Curili

Svetlana Gomzikova, Svpressa, 04/05//2016 – Southfront1998x1393La cancelliera tedesca Angela Merkel ha cercato di convincere il Giappone ad aderire alla NATO. Come riportato dalla TASS, il giornale The Japan News, del maggiore conglomerato mediatico del Giappone noto come Yomiuri Shimbun, se ne usciva con questa storia. Secondo il giornale, la proposta fu fatta nel marzo 2015, quando la cancelliera tedesca visitò la “terra del sol levante” incontrando il Primo ministro Shinzo Abe a Tokyo, 7 anni dopo l’ultima visita. Merkel avrebbe invitato il Giappone ad unirsi all’alleanza del Nord Atlantico rassicurando Abe che sarebbe stato facile “convincere” il primo ministro inglese Cameron e il presidente francese Hollande, e che non ci sarebbero state obiezioni. Secondo The Japan Times, il capo di Stato giapponese avrebbe risposto nella migliore tradizione della diplomazia orientale, “per non essere scortesi”, che “si trattava di una possibilità futura”. Resta inteso che l’adesione del Giappone alla NATO interferirebbe con i negoziati con la Russia per la conclusione di un trattato di pace formale della Seconda guerra mondiale e per risolvere la disputa territoriale sulle isole Curili. È importante notare che la “fuga” s’è verificata prima della visita di Shinzo Abe in Russia e del suo incontro con il Presidente russo Vladimir Putin in programma il 6 maggio a Sochi. La domanda è, era una coincidenza? “Ho seri dubbi che tale conversazione riportata nella pubblicazione giapponese abbia effettivamente avuto luogo”, commentava il direttore dell’Istituto russo di analisi politica Aleksandr Shpunt. “Dobbiamo ricordare che la NATO è un’alleanza del Nord Atlantico. Anche l’inclusione della Turchia fu abbastanza controversa, e fu giustificata solo dal fatto che parte del territorio della Turchia si trova in Europa. Pertanto, l’adesione del Giappone, o per esempio, dell’Australia, altro importante partner strategico dell’occidente, è semplicemente impossibile. Merkel lo sa bene, ed ovviamente tale conversazione non avrebbe avuto luogo. Inoltre, sarebbe strano se tali trattative riguardanti un nuovo possibile membro della NATO siano condotte dai tedeschi piuttosto che dagli statunitensi, che controllano la NATO“.

SP: Ma potrebbe Merkel aver svolto tale missione, forse per volere di Washington?
“Penso che sia del tutto impossibile. Invece, avrebbe potuto essere una conversazione sulla possibile cooperazione giapponese con la NATO. Vi sono molti esempi di tale tipo di collaborazione come Israele e la Finlandia”.

SP: Ma il Giappone, come è noto, fa parte del programma “Global Partnership” della NATO, assieme ad Australia, Corea del Sud, Iraq e molti altri Paesi…
“Voglio dire che non basterebbe. Non è probabile che si parli di qualcosa di serio. Cosa c’è di più, il Giappone ha il suo accordo bilaterale con gli Stati Uniti. Questo patto di difesa mantiene sostanzialmente la presenza militare degli Stati Uniti nel Pacifico. Vi ricordo che gli Stati Uniti rifiutarono di creare un blocco militare nel Pacifico, optando invece per accordi bilaterali; hanno questa metafora, ‘mozzo e raggi’, dove il mozzo sono gli Stati Uniti e i raggi gli alleati Giappone, Corea del Sud, Finlandia e Australia… Sulla prossima visita di Abe in Russia, è senza dubbio importante ma difficilmente risolverà il problema delle isole Curili. Va preso in considerazione altro”.

SP: Che vuol dire?
“Va considerato che Abe è il più militarista primo ministro giapponese nella storia del dopoguerra. Parla spesso di come il bilancio della difesa giapponese sia solo l’uno per cento del PIL. Tuttavia, in primo luogo è già di più. Abe ha saltato l’ostacolo anche se non è un grande aumento della spesa, ma è stata una decisione simbolica. In secondo luogo, è l’uno per cento di un enorme economia. Oggi, il bilancio militare del Giappone è pari a quelli della Francia e superiore a quello della Germania. La scorsa settimana, il Giappone ha fatto decollare il nuovo caccia di quinta generazione ed è il quarto Paese dopo Stati Uniti, Cina e Russia, nella tecnologia stealth. L’esercito giapponese, almeno secondo gli esperti militari, è uno degli eserciti più promettenti del 21° secolo. A differenza, ad esempio, dell’Arabia Saudita, che spende molto per la difesa, il Giappone è una potenza ad alta tecnologia e non si limita a comprare armi dagli Stati Uniti; ne produce, come il caccia X-2 appena citato, che è giapponese. L’ambizione militare del Giappone, in un modo o nell’altro, si proietterà nella politica”.

SP: In che modo? Le forze armate giapponesi sono ancora ufficialmente chiamate forze di autodifesa…
“Prima di tutto, affronta la Cina sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale. In secondo luogo, vi è un forte raffreddamento delle relazioni con la Corea del Sud. Il Giappone non ha mai avuto un particolare rapporto stretto con questo Paese, ma oggi raggiunge quasi la crisi. E in terzo luogo, tenta di costruire un nuovo formato nelle relazioni con gli Stati Uniti in cui il Giappone avrebbe un ruolo più serio. Visto sotto questa luce, la notizia è fondamentalmente un test per esporre alla società giapponese nuove idee. La conversazione è finta, è solo un tentativo di scoprire come la società giapponese reagirebbe al rafforzamento dei legami con la NATO. Difficilmente ciò avrebbe effetti diretti sulla visita di Abe in Russia. Anche se, come ho già detto, è il primo ministro più militarista della storia del dopoguerra, non pesa sul rapporto con la Russia. Le relazioni di Tokyo con Mosca non sono a livello di minacce e provocazioni militari”.

SP: A proposito, l’ordine del giorno della prossima riunione di Sochi è abbastanza neutro. Rapporti ufficiali suggeriscono che le due parti prevedono di discutere l’opportunità della cooperazione nel commercio e nella sfera umanitaria, nonché varie altre questioni internazionali. Significa che le questioni sensibili non saranno toccate?
“Preciso. Questa è la posizione di Abe: è inutile discutere di questioni per le quali non esiste una risposta politica. In questo momento le isole contese con la Cina sono molto più importanti per il Giappone che le isole contese con la Russia. Le isole del Mar Cinese Meridionale sono un problema che va risolto immediatamente. Le isole contese con la Russia certamente possono aspettare. La Russia già fa ciò che va fatto. Vi ricordo che la nostra Flotta del Pacifico aumenta più velocemente di tutte le altre flotte. In secondo luogo, vi è il trasferimento delle basi dei sottomarini strategici dal Primorye alla Kamchatka. Questo è un fattore molto importante, aumentando la sicurezza delle basi ed ampliando la zona d’impiego, soprattutto lungo le coste americane. Sì, il rafforzamento militare del Giappone va monitorato, ma non significa che domani il Giappone attaccherà le isole Curili. In questo momento non vedo nemmeno una ragione politica per farlo. Il capo del Dipartimento economico e politico del Centro Giappone dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’IMEMO, Vitalij Shvidko, ha anche espresso dubbi sulle “offerte allettanti” di Merkel: “Sono voci. Nella logica generale e nello stile delle interazioni tra questi leader, un dialogo simile appare assai improbabile”. Un’altra cosa è che in realtà non vi è desiderio di eccitare l’atmosfera politica con tali sensazionalismi dubbi, per qualsiasi motivo. E chiaramente, potrebbe essere collegato con la prossima visita di Abe. Vi sono alcuni, anche in Giappone, che ritengono che sia un passo ingiustificato. Non la chiamerei provocazione, più probabilmente voci sentite solo da coloro che sono pronti a crederle. Va detto che in questi ultimi anni il rapporto russo-giapponese non è cambiato in modo significativo, né in meglio, né in peggio. Vi sono delle aspettative da entrambe le parti non ancora soddisfatte, perché le condizioni della parte russa e della parte giapponese sono diverse. Si spera che un compromesso sia raggiunto su questioni più delicate. Per ora, tuttavia, non vi è alcuna indicazione che ciò accada al più presto.A prototype of the first Japan-made stealth fighter X-2 Shinshin, formerly called ATD-X, takes off to mark it's maiden flight in Nagoya Airfield, also known as Komaki Airport, in Toyoyama town, Aichi prefecture, JapanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nucleare in Giappone: una ripida salita

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 22/04/2016Tomari_Nuclear_Power_Plant_01Sono passati cinque anni dal disastro nucleare della centrale nucleare giapponese di Fukushima Daiichi. Le conseguenze del disastro ancora interessano fortemente il Giappone. La catastrofe ha quasi messo fine all’uso dell’energia nucleare in Giappone, dato che il pubblico ha espresso timore e diffidenza verso le centrali nucleari rimanenti in Giappone, sia operative che in costruzione. In base a tale pressione il governo giapponese non ha avuto altra scelta che fermare tutti i reattori esistenti per condurre un controllo approfondito sulla loro sicurezza. Inoltre, la costruzione dei nuovi reattori ha avuto una brusca frenata. Tuttavia, ci sono sempre più voci che suggeriscono che il Giappone dovrebbe abbandonare completamente l’uso del nucleare, passando all’utilizzo degli idrocarburi, raggiungibile solo nel 2030. Ma una volta che panico ed emozioni sono passati si è avuto modo di comprendere che il Giappone è un Paese con una grande popolazione dalle esigenze energetiche immense. Dato che non ha risorse naturali, difficilmente può permettersi di voltare le spalle al nucleare relativamente a buon mercato. Una volta che le centrali nucleari hanno cessato la produzione di elettricità nel 2012, il Giappone ha subito sperimentato le spiacevoli conseguenze di tale decisione, tra cui il calo della produzione e suo trasferimento all’estero provocando immediatamente la caduta del PIL. Ciò non sorprende, dato che vi erano 54 reattori operativi in Giappone prima del disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che producevano il 30% dell’energia elettrica consumata dal Paese. Inoltre, era previsto che gli impianti nucleari coprissero il 40% del fabbisogno energetici del Giappone entro il 2020. Le centrali nucleari sono state costruite in Giappone per decenni e molta speranza era legata alla spinta che avrebbero potuto dare all’economia giapponese. Particolare attenzione fu prestata all’introduzione della tecnologia dei neutroni veloci, permettendo di riutilizzare il combustibile impoverito e di produrre solo una piccola quantità di rifiuti. Inoltre, il governo spese molto per convincere la popolazione che l’energia nucleare era relativamente sicura. Si può solo immaginare la perdita che l’economia giapponese ha sostenuto dopo la chiusura di tutte le centrali nucleari. Quando lo shock sull’energia è passato e le conseguenze economiche cominciarono a cumularsi, il governo giapponese cominciava gradualmente ad abbandonare l’intenzione di chiudere tutti i reattori nucleari. La dura verità è che il Giappone non può permettersi uno sviluppo senza l’energia nucleare, almeno finché le fonti di energia rinnovabili non saranno utilizzabili. Il governo giapponese ha annunciato ufficialmente nel 2013 che non abbandonava l’uso degli impianti nucleari, portando alla graduale ripresa dell’economia. Eppure, non c’è dubbio che questa amara esperienza ha insegnato alle compagnie nucleari giapponesi a prestare maggiore attenzione alla sicurezza. Negli anni in cui tutti i reattori erano fermi, le compagnie li sottoposero ad una serie di controlli installando ulteriori dispositivi di sicurezza per impedire che terremoti, tsunami e altri disastri naturali provochino massicci danni alle strutture. Le cause dell’incidente di Fukushima Daiichi sono accuratamente studiate e le informazioni ottenute dagli scienziati giapponesi nel corso dell’indagine sono disponibili gratuitamente alla comunità internazionale. Dopo un’attenta valutazione dei rischi, il Giappone ha iniziato l’apertura delle centrali nucleari nel 2014 e ha proceduto alla costruzione di nuove centrali nucleari. Entro la fine del 2015, due reattori erano pienamente operativi presso la centrale nucleare di Sendai, mentre altri cinque sono stati autorizzati ad avviarsi. Pur decidendo il riavvio della centrale nucleare di Sendai, le autorità locali hanno chiarito che il motivo principale della decisione era l’alto costo del carburante tradizionale, il gas liquefatto. Tuttavia, hanno assicurato il pubblico che l’impianto ha superato tutti i test e può sostenere l’impatto di ogni futura catastrofe naturale.
Dall’inizio del 2016 si è parlato di riavviare il reattore autofertilizzante veloce sperimentale di Joyo in riparazione dall’incidente del 2007. Prima, solo un singolo reattore autofertilizzante era operativo nel Paese, la centrale nucleare di Monju, chiusa nel 2015. L’uso di reattori autofertilizzanti veloci non è semplicemente una questione economica, ma anche politica. A causa della cessazione dell’utilizzo, il Paese ha accumulato un eccesso di plutonio, quasi 50 tonnellate alla fine del 2014, provocando preoccupazioni nella comunità internazionale, dato che il plutonio può essere utilizzato per la produzione di armi nucleari. La Cina ha espresso profonda preoccupazione sul tema nella 70.ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando i rappresentanti di Pechino dichiaravano che il Giappone ha abbastanza plutonio per produrre 1350 testate nucleari. Secondo la stampa cinese, il primo ministro giapponese Shinzo Abe condivide certe idee dell’estrema destra e potrebbe adottare drastiche misure per aumentare la capacità di difesa del Giappone. Tuttavia, la Cina non è l’unica interessata. Nel 2014, gli Stati Uniti chiesero che il Giappone restituisse il plutonio acquistato da Washington negli anni ’60-’70. Il Giappone ha soddisfatto la richiesta nel 2016, ma comunque ha ancora molto plutonio a disposizione. Così, il riavvio dei reattori autofertilizzanti veloci è fondamentale per ripristinare la reputazione del Giappone agli occhi delle altre nazioni. È un altro motivo per cui il Giappone non può abbandonare l’energia nucleare. E’ ovvio che la decisione non è presa alla leggera dal Giappone, dato che è associata a rischi considerevoli. Il Paese ancora lotta contro le conseguenze del disastro nucleare di Fukushima Daiichi ed è una lotta dura. Nel novembre 2015, Tokyo ospitò la conferenza sulle tecnologie nucleari russe, dove i rappresentanti giapponesi dichiaravano che la loro nazione non possiede sufficienti risorse e tecnologie per superare le conseguenze del disastro. Pertanto, il Giappone si rivolse alla Russia per aiuti, molto probabilmente a causa delle crepe lunghe 500 metri comparse nel muro protettivo di Fukushima Daiichi, progettato per evitare che l’acqua contaminata fluisca nell’oceano. La Russia non ha fatto attendere il Giappone a lungo e lo stesso giorno della conferenza il Vicedirettore di Rosatom, Kirill Komarov, dichiarava che la società è pronta ad offrire supporto al Giappone nel superare le conseguenze del disastro nucleare, oltre a permettergli di spegnere le centrali nucleari insicure. In realtà, la cooperazione russo-giapponese nell’energia nucleare ha una lunga storia, e dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi i legami si sono rafforzati. Per esempio, nel 2014 le compagnie russe sono state scelte per ripulire le acque radioattive presso Fukushima Daiichi. Il Giappone ha ancora una lunga e difficile strada davanti a sé. Deve far fronte alle conseguenze del disastro nucleare per garantire la sicurezza ambientale, mentre allo stesso tempo deve preoccuparsi della sicurezza energetica. La Russia può aiutare il Giappone ad adempiere ad entrambi gli obiettivi, dando modo di sviluppare le relazioni bilaterali tra Russia e Giappone.20120220JAIF-StatusNPP-JapanDmitrij Bokarev, politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: nuova era di cooperazione militare

Rusplt, Southfront, 04/05/2016235513872Il 27-28 aprile Mosca ha ospitato la Quinta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza cui partecipavano circa 500 rappresentanti delle Forze Armate di oltre 80 Paesi, aderenti anche ad organizzazioni come ONU, OSCE, CIS, CSTO e CICR. I temi principali erano la lotta al terrorismo, la sicurezza nella regione Asia-Pacifico, i rapporti Russia-Europa e la cooperazione militare. La Repubblica islamica dell’Iran era rappresentata dal Ministro della Difesa e Logistica delle Forze Armate Hossein Dehghan, in visita su invito del Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shojgu. Dopo il messaggio del Presidente Vladimir Putin e il discorso Shojgu, i capi della delegazione ospiti presentavano la posizione del proprio Paese sulle questioni regionali e internazionali, come anche nel caso del Ministro della Difesa iraniano. La retorica iraniana da diversi anni rimane invariata. Dehgan ha accusato le autorità di Paesi regionali ed extra-regionali di fornire aiuto finanziario, tecnico-militare e logistico a gruppi terroristi e radicali che operano in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen. In particolare, l’Iran ha accusato Stati Uniti, “regime sionista” (Israele) e Arabia Saudita di supportare il terrorismo. Da un lato può sembrare che Dehgan non abbia detto nulla di nuovo e sensazionale. Ma d’altra parte forse è la posizione costruttiva e coerente di Teheran la chiave del successo della politica estera dell’Iran nella regione e nel mondo. Fin dall’inizio della “primavera araba” e della guerra in Siria, l’Iran ha accusato gli stessi Paesi di favorire il terrorismo, mentre l’occidente (Stati Uniti ed Europa) e le monarchie arabe hanno accusato l’Iran di finanziare il terrorismo, di avere un piano per la bomba nucleare e d’interferire negli affari interni di altri Stati. Ma da un paio di anni è chiara al mondo la prova inconfutabile delle armi inviate dall’occidente alla cosiddetta opposizione armata in Siria, delle attività economiche del SIIL nel settore petrolifero e nella vendita dei costosi oggetti d’antiquariato dei musei della Siria. La stessa posizione è tenuta sullo Yemen, dove c’è una guerra all’ombra del conflitto siriano. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’Iran aveva la stessa politica, ma una retorica tagliente e un principio con cui l’occidente creò l’immagine di un Iran aggressivo. Dopo l’elezione, Hassan Rouhani cambiò retorica e prese provvedimenti per la soluzione dei conflitti, ma la posizione di Teheran sulla sicurezza rimane la stessa, a differenza dell’occidente. Nel periodo del caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato ogni anno posizione. Washington ha visto come nemico Iran, Russia, Bashar al-Assad e infine SIIL. Grazie alla posizione coerente dell’Iran sulla questione della lotta al terrorismo e della sicurezza in Medio Oriente, generalmente coincidente con la posizione di Mosca, Vladimir Putin, nell’aprile dello scorso anno firmò un decreto per la ripresa delle forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all’Iran. Inizialmente, l’Iran aveva bisogno degli S-300 per proteggere gli impianti nucleari a Natanz, Bushehr, Arak, perché nello spazio aereo su tali strutture l’Iran aveva abbattuto vari droni israeliani (Harop, cosiddetti “drone kamikaze” che si autodistruggono con una bomba interna), poi impiegati sul confine iraniano dall’Azerbaigian nella “guerra di quattro giorni” contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2-5 aprile. Oggi la gamma di minacce s’è ampliata notevolmente, visto il successo del coinvolgimento dell’Iran nel conflitto in Siria, Iraq, Yemen, rivelatosi irritante per occidente e Paesi del Golfo Persico (Stati membri (UAE, Qatar, Arabia Saudita) del Consiglio di cooperazione Golfo (GCC)).
La fine delle sanzioni economiche contro Teheran ha permesso di espandere la cooperazione tecnico-militare che i ministri della Difesa dell’Iran e della Federazione russa sottolineavano. Le parti hanno sottolineato l’importanza di rafforzare e sviluppare la cooperazione tecnico-militare tra i due Stati e d’intensificare ulteriormente la lotta al terrorismo. Dehgan definiva la cooperazione militare tra Iran e Federazione russa un “modello di successo” nei rapporti. La visita della dirigenza iraniana era definita inizio di una “nuova era” della cooperazione militare. I prerequisiti furono il viaggio di Sergej Shoigu a Teheran lo scorso anno, e la visita del Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani a Mosca e, naturalmente, la fornitura degli S-300. A questo proposito, si pongono varie domande. Perché con il potente sostegno militare della Federazione Russa, non contribuisce all’adesione dell’Iran alla CSTO? O forse vi è la possibilità di creare una nuova organizzazione? Forse l’Iran può agire da garante della sicurezza in Medio Oriente? Queste domande trovano risposta dall’esperto russo su Iran e Medio Oriente, docente alla RAD Anton Evstratov: “La CSTO è dominata dalla Russia, ma il problema principale dell’inclusione dell’Iran nell’organizzazione era lo status di Stato paria dalle sanzioni del 2012 e, in senso più ampio, dalla rivoluzione del 1979. All’Iran non è ancora permesso acquistare alcuni tipi di armamenti, e alcuni politici e militari sono nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite e non possono ufficialmente lasciare i confini del proprio Paese. Qual è poi il potenziale della cooperazione militare nel quadro dei blocchi politico-militari? Allo stesso tempo la Russia ha iniziato il processo di attualizzazione della cooperazione militare con Teheran, anche per aumentare la popolarità nella Repubblica islamica dell’Iran, nell’ambito della lotta per uscire dall’isolamento sollecitato dall’occidente, nel panorama geopolitico post-conflitto ucraino. Un’altra domanda è la cooperazione militare in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove l’Iran ha bisogno della Russia; ma è stata quest’ultima che ha inviato il maggior numero di consiglieri militari, e sono le sue truppe che guidano le operazioni più complesse, inviando anche dei generali che hanno sollevato la scarsa preparazione al combattimento delle Forze Armate siriane. Vi hanno formato un blocco militare de facto, a cui, oltre l’Iran si è unito “Hezbollah” e, con qualche riserva, anche il governo iracheno. In futuro si potrà parlare di adesione al blocco delle associazioni curde (YPG); ma questo, tuttavia, dipenderà dalla posizione di Damasco. L’Iran ha un enorme impatto sulla popolazione sciita di Iraq, Siria, Libano, Yemen e Stati del Golfo, mentre cerca di raggiungere la stabilità nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. La Repubblica islamica dell’Iran cerca di risolvere i problemi economici e sociali e di adempiere alla modernizzazione, e non è interessata a conflitti ai confini e nella propria sfera di influenza, ma al momento è costretta, anche se senza successo, a combattere. Forse la cooperazione con la Russia è la chiave per l’adempimento graduale degli obiettivi iraniani, ma dobbiamo capire che combattere insieme la minaccia salafita e affrontare gli Stati Uniti sono un obiettivo comune, ma a livello globale Teheran e Mosca hanno ancora interessi divergenti nella regione. La ricerca di un compromesso a lungo termine è necessaria per entrambi i Paesi, se si desidera una seria cooperazione, ma se si è memori delle differenze nel passato sulle questioni economiche, vi è ancora un percorso accidentato da fare“.
La guerra imposta all’Iran, la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e i decenni successivi hanno dimostrato che Teheran può garantire la sicurezza anche per l’intera regione. Oggi è coinvolta in quasi tutti i conflitti regionali, e si offre anche di mediarne uno dei più difficili, il conflitto del Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia). Avere un alleato dalla posizione netta e che non può essere assoggettato alla pressione di Stati più potenti, è un vantaggio per qualsiasi Paese.235522992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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