Sul monumento ad Alessandro III

Kremlin, 18 novembre 2017Vladimir Putin ha preso parte alla cerimonia d’inaugurazione del monumento allo zar pacificatore Alessandro III. Il monumento è stato eretto nel parco di Livadia, in Crimea. Il monumento è un dono dell’Unione degli artisti russi. L’autore della composizione scultorea è lo scultore Andrej Kovalchuk, capo dell’Unione degli Artisti del Popolo della Russia. Il monumento è stato eretto nel parco del Palazzo Livadia, dove l’imperatore Alessandro III amava risiedere con la famiglia. Il monumento in bronzo alto quattro metri è stato forgiato in una fabbrica negli Urali. Alessandro III si presenta seduto su un tronco d’albero, in uniforme e appoggiato sulla spada, con un bassorilievo alle spalle sormontato da un’aquila a due teste. Dopo la cerimonia, il presidente ha avuto una breve conversazione con i residenti e i giovani.

Vladimir Putin: amici,
Oggi qui in Crimea, nel famoso Palazzo Livadia, sveliamo un monumento ad Alessandro III, statista e patriota eccezionale, uomo di resistenza, coraggio e volontà incrollabile. Ha sempre sentito una tremenda responsabilità personale per il destino del Paese: ha combattuto per la Russia nei campi di battaglia, e dopo essere diventato sovrano, fece tutto il possibile per il progresso e il rafforzamento della nazione, proteggerla dalle turbolenze, dalle minacce interne ed estere. I contemporanei lo chiamavano Zar Pacificatore. Tuttavia, secondo Sergej Vitte, concesse alla Russia 13 anni di pace non cedendo, ma con decisa ed incrollabile fermezza. Alessandro III difese direttamente e apertamente gli interessi del Paese, e questa politica assicurò la crescita dell’influenza e dell’autorità della Russia nel mondo. Il potenziale industriale del Paese crebbe dinamicamente, mentre fu adottata un’innovativa legge sul lavoro a tutela dei diritti dei lavoratori, una legge che era molto più avanzata di quelle in molti altri Paesi. Nuove fabbriche e stabilimenti si aprivano, nuovi settori industriali nascevano e le ferrovie si espandevano. Fu un decreto dello zar che avviò la costruzione della Grande Strada Siberiana, la Transiberiana, risorsa della Russia da oltre un secolo. Alessandro III iniziò anche un importante programma per la modernizzazione dell’esercito. Furono attuati ampi programmi di costruzioni navali, anche per la Flotta del Mar Nero. Credeva che uno Stato forte, sovrano ed indipendente debba affidarsi non solo sul potere economico e militare, ma anche sulle tradizioni; è fondamentale per una grande nazione preservare la propria identità mentre qualsiasi avanzata è impossibile senza il rispetto di propria storia, cultura e valori spirituali. Il regno di Alessandro III fu definito epoca del risveglio nazionale, con vera elevazione dell’arte, pittura, letteratura, musica, educazione e scienza russe, al momento di tornare alle nostre radici e patrimonio storico. Fu sotto Alessandro III che la bandiera bianco-blu-rossa venne largamente utilizzata come bandiera nazionale, ora diventata uno dei principali simboli dello Stato del nostro Paese.
Alessandro III amava la Russia e ci credeva, e oggi svelando questo monumento rendiamo omaggio alle sue azioni, ai suoi successi e ai suoi meriti, dimostrando il nostro rispetto per la storia continua del nostro Paese, per le persone di ogni ordine e classe sociale che hanno servito con serietà la Patria. Ho fiducia nelle generazioni attuali e future, che faranno del loro meglio per il benessere e la prosperità della Patria, così come fecero i nostri grandi antenati.Grazie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria e Russia chiedono agli USA di andarsene

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2017Con lo SIIL alle corde, il suo capo Abu Baqr al-Baghdadi probabilmente eliminato da un attacco dell’Aeronautica siriana a giugno ad al-Mayadin, e i piani per frantumare la Siria frantumati, il governo di Damasco e il Cremlino hanno inviato chiaramente detto agli Stati Uniti di andarsene dalla Siria, o altrimenti. Ci sono circa 4000 truppe statunitensi in missione di combattimento a sostegno delle milizie curde (con alcuni siriaci/assiri) che dichiarano di combattere lo SIIL. È il piano statunitense di rimanere in Siria a tempo indeterminato per coordinare la lotta alle guerriglie sostenute dall’Iran in appoggio all’Esercito arabo siriano. Questo per far contenti i sionisti nella Palestina occupata e a New York City/DC. Non c’è altra ragione plausibile per tale violazione della sovranità di un altro Paese. Ci si aspetta che gli Stati Uniti sostengano che la loro presenza in Siria sia per autodifesa. Aspettatevi che la bambola dell’anno Nikki “Rhandawa” Haley tiri fuori lo stesso argomento di fronte alla brutale verità della presenza neo-colonialista degli Stati Uniti in Siria. E cosa diranno gli inglesi? Oh, sospetto che si schierino con lo Stato di diritto, visto che tutti gli Stati membri, ad eccezione dell’entità dell’apartheid sionista, prenderanno la stessa posizione. Dopo tutto, gli inglesi hanno perso pazienza e foglie di fico nel loro assalto criminale al governo di uno Stato aderente all’ONU. Se gli Stati Uniti decidono di rimanere nonostante le richieste siriane, l’unica opzione rimasta a Damasco, dopo che il Dottor al-Jafari avrà indicato Haley, è attaccare le forze statunitensi con le milizie filo-iraniane come Hezbollah. Oltre a scavare un altro pozzo nero per le truppe statunitensi, potrebbe anche comportare l’intervento sionista in aiuto dell’alleato yankee nel momento del bisogno; dopotutto, il primo ministro sionista Mileikowski (detto Netanyahu) ha promesso di continuare ad attaccare la Siria per impedire all’Iran di avere una base presso le alture del Golan. Mileikowski, che affronta diverse indagini per corruzione e concussione, ha bisogno di qualcosa per distogliere l’attenzione; e quale modo migliore che portare l’Apocalisse? No, miei lettori, ci stiamo dirigendo verso un disastro di trumpiana grandezza. E se, come fanfanoreggia Trump, è intenzionato a trasformare la Corea democratica in un parcheggio per le Hyundai, sarà molto peggio per il popolo statunitense. E (sbadiglio), se Trump decide di rigettare l’accordo nucleare dell’Iran, allora saremo in piena catastrofe. E tutto questo per gli scarafaggi sionisti.
Russia e Cina si fregano le mani contente, perché ciò preannuncia la loro inesorabile ascesa ai vertici del potere globale. Sanno che gli Stati Uniti non possono combattere una guerra su 3 fronti. Uno scenario del genere produrrà un colpo di Stato a Washington (dimenticate l’impeachment) e si tradurrà nella dissoluzione degli Stati Uniti d’America. Sarà la riedizione di “Sette giorni a maggio”. A meno che il pubblico statunitense non s’interessi e i soldati statunitensi comincino a tornare in sacchi di plastica in numero tale da umiliare la guerra in Vietnam. Di particolare interesse è il nuovo atteggiamento della Turchia nei confronti degli Stati Uniti. Non ci vuole un genio per capire che l’esercito turco si prepara ad aggredire le cosiddette SDF non appena capirà di poterlo fare senza uccidere soldati statunitensi. Ma deve camminare con cautela in questo campo minato diplomatico. L’invasione della Siria è esattamente questo e le ripercussioni internazionali potrebbero essere piuttosto nette. A meno che non riceva assicurazioni da Russia e Cina all’ONU, sarà molto cauto. Questo è un capitolo che va letto con sincero interesse.
Damasco: I terroristi nel Ghuta orientale leggono gli eventi in modo diverso. Ritengono che gli Stati Uniti si ritirino da Siria e Giordania. La debacle ad al-Tanaf è la prova che gli Stati Uniti non hanno il fegato di continuare. Ciò che i ratti non capiscono è che gli Stati Uniti non sono mai stati interessati a dargli potere, erano interessati solo a spodestare il Dottor Assad in modo da impedire che il gasdotto raggiungesse il litorale siriano, il che porterebbe al brusco declino dell’influenza statunitense in Europa. Se gli statunitensi sono nel nord-est della Siria, è solo perché vogliono bloccare l’estensione dell’oleodotto, non incoraggiare i ratti terroristi o l’opposizione dorata, mollati da Washington. E così, vedendo l’evidente, i ratti nel Ghuta orientale sferravano un feroce attacco alla base dell’amministrazione degli autoveicoli dell’Esercito arabo siriano ad Harasta. Il gruppo che si fa chiamare Ahrar al-Sham, aveva attaccato usando tunnel scavati abilmente per sorprendere i difensori. Quello che accadde invece fu la reazione dell’Esercito arabo siriano, improvvisa e ancora più feroce, respingendo l’attacco ed eliminando 36 ratti. L’Aeronautica Militare russa decollava subito per bombardare i tremebondi avvoltoi terroristici.
Hama: Il principale cecchino di “carri armati” del gruppo terroristico che si fa chiamare Jaysh al-Iza, veniva liquidato a nord di Hama. Si diceva che fosse il re dei sistemi missilistici TOW progettati per distruggere blindati e carri armati. Bene, il Sarab-1 sviluppato dalla Siria ha messo fine alla sua “gloriosa” carriera quando il capitano di un carro armato dotato del Sarab aveva “fatto cadere” il proiettile in arrivo. Dato che il terrorista era seduto in una trincea e osservava gli eventi, divenne un bersaglio facile per l’artigliere del T-72 spazzando via la bestiaccia. Come si chiamava il terrorista? Hamud Ahmad al-Hamud.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Turchia non otterrà tecnologia dall’accordo sugli S-400

Ankara dice che dopo l’accordo avrà ancora bisogno dell’aiuto europeo per costruire missili
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 14 novembre 2017

La Turchia non ha ottenuto l’accordo che sperava sui sistemi di difesa aerea S-400 della Russia. So ricordi che quando nel 2013 iniziò a cercare un’arma del genere, la Turchia era molto interessata al Patriot statunitense e all’Aster franco-italiano, ma desiderava trasferimenti di tecnologia per creare dei veri lanciamissili. Fu questa insistenza sui trasferimenti di tecnologia che stracciò gli accordi spingendo la Turchia ad annunciare a sorpresa di aver optato per un’azienda cinese, presumibilmente disposta a condividere la tecnologia. Sembra che non fosse proprio così, perché anche quest’accordo abortì nel 2015. Coi rapporti russo-turchi in disgelo dopo il tentato colpo di Stato ad Ankara nel luglio 2016, i turchi rapidamente iniziarono a discutere un accordo per l’acquisto di missili e tecnologia antiaerea russi, anche se avevano teso un’imboscata e abbattuto un aviogetto militare russo sul confine siriano-turco solo un anno prima, nel novembre 2015. Tuttavia, i russi coerentemente affermarono che sarebbero stati felici di vendere i missili, ma il trasferimento di tecnologia non è realistico. Ciononostante, le parti confermassero all’inizio dell’anno che c’era l’accordo per l’esportazione di S-400, non era esattamente chiaro di che tipo fosse. Presumibilmente due delle quattro batterie S-400 verranno assemblate in Turchia, il che poteva significare che l’operazione comporterebbe trasferimento di tecnologia. I turchi hanno ora chiarito che non è così. Il ministro della Difesa turco affermava che l’acquisto dei missili russi S-400 è “completo”, ma che la Turchia discute un “ulteriore” accordo col consorzio italo-francese EUROSAM per aiutarla a sviluppare il proprio sistema di difesa missilistica. Chiaramente, se anche dopo l’accordo con la Russia la Turchia avrà ancora bisogno di trasferimenti tecnologici da Italia e Francia, significa che non otterrà granché o nulla dai russi.
Il mese scorso il portale russo Gazeta.ru affermò che i sistemi S-400 saranno venduti alla Turchia senza codici di controllo, in modo che il software amico-nemico non possa essere modificato dai turchi. Un’altra cosa, avendo ottenuto molto meno di quanto sperato da Mosca, la Turchia chiaramente controlla se i franco-italiani faranno un’offerta migliore. Qualcosa di simile a ciò che i turchi chiesero nel 2013. Se è così, il trasferimento dell’S-400 potrebbe anche non esserci. Nonostante le assicurazioni dei ministri turchi non è assolutamente possibile che ci siano accordi con russi ed europei. Non c’è modo che gli europei, che hanno già rifiutato di trasferire tecnologia prima che Ankara firmasse l’accordo dell’S-400, aiutino la Turchia a sviluppare missili propri dopo il conferimento dei turchi alla Russia di 2,5 miliardi di dollari per la vendita diretta di armi, questo è l’ultima cosa che devono chiedersi. Se ciò dovesse accadere sul serio, si potrebbe parlare di magistrale finta turca usando Mosca per ottenere quelle concessioni dalla NATO che non potevano ottenere prima. Anche i russi non ne saranno troppo preoccupati, visto che i turchi hanno già dato un acconto. D’altra parte, se EUROSAM non rientra resterà il sospetto che i turchi si siano impegnati a un rigido accordo russo sugli S-400 che inizialmente avevano concepito solo come bluff.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le operazioni ad al-Buqamal

L’8 novembre, l’Esercito arabo siriano accerchiava al-Buqamal, a sud-est di Dair al-Zur, e quindi poche ore dopo, Esercito arabo siriano, Hezbollah e milizie irachene liberavano al-Buqamal, l’ultima roccaforte dello SIIL in Siria, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq.
Il 9 novembre, le forze siriane liberavano la base aerea al-Hamadan e al-Suqriyah, a nord-ovest di al-Buqamal, liberava i villaggi al-Huri e al-Suih, ad ovest di al-Buqamal, e liberavano il campo petrolifero Aqash, a sud di al-Buqamal.
Il 12 novembre, le forze dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di un gruppo dello SIIL sul quartiere centrale di al-Buqamal. Aerei e artiglieria siriani bombardavano le posizioni de SIIL a nord di al-Buqamal, causando gravi perdite ai terroristi, tra cui l’eliminazione di diversi capi islamisti nelle aree occupate. Quando l’Esercito arabo siriano liberava al-Buqamal, veniva accertata la cooperazione diretta tra coalizione degli Stati Uniti e terroristi dello SIIL, quando numerosi gruppo armati islamisti fuggirono da al-Buqamal per il Wadi al-Sabha al confine tra Siria e Iraq. Il comando del raggruppamento russo in Siria inviò due richieste al quartier generale della coalizione degli Stati Uniti per effettuare un’operazione per eliminare i convogli dello SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Gli statunitensi si rifiutarono di attaccare i terroristi perché “si erano arresi volontariamente” in conformità alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Tuttavia, gli statunitensi non risposero alla domanda posta dai russi sul perché i terroristi lasciassero la Siria a bordo di mezzi da combattimento e con armamenti pesanti, per raggrupparsi nei territori controllati dalla coalizione statunitense da cui prepararsi ad attaccare l’EAS presso al-Buqamal. Inoltre, per evitare che i terroristi venissero attaccati dai velivoli russi e siriani, gli aerei statunitensi cercarono d’interferire con le operazioni delle forze aeree russa e siriana. Velivoli statunitensi entrarono per 15 chilometri nello spazio aereo siriano sulla zona di al-Buqamal per impedirle. L’offensiva dell’EAS su al-Buqamal aveva sconvolto i piani statunitensi per imporre il controllo degli Stati Uniti sulla riva orientale dell’Eufrate, mentre i terroristi dello SIIL avrebbero agito col supporto di Stati Uniti e SDF. Furono trovate prove ad al-Buqamal che indicavano che terroristi si erano travestiti anche da miliziani delle SDF. Gli Stati Uniti coprivano i gruppi armati dello SIIL per permettergli di riprendersi, rischierarsi ed intervenire di nuovo su ordine degli statunitensi. Tra l’altro, la BBC rivelava l’esistenza di un accordo segreto tra lo Stato islamico (SIIL) e le forze democratiche siriane (SDF) e Stati Uniti all’inizio dell’ottobre 2017. “La BBC ha scoperto i dettagli di un accordo segreto che ha permesso a centinaia di terroristi e loro famiglie di fuggire da Raqqa, sotto lo sguardo della coalizione anglo-statunitense e delle forze curde che controllavano la città. L’accordo per lasciare che i terroristi sfuggissero da Raqqa, capitale del loro califfato, fu organizzato da funzionari locali, dopo quattro mesi di combattimenti che avevano devastato e spopolato la città“. Circa 3750 terroristi avevano potuto lasciare Raqqa.
Intanto, il 13 novembre, le unità siriane liberavano l’area di Tal Qufran, a sud-ovest di Zabyan, avanzando per 30 chilometri a sud di al-Mayadin. La SAAF bombardava le difese dello SIIL presso al-Buqamal, eliminando numerosi terroristi, inclusi diversi capi che avevano guidato la rioccupazione del quartiere centrale di al-Buqamal, tra cui Hazam al-Barqash, membro della shura dello SIIL, Hani al-Thalji, Abu Manzar Shishani e Abu Muhamad Safi. Il confine tra al-Buqamal e al-Tanaf veniva liberato dalle forze governative irachene e siriane, dopo che le forze irachene liberavano Aqlah Suab e la base al-Qamunat, e le unità siriane le mazrah Wadi al-Suab e Fiz al-Baj.