La Russia punta il pivot in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 17 aprile 2016sergeilavrov153358609_0La Russia ha espresso solidarietà alla Cina in modo inequivocabile per la prima volta, forse, sulla questione del Mar Cinese Meridionale. In un’ intervista congiunta del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ai giornalisti giapponesi e cinesi a Mosca, ha inquadrato la posizione posizione russa rispondendo a una domanda del giornalista cinese in relazione a “tensioni (che) recentemente divampano di nuovo” nel Mar cinese meridionale: “Sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, si procede dalla seguente premessa. Tutti gli Stati interessati devono rispettare il principio del non-uso della forza militare e continuare a cercare soluzioni politiche e diplomatiche reciprocamente accettabili. E’ necessario porre fine a qualsiasi interferenza nei colloqui tra gli Stati interessati e a qualsiasi tentativo d’internazionalizzare queste dispute. Abbiamo dato supporto attivo alla disponibilità di Cina e ASEAN di andare avanti su questo obiettivo. Molti tentativi sono stati fatti (da “soggetti esterni”) per internazionalizzare le questioni relative alla controversia sul Mar Cinese Meridionale… questi tentativi sono controproducenti. Solo trattative guidate da Cina e Paesi ASEAN… produrranno il risultato desiderato, cioè un accordo reciprocamente accettabile”. Pechino naturalmente è felice. Il Ministero degli Esteri si è affrettato a rispondere il giorno dopo: “La Cina parla molto delle osservazioni della Russia. Qualsiasi persona, organizzazione e Paese veramente preoccupata per la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe sostenere la Cina e i Paesi interessati della regione, o i Paesi direttamente coinvolti, precisamente, nella risoluzione delle eventuali controversie con negoziazione e coordinamento… Non è costruttivo che qualsiasi Paese od organizzazione esterno alla regione acuisca la questione del Mar cinese meridionale, riproducendo o provocando tensioni e divisioni tra i Paesi regionali. Chi lo fa, farà deviare la soluzione della questione del Mar Cinese Meridionale dalla strada giusta”. La Cina prende atto particolarmente delle osservazioni di Lavrov subito dopo la dichiarazione del G-7 che criticava implicitamente Pechino con l’accusa di indulgere in “azioni unilaterali intimidatorie, coercitive o provocatorie che potrebbero alterare lo status quo e aumentare le tensioni” sul Mar cinese meridionale (AFP). L’intervista di Lavrov sarà altrettanto gratificante per Pechino con la netta osservazione che sottolinea la determinazione di Mosca nel creare una base navale sulle contestate isole Curili; Lavrov ha detto al corrispondente giapponese (il Giappone rivendica il territorio): “Oggi l’Artico si apre sempre più allo sviluppo economico… L’uso della rotta del Mare del Nord è oggettivamente aumentato… diverrà una rotta molto utile ed efficace per il transito di merci tra Europa e Asia… e noi, come Stato rivierasco, abbiamo una responsabilità particolare nel garantire non solo l’efficienza della rotta, ma anche la sicurezza. E’ essenziale garantire un controllo affidabile ed efficace non solo su zone di mare, ma anche su tutte le coste di queste aree… Questi obiettivi non possono essere raggiunti senza ripristinare le infrastrutture, anche quelle militari, quasi completamente perdute negli anni ’90. Sulle isole Curili, sono i confini orientali della Federazione russa… inutile dire che prevedere misure per rafforzare le infrastrutture militari relative ai territori di confine è naturale per qualsiasi Stato. Questi sono i confini dell’Estremo Oriente del nostro Paese e dobbiamo garantirne la sicurezza. Faremo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo”.
Ancora una volta, questa sarebbe la prima volta, forse, che la Russia ha apertamente collegato l’intenzione di dominare le rotte marittime nella cosiddetta Fossa delle Curili, con le preoccupazioni su regione artica e Passaggio a nord-est in particolare. Al Giappone non va bene perché la Fossa delle Curili si trova al largo delle coste sud-orientali della Kamchatka, parallelamente alle Curili, incontrandosi con la Fossa del Giappone ad est di Hokkaido. Tra l’altro, nel 1875 la Russia cedette le isole Curili al Giappone in cambio della sovranità su Sakhalin, e oggi la Russia sostiene le Curili suo territorio, facendo del mare di Okhotsk (a nord dell’isola giapponese di Hokkaido) un virtuale lago russo. E’ utile ricordare che durante la Guerra Fredda il Mare di Okhotsk fu teatro di intense operazioni della Marina degli Stati Uniti volte a intercettare i cavi di comunicazione sottomarini della Marina sovietica. (Un volo Korean Airlines che deviò nella regione, possibilmente in missione di spionaggio, fu abbattuto in un episodio clamoroso del 1983). Il Mare di Okhotsk fu un enorme bastione per i sottomarini lanciamissili balistici sovietici. Ovviamente, la Russia risorge e ammoderna le infrastrutture e rilancia la Flotta del Pacifico, tra le rivalità con gli Stati Uniti che s’intensificano nella regione artica e nel contesto del pivot in Asia degli Stati Uniti. In realtà, la Russia ha iniziato a rispondere alla crescente presenza militare degli Stati Uniti in Asia nord-orientale con il pretesto di contenere la Corea democratica. (Lavrov, senza mezzi termini ha detto che il problema della Corea democratica non giustifica il dispiegamento del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti in Giappone e Corea del Sud, e che Mosca e Pechino sulla questione condividono le stesse preoccupazioni). Questi nette osservazioni spiegano anche la forte critica di Lavrov al Giappone per l’assenza di una politica estera indipendente e la docilità verso le strategie regionali statunitensi, da partner secondario. Gli analisti statunitensi sempre più ritengono che il trasferimento della Russia di sistemi d’arma avanzati alla Cina faccia parte della contro-strategia russa al pivot in Asia degli Stati Uniti (qui e qui).
Non è chiaro fino a che punto i politici indiani comprendano questi importanti cambiamenti nella geopolitica della regione Asia-Pacifico. Senza dubbio, Washington ha un piano nella rubrica della “stretta di mano strategica” con New Delhi, cioè creare un sistema di alleanze in Asia sotto la guida degli Stati Uniti che comprenda India, Giappone e Australia. Basti dire che gli sforzi persistenti di trascinare l’India nei “pattugliamenti congiunti” con l’US Navy nel Mar Cinese Meridionale e di accedere alle basi militari indiane, ecc., nonché il ritornello che la strategia del Pivot e “lo sguardo a Oriente” dell’India si completino a vicenda (come il segretario alla Difesa degli USA Ashton Carter aveva detto al Premier Narendra Modi la settimana scorsa), vanno nella giusta prospettiva. La linea di fondo è che l’India ne guadagnerebbe identificandosi nella strategia del contenimento degli Stati Uniti contro Russia e Cina. La trascrizione delle dichiarazioni di Lavrov illumina l’epocale cambiamento della politica da grande potenza in Asia nord-orientale derivante dal Pivot in Asia degli Stati Uniti. (Trascrizione)Sakhalin_Island_-_Closer_In.64191638_largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La base navale russa nelle Curili, reazione all”Asia Pivot’?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 04/05/2016950CC7E2-35F5-4BA5-85D9-4BB24A0A6EE6_mw1024_s_nMentre Stati Uniti e Russia continuano a contestarsi il futuro della Siria, nonostante alcuni progressi ragionevoli, la loro concorrenza difficilmente sembra essersi attenuata. Da potenze mondiali continuano a contestarsi la supremazia strategica manovrando per il potere globale. Il ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti ha subito alcune sconfitte, soprattutto la mancata presa sugli alleati di un tempo nella regione, oltre i termini convenzionali di un”alleanza’ strategica. Con gli Stati Uniti incapaci di sconfiggere nettamente i taliban in Afghanistan e di rovesciare Assad in Siria, gli alleati regionali sembrano aver ‘perso’ fiducia nella capacità degli Stati Uniti di proteggerli da qualsiasi potenziale ‘minaccia’ proveniente da Cina o Russia. Nonostante le sconfitte subite nel conflitto in Medio Oriente, gli Stati regionali adottando proprie contromisure difficilmente bloccheranno il ‘Pivot in Asia’. Fino a poco prima, la Russia vi aveva risposto con un basso profilo; Tuttavia, con i militari russi che ottengono un sorprendente successo in Siria e la spinta globale conseguente, la Russia sembra cercare di tradurre il successo rafforzando la propria posizione nella regione con l’unico scopo di contrastare l’espansionismo della NATO. La sua ultima manifestazione si presenta con la notizia della possibile decisione della Russia di costruire una base navale nelle Isole Curili. L’annuncio arrivava dal Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, che forniva alcune informazioni vitali sulle installazioni per la difesa che la Russia costruirà. Secondo lui, missili antinave Bal e Bastjon e droni Eleron-3 saranno dispiegati sulle isole entro la fine del 2016. Sono degli avanzati e ovviamente formidabili sistemi missilistici volti a proteggere basi navali e altre installazioni strategiche russe sulle coste, a difendere le coste nelle aree di sbarco più probabili e imporre il dominio sulle acque territoriali dello Stretto e nelle aree più esposte agli sbarchi, nonché avere il dominio globale sui mari entro una gittata di 300 chilometri. La decisione russa di rafforzare la posizione nella regione ha anche un contesto immediato. In particolare, tale decisione risponde al Giappone che militarizza la cintura di isole che si estende per 1400 km dalla terraferma giapponese a Taiwan. Il balzo della militarizzazione del Giappone è dovuto al ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti. Con il Giappone Stato regionale che continua ad avere fiducia negli Stati Uniti nel rafforzamento militare, gli Stati Uniti fanno di tutto per mutare la politica militare del Giappone del secondo dopoguerra.
Nel settembre 2015 il Senato del Giappone approvava la controversa legge che permette ai militari del Paese d’impegnarsi in combattimenti all’estero in circostanze limitate, un grande cambiamento dopo settant’anni di pacifismo. Il voto 148 a 90 era l’ultimo ostacolo per l’adozione delle misure, che entreranno in vigore nei prossimi sei mesi. La legislazione reinterpreta l’articolo 9 della costituzione pacifista del Giappone post-Seconda Guerra Mondiale, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La reinterpretazione consentirà all’esercito giapponese, noto come Forze di autodifesa, di difendere gli alleati con ruoli limitati nei conflitti all’estero. I sostenitori della legge, tra cui alti funzionari degli Stati Uniti, dicono che il Giappone deve espandere il ruolo delle SDF per contrastare potenziali minacce provenienti da nazioni come Cina, Corea democratica e Russia. In tale contesto, la decisione della Russia di costruire una base navale sulle isole contestate dal Giappone dalla seconda guerra mondiale, è un chiaro segnale della Russia sulla propria posizione non solo nei confronti delle isole, ma anche della regione intera. La legislazione e il sostegno degli Stati Uniti si basano sulla pressione degli Stati Uniti sul Giappone affinché traduca parte delle risorse economiche in forza militare e preparazione ai conflitti limitati. Stati Uniti e Giappone hanno di conseguenza aggiornato il loro trattato di mutua protezione, che obbliga le parti ad usare le armi per sostenere l’altra parte in caso di conflitto, e gli Stati Uniti di conseguenza avviano lo schieramento del sistema di difesa missilistica in Giappone, e forse anche in Corea del Sud. Tale schieramento non è solo volto contro la Russia, ma anche contro la Cina ed è forse per questo motivo che la decisione della Russia di costruire una base navale nel proprio estremo oriente appaia come moltiplicatore di forza della Cina che, da parte sua, cerca di ampliare l’alleanza con gli Stati regionali per contrastare le mosse geo-strategiche degli Stati Uniti. Mentre la strategia della Cina contro il ‘Pivot in Asia’ è in gran parte incentrata sui mari del sud e dell’est della Cina, il grande ingresso della Russia nel gioco regionale è di grande aiuto a Cina ed alleati; e divenendo una seria sfida a Stati Uniti e Giappone, indica esplicitamente a Stati Uniti ed alleati che il ‘Pivot in Asia’ avrà uno spazio di manovra molto limitato nella regione, e di conseguenza aggraverà le preoccupazioni del Giappone sulla forte presenza militare della Russia nel suo estremo oriente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.1128654

La “zona di identificazione della difesa aerea” cinese nel Mar Cinese Meridionale
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 07/04/20166352082895251645253Da metà febbraio la sigla ADIZ ancora una volta appare sulle prime pagine con sempre maggiore frequenza. “Ancora una volta”, perché fu già al centro dell’attenzione nel 2013-2014, per il rischio di un confronto militare diretto tra RPC e l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Orientale (ECS). Questa volta, la stessa sigla viene utilizzata nel contesto di una situazione ancora più problematica nel Mar Cinese Meridionale (SCS), con gli stessi principali attori regionali. La questione riguarda la cosiddetta “Air Defense Identification Zone” (ADIZ) che il Ministero della Difesa della Cina introdusse nel 2013 su una parte considerevole del ECS, ed ora si dice programmi sul SCS. Va notato che la Cina non è il primo Paese ad utilizzare l’ADIZ in una parte dello spazio aereo considerata particolarmente sensibile per la sicurezza nazionale di un dato Paese. Negli anni ’50 gli Stati Uniti introdussero tale zona nei pressi delle proprie coste occidentali quando, secondo l’intelligence, c’era la minaccia (assai esagerata, come si scoprì più tardi) della “rapida crescita della flotta di bombardieri sovietici“. Anche il Giappone ha una propria ADIZ circostante le quattro isole principali e le isole Ryukyu. Va notato che le zone giapponesi e cinesi sul ECS si sovrappongono considerevolmente, compreso lo spazio aereo sulle isole Senkaku/Diaoyutai, la cui proprietà è uno dei punti di tensione nelle relazioni cino-giapponesi. Come regola generale, l’ADIZ si estende a considerevole distanza dal confine dello spazio aereo nazionale e il Paese che l’adotta non può limitarne il sorvolo agli aeromobili stranieri (tra cui aerei militari). L’unica condizione è che gli equipaggi di tali aeromobili informino i servizi a terra del suddetto Paese dell’intenzione di attraversare l’ADIZ. Questa zona non crea alcun inconveniente speciale alle compagnie aeree, ma interferisce con le ambizioni politiche dei Paesi che hanno rapporti complicati con l’avversario geopolitico che adotta l’ADIZ. Per esempio, in risposta all’introduzione della zona cinese sul ECS, alla fine del 2013, gli USA (profondamente coinvolti negli eventi in Asia orientale) fecero dichiarazioni forti “raccomandando” che le compagnie aeree non notificassero ai servizi a terra cinesi, ignorandone anche le richieste. Con ogni evidenza, tali “raccomandazioni” non sono state accolte dagli interessati perché negli ultimi due anni non si è mai sentito parlare di eventuali problemi tra le compagnie aeree e i servizi per il controllo dello spazio aereo cinesi. Infatti, subito dopo l’introduzione dell’ADIZ cinese sul ECS, 2 bombardieri B-52 statunitensi attraversarono la zona ostentatamente in modalità silenzio radio. Cioè, senza rispondere alle richieste dei servizi a terra cinese. Fu un gesto impudente per dimostrare la disponibilità dell’US Air Force a perseguire i propri obiettivi in questo settore, senza l’osservanza dei requisiti decisi dal Ministero della Difesa della Cina che non limiterebbero la libertà d’azione dei piloti statunitensi. Giochi simili sono in corso in relazione a voci sulla possibile introduzione dell’ADIZ sul SCS. In realtà, tali suggerimenti (mai ufficialmente commentati da Pechino) apparvero due anni fa collegandosi al Ministero della Difesa della Cina che introduceva l’ADIZ sul ECS. La Cina non aveva ufficialmente commentato questa possibilità fino alla fine dello scorso anno. Da parte degli esperti cinesi, di nuovo nell’estate 2015, il capo dell’Istituto Nazionale per lo Studio del Mar Cinese Meridionale, Wu Sichun, negò categoricamente tale possibilità in una conferenza a Washington. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva evidentemente informazioni più o meno certe sul tema nell’autunno dello scorso anno. Per esempio, nell’intervento a una conferenza a Sydney, il 6 ottobre 2015, il comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, ammiraglio Scott Swift, parlò di “azioni impudenti” della RPC sul SCS dichiarando che la comparsa dell’ADIZ cinese nel SCS sarà vista come “violazione delle regole internazionali”. Il 26 febbraio, il diretto superiore di S. Swift, il capo dell’USPACOM ammiraglio Harry Harris, espresse la sua “ansia a che la (possibile ADIZ cinese sul SCS) abbia conseguenze destabilizzanti e provocatorie… Non lo ignoreremo così come ignoriamo l’ADIZ sul Mar Cinese Orientale“. Allo stesso tempo, non negò il diritto di ogni Stato di stabilire tali zone nello spazio aereo “adiacente al territorio nazionale”. In realtà, la stessa formulazione viene utilizzata dai funzionari cinesi commentando la maggiore attenzione degli Stati Uniti al tema della probabile introduzione di un’ADIZ della Cina sul SCS.
L’essenza del disaccordo cino-statunitense sulla questione e la crescente tensione nelle relazioni tra i due Stati mondiali sul SCS consiste nel fatto che la Cina veda l’80% del SCS come suo territorio. Nel frattempo gli Stati Uniti, dichiarando formalmente di non avere una visione specifica sul tema, rifiutano le richieste cinesi. L’ultimo scambio sul tema della (ancora ipotetica) ADIZ cinese sul SCS si aveva il 1° aprile, coinvolgendo i rappresentanti dei Ministeri della Difesa dei due Paesi). I cinesi dichiaravano che la questione della creazione dell’ADIZ sul SCS “dipenderà dalla valutazione della Cina delle minacce al proprio spazio aereo“. Dopo tutto, sembra probabile che le reciproche asprezze sull’argomento e l’emergere di nuove immagini satellitari che dimostrano la presenza di sistemi di difesa aerea e di aerei da caccia sulle isole artificiali cinesi nel SCS, siano state trasmesse nell’incontro tra Obama e Xi Jinping a Washington, nel quadro del vertice sulla sicurezza nucleare.1021974850Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara a spezzare il blocco

Valentin Vasilescu, Ruvr, Reseau International, 29 settembre 2014Location_of_the_Ryukyu_IslandsLa Cina, entro quest’anno, sarà la prima economia del mondo minacciando lo status di leader militare degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Gli Stati Uniti per mantenere il loro status attuale, faranno ogni sforzo per contenere il potere economico della Cina dispiegando notevoli forze militari negli oceani Indiano e Pacifico. Le rotte marittime della flotta militare della Cina arrivano all’Oceano Indiano attraverso gli stretti di Malacca e della Sonda, e al Pacifico attraverso le isole Babuyan (tra le Filippine e Taiwan) o passando tra l’arcipelago giapponese di Okinawa (Ryukyu) e Taiwan, e al Mar del Giappone passando tra il Giappone e la Corea del sud. La strategia statunitense nel Pacifico è stata spiegata ampiamente in questi due articoli: qui e qui.
Uno studio scientifico del Centro Arroyo, della prestigiosa istituzione RAND Corporation, è stato recentemente commissionato dal Pentagono, intitolato “Installazione di batterie antinave nel Pacifico occidentale“. Lo staff di scienziati e capi dei gruppi di lavoro della RAND Corporation è composto da decine di generali e ammiragli della riserva statunitensi la cui professionalità è dimostrata nelle guerre negli ultimi decenni dell’esercito statunitense. L’opera presuppone che solo la creazione di un completo sistema di sorveglianza e reazione immediata può intimidire la Cina tenendola prigioniera in una piccola scatola. Solo che le varie missioni in questo teatro vanno ben oltre le capacità del sistema navale attualmente schierato nel Pacifico occidentale da Stati Uniti ed alleati. Definendo le caratteristiche principali della nuova strategia, essa si basa su un sistema difensivo formato da centinaia di batterie antinave terrestri, creando una linea di blocco per evitare che la flotta cinese acceda ai punti di transito obbligatori quali sono gli stretti navigabili. Dato che ad oggi l’esercito statunitense ha già schierato batterie antinave a terra nella regione, il rapporto chiede la creazione di un tale sistema difensivo sugli arcipelaghi, permettendo il controllo della linea di blocco nella regione Asia-Pacifico.
La pubblicazione del rapporto è coincisa con lo schieramento da parte del Giappone di un nuovo sistema difensivo, costituito da cinque batterie di missili antinave Type-88 sull’isola di Miyako e su altre isole dell’arcipelago di Okinawa (Ryukyu). In particolare, nello stretto tra Okinawa e Miyako lungo 300 km, una delle rotte principali della marina cinese per accedere al Pacifico e agli Stati Uniti. Il missile Type-88 ha una portata di 150 km ed è simile all’Harpoon statunitense. Inoltre, il Giappone ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare 280 isole impiantandovi i missili antinave. Con tutto il rispetto per la natura scientifica della relazione, appare incompleta. Analizzando l’efficacia della nuova concezione, dovrebbe modellarsi matematicamente cercando di vedere come le batterie antinave influenzino la neutralizzazione di alcuni fattori casuali. Basandosi sulla realtà del terreno, cioè per garantirsi la continuità della linea difensiva, il 50% delle batterie sarà posto su isolette rocciose di 2-4 chilometri quadrati, senza alcuna possibilità di dispiegarvi forze antiaeree o marines che possano respingere potenziali incursioni cinesi. Un esempio concreto dell’inefficacia della nuova strategia degli Stati Uniti sono le isole Senkaku, arcipelago tra l’isola Miyako e Taiwan, composto da otto isole appartenenti al Giappone e negli ultimi tempi reclamato in modo sempre più aggressivo dalla Cina. I cinesi hanno ampliato le loro attività nella zona del Mar Cinese Orientale tra Taiwan e Giappone, sulle isole Senkaku, creando uno spazio di sorveglianza aeromarittima per 78 droni. I velivoli automatici cinesi compiono regolarmente fino a 60 voli di ricognizione al giorno dalla durata media di quattro ore, molestando gli equipaggi dei velivoli da combattimento delle aviazioni avversarie, bloccando ed intercettando le comunicazioni dell’aeronautica giapponese e dell’aviazione statunitense basata in Giappone.
La Cina ha sviluppato negli ultimi quattro anni il più grande e complesso programma di progettazione e costruzione di velivoli senza equipaggio (UAV), che muta quotidianamente. Perciò la Cina può creare, dal 2014, altre due aree di sorveglianza aeromarittima. La prima è contigua a quella istituita nel 2013, tra Taiwan e le Filippine. La seconda è contigua alla precedente, ma a nord del Mar Giallo e sul Mar del Giappone, tra Giappone e Corea del sud. Poi, nel 2015, la Cina creerà l’ultimo anello della catena di zone di sorveglianza, questa volta verso l’Oceano Indiano, sugli stretti di Malacca e della Sonda. Così, la Cina sorveglierà dall’aria le posizioni di ogni batteria di missili antinave del sistema statunitense, potendo, se necessario, distruggerne una parte, creando un corridoio per la sua marina.
Il secondo fattore che può contrastare, almeno in parte, la linea delle batterie antinave, è rappresentato dalle forze aeree della Cina, sempre più potenti, e in cui aumenta esponenzialmente il numero di aeromobili di 4.ta generazione avanzata e di nuovi aerei cargo pesanti cinesi, come il Xian Y-20, il cui raggio d’azione di 4500 km va ben oltre la linea del blocco. Con un carico utile massimo di 66 tonnellate, il Xian Y-20 è stato progettato per le operazioni sotto copertura dei paracadutisti del 15.mo Corpo aeroportato della Cina. Il Xian Y-20 può trasportare il carro armato cinese (da 54 tonnellate) ZTZ-99A2, simile al Leopard 2 tedesco. Il potenziale finanziario e tecnologico della Cina gli permette già di portare il tasso di produzione di questo aereo a 5-7 velivoli al mese. A una condizione: che la Russia fornisca i motori PS-90A21 con cui la Cina equipaggia il velivolo. Riassumendo, la Cina ha interessi comuni con la Russia nel sud-est asiatico, cioè che gli Stati Uniti si ritirino da un mercato rappresentato dal 60% della popolazione mondiale. Senza la tecnologia militare e i rifornimenti di petrolio e gas dalla Russia, l’economia cinese ristagnerebbe. Il recente piano di investimenti della Cina in Europa orientale rientra nella politica congiunta russo-cinese per spezzare l’egemonia statunitense.

Y-20.1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell'”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall'”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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