La Via della Seta passa per Anversa e… l’Iran

Venice Affre, Lemoci

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

La Cina inaugura un collegamento ferroviario con l’Iran
Le Vie della Seta continuano a tracciare i solchi anche nelle zone di tensione. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sullo smantellamento nucleare firmato con l’Iran nel luglio 2015, noto come Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), che ha destato serie preoccupazioni nella comunità internazionale, in particolare tra i firmatari dell’accordo (Germania, Francia, Regno Unito, Cina, Russia), non impedisce a Pechino di continuare ad aprire rotte commerciali verso Teheran. Come riportato in un articolo del Washington Post dell’11 maggio, la Cina inaugurava il 10 maggio. esattamente due giorni dopo l’annuncio ufficiale di Donald Trump di ritirare il suo Paese dall’accordo nucleare di Vienna, un nuova linea ferroviaria tra Bayannur, città della Regione autonoma della Mongolia Interna, e l’Iran. “Mentre gli Stati Uniti ora chiedono alle compagnie straniere di ridurre le attività in Iran, la Cina sembra fare il contrario“, scriveva il Washington Post. Col lancio di questa nuova linea dei trasporti merci, Pechino intende intensificare i rapporti commerciali coll’Iran. La Cina è il maggiore fornitore dell’Iran che acquistava lo scorso anno 10,9 miliardi di euro in merci, un aumento del 23,86% delle importazioni iraniane rispetto al 2016, secondo Global Trade Atlas (GTA)/IHS Markit. Le importazioni cinesi dall’Iran ammontavano a 16,4 miliardi di euro (+21,78% in un anno) di cui 10,8 miliardi di euro imputati alla voce “combustibili minerali, oli, materiali bituminosi”. Con questa nuova linea ferroviaria, la Cina invia un messaggio chiaro a Donald Trump: “Continueremo a commerciare con l’Iran”, come riporta il Washington Post, secondo cui il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang dichiarava in una conferenza stampa del 9 maggio che Iran e Cina, “manterranno normali legami economici e commerciali. Continueremo, aveva detto, la nostra cooperazione pratica normale e trasparente con l’Iran basandoci sulla non violazione dei nostri obblighi internazionali”. La Cina, ricordava il quotidiano, affronta lo stesso problema degli alleati degli Stati Uniti in Europa. Infatti, anche se i governi europei si oppongono a nuove sanzioni contro l’Iran, le compagnie del vecchio continente dovrebbero rispettare tali regole o esporsi a pesanti multe. Inoltre, come riporta Le Monde, “il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif scelse Pechino, primo partner commerciale dell’Iran, per la prima tappa, il 13 maggio, del viaggio volto a salvare l’accordo internazionale sul programma nucleare dopo il ritiro degli Stati Uniti dell’8 maggio”. Secondo lo stesso articolo, l’omologo Wang Yi promise che la Cina avrebbe adottato un “atteggiamento oggettivo, equo e responsabile” e “continuerà a lavorare per mantenere l’accordo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Myanmar porta la Russia nel Golfo del Bengala

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 08.05.2018La Repubblica dell’Unione del Myanmar (RUM) è uno dei membri importanti dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN). Questo Paese è importante per la regione Asia-Pacifico, ed attori importanti come India, Cina e Stati Uniti lottano per averne l’attenzione. Va notato che il Myanmar sviluppa le relazioni con la Russia. Il Myanmar ha un economia in rapido sviluppo e vaste risorse naturali. Inoltre, ha una posizione geografica favorevole: il Myanmar confina con la Cina a nord, ed è bagnato dal Golfo del Bengala a sud, confina anche India e Bangladesh. È la “porta” del sud-est asiatico, sia per la Cina che per l’India. Inoltre, la Cina ha accesso al Golfo del Bengala, nell’Oceano Indiano, dal Myanmar. Questo è molto importante per la Cina per diversi motivi: in primo luogo, il più grande porto marittimo del Myanmar è Yangon, una sede della Via della Seta marittima del XXI secolo, il corridoio marittimo che collega Cina e Sud-Est asiatico ad Europa e Africa. Il lavoro su questo corridoio è importante per il progetto infrastrutturale globale cinese “One Belt – One Road” (OBOR). In secondo luogo, il Myanmar è una parte importante del corridoio “Cina-Myanmar-Bangladesh-India”. Non vi è dubbio che la creazione del corridoio che collega Paesi ricchi come Cina ed India avrà una grande importanza per il commercio regionale. Infine, il Myanmar è importante per la sicurezza energetica della Cina. Come è noto, una parte significativa degli idrocarburi consumati dalla Cina proviene da Stati mediorientali via mare, attraverso lo stretto di Malacca, che in teoria può essere bloccato dai nemici della Cina (ad esempio, in caso di acuirsi delle divergenze territoriali nel Mar Cinese Meridionale). Al fine d’impedire tale rischio, la Cina decise di ricevere parte del petrolio e gas con un gasdotto nel Myanmar, che come già detto, ha accesso all’Oceano Indiano. La rotta marittima dal Medio Oriente al Myanmar è più breve ed è più difficile bloccarla. Pertanto, si può riconoscere che il Myanmar ha importanza strategica per la regione, a cui si legano i principali interessi della Russia. Lo sviluppo delle relazioni con Cina, India e ASEAN è notoriamente tra i compiti più importanti della politica estera russa. Non c’è da meravigliarsi se per la Russia è importante l’interazione col Myanmar. I due Paesi hanno una lunga e proficua cooperazione su questioni essenziali come industria energetica e pesante e la sicurezza. Ad esempio, la Russia fornisce assistenza al Myanmar in questioni importanti come lo sviluppo dell’industria petrolifera. Secondo il Ministero dell’Energia del Myanmar, le riserve di petrolio del Paese ammontano a oltre 3 miliardi di barili. Secondo le fonti occidentali, questa cifra è minore ammontando a 50 milioni di barili. Nondimeno, il volume della produzione di petrolio in Myanmar è di circa 20mila barili al giorno, con un consumo di 60 mila barili al giorno secondo i dati disponibili. Il Paese affronta un netto deficit petrolifero e deve importare un volume significativo di “oro nero”. Attualmente il Myanmar cerca di aumentare la produzione di petrolio e altri idrocarburi invitando aziende di altri Paesi, inclusa la Russia, ad esplorare nuovi giacimenti. Nel 2013, la compagnia petrolifera russa Bashneft vinse la gara per esplorare e sviluppare i giacimenti in una grande area del bacino del petrolio centrale del Myanmar. Va notato che gli idrocarburi sono estratti in questa regione da tempo, ed ha un’infrastruttura ben sviluppata necessaria per il trasporto di petrolio e gas. La disponibilità di risorse significative nel lotto ottenuto da Bashneft non solleva dubbi. Ciò dimostra l’elevata fiducia nei partner russi da parte della leadership del Myanmar e il desiderio di sviluppare la cooperazione con la Russia nel petrolio e nel gas.
Nell’agosto 2014 Bashneft International BV (sussidiaria di Bashneft), Myanmar Oil and Gas Company e Sun Apex Holdings Ltd, società del Myanmar, firmarono un accordo di condivisione della produzione. Conformemente all’accordo, le parti sono obbligate a condurre esplorazioni, anche difficili, investendo 38,3 milioni di dollari nel progetto nei prossimi anni. La compagnia russa è l’operatore del progetto e la quota della sua partecipazione è del 90%. Nel settembre 2017, il Viceministro dell’Energia del Myanmar T. Min ha annunciò alla riunione del comitato intergovernativo russo-myanmarese che Bashneft aveva operato molto attivamente e fatto buoni progressi., e anche riferì che altre compagnie russe mostravano interesse per il Myanmar. Il Myanmar valuta molto l’assistenza della Russia sulla sicurezza. Dalla dichiarazione d’indipendenza del Myanmar nel 1948, numerosi gruppi separatisti ed estremisti di vario genere operano sul suo territorio combattendo contro il governo del Paese. Nonostante una significativa riduzione delle tensioni negli ultimi anni, conflitti scoppiano di tanto in tanto e il Myanmar ha sempre bisogno dell’assistenza dei partner nel settore militare. Un numero significativo di equipaggiamenti militari russi opera nelle forze armate del Myanmar: carri armati, elicotteri, caccia, sistemi di difesa aerea, ecc. La Russia fornisce veicoli da combattimento all’esercito del Myanmar e aiuta a mantenerne l’efficienza. Così nell’ottobre 2017 un gruppo di esperti russi della Russian Helicopters Company giunse in Myanmar per riparare diversi elicotteri prodotti in Russia. Nonostante l’attiva cooperazione militare e tecnica con la Cina, il Myanmar continua ad acquistare equipaggiamenti militari dalla Russia. Decise di ottenere sei caccia Su-30. Il contratto corrispondente fu firmato nel gennaio 2018 quando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu visitò il Myanmar. Un altro importante accordo firmato tra Russia e Myanmar nella stessa occasione fu l’accordo sull’ingresso semplificato delle navi da guerra nei porti di Russia e Myanmar. Prendendo in considerazione la posizione strategica del Myanmar, questo accordo potrebbe comportare un aumento significativo dell’influenza russa nella regione. Ciò particolarmente interessante tra le dichiarazioni sui media sul possibile restauro della base militare russa di Cam Ranh in Vietnam, principale partner della Russia nell’ASEAN.
La crescente presenza militare della Russia nel Sud-Est asiatico, specialmente in una posizione così strategicamente importante come il Golfo del Bengala, dimostra che la Russia è un possibile attore regionale grazie alla cooperazione ampia e coerente con gli Stati locali, continuando a rafforzare le proprie posizioni.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine dell’impero del dollaro

Wim Dierckxsens e Walter Formento, Kontra Info, 25/4/2018L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.
Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il protezionismo di Trump e l’emergere della Cina potenza economica mondiale

Prof. James Petras, Global Research, 2 aprile 2018I presidenti degli Stati Uniti, i capi europei e i loro portavoce accademici hanno attribuito le crescenti quote di mercato, il surplus commerciale e il potere tecnologico della Cina a un suo “furto” di tecnologia occidentale, commercio “sleale” e non reciproco e a pratiche d’investimento restrittive. Il presidente Trump ha lanciato una “guerra commerciale”, innalzando rigidi dazi, in particolare sulle esportazioni cinesi, perseguendo un regime economico protezionistico. I sinofobi occidentali ignorano lo sviluppo degli ultimi duecentocinquanta anni, a cominciare dalla politica post-rivoluzionaria degli Stati Uniti di protezione delle “industrie nascenti”. In questo articolo criticheremo il modello sottostante all’attuale attacco occidentale alla Cina. Passeremo quindi a delineare l’esperienza dei Paesi che uscirono dall’arretratezza industrializzando le proprie economie.

Sviluppo in prospettiva storica
Gli ideologi occidentali affermano che le “economie arretrate” dovrebbero seguire uno sviluppo originariamente deciso dai Paesi vincenti, cioè il Regno Unito. Sostenevano che le “fasi di sviluppo” iniziavano abbracciando le politiche liberali del libero mercato, specializzandosi nei “vantaggi comparati”, cioè esportando materie prime. La “modernizzazione” economica avrebbe condotto, tappa dopo tappa, a una società matura ad alto consumo. I sostenitori della teoria della fase liberale dominavano i dipartimenti economici delle principali università statunitensi e pianificavano la strategia sostenuta dai responsabili politici statunitensi. Dall’inizio, storici economici dissenzienti evidenziarono gravi anomalie. Ad esempio, i “primi sviluppatori” come il Regno Unito, si garantirono vantaggi commerciali prodotti da un impero mondiale che costrinse le colonie ad esportare materie prime in condizioni commerciali sfavorevoli, un vantaggio che mancava ai “Paesi successivi”. In secondo luogo, gli Stati Uniti post-rivoluzionari guidati dal segretario al Tesoro Alexander Hamilton promossero con successo politiche industriali protezionistiche per proteggere le “industrie nascenti” statunitensi dall’impero inglese dominante. La guerra civile americana fu combattuta precisamente per impedire ai proprietari di piantagioni di collegare le loro esportazioni ai liberisti e liberali produttori inglesi. A metà del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, Paesi in via di sviluppo come Germania, Giappone e Russia sovietica respinsero l’ideologia del libero scambio e dei mercati aperti a favore dell’industrializzazione protetta centrata sullo Stato. Riuscirono a superare l’arretratezza, a competere e a superare i “primi sviluppatori” come il Regno Unito. Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, dopo tentativi infruttuosi di seguire il modello del “mercato libero occidentale”, Corea del Sud, Taiwan e Malaysia perseguirono con successo modelli di sviluppo statalisti e protezionistici per l’esportazione. Regioni e Paesi che seguivano politiche occidentali di libero mercato specializzate in esportazioni di beni primari come America Latina, Africa, Medio Oriente e Filippine, non uscirono da stagnazione ed arretratezza. Un importante storico dell’economia, Alexander Gerschenkron, sostenne che l’arretratezza economica diede ai Paesi emergenti determinati vantaggi strategici che comportarono la sistematica sostituzione delle importazioni con le industrie nazionali, portando a una crescita dinamica e successivamente a strategie di esportazione competitive. (Arretratezza economica in prospettiva storica: un libro di saggi)
I Paesi dallo sviluppo successivo di successo presero in prestito ed acquisirono le ultime tecniche produttive mentre l’industrializzatore sviluppatosi per primo rimase ai metodi di produzione obsoleti. In altre parole, i Paesi in via di sviluppo, guidati dallo Stato, “saltarono” le fasi di crescita e superarono i concorrenti. La Cina è un superbo esempio del modello di Gerschenkron. Attraverso l’intervento statale, ha superato i vincoli imposti dai controlli monopolistici dei Paesi imperialisti e progredì rapidamente prendendo a prestito tecnologie ed innovazioni più avanzate per poi passare a diventare il creatore più attivo di brevetti avanzati del mondo. Nel 2017 la Cina ha superato gli Stati Uniti depositando 225 brevetti mentre gli Stati Uniti rimasero a 91 (FT 3/16/18 p. 13). Un eccellente esempio dei progressi della Cina nell’innovazione tecnologica è il Gruppo Huawei, che nel 2017 spese 13,8 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo e prevede di aumentarne il budget annuale a 20 miliardi di dollari. Le aziende cinesi guideranno la definizione di standard nelle tecnologie di prossima generazione, incluso il networking (FT 3/31/18 p 12). Il ricorso di Washington all’esclusione della Cina dai mercati degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la Cina che “ruba” brevetti e segreti statunitensi, tutto ciò riguarda la spesa per la ricerca di Huawei attraendo talenti, tecnologia, attrezzature e partnership internazionali. La sinofobia protezionista della Casa Bianca è guidata dalla paura dei progressi cinesi nelle reti informatiche ad alta velocità di quinta generazione, che minano la capacità degli Stati Uniti di competere nelle tecnologie d’avanguardia. L’eccellenza competitiva della Cina è il risultato della sistematica sostituzione statale della tecnologia avanzata, permettendo all’economia di liberalizzarsi gradualmente e superare gli Stati Uniti nei mercati nazionali e globali. La Cina ha seguito e superato l’esempio dei precedenti Paesi dallo sviluppo ritardato (Germania e Giappone), combinando crescita delle esportazioni industriali avanzate, come settore trainante, con un settore agricolo relativamente arretrato che forniva manodopera e generi alimentari a basso costo. La Cina ora sale la scala dello sviluppo, approfondendo il mercato interno, facendo avanzare il settore ad alta tecnologia e riducendo gradualmente l’importanza delle industrie di fascia bassa e della ruggine.

Le economie piagnucolanti tornano al protezionismo
L’incapacità statunitense di competere con la Cina e il conseguente deficit commerciale derivano dall’incapacità di adottare nuove tecnologie, applicarle alla produzione civile nazionale, aumentare il reddito e migliorare e rafforzare la manodopera nei settori competitivi che potrebbero difendere il mercato interno. Lo Stato ha ceduto il suo ruolo di leader alle élite finanziarie e militari che hanno eroso la competitività industriale statunitense. Inoltre, a differenza della Cina, lo Stato non è riuscito a dare una leadership nell’individuare obiettivi prioritari compatibili con l’intensificarsi della concorrenza dalla Cina. Mentre la Cina esporta prodotti economici, gli Stati Uniti esportano armi e guerre. Gli Stati Uniti hanno un surplus nell’esportazione di armi e un crescente deficit commerciale. La Cina ha investimenti infrastrutturali miliardari in oltre cinquanta Paesi aumentando il surplus commerciale. Gli Stati Uniti hanno spese miliardarie su oltre 800 basi militari all’estero.

Conclusione
L’accusa statunitense che la Cina emerge come potenza economica mondiale grazie a commercio sleale e furto della tecnologia statunitense, ignora la storia di tutti i Paesi dallo sviluppo ritardato, a cominciare dall’ascesa degli USA e dall’eclissi del Regno Unito nel XIX secolo. Gli Stati Uniti tentano di riportare indietro il tempo, alla fase in cui il protezionismo non aumenta la competitività degli Stati Uniti né la loro quota di mercato interno. Il protezionismo degli Stati Uniti si tradurrà semplicemente in prezzi più alti, manodopera non qualificata, debiti bellici e monopoli finanziari. Una “guerra commerciale” degli Stati Uniti consentirà semplicemente allo Stato cinese di deviare il commercio cogli Stati Uniti su altri mercati e reindirizzare gli investimenti approfondendo l’economia nazionale, aumentando i legami con Russia, Asia, Africa, America Latina e Oceania. Il “gioco dell’accusa” degli Stati Uniti alla Cina è mal riposto. Invece dovrebbero riesaminare la propria dipendenza da un’economia liberista senza piani né ragioni. Il ricorso ai dazi aumenterà i costi senza aumentare le entrate ed innovare. L’attuale protezionismo degli Stati Uniti rimane “sul nascere”. La Casa Bianca ha già declassato i dazi contro i concorrenti. Inoltre i dazi per 60 miliardi di dollari contro la Cina ne colpiscono meno del 3% delle esportazioni. Invece di cercare di accusare concorrenti esteri come la Cina, sarebbe più saggio imparare dalla sua esperienza e assorbirne i progressi tecnologici ed investimenti strategici nelle infrastrutture e nei consumi interni. Fin quando gli Stati Uniti non ridurranno le spese militari di due terzi e subordineranno il settore finanziario ad industria e mercato interno, continueranno a rimanere indietro rispetto la Cina. Invece di tornare alla strategia dei Paesi arretrati che si affidano alla protezione delle industrie nascenti, gli Stati Uniti dovrebbero accettare le proprie responsabilità competendo con lo sviluppo diretto dallo Stato migliorando la propria forza lavoro, le competenze e l’espansione del benessere sociale.Il Prof. James Petras è un ricercatore associato del Center for Research on Globalization.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina sia pronta alla guerra commerciale

Global Times 14/3/2018

Il presidente Donald Trump cerca d’imporre tariffe per 60 miliardi di dollari alle importazioni cinesi e gli Stati Uniti si concentreranno sui settori della tecnologia e delle telecomunicazioni, secondo due persone dell’amministrazione che avevano discusso della questione. Mentre il direttore della CIA Mike Pompeo, considerato un duro verso la Cina, sarà segretario di Stato USA, Washington potrebbe rafforzare la politica aggressiva sugli scambi con la Cina. Tensioni si svilupperanno probabilmente nelle relazioni sino-statunitensi. La Cina deve prepararsi alla guerra commerciale per strategia e mentalità. Pechino deve infliggere colpi diretti a Washington in modo simile e non deve essere morbida. L’amministrazione Trump crede di poter travolgere la Cina e ottenere rese di gran lunga superiori alle perdite imponendo tariffe. Dopo oltre un anno in carica, la politica estera di Trump opera senza intoppi, ad eccezione della penisola coreana. Visitando altri Paesi, è stato eccezionalmente ricevuto tornando con promesse d’investire negli Stati Uniti ed acquistarne i prodotti. Non avendo sofferto col suo duro approccio in politica estera, Trump deve pensare che le sue azioni siano positive. Così ha espulso alcuni globalisti dalla sua squadra, come Rex Tillerson e Gary Cohn, e ha assunto altri falchi. Washington deve capire che Trump userà l’immagine di “Ibbe fa tutto” al meglio come bluff, ma non sul serio. Se gli Stati Uniti intraprendono davvero la guerra commerciale mondiale, si troveranno in una posizione scomoda. Sono ancora il Paese più sviluppato al mondo, superando gli altri in vari settori, dalla tecnologia alla finanza. Il suo deficit commerciale non è l’unico indice per misurare lo sviluppo economico-sociale degli Stati Uniti. Se vogliono ridurre il deficit commerciale, devono rendere gli statunitensi più laboriosi e imporre riforme secondo la domanda del mercato internazionale, invece di chiedere al resto del mondo di cambiare. È irragionevole fare la vittima.
Picchiando rudemente, Trump vuole avere quanti più benefici possibili per il suo Paese, in modo da placare gli elettori e farsi rieleggere. Ha agito bene fino a poco tempo prima. Ma non dovrebbe invocare lo scontro. Una volta iniziata la guerra commerciale, le potenze non s’inchineranno agli Stati Uniti. La Cina ha cercato di evitare la guerra commerciale, ma se esplodesse, l’accordo non sarà un’opzione. Dato che i Paese che aggredisce sono i politicamente più resilienti agli statunitensi, l’amministrazione Trump rischia di crollare per prima. L’amministrazione Trump pagherà cara se la sua ostinatezza causerà gravi perdite agli Stati Uniti. L’unica fonte della maggiore durezza rispetto alle precedenti amministrazioni è la personalità di Trump, non molto apprezzata. Il suo comportamento aggressivo è una realtà brutale.
La Cina non si lascerà calpestare. Forse è destino lottare contro gli Stati Uniti solo per dare a Washington una lezione. In tal caso, così sia.Traduzione di Alessandro Lattanzio