I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Missione compiuta: la portaerei Admiral Kuznetsov torna a casa

Alexander Mercouris, The Duran  6/172016

Il Generale Ayub, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito arabo siriano a bordo della Kuznetsov

Il Generale Ayub, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano a bordo della Kuznetsov

Dopo la vittoria dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo la portaerei della Marina russa Admiral Kuznetsov rientra in Russia per un esteso aggiornamento. Una volta completato, la Kuznetsov sarà schierata in Mediterraneo in modo semi-permanente.
Dopo la vittoria dell’Esercito arabo siriano ad Aleppo il Ministero della Difesa russo confermava che la flotta russa inviata nel Mediterraneo orientale in autunno, tra cui la portaerei Admiral Kuznetsov e l’incrociatore da battaglia lanciamissili a propulsione nucleare Pjotr Velikij, rientravano in Russia. Questi erano i piani. Non c’è mai stato alcun suggerimento che lo schieramento non fosse temporaneo. La parte che la flotta russa ha giocato nella battaglia di Aleppo è difficile da valutare. Tuttavia è improbabile che sia stata decisiva o significativa. Il dispiegamento della flotta sembra volta a fornire esperienza alla flotta russa sulle operazioni di combattimento imbarcate, una cosa completamente nuova per la Russia, mentre rafforzava le difese aerea russe in Siria nel momento della battaglia decisiva in Siria, quando c’erano minacce da certi ambienti d’interferire nelle operazioni stabilendo una no-fly zone. In altre parole, la missione della flotta era una combinazione di esercitazione e di deterrenza, ed ha avuto successo su entrambi gli aspetti. I media russi già prima dello schieramento dell’Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo orientale suggerivano che dopo aver completato la missione sarebbe stata sottoposta ad importanti modifiche, comportanti la sostituzione dei motori poco efficienti e la sistemazione dei vari problemi dei sistemi che affliggono la nave da sempre. Soprattutto certi noti problemi come, ad esempio, i sistemi di riscaldamento e idrici, e i russi ora sono consapevoli degli ulteriori problemi dei cavi di arresto (che hanno causato almeno due incidenti) e senza dubbio di altri problemi di cui non sappiamo nulla.
I russi ora sanno di risolverli, come avevano pianificavano per dopo lo schieramento. Il risultato sarà una nave da guerra più potente ed efficiente, una volta completato l’aggiornamento, ma ci vorranno anni. Una volta completati i lavori, vi è la possibilità che l’Admiral Kuznetsov sia schierata nel Mediterraneo in una base semi-permanente. L’Admiral Kuznetsov, essendo una portaerei convenzionale di medie dimensioni, si adatta meglio alle condizioni del Mediterraneo che non a quelle del Nord Atlantico. Nel Mediterraneo è un potente simbolo della volontà politica e della forza navale russa, mentre nel Nord Atlantico è un nano data l’inferiorità numerica verso le molto più potenti e numerose superportaerei nucleari della marina degli Stati Uniti, dove il suo ruolo è meno evidente. I russi hanno affermato che l’impianto di riparazione nel porto siriano di Tartus, attualmente in fase di ampliamento come base navale effettiva, potrà ospitare portaerei. Probabilmente l’Admiral Kuznetsov vi sarà basata.9z4yd1e

La Cina schiera la sua prima portaerei, avvertendo gli Stati Uniti
Alexander Mercouris, The Duran 6/1/2016

Mentre salgono le tensioni, i media cinesi avvertono gli Stati Uniti sulla gara navale 50ennale per il controllo del Pacifico, mentre la Cina schiera la sua prima portaerei nel Mar Cinese Meridionale.e5447d360adfMentre la portaerei russa Admiral Kuznetsov rientra dopo l’impiego operativo nel conflitto in Siria, la portaerei gemella cinese Liaoning (ex-Varjag) compie la prima crociera. Il Ministero della Difesa cinese ha descritto lo scopo della crociera della Liaoning come “ricerca scientifica, sperimentazione e formazione“. In altre parole, si tratta soprattutto di addestramento destinato a familiarizzare i cinesi con le operazioni aeronavali in vista delle molto più grandi portaerei cinesi in costruzione. Non solo questo però. I cinesi hanno volutamente schierato la Liaoning nel Mar Cinese Meridionale, punto di tensioni con gli Stati Uniti. La sua presenza ha ovviamente lo scopo di rivendicare ai cinesi il Mar Cinese Meridionale e ricordare a Stati Uniti e altre potenze navali del Pacifico la realtà della potenza cinese in questo settore. I cinesi usano la Liaoning come manifestazione politica ed hanno maggiori piani per quella che è, per ora, la loro unica portaerei; ciò è confermato da un editoriale del quotidiano cinese Global Times, noto per riflettere le opinioni della dirigenza cinese.
Il ruolo della Liaoning non si limiterà ai test tecnologici militari. Va anche verificato il ruolo geopolitico delle portaerei cinesi e la risposta delle grandi potenze al rafforzamento della Marina militare della Cina. Le portaerei sono strumenti strategici che dovrebbero essere usati per mostrare al mondo la forza della Cina e modellare l’atteggiamento del mondo nei confronti di essa. E non sono costruite solo per la guerra, ma le portaerei cinesi devono partire per un lungo viaggio. Gli interessi fondamentali della Cina sono principalmente sugli oceani, l’azione delle portaerei va al di là delle aree limitrofe. La rivalità va estesa nelle aree più ampie in modo da allentare la pressione al largo della Cina. Pur avendo nella flotta una sola portaerei, la Cina ora dovrebbe avere la capacità e il coraggio di proiettarsi sugli oceani. Dovrebbe non solo superare la prima catena di isole, ma anche la seconda e operare in acque dove la flotta cinese non ha mai incrociato. La flotta cinese navigherà nel Pacifico orientale, prima o poi. Quando la flotta di portaerei della Cina apparirà al largo degli USA, un giorno, si penserà in modo intenso sulle regole marittime. La navigazione oceanica della flotta di portaerei cinese non ha per scopo provocare gli Stati Uniti o ridisegnare la struttura strategica marittima. Ma se la flotta potrà entrare nelle aree in cui gli Stati Uniti hanno interessi fondamentali, la situazione con cui gli Stati Uniti fanno unilateralmente pressioni sulla Cina cambierà. La Cina dovrà accelerare il varo delle nuove portaerei, in modo da attivarle per il combattimento. Inoltre, la Cina deve pensare ad istituire punti di rifornimento per la Marina in Sud America, in questo momento. I cinesi amano la pace, ma i militari cinesi devono essere risoluti. La Cina non è facilmente irritabile, ma una volta che lo sarà, adotterà contromisure. La Liaoning e la sua flotta parteciperanno a una competizione geopolitica spietata e diverranno portabandiera della Marina militare cinese”.
Questo è un avvertimento diretto della volontà cinese ad affrontare gli Stati Uniti nella corsa agli armamenti navali nel Pacifico, con la Marina militare cinese pronta a sfidare quella degli Stati Uniti, mai messa in discussione dalla sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale. Inoltre i cinesi discutono apertamente di stabilire punti logistici per la loro Marina militare in Sud America (ci si chiede in quali Paesi) in un modo che alcun altra potenza, neanche URSS o Giappone, hanno mai fatto prima. Nonostante le garanzie della redazione che la Cina “non mira a provocare gli Stati Uniti” con queste mosse, è impossibile immaginare altra sfida geopolitica e militare-strategica che rischi di provocare di più gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia moderna, gli Stati Uniti affronterebbero una sfida militare diretta al largo delle loro coste e nel proprio cortile di casa. Vi è ampio dibattito sull’utilità militare delle portaerei, con l’affermazione spesso fatta che siano oggi militarmente obsolete essendo sempre più vulnerabili ai missili antinave. Mentre ciò sembra essere una forzatura, ha probabilmente una verità nella vasta area del Pacifico, dove le flotte hanno maggiori probabilità di essere schierate oltre la gittata dei missili antinave terrestri e aerei. Fu dopo tutto contro il Giappone, nel Pacifico, durante la Seconda Guerra Mondiale, e non contro la Germania o l’URSS nell’Atlantico nella seconda guerra mondiale e nella guerra fredda, che la portaerei ebbe il suo maggiore impiego. Infatti il principio che i militari spesso si preparano sull’ultima guerra, piuttosto che su quella successiva, è una critica forse valida della Marina degli Stati Uniti, costruita su una flotta di portaerei durante la guerra fredda, più adatta alla guerra contro uno Stato insulare dipendente dal commercio come il Giappone che contro l’autosufficiente superpotenza continentale sovietica a cui in realtà si contrappose. Mentre la minaccia del rafforzamento navale cinese nel Pacifico è la sfida probabilmente più vicina a quella cui la Marina degli Stati Uniti si è preparata a combattere, c’è una differenza cruciale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le le risorse industriali e tecnologiche del Giappone si ridussero. Oggi, al contrario, la Cina, rivale degli Stati Uniti nel Pacifico, ha risorse industriali superiori quelle degli Stati Uniti. Ovviamente a causa dell’enorme vuoto da colmare, l’equilibrio navale nel Pacifico ancora favorisce enormemente gli Stati Uniti. Tuttavia, in un successivo editoriale, il Global Times chiariva la decisione della Cina nel costruire le proprie forze navali nel Pacifico, per raggiungere una posizione navale dominante, anche se richiedesse cinquant’anni. “La Liaoning è utilizzata per la ricerca scientifica e prepararsi per la portaerei interamente di fabbricazione cinese in costruzione. La Cina ha una lunga strada da percorrere per costruire una propria difesa su portaerei. Per almeno mezzo secolo, la Cina non smetterà la costruzione della propria difesa. E’ chiaro che nel 21° secolo l’ascesa della Cina è la nuova normalità”.
Date le maggiori, e crescenti, risorse della Cina, questa è una sfida che gli Stati Uniti nel tempo semplicemente non potranno vincere, e i cinesi lo sanno. Vi è naturalmente un forte postura in tutto questo. Proprio mentre Donald Trump si avvicina a Taiwan per spingere la Cina a fare concessioni, gli avvertimenti cinesi sulla corsa agli armamenti navali nel Pacifico sono un monito agli Stati Uniti a venire a patti o affrontarne le conseguenze. In effetti lo stesso editoriale del Global Times dice tanto, “La Cina è diventata uno dei Paesi più potenti del Pacifico occidentale, ma non chiede più diritti. Gli interessi fondamentali della Cina non si sono ampliati, ed è aperta a negoziati su tutte le controversie. La Cina non affronterà l’alleanza USA-Giappone in acque oceaniche, mentre essi non sfideranno gli interessi fondamentali della Cina. La Cina infliggerà un duro colpo a chi agisse arbitrariamente nelle sue zone marittime”. Mentre la Cina e gli USA di Trump si preparano ad affrontarsi, vi è l’avvertimento appena velato che nel guanto di velluto cinese c’è un pugno di ferro. Donald Trump, autore dell’Arte degli affari, si spera comprenda e ne prenda nota.china-liaoning-2016-1-a

Il presidente delle Filippine Duterte a bordo del cacciatorpediniere russo Admiral Tributs

Il presidente delle Filippine Duterte a bordo del cacciatorpediniere russo Admiral Tributs

Intanto, Washington a fatto rientrare alla base tutte le sue portaerei...

Intanto, Washington ha fatto rientrare alla base tutte le sue portaerei…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le isole Curili: una lezione sulla Crimea?

Ruslan Ostashko, 17 dicembre 2016 – Fort Russwireap_6911872ce42245f7a551f2001cb7a5bd_16x9_1600Cari amici, vi ricordate la base NATO di Uljanovsk? I veterani di internet probabilmente lo ricordano, come me. I lettore che solo di recente seguono le discussioni politiche tempestose su internet probabilmente si chiederanno: che assurdità è questa? Dopo tutto, non vi è alcuna base NATO a Uljanovsk. Eppure la causa dell’isteria eterna su internet resta. Me ne sono ricordato seguendo le reazioni sui social network alla visita di Putin in Giappone. Non ci crederete, ma la gente già dice che le isole Curili saranno restituite ai giapponesi. La parte più interessante è che coloro che vi credono sono gli stessi che non hanno imparato nulla dalla cosiddetta “base NATO” di Uljanovsk o dalle false “città segrete con un milione di cinesi” in Siberia. La speciale ironia di tale situazione è il fatto che i media stranieri, che con piacere racconterebbero come Putin getti via territori, non abbiano nulla da dire niente su ciò. Semplicemente scrivono come Putin continui ad attrarre investimenti stranieri citandone il collaboratore Ushakov, che ancora una volta sottolinea che le isole sono territorio russo. Se confrontiamo questa posizione alla situazione precedente, allora è ovvio che solo la posizione del Giappone è cambiata, e che è il primo ministro giapponese che ha fatto concessioni per cui ora viene severamente criticato dagli ultranazionalisti giapponesi. Prima, il governo giapponese praticamente vietò alle imprese giapponesi dal perseguire qualsiasi progetto sulle isole Curili. Le agenzie statali giapponesi si rifiutavano di discutere di cooperazione economica sulle Curili. Perché? Perché giustamente credevano che le attività delle imprese giapponesi, che avrebbero dovuto lavorare sulle isole secondo la legge russa e pagare le tasse russe, significava de facto riconoscerne la sovranità della Russia.
La situazione sulle isole Curili e le imprese giapponesi è davvero simile alla situazione sulla Crimea. Gli statunitensi hanno vietato alle loro aziende di lavorarvi e, ad esempio, Apple e Google operano in modo da non legittimare il ritorno della Crimea alla Russia con le attività commerciali. Lo stesso vale per le aziende europee. Per questa stessa ragione, Kiev è sensibile all’ingresso di navi turche nei porti della Crimea e alla partecipazione di imprese cinesi nella posa del cavo sottomarino per la Crimea. Anche perciò, Kiev ha vietato a società e banche ucraine di lavorare in Crimea. Tali azioni, di fatto, riconoscono la sovranità russa sulla Crimea. La stessa cosa accade in Giappone. Nel momento in cui una società giapponese crea una joint venture con una società russa sulle isole, dovrà registrarsi presso le autorità statali russe e, quindi, riconoscere le isole russe. Quando le aziende giapponesi avranno una licenza da agenzie statali russi per operare nella regione o quando ne pagheranno le tasse, ammetteranno anche che le isole sono sotto giurisdizione russa. Se i giapponesi vogliono essere su queste isole, sarà meraviglioso. Ogni passaporto giapponese presentato al Servizio federale per la migrazione russa è un ulteriore riconoscimento della sovranità russa sulle isole.
Il Primo ministro Abe è pragmatico. E’ chiaro che non avrà la sovranità sulle isole, così ha qualcos’altro da mostrare agli elettori: chi vuole fare affari sulle isole o semplicemente visitarle può farlo grazie alla flessibilità della posizione del governo giapponese. Questo è assai offensivo per i nazionalisti e militaristi giapponesi, ma gli affaristi giapponesi tirano un sospiro di sollievo e, per esempio, propongono a Rosneft di partecipare congiuntamente nella geo-esplorazione delle acque territoriali russe, su cui è già stato firmato un memorandum. Infine, sono assolutamente sicuro che prevarremo sui nostri partner europei e statunitensi nello stesso modo. Quando un Apple Store aprirà in Crimea e turisti europei saranno visti all’aeroporto di Simferopol, allora la posizione ufficiale dell’UE non avrà alcun significato…mfile_1302788_1_l_20161216191509Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Cina e Arabia Saudita domano l’egemonia del dollaro

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Gli Stati Uniti aumentano gli ostacoli tentando di mantenere l’egemonia del dollaro come valuta di riserva mondiale. Negli ultimi mesi, i Paesi emergenti hanno venduto un molti buoni del tesoro degli USA, principalmente Russia e Cina, ma anche Arabia Saudita. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto colossale di metalli preziosi.
debt-cartoon-china La supremazia di Washington nel sistema finanziario globale ha subito un colpo tremendo ad agosto: Russia, Cina e Arabia Saudita vendevamo titoli del Tesoro degli Stati Uniti per 37,9 miliardi di dollari, secondo l’ultimo aggiornamento dei dati ufficiali pubblicato da pochi giorni. Dal punto di vista generale, gli investimenti globali nel debito pubblico degli Stati Uniti sono al livello minimo dal luglio 2012. Chiaramente, il ruolo del dollaro a valuta di riserva mondiale è ancora messo in discussione. Nel 2010, l’ammiraglio Michael Mullen, presidente del Joint Chiefs of Staff statunitense, avvertì che il debito era la principale minaccia alla sicurezza nazionale. A mio avviso, non è tanto l’alto debito pubblico (oltre i 19000 miliardi) ad ostacolare l’economia degli Stati Uniti, ma per Washington è di fondamentale importanza garantirsi un enorme flusso di risorse estere ogni giorno, per coprire i deficit gemelli (commercio e bilancio); cioè per il dipartimento del Tesoro è questione di vita o di morte vendere titoli di debito nel mondo e così finanziare le spese degli USA. Si ricordi che dal fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, Bank of China ha subito forti pressioni da Ben Bernanke, allora presidente della Federal Reserve (FED), a non vendere i titoli del debito degli Stati Uniti. In un primo momento, i cinesi decisero di mantenere il dollaro. Tuttavia, da allora, per due volte, la PBoC evitava di acquistare altri titoli degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, avviava un piano per diversificare le riserve valutarie. Pechino acquista oro in maniera massiccia negli ultimi anni, e lo stesso fa la banca centrale della Russia. Nel secondo trimestre del 2016, le riserve auree della Banca di Cina hanno raggiunto le 1823 tonnellate contro le 1762 tonnellate registrate nell’ultimo trimestre del 2015. La Federazione Russa ha aumentato le riserve auree di circa 290 tonnellate tra dicembre 2014 e giugno 2016, chiudendo il secondo trimestre di quest’anno con un totale di 1500 tonnellate. Di fronte ai brutali scossoni del dollaro è fondamentale acquistare asset più sicuri come l’oro che, in tempi di grave instabilità finanziaria, agisce da rifugio sicuro. Quindi la strategia di Mosca e Pechino nel vendere titoli del Tesoro degli USA e comprare oro, viene seguita da molti Paesi. Come stimato dal Fondo monetario internazionale (FMI), le riserve auree delle banche centrali nel mondo hanno già raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni, registrando ai primi di ottobre un volume di circa 33000 tonnellate.
La geopolitica fa la sua parte nel plasmare il nuovo ordine finanziario mondiale. Dopo l’imposizione delle sanzioni economiche al Cremlino, a partire dal 2014, il rapporto con la Cina ha avuto grande rilevanza per i russi. Da allora, le due potenze hanno approfondito i legami in tutti i settori, dall’economia e finanza alla cooperazione militare. Inoltre, assicurando la fornitura di gas alla Cina per i prossimi tre decenni, il Presidente Vladimir Putin ha costruito con l’omologo Xi Jinping una potente alleanza finanziaria che cerca di porre fine una volta per tutte al dominio della moneta statunitense. Attualmente, gli idrocarburi che Mosca vende a Pechino sono pagati in yuan, non dollari. Così, la “moneta del popolo” (renminbi in cinese) emerge gradualmente nel mercato mondiale degli idrocarburi con il commercio tra Russia e Cina, Paesi che, a mio parere, guidano la costruzione del sistema monetario multipolare. La grande novità è che alla corsa per la dedollarizzazione dell’economia globale si è unita l’Arabia Saudita, Paese per decenni fedele alleato della politica estera di Washington. Sorprendentemente, negli ultimi 12 mesi Riad s’è sbarazzata di più di 19 miliardi di dollari investiti in titoli del Tesoro degli Stati Uniti, divenendo insieme alla Cina uno dei principali venditori di debito degli Stati Uniti. A peggiorare le cose, il regno saudita si accanisce sempre più con la Casa Bianca. A fine settembre, il Congresso degli Stati Uniti approvava l’eliminazione del veto del presidente Barack Obama ad una legge che consente negli USA di denunciare l’Arabia Saudita in tribunale per il presunto coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre 2001. In risposta, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) ha raggiunto un accordo storico con la Russia per ridurre la produzione di petrolio e quindi promuovere l’aumento dei prezzi. E’ anche sorprendente che giusto oggi Pechino abbia aperto allo scambio diretto tra yuan e riyal saudita attraverso il Trading System Foreign Exchange della Cina (CFETS, nell’acronimo inglese) per le transazioni tra le due valute senza passare dal dollaro. Di conseguenza, è molto probabile che, più prima che poi, la compagnia petrolifera Saudi Aramco accetti pagamenti in yuan invece che dollari. Se si accadesse, la Casa dei Saud punterebbe tutto sul petroyuan. Il mondo cambia davanti ai nostri occhi…

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Hai messo su peso ultimamente?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tokyo si avvicina a Mosca

Le Courrier de Russie – 8 settembre 2016

Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha creato il Ministero della Cooperazione economica con la Russia, proponendo a Vladimir Putin al Forum Economico Orientale di Vladivostok un ambizioso piano di sviluppo con la Russia. Tokyo cerca di avvicinarsi a Mosca, irritando Washington. Perché il Giappone non ha mai rinunciato alla speranza di recuperare le Curili. Kommersant esamina le relazioni russo-giapponesi.jfqgceds5sxamek4mjts98pxlq0sptpqVladimir, noi siamo della stessa generazione. Ti propongo di essere audaci e responsabili“, commentava Abe dalla tribuna del Forum Economico Orientale di Vladivostok il 3 settembre. Questo passaggio ha suscitato in sala applausi scroscianti. Poi, nel discorso il Primo ministro giapponese ricordava che i russi invecchiano: la popolazione tra i 10 e 20 anni è oltre i 14 milioni oggi, contro i 23 milioni nel 1976, aggiungendo che “la rivoluzione del pensiero industriale che si verifica contattando le imprese giapponesi, non aveva ancora avuto luogo” in Russia. Secondo il Primo ministro, gli otto punti già menzionati nella visita a Sochi nel maggio 2016, aiuteranno la Russia a superare le difficoltà, a “fare dell’estremo oriente la base dell’export asiatico“. Una fonte di Kommersant nell’amministrazione di Shinzo Abe spiegava che gli “otto punti” furono tratti da esperti giapponesi dal discorso annuale di Vladimir Putin all’Assemblea Federale russa. “Questo spiega che la collaborazione nel campo della medicina e dell’urbanistica sono rispettivamente al primo e secondo posto, mentre la tradizionale sfera degli idrocarburi solo al quarto posto”, ha detto l’interlocutore di Kommersant. Il Primo ministro giapponese aveva anche portato a Vladivostok un piano di sviluppo della società e dell’economia russa per i prossimi 30 anni, secondo la comprensione giapponese degli interessi della Federazione. Le priorità sono “aspettativa di vita più lunga dei cittadini russi”, “creare un ambiente confortevole e pulito, garantendo una vita piacevole” e “aumento significativo della collaborazione tra piccole e medie imprese russe e giapponesi“. Per dimostrare la serietà delle intenzioni nei confronti di Mosca, Shinzo Abe nominava il suo ministro dell’Economia, Commercio ed Industria, Hiroshige Seko, alla nuova carica di “Ministro della Cooperazione Economica con la Russia”. Questo “Ministero-Stato” è unico nel governo giapponese. Non esiste né per gli Stati Uniti, né per la Cina, con cui il Giappone ha commerci più significativi che con Mosca.

Felicità senza nuvole
La cooperazione con la Russia è davvero possibile nel contesto delle sanzioni economiche, adottate anche dal Giappone, e degli stretti legami del sistema finanziario di quest’ultimo con quello statunitense? La fonte di Kommersant nell’entourage di Shinzo Abe ha preferito evitare la questione. Da parte loro, gli interlocutori del quotidiano nel governo russo, se lo ritengono un problema hanno sottolineato che il Giappone, al Forum di Vladivostok, ha ignorato manifestamente le sanzioni con la promessa alla società russa Novatec, inserita nella lista nera, di un credito di 400 milioni di dollari. Il desiderio di avvicinarsi a Mosca potrebbe provocare una reazione negativa di Washington. Ma ciò non preoccupa l’interlocutore del Kommersant nel governo giapponese. “Abbiamo scelto volutamente il periodo elettorale degli Stati Uniti, dice quest’ultimo. Le aziende giapponesi sono dei grandi datori di lavoro negli Stati Uniti, dove la lotta per il voto è più tesa, come in Ohio, sede aziendale della Honda“. Secondo lui, in tale contesto, Washington non litigherebbe col Giappone. “Certo che gli statunitensi non apprezzano la rinnovata attività di Tokyo verso la Russia, ma il momento è ben scelto“, confermava il direttore del programma Asia del Carnegie Moscow Center, Aleksandr Gabuev. “Barack Obama non ha intenzione di rimproverare i giapponesi ora, ha altre gatte da pelare. E dopo le elezioni, ci vorrà tempo per formare l’amministrazione, e sarà troppo tardi per fare pressione sui giapponesi“. Un altro aspetto altrettanto importante è la reazione al riavvicinamento russo-giapponese di Pechino, i cui rapporti con Tokyo oscillano tra concorrenza e ostilità. Igor Denisov, collaboratore scientifico del Centro di ricerca per l’Asia orientale del MGIMO (Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca), non drammatizzerebbe la situazione. “I leader cinesi hanno imparato a distinguere l’economia dalla politica, e non vedono i progetti economici russo-giapponesi minacciare i loro interessi nella regione, ha detto. I cinesi non cedono alle teorie cospirative e non cercheranno un significato occulto nella presenza di Abe a Vladivostok“. Tuttavia, la questione del perché Tokyo cerchi di avvicinarsi a Mosca rimane aperta. La Russia non è proprio il primo partner commerciale del Giappone. Il commercio, già non molto alto, è sceso del 30% nel 2015, e di un altro 36% nella prima metà del 2016, passando a 7,3miliardi soltanto (stimati 14,6 miliardi per l’anno). Il Giappone è un alleato militare degli Stati Uniti e membro attivo della Trans-Pacific Partnership che mira, secondo Barack Obama, a contrastare il dominio della Cina, Paese amico della Russia. Gli interlocutori del Kommersant nella delegazione al Forum Economico Orientale non nascondevano che l’obiettivo della politica di Shinzo Abe è sempre lo stesso: trovare sulla disputa delle isole Curili una soluzione accettabile per il Giappone. Aleksandr Panov, ex-ambasciatore russo a Tokyo, ritiene che il primo ministro giapponese abbia altri motivi. “Gli uomini d’affari giapponesi vagano per il mondo alla ricerca di nuovi mercati per rilanciare l’economia del Paese. E la Russia in questa prospettiva è una scelta naturale, spiegava a Kommersant. Inoltre, Abe vuole passare alla storia come leader forte e indipendente e, in tale contesto, una certa presa di distanza dalla politica degli Stati Uniti non sarà superflua“.
Vladimir Putin e Abe sono noti per il loro amore per le combinazioni tattiche, ed è molto probabile che si speri a Mosca di avere i soldi giapponesi senza cedere le isole. Da parte sua, il Giappone cercherà di dimostrare il contrario. I prossimi negoziati sul tema sono previsti a dicembre, nelle terme della Prefettura di Yamaguchi, in occasione della visita del presidente russo in Giappone.hrrluildox3usff46xum9yew8cdx9ywyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora