Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Generale Sulaymani proclama la fine dello Stato islamico

FNA 21 novembre 2017Il Comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), General-Maggiore Qasim Sulaymani, in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL su Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico negli Stati regionali, e dichiarava che governi ed eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Sayad Hasan Nasrallah avevano sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere governi e nazioni summenzionati, è apprezzabile“, aggiungeva sottolineando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense (SIIL) e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “dominio dello SIIL“, concludeva il generale. Il Generale Qasim Sulaymani a settembre osservò che il gruppo terroristico SIIL era alla fine e che sarebbe sparito entro 3 mesi. “Tra meno di tre mesi dichiareremo la fine dello SIIL e della sua presenza su questo pianeta, e celebreremo la vittoria in Iran e nella regione“, dichiarò durante una cerimonia nella provincia di Gilan. “Assesteremo i nostri colpi in modo deciso e incessante al corpo canceroso creato da Stati Uniti e Israele“, aggiunse.
Uno dei motivi per cui l’Iran si è impegnato ad aiutare le nazioni siriana e irachena era che il problema dello SIIL non poteva essere risolto con la diplomazia nei due Paesi, affermava. “Mentre lo SIIL sosteneva che uccidere gli sciiti è imperativo, non c’era altra scelta che la Jihad (guerra santa)“, osservava il Generale Sulaymani, aggiungendo: “Il nemico era pronto a prosciugare l’Islam, a distruggere l’indipendenza dei musulmani e ad occupare gli Stati islamici“. “Oggi, la fiducia nell’Iran e nella sua forza non ha precedenti e altre nazioni e governi hanno molta fiducia nell’Iran perché è riuscito a salvare varie nazioni e alcun altro Paese può competere con l’Iran su ciò“. Il comandante aggiungeva che molti credevano che la guerra contro lo SIIL sarebbe divenuta una guerra tra sciiti e sunniti mentre oggi si assiste al sangue dei giovani sciiti versato per difendere l’onore del popolo sunnita. “Questa è una verità innegabile, se i giovani sciiti di Iran e Afghanistan non si fossero affrettati a difendere gli indifesi di Aleppo in Siria, avrebbero potuto essere massacrati dallo ISIL. Oggi l’unità, la solidarietà e l’amicizia esistenti tra sciiti e sunniti sono più forti che mai“, osservava il Generale Sulaymani.

La leadership degli Stati Uniti spezzata dalla presenza del Generale Sulaymani nel centro operativo di al-Buqamal
FNA, 21 novembre 2017

Un canale televisivo arabo affermava che il Comandante della Forza al-Quds dell’Iran, Generale Qasim Sulaymani, prendeva il comando della liberazione dell’ultima roccaforte dello SIIL, al-Buqamal, dopo che gli Stati Uniti avevano organizzato un complotto sofisticato per costringere l’Esercito arabo siriano a cedere la regione. “La dichiarazione della liberazione di al-Buqamal e il rapido ritiro (delle forze dell’Esercito arabo siriano) dalla città crearono una nuova e grande minaccia dagli statunitensi, che tentarono d’indebolire l’Esercito arabo siriano e gli alleati nella battaglia per la città“, riferiva al-Mayadin dopo che l’Esercito arabo siriano riprendeva al-Buqamal. Citava un comandante ad al-Buqamal affermare al momento della caduta che “quando dichiarammo la liberazione di al-Buqamal, eravamo ancora nella stazione T2 ma fummo costretti a dichiararne la liberazione per impedire che le loro Forze democratiche siriane (SDF – appoggiate dagli Stati Uniti) entrassero nella città”. “Oggi ci eravamo avvicinati ad al-Buqamal da tre lati: gli statunitensi cercavano d’impedire i voli aerei sulla regione e ci stavano indebolendo ad al-Buqamal, ma eravamo determinati a liberarla completamente“, aggiungeva.
Al-Mayadin affermava che le osservazioni del comandante mostrano perché il controllo del centro operativo venisse affidato al Generale Sulaymani, spiegando che il fronte della Resistenza cercava di sventare le trame degli USA per avere la leadership nella regione. Oggi, il Generale Sulaymani in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL in Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico SIIL negli Stati regionali, e affermava che i governi e gli eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Seyed Hassan Nasrallah, hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere i governi e le nazioni summenzionati è apprezzabile“, aggiungeva, osservando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “controllo dello SIIL“, concludeva il Generale Sulaymani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il messaggio iraniano ai terroristi e loro sponsor

PressTV 19 giugno 2017Vi sono analisi da ogni dove da quando i missili del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche colpivano le basi dei terroristi a Dayr al-Zur, in Siria orientale. Sputnik torna sul messaggio che contiene la “risposta importante” non solo verso lo SIIL, ma anche le fazioni che “implicitamente lo sostengono nella regione“. L’Iran potrebbe rispondere in modo diverso agli attacchi terroristici sul suo territorio. Il fatto che si sia scelta una “risposta balistica” ha un suo significato. Ricordiamo bene gli anni della guerra Iran-Iraq, quando gli iraniani lottavano per difendersi. Ma alcun Paese era disposto a vendergli armi. L’Iraq di Sadam colpiva le città iraniane con missili senza che il Paese potesse rispondere adeguatamente. I caccia che lo Scià aveva comprato dagli Stati Uniti non decollavano a causa del boicottaggio imposto da Washington sulla vendita di armi all’Iran. Quel periodo è finito da tempo, ma ebbe il merito di spingere gli iraniani a fabbricare le armi di cui hanno bisogno per difendersi. L’ambizione iraniana ora va molto oltre. Non è Baghdad che l’Iran deve colpire con i missili. I missili iraniani ora sorvolano i cieli iracheni per colpire direttamente le posizioni dei terroristi a diverse centinaia di chilometri di distanza, in Siria. Inoltre non senza ragione gli iraniani hanno scelto le due città curde di Kermanshah e Sanandaj come area di lancio dei missili. Sono città sunnite, ma i sunniti iraniani odiano SIIL e terroristi tanto quanto li odiano gli sciiti. Il commando che compì il duplice attentato a Teheran era composto da curdi iraniani, ma il Kurdistan li odia più di qualsiasi altra provincia iraniana. In questi attacchi balistici, l’Iran ha voluto dimostrare il dominio sulla sicurezza e come controlla tutto. Perché l’Iran potrebbe benissimo utilizzare i caccia per vendicarsi dello SIIL, chiedendo agli alleati iracheni e libanesi in Siria di reagire, ma decideva di agire dal proprio suolo. La risposta è ancora più acuta. Ma quale messaggio l’Iran ha inviato?
1. Il lancio dei missili è innanzitutto la risposta agli attentai dello SIIL.
2. Questa risposta, precisa, dimostra le capacità balistiche dell’Iran: i missili hanno coperto una distanza di 650 chilometri prima di colpire gli edifici alla periferia di Dair al-Zur sede dei terroristi. 650 chilometri è più o meno la distanza tra le città iraniane e Riyadh e Tel Aviv. È anche la stessa distanza che separa le basi militari statunitensi nel Golfo Persico dall’Iran. Basi di cui è ora certo siano nel raggio della potenza balistica iraniana.
3. L’arsenale balistico iraniano include anche missili dalla gittata di 2000 km, il che significa che obiettivi a 2000 chilometri di distanza non sono immuni dalla potenza balistica iraniana.
4. L’attacco è avvenuto appena due ore dopo il discorso del leader supremo iraniano e un paio di ore dopo la riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ciò dimostra l’elevata capacità delle Forze Armate iraniane di rispettare le decisioni delle autorità politiche del Paese.
5. Tempistica e dettagli della risposta meritano una riflessione: l’Iran ha risposto nei termini più netti alle ultime minacce dagli Stati Uniti e alle sanzioni che il Senato ha adottato nei suoi confronti.
6. Ciò è accaduto proprio mentre gli alleati dell’Iran in Siria e in Iraq sfidano la cosiddetta coalizione prendendo il controllo del confine siriano-iracheno nonostante gli avvertimenti di Washington. Si tratta della strada che collega Teheran a Bayrut. Senza controllarla, in precedenza, gli iraniani poterono consegnare più di 100000 razzi a corto e medio raggio ad Hezbollah. Una volta aperta, questa strada permetterà all’Iran di aumentare l’aiuto militare agli alleati Siria e Iraq. E Israele ne sarà interessato, come l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti con le varie basi militari nella regione del Golfo Persico. Uno o due gradi di differenza basteranno a che i missili colpiscano ognuno dei suddetti bersagli invece che Dayr al-Zur.
7. Secondo gli esperti militari, le batterie antimissile avranno bisogno di almeno 30 secondi per intercettare i missili nemici, e se i missili iraniani saranno collocati in prossimità dei confini di Israele o Arabia Saudita o delle basi USA nella regione, alcun sistema antimissile li neutralizzerà in tempo.
In ogni caso, il molteplice messaggio dell’Iran si riassume in una parola: se l’Iran accede al tavolo delle trattative con l’occidente, non significa che è pronto a capitolare. Se gli Stati Uniti non rispettano gli impegni assunti, l’Iran è pronto a combattere e non sarà esso a subire i danni peggiori. Dato che gli USA usano il pretesto dei missili iraniani, beh, è attraverso essi che l’Iran li sfida. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano, “non si minacciano mai gli iraniani, senza il rischio di subirne la risposta“.L’Iran invia un messaggio coi missili in Siria
Emile Naqlah, TCB, 18 giugno 2017
Emile Naqlah, ex-membro della CIA

Il conflitto in Siria ha visto oggi una serie di prime, dato che il Pentagono ha confermato che un aviogetto da combattimento statunitense ha abbattuto un aereo militare siriano vicino Raqqa, e l’esercito iraniano ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato attacchi missilistici su obiettivi dello SIIL in Siria, in rappresaglia all’attentato a Teheran del 7 giugno. Questi sono i primi attacchi in Siria dall’Iran dall’inizio della guerra nel 2011. Per comprendere il contesto in cui si sono verificati, The Cipher Brief ha parlato con Emile Naqlah, ex-membro della CIA, per discutere degli scopi dell’Iran e a chi sono destinati.

The Cipher Brief: Gli attacchi sono presumibilmente la rappresaglia per l’attentato a Teheran del 7 giugno. Pensa che ce ne saranno altri o l’Iran non andrà oltre?
Emile Naqlah: Sulla base dei rapporti disponibili, l’attacco sembra sia solo la rappresaglia contro lo SIIL per l’attentato a Teheran. Se l’Iran avrà informazioni che colleghino l’attentato a un altro gruppo, ad esempio i Mujahidin e-Khalq (Mujahidin del popolo), l’IRGC potrebbe condurre ulteriori attacchi.

TCB: Ciò cambierà la situazione in Siria? In caso affermativo, come?
Naqlah: L’attacco invia il messaggio che l’IRGC possiede un arsenale di missili terra-terra in Siria.

TCB: Qual è la dimensione di tale arsenale? L’IRGC aveva sempre tale arsenale o l’ha potenziato dopo l’attentato? Ed in questo caso, l’intelligence statunitense ne ha tracciato l’invio in Siria?
Naqlah: L’attacco missilistico non cambia l’equilibrio militare in Siria, ma segnala a Washington che Iran e IRGC hanno una forza di ritorsione sufficiente contro SIIL e altri gruppi, se dovessero condurre ulteriori attentati in Iran.

TCB: Può aiutarci a comprendere il contesto dell’attacco, era un messaggio a Stati Uniti e Arabia Saudita?
Naqlah: L’attacco invia più messaggi: agli Stati Uniti, l’Iran non prevede di aumentare il coinvolgimento militare in Siria, ma non ignorerà alcuna provocazione o attacchi alla propria sovranità. L’attacco, dalla prospettiva di Teheran, è di autodifesa. All’Arabia Saudita, si dice di non andare oltre la retorica al vetriolo contro l’Iran. Se i sauditi s’impegnano in azioni militari che minaccino la sicurezza dell’Iran, l’IRGC ha i mezzi e la potenza di ritorsione regionale. L’Iran si considera una potenza regionale responsabile, da status quo e non tollera l’acutizzazione del conflitto nel Golfo. L’attacco è anche un segnale ai sauditi a che recedano dall’assedio al Qatar, affinché la situazione non degeneri.

TCB: C’è qualche relazione con le nuove sanzioni sul programma missilistico dell’Iran appena approvate dal Senato degli Stati Uniti?
Naqlah: Non credo che l’attacco sia in alcun modo in rappresaglia alle sanzioni che il Congresso ha approvato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qasim Sulaymani: l”architetto’ iraniano delle operazioni russe in Siria

Maria Baranova, Gazeta, 5 ottobre 2016 – RBTH

Qasim Sulaymani è un molto influente generale iraniano che ha avuto un ruolo chiave nel convincere il Cremlino a lanciare l’operazione militare in Siria un anno fa. Ma chi è esattamente Sulaymani e fino a che punto arriva la sua influenza?13047902Dopo che gli aerei russi furono dispiegati in Siria permanentemente, nel 2015, iniziando a colpire i gruppi terroristici, Reuters riferì che uno dei principali “architetti” dell’operazione era il generale iraniano Qasim Sulaymani, comandante delle unità speciali della Forza al-Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Secondo l’agenzia fu Sulaymani che descrisse lo scenario delle operazioni in Siria alla leadership militare a Mosca delineando le possibilità d’influenzare la situazione. Durante la prima presunta visita nella capitale russa (24-26 luglio 2015), Sulaymani avrebbe incontrato il Presidente Vladimir Putin e il Ministro della Difesa Sergej Shojgu. “Sulaymani mise la mappa della Siria sul tavolo. I russi erano molto allarmati e sapevano che le cose prendevano una brutta piega, con seri pericoli per il regime“, dice l’articolo. “Gli iraniani assicurarono che c’era ancora la possibilità di riprendere l’iniziativa. Al momento Sulaymani ebbe un ruolo garantendo che non tutto era perduto“. Insomma, Sulaymani avrebbe fatto quattro viaggi a Mosca, a fine luglio, inizio agosto e dicembre 2015, e a metà aprile 2016. Una fonte conferma a Gazeta.ru che Sulaymani fu nella capitale russa in diverse occasioni, nell’inverno 2015-2016. “Qasim è attendibile, e i rifornimenti di armi vengono discussi con lui“, diceva la fonte. Sulaymani discusse dell’operazione siriana con i colleghi russi già nel 2013, ma la destabilizzazione dell’Ucraina rallentò le consultazioni per due anni. In risposta alle domande dei giornalisti, l’addetto stampa presidenziale Dmitrij Peskov negò che Putin avesse incontrato Sulaymani, sostenendo che non aveva alcuna informazione se il generale avesse visitato Mosca.

Uomo internazionale del mistero
Il nome di Qasim Sulaymani appare sulla lista nera delle 15 figure militari e politiche iraniane delle Nazioni Unite a cui è vietato lasciare il Paese per i legami nello sviluppo del programma nucleare. Sulaymani e la Forza al-Quds sono anche oggetto di sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, che classificano la Forza al-Quds organizzazione che aiuta il terrorismo, e Sulaymani un terrorista. Il generale è noto come l’organizzatore di operazioni di sabotaggio e d’intelligence che ha creato una vasta rete di agenti con il supporto delle comunità sciite nella regione. “Sulaymani è il più potente operativo del Medio Oriente e nessuno ne ha mai sentito parlare“, disse John Maguire, ex-agente della CIA in Iraq, alla rivista New Yorker, nel 2013.

Un militare non professionista
Qasim Sulaymani salì la scala sociale grazie alla rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò il regime dello Shah in Iran. Nato in una povera famiglia di contadini nel piccolo villaggio di montagna di Rabor, nella provincia orientale di Kerman, lasciò la scuola dopo cinque anni e fino alla rivoluzione fu un manovale. Il giovane Sulaymani sostenne con forza le idee della rivoluzione. Nei primi giorni aderì al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), divenuto successivamente un’unità d’élite direttamente dipendente dal leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei. L’IRGC ebbe un ruolo chiave nella guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e Sulaymani partecipò alla preparazione delle operazioni dell’unità. Fu allora che pose le basi per la futura rete di agenti, contattando i leader dei curdi iracheni e l’organizzazione sciita Badr che combatteva l’allora presidente iracheno Sadam Husayn.

Vincitore di Sadam e Washington
Sulaymani divenne il comandante della Forza al-Quds nel 1998. L’unità coordina e dirige le attività della rete sciita “rivoluzionaria” che si oppone agli alleati degli Stati Uniti nella regione, tra cui Arabia Saudita e Bahrayn. L’unità svolse un ruolo importante nel rovesciamento del regime del dittatore Sadam Husayn in Iraq. Sulaymani personalmente guidò i combattenti iracheni e stabilì i rapporti con la maggioranza dei partiti ed organizzazioni; all’epoca era considerato il vero padrone dell’Iraq. Dopo la caduta del regime di Husayn, Sulaymani già influenzava le maggiori figure politiche dell’Iraq. Col tempo, una rete di alleanze regionale fu formata sotto la guida del generale iraniano.

Sulaymani contro il ‘califfato’
Quando le città irachene, una dopo l’altra, caddero nelle mani dello Stato islamico, la rete di Sulaymani rispose immediatamente. Per l’Iran, la lotta contro lo SIIL divenne una priorità: i terroristi distruggevano i luoghi santi sciiti. Sulaymani prese il comando ed inviò i suoi migliori combattenti a Baghdad. La Forza al-Quds ebbe un ruolo fondamentale nelle principali vittorie delle Forze Armate irachene a Tiqrit, Faluja e Mosul. Quando il “Califfato” terroristico passò in Siria, la Forza al-Quds era pronta. Secondo Debka, fonte israeliana collegata ai servizi di sicurezza del Paese, gli specialisti iraniani supervisionano le operazioni dell’Esercito arabo siriano su molti fronti, coordinando anche le attività di Hezbollah in Libano, i loro alleati e parte dell’opposizione siriana nella lotta contro lo SIIL. L’Iran nega ufficialmente la presenza di combattenti dell’IRGC in Siria. Name Sham, sito arabo-iraniano collegato all’opposizione siriana, citava lo stesso Assad dire in una riunione: “Il Maggiore-Generale Sulaymani ha un posto nel mio cuore. Se avesse concorso contro di me, avrebbe vinto le elezioni. Tanto è amato dal popolo siriano“.

Un soldato fino alla fine?
Con tale autorità, Sulaymani potrebbe facilmente iniziare la lotta per il potere in Iran. Per le presidenziali nel 2017 vi sono già appelli sui social network iraniani per la candidatura di Sulaymani. Tuttavia, a settembre Sulaymani dichiarava di non avere ambizioni politiche e di voler rimanere un soldato fino alla fine dei suoi giorni. E’ chiaro che per ora il suo piano è concludere positivamente le operazioni siriane. E se questo accade, Sulaymani non avrà bisogno di alcuna elezione in Iran.qassem_soleimani_ap_897988161371_bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran è ancora il bersaglio delle intelligence occidentali

Gilles Munier France-Irak Actualité 2 agosto 2016IRAN-VS-KSA-768x506Il 14 luglio 2015, a Vienna, l’Iran e il gruppo P5+1 (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania) firmavano l’accordo nucleare che concludeva, almeno sulla carta, l’embargo sul Paese. Ma non solo gli statunitensi sono riluttanti ad applicarlo, ma cercano ancora di rovesciare il regime islamico con il sostegno degli alleati occidentali e locali, Israele e Arabia Saudita, mirando alla partizione del Paese. Alcuni mesi prima l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della rivoluzione islamica dell’Iran, riceveva le famiglie delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche cadute in Siria e Iraq, dicendogli che i loro figli avevano dato la vita per proteggere i luoghi santi sciiti le popolazioni di questi Paesi dalla distruzione e permettere all’Iran di non dover combattere lo stesso nemico domani “a Kermanshah, Hamadan e altre province”. La prima minaccia alla sicurezza dell’Iran è lo Stato islamico, naturalmente, ma anche le organizzazioni locali jihadiste e/o separatiste attive principalmente nelle regioni di confine.

Masud Rajavi

Masud Rajavi

Minacce jihadiste e separatiste
Nelle ultime settimane, gli scontri violenti tra il Corpo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) e gruppi armati in Kurdistan, Sistan-Baluchistan, Azerbaijan orientale e Khuzistan (Ahwaz)
– Da quando Masud Barzani ha deciso a marzo di rilanciare il separatismo curdo, accantonato in Iran dal 1996, i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDK-I) guidato da Mustafa Hijri cercano di occupare zone montuose e città al confine con l’Iraq. La tensione è tale che il Generale Pakpour, comandante delle forze di terra dell’IRGC, ha minacciato di intervenire militarmente nel Kurdistan iracheno, se non viene dato l’ordine di ritirare i combattenti. Dato che Barzani non s’imbarcava in tale avventura senza le assicurazioni di CIA e Mossad, la situazione può degenerare solo. Tanto più che secondo l’agenzia Stratfor, chiamata CIA-bis, Mustafa Hijri ora vuole riunire tutte le organizzazioni separatiste iraniane nel “Congresso delle nazionalità per un Iran federale”…
– Il 20 giugno, l’Ammiraglio Ali Shamkhani, Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, rivelava che i servizi avevano sventato “una delle più significative trame terroristiche” ordite da organizzazioni jihadiste che “pianificavano attentati suicidi a Teheran”. Inaudito!
– Il 22 giugno, sei separatisti del GAMO (South Azerbaijan National Army) arrestati nell’Azerbaijan iraniano erano in possesso di “documenti sensibili e informazioni per una potenza straniera“.
– Il 23 giugno, diverse squadre di sabotatori furono arrestate nella provincia petrolifera del Khuzestan, del Movimento di liberazione araba dell’Ahwaz (ASMLA) che vuole l’indipendenza.
– Il 10 luglio, un commando del Partito del Libero Kurdistan (PJAK), legato al PKK turco, feriva un deputato e un prefetto iraniani in un agguato nella provincia di Kermanshah, uccidendo il loro autista.
– 21 luglio 40 persone che si preparano ad attaccare due “importanti centri militari e della sicurezza di Khash” nella provincia del Sistan-Baluchistan, venivano arrestati. Tali ribelli appartenevano al Jaysh al-Adl (Esercito della Giustizia), gruppo armato sunnita baluchi nato dal Jundallah (Esercito di Dio) in gran parte sciolta dopo l’arresto e l’impiccagione del suo capo Adel Malek Rigi, il 20 giugno 2010. Secondo diversi media occidentali, il Jundallah era finanziato anche dal Mossad, che per non turbare gli interlocutori islamici, faceva passare i suoi agenti per… membri della CIA!

Turqi al-Faysal al-Saud

Turqi al-Faysal al-Saud

Il “fu” Masud Rajavi…
Il 9 luglio, al raduno annuale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo (OMPI), gruppo di opposizione iraniano, oggi vicino a neocon statunitensi e ad Israele, il principe saudita Turqi al-Faysal, ex-capo dei servizi segreti ed ex-ambasciatore a Washington, gettava il sasso nello stagno dichiarando che Masud Rajavi, fondatore dell’OMPI, era morto. Immaginate l’imbarazzo di Myriam, l’intraprendente moglie divenuta capo dell’organizzazione dalla scomparsa inspiegabile del marito. Myriam Rajavi doveva negare la morte di Masud Rajavi e dimostrare che è vivo… o confermarne la morte e, in questo caso, dire in quali circostanze era morto e perché non l’aveva annunciato. C’è qualche “malefatte” da nascondere? Ne dipende la “legittimità” della dirigente. Detto ciòp, tutti hanno capito che l’OMPI è ufficialmente supportato dai saudita, già un segreto di Pulcinella.

Verso un remake della guerra Iran-Iraq?
L’attuale recrudescenza delle attività sovversive in Iran ricorda il 2007, quando George W. Bush e Dick Cheney puntavano a rovesciare il regime iraniano con bombardamenti preceduti da attentati etnico-religiosi. Al momento, il piano fu fermato senza riguardo per la vita dei terroristi che ci credevano… e Mahmud Ahmadinejad fu rieletto due anni dopo trionfante. Gli attentati di cui l’Iran è vittima prefigurano l’inizio di un nuovo conflitto arabo-persiana? L'”Alleanza islamica contro il terrorismo” è stata creata per tale scopo? Chi ha sentito il principe Turqi all’Accademia internazionale diplomatica a gennaio, si sarebbe stupito dell’omaggio che fece al cristiano ortodosso Michel Aflaq “grande pensatore dell’arabismo”, fondatore del partito Baath, omettendo, forse deliberatamente, di riferire che si era convertito “clandestinamente” al sunnismo verso la fine della sua vita.death-of-Massoud-Rajavi-artwork-by-SharghTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora