Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alza la posta in Siria: qual è il messaggio?

Salman Rafi Sheikh, NEO, 12/07/2017

Dopo che gli Stati Uniti abbattevano in Siria un secondo drone iraniano e un aviogetto siriano nelle ultime settimane, l’Iran rispondeva con l’attacco missilistico sul centro di comando dello SIIL nella provincia siriana di Dayr al-Zur. L’attacco avveniva nel momento in cui l’Iran era vittima di attentati dello SIIL a Teheran. Mentre gli attentati dimostravano che lo SIIL non è ancora finito, sottolinea anche il motivo del profondo coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano: l’Iran non è venuto a salvare il regime siriano da una guerra per procura saudita/wahhabita, ma da una guerra che certamente raggiungerebbe alla fine l’Iran, proprio come oggi, seppure in modo meno devastante che in Siria, provocando anche qui caos. Ciò può spiegare perché, ad esempio, l’Iran abbia speso miliardi di dollari (da 6 a 15) ogni anno, nonostante la cattiva salute economica dovuta alle sanzioni degli statunitensi. Quindi la profonda motivazione dell’Iran nel maggiore coinvolgimento militare è dovuto al fatto che se a SIIL e altri jihadisti non viene impedito di prevalere, l’Iran sarebbe il prossimo dopo la Siria. L’Iran, pertanto, è chiaramente pronto ad affrontare i piani regionali sauditi e statunitensi. In questo contesto, l’attacco missilistico ha ampiamente dimostrato non solo la misura che può adottare, ma anche chi può colpire nella regione. Lo SIIL è lungi dall’essere l’unica forza ed entità che i missili iraniani possono spazzar via. Ciò è abbastanza evidente dal messaggio ufficiale del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Iran, Generale Muhammad Hossein Bagheri, che disse la mattina successiva l’attacco: “L’Iran è tra le grandi potenze del mondo nel campo missilistico. Essi (Stati Uniti e loro alleati) non hanno la capacità d’impegnarsi in un conflitto con noi attualmente e, naturalmente, non intendiamo scontrarci con loro, ma siamo sempre rivali in diversi campi, compreso quello missilistico“. Il Generale Ramazan Sharif della Guardia dichiarava alla televisione, in un’intervista: “Sauditi e statunitensi sono i primi destinatari di questo messaggio. Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di cercare di creare insicurezza in Iran“. Il Generale Yahya Rahim Safavi, consigliere militare del leader supremo Ali Khamenei, aveva espressamente tirato in causa Washington dicendo che “se gli Stati Uniti decidono di avviare una qualsiasi guerra contro l’Iran, tutte le loro basi militari della regione capiranno di essere insicure“. Chiaramente, l’attacco missilistico è una risposta ai senatori statunitensi che avevano approvato un disegno di legge per ulteriori sanzioni contro l’Iran per il suo programma missilistico. È anche una risposta netta alla dichiarazione malaccorta del segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui la politica dell’amministrazione Trump verso l’Iran comprende il “cambio di regime”. Anche se ciò non è altro che un piano interventista, dimostra anche che l’accordo nucleare USA-Iran è già privo di valore e non dissuade gli Stati Uniti dal trascinare l’Iran in un conflitto militare. Ciò è evidente da come Rex Tillerson ha scelto di definire l’ultima vendita di armi tra Stati Uniti e Arabia Saudita ciò che consentirà a quest’ultima di affrontare “l’influenza malvagia iraniana”. Di conseguenza, l’escalation dei conflitti in Siria e d’intorni.
Per cominciare, la leadership iraniana sembra aver concluso che la stretta strategica esercitata negli ultimi 3-4 anni, da quando i negoziati sulla questione nucleare cominciarono, sia stata fraintesa dalla squadra di Trump. Khamenei aveva accusato in modo corrosivo la politica statunitense. Per Teheran, la squadra di Trump, priva d’esperienza nella diplomazia internazionale, potrebbe credere che la moderazione dell’Iran degli ultimi anni sia segno di debolezza o irresolutezza politica della leadership riformista del Presidente Hassan Rouhani. Certamente, Teheran si aspetta che la sua politica del pugno di ferro illustrata dall’attacco dia la sveglia all’amministrazione Trump. Ciò trova eco nelle parole dell’influente segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayee, ex-comandante dell’IRGC: “Dopo quattro anni in carica, Tillerson arriverà a capire l’Iran“. Come si dice, l’azione parla più chiaro delle parole. La scelta dell’Iran di usare i missili e la precisione con cui hanno colpito l’obiettivo sono un chiaro avvertimento. Secondo tutti i resoconti, i missili hanno colpito l’obiettivo con precisione devastante. In parole povere, l’Iran ha fatto capire agli Stati Uniti che le loro 45000 truppe dispiegate nelle basi in Iraq (5165), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), sono estremamente vulnerabili ai suoi missili a raggio medio di ultima generazione Zulfiqar e ai missili da crociera Qasim. L’azione iraniana aveva il sostegno degli alleati. Mentre l’abbattimento dell’aviogetto siriano da parte degli Stati Uniti ha suscitato aspre critiche da Mosca, indicando l’intenzione di quest’ultima di appoggiare il regime siriano da attacchi molteplici; l’Iran ha ulteriormente rafforzato la crescente cooperazione con la Cina. Perciò, in un momento in cui Stati Uniti e Arabia Saudita intensificano gli sforzi per isolare l’Iran, la Cina raddoppia il sostegno all’alleato regionale. Cacciatorpediniere cinesi e iraniani effettuano manovre militari congiunte da est dello Stretto di Hormuz e nel Mare d’Oman, citate negli articoli dell’agenzia della repubblica islamica.
L’azione militare iraniana in Siria, pertanto, non avveniva nel vuoto regionale, cosa che l’amministrazione statunitense perde di vista complicando la guerra al terrorismo; una guerra che gli Stati Uniti pretendono di combattere, ma che non combattono per aiutare (leggasi: complicità statunitense con il terrorismo) le forze che effettivamente combattono la guerra contro SIIL e altri gruppi “taqfiri”. L’attacco iraniano, a questo proposito, confuta nettamente le affermazioni occidentali/saudite che l’Iran promuova il terrorismo nella regione. Al contrario, dice molto sulla decisione dell’Iran di combattere il terrorismo con tutti i mezzi, mezzi certamente migliorati grazie alla diretta presenza sul terreno per lanciare gli attacchi missilistici.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari nazionali ed esteri del Pakistan, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele preoccupato dall’Iran che avanza in Siria e Libano

Sputnik 12 luglio 2017Secondo Intelligence online, l’Iran ha costruito una fabbrica di missili in Libano a 50 metri di profondità e fortificata contro i raid aerei israeliani. Secondo l’articolo, la fabbrica comprenderebbe due strutture. La prima situata ad Harmal, nell’est della valle della Biqa, che produce i missili superficie-superficie Fateh-110 dalla gittata di 300 chilometri. Questo missile può trasportare una testata di 400 kg. L’altro impianto sarebbe situato sulle coste libanesi, tra Tiro e Sidone. Produrrebbe componenti per missili da consegnare ad altri impianti. Questi impianti in Libano preoccupano Israele. Il quotidiano israeliano ha pubblicato un articolo citando il ministro della Pubblica Istruzione Naftali Bennett. Il ministro ha detto che Israele programma un attacco preventivo, perché lo considera una minaccia. Sputnik ne ha discusso con Emad Abshenass, analista politico iraniano e direttore del quotidiano Iran Press. Abshenass notava che all’inizio dell’anno, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva detto che il Libano ha pieno diritto di costruire una fabbrica di missili per la difesa. Secondo Abshenass: “Da Stato sovrano, il Libano può farlo e nessuno ha il diritto di interferirvi, neanche Israele. Il Libano ha costruito una fabbrica di missili per la difesa da minacce estere, come raid israeliani o attentati dello SIIL”. Abshenass dichiarava che la minaccia d’Israele di attaccare le fabbriche di missili in Libano è propaganda, perché l’esercito israeliano non può distruggerle: “Inoltre, se gli israeliani decidono di farlo, dovranno affrontare la dura reazione del Libano. A sua volta, da principale alleato di Hezbollah, l’Iran ne sarebbe coinvolto e aiuterebbe l’esercito libanese. Ma penso che sia poco probabile che gli israeliani lo facciano”.
Altro motivo di preoccupazione per gli israeliani, l’Iran progetta la costruzione di una strada per trasportare armi a Damasco dai siti di produzione libanesi. Naftali Bennett ha sottolineato che Israele non permetterà all’Iran di realizzare un piano del genere. Abshenass osservava che in effetti tale strada è stata costruita da tempo, giocando un ruolo importante nel mantenere la presenza di Teheran in Siria. Secondo l’esperto: “Il coinvolgimento attivo dell’Iran in Siria e Iraq ha notevolmente aiutato l’Esercito arabo siriano a combattere lo SIIL. In realtà, con il suo contributo, l’Iran ha sventato il piano di Stati Uniti ed Israele volto a frammentare Siria e Iraq. Perciò Israele cerca una scusa per giustificare le aggressioni sul territorio siriano“.

Enorme incendio nel maggiore deposito di munizioni israeliano
HispanTV  9 luglio 2017

Un vasto incendio scoppiava in un’importante base militare dell’esercito israeliano, minacciando grandi quantità di armi immagazzinatevi. I media israeliani riferivano che l’incendio era esploso il 9 luglio pomeriggio in un deposito di munizioni delle Forze Armate d’Israele (IDF) a Nahal Soreq, nel centro dei territori palestinesi occupati. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e 6 velivoli sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare l’incendio“, secondo il portavoce del dipartimento dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy. La base, che si trova tra la città occupata di al-Quds (Gerusalemme) e Tel Aviv, è considerata un importante deposito di munizioni dell’esercito israeliano, responsabile dell’acquisto, raccolta, stoccaggio, assemblaggio e fornitura di armi, dai semplici proiettili ai missili. Secondo Levy, l’incendio era iniziato in un boschetto all’interno della base militare. Finora alcuna informazione su eventuali danni a persone o cause dell’incendio. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e circa 6 velivoli antincendio sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare il fuoco”, riferiva il portavoce dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy.
L’incidente avveniva 20 giorni dopo l’esplosione presso i locali delle Israel Military Industries (IMI) che causò un grande incendio nella fabbrica bellica israeliana nella città di Ramat Hasharon, a nord dei territori palestinesi occupati. Nel giugno 2015, due soldati del regime israeliano rimasero gravemente feriti in un incendio presso la base aerea di Ramon, nel sud dei territori palestinesi occupati.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La linea rossa di Trump

Seymour M. Hersh, Die Welt, 25 giugno 2017 – Global ResearchIl 6 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump autorizzò l’attacco missilistico con i Tomahawk sulla base aerea di Shayrat nella Siria centrale, in rappresaglia a ciò che affermò esser stato un attacco con gas mortale del governo siriano due giorni prima, sulla città ribelle di Qan Shayqun. Trump emise l’ordine nonostante fosse stato avvertito dalla comunità d’intelligence statunitense che non aveva trovato alcuna prova che i siriani avessero usato un’arma chimica. L’intelligence disponibile chiarì che i siriani avevano colpito il sito di una riunione jihadista il 4 aprile utilizzando una bomba guidata fornita dai russi ed equipaggiata con esplosivi convenzionali. I dettagli dell’attacco, comprese le informazioni sui cosiddetti obiettivi di grande valore, furono forniti giorni prima dai russi ad ufficiali statunitensi ed alleati a Doha, la cui missione è coordinare le operazioni delle forze aeree siriane, russe, statunitensi ed alleate nella regione. Alcuni ufficiali statunitensi erano particolarmente afflitti dalla decisione del presidente d’ignorare le prove. “Niente di ciò aveva senso”, disse un funzionario ai colleghi a conoscenza della decisione di bombardare. “Sappiamo che non ci sono stati attacchi chimici… i russi sono furiosi. Sostengono che abbiamo intelligence autentica e sappiamo la verità… immagino che non gli importi se abbiamo scelto Clinton o Trump“. Poche ore dopo il bombardamento del 4 aprile, i media furono saturati da fotografie e video di Qan Shayqun. Le immagini di vittime morte e morenti, colpite da sintomi di avvelenamento da gas nervini, furono diffuse sui social media da attivisti locali, come i White Helmets, un gruppo di emergenza noto per la sua stretta collaborazione con l’opposizione siriana. La provenienza delle foto non era chiara e nessun osservatore internazionale aveva controllato il sito, ma l’immediato presupposto, popolare nel mondo, era che si trattasse dell’uso deliberato dell’agente nervino sarin autorizzato dal Presidente Bashar Assad della Siria. Trump sostenne tale assunzione emettendo una dichiarazione a poche ore dall’attacco, descrivendo le “azioni disgustose” di Assad come conseguenza della “debolezza e irresoluzione” dell’amministrazione Obama nell’affrontare ciò che affermò essere l’uso in passato di armi chimiche della Siria.
A dispetto di molti membri della sua squadra della sicurezza nazionale, Trump non cambiò idea dopo 48 ore di intense relazioni e decisioni. In una serie di interviste, appresi della totale disconnessione tra presidente e molti suoi consiglieri militari e d’intelligence, nonché ufficiali sul campo della regione, che avevano una diversa comprensione della natura dell’attacco della Siria a Qan Shayqun. Ebbi le prove di tale sconnessione, sotto forma di trascrizioni delle comunicazioni in tempo reale, subito dopo l’attacco siriano del 4 aprile. In un importante processo di pre-attacco conosciuto come de-conflitto, ufficiali statunitensi e russi forniscono regolarmente in anticipo i dettagli sulle rotte previste e le coordinate dei bersagli, per garantirsi che non vi sia alcun rischio di collisione o scontro accidentale (i russi parlano per conto dell’Esercito arabo siriano). Queste informazioni vengono fornite quotidianamente agli aerei di sorveglianza AWACS statunitensi che controllano i voli. Il successo e l’importanza del deconflitto può essere misurato dal fatto che non ci sia stata ancora una collisione, o addirittura avvicinamento tra i potenti cacciabombardieri supersonici statunitensi, alleati, russi e siriani. Gli ufficiali delle aeronautiche russa e siriana fornirono dettagliatamente il piano di volo attentamente pianificato da e per Qan Shayqun il 4 aprile, direttamente in inglese, ai monitor di deconflitto dell’aereo AWACS che pattugliava sul confine turco, 60 miglia o più a nord. Il bersaglio dei siriani a Qan Shayqun, condiviso con gli statunitensi a Doha, fu descritto come edificio di due piani a nord della città. L’intelligence russa condivisa, quando necessario, con Siria e Stati Uniti, nell’ambito della lotta comune ai gruppi jihadisti, aveva stabilito che nell’edificio doveva aver luogo una riunione di alto livello dei capi jihadisti, tra cui rappresentanti di Ahrar al-Sham e del gruppo affiliato ad al-Qaida già noto come Jabhat al-Nusra. I due gruppi avevano recentemente unito le forze e controllavano la città e l’area circostante. L’intelligence russa indicò l’edificio come centro di comando e controllo che ospitava un negozio di alimentari e altri locali commerciali al piano terra, con altri negozi di beni essenziali nelle vicinanze, tra cui uno di tessuti e uno di elettronica. “I ribelli controllano la popolazione controllando la distribuzione delle merci di cui la gente ha bisogno per vivere: cibo, acqua, olio, gas propano, fertilizzanti per coltivare i raccolti e insetticidi per proteggerli“, mi disse un consigliere della comunità d’intelligence statunitense che prestava servizio in posizioni di alto livello presso dipartimento della Difesa e Agenzia d’Intelligence Centrale. L’edificio era utilizzato come deposito per razzi, armi e munizioni, nonché prodotti da poter distribuire gratuitamente alla comunità, tra cui farmaci e decontaminanti a base di cloro per la pulizia dei corpi dei morti prima della sepoltura. Il luogo delle riunione, una base regionale, era al secondo piano. “Era il luogo d’incontro stabilito” disse il consigliere. “Un vecchio impianto che avrebbe avuto sicurezza, armi e un centro comunicazioni, dossier e mappe”.
I russi intendevano confermare l’intelligence e dispiegarono un drone per giorni sul sito per monitorarne le comunicazioni e sviluppare ciò che è noto nella comunità d’intelligence come POL, modello di vita. L’obiettivo era identificare chi entrava e usciva dall’edificio, e tracciare il traffico di armi, compresi razzi e munizioni. Una ragione del messaggio russo a Washington sull’obiettivo previsto era assicurare che qualsiasi risorsa o informatore della CIA che lavorasse nella direzione jihadista venisse avvertito di non partecipare alla riunione. Mi fu detto che i russi passarono l’avviso direttamente alla CIA. “Agivano correttamente“, disse il consigliere. I russi rilevarono che la riunione jihadista avveniva in un momento di pressione acuta sugli insorti: presumibilmente Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham cercavano disperatamente una via nel nuovo clima politico. Negli ultimi giorni di marzo, Trump e due dei suoi aiutanti della sicurezza nazionale, il segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, dichiararono che, come affermò il New York Times, la Casa Bianca aveva abbandonato l’obiettivo “di spingere Assad” a lasciare il potere, segnando una forte frattura dalla politica mediorientale guidata dall’amministrazione Obama per più di cinque anni”. Il segretario stampa della Casa Bianca Sean Spicer disse nel briefing del 31 marzo che, “c’è una realtà che dobbiamo accettare”, implicando che Assad sarebbe rimasto. I funzionari dell’intelligence russi e siriani, che coordinano le operazioni con i comandi statunitensi, chiarirono che l’attacco previsto su Qan Shayqun era speciale per via dell’obiettivo di alto valore. “Fu un cambiamento acuto. La missione era fuori dall’ordinario, ripulire i piani di volo, mi disse il consigliere. “Ogni ufficiale operativo nella regione”, dell’esercito, dei marines, dell’aeronautica, della CIA e dell’NSA, “doveva sapere che c’era qualcosa in corso. I russi diedero alla Siria una bomba guidata, una rarità. Sono tirchi con le bombe guidate e raramente le condividono con l’Aeronautica siriana. E i siriani assegnarono il loro miglior pilota alla missione, con il miglior gregario“. L’intelligence anticipata sul bersaglio, fornita dai russi, ebbe il valore più alto possibile nella comunità statunitense. L’ordine esecutivo che governa le operazioni militari statunitensi nel teatro, rilasciato dal presidente dei Capi di Stato Maggiore, dava le istruzioni che delimitano il rapporto tra le forze statunitensi e russe operanti in Siria. “È come un ordine di opzione, ecco a cosa sei autorizzato“, disse il consigliere. “Non condividiamo il controllo operativo con i russi. Non facciamo operazioni con loro o attività direttamente a sostegno di una delle loro operazioni. Ma il coordinamento è consentito. Ci teniamo in contatto su ciò che succede e nell’ambito di ciò avviene lo scambio reciproco d’intelligence. Se otteniamo un dato che possa aiutare i russi nella loro missione, questo è coordinamento; e i russi fanno lo stesso con noi. Quando abbiamo un suggerimento a proposito di un comando“, aggiunse il consigliere, riferendosi all’obiettivo di Qan Shayqun, “facciamo ciò che possiamo per aiutarli. Questo non era un attacco con armi chimiche“, disse il consigliere. “E’ una favola. Se è così, tutti i soggetti coinvolti nel trasferimento, caricamento puntamento dell’arma, che dovresti far apparire come bomba convenzionale da 250 kg, indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di fughe. Ci sarebbero poche possibilità di sopravvivenza senza tali equipaggiamenti. Il Sarin militare include additivi progettati per aumentarne tossicità e letalità. Ogni elemento è massimizzato per infliggere morte. Ecco perché viene prodotto. È inodore e invisibile e la morte può avvenire entro un minuto. Nessuna nuvola. Perché produrre un’arma da cui la gente può scappare?
L’obiettivo fu colpito alle 6:55 del 4 aprile, poco prima di mezzanotte a Washington. Una valutazione dei danni da bombe (BDA) da parte delle forze armate statunitensi, stabilì che calore e potenza della bomba siriana da 250 kg causò una serie di esplosioni secondarie che avrebbero generato un’enorme nuvola tossica che si diffuse sulla città, formata dal rilascio di fertilizzanti, disinfettanti ed altri beni immagazzinati nel seminterrato, il cui effetto fu ingrandito dalla densità del mattino, che bloccò i fumi al suolo. Secondo le stime dell’intelligence, disse il consigliere, l’attacco eliminò quattro capi jihadisti e un numero sconosciuto di autisti e addetti alla sicurezza. Non esiste un numero confermato di civili uccisi dai gas velenosi rilasciati dalle esplosioni secondarie, sebbene gli attivisti dell’opposizione parlassero di più di 80 morti e media come CNN di 92. Il team di Médecins Sans Frontières, che curò le vittime di Qan Shayqun in una clinica a 60 miglia a nord, riferì che “otto pazienti hanno mostrato sintomi, tra cui congestione, spasmi e defecazione involontaria, coerenti con l’esposizione ad un agente neurotossico come Sarin o simili“. MSF visitò anche altri ospedali che ricevettero le vittime e scoprì che i pazienti “odoravano di candeggina, suggerendo che fossero stati esposti al cloro“. In altre parole, le prove suggerivano che ci fosse più di una sostanza chimica responsabile dei sintomi osservati, cosa che non sarebbe avvenuta se la forza aerea siriana, come sottolineato degli attivisti dell’opposizione, avesse sganciato il Sarin, che non ha alcun potere cinetico o di scatenare esplosioni secondarie. La gamma dei sintomi tuttavia era coerente al rilascio di una miscela di sostanze chimiche, tra cui cloro e organofosfati utilizzati in molti fertilizzanti, che possono causare effetti neurotossici simili a quelli del Sarin. Internet entrò in azione in poche ore, e fotografie spaventose delle vittime inondarono reti televisive e youtube. L’intelligence statunitense fu incaricata di stabilire ciò che era accaduto. Tra le informazioni ricevute vi fu un’intercettazione delle comunicazioni siriane prima dell’attacco da parte di una nazione alleata. L’intercettazione, che ebbe un effetto particolarmente forte su alcuni aiutanti di Trump, non menzionò gas nervino o Sarin, ma un generale siriano che discuteva di un’arma “speciale” e la necessità di un pilota altamente qualificato per l’aereo d’attacco. Il riferimento, come capito dalla comunità d’intelligence statunitense, e non da molti aiutanti inesperti e famigliari di Trump, era a una bomba fornita dai russi con sistema di guida. “Se hai già deciso che è stato un attacco coi gas, allora inevitabilmente leggerete il discorso su un’arma speciale come bomba con il sarin“, disse il consigliere. “I siriani programmarono l’attacco su Qan Shayqun? Assolutamente. Abbiamo le intercettazioni per dimostrarlo? Assolutamente. Avevano intenzione di usare Sarin? No. Ma il presidente non ha detto: ‘Abbiamo un problema, guardiamo’. Voleva bombardare merda sulla Siria”.
All’ONU il giorno successivo, l’ambasciatrice Haley fece sensazione sui media mostrando le fotografie dei morti e accusò la Russia di essere implicata. “Quanti altri bambini devono morire prima che la Russia si preoccupi?” Chiese. NBC News, in un report tipico di quel giorno, citò funzionari statunitensi confermare che il gas nervino era stato utilizzato e Haley collegò l’attacco direttamente al Presidente siriano Assad. “Sappiamo che l’attacco di ieri è stata una nuova bassezza anche per il barbaro regime di Assad“, disse. C’era dell’ironia nella corsa statunitense ad incolpare la Siria e criticare la Russia per il sostegno alla Siria, che negava qualsiasi uso di gas a Qan Shayqun, come fecero l’ambasciatrice Haley e altri a Washington. “Quello che non sa la maggior parte degli statunitensi“, disse il consulente, “è che se ci fosse stato un attacco con gas nervoso siriano autorizzato da Bashar, i russi sarebbero stati 10 volte più sconvolti di chiunque in occidente. La strategia della Russia contro lo SIIL, che implica la cooperazione statunitense, sarebbe stata distrutta, e Bashar avrebbe fatto incazzare la Russia con conseguenze sconosciute per lui. Bashar lo farebbe? Quando è in procinto di vincere la guerra? Ma scherzate?” Trump, un costante telespettatore di notiziari televisivi, affermò, mentre re Abdullah di Giordania gli era seduto accanto nell’ufficio ovale, che ciò che era successo era “orribile, orribile” e “un terribile danno all’umanità“. Cambiando politica verso il governo Assad, disse: “Vedrete“. Suggerendo la risposta alla successiva conferenza stampa con re Abdullah: “Quando uccidi bambini inermi, bambini inermi, neonati, con un gas chimico così letale… attraversi molte, molte linee, oltre la linea rossa… L’attacco contro i bambini di ieri ha avuto un grosso impatto su di me. Grande impatto… è molto, molto possibile… che il mio atteggiamento verso Siria e Assad sia cambiato molto“. Poco dopo aver visto le foto, disse il consigliere, Trump istruì l’apparato della difesa nazionale di pianificare la ritorsione contro la Siria. “L’ha fatto prima di parlare con chiunque. I pianificatori poi chiesero a CIA e DIA se c’era qualche prova che la Siria avesse depositato Sarin in un aeroporto vicino o da qualche parte nella zona. I loro militari dovevano averlo da qualche parte nella zona da bombardare con esso“. “La risposta fu: “Non abbiamo alcuna prova che la Siria abbia o usi Sarin“, mi disse il consigliere. “La CIA gli disse anche che non esiste alcun carico residuo di Sarin a Shayrat (la base da cui il cacciabombardiere Su-24 siriano decollò il 4 aprile) e Assad non aveva alcun motivo per commettere un suicidio politico“.
Tutti gli interessati, tranne forse il presidente, capirono che un team altamente qualificato delle Nazioni Unite aveva passato più di un anno, dopo il presunto attacco col Sarin nel 2013 in Siria, a rimuovere ciò che si diceva fossero tutte le armi chimiche da una dozzina di depositi di armi siriani.
A questo punto, disse il consigliere, i pianificatori della sicurezza nazionale del presidente ne furono più che tristi: “Nessuno conosceva la provenienza delle fotografie. Non sapevamo chi erano i bambini o come fossero feriti. Il Sarin in realtà è molto facile da rilevare perché penetra la vernice e tutto quello che dovresti fare è ottenere un campione di vernice. Sapevamo che c’era una nuvola e sapevamo di persone ferite. Ma non puoi saltare lì certo che Assad abbia nascosto il Sarin all’ONU perché voleva usarlo a Qan Shayqun”. L’intelligence chiarì che un cacciabombardiere Su-24 aveva usato un’arma convenzionale per colpire l’obiettivo: non c’era nessuna testata chimica. Eppure era impossibile che gli esperti persuadessero il presidente di questa cosa, una volta che l’aveva assunta. “Il presidente vide le fotografie di bambini avvelenati e dichiarò che era opera di Assad“, disse il consigliere. “È tipico della natura umana. Salti alla conclusione che vuoi. Gli analisti dell’intelligence non discutono con un presidente. Non hanno intenzione di dire al presidente, “se interpretate i dati in questo modo, mi dimetto“. I consiglieri della sicurezza nazionale capirono il loro dilemma: Trump voleva rispondere all’offesa all’umanità commessa dalla Siria e non voleva esserne dissuaso. Avevano a che fare con un uomo che consideravano non offensivo o stupido, ma di cui le limitazioni quando si parla di decisioni sulla sicurezza nazionale sono gravi. “Tutti quelli vicino ne riconoscono la propensione ad agire precipitosamente quando non conosce i fatti“, disse il consigliere. “Non legge niente e non ha una vera cultura storica. Vuole presentazioni verbali e fotografie. È uno che rischia. Può accettare le conseguenze di una cattiva decisione nel mondo degli affari; perderà solo dei soldi. Ma nel nostro mondo, vite vengono perse e ci sarà un danno a lungo termine per la nostra sicurezza nazionale se sbagliasse puntata. Gli fu detto che non avevamo prove del coinvolgimento siriano, eppure Trump disse: “Fatelo”.
Il 6 aprile, Trump convocò una riunione dei funzionari della sicurezza nazionali presso il suo resort Mar-a-Lago in Florida. L’incontro non fu su decidere cosa fare, ma come farlo meglio o, come alcuni volevano, fare il minimo e accontentare Trump. “Il capo sapeva prima della riunione che non avevano l’intelligence, ma non era questione“, disse il consigliere. “La riunione era su: “Ecco cosa farò”, e poi furono avanzate le opzioni“. L’intelligence disponibile non era rilevante. Il più esperto al tavolo era il segretario alla Difesa James Mattis, un ex-generale dei marines che aveva il rispetto del presidente e capiva, forse, quanto rapidamente potesse ripensarci. Mike Pompeo, direttore della CIA, la cui agenzia aveva sempre dichiarato di non avere prove su una bomba chimica siriana, non era presente. Il segretario di Stato Tillerson era ammirato per la volontà di lavorare molto e l’avida lettura di cablo e rapporti diplomatici, ma non sapeva molto di guerra e bombardamenti. I presenti erano confusi, disse il consigliere. “Il presidente fu emotivamente energizzato dal disastro e voleva le opzioni“. Ne ottenne quattro, in ordine di estremità. L’opzione uno era non fare nulla. Tutti i presenti, disse il consigliere, capirono che non andava. L’opzione due era un buffetto: bombardare una base aerea in Siria, ma solo dopo aver avvisato i russi e, attraverso loro, i siriani, per evitare troppe vittime. Alcuni dei pianificatori la chiamarono “opzione gorilla”: gli USA avrebbe fatto occhiatacce e battuto il petto per spaventare e dimostrare determinazione, ma causando pochi danni significativi. La terza opzione era l’attacco presentato a Obama nel 2013 e che alla fine non accettò. Il piano richiedeva il massiccio bombardamento dei principali aeroporti e centri di comando siriani usando velivoli B1 e B52 decollati dalle basi negli USA. Opzione quattro: “decapitazione“: rimuovere Assad bombardandone il palazzo a Damasco, la rete di comando e tutti i bunker sotterranei in cui poteva ritirarsi in caso di crisi. “Trump escluse subito l’opzione uno“, disse il consigliere, e l’assassinio di Assad non fu mai considerato. “Ma disse in sostanza: “Voi siete l’esercito e voglio un’azione militare”. Il presidente fu anche inizialmente contrario all’idea di avvertire i russi prima dell’attacco, ma accettò con riluttanza. “Gli demmo l’opzione Goldilocks. Non troppo calda, non troppo fredda, ma giusta“. La discussione ebbe i suoi momenti bizzarri. Tillerson chiese nel meeting di Mar-a-Lago perché il presidente non poteva semplicemente chiamare i bombardieri B52 e polverizzare la base aerea. Gli fu detto che i B52 erano molto vulnerabili ai missili antiaerei (SAM) nell’area e che impiegandoli avrebbero avuto bisogno di fuoco di soppressione che poteva uccidere alcuni soldati russi. “Cos’è?” chiese Tillerson. Beh, signore, Le è stato detto, significa che dovremmo distruggere i siti dei SAM lungo la rotta dei B52, che sono occupati dai russi, e affronteremmo una situazione molto più difficile. “La lezione qui fu: grazie a Dio per i militari alla riunione“, disse il consigliere. “Hanno fatto il meglio che poterono quando ebbero davanti una decisione già presa“.Cinquantanove missili Tomahawk furono lanciati da due cacciatorpediniere della Marina Militare statunitense in servizio nel Mediterraneo, Ross e Porter, contro la base aerea di Shayrat vicino la città governativa di Homs. L’attacco non fu il successo sperato, dati i minimi danni. I missili hanno una testata leggera, circa 100 kg di HBX, versione moderna del TNT militare. I serbatoi di benzina dell’aeroporto, obiettivo primario, furono polverizzati, secondo il consigliere, innescando un enorme incendio e nuvole di fumo che interferirono con il sistema di guida dei missili seguenti (il consigliere qui mente spudoratamente. NdT). 24 missili mancarono il bersaglio e solo alcuni colpirono effettivamente un hangar, distruggendo nove aeromobili siriani (solo tre, NdT), molti meno di quanto sostenuto dall’amministrazione Trump. Mi fu detto che alcuno di essi fosse operativo: tali aerei danneggiati sono ciò che l’aeronautica chiama regine degli hangar. “Erano agnelli sacrificali” disse il consigliere. La maggior parte del personale e i velivoli operativi furono trasferiti nelle basi vicine ore prima del raid. Le due piste e i parcheggi, che erano stati presi di mira, furono riparati e riattivati dopo otto ore. Tutto sommato, fu poco più di un costoso spettacolo di fuochi d’artificio. “Fu uno spettacolo solo per Trump, dall’inizio alla fine”, disse il consigliere. “Alcuni dei consiglieri della sicurezza nazionale del presidente ritennero la missione una decisione negativa minima e prescritta dall’obbligo di esecuzione. Ma non credo che la gente della sicurezza nazionale permetterà di non fermare un’altra decisione negativa e se Trump avesse adottato l’opzione tre, ci sarebbero state dimissioni immediate“. Dopo la riunione, con i Tomahawk in volo, Trump parlò alla nazione da Mar-a-Lago e accusò Assad di usare il gas nervino per soffocare “la vita di uomini, donne e bambini impotenti. Fu una morte lenta e brutale per tanti… Nessun figlio di Dio dovrebbe mai subire tale orrore“. I giorni seguenti furono i più riusciti del presidente. Gli USA si unirono intorno al comandante in capo, come sempre nei tempi di guerra. Trump, che aveva lanciato la campagna elettorale come sostenitore della pace con Assad, bombardava la Siria 11 settimane dopo il giuramento e fu acclamato da repubblicani, democratici e media. Un prominente anchorman televisivo, Brian Williams di MSNBC, usò la parola “belle” per descrivere le immagini dei Tomahawk lanciati dal mare. Parlando alla CNN, Fareed Zakaria dichiarò: “Penso che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti“. La rassegna dei primi 100 giornali statunitensi mostrava che 39 di essi pubblicarono editoriali a sostegno del bombardamento, tra cui New York Times, Washington Post e Wall Street Journal. Cinque giorni dopo, l’amministrazione Trump radunò i media nazionali per un briefing sull’operazione siriana, condotto da un alto funzionario della Casa Bianca che non va identificato. Il concetto del briefing era che il rifiuto netto e persistente della Russia sull’uso qualsiasi del Sarin nel bombardamento di Qan Shayqun era una menzogna perché il presidente Trump aveva detto che il Sarin era stato utilizzato. Tale affermazione, che non fu contestata da nessuno dei giornalisti presenti, divenne causa di ulteriori critiche:
La continua menzogna dell’amministrazione Trump sull’utilizzo di Sarin da parte della Siria provoca la diffusa convinzione nei media e nel pubblico statunitensi che la Russia fosse coinvolta nella disinformazione e campagna di copertura della Siria.
Le forze militari russe erano schierate sulla base aerea siriana di Shayrat (come in tutta la Siria), sollevando la possibilità che la Russia avesse notato in anticipo la volontà della Siria di usare il Sarin a Qan Shayqun e non fece nulla per fermarla.
L’uso del Sarin e la difesa della Russia dell’impiego suggeriva che la Siria avesse scorte dell’agente nervino, sottratte al gruppo di disarmo delle Nazioni Unite che passò gran parte del 2014 verificando e rimuovendo tutti gli agenti da guerra chimica dichiarati dai 12 depositi di armi chimiche siriane, sulla base dell’accordo tra amministrazione Obama e Russia dopo il presunto, ma non ancora dimostrato, impiego del Sarin l’anno prima contro un ridotto dei ribelli in un sobborgo di Damasco.
Il relatore, a suo merito, fu attento ad usare le parole “pensare”, “suggerire” e “credere” almeno 10 volte durante l’intervento di 30 minuti. Ma disse anche che il briefing si basava su dati declassificati dai “nostri colleghi della comunità di intelligence“. Ciò che non disse e forse non sapeva, era che gran parte delle informazioni classificate nella comunità indicava che la Siria non aveva usato il Sarin nel bombardamento del 4 aprile. La stampa mainstream rispose nel modo in cui la Casa Bianca sperava: le storie che attaccavano la presunta copertura della Russia dell’uso del Sarin della Siria dominarono le notizie e molti media ignorarono i molteplici avvertimenti del relatore. C’era la sensazione di una nuova guerra fredda. Il New York Times, ad esempio, primo quotidiano degli USA, pose il seguente titolo: “La Casa Bianca accusa la Russia di coprire la Siria nell’attacco chimico”. Il Times notava la smentita russa, ma ciò che fu descritto dal relatore come “informazioni declassificate” divenne improvvisamente “rapporto d’intelligence declassificato”. Tuttavia, non c’era alcuna relazione formale dell’intelligence che affermasse che la Siria aveva usato il Sarin, ma semplicemente un “sommario basato su informazioni declassificate sugli attacchi“. La crisi scomparve a fine di aprile, quando Russia, Siria e Stati Uniti decisero di annichilire le milizie di SIIL e al-Qaida. Alcuni di coloro che lavorarono sulla crisi, tuttavia, continuano a preoccuparsi. “Salafiti e jihadisti hanno ottenuto tutto ciò che volevano dalla loro ipotesi fasulla sul gas nervino siriano“, mi disse il consigliere della comunità d’intelligence statunitense, riferendosi all’acuirsi delle tensioni tra Siria, Russia e USA. “La questione è cosa succede se ci sarà un altro attacco sotto falsa bandiera accreditato contro la Siria? Trump ha aperto le porte e si è messo in un angolo con la decisione di bombardare. E non pensiate che costoro non pianifichino il prossimo attacco sotto falsa bandiera. Trump non avrà altra scelta se non bombardare di nuovo, e di più. Non sa ammettere di aver commesso un errore“.
La Casa Bianca non ha risposto a domande specifiche sul bombardamento di Qan Shayqun e l’aeroporto di Shayrat. Queste domande furono inviate via e-mail alla Casa Bianca il 15 giugno e non hanno mai avuto risposta.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli avvertimenti dei russi mettono a terra gli aerei statunitensi in Siria

Il portavoce del Pentagono dice che farà volare “aerei con capacità specifiche” sulla Siria
Russia Insider 27 giugno 2017Ciò che tutti vogliono sapere in questo momento è: l’annuncio russo sui loro sistemi di difesa aerea che tracceranno gli aerei statunitensi ad ovest dell’Eufrate, limita l’attività aerea statunitense sulla Siria? Subito dopo l’annuncio si capiva che la nuova disposizione russa avrebbe riguardato soprattutto gli aerei statunitensi imbarcati (F/A-18). Da allora gli Stati Uniti hanno condotto un solo attacco contro lo SIIL a Palmyra, lontano dall’Eufrate, solo per chiarimento. Tuttavia, l’attacco fu un eccezione. Secondo i comunicati del CENTCOM, praticamente tutte le missioni d’attacco, dall’avvio della nuova politica russa, saranno ad est dell’Eufrate o a un paio di chilometri ad ovest, ma sempre sulla valle del fiume. Sembra che l’avviso russo abbia avuto un effetto molto sostanziale. Tuttavia, le forze armate statunitensi sono state estremamente caute sulle informazioni e hanno rifiutato di dire quanto siano diverse ora le loro operazioni aeree. La scorsa settimana, tuttavia, un portavoce del Pentagono ha detto qualcosa di piuttosto interessante:
Giornalista: colonnello, quindi, dopo che l’F-18 ha colpito l’aereo del regime siriano, i russi hanno minacciato aerei della coalizione a ovest dell’Eufrate. Ovviamente i velivoli della coalizione hanno continuato a operare nella zona, ma i sistema antiaerei hanno illuminato almeno uno dei velivoli durante le loro operazioni, dopo l’incidente?
Portavoce del Pentagono: sulla sua prima domanda, in riferimento al nostro aereo che, dopo le dichiarazioni fatte, è stato illuminato, credo che intenda ciò nel modo in cui lo presenta, continuiamo ad operare sul resto della Siria. E pensando che abbia letto l’affermazione del tenente generale Harrigian e le osservazioni al New York Times, continueremo ad operarvi. Ma faremo in modo che i nostri equipaggi, sapete, possano operare al sicuro. E se ci vuole un aereo specifico con capacità specifiche per volare in particolari aree, allora è ciò che farà il comando. Questo è ciò che i nostri equipaggi continueranno a fare. Non intendiamo entrare nei dettagli sul se o meno, sapete, certi aerei sono stati illuminati. Prenderemo misure molto specifiche e calcolate per assicurare che i nostri equipaggi in volo possano continuare a volare in modo sicuro“.
Se si prende un aereo specifico per volare in determinate aree (in Siria, ad ovest dell’Eufrate) allora si tratta dell’aereo scelto per la missione. Ma ciò significa anche che, dall’avvertimento russo, solo alcuni aerei sono adatti. Gli altri non hanno le “capacità specifiche” per “operare in modo sicuro”. Non pretendiamo di avere l’indizio su quali tipi di aerei le forze armate statunitensi potranno ancora far volare in sicurezza sulla Siria occidentale (stealth? A-10?) e quali no (AWACS? aerocisterne? F/A-18?), ma sembra che il Pentagono si sia lascito un po’ andare.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora