Aral: un mare di bugie tra perestrojka e capitalismo

Luca BaldelliIl mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’URSS ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo–ambientalisti privi di senso e di base logico–argomentativa.
Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazione” lessico– oncettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord–occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: sono l’Amu Darja (l’Oxos del mondo greco classico, il Jayhun del mondo antico persiano) ed il Syr Darja (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2540 km, con una portata media di 2134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2212 km, con una portata media di 1234 metri cubi al secondo. Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapshin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere d’irrigazione (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darja e del Syr Darja) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’URSS ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera d’ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!) Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico–infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali d’irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Jusupovich Jusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darja ed il Syr Darja, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’URSS era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60–70% del totale.
Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’URSS virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti–leninisti, hanno sempre sostenuto ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro le loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico–sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral. Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che nello stesso periodo la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa dell’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle. Basti pensare che negli anni ’80 solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136000000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era all’epoca il più grande produttore di frutta e verdura dell’URSS! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centroasiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’URSS pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3348000 tonnellate di vegetali (su 165700 ha) e 914000 tonnellate di meloni (su 83200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2936000 e a 479000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro–capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1800000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5000000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai media per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto quest’ultimo a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo d’inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5000000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1400000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.
Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51675 kmq (negli anni ’50-’60 era di 68000) e un livello medio pari a 46,40 m (negli anni ’50-’60 era di 53–54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile) ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano–gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non recò benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti! Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’URSS. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse! Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36182 kmq, per poi restringersi fino a 17200 kmq nel 2004, con 30,40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7434 kmq, per risalire a 13836 nel 2010 e ridiscendere a 8303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.
Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Ujalij, Bijiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%). Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore). A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral. Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce l’hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo–ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’URSS, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa). Pjotr Zavjalov, Vicedirettore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centroasiatica, 390000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral. Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000-2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5,9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare poi il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci–quindici anni prima, era in aumento. Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.
In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista–leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “tutto rose e fiori” e la vis delendi del “tutto va male”, del “tutto è una catastrofe”. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.Riferimenti:
Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.
Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило “Причина исчезновения Арала найдена?“, in “Наука в России“, N° 6 – 1995
Sulla storia del Mare di Aral (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).
Sul dibattito inerente il Mare di Aral
Mappa “evolutiva” del Mare di Aral
Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan

Annunci

La potenza della Russia supera quella degli USA

Andrej Martjanov UNZ 27 settembre 2017Le dimensioni contano, come gittata e velocità, ogni volta che si parla di armi. Sembra che ci sia una grande confusione sul contingente militare russo relativamente piccolo in Siria. L’indicatore più popolare di tale confusione è l’infinita discussione su un possibile attacco statunitense alle forze russe in Siria, soprattutto sulla base aerea di Humaymim. Può tale attacco, una volta considerate le dimensioni delle forze che gli Stati Uniti possono schierare contro i russi, “sconfiggerle”? Questa è una questione legittima ma anche poco professionale. Infatti, negli Stati Uniti ci sono molte persone di grande rilievo che, oltre a considerare tale scenario terrificante, l’istigano. Il tenente-colonnello Ralph Peters non lesina le parole quando si tratta di attaccare i russi; infatti, è un tizio diretto quando prescrive come combattere i russi: ciò potrebbe divenire incontrollato, e velocemente. Se avviene, si deve vincere rapidamente e decisamente, e limitarsi alla Siria. Non c’è dubbio che Peters e i militari e politici statunitensi che rappresenta conoscano la saggezza strategica del passato, da Clausewitz a Moltke e Guderian, ma qui la questione apparentemente legittima sulla probabilità del successo statunitense nel rigettare i cattivi russki nell’età della pietra a Humaymim e altrove in Siria, smette di essere seria. Naturalmente, gli Stati Uniti possono lanciare tutto ciò che hanno di convenzionale su Humaymim forse superando qualunque cosa abbiano i russi, dai Su-35 agli S-300 e S-400, e forse il sogno erotico di Peters di confinare il conflitto in Siria sarebbe molto reale. Funzionerebbe, cioè contro qualsiasi contingente militare tranne quello della Russia.
A questo proposito non conta il fatto che la Russia sia una superpotenza nucleare: tutti lo sanno. Anche i russofobi più rabbiosi lo sanno e possono capire, anche se male coi loro poveri cervelli, il concetto che diverrebbero cenere radioattiva abbastanza velocemente se commettono l’impensabile, ad esempio attaccare la Russia direttamente con armi nucleari. La Siria, tuttavia, è un po’ diversa: l’escalation nucleare potrebbe essere, in effetti, controllato da chi ha un decisivo vantaggio convenzionale. La guerra convenzionale è proprio il tipo di conflitto cui militari statunitensi sono proiettati da 30 anni, vantandosi di potere affrontare qualsiasi avversario. Alla base di tale approccio piuttosto assertivo, c’è un’autosufficienza reale ma non un così reale vantaggio degli Stati Uniti nelle armi a lunga gittata. L’aggressione alla Jugoslavia mostrò che le forze armate statunitensi potevano sopraffare la difesa aerea di una nazione come la Serbia abbastanza velocemente e da distanze oltre la portata delle sue obsolete difese aree. C’erano missili da crociera Tomahawk, lanciati in Serbia a migliaia e che ne resero la difesa aerea inutile dopo le prime due settimane di bombardamenti incessanti. Ma qui c’è il problema per gli Stati Uniti: la Russia può affrontare tale conflitto convenzionale ben oltre la Siria e quando vuole, e non si parla di altri teatri strategici, come l’Ucraina, in cui la Russia può “compensare” un’ipotetica “sconfitta” in Siria. La ragione di ciò è meramente tecnologica: la Russia può affrontare un conflitto convenzionale in Siria e in qualsiasi parte del Medio Oriente. Infatti, l’esercito russo ha il più avanzato arsenale di armi ad alta precisione a lunga gittata, illustrato in azione affinché tutto il mondo lo vedesse. Questo è ciò che rende chiacchiere i discorsi su come “sconfiggere” il contingente russo in Siria. La guerra è molto più che una sparatoria tra belligeranti, la guerra comincia nelle sale operative e negli uffici politici ben prima che un colpo sia sparato. Se il contingente russo in Siria fosse stato dispiegato nel 2005, non ci sarebbe stato alcun problema ad immaginare lo scenario di Ralph Peters. Ma non è il 2005 e un elefante, che molti continuano a ignorare, si trova nella stanza: la capacità di colpire a lunga gittata della Russia, semplicemente superiore a quella statunitense, aprendo una porta operativa, in caso di un ipotetico attacco convenzionale su Humaymim, per una massiccia reazione contro qualsiasi base statunitense nella regione.
Dopo la morte del Tenente-Generale Asapov in Siria, presumibilmente con l'”aiuto” della cosiddetta coalizione, in prossimità di Dayr al-Zur, l’Aviazione Strategica della Russia lanciava missili da crociera a lungo raggio Kh-101 su bersagli dello SIIL in Siria. Non c’è nulla di nuovo nell’impiego della Russia di missili da crociera da 5500 chilometri di gittata, né nella Marina russa che lancia missili della famiglia 3M14 Kalibr da 2500 km di gittata da qualsiasi punto del Mediterraneo orientale o del Mar Caspio. Sono semplicemente al di là di qualsiasi arma nell’arsenale statunitense, come i Tomahawk TLAM-A Block II dalla gittata massima di circa 2500 chilometri, o i TLAM Block IV, attualmente i più prodotti, dalla gittata di 1600 chilometri. Raytheon dice che questi missili sono deterrenti e che il Tomahawk può colpire obiettivi in movimento. Va tutto bene, ma la chiave sono gittata e precisione e gli Stati Uniti non sono nella posizione di brandirla. La gittata offre flessibilità operativa senza precedenti e il lancio dai Tu-95 Bear russi era un messaggio assai chiaro, non per la gittata dei Kh-101, missili da crociera con maggiore gittata vengono realizzati dalle industrie, con gittate da 10000 chilometri. Il messaggio era il fatto che i missili furono lanciati dai cieli iraniano e iracheno. Potevano non farlo, potevano farlo facilmente dall’area del Mar Caspio. Ma i Bear lanciarono mentre erano scortati nei cieli iraniani dai Su-30 e Su-35 delle Forze Aerospaziali russe e che, a parte l’evidente accenno alla piena capacità russa di raggiungere qualsiasi bersaglio statunitense nell’area, iniviavano altri segnali inquietanti. L’Iran sa sicuramente che, se accadesse l’impensabile ma non l’improbabile, come l’attacco statunitense alle forze russe in Siria, non sarà tralasciato, ma ne sarebbe immediatamente coinvolto, “volente o meno”. Così, seguendo logica, perché non dare il meglio quando tutte le scommesse, tranne quelle nucleari, saranno fatte. Anche l’Iran può avere le forze russe al suo fianco e nel suo spazio aereo, aiutandolo notevolmente. Ma ciò apre anche un’altra grave possibilità operativa in caso di conflitto convenzionale tra Russia e Stati Uniti, uno scenario che i neocon, analfabeti su cose militari e totalmente distaccati dalla realtà strategica, sognano. Mettendo da parte le inevitabili emozioni e guardando i fatti, la Dottrina Militare della Russia dal 2010, riaffermata nel 2014, considera l’uso delle armi ad alta precisione elemento chiave della Forza strategica di contenimento, come afferma chiaramente l’articolo 26. La Russia non vuole la guerra con gli Stati Uniti, ma se viene spinta, potrà non solo raggiungere le basi terrestri statunitensi, come la sede di CENTCOM in Qatar, ma ancora più significativamente anche le navi nel Golfo Persico.
Oltre a 66 bombardieri strategici a lungo raggio Tu-160 e Tu-95, la Russia dispone di oltre 100 bombardieri Tu-22M3, che possono esser riforniti in volo e trasportare un’arma piuttosto intimidatoria: il missile da crociera Kh-32, la cui gittata è di 1000 chilometri e la velocità supera Mach 4,2. Questo missile, oltre a poter attaccare qualsiasi cosa sul terreno, è progettato principalmente per colpire qualsiasi cosa si muova sulla superficie del mare. Il missile, per non parlare di una salva di essi, è incredibilmente difficile da intercettare, e come ha dimostrato, l’Iran probabilmente non avrà alcun problema a consentire ai Tu-22M3 di operare dal suo spazio aereo, nel caso peggiore. Lanciata dalla zona di Darab, la salva non solo coprirebbe tutto il Golfo Persico ma escluderebbe il Golfo di Oman a qualsiasi forza navale. Alcuna nave, alcun Gruppo portaerei potrà entrarvi in caso di conflitto convenzionale con la Russia in Siria; le conseguenze strategiche sarebbero enormi. Anche la salva di 3M14 dal Mar Caspio del 7 ottobre 2015 impressionò tanto che l’USS Theodore Roosevelt e il suo gruppo di scorta abbandonarono immediatamente il Golfo.
Infine, questo semplice fatto operativo dimostra perché per due anni un contingente militare russo relativamente piccolo ha potuto operare in modo efficace in Siria e, infatti, detta le condizioni a livello nazionale e nell’ambito delle operazioni. La risposta è semplice: molti drogati di adrenalina vengono abbassati in una gabbia nel mare per affrontare gli squali, con solo le aste di metallo che li separano dalle mascelle mortali degli squali. Tuttavia, laggiù, su una barca si può sempre mettere un uomo col fucile da usare in caso di emergenza, se la gabbia cedesse. Il contingente militare russo in Siria non è solo una base militare: è una forza integrata con le Forze Armate russe dalle possibilità e capacità di affrontare certe decisioni estremamente spiacevoli, incluso una Russia, e non gli Stati Uniti, che controlla l’escalation, spiegando la continua isteria russofoba sui media statunitensi da quando il risultato della guerra in Siria è diventato chiaro. Speriamo solo che quanto descritto rimanga speculazione e non si avveri per nulla; se questi scenari non si avverano, tanto meglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Afghanistan: gli USA sponsorizzarono al-Qaida per abbattere un governo socialista

Gaither Stewart, Countercurrents 8 ottobre 2017Quando nel 1978 l’attivista politico comunista afgano Mohammad Najibullah, di 31 anni, arrivò a Teheran, “esiliato” nel vicino Iran come ambasciatore dell’Afghanistan, avevo appena lasciato l’Iran dove aveva lavorato nel 1977. Il partito politico di Najibullah, il Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) andò al potere a Kabul nell’aprile 1978, in ciò che è conosciuta come Rivoluzione di Saur, dal nome del mese del calendario afgano quando si svolse. Lungi dall’essere unito, il PDPA era diviso in due fazioni: la fazione più rivoluzionaria (Khalq o Popolo) che per prima prese il potere a Kabul in quel cruciale 1978 (cruciale in Afghanistan e in Iran), preferiva avere il carismatico Najibullah della fazione Parcham (Bandiera) del PDPA lontano dal centro del potere. Inoltre, il Paese si era diviso, gran parte contrario alla rivoluzione comunista. Le principali forze di opposizione erano i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti. Si potrebbe concludere che la guerra afghana fosse una guerra tra URSS e USA che controllava i due Paesi contigui vicino alla cima del mondo, Iran e Afghanistan, entrambi confinanti con la parte islamica dell’Unione Sovietica, che si difese dalle incursioni nelle repubbliche islamiche dell’Asia centrale. Come mostrò la storia, l’approccio di Najibullah nel risolvere la guerra civile in Afghanistan fu piuttosto diverso da quello della fazione PDPA al governo che favorì passi più rapidi verso la realizzazione della rivoluzione socialista. Tuttavia, per l’osservatore di oggi, la politica di Riconciliazione nazionale di Najibullah (che fallì) tra governo e mujahidin e clero è una chiave per comprendere non solo l’Afghanistan contemporaneo, ma anche le relazioni afgano-sovietiche e il ritiro delle truppe sovietiche ordinato da Mikhail Gorbaciov nel 1989: non va sottovalutato il significato della presenza militare sovietica per 10 anni in Afghanistan. Dal 1979 le 110000 truppe sovietiche avevano garantito la relativa stabilità del governo del PDPA. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti controllassero molte parti del Paese, non poterono sconfiggere le forze governative e abbattere il governo PDPA a Kabul finché le truppe sovietiche erano presenti. La direzione sovietica doveva sapere che questa stabilità si sarebbe spezzata rapidamente quando i suoi ultimi soldati partirono. Le cose cambiarono con l’arrivo di Mikhail Gorbaciov al potere a Mosca nel 1986. Anche se l’Afghanistan controllato dai sovietici era un posto pericoloso, uno dei peggiori errori di Gorbaciov fu ritirare le truppe nel 1989, lasciando Najibullah e il suo governo ad affrontare la crescente potenza dei mujahidin… e la minaccia dell’intervento statunitense. L’allora presidente Najibullah lo capì bene e fece tutto il possibile per convincere le autorità sovietiche a lasciare le truppe.
La rivoluzione islamica nell’Iran vicino, sempre nel cruciale 1978-79, rovesciò la dinastia Pahlavi sostenuta dagli Stati Uniti, al momento sotto Mohammad Reza Shah Pahlavi. La rivoluzione iraniana fu un violento e popolare rovesciamento del feroce regime ispirato dagli Stati Uniti ed installato dopo il rovesciamento organizzato dalla CIA del governo democratico del Premier Mohammad Mossadegh, il 19 agosto 1953. Il successo iniziale delle forze della sinistra nella rivoluzione islamica fu un’ispirazione per Najibullah. Il boom petrolifero dell’Iran negli anni ’70 accelerò il divario tra ricchi e poveri nelle città e nelle province. Non vidi una simile ostentazione di ricchezza come nei palazzi in cima a Teheran, dove vivevano alcuni dei più ricchi del mondo e i cui escrementi cadevano letteralmente nei fossati di scarico che scendevano lungo le strade dei quartieri più poveri della città di sotto… simbolo dell’enorme disparità tra ricchi e poveri. Di certo, come viene detto di tanto in tanto, la disuguaglianza uccide veramente. Esempio: l’aspettativa di vita nel 1970 nell’Iran pre-rivoluzionario era del 58%; oggi del 70%. Nella vicina Siria, nel 1970 era del 70%. Inoltre, si aggiunse al diffuso odio per il regime di Shahinshah la presenza di decine di migliaia di impopolari lavoratori qualificati ed imprenditori stranieri, associati alla ricerca di contratti lucrosi nei campi che andavano dalle costruzioni dell’infrastruttura all’industria pesante, all’estrazione e perfino alla produzione di piastrelle in cui i persiani erano padroni. La maggior parte degli iraniani era arrabbiata dal fatto che la famiglia dello Shah fosse la principale beneficiaria del reddito generato dal petrolio, tanto che reddito statale e guadagni familiari si confusero. Nessuno dovrebbe credere che l’ultimo Shah Pahlavi fosse un benefattore del popolo iraniano; era un tiranno e, in effetti, un burattino degli Stati Uniti, parte fondamentale degli sforzi statunitensi per controllare la regione.
Ero a Teheran nel 1977 come interprete per una società italiana di nuova costituzione, prima di essere nominata suo rappresentante in Iran. Anche se non capivo nulla di affari, amavo l’Iran e il suo popolo e consideravo il lavoro propostomi un’ottima opportunità per conoscere il Paese. In quell’anno assistei ad alcune manifestazioni contro la Shah, iniziate nell’ottobre 1977, visto che l’hotel in cui vivevo era il più vicino all’Università di Teheran e alle ambasciate straniere, dove si svolsero importanti manifestazioni. I gruppi marxisti, soprattutto il Partito Comunista Tudeh e i guerriglieri Fedain erano stati notevolmente indeboliti dalla repressione dello Shah. Malgrado ciò, i guerriglieri di sinistra ebbero un ruolo importante alla caduta del febbraio 1979 dello Shah, portando al colpo di Stato contro il regime installato dagli Stati Uniti. Molti dei più potenti gruppi guerriglieri, i mujahidin, erano di sinistra ed anche islamisti, anche se si opponevano all’influenza del clero reazionario. Insieme a guerriglia dei Fedain del Popolo, superstiti del partito Tudeh, diversi gruppi islamici e la potente organizzazione dei bazari, il movimento rivoluzionario nacque dai disordini generali nel Paese, dalla diffusa povertà e dal terrore della famigerata polizia segreta, la SAVAK. Mentre le proteste s’intensificarono alla fine del 1977, vidi come le persone circondavano i camion che trasportavano i soldati dell’esercito, alcuni dei quali gettavano le armi e saltavano giù per unirsi alla folla. In altri luoghi invece militari più arditi aprivano il fuoco, e circolavano notizie di migliaia di vittime. A quel punto l’azienda per cui lavoravo si dissolse e molti imprenditori stranieri abbandonarono l’Iran. Anche io tornai a Roma da dove cercavo di seguire gli eventi in Iran. La rivoluzione nacque dalla diffusa resistenza civile. Tra agosto e dicembre 1978 scioperi e manifestazioni paralizzarono il Paese. Lo Shah lasciò l’Iran il 16 gennaio 1979. Invitato in Iran dal governo transitorio, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini fu accolto al ritorno a Teheran da milioni di iraniani. Poco dopo, il regno finì definitivamente quando i ribelli travolsero le truppe fedeli allo Shah in esilio, portando Khomeini al potere. L’Iran votò il referendum nazionale divenendo una Repubblica islamica il 1° aprile 1979. A quel tempo sapevo poco degli eventi in Afghanistan. Cominciai a sentire il nome di Najibullah quando diresse il Partito Comunista a Kabul negli anni ’80. Con il sostegno dell’Unione Sovietica, divenne presidente dell’Afghanistan nel 1987… per me l’unico periodo, a mia memoria, in cui una parvenza di ordine esisteva nel caotico Afghanistan. Il Dr. Najibullah deve aver imparato molto dalla rivoluzione islamica iraniana.

Kabul
Sebbene diviso per conflitti interni tra le tribù e gli interventi esteri per secoli, l’Afghanistan aveva compiuto alcuni progressi verso la modernizzazione degli anni ’50 e ’60, verso uno stile di vita più liberale e occidentalizzato, ma obbligato a soddisfare le fazioni conservatrici. Kabul, esotica ed orientale in quel periodo, era un posto “in” per l’élite internazionale che frequentava l’Afghanistan visitando le montagne aride dell’Hindukush, l’enorme area centrale dell’Afghanistan, certamente al vertice del mondo. Dopo l’assassinio del padre, Mohammad Zahir Shah salì al trono e regnò (non governò) dal 1933 al 1973. Nel 1964 aveva promulgato una costituzione liberale che produsse poche riforme serie, ma permise la crescita di partiti estremisti non ufficiali a sinistra e a destra. A causa delle turbolenze interne, il re andò in esilio in Italia nel 1973 e visse nella periferia romana vicino la mia residenza. Provai ad intervistarlo, ma non superai mai il suo cane da guardia segretario; era sopravvissuto a un attentato nel 1991 e quindi era estremamente contrario alle interviste. Anche se ufficialmente neutrale durante la guerra fredda, l’Afghanistan fu corteggiato da USA e Unione Sovietica: macchinari e armi dell’URSS e aiuti finanziari degli Stati Uniti. La campagna fu interrotta negli anni ’70 da una serie di colpi di Stato e guerre civili. Si rimarrà sorpresi che, nonostante la modernizzazione, l’aspettativa di vita media per gli afghani nati nel 1960 era di 31 anni. Il Dottor Najib, come Najibullah veniva chiamato perché laureatosi in medicina all’Università di Kabul, divenne Presidente dell’Afghanistan nel 1987 a 40 anni. Nato nel 1947 a Gardiz, figlio di una famosa famiglia pashtun, aderì alla fazione Parcham del PDPA nel 1965 a 18 anni, divenne un attivista e fu arrestato due volte per la sua militanza. La sua fazione del PDPA era in disaccordo con il Khalq sul corretto percorso al comunismo in Afghanistan, il Khalq favoriva passi più rapidi verso la realizzazione del socialismo rispetto al Parcham. Dal ritorno dall’esilio nel 1980, la cui parte più lunga e più importante fu a Mosca, il Dottor Najib guidò la temuta Khad, la polizia segreta, durante cui personalmente acquisì la reputazione di brutalità: torture ed esecuzioni degli oppositori erano la norma, come in Iran, come nella maggior parte del mondo di oggi. Aveva il sostegno diretto, se non il controllo, del KGB. Il Khad fu modellato sul Comitato della Sicurezza Statale (KGB) sovietico, militarizzato crebbe fino al punto da avere 300000 soldati; fu considerato efficace nella pacificazione di ampie parti del Paese.Mosca
Nel tentativo di dare un tocco personale alla storia afghana, aggiungo questa curiosa coincidenza storica. Mi trasferii nei Paesi Bassi nel 1978, dove entrai nel giornalismo olandese con articoli sull’Iran. Come risultato degli articoli pubblicati e del mio soggiorno a Teheran, in qualche modo divenni consulente di un noto produttore televisivo che in quel momento lavorava su una serie di promozioni sull’Iran. Dato che studiai turco all’Università di Monaco e m’interessavo delle repubbliche asiatiche sovietica, l’ex-Turkestan russo, in particolare Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikstan che confinano con l’Afghanistan, proposi una serie di reportage sui punti di riferimento delle repubbliche dell’Asia centrale, come Samarcanda e Bukhara. Quindi, alla fine della primavera 1978, armato di una pila di credenziali televisive olandesi andai a Mosca. Il piano era interessare la televisione sovietica a una cooperazione. Alla fine incontrai una persona al centro TV di Ostankino e presentai l’idea di una coproduzione tra televisioni sovietica e olandese sull’Asia centrale sovietica. Retrospettivamente capì che le persone della TV di Mosca dovevano pensare che fossi un folle: uno statunitense che rappresenta la televisione olandese propone una produzione televisiva sull’ampia area confinante con l’Afghanistan dal governo comunista sostenuto da sovietici a Kabul, nello scontro contro l’opposizione filo-USA. Ridicolo. Inoltre, e senza saperlo, Najibullah era presente a Mosca per sostenere l’intervento sovietico nel suo Paese a supporto del governo comunista di Kabul, mentre proponevo una produzione televisiva sulle aree tra Mosca e Afghanistan. Le persone della TV sovietica non erano interessate e feci una figura ridicola, mentre i contatti del Dottor Najib erano estremamente interessati alle sue proposte e a lui personalmente. Il suo principale sponsor fu il potente KGB, un rapporto che durò fino alla conclusione amara della sua vita. La serie documentaria che proposi riguardava le terre su cui carri armati e blindati sovietici sarebbero passati ben presto in cammino verso l’Afghanistan. Accompagnati dalla giovane figura di Mohammad Najibullah.

Kabul
Una volta tornato a Kabul, il Dottor Najib divenne il direttore del Khad, la polizia segreta che operava sotto il controllo sovietico. Non solo era un’organizzazione d’intelligence, ma era una forza militare. Aveva carri armati, blindati ed elicotteri. Uno stato nello Stato, il Khad fu incaricato delle attività controinsurrezionali e della raccolta di informazioni per eliminare i controrivoluzionari attivi e potenziali. Il Dottor Najib potrebbe essersi ispirato a Feliks Dzerzhinskij, il fondatore della Cheka sovietica, predecessore del KGB. Su come combattere i controrivoluzionari, Dzerzhinskij disse nel 1918: “Non pensate di cercare forme di giustizia rivoluzionaria; non ne abbiamo bisogno. Ora c’è la guerra, faccia a faccia, una lotta fino alla fine. Vita o morte”. Ci credeva anche Che Guevara decenni dopo. E questo doveva essere l’orientamento di Mohammad Najibullah, che regnò con pugno di ferro nel Khad dal 1980 fino a diventare capo del partito e Presidente dell’Afghanistan nel 1987. Una volta al potere, il Dr. Najib intraprese la politica di riconciliazione nazionale. Eliminò la parola comunista e il riferimento al marxismo dalla nuova Costituzione nel 1990, con l’etichetta Repubblica islamica dell’Afghanistan (come l’Iran), introducendo un sistema multipartito, libertà di parola e magistratura indipendente. Ma i mujahidin, che controllavano ampie parti del Paese, si rifiutarono di aderirvi. Con il sostegno di Stati Uniti ed occidente i taliban (fanatici studenti religiosi) emersero conquistando il Paese. Quando nel 1992 presero Kabul, il dottor Najib trovò rifugio nel complesso delle Nazioni Unite dove visse fino al 1996. Il 27 settembre i taliban presero Najibullah nel suo rifugio, lo castrarono e lo trascinano con un’auto sulle strade di Kabul, finendolo con un colpo di arma da fuoco, impiccandone il corpo su un semaforo.
In conclusione, alcuni risultati della guerra trentennale in Afghanistan sono chiari: il sogno degli USA di controllare queste terre in cima al mondo, Afghanistan e Iran, è stato spezzato. Tendo a pensare insieme Iran e Afghanistan. Venticinque anni di oppressione e sfruttamento furono troppo per gli iraniani che si ribellarono con una rivoluzione scacciando gli USA. Anche la Russia perse in Iran mentre l’Ayatollah Khomeini governava; ora che è passata, Russia e Iran sono alleati… contro l’aggressivo imperialismo yankee. L’Iran fu così perso dagli USA, ma rimane l’Afghanistan, forse nelle menti di certuni. Per i neocon continua ad essere un’alternativa promettente. Niente petrolio, ma molti papaveri e terre rare, e la posizione. La Russia sovietica aveva sognato un Afghanistan progressista favorevole per proteggere e assicurarne le vaste regioni islamiche dal Caucaso all’Estremo Oriente. Non riuscì a governare gli afgani, implacabili, come neanche gli statunitensi oggi. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli USA non poterono sconfiggere i sovietici a Kabul negli anni ’80, li convinsero ad abbandonare una missione persa lasciando una lezione che gli Stati Uniti non hanno ancora imparato dopo 16 anni. Sulla base delle scuse per invadere l’Afghanistan indomabile nel 2001, dopo l’11 settembre… continuano ad affrontare mulini a vento, incapaci di abbandonare un’altra guerra perduta. Il Dr. Najib non c’è più. Il sogno di un Afghanistan comunista è scomparso. L’Unione Sovietica è scomparsa. Ma gli USA sconfitti controllano ancora una piccola porzione del complesso Afghanistan.Gaither Stewart è un giornalista; i suoi dispacci su politica, letteratura e cultura, sono stati pubblicati (e tradotti) su molti siti della stampa online e sulla stampa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quando l’URSS aiutò l’Argentina nella guerra delle Malvinas

Jaime Noguera, RBTH 21 settembre 2017I satelliti sovietici inviarono informazioni all’Argentina permettendo ai piloti di affondare navi inglesi inviate nelle Isole Falkland. I leader sovietici non avevano simpatia per la giunta militare argentina di Leopoldo Galtieri, ma nel conflitto nell’Atlantico del Sud il Cremlino optò per il pragmatismo: il nemico del mio nemico è mio amico. Così, Mosca decise di trasmettere informazioni sulla Task Force inglese all’esercito argentino. Questo, secondo un ricercatore russo, potrebbe aver aiutato i piloti del Paese australe. D’altra parte, non va dimenticato che solo due Paesi non parteciparono all’embargo alimentare imposto all’URSS dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 1979: Argentina e Uruguay.

Un satellite russo al servizio dell’Argentina
Sebbene gran parte degli archivi sovietici sulla guerra delle Falkland sia ancora siglata “informazioni classificate”, l’analista politico Sergej Briljov ha pubblicato informazioni tratte dalle interviste ai militari dell’URSS nel suo libro Fidel, Fútbol y Malvinas. Parlando a La Nación, Briliov commentava alcune dichiarazioni degli ufficiali sui primi anni ’80. “Il primo da cui andai era il Generale Nikolaj Leonov, Primo Vicepresidente del servizio analitico del KGB durante la guerra, e mi confermò che fin dall’inizio del conflitto c’erano diversi satelliti che inviavano informazioni all’esercito argentino. Lo stesso mi disse il Generale Valentin Varennikov, allora Vicecapo dello Stato Maggiore delle Forze Armate sovietiche“.Informazioni dai satelliti?
Il 15 maggio 1982, un mese e mezzo dopo la riconquista argentina dell’arcipelago sudamericano, i sovietici lanciarono il satellite Kosmos-1365 con un obiettivo chiaro, secondo la ricerca di Briljov, posizionarlo su un’orbita da cui trasmettere informazioni alle forze argentine nell’Atlantico meridionale.

Informazioni fotografiche per i piloti argentini
Secondo il giornalista russo, i dati forniti dal nipote dello Sputnik permisero il 25 maggio 1982 agli A-4 Skyhawk dei valorosi piloti argentini di affondare il cacciatorpediniere HMS Coventry con 19 membri dell’equipaggio e 37 milioni di sterline dei contribuenti inglesi. Briliov, che nel libro fa un’analisi cronologica dei dati degli eventi più rilevanti del conflitto delle Malvinas e le attività dell’intelligence del suo Paese, sostiene che l’Atlantic Conveyor, un mercantile impiegato come portaelicotteri e cargo, fu un’altra delle vittime della cooperazione sovietica-argentina. Secondo lui, le informazioni fotografiche fornite dal Kosmos-1365 permisero a due missili AM39 Exocet sparati da un Super Étendard della squadriglia aerea della Marina Argentina di affondare questa nave nell’Atlantico. 12 uomini, 6 elicotteri Westland Wessex, 3 elicotteri Boeing Chinook e 1 elicottero Westland Lynx andarono persi. A causa della mancanza di questi mezzi, le truppe d’invasione inglesi furono costrette a attraversare le Falkland a piedi per riprendere Puerto Argentino (Port Stanley secondo gli inglesi).Altri satelliti coinvolti
Secondo Mario Pablo Sciaroni, avvocato, scrittore e master in strategia e geopolitica, nel suo blog El Snorkel, il satellite da ricognizione fotografico Kosmos-1368 sorvolò le Falkland alle 11:00 di ogni giorno di maggio e giugno, a 240 km di altezza. D’altra parte, il Kosmos-1455, d’intelligence elettronica, e il Kosmos-1372, da ricognizione radar, fornirono informazioni molto importanti su ciò che accadeva nelle isole e nei dintorni durante il conflitto.

Ci aspettiamo altre notizie
Un altro tipo di sostegno fu fornito dall’URSS alle Forze Armate dell’Argentina, un supporto logistico attraverso un ponte aereo tramite il Brasile, con cui furono consegnati armi e pezzi di ricambio al Paese sudamericano. Le missioni di volo di ricognizione furono condotte anche da velivoli sovietici a lungo raggio dalle basi in Angola, mentre le navi da ricognizione monitoravano la flotta inglese. Una di esse collaborò al salvataggio dei sopravvissuti del Belgrano. Tuttavia, resta ancora da sapere le complicazioni della guerra delle ombre scatenatasi tra URSS ed alleati occidentali dopo il conflitto nelle Falkland, di cui si dovranno aspettare alcuni anni per la declassificazione delle informazioni segrete, che continuano ad impolverarsi negli archivi ufficiali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Herat 1979: la Gladio azzurro–verde–gialla scatena il caos in Afghanistan

Luca BaldelliIl 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano), formazione marxista–leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico–rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”). Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’URSS ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’URSS, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal e Mohammad Najibullah. La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del ministro degli Interni di Daud, Nuristani), e così facendo sbarrava momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli USA, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo statunitense, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo. La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’“ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese.
Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità. La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come una bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979-80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamista e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che complessivamente, è bene sottolinearlo ancora, stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’URSS e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna vi sarebbe stata speranza di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’URSS pensava già, non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, scalpitava per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti: più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro. Questo lo si vide proprio nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!) Molto si è detto e scritto su questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’URSS), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.
Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e antiamericanismo erano controbilanciati da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da USA e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti–anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e marginalmente in organismi centrali del medesimo. Ecco che nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo-imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati. L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujahidin foraggiati da USA, Iran e Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri distretti e province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3-4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà e l’emancipazione. Quella che possiamo definire “Gladio verde“ (islamo–fondamentalista e antisovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale (agì) l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista–leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA statunitense, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano, unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’URSS, i suoi interessi, la sua stessa sovranità.
Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat e-Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce, e persino ex-galeotti (Gul Mohammad, Kamar–i–Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di tali personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione tese ad accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujahidin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente ciò dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma da parte del presidente statunitense Carter della direttiva per l’invio di armi e soldi sonanti ai mujahidin afghani, datata 3 luglio 1979, dando il via all’“Operazione Cyclone”, spingendo l’URSS ad intervenire nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti della CIA presenti nel Paese non rimasero certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di tali trame? Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo piano d’impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, la IV e la XV Brigata dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e-Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del Generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento voleva comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare ma civile e militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate. La propaganda occidentale aveva ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Iljushin, è anche vero che queste furono mirate su edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valore militare e strategico controllati dagli islamoreazionari e mai abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema già visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico–islamista. Nella conta delle vittime, si propose spesso la cifra di 25000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3–4000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “Parcham” del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti statunitensi e il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi da salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’URSS, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’estero e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo!
L’evidenza storica, poi, dimostra che l’URSS intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo–reazionaria. Mentre USA e CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’URSS buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, a un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’URSS mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’URSS, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio 1979, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’URSS ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.Bibliografia:
Enrico Vigna: “Afghanistan ieri e oggi” (La Città del Sole, 2001).
John K. Cooley: “Una guerra empia” (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy : “Islam and Resistance in Afghanistan” (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: “Il nemico del mio nemico” (Il Saggiatore, 2005)
Espresso Stalinist