La Turchia dice che avrà gli S-400 dalla Russia. Non è vero

È solo un trucco dei turchi per strappare concessioni occidentali
Russia Insider 2/5/2017

Il ministro degli Esteri turco Cavusoglu dice che Mosca e Turchia hanno “concordato in linea di principio” che Ankara compri i sistemi di difesa aerea russi S-400. Il ministro persino spera che l’accordo sia “finalizzato” alla riunione Putin-Erdogan di Sochi. Usciamo dal limbo dicendo che non esiste alcun trasferimento. Anche se i russi ottenessero garanzie che i turchi non voltino gabbana immediatamente consentendo alla NATO di esercitarsi contro i loro S-400, le relazioni turco-russe (soprattutto aeree) sono meno che ideali. Ricordiamo che nel novembre 2015 i turchi ingannarono e abbatterono un cacciabombardiere russo in Siria, dopo di che i russi rafforzarono le proprie difese antiaeree. Oltre ad essere clienti possibili dell’S-400, i turchi sono tra i più probabili a vederselo puntare. Ciò che si vede non è altro che teatro. Per il momento Turchia e Russia fingono che avvicinarsi sia possibile, ma solo a beneficio di terzi che non ne sanno molto. I russi non temono certo che un membro chiave della NATO sembri interessato alla loro merce. Non ne danneggerà le vendite e metterà gli Stati Uniti a disagio su rapporti russo-turchi apparentemente più stretti, è solo un bonus. La Turchia, nel frattempo, quasi certamente parla dell’accordo sull’S-400 per tentare di ottenere concessioni dall’occidente. Cosa dice ciò? La Turchia fece esattamente così nei precedenti negoziati con la Cina.
Nel 2013, quando la Turchia cominciò a cercare un sistema di difesa aerea a lungo raggio, era più interessata ai missili statunitensi Patriot e ai franco-italiani Aster, ma voleva il trasferimento tecnologico per acquisire effettivamente i missili. In mancanza di ciò, la Turchia annunciò di optare per un’azienda cinese, sostenendo che fosse disposta a condividere tecnologia e missili. Alla fine, si capì che non era così e l’accordo fu cassato nel 2015. All’epoca la Turchia affermò di costruire autonomamente la propria difesa aerea a lungo raggio, ma lo scorso ottobre invitava la Russia a presentare nuovamente un accordo sull’S-400. Le probabilità è che le tre decisioni turche, cercare dai cinesi e dai russi, e via domestica, furono prese solo per ottenere ciò che vogliono veramente: trasferimento tecnologico dagli alleati della NATO.
Per la Russia, quando i turchi l’invitarono a presentare nuovamente l’S-400, Erdogan aveva appena firmato per il gasdotto turco, combatteva finalmente contro lo SIIL in Siria e riduceva la contrarietà all’offensiva siriano-russa ad Aleppo. Quindi sarebbe stata una manovra molto delicata per la Russia declinare. Ma in privato, i russi saranno molto più preoccupati dall’accordo di quando lo proposero la prima volta nel 2013. Hanno anche infiniti modi di far fallire l’accordo senza far apparire Erdogan incapace o indebolito. Vi sono numerosi tecnicismi per poter rifiutarlo ai turchi prima che si arrivi a concluderlo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Turchia corre in soccorso del Califfato

Alessandro Lattanzio, 26/4/2017Il 25 aprile, 26 velivoli dell’aviazione turca bombardavano le basi curde e yezidi sul Jabal Qarju, nella regione di Shinqal, tra la Siria e l’Iraq, nei pressi di Dariq, distruggendo una base delle YPG, una stazione radio e un centro mediatico del PYD, ed uccidendo 20 combattenti delle YPG e 5 peshmerga curdi iracheni. Le YPG addestravano le forze di difesa yezidi. I cacciabombardieri turchi distruggevano anche il memoriale dei curdi caduti combattendo contro il Califfato.Gli attacchi aerei turchi erano volti a bloccare l’operazione delle YPG (SDF) contro la base dello Stato islamico di Raqqa, dove le forze democratiche siriane avevano eliminato 18 terroristi la stessa mattina del 25 aprile. Il leader del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD) Salih Muslim affermava che “gli aerei da guerra turchi non possono volare nella zona senza l’approvazione della coalizione. La coalizione deve fare una dichiarazione, sapeva dell’attacco? Cosa ne pensa?” Ilham Ehmed, leader del Consiglio Democratico Siriano (SDC) affermava, “Mentre le YPG partecipano all’operazione Rabbia dell’Eufrate per liberare Raqqa, la Turchia attacca i nostri centri. Non accettiamo attacchi aerei alle nostre forze, siano esse turche, russe o siriane“. L’artiglieria turca bombardava anche il villaggio curdo di Farfiraq, nell’area di Raju, presso Ifrin, a nord di Aleppo; nel frattempo, 15 terroristi filo-turchi venivano eliminati dalle SDF ad al-Shahba e Ifrin, dopo che i terroristi filo-turchi avevano attaccati i villaggi della regione di al-Shahba, bombardando le posizioni delle SDF ad al-Wahshiyah, Tal Madhiq, diga di al-Shahba, al-Qulsaruj, al-Samuqah, al-Shahba, al-Shalah, Tal Jihan, al-Hisah, Harbal, Tal Rifat, Shayq Isa, al-Wardiyah, Hasijaq, Ayn Daqanah e Miniq.Gli Stati Uniti esprimevano ‘profonda preoccupazione’ per gli attacchi aerei turchi contro i combattenti curdi in Siria e Iraq, dichiarando di non essere stati autorizzati dalla coalizione anti-SIIL degli Stati Uniti. “Abbiamo espresso queste preoccupazioni direttamente al governo della Turchia“, ha detto il portavoce del dipartimento di Stato USA Mark, “Questi attacchi aerei non sono stati approvati dalla coalizione e hanno portato alla sfortunata perdita di vita di nostre forze partner nella lotta contro lo Stato islamico“. I turchi avevano segnalato gli imminenti attacchi aerei a Stati Uniti e Russia, e in risposta il Pentagono esortava a “rispettare l’integrità territoriale dell’Iraq“. A differenza della Russia, che avvertì i siriani dell’attacco su Shayrat, Washington non avvertiva i suoi ‘alleati’ curdi dell’imminente attacco aereo turco, che tra l’altro colpiva le aree santuario per i curdi istituite dagli USA quando avvertirono Damasco di non bombardarle, poiché gli istruttori statunitensi addestravano i combattenti delle YPG. Gli statunitensi dispongono di basi militari a sud di Ayn al-Arab e presso Qamishli, in Siria, dove opera il 75.mo Reggimento Ranger delle forze speciali statunitensi, che partecipano alle operazioni delle SDF/YPG contro le basi dello SIIL a Raqqa e a Tabaqa.
Tutto ciò avveniva pochi giorni dopo che la Russia riattivava la linea telefonica tra i militari russi e statunitensi in Siria, dopo aver chiarito agli Stati Uniti che le loro operazioni aeree in Siria dipendono dall’accordo russo e che la Russia non le permetterà se gli Stati Uniti effettueranno ulteriori attacchi contro la Siria. La linea era stata riattivata il giorno dopo la richiesta personale del segretario di Stato USA Rex Tillerson al Ministro degli Esteri russo Lavrov, il 21 aprile.Nel frattempo, il governatore generale di Dara, Muhamad Qalid al-Hanus, osservava la preparazione dell’Esercito arabo siriano nell’affrontare qualsiasi possibile aggressione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, “Gli Stati Uniti sono il principale sostenitore della guerra contro la Siria e aiutano i terroristi a Dara dalla Giordania. Ma se decidono di schierare proprie forze nei territori siriani dai confini giordani, ciò sarà considerato una chiara aggressione alla sovranità della Siria e il Comando Generale dell’Esercito arabo siriano adotterà nuove misure operative nella regione”. Il Presidente siriano Bashar al-Assad aveva dichiarato che Damasco ha intelligence sulla Giordania intenzionata a dispiegare proprie truppe in Siria in coordinamento con gli Stati Uniti, “Abbiamo queste informazioni, ma in ogni caso la Giordania fa parte dei piani statunitensi sin dall’inizio della guerra in Siria. Gli Stati Uniti definiscono i piani e gli attori e appoggiano tutto ciò che colpisce la Siria dalla Giordania, e i molti terroristi che provengono dalla Giordania e, naturalmente, dalla Turchia, fin dal primo giorno di guerra in Siria“. La dichiarazione osservava i colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il re Giordano Abdullah II alla Casa Bianca sul Medio Oriente. La Giordania rientra nella coalizione degli Stati Uniti contro lo ISIIL, che effettua attacchi aerei in Siria senza l’approvazione delle autorità siriane, violando il diritto internazionale.

Forze speciali statunitensi distaccate presso le YPG curde.

Fonti:
Cassad
FNA
FNA
FNA
Kom News
Kom News
Moon of Alabama
Reuters
Rudaw
The Duran

Il comandante dell’esercito turco Huslu Akar (a destra) guida gli attacchi aerei turchi su 39 posizioni curde in Iraq e Siria.

Trump incorona Erdogan e distrugge la diplomazia degli USA

Moon of Alabama 18 aprile 2017

Trump ha contraddetto il suo portavoce, il dipartimento di Stato e gli alleati congratulandosi con il presidente turco Erdogan per aver vinto il referendum, minando la propria diplomazia. Il referendum in Turchia tramuta la presidenza in una quasi dittatura riunendo esecutivo, tramite decreti, ad elementi legislativi e giudiziari dello Stato. Il presidente Erdogan si trova ora in una posizione dittatoriale. Forse la maggioranza degli elettori turchi ha votato tale cambiamento, ma è tutt’altro che certo. Il numero dei voti è dubbio, perché quelli non calcolati in conformità alle procedure legali (2-3 milioni) è superiore al leggero vantaggio (1,5 milioni) dei “sì”. Gli osservatori internazionali hanno notato che il voto non è stato né libero né equo. Lo Stato turco è sotto l’emergenza che da al presidente (temporaneamente) poteri straordinari. La votazione avviene dopo una caccia estrema a chiunque possa aver messo in pericolo la posizione di Erdogan. Ha imprigionato politici dell’opposizione e funzionari pubblici, ha proibito alcuni gruppi politici e chiuso media dell’opposizione. Tutte le istituzioni statali sono state utilizzate per sostenere Erdogan. Se lui vince per soli 1,5 milioni di voti su una società di 80 milioni, dopo tale estrema campagna antiopposizione, quanti turchi sarebbero d’accordo con lui sul serio? Venti anni fa, quando era sindaco d’Istanbul, Erdogan disse in un’intervista al Milliyet: “La democrazia è come un tram: quando si arriva alla fermata, si scende“. Domenica scorsa Erdogan è sceso dal tram.
La Turchia è oggi una tirannia della maggioranza. Non esistono più vincoli istituzionali a rimuovere qualsiasi gruppo in minoranza dalla scena politica o forse anche dal mondo fisico. La Turchia che conoscevamo non c’è più. I membri dell’UE si sono astenuti dall’accettare la votazione prima che la battaglia legale in corso su di essa sia decisa. Solo Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo e le dittature dell’Asia centrale, si sono congratulate. Il gruppo terroristico Ahrar al-Sham, che combatte popolo e governo della Siria, s’è congratulato con Erdogan. Al-Qaida in Siria, con il nuovo nome HTS, si è unito così come altri gruppi taqfiri in Siria. Come i Paesi dell’UE, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha evitato le congratulazioni, rilasciando solo una dichiarazione che notava i rapporti sulle “irregolarità” del voto e il “campo di gioco irregolare”, sostenendo il dialogo intra-turco e processi legali. Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha detto che l’amministrazione USA avrebbe aspettato la relazione finale della missione degli osservatori internazionali. Il dipartimento di Stato e il portavoce sono stati rapidamente smentiti dal presidente Trump. Solo un’ora dopo la parte turca riferiva di una conversazione telefonica Trump-Erdogan: “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiamato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan congratularsi con lui per la vittoria referendaria. I due capi hanno avuto una telefonata “piacevole” durata 45 minuti, secondo fonti diplomatiche”. Ciò fu successivamente confermato da una sintesi della Casa Bianca. (Non ancora presente sul sito web della Casa Bianca, ma inviata alla stampa via e-mail). Il contenuto reso pubblico della telefonata non fa ben sperare per Turchia, Siria e Iraq: “Il presidente Trump e il presidente Erdogan hanno discusso anche della campagna contro lo SIIL e della necessità di cooperare contro tutti i gruppi che usano il terrorismo per raggiungere i loro scopi”, afferma la dichiarazione della Casa Bianca. La versione turca è peggiore: “I due capi hanno anche discusso del presunto attacco chimico del governo siriano del 4 aprile che ha ucciso circa 100 civili e ferito altri 500 nel comune occupato dall’opposizione di Qan Shayqun, nella provincia di Idlib… Trump ed Erdogan concordavano che il Presidente siriano Bashar al-Assad fosse responsabile dell’attacco. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ringraziato la Turchia per il sostegno agli attacchi missilistici degli Stati Uniti alla base aerea Shayrat del 7 aprile, in rappresaglia per l’attacco chimico. Entrambi i capi hanno anche sottolineato la necessità di una cooperazione nella lotta contro i gruppi terroristici, tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL)”.
L’incidente di Qan Shayqun è un probabile attacco “false flag” dei terroristi col possibile supporto turco. Il numero di vittime s’è dimostrato di gran lunga inferiore alle rivendicazioni. L’unico scopo dei successivi attacchi missilistici degli Stati Uniti era dissipare le accuse che Trump sia in combutta con la Russia. La questione ora è chi i due Paesi considerano gruppi terroristici. I combattimenti sciiti di Hezbollah con il governo siriano sono visti tali, anche se sono presenti nel parlamento del Libano. Mentre gli Stati Uniti sono d’accordo sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che designano al-Qaida in Siria un gruppo terroristico che va “sradicato”, Erdogan lo sponsorizza e sostiene. Gli Stati Uniti si alleano con i gruppi curdi YPK/PKK in Siria mentre la Turchia li designa entità terroristiche. La formulazione “contro tutti i gruppi che usano il terrorismo” comprende la milizia irachena in Siria? L’Iran? Ciò che è più preoccupante è il fatto che una telefonata di 45 minuti sia estremamente lunga per simili occasioni. Possiamo essere sicuri che dei piani sono stati tracciati e non sono ancora stati resi noti. E’ probabile che un nuova è più aspra guerra contro la Siria (e l’Iran) sia stata decisa. Oltre ai campi di battaglia della Siria c’è l’interferenza militare turca in Iraq. Sono stati tracciati piani comuni anche quel Paese?
Ci si chiede perché Trump smentisca portavoce, dipartimento di Stato ed alleati europei contraddicendone dichiarazioni e posizioni con la telefonata ad Erdogan. È un precedente. I Paesi esteri non possono più affidarsi alle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione statunitense, a meno che Trump non le esprima personalmente (che potrebbe rigettare in ogni momento). La base della diplomazia è la fiducia nell’affidabilità, le parole e il loro rispetto contano. La posizione diplomatica degli Stati Uniti è stata gravemente danneggiata da tale mossa inaudita. L’inversione della posizione originaria dell’amministrazione Trump è estrema. Dal punto di vista realistico, una posizione molto più neutrale nei confronti dei brogli di Erdogan, come mostrato dal dipartimento di Stato, sarebbe consigliabile. Perché Trump l’ha cambiata? Questo tweet di cinque anni fa ha qualcosa a che farci? “Ivanka Trump @IvankaTrump
Grazie primo ministro Erdogan per averci seguito ieri nel festeggiare l’inaugurazione della #TrumpTowers d’Istanbul!
13:56 – 20 aprile 2012Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scacco matto in Siria: la mossa di Erdogan verso Putin non paga

David Barchard, MEE 24 marzo 2017

La collaborazione tra Turchia e Russia in Siria si rivela una delusione che lascia ad Ankara poca scelta se non accettare la protezione russa per i curdi.Quando la Turchia si è riconciliata con la Russia e ha offerto il proprio rammarico per aver abbattuto un caccia nel novembre 2015, la mossa sembrava un colpo da maestro strategico, escludendo gli Stati Uniti dal gioco diplomatico e strategico in Siria e aprendo la strada alla collaborazione tra Ankara, con un proprio contingente militare in Siria, e Mosca. Otto mesi dopo, le cose non vanno proprio in quel modo. La politica in Siria della Turchia sembra andata storta, lasciando le forze di Ankara impantanate, ottenendo solo la cattura di Jarablus e al-Bab nella fascia settentrionale al confine. Peggio ancora per Ankara, la Russia sembra proteggere i curdi siriani da eventuali mosse turche per porre fine alla loro autonomia. Questa settimana, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso ‘tristezza’ per i continui legami di Russia e Stati Uniti con le Unità di protezione del popolo (YPG) in Siria. Le parole seguono il dispiegamento di truppe russe ad Ifrin, la più occidentale enclave curda siriana. Non solo Ifrin è uno dei pochi possibili obiettivi militari per la forza turca, ma questa settimana un soldato turco vi è morto anche per tiro transfrontaliero. La Turchia ha risposto convocando l’ambasciatore russo ad Ankara al ministero degli Esteri per la forte protesta per il mancato mantenimento del cessate il fuoco dei russi e la loro crescente presenza nelle zone controllate dal Partito di Unione Democratica (PYD). Sembra che la Turchia non sia stata informata in anticipo dalla mossa russa ad Ifrin. Anche se la Turchia ha avvertito di ritorsioni contro ulteriori attacchi del PYD, il presupposto imprescindibile è che la Russia provvede un ombrello protettivo all’enclave autonoma curda siriana. Così una delle principali motivazioni della Turchia per la partnership con Mosca e l’invio di truppe in Siria, spezzare le enclavi curde siriane, è sotto scacco.

Esclusa con un atto combinato
Non è ancora il peggio per Ankara. Invece di una Turchia che trae vantaggio da una collaborazione implicitamente anti-USA in Siria con i russi, Mosca agisce in tandem con Washington. Circa due settimane e mezzo prima di recarsi ad Ifrin, le forze curde dichiararono con nettezza di puntare su Manbij, la città araba controllata dai curdi nel nord della Siria, che i conservatori religiosi turchi, come la propaggine turca dell’Ikhwan (Fratelli musulmani) in effetti vedono come prossimo logico obiettivo per le loro truppe. Lì, vi hanno unito le forze, da allora rinforzate dagli Stati Uniti. La Turchia aveva bombardato Manbij e altre zone curde per tutto febbraio, ma tale opzione ora sembra saldamente chiusa. Nel frattempo, le YPG collaborano con le truppe statunitensi avanzando su Raqqa, capitale dello Stato Islamico, e la Turchia sembra esclusa e senza un ruolo. Ankara quindi si lamenta amaramente delle azioni di Stati Uniti e Russia che aiutano i curdi siriani a ‘perseguire la propria agenda’. Indipendentemente dal colore politico, tutti ad Ankara temono che l’agenda vera sia creare una sorta di autonomia curda riconosciuta che porti infine alla formazione di uno Stato curdo quasi-indipendente. Questo sviluppo potrebbe sembrare, su tale sfondo, non diverso da ciò che successe in Iraq dopo il 2003 con la comparsa del Governo regionale curdo ad Irbil. Questi fu il sottoprodotto dell’intervento statunitense. Nel caso del nord dell’Iraq, l’opposizione sunnita al governo iracheno prevalentemente sciita a Baghdad, e il conservatorismo della dirigenza curda locale, insieme agli interessi economici, permisero ad Ankara di trovare un modus vivendi con i curdi iracheni. Condizioni simili non esistono in Siria dove la leadership curda (e molti combattenti) ha stretti legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il movimento terroristico curdo che blocca la Turchia in un brutale conflitto con le forze armate turche. In questo contesto, non sorprende che altri aspetti della riconciliazione turco-russa si dimostrino deludenti. Le cose non vanno come devono sul fronte commerciale, in cui i due Paesi cercano di ripristinare i legami interrotti nel 2015. I russi si sono dimostrati lenti a riprendere l’acquisto di diverse esportazioni agricole turche, probabilmente per i problemi di controllo di qualità, e così il 15 marzo la Turchia introduceva per rappresaglia il 130 per cento di dazi sulle importazioni di grano dalla Russia.

Potere declinante al tavolo delle trattative
Il ruolo della Turchia nel processo di pace in Siria sembra scemare. Turchia, Russia e Iran rimangono le tre potenze garanti del cessate il fuoco in Siria, ma quando il terzo ciclo di negoziati si è tenuto nella capitale del Kazakistan Astana, il 15 marzo, l’opposizione siriana ha voltato le spalle alla Turchia. Anche se il comunicato finale ad Astana suggeriva che i colloqui erano stati costruttivi e utili, la Siria accusava la Turchia del boicottaggio dell’opposizione. Gli alleati della Turchia, le varie fazioni dell’esercito libero siriano, sono scontenti del quadro degli accordi assai sfavorevoli. Ma dato che non sono riusciti a fare ciò che le YPG così sorprendentemente fanno, cioè fondersi in un forte esercito moderno, i gruppi dell’els hanno sempre poca o alcuna attenzione internazionale. Questo poteva cambiare se l’offensiva a sorpresa lanciata contro Damasco, il 20 marzo, riusciva a spostare l’equilibrio militare nel Paese, ma il rinnovamento del conflitto probabilmente trascinerebbe la Turchia, come loro sponsor principale, in uno scontro con la Russia. Cosa che Ankara appare decisa ad evitare. Anche se i suoi contatti con i russi (tra cui il recente vertice a Mosca dei presidenti Erdogan e Putin) sono stati poco gratificanti, non v’è stata quasi alcuna critica pubblica finora e la narrazione ufficiale è sulla crescente cooperazione, una versione sempre più messa in discussione dai fatti sul campo. Curiosamente, i russi non sembrano cercare di cementare l’amicizia con la Turchia in una partnership stretta e volta a staccarla dall’occidente, che sarebbe sicuramente un enorme vittoria strategica per Putin, che vede la NATO come nemica. Ciò per via di un accordo segreto USA-Russia sulle zone d’influenza globali? Oppure semplicemente riflette il senso russo che, mentre la Turchia è ai ferri corti con l’UE ed è furiosa per il sostegno degli USA alle YPG, adotta la linea morbida nei confronti di Mosca in quanto unica opzione?

Soldati russi a Mambij

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora