F-35: in una nazione in declino, la corruzione domina i cieli

I nipoti dei contribuenti statunitensi vedranno cos’è l’F-35 e ne pagheranno il conto
William Wojcik Russia Insider 24 giugno 2017Il corpo dei marines statunitense ha nuovamente sospeso i voli del cocco tecnologico, il Joint Strike Fighter Lockheed F-35B, almeno dall’Air Station Yuma in Arizona dove l’aria è asciutta, la birra è fredda e i capi posso nascondersi dai giornalisti che ancora non hanno letto il Riot Act. Dopo 400 miliardi di dollari (un capitale) di costi del programma che, difatti, risale ai primi anni ’90, si potrebbe pensare che i fondi prestati possano giustificare un progetto operativo completo. Non importa che infrastrutture, ponti e scuole in rovina e, naturalmente, salute precaria saranno ereditati dalle future generazioni; guardate che notizie possono sentire sul fichissimo aereo da guerra. Questa volta i problemi del “software” hanno messo a terra i velivoli mentre stanchi tecnici e scienziati tentano di decifrare ciò che succede a computer di bordo, collegamenti dati, e pulsanti, leve e lucine lampeggianti. Ma le cose all’inizio non erano così complicate. Infatti, un aereo militare a decollo e atterraggio verticale (VTOL) già volava; solo che non era statunitense, era lo Jak-141 del Jakovlev Design Bureau.
Diamo il dovuto. Fu l’alto comando tedesco negli anni formidabili della seconda guerra mondiale che propose un velivolo VTOL. Ma il programma balistico V2 era in pieno svolgimento. L’ex-Unione Sovietica intraprese la missione nel 1975 con il meno veloce Jak-38 “jump jet”. Ma mentre si sviluppò, campanelli e fischietti suonarono sui fondamenti (suona familiare?) L’aereo apparve disfunzionale anche se impressionante, ma richiedeva altri computer e un motore ridondante. E la serie di suoni generati dai computer avvertiva il pilota che si trattava più di distrazione che altro. Questi orpelli costosi si adattarono solo al materiale russo. Fino a qualche anno fa, i progettisti russi ancora usavano ciò che chiamiamo strumenti a vapore (strumenti tecnologicamente datati ma sempre affidabili). Lo Jak-141 appariva, funzionava e volava come il mucchio “tecnologico” dell’ingegneria statunitense ora visibile come F-35, solo senza tutta l’alta tecnologia e apparentemente questi fastidiosi fastidi. E’ una coincidenza? No, fu pianificato; mentre l’Unione Sovietica crollava, il progetto Jak-141 fu bloccato. Nel 1991, Lockheed Martin collaborò con la Jakovlev e nacque lo X-35. Il denaro fluiva allegramente, almeno come banconote, con cui i team progettisti russi appresero la follia della legge di Keynes. La legge sui rendimenti decrescenti si adatta a ciò che è oggi il programma F-35. Ora, su software, programma di manutenzione aggiornato, continua integrazione di componenti e linee di rifornimenti, l’F-35 ha subito un’altra battuta d’arresto, almeno quando sarà a bordo delle portaerei, quando Marina e marines statunitensi lo schiereranno. Sembra che i motori siano troppo caldi per le piastre delle piattaforme. Mentre a terra, degradano il calcestruzzo. Dovrebbero mollare mentre vanno avanti? Forse, ma è ormai troppo tardi. Mentre i senatori statunitensi vogliono che le componenti attese siano prodotte nei loro Stati, garantendo “posti di lavoro”, sempre più persone si affidano al crescente numero di bustarelle per il governo. E se sempre più flussi di denaro scorrono dalle case degli statunitensi, istruzione, strade, acqua pulita e fondamenta di una società sana, diventano rapidamente assiomi di un’epoca passata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il dispositivo della CIA catturato dai sovietici

Analisis Militares 11 giugno 2017Alla fine degli anni ’70 USA e URSS erano impegnati nella guerra fredda. Un braccio di ferro che ha lasciato molte storie sconosciute ma che anche dopo molti anni sono ancora molto interessanti. Una di queste storie fu l’incidente del contenitore Cocoon avvenuto nel Mare di Okhotsk nel 1981. Alla fine degli anni ’70 gli Stati Uniti avviarono l’operazione ‘Ivy Bells’ per cercare di ascoltare le comunicazioni sottomarine tra il territorio continentale dell’URSS e le basi nella Kamchatka. L’operazione della CIA doveva intercettare i cavi sottomarini posti nel mare di Okhotsk, in particolare nella baia di Shelekhov.A tal fine la società ‘Bell‘ sviluppò un sistema per i cavi non invasivo in modo che i sovietici non scoprissero il dispositivo posto sul fondo del mare. Uno dei protagonisti di queste missioni fu il sottomarino per missioni speciali dell’US Navy HalibutI tecnici statunitensi svilupparono un sistema non-invasivo di ascolto collegato al rivestimento esterno del cavo sottomarino per le comunicazioni sovietico.A sua volta, tale sistema inviava le informazioni a un sofisticato contenitore subacqueo chiamato ‘Cocoon‘ che registrava le comunicazioni sovietiche su nastro magnetico.Il contenitore di 5,5 m di lunghezza e 1,2 di diametro pesava 7 tonnellate ed ospitava diverse avanzate apparecchiature elettroniche. Aveva un alimentatore al plutonio che secondo il Contrammiraglio Shtyrov era in un altro contenitore e poteva funzionare per 10 anni. 32 registratori funzionavano contemporaneamente e ciascuno poteva registrare per 150 ore, per un totale di 3000 ore. Altre fonti parlano di 60 registratori (!). Una volta al mese il sottomarino statunitense dispiegava i subacquei avvicinandoli al contenitore Cocoon per recuperare le registrazioni. Tutto andò bene finché al momento di recuperarlo, il sistema non era dove doveva essere, chiaramente i sovietici l’avevano scoperto.L’idea ufficiale
Nell’agosto 1981, il Quartier Generale della Marina sovietica in Kamchatka subì problemi alla linea di comunicazione Petropavlovsk-Magadan, facendo concludere che vi era un guasto al cavo sottomarino nel Golfo di Shelekhov, nel Mare di Okhotsk. Si pensò che un peschereccio avesse danneggiato il cavo. Durante il lavoro di rilevazione del guasto, uno dei sommozzatori scoprì l’oggetto attaccato al cavo che, a sua volta, aveva un cavo che si allontanava. Seguendolo fu scoperto il contenitore Cocoon, che era caldo al tatto, così si pensò che fosse un manufatto militare e fu lasciato in attesa di ordini da Mosca. Infine si decise di studiarlo nella capitale dopo l’attuazione del protocollo di smantellamento sicuro.

Contrammiraglio A. T. Shtyrov, a sinistra.

Cosa in realtà successe
In realtà non ci fu un guasto, ma uno stratagemma per coprire un’operazione di controspionaggio sovietico. L’URSS scoprì il contenitore Cocoon e il sistema di ascolto nel Mare di Okhotsk non per caso, ma tramite un infiltrato nella National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. Nel gennaio 1980, l’agente della NSA Ronald Pelton contattò l’Ambasciata Sovietica per offrirgli informazioni in cambio di denaro. Per invogliare gli agenti del KGB Pelton raccontò dell’ascolto statunitense dei colloqui tra il territorio russo e la Kamchatka. attirando l’interesse sovietico. Nell’agosto 1981, quando i satelliti da ricognizione degli Stati Uniti scoprirono l’insolita attività navale sovietica nella baia di Shelekhov, e subito dopo, cercando di recuperare le registrazione, si scoprì che il sistema Cocoon era scomparso… la CIA non tardò a concludere che vi fu una perdita che permise ai sovietici di distruggere una delle sue operazioni d’intelligence più audaci. Pelton diede tutto il necessario sull’operazione Ivy Bells e le coordinate in cui il cavo sottomarino sovietico era stato intercettato. In cambio di questo ed altri servizi, ricevette 600000 dollari, che negli anni ’80 erano un bel po’ di soldi. Successivamente fu arrestato e condannato a tre ergastoli più 10 anni.Ciò che narra il Contrammiraglio Shtyrov
A 32 miglia dalla costa occidentale della penisola di Kamchatka, nella baia di Shelekhov, ad una profondità di 65 m, una nave sovietica issò la stazione di ascolto subacquea composta da 2 cilindri di 250 litri di capacità ciascuno. I cilindri furono inviati al controspionaggio. In uno di questi cilindri furono trovati 32 registratori. L’altro era un reattore nucleare in miniatura che forniva l’energia necessaria. Il reattore nucleare in miniatura fu immediatamente inviato a Semipalatinsk in Kazakhstan, presso l’Area del programma dei test nucleari sovietici. Fu tenuto in un tunnel dove 2 volontari (uno scienziato nucleare e un ufficiale dei servizi segreti) si offrirono per gestirlo in un luogo isolato, nel caso fosse esplodeva durante l’esame. Riuscirono nel compito e furono successivamente decorati per tale operazione. Originariamente si pensò di renderlo pubblico, similmente a quanto fatto dopo l’abbattimento dell’U-2 di Gary Powers, ma c’era la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e si decise di non versare benzina sul fuoco.
Questo è più o meno quanto si sa dell’incidente. A mio parere, uno dei più esotici della guerra fredda. Inutile dire che ciò permise, ancora una volta, l’accesso dei sovietici alla più recente tecnologia degli Stati Uniti. Sicuramente non fu l’ultimo caso. Se ne ebbe uno recente simile, nel 2014, con sfumature ulteriori, con un oggetto recuperato nella Chukotka, nell’estremo oriente della Federazione Russa.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia intercetta un SOS dalle coste nordcoreane. Un fallito sbarco dei Navy SEAL?

Infomaxx 31/05/2017Esperti militari russi sottolineano che la strategia statunitense basata sulle azioni dei Navy SEAL on della Corea democratica è fondamentalmente errata e può comportare conseguenze disastrose. Come già riportato da molti, il sottomarino nucleare degli Stati Uniti USS Michigan effettuava delle missioni segrete con la squadra d’assalto della portaerei USS Carl Vinson al largo delle coste della Corea. Come altri sottomarini della stessa classe, l’USS Michigan ha diversi dispositivi tecnici che consentono si trasportare e sbarcare 66 uomini delle forze speciali della Marina degli Stati Uniti.
L’USS Michigan era apparso nel porto sudcoreano di Busan dove, secondo fonti dell’intelligence cinese, era arrivato per le esercitazioni militari congiunte del Team 6 dei Navy SEAL degli Stati Uniti e la divisione della versione sudcoreana dei SEAL. Presumibilmente pianificavano un tentativo d’infiltrazione nel territorio della Corea democratica per liquidare fisicamente Kim Jong-Un e il suo entourage. La Marina degli Stati Uniti s’è rifiutata di commentare le azioni del Team 6 dei SEAL. Dei giornalisti notano che nel 2011 questa squadra fu direttamente coinvolta nell’eliminazione di Usama bin Ladin. L’US Navy ha rifiutato qualsiasi commento sul Team 6 riferendosi al fatto che di solito non pubblicizza la posizione dei sottomarini del Pentagono per via delle loro missione segrete. Tuttavia, secondo una fonte attendibile di News Front, collegata con il comando dell’Estremo Oriente russo, il Team 6 dei SEAL aderì a una missione di ricognizione nel territorio della Corea democratica. Tuttavia, fu rilevato da un cane di una pattuglia delle guardie di frontiera nordcoreane. Dopo una breve schermaglia, che causava perdite tra i soldati statunitensi, a seguito della violazione del silenzio radio, la richiesta d’evacuazione immediata fu intercettata dai russi.
Su richiesta di News Front di commentare queste informazioni, un funzionario del Pentagono ha detto che le forze speciali della Marina degli Stati Uniti non sono attualmente coinvolte e non hanno mai partecipato a tentativi di decapitazione e l’intercettazione radio russa non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, negli ultimi anni, nella penisola coreana si accumulano forze militari, ed ogni giorno vi sono esercitazioni, tiri ed altre manovre. Sarebbe strano che non vi partecipino le truppe SEAL. Il secondo punto importante è l’USS Michigan. La presenza di questo straordinario sottomarino nella regione, naturalmente, aggiunge alla Marina degli Stati Uniti un elemento per azioni furtive, poco rivelabili, ma una scarsa potenza di fuoco rispetto alla potenza navale con due (ora tre) portaerei presso la Corea del Sud, che rientra nel raggio d’azione anche dei velivoli di stanza a Guam. Ciò suggerisce che il compito principale dell‘USS Michigan è sbarcare forze speciali. E ciò è allarmante perché, secondo i russi, le missioni SEAL nella Corea democratica sarebbero suicide e inaudite.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Russia e Cina vinceranno la guerra contro gli USA

Attaccando i mezzi spaziali statunitensi
Dave Majumdar National Interest

Russia e Cina ricercano nuove armi e mezzi per contrastare il dominio nello spazio degli USA, secondo una valutazione dell’intelligence degli Stati Uniti. Infatti, entrambe le nazioni studiano lo sviluppo di armi che potrebbero attaccare satelliti e altri mezzi orbitali statunitensi. “Riteniamo che Russia e Cina percepiscano la necessità di compensare qualsiasi vantaggio militare statunitense nei sistemi spaziali militari, civili o commerciali, e sempre più pensano ad attaccarne i sistemi satellitari nell’ambito di future dottrine belliche“, afferma la testimonianza congressuale di Daniel Coats, direttore della National Intelligence, dell’11 maggio. “Continueranno a perseguire la gamma completa di armi anti-satellite (ASAT) per ridurre l’efficienza militare statunitense“. Le due grandi potenze cercano di compensare i vantaggi degli USA nel settore, continuando lo sviluppo di tali capacità, nonostante dichiarazioni pubbliche che farebbero tesoro della corsa agli armamenti nello spazio. “Russia e Cina continuano a sviluppare capacità contro gli avversari nello spazio, specialmente gli Stati Uniti, mentre pubblicamente e diplomaticamente promuovono la non-militarizzazione dello spazio” e il non primo dispiegamento “di armi nello spazio“, secondo Coats. “Tale impegno continua nonostante gli sforzi diplomatici di Stati Uniti e alleati nel dissuadere l’espansione delle minacce all’uso pacifico dello spazio, compresi gli impegni internazionali delle Nazioni Unite“. La maggior parte degli attacchi contro i mezzi spaziali statunitensi probabilmente non sarà cinetica, concentrandosi su guerra elettronica e cibernetica. “Lo sviluppo sarà molto probabilmente focalizzato sulle capacità di disturbare le comunicazioni militari satellitari (SATCOM), i satelliti con radar ad apertura sintetica (SAR), e in capacità migliorate contro i sistemi satellitari di navigazione globale (GNSS), come il sistema di posizionamento globale (GPS)“, secondo tale testimonianza. “La fusione tra guerra elettronica e cyberattacchi probabilmente espanderà la ricerca di mezzi sofisticati per negare e degradare le reti d’informazione. I ricercatori cinesi hanno discusso i metodi per migliorare le capacità di disturbo con nuovi sistemi per bloccare le frequenze più utilizzate. La Russia intende modernizzare le forze da guerra elettronica e adottare armi di nuova generazione entro il 2020“. Tuttavia, se guerra elettronica e cyberarmi non raggiungessero gli obiettivi, russi e cinesi sono pronti ad usare la forza cinetica per distruggere fisicamente i mezzi spaziali statunitensi. “Alcune nuovi ASAT russi e cinesi, compresi sistemi distruttivi, probabilmente saranno completati nei prossimi anni“, dichiarava Coats. “Gli strateghi militari russi probabilmente considerano le armi spaziali nell’ambito del riarmo della difesa aerospaziale, probabilmente perseguendo una diversificata capacità per influenzare i satelliti su tutte le orbite“. Ma non solo i militari russi; i politici di Mosca promuovono anche le armi anti-satellite, secondo la comunità d’intelligence statunitense. “I legislatori russi hanno promosso la ricerca militare sui missili ASAT per colpire i satelliti su basse orbite e la Russia sperimenta tale arma per eventualmente schierarla“, dichiarava Coats. “Un funzionario russo ha anche riconosciuto lo sviluppo di un missile aerolanciato in grado di distruggere i satelliti in orbita bassa”.
Dall’altra parte del mondo, la Cina è sul punto di schierare un’arma anti-satellite operativa. Nel frattempo, entrambe le grandi potenze sviluppano armi ad energia diretta per contrastare i satelliti statunitensi. “Dieci anni dopo che la Cina intercettò un satellite in orbita bassa, i suoi missili ASAT lanciati da terra starebbero entrando in servizio nell’Esercito di liberazione popolare“, dichiarava Coats. “Entrambi i Paesi avanzano nelle tecnologie delle armi ad energia diretta per disporre di sistemi ASAT che potrebbero accecare o danneggiare i sensori dispiegati nello spazio. La Russia sviluppa un’arma laser aeroportata per usarla contro i satelliti statunitensi. Inoltre, entrambe le nazioni sviluppano satelliti che possono maneggiare altri mezzi spaziali o, se necessario, distruggere i satelliti nemici. Russia e Cina continuano a svolgere sofisticate attività orbitali, come operazioni di riunione e prossimità, almeno in parte probabilmente volte a testare tecnologie a duplice uso dalle capacità antispaziali“, dichiarava Coats. “Per esempio, la ricerca nella robotica spaziale per la manutenzione di satelliti e la rimozione di detriti potrebbe essere usata per danneggiare i satelliti. Tali missioni saranno una particolare sfida futura, complicando la capacità degli Stati Uniti di dominare lo spazio, decifrare l’attività spaziale e le capacità di pre-allarme“. Quindi, con il tempo, il Pentagono dovrà investire di più per assicurarsi la superiorità nello spazio.

Militarizzazione dello spazio: l’X-37B degli USA rientra dopo una missione di due anni
Andrej Akulov SCF 20.05.2017Con l’attenzione pubblica incentrata su altro, gli Stati Uniti adottano nuove e più sofisticate armi spaziali. Passo dopo passo, l’orbita della Terra diventa linea del fronte. Il 7 maggio, l’X-37B atterrava presso il Kennedy Space Center della NASA in Florida dopo una missione di 718 giorni nello spazio. Nel complesso, dal 2010 ci sono state quattro missioni, ciascuna durata più della precedente. Lanciati dai missili Atlas 5, i velivoli atterrano come aerei. I velivoli riutilizzabili, conosciuti anche come programma per velivoli per test orbitali, hanno accumulato 2086 giorni nello spazio. I carichi e le attività sono segreti. Si ritiene ampiamente che gli spazioplani siano usati per scopi militari o siano un’arma. L’X-37B ha trasportato almeno due carichi nell’ultimo volo. I militari avevano rivelato di aver deciso di far trasportare un propulsore elettrico sperimentale da testare in orbita e un pallet per esporre campioni all’ambiente spaziale. L’X-37B è una navetta spaziale senza equipaggio, lunga 9 metri e un’apertura alare di 5 metri, circa un quarto delle dimensioni dello space shuttle della NASA. Il velivolo spaziale riutilizzabile senza pilota decolla in verticale e atterra in orizzontale rientrando nell’atmosfera e atterrando autonomamente. Il robot può anche gestire l’orbita, mutandola invece di seguire l’orbita prevista, una volta in volo. L’autonomia orbitale della navetta è garantita da pannelli solari che l’alimentano dopo il dispiegamento dal vano di carico. Le quote utilizzate per scopi militari ed esplorativi vanno da 0 a 20 km e da 140 km in su. C’è un vuoto tra ciò che è considerato un potenziale teatro di guerra. L’X-37 è chiaramente un mezzo per riempire tale vuoto dall’“alto”, mentre il Boeing X-51 (conosciuto anche come X-51 Wave Rider) lo fa dal “basso” o salendo. L’X-51 è un velivolo scramjet senza pilota per test ipersonici (Mach 6, circa 6400 km/h). Il costo del programma X-37B non è noto perché il bilancio è classificato dato che è stato assegnato alla DARPA. È quasi certamente un aereo spia o, almeno, per testare sistemi di sorveglianza spaziale e una piattaforma di lancio per minisatelliti di spionaggio. Il carico utile del velivolo è sufficiente ad ospitare sistemi spia come telecamere e sensori. Il velivolo non dispone di portello di ancoraggio, quindi non può essere utilizzato per rifornire l’ISS o qualsiasi altra stazione orbitale. Sarebbe anche un modello per testare il futuro “bombardiere spaziale” per distruggere bersagli dall’orbita. Alcuni si chiedono se l’X-37B sia un sistema d’attacco nucleare destinato a rientrare nell’atmosfera con l’autopilota per bombardare un bersaglio nemico.
Dave Webb, presidente della rete globale contro le armi nucleari nello spazio, dichiarava che l’X-37B fa parte dei piani del Pentagono per sviluppare la capacità di colpire in qualsiasi parte del mondo con una testata convenzionale entro un’ora, nota come Prompt Global Strike. Alcuni pensano che l’X-37B sia un satellite-tracker o satellite-killer, o entrambi. Si ritiene generalmente che finora i sistemi d’arma non siano dispiegati nello spazio. Le armi di distruzione di massa sono vietate nello spazio dal Trattato sullo Spazio del 1967. Ma il trattato non vieta la collocazione di armi convenzionali in orbita. Non c’è alcun accordo internazionale sulle armi non nucleari nello spazio per via dell’obiezione di certi Stati, come gli Stati Uniti, che sostengono che la corsa agli armamenti nello spazio non c’è, e pertanto non è necessario intraprendere alcuna azione. I sistemi di difesa antimissili balistici statunitensi, gli spazioplani X-37B, i laser aerei e il GSSAP (Geosynchronous Space Situational Awareness Programme) potrebbero facilmente divenire armi spaziali. Per anni Russia e Cina hanno richiesto la ratifica di un accordo vincolante con il Trattato delle Nazioni Unite che vieta le armi spaziali, che funzionari ed esperti statunitensi hanno ripetutamente rifiutato come inutilmente disastroso. Gli Stati Uniti non presentano alcuna iniziativa.
SALT I (1972), il primo trattato sovietico-statunitense sulla limitazione delle armi strategiche, includeva l’obbligo a non attaccare mezzi spaziali. Nel 1983 il presidente Ronald Reagan cambiò passo promuovendo l’Iniziativa di difesa strategica che prevedeva l’immissione di armi nello spazio per colpire i missili strategici sovietici in volo. Nel 2002 il presidente Bush Jr. abbandonò il trattato ABM del 1972, che limitava i sistemi di difesa missilistica. La difesa missilistica consente ai Paesi di sviluppare tecnologie offensive con il pretesto della difesa. Ad esempio, gli intercettori ad energia cinetica dispiegati in California e Alaska vengono lanciati nello spazio per distruggere i missili e si presuppone possano anche distruggere i satelliti. Ovviamente, gli Stati Uniti sono pronti a sviluppare sistemi d’attacco spaziale, come ad esempio laser, sistemi cinetici e fasci di particelle. Il primo progetto di trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio, minaccia o uso della forza contro oggetti spaziali (PPWT), fu sviluppato dalla Russia e sostenuto dalla Cina nel 2008. Gli Stati Uniti si opposero per preoccupazioni sulla sicurezza dei propri mezzi spaziali, nonostante il trattato affermi esplicitamente il diritto all’autodifesa di uno Stato. Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione russa su “Alcun primo collocamento di armi nello spazio”. Stati Uniti, Georgia e Ucraina furono gli unici a rifiutarsi di sostenere l’iniziativa russa. La Russia dichiarò di essere disposta a lavorare nel contesto di altre iniziative e partecipò attivamente e costruttivamente alle attività dell’Unione europea su un progetto di codice internazionale di condotta per lo spazio. Tuttavia, i progressi possono essere raggiunti solo con negoziati a cui partecipano tutti gli Stati interessati secondo un mandato chiaro delle Nazioni Unite. L’attuale amministrazione è volta a raggiungere la supremazia spaziale. Mark Wittington scrive in un articolo su Blasting News, “Uno dei cambiamenti significativi che l’amministrazione Trump contempla nella difesa è lo sviluppo di armi spaziali. Un’idea emersa per decenni è un sistema dai proiettili di tungsteno e con sistema di navigazione. Con un comando, queste “verghe di Dio”, come vengono poeticamente chiamate, rientrerebbero nell’atmosfera per colpire il bersaglio”. I consiglieri del presidente Trump Robert Walker e Peter Navarro chiedono di riavviare il concetto di “Star Wars” e che gli Stati Uniti guidino la via alle tecnologie emergenti che possano rivoluzionare la guerra. Secondo loro, una maggiore dipendenza dall’industria privata sarà la chiave di volta della politica spaziale di Trump. Avvio e gestione dei mezzi spaziali militari sono un’impresa miliardaria che impiega migliaia di persone, spingendo l’innovazione ed applicazioni civili come il GPS, alimentando la crescita economica. Il segretario alla Difesa James Mattis chiede maggiori investimenti nell’esplorazione dello spazio per scopi militari. Una disposizione per incoraggiare il dipartimento della Difesa ad avviare un programma di ricerca sui sistemi antimissili spaziali è stata inserita nel progetto di legge sulla difesa del 2017.
La militarizzazione dello spazio minerebbe la sicurezza internazionale, distruggendo gli attuali strumenti di controllo delle armi e comportando vari effetti negativi (come i detriti spaziali), potendo scatenare la corsa ad armi devastanti che distrarrebbe risorse dai veri problemi che l’umanità affronta oggi. La stabilità strategica verrebbe distrutta perché le armi spaziali sono globali e capaci di attaccare qualsiasi punto del pianeta in qualsiasi momento. Il dispiegamento di mezzi spaziali comporterà il rifiuto di nuovi trattati per regolamentare le armi nucleari e i loro vettori. Quest’anno il mondo celebra il 50° anniversario del Trattato sullo Spazio, entrato in vigore nell’ottobre 1967, un accordo sul controllo delle armi raggiunto nel pieno della guerra fredda. Era possibile allora, è possibile oggi. La questione di come impedire la militarizzazione dello spazio con un trattato internazionale dovrebbe far parte dell’agenda Russia-USA-Cina. Se questi Stati si accordano, il mondo diventerà un posto migliore.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia sanguinaria della Corea

Bruce Cumings, Global Research, 17 maggio 2017Più di quarant’anni fa pranzai con uno storico diplomatico che, come me, studiava documenti sulla Corea presso l’Archivio nazionale di Washington. Osservò se la zona demilitarizzata coreana potesse essere l’epicentro della fine del mondo. Ad aprile, Kim In-ryong, diplomatico nordcoreano presso l’ONU, avvertiva “della situazione pericolosa in cui la guerra termonucleare esploderebbe in qualsiasi momento”. Pochi giorni dopo, il presidente Trump disse alla Reuters che “Potremmo finire coll’avere un grande conflitto con la Corea democratica”. Gli scienziati atmosferici statunitensi dimostrarono che anche una guerra nucleare relativamente contenuta avrebbe emesso abbastanza fumo e detriti da minacciare la popolazione globale: “Una guerra regionale tra India e Pakistan, per esempio, può danneggiare drasticamente Europa, Stati Uniti e altre regioni attraverso la perdita di ozono e il cambiamento climatico“. Com’è possibile che siamo arrivati a questo? Come fa un narcisista gonfio e vizioso, cui ogni altra parola sarebbe menzogna (adatto sia a Trump che a Kim Jong-un), non solo mantengano la pace del mondo nelle loro mani, ma forse il futuro del pianeta? Siamo arrivati a questo punto a causa della costante riluttanza da parte degli statunitensi a guardare la storia in faccia e a concentrarsi solo sulla stessa storia dei leader della Corea democratica. La Corea democratica ha celebrato l’85° anniversario della fondazione dell’Esercito del popolo coreano il 25 aprile, occasione della copertura televisiva completa delle sfilate a Pyongyang e delle enormi tensioni globali. Nessun giornalista sembrava chiedersi perché fosse l’85° anniversario quando la fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea fu nel 1948. Quello che si celebrava veramente era l’inizio della guerriglia coreana contro i giapponesi nella Cina nordorientale, datato ufficialmente 25 aprile 1932.
Dopo che il Giappone annetté la Corea nel 1910, molti coreani fuggirono, fra cui i genitori di Kim Il-sung, ma solo nel marzo 1932, quando il Giappone creò lo Stato-fantoccio del Manchukuo, il movimento d’indipendenza passò alla resistenza armata. Kim e i suoi compagni lanciarono una campagna che durò 13 duri anni, finché il Giappone non abbandonò il controllo della Corea nel quadro della resa del 1945. Questa è la base della legittimità della leadership nordcoreana agli occhi del popolo: nazionalisti rivoluzionari che resistettero alla colonizzazione del proprio Paese; resistettero ancora quando un massiccio attacco delle forze aeree statunitensi, durante la guerra di Corea, si rovesciò sulle loro città, costringendo la popolazione a vivere, lavorare e studiare nei rifugi sotterranei; continuano a resistere agli Stati Uniti da allora; anche al crollo del comunismo occidentale, e questo settembre la DPRK sarà durata più dell’Unione Sovietica. Ma è meno un Paese comunista che uno Stato-guarnigione, a differenza di qualsiasi altro. Tratto da una popolazione di soli 25 milioni di abitanti, l’esercito nordcoreano è il quarto del mondo, con 1,3 milioni di soldati, subito dopo il terzo, con 1,4 milioni di soldati, quello statunitense. La maggior parte della popolazione coreana adulta, uomini e donne, ha trascorso molti anni nell’esercito: le riserve sono limitate solo dalla dimensione della popolazione.
La storia della resistenza di Kim Il-sung contro i giapponesi è circondata da leggenda ed esagerazione nel Nord ed è negata nel sud. Ma è decisamente eroica: combatté per un decennio nell’ambiente dal più duro inverno immaginabile, con temperature a volte di 50° sotto zero. Uno studio recente ha dimostrato che i coreani costituirono la grande maggioranza dei guerriglieri in Manciuria, anche se molti erano comandati da ufficiali cinesi (Kim era membro del Partito Comunista Cinese). Altri guerriglieri coreani dirigevano dei distaccamenti, come Choe Yong-gon, Kim Chaek e Choe Hyon, e quando tornarono a Pyongyang nel 1945 costituirono il nucleo del nuovo regime. I loro discendenti costituiscono un’élite numerosa, il numero due del governo, Choe Ryong-hae, è figlio di Choe Hyon. La reputazione di Kim fu inavvertitamente rafforzata dai giapponesi, i cui giornali descrissero la battaglia tra lui e quei coreani che i giapponesi impiegarono per rintracciarlo e ucciderlo, tutti sotto il comando del generale Nozoe Shotoku che dirigeva la Divisione Speciale Kim dell’esercito imperiale. Nell’aprile 1940 le forze di Nozoe catturarono Kim Hye-sun, che si pensa fosse la prima moglie di Kim; i giapponesi tentarono invano di usarla per attrarre Kim, poi l’assassinarono. Takashi Maeda diresse un’altra unità speciale della polizia giapponese, con molti coreani; nel marzo 1940 le sue forze vennero attaccate dalla guerriglia di Kim, e le parti subirono pesanti perdite. Maeda inseguì Kim per quasi due settimane, prima di cadere in trappola. Kim gettò 250 guerriglieri contro i 150 soldati nell’unità di Maeda, uccidendolo assieme a 58 giapponesi e 17 aggregati, e prendendo 13 prigionieri e grandi quantità di armi e munizioni. Nel settembre 1939, quando Hitler invase la Polonia, i giapponesi mobilitarono ciò che lo studioso Suh Dae-sook descrive come “grande spedizione punitiva” con sei battaglioni dell’Armata del Kwantung giapponese e 20000 uomini dell’esercito e della polizia del Manchukuo in una campagna repressiva di sei mesi contro i guerriglieri guidati da Kim e Choe Hyon. Nel settembre 1940 una forza ancora più grande intraprese una campagna contro-insurrezionale contro i guerriglieri cinesi e coreani: “L’operazione punitiva fu condotta per un anno e otto mesi fino alla fine del marzo 1941“, scrive Suh “e i banditi, esclusi quelli guidati da Kim Il-sung, furono completamente annientati. I capi dei banditi furono uccisi o costretti a sottomettersi”. Una figura vitale nel lungo sforzo giapponese della controinsurrezione fu Kishi Nobusuke, che si fece un nome dirigendo le industrie delle munizioni. Definito criminale di guerra di classe A durante l’occupazione statunitense, Kishi evitò l’incarcerazione e divenne uno dei padri fondatori del Giappone del dopoguerra e del suo organo di governo, il Partito liberaldemocratico; fu primo ministro due volte tra il 1957 e il 1960. L’attuale primo ministro giapponese, Abe Shinzo, è nipote di Kishi che riverisce più di tutti i leader giapponesi. Trump cenava a Mar-a-Lago con Abe, l’11 febbraio, quando un messaggio arrivò, cortesia di Pyongyang: aveva appena testato con successo un nuovo missile a combustibile solido, sparato da un lanciatore mobile. Kim Il-sung e Kishi s’incontrano nuovamente tramite i nipoti. Sono passati otto decenni, e l’ostilità inconciliabile tra Corea democratica e Giappone è ancora nell’aria.
In occidente, il trattamento della Corea democratica è unilaterale e antistorico. Nessuno viene nominato correttamente. Durante la visita di Abe in Florida, Trump l’indicò come “primo ministro Shinzo“. Il 29 aprile, Ana Navarro, commentatrice della CNN, dichiarò: ‘Il ragazzino Un è un maniaco‘. La demonizzazione della Corea democratica trascende le linee di partito, basandosi su una serie di immagini subliminali razziste e orientaliste; nessuno è disposto ad accettare che i nordcoreani possano avere ragioni valide per non accettare la definizione statunitense della realtà. Il rifiuto della visione del mondo statunitense, generalmente percepita come indifferenza, persino insolenza di fronte all’enorme potere statunitense, rende la Corea democratica irrazionale e impossibile da controllare, quindi fondamentalmente pericolosa. Ma se commentatori e politici statunitensi ignorano la storia della Corea, dovrebbero almeno essere consapevoli della propria. Il coinvolgimento statunitense in Corea iniziò verso la fine della seconda guerra mondiale, quando i pianificatori del dipartimento di Stato temevano che i soldati sovietici, che entravano da settentrione nella penisola, avrebbero portato con sé 30000 guerriglieri coreani che avevano combattuto i giapponesi nella Cina nordorientale. Cominciarono a considerare l’occupazione militare piena che assicurasse agli USA la voce più forte negli affari coreani del dopoguerra. Poteva essere una breve occupazione o, come affermato da un documento, dalla “durata considerevole”; il punto principale era che alcun’altra potenza doveva avere un ruolo in Corea tale che “la forza proporzionale degli USA” fosse ridotta a “un punto in cui l’efficacia s’indebolisse”. Il Congresso e il popolo statunitensi non ne sapevano nulla. Molti dei pianificatori erano i nippofili che non avevano mai contestato le pretese coloniali del Giappone in Corea e ora speravano di ricostruire un pacifico e gestibile Giappone nel dopoguerra. Si preoccuparono che l’occupazione sovietica della Corea ostacolasse tale obiettivo e danneggiasse la sicurezza postbellica nel Pacifico. Con tale logica, il giorno dopo l’annientamento di Nagasaki, John J. McCloy del dipartimento della Guerra chiese a Dean Rusk e a un collega di andare in un ufficio dismesso a pensare come dividere la Corea. Scelse il 38esimo parallelo, e tre settimane dopo 25000 truppe statunitensi entrarono nella Corea del sud per istituirvi il governo militare. Durò tre anni. Per rafforzare l’occupazione, gli statunitensi impiegarono ogni mercenario dei giapponesi che poterono trovare, inclusi ex-ufficiali dell’esercito giapponese come Park Chung Hee e Kim Chae-gyu, diplomatisi all’accademia militare statunitense di Seoul nel 1946. (Dopo il colpo di Stato nel 1961, Park divenne presidente della Corea del Sud per un decennio e mezzo finché Kim, ex-capo dell’agenzia d’intelligence centrale, non l’uccise durante una cena). Dopo che gli statunitensi se ne andarono, nel 1948, l’area presso il 38° parallelo era sotto il comando di Kim Sok-won, altro ex-ufficiale dell’esercito imperiale, e non sorprende che dopo una serie di incursioni sudcoreane nel nord, scoppiò la guerra il 25 giugno 1950. Nello stesso sud, dove i capi si sentivano insicuri e consapevoli della minaccia di ciò che chiamavano Vento del nord, ci fu un’orgia di violenza di Stato contro chiunque potesse in qualche modo essere associato alla sinistra o al comunismo. Lo storico Hun Joon Kim scoprì che almeno 300000 persone furono detenute, uccise o semplicemente scomparse per mano del governo sudcoreano nei primi mesi di guerra. Il mio lavoro e quello di John Merrill indicano che tra 100000 e 200000 persone morirono per le violenze politiche prima del 1950, per mano del governo sudcoreano o delle forze d’occupazione statunitensi. Nel suo recente libro, Le Ferite della Guerra di Corea, combinando ricerca d’archivio, registrazioni delle fosse comune e interviste ai parenti di morti e fuggiaschi ad Osaka, Hwang Su-kyoung documenta i massacri nei villaggi sulle coste meridionali. In breve, la Repubblica di Corea fu una delle dittature più sanguinose della guerra fredda; molti responsabili dei massacri servirono i giapponesi nel lavoro sporco e furono poi rimessi al potere dagli statunitensi.
Agli statunitensi piace vedersi come semplici passanti nella storia del dopoguerra coreano. Si descrivono sempre al passivo: “La Corea fu divisa nel 1945”, senza menzionare McCloy e Rusk, due degli uomini più influenti della politica estera del dopoguerra, che tracciarono la linea senza consultare nessuno. Ci furono due colpi di Stato militari nel Sud, mentre gli Stati Uniti controllavano l’esercito coreano, nel 1961 e nel 1980; gli statunitensi rimasero fermi per non essere accusati d’interferire nella politica coreana. La democrazia e l’economia vibrante della Corea del Sud dal 1988 sembravano aver superato ogni esigenza di riconoscere i precedenti quarant’anni di storia, durante cui il Nord aveva ragionevolmente affermato che la propria autocrazia era necessaria per contrastare il dominio militare a Seoul. È solo nel contesto attuale che il Nord appare al meglio un anacronismo, al peggio una tirannia viziosa. Da 25 anni il mondo è stato trascinato ad impedire le armi nucleari nordcoreane, ma quasi nessuno indica che gli Stati Uniti le introdussero nel 1958 nella penisola coreana; ce n’erano centinaia quando il ritiro mondiale delle armi tattiche nucleari avvenne con George HW Bush. Ma ogni amministrazione statunitense dal 1991 ha sfidato la Corea democratica con frequenti voli di bombardieri nucleari nello spazio aereo sudcoreano e ogni giorno un sottomarino classe Ohio potrebbe colpire il Nord in poche ore. Oggi ci sono 28000 soldati statunitensi in Corea, perpetuando l’indebito stallo con la potenza nucleare del Nord. L’occupazione si è rivelata di “durata considerevole”, ma è anche il risultato di un fallimento strategico colossale, entrato nell’ottavo decennio. È comune per gli esperti affermare che Washington non può che prendere seriamente la Corea democratica, ma essa adotta le proprie misure e non si sa come risponderebbe.
Sentendo Trump e la sua squadra della sicurezza nazionale, la crisi attuale è causata dalla Corea democratica sul punto di sviluppare un ICBM che colpirebbe il cuore degli USA. La maggior parte degli esperti pensa che ci vorranno quattro o cinque anni per diventare operativi, ma davvero, che differenza fa? La Corea democratica ha testato il suo primo missile a lungo raggio nel 1998 per commemorare il 50° anniversario della fondazione della RPDC. Il primo missile a medio raggio fu testato nel 1992: volò per diverse centinaia di miglia centrando il bersaglio. La Corea democratica ha ora altri sofisticati missili a media gittata e mobili che utilizzano combustibili solidi, rendendo difficili individuarli e facili da lanciare. Circa duecento milioni di persone in Corea e Giappone si trovano nel raggio di questi missili, per non parlare di centinaia di milioni di cinesi, dell’unica divisione dei marines statunitensi in permanenza all’estero, a Okinawa. Non è chiaro se la Corea democratica possa effettivamente attaccare con un missile a testata nucleare, ma se accadesse per rabbia, il Paese verrebbe immediatamente trasformato in ciò che Colin Powell chiamò memorabilmente “una graticola di carbone”. Ma, come ben sapeva il generale Powell, avevamo già trasformato la Corea democratica in una graticola di carbone. Il regista Chris Marker visitò il Paese nel 1957, quattro anni dopo la fine dei bombardamenti a tappeto degli Stati Uniti e scrisse: “Lo sterminio ha travolto questa terra. Chi poteva contare cosa bruciò con le case?… Quando un Paese è diviso da un confine artificiale e c’è da ogni lato una propaganda implacabile, è ingenuo chiedersi da dove provenga la guerra: il confine è la guerra”. Avendo riconosciuto la prima verità di quella guerra, ancora un alieno che si diceva statunitense (anche se gli statunitensi tracciarono il confine), osservò: “L’idea che i nordcoreani hanno generalmente degli statunitensi può essere strana, ma devo dire che, dopo aver vissuto negli Stati Uniti intorno alla fine della guerra coreana, nulla può uguagliare la stupidità e il sadismo delle immagini dei combattimenti che circolavano al tempo, “i rossi bruciano, arrostiscono e carbonizzano“.” Sin dall’inizio, la politica statunitense adottò varie opzioni per cercare di controllare la RPDC: sanzioni, in vigore dal 1950, senza alcuna prova di risultati positivi; non riconoscimento, in vigore dal 1948, ancora senza risultati; cambio di regime, tentato nel 1950 quando le forze statunitensi invasero il Nord, solo per finire in guerra con la Cina; e incontri diretti, l’unico metodo che abbia mai funzionato, producendo un congelamento di otto anni, nel 1994 – 2002, dei centri di ricerca del plutonio del Nord e che quasi riuscì a far ritirargli i missili. Il 1° maggio, Donald Trump aveva detto a Bloomberg News: “Se fosse opportuno incontrarmi con Kim Jong-un, lo farei assolutamente; ne sarei onorato“. C’è da dire se fosse serio o fosse solo un altro tentativo di Trump di finire in prima pagina. Ma qualunque cosa potesse essere, era senza dubbio un cavaliere, il primo presidente dal 1945 che non vede la Beltway. Forse può sedersi con il signor Kim e salvare il pianeta.Bruce Cumings insegna a Chicago ed è autore di La guerra di Corea: una storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora