Sull’amicizia Iran-Turchia, USA emarginati dal Medio Oriente

Cassad, 18 agosto 2017In Turchia c’è stata una riunione importante, che potrebbe avere conseguenze a lungo termine per l’intera regione. Una delegazione militare dell’Iran arrivava nel Paese della NATO per discutere le azioni congiunte in Iraq e Siria. La delegazione comprendeva il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito iraniano Bagheri, il Vicecomandante dell’IRGC, il Viceministro degli Esteri, il Comandante delle Forze di Sicurezza delle frontiere. Durante l’incontro sono stati raggiunti numerosi accordi che hanno permesso al Capo di Stato Maggiore Generale iraniano di affermare che i colloqui sono stati molto efficaci.
1. Turchia e Iran non riconoscono il referendum curdo in Iraq. L’Iran è categoricamente contrario a un Kurdistan indipendente e, secondo il Capo di Stato Maggiore Generale iraniano, in questo argomento è stato trovato un linguaggio comune con la Turchia.
2. Le parti hanno convenuto visite navali reciproche, scambio di studenti delle accademie militari, presenza di osservatori militari nelle esercitazioni militari ed esercitazioni congiunte.
3. È stato raggiunto un accordo col Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar che presto visiterà Teheran. Beh, da lì la prima visita di Erdogan non è lontana. Entrambe le parti sono strategicamente impegnate nei negoziati di Astana, naturalmente vantaggiosi per la Federazione Russa.
4. La Turchia è lieta che Iran e Russia siano più consapevoli della sua preoccupazione per la questione curda, a differenza degli Stati Uniti, che non abbandonano il sostegno alle YPG, il primo problema della Turchia.
5. Iran e Turchia continueranno le consultazioni sulle operazioni dell’esercito e dei servizi speciali per un’azione comune contro al-Nusra, collegandosi alla questione della “procura” turca ad Idlib, dove al-Nusra ha puntato a un proprio allargamento.
6. Sono state discusse questioni controverse sulle zone di de-escalation, soggette a garanzie russe. In questo argomento sono rimasti punti controversi, in quanto la Turchia teme che, nel risolverle, l’Iran assegnerà ai suoi “agenti” ciò che non è dovuto dagli accordi di Astana ed altri.
In generale, in base ai cambiamenti strategici nel corso della guerra siriana, si può osservare come gli interessi iraniani e turchi coincidano. Questa opzione è apparsa in Turchia dopo aver abbandonato l’idea di rovesciare Assad e puntato sul campo russo-iraniano. La questione curda spingerà oggettivamente Ankara e Teheran verso una cooperazione più stretta su questione curda e divisione delle sfere d’influenza in Siria, soprattutto perché sarà preferibile per la Russia vedere turchi e iraniani (entro limiti ragionevoli) che non truppe statunitensi in Siria. Questa cooperazione si è già perfettamente manifestata dopo la conclusione degli accordi in Astana e le parti hanno ottenuto notevoli benefici, intendendo continuare tale cooperazione vantaggiosa dove, oltre ad obiettivi comuni con la Russia, hanno anche propri interessi. La Turchia lotta contro l’influenza curda e il ripristino della posizione nella regione, e l’Iran costruisce il ponte sciita Teheran-Beirut diretto anche contro Israele, e prosegue la guerra ibrida contro l’Arabia Saudita. Dato che numerosi obiettivi di Iran e Turchia coincidono con quelli della Russia, le parti da un lato svolgono un compito utile ponendo fine alla guerra in Siria a favore di Assad e, dall’altro, aumentano notevolmente l’influenza, sfruttando i fallimenti di sauditi e statunitensi che ne hanno indebolito il controllo sulla regione, aprendo opportunità ai principali attori regionali. L’indebolimento dell’influenza statunitense, anche in considerazione delle azioni della Russia, ha già portato diversi Paesi, già abbastanza aperti a perseguire proprie politiche senza riguardo per Washington, a concludere accordi che escludono Washington e dividono le sfere di influenza senza badare agli statunitensi. È difficile immaginare un’illustrazione più chiara per dimostrare la crisi dell’egemonia degli USA.
L’attuale offensiva mediatica sugli Stati Uniti in merito alle accuse di aver fornito armi chimiche ai terroristi e le richieste della Siria di sospendere le azioni della coalizione statunitense sul proprio territorio, riflettono il graduale rafforzamento strutturale della Siria nella guerra, dove tutti gli attori chiave cercano posizioni favorevoli in anticipo e di conseguenza respingendo gli avversari. La posizione degli USA è più vulnerabile. Più restano illegalmente in Siria e vicini al califfato dello SIIL, più sarà chiaro che sono in Siria per smembrarla, facilitando l’ulteriore campagna mediatica contro gli Stati Uniti, che hanno già abbandonato lo slogan “Assad deve andarsene”. Ciò rende la loro presenza in Siria più aggressiva. Russia, Iran e Turchia sono in una posizione favorevole, poiché operano in Siria in accordo con Damasco, e Russia e Iran in generale operano su invito del governo siriano. Naturalmente, Russia e Iran, così come la Turchia che li ha raggiunti, si sforzeranno di cacciare gli Stati Uniti dalla Siria e di risolvere il problema curdo secondo propri termini. Gli Stati Uniti, a loro volta, chiariscono che non rigetteranno la propria strategia (altrimenti ammetterebbero di aver perso la guerra in Siria), portando alla dichiarazione della leadership delle SDF sugli Stati Uniti che resteranno in Siria per anni, con una “Cooperazione fruttuosa”. Mentre il califfato e al-Nusra sono schiacciati, queste contraddizioni saranno sempre più evidenti e la posizione della Turchia sarà di grande importanza nella definizione della configurazione della Siria settentrionale dopo la sconfitta del califfato. Pertanto, ci saranno ancora molti negoziati tra Russia, Iran e Turchia, dove le parti si coordineranno alla luce di un possibile conflitto con gli Stati Uniti per il controllo della Siria settentrionale. Erdogan non ha ancora rigettato l’invasione di Ifrin e continuerà a presentare tale opzione a Russia e Iran, nel caso in cui i rapporti con i curdi e gli Stati Uniti si guastino completamente, dando ad Erdogan l’opportunità di occupare Ifrin col pretesto di “combattere il terrorismo”. L’intrigo principale è che se gli Stati Uniti vogliono accelerare l’isolamento del Kurdistan siriano dalla Siria, e Russia e Iran avranno due buone ragioni per attirare immediatamente Erdogan su una politica più rigorosa nei confronti dei curdi in Siria. Da una parte, la lotta per l’integrità territoriale della Siria, su cui Federazione russa, Iran e Turchia convergono. D’altra parte, vi è il desiderio di scacciare gli Stati Uniti dalla Siria. Qui la Turchia ha una posizione piuttosto ambigua, poiché fiancheggia la coalizione russo-iraniana continuando a sondare gli statunitensi per revisionare la strategia di Washington in Siria. C’è la possibilità che la cacciata degli statunitensi dalla Siria e la soppressione delle aspirazioni separatiste dei curdi saranno solo due dei problemi delle parti interessate, servendo da terreno fertile per una nuova guerra nell’Iraq settentrionale e nella Siria settentrionale, dove gli Stati Uniti prevedono di smantellare Siria e Iraq (con l’aiuto di certi Paesi NATO, Giordania, Arabia Saudita ed eventualmente Israele); vi sarà una coalizione contingente tra Siria, Iraq, Russia, Iran, Turchia ed eventualmente Qatar, alla luce delle nuove realtà che saranno decise. La Russia preferisce ancora non forzare gli eventi e suggerisce di collegare i curdi siriani ai negoziati di Astana, prevedendo di sottrarre almeno alcuni curdi dall’influenza statunitense e permettere dei compromessi tra i curdi e Assad. Ma la Turchia si oppone apertamente a tale piano, non volendo negoziare coi curdi. E la posizione dura sul referendum in Iraq, dimostrata congiuntamente con l’Iran, può anche essere considerata dimostrazione che la Turchia, come l’Iran, preferisce una posizione più ferma sulla questione curda, e che la Russia dovrà considerarla. Tuttavia, questo è ancora un problema lontano e quando si svilupperà pienamente, prossimamente, potrà ancora cambiare, anche se i contorni generali del conflitto possibile sono già abbastanza visibili.
Le biforcazioni più vicine sono la liberazione di Dair al-Zur, la presa di Raqqa e il referendum curdo in Iraq, dopo di che vedremo ulteriori chiarimenti del quadro e della configurazione generale del conflitto sull’autodeterminazione curda, in contraddizione inconciliabile con la questione dell’integrità territoriale di Siria e Iraq.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unità di mobilitazione popolari: istituzione, guerra allo SIIL e ruolo nel futuro dell’Iraq

South FrontNel giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico (SIIL) occupava circa un terzo del territorio iracheno, tra cui la seconda città più grande dell’Iraq, Mosul. Ciò significava che gli islamisti erano vicini a catturare Baghdad e imporre la propria autorità su tutto l’Iraq. A quel punto il governo iracheno riconobbe il reale pericolo della situazione e iniziò a creare unità militari per liberare il Paese dallo SIIL. Le Unità di mobilitazione popolare (PMU) hanno svolto un ruolo decisivo in questo processo. Le PMU (Hashd al-Shabi) sono forze pro-governative che operano sotto la guida formale dell’esercito iracheno e sono costituite da circa 70 fazioni, formatisi su direttiva delle autorità religiose irachene, dopo che lo SIIL occupò ampi territori in diverse province a nord di Baghdad, nel 2014.

Storia della creazione
Uno dei fattori politici interni che portarono all’apparizione delle PMU in Iraq fu il fallimento dello Stato nella sicurezza nazionale, in controtendenza con l’aumento dell’influenza dello SIIL. La caduta di Mosul causata dalla corruzione e dell’incapacità dell’esercito iracheno di svolgere i compiti chiave, portò l’allora Premier Maliqi a perdere fiducia nelle forze armate. Secondo l’ex-Ministro degli Interni Muhamad al-Ghaban, “Le PMU sono un’esperienza unica, di successo e necessaria prodotta dal periodo“. Le milizie leali sciite, contrariamente alle unità multietniche dalla dubbia affidabilità, si rivelarono molto più efficaci nel ripristinare l’ordine. Il 15 giugno 2014, il capo della Shia irachena, l’ayatollah Ali al-Husayni al-Sistani, emise una fatwa che invocava la lotta contro lo SIIL e la creazione delle PMU. Bisogna notare che Sistani non limitò la fatwa all’Iraq, ma insistette nel caratterizzare le forze di mobilitazione nazionali come istituzione nazionale dalla partecipazione di tutti i gruppi etnici, religiosi e sociali.Composizione
Il nucleo delle PMU sono le formazioni sciite armate irachene come Organizzazione Badr, Asayb ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, Qataib Sayid al-Shuhada, Haraqat Hezbollah al-Nujaba, Qataib al-Imam Ali e Qataib Jund al-Imam. Queste unità collaborano con alcune tribù sunnite nelle province di Salahudin, Niniwa e Anbar occupate dallo SIIL. Inoltre, le PMU comprendono unità costituite da cristiani, turcomanni, curdi e yazidi.
Organizzazione Badr. Questa formazione fu creata nel 2003 dalle Brigate Badr, l’organizzazione paramilitare del partito islamico sciita “Consiglio Supremo Islamico dell’Iraq” (ISCI). Il suo leader è Hadi al-Amiri. Al momento non è solo un’organizzazione militare ma anche un partito politico con 22 seggi nel parlamento iracheno. Le sue unità militari radunano 10-15 mila soldati. Le sue unità sono state viste in ogni operazione delle PMU contro lo SIIL.
Asayb ahl al-Haq (Lega dei Giusti). Questo gruppo fu formato nel 2006 ed è strettamente legato ad Hezbollah libanese. La sua ideologia supporta la linea ufficiale del leader iraniano Ayatollah Khamenei. Il suo capo è Qays al-Qazali. Dal 2016 ha circa 10 mila soldati. La sua subunità, Brigata Haydar al-Qarar, opera in Siria.
Qataib Hezbollah (battaglioni del Partito di Dio). Questa organizzazione fu costituita nel 2003 per resistere all’invasione statunitense dell’Iraq. Guidata da Abu Mahdi al-Muhandis, ha 30 mila soldati. I suoi combattenti sostengono anche le forze governative in Siria.
Qataib Sayid al-Shuhada (Battaglione del Principe dei Martiri). Milizia militare sciita irachena. Formata nel 2013 per difendere “i luoghi santi sciiti in tutto il mondo” e preservare l’unità del Paese. Guidata da Abu Mustafa al-Shaybani già aderente al Consiglio supremo islamico dell’Iraq. Queste unità combattono anche in Siria a sostegno del governo, soprattutto nella provincia di Damasco. Nessuna informazione sul numero di effettivi.
Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Movimento del Partito dei Fratelli di Dio). Formato nel 2013 in risposta alla guerra in Siria e alla contestazione alla leadership di Asayb ahl al-Haq. I due gruppi mantengono ancora stretti legami e spesso cooperano sul campo di battaglia. Guidato da Shayq Aqram al-Qabi, la cui ideologia è coerente con quella di Ayatollah Khamenei. Nessuna informazione sugli effettivi. Questa unità opera anche in Siria.
Qataib al-Imam Ali (Battaglioni dell’Imam Ali). Ramo armato del movimento islamico iracheno. Formato nel giugno 2014 in risposta all’aggressività dello SIIL. Guidato da Shibil al-Zayd che precedentemente combatté nell’esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr. La sua caratteristica distintiva è un’unità formata dai cristiani, i Battaglioni dello Spirito di Dio e Gesù Figlio di Maria. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità hanno partecipato alla liberazione di Tadmur, e alle battaglie di Tiqrit e Mosul.
Qataib Jund al-Imam (Battaglioni dei Soldati dell’Imam). Il suo leader “Abu Jafar” Ahmad al-Asadi è il segretario stampa delle PMU. La sua ideologia è coerente con quella di Khamenei. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità parteciparono alla liberazione di Baiji (2014-15).
Secondo diverse stime, le PMU contano 60-90 mila effettivi. La riserva della mobilitazione nazionale sul territorio iracheno arriva a 3 milioni, comprese le donne. Le forze di mobilitazione nazionali includono anche unità di supporto (genieri, medici, logistica, media). La maggior parte dei combattenti delle PMU ha significativa esperienza in combattimento accumulata durante l’invasione statunitense dell’Iraq. Le PMU sono dirette da Falih al-Fayad, il cui vice e comandante militare è Abu Mahdi al-Muhandis, ingegnere. Per quanto riguarda l’aspetto militare, le PMU sono subordinate all’esercito iracheno e all’autorità esecutiva. Va anche aggiunto che le PMU hanno diversi uffici a Baghdad e Najaf. Il governo iracheno sostiene le PMU militarmente e finanziariamente. Il suo budget è di circa 1,16 miliardi di sterline iracheni. La popolazione irachena versa grandi contributi finanziari per le PMU. Armi e munizioni provengono principalmente dall’Iran. Il governo dell’Iran, Hezbollah e l’Esercito arabo siriano hanno inviato gli ufficiali più qualificati presso le PMU per aumentarne l’efficienza.

Armi ed equipaggiamenti
Le PMU hanno numerosi blindati sovietici forniti dall’esercito iracheno, e anche molti blindati riparati e revisionati. Blindati forniti dall’Iran (come BMP-1, carri armati T-55 e T-72 e loro copie) si trovano nelle PMU. Inoltre, nelle PMU sono stati visti blindati degli Stati Uniti (M1 Abrams, M113, Humvee, MRAP). Le PMU producono e utilizzano notevolmente razzi e munizioni improvvisate e svolgono anche importanti preparativi ingegneristici sul campo di battaglia, tra cui superamento di fiumi, fortificazioni e piste aeree.Operazioni
Dalla creazione, le PMU hanno condotto numerose operazioni difensive e offensive contro lo SIIL. Il primo grande successo fu la fine del blocco di Amirli, nella provincia di Salahudin, nel giugno-agosto 2014. Le unità turcomanne e dell’Asayb Ahl al-Haq vi si distinsero particolarmente. Nell’ottobre-dicembre 2014, le PMU liberarono Dhuluiya e Jurf al-Saqar. Nel novembre 2014 fu lanciata l’operazione per liberare la capitale della provincia di Anbar Ramadi, portando a una vittoria decisiva delle Forze di mobilitazione popolare e dell’esercito iracheno. Gli islamisti uccisero brutalmente oltre 1200 abitanti, i cui corpi furono ritrovati in città e nella periferia. Questa vittoria ebbe un grande impatto psicologico rivelando il vero volto degli aderenti al “vero Islam”. L’operazione per liberare Baiji avvenne tra dicembre 2014 e ottobre 2015. La città ospitava una grande raffineria di petrolio e anche una fabbrica di materiali da costruzione. Parteciparono a questa battaglia Asayb Ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, organizzazione Badr e altri. La strada che collega Baiji a Baghdad fu liberata dalle forze governative permettendogli di utilizzare la città come trampolino per l’offensiva su Mosul. La battaglia per la capitale della provincia di Salahudin, Tiqrit, si svolse nel marzo-aprile 2015, con il sostegno delle PMU. Questa operazione vide la partecipazione di Asayb ahl al-Haq, Qataib al-Imam Ali, Qataib Sayid al-Shuhada, subunità dell’organizzazione Badr, formazioni turcomanne (16.ma Brigata) e la milizia sunnita dei Martiri di Salahudin (5000 combattenti). All’inizio di marzo 2016, l’operazione Imam Ali al-Hadi fu avviata per liberare Samara nella provincia di Salahudin. Tutte le unità PMU parteciparono sostenendo la polizia federale e l’esercito iracheno. Questa operazione ebbe diversi obiettivi: liberare le province di Baghdad e Salahudin, assicurare l’accesso alle tombe dei due imam militari, circondare la provincia di Anbar e liberare Samara. Il 23 maggio 2016, il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi annunciò l’Operazione Distruzione del Terrorismo per liberare Faluja. Questa operazione vide la partecipazione di esercito iracheno, polizia federale, Divisione d’oro, unità delle PMU e milizie locali. La partecipazione delle PMU fu limitata a combattere i terroristi dello SIIL nella periferia di Faluja e sull’isola Qaldiya. La città fu liberata il 26 giugno. È possibile che il successo più importante delle PMU sia il contributo alla liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre 2016. Le PMU non parteciparono direttamente all’assalto, ma svolsero un ruolo importante assediando la città da Tal Afar. Queste operazioni interruppero la via di ritirata ai terroristi dello SIIL verso la Siria e bloccarono eventuali rinforzi dalla Siria. Mosul è ora sottoposta al controllo delle forze governative, ma l’operazione continua poiché non tutti i terroristi sono stati eliminati. Inoltre, le PMU lanciarono un’azione per raggiungere il confine con la Siria, ad ovest di Tal Afar. I combattenti delle PMU liberarono una vasta area, tra cui al-Baj, al-Qayruan e Hatar, e arrivarono al confine con la Siria. Controllando una parte del confine siriano-iracheno, le PMU hanno nuovamente confermato un ruolo importante nell’operazione anti-SIIL in Siria e Iraq creando un punto d’appoggio per ulteriori operazioni nella zona di confine. Le PMU svolgono anche un importante ruolo umanitario, impiegando propri volontari per raccogliere contributi, distribuire aiuti umanitari e fornire assistenza medica ai civili costretti a lasciare le case per i combattimenti. Le PMU hanno drammaticamente trasformato il campo di battaglia poiché hanno minato la presa dello SIIL. Possono concentrare rapidamente un gran numero di truppe in un determinato settore e schierare unità senza la necessità di coordinarsi con gli uffici al vertice. Va anche notata la componente mediatica delle operazioni delle PMU, che utilizzano un’arma propria dello SIIL contro di esso. I media sono utilizzati per organizzare la copertura obiettiva delle operazioni badando alle critiche dal pubblico.Ruolo nella futura vita politica dell’Iraq
La liberazione di Mosul, le sconfitte militari dello SIIL in Siria e la morte annunciata del suo capo, hanno posto una nuova domanda all’ordine del giorno: chi governerà l’Iraq. I media occidentali diffondono informazioni sui sunniti iracheni che preparano una nuova insurrezione. Tariqat Naqshbandi, Brigate rivoluzionarie del 1920 e baathisti della città di Quija, nella provincia di Qirquq, hanno dichiarato l’intento di combattere contro l’attuale governo iracheno dopo che lo SIIL sarà distrutto. L’Esercito dell’Ordine dei Naqshbandi, ramo armato dell’ordine sufi Tariqat Naqshbandi. Secondo alcune stime, per dimensione ed influenza è secondo solo allo SIIL. Ha circa 5 mila combattenti e guidò la guerra contro le forze statunitensi e le forze governative irachene. Nel giugno 2014 partecipò all’assalto di Mosul con lo SIIL. Il suo capo Izat Ibrahim al-Duri, fu vicepresidente del Consiglio dei Comandanti Rivoluzionari dell’Iraq tra il 1979 e il 2003, e fu uno massimi funzionari di Sadam Husayn ricercato dagli Stati Uniti. Quindi la sconfitta dello SIIL gli sarà di vantaggio, in quanto eliminerà il principale concorrente e, inoltre, dopo il terrore dello SIIL, qualunque altro gruppo sembrerà più attraente ai sunniti. Inoltre, con la sconfitta dello SIIL, al-Qaida potrebbe reinventarsi, anche se sembra improbabile. Il crollo dello SIIL potrebbe mostrare agli islamisti che la strategia di al-Qaida di creare un califfato solo nella fase finale della jihad, quando l’intera popolazione già condivide in modo incondizionato l’ideologia jihadista, è più produttivo di un califfato creato con la violenza. Tuttavia, al-Qaida attualmente non gioca il ruolo nel mondo dell’Islam radicale che ebbe 10-15 anni prima. Non va altresì dimenticato lo SIIL. La soppressione fisica dello SIIL e le celebrazioni della Shia non avranno effetti positivi su fasce sunnite irachene e siriane. Non si possono escludere nuovi gruppi terroristici sunniti. Dall’inizio della battaglia di Mosul, i terroristi dello SIIL poterono effettuare diversi attacchi terroristici sanguinosi in varie parti dell’Iraq, tra cui Qirquq, Tiqrit, Samara e Baghdad. Con il passaggio alla guerriglia dopo la sconfitta militare in Iraq e Siria, ci si può aspettare altro e sarà difficile determinare chi, radicali sunniti o superstiti dello SIIL, vi sia dietro. Si può trarre la conclusione dal caos in Medio Oriente che le politiche statunitensi hanno completamente fallito. Ma sarebbe errato. Gli Stati Uniti continueranno ad esercitare un’influenza notevole sui processi politici. Se si dovesse lasciare tutto così com’è, l’Iran riempirebbe il vuoto creato usando le milizie sciite esistenti in Libano, Siria e Iraq. Ciò minaccia le posizioni di Paesi come Israele e Giordania. Le relazioni tra i curdi iracheni e il governo sono complesse. Il Kurdistan iracheno è un’entità autonoma con amministrazione, economia, polizia ed esercito propri. Inoltre, il 25 settembre 2017 è previsto un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, che non può che creare tensioni con il governo federale dell’Iraq e le minoranze che vivono nel territorio curdo (turcomanni, arabi). Le relazioni arabo-curde sono peggiorate dal ricordo delle repressioni di Sadam Husayn durante la guerra Iran-Iraq e dal sostegno attivo ai curdi degli Stati Uniti durante l’occupazione dell’Iraq.
Sul futuro delle PMU vi sono diverse sfumature. Le PMU non hanno un unico leader politico perché sono un’entità militarizzata. Vi sono attriti attuali e potenziali nelle PMU per via della concorrenza fra tre fazioni: Khamenei, Ali al-Sistani e Muqtada al-Sadr. La fazione Khamenei comprende diverse realtà relativamente piccole formate dall’Iran. I suoi leader sono orgogliosi di questa affiliazione, sottolineando la loro obbedienza religiosa a Khamenei. Questi gruppi includono, ad esempio, Saraya Qurasani e Qataib Abu Fadhl al-Abas. Questa fazione promuove gli interessi iraniani in Siria e protegge le frontiere dell’Iran. Queste formazioni militarizzate sono partiti politicamente interamente formati o lo diventano in previsione delle previste elezioni provinciali e parlamentari del 2018. Questi gruppi sono vicini all’ex-premier Maliqi, che li convinse ad aderire alla coalizione del Dominio del Diritto durante le elezioni parlamentari del 2014. Sebbene inizialmente formatesi come organizzazioni militari, queste formazioni sono diventate veri partiti politici sotto la guida dell’ex-premier. La seconda fazione delle PMU comprende diverse formazioni militari che hanno giurato fedeltà al leader supremo della Shia irachena Ayatollah Sistani, e i cui interessi non sono politici. Sono state formate esclusivamente dalla fatwa di Sistani per proteggere i luoghi santi e liberare l’Iraq dallo SIIL. Nel 2014, c’era la minaccia reale che lo SIIL potesse distruggere i luoghi santi della Shia a Baghdad e in altre province. Le formazioni principali di questa fazione sono Saraya al-Ataba al-Abasiya, Saraya al-Ataba al-Husayniya, Saraya al-Ataba al-Alawiya e Liwa Ali al-Aqbar. Ognuno di questi nomi corrisponde a una delle quattro moschee sacre di Qadhimi, Qarbala e Najaf. Secondo alcuni leader e aderenti di questi gruppi, saranno sciolti non appena la minaccia dello SIIL sparirà. Questa concezione si basa sulla fatwa di Sistani emessa in risposta a una minaccia specifica e avente carattere temporaneo. La loro missione fondamentale è proteggere le zone sciite e obbedire agli ordini di Sistani. Significa che i gruppi di questa fazione potrebbero essere sciolti o integrati nei militari iracheni. I Reggimenti della pace (Saraj al-Salam) furono formati dal leader radicale della Shia Muqtada al-Sadr subito dopo il massacro islamista nel 2014 di Camp Speicher. Ciò consistette nel rinominare l’esercito del Mahdi sciolto nel 2008, ma che mantenne il nucleo dei comandanti e specialisti, facilmente rimobilitati quando Sadr ebbe maggiore esperienza lavorando con le formazioni militarizzate di altri leader. Secondo alcune stime, Saraj al-Salam potrebbero mobilitare rapidamente fino a 100000 uomini. Secondo i leader della fazione, il suo potere non è limitato dal numero di volontari ma dalla carenza di risorse, in particolare denaro e attrezzature militari. Questo perché, a differenza delle altre fazioni, il gruppo di Muqtada al-Sadr è in gran parte escluso dai finanziamenti iraniani. Il movimento e il suo carattere semi-militare sono popolari in Iraq per le sue attività prima dell’invasione statunitense nel 2003. A differenza di altri partiti e gruppi militari, i sadristi non facevano parte dell’élite tornata in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti. Il movimento fu creato da comuni cittadini e non da élite. Sadr tracciò il proprio percorso, con disappunto dei leader iraniani che finanziarono l’esercito del Mahdi nel 2003-10. Oggi Sadr e le sue formazioni militarizzate hanno una forte posizione pro-nazionale, respingono la politica di Khamenei e sono contro la presenza di truppe straniere in Iraq. Questa posizione ha introdotto confusione sul ruolo dei Saraj al-Salam nelle PMU. Di tanto in tanto, i sostenitori di Sadr sostengono di far parte delle PMU, ma in altri casi affermano il contrario. Ciò è in parte dovuto al fatto di non riconoscere la fazione di Khamenei come parte delle PMU e dal rifiuto ancora maggiore dell’influenza iraniana e dell’ex-premier Maliqi in Iraq. Tuttavia, questa fazione trova utile dichiararsi parte delle PMU per la loro popolarità tra gli iracheni.Questioni contese nelle PMU
Coinvolgimento negli affari siriani. La fazione di Khamenei rimane vicina all’Iran e favorisce l’aiuto al governo di Assad. Molti di questi gruppi, in particolare il nucleo delle sette formazioni militarizzate, sostengono ancora il legittimo governo della Siria e sono pronti a contribuire a difendere Damasco. Ma i sostenitori di Sistani e di Sadr erano contrari a farsi coinvolgere. Sadr ha anche criticato Hasan Nasrallah ed Hezbollah per il loro coinvolgimento ufficiale in Siria nel 2014, sostenendo che movimenti e partiti sciiti dovrebbero rispettare le proprie giurisdizioni e non complicarsi la politica intervenendo negli affari di altri Paesi. Ha anche criticato i miliziani sciiti iracheni per la loro presenza in Siria. Inoltre, molti dei comandanti delle unità di Sistani sono più preoccupati di proteggere il territorio sciita e i luoghi sacri in Iraq che d’intervenire in Siria. L’integrazione delle PMU nelle istituzioni di sicurezza irachene è un’altra questione controversa. La fazione di Khamenei è preoccupata di essere integrata nell’esercito e nella polizia iracheni, dato che sono ancora troppo deboli. Da parte loro, la maggior parte dei gruppi legati a Sistani e Sadr ha espresso disponibilità ad integrarsi nelle istituzioni statali o addirittura sciogliere le proprie formazioni militari. Se le PMU saranno integrate nelle forze armate o conservate come ramo distinto delle forze armate, ciò avrà conseguenze non solo per la sicurezza dell’Iraq ma anche in politica. Se il primo ministro Abadi può integrare in modo efficace e indolore le PMU nei militari iracheni, sarà un argomento convincente a favore della sua leadership. Ma il fatto che Abadi impedisse alle PMU di partecipare all’assalto a Mosul inviandole in un fronte secondario, anche se l’esercito iracheno mostrava debolezze, e le PMU avrebbe potuto essere utilizzate in modo efficace lungo l’asse dell’avanzata, dimostra che continueranno ad avere un ruolo decisivo influenzando l’equilibrio del potere politico in Iraq. Così l’anno prossimo, le PMU diverranno inevitabilmente uno strumento politico utilizzato da tutte le parti per prendere il potere in Iraq.Conclusioni
Le PMU possono essere considerate una delle più grandi organizzazioni militari e civili del Medio Oriente. Sono il centro probabile e desiderabile del potere politico in Iraq. Le PMU uniscono numerose formazioni armate sunnite, sciite, cristiane, yazidi, turcomanne e curde, il che significa che malgrado i disaccordi interni, costituiscono una piattaforma per il dialogo su questioni militari e politiche e anche una garanzia contro le minacce esterne dell’islamismo. Attualmente, solo le PMU hanno l’esperienza per condurre operazioni militari, lavorare con la popolazione locale e assicurare una copertura obiettiva mediatica. La maggior parte degli iracheni ordinari crede che le PMU debbano avere un futuro politico, perché hanno spezzato lo SIIL in Iraq e sono pronte ad aiutare la Siria. Affinché l’Iraq possa affrontare i propri problemi, dovrebbe rafforzare le istituzioni locali e federali per combattere i terroristi e raggiungere un’intesa tra le comunità etno-religiose. Solo allora l’Iraq potrà tradurre le vittorie militari in dividendi politici a lungo termine e garantire pace e stabilità nella regione.

Falih al-Fayad e Bashar al-Assad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La tradizione vittoriosa della RPDC resterà per sempre

Kim Jong Un dirige il secondo lancio dell’ICBM Hwasong-14
Rodong 29 luglio 2017Il secondo lancio di prova dell’ICBM Hwasong-14 è stato eseguito con successo la notte del 28 luglio, Juche 106 (2017) sotto la supervisione di Kim Jong Un, Presidente del Partito dei lavoratori della Corea, Presidente della commissione degli Affari di Stato della RPDC e Comandante supremo dell’Esercito popolare coreano. Kim Jong Un ha guidato il lancio di prova sul posto. Guidando sempre a miracoli e vittorie continue, imbarazza l’immaginazione dei popoli del mondo con la sua rara saggezza militare e grande strategia, ha posto l’obiettivo militare nella ricerca missilistica guidando un altro test di lancio simulante la massima gittata dell’Hwasong-14 nel primo mattino per dimostrare ancora una volta l’affidabilità del sistema missilistico. Scienziati e tecnici dell’industria della Difesa, fedeli al partito che condividono intenzioni, aspirazioni e passi del leader con l’assoluta fiducia in lui, completavano prima del previsto i preparativi per il secondo lancio dell’Hwasong-14, con decise fiducia e volontà di dimostrare pienamente la potenza della forza nucleare strategica della RPDC. Durante i preparativi, il rispettato leader supremo Kim Jong Un riceveva una relazione e forniva istruzioni dettagliate ogni giorno. La notte del 28 luglio visitava il sito di lancio per guidare il test sul posto. Il test di lancio era volto a confermare definitivamente le specifiche tecnologiche complessive del sistema d’arma Hwasong-14 capace di trasportare testate nucleari pesanti e di grandi dimensioni anche alla massima gittata. Per ordine del leader supremo, il missile balistico intercontinentale Hwasong-14 carico della tremenda potenza della Corea eroica ruggiva nello spazio, lasciandosi una colonna di fiamme dietro. Il missile decollò dalla parte nordoccidentale della RPDC raggiungendo la quota di 3724,9 km e volando per 998 km, per 47 minuti e 12 secondi, prima di atterrare nelle acque del bersaglio in mare aperto. Il test è stato eseguito al massimo angolo di lancio imitando la gittata massima e non avendo effetti negativi sulla sicurezza dei Paesi limitrofi. La prova ha anche riconfermato le caratteristiche specifiche del sistema missilistico, come distacco del missile dalla piazzola di lancio, distacco degli stadi, sistema strutturale, ecc., confermati dal primo test, confermando le caratteristiche operative dei motori il cui numero è aumentato per garantire la massima gittata nella fase attiva della traiettoria, nonché precisione e affidabilità del sistema di guida e stabilizzazione migliorato. Sono state riconfermate le caratteristiche del controllo della testata pesante nella fase di volo centrale dopo la separazione della testata bellica, e la precisione del controllo di guida e puntamento della testata bellica al rientro atmosferico, con un lancio angolare maggiore rispetto alla gittata effettiva. La stabilità strutturale della testata bellica resisteva e il sistema di detonazione della testata bellica mostrava un funzionamento regolate anche a migliaia di gradi centigradi.
Esprimendo grande soddisfazione per i risultati del lancio di prova dell’ICBM, rivelatosi un successo perfetto ed enorme senza il minimo errore, Kim Jong Un elogiava scienziati, tecnici ed ufficiali nel campo della ricerca missilistica consegnandogli un ringraziamento speciale a nome del Comitato Centrale del Partito. Il test di lancio ha riconfermato l’affidabilità dell’ICBM, dimostrando la sorprendente capacità di lanciare ICBM in qualsiasi regione e in qualsiasi momento, e chiarendo che tutto il continente statunitense rientra nella gittata dei missili della RPDC, ha detto con orgoglio. Il lancio di prova simulante la gittata massima dell’ICBM effettuato dalla RPDC oggi, è destinato a inviare un grave avvertimento agli Stati Uniti per le loro osservazioni insensate e irrazionali, aggiungendo che ciò chiarirà facilmente ai responsabili politici degli Stati Uniti che gli Stati Uniti, Stato aggressivo, non la passeranno liscia se provocassero la RPDC. Le fanfaronate degli Stati Uniti su guerra, sanzioni e minacce estreme alla RPDC incoraggiano e offrono la migliore opportunità per accedere al nucleare, affermava osservando: al popolo coreano che ha vissuto i disastri della guerra in questa terra per mano dalla bestialità degli imperialisti statunitensi, la potente deterrenza della Difesa dello Stato è un’opzione strategica inevitabile ed è un prezioso patrimonio strategico che non può essere scambiato con nulla. Se gli yankees brandiscono nuovamente il bastone nucleare su questa terra, nonostante i nostri ripetuti avvertimenti, gli mostreremo chiaramente l’uso della forza strategica nucleare che abbiamo dimostrato ogni volta, sottolineava. Kim Jong Un si è congratulato calorosamente con gli scienziati e i tecnici della ricerca missilistica che hanno dimostrato ancora una volta prestigio e dignità della potenza nucleare indipendente e potenza missilistica mondiale del Juche, effettuando con successo il secondo lancio dell’ICBM Hwasong-14. Abbracciandoli, aveva una sessione fotografica con loro che resterà nella storia. La Corea democratica avanza lungo la nuova linea del grande Partito dei Lavoratori della Corea, sviluppando simultaneamente economia e difesa, e svilupperà altre armi strategiche più potenti, le armi del Juche che dimostreranno al mondo la potenza invincibile della Corea e la sua inesauribile potenza di sviluppo, finché Stati Uniti e forze vassalle che tentano di sconvolgere la dignità della Corea e il suo diritto all’esistenza, saranno eliminati conseguendo la vittoria finale nello scontro con gli imperialisti e gli USA.
Erano presenti Ri Pyong Chol, Kim Rak Gyom, Kim Jong Sik, Jang Chang Ha, Jon Il Ho, Yu Jin e Jo Yong Won.

La tradizione vittoriosa della RPDC resterà per sempre
Ri Hyo Jin Rodong 29 luglio 2017

Il successo del test di lancio dell’ICBM Hwasong-14 che ha stupito il mondo comprova la tradizione sempre più viva della Corea del Juche, contro la tradizione statunitense dell’inevitabile sconfitta e l’inevitabilità della vittoria finale della grande nazione del Paektusan. La vittoria dello Stato Maggiore e del personale della RPDC nella guerra di liberazione della Patria è l’orgoglio con cui inflissero una sconfitta vergognosa agli imperialisti statunitensi secondo i metodi di guerra orientati dal Juche, fedeli all’idea militare e alla strategia eccezionali del Presidente Kim Il Sung. Ogni offensiva militare degli USA non ha potuto evitare la sconfitta per via dei metodi di guerra orientati dal Juche. Il successo della RPDC nel lancio di prova dell’ICBM Hwasong-14 ha reso ancora una volta verità storica la guerra avviata dal nemico il 25 giugno, sicuramente seguita dalla vittoria del 27 luglio. Se l’impero USA sfida il potente esercito rivoluzionario del Paektusan dalle invincibili tattiche orientate dal Juche e dall’inesauribile deterrenza nucleare, non potrà sfuggire alla rovina definitiva. Ciò significa il “pacchetto di doni” inviato dalla RPDC agli Stati Uniti il “Giorno dell’Indipendenza” di questi ultimi. L’ICBM della RPDC mira al cuore degli Stati Uniti. C’è solo un’opzione chiara per gli Stati Uniti. Non esiste altro modo per gli Stati Uniti che sradicare la propria politica ostile e la minaccia nucleare verso la RPDC. La vittoria finale attende l’eroico popolo coreano che vinse la guerra il 27 luglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione militare segreta russo-curda-siriana nel deserto orientale della Siria

Robert Fisk afferma che nuovi legami, per quanto deboli, dimostrano che tutte le parti sono decise ad evitare il confronto militare tra Mosca e Washington
Robert Fisk The Independent 24 luglio 2017Dopo che i militari siriani arrivarono alla periferia della “capitale” dello SIIL “assediata” di Raqqa, russi, Esercito arabo siriano e milizie curde YPG, teoricamente alleate degli Stati Uniti, istituivano un centro di coordinamento segreto nel deserto della Siria orientale per impedire “errori” tra le forze russe e statunitensi che si fronteggiano sulle rive dell’Eufrate. La prova sarebbe un villaggio desertico di capanne di fango e dal caldo soffocante, 48 gradi, sedendomi sul pavimento di una villetta con un colonnello russo in mimetica, un giovane ufficiale della milizia curda, con il distintivo delle YPG (milizia popolare curda) sulla manica, e un gruppo di ufficiali siriani e delle milizie tribali locali. La loro presenza mostrò chiaramente che, nonostante la belligeranza occidentale, soprattutto statunitense, affermi che le forze siriane interferiscono sulla campagna “alleata” contro lo SIIL, entrambe le parti in realtà da tempo evitano il confronto. Il Colonnello Evgenij, smilzo dai baffetti scuri, sorrise educatamente ma rifiutò di parlarmi, The Independent è il primo media occidentale a visitare il piccolo villaggio presso Rasafah, ma la giovane controparte curda, che mi ha chiesto di non rivelarne il nome, insisteva a dire che “tutti combattiamo una sola campagna contro lo SIIL e perciò vi è questo centro, per evitare errori“. Il Colonnello Evgenij annuì approvando la descrizione ma restava in silenzio, un uomo saggio, pensai, perché dev’essere l’ufficiale russo più ad oriente in Siria, a poche miglia dall’Eufrate. Il 24enne rappresentante delle YPG, veterano dell’assedio dello SIIL di Kobani al confine turco, disse che un paio di settimane prima, dopo l’ultima offensiva siriana che colse di sorpresa lo SIIL ad ovest di Raqqa, un attacco aereo russo aveva erroneamente colpito posizioni curde. “Ecco perché abbiamo creato il nostro centro qui 10 giorni fa“, diceva. “Parliamo ogni giorno e abbiamo già un altro centro a Ifrin per coordinare la campagna. Dobbiamo sforzarci di combattere insieme“. La presenza di questi uomini in questo remoto deserto, dimostra quanto seriamente Mosca ritenga la strategia nella guerra in Siria e la necessità di monitorare le “forze democratiche siriane”, in gran parte curde, già a Raqqa con il sostegno aereo statunitense. Le SDF, che non hanno niente di democratico, se non forse la scala dei salari, sono considerate con profondo sospetto dai turchi, che saranno infuriati dal sapere della cooperazione siriano-curda, anche se Ankara e Damasco sono entrambe ferocemente contrarie alla creazione di un Stato curdo. Ma per quanto tenue, le nuove relazioni YPG-Russia-Siria possono dimostrare che tutte le parti sono decise ad evitare qualsiasi scontro militare tra Mosca e Washington.
C’era più del sorriso di TE Lawrence nella fiducia in sé stessi di questi pochi uomini tra la polvere e la sabbia, che ci ricoprirono quando uscimmo dall’ufficio. Intorno a noi, nella piana desertica, c’erano centinaia di pozzi di petrolio bruciati e abbandonati dallo SIIL, barili malamente costruiti e piattaforme di calcestruzzo da cui lo SIIL estraeva petrolio per finanziare il califfato che si estendeva fino a Mosul. L’ufficiale delle YPG insisteva sul fatto che la posizione del centro russo-siriano-curdo non avesse alcuna relazione con i vasti giacimenti di petrolio siriani intorno, ma la testimonianza dei recenti attacchi russi e statunitensi alle costruzioni dello SIIL era ovunque. Autocisterne, camion e anche alcuni carri armati siriani esplosi, forse vittime dello SIIL, si trovano nel deserto. Una scia di autocisterne, simili a quelle che Vladimir Putin descrisse con rabbia due anni fa esportare petrolio in Turchia, fiancheggiava la strada. Anche un autocarro che trasportava patate era stato colpito. Non c’erano corpi, ma l’Esercito arabo siriano fece dell’ironia lasciando l’originale cartellone dello SIIL nero e bianco sull’autostrada da Homs, “accogliendo” i visitatori del “Califfato, Provincia di Raqqa”.
Le avanguardie di carri armati e blindati siriani non erano lontane dalle città Ruman e Umayad, a Rasafah, le cui massicce mura e torri di pietra sono ancora in piedi, non toccate nei due anni di culturicidio dello SIIL, forse perché le loro sculture non mostrano esseri umani o animali. Migliaia di cammelli furono trascinati oltre la grande e sconvolgente città dell’antico califfato di Umaya bin Hisham Abdulmaliq, in una nube di polvere che copre mezzi e soldati. Rasafah era la città romana di Sergiopolis, chiamata da un centurione cristiano romano che fu torturato e messo a morte per la sua religione, non diversamente dalle vittime cristiane dello SIIL in questi tre anni. L’autostrada ad est di Homs doveva essere la via per l’attacco siriano di questo mese. Da qui la vastissima terra “piatta” e i muri di sabbia eretti dallo SIIL lungo tutta la strada. Ma contro lo SIIL, la tattica dell’Esercito arabo siriano, ormai famigerata, di aggredire i nemici al tergo e ai fianchi, respinse il califfato da centinaia di chilometri quadrati di territori ad ovest dell’Eufrate. Il Generale Salah, il comandante con una gamba della Divisione siriana dell’Eufrate, che ha più volte adottato questa politica insieme al compagno e amico Colonnello “Tigre” Suhayl, dice che le sue forze potrebbero, se l’avessero voluto, entrare a Raqqa in cinque ore, “se avessimo deciso di farlo“. Descrisse come i suoi uomini avevano cacciato al-Qaida e SIIL dalla città industriale di Najar, presso Aleppo, fino al lago Assad, proteggendo l’approvvigionamento idrico della città, con gravi perdite mentre avanzavano ad est della base di Quwayris liberando Dayr Hafar, Masqanah e altre città della provincia di Aleppo, per poi improvvisamente puntare a sud-est, a sud dell’Eufrate, verso Raqqa. “Le nostre forze sono ora a sette miglia dall’Eufrate tra Raqqa e Dayr al-Zur, a 14 miglia dal centro di Raqqa e a 10 miglia dalla vecchia base aerea di Tabaqa“, quasi gridava il generale. “Quanti islamisti abbiamo eliminato? Non m’importa. Non m’interessa. SIIL, Nusra, al-Qaida, sono tutti terroristi. La loro morte non importa. È la guerra“. Ma suggerii al Generale Salah, perché avevo studiato le mappe del deserto e ascoltato tante lezioni militari a Damasco, che sicuramente il suo prossimo bersaglio non sarà Raqqa (già in parte investita dalle forze statunitensi), ma la pesantemente assediata guarnigione della città di Dayr al-Zur con migliaia di civili intrappolati. “Il nostro presidente ha detto che riprenderemo ogni pollice quadrato della Siria“, rispose il generale, ripetendo il mantra di tutti gli ufficiali siriani. “Perché dici Dayr al-Zur?” Perché, dissi, avrebbe liberato i 10000 soldati siriani nella città per combattere sul fronte. Ci fu solo un accenno di sorriso sul volto dell’ufficiale, ma poi svanì. Infatti non penso che i siriani sosterranno le forze militari statunitensi che combattono a Raqqa, per cui dopo tutto era nato il piccolo centro di coordinamento visto nel deserto, ma credo che l’Esercito arabo siriano punti su Dayr al-Zur. Quanto al generale, naturalmente, non disse nulla di ciò. Né, ovviamente, credeva al conteggio dei nemici eliminati.
In realtà, c’è un’altra tattica intrigante dispiegata dall’amministrazione siriana. Il governatore locale del Rif al-Raqqa, “rif” indica la campagna attorno a una città da non confondere con la città, costituiva la propria sede presso il caravan di Salah. Un vero caravan, con rocce su cui salire a bordo, l’ufficio e la camera da letto in una piccola stanza, il bastone da passeggio al fianco del letto. Il governatore locale, però, è a poco più di un chilometro a pianificare il riavvio delle forniture di acqua e luce, il finanziamento delle opere pubbliche e gli aiuti ai profughi. Quando lasciai l’area, 29 famiglie, carrellate di bambini e donne in nero su divani, erano appena arrivate a Rasafah da Dayr al-Zur per cercare aiuto dal governatore di Raqqa. Altre 50 erano arrivate il giorno prima. Sembra perfettamente ovvio che se l’Esercito arabo siriano lascia Raqqa agli amici curdi degli USA, ciò aiuterà l’amministrazione civile del governo siriano a prendere la città con la forza della burocrazia. Come sarebbe stata una vittoria senza sangue?
Ma la fiducia in sé è spesso serva di disavventure. L’autostrada che costituisce la punta del triangolo Homs-Aleppo ora si estende fino a Rasafah per 60 miglia, e il Generale Salah non fa alcun mistero che SIIL e camerati cultisti sbuchino dal deserto nell’oscurità per attaccare i suoi soldati. Questi uomini, molti dei quali adolescenti, sono riuniti in accampamenti di tende accanto la strada, protetti da carri armati e cannoni antiaerei. E le loro battaglie sono continue con lo SIIL che piazza ancora bombe sul ciglio dell’autostrada. Quando viaggiai nel deserto per Homs, seguì per un po’ di tempo un camion con un pezzo d’artiglieria da 152mm così usurato che la canna si era staccata. Mentre i genieri siriani ripristinano le stazioni elettriche nel deserto, fino a poco prima nascondigli dei capi dello SIIL, il sistema elettrico intimamente connesso ai campi petroliferi siriani, lentamente ripresi al nemico SIIL e modesti rispetto ai grandi giacimenti del Golfo, iracheni e iraniani, resta la “perla nel deserto” della Siria. Chi controllerà queste fonti di ricchezza, e come il loro prodotto sarà condiviso adesso che sono state liberate dalla mafia dello SIIL, deciderà parte della futura storia politica della Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono

Wayne Madsen SCF 23/07/2017Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile. Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell'”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto. Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”. È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense. Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono. La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:
– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
– dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.
L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”. In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.
Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA. La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari. Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che li Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”. L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.
Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali. Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama. Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”. Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti. Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.
Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora