Tupolev Tu-154: sciagura o attentato?

Luca Baldelli198212I media al servizio del regime atlantico–mondialista, i corifei della russofobia elevata a pratica intellettuale/antropologica, ci hanno già propinato, bello e pronto, il solito piatto riciclato e riscaldato delle loro cucine: l’incidente di Soci, che ha visto perire 92 persone, tra le quali il leggendario Coro dell’Armata Rossa, sarebbe null’altro che un incidente dovuto alla vetustà dell’aereo precipitato, un Tupolev Tu-154, dipinto come antidiluviano e irrimediabilmente consunto in tutte le componenti. Purtroppo, anche tanti compagni abboccano all’amo senza porsi interrogativi e dubbi che non solo è lecito, ma pure normale e quasi d’obbligo porsi visto il codice della menzogna attivato e reiterato dai mezzi di comunicazione ogni volta che si parla di URSS e, per consuetudine dura a morire, di Russia. Dobbiamo bercela proprio la storia dell’“incidente”? Dobbiamo davvero pensare che non vi sia spazio per tesi diverse? Non certo per una ossessione/compulsione complottista, né per un pavloviano riflesso di scepsi iperbolica, è bene esplorare attentamente antefatti, avvenimenti, “coincidenze” e segnali, anche molto inquietanti. Mentre scriviamo, è in corso l’esame della scatola nera e solo le ore che abbiamo davanti ci diranno qualcosa di più in merito, ma già fin da ora possiamo riferire alcuni particolari di non poco conto:
Il Comandante dell’aereo, Roman Volkov, aveva più di 3000 ore di volo alle spalle ed è quindi davvero arduo ipotizzare, da parte sua, errori con conseguenze fatali. L’equipaggio tutto, come hanno rivelato fonti riservate assai attendibili, interne ad ambienti militari, era assai esperto ed aveva pilotato in passato aerei Su–30, Su–35 e Su–24 da e verso la base siriana di Humaymim, nella Provincia di Latakqa, ceduta alla Russia con formula pro–bono.
Il Navigatore, ovvero colui che assiste il pilota nel volo, nella gestione dei sistemi e delle tecnologie in dotazione al velivolo, rispondeva al nome di Aleksandr Petukhov, decorato con l’Ordine del Coraggio, onorificenza istituita nel 1994 e destinata ai cittadini distintisi in azioni salvifiche e particolarmente audaci contro calamità, criminalità, terrorismo. Petukhov, nel 2011, era stato infatti decisivo nel salvataggio di un altro aereo Tu–154, dimostrando sprezzo del pericolo ed eccezionale prontezza.
I Tu–154 (compreso ovviamente quello precipitato a Soci) come tutti gli aerei sovietici e russi, furono concepiti e costruiti per resistere in misura maggiore a tutte le sollecitazioni inerenti il volo, con margini di sicurezza superiori a quelli degli omologhi modelli occidentali. L’invecchiamento delle componenti dell’esemplare protagonista della tragedia (7000 ore di volo accumulate dal 1983), al netto delle fisiologiche e necessarie sostituzioni dei pezzi di ricambio, non poteva essere giudicato affatto problematico, né tantomeno catastrofico. L’argomentazione, fin troppo facile e “comoda”, della fatiscenza complessiva del velivolo, sempre invocata a giustificazione di tutto dai media allineati alla propaganda imperialista, è quindi da scartare.
Il velivolo è precipitato da un’altitudine di 1200 m (1,2 km) ad una velocità massima di circa 510 km/h (velocità al momento dell’impatto con la superficie marina, in virata verso il fianco sinistro, mentre la velocità al decollo era di 354 km/h). Non si può ragionevolmente sostenere che l’asimmetria dei flaps (gli ipersostentatori, presenti con funzione di accrescimento della portanza delle ali) rilevata al momento dell’impatto, e causa della virata di cui sopra, possa essere stata presente nell’aereo al momento della partenza, perché nessun pilota al mondo si metterebbe alla guida di un velivolo con un’avaria simile, prontamente segnalata da spie acustiche e visive. I contatti radio, poi, erano stranamente assenti; l’aereo era sparito dai radar due minuti circa dopo il decollo, tingendo di giallo tutto lo scenario…
C’è poi un dato tutt’altro che trascurabile: la dispersione su un ampio raggio dei frammenti (da 1,5 a 8 km dalla costa). Ad esempio, il telaio della cremagliera è stato ritrovato in acqua; questa componente, si badi bene, si ritrae subito dopo il decollo e rimane nella gondola, per tutto il tempo del volo. La scatola nera è stata rilevata a 1600 metri dalla riva a 17 metri di profondità. Questo quadro fa pensare a quello, in tutto e per tutto simile, con rottami sparsi ovunque, dell’aereo russo precipitato nel Sinai nell’autunno del 2015, di certo bersaglio di un attentato (in quel caso, fu ritrovato dell’esplosivo in una lattina di Coca Cola). Alcuni testimoni hanno poi riferito di una strana luce, avvistata in direzione del volo del Tupolev…
doc6syw1vzbzb778fyp5bn_800_480 La presenza della nave francese Dupuy De Lome, che non è un’imbarcazione qualsiasi, è stata per il momento smentita dopo esser circolata per alcuni giorni sui media, anche se da un account twitter di parte turca (Bosphorus Naval News), riconducibile al sito Turkish Navy, gestito da Devrim Yaylali. Questa imbarcazione è concepita ed utilizzata per raccogliere informazioni di origine elettronica dal mare (modalità ROEM), per intercettazioni, analisi, goniometria e ascolto comunicazioni radio (modalità COMINT), individuazione elettronica di posizioni di navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e sistemi d’arma nemici alfine di neutralizzarli (modalità ELINT). Detta nave dispone di due equipaggi ed ha una disponibilità tecnica di 350 giorni all’anno, di cui 240 in mare. Ogni equipaggio si compone di 66 individui, dei quali 33 smarinai e gli altri specialisti in intelligence; a questi possono aggiungersi fino a 38 altri specialisti, in funzione delle missioni. Con queste premesse, sarebbe perfettamente possibile portare a termine un’azione di guerra elettronica a danno di un velivolo. Sempre ribadendo il fatto che fino ad oggi vi è una smentita in tal senso, bisogna però notare che la presenza di questa nave fu già segnalata nel giugno del 2015 nel Mar Nero, stavolta da una fonte al di sopra di ogni sospetto, la TASS, a partire da una segnalazione raccolta in sedi diplomatiche. Precedentemente, la Dupuy De Lome aveva fatto capolino oltre gli Stretti nel 2014, anno in cui era comparsa nel Mar Nero pure la USS Ross, nave della Marina militare statunitense armata di missili, presente alle esercitazioni navali congiunte con l’Ucraina denominate Sea Breeze. Non è pleonastico poi ricordare che, ai sensi della Convenzione di Montreux del 1936, le imbarcazioni appartenenti a Nazioni diverse da quelle che si affacciano sul Mar Nero, possono navigare nel Mar Nero per non più di 21 giorni. La loro presenza è sempre attentamente monitorata o vi sono operazioni coperte con corsie preferenziali per alcune di esse, concordate con il governo turco nel quadro di azioni di sabotaggio o di attacco, in maniera tale da non lasciare traccia?
Unendo tutti questi pezzi, la tesi del cedimento strutturale, dell’avaria, perde punti in maniera vistosa, a vantaggio, soprattutto, di un’ipotesi: quella dell’attentato con esplosivo. Il ritrovamento di pezzi ovunque sparpagliati, su vasto raggio, assieme alle dichiarazioni di testimoni circa una strana luce in corrispondenza dell’aereo, del tutto simile a quella di un’esplosione, suggerirebbero l’ipotesi della bomba a bordo. A suffragare questa congettura ci sono anche le parole dell’istruttore Andrej Krasnoperov, il quale ha affermato che il livello di sicurezza presente presso l’aeroporto militare di Chkalovskij, sito dal quale il Tupolev è decollato, è peggiore che negli aeroporti civili, con buchi imperdonabili nella gestione dei controlli e dei vari “filtri” finalizzati ad evitare minacce terroristiche. I giornali continuano a ripetere che il cambiamento improvviso del punto di atterraggio previsto per il rifornimento, da Mozdok a Sochi (luogo nel quale le misure di sicurezza sono massime), porta ad escludere qualsiasi ipotesi “complottista”, in quanto gli ipotetici attentatori non potevano sapere di questa deviazione dall’itinerario pianificato. Eppure, proprio il continuare a porre l’accento sul punto destinato al rifornimento del velivolo, e non sul punto di decollo, è sintomo o di ingenuità o di volontà depistante da parte di chi analizza i fatti. Si parla di Sochi piuttosto che di Mozdok, ma non si vanno a verificare le affermazioni, provenienti da fonte tutt’altro che inattendibile (un Maggiore dell’Aeronautica militare russa!), circa la situazione della sicurezza nell’aeroporto di Chkalovskij. Un altro pilota assai esperto, Anatolij Knyshov, ha dichiarato alla stampa che la tesi dell’esplosivo a bordo non può essere scartata, mentre il giornalista Aleksandr Kots della “Komsomolskaja Pravda”, ha molto opportunamente ricordato il tragico precedente dell’agosto 2004, quando due Tupolev russi (un Tu-134 ed un Tu-154) precipitarono quasi simultaneamente: in un primo momento si ipotizzò l’incidente, finché nei rottami di uno di essi (il Tu–154) venne ritrovato dell’esplosivo noto come ciclonite. In ciò che rimaneva del Tu–134 invece s’individuò il corpo, dilaniato in maniera particolarmente pesante, della cecena Amantij Nigaeva. Anche a bordo del Tu–154 viaggiava una cecena, S. Dzhebirkhanova, il cui corpo non si trovò mai. In poco tempo, dunque, fu chiara la matrice terroristica dei due disastri.
Chi può aver collocato un ordigno, se di ordigno si è trattato? C’è, all’interno dell’FSB (servizio segreto russo) una fazione filo–atlantica, una cellula legata ai vecchi ambienti oligarchici dell’era Eltsin, che ha in sprezzo la nuova politica eurasiatica e di protagonismo sullo scacchiere internazionale voluta fermamente da Putin? Esiste una quinta colonna legata a cellule terroristiche taqfirite, eterodirette da circoli imperialisti e nazi–majdanisti di Kiev, a più livelli compromessi con l’islamismo fondamentalista, che vuole fermare il ruolo pacificatore della Russia in Siria? Interrogativi, domande, che non si capisce perché un analista obiettivo e scevro da pregiudizi non debba porsi, specie alla luce di fatti quali l’arresto, la primavera scorsa (ed è solo un esempio), del tenente-colonnello Jurij Ivanchenko, inviato dal controspionaggio ucraino e dalla CIA in Russia per infiltrarsi nell’FSB (prontamente entrato in azione coi suoi uomini per bloccare sul nascere l’operazione).
Si aggiungano, a tutto questo, le dichiarazioni dell’ex Viceministro dell’Aviazione civile dell’URSS, Oleg Smirnov, e di Marija Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri: il primo, intervistato dalla “Komsomolskaja Pravda”, ha affermato che nessuna ipotesi si può escludere, nemmeno quella dell’attentato e che anzi deve essersi verificato, a bordo dell’aereo, qualcosa di estremamente grave ed improvviso, tale da aver impedito all’equipaggio di poter avvertire le stazioni di terra in tempo utile. La seconda, nel corso di un programma televisivo, ha ricordato le minacce rivolte alla Russia, per il suo fermissimo impegno nella lotta al terrorismo internazionale, da ambienti diplomatici occidentali: dopo quelle minacce si sono verificati l’attentato all’aereo civile russo nel Sinai, l’abbattimento del Su–24 da parte dei turchi, il bombardamento dell’ospedale da campo russo in Siria, con la morte di due operatrici sanitarie, l’assassinio dell’Ambasciatore russo in Turchia, Karlov. Casualità? La Siria, lo ricordiamo, è il Paese verso il quale era diretto l’aereo con a bordo il leggendario Coro dell’Armata Rossa.
Intanto, il solito ritornello sullo stato manutentivo della flotta aerea russa, a dispetto di una pletora di smentite serie ed argomentate, continua a rimbalzare di qua e di là sui media. Addirittura c’è chi vorrebbe occultare pure l’evidenza, ossia la storia gloriosa dell’aviazione sovietica e russa, coi suoi primati e le sue statistiche. Si parla dei Tupolev, ma anche degli Antonov, come “bare volanti” quando gli aerei russi, specie quelli civili, sono tra i più sicuri al mondo; si parla di incidenti sopra incidenti, distogliendo l’attenzione della gente dalle sciagure aeree, ben più numerose, che hanno visto coinvolti nei decenni i Boeing. Basta dare un’occhiata alle statistiche, per zittire i menzogneri servetti dell’impero armati di penna: nel 2006, gli aerei Tupolev Tu-154 prodotti tra il 1988 ed il 1992, hanno effettuato il 35% dei voli della compagnia “Aeroflot”, con 7,8 ore di volo per ciascun esemplare. Quell’anno si verificò un solo incidente con protagonista un Tupolev, legato oltretutto a condizioni meteorologiche eccezionalmente gravi, e niente affatto allo stato manutentivo del velivolo: quello del Volo Pulkovo Airlines 612 del 22 agosto 2016, nei cieli dellìUcraina. Nella black list dei velivoli stilata dall’Unione Europea nel 2011, non figurava affatto il Tupolev Tu-154. Il Tupolev Tu-154 ed il Boeing 727 sono entrati in servizio entrambi attorno alla metà degli anni ’60; di Boeing ne sono stati costruiti 1832, di Tupolev Tu-154 1015. Lo stato dell’arte della loro carriera, in un periodo di quasi 50 anni, era (al 2011) questo: 111 Boeing andati completamente distrutti (hull loss) in seguito ad incidenti, con 3704 vittime; rateo di sopravvivenza: 15,5%. Sull’altro fronte: 59 Tupolev Tu-154 distrutti, con 2736 morti e rateo di sopravvivenza del 29%. Un bilancio ben più favorevole all’aviazione sovietica, dunque, checché ne sproloquino i propagandisti prezzolati dell’impero USA.
Quale atteggiamento assumeranno le autorità russe man mano che le indagini andranno avanti? E’ lecito attendersi, anche dinanzi a ipotetiche prove inconfutabili di un attentato, un innalzamento del livello di scontro con l’occidente: se si rendessero note quelle prove, la Russia dovrebbe conseguentemente dichiarare guerra alle Nazioni occidentali coinvolte, fatto questo gravissimo, apocalittico, che è assurdo pensare e che nessuno desidera. Certamente, sotto una versione ufficiale escludente la matrice terroristica, o affermante la stessa senza però menzionare mandanti e “Grande Vecchio”, la Russia di Putin, comodamente (si fa per dire) potrà procedere all’eliminazione delle quinte colonne filo–occidentali infiltrate negli apparati spionistici e militari, bonificando l’intero Paese dalla spada di Damocle sempre pendente sulla propria testa e procedendo ad una ancora più completa opera di pacificazione del Medio Oriente. E’ presto per far previsioni, ma alcune ipotesi si possono tranquillamente formulare, alla luce della storia e della cronaca.c0reo9rxcaadat5-jpg-large

La ‘Battaglia di Berlino’ sarà l’ultima del globalismo

Wayne Madsen  Foundation Strategic Culture 02/12/2016angela-merkel-martin-schulz-1-770x561Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha smesso di lavorare a Strasburgo e punta a una carica più alta a Berlino. Schulz, che nel 2003 fu paragonato dal Primo ministro italiano Silvio Berlusconi a una guardia di campo di concentramento nazista, sembra pronto a prendere il timone del partito socialdemocratico (SPD) per impedire alla Germania di entrare nei ranghi della nazioni anti-Unione europea. Schulz, intuendo che Angela Merkel, capo dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) e cancelliera eurofila della Germania, in difficoltà mentre annuncia l’intenzione di concorrere al quarto mandato nel 2017, cerca di prendere finalmente da Sigmar Gabriel le redini della SPD, partner della coalizione della Merkel. Per il momento, Schulz sarà felice di divenire ministro degli Esteri al posto di Walter Steinmeier del SPD, che ha deciso di divenire presidente della Germania. Schulz torna a Berlino politicamente ferito. Il Parlamento dell’UE respinge Schulz dal terzo mandato come suo presidente. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, campione spesso alticcio di un’Europa federale e dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, minacciava di dimettersi se Schulz veniva respinto dall’assemblea di Strasburgo. Schulz, sconfitto, decideva di continuare la lotta per l’Europa unita al Bundestag tedesco e nella “grande coalizione” della Merkel tra CDU e SPD. Tuttavia, il tiepido sostenitore della coalizione della Merkel, il Primo ministro bavarese Horst Seehofer, avanzava l’intenzione di sfidare la Merkel a cancelliere. Seehofer è un feroce critico della politica dei migranti della Merkel, che ha aperto i confini della Germania a oltre un milione di rifugiati musulmani principalmente dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. Merkel, Schulz e Gabriel continuano a sostenere la politica migratoria della porta aperta, anche da elettori. Seehofer ha realizzato un’alleanza anti-migrazione con i leader dei Paesi alpini limitrofi, in particolare l’Austria. Il candidato presidenziale del Partito della Libertà (OVP) austriaco Norbert Hofer, che si oppone a UE e politica migratoria della Merkel, ha recentemente espresso le sue idee sulla Merkel nel corso di un dibattito con l’avversario pro-UE dei Verdi. Hofer ha detto che Merkel “ha inflitto danni considerevoli all’Europa aprendo i confini ai rifugiati e, di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi, tra cui terroristi, sono passati dall’Austria”. Seehofer ha più in comune con il Partito Liberale austriaco di Hofer e il suo leader Heinz-Christian Strache, che la presunta alleata Merkel. L’unica cosa che continua a legare Seehofer alla campionessa delle frontiere aperte Merkel è l’avanzata della controparte tedesca dell’OVP, Alternativa per la Germania (AfD). L’anti-migranti AfD ha sottratto il supporto a CDU-CSU in Germania, con la notevole eccezione della Baviera. L’AfD ha vinto seggi in dieci assemblee statali ed ha il 15 per cento nei sondaggi di opinione. Questo “matrimonio di convenienza” tra Seehofer e Merkel volgerebbe al termine mentre il Primo ministro della Baviera vede l’opportunità di sfidare Merkel per la leadership della CDU-CSU, alla guida di una coalizione conservatrice anti-migranti che sfida l’euro-fanatico Schulz sul palcoscenico nazionale.
TV duel of Schulz, Juncker for EU electionsI rapporti tra gli “alleati” CDU e CSU si ruppero nel 1976, quando il capo della CSU Franz-Josef Strauss recise l’alleanza del partito bavarese con la CDU di Helmut Kohl. Seehofer sa che ha più forza politica di Merkel poiché nei sondaggi i sostenitori dell’AfD indicano che il leader bavarese è più popolare della leader dell’AfD Frauke Petry. La CSU di Seehofer ha, quindi, adottato la dura politica sulla migrazione dell’AfD per corteggiarne i sostenitori. La retorica di Seehofer sui migranti corrisponde a quella dell’AfD. Nel gennaio 2016, Seehofer disse al congresso della CSU che tre milioni di migranti in Germania creeranno un “Paese diverso”, aggiungendo che “la gente non vuole che la Germania o la Baviera diventino un Paese diverso”. Con la CSU e l’AfD Seehofer può estromettere Merkel dalla leadership dell’Unione CDU-CSU. Non solo Seehofer crea un’alleanza operativa con il Partito della Libertà austriaco, ma ha anche raggiunto l’anti-migranti Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban. Seehofer si recò a Budapest a marzo per sostenere l’opposizione di Orban al piano dell’UE di Juncker, Schulz e Merkel per ridistribuire i migranti tra i 28 Stati membri dell’UE, oltre ai quattro membri del trattato di libero scambio di Schengen (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) sulla base del sistema delle quote. Seehofer ha anche stretti legami con l’anti-UE e anti-migranti Partito del Popolo svizzero (SVP), arrivato al 29,5 per cento nelle elezioni del 2015 per la camera del Parlamento svizzero. Seehofer ha raggiunto anche il neo-Presidente degli USA Donald Trump, che ha definito la politica dei migranti della Merkel un “disastro” che ha solo aumentato la criminalità in Germania. Seehofer ha invitato Trump in Baviera, nella possibilità che il primo viaggio all’estero di Trump presidente sia per la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera nel febbraio 2017. Ciò che preoccupa di più globalisti e atlantisti è un’Europa dominata da leader nazionalisti in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Ungheria e altri Paesi, che cooperi con Trump a Washington e il Presidente Vladimir Putin a Mosca per districare l’Europa da UE, confini aperti, NATO e politica globalista. Quando Seehofer visitò Mosca l’anno scorso incontrando Putin, l’SPD fu aspramente critico verso la politica estera parallela di Seehofer. Un funzionario dell’SPD tuonò, “La politica estera è fatta a Berlino, non a Monaco di Baviera”. La CSU e Seehofer hanno rifiutato tale premessa. La Baviera, dalla lunga storia d’indipendenza da Berlino, vede il governo della CSU creare stretti legami con i partiti affini alpini, tra cui l’UDC in Svizzera, OVP in Austria e il piccolo partito irredentista del Sud Tirolo SVP nel nord Italia. Seehofer ha portato il minuscolo Liechtenstein nell’alleanza alpina. Nel viaggio del 2015 a Monaco, per visitare Seehofer, il primo ministro del Liechtenstein Adrian Hasler affermò “Vorremmo continuare a coltivare l’ottimo clima con la “Baviera libera” in senso positivo. Sono quindi lieto di vedere la continuazione dei buoni rapporti tra Baviera e Liechtenstein”. Seehofer ha anche più in comune con l’anti-migranti presidente socialdemocratico della Repubblica Ceca Milos Zeman e l’alleato partito comunista ceco, che con i partner dell’SPD tedesca. Seehofer può anche contare sul sostegno anti-migranti dei Quattro di Visegrad (V4); Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia. L’austriaco Hofer vede anche una causa comune tra Austria e V4 sui temi dei migranti e l’UE.
schulzSeehofer coincide su Trump con la leader del Fronte Nazionale e candidata presidenziale francese Marine Le Pen, che definisce l’elezione di Trump “rivoluzione politica”. Le Pen e altri leader nazionalisti europei vedono nascere la “rivoluzione” nel giugno 2016 con il “sì” a sorpresa per la Brexit, con il Regno Unito che lascia l’UE, seguita dalla vittoria a sorpresa di Trump nelle elezioni presidenziali degli USA e la previsione della vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Le Pen ha promesso di tenere il referendum per la “Frexit” sull’adesione francese all’UE. Con i sogni euro-atlantisti dei globalisti in frantumi Seehofer vede, ovviamente, la possibilità di prendere il timone della Germania da una Merkel sempre più impopolare e guidare la Germania verso l’“atterraggio morbido” sulla scia della dissoluzione dell’UE. Il primo compito di Seehofer a capo della Germania sarebbe scartare con cura l’euro e reintrodurre il marco in una forma che possa essere utilizzata anche da Austria, Benelux e Stati dell’Europa orientale che scelgano di optare per un comune sistema monetario a guida tedesca. Se Seehofer assumesse il cancellierato della Germania dalla screditata Merkel, ci sarà la battaglia finale contro la globalizzazione e l’UE nelle sale del potere a Berlino. Tale battaglia vedrà Seehofer e i suoi alleati anti-immigrati e anti-UE contro le forze guidate dal “kapò” Schulz. Una lotta politica che deciderà non solo il futuro dell’Europa, ma del mondo intero.

Seehofer e Orban

Seehofer e Orban

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Foundation Strategic Culture.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Erdogan ha paura ed è capace di tutto”

Per lo storico e giornalista Fehim Tastekin, la politica del presidente turco è una fuga in avanti.
Bernard Bridel, TdG 26/11/2016

Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio, il presidente turco ha paura di tutto, anche del suo partito e dei familiari. E’ quindi capace di tutto. Improvvisamente, la sua politica interna ed estera è solo una corsa a capofitto“. A Losanna su invito delle comunità turche e curde locali, lo storico e giornalista Fehim Tastekin ha dipinto un quadro molto cupo della politica del capo dello Stato turco.750x-1

Dal 24 agosto, la Turchia si è impegnata direttamente nel conflitto siriano con il lancio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel nord-est. Cosa vuole Erdogan dalla Siria?
Direi che l’invio di truppe turche in Siria è il risultato del fallimento politico di Erdogan su due piani: primo, ha voluto abbattere Assad, ma è ancora lì. E soprattutto i curdi della Siria (come in Iraq, d’altronde), sostenuti dagli statunitensi, hanno acquisito tale importanza politica da avere paura che gli contagino il Paese. Quindi, la priorità non è la caduta di Assad e la lotta al gruppo Stato islamico (Daash in arabo), ma la questione curda, l’ossessione dello Stato turco, indipendentemente dal colore del governo.

Che rapporto ha Erdogan con gli statunitensi?
Non hanno gli stessi interessi. Gli statunitensi hanno detto ai turchi “se volete ripulire lo SIIL dalla Siria, i curdi siriani e le forze democratiche se ne occuperanno”. Per motivi d’immagine Erdogan ha dovuto lasciar fare ai curdi. Ma ora è bloccato perché gli statunitensi non gli lasciano fare ciò che vuole contro i curdi, di cui Washington ha bisogno, in Siria e Iraq. E con Donald Trump alla Casa Bianca è ancora troppo presto per trarre conclusioni.

E il riavvicinamento tra Erdogan e Putin?
E’ puramente circostanziale. Sono convinto che, più o meno a lungo termine, i russi si vendicheranno della Turchia. C’è stato un primo segnale ieri con tre soldati turchi uccisi dalla Syrian Arab Air Force (russi?). Era l’anniversario dell’incidente che vide l’aereo russo abbattuto dai turchi. I turchi non capiscono Putin, e questi, che non si fida di Erdogan, usa la crisi per indebolire il legame tra Turchia e NATO, e tra Turchia e Unione europea. Si ricordi che storicamente Russia e Turchia (già dall’impero ottomano) sono sempre stati avversari.

Come analizza le tensioni tra Turchia e Unione europea?
Erdogan gioca in modo pericoloso con l’Europa, perché la metà del commercio estero della Turchia è con l’UE. Vediamo anche in questi giorni il suo primo ministro cercare di ridurre le tensioni con Bruxelles. Sulla minaccia di aprire i confini per far fluire i rifugiati in Europa, non sono sicuro che gli stessi rifugiati se ne vogliano andare…

Sul fronte interno, come giudica la situazione?
Ho detto che dal fallito colpo di Stato Erdogan ha paura e da la caccia a tutti gli avversari, non solo gulenisti. Non si comporta razionalmente e quindi è capace di tutto. Detto ciò, penso che prima o poi le forze gli si ribelleranno contro. Alla fine del tunnel, c’è sempre luce.-Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Michael Flynn, l’asso nella manica di Trump?

Jacques Sapir, Russeurope 18 novembre 2016

Il neopresidente degli Stati Uniti, non ancora insediatosi, Donald Trump sembra aver scelto come consigliere della Sicurezza Nazionale il Generale Michael Flynn [1] personaggio che suscita curiosità [2], ma anche commenti sprezzanti dalla stampa francese e statunitense. Una grande tastata lo definisce “vendicativo” [3], eppure Michael Flynn non è il primo venuto. L’ex-direttore dei servizi segreti militari (Defense Intelligence Agency) nel 2012-2014, è senza dubbio una delle menti più acute e notevoli delle forze armate statunitensi. Spesso presentato come di estrema destra, per gli attacchi violenti ad Hillary Clinton, il personaggio è molto più complesso e inclassificabile.1422368403396-cachedMichael Flynn fa parte della generazione di soldati statunitensi che ha fatto esperienza personale e militare nella lotta al terrorismo e in un contesto dominato dal pensiero neoconservatore vigente negli Stati Uniti dalla fine del mandato di Bill Clinton. La sua famiglia politica è democratica. Questo può sembrare banale, ma va notato perché, a differenza di molti alti ufficiali delle forze armate degli Stati Uniti, non proviene dall’ambiente repubblicano. Flynn fa parte del corpo degli ufficiali della riserva dell’US Army, ROTC, che spesso è l’unica soluzione per una persona di origini modeste per accedere all’università. Ha trascorso parte della carriera nelle forze speciali, il Joint Special Operations Command, JSOC, ed è stato uno dei perni della trasformazione di questo comando in una delle macchine da guerra più efficienti degli Stati Uniti. Ha lavorato sotto il comando del Generale Stanley McChrystal, il cui ruolo fu determinante per adattare l’esercito statunitense alle nuove sfide poste dal terrorismo. Michael Flynn ha combattuto in Afghanistan e Iraq, guerre ampiamente impopolari negli Stati Uniti. Chiamato nei primi anni 2000 a capo della divisione d’intelligence del JSOC, fu all’origine delle operazioni d’intelligence che portarono all’eliminazione di Abu Musab Zarqawi, il capo di al-Qaida in Iraq. Gli fu anche, e questo non viene menzionato spesso, affidato il compito di riscrivere il manuale delle interrogazioni dei sospetti, dopo lo scandalo delle pratiche nella prigione di Abu Ghraib. Così poté valutare gli effetti deleteri delle torture comunemente praticate in quella prigione. Michael Flynn fu anche assegnato alla sistemazione dell’intelligence degli Stati Uniti in Afghanistan, sotto la direzione di Stanley McChrystal. Nelle sue varie posizioni s’è guadagnato la reputazione di operatore particolarmente intelligente, e soprattutto di persona che ha capito ben prima di altri che le informazioni importanti non sono principalmente “militari”, su cui DIA e JSOC tendevano a concentrarsi, ma di natura politica. È allora necessario ricordare che l’intelligence degli Stati Uniti attraversa una profonda crisi, derivante dalle politica di George “W” Bush che decise di smembrare l’intelligence per imporre le proprie opinioni sull’intervento in Iraq. Ciò portò a una significativa inefficienza di CIA e DIA. Ciò non è estraneo ai problemi degli Stati Uniti in Iraq nel 2004-2005. La nomina di Michael Flynn, insieme ad altri, rientrava nella ricostruzione dell’intelligence a cui gli Stati Uniti furono poi costretti. Colin Powell si oppose al sostegno di Flynn, dal 2015, a Donald Trump. Ma va notato che Colin Powell ha una grave responsabilità nelle politiche di George “W” Bush, e nell’estrema politicizzazione dell’intelligence. E’ chiaro che i suoi superiori fecero un’ottima scelta con Michael Flynn. L’Ammiraglio Mike Roger, dal 2014 direttore della NSA, lo definì il miglior agente segreto degli ultimi venti anni. Dietro l’iperbole, vi è senza dubbio un fatto. Inoltre, è estremamente raro che un ufficiale della ROTC arrivi al livello gerarchico raggiunto da Michael Flynn. Questo è un segno di competenza eccezionale, e l’immagine che si può avere di Michael Flynn è in realtà quella di un ufficiale dall’eccezionale talento. Ma quando Stanley McChrystal, il suo capo, fu costretto a dimettersi per ragioni politiche, incompatibilità con Barack Obama, lasciò l’amaro in bocca a Michael Flynn. Sicuramente iniziò il conflitto che l’oppose non solo al presidente Obama, ma anche ad Hillary Clinton sostenendo Donald Trump. Qui va sottolineato che accusò pubblicamente Clinton non solo dell’irresponsabile gestione delle proprie comunicazioni, ma di avere causato la morte per negligenza o deliberatamente dell’ambasciatore degli USA in Libia, nel dramma di Bengasi.
Michael Flynn fu nominato capo della DIA nel 2012, all’inizio del secondo mandato del presidente Obama, mentre gli Stati Uniti avevano finalmente individuato e neutralizzato bin Ladin. Obama esultava mentre Flynn respingeva il discorso ufficiale dell’amministrazione, secondo cui la fase più pericolosa era passata. E non andò così. Secondo le informazioni in suo possesso, Michael Flynn non smise mai di mettere in guardia l’amministrazione Obama contro la tendenza a sottovalutare la minaccia terroristica. Il conflitto che ciò provocò si ampliò acutizzandosi, ma anche lo “stile” di comando di Michael Flynn, fortemente influenzato dal suo passato nelle forze speciali, provocò conflitti nella DIA comportandone le dimissioni nel 2014. In un’amministrazione decisa a considerare, a torto o a ragione, il terrorismo questione risolta, la posizione di Flynn divenne insopportabile. Il fatto, inoltre, che Flynn non abbia mai badato ai sillogismi del “politicamente corretto”, dicendo sempre pane al pane, ampliarono il divario tra “politici” dell’amministrazione ed operativi. L’amarezza che Flynn sentì dopo tali eventi, ma anche il fatto che nella precedente posizione poteva valutare da sè il comportamento irresponsabile di Hillary Clinton come segretaria di Stato, ne spiega il passaggio ai repubblicani e il supporto, dall’autunno 2015, a Donald Trump. Il rapporto di Flynn con l’ideologia neoconservatrice certamente è evoluto durante la carriera. Data l’origine politica, si potrebbe pensare che abbia ceduto all’eccezionalismo americano nelle proprie visioni. Ma è anche chiaro che ha compiuto una conversione al “realismo”, una conversione politica che lo spinge a voler fare della Russia un alleato, anche economico, nella lotta al terrorismo. Flynn ha anche costruito un vero e proprio pensiero sulla natura del terrorismo, e il collegamento tra situazioni economiche, come ad esempio quella esistente in Libia, Siria e Iraq, e un’ideologia strutturata. Tale ideologia, che ha affrontato in Iraq e in Afghanistan, gli sembra strutturare l’intera rete terroristica che vede espandersi mondialmente, nonostante le sconfitte locali. Il rischio è che sprofondi nell’escatologia della guerra, e si spera che la dimensione “realistica” del pensiero prevalga. Chiaramente, la sua nomina a consigliere per la sicurezza nazionale sarà sentita dall’esercito come possibilità di vendicarsi da ciò che ritiene l’affronto del licenziamento dei generali Petraeus e McChrystal, in particolare. E potrebbe anche essere interpretato come vendetta contro i REMFL [4] di Washington. La probabile nomina di Michael Flynn sarà uno dei perni, almeno nelle relazioni internazionali, dell’amministrazione Trump. Il suo “realismo”, se confermato, sarà un cambiamento positivo nell’attuale rigida dimensione dottrinaria della politica estera degli USA.gettyimages-566032877Note
[1] LeFigaro
[2] L’Echo
[3] Le Monde
[4] Rear-Echelon Mother Fucker

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora