L’esercito iracheno abbatte 2 aerei inglesi che rifornivano il SIIL

Fars News Agency Global Research, 24 febbraio 2015

usa-isis-1L’esercito iracheno avrebbe abbattuto 2 aerei inglesi che trasportavano armi ai terroristi del SIIL nella provincia di al-Anbar, rivela un parlamentare. “Il Comitato di Sicurezza Nazionale e Difesa del Parlamento iracheno ha avuto accesso alle foto degli aerei inglesi schiantatisi mentre trasportavano armi al SIIL“, ha detto il capo del comitato Haqim al-Zamali, secondo il Centro informazioni del Consiglio Supremo islamico iracheno. Ha detto che il parlamento iracheno ha chiesto a Londra spiegazioni al riguardo. Il deputato iracheno inoltre ha svelato che il governo di Baghdad riceve rapporti quotidiani da persone e forze di sicurezza nella provincia di al-Anbar su numerosi aerei della coalizione, a guida USA, che lanciano armi e rifornimenti al SIIL nelle aree che controlla. Il deputato iracheno ha inoltre rilevato la causa di tali aiuti occidentali al gruppo terroristico, spiegando che gli Stati Uniti preferiscono una situazione caotica nella provincia di Anbar, vicino le città di Qarbala e Baghdad, perché non vuole che la crisi del SIIL finisca. Proprio oggi, un alto funzionario della provincia irachena s’è scagliato contro i Paesi occidentali e i loro alleati regionali per il sostegno ai terroristi taqfiri in Iraq, rivelando che armi di Stati Uniti e Israele sono state scoperte nelle zone sgombrate dai terroristi del SIIL. “Abbiamo scoperto armi prodotte negli Stati Uniti, Paesi europei ed Israele nelle aree liberate dal controllo del SIIL, nella regione di al-Baqdad”, il sito al-Ahad citava il responsabile del Consiglio Provinciale di al-Anbar Qalaf Tarmuz, che osservava come armi di fabbricazione europea e israeliana fossero state scoperte nella parte orientale di Ramadi. Al-Zamali aveva rivelato a gennaio che gli aerei della coalizione anti-SIIL avevano lanciato armi e alimentari al SIIL presso le province di Salahudin, al-Anbar e Diyala. Al-Zamali ha sottolineato che la coalizione è la principale causa dell’esistenza del SIIL in Iraq. “Ci sono le prove degli aiuti militari della coalizione guidata dagli USA ai terroristi del SIIL aviolanciati (carichi sganciati)“, aveva detto a FNA a gennaio. Ha osservato che i membri del suo comitato hanno già dimostrato che gli aerei statunitensi avevano sganciato armi avanzate, comprese armi antiaeree, al SIIL, e che aveva istituito una commissione d’inchiesta per indagare sulla questione. “Gli Stati Uniti sganciano armi al SIIL con la scusa di non conoscerne le posizioni e cercano di distorcere la realtà con le loro accuse”. Ha osservato che la commissione aveva raccolto dati e prove fornite da testimoni oculari, tra cui ufficiali dell’esercito iracheno e forze popolari, e disse: “Questi documenti sono stati consegnati alla commissione d’inchiesta… e verranno intraprese le misure necessarie per proteggere lo spazio aereo iracheno“.
Inoltre a gennaio, un altro deputato ribadiva che la coalizione degli Stati Uniti è la principale causa della sopravvivenza del SIIL in Iraq. “La coalizione internazionale è solo un pretesto per proteggere il SIIL aiutando il gruppo terrorista con attrezzature e armi“, aveva detto Juma Diwan, membro del blocco al-Sadr nel parlamento iracheno. Aveva detto che il sostegno della coalizione al SIIL è ormai evidente a tutti, continuando: “La coalizione non ha preso di mira le principali posizioni del SIIL in Iraq“. A fine dicembre, il parlamentare del Comitato di Sicurezza Nazionale e Difesa del Parlamento iracheno aveva rivelato che un aereo statunitense aveva rifornito l’organizzazione terroristica SIIL di armi e munizioni nella provincia di Salahudin. Il deputato Majid al-Gharawi dichiarò che le informazioni disponibili sottolineavano che gli aerei statunitensi rifornivano l’organizzazione SIIL non solo nella provincia di Salahuddin, ma anche in altre province, segnalava Iraq tradelink. Aggiunse che gli Stati Uniti e la coalizione internazionale “non combattono seriamente l’organizzazione SIIL, perché hanno il potere tecnologico per determinare la presenza di uomini armati del SIIL e distruggerli in un mese“. Gharawi aggiunse che “gli Stati Uniti cercano di prolungare la guerra contro il SIIL per avere garanzie dal governo iracheno sul possesso di basi nelle province di Mosul e Anbar“. La commissione sulla sicurezza di Salahudin aveva anche rivelato che “aerei sconosciuti lanciavano armi e munizioni agli uomini armati del SIIL a sudest di Tiqrit“. Anche alla fine di dicembre, un parlamentare iracheno sollevò dubbi sulla serietà della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti, e disse che il gruppo terrorista riceveva aiuti sganciati da velivoli non identificati. “La coalizione internazionale non è seria sugli attacchi aerei ai terroristi del SIIL e cerca anche di non far combattere le forze popolari (volontari) contro i taqfiri, in modo che il problema con il SIIL rimanga irrisolto nel prossimo futuro“, aveva detto Nahlah al-Hababi a FNA. “I terroristi del SIIL continuano a ricevere aiuti da aerei da aerei non identificati in Iraq e Siria”, aggiunse. Hababi disse che gli accurati attacchi aerei della coalizione vengono lanciati solo in quelle aree in cui sono presenti le forze curde Peshmarga, mentre gli attacchi militari in altre regioni non sono così precisi. A fine dicembre, la coalizione degli Stati Uniti lanciò aiuti ai taqfiri in una zona a nord di Baghdad. Fonti sul campo in Iraq dissero ad al-Manar che gli aerei della coalizione internazionale lanciavano aiuti ai terroristi a Balad, nella provincia di Salahudin, a nord di Baghdad. A ottobre, un comandante iraniano rimproverò gli Stati Uniti per aver lanciato aiuti al SIIL, aggiungendo che quando gli Stati Uniti sostennero che le armi furono erroneamente paracadutate al ISIL, mentivano. “Gli Stati Uniti e la pretesa coalizione anti-SIIL, che hanno lanciato la campagna contro tale gruppo terrorista e criminale, lo riforniscono di armi, cibo e medicine nella regione di Jalula (una città nel governatorato di Diyala, Iraq). Ciò dimostra esplicitamente la falsità delle pretese della coalizione e statunitensi“, disse il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane Generale di Brigata Masud Jazayeri. Gli Stati Uniti affermarono di aver paracadutato armi e aiuti medici ai combattenti curdi in lotta con il SIIL a Kobani, al confine tra Turchia e nord della Siria. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti disse di aver paracadutato 28 carichi di armi e rifornimenti, ma uno di loro non arrivò ai combattenti curdi. I video poi comparsi indicavano che armi paracadutate dagli Stati Uniti erano state prese dai militanti del SIIL. Il comandante iraniano insisteva sul fatto che gli Stati Uniti avevano l’intelligence necessaria sulla presenza del ISIL nella regione e che le loro pretese di avergli erroneamente riforniti erano improbabili quanto false.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e l’intermediario del Medio Oriente

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 17 febbraio 2015

La visita del presidente russo in Egitto indica che entrambi i Paesi desiderano ristabilire i legami dell’era Nasser. La partnership tra i due ha la possibilità di trasformare qualitativamente la regione, con la ‘Jugoslavia araba’ che promuove gli interessi russi a scapito delle due potenze principali della regione, Stati Uniti ed Arabia Saudita. Su grande scala, ciò significa che l’Egitto è divenuto il terzo trampolino di lancio della proiezione della politica estera russa in Medio Oriente, con tutti gli effetti collaterali multipolari risultanti sulla regione già dominata dall’unipolarismo.

050bdcae7292023eb239ffd3c6fc76fdf2871e6fLe preoccupazione di Washington
Al-Sisi gioca un ruolo molto strategico nel bilanciare le relazioni tra Washington e Mosca, con l’obiettivo che legami più stretti con quest’ultima comportino un accordo migliore con la prima. Il mondo è senza dubbio in preda ad una ‘nuova guerra fredda’, solo che ora invece di essere tra capitalismo e comunismo, è tra unipolarità e multipolarità. Gli Stati Uniti erano abituati a controllare Cairo con Mubaraq, ma dopo aver tradito il vecchio alleato per guidare un’inevitabile transizione della leadership, finirono sul lato sbagliato della storia quando il loro uomo dei Fratelli musulmani fu rovesciato da al-Sisi. Comprensibilmente, l’attuale presidente non si fa illusioni sulla natura infida degli Stati Uniti, ma sa anche che non è saggio (né possibile) rompere completamente i legami con il Paese, soprattutto quando è patrocinato dagli Stati del Golfo filo-USA. In queste condizioni e nel dispiegarsi della ‘nuova guerra fredda’, al-Sisi cerca un rapporto più pragmatico ed equilibrato con tutti i principali attori regionali e globali, sperando che questa politica possa portare maggiori dividendi al suo Paese. Ciò rende l’Egitto uno dei tanti Paesi cardine attualmente impegnati in politiche multipolari, affiancandosi a Vietnam, India e Turchia, per esempio. Detto questo, non importa quanto le politiche di al-Sisi siano giuste ed equilibrate, gli Stati Uniti saranno sempre preoccupati da un Egitto che ‘si allontana’ dalla loro orbita, come qualsiasi movimento verso il mondo multipolare sia una sconfitta relativa per quello unipolare. Lo scopo di tale articolata politica egiziana è accrescere l’importanza del Paese negli affari regionali e riportarlo alla precedente leadership, in gran parte abbandonata subito dopo la morte di Nasser con l”alleanza’ da sottomesso con Stati Uniti e Israele. Un forte Egitto al sicuro dal dominio statunitense, che non può essere completamente controllato da Washington, a sua volta diventa una ‘mina vagante’ regionale che potrebbe ostacolare la ‘gestione’ regionale degli USA. L’aquila egiziana che allarga le ali multipolari si rende conto che la piena dipendenza da un mecenate la pone in una posizione di estrema vulnerabilità, da ciò la delicata ricalibrazione politica del Paese verso regni del Golfo e Russia e una presa di distanza dagli Stati Uniti. Sul vettore eurasiatico, Mosca ha interesse nel vedere un forte e multipolare Egitto ristabilire ordine e stabilità al Medio Oriente, agendo da cuscinetto contro i piani unipolari (direttamente o meno), spiegando la confluenza attuale degli interessi strategici dei due Stati. Verso il Golfo, l’Egitto è nella posizione unica di avvicinare Arabia Saudita e Russia, aiutandole a risolvere le crisi in Siria e del petrolio che hanno messo in ginocchio le relazioni bilaterali, e in caso di successo, sarebbe l’ennesima sconfitta strategica della politica statunitense in Medio Oriente.

La risoluzione delle controversie della Russia con i sauditi
Mentre si è finora parlato di strategia e teoria, è il momento di esaminare di come al-Sisi possa agire da vero intermediario nel Medio Oriente. Arabia Saudita e Russia hanno posizioni assolutamente divergenti sulla crisi siriana e la guerra dei prezzi del petrolio, e l’unico Paese in grado di contribuire a colmare il divario è l’Egitto, corteggiato da entrambi nell’ultimo anno e mezzo. Diamo uno sguardo in dettaglio:

La guerra in Siria
Russia sostiene il governo popolare e democratico del Presidente Bashar Assad, mentre l’Arabia saudita sostiene rabbiosamente un cambio di regime a tutti i costi (compreso uno terroristico). L’Egitto, pur essendo il destinatario di miliardi di dollari dal Golfo, in realtà si oppone alla “politica saudita, soprattutto perché al-Sisi si oppone al terrorismo (come anche al Qatar che sponsorizza i Fratelli musulmani, per non parlare del SIIL). Le sue opinioni indipendenti non costituiscono una minaccia per i sauditi, dato che non supporta alcuna azione militare contro i loro interessi (come ad esempio l’invio di armi all’Esercito arabo siriano), ecco perché non l’hanno rinnegato e tagliato i cordoni della borsa. Non solo, ma l’Egitto riemerge come Stato chiave negli affari regionali, e non è probabile che i sauditi compromettano le loro relazioni semplicemente per la posizione di al-Sisi sulla Siria, con o senza invio di armi al governo. Anche se avessero voluto, l’unica vera leva che potrebbero usare è sostenere i gruppi terroristici in Egitto, ma al-Sisi li sta spazzando via da quando è salito al potere, mitigando l’impatto globale di tale opzione destabilizzante. Naturalmente, i sauditi e i loro fantocci del Golfo potrebbero smettere di finanziare il Paese, ma poi al-Sisi si avvicinerebbe ancor più a Russia e Paesi BRICS (proprio come la Grecia ha minacciato di fare se l’UE l’escludesse), nel tentativo di sostituire gli investimenti perduti, che rappresenterebbero una grave perdita strategica per Riyadh, permettendo a Cairo di praticare una politica indipendente verso la Siria. In tale posizione, i sauditi sono costretti ad acconsentire alle recenti mosse di al-Sisi nel consolidare l”opposizione’ siriana. Mentre in superficie tale mossa sembra sostenere la strategia saudita, in realtà, qualcosa di molto diverso prende forma, effettivamente sabotandola e spianando la via alla pace in Siria. Russia ed Egitto sono infatti impegnati in una diplomazia complementare riunendo le fazioni dell”opposizione’ siriana con l’intenzione di diminuirne il controllo occidentale e del Golfo e di facilitare soluzioni ragionevoli con Damasco. Mosca assembla un’opposizione non-terrorista (NTAGO) nel suo Dialogo Inter-siriano, mentre Cairo raccoglie tutti gli altri. Putin e al-Sisi hanno affermato la loro opposizione comune al terrorismo e la volontà di risolvere pacificamente la crisi siriana, quindi è chiaro che entrambi i Paesi coordinano le loro politiche su tali temi scottanti. Detto questo, l’Egitto può quindi agire da ponte tra i delegati dell’Arabia Saudita (se non direttamente cooptandoli il più possibile) e il governo legittimo di Damasco, mentre la Russia lo fa con la NTAGO. Potrebbero forse anche andare oltre, se entrambe le fazioni dell’opposizione si consolidassero tramite la diplomazia di Mosca e Cairo, trovando il modo d’unificarsi in un’entità che sarebbe più flessibile (e ragionevole) verso il raggiungimento della soluzione pacifica alla crisi del Paese. Più sarà maggiore iò successo dell’Egitto nel diluire il controllo saudita sui suoi ascari, filtrando gli elementi radicali e moderando i restanti rappresentanti, più è probabile che tale scenario si avveri, anche se è certamente assai difficile raggiungerlo e ancora ci vorrà molto tempo. Tuttavia, se al-Sisi otterrà ciò, farà risaltare il ruolo del suo Paese in Medio Oriente, affermandone l’indipendenza multipolare dall’Arabia Saudita, e continuando a interagire con tutti i principali attori regionali, sulla base di un maggior rispetto.

La guerra petrolifera
A differenza della guerra in Siria, dove l’Egitto ha alcune carte diplomatiche da giocare, sulla guerra del petrolio, Cairo non ha vantaggi. Invece, la sua posizione nella risoluzione della guerra in Siria (a danno dell’Arabia Saudita) è sufficiente per attrarre l’attenzione di Riyadh, che a sua volta può decidersi a parlare con la Russia a porte chiuse. Perciò, l’Arabia Saudita deve avere una motivazione, che attualmente manca. Ancora una volta, qui è laddove il nuovo atteggiamento siriano dell’Egitto può entrare, dato che s’ingrana perfettamente con ciò che la Russia fa (all’opposto dell’approccio dell’Arabia Saudita) e potrebbe quindi essere ragione sufficiente per ravvicinare le due parti. Se i diplomatici russi e sauditi iniziassero a discutere sulle loro controversie sui metodi scelti per la risoluzione del conflitto in Siria, i russi prenderanno l’iniziativa anche sulla questione del petrolio. Sebbene sia improbabile che l’Arabia Saudita modifichi il corso del confronto energetico intrapreso, sarebbe sempre meglio avere modo di dialogare (per quanto vago e forse prematuro) piuttosto che non averne del tutto l’opportunità, esattamente il vuoto che l’Egitto potrebbe riempire in tale situazione. Va detto che la questione siriana è solo un mezzo per avvicinare Russia e Arabia Saudita discutendo della guerra petrolifera, senza dedurre in alcun modo che la Russia possa mai sacrificare la Siria per i prezzi dell’energia (come il New York Times ha falsamente asserito). Non solo la Russia ha categoricamente negato che ciò possa mai accadere, ma sarebbe del tutto controproducente per l’azione multipolare della Russia in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, per non parlare del tradimento del suo solo alleato. Non importa che la corrotta dirigenza politica saudita (che non ha limiti morali, etici, o di principio) possa ancora pensare che tale accordo sia possibile, decidendo di parlare direttamente alla Russia usando l’Egitto per trasmettere i suoi desideri. Questo è esattamente lo scenario che la Russia vuole, cioè che la sua posizione sulla Siria (indefettibile e solida) sia l”esca’ per raggiungere i sauditi usando l’Egitto come mezzo. Non importa che tali colloqui probabilmente non comportino alcun progresso, invece, i punti chiave sono che la Russia stabilisce un dialogo indiretto con i sauditi, usando l’Egitto. L’importanza di Cairo per Riyadh sarà pertanto ancora più elevata, con i (falliti) colloqui segreti russo-sauditi utili più ai propri interessi che a quelli degli altri due attori. Ma in un’altra direzione, tutto ha un senso, dato che la ‘ricompensa’ dell’Egitto che collabora con la Russia sulla Siria (nonostante la comunanza di interessi) sarebbe la Russia che trova un modo per rendere l’Egitto indipendente dall’Arabia Saudita, e allo stesso tempo, anche più importante. Sarebbe una situazione vantaggiosa per le relazioni russo-egiziane, approfondendone la partnership strategica emergente. Si ricordi, proiezione di potenza e influenza in questo caso funziona solo in una direzione, quella della Russia contro l’Arabia Saudita verso l’Egitto, in quanto non è affatto prevedibile che l’Arabia Saudita possa utilizzare l’Egitto per fare pressioni sulla Russia. Tale realtà sottolinea la natura complementare dei legami russo-egiziani nel perseguire l’ordine multipolare in Medio Oriente.

Il trampolino per invertire la ‘primavera araba’
Le relazioni in espansione tra Russia ed Egitto, ne faranno il terzo trampolino d’influenza regionale di Mosca, insieme a Siria e Iran; tutti attori intenti a invertire il caos provocato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’. Mentre il ruolo di Siria e Iran nel determinare questa visione regionale condivisa è stata postulata in un precedente articolo, questa parte sarà specificamente dedicata alla tessera dell’Egitto nel grande puzzle. Russia ed Egitto hanno firmato numerosi accordi bilaterali durante la visita di Putin, tra cui, soprattutto, l’accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica e i piani della Russia per la costruzione di una centrale nucleare. Il carattere strategico di questi accordi è d’importanza fondamentale, in quanto simboleggiano rapporti assai profondi e forte attività diplomatica prima del vertice che ha contribuito a portare tali grandi accordi a buon fine. Pertanto, si possono considerare i legami russo-egiziani avanzare costantemente, lontano da occhi indiscreti, domandandosi quali siano attualmente i veri rapporti politici. Si può ipotizzare che questi probabilmente riguardino la Siria (come detto), e forse anche la nuova guerra al terrorismo di al-Sisi contro il SIIL in Libia, essendo improbabile che gli attacchi siano una reazione emotiva del momento. La cosa più probabile è che l’Egitto contemplava tali mosse da qualche tempo (già sospettato di aver effettuato attacchi coperti l’anno scorso), e che al-Sisi abbia notificato a Putin le sue mosse durante la visita di quest’ultimo. Dopo tutto, capire che ci siano relazioni russo-egiziane più profonde di quanto le parti rendono pubblico, ed esaminando le loro dichiarazioni congiunte antiterrorismo, è logico concludere che tale interazione ci sia. Se è così, allora dimostrerebbe il livello profondo di fiducia che le parti hanno rispettivamente, favorendone la cooperazione in Siria. Inoltre, Putin sostiene le campagne antiterrorismo coordinate con lo Stato ospitante e con il governo ufficiale libico, che aveva chiesto sostegno internazionale in passato. La guerra legale di al-Sisi al SIIL è in netto contrasto con quella illegale che Stati Uniti e soci conducono in Siria contro la volontà e senza il coordinamento di Damasco. La Russia sostiene pertanto un Egitto abbastanza sicuro da far valere i propri interessi sulla sicurezza al di fuori dei confini (e in modo legale), facendone un attore multipolare più forte e capace di una leadership regionale, adempiendo agli interessi strategici anche del partner nel ristabilire l’ordine nel caotico Medio Oriente post-primavera araba.

Conclusioni
I legami russo-egiziani sono sul punto di tornare ai livelli dell’era Nasser, stretti e coordinati anche se la differenza principale è che Cairo cerca di emulare questo modello contemporaneamente con altri attori del mondo multipolare. Anche così, ciò simboleggia un terremoto geopolitico in Medio Oriente, dato che la nazione araba più popolosa ed ex-leader regionale ancora una volta avanza tracciando un corso indipendente dagli interessi gli Stati Uniti. Vi sono ancora molti altri passi complicati e contorti da effettuare prima di raggiungere questo ambizioso obiettivo, ma è indiscutibile che l’Egitto del Presidente al-Sisi sia intento a ripristinare orgoglio perduto e ruolo regionale del Paese, e che la Russia ne aiuta attivamente la rinascita geopolitica. Ciò presenta enormi opportunità per la Russia nell’inaugurare la transizione al multipolarismo globale, e l’Egitto è il partner giusto per realizzare questa visione in Medio Oriente.

41d53685274fd40204cbAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, NATO, Qatar e intervento dell’Egitto

Alessandro Lattanzio 22/2/2015

Al-Qaida ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a al-Bayda, dove si è sparato. La situazione è grave per tutto l’occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente” (Muammar Gheddafi, 7 marzo 2011)libya2Alla domanda se l’Italia vuole intervenire contro l’Egitto e l’Algeria, su mandato di Stati Uniti, Turchia e Qatar, per impedire ad Egitto e Algeria di stabilizzare la situazione in Libia, il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, rispondeva: “Se l’Italia interviene, lo farà anche indirettamente per aiutare l’Egitto a prendersi un pezzo di Libia ed eventualmente l’Algeria a prendersene un altro. Non è affatto vero che certe organizzazioni islamiche stiano invadendo la Libia o controllino la Libia. E’ assai improbabile quello che abbiamo letto ovvero che controllerebbero Sirte o Tripoli. In realtà ci sono delle schegge di queste organizzazioni disperse in particolare in Cirenaica, dove lo stato islamico ha una funzione rilevante di legittimazione dell’intervento egiziano. Perché l’Egitto vuole riparare al torto che la geologia gli ha fatto, vale a dire non disporre di importanti risorse energetiche. Dalla dissoluzione della Libia è uscita la Cirenaica, che si trova a pochi chilometri dal suo confine, pertanto l’Egitto sta premendo in tutti i modi per convincere il resto del mondo a legittimarlo in un’operazione di polizia in Libia che di fatto, se dovesse andare a buon fine, significherebbe l’ingresso dell’Egitto almeno in una parte della Libia. Un altro paese che ha qualche interesse a che questa situazione perduri è la Francia”.
Paragonate tale risposta al commento dell’autore inglese Dan Glazebrook, “Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture su gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO“.
La conclusione che se ne trae è semplice, Caracciolo, spacciato per massimo esperto di geopolitica in Italia, perora le operazioni di distruzione della regione Africa-Mediterraneo-Medio Oriente, ideate da Washington e Londra, finanziate dal Qatar e Quwayt, e sostenute da Turchia e Israele, esibendo un ridicolo pacifismo, opportunistico, il cui scopo è in sostanza impedire che l’asse del blocco eurasiatico SCO-BRICS, rappresentato in questo caso da Egitto e Algeria, risolva la situazione d’instabilità inoculata, scientemente, dalla NATO per sabotare, appunto l’opera di risanamento economico-infrastrutturale avviatavi dalla Cina, così come i grandi programmi di investimenti pan-africani previsti dalla Jamahiriya Libica. L’allineamento a tale programma di sterminio, volto, ancora una volta, non a costruire un blocco filo-occidentale in Africa, ma solo a devastarne le terre per rallentarvi l’espandersi dell’influenza dei Paesi BRICS, vede protagonisti non solo l’asse atlantista USA-UK-Israele, ma anche le relative propaggini turca, qatariota, petroemiratina, e le varie furiose sette islamiste (alimentate dalle intelligence atlantiste), capeggiate dalla Fratellanza musulmana, come Hamas, che invocano il ‘non-intervento’ contro i ‘fratelli’ libici che devastano la Libia (oltre che Siria, Mali, Tunisia ed Iraq), terminando nella grottesca coda italiana, un ripugnante impasto dalle varie ‘anime': i presunti redivivi ‘realpolitiker’ del gruppo Espresso/Repubblica, dai rapporti intrecciatissimi con lo sponsor del terrorismo mediorientale del Qatar, la rete di ONG/giornalini online filo-islamista, capeggiata da Famiglia Cristiana (o meglio Famiglia Wahhabita), che funge da copertura per la rete di terroristi islamisti arruolati e armati dalle intelligence della NATO (Gladio-B); il circo dei pidocchi madiatico-politici (PD, SEL, Lega, M5S, fascisteria avariata); gruppi di propaganda atlantisti, camuffati da centri studi ‘geopolitici’, addirittura qualcuno spacciandosi ‘eurasiatista’, ma tutti legati all’ambiente dell’estrema destra coltivata e coccolata dall’intelligence italiana, francese, turca o anche ucraina (Gladio), ed infine l’area dell”antagonismo’, i supporter ‘antifa’ e ‘anti-razzisti’ di Gladio nelle reti dei centri sociali, sorvegliate dall’intelligence italiana, foraggiate ed eterodirette dalle ONG dell’oligarca statunitense George Soros, e infine intruppate dalle intelligence israeliana (Mossad) e tedesca (BND, Rosa Luxemburg Stieftung) affinché continui ad esprimere sostegno verso la ‘rivoluzione’ islamista a Gaza, Tunisia, Libia, Siria, Libano, ecc.
Un altro motivo, non secondario, di tale mobilitazione ‘pacifista’ in Libia delle strutture di Gladio e della NATO (e annesso circo mediatico), è il fatto che, dopo le sonore sconfitte della NATO in Siria e Ucraina, e dell’imminente risoluzione della questione SIIL in Iraq, un passo enorme per l’Iran associato al Patto di Shanghai, l’intervento egiziano-libico in Libia (con supporto francese, che reagisce in questo modo alla False Flag del 7 gennaio a Parigi), possa porre fine al peggiore focolaio islamista nella regione Africa-Mediterraneo; sarebbe una sconfitta devastante per l’atlantismo. La regione libica deve essere lasciata incancrenirsi, come desiderano da Washington-Londra-Tel Aviv e dai loro referenti locali in Italia ed UE, permettendole di divenire la base di lancio di una destabilizzazione che devasterebbe ulteriormente il Nord Africa, Corno d’Africa e Medio Oriente, ostacolando l’affermazione mondiale del multipolarismo (BRCS, UEE, SCO, ALBA, APEC, ecc.) e ritardando il collasso del polo atlantista, perseguendo anche una mera ‘rivincita di Pirro’ qualsiasi, che serva anche a lenire i dolori per l’abrasiva sconfitta subita dall’aggressione atlantista in Siria-Iraq, Africa, Balcani e Ucraina-Caucaso. La NATO non ha più nulla da offrire se non guerre endemiche, devastazione socio-economica, sconvolgimenti politico-geografici.

mappa-economistUn Airbus A320 partito da Tobruq atterrava all’aeroporto di Zintan il 23 gennaio, dove era presente ad attendere il velivolo il sindaco di Zintan, Mustafa Baruni. Il SIIL libico occupava la città di Sirte, a 400 km da Tripoli. Il centro del SIIL si trovava a Derna, seconda città della Cirenaica, sede Califfato libico collegato a SIIL, Jund al-Qalifa algerino e Ansar Bayt al-Maqdis in Sinai. Il 27 gennaio, a Tripoli, un commando del SIIL aveva attaccato l’hotel Corinthia, uccidendo 9 persone, ed altre città, come Sirte. Il 13 febbraio, mentre il SIIL trasmetteva la predica del capo al-Baghdadi dalla stazione radio di Sirte e diffondeva le immagini dell’assassinio di 21 egiziani rapiti a Sirte, l’ambasciata italiana a Tripoli invitava gli ultimi italiani presenti in Libia ad andarsene immediatamente. Difatti, anche il personale dell’ambasciata era già stato richiamato da diverse settimane. Nel frattempo, il 16 febbraio a Cairo veniva firmato un accordo per la vendita di 24 caccia francesi Rafale, una fregata FREMM e missili a corto e medio raggio della MBDA, per un valore di oltre 5 miliardi di euro, tra il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian. Nell’autunno 2014, a Parigi il presidente egiziano al-Sisi aveva incontrato il presidente francese Francois Hollande, per discutere della situazione in Libia. Il capo dello Stato egiziano aveva espresso la volontà di rafforzare l’aeronautica egiziana, che possiede cacciabombardieri Mirage 5 e Mirage 2000.
Il califfato di Derna conterebbe 2000 jihadisti che aumenterebbero grazie alla disgregazione delle altre bande jihadiste, come Ansar al-Sharia di Muhammad al-Zahawi, filiazione di Ansar al-Sharia tunisina ed erede del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) di Abdelhagim Belhadj, l’uomo del Qatar e della NATO durante l’aggressione alla Jamahiriya Libica. Ansar al-Sharia si oppone al governo dei Fratelli mussulmani a Tripoli di al-Hasi e disporrebbe di 5000 jihadisti sparsi tra Bengasi e Derna. La brigata Umar al-Muqtar composta da 250 jihadisti guidati da Ziyad Balam, opera al fianco di Ansar al-Sharia a Derna, Aghedabia e Bengasi, città dove è presente anche la brigata Martiri del 17 Febbraio formata da 12 battaglioni di 4000 jihadisti in totale, guidati da Fawzi Buqatif, membro della Fratellanza musulmana libica. L’unità più importante della Martiri del 17 Febbraio è la brigata Rafallah al-Sahati di 1000 combattenti capeggiati da Ismail al-Salabi e Salahadin bin Umran. Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e Martiri del 17 Febbraio si sono riunite nel Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi, gruppo che si oppone ad Haftar e al ‘governo’ di Tobruq. Un’altra banda legata alla Fratellanza musulmana è la Lybia al-Fajir guidata da Wisam bin Hamid che raccoglierebbe 12000 jihadisti raggruppati in 4 brigate presenti a Bengasi, Qums, Misurata, Zlitan, Bani Walid, Zawiya, Gharian, Tarhuna e Sabratha. Gli altri gruppi islamisti libici sarebbero legati ad al-Qaida nel Magreb Islamico e al Muwaqin bin Dam di Muqtar Balmuqtar, attivi in Cirenaica e nel Fezan, ad Ubari, dove si troverebbe la loro base principale. Sono costoro ad essersi uniti al SIIL.
Il 16 febbraio, l’aeronautica egiziana bombardava le basi dello Stato islamico in Libia, in risposta all’assassinio dei 21 egiziani rapiti dai taqfiriti. Un incontro urgente si era tenuto la notte precedente, del Consiglio Nazionale di Difesa, decidendo che “l‘Egitto aveva il diritto di rispondere agli omicidi”. Gli attacchi furono effettuati “in attuazione delle decisioni adottate dal Consiglio Nazionale di Difesa, secondo il diritto dell’Egitto di difendere sicurezza e stabilità del proprio grande popolo, punendo e rispondendo agli atti criminali di elementi e organizzazioni terroristiche all’interno e all’esterno del Paese”. L’operazione era stata condotta da 6 aerei da combattimento F-16C Block52 decollati dalla base aerea di Marsa Matruh, bombardando campi, centri di addestramento e 6 depositi di armi dello Stato islamico a Derna e Sirte. Le forze aeree egiziane avevano “eseguito l’operazione con successo, colpito i loro obiettivi e rientrati in patria senza alcun danno”. L’attacco aereo egiziano eliminava 50 terroristi dello Stato islamico, nei bombardamenti su Derna, dove almeno cinque edifici occupati dai terroristi furono distrutti. Per reazione, il gruppo islamista Libya al-Fajir minacciava i cittadini egiziani in Libia di andarsene entro 48 ore. Nel frattempo, l’Unità 999 delle forze speciali egiziane compiva un’incursione a Derna eliminando 150 terroristi dello SI e catturandone altri 55. Secondo Lybia Herald, altri 35 egiziani sarebbero stati rapiti in Libia dai terroristi dello Stato islamico. L’Algeria ha dispiegato a sua volta 50000 effettivi lungo il confine con la Libia e il Niger, dove le unità della IV e della VI Regione militare, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, lanciavano alcune operazioni per distruggere i locali gruppi terroristici. Le Forze Armate Tunisine ed Algerine hanno inoltre raggiunto un accordo per l’implementazione di un piano per l’eliminazione dei gruppi terroristici operanti ai loro confini: circa 14000 uomini (8000 algerini e 6000 tunisini) rafforzeranno la sorveglianza delle frontiere e le attività d’intelligence sul campo.
In relazione all’intervento in Cirenaica, il governo egiziano accusava il Qatar di sostenere il terrorismo; quindi il Qatar richiamava l’ambasciatore in Egitto criticando la scelta di Cairo di bombardare i terroristi dello Stato islamico in territorio libico; anche Hamas si dichiarava contrario all’intervento militare internazionale in Libia, come anche il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond, che respingeva l’azione militare in Libia affermando che la crisi doveva essere risolta politicamente. Nel frattempo, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry aveva provato, invano, di far autorizzare una missione militare araba. “E’ importante far capire che l’Egitto non è un Paese aggressore. Il nostro esercito interviene soltanto per difendere una terra e un popolo e non per impossessarsene” affermava al-Sisi. UE e USA si schieravano per una ‘soluzione politica’ della crisi libica, a ennesima dimostrazione della collusione tra NATO, petroemirati del Golfo e mercenari islamisti. Anche il ‘capo’ della diplomazia europea, Federica Mogherini, ribadiva che l’UE incoraggiava il dialogo politico fra le diverse parti libiche, sostenendo l’operato del rappresentante speciale dell’ONU Bernardino Leon, uomo del gruppo Bilderberg. USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna affermavano che la decapitazione degli egiziani, “sottolinea ancora una volta l’impellente necessità di una soluzione politica del conflitto, la cui prosecuzione va a beneficio esclusivo dei gruppi terroristici, Stato islamico compreso“, toni ben diversi dal bellicismo scatenato contro la Jamahiriya Libica, accusata di crimini inventati dalla macchina propagandistica occidentale e del Qatar.
Il 19 febbraio, il ministero degli esteri della Turchia definiva il primo ministro della Libia “irresponsabile” ed “ostile”, avendo accusato Ankara d’ingerenza negli affari interni libici. “Ci aspettiamo che i funzionari del governo ad interim rivedano il loro atteggiamento irresponsabile verso il nostro Paese ed evitino dichiarazioni ostili ed infondate, altrimenti la Turchia sarà obbligata a prendere misure appropriate“. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini, in un’intervista al quotidiano Asharq al-Awsat, aveva accusato la Turchia d’interferenza negli affari interni della Libia e avvertito che il governo avrebbe potuto espellere le compagnie turche. Nel settembre 2014, in effetti, il primo ministro libico Abdullah al-Thini accusò anche il Qatar di aver inviato 3 aerei militari carichi di armi a Tripoli, ed accusò il Sudan di aiutare il Qatar in Libia. Secondo Amir Hashim Rabyah, a capo del Centro di Studi politici e strategici al-Ahram, “Se vi è una reale volontà di sconfiggere il terrorismo prima che arrivi su territorio egiziano in modo netto e intensificato, ci dovrebbero essere attacchi preventivi contro coloro che aiutano i terroristi… In particolare mi riferisco agli aerei del Qatar che li rifornisco dal Sudan“. Il Qatar è uno dei principali sponsor delle insurrezioni armate islamiste del 2011 contro il governo libico, e quindi delle guerre contro Siria e Iraq e dell’ascesa al potere della Fratellanza musulmana in Egitto. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, il qatariota Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe inviato 600000 dollari ad al-Qaida in Siria nel 2013, e oltre 2 milioni di dollari ai capi di al-Qaida in Iraq. Nel 2012 Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe fornito 250000 dollari al gruppo islamista somalo al-Shabab. Infine, in Qatar 2 basi militari vengono utilizzate per addestrare i terroristi che combattono contro l’Esercito arabo siriano.

1Riferimenti:
Ahram
Ahram
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Allain Jules
Euronews
Il Gazzettino
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
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RAI News
Reseau International
RID
RID
RussiaToday
Xinhua
Sputnik

Giulietto Chiesa e il Reich di Gladio

Ucraina, Chiesa e neofascisti
Alessandro Lattanzio, 22/2/2015

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“si disumanizzano i nemici”

Sul fronte falso, su quello degli psicotici e degli esibizionisti, dei falliti e dei segaioli c’è cagnara, ci sono odio, insolenza, bassezza, spirito e anima da canaglia partigiana. S’insozzano i combattenti, s’insinuano volgarità, si demonizzano e si disumanizzano i nemici, se ne invoca la morte, si esulta quando vengono decimati nelle imboscate, anche e soprattutto da parte dei “nostri”, quando i caduti sono camerati. C’è il più infero e bestiale accanimento contro dei nemici che non si conosceranno mai perché il war game da tastiera non lo consente“. Gabriele Adinolfi, il guru-in-capo del neofascismo (Gladio) italiano, così celebra le eroiche gesta dei suoi amatissimi camerati di Pravij Sektor e del mercenario neonazista Francesco Saverio Fontana, ‘combattenti’ distintisi nelle stragi di Odessa, Kiev e Marjupol, e nel bombardamento di Donestk e Lugansk (poi piagnucola su Dresda).

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“se ne invoca la morte”

“Mio nonno mi ha insegnato una frase di voi italiani – Meglio vivere un giorno da leoni che cento anni da pecora! – very fascist indeed!” Come insegna la Storia, Mussolini abolì l’italiano e lo sostituì con l’inglese…

In realtà, aldilà del dozzinale lirismo da ‘lupo mannaro e uovo di drago’ del Gandalf evolesco, i soldati-operai del Donbas riconoscono nei nemici che affrontano sul campo, la totale bestialità dell’ideologia che li guida e li rappresenta, e come tali doverosamente li trattano, punto.

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“il più infero e bestiale accanimento contro dei nemici”

Mentre Gabriele Adinolfi si eccita per la possibilità di nuovo bagno di sangue a Kiev, istigato dai suoi camerati ‘combattenti’, il divino Giulietto Chiesa, onorato dalle recenti stimmate della vittima guadagnate sul campo di Tallin, allegramente partecipa a una manifestazione ‘culturale’ (mooolto culturale) sulla Politica internazionale e la Geopolitica, confrontandosi, sul piano delle ‘idee’ ovvio, con il suddetto guru dei neonazisti italiani, galiziani e transumanti (come Francesco Saverio Fontana).

10689539In relazione a ciò, Giulietto Chiesa è stato oggetto di rimprovero dalla solita congrega di stupidi settari anarco-sinistri (non si possono qualificare in altro modo), ma questa volta con diverse ragioni, a tali rimproveri, Chiesa ha risposto così:
“…Il mio obiettivo è quello di infliggere un colpo, il più duro e il più vasto possibile, alla sorgente della guerra. Questa sorgente inquinata è la NATO…. …In ogni caso la mia strada non è quella di coloro che mi attaccano perché starei intaccando i “loro” valori. Se li tengano. Non sono i miei. Il mio antifascismo non è il loro. La mia lotta contro la guerra non è la loro. La mia analisi della crisi mondiale non è la loro. Né io pretendo, firmando insieme a loro lo stesso documento per l’uscita dell’Italia dalla NATO, che loro seguano le mie direttive. …. Io parlo con tutti. Vediamo se e fino a che punto la caccia alle streghe dei “duri e puri” delle varie sinistre si estenderà anche contro di me. Conosco per esperienza le loro conventiones ad excludendum (a Genova nei tardi anni ’70?). Dovunque servivano a isolarmi e escludermi. Dovunque sono fallite. Esisto e continuo a operare. Qualche milione di italiani mi conosce e mi segue. Una raccolta firme contro la NATO che si proponesse di “escludermi” si condannerebbe al ridicolo…”
L’ultimo passaggio è la chiara manifestazione del narcisismo mediatico del personaggio. Qualche milione di italiani lo conosce, e quindi? E grazie a chi o cosa il qualche milione di italiani lo conosce? Sì, la TV, il sistema mediatico ed editoriale che Chiesa a parole disprezza, ma che nei fatti vi si crogiola, montando il suo ego narcisistico. Non è un caso che il ‘nemico’ della NATO sia sempre ospite graditissimo dei peggiori programmi disinformativi e propagandistici di Mediset e RAI, o che venga pubblicato da case editrici che dire ambigue è poco, come Piemme o peggio, i neocon di Guerini&Associati. Sono solo affari, senza dubbio. Il divino Giulietto combatte con le armi che può, con gli alleati che trova: Forza Nuova, Lega Nord, Casapound e Gabriele Adinolfi… lasciando da parte i neo-russofili della 25.ma ora Salvini e Fiore (e quindi tangenzialmente Casapound*), il cui opportunismo miserabile ben s’incastra con il narcisismo pompato dell”unico’ sostenitore in Italia della Russia (come Chiesa andava spacciandosi qualche mese fa), resta da capire l’enigma dell’incontro con Gabriele Adinolfi, de facto il rappresentante pubblico di Pravij Sektor in Italia, aedo della macelleria neo-banderista a Kiev, Odessa e Donbas, esaltando e celebrando le virtù ‘guerriere’ dei suoi camerati, come quel Francesco Saverio Fontana, la starlette mediatica italiana in arte ‘francesco f.’ o ‘stan’, che ha partecipato in prima persona alla strage di Odessa e all’aggressione contro il Donbas. In sostanza, un giorno Chiesa rende omaggio alle vittime della strage di Odessa, e il giorno dopo filosofeggia di geopolitica con il sodale e guru ideologico dei criminali che hanno perpetrato quel massacro. Quindi, di quale alleanza anti-NATO va blaterando Chiesa, facendo iniziative con tali esponenti, prossimi a Gladio? Attivissima in Ucraina come dimostra questo passo:
mccain-con-nazis-ucranianos-300x224 “L’ambasciatore ucraino in Germania, Andrej Melnik, affermava che i battaglioni neonazisti erano parte delle forze armate ucraine dal regime filo-occidentale di Kiev, “Queste unità (neo-naziste) combattono con il nostro esercito, con la Guardia Nazionale e altre unità, e sono coordinate e controllate da Kiev. Ecco perché non esiste il pericolo che facciano qualcosa per conto proprio, senza coordinarsi con i comandanti dell’esercito”. Ma proprio quello stesso giorno, Semenchenko, comandante del nazibattaglione Donbass, annunciava la creazione del comando indipendente di 13 nazibattaglioni, per contrastare lo Stato Maggiore dell’esercito regolare ucraino. Secondo Evgenij Chudnetsov, miliziano del nazibattaglione ‘Azov‘, catturato a Shirokino, nel battaglione “Azov” operavano diversi consiglieri stranieri: georgiani, svedesi, francesi, un serbo e statunitensi. In particolare, gli svedesi insegnavano le tattiche di combattimento, gli statunitensi fornivano kit medici della NATO e facevano vedere come utilizzarli. Inoltre i mercenari stranieri attivi nel nazibattaglione “Azov” svolgevano compiti come cecchini, specialisti in comunicazione ed impiego dei droni, spie e sabotatori per missioni speciali, ma non partecipavano alle operazioni sul campo. Tali mercenari, che non conoscevano la lingua russa o ucraina, erano presenti anche presso gli altri battaglioni di volontari neonazisti. Secondo Chudnetsov “Molti di tali combattenti hanno un sogno: venire a Kiev e sostituire il Presidente con un militare. Viene discusso da tempo, ed ho la sensazione che le parole diverranno presto fatti”. Combattenti addestrati da stranieri e militari stranieri svolgevano principalmente operazioni speciali indipendenti dalle forze armate ucraine, e sarebbero stati pronti a rovesciare Poroshenko”.
Non è un caso che nel sito di Chiesa non compaiono mai notizie e informazioni provenienti dai siti filo-novorussi (Cassad, Novorossiya.info, la pagina su NationPresse di Jacque Frére**, Histoire et Societé, Saker, Castel, Slavyangrad, Fort-Russ, ecc.), ma in compenso abbondino gli strali contro i fantomatici ‘rosso-bruni’ rei di sostenere la Libia jamahiriyana o la Siria baathista (mentre Chiesa dava del ‘cane morto’ al presidente siriano Bashar al-Assad).

Ma qui resta la confusione, apparente, sull’iniziativa a Latina tra Giulietto Chiesa e Gabriele Adinolfi. Finora oltre all’annuncio non c’è altro, non si capisce se ci sia stata o meno tale iniziativa; ma lo stesso Chiesa, che ha pubblicizzato sulla sua pagina FB, il 7 febbraio, tale incontro, riconosce e legittima il maggiore sostenitore pubblico italiano dei neonazisti ucraini. In seguito, Chiesa non ne ha fatto più cenno: hanno ‘secretato’ la conferenza? Non c’è andato? Hanno rinunciato? O cos’altro? E’ evidente che per qualcuno tale ‘confronto culturale’ è abbastanza imbarazzante. Tanto quanto può essere imbarazzante, per questa polena di una presunta alleanza anti-NATO, venire citato su un manuale dell’US Army che nel 1997 studiava gli scenari di Washington per uno scontro con la Russia:
“… As Giulietto Chiesa observed, in Russia the question is not whether individuals are engaged in corruption, but to what degree.21 Organized crime maintains its deep penetration of Russian state and society and, according to one estimate, generated more than U.S. $900 million in revenues in 1996. …”
Pagina 10 del testo Russia’s Future as a World Power, di Peter J. Stavrakis, December 8, 1997 This monograph was prepared for the U.S. Army War College Annual Strategy Conference.
Si, il documento in .pdf è stato rimosso, ma l’ho scaricato e conservato:
Chiesa1aSì, Chiesa può fare quel che vuole, vedere chi vuole, parlare con chi vuole, ma non può arrogarsi il ruolo di ‘nemico numero uno della NATO,’ o di rappresentante ‘unico’ dell’antimperialismo (parola che in realtà non usa mai), o di unico rappresentante italiano della lotta del popolo novorusso; non lo è in nessuno dei casi, e forse non lo è comunque del tutto.

I capi dei nazibattaglioni ucraini, celebrati dal senatore USA John McCain e dal banderista italiano Gabriele Adinolfi, con cui Giulietto Chiesa vorrebbe costruire un fronte anti-NATO...

I capi dei nazibattaglioni ucraini, celebrati dal senatore USA John McCain e dal banderista italiano Gabriele Adinolfi, con cui Giulietto Chiesa vorrebbe costruire un fronte anti-NATO…

I capi dei nazibattaglioni ucraini, celebrati dal senatore USA John McCain e dal banderista italiano Gabriele Adinolfi, con cui Giulietto Chiesa vorrebbe costruire un fronte anti-NATO...

Il capo del nazibattaglione ucraino Donbass Semjon Semenchenko (ovvero Konstantin Grishin), nella sede dell’IRI, l’istituto internazionale del Partito repubblicano degli USA, guidato dal senatore John McCain. Semenchenko è un altro eroe celebrato dal banderista italiano Gabriele Adinolfi, con cui Giulietto Chiesa vorrebbe costruire un fronte anti-NATO…

Note
* i cui ducetti finiscono a Bruxelles, con la proletarissima qualifica di portaborse a nostre spese di Salvini. Senza trascurare l’impresa di Crimea, con il tentativo di creare un focolaio di tensioni etniche promuovendovi l’identarismo ‘italiano’ contro la componente demografica maggioritaria russa della Crimea, sulla scia del revanscismo slavofobo istriano-dalmata contro la Jugoslavia. Un microimperialismo straccione e allineato alla NATO come lo è il neofascismo italiano, straccione e allineato alla NATO (Gladio), che lo promuove.
** che sebbene sia un giornalista del Fronte nazionale francese, non ha problemi nel definire Kiev, un regime fascista e nazista, al contrario dei ‘neorussofili’ della 25.ma ora, che ci tengono a fare ‘distinzioni’ tra i fascisti ‘veri e buoni’ (loro) e gli ‘pseudo-fascisti’ (i banderisti di Kiev); un marketing politico scadente, buono per gonzi e opportunisti.

Qui, Francesco Saverio Fontana, in arte stan, sodale di Gabriele Adinolfi, su una pagina del forum neofascista Vivamafarka  si vanta di aver poartecipato al massacro di Odessa.

Qui, Francesco Saverio Fontana, ‘Stan Ruinas’, sodale di Gabriele Adinolfi, su una pagina del forum neofascista Vivamafarka si vanta di aver partecipato al massacro di Odessa.

logogladioMentre Chiesa disquisisce su un preteso fronte unitario anti-NATO con i sostenitori italiani del golpe di Gladio a Kiev, la Gladio in Ucraina imbastiva una nuova provocazione: il 22 febbraio, A Kharkov, mentre circa 500 sostenitori del golpe a Kiev manifestavano e raccoglievano ‘aiuti’ per l’esercito ucraino, un’esplosione colpiva la manifestazione uccidendo due persone. Subito dopo il servizio di sicurezza ucraino (SBU) arrestava un ‘sospetto’. Infatti spuntava un “testimone credibile” dire che poco prima dell’esplosione, un individuo era andato via su un’auto con il nastro di San Giorgio. Subito dopo l’attentato ‘false flag’, Turchinov annunciava il lancio di un “operazione antiterrorismo” a Kharkov. Intanto già comparivano le foto di quattro persone arrestate, che secondo Turchinov sarebbero state russe. Ma tali foto furono scattate di notte, e poi pubblicate sul sito neonazista censor.net alle 17:08 del giorno dopo, 4 ore dopo l’attentato. I “colpevoli” furono arrestati prima dell’attentato… Il blogger Igor Golikov sosteneva che sul video che mostra l’esplosione, apparisse l’agente dell’SBU Igor Rassokha conversare amichevolmente con l’autore del video stesso. Rassokha organizza unità paramilitari per reprimere i sospettati di tendenze “separatiste”. Intanto i deputati della Rada chiedevano l’arresto del sindaco di Kharkov, Kernes, che non ha mai mostrato entusiasmo per la junta. Il sindaco di Kharkov Gennadij Kernes aveva annunciato pochi giorni prima che la sua autorità non avrebbe finanziato i ‘volontari’ che si preparavano per la ‘difesa’ della città. ‘I volontari e attivisti che prepareranno rifugi, posti di blocco, lo faranno con fondi del bilancio‘, aveva annunciato un attivista alla riunione del Consiglio Comunale, chiedendo di destinare a tale scopo il 2% del bilancio della città. ‘Noi non consideriamo Kharkov zona ATO (operazioni anti-Novorossija)’, aveva risposto Kernes. Non puntiamo alle divisioni. Apriremo la città ai profughi e privilegiamo le famiglie con molti bambini e gli studenti. E’ nostro compito principale. I militari proteggono Kharkov’, ha detto Kernes. Tra l’altro, sempre Kernes, il 18 febbraio aveva dichiarato che la Russia non ha mai aggredito l’Ucraina. Nei giorni precedenti i media majdanisti diffondevano attivamente allarmismo su un’offensiva delle FAN su Kharkov e Marjupol. (Fort Russ)

Come già detto, gli interlocutori di Giulietto Chiesa, nella costruzione del suo fantomatico fronte anti-NATO (magari con la benedizione di Gorby e di qualche magnate statunitense sostenitore della riduzione violenta della popolazione mondiale), comprendono attivi sostenitori italiani di Pravij Sektor, una banda di sicari sempre presente nelle stragi perpetrate in Ucraina contro gli oppositori dei golpisti di Gladio a Kiev: “Il 20 febbraio 2014, una banda di nazisti bestiali di Pravij Sektor assaltò un convoglio di 8 autobus della Crimea presso Korsun, perpetrando una strage tra gli oppositori del colpo di Stato nazionalista. Gli autobus rientravano da una manifestazione a Kiev di Antimaidan. Vicino Korsun, a Shevchenkovskij, nell’oblast di Cherkassij, il convoglio fu assalito da teppisti armati di Pravij Sektor; i nazisti conoscevano i movimenti del convoglio e gli tesero l’agguato. Gli autobus presi furono bruciati, i loro passeggeri brutalmente torturati, picchiati e umiliati. Diverse persone picchiate a morte e uccise. Una testimonianza di una delle vittime, Oksana, apparve online: “Stavamo andando a casa da Kiev su un bus. A un posto di blocco cominciarono a spararci e a lanciarci molotov. Quando sono uscito, fui colpito, poi iniziarono a sparare ai ragazzi“. Sull’autobus c’era anche un ferito, per il quale l’ambulanza era stata chiamata. “Iniziarono a pestare ragazzi, ragazze, indiscriminatamente”, ricorda Oksana, “Quindi presero gli uomini, che ritornarono mezzi nudi. E li costrinsero ad inginocchiarsi su cocci di vetro e cantare l’inno ucraino, gridare “Gloria agli eroi”. Presero cellulari, passaporti, e li picchiarono portandoli via. Ci lasciarono sul bus per nove ore, e poi ci rilasciarono. Ora mi piace la situazione in Crimea. All’epoca, quando eravamo in difficoltà, nessun militare o poliziotti ci soccorse. A nessuno fregava niente. Quando ci hanno lasciato andare, ci dissero che sarebbero arrivati presto in Crimea, e sarebbe stato molto peggio che a Kiev. Sono contento che qualcuno oggi ci protegge“. (Fort Russ)

Casapound: alleata di Pravij Sektor e di Giulietto Chiesa...

Casapound: alleata di Pravij Sektor e di Giulietto Chiesa…

Che c’è da dire, nulla. Chiesa è quello che è, ovvero un narcisista che si presenta per quello che non é. Non è un marxista, ma un malthusiano dichiarato secondo cui la popolazione umana dovrebbe stabilizzarsi sui 1,7 miliardi di persone (non chiedetemi il perché, sarà un numero scaramantico); nonostante parli contro questa società consumista (scagliandosi soprattutto contro i tabelloni pubblicitari, come fece una volta in un suo intervento-conferenza cui assistetti), il suo sito Megachip trabocca di pubblicità; non è anti-imperialista, perché celebrare la scientificità del Club di Roma, vantarsi dell’amicizia con Gorbaciov (oltre che aver fatto fallire il ‘golpe di agosto’ 1991) e fare conferenze al Centro Kennan, del dipartimento di Stato degli USA, difficilmente possono accreditarlo come tale. In compenso, non è poi così amico della Russia, forse di certi tipi di russi, dato che lui stesso, nel ‘lontanissimo’ marzo 2012 (un’era geologica, no?), sostenne i moti di piazza a Mosca, finanziati dall’ambasciata degli USA, per protestare contro la rielezione alla presidenza di Vladimir Putin, affermando che aveva organizzato dei brogli e quindi auspicandone la sostituzione con qualche leader ‘democratico’, o che apparisse tale appunto presso il Centro Kennan del dipartimento di Stato degli USA:

Si presti attenzione a ciò che Giulietto Chiesa dice, in questa intervista radiofonica, soprattutto alla fine dell’intervento, e lo si colleghi a quanto qui di seguito riportato dallo studioso esperto di Russia, Jean Geronimo: “In questo contesto, il golpe propedeutico per controllare la grande regione dell’ex-Unione Sovietica ha giustificato una strategia manipolativa basata su una disinformazione continua per compattare l’opinione pubblica internazionale e, soprattutto, sostenere un processo “rivoluzionario” ispirato al modello siriano, nella sua fase iniziale. L’obiettivo era far precipitare la caduta del presidente in carica Viktor Janukovich, fornendone una legittimazione confermata dall’assegno in bianco occidentale. In ciò, il colpo di Stato nazional-liberale, ufficialmente avvenuto il 22 febbraio 2014, rientra nella logica degli scenari “colorati” degli anni 2000 costruiti dall’occidente nello spazio post-sovietico con le sue proiezioni locali ed ONG “democratiche” basate sulle potenti reti politiche delle élite oligarchiche e dei principali oppositori al potere filo-russo di turno. Al momento, tali “manifestazioni” furono interpretate dal Cremlino come segnali di un’offensiva globale volta, infine, contro la Russia e le cui premesse, via interferenza occidentale, furono osservate nelle ultime elezioni russe (presidenziali) nel marzo 2012. Secondo una certezza inquietante e nonostante l’assenza di prove reali, l’ONG Golos, finanziata dagli USA (!) accusò Putin di “massicci brogli elettorali”. L’obiettivo di Golos era fomentare il malcontento nelle piazze per creare, in ultima analisi e invano, un’effervescenza “rivoluzionaria” per destabilizzare il nuovo “zar rosso”. Con una ridondanza mediatica, continua e manipolatrice, osservata poi durante Majdan”. (Histoire et Societé)
Tra l’altro, l’opposizione di Giulietto Chiesa verso Putin non è un caso, essendo un notorio grande amico e grande estimatore della ‘genialità’ del globalista Mike Gorby, il quale ha una posizione nettamente contraria alla costruzione di Putin di un polo geopolitico anti-atlantista e di un mondo mulitpolare.

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Gorbaciov, premiato con la Medal of Freedom degli USA, per aver distrutto l'URSS (e con un piccolo aiuto di Chiesa stesso).

Gorbaciov, premiato con la Medal of Freedom degli USA dallo stesso Bush il vecchio, per aver distrutto l’URSS (con un piccolo aiuto di Chiesa stesso).

Tra l’altro, mentre la Russia allaccia solidi rapporti con la Repubblica Democratica Popolare di Corea, e Obama e l’ignobile apparato propagandistico di Hollywood rilanciano la campagna mediatica per denigrare Pyongyang, Giulietto Chiesa ci teneva a prendere le distanze dalla Corea democratica, diritto legittimo, ma ricorrendo ad argomentazioni insulse e insultanti verso la Corea, il suo popolo e la loro Storia, ripescando a piene mani la fetida feccia disinformativa della peggiore disinformazione made in USA. Chiesa ciancia di “ghirigori della Storia” definendo la Corea Democratica, “buco nero demenziale e schiavista lontano dalla nostra civilità”. La civiltà di chi? Quella di Huntington e altri guerrieri freddi neocon a cui Chiesa s’ispira chiaramente mentre definisce la Corea democratica pedina di Washington? (Si tratta del peggiore complottismo statunitense, quello dell’estrema destra goldwateriana). I “ghirigori”, di cui farnetica Chiesa, sono una guerra terrificante, che nel 1950-53 quasi sterminò la popolazione nordcoreana, e la politica adottata da Pyongyang negli ultimi 25 anni per evitare di fare la fine di Libia, Iraq o dell’URSS dell’amato Mike Gorby.

Perciò, da questo punto di vista, non sorprende tale convergenza tra Chiesa e Adinolfi, nonostante le rispettive verbosità pro-russe, o pseudo-tali, il nemico costoro lo indicano apertamente: sono appunto la Russia, la Cina, i BRICS, il Blocco eurasiatico in via di formazione (un blocco che non ha nulla a che fare con bizzarri misticismi allucinati, ma con concretissimi, materialissimi, legami economico-politico-strategici tra le grandi e meno grandi potenze della regione eurasiatica), ecc. ecc. Difatti, mentre Giulietto Chiesa disquisirà di finezze geopolitiche, tra il disintegrato e l’apocalittico, con il giullare nazista della NATO Adinolfi, il vate italiano di Pravij Sektor che lirizza sui crimini di Gladio in Ucraina, i camerati di Adinolfi (e indiretti disquisitori di Chiesa) continuano tranquillamente a combattere la ‘loro’ guerra, l’unica che sappiano fare, bombardando i civili nel Donbas:


“Sul fronte falso, su quello degli psicotici e degli esibizionisti, dei falliti e dei segaioli c’è cagnara, ci sono odio, insolenza, bassezza, spirito e anima da canaglia partigiana”.

Ustascia croati in Ucraina. Le armate di Gandalf si radunano nel Reich di Gladio in Galizia

Ustascia croati in Ucraina. Le armate di Gandalf si radunano nel Reich di Gladio in Galizia

Mentre il forbito interlocutore di Chiesa, Adinolfi, delira di ferree armate di legionari europei, ovvero le bande di neonazisti organizzate da Gladio composte da mercenari provenienti da USA, Italia, Paesi della NATO, Svezia, Croazia, Paesi Baltici, ecc., per combattere nel Reich galiziano di Gladio contro i lavoratori del Donbas, la popolazione ucraina “vota con i piedi” sul governo di Pravij Sektor, Svoboda, Gladio e altri luminosi eroi del tristo buffone evolesco. Alex Christoforou si domanda, “La Russia invade l’Ucraina o l’Ucraina invade la Russia? Cerchereste rifugio nelle braccia del vostro “nemico? L’ultima volta che ho controllato 1000 soldati russi invasero l’Ucraina, poi erano 9000 o 7000. Ho perso il conto, come fanno gli autori di Obama, Psaki, Porky e Yats (Jatsenjuk). Ecco dati che potrebbero scioccare certi zombie europei e statunitensi…
20.000 uomini ucraini che in una settimana si sono rifugiati in Russia, per evitare la mobilitazione di Porky.
1193000 ucraini in età di leva restano in Russia.
2,5 milioni di cittadini ucraini (rifugiati) sono curati (alimenti, vestiti, ecc.) in Russia.
Secondo la TASS “Circa 2,5 milioni di cittadini ucraini, tra cui 1193000 uomini in età di leva, restano nel territorio della Russia. Oltre 850000 persone sono arrivate dalle regioni del sud-est dell’Ucraina. Circa 440000 persone, costrette a lasciare il sud-est dell’Ucraina, hanno richiesto lo status di rifugiato, rifugio temporaneo o permesso di soggiorno temporaneo”. La Russia ha 531 centri di accoglienza temporanea nel proprio territorio per 27000 rifugiati ucraini. Se questo non è votare con i piedi (letteralmente) non so cosa sia! Questi numeri dovrebbero aiutare ogni persona con mezzo cervello a capire chi sia il vero aggressore, e chi sia l’attuale invasore/destabilizzatore. Quindi chiedo di nuovo… cerchereste rifugio nelle braccia del vostro “nemico”? Quanti rifugiati ucraini sono curati da europei e statunitensi? Quanti centri per rifugiati ha creato la Polonia? Dimenticavo, l’Europa orientale predilige i centri comando della NATO piuttosto che i centri di accoglienza”. (Fonte) Anche i neonazisti italiani e i loro furbi camerati di viaggio prediligono i centri comando, se non le sale conferenze di Langley, quartier generale della CIA.00-the-return-of-the-living-dead-its-alive-fascism-rises-from-the-tomb-1Il Gandalf evolesco dei miserabili, Gabriele Adinolfi, qui, troverà motivo di ulteriore lirismo dannunziesco-marinettesco, celebrando l”onorevole’ compito di difendere la ‘Civiltà’ e la ‘Tradizione’ europeesche (leggasi III Reich/Gladio/NATO) macellando civili, famiglie, scolari, ricoverati in ospedale, operai, minatori e prigionieri. Il tutto, di sicuro, sollazzerà l’ego narcisistico dell”oppositore’ mediatico (virtuale) con i baffoni.

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nemici che non si conosceranno mai perché il war game da tastiera non lo consente

Infine, mentre Chiesa starnazza come un ossesso per la sua espulsione da parte della notoriamente ferocissima polizia dell’Estonia quale ‘persona non grata’, esercitando un diritto riconosciuto a qualsiasi Stato, titolo di cui si fregia quale vittima del sistema comparendo sulle TV del sistema e scrivendo articoli per i più efferati giornali del sistema, il giornalista inglese Graham Phillips, un vero amico della Novorossia, riceveva una lettera minatoria dal Ministero degli Esteri del Regno Unito, “Siamo stati avvisati da una serie di aggiornamenti sui social media che hanno spinto alcuni a sollevare domande circa la vostra presenza in Ucraina in qualità di giornalista. Le particolarità che hanno sollevato preoccupazioni sono le sue foto mentre indossa uniformi militari, insegne separatiste o tiene armi da fuoco. Siamo molto preoccupati che possa trovarsi in pericolo con tali attività che potrebbero essere viste come offuscamento della linea tra giornalismo e partecipazione attiva al conflitto. Il ministero degli Esteri del Regno Unito raccomandava i cittadini inglesi di non recarsi in Crimea, Donetsk, Lugansk e neanche Kharkov. Come abbiamo detto in precedenza, raccomandiamo che i cittadini inglesi lascino queste zone”. Graham Phillips ha risposto, “accetto che i miei metodi di lavoro possano apparire non convenzionali. Tuttavia è facilmente spiegabile, indosso camuffamenti durante le riprese da posizioni in prima linea, in modo da non attirare l’attenzione su coloro che sono con me, o su me stesso. I militari ucraini sono altrettanto inclini a sparare ai giornalisti quanto ai combattenti. In primo luogo, un fatto, non sono in Ucraina ma sono in Nuova Russia, che ha votato la secessione dall’Ucraina nel referendum dell’11 maggio scorso, dopo la rivoluzione violenta di Euromaidan che ha imposto un governo illegittimo di estrema destra. Indosso ‘insegne separatiste’ perché penso che la Nuova Russia sia un Paese bellissimo. Ho preso parte ad esercitazioni per mia esperienza e comprensione da corrispondente di guerra. Apprezzo il sostegno del mio Paese, diplomaticamente, e spero che il mio lavoro illumini i nostri cittadini sulla situazione reale qui, piuttosto che essere afflitti da travisamenti tristemente perpetrati da gran parte dei media inglesi e dalla posizione sbagliata del governo”. (Cassad)

ukraine-deport-rt-contributorMa perché questa puntualizzazione?
Sazio della partecipazione alle aborrite (da lui) trasmissioni di disinformazione delle nostrane TV atlantiste, e di spazi concessi sui giornali nazionali che, come la Stampa e il Fatto quotidiano, da sempre sono schierati con il golpe a Kiev, con entusiasmo supportano il massacro nel Donbas, e che infine propalano un’accesa disinformazione strategica contro Russia, Iran, Venezuela, ecc., il divino Giulietto vuol disquisire di tematiche iperboliche con il Gandalf dei gollum neonazisti attuali, italiani e galiziani. Ciò mentre nella città di Donetsk, le forze di sicurezza arrestavano e interrogavano l’ennesima criminale stragista, attivista aderente al tanto amato, da Adinolfi, Pravij Sektor (e non è forse lo stragismo segno distintivo di Gladio?):

1506033Marija Varfolomeeva, qui interrogata, si era infiltrata nella città di Donestk, con un compito specifico: riferire all’artiglieria ucrofascista gli effetti dei suoi tiri sulla città, e comunicare i dati per correggere il tiro e renderlo più efficace, centrando con pochi colpi i bersagli nella città: fabbriche, ospedali, stazioni elettriche, stazione ferroviaria, centri umanitari, centri di distribuzione degli aiuti, ecc. Quando le dicono: ‘hai aiutato delle persone che hanno ucciso donne e bambini’, abbassa lo sguardo e si mette a piangere.

Possiamo dire che Varfoloomeva sia la Chris Kyle di Adinolfi e Chiesa? Io dico di sì. Certo, qualcuno chiederà clemenza umanitaria per tale assassina, e Adinolfi la beatificherà ‘santa combattente’ dell’allucinante, questo sì, immaginario Reich di Gladio in Galizia. Non sarà solo, come evidenzia il caso di un’altra ‘martire’ scelta dai nazipiddini dell’ANPI, la pilota ucraina Savchenko. E Chiesa, tranquillo, continui pure a usare l’11 settembre 2001 e la Russia per alimentare il suo narcisimo sconfinato. Nauseante.

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Nadezhda Savchenko, pilota, torturatrice e nazista ucraina, agli arresti in Russia per i crimini commessi nel Donbas. Eletta a ‘vittima perseguitata dalla brutalità russa’ dal variegato fronte filo-golpista: PD, ANPI, nazisti, sionisti, ecc.

Non ci si illuda, non c’è solo Giulietto Chiesa che corre a legittimare i neonazisti di Gladio, qui e in Galizien. Alla conferenza ROMA – TERZA ROMA, del 27 novembre 2014, cui partecipava Irina Osipova, presidente del movimento RIM dei giovani Italo-‘Russi’, assai vicina alla Lega di Matteo Salvini e soprattutto a Casapound, organizzazione neofascista italiana coinvolta nelle attività dei neofascisti ucraini, soprattutto a Lvov (centro geografico del banderismo galiziano) e in Crimea, era presente anche il Gandalf del neonazismo italo-galiziano. Una presenza risultata graditissima agli organizzatori ‘pro-russi’, con tanto di complimenti reciproci. Strano rapporto tra l’attivista ‘russa’ e certi filo-‘russi’, che sosterrebbero i diritti della popolazione russofona, e il massimo propagandista ideologico di Pravij Sektor in Italia.

Gabrile Adinolfi, alla conferenza ROMA – TERZA ROMA

Gabriele Adinolfi, alla conferenza ROMA – TERZA ROMA

Conferenza ROMA – TERZA ROMA

Conferenza ROMA – TERZA ROMA, con Irina Osipova

Osipova a Mosca con Matteo Salvini segretario della Lega Nord, il presidente dell'associazione culturale Lombardia Russia Gianluca Savoini e Claudio D'Amico.

Osipova a Mosca con Matteo Salvini segretario della Lega Nord, il presidente dell’associazione culturale Lombardia Russia Gianluca Savoini e Claudio D’Amico.

Infine, i colleghi di Chiesa, ovvero i giornalisti di RAI e Mediaset, trasmettevano sottoforma di ‘servizio giornalistico’ materiale propagandistico del battaglione neonazista Azov:

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La popolazione ucraina, checché ne dica il nazista Adinolfi, non vuole uccidere e morire per gli oligarchi mafiosi e i loro tirapiedi neonazisti.

Qualcuno, diciamo tutti, in Novorossija, di 'amici' come Chiesa, Osipova e affini, non si fida comunque.

Qualcuno, diciamo tutti, in Novorossija di ‘amici’ come Chiesa, Osipova e affini, non si fida comunque.

Gli huthi hanno preso il potere nello Yemen

Viktor Titov New Eastern Outlook” 20/02/2015Supporters of the Shi'ite Houthi attend hold a poster of the group's leader Abdul-Malik al-Houthi during an anti-government rally in SanaaCon fiducia gli huthi continuano a rafforzare le loro posizioni in Yemen. Il 6 febbraio hanno adottato una dichiarazione costituzionale, che rafforza politicamente il loro potere stabilito per mezzo della forza. Secondo Paesi occidentali e del GCC, questi passi hanno interrotto il dialogo politico con gli altri partiti, in procinto di completarsi. Chiaramente, ciò era pianificato da tempo, gli insorti semplicemente attendevano il momento giusto. Le principali organizzazioni politiche in Yemen, GPC e movimento Islah, hanno respinto la dichiarazione, ma hanno espresso la volontà di proseguire i contatti per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, gli huthi sono disposti a condurre il dialogo solo su tale base. In queste condizioni, l’occidente ha spinto le Nazioni Unite e il suo rappresentante Jamal Benomar, a fare pressione sugli huthi, accusandoli d’interrompere il processo di negoziazione con l’adozione della dichiarazione costituzionale, sciogliendo il parlamento e controllando le istituzioni statali. Tuttavia, in risposta, il capo dei ribelli Abdulmaliq Huthi ha emesso un messaggio in cui esorta i governi stranieri “a considerare agli interessi dello Yemen, e ad accogliere la dichiarazione come “storica e unico passo giusto“, allo stesso tempo ha minacciato vari Paesi di “perdere” le relazioni con lo Yemen. A conferma delle sue parole, si è messo al lavoro. Il 7 febbraio, il Consiglio rivoluzionario huthi ha adottato un decreto per formare il Comitato Supremo per la sicurezza, con a capo l’ex-segretario della Difesa Mahmoud al-Subayhi, e costituito da militari e ministro degli Interni. Il secondo decreto ha nominato due ministri (dimissionari) capi temporanei dei loro ministeri. Con ciò viene sollevata la questione del riconoscimento delle nuove autorità, tanto più che gli huthi hanno promesso di creare un consiglio presidenziale e un governo. Il 10 febbraio, una nuova dichiarazione di Abdulmaliq Huthi attaccava duramente le azioni di “forze esterne e interne” per il malcontento per la proclamazione della dichiarazione costituzionale. Secondo lui, tali “forze” cercano di distruggere l’economia dello Yemen. Ha anche criticato un certo numero di ambasciate straniere, che diffondono appelli a lasciare Sana, anche se la situazione nella capitale, in termini di sicurezza, è migliorata in modo significativo. Ovviamente intendeva statunitensi, inglesi e sauditi. Dopo di che, senza preavviso formale, l’11 febbraio le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti hanno chiuso a Sana. Così occidente e Paesi del CCG apertamente isolano politicamente ed economicamente lo Yemen, con l’obiettivo di minare il governo degli huthi a Sana. Tuttavia, tale politica ha immediatamente causato l’effetto opposto, portando ad un indurimento delle posizioni degli huthi e alla sostanziale degradazione della situazione.
Successivamente, Turchia e Giappone hanno deciso di chiudere le loro missioni diplomatiche. Occidente e CCG all’unanimità insistono sul fatto che la loro fede nel successo dei negoziati, sotto gli auspici del consigliere speciale del Segretario Generale per le Nazioni Unite, Jamal Benomar, tra le forze politiche yemenite per raggiungere la riconciliazione nazionale, è completamente persa. Anche se i negoziati sono ripresi, sono al di fuori del quadro della dichiarazione costituzionale, inoltre, essendo diventati gli unici governanti a Sana, gli huthi controllano la sicurezza nella capitale yemenita. Di conseguenza, i Paesi occidentali e del GCC hanno deciso di recidere i legami con gli huthi, attuando una linea per minare la stabilità dello Yemen, creandogli problemi e isolandolo. E’ ovvio che dietro tutto questo vi sia Washington, che praticamente ha ordinato agli alleati occidentali e arabi di seguirla. E in silenzio seguono, come in Ucraina. E’ possibile che gli statunitensi abbiano deciso la chiusura dell’ambasciata su pressione della maggioranza repubblicana al Congresso, dove c’è la totale paura del ripetersi dell’incidente in Libia, con l’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze per l’immagine di Washington, che non potrebbe rispondervi adeguatamente. Dopo aver distrutto la Libia, gli Stati Uniti persero la possibilità di influenzare la situazione. La stessa cosa in Yemen: dopo aver organizzato la rivoluzione colorata, Washington vi ha semplicemente perso influenza. Molti definiscono l’attuale situazione in Yemen vuoto di potere, anche se non è così. Gli huthi controllano le province centrali e settentrionali del Paese. Solo il meridione non obbedisce alle istruzioni, ma allo stesso tempo non s’immischia nel conflitto. Non è impossibile che gli huthi, attraverso contatti con le province meridionali e la sotterranea presa del potere, possano sottomettere l’intero Paese. Tanto più che alle spalle hanno un Paese potente: l’Iran. E i Paesi del CCG, primo fra tutti l’Arabia Saudita, vicino più prossimo dello Yemen, non possono influenzare la situazione. Se cercassero d’intervenire, è probabile che le truppe huthi e loro sostenitori, tra cui gli sciiti nelle province limitrofe saudite, semplicemente passerebbero il confine. E Riyadh non ne ha bisogno, visto che il re è appena morto e il nuovo re praticamente inscena un colpo di Stato eliminando figure chiave della cerchia dell’ex-monarca. Le apparenze indicano che ci vorranno 2-3 mesi per capire la situazione nello Yemen e se gli huthi avranno la vittoria totale. In questo momento, almeno, sono al potere e con fiducia vanno avanti. Non è escluso che presto creeranno un consiglio presidenziale e un nuovo governo. Gli Stati Uniti subirebbero un’altra sconfitta nella regione.yemen_mapViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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