Alessandro Lattanzio: la NATO al centro del golpe in Turchia

Turkey+19TEHERAN (Parstoday Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista, e analista delle questioni politiche internazionali e del Medio Oriente, e Aldo Braccio, redattore della rivista Eurasia hanno partecipato al dibattito di questa settimana della Tavola Rotonda. Con i due ospiti abbiamo esaminato i vari aspetti del golpe in Turchia, il ruolo degli Stati Uniti e di altri Paesi come l’Arabia Saudita, e di come questo colpo di Stato voleva e doveva cambiare gli equilibri interni ed esteri della Turchia, anche riguardo la sua presenza nella NATO.
Per ascolatre la versione integrale di questa puntata potete cliccare qui.

Chi guida la guerra alla Siria, CIA o Turchia?

Moon of Alabama, 9 agosto 20160369ec165684a819da32d29555fbe3ebAlcuni rapporti sull’ultimo assalto di al-Qaida su Aleppo suggeriscono un ruolo di primo piano della Turchia in tale operazione. Ciò contraddice l’analisi di un cambio della politica estera turca che si orienta esclusivamente da occidente ad oriente. Un tale cambio implica un meno intenso impegno turco in Siria. I precedenti articoli di Economist e Financial Times indicavano un ruolo meno attivo della Turchia in Siria. Ma un nuovo articolo del Financial Times sottolinea il ruolo della Turchia nel rifornire ed addestrare i vari gruppi, in particolare al-Qaida, riducendo al minimo il coinvolgimento degli Stati Uniti: “L’offensiva contro le truppe del Presidente Bashar al-Assad potrebbe aver avuto maggiore aiuto estero di quanto sembri: attivisti e ribelli dicono che le forze di opposizione ricevevano nuove armi, denaro e altri rifornimenti, prima e durante i combattimenti. Al confine ieri abbiamo contato decine di camion che trasportavano armi“, ha detto un attivista siriano, che passavano tra Siria e Turchia. “Accade tutti i giorni da settimane… armi, artiglieria, non parliamo solo di alcuni proiettili o fucili”. Altri due ribelli che, come tutti gli intervistati, hanno chiesto di non essere identificati per la sensibilità dell’oggetto, descrivevano come denaro e rifornimenti transitavano da settimane. Appena dieci giorni prima il FT citava i ribelli siriani dire “la Turchia era inattiva mentre i ribelli lottano“. The Economist ha detto che la Turchia ora “chiude periodicamente il valico di frontiera di Bab al-Hawa“. Nel nuovo articolo si afferma che la Turchia è il cardine logistico dell’attacco su Aleppo; che l’attacco è stato pianificato ad Ankara e che i gruppi al-Qaida/a-Nusra sono stati probabilmente addestrati dai militari turchi. Inoltre, sostiene che i massicci rifornimenti dalla Turchia si sono intensificati negli ultimi giorni, mentre erano limitati nei mesi precedenti. Ahrar al-Sham, simile ai taliban, il gruppo terroristico supportato dagli USA in Siria, riceve improvvisamente vasti aiuti dai turchi. Queste notizie non s’incastrano. Secondo esse la Turchia o si ritira dalla guerra alla Siria o l’intensifica. Com’è? L’8 agosto il Presidente russo Putin incontrava il Presidente iraniano Rouhani in Azerbaigian. Il 9 il presidente turco Erdogan incontrava Putin a San Pietroburgo. In un’intervista alla TASS che accompagnava la riunione, Erdogan parlava delle nuove relazioni con la Russia, ma ancora insistendo sul fatto che “Assad deve andarsene” a qualsiasi costo. Diceva anche che al-Qaida, alias Jabhat al-Nusra, a suo avviso non è un’organizzazione terroristica, perché a volte combatte lo Stato islamico. Questo è coerente con il sostegno di Stati Uniti ed Israele ad al-Qaida in Siria. In risposta alle spacconate turche Putin inviava l’accordo per la base aerea russa permanente in Siria per la ratifica al parlamento russo. Il messaggio alla Turchia è che la Russia non lascerà la scena e vi resterà. L’incontro, in un modo o nell’altro, imposta nuove direzioni politiche nella guerra alla Siria. La cooperazione turco-russa s’intensificherà e la guerra finirà, o il conflitto s’intensificherà ulteriormente con il rinnovato impegno russo.
L’articolo del FT che enfatizza molto la massiccia logistica dalla Turchia (che può o non può esserci) è stato probabilmente pubblicato per indicare che la Turchia ha un ruolo più “filo-occidentale” di quanto non appaia attualmente. Ciò limiterebbe le manovre di Erdogan a San Pietroburgo. Ma è davvero plausibile che la Turchia, dopo il recente tentato golpe sanguinoso degli Stati Uniti, abbia intensificato il sostegno alla CIA, anche se ciò danneggerà le nuove relazioni con Russia e Iran? Se il recente articolo del FT enfatizza il ruolo della Turchia, viene minimizzato quello degli Stati Uniti: “Gli statunitensi, naturalmente, sapevano cosa succedeva. L’hanno ignorato per mettere pressione su Russia e Iran”, ha detto un diplomatico occidentale a contatto con l’opposizione. Possiamo essere certi che la CIA faccia molto più che ignorare i rifornimenti di armi o guardare. Le migliaia di tonnellate di armi che raggiungono al-Qaida e altri terroristi sono state trasportate dalla Bulgaria su navi noleggiate degli Stati Uniti. I MANPADs recentemente consegnati all’equivalente dei taliban in Siria, Ahrar al-Sham, certamente sono passati per le mani degli Stati Uniti. Il FT cita anche il 1° agosto come ultimatum di Kerry, che crediamo segnasse la data fissata dagli Stati Uniti per l’attacco su Aleppo pianificato da tempo, e il nuovo assedio a 1,2-1,5 milioni di civili sul lato governativo della città. Un recente articolo del New York Times (in cui il giornale per la prima volta ammette l’intenso e vecchio coinvolgimento della CIA in Siria) sottolinea il ruolo operativo centrale delle attività degli Stati Uniti nella guerra contro la Siria: “Da diversi anni la CIA si è unita ai servizi di spionaggio di diversi Paesi arabi per armare e addestrare i ribelli nelle basi in Giordania e Qatar, con i sauditi che finanziavano gran parte dell’operazione”. Sia la Turchia (secondo il FT) che la CIA (secondo il NYT), ne sono a capo. Tale contraddizione si aggiunge ad altre accuse sul responsabile ultimo e colpevole delle operazioni anti-siriane. Un esempio: l’esercito turco ha recentemente “salvato” una spia della CIA ferita nel nord della regione di Lataqia in Siria. Gli USA inviarono elicotteri per salvarla. La spia si è scoperta essere la giornalista Lindsey Snell che lavorava su un articolo per al-Nusra per l’agenzia di facciata dell’intelligence Vocativ. Era stata incarcerata per aver attraversato illegalmente il confine. E’ un altro gioco o un reale disaccordo? Può darsi che la cooperazione turco-statunitense sulla Siria, nonostante il tentato colpo di Stato, sia ancora eccellente. Ciò implicherebbe che il relativo conflitto inscenato nel mondo delle spie e nei media sia orchestrato per confondere la Siria e i suoi alleati. Ma tali conflitti potrebbero anche indicare lotte reali dietro le quinte. Altre lotte su chi sarà impelagato con gli infanticidi di al-Qaida in Siria e altri “ribelli” probabilmente sono imminenti.

Lindsay Snell, spia della CIA camuffata da giornalista

Lindsay Snell, spia della CIA camuffata da giornalista

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perdendo in Siria, Washington bombarda in Libia

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 05/08/2016landsatsirtelocations976Gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia segnano un’importante escalation delle operazioni statunitensi all’estero. Un portavoce del Pentagono ha detto che la campagna aerea continuerà a tempo indeterminato a sostegno del governo di unità dell’ONU a Tripoli contro lo Stato islamico (SIIL). E’ il primo intervento di ‘supporto’ aereo in Libia dal 2011, quando gli aerei della NATO e degli Stati Uniti la bombardarono per sette mesi spodestando il governo di Muammar Gheddafi. La tempistica degli ultimi attacchi aerei degli USA sulla città portuale libica di Sirte sembra significativa. Per quasi due mesi il governo di Tripoli compie incursioni contro le brigate dello SIIL a Sirte. Quindi perché vengono chiesti gli attacchi aerei degli USA in questo preciso frangente? Il dispiegamento della forza aerea degli Stati Uniti in Libia segue di pochi giorni l’offensiva decisiva lanciata dall’Esercito Arabo Siriano e dagli alleati russi sulla città strategica di Aleppo, nel nord della Siria. Mentre gli alleati siriani e russi si muovono sconfiggendo le milizie antigovernative rintanate nella più grande città della Siria, la cui vittoria fa presagire la fine della guerra siriana, la frustrazione di Washington nel contrastare il successo della Russia nella guerra ai gruppi terroristici eterodiretti in Siria è palpabile, soprattutto da quando il Presidente russo Vladimir Putin ha inviato forze russe nel Paese arabo, vecchio alleato di Mosca, quasi dieci mesi fa. La frustrazione statunitense ha raggiunto il punto di ebollizione quando la Russia annunciava unilateralmente che procedeva, insieme alle forze siriane, alla liberazione di Aleppo, seconda città della Siria dopo la capitale Damasco, assediata dai gruppi armati illegali da quasi quattro anni. Per la vicinanza al confine con la Turchia, Aleppo era la rotta fondamentale per terroristi ed armi che alimentano la guerra, una guerra che Washington, alleati della NATO e partner regionali hanno segretamente sponsorizzato con l’obiettivo politico del cambio di regime contro il Presidente Bashar al Assad. Quando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu annunciava l’apertura dei corridoi umanitari per far fuggire da Aleppo i civili e i terroristi arresisi, il piano è stato ridicolizzato quale “inganno” dal segretario di Stato USA John Kerry. L’ambasciatrice degli USA alle Nazioni Unite Samantha Power descriveva l’offensiva siriano-russa su Aleppo come “agghiacciante”. Tuttavia, il sovrano governo legittimo della Siria ha tutto il diritto di riprendere il controllo di Aleppo, ex-polo commerciale del Paese, sequestrato da vari gruppi terroristici, alcuni designati organizzazioni terroristiche internazionali. Le le aspre parole di Kerry e Power indicano perplessità di Washington per il successo di Mosca in Siria. L’intervento militare della Russia ha contrastato la cospirazione degli Stati Uniti per il cambio di regime. Washington può essersela cavata parzialmente con i piani di cambio di regime in Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina. Ma l’intervento della Russia ha sventato una manovra simile in Siria. Non solo, ma mentre Russia e l’alleato siriano sono vicini alla sconfitta definitiva delle reti dei mercenari antigovernativi di Aleppo, appare terribilmente ovvio che la farsa di Washington sui “ribelli moderati” frammisti ai terroristi venga denunciata. Da mesi Washington ha procrastinato le richieste di Mosca di fornire una demarcazione netta tra i cosiddetti moderati ed estremisti. Washington ha con cura esitato nel fornire alcuna distinzione o separazione. Mentre le forze russe e siriane mettono in un angolo i terroristi ad Aleppo, è evidente che Washington e i media occidentali sono invischiati nelle peggiori menzogne utilizzate negli ultimi cinque anni per giustificare la guerra in Siria. Inoltre, la Russia emerge vincente per come ha perseguito la campagna militare a sostegno del governo siriano. In altre parole, la Russia viene vista combattere realmente la guerra al terrorismo, mentre Washington ed alleati manifestano atteggiamenti mercuriali, se non criminali, nel rapporto con i gruppi terroristici che pretendono di combattere.
_55412434_sirte_detailmap_464 Il capo della diplomazia di Washington John Kerry era in trepidante attesa di chiarimenti da Mosca sull’offensiva ad Aleppo. Dal 1° agosto era chiaro che Mosca non aveva intenzione di assecondare le apprensioni di Washington sul piano offensivo. “Ancora una volta, l’amministrazione Obama sembra essere accecata da Putin, proprio come quando la Russia inviò le proprie forze in Siria a settembre“, dichiarava un editoriale del Washington Post. Nella notte dell’1-2 agosto gli attacchi aerei degli Stati Uniti venivano ordinati sulla Libia. Il disappunto di Washington sulla Siria è aggravata perché, solo poche settimane prima, Kerry volava a Mosca per offrire un “accordo” sulla cooperazione militare tra Stati Uniti e Russia, presumibilmente per combattere le brigate terroristiche in Siria. È apparso che tale accordo fosse solo l’invito alla Russia a far dimettere Assad. Cioè, la Russia doveva accettare l’obiettivo del cambio di regime statunitense. Alla Russia non interessa. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ribadiva la posizione che il futuro della presidenza della Siria riguarda il popolo siriano soltanto, senza interferenze estere. Poi l’offensiva militare intrapresa ad Aleppo dalle forze siriane e russe, senza riguardo per le preoccupazioni di Washington per i suoi “ribelli moderati”/terroristi era l’ulteriore segnale che Mosca persegue propri valutazioni ed obiettivi strategici. Per Washington è un affronto lancinante. L’editoriale del Washington Post citato aveva un titolo irritato: “Basta fidarsi di Putin sulla Siria”. Era l’ultimo di una serie di editoriali che ingiungevano l’amministrazione Obama a “finirla” con Mosca sulla Siria. Uno dei titoli precedenti diceva: “Obama si ritira davanti Putin in Siria, di nuovo“. Nell’amministrazione Obama sembra esserci un forte dissenso sulla politica percepita fallimentare sulla Siria. Il segretario alla Difesa Ashton Carter e il direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper si sono opposti al gioco continuo di Obama e Kerry per cercare la cooperazione militare della Russia. In precedenza, 51 diplomatici degli Stati Uniti firmavano una lettera congiunta che invitava l’amministrazione Obama ad intensificare le operazioni militari in Siria contro il governo di Assad. E’ anche chiaro che l’aspirante successore democratico di Obama alla Casa Bianca, Hillary Clinton, sia circondata da collaboratori del Pentagono che spingono per un maggiore intervento in Siria, anche ponendo il grave rischio di scontri con le forze russe. Di fronte alle crescenti critiche per il fallimento in Siria, sembra che gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia siano stati ordinati come sorta di compensazione. Il presidente Obama avrebbe ordinato gli attacchi su consiglio del capo del Pentagono Ashton Carter. Sembra che l’amministrazione Obama cerchi di respingere l’accusa di essere morbida. Inoltre, ordinando gli attacchi aerei contro i jihadisti dello Stato islamico a Sirte, in Libia, si permette a Washington di riprendere la narrazione perduta con la Russia in Siria.
Il successo della Russia in Siria ha seriamente minato l’affermazione di Washington di guidare la guerra al terrorismo. L’ultima resistenza dei gruppi terroristici ad Aleppo, tra cui le milizie sostenute da Washington e alleati, rappresenta la prova incriminante. Quindi, mentre la rete si stringe su Aleppo in Siria, la mano di Washington è costretta a scatenarsi in Libia per cercare di dare lustro alla pretesa appannata di combattere il terrorismo islamista. In realtà, tuttavia, una rete più grande sembra serrarsi su Washington. L’opinione pubblica mondiale sa sempre meglio che il terrorismo è strettamente legato a Washington, ovunque intervenga. Il terrorismo generato in Afghanistan e Iraq occupati dagli Stati Uniti, è stato innestato in Libia durante i bombardamenti della NATO nell’operazione di cambio di regime del 2011 che, a sua volta, ha contaminato la Siria nell’altra campagna di cambio di regime di Obama e della sua segretaria di Stato Hillary Clinton. Per Obama tornare in Libia con nuovi attacchi aerei è un fallimento della politica criminale in Siria, dovuto dall’intervento di principio della Russia e radicato nella degenerazione statunitense che il resto del mondo può vedere.ef9060aa52345915bb6cda55a293ac37-kfZE--835x437@IlSole24Ore-WebLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il mistero del fallito colpo di Stato in Turchia

Joe Lauria, Consortium News 2 agosto 2016did_erdogan_stage_the_coup_02Più di due settimane dopo il drammatico fallito colpo di Stato in Turchia, ciò che è accaduto esattamente è avvolto nel mistero lasciando solo speculazioni divenute “fatti” in assenza di prove convincenti. Due teorie principali sono emerse: la prima è che si trattava dell’ennesimo colpo di Stato appoggiato dalla CIA. L’altro è che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan abbia inscenato o permesso il colpo di Stato per avere l’opportunità di consolidare il dominio con una purga violenta e permanente dei presunti nemici. La prima teoria è ora passata nel regno della “realtà”, perché alcuni commentatori hanno ciecamente accettato che la CIA abbia cercato di rimuovere Erdogan mentre cercava di ricucire i rapporti con Russia, Iran e il Presidente siriano Bashar al-Assad. Assad è un uomo contro cui Erdogan ha dilapidato sostanzialmente il capitale politico cercando di rovesciarlo da cinque anni. Questa teoria afferma che la sconfitta del golpe è stata una “vittoria contro l’impero degli Stati Uniti”, perché Erdogan ha sfidato Washington spostando improvvisamente la Turchia nel campo multipolare puntando all’unione eurasiatica, piuttosto che all’Unione Europea. “Improvvisamente” è la parola chiave. Cosa ha portato all’evidente voltafaccia di Erdogan? La sua politica in Siria a sostegno dello SIIL e contro Damasco, Mosca e Teheran gli è completamente esplosa in faccia. Non è riuscito a rovesciare Assad e l’abbattimento di un aereo da guerra russo ha danneggiato l’economia della Turchia (quando la Russia ha imposto sanzioni di ritorsione). Lo SIIL gli si è volto contro attaccando l’Ataturk. Era alle corde ed ora Erdogan è un sopravvissuto supremo, scambiando nemici e amici sull’unghia se necessario. Ha dimostrato lealtà, a se stesso.

Tattico o strategico?
Per il momento, il cambio di Erdogan appare invece di breve termine, tattico, per garantirsi la sopravvivenza. Il tempo ci dirà se è anche strategico. E’ troppo presto per dire che abbia voltato le spalle a Stati Uniti, NATO ed Unione Europea aderendo al mondo multipolare. Dubito che Mosca, Teheran e Damasco si fidino davvero delle aperture di Erdogan a lungo termine, lo scopriranno con il tempo. Il governo turco, se non lo stesso Erdogan, accusa gli Stati Uniti del colpo di Stato. Un giornale conservatore estremista filo-Erdogan, Yenis Afak, ha anche accusato il Generale John F. Campbell di essere “uno dei responsabili che hanno organizzato e diretto i soldati del tentato colpo di Stato“, citando “fonti vicine al processo legale in corso” contro le persone arrestate per il golpe. Dice che Campbell “avrebbe uscito più di 2 miliardi di dollari per finanziare il colpo di Stato attraverso i legami della CIA con l’UBA Bank della Nigeria”. Senza indicare fonti o prove documentate che le operazioni segrete, per loro natura, raramente producono, è facile accusare la CIA. In questo caso, la speculazione poggia su due ipotesi, la prima è la reazione degli USA al presunto perno di Erdogan ad est. Ma come Phil Giraldi, ex-agente della CIA di stanza in Turchia, ha sottolineato, i golpisti e altri oppositori di Erdogan odiavano la sua politica in Siria e avrebbero accolto il riavvicinamento con Assad e il passo verso est. Il movente del colpo di Stato potrebbe essere invece stato dimettere Erdogan, che si crede un sultano che perpetua un governo personale. I golpisti si chiamavano Consiglio per la pace, affermando di voler ripristinare la democrazia e rovesciare un tiranno che governa in modo incostituzionale. (Erdogan già governa come se la Turchia sia passata al sistema presidenziale, anche se il referendum che vuole non c’è stato ancora).turcheFo_51977547I “terroristi”
Il secondo presupposto è che l’arcinemico di Erdogan, l’imam della Pennsylvania Fethullah Gülen che Erdogan accusa di aver architettato il colpo di Stato, è un uomo della CIA che dirige un’organizzazione “terroristica”. Erdogan chiama chiunque sia in disaccordo con lui “terrorista”: docenti universitari, giornalisti, parlamentati curdi della Turchia. Sono sorpreso che non abbia chiamato Papa Francesco terrorista per aver parlato del genocidio in Armenia. L’unica prova offerta che colleghi Gulen alla CIA è una lettera scritta da Graham Fuller, ex-agente della CIA, pubblicata in Turchia a favore della richiesta della carta verde degli Stati Uniti per Gulen nel 2006. Fuller ha condannato il colpo di Stato e il suo blog è spesso molto critico verso la politica statunitense in Medio Oriente. Gulen comunica quotidianamente con i suoi seguaci nel mondo con sermoni diffusi su Internet. Questi, come altre comunicazioni, sono monitorati dal governo turco. La prova che reggerebbe in un tribunale degli Stati Uniti su Gulen che ordina il colpo di Stato è ciò che Washington avrebbe bisogno da Erdogan nella frenetica richiesta di estradizione di Gulen. La qualità di tali prove deciderebbe se Gulen sia dietro il colpo di Stato. Naturalmente, se si crede già che la CIA sia responsabile, non si crederà a ciò che dice un tribunale statunitense. Anche senza prove, non si può escludere che i militari ispirati da Gulen ne siano coinvolti (assieme ai kemalisti secolari). Ma i gulenisti erano più numerosi nella polizia che tra i militari. Fui il primo giornalista statunitense ad intervistare Gulen per il Wall Street Journal, quando lo visitai nel suo complesso in Pennsylvania nel 2010. Studiai il gruppo per sei anni, conoscendo decine di seguaci, visitando le scuole negli Stati Uniti, in Turchia e altrove. Nella mia indagine ho visitato i seguaci mentre studiavano inglese in una delle sue scuole. La religione non viene insegnata. Non c’è nel piano di studi. L’idea che queste siano madrase jihadiste o che i gulenisti siano estremisti o terroristi è più che assurda, come chiunque li conosca attesterebbe. Una di queste persone è John Esposito della Georgetown University, uno dei maggiori esperti statunitensi di Islam. In questa video-intervista, Esposito definisce il movimento di Gulen “pluralista” ed “unico” nell’Islam. Anche se non sono d’accordo con Gulen su certe cose, in particolare l’assenza di critiche al trattamento israeliano dei palestinesi, è assurdo accettare l’accusa di Erdogan che i suoi seguaci siano terroristi. I gulenisti non hanno un partito politico, sono un movimento sociale che tuttavia cerca d’influenzare la direzione politica della Turchia. Erano quasi certamente dietro la diffusione degli audio delle telefonate di Erdogan denunciandone la corruzione in un affare immobiliare. Il New York Times ha riferito che la mia intervista a Gulen, dove sosteneva Israele nel caso dell’incidente della Mavi Marmara, creò la prima breccia nella difficile alleanza tra Gulen e Erdogan. Le telefonate trapelate furono l’ultima goccia. Erdogan licenziò ed arrestò poliziotti e giudici che osarono indagarlo per corruzione. In risposta al tentativo di colpo di Stato, Erdogan ha chiuso per decreto ogni istituzione vicina a Gulen, tra cui migliaia di scuole, fondazioni e associazioni di beneficenza, concludendo chiudendone tutti i media.

“Un dono di Dio”
In tutto, 60000 tra militari, funzionari, magistrati e accademici, che potevano forse e forse no essere coinvolti nel colpo di Stato, hanno perso il lavoro o sono stati arrestati nella rappresaglia spietata di Erdogan. Amnesty International dice che alcuni sono stati torturati. Il peggio per i golpisti è che la loro mossa ne ha consolidato il dominio assoluto, portandoci all’altra teoria: che Erdogan ha inscenato o permesso il colpo di Stato. Gulen adduce che sia stato inscenato. I suoi seguaci accusano un generale fedele ad Erdogan, Mehmet Disli, che sostengono abbia dato l’ordine di avviare il colpo di Stato. Erdogan, sapendo ore prima del colpo di Stato, avrebbe avuto la forte possibilità di lasciarlo attuare per scovare i funzionari infedeli, sicuro che i suoi capi militari li avrebbero schiacciati. Avrebbe giocato i golpisti con il doppio gioco, una volta attuato. Sarebbe stato un ingenuo tentativo di attuarlo senza il consenso della leadership militare. Erdogan avrebbe colto l’occasione offerta dal colpo di Stato, da lui stesso definito “dono di Dio”, per consolidare il dominio sulla Turchia da monarca del Golfo, mentre maturava sostegno internazionale ed anche simpatia.

L’ascesa di Erdogan
A questo punto dobbiamo fare un passo indietro e guardare la lenta ascesa al potere di Erdogan e come abbia preso il controllo degli ostili militari laici. Erdogan ha ingannato molte persone in Turchia, ma soprattutto in occidente. Fu visto come il capo di una democrazia islamica modello che avrebbe messo i militari sotto il controllo civile. Il partito AKP di Erdogan essenzialmente fa parte dei Fratelli musulmani. Muhamad Mursi chiamò il suo partito dei Fratelli musulmani egiziani come quello di Erdogan, Partito Giustizia e Sviluppo. La strategia della Fratellanza è arrivare al potere con le elezioni e quindi attuare gradualmente l’ordine del giorno islamista, invece di cercare di prendere il potere con la violenza come al-Qaida o lo Stato islamico, come i menscevichi piuttosto che i bolscevichi. Ero con un piccolo gruppo di giornalisti ad intervistare Erdogan presso le Nazioni Unite a New York nel 2009. All’epoca la sua strategia per espellere i militari turchi dalla politica, su cui erano intervenuti con quattro colpi di Stato, sembrava convincente. Cercò di sradicare la rete clandestina Ergenekon formata da mafia, militari ed intelligence dello Stato profondo turco con una mossa che sembrava favorire la democrazia civile. Ma, come il capo dell’opposizione turca Kemal Kilicdaroglu, del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), mi disse in in un’intervista a Washington nel 2014, Erdogan arrestò le persone sbagliate presumibilmente coinvolte nella cospirazione Ergenekon. Molte persone innocenti furono erroneamente accusate nella manovra dei gulenisti per espellere i militari dalla politica. In realtà Erdogan sostituì abilmente i militari con i propri militari e prese il controllo dello Stato profondo. Le sue azioni, soprattutto dopo il fallito colpo di Stato, dimostrano che la democrazia non è il suo movente. La CIA avrebbe organizzato un colpo di Stato senza l’appoggio dei vertici? La CIA avrebbe agito rapidamente perciò che sarebbe stato solo un cambio tattico a breve termine di Erdogan? I gulenisti erano coinvolti nel colpo di Stato o è la versione di Erdogan dell’incendio del Reichstag? Queste sono domande che non avranno mai risposta impantanandoci in speculazioni, scarsi sostituti dei fatti.Erdogan3Joe Lauria è un giornalista di politica estera attivo presso le Nazioni Unite dal 1990. Ha scritto per Boston Globe, London Daily Telegraph, Johannesburg Star, Montreal Gazette, Wall Street Journal e altri giornali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Le truppe dell’informazione” turche sono dirette dalla CIA

Martin Berger New Eastern Outlook 01/08/20161034883246Possiamo finalmente distinguere i piani di Washington dietro la disinformazione che i media aziendali diffondono sulla creazione delle cosiddette “truppe dell’informazione” turche. Non c’è dubbio che i servizi speciali statunitensi prevedano di usarle totalmente contro la Russia, dato che la Turchia è ampiamente considerata dalla NATO quale testa di ponte nel conflitto contro la Russia. Lo strumento principale delle “forze speciali” dell’informazione turca è il cosiddetto Onion Router, sviluppato dal Center for High Assurance Computer Systems (CHACS) dell’Office of Naval Research (ONR) nell’ambito del framework Free Haven. Il progetto è stato attuato con l’ampia assistenza della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), secondo le richieste del governo federale. Il progetto è stato sviluppato con ampi aiuti finanziari del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi. Il ragionamento alla base è che serva da alternativa ad “Internet ufficialmente controllata” per garantire l’anonimato agli utenti, anche di coloro impegnati nella disinformazione di Stati che la NATO considera ostili. Formando poco più di 50 cybercommando turchi in Ucraina lo scorso giugno, gli istruttori di Pentagono e CIA gli hanno trasmesso l’esperienza statunitense nelle guerra delle informazioni. Ora le “truppe dell’informazione” della Turchia traggono vantaggio da tale esperienza provocando certe comunità internet turche, trasformando gli utenti in una fonte affidabile di disinformazione per diffondere sentimenti ideologici favorevoli alle autorità turche. Il “test” è stato eseguito dai cybercommando nella preparazione del colpo di Stato militare fallito in Turchia, insieme all’uso della popolazione locale come carne da cannone, esortandola a scendere in piazza. Poi, secondo il piano redatto a Washington, quei commando lanciavano “l’ondata di rabbia popolare” contro le presunte menti dietro il colpo di Stato. Ciò ha permesso a Tayyip Erdogan di ridisegnare vari strati della società turca, arrestando i rappresentanti delle élite militari, intellettuali, insegnanti, giudici e anche diplomatici con una rapida purga. Non ci vuole un genio per capire che Erdogan è stato così rapido ad identificare i nemici esteri ed interni perché le sue azioni erano programmate per colpire gli avversari politici al cuore. Non è un segreto che sostenitori e simpatizzanti del religioso auto-esiliato Fethullah Gülen sono stati sottoposti a vessazioni e maltrattamento. Erdogan ha già licenziato 1700 militari, tra cui 149 generali e ammiragli, chiuso 40 media e costretto 88 diplomatici a dimettersi, tra cui due ambasciatori. Secondo l’agenzia turca Anadolu, in un briefing ad Ankara del 28 luglio, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu annunciava che ci sarebbero altri “sostenitori di Gülen” nel ministero, in modo che altre dimissioni siano pronte. Uno dei diplomatici impiegato presso il consolato turco di Kazan è fuggito in Giappone. Migliaia di arresti non hanno fermato il presidente della Turchia, dato che Pentagono e CIA gli hanno chiaramente dimostrato con quale velocità ed efficienza possono addestrare nuovi cybercommando in Ucraina, pertanto Erdogan è convinto che potrà preparare un numero sufficiente di nuovi dirigenti e comandanti militari con relativa facilità.
Vi sono sempre più dettagli curiosi che non sappiamo leggere ancora sulle cosiddette “truppe dell’informazione” turche. In particolare, la priorità assoluta di tali cybercommando è stata decisa da Washington, opporsi alla Russia con tutti i mezzi possibili. Tali truppe, come la Turchia stessa, sono sotto il comando della NATO e dopo tutto l’Alleanza atlantica considera la Russia prima minaccia. Pertanto, i giornalisti militari e non o i blogger turchi decidono quali informazioni meritino l’attenzione dei vari media elettronici e social. I cybercommandos turchi sono stati anche addestrati a raccogliere dati personali sui soldati russi dispiegati in Siria, formando la cosiddetta lista dei “crimini internazionali dell’esercito russo”, ecc… Tutto questo con il pretesto di svolgere compiti di volontariato per la società turca. Non sorprende quindi che l’alto funzionario della Difesa ed attaché militare, colonnello Carol, insieme all’attaché del Canada a Kiev, ben noto esperto di guerra delle informazioni, colonnello Ron Ubbens, siano impegnati nel “processo di apprendimento” dei cybercommando turchi in Ucraina per fornirgli l’idea di come colpire la Russia. Dato che le prospettive politiche della Turchia sono abbastanza incerte, le “unita d’informazione” turche devono affrontare Mosca per impedire eventuali tentativi di riavvicinamento che possa prendere Erdogan. In tali circostanze, la volontà di Erdogan di “ricostruire i ponti dell’amicizia con Mosca” e recarsi in Russia ai primi di agosto per incontrare il Presidente Vladimir Putin, sembra quantomeno strana. Dopo tutto, se veramente si crede che Erdogan intenda stabilire relazioni amichevoli con Mosca, perché continua a sostenere i programmi di addestramento anti-russi in Ucraina? E cosa ancora più importante, Mosca ha bisogno di un partner caratterizzato dalla doppiezza?n_79076_1Martin Berger è un giornalista freelance e analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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