Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

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19 settembre 2016: si prepara un attentato false flag a Barcellona?

El Robot Pescador, 19 settembre 2016La questione è grave: si prepara un attacco sotto falsa bandiera nella città di Barcellona? Sappiamo che a molte persone, specialmente i nostri lettori spagnoli, la domanda del titolo potrebbe sembrare assurda. Forse molti sono spaventati o addirittura oltraggiati. Pertanto, voglio chiarire fin dall’inizio, ciò che mostriamo in questo articolo è solo speculazione. Ripetiamo: SPECULAZIONE. L’unica cosa che intendiamo seguire è, come abbiamo già fatto, immaginare o concepire possibili scenari ipotetici futuri, ragionando sulle possibilità di tali ipotetici scenari e decidere chi possano favorire e perché. Pertanto, chiediamo ai nostri lettori di mettere da parte i loro pregiudizi ideologici e leggere l’articolo nel modo più freddo e distante possibile. A questo punto, le persone più aperte alle teorie della cospirazione (e quindi alla storia reale e non quella manipolata) sono consapevoli che molti degli attentati terroristici visti negli ultimi anni, soprattutto nel mondo occidentale, in realtà nascondono operazioni sotto falsa bandiera utili a certe agende nascoste. Dopo ogni attentato islamico, la reazione (apparentemente logica e giustificabile) delle autorità è aumentare controlli e vigilanza sulla popolazione andando verso la creazione di un vero Stato di polizia. Inoltre, ogni attentato serve a giustificare, nei Paesi colpiti e alleati, l’intervento militare in aree come Medio Oriente o Africa. È pertanto prevedibile che non passi troppo tempo per vedere un nuovo attentato dello Stato islamico negli Stati Uniti e in Europa. La posizione di tale eventuale attentato ipotetico, sotto falsa bandiera, non sarebbe casuale, ma osserverebbe una serie di interessi cercando di conseguire diversi obiettivi simultaneamente (ciò che comunemente chiamiamo “prendere due piccioni con una fava”). Ebbene, se fosse così, se ci fosse un attentato sotto falsa bandiera in occidente con cui aumentare il controllo sulla popolazione e giustificare nuovi interventi militari, e se tale evento cercasse di trarre una serie di vantaggi per vari attori interessati, allora dobbiamo avvertire che vi sono abbastanza indicazioni per pensare che possa avvenire in Spagna e, più in particolare a Barcellona. Su cosa ci basiamo per pensarlo?L’idea viene inoculata nell’immaginario pubblico
La base della manipolazione
Per settimane l’idea che un attentato in Spagna, e in particolare a Barcellona, riceveva segnalazioni continue; lo scopo era porre le basi per una certa narrazione ufficiale nel caso in cui l’attentato infine avvenisse. Per cominciare, lo Stato islamico ha esplicitamente minacciato la Spagna, con l’idea di “riconquistare al-Andalus”. A questo va aggiunto che lo Stato islamico ha iniziato a pubblicare video in spagnolo, esprimendo l’intenzione di svolgere attività sul territorio spagnolo, in Spagna e America Latina. Ma se c’è una città che sembra adatta all’obiettivo dei terroristi, è Barcellona, perché al momento è una città turistica di prim’ordine, attirando centinaia di migliaia di turisti ogni anno da tutto il mondo. Pertanto, un attentato a Barcellona avrebbe un impatto particolare sulla mentalità collettiva occidentale. Come affermato in un articolo di El Periodico: “Barcellona è diventata negli ultimi anni una città nota in tutto il mondo. Sia per la sua attrazione come meta turistica sia per l’impatto dei media di Barça, la capitale catalana icona mondiale. E agli occhi dei jihadisti, ne fa un obiettivo prioritario, in quanto cercano di colpire siti dal grande impatto internazionale“.

La base reale
Diciamo che la Catalogna, di cui Barcellona è la capitale, ospita quello che è considerato uno dei nuclei più importanti dei centri jihadisti e di radicalizzazione islamica d’Europa, in gran parte grazie alla notevole immigrazione musulmana.
Infatti, negli ultimi mesi, le notizie su questo fatto sono sempre più continue sui media.
Così, la popolazione ha già considerato plausibile la possibilità di un attentato in città.
– In primo luogo, perché lo Stato islamico mira alla Spagna.
– In secondo luogo, perché la Catalogna e soprattutto Barcellona e dintorni sono centri di grande attività islamica.
Pertanto, le basi dell’argomento sono solide per “giustificare” un possibile attentato terroristico, presenti da mesi nella fantasia popolare (anche se tutto questo nasce da una realtà plausibile).

Gli inquietanti precedenti
Ma a tale base va aggiunta una successione di “notiziole” avutesi nelle ultime settimane, fornite periodicamente alla popolazione, forse per prepararla a livello semi-inconscio a qualunque possibile attentato terroristico in qualsiasi momento. Qui offriamo alcuni esempi…
– Video dello Stato islamico presenta la Sagrada Familia quale obiettivo jihadista.
La Vanguardia (08/08/2016)
Lo Stato islamico mira alla Sagrada Familia
La basilica di Barcellona appare in un video dello SIIL in Libia insieme ad altri monumenti europei. Lo Stato islamico ha identificato come suo obiettivo la Sacra Famiglia di Barcellona. Uno dei produttori in Libia del gruppo terroristico ha diffuso un’immagine in cui sono mescolati alcuni simboli del mondo occidentale suscettibili di attacchi dell’organizzazione jihadista“.

– Strano malinteso nel porto di Barcellona
La Vanguardia (13/09/2016)
L’allarme per la possibilità che Barcellona viva l’imminenza di un attentato jihadista durava praticamente due ore finché la questione, descritta dal comando antiterrorismo come “caso di irresponsabilità e comportamento completamente fuori luogo”, fu chiarita dopo l’intervento armato della Guardia Civile e dei Mossos d’Esquadra. È successo il 6 luglio quando un ragazzo pakistano di 12 anni accompagnato da quattro adulti agitava una pistola facendo il segno della vittoria davanti alle navi ormeggiate nel bacino del porto di Barcellona, mentre i compagni fotografavano la scena soddisfatti. Aveva anche indicato degli elicotteri da turismo che atterravano sul molo facendo il gesto di sparare. Gli adulti avevano registrato la scena. Poi si è scoperto che l’arma ne simulava una reale, ma fin quando la cosa non fu verificata, un settore del porto di Barcellona visse diversi minuti di tensione”.

– Jihadista arrestato a Manresa (vicino a Barcellona)
El Periodico (14-9-2016):
Arrestato a Manresa un pericoloso attivista jihadista. L’arrestato, di nazionalità marocchina, ha sviluppato su Internet un'”attività intensa” di propaganda per lo Stato islamico“.
Come si vede, sono piccole notizie emerse dai media e che, anche se ci sembrano di routine e quasi irrilevanti, agiscono come goccia malese, penetrando nella mente degli spettatori e seminando la possibilità di accettare un attacco terroristico, in modo che, in caso succeda, la prima cosa che la popolazione pensi sia “era previsto”. Tale tecnica dell'”influenza della mente” fu applicata per mesi su altri possibili attentati. Ad esempio, un’altra idea inoculata nella mente della popolazione occidentale e che si evolve lungo linee simili, è un possibile attacco terroristico con componenti nucleari, come una “bomba sporca”. (Non colleghiamo le due cose, chiariamo). Per molti mesi l’idea è apparsa sui media, anche nella narrativa (tv, film), accompagnata da un continuo flusso di notiziole che parlavano di “furto di materiale radioattivo” in varie parti del mondo. Così, anche la mente della popolazione viene assuefatta alla possibilità di un attentato nucleare. Allo stesso modo, la mente della popolazione viene assuefatta a un possibile attentato jihadista in Spagna e più in particolare in Catalogna. Ma poiché questo è un articolo fondamentalmente cospirazionista e speculativo, proponiamo l’ipotesi di un “attentato sotto falso bandiera” a Barcellona, cioè che dietro la facciata islamica ci siano altri interessi effettivamente nascosti, ed è giunto il momento di chiederci: chi potrebbe essere interessato ad un attentato di questo tipo e perché?

Chi sarebbero i beneficiari di un attentato islamista a Barcellona?
Certamente, la risposta a questa domanda è agghiacciante: sarebbero molti a beneficiarne. A questo punto i lettori spagnoli e forse la maggior parte dei latinoamericani saprà dell’esistenza del movimento secessionista della Catalogna, che spinge a separarsi dalla Spagna e a raggiungere quello che chiamano pomposamente “Indipendenza della Catalogna”, (una fallacia piuttosto visibile, perché l’indipendenza nel mondo d’oggi non esiste più). Ebbene, in questo articolo non intendiamo entrare nel tumulto delle fanatiche lotte nazionaliste che porterebbero a discutere dell’indipendenza della Catalogna. È una vera questione avvelenata, in cui entrano in gioco sentimenti d’identità di ogni tipo e in cui la capacità di ragionare viene rapidamente oscurata da ogni tipo di pregiudizi e dal lavaggio del cervello a cui tutti sono esposti fin da piccoli. La questione dell’indipendenza della Catalogna dimostra anche di essere terreno fertile per la mafia e i politici corrotti che ne approfittano, anche se con beneficio a breve termine, pertanto non vi entreremo. Ma al di là delle inclinazioni che i lettori possono avere sull’unità della Spagna o sulle “derive separatiste”, ciò che possiamo concludere, in modo freddo e distaccato, è che il movimento secessionista catalano appare serio e sta entrando in una fase decisiva pericolosa, che teoricamente (se lo si creda o meno) culminerà con un’eventuale indipendenza entro soli 18 mesi (tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018). Pertanto, c’è un problema crescente e pressante che svela gli interessi di diversi attori. E tali attori devono compiere una certa mossa urgente per deragliare il treno separatista catalano, prima che si verifichi una collisione dalle gravi conseguenze, danneggiando molti e vari interessi. E proprio qui entra in gioco la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera orchestrato a Barcellona.Possibili beneficiari di un attentato islamista a Barcellona
Il governo spagnolo
Ovviamente, il primo grande beneficiario di un attentato dello Stato islamico a Barcellona sarebbe lo Stato spagnolo, perché probabilmente darebbe un colpo definitivo al processo per la sovranità catalana. Per cominciare, perché un attentato terroristico islamista a Barcellona consentirebbe al governo spagnolo di dimostrare alla popolazione catalana che “la Catalogna è troppo debole e piccola per farvi fronte senza il sostegno dello Stato spagnolo. Ecco il mondo di oggi“. E in caso di attentato, i nazionalisti catalani non potrebbero denunciare “il governo spagnolo incapace di proteggerli”, citando una possibile “incompetenza” dell’esecutivo centrale, poiché Paesi dotati di servizi segreti molto più efficienti, come la Francia, sono stati vittime di attacchi terroristici. Infatti, l’attentato islamista a Barcellona permetterebbe al governo spagnolo di vendere esattamente l’argomento opposto coi suoi potenti media: che il governo catalano avrebbe agito con incompetenza senza sapere proteggere la popolazione, avendo le competenze sulla sicurezza trasferite alla propria polizia autonoma, la Mossos d’Esquadra. Questi medesimi media sarebbero usati per vendere l’idea che la polizia autonoma catalana non collabora adeguatamente con i servizi di sicurezza spagnoli, sostenendo che nasconde informazioni a causa della “deriva separatista” che vive la Catalogna e dei suoi tentativi di staccarsi dalla Spagna. Infatti, questa idea è già stata presentata sui media (nell’esempio seguente ne indichiamo uno vicino all’orbita socialista), pronta ad essere utilizzata come argomento futuro…
El Periodico (16-11-2015):
L’assenza totale di collaborazione tra la Mossos d’Esquadra, la polizia dispiegata sul terreno, e il Corpo Nazionale di Polizia (CNP) e la Guardia Civile si traduce in una grave carenza di sicurezza. Il rapporto tra le forze di polizia, influenzato dalla situazione politica, è terribile e in questo caso c’è una guerra piuttosto aperta“.
Inoltre, un attentato islamista perpetrato in Catalogna da presunti islamisti permetterebbe anche al governo spagnolo di criticare i meccanismi d’integrazione sociale del governo autonomo catalano e soprattutto il suo modello educativo, in quanto potrebbe concentrarvisi accusandolo di “non dedicare risorse per evitare la radicalizzazione degli studenti di origine musulmana”. Pertanto, tutto questo contribuirebbe a vendere alla popolazione catalana (e a tutti gli spagnoli) la necessità di recuperare il potere dell’esecutivo centrale, con il pretesto di essere “più efficaci nel far fronte a minacce estere“. Inoltre, permetterebbe al governo spagnolo di avviare un’efficace campagna di riduzione drastica di tutte le competenze per le autonomie, in particolare sui temi legati alla sicurezza e all’istruzione. Questa strategia volentieri cederà tutti i poteri allo Stato (a partire dalla monarchia) e ai principali partiti politici (PP, PSOE e Cittadini). Ma i grandi vantaggi per il governo spagnolo non finiscono qui. Un attentato terroristico islamico su suolo catalano consentirebbe al governo centrale di schierare le forze di sicurezza in Catalogna (Polizia, Guardia Civile e persino esercito), sostenendo che la polizia autonoma non è in grado di affrontare da sola la minaccia terroristica. Qualcosa che forse molti elementi del governo vorrebbero fare e non osano, per gli effetti controproducenti che avrebbe. In tal caso, i nazionalisti catalani potrebbero difficilmente criticare tale dispiegamento, che sarebbe visto come “protezione necessaria contro la minaccia terroristica, dopo il brutale colpo subito”. A tale manovra si potrebbe aggiungere una campagna mediatica nazionale, di sostegno e solidarietà verso la comunità catalana, che servirebbe a rafforzare i legami a livello emotivo e nazionale e a dimostrare “l’amore della Spagna per la Catalogna“. Inoltre, dopo una campagna di tale natura, i separatisti catalani che avrebbero il coraggio di continuare a difendere l’indipendenza catalana in modo radicale ed esplicito, potrebbero essere presentati come “insensibili ingrati che difendono interessi fanatici e spuri“. Come si vede, il movimento secessionista catalano sarebbe gravemente danneggiato e almeno verrebbe fermato per alcuni anni, anche se è molto probabile che ne esca morto e sepolto.

Rajoy e il PP
Come si vede, il governo spagnolo trarrebbe molti vantaggi da un attentato islamista a Barcellona. Ma chi avrebbe più vantaggio sarebbe l’attuale governo, del partito popolare e del suo presidente Mariano Rajoy. Per mesi, la Spagna è stata sottoposta a crescente instabilità politica, per l’incapacità di raggiungere accordi tra i diversi partiti nel formare un governo, fino al punto che il Paese è sull’orlo di una terza elezione. Tuttavia, un grave attentato terroristico metterebbe tra spada e muro le forze politiche che si oppongono alla formazione di un governo del Partito popolare, il partito più votato in tutte le elezioni. All’improvviso, la corruzione che circonda il PP sparirebbe a fronte della “minaccia terroristica” e “la necessità di affrontare la creazione urgente di un governo stabile“. Tutto ciò aiuterebbe il Partito Socialista (PSOE) ad accettare Rajoy nel formare un governo, forse con il PSOE (e ovviamente i Cittadini, il pseudopartito creato per sostenere il duopolio) e forse formando un governo di concentrazione. In questo modo, PP e Rajoy manterrebbero il potere e il PSOE avrebbe la scusa necessaria per giustificare la resa al PP, richiesta con impazienza dai suoi componenti più vecchi (noti come i Baroni). Insomma, l’intera dirigenza politica spagnola, al servizio totale delle élite economiche del Paese, ne gioverebbe da tutto questo.

Certe aziende catalane
A parte il governo e i politici spagnoli, va anche sottolineato che il deragliamento del processo d’indipendenza catalano favorirebbe gli interessi delle élite commerciali e finanziarie catalane che hanno già mostrato in pubblico il rifiuto dell’autonomia catalana, per l’instabilità che implicherebbe la creazione di un nuovo Stato e la perdita, più che possibile, di una parte del mercato spagnolo che comporterebbe. Indubbiamente, queste élite catalane sarebbero felici di partecipare a qualsiasi piano che sconvolga il processo d’indipendenza. Quindi, come si vede, a livello spagnolo vi sono molti attori che trarrebbero vantaggi chiari e diretti da un attentato islamista a Barcellona, usandolo per concludere il processo d’indipendenza catalano. A tale proposito, vorremmo sottolineare le dichiarazioni controverse del ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo, che dichiarò letteralmente che: “Da una crisi si esce superando un attacco terroristico, ma la dissoluzione della Spagna è irreversibile“. Tali affermazioni potrebbero essere considerate quasi una confessione del governo spagnolo che valuta la possibilità di un attentato sotto falsa bandiera, come ipotizza questo articolo… Ma qui la questione fondamentale che dobbiamo porci è: potrebbe la Spagna organizzare (o permettere) da sola un attentato sotto falsa bandiera di questo tipo? La risposta è probabilmente no. Pertanto, ci vorrebbero alleati che lo permettano condividendo interessi con il governo spagnolo. E la verità è che questi alleati esistono e sono molto potenti…Francia
Senza dubbio, uno dei principali interessati a un attentato islamista a Barcellona, sarebbe la Repubblica francese.

Motivi politici
In sostanza, la Francia sarebbe interessata a far deragliare il processo d’indipendenza catalano per un motivo: il processo supera i confini e comincia ad avere ripercussioni (ancora deboli, ma crescenti) negli ex-territori catalani che fanno parte della Francia; conosciuti come “Catalogna del Nord” e la cui capitale è Perpignan. Anche se il movimento catalano in Francia è ancora molto debole, una cosa si è distinta negli ultimi anni, non ha smesso di crescere e, per uno Stato centralista come quello francese, risulta essere una cattiva notizia. Senza essere indipendente, la Catalogna ha già raggiunto tale influenza regionale, e si prevede che tale influenza aumenterà esponenzialmente nel caso in cui la Catalogna avesse il proprio Stato. A questo aggiungiamo l’eventuale effetto contagio che avrebbe un’autonomia indipendente della Catalogna in altre regioni francesi con attivisti secessionisti, come il movimento d’indipendenza corso o bretone incipiente (e quasi aneddotico) e il movimento ancora più aneddotico alsaziano. Perciò, la Francia è interessata ad “uccidere il mostro” prima che diventi troppo grande. Pertanto, possiamo concludere che la Francia collaborerebbe strettamente e volentieri con lo Stato spagnolo in qualsiasi manovra che spenga il secessionismo catalano. E non dimentichiamo che la Francia ha una sicurezza di livello mondiale e i servizi segreti che potrebbero essere cruciali per lo sviluppo di tali operazioni. A tutto questo, la necessità di giustificare e rafforzare l’attuale politica di sicurezza del governo francese, che ha posto le basi per lo Stato di polizia, con un attentato come questo in un Paese limitrofe, vedrebbe la sua politica completamente giustificata. E tutto ciò proprio quando la risposta al governo sulle piazze cresce.

Motivi economici
A questo interesse politico da parte della Francia, potremmo anche aggiungere un interesse di natura economica. L’influenza crescente di Barcellona nell’Europa meridionale, rafforzata diventando attrazione turistica, e la possibilità che, in caso d’indipendenza, diventi un potente centro logistico per i prodotti dall’Asia per l’Europa, potrebbe indebolire economicamente il sud della Francia, che improvvisamente vedrebbe crescere vicino un possibile centro di concorrenza commerciale. Pertanto, qualunque manovra contribuisca ad indebolire tale centro, sarà sempre all’ordine del giorno della Francia. Aggiungiamoci il turismo in Francia gravemente colpito dagli ultimi attentati terroristici nel suo territorio e che parte di quel turismo è finito in Spagna e Barcellona. Un attentato a Barcellona contribuirebbe ad indebolire questa tendenza e a riassorbire forse parte di quel turismo perduto (altri Paesi limitrofi come l’Italia potrebbero essere interessati a danneggiare il turismo spagnolo o almeno catalano, per assorbirne una parte). Se si ritiene che l’instabilità di un Paese non avvantaggi la concorrenza diretta, si pensi a ciò che è successo quando il terrorismo o l’instabilità politica hanno afflitto Paesi come Tunisia, Egitto, Francia e Turchia: beneficiari diretti sono stati quei Paesi “più stabili” concorrenti, come è accaduto in Spagna, che ha assorbito gran parte di quel turismo. Ebbene, finora abbiamo visto i vantaggi concreti che potrebbero avere alcuni attori da un attentato islamista a Barcellona. Ma forse Francia e Spagna non potrebbero eseguire un’operazione di questo genere senza avere il tacito consenso di “poteri superiori” che ne condividano gli interessi. E la domanda è: ci sono poteri superiori agli Stati spagnolo e francese che potrebbero beneficiare di tale manovra? La risposta è sì.Unione europea
Uno dei grandi interessati a un possibile attentato islamista sarebbe l’Unione europea. Questo principalmente per due motivi:
1 – L’Unione europea ha bisogno di un nuovo impulso per imporre restrizioni e controlli alle popolazioni, nel bel mezzo della crisi migratoria e dei crescenti conflitti interni che provoca, a cui vanno aggiunti problemi economici crescenti che potrebbero manifestarsi con tutta la loro crudezza da un momento all’altro.
2 – L’UE è interessata ad evitare rapidamente il processo d’indipendenza catalano.
Pochi potranno sostenere che l’Unione europea non sia in un momento critico, di estrema debolezza; Infatti, possiamo caratterizzarla come un gigante vacillante che ha solo bisogno di un colpo per cadere. Anche Angela Merkel l’ha chiarito al vertice UE di Bratislava: “L’UE è in una situazione critica“.
Gli effetti del Brexit e della crisi migratoria, moltiplicati dagli effetti della crisi economica, hanno portato l’Unione sull’orlo del precipizio. Ed è proprio per questa ragione che la destabilizzazione che potrebbe provocare un movimento secessionista come quello catalano, colpendo uno Stato membro dell’importanza della Spagna, potrebbe rappresentare la fine del progetto europeo. Ricordiamo che il processo secessionista catalano sta per entrare nella fase di ebollizione politica. Ma forse l’effetto peggiore sarebbe il contagio che avrebbe su altre regioni con impulsi a livello continentale, come Corsica in Francia, Sardegna, Sicilia e Padania in Italia, Fiandre in Belgio, Paesi Baschi in Spagna, o il noto caso della Scozia (in un Paese come il Regno Unito, che non è ancora separato dall’UE). Quindi, tutto ciò che paralizzi una di queste sacche di destabilizzazione avrà l’approvazione del vertice europeo. E il processo di sovranità catalana è forse uno dei momenti più attivi, ora. Inoltre, un nuovo attentato terroristico rafforzerà l’attuale politica di controllo della polizia che vediamo nei Paesi dell’Unione europea come Francia, Germania, Belgio e servirebbe come scusa per promuovere alcuni progetti attualmente intrapresi nell’UE, come la creazione di una forza militare europea unificata.

USA-NATO
Altri attori che potrebbero indirettamente essere interessati a un attentato terroristico di questa natura sarebbero Stati Uniti e NATO. Gli Stati Uniti sono il motore principale della “guerra al terrorismo” nel mondo, pretesto per rafforzarne la politica interventista. In questo caso, si può dire che sarebbe utile a Clinton o Trump che, dopo l’ultimo attentato a Manhattan, incitano ad “agire più duramente”.
Inoltre, un attentato sul territorio spagnolo creerebbe il pretesto ideale per gli Stati Uniti per rafforzare ulteriormente la presenza militare in Spagna e nell’Europa meridionale, giustificandola per garantire la sicurezza di un alleato, ora “sotto la lente d’ingrandimento dell’islamismo radicale“. Indubbiamente il governo spagnolo, sempre servile, accetterà volentieri ogni richiesta statunitense, e ancor più se questo scambio esplicito di favori includesse un sostegno esplicito, forte e inequivocabile degli Stati Uniti alla Spagna contro il movimento di sovranità catalana. Finora, questo supporto non ha avuto un carattere giuridico maggiore. Un attentato in Spagna consentirebbe agli Stati Uniti di avere anche il pretesto di rafforzare la presenza nel Nord Africa, citando la “lotta al terrorismo”.

Russia
Anche la Russia potrebbe vedere un tale attentato “con condiscendenza”, o almeno acquiescenza sufficiente a “chiudere un occhio” e non scoprire nulla. Dopo tutto, la Russia ha intrapreso una politica ininterrottamente interventista in Medio Oriente, intesa a sostituire gli Stati Uniti come gendarme della regione, sempre col pretesto di combattere il terrorismo islamico dello SIIL. Un attentato da parte dello Stato islamico, ovunque si verifichi, è solo un vantaggio per Putin, che vede rafforzato e giustificato l’intervento nella guerra siriana agli occhi delle popolazioni occidentali, presentando gli Stati Uniti causa diretta del terrorismo e accusandoli di sostenerlo indirettamente nella guerra siriana. Ma la Russia è anche interessata a qualsiasi movimento che interrompa i processi separatisti, in quanto potrebbe soffrire dello “stesso male” se la NATO s’infiltrasse in alcune delle sue repubbliche convincendo le popolazioni ad avviare processi separatisti colpendo la Federazione Russa. La Russia è solo interessata a difendere i processi separatisti pro-russi che colpiscono i Paesi circostanti e il cui obiettivo è aderire alla Federazione russa, così come i casi delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (prima o poi aderiranno alla Russia) e soprattutto la Crimea. Perché in fondo non sono movimenti separatisti, ma “unionisti” con la Russia. Tuttavia, qualsiasi altro tipo di movimento secessionista è probabilmente visto male dalla Russia…Elite globaliste
E infine, nonostante ciò che molti credono, le élite globaliste che sostengono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale, non sono affatto interessate a promuovere un processo pro-indipendenza come quello catalano e pertanto vedranno con favore un attentato islamista in una città come Barcellona, che metterebbe fine a questo processo. Almeno questo è ciò che possiamo dedurre se ci pensiamo un po’, ed ora spiegheremo perché lo pensiamo. Certamente, nella maggior parte dei circoli cospirazionisti, passa l’argomento opposto, secondo cui le élite globaliste sarebbero interessate a frammentare la Spagna, argomentazione diffusa principalmente da personaggi (piuttosto strani e oscuri) come Daniel Estulin. La teoria che le forze globaliste vogliano frammentare la Spagna si basa sull’argomento che la strategia globalista consente d’indebolire il potere degli Stati nazionali, perché è il passo indispensabile per instaurare organismi sovranazionali che alla fine portino alla creazione di un unico governo mondiale, sotto il controllo diretto di queste élite. Ed è vero, siamo d’accordo: le élite globaliste lavorano attivamente per indebolire e, in ultima analisi, distruggere i vecchi Stati nazionali, con l’obiettivo di attuare un governo mondiale. Ma per farlo, le élite utilizzano due strategie diverse e praticamente opposte per indebolire gli Stati-nazione: uno è frammentarli e l’altra integrarli in un’unità più grande che sciolga il potere di questi Stati. Le élite globaliste hanno fondamentalmente usato la strategia della frammentazione contro gli Stati che non possono controllare direttamente. Gli esempi più chiari degli ultimi anni sono Iraq, Libia, Siria e Jugoslavia. In tutti questi casi, la frammentazione interna è stata promossa con l’obiettivo di ottenere microstati molto più deboli e facilmente controllati dalle forze elitiarie. Ma non è il caso della Spagna, che rientra esattamente nella strategia opposta.
Le élite globaliste non hanno bisogno d’indebolire il potere dello Stato nazione della Spagna, perché in effetti esso è già totalmente indebolito: è uno Stato servile e completamente controllato dalle autorità dell’Unione europea, il piano globalista per eccellenza. Il governo spagnolo, infatti, rispetta rigorosamente gli ordini che le élite globaliste dettano, con fede ed “esemplare” sottomissione. Pertanto, e per logica pura, le élite globaliste non sono interessate a frammentare la Spagna, ma al contrario: mantenerla unita sotto un governo che già pienamente controllano. E lo stesso può essere applicato ad altri Paesi nell’Unione europea. È facile capirlo: immaginate di avere una mandria di pecore perfettamente controllate, con il suo pastore e il cane. Cosa è più facile? Continuare a controllare questa mandria di 47 pecore obbedienti, o dividere e controllare separatamente due branchi, uno con 40 pecore e uno con 7 pecore. (1) Infatti, vale la pena leggere l’articolo della giornalista Cristina Martin Jimenez, esperta del Bilderberg Club…
Il Bilderberg utilizzerà il “caso” catalano per imporre una Spagna federale
La giornalista Cristina Martín Jiménez ha analizzato ciò che attende la Catalogna se la regione avanza nel processo d’indipendenza, e i piani del potente Bilderberg Club per creare una Spagna federale in cui “il potere privato sostituisca i governi”. “L’Unione europea non tollera una Catalogna indipendente”. Le parole dell’ex-segretario generale della NATO e membro del Bilderberg Javier Solana furono rivelate dalla giornalista Cristina Martín Jiménez, esperta del club elitario. Come spiegato in un articolo pubblicato da The Objective, i membri dell’organizzazione sono “contro la secessione” e tale posizione si manifesta da tempo. Già nel 1991, l’allora presidente della Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, esaltò con il suo discorso nazionalista una visione politica “maledetta” dai Bilderberg. “È difficile riprogrammare le persone istruite al nazionalismo. È molto difficile convincerle a rinunciare alla sovranità a favore di un’istituzione sovranazionale”, ribadiva, sempre e ancora, il PR dell’entità, principe Bernardo d’Olanda. Bilderberg ritiene, secondo Martin, che “i nazionalismi siano pericolosi”. Pericolosi per chi? Su proposta di Solana: “L’Europa può e deve essere una sorta di laboratorio di ciò che potrebbe essere un governo mondiale”. Per questo motivo, quando l’allora presidente della Generalitat catalana Artur Mas, ebbe nel luglio 2015 un importante appuntamento coi Bilderberg, segnò, secondo la giornalista, il suo futuro. “Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale hanno abbattuto presidenti molto più convincenti con golpe dai sorrisi machiavellici”, affermava, e con maggiore forza aggiungeva: “È riuscito a far arrabbiare dei demoni”. (Va notato che l’articolo fu pubblicato nel settembre 2015 e solo due mesi dopo la riunione di Artur Mas con i Bilderberg, Mas fu costretto a dimettersi da presidente della Generalitat, per mano dell'”anticapitalista” CUP… curioso, no?) Secondo la giornalista, Solana ebbe “l’ordine di dire a Mas che l’Unione europea non tollererà tra i suoi ranghi l’insurrezione di una Catalogna indipendente”, e “l’avvertì di espulsione dalla NATO ipso facto”. Tuttavia, Bilderberg, che riunisce i più importanti magnati del mondo, è specializzato nella manipolazione. E, secondo l’articolo, “agisce in segreto” mentre avanza verso il suo ultimo fine: “Costruire una Spagna su misura dell’élite globale e non spagnola, catalana, castigliana o basca”. Tale intenzione ricorda l’approccio di David Rockefeller (fondatore di Bilderberg e Commissione Trilaterale) che a metà degli anni ’90 dichiarò: “Qualcosa deve sostituire i governi e il potere privato mi sembra l’entità più appropriata a ciò”. Secondo questa analisi, “la strategia dei Bilderberg è utilizzare il caso catalano per costringere la creazione di una Spagna federale”, seguita da un “aggiornamento della Costituzione” “negoziato dietro le quinte” e definita dai “proprietari di denaro, industrie, leggi e parlamenti”.”
Come si vede, in ogni caso, le élite utilizzerebbero il processo di sovranità catalana per istituire una riforma federale in Spagna, nell’UE. (1) E per questo avrebbero bisogno di due movimenti simultanei e apparentemente contrari: bloccare il potere centralizzante del governo spagnolo e, dall’altro, castrare il movimento d’indipendenza catalano. Perciò, un attentato islamista a Barcellona sarebbe il punto di partenza ideale per raggiungere entrambi gli obiettivi contemporaneamente. Innanzitutto, fermerebbe il processo di sovranità, o almeno lo ritarderebbe per anni, come già indicato, rendendolo impossibile. I capi indipendentisti avrebbero bisogno di un pretesto per paralizzare il processo secessionista presso le masse indipendentiste ed avviare un altro percorso, e l’attentato sarebbe un motivo abbastanza potente. (2) Ma, come abbiamo detto, il governo centrale spagnolo coglierebbe l’opportunità di ricentrare il potere, causando forti tensioni politiche tra indipendentisti e unionisti che “dovrebbero essere risolte in qualche modo“, e la soluzione sarebbe la federalizzazione della Spagna in cui “tutti vincerebbero e perderebbero contemporaneamente“:
– Gli indipendentisti catalani avrebbero concessioni parziali, anche se non avrebbero l’indipendenza.
– Mentre il governo spagnolo de-centralizzerebbe parte del potere, in cambio di una Spagna non ancora smembrata definitivamente.
E questa soluzione sarebbe imposta dalle stesse istanze che già dominano il Paese a piacimento, seguendo le dinamiche tipiche del problema-reazione-soluzione. Il problema già esiste (l’indipendenza), la reazione avverrà con l’attentato a Barcellona e la soluzione sarà il risultato ultimo imposto dall’estero. Come si vede, l’opzione per un attentato sotto falsa bandiera islamista a Barcellona non è tanto distante quanto sembrerebbe a prima vista: vi sono molti attori potenti che ne otterrebbero chiari vantaggi. Certo, questo attentato sotto falsa bandiera potrebbe anche essere attuato in altre parti della Spagna, anche se, come vedremo, beneficerebbe il grosso degli interessi a Barcellona. Ci auguriamo che i lettori comprendano il senso di questo articolo. Non diciamo che questo attentato avverrà, né immediatamente, né nel futuro. Abbiamo semplicemente presentato un’ipotesi: “la possibilità di un falso attentato islamista a Barcellona”, analizzando chi potrebbe beneficiarne e perché; è tutto ciò che abbiamo fatto, alla luce delle crescenti indicazioni che sembrano puntare in questa direzione. Spero che questo umile articolo possa contribuire ad evitare che tale ipotesi diventi mai realtà…

Artur Mas

1) Pertanto, il fatto che le forze globaliste controllino i principali leader del movimento d’indipendenza catalano, partendo dalla cupola del partito neoliberista catalano, la vecchia Convergenza e i susseguenti personaggi vicini agli ambienti gesuitici del Vaticano, come Oriol Junqueras, non significa che finalmente favoriranno i loro “piccoli” interessi. Semplicemente, in questo processo controllano entrambi i lati, come di solito fanno, e finalmente favoriranno chi si adatta meglio. E lo stesso si può dire d’Israele, Paese che ha indirettamente agenti coinvolti nel processo di sovranità catalana; forse il più noto e prominente sui media è quel personaggio oscuro chiamato Pilar Rahola, un’agente sionista al servizio di Israele e Stati Uniti, recentemente attivamente coinvolta nella promozione di Mauricio Macri in Argentina, al servizio degli Stati Uniti. Tutti sono controllati dalle élite globaliste “se nel caso”, ma ciò non significa che siano interessate, anzi molto meno, a raggiungerne gli obiettivi.
2) Prendiamo in considerazione centinaia di migliaia di catalani che si dichiarano chiaramente indipendenti e non sembrano accettare altro che l’indipendenza. Pertanto, affinché i politici indipendentisti giustifichino la cessazione del processo secessionista, hanno bisogno di “qualcosa” che giustifichi la frenata, qualche evento o fatto abbastanza forte e sconvolgente da non far sentire le “masse secessioniste mobilitate” sentirsi truffate e a non farle ribellae. Questo è uno dei “grandi pericoli” di tale processo sovrano scioccante: che le masse si sentano ingannate e si ribellino non solo ai governanti catalani, ma anche spagnoli, in quanto ciò potrebbe portare alla creazione di una base antipolitica e antiautoritaria in una regione che già ebbe le sue “flirtate pericolose” con l’anarchismo durante la guerra civile spagnola, attraverso CNT e FAI.

Pilar Rahola

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sull’amicizia Iran-Turchia, USA emarginati dal Medio Oriente

Cassad, 18 agosto 2017In Turchia c’è stata una riunione importante, che potrebbe avere conseguenze a lungo termine per l’intera regione. Una delegazione militare dell’Iran arrivava nel Paese della NATO per discutere le azioni congiunte in Iraq e Siria. La delegazione comprendeva il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito iraniano Bagheri, il Vicecomandante dell’IRGC, il Viceministro degli Esteri, il Comandante delle Forze di Sicurezza delle frontiere. Durante l’incontro sono stati raggiunti numerosi accordi che hanno permesso al Capo di Stato Maggiore Generale iraniano di affermare che i colloqui sono stati molto efficaci.
1. Turchia e Iran non riconoscono il referendum curdo in Iraq. L’Iran è categoricamente contrario a un Kurdistan indipendente e, secondo il Capo di Stato Maggiore Generale iraniano, in questo argomento è stato trovato un linguaggio comune con la Turchia.
2. Le parti hanno convenuto visite navali reciproche, scambio di studenti delle accademie militari, presenza di osservatori militari nelle esercitazioni militari ed esercitazioni congiunte.
3. È stato raggiunto un accordo col Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar che presto visiterà Teheran. Beh, da lì la prima visita di Erdogan non è lontana. Entrambe le parti sono strategicamente impegnate nei negoziati di Astana, naturalmente vantaggiosi per la Federazione Russa.
4. La Turchia è lieta che Iran e Russia siano più consapevoli della sua preoccupazione per la questione curda, a differenza degli Stati Uniti, che non abbandonano il sostegno alle YPG, il primo problema della Turchia.
5. Iran e Turchia continueranno le consultazioni sulle operazioni dell’esercito e dei servizi speciali per un’azione comune contro al-Nusra, collegandosi alla questione della “procura” turca ad Idlib, dove al-Nusra ha puntato a un proprio allargamento.
6. Sono state discusse questioni controverse sulle zone di de-escalation, soggette a garanzie russe. In questo argomento sono rimasti punti controversi, in quanto la Turchia teme che, nel risolverle, l’Iran assegnerà ai suoi “agenti” ciò che non è dovuto dagli accordi di Astana ed altri.
In generale, in base ai cambiamenti strategici nel corso della guerra siriana, si può osservare come gli interessi iraniani e turchi coincidano. Questa opzione è apparsa in Turchia dopo aver abbandonato l’idea di rovesciare Assad e puntato sul campo russo-iraniano. La questione curda spingerà oggettivamente Ankara e Teheran verso una cooperazione più stretta su questione curda e divisione delle sfere d’influenza in Siria, soprattutto perché sarà preferibile per la Russia vedere turchi e iraniani (entro limiti ragionevoli) che non truppe statunitensi in Siria. Questa cooperazione si è già perfettamente manifestata dopo la conclusione degli accordi in Astana e le parti hanno ottenuto notevoli benefici, intendendo continuare tale cooperazione vantaggiosa dove, oltre ad obiettivi comuni con la Russia, hanno anche propri interessi. La Turchia lotta contro l’influenza curda e il ripristino della posizione nella regione, e l’Iran costruisce il ponte sciita Teheran-Beirut diretto anche contro Israele, e prosegue la guerra ibrida contro l’Arabia Saudita. Dato che numerosi obiettivi di Iran e Turchia coincidono con quelli della Russia, le parti da un lato svolgono un compito utile ponendo fine alla guerra in Siria a favore di Assad e, dall’altro, aumentano notevolmente l’influenza, sfruttando i fallimenti di sauditi e statunitensi che ne hanno indebolito il controllo sulla regione, aprendo opportunità ai principali attori regionali. L’indebolimento dell’influenza statunitense, anche in considerazione delle azioni della Russia, ha già portato diversi Paesi, già abbastanza aperti a perseguire proprie politiche senza riguardo per Washington, a concludere accordi che escludono Washington e dividono le sfere di influenza senza badare agli statunitensi. È difficile immaginare un’illustrazione più chiara per dimostrare la crisi dell’egemonia degli USA.
L’attuale offensiva mediatica sugli Stati Uniti in merito alle accuse di aver fornito armi chimiche ai terroristi e le richieste della Siria di sospendere le azioni della coalizione statunitense sul proprio territorio, riflettono il graduale rafforzamento strutturale della Siria nella guerra, dove tutti gli attori chiave cercano posizioni favorevoli in anticipo e di conseguenza respingendo gli avversari. La posizione degli USA è più vulnerabile. Più restano illegalmente in Siria e vicini al califfato dello SIIL, più sarà chiaro che sono in Siria per smembrarla, facilitando l’ulteriore campagna mediatica contro gli Stati Uniti, che hanno già abbandonato lo slogan “Assad deve andarsene”. Ciò rende la loro presenza in Siria più aggressiva. Russia, Iran e Turchia sono in una posizione favorevole, poiché operano in Siria in accordo con Damasco, e Russia e Iran in generale operano su invito del governo siriano. Naturalmente, Russia e Iran, così come la Turchia che li ha raggiunti, si sforzeranno di cacciare gli Stati Uniti dalla Siria e di risolvere il problema curdo secondo propri termini. Gli Stati Uniti, a loro volta, chiariscono che non rigetteranno la propria strategia (altrimenti ammetterebbero di aver perso la guerra in Siria), portando alla dichiarazione della leadership delle SDF sugli Stati Uniti che resteranno in Siria per anni, con una “Cooperazione fruttuosa”. Mentre il califfato e al-Nusra sono schiacciati, queste contraddizioni saranno sempre più evidenti e la posizione della Turchia sarà di grande importanza nella definizione della configurazione della Siria settentrionale dopo la sconfitta del califfato. Pertanto, ci saranno ancora molti negoziati tra Russia, Iran e Turchia, dove le parti si coordineranno alla luce di un possibile conflitto con gli Stati Uniti per il controllo della Siria settentrionale. Erdogan non ha ancora rigettato l’invasione di Ifrin e continuerà a presentare tale opzione a Russia e Iran, nel caso in cui i rapporti con i curdi e gli Stati Uniti si guastino completamente, dando ad Erdogan l’opportunità di occupare Ifrin col pretesto di “combattere il terrorismo”. L’intrigo principale è che se gli Stati Uniti vogliono accelerare l’isolamento del Kurdistan siriano dalla Siria, e Russia e Iran avranno due buone ragioni per attirare immediatamente Erdogan su una politica più rigorosa nei confronti dei curdi in Siria. Da una parte, la lotta per l’integrità territoriale della Siria, su cui Federazione russa, Iran e Turchia convergono. D’altra parte, vi è il desiderio di scacciare gli Stati Uniti dalla Siria. Qui la Turchia ha una posizione piuttosto ambigua, poiché fiancheggia la coalizione russo-iraniana continuando a sondare gli statunitensi per revisionare la strategia di Washington in Siria. C’è la possibilità che la cacciata degli statunitensi dalla Siria e la soppressione delle aspirazioni separatiste dei curdi saranno solo due dei problemi delle parti interessate, servendo da terreno fertile per una nuova guerra nell’Iraq settentrionale e nella Siria settentrionale, dove gli Stati Uniti prevedono di smantellare Siria e Iraq (con l’aiuto di certi Paesi NATO, Giordania, Arabia Saudita ed eventualmente Israele); vi sarà una coalizione contingente tra Siria, Iraq, Russia, Iran, Turchia ed eventualmente Qatar, alla luce delle nuove realtà che saranno decise. La Russia preferisce ancora non forzare gli eventi e suggerisce di collegare i curdi siriani ai negoziati di Astana, prevedendo di sottrarre almeno alcuni curdi dall’influenza statunitense e permettere dei compromessi tra i curdi e Assad. Ma la Turchia si oppone apertamente a tale piano, non volendo negoziare coi curdi. E la posizione dura sul referendum in Iraq, dimostrata congiuntamente con l’Iran, può anche essere considerata dimostrazione che la Turchia, come l’Iran, preferisce una posizione più ferma sulla questione curda, e che la Russia dovrà considerarla. Tuttavia, questo è ancora un problema lontano e quando si svilupperà pienamente, prossimamente, potrà ancora cambiare, anche se i contorni generali del conflitto possibile sono già abbastanza visibili.
Le biforcazioni più vicine sono la liberazione di Dair al-Zur, la presa di Raqqa e il referendum curdo in Iraq, dopo di che vedremo ulteriori chiarimenti del quadro e della configurazione generale del conflitto sull’autodeterminazione curda, in contraddizione inconciliabile con la questione dell’integrità territoriale di Siria e Iraq.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dunkerque e la verità sui combattimenti nel maggio-giugno 1940

Jacques Sapir, Russeurope 31 luglio 2017Il film “Dunkerque”, appena uscito in diversi Paesi [1], tra cui la Francia, fa rivivere il mito di un esercito francese che non avrebbe combattuto nelle tragiche settimane di maggio e giugno 1940. In realtà, questo film mescola un punto di vista tedesco e uno (non professionista) statunitense [2]. La realtà fu ben diversa. Non che l’esercito francese non fu sconfitto, ma tale sconfitta va principalmente attribuita a una strategia inadeguata, e in particolare la sconfitta francese nel 1940 fu molto più dovuta a ragioni politiche che militari. Se ci fu il crollo della Francia, fu soprattutto politico.

La realtà dei combattimenti in maggio e giugno 1940
I combattimenti furono estremamente violenti, provocando 92000 morti tra i francesi e probabilmente 100000 tra i tedeschi. In realtà, la violenza dei combattimenti costrinse il regime di Hitler a spostare nel tempo la “rivelazione” sul numero di vittime. La manovra chiamata “falce” condotta da Guderian, è nota [3]. Ma la storia delle battaglie che comportò, soprattutto a Gembloux e Stonne (13-17 maggio 1940), se è ben dettagliata presso gli storici statunitensi, inglesi e tedeschi, resta,-salvo testimonianze, piuttosto poco nota al grande pubblico francese [4]. Infatti, a Gembloux, le unità francesi, in particolare la 3.za DIM, inflissero gravi perdite alle forze corazzate tedesche, mettendo fuori combattimento in due giorni più di 200 carri armati tedeschi. Stonne, piccolo villaggio delle Ardenne, fu catturato e ripreso 17 volte, a un prezzo molto costoso per i tedeschi, che scoprirono che il loro armamento non era in realtà superiore a quello francese.Armamento Francese: David Lehmann A – 01-1940
Conosciamo la storia sul carro armato B1bis del futuro Generale Billotte, che distrusse una compagnia di carri armati tedeschi, in quello che sembrò il presagio degli agguati di Villers-Bocage nel giugno 1944, o quella del B1bis del comandante Domercque, che causò panico nella fanteria tedesca. Storie simili riguardano la battaglia di Montcornet (dove la 4.ta DCR del Colonnello de Gaulle entrò nel fianco di Guderian) oppure di Abbeville. La fine dei combattimenti di maggio fu, ovviamente, l’evacuazione di gran parte della BEF inglese a Dunkerque (tema del film). Ma l’evacuazione fu resa possibile dal coraggio dei soldati francesi [5]. In realtà, questa campagna fu utilizzata dalla macchina della propaganda nazista per costruire il “mito” della Blitzkrieg, ma in realtà rivelò soprattutto limiti e debolezze della Wehrmacht [6]. Allo stesso modo, nelle battaglie di maggio e giugno 1940, la ferocia dell’esercito tedesco (non delle SS che in realtà non esistevano ancora come forza di combattimento) si rivelò ai senegalesi che combattevano nelle unità francesi [7]. Tutto questo deve interrogarci sulle ragioni del perpetuarsi dei miti (i soldati francesi non combatterono, i soldati tedeschi non commisero crimini, fu colpa solo delle SS). Nella realtà è ormai ben consolidata l’incompetenza cronica tedesca, o più specificamente, dovuta al modo in cui il regime nazista organizzò la guerra e il suo strumento militare.

L’incompetenza cronica tedesca
L'”incompetenza cronica” tedesca si manifestò su più livelli, non appena si lasciano gli elementi tattici più stretti. È interessante notare che furono gli italiani, in contatto costante con le élite naziste, che fornirono le migliori descrizioni di tale “incompetenza cronica” o “disordine strutturale” del processo decisionale [8]. I “Diari di Ciano” pubblicati dopo la guerra, mostrano molto bene come un osservatore, ambivalente verso Hitler, notò la successione delle decisioni coerenti solo in ambiti limitati, ed incompatibili tra esse. L’incoerenza strategica fu evidente già nel 1939. L’esercito tedesco non era pronto alla guerra contro Francia e Gran Bretagna. Inoltre, Hitler disse, per calmare i suoi generali, che Francia e Gran Bretagna non avrebbero lottato per la Polonia. L’editoriale triste e scioccante di Marcel Déat (il famoso Morire per Danzica?) certamente rafforzò le sue opinioni. Tuttavia, il ministro degli Esteri tedesco e la diplomazia italiana attirarono l’attenzione sul fatto che la determinazione franco-inglese fu forte quella volta. In tale contesto, la ricerca del compromesso sarebbe stata logica, soprattutto da quando Hitler indicò il 1942-1943 come data per la guerra. Tutti i piani sul riarmo tedesco, aereo, terrestre e marittimo, furono pianificati sulla base di tale data e non per una guerra nel 1939. Eppure Hitler attaccò la Polonia perché “voleva” la guerra, più dell’avanzata che si aspettava da essa. Rischiò la rottura con Mussolini [9].
Nel 1940, l’operazione contro la Norvegia fu un disastro sul piano navale. La fattibilità dell’invasione della Gran Bretagna con l'”Operazione Leone Marino”, fu compromessa dalle perdite subite al momento. Tuttavia, dal punto di vista strategico, una vittoria contro la Gran Bretagna era più importante della conquista della Norvegia. Per Hitler, invece, “agire prima del nemico” era più importante di qualsiasi altra cosa. Immaginate la situazione diplomatica intricata degli alleati se Hitler avesse aspettato Churchill imporre l’idea d’invadere un Paese neutrale (Norvegia). Il dittatore si sarebbe coperto con la scusa di proteggerne la neutralità e avrebbe certamente ottenuto il supporto svedese. La decisione d’invadere la Norvegia fu, dal punto di vista strategico, una benedizione per gli alleati. Allo stesso modo, alla fine del 1941, la decisione di Hitler di dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor non era in alcun modo giustificata, dato che il patto tripartito non aveva valenza reale da tempo e il Giappone evitò di sostenere la Germania contro l’URSS. Roosevelt avrebbe certamente avuto qualche difficoltà ad ottenere rapidamente una dichiarazione di guerra se la Germania avesse dichiarato la non-belligeranza nel conflitto tra Giappone e Stati Uniti. Ma per Hitler era essenziale prendere la decisione finale. Si vede, dal suo discorso, che la dimensione patologica della rappresentazione del mondo prevaleva. La produzione industriale degli Stati Uniti non lo spaventò perché il Paese era “mezzo ebreo e mezzo negrizzato” [10]. Questi non sono gli unici esempi di coerenza ideologica che condussero all’incoerenza strategica di Hitler, portandoci alla situazione nel giugno 1940.
La logistica dell’esercito tedesco non poté sostenere un’offensiva prolungata, i generali lo dissero a Hitler. Il grado di motorizzazione dell’esercito era relativamente basso, anche se i mezzi erano concentrati in divisioni corazzate e di cavalleria (“leggere”). La “Blitzkrieg” era un mito della propaganda e non una realtà dottrinale o operativa [11] Dopo sei settimane di aspri combattimenti, che sappiamo oggi aver causato perdite di uomini almeno pari e probabilmente superiori alle perdite franco-inglesi, con le linee di comunicazione molto allungate e notevolmente usurate, l’esercito tedesco dovette fermarsi. Inoltre, si ebbe lo stesso problema con Barbarossa, quando l’avanzata tedesca si fermò a fine luglio 1941, dando ai sovietici una tregua. Tutti gli archivi militari tedeschi convengono su tale constatazione.Quando Pétain offrì la vittoria ad Hitler
Questo spiega il motivo per cui, nel giugno 1940, Hitler si gettò letteralmente sull’offerta di armistizio di Pétain. Qui va letto attentamente il libro di William L. Shirer [12]. Shirer nel 1940 era un giornalista accreditato a Berlino e seguiva il leader nazista. Era presente alla firma dell’armistizio di Compiègne. Il suo libro s’ispira anche ai ricordi di attori importanti (Halder, Ciano, gli interrogatori di Keitel e Jodl). Osservò che Hitler rifiutò a Mussolini la maggior parte delle richieste perché temeva di spingere i francesi a rifiutare l’armistizio e a continuare la guerra. Tale paura indica chiaramente che se l’avanzata tedesca fu spettacolare, fu anche fragile. Shirer va oltre, e la seguente citazione dell’autore e testimone diretto degli eventi che poté verificare le informazioni dalle migliori fonti, è essenziale per noi: “In ultima analisi, Hitler diede al governo francese una zona non occupata nel sud e sud-est. Fu una svolta intelligente. Non solo divise la Francia geograficamente e amministrativamente, ma rese difficile se non impossibile la formazione di un governo francese in esilio ed impedì ai politici a Bordeaux di espatriare la sede del governo nel Nord Africa francese, progetto quasi riuscito e rovinato all’ultimo momento, non dai tedeschi ma dai disfattisti francesi Pétain, Weygand, Laval e sostenitori“. [13] Hitler sapeva che le sue truppe non potevano continuare l’offensiva in Francia. L’offerta francese del pane dell’armistizio fu benedetta, perché convinse Hitler che la Gran Bretagna avrebbe fatto una richiesta analoga vedendo la Francia uscire dalla guerra. Per lui, la guerra in Occidente era finita. Solo contro tutte le sue rappresentazioni mentali, secondo cui ariani non potevano combattere contro altri ariani [14], la Gran Bretagna rifiutò di firmare una pace “onorevole”. Tuttavia, la Germania non aveva i mezzi per invaderla nel settembre 1940. L’aviazione tedesca, a causa delle decisioni (anche probabilmente giustificate dallo stato dell’industria tedesca) di Udet e di Jeschonnek, era essenzialmente una forza tattica, priva di raggio d’azione. I mezzi anfibi erano praticamente inesistenti (nonostante improvvisazioni ingegnose) e la Marina tedesca non si era ancora ripresa dalle perdite subite in Norvegia. E’ qui che l’operazione “Leone Marino” fu “ripresa” in Gran Bretagna nel 1960 (quando fu girato il film la Battaglia d’Inghilterra) con non meno di quaranta attori compresi alti ufficiali superstiti di entrambi i campi (Galland, Portal, ecc). Il risultato, verificato dagli esperti (docenti del Sandhurst Military Academy erano presenti) fu il tremendo massacro di truppe tedesche [15]. Un atteggiamento “ragionevole” sarebbe stato rinviare l’operazione nella primavera del 1941, anche se, naturalmente, le forze inglesi si sarebbero rafforzate considerevolmente nel frattempo. Eppure, invece di cercare di finire il lavoro, Hitler preparò da luglio 1940 l’attacco all’URSS. Quando gli italiani lo seppero, rimasero inorriditi ma non ebbero voce in capitolo.

Inefficienza operativa
In modo caricaturale, la storiografia occidentale riprese le tesi dei generali tedeschi che, nelle loro memorie evitarono la responsabilità delle loro perdite attribuendole alla “follia” di Hitler (anche se autentica) o agli italiani. Tuttavia, un’analisi realistica dei fatti dimostra che gli stessi generali furono responsabili delle loro perdite, nonostante e anche a causa del loro successo tattico. Questo fatto è stato chiarito da Geyer che mostra che, nel 1937-1938, il pensiero strategico tedesco si dissolse nella tattica [16]. Guderian vide nel “Colpo di Falce” nel 1940 un modo per spingere la Gran Bretagna fuori dalla guerra. Riteneva che la distruzione del gruppo d’armate inglese in Francia sarebbe bastato. Si potrebbe pensare che non lesse mai nulla della strategia inglese dal XVI secolo. Naturalmente, Guderian fu aiutato dagli inetti concetti strategici dell’esercito francese. Ma il comportamento delle unità francesi, a Gembloux e Stonne (nelle Ardenne), indicò l’estrema fragilità del piano tedesco. Si noti inoltre che Guderian non riuscì a distruggere il corpo inglese che fu evacuato a Dunkerque grazie all’ingegnosità degli inglesi, ma anche, e va detto e ripetuto, al sacrificio dei soldati francesi che fermarono l’esercito tedesco per quasi tre giorni. Il comportamento di Rommel nel 1941 e 1942 ebbe i tratti dello stessa malattia. Durante le operazioni “Crusader” (novembre 1941), l’attacco all’Egitto (il “Raid”) sarebbe potuto finire in un disastro, e l’Afrika Korps (AK) fu salvata dalla lentezza inglese e da una tempesta di sabbia. Il 27 novembre 1941, Rommel poteva perdere la 15.ma Panzerdivisionen a Bir al-Shalata, e con essa l’Afrika Korps [17]. Che pensare di un generale che metteva il proprio esercito in pericolo e salvato dal maltempo e dalla lentezza del nemico…
L’attacco del giugno 1942 (Gazala) fu tatticamente brillante. Ma possibile solo grazie alla cessione all’AK dei mezzi necessari per prendere Malta. Anche in questo caso fu un azzardo che portò a una serie di brillanti successi tattici, ma esaurì l’AK su un enorme teatro e una logistica indebolita. Si noti che bastò la brillante resistenza delle forze francesi libere del Generale Koenig a Bir Haqaym per salvare gran parte dell’8.va Armata inglese. Dal 29 maggio 1942 (la battaglia iniziò il 26), l’AK era a corto di carburante e munizioni. Anche in questo caso, la fortuna giocò a favore di Rommel, che trovò un passaggio libero dal tiro dell’artiglieria inglese per trasportare il carburante e le munizioni necessari. Tutti i fatti vanno considerati. Anche in questo caso, non dispensano l’alto comando francese, che conservava concezioni strategiche arcaiche, né la responsabilità della burocrazia civile e militare il cui peso gravò nella progettazione dei mezzi, né la responsabilità politica di un’élite che in maggioranza preferì “Hitler al Fronte Popolare”. Ma questi fatti illuminano il sacrificio delle truppe francesi nel maggio-giugno 1940, e in particolare la grande responsabilità sull’armistizio di Pétain. Questi fatti gettano anche luce sulle guerre, che sono davvero perse quando si rifiuta di combatterle. E questa è una lezione che potrebbe essere notevole.Note
[2] Maurice Vaïsse (dir.), Mai-juin 1940. Défaite française, victoire allemande sous l’œil des historiens étrangers, Postface de Laurent Henninger, Paris, Éditions Autrement, 2010.
[3] Karl-Heinz Frieser, Ardennen – Sedan, Militärhistorischer Führer durch eine europäische Schicksalslandschaft, Francfort sur-le-Main, Report, 2000.
[4] Voir, Jeffery A. Gunsburg, “The Battle of Gembloux. 14–15 May 1940: The Blitzkrieg Checked”, in Journal of Military History 64 (2000), pp. 97-140. Dominique Lormier, La bataille de Stonne, Ardennes, mai 1940, Paris, le Grand livre du mois, 2010.
[5] Dominique Lormier, La bataille de Dunkerque. 26 mai-4 juin 1940. Comment l’armée française a sauvé l’Angleterre, Paris, Tallandier, 2011
[6] Jean Solchany, “La lente dissipation d’une légende, la ‹Wehrmacht› sous le regard de l’histoire”, in Revue d’histoire moderne et contemporaine 47 (2000), pp. 323-353.
[7] Raffael Scheck, Hitler’s African Victims: the German Army Massacres of Black French Soldiers in 1940, Cambridge, Cambridge University Press, 2008 ; Raffael Scheck, “They Are Just Savages: German Massacres of Black Soldiers from the French Army in 1940”, in The Journal of Modern History 77 (2005), pp. 325-344.
[8] J. Sadkovich, “German Military Incompetence Through Italian Eyes”, War in History, vol. 1, n°1, Mars 1994, pp. 39-62; stesso autore, “Of Myths and Men: Rommel and the Italians in North Africa”, International History Review, 1991, n°3.
[9] Max Gallo, “L’Italie de Mussolini”, Marabout Université, Verviers, 1966, pp. 302-06.
[10] W. Sheridan Allen, “The Collapse of Nationalism in Nazi Germany”, in J. Breuilly (ed), The State of Germany, Londres, 1992
[11] Karl-Heinz Frieser, Le Mythe de la guerre éclair, Paris, Belin, 2003
[12] W.L. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, vol. 2, Einaudi, Torino, 1962.
[13] W. Shirer, “Storia del Terzo Reich”, vol. 2, p. 129, op.cit.
[14] M. Burleigh e W. Wippermann, “The Racial State – Germany 1933-1945”, Cambridge University Press, 1991.
[15] F-K von Plehwe, “Operation Sea Lion 1940”, Journal of the Royal United Services Institution, March, 1973.
[16] M.Geyer, “German Strategy in the Age of Machine Warfare”, 1914-1945, in P. Paret (ed.) Makers of Modern Strategy, Princeton University Press, Princeton, N.J., 1986.
[17] Brig.Gen. H.B.C.Watkins, “Only Movement Brings Victory – The Achievements of German Armour”, in D. Crow (ed.), Armoured Fighting Vehicles of Germany -World War II, Barrie & Jenkins, London, 1978. Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora