L’invasione USA-NATO-Turchia della Siria

Il “fallito” golpe della CIA in Turchia casus belli per la guerra in Medio Oriente?
Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 29 agosto 2016CrHhSIsWcAAl-n_.jpg largeA metà luglio, il presidente Erdogan puntava il dito contro la CIA, accusando l’intelligence degli Stati Uniti di aver appoggiato il fallito colpo di Stato diretto contro il suo governo. I funzionari turchi indicavano il deterioramento delle relazioni USA-Turchia a seguito del rifiuto di Washington di estradare Fethullah Gülen, presunto architetto del fallito colpo di Stato. Il ministro della Giustizia di Erdogan Bekir Bozdag fu categorico: “Se gli Stati Uniti non ce lo daranno (Gulen), sacrificheranno le relazioni con la Turchia per il bene di un terrorista“. L’opinione pubblica è stata portata a credere che le relazioni con gli Stati Uniti non solo erano peggiorate, ma che Erdogan aveva promesso di ristabilire l'”asse dell’amicizia” con Mosca, e anche la “cooperazione nella difesa”. Era una bufala.

L’invasione turca della Siria
L’attuazione dell’invasione turca avveniva con consultazioni regolari con Stati Uniti e NATO sul coordinamento della logistica militare, dell’intelligence, delle comunicazioni e delle operazioni di terra e aeree, ecc. Per essere efficacemente effettuati, tali sforzi militari richiedevano un coeso e “amichevole” rapporto Stati Uniti-Turchia. Non si tratta di un’iniziativa militare frammentata. L’Operazione Scudo dell’Eufrate della Turchia non ci sarebbe stata senza il sostegno attivo del Pentagono, che infine invoca la guerra alla Siria. Lo scenario probabile da metà luglio a metà agosto vedrebbe ufficiali di Stati Uniti, NATO e Turchia coinvolti attivamente nella pianificazione della nuova fase della guerra ala Siria: l’invasione delle forze di terra turche, sostenuta da Stati Uniti e NATO.

Il fallito colpo di Stato pone le basi dell’invasione
1. Le purghe massicce nelle forze armate e nel governo furono attuate immediatamente dopo il colpo di Stato di luglio. Furono pianificate da tempo. “Furono arrestati subito 2839 militari e 2745 giudici e pubblici ministeri… In meno di una settimana 60000 persone furono licenziate o arrestate e 2300 istituzioni chiuse”… ” (Vedi Felicity Arbuthnot, Global Research, 2 agosto 2016)
2. Il golpe doveva fallire. Erdogan sapeva del colpo di Stato come anche Washington. Non c’era alcuna cospirazione diretta dalla CIA contro Erdogan. Al contrario, il fallito colpo di Stato era con ogni probabilità progettata dalla CIA in collaborazione con Erdogan, volto a consolidare e rafforzare il regime di Erdogan e radunare i turchi dietro il loro presidente e la sua agenda militare “in nome della democrazia”.
3. Le purghe nelle forze armate avevano lo scopo di sbarazzarsi dei vertici militari che si opponevano all’invasione della Siria. La CIA ha aiutato Erdogan a redigere le liste di ufficiali, giudici e alti funzionari governativi per arrestarli o licenziarli? I media turchi furono presi di mira, e molti furono chiusi.
4. Erdogan usò il colpo di Stato del 15 luglio per accusare Washington di sostenere il movimento di Gulen mentre il riavvicinamento con Mosca è falso. Volò a San Pietroburgo il 9 agosto, per un incontro a porte chiuse con il Presidente Putin. Con ogni probabilità, lo scenario di una spaccatura tra Ankara e Washington assieme alla storia sul “mio amico Putin” fu approvata dall’amministrazione Obama, nell’ambito di una manovra dell’intelligence accuratamente affiancata dalla disinformazione dei media. Erdogan aveva promesso, secondo i media occidentali: “di ripristinare l”asse dell’amicizia’ tra Ankara e Mosca durante la spaccatura crescente tra Turchia e occidente“.
5. Mentre “rammendava i legami” con la Russia, l’apparato militare e d’intelligence della Turchia partecipava alla pianificazione dell’invasione della Siria settentrionale in collegamento con Washington e il quartier generale della NATO a Bruxelles L’obiettivo di fondo è confrontarsi ed infine indebolire gli alleati della Siria: Russia, Iran e Hezbollah. A San Pietroburgo, subito dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio, Erdogan ringraziava il “caro amico” Vladimir Putin. “Il fatto che Putin mi abbia chiamato il giorno dopo il tentato golpe fu un fortissimo fattore psicologico”, disse alla conferenza stampa congiunta. “L’asse dell’amicizia tra Mosca e Ankara verrà ripristinato“, disse. Telegraph, 7 agosto 2016
Forse Putin sa che il fallito colpo di Stato, segretamente sostenuto dalla CIA, era destinato a fallire Si sospetta che l’intelligence russa sapesse della manovra e fosse informata dei piani d’invasione della Turchia?: “La vostra visita oggi, nonostante una situazione interna molto difficile, indica che tutti noi vogliamo riprendere il dialogo e ripristinare le relazioni tra Russia e Turchia”, disse Putin nell’incontro al Palazzo di Costantino della città… Putin disse che la Russia avrebbe “passo dopo passo” tolto le sanzioni,… Erdogan, a sua volta promise di sostenere i grandi progetti energetici russi in Turchia, tra cui la costruzione della prima centrale nucleare e il gasdotto verso l’Europa. Disse anche che i due Paesi avrebbero accelerato la “cooperazione nella difesa”, ma non disse altro”. L’incontro Putin-Erdogan a San Pietroburgo fu interpretato dai media come un riavvicinamento con Mosca in risposta al presunto coinvolgimento della CIA nel colpo di Stato fallito. Secondo il Washington Post, l’improvvisa inversione nelle relazioni USA-NATO-Turchia non si ebbe nonostante l’incontro “amichevole” di Erdogan con Putin: “La NATO è irritata insistendo sul fatto che la Turchia, il cui presidente questa settimana ha visitato Mosca promettendo una nuova cooperazione con l’uomo che ha ripetutamente chiamato “caro amico”, il Presidente russo Vladimir Putin, rimane un “prezioso alleato”, la cui appartenenza all’alleanza “non è in discussione”. In un comunicato pubblicato solo sul sito, la NATO ha detto che risponde alle “speculazioni della stampa sulla posizione della NATO sul fallito colpo di Stato in Turchia e l’adesione della Turchia alla NATO“. Un articolo privo di senso. In realtà, Pentagono, NATO, Alto Comando turco e Israele sono collegati permanentemente. Israele è un membro de facto della NATO, ha un completo mutuo rapporto militare e d’intelligence con la Turchia. Con l’invasione della zona di frontiera nel nord della Siria e l’afflusso di carri armati e blindati turchi, il rapporto Turchia-Russia è in crisi. E questo è l’obiettivo ultimo della politica estera degli Stati Uniti.

Le forze russe agiscono al fianco dell’alleato siriano
In che modo Cremlino e Alto Comando della Russia risponderanno a ciò che costituisce l’invasione via terra USA-Turchia-NATO della Siria? Come si confronteranno con le forze turche e affini? Si suppone che la Russia eviti il confronto militare diretto. Dopo gli Stati Uniti, la Turchia è il più pesante nella NATO. Per quanto sia limitata ad un piccolo territorio di confine, l’operazione turca costituisce un’importante svolta nella guerra in Siria: l’invasione di un Paese sovrano in deroga al diritto internazionale. Lo scopo di Washington rimane il “cambio di regime” a Damasco. L’iniziativa militare è un preambolo per un maggiore impegno militare della Turchia supportato da USA-NATO? In molti aspetti, la Turchia agisce da ascaro degli Stati Uniti: “L’incursione della Turchia è sostenuta da supporto aereo, droni e forze speciali degli Stati Uniti, secondo il WSJ. Sopratutto per evitare che Russia e Siria pensassero di reagire all’invasione. La Turchia si muove in Siria non solo con il proprio esercito, ma con migliaia di “gruppi di opposizione ribelli”, tra cui le brigate dell’ELS sostenute dagli alleati degli Stati Uniti al-Qaida/Nusra/Sham e dagli infanticidi di al-Zinqi che formano l’avanguardia. Il territorio siriano gli viene ceduto dai militari turchi, semplicemente scambiando il controllo di un gruppo terroristico (SIIL) con quello di altri più accettabili ai media e più vicini a regime di Erdogan, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Detto ciò, lo SIIL non ha resistito all’avanzata turca, semplicemente si è “sciolto” (o ha cambiato casacca?)”. Moon of Alabama. Le forze siriane hanno le capacità di confrontarsi con le forze di terra turche senza sostegno russo e iraniano? Come reagirà Teheran all’afflusso di forze turche? Verrà in soccorso dell’alleato siriano? Un “incidente” potrebbe essere usato come pretesto per giustificare una grande guerra della NATO. L’articolo 5 del Trattato di Washington (documento di fondazione della NATO) dichiara sotto la dottrina della “sicurezza collettiva” che un attacco contro uno Stato membro dell’Alleanza atlantica (ad esempio la Turchia) è un attacco a tutti gli Stati membri dell’Alleanza. Incontri pericolosi. Con l’incursione delle forze di terra turche, il confronto militare con gli alleati della Siria, Iran e Russia, è una possibilità concreta che potrebbe portare all’escalation oltre la Siria.Incontro pacificatore tra Biden ed ErdoganIl vertice Erdogan-Biden
Dal punto di vista di Washington, l’invasione pone le basi per una possibile annessione di una parte del Nord della Siria da parte della Turchia, aprendo la via alle operazioni di terra USA-NATO dirette contro la Siria centrale e meridionale. Erdogan incontrava il vicepresidente Biden il 23 agosto, dopo l’afflusso dei carri armati turchi nel nord della Siria. L’invasione è attentamente coordinata con gli Stati Uniti che forniscono un’estesa protezione aerea. Non c’è frattura tra Ankara e Washington, tutto il contrario: “E’ difficile credere che la Turchia veramente sospetti gli Stati Uniti del tentativo di decapitare il gruppo dirigente della nazione con un violento, fallito colpo di Stato solo il mese scorso, solo aver condotto operazioni congiunte con gli Stati Uniti in Siria con le loro forze militari ancora sul territorio turco. Ciò che è molto più probabile è che il colpo fosse inscenato per simulare una frattura USA-Turchia, ingannare la Russia e permettere alla Turchia l’ampia epurazione di tutti gli elementi nelle forze armate turche che potevano opporsi all’incursione in Siria, quella che si svolge ora“. (Vedasi The New Atlas, Global Research, 24 agosto 2016) I rapporti dei media trasmettono l’illusione che il vertice Biden-Erdogan discutesse dell’estradizione del presunto architetto del fallito colpo di Stato Gulen. Una cortina fumogena. Joe Biden, che aveva anche incontrato Erdogan a gennaio, ha dato il via libero di Washington all’incursione militare USA-Turchia-NATO in Siria.

La questione curda
L’invasione non è diretta contro lo SIIL, protetto da Ankara, ma contro le forze siriane e le YPG curde, “ufficialmente” sostenute dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno sostenuto SIIL e al-Qaida che operano a braccetto con gli invasori turchi. L’invasione è anche parte di un vecchio piano della Turchia per creare un “santuario” nel nord della Siria da utilizzare per estendere le operazioni militari USA-NATO-Turchia verso il centro della Siria. Washington ha avvertito gli alleati curdi a non affrontare le forze turche: “Biden ha detto ai curdi, che secondo la Turchia intendono instaurare uno Stato lungo un corridoio al confine, in collaborazione con la popolazione curda della Turchia, “non possono, non devono, e in ogni caso non avranno il sostegno statunitense se non mantengono” ciò che ha detto essere l’impegno a ritirasi ad est“. Washington senza dubbio infine si scontrerà con Ankara sui piani della Turchia d’espansione territoriale nel nord della Siria. Il vecchio obiettivo di Washington è creare uno Stato curdo nel nord della Siria, nel quadro della frammentazione territoriale di Siria e Iraq. Con amara ironia, il piano “Nuovo Medio Oriente” prevede anche di annettere parte della Turchia allo Stato curdo. In altre parole, il nuovo obiettivo ottomano dell’espansione territoriale della Turchia sconfina col piano di Washington di frammentare Iraq, Siria, Iran e Turchia. In altre parole, il piano imperiale degli USA è indebolire la Turchia come potenza regionale. Il Pentagono ha definito la tabella di marcia militare: “La via per Teheran passa per Damasco”. L’invasione del nord della Siria crea le condizioni per una grande guerra. Inoltre, all’ordine del giorno degli Stati Uniti c’è il vecchio obiettivo della guerra all’Iran. A tal proposito, la strategia militare degli Stati Uniti consiste in gran parte nel creare le condizioni affinché i loro fedeli alleati (Turchia, Arabia Saudita, Israele) affrontino l’Iran, agendo per conto degli interessi degli Stati Uniti. Vale a dire “fare il lavoro al posto nostro”.

Mappa del Nuovo Medio Oriente
Nota: la seguente mappa fu preparata dal Tenente-Colonnello Ralph Peters, e pubblicata sull’Armed Forces Journal nel giugno 2006, Peters è un ex-colonnello dell’US National War Academy. (Copyright Tenente-Colonnello Ralph Peters 2006). Anche se la mappa non riflette ufficialmente la dottrina del Pentagono, fu utilizzata in un programma del Collegio di difesa della NATO per alti ufficiali. La mappa, così come altre simili, probabilmente fu utilizzata dall’US National War Academy e dai centri di pianificazione militare. Il fallito colpo di Stato era effettivamente sostenuto dalla CIA, ma il fallimento fu coordinato con il presidente Erdogan. Era un’operazione d’intelligence che doveva ingannare l’opinione pubblica.bbbv11Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA, il “Rojava” di Joe Biden e gli alleati turchi

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Non scherzo, Biden si crede davvero un guru onnisciente sul Vicino Oriente. Oltre a seguire la carriera discendente dell'”esperto” mediorientale, lo zuccone Raymond Tanter, è anche un appassionato del bastonato cripto-convertito e tesoruccio della Cabala neo-con Joshua Landis, che continua a predicare il nonsense che l’ha portato a questo punto sulla guerra in Siria, cioè: ad essere completamente suonato. Può ancora essere sentito arringare i sicofanti ritardati dell’Arkansas o dell’Oklahoma, o i vampiri appesi nei soffitti argentati degli “stinktanks” di Washington, dire: “Sono sposato con un’alawita! Sono il dottor Scienza. Ne so più di te!” La scorsa settimana, Biden decideva che avrebbe portato la sua curiosa combinazione di brio ed onniscienza ad Ankara per rafforzare i rapporti con un altro scabroso satrapo mediorientaloide, Recep Tayyip Erdoghan. Ebbene, Erdoghan ne è seccato. Avrebbe visto la venuta di Biden come una sorta di “limitazione dei danni” dopo il flop del tentato colpo di Stato della CIA e il successivo rifiuto degli USA di estradare l’unico che i turco erdoganisti pensano sia dietro il complotto. Biden, come ogni tipico tristo statunitense, arrivava con delle pessime notizie per Erdogan: In primo luogo, gli Stati Uniti non gli daranno Fethullah Gulen, il religioso islamico moderato che presumibilmente guida un governo ombra in Turchia (dalla sua tana in Pennsylvania), in opposizione all’attuale governo. Di fatto, Biden ha detto ai turchi che incontrava, che Gulen non avrebbe affrontato alcun processo perché non avevano prodotto alcuna prova concreta contro di lui; potrebbero con la CIA ma non con Gulen. Inoltre, ancora scosso dalla scene del film “Fuga di Mezzanotte”, Biden esitava ad inviare qualsiasi statunitense in Asia Minore a subire sodomia e bastonate in un carcere turco. Ciò davvero irrita i turchi.
In secondo luogo, e con ancora più cupezza, Biden ha detto ad Erdogan che voleva che i curdi avanzassero fino alla frontiera turca in modo che, nella remota possibilità che i curdi del PKK vogliano crearsi un nuovo Stato ai confini con la Siria, potessero farlo naturalmente con l’aiuto e la benedizione degli USA! L’hanno fatto davvero. Vedete, Biden ha detto ad Erdogan che lo Stato curdo, un concetto simile ai dolci per diabetici, sarebbe un bene per la NATO in quanto finalmente darebbe alle potenze occidentali il vanto necessario a fronte dei continui successi russi, sia sul campo in Siria che in diplomazia. Gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di qualcosa per distrarre gli storici dalla conclusione inevitabile che la Casa Bianca ha un programma così scadente sul Medio Oriente che Obama e il suo entourage, Biden compreso, andrebbero incriminati da qualche tribunale per negligenza, odiosità o sostegno al terrorismo. Obama, il cui regime sanitario a prezzi accessibili e la pretesa immortalità vengono spazzate via da una serie di sentenze e dal malaffare del Congresso, ora affronta l’ignominia di lasciare l’incarico a febbraio con nient’altro che una serie di vacanze nei golf e una moglie che ha speso milioni di dollari dei contribuenti per fare la sfilata mondiale con abiti solitamente insulsi. Biden non avrebbe ottenuto nulla da Erdogan, ed ha anche altri problemi. L’Aeronautica siriana compiva delle sortite su al-Hasaqah proteggendo le truppe dell’EAS e le milizie dei PDC, dopo essere stati attaccati dall’Asaayish, ramo paramilitare del PKK noto per i crimini e la finta guerra. Ciò che causava problemi era la presenza illegale di unità speciali statunitensi evidentemente minacciate dai bombardieri Su-24 Siriani. Ciò portava alla situazione bizzarra in cui il Pentagono contattava il Cremlino per lamentarsi dei velivoli siriani che bombardavano nel nord-est, ad al-Hasaqah, mettendo in pericolo i “consiglieri” statunitensi. L’untuosità statunitense fu svelata quando si lamentarono degli aviogetti siriani che volavano nello spazio aereo siriano! Una cosa tira l’altra e la SAAF uscì dall’area per tornarvi il giorno successivo. Presumibilmente temendo una cattiva stampa per via delle perdite, gli Stati Uniti ritiravano i “consiglieri” elitrasportandoli in Giordania. La decisione di piazzare “consiglieri” statunitensi presso i curdi è tutta di Biden. Biden detta oggi la politica statunitense in Medio Oriente. Obama ha rinunciato ad attuare le proprie idee liberali ed ha abdicato dal suo destino di Bimbo amato universalmente e di Premio Nobel della Pace. Semplicemente non può succedere. Quindi relega l’intera questione ad altri, controfirmando. La sua unica linea rossa è creare un nuovo conflitto degli Stati Uniti che richieda numerosi soldati sul campo. In caso contrario, Obama è solo un altro ingranaggio della macchina sionista. L’unico scopo della presenza statunitense ad al-Hasaqah, una città normalmente tranquilla con divisione dei compiti tra siriani e curdi, priva dell’infestazione dello SIIL, era espellere il governo siriano e sostenere la federalizzazione del Paese come preludio a una Repubblica curda obbediente agli Stati Uniti. Uno dei gravi problemi che affliggono Biden, oltre all’incapacità congenita d’interpretare la storia, è che i curdi sanno delle gesta statunitensi in Iraq. Sanno benissimo come abbandonarono curdi e sciiti al tribalismo vendicativo di Sadam. Se i curdi consegnano il loro destino agli statunitensi, cosa gli accadrà quando la Casa Bianca gli dirà “Sayonara”? È un problema grave. Un altro problema di Biden è che il PKK ha radici ideologiche nel marxismo/leninismo del genere delle FARC in Colombia. Deve convincere i coriacei comunisti di PKK e YPG (entrambi gruppi terroristici per Ankara) che il passato è solo “acqua passata” e che il presidente Obama è affidabile mentre ne sorveglia lo sterminio, nel caso le forze statunitensi dovessero intervenire. Tale è il modo di pensare statunitense/sionista.

101120141543291971756_2Fahman Husayn, il capo militare del PKK (“Bahoz Erdal“). veniva ucciso il 27 agosto 2016 da un’autobomba mentre si dirigeva ad al-Hasaqah, nel nord-est della Siria, per calmare i suoi combattenti e confutare le affermazioni statunitensi sulla complicità dei siriani con Erdogan. La sua morte poteva significare l’opportunità per gli Stati Uniti di penetrare PKK e PYG. Il leader del PKK, Jamil Bayik, è visto come un Casper Milquetoast che potrebbe semplicemente finire nei tentacoli di Biden e della sua squadra Neo-cons.

La fissazione sulla creazione dello Stato curdo non è solo di Biden, è anche una macchinazione sionista. Si ricordi ciò che scrissi sulla visita del Dottor Bashar al-Jafari a Detroit prima che il dipartimento di Stato americano-sionista ne limitasse gli spostamenti a un raggio di 10 miglia da New York, quando disse al pubblico che il sionismo doveva creare altri Stati razzisti e bigotti basati su religione o etnia per giustificare la propria esistenza da Judenstaat o Stato Ebraico? Tale piano per prendere gli ingenui e vulnerabili curdi e metterli direttamente al centro dell’esclusivismo ebraico, è un’idea squilibrata la cui origine non sono altri che le menti criminali dello Stato-Ghetto sionista di Tel Aviv. Biden, che crede che i sionisti siano davvero “alla moda” quando si tratta della “loro” regione, gioca al loro gioco da vero proselite, un evangelico demente e con mezzo cervello dedito alla visione di un Cristo arrabbiato che tornerà su un carro di fuoco per salvare tutte le anime dal peccato originale, come è detto nel buon libro o in qualche Stato della Bible Belt statunitense. Comunque sia, Biden ha ora a che fare con un Erdogan furioso che governa non con la logica o il giudizio spassionato, ma ritenendosi il sultano della Sublime Porta e il Difensore della Fede su cui Allah veglia proteggendolo dai puzzolenti infedeli. Come trattare con Erdogan quando Biden sa che la sola menzione di uno Stato curdo istiga nell’alleato turco una colica renale, o peggio? Cosa fare per convincerlo a mettere da parte decenni di odio, la classificazione del PKK ad organizzazione terroristica, i doveri inerenti alla Carta della NATO e le umiliazioni continue dell’UE che snobba il suo Paese e il suo partito relegando la Turchia ancora nel ruolo del “grande malato d’oriente”, l’uccisione di cittadini turchi sulla Marmara per mano dei teppisti sionisti…? Perché se Biden non fa attenzione, potrebbe far sembrare Erdogan sempre più morbido verso il Dr. Assad.
Gli Stati Uniti sono ossessionati dall’idea di fermare il gasdotto da Iran e Iraq alle coste della Siria. Ne ho scritto fino alla nausea. Gli Stati Uniti vorrebbero anche evitare che la Siria sfrutti i vasti giacimenti di gas del Mediterraneo, che diverranno un asset da miliardi di dollari per la Gazprom, già in fregole attendendo la fine del caos. L’unico modo per mettere la Siria sotto controllo è spezzarla, come Biden voleva fare con l’Iraq. Con uno Stato curdo che dal confine turco verso al-Hasaqah abbia le dimensioni di uno Stato che vada oltre i confini naturali estendendosi sui territori necessari al gasdotto. Con uno Stato curdo, gli Stati Uniti possono avere proprie basi per proteggere i curdi dal governo di Damasco. Cercate il primo Paese alle Nazioni Unite che riconoscerebbe la nuova repubblica curda. Non sarà la Nigeria. Ma, la situazione ad al-Hasaqah è torbida. I curdi raramente, se non mai, molestano EAS o PDC in città. L’eruzione di violenze può essere attribuita solo al desiderio degli statunitensi di fomentare il conflitto. Le forze speciali degli Stati Uniti avranno avuto il compito d’innescare qualche evento che agitasse le acque altrimenti placide. Tale evento, come mi è stato detto, fu la decisione dell’Asayish di affrontare un’unità dei volontari dei PDC a un loro posto di controllo, portando i PDC a contattare l’EAS per ricevere l’ordine di non cedere di un pollice. Quando ciò accadde, l’Asayish aprì il fuoco sui miliziani siriani con conseguenti diverse vittime e l’aggravarsi della coesistenza. Le YPG furono chiamate alle armi mentre gli statunitensi diffondevano la voce infondata che l’Esercito e l’Aeronautica siriani prevedevano di coordinarsi con le forze armate turche e russe ad al-Hasaqah. Ciò fu effettivamente creduto dai curdi che vedono il Dr. Assad come un leader machiavellico disposto a qualsiasi accordo, anche con il diavolo turco. E il fatto che la SAAF abbia effettuato diverse sortite in difesa di RAS e PDC confermava ciò che gli statunitensi spacciavano. Fahman Husayn, il comandante militare del PKK in Siria si precipitò ad al-Hasaqah ma fu ucciso con un sospetto IED piazzato da qualcuno che lavora, apparentemente, per gli Stati Uniti. Gli statunitensi non volevano che Husayn arrivasse facendo naufragare i loro piani. Cosi è successo, invece, che il leader del PKK, su forte pressione dei militari turchi a Manbij e Jarabulus supportati dall’United States Air Force (soprattutto), decidesse di non continuare a cooperare con gli Stati Uniti ad al-Hasaqah. Questa è la vera ragione per cui gli statunitensi lasciarono la città. Non per gli aerei, ma per il pensiero razionale che uccise la bestia.
Biden continua a fare lo stupido, un ruolo al quale è eminentemente qualificato. Ha effettivamente dato l’ordine di sostenere le truppe di terra turche mentre faceva l’amicone con i curdi, riuscendo soltanto e in modo accurato, a disintegrare completamente la politica estera statunitense cedendola ai troll. Oggi la situazione ad al-Hasaqah è tesa, ma torna all’atmosfera di cooperazione e tolleranza. Come ciò andrà in futuro è da vedere. Prevedo che gli statunitensi continueranno a premere sul pulsante curdo.CqNtFToWgAAd5cyAggressioni, violazioni e massacri commessi dal regime turco vanno condannati: Ministero degli Esteri della Siria
Il Ministero degli Esteri e degli Espatriati ha dichiarato che violazioni e massacri commessi dal regime turco nei territori siriani sono un crimine di aggressione e contro l’umanità, aggiungendo che la lotta al terrorismo sui territori siriani da qualsiasi parte, va coordinata con il governo della Repubblica araba siriana e l’Esercito arabo siriano. “Le forze aeree e l’artiglieria dell’esercito turco, in coordinamento con organizzazioni terroristiche, colpiscono i villaggi di Jub al-Qusa e al-Amarnah a sud di Jarabulus, Aleppo, bombardando in modo casuale, causando un massacro e uccidendo 35 civili, 20 dei quali a Jub al-Qusa e altri 15 nel villaggio di al-Amarnah, oltre a decine di feriti”, aveva detto il Ministero degli Esteri in due lettere inviate al Segretario generale e al Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU riguardo il sanguinario massacro commesso dall’esercito turco nel nord della Siria. “Il governo della Repubblica araba siriana condanna con la massima fermezza i ripetuti crimini, violazioni, aggressioni e massacri perpetrati da più di cinque anni dal regime di Ankara contro il popolo siriano, la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica araba siriana”, affermano le due lettere.Cq75yseXEAA01naTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia contrariata dall’incursione turca in Siria

Alexander Mercouris, The Duran 28 agosto 2016
La Russia è furiosa per l’operazione turca volta a creare una “zona di sicurezza” per i terroristi in Siria per sostenerli, mettendo in pericolo la “normalizzazione delle relazioni” appena annunciata tra Russia e Turchia.e50249f1b588478d8299beb5aac760fb-780x539Immediatamente dopo l’occupazione turca di Jarablus, Erdogan telefonava al suo “amico Putin”, il 27 agosto 2016. Il resoconto del Cremlino della conversazione è notevole anche per gli standard di concisione, “I due leader hanno discusso dello sviluppo dei commercio e cooperazione politica ed economica Russia-Turchia in linea con gli accordi raggiunti a San Pietroburgo il 9 agosto. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan si sono scambiati opinioni sugli sviluppi in Siria sottolineando l’importanza degli sforzi congiunti nella lotta al terrorismo. Hanno concordato di proseguire il dialogo sui temi dell’agenda bilaterale e internazionale”. Il vero soggetto della discussione sarà stata infatti l’occupazione turca di Jarablus, nel nord della Siria. Mentre sembra che i turchi avessero anticipato ai russi tale operazione, è chiaro che a dir poco ne sono scontenti. Anche se i turchi sembrano aver cercato di organizzare colloqui con la leadership militare russa, presumibilmente per discuterne, con tanto di annuncio della visita in Turchia del Generale Gerasimov, il Capo di Stato Maggiore Generale russo, tali colloqui non ci sono e i russi negano che una visita ad Ankara del loro Capo di Stato Maggiore Generale sia mai stato accordato, mentre i turchi ora dicono che la visita era stata rinviata. I media russi nel frattempo pubblicano articoli che chiariscono l’irritazione russa. Un articolo del quotidiano Kommersant, chiaramente basato su briefing ufficiali, accusa la Turchia di “andare oltre quanto promesso in Siria”. Che l’articolo rifletta il pensiero ufficiale di Mosca è dimostrato dal fatto che il sito semi-ufficiale in inglese “Russia Beyond the Headlines” l’ha ripubblicato. L’articolo chiarisce che la Turchia non coordina le operazioni di Jarablus con Mosca o Damasco, e che era molto più grande di quanto Mosca fu portata ad aspettarsi. I russi sono chiaramente infastiditi dalle dimensioni dell’operazione coordinata tra Turchia e Stati Uniti, che forniscono supporto aereo. “Per Mosca, l’operazione di Ankara è stata una sorpresa spiacevole, dimostrando che le aspettative per una convergenza di posizioni dei Paesi sulla Siria, emerse dopo l’incontro tra Putin e Erdogan, erano premature. Decidendo l’operazione di Jarabulus, il capo turco ha indicato che le relazioni con gli Stati Uniti sono una priorità e che preferisce agire nel quadro della coalizione antiterrorismo non guidata da Mosca, ma da Washington“. Ho più volte messo in guardia contro l’eccesso di aspettative che il recente riavvicinamento tra Turchia e Russia fosse una sorta di riallineamento. Ho anche detto che, nonostante il fastidio turco con gli Stati Uniti sul recente tentato colpo di Stato, la Turchia rimane loro alleata che continua a tentare il cambio di regime in Siria e non ha intenzione di cacciare gli Stati Uniti da Incirlik o di consentire alla Russia di utilizzarla. La mia unica sorpresa è che a giudicare da tale commento c’erano alcuni a Mosca che la pensavano diversamente.
L’articolo Kommersant continua poi minacciosamente, “Secondo le nostre informazioni, in caso di aggravarsi della situazione, militari e diplomatici russi sono pronti ad impiegare canali con i loro omologhi turchi, oltre ad esprimere preoccupazioni agli Stati Uniti, se necessario. Secondo Vladimir Sotnikov, direttore del Centro Russia-Est-Ovest di Mosca, le azioni di Ankara potrebbero compromettere seriamente il processo di normalizzazione della cooperazione bilaterale concordata dai Presidenti Putin e Erdogan a San Pietroburgo“. Ciò suggerisce che dietro il linguaggio mite, aspre denunce vengono avanzate in privato da Mosca ad Ankara. La telefonata di Erdogan a Putin appare un tentativo di placare la rabbia russa, di rassicurare Mosca sulle intenzioni della Turchia in Siria, e di continuare il “processo di normalizzazione” tra Turchia e Russia. La concisa sintesi del Cremlino della conversazione suggerisce che Putin abbia risposto chiarendo perfettamente pensieri e preoccupazioni dei russi, e che non vi è stato in passato, secondo il linguaggio diplomatico, “uno scambio pieno e franco di opinioni”, in una riga. Perché i russi sono così irritati dall’operazione di Jarablus? Qui riconosco il mio serio debito all’analista geopolitico Mark Sleboda che nel corso di una discussione dettagliata e molto utile, ha corretto alcuni errori che feci in precedenza sull’operazione di Jarablus, ampliandone notevolmente la comprensione.
Nei miei due precedenti articoli sull’operazione di Jarablus avevo detto che sembrava mirata principalmente contro i curdi, i cui miliziani delle YPG, nell’ultimo anno, hanno notevolmente ampliato la zona nel nord-est della Siria sotto loro controllo. Diedi anche per scontato la possibilità che l’occupazione turca di Jarablus avesse lo scopo d’influenzare la battaglia per Aleppo, rifornendo i jihadisti che cercano di rompere l’assedio. Nel mio ultimo articolo scrissi “…Non è evidente che i terroristi abbiano effettivamente bisogno di un “santuario” in questo settore. Hanno già un corridoio per inviare uomini e rifornimenti ad Aleppo dalla provincia di Idlib, che già controllano. Perché aggiungervi il problema di creare una “zona di sicurezza” molto più lontana, nel nord-est della Siria, quando i terroristi controllano territori molto più vicini ad Aleppo?” Mark Sleboda mi ha spiegato che il corridoio principale per rifornire i ribelli in Siria è sempre stato nel nord-est della Siria, a Jarablus, “Idlib non è un linea di rifornimento accettabile dalla Turchia alle sue forze nella provincia di Aleppo, perché il confine turco-siriano di Idlib è montuoso, con strade piccole e pessime e percorsi lunghi che da Idlib alla provincia di Aleppo attraversano territorio che era controllato dall’EAS. Il corridoio di Jarablus, a nord di Aleppo, è sempre stato assolutamente vitale per l’insurrezione. Ecco perché Turchia, Brookings, ecc., hanno sempre dato la priorità a una no-fly zone nella regione. Ora viene realizzata”. In altre parole, l’occupazione turca di Jarablus, prima che potesse essere catturata dalle YPG, non è volta ad impedire di collegare due aree in Siria controllate dai curdi, anche se potrebbe essere stato un fattore secondario, ma è principalmente destinata a garantire la principale via di rifornimento (o “ratline”) che la Turchia utilizza per rifornire i terroristi che attaccano Aleppo. Oltre al fatto ormai chiaro che le ambizioni turche vanno ben oltre Jarablus. Vari funzionari turchi negli ultimi due giorni fanno detto ai media che la Turchia istituisce una grande “zona di sicurezza” dei ribelli in questa zona della Siria. Inoltre, come dice Mark Sleboda, ora ha il sostegno degli Stati Uniti, come dimostra il ruolo molto attivo dell’aviazione statunitense nel sostenere l’operazione turca su Jarablus. Mark Sleboda inoltre mi ha fatto notare che la creazione di tale “zona di sicurezza” dei terroristi in Siria era un obiettivo dichiarato dai turchi da oltre un anno, e finora ostacolato dalla riluttanza degli Stati Uniti a fornire il supporto necessario e dalla preoccupazione di Washington e Ankara della possibile reazione militare russa. Con l’operazione a Jarablus ed oltre, effettuata con il supporto degli USA e carpendo l’acquiescenza russa, i turchi l’hanno ora ottenuta. Quali implicazioni avrà sulla guerra in Siria e sul riavvicinamento russo-turco?
Tornando alla guerra in Siria, il mio punto di vista resta che ciò, alla fine, non deciderà l’esito della battaglia di Aleppo, dove le notizie suggeriscono che l’Esercito arabo siriano continua ad avanzare, nonostante il continuo, e di fatto aumentato, flusso di rifornimenti ai jihadisti dalla Turchia. La mia visione a lungo termine rimane è che se il governo siriano riconquisterà Aleppo e Idlib, allora vincerà la guerra. Tuttavia ciò che tale episodio dimostra è che la guerra è lungi dall’essere vinta, e che i turchi e i loro sostenitori statunitensi sono pronti all’escalation per evitare che l’esercito siriano vinca. Al di là di ciò che penso, il giornalista inglese Patrick Cockburn avrebbe ragione, ritenendo che cercando di stabilire una “zona di sicurezza” in Siria, la Turchia si espone e fa un passo che “...potrebbe impantanarla nelle letali paludi della guerra siriano-irachena”. Già vi sono indicazioni che la mossa turca provoca la reazione di YPG e curdi. Nonostante i rapporti precedenti secondo cui le YPG ritiravano le forze sulla riva orientale dell’Eufrate, vi sono notizie ormai credibili sulla resistenza all’avanzata turca delle milizie curde delle YPG, oltre a notizie sulla mobilitazione contro l’avanzata turca nelle zone curde della Siria. Nel mio ultimo articolo tracciavo il seguente punto sulla capacità delle YPG di sventare qualsiasi piano per creare una “zona di sicurezza” dei terroristi in questa parte della Siria, “la Siria nord-orientale è una zona aspramente contestata in cui la forza dominante non sono i terroristi, ma le YPG. Non sembra credibile come “zona sicura” per i terroristi o zona da cui lanciare attacchi su Aleppo. Al contrario, il tentativo di creare una “zona sicura” per i terroristi in questa zona sarebbe contro le YPG, ripristinando a pieno l’alleanza tra il governo siriano e le YPG, portando a scontri continui nella zona della cosiddetta “zona sicura” tra i terroristi e le YPG. Ciò sicuramente sventerebbe lo scopo della “zona di sicurezza”, rendendola pericolosa ed inutile. Naturalmente l’esercito turco potrebbe provare a presidiare la zona per difendere qualunque “zona sicura” creatavi. Tuttavia ciò richiede un’incursione in Siria ben oltre Jarablus, rischiando di far impantanare l’esercito turco in una guerra di guerriglia nel territorio siriano contro le YPG. Dubito che Erdogan, esercito turco e Stati Uniti lo vogliano“. Nell’articolo sull’incursione turca, Patrick Cockburn chiarisce essenzialmente lo stesso punto, “La Turchia può impedire per sempre ai curdi di estendere il dominio ad ovest dell’Eufrate, ma sarebbe un’operazione molto diversa e più pericolosa attaccare lo Stato curdo siriano de facto, tra l’Eufrate e il Tigri, dopo che l’Esercito arabo siriano si era in gran parte ritirato dalla regione nel 2012“. La creazione di una “zona di sicurezza” per i terroristi in Siria, nonostante l’opposizione delle YPG, è comunque ciò che Erdogan e i turchi, sostenuti dagli Stati Uniti, hanno deciso di fare. Nei giorni scorsi c’è stata qualche nuovo discorso sulla Russia impantanatasi nella guerra in Siria. A mio parere, il Paese che corre di gran lunga il maggior rischio di impantanarsi in Siria non è la Russia, ma la Turchia, che ha già a che fare con una campagna terroristica islamista e una rivolta curda sul proprio territorio, grandi conseguenze della guerra in Siria, e che non può permettersi un’altra guerra tra l’esercito turco e le YPG che potrebbero essere appoggiate dai russi in Siria, aumentandone i problemi. Questo però è ciò che la Turchia rischia con l’ultima mossa.
Rimane l’eccezionale puzzle politico degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato attivamente le YPG a catturare Manbij, che si trova ad ovest dell’Eufrate, fornendole un pesante supporto aereo per l’operazione su Manbij. E ora chiedono alle YPG di abbandonare Manbij e tutte le zone ad ovest dell’Eufrate, e fornisce supporto aereo a un’operazione militare turca che almeno in parte prende di mira le YPG. E’ impossibile vedervi qualche logica. Come ho scritto nel precedente articolo, “E’ impossibile vedervi una qualsiasi strategia coerente. Piuttosto sembra che CIA e militari sul campo in Siria proseguano sulla loro strada, favorendo le YPG ad espandersi il più velocemente possibile, incuranti delle conseguenze. La leadership politica di Washington, quando finalmente ha capito cosa succede, ha dovuto adottare misure sproporzionate per riportare la situazione sotto controllo“. Indipendentemente da ciò, la mossa turca in Siria dovrebbe seppellire una volta per tutte la minima idea che la Turchia sia in procinto a un riallineamento geopolitico allontanandosi dall’occidente verso le potenze eurasiatiche. Non solo la Turchia è ancora alleata di Stati Uniti e NATO, ma ormai esegue un’operazione militare illegale in Siria con l’opposizione russa e il sostegno militare degli Stati Uniti. Non è l’azione di un Paese che si riallinea e si prepara a cambiare alleanze passando dall’occidente a Pechino e Mosca.
Russi e turchi sono ora si parlano, dopo diversi mesi di silenzio. La sintesi del Cremlino della conversazione tra Putin e Erdogan dimostra che ancora non si parla di migliorare le relazioni commerciali ed economici. Tuttavia, come mostra l’articolo Kommersant, anche tali progressi limitati ora appaiono in pericolo, mentre le posizioni contrastanti dei due Paesi sulla guerra in Siria, ancora una volta, minacciano di separarli. In altre parole la Turchia rimane, come è sempre stato, un alleato non della Russia e delle potenze eurasiatiche, ma degli Stati Uniti e dell’occidente, e le sue azioni in Siria ne sono una chiara dimostrazione.Turkish_Offensive_in_Northern_SyriaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sulle tracce di Trebitsch-Lincoln, triplo agente

Bernard Wasserstein, NY Times 8 maggio 1988
Bernard Wasserstein insegna storia alla Brandeis University, è l’autore di The Secret Lives of Trebitsch Lincoln.

Trebitsch-Lincoln, il 10 ottobre 1919

Trebitsch-Lincoln, il 10 ottobre 1919

Non posso dire quando ho sentito parlare di Trebitsch-Lincoln. Era uno di quei tipi, noti ai loro tempi, che affondarono rapidamente nel dimenticatoio dopo la loro morte, e a volte appaiono brevemente nelle note storiche. Credo che il profilo della bizzarra storia di Trebitsch-Lincoln mi fu raccontato alcuni anni prima a Gerusalemme dal direttore dell’Encyclopedia Judaica, Geoffrey Wigoder, la cui conoscenza enciclopedica di tali sentieri storici è senza pari. Da lui sentì, con incredulità, della nascita nel 1879 di Ignácz Timoteo Trebitsch in una piccola città di provincia dell’Ungheria, delle sue conversioni dal giudaismo a varie sette del cristianesimo e poi al buddismo, dei suoi vagabondaggi dall’Ungheria alla Cina, dell’adozione del nome Lincoln (il primo di più di una dozzina di nomi di battaglia), della sua elezione alla Camera dei Comuni inglese e della sua attività di spia tedesca in entrambe le guerre mondiali. Ma, nonostante la natura fantastica del racconto, poco ne rimase nella mia memoria se non il vago ricordo di un uomo in qualche modo coinvolto in qualcosa di scandaloso (…)
MPUn tardo pomeriggio dell’agosto 1984 rimasi imprigionato nella Bodleian Library dell’Università di Oxford per le forti piogge, un evento non insolito a Oxford ad agosto. Non avendo nulla da fare, ed essendo troppo tardi per ordinare altri libri, navigai tra i testi estremamente noiosi che il bibliotecario della Bodley metteva a disposizione sullo scaffale aperto. L’occhio mi cadde sui circa cento volumi rossi e verdi dell”’Indice della corrispondenza generale del Ministero degli Esteri”, letteratura, in ogni caso, adatta per uno storico in un pomeriggio piovoso. Per dei meccanismi psicologici che non mi sono ancora chiari, decisi di cercare il nome Trebitsch-Lincoln. Iniziai a leggere in attesa che la tempesta passasse. Questo più di tre anni fa, e la tempesta non è ancora passata. Cercando a caso m’imbattei nelle voci su Trebitsch quasi ogni anno, tra il 1921 e il 1938. Queste erano spesso di natura piccante, ed allettanti per la loro brevità. Così la voce 1923: “LINCOLN, Trebitsch (alias Patrick Keelan) attività connesse con la deputazione cinese del generale Ludendorff nelle relazioni sino-tedesche”, o del 1924 ‘‘LINCOLN, Trebitsch (alias Trautwein) vende presunti falsi piani militari tedeschi alle autorità francesi”. Quando passai ai volumi sugli anni ’30, l’arena delle attività sembrò cambiare. 1931: “divenuto prete buddista“. 1937 “attività di propaganda giapponese”. 1938 “attività in Tibet”. Alle 19:00 la biblioteca chiudeva e fui cacciato sotto la pioggia. In bicicletta riflettei sul significato dei frequenti cambiamenti di nome, spostandosi apparentemente dall’Europa all’Estremo Oriente e sull’appariscente combinazione di intrighi religiosi e politici. Mentre ci pensavo in quel fine settimana, mi sembrò opportuno ritenere l’uomo un colorito ma secondario truffatore e avventuriero. Ma la settimana dopo, trovandomi nel Public Record Office (l’archivio nazionale inglese) di Kew, decisi di controllare i dossier del Foreign Office per scoprire se le voci sensazionali dell’indice fossero riflesse nei documenti del governo. La lunga esperienza con tali materiali (molti dei quali triturati dalle “mondine” del governo, la cui capacità distruttiva avrebbe fatto vergognare anche il Tenente-Colonnello Oliver North) mi insegnò ad essere molto scettico sul trovare qualcosa. Con mio grande stupore scoprì che le voci dell’Indice erano la punta dell’iceberg enorme della documentazione governativa inglese su Trebitsch-Lincoln, risalente al 1906. Il contenuto, tuttavia, non placò la mia curiosità. Se non altro, aumentò la mia perplessità, aprendo una finestra in un mondo su attività cospirative esotiche e contorte, tanto che sembrava impossibile distinguere la verità da voci, propaganda o guerra psicologica.
Tornai ad Oxford più perplesso che mai, perplesso sul motivo per cui molti governi s’interessarono a costui per più di tre decenni, chiedendomi se davvero valesse la pena perdere tempo per scoprirne qualcosa. Decisi di bandire Trebitsch-Lincoln dalla mia mente fin quando una seconda scoperta casuale mi sprofondò nei suoi affari. Ancora una volta accadde alla Bodleian Library, dove ero tornato con l’intenzione di dedicarmi alle miei vocazioni scientifiche più convenzionali. Passando un giorno nella sala di lettura del Duca Humphrey, il cuore della biblioteca, mi capitò di ricordare di aver letto da qualche parte che la Bodleian aveva appena acquisito l’archivio di qualche società missionaria; Trebitsch, mi ricordai, fu brevemente missionario in Canada al volgere del secolo. Feci delle indagini e finì dritto verso l’orribilmente brutto edificio della Nuova Bodleian, dove erano conservate moderne carte storiche. Fu un gran colpo lungo. Dopo tutto, centinaia di società missionarie erano esistite e sembrava improbabile, per non dire altro, che qualsiasi documentazione su un missionario oscuro che operò per breve tempo a Montreal, nel 1900, dovesse spuntare ad Oxford otto decenni più tardi. Trovai che i documenti della Società di Londra per la promozione del cristianesimo tra gli ebrei erano da poco stati depositati nella Nuova Bodleian ed erano disponibili ai lettori. La società aveva mantenuto una sezione canadese, di cui alcuni fasci di carte erano ancora esistenti. Con mio grande stupore scoprì che includevano un resoconto dettagliato ed estremamente circostanziato della breve carriera nella società del “reverendo IT Trebitsch”. Questi documenti contemporanei davano un quadro vivido dei suoi wrestling spirituali, nonché di alcune prime irregolarità finanziarie della sua vita. Per la prima volta capì che avevo cominciato a penetrare la cortina rocciosa e magniloquente dietro cui Trebitsch, nella sua successiva carriera di spia, nascose il suo vero sé. È vero, tali carte da sole non sono davano la chiave del mistero della sua personalità. Ma mi convinsero che vi era un problema di psicologia storica utile da dipanare. Ciò che in un primo momento era curiosità divenne vero e proprio interesse; e alla fine, devo confessare, ebbi un’ossessione virtuale nel strappare via il velo che avvolgeva la verità su Trebitsch.
md19115127774Nel successivo anno passai da storico a detective, spulciando archivi, affliggendo bibliotecari e facendo domande in più di una dozzina di Paesi. Potei convincere le recalcitranti autorità ungheresi a mettermi a disposizione i dati della polizia di Budapest che rivelarono la precoce carriera di Trebitsch quale criminale minorile. Utilizzando le misere disposizioni del Freedom of Information Act, ottenni centinaia di fotocopie dei fascicoli di FBI, CIA e altre agenzie di intelligence statunitensi. Una scappatoia alle leggi inglesi molto più severe che disciplinano l’accesso ai documenti ufficiali, mi permise di vedere i dossier chiusi del Ministero degli Interni (tra cui certe carte di Scotland Yard e MI5) riguardanti Trebitsch. Così potei costruire un quadro autentico e verificabile della sua vita, sicuramente la più straordinaria vita nella storia dello spionaggio moderno. Ma un aspetto fondamentale continuava a sfuggirmi. A parte un paio di frammenti raccolti dagli archivi dell’Accademia drammatica di Budapest, possedevo poche informazioni attendibili sulla giovinezza di Trebitsch. Come potevo spiegare il suo successivo sviluppo senza un qualche esame delle influenze formative sul personaggio, dalla famiglia e dall’ambiente primitivo? Per un certo periodo ignorai tali problemi, confortandomi con l’ariosa licenza di Evelyn Waugh (nella sua autobiografia, ”A Little Learning”) sulla nozione comune che gli eventi della prima infanzia determinano la vita adulta. Sarebbe davvero utile, dopo tutto, sapere se Freud sapesse andare in bagno a un anno, se Einstein fosse lunatico a 2 anni, o che il piccolo Niccolò Machiavelli manipolasse senza scrupoli i suoi compagni di gioco a 3 anni? Anche se tali informazioni fossero disponibili, sarebbe un rischioso approccio che cadrebbe nella trappola del senno del poi, dando un falso significato ad eventi banali solo per via di una connessione superficiale coi caratteri da adulto? Tuttavia, tale lacuna mi dava fastidio e persi tempo a colmarla. Accadde che corrispondessi per qualche tempo con John Greppin, un esperto di linguistica armeno che insegna alla Cleveland State University in Ohio. Il tema della nostra corrispondenza era l’etnografia degli zingari palestinesi. Nell’ottobre 1984, quando ebbi un’assegnazione temporanea a Gerusalemme, scrissi a Greppin per fornirgli qualche informazione banale sugli zingari locali. Nel frattempo, scoprì che un fratello di Trebitsch-Lincoln era emigrato intorno al 1910 dall’Ungheria negli Stati Uniti e si era stabilito a Cleveland, dove fondò un giornale socialista ungherese. Altro non sapevo, ma pensai che valesse la pena chiedere a Greppin se non fosse possibile rintracciare eventuali discendenti di quest’uomo che potessero ancora vivere a Cleveland. Cosa Greppin (che non ho mai incontrato) fece con tale strana richiesta non lo so. Ma evidentemente era una persona tollerante dalle rare risorse. Per giro di posta seppi che a Cleveland infatti viveva una donna, di 80 anni, nipote di Trebitsch-Lincoln. Non solo rispose alle mie tante domande, ma anche molto generosamente mi diede la copia di un manoscritto su suo padre, suo zio e la famiglia Trebitsch che scrisse quando era studentessa al college negli anni ’20. Un po’ più tardi una coincidenza non meno miracolosa mi aiutò ulteriormente. Una sera, in un concerto al Teatro di Gerusalemme, incontrai la mia vecchia amica Elizabeth Eppler, un’autorità sulla storia degli ebrei d’Ungheria, da poco stabilitasi a Gerusalemme. Quando le dissi che stavo scrivendo un libro su Trebitsch-Lincoln, rispose pescando dalla borsetta l’indirizzo di un altro suo nipote, di ’90 anni, la cui figlia, mi disse, era stata una delle sue più grandi amiche. Disse anche che viveva a Londra un’altrettanto venerabile nipote di Trebitsch. Quando tornai nel Regno Unito poco dopo, ebbi il piacere d’incontrare queste persone. Entrambe ricordavano lo zio con notevole precisione e chiarezza. Dato che l’avevano conosciuto bene (e nel caso della nipote aveva anche lavorato con lui durante la breve carriera di promotore di una compagnia petrolifera rumena), la loro testimonianza fu preziosa. Inoltre, grazie a loro fui presentato alla nipote di Trebitsch che, durante il pranzo nel suggestivo ristorante che lei e suo marito dirigono a Greenwich, mi diedero le informazioni più cruciali.
BuddhistCombinando le nuove prove datemi dai parenti di Trebitsch con quello che già sapevo da altre fonti, potei tentare di tracciare almeno i contorni di un resoconto dell’infanzia e dell’adolescenza, e delle sue prime esperienze nell’odissea ribelle da adulto. La mia ricerca su Trebitsch Lincoln mi portò ancora più lontano dalla mia solita strada. Non mi aspettavo, quando vedi per la prima volta il nome di Trebitsch nella Bodleian Library, che un anno dopo sarei finito sommerso dai registri della Special Branch della Polizia Municipale di Shanghai, per non parlare che tali documenti avrebbero completato l’insieme fondamentale degli indizi che mi permisero finalmente di svelare il mistero di Trebitsch-Lincoln. Scoprii esattamente come passò da una vita di studente bohemien a Budapest a una missione presbiteriana a Montreal; come fu eletto deputato liberale nel Parlamento inglese a Darlington; come le sue speculazioni sul petrolio rumeno furono un disastro; come defraudò i suoi benefattori inglesi e divenne un agente doppio (o meglio triplo) durante la prima guerra mondiale; come fuggì negli Stati Uniti, dove fu arrestato e come evase dal carcere di Brooklyn, sconcertando ed esasperando la polizia eludendo la cattura, come sfacciatamente insultò e sfidò i suoi aspiranti carcerieri dalla stampa di New York; come tornò in Europa, dove apparve quale membro del governo golpista di destra del tedesco Wolfgang Kapp, nel 1920; come incontrò il giovane Hitler, che si era precipitato da Monaco di Baviera per partecipare al putsch; come, dopo il crollo del colpo di Stato, riunì reazionari tedeschi, ungheresi e russi per formare l”’internazionale bianca”, un equivalente di destra della Terza Internazionale di Lenin dedita alla causa rivoluzionaria nel mondo; come poi tradì i suoi complici cospiratori fuggendo in Cina, dove fu nominato abate di un monastero buddista, sprofondando tra gli intrighi politici in Tibet e Cina del nord; e come, infine, nell’ultima e più straordinaria fase della sua vita, riemerse dalla penombra inquietante della guerra, questa volta nella Shanghai occupata dai Giapponesi, nel vecchio ruolo di agente segreto dei nazisti e dei giapponesi. Al di là della storia picaresca di un uomo che poteva confondere David Lloyd George, J. Edgar Hoover e Heinrich Himmler, cercai di raggiungerne una piena comprensione. Il nucleo del mistero mi sembrava l’enigma della vita interiore di Trebitsch. A chi, se c’era, andava la sua lealtà? Chi fu davvero? Con quale coscienza continuò a lavorare per l’Asse mentre il figlio veniva torturato dai giapponesi a Java e il fratello assassinato ad Auschwitz? Sulla base delle mie tante fonti ho potuto ricostruire questa dimensione nascosta della personalità per spiegarne l’illusione messianica che alla fine l’inghiottì.
La parte finale della vita di Trebitsch-Lincoln fu dominata da un grave psicosi maniaco-depressiva che produsse fasi di tristezza, pessimismo e paranoia che si alternarono da una parte con onnipotenza, superiorità, euforia, esaltazione gregaria dall’altra. Il ciclo di stati d’animo si tradusse in periodi di ritiro monacale e di disperazione, seguiti da fasi maniacali di iperattività, pretese profetiche e follie compulsive da grandeur politica. La sindrome maniaco-depressiva messianica è la chiave per spiegare la vita di Trebitsch-Lincoln, ed in particolare del legame tra la sua visione interna del mondo e la realtà. Ma non può essere semplicemente liquidato come un pazzo. Al contrario, la cosa notevole di lui, e commento più eloquente sul mondo in cui viveva, è che poté operare su un piano di razionalità apparente durante la carriera di truffatore. In caso contrario, come poté essere eletto al Parlamento inglese? Come poté essere nominato membro del governo tedesco? Come poterono i vertici della gerarchia buddista della Cina accettarlo tra loro con affetto e orgoglio? Durante la seconda guerra mondiale, anche il massimo agente della Gestapo in Estremo Oriente, il Colonnello delle SS Joseph Meisinger (un nazista convinto che fu giustiziato nel 1947 per crimini di guerra e che si vantava di non fidarsi di nessuno, ”A volte ho anche dubbi su di me!”), accettò le pretese fantastiche di Trebitsch con una credulità ingenua. Meisinger raccomandò l’assunzione di Trebitsch nella sua rete di agenti e fu coinvolto in una polemica sulla questione coi vertici dell’apparato della sicurezza nazista a Berlino. Lungi dall’essere uno svantaggio, la specifica forma di follia di Trebitsch lo fece andare avanti nel mondo dei grandi dittatori, un mondo in cui la follia aveva un ascendente su grandi porzioni di umanità. Trebitsch-Lincoln morì a Shanghai nell’ottobre 1943. Tuttavia, anche nella morte, conservò la capacità di stupire, e suppongo sia possibile possa ancora uscire dalla tomba nel cimitero municipale di Shanghai, sotto forma di cassetta con carte postume, che contraddicano tutto ciò che ho scoperto su di lui. Fermo restando una vaga possibilità, capì, alla fine delle mie ricerche, che le mie indagini d’archivio e la mia caccia spietata ai testimoni, insieme ad alcuni eccezionali colpi di fortuna, avevano reso accessibile l’approccio alla vera storia di un falso messia.

Trebitsch-Lincoln a Belrino nel 1932

Trebitsch-Lincoln a Berlino nel 1932

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Invasione turca della Siria dimostra che Erdogan non è amico della Russia

Russia e Turchia: fine del riavvicinamento?
Alexander Mercouris, The Duran 26/8/2016

L’incursione turca in Siria non rovina il recente riavvicinamento russo-turco perché era solo un riavvicinamento limitato, non un riallineamento. Nel frattempo la Russia lavora sodo per conciliare il governo siriano coi curdi.

putin-erdogan-meeting-in-st-petersburg-1470746183-5833L’incursione turca in Siria e la cattura di Jarablus sono state interpretate da alcuni per definere il riavvicinamento russo – turco una farsa. Secondo questo punto di vista, Erdogan, dopo aver ottenuto concessioni da Putin al vertice di San Pietroburgo, non ha perso tempo a far cadere la maschera, ancora una volta, tradendo l'”amico” russo invadendo la Siria. A mio parere ciò è il prodotto delle alte aspettative di molti sul riavvicinamento russo-turco. Come ho detto in molte occasioni, era un riavvicinamento non un riallineamento. La Turchia sarebbe stata arrabbiata con gli Stati Uniti per il colpo di Stato, fatto reso chiaro dalla decisione di Erdogan d’inviare solo il vicesindaco di Ankara ad accogliere il vicepresidente Biden all’arrivo ad Ankara, ma non ha cessato di essere alleata di Stati Uniti e NATO. Né vi è alcun motivo di pensare che i russi ritengano l’incursione turca in Siria un “tradimento”. Affinché ci fosse un “tradimento”, Erdogan avrebbe dovuto ingannare i russi sulle sue intenzioni in Siria. Al contrario Erdogan non ha mai, in alcun momento, detto che le sue politiche o intenzioni in Siria erano cambiate. Invece ha sempre detto, e ha continuato a dirlo fino alla vigilia del vertice di San Pietroburgo, che la sua politica in Siria è invariata. Esige ancora che il presidente Assad se ne vada e vuole ancora il cambio di regime in Siria. Ha anche detto che non considera Jabhat al-Nusra, affiliata ad al-Qaida, un’organizzazione terroristica. Vedasi la mia discussione dettagliata qui.
Ripeto: ciò che è successo a San Pietroburgo è stato rattoppare le relazioni tra Russia e Turchia, portandole più o meno a dove erano prima dell’abbattimento del Su-24 nel novembre dello scorso anno (Mercouris qui è ottimista, fin troppo NdT). Un certo numero di accordi economici furono concordati a grandi linee, ma niente mutamenti geostrategici, nulla è stato promesso o richiesto o previsto (dai russi), ed era irragionevole aspettarselo. Come spesso accade, i turchi dicono di aver informato i russi dell’intenzione di occupare Jarablus, e che i russi gli hanno dato il via libera. È plausibile. I russi sanno che per la Turchia l’istituzione di una zona autonoma controllata delle YPG curde al confine con la Siria è inaccettabile, e che agiranno con decisione per impedirlo. A meno di andare in guerra con la Turchia, la Russia non può impedirlo e non ha alcun motivo di offendere i turchi, cercando di farlo. Il punto chiave da capire dell’incursione turca è che non si tratta di aree della Siria controllate dal governo siriano. Tutta la zona è controllata da YPG o SIIL. Né questa area è fondamentale per la sopravvivenza del governo siriano. Il governo siriano dipende dalla presa su Damasco e Aleppo, sulle città centrali di Hama e Homs, sulla regione chiave di Lataqia e, infine, dalla riconquista delle città e provincia di Idlib. Se il governo siriano realizza tutto questo, allora avrà assicurata l’esistenza, obiettivo deciso dai russi quando intervennero in Siria lo scorso anno. Nel frattempo i russi senza dubbio calcolano, come fanno i siriani, che il nord-est della Siria può essere lasciato a se stesso, e che ciò che i turchi vi combineranno, lontano dai campi di battaglia chiave nelle province di Damasco, Aleppo ed Idlib, alla fine in termini militari e strategici semplicemente non importa. Anche se può sembrare spietato, è il tipo di calcolo spietato che a volte va fatto in guerra. Ciò non significa che i russi si disinteressano completamente di ciò che accade nel nord-est della Siria. Tuttavia il centro della loro preoccupazione non sarà l’incursione turca. Piuttosto è la recente rottura delle relazioni tra il governo siriano e la milizia curda YPG.
Mentre le YPG non hanno un ruolo decisivo nei combattimenti in Siria occidentale, erano un utile alleato dell’Esercito arabo siriano nei combattimenti ad Aleppo e ad est, contro lo SIIL. L’Esercito arabo siriano già gravemente sovraesteso non ha bisogno di altri nemici, e i russi vorranno evitare che le attuali tensioni tra Esercito arabo siriano e YPG degenerino in combattimenti aperti. Che ciò sia per i russi la questione chiave nel nord-est della Siria, oggi, è stato appena confermato dalla conferenza al Ministero degli Esteri russo di Maria Zakharova, l’efficace portavoce del ministero degli Esteri della Russia, “Per quanto riguarda la situazione ad Hasaqah in Siria, siamo estremamente preoccupati per l’escalation nella città tra truppe governative e milizie curde. La Russia ha adottato misure attive su diversi canali con l’obiettivo d’impedire scontri fratricidi. Sollecitiamo le parti a mostrare moderazione, saggezza, coscienza politica, responsabilità e a sviluppare la consapevolezza che tutti i patrioti hanno un solo nemico comune, i terroristi. E’ ovvio che il terrorismo sia una minaccia per tutti i siriani che condividono un unico obiettivo, salvare la Siria, in cui tutti i cittadini indipendentemente da etnia o religione vivano tranquilli“. I russi hanno agito su tali motivi (come dice Zakharova) adottando azioni positive sul terreno, cercando di mediare tregue tra governo siriano e YPG ad al-Hasaqah e ad Aleppo, finora va detto solo con risultati alterni. I russi hanno leve su entrambe le parti. Il governo siriano è ora completamente dipendente dalla Russia, mentre la Russia è l’unica potenza che continua a mostrare una certa simpatia per le richieste di autonomia delle YPG. Non più tardi di aprile, in un momento in cui i rapporti tra Russia e Turchia erano ancora pessimi, i russi chiedevano che i curdi fossero rappresentati separatamente ai colloqui di pace di Ginevra. I russi non hanno ceduto su questa posizione. Senza dubbio ricorderanno alle YPG che se vogliono un ruolo nei negoziati, e quindi un ruolo nel decidere il futuro della Siria, in una regione ostile, avranno bisogno del sostegno russo. In una situazione così gravida non è irragionevole che i russi accettino tranquillamente un’incursione turca che (come potrebbero vedere) concentra l’attenzione delle YPG, mostrando chi sono i loro veri amici e veri nemici, e perché gli Stati Uniti non possono essere invocati come alleato serio.
Il mio collega Alex Christoforou ha recentemente sottolineato come in questa regione i russi sono sempre più gli operatori per la pace, anche se gli Stati Uniti agiscono costantemente per diffondere la guerra. La mediazione russa tra governo siriano e YPG, a prescindere se abbia successo, avviene subito dopo l’incitamento degli Stati Uniti alle YPG di aggredire il governo siriano, ne è solo un altro esempio.Turkey's President Tayyip Erdogan inspects honour guard during visit to Northern Cyprus

L’Invasione turca della Siria dimostra che Erdogan non è amico della Russia
L’avanzata turca in Siria svela il riavvicinamento turco-russo quale farsa
Adam Garrie, The Duran 26/8/2016

Barack+Obama+Recep+Tayyip+Erdogan+Pesident+o8vajy4YkYLlUltimamente avvertivo che la Russia e chi supporta la giusta causa della Russia aiutando la Siria a liberarsi da fanatici assassini e terroristi, che sotto il presidente Erdogan, la Turchia non è un alleato affidabile, né coerente. Naturalmente è giusto che Russia e Turchia riducano le tensioni, ma c’è una grande differenza tra rimarginare una ferita e stipulare un’alleanza. Sembra che poche settimane dopo l’avvicinamento, la Turchia abbia tradito la Russia, violato il diritto internazionale e contribuito a destabilizzare ulteriormente la Siria. Carri armati turchi, col supporto degli aerei della forza aerea degli Stati Uniti, invadevano il territorio siriano, in particolare Jarabulus. Turchi e statunitensi giustificano tale incursione affermando che combattono lo SIIL che controllava Jarablus. La vera ragione è che i combattenti curdi erano sul punto di prendere Jarablus e la Turchia temeva l’istituzione di una roccaforte curda al confine. È interessante notare che, mentre gli Stati coinvolti in Siria non sono a favore della creazione di uno Stato curdo, gli USA erano tra i sostenitori più tenaci dei curdi, supponendo che la fedeltà agli Stati Uniti dei combattenti curdi fosse pari quella della Turchia verso la Russia. Eppure l’invasione turca è molto più di uno schiaffo alla Russia. La Turchia è ai ferri corti strategici con la Russia, combattendo per una causa contraria a quella per cui Russia e Siria combattono, svelando l’unica coerenza del regime turco: l’ipocrisia continua. Dal 24 agosto Jarabulus era rivendicata dal cosiddetto esercito libero siriano con una dichiarazione che va controllata bene. L”esercito libero siriano’ è un nome che raggruppa vari combattenti dalle molteplici e mutevoli alleanze che lottano per un unico obiettivo comune, il rovesciamento del governo legittimo della Siria. Infatti, i combattenti etichettati ‘ELS’ nel 2011 iniziarono le azioni che destabilizzarono il Paese, permettendo a SIIL, al-Qaida e gruppi simili d’infiltrarsi dalle roccaforti nel nord dell’Iraq. Una volta che lo SIIL cominciò ad occupare gran parte della Siria, l’esercito libero siriano scomparve con i suoi ex-membri che aderivano allo SIIL, a cloni come al-Nursa o semplicemente scappando. Il nome esercito libero siriano fu resuscitato quest’anno, soprattutto dai commentatori stranieri che citavano un miscuglio di combattenti disposti a prendere ordini dalla NATO in un dato momento e in un dato luogo.
Se i terroristi dello SIIL di tanto in tanto cambiano nome per adeguarsi al concetto di ‘estremisti islamici moderati’, l’ELS fa il contrario, è un non-gruppo il cui nome inoffensivo appare di tanto in tanto sulla stampa per far sembrare che le forze antigovernative estere abbiano legittimazione in Siria. In sintesi, la Turchia ha sostituito un gruppo che si fa chiamare SIIL con uno sconosciuto di occupanti che comprende ex-membri e membri dello SIIL che operano temporaneamente sotto una bandiera diversa. In alcun modo ciò è nell’interesse del popolo siriano né della stabilità politica nella regione. L’interesse della Russia è chiaro, farà ciò che è richiesto dal governo siriano lottando contro ogni forma di terrorismo. Solo i Paesi invitati dal governo ad intervenire in Siria sono conformi al diritto internazionale. Le Nazioni Unite non hanno approvato l’invasione turco-statunitense, né del resto hanno approvato gli attacchi di qualsiasi altro Paese della NATO sulla Siria. La Siria rimane uno Stato sovrano e mentre lo SIIL si pretende uno ‘Stato islamico’, nessuno al mondo lo riconosce come tale. Ironia della sorte, invadendo le parti occupate dallo SIIL di ciò che è legalmente territorio siriano, si riconosce indirettamente lo Stato islamico. Dicendo che si dichiara guerra allo ‘Stato islamico’, s’indica che si tratta di uno Stato. In realtà, l’unico Stato legittimo nella zona in questione è la Siria e, pertanto, è stata invasa. In un mondo governato da logica o giustizia, tutti i Paesi dovrebbero aderire alla lotta della Siria contro i terroristi. L’imposizione di una no-fly-zone su Jarablus è un affronto totale alla nazionalità siriana ed è una provocazione verso la Russia, che ha la sola forza aerea straniera legalmente presente sul territorio siriano. In tutto ciò, l’ipocrisia è stupefacente. L’anno scorso la Turchia abbatté un aviogetto russo con l’accusa di entrare nello spazio aereo turco per pochi istanti (una bugia dato che l’aereo rimase nello spazio aereo siriano sempre). Ora carri armati ed aerei turchi entrano in Siria con totale impunità. Si tratta dello stesso Erdogan che rimproverò la Siria nel 2012, quando un aereo turco in realtà entrò nello spazio aereo siriano e venne abbattuto dalle forze siriane.
L’incoerenza di Erdogan l’avrebbe reso inaffidabile, ed abbastanza sicuramente, entro poche settimane, avrebbe pugnalato la Russia alla schiena dopo esser strisciato da Putin e criticato gli USA per aver rifiutato di consegnargli il dissidente turco Fethullah Gülen. Ora Erdogan è di nuovo al centro della NATO, minacciando di abbattere aerei russi che volano nelle regioni della Siria che la Turchia ha invaso. Chiunque in Russia pensi che Erdogan sia un amico deve ripensarci ed essere realista.erdogan_biden

L’accordo Stati Uniti-Turchia mira a creare de facto una ‘zona di sicurezza’ nel nord-ovest della Siria
Karen DeYoung e Liz Sly, Washington Post 26 luglio 2015

488a868bf717430b81699432bd161703_18Turchia e Stati Uniti hanno concordato i contorni di una “zona di sicurezza” di fatto, lungo il confine Turchia-Siria, secondo i termini di un accordo che prevede di aumentare in modo significativo portata e ritmo della guerra aerea degli Stati Uniti contro lo Stato islamico nel nord della Siria, secondo i funzionari turchi e statunitensi. L’accordo prevede un piano per cacciare lo Stato islamico da una zona di 68 miglia ad ovest del fiume Eufrate, fino alla provincia di Aleppo, che finirebbe sotto il controllo dell’opposizione siriana. Se pienamente attuato, porterebbe gli aerei statunitensi ad operare in prossimità delle basi aeree e delle difese aeree del governo siriano, aiutando direttamente i ribelli dell’opposizione che combattono il regime del Presidente Bashar al-Assad. Le operazioni nell’area non soddisfano le vecchie richieste turche per una no-fly zone pienamente dichiarata, ma la zona potrebbe diventare un santuario per parte dei circa 2 milioni di civili siriani fuggiti in Turchia. Dell’accordo se n’è saputo la scorsa settimana, quando la Turchia dichiarava di aver accettato di consentire ad aerei armati degli Stati Uniti di decollare dalla base di Incirlik. Aviogetti turchi iniziavano le missioni sulla Siria settentrionale. Ulteriori dettagli, tra cui la composizione delle forze dell’opposizione siriana da inviare ad occupare l’area protetta, sono ancora in fase di elaborazione secondo i funzionari, che sotto anonimato hanno parlato delle operazioni in evoluzione. “Quando le zone nel nord della Siria vengono liberate dalla minaccia (dello Stato islamico), zone di sicurezza verranno ovviamente formate“, aveva detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. “Gli sfollati possono essere collocati in quelle zone sicure“. I funzionari degli Stati Uniti non hanno contestato la descrizione turca e hanno detto che la copertura aerea della coalizione degli Stati Uniti avrebbe operato tutto il giorno designando gli obiettivi dello Stato islamico. Ma hanno detto che gli Stati Uniti non designano ufficialmente la zona, circa 40 miglia di profondità per 68 miglia lungo il confine, come protetta. Un alto funzionario dell’amministrazione ha detto in un comunicato che “tutti gli sforzi militari congiunti” con la Turchia “non includono l’imposizione di una no-fly zone“. “Quello di cui parliamo con la Turchia è cooperare per supportare i partner sul terreno nel nord della Siria che contrastano lo SIIL“, dice la nota. “L’obiettivo è creare una zona liberata dallo ISIL e garantire maggiore sicurezza e stabilità al confine della Turchia con la Siria“. SIIL è un altro termine per Stato islamico.
Il segretario generale della NATO ha detto che l’Alleanza terrà consultazioni a Bruxelles in risposta alla richiesta turca dopo un attentato suicida in Turchia nella settimana precedente. Le consultazioni sono a norma dell’articolo 4 della NATO, consentendo ad ogni membro di convocare una riunione quando ritiene che la propria integrità territoriale o sicurezza è minacciata. La NATO ha schierato batterie antimissile Patriot in Turchia all’inizio del 2013, dopo che la Turchia ricorse all’articolo 4 quando suoi cittadini furono uccisi da razzi sparati dal governo siriano oltre confine ed aerei siriani avevano violato il suo spazio aereo. L’amministrazione Obama ha resistito a lungo alla creazione di zone di sicurezza in Siria protette dalle forze aeree della coalizione degli Stati Uniti, affermando che le operazioni aeree dovrebbero essere volte solo contro lo Stato islamico. Il Pentagono ha sostenuto che se colpisse le regioni della Siria occidentale, vicino a dove il governo combatte i numerosi gruppi di ribelli e militanti, potrebbe provocare uno scontro con le difese aeree siriane concentrate nella zona. La Turchia in precedenza aveva rifiutato l’uso di Incirlik per gli attacchi aerei degli Stati Uniti, a meno che non decidevano d’istituire una zona protetta lungo il confine. Ma diversi aspetti del conflitto sono cambiati da quando i governi ne discussero la prima volta alla fine del 2014. Le forze di Assad hanno perso molto terreno nel nord-ovest, anche presso Aleppo, seconda città della Siria, verso la coalizione di forze militanti moderate negli ultimi mesi. Allo stesso tempo, lo Stato islamico ha scacciato le forze curde da molte roccaforti, da nord ed est dell’Eufrate al confine iracheno, avanzando poi verso ovest. I militanti ora controllano il confine della Siria dal fiume ad Azaz, a nord di Aleppo. Il cambiamento di posizione della Turchia iniziò sei settimane prima, dopo l’avanzata dello Stato islamico di maggio per catturare Azaz, il valico più vitale per i ribelli moderati sostenuti dagli Stati Uniti. L’offensiva fu bloccata con l’aiuto tardivo di limitati attacchi aerei degli Stati Uniti. I ribelli siriani, che chiesero con urgenza il supporto aereo, si lamentarono che i convogli dello Stato islamico erano confluiti verso le loro posizioni senza alcun intervento degli aerei da guerra della coalizione. I funzionari degli Stati Uniti in seguito notarono che gli attacchi richiesti dai turchi sarebbero stati più efficaci se gli aerei volavano da Incirlik, a 250 miglia di distanza, piuttosto che da una base nel Bahrayn. La zona ora aperta agli Stati Uniti va da Azaz a Jarablus sull’Eufrate. Secondo i resoconti dei media turchi, si estenderà verso sud fino ad al-Bab, alla periferia di Aleppo, ma non includerà Aleppo. Non è chiaro se l’amministrazione abbia informato il governo siriano delle nuove operazioni nel nord-ovest. Il governo degli Stati Uniti aveva indirettamente avvertito Assad di non interferire negli attacchi aerei degli Stati Uniti contro lo Stato islamico iniziati nel settembre 2014 in Siria settentrionale, centrale e orientale. Ma tali attacchi non furono visti come un problema, dato che il governo siriano aveva praticamente ceduto quelle zone ai militanti, conducendovi operazioni minime. Una volta che l’area viene liberata, il piano è concederne il controllo a ribelli moderati non ancora identificati. Stati Uniti e Turchia hanno interpretazioni differenti su quali gruppi possano essere definiti “moderati”. Sarà quindi possibile per i civili sfollati trovare rifugio nella zona, cosa che porterebbe alla realizzazione delle ambizioni turche per alleviare il problema dei profughi in Turchia.
Eliminare lo Stato islamico dalla zona sotto controllo sarebbe un duro colpo strategico per il gruppo, privandolo degli ultimi accessi al mondo. Dopo aver perso il controllo dell’importante valico di frontiera di Tal Abyad verso le forze curde, a giugno, lo Stato Islamico controlla solo due piccoli valichi, a Jarablus e al-Rai, attraverso cui passa il contrabbando di combattenti stranieri. Tali città di confine sono la prossima priorità nella lotta contro lo Stato Islamico, secondo funzionari turchi e statunitensi. La velocità con cui i militanti si sono sbriciolati a Tal Abyad, sotto fulminanti attacchi aerei degli Stati Uniti e qualche combattimento a terra, ha dimostrato che la forza aerea può operare contro il gruppo, secondo funzionari curdi e statunitensi. Tal Abyad si trova ad est dell’Eufrate e di Kobane, dove le forze curde scacciarono, con l’aiuto degli attacchi aerei degli Stati Uniti e dei rifornimenti turchi, lo Stato Islamico, all’inizio del 2015. L’accordo, inoltre, muta le dinamiche in altre regioni del nord della Siria a vantaggio della Turchia, che vede con allarme come i curdi siriani si avvantaggino degli attacchi degli Stati Uniti ad est dell’Eufrate. “Dopo la cattura di Tal Abyad con la significativa assistenza degli Stati Uniti, il passo successivo sarebbe l’avanzata dei curdi ad ovest dell’Eufrate occupando molti territori“, aveva detto Soner Cagaptay dell’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente. “Ciò ha contribuito ad accelerare l’accordo. Ora si vedranno massicci bombardamenti aerei nella regione, che non finirà solo nelle mani dei curdi.
Il capo del gruppo curdo avvantaggiatosi dagli attacchi degli Stati Uniti esprimeva la preoccupazione che il piano per la zona porti all’ingresso di truppe turche. Salah Muslim leader del Partito dell’Unione Democratica della Siria (PYD), ha spesso accusato la Turchia di sostenere lo Stato islamico per contrastare l’influenza curda e ha detto che tutte le forze turche che entrassero in Siria saranno considerate “invasori”. Il PYD e la sua ala militare, le YPG, sono alleati del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), le cui basi in Iraq furono colpite da attacchi aerei turchi poco prima. Il PKK vuole stabilire uno Stato curdo nella regione che comprende parti di Turchia, Iraq, Siria ed Iran. Stati Uniti e Turchia l’hanno etichettato organizzazione terroristica.TURKEY-SYRIA-ISTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora