Il Grande gioco nel Baltico

Chroniques du Grand Jeu, 1 aprile 2018Nella grande lotta tra sistema imperiale e Russia, tutti ora rispondono rapidamente, senza vacillare, senza ritirarsi. L’ultimo episodio, con pochissimi commenti al momento, si svolge nel Baltico, uno dei punti caldi del Grande Gioco, dove si scontrano la volontà dell’Heartland eurasiatico di aprire le porte al mondo oceanico e, al contrario, il tentativo statunitense di accerchiare e contenere l’Eurasia. Diverse provocazioni, intimidazioni, intercettazioni aeree, spettacolari sorvoli, manovre navali congiunte sino-russe… il Baltico ha già avuto la sua parte di eventi negli ultimi anni. Ma una notizia è appena esplosa, le esercitazioni russe con tiro missilistico dal 6 all’8 aprile nelle acque internazionali vicino la Svezia. Questa è nuova. L’orso non è mai andato così lontano, o così vicino ai confini svedesi. Lo stato maggiore scandinavo s’è riunito e il traffico aereo civile dovrà cambiare in quei due giorni…
Reagendo al pseudo-affare Skrypal, nuova pietra miliare nella Guerra Fredda 2.0, Putin contrattacca scacciando lo stesso numero di diplomatici occidentali delle controparti russe espulse. Ora raddoppia organizzando queste manovre navali il più vicino possibile alla Natolandia. Ciò contribuisce indubbiamente al rigetto categorico di Mosca di cedere di una virgola con l’impero. Questo ovviamente iniziò con la presentazione del mese scorso, da parte di Vladimirovich, delle “armi invincibili” che distruggono lo scudo antimissile statunitense e il discorso storico che l’accompagnava; il Pentagono è agitato (“Siamo senza difesa dalle armi ipersoniche russe e cinesi“). Che il nome più votato dall’opinione pubblica russa per battezzare questi missili, Bye bye America, non venisse adottato, non cambia il caso…
Allo stesso modo, il notevole veto del Cremlino posto alla risoluzione inglese che condannava l’Iran per un presunto coinvolgimento nello Yemen. Per la prima volta, la Russia silurava un tentativo dell’impero in un conflitto in cui non è coinvolta. Ricordiamo che Mosca, nonostante l’opposizione, non pose il veto nel 2008 (ammissione del Kosovo alle Nazioni Unite), né nel 2011 (massiccio intervento in Libia). Il significato è duplice e comporta cambiamenti significativi nelle future relazioni internazionali:
D’ora in poi la Russia si opporrà, in linea di principio, ai tentativi egemonici statunitensi, ovunque.
Mosca è pronta ad ancorarsi diplomaticamente e ufficialmente per proteggere i suoi alleati.
L’altra grande lezione della fiammata nel Baltico è evidentemente legata al gas, supportando lo psicodramma di Salisbury ma probabilmente senza avere gli effetti desiderati: “Le euronullità hanno, mano sulla patta, parlato come un sol uomo “condannando” Mosca, ma erano attente a non discutere del gas e ad evocare la minima sanzione. E per una buona ragione: le scorte europee di oro blu sono vuote! Frau Milka potrebbe lanciare l’idea di “ridurre la dipendenza dal gas russo” progettando un terminale GNL, ma senza ripensare ad accettare Nord Stream II, con dispiacere dei media di regime. Il commercio russo-tedesco è in buona forma nonostante le sanzioni e sarebbe suicida per Berlino rinunciare a diventare il fulcro gasifero dell’Europa”. A nessuno sfuggirà che l’annuncio russo delle imminenti esercitazioni navali arriva subito dopo il via libero tedesco al Nord Stream II e che sono pianificate precisamente sulla rotta del futuro gasdotto. Perché allora Putin vuole questi fuochi d’artificio missilistici proprio nel punto in cui passerà il tubo? Sarebbe un avvertimento alla… Danimarca. Il placido Paese scandinavo affronta uno greve dilemma, la “decisione più importante in politica estera dalla Seconda guerra mondiale“: consentire il passaggio del Nord Stream II sulle proprie acque territoriali. Il progetto necessita anche nei prossimi mesi delle autorizzazioni di Russia (fatta in anticipo), Finlandia e Svezia. Ma riguardo questi ultimi due, si tratta solo della loro zona economica esclusiva governata dal diritto internazionale del mare su cui i governi svedese (molto russofobo) e finlandese (meno russofobo) hanno comunque poco da fare. Solo la Danimarca è preoccupata della propria sovranità, e gli sarebbe andata bene. Gli emissari statunitensi e di Bruxelles sollecitano il governo ad impedire il passaggio del Nord Stream II nei 139 km di acque territoriali, mentre Mosca e Berlino l’incoraggiano ad accettare. Copenhagen può andare contro il suo principale partner (Germania) e la principale potenza militare europea (Russia), che ha appena provato alcuni missili nelle vicinanze? Il sistema imperiale riuscirà a silurare il gasdotto, come nel caso del South Stream? Le Forze Armate russe esercitano la tattica della pressione e, in caso affermativo, funzionerà o sarà un’arma a doppio taglio che si rivolterà contro il promotore? Lo sapremo nel prossimo episodio…Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il programma per gli omicidi israeliano

David B. Green, Arret sur Info, 12 febbraio 2018

Netanyahu e Barak

L’accattivante resoconto di Ronen Bergman sugli omicidi mirati da parte d’Israele svela per la prima volta numerose operazioni in nome della sicurezza nazionale. Alcune possono ispirare il lettore, altre fanno vomitare. Cito un episodio imbarazzante solo per presentare il nuovo libro di Bergman, “Rise and Kill First: The Secret History of Targeted Assassinations of Israel“, un successone in ogni senso della parola, incluse le 630 pagine completate da 70 di note e 10 molto dense di fonti orali e scritte. (C’è anche un indice molto utile). Potreste pensare che sia un maniaco (o anche ossessionato), ma la documentazione di Bergman non è pretenziosa o esagerata. Al contrario, fornisce le fonti essenziali su centinaia di episodi della storia dell’intelligence e dei servizi di sicurezza israeliani. Si va da prima dello Stato, quando agenti sionisti uccidevano funzionari inglesi e “predoni arabi” (termine sionista per combattenti palestinesi, ndr) in Palestina e assassini di nazisti in Europa, fino ai recenti attacchi ai “signori del terrore” di Hamas e Hezbollah e la serie di morti improvvise di ingegneri nucleari iraniani, altrimenti in perfetta salute. Alcune di tali storie sembrano difficili da credere, non solo perché paiono uscire da romanzi di spionaggio, ma anche perché è difficile credere che così tanti appaiano qui per la prima volta in un volume. Ma un’attenta lettura degli appunti di Bergman ci dice che la maggior parte delle operazioni descritte nel libro, molte dei quali omicidi, gli fu rivelata con interviste personali (ad oltre 1000 fonti, spesso identificate solo da nomi in codice) o da documenti che gli sono capitati tra le mani.

Atti eroici e altri meno
Max Weber ha scritto che nella società moderna lo Stato ha il monopolio della violenza legittima. Ciò implica che, in uno Stato democratico, l’uso della forza occulta vada controllato dai capi eletti dello Stato. Se “Rise and Kill First” ha un messaggio, è necessario pensarci due volte (rapidamente) prima di uccidere e avere l’approvazione di chi deve supervisionare il quadro generale. (Il titolo del libro è tratto dal testo midrash Bamidbar Rabbah 1, che dice: “Chiunque venga ad ucciderti, uccidilo prima“). Dei molti eroi del libro di Bergman, il caso Meir Dagan, “la macchina per uccidere” in cui “il meccanismo della paura era gravemente carente“, secondo uno dei suoi soldati, divenuto capo del Mossad, viene in mente; erano capaci di commettere omicidi a sangue freddo in nome dello Stato. Solo il lettore ingenuo può negare che Israele abbia un forte debito nei loro confronti per responsabilità e rischi assunti personalmente.

Da sinistra: Meir Dagan, Yehuda Danguri e Avigdor Ben-Gal, comandanti di commando.

Ma il libro è anche pieno di esempi di persone che si lasciarono trasportare, a dir poco. Anche se racconta storie di exploit sofisticati che non hanno nulla da invidiare a James Bond o “Mission: Impossible”, Bergman mette sistematicamente in discussione necessità e moralità di tali azioni, che ovviamente non potevano essere discusse in pubblico prima di essere completate. Due settimane fa, il New York Times pubblicò un estratto dal libro, in cui l’ex-comandante dell’aeronautica israeliana David Ivri descrive come, in un tentato omicidio di Yasir Arafat nell’ottobre 1982, Israele quasi abbatté l’aereo che trasportava il fratello Fathi Arafat. Fathi, un medico che assomigliava al fratello ma con una barba più folta, accompagnava 30 bambini palestinesi feriti da Beirut a Cairo per le cure. Diverse fonti d’intelligence localizzarono erroneamente Yasir Arafat sull’aereo e due F-15 israeliani decollarono pronti a lanciargli missili contro. Ma, messo a disagio, Ivri sospese l’azione, nonostante l’insistenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, tenente-generale Rafael (“Raful”) Eitan, che gli disse di finire il lavoro. Solo un rapporto del Mossad e dell’intelligence militare, che indicava che non c’era l’Arafat giusto a bordo dell’aereo, provocò la cancellazione della missione, ma fu quasi attuata. Si sa che Eitan e il suo superiore, il ministro della Difesa Ariel Sharon, erano ossessionati dall’idea di uccidere il leader dell’OLP (avevano costituito una squadra speciale guidata da due veterani dei servizi di intelligence, Dagan e Rafi Eitan, col nome in codice “Dag Maluah”, Stuzzichino di aringhe). Bergman cita Aviem Sella, all’epoca capo delle operazioni dell’Aeronautica (e che, pochi anni dopo, fu l’ufficiale di Jonathan Pollard all’ambasciata israeliana di Washington), descrivendo una missione privata per uccidere Arafat, su iniziativa del capo di Stato Maggiore, in Libano nell’agosto 1982. “Volerai sull’aereo“, un caccia fantasma, “e io sarò il navigatore e mitragliere-bombardiere“, disse Rafael Eitan, secondo Sella, “Bombarderemo Bayrut“. I due effettuarono due bombardamenti quel giorno, ma Arafat non era nell’edificio preso di mira dall’attacco. Sella quindi dice a Bergman che il capo di Stato Maggiore, intervistato quella notte presso Bayrut da un reporter televisivo, “disse che Israele si è astenuto dal bombardare edifici in un’area in cui vivevano civili”, esattamente ciò che fecero quella mattina.
Mostrando un’intuizione che sembrava sempre metterlo in guardia da tali minacce, Arafat sfuggì regolarmente alle grinfie d’Israele, a volte pochi secondi prima di un attacco. Fu solo nel 2004 che alla fine la morte lo colse, morendo di una misteriosa malattia in un ospedale parigino. Diverse autopsie nei giorni e negli anni seguenti non hanno potuto determinarne la causa. Bergman ci dice che anche se sa cos’ha causato la morte di Arafat, “Non potrei scriverlo in questo libro, né scrivere di sapere la risposta. Ordini del censore militare”. Tuttavia, chi può leggere tra le righe può legittimamente capire che Bergman è convinto che Israele istigò la “misteriosa malattia intestinale” che infine uccise il leader palestinese.
Ecco un piccolo esempio delle altre operazioni descritte per la prima volta nel libro di Bergman:
Nell’ottobre 1956, Israele abbatté un aereo egiziano che trasportava del personale, ma non il capo di Stato Maggiore che era su un secondo aereo, di ritorno da un incontro a Damasco alcuni giorni prima dell’inizio della campagna del Sinai. Non sorprende che Israele sconfisse gli egiziani demoralizzati nella guerra che ne seguì, il che non gli impedì di perdere la pace.
Nel 1965, re Hassan II del Marocco permise a Israele di spiare i capi arabi riunitisi nel vertice a Casablanca. Tuttavia, lo stesso anno, il Marocco chiese in cambio che rintracciassero e uccidessero il leader dell’opposizione Mahdi Ben Barqa. Non furono gli israeliani ad affogare Ben Barqa in una vasca da bagno a Parigi, ma aiutarono gli agenti marocchini a farlo, e in seguito si sbarazzarono del corpo che, secondo alcuni, fu sepolto nel sito di quella che è oggi la sede della Fondazione Louis-Vuitton.
Nel 1968, lo psicologo della Marina Benjamin Shalit (se il nome suona familiare, è perché quello stesso anno era il querelante nello storico processo chiamato “Chi è un Ebreo” (2) ), ebbe l’idea di “lavare il cervello” a un prigioniero palestinese ed ipnotizzarlo per farne un assassino programmato. Fu poi inviato in Giordania come agente dormiente e, quando si presentò l’occasione, avrebbe dovuto uccidere… Yasir Arafat, naturalmente! Shalit ricevette il prigioniero, di nome Fatqi, e lo lavorò per tre mesi. Uno degli informatori di Bergman ricorda che la notte in cui Fatqi attraversò il fiume giordano, salutò i suoi mentori e “con la mano fece finta di impugnare una pistola e mirare a un bersaglio immaginario tra gli occhi. Notai che Shalit era contento del suo paziente. Poche ore dopo, l’intelligence militare ricevette un rapporto su un giovane palestinese consegnatosi, armato della pistola, alla polizia giordana, a cui aveva immediatamente raccontato la storia del tentativo di lavaggio del cervello che aveva subito in Israele”.
Il defunto generale Avigdor Ben-Gal disse a Bergman come, da generale che comandava la regione settentrionale nel 1981, in seguito all’attentato di Nahariya nel 1979, ricevette l’ordine dal capo di Stato Maggiore Eitan: “Uccidili tutti“. Ben-Gal disse a sua volta che, dopo aver nominato lo specialista delle operazioni speciali Dagan a capo di una nuova unità nel sud del Libano, gli disse: “Ora sei l’imperatore qui. Fai quello che vuoi”. Bergman descrive quindi una lunga serie di omicidi che Ben-Gal e Dagan nascosero ai loro superiori, tranne Eitan, compreso il capo dell’intelligence militare Yehoshua Saguy. Reclutarono membri della milizia libanese e, secondo Ben-Gal, “li misero gli uni contro gli altri“.

Mahdi Ben Barqah

Seminare vento
Negli anni che seguirono, di fronte alle continue minacce provenienti dalla cosiddetta “Fatahland” nel sud del Libano, per la libertà di cui godevano Arafat e altri, molti ufficiali israeliani si convinsero della necessità d’invadere la regione e liquidare la rete palestinese trinceratavisi. Solo che mancava il pretesto. Gli informatori di Bergman descrissero alcuni metodi che Israele usò per scatenare disordini nel sud del Libano, con l’apparente speranza di provocare una reazione che giustificasse l’invasione israeliana. Quando Israele finalmente lanciò l’invasione del Libano nel giugno 1982, la sua giustificazione fu il tentato omicidio dell’ambasciatore d’Israele a Londra. Tranne che Israele sapeva che l’assalitore che aveva ferito gravemente Shlomo Argov operava agli ordini di Abu Nidal, capo del dissidente Fatah-Consiglio rivoluzionario, difficilmente meno ostile all’OLP di Israele.
Rise and Kill First” non è un libro apertamente politico ma, a più riprese, gli informatori di Bergman, coloro che usarono armi e bombe, piazzarono trappole e ordirono trame intricate per ingannare ed abbattere i nemici decisi a distruggere Israele e uccidere gli ebrei, arrivati alla fine della loro vita, dissero al giornalista che la violenza ha generato violenza. E il successo, l’arroganza. Dalle prime pagine del libro, Ehud Barak, ex-primo ministro, capo di Stato Maggiore e “commando straordinario”, mai considerato un sognatore, parla delle conseguenze a lungo termine della stupefacente operazione “Primavera della gioventù” a Bayrut (dove Barak e Amiram Levin si travestirono da donne). Bergman racconta quasi minuto per minuto l’operazione, che coinvolse la prima azione coordinata di oltre 3000 uomini di Mossad, IDF, 13.ma Flottiglia, paracadutisti e commando Sayeret Matkal dell’AMAN (intelligence militare), oltre ad agenti doppi informatori in Libano. Siamo meravigliati della precisione con cui l’operazione fu concepita, così come dall’immaginazione dei suoi ideatori, e siamo scioccati dall’apprendere che un agente del Mossad andò nel panico a Bayrut e che senza informare nessuno, partì con due colleghi feriti laddove avrebbe dovuto incontrare i camerati e avrebbero potuto essere medicati. Alcuni soldati erano furiosi e una volta riunitisi sulle loro canoe per tornare in Israele, scoppiò una rissa tra loro e l’uomo del Mossad. A quarant’anni dalla missione, in cui 50 membri dell’OLP furono uccisi e fu trovata una miniera di preziosi documenti dell’organizzazione, Barak suggerì che l’operazione permise una sicurezza ingiustificata. “È impossibile proiettare il successo di un raid chirurgico, con un obiettivo ben preciso, sulle capacità dell’intero esercito, come se le IDF potessero fare tutto, che fossimo onnipotenti”.

Ehud Barak, a destra, e Amnon Lipkin-Shahak, allora dei commando, a metà degli anni ’70.

Lo stesso Bergman va oltre alla fine del libro sostenendo che Mossad, AMAN e il servizio di sicurezza Shin Bet, “hanno sempre dato ai capi israeliani risposte operative a tutti i problemi che andavano affrontati con le loro soluzioni. Ma gli stessi successi dell’intelligence crearono l’illusione, tra i capi del Paese, che le operazioni segrete fossero uno strumento strategico e non solo tattico, che potessero sostituire la diplomazia nella risoluzione dei conflitti geografici, etnici e nazionali in cui Israele è impantanato“. Non c’è bisogno di essere Carl von Clausewitz per riconoscere che nulla sostituisce una visione strategica e l’arte del compromesso politico. Quando le azioni delle forze di sicurezza israeliane diedero ad Israele un vantaggio tattico temporaneo, e ci sono molti esempi stupefacenti di tali azioni nel libro di Bergman, furono molto utili. Ma spetta ai capi politici sfruttare al massimo tali benefici e trarne profitti politici permanenti.

Rafael Eitan

NdT
1- Midrash (parola ebraica formata sul radicale dr-sh, interroga, richiede, interpreta): un metodo ermeneutico dell’esegesi biblica che opera principalmente confrontando diversi passaggi biblici; così come, per la metonimia: la letteratura che raccoglie questi commenti.
2- Benjamin Shalit aveva sposato una straniera non ebrea. Si dichiarò ateo. Quando volle che la nazionalità israeliana venisse riconosciuta ai figli, le autorità israeliane obiettarono. Fece appello alla Corte Suprema dello Stato che gli diede ragione, ma poco dopo fu votata una legge allineata alle posizioni dei religiosi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Autodistruzione dell’Unione europea

Robin Mathews AHTribune 13 marzo 2018Non avverrà rapidamente… e il collasso non sarà con un lampo accecante. Ma la crescente insoddisfazione tra le popolazioni europee crescerà. Travisata da personaggi come Mario Draghi, capo della Banca centrale europea ed ex-dipendente di Goldman Sachs, e Jean-Claude Junker, presidente della Commissione europea, così come da quasi tutti i media… l’insoddisfazione crescerà… aumenterà e rafforzerà il collasso…. L’Unione europea è nata con una menzogna e, a causa dei mali subiti dai cittadini europei, non potrà continuare. Vestita dalla Grande Idea sulla liberazione dalle guerre in un continente ricco di lingue, culture e confini nazionali, l’esperimento è di fatto immerso nell’avidità dei banchieri internazionali, dell’imperialismo USA, delle competizioni locali europee e da un seguito decadente ed inflessibile di aziende private così “progressiste” che tornerebbero agli schiavi se solo potessero imporlo… Il Parlamento europeo è in sostanza una finzione vacua. Il potere europeo si trova a Washington, Berlino, nella NATO, nella Commissione europea di nominati e in varie organizzazioni europee, aziende e capitalisti. Alcuna di tali forze è “illuminata”. Neanche nell’assente stampa europea, per lo più di loro proprietà.

Come è successo?
La storia della formazione dell’Unione europea è più lunga di quanto si pensi. Dopo la Prima guerra mondiale un piccolo gruppo di pensatori e politici presentò l’idea dell’Europa Unita. Erano una piccola minoranza, ma fecero ciò che potevano per mantenere viva l’idea: incontrare, pubblicare, fare campagne. Una voce significativa dell’epoca, Aristide Briand, undici volte primo ministro della Francia, propose (senza successo) l’unione economica dell’Europa nel 1929, sperando di evitare ciò che accadde dopo la morte nel 1932. E così arrivò Adolf Hitler e nel 1939 Blitzkrieg e unificazione militare dell’Europa. Alcuni vecchi fautori dell’unità pensavano che l’Europa di Hitler potesse divenire un’unione democratica. Furono accusati di “collaborazionismo” con la brutalità nazista… e perseguitati per le loro ingenue speranze. E poi l’Europa fu liberata dal flagello nazista. Ancora più intensamente emerse il grido che qualcosa andava fatto per porre fine alla brutalità delle guerre europee. Il grido di “Europa Unità” si sollevò di nuovo. Dall’altra parte dell’Atlantico durante la Seconda guerra mondiale (1944) numerose nazioni (44) s’incontrarono a Bretton Woods, nel New Hampshire, negli Stati Uniti, per elaborare nuove forme di commercio, finanza internazionale, giustizia, lavoro… (La creazione della forza militare a guida statunitense NATO, e l’esclusione della Russia vennero poco dopo). Tutta l’Europa (eccetto la Germania), Stati Uniti e Regno Unito (negli incontri del 1944) si misero al lavoro per attuare un futuro planetario, un futuro difatti forgiato e controllato dagli Stati Uniti. Ne seguì la famosa diatriba tra l’inglese John Maynard Keynes e il rappresentante statunitense Harry Dexter White che, solo per via del puro potere post-bellico degli Stati Uniti incolumi, vinse creando il sistema finanziario e commerciale globale dominato dagli Stati Uniti… con infinite implicazioni per l'”Unione Europea”. Quando la guerra del 1939-1945 terminò, gli Stati Uniti scoprirono che il Piano Marshall (per salvare l’Europa) presentava possibilità illimitate di profitto (e controllo). E tali idee indicarono agli Stati Uniti creazione (e controllo) della NATO e i principali passi nella costruzione dell’Unione europea, un’entità che ora è così (inutilmente) complicata che il Parlamento europeo è un fatuo club per dibattiti. Non senza avere importanza centrale (ma raramente menzionata), la burocrazia dell’UE propose e scrisse la Costituzione d’Europa. Tre lunghi volumi (forse la Costituzione più lunga mai scritta, del 2004-5), che i suoi autori non erano ansiosi che gli europei studiassero. I governi al potere iniziarono ad attuarli. Ma alcuni di essi, come Francia e Paesi Bassi, richiesero il referendum popolare per approvarla. Gli attivisti francesi ne ebbero delle copie, le lessero… e passarono all’offensiva rivelandone il contenuto e bloccando il passaggio del documento “illiberale”. Il risultato nel 2005 fu che Francia e Paesi Bassi rifiutarono la cosiddetta Costituzione. Era morta e sepolta. Non andava rifiutata dai cittadini europei, e la burocrazia dell’UE creò il trattato (la struttura dei trattati che vincola i Paesi europei è ora chiamata “Costituzione nascente dell’UE”), presentato a Lisbona nel 2007, dove fu approvato dai governi; e il Trattato di Lisbona (contenente parte della Costituzione respinta) entrò in vigore nel 2009.
Arrivando ad oggi, ci troviamo di fronte al gioco di prestigio della Francia passata all’improvviso al nuovo partito “En Marche” con Emmanuel Macron suo presidente. Mentre il partito socialista crollava per tradimento… seguendo i dettami della Commissione europea reazionaria, i capitalisti francesi si affrettavano a salutare il salvatore dagli occhi blu (“Emmanuel” significa “Dio è con noi”). Evitando gli attacchi diretti ai lavoratori che caratterizzarono il governo di Francois Hollande, Macron è per il momento saldamente in carica. L’avversaria Marine Le Pen, misinterpretata dai commentatori (in parte perché mette seriamente in dubbio la struttura dell’UE), lotta per mantenere la presenza, avendo dato dimostrazione credibile nelle elezioni che hanno messo Macron al potere. Le sconvolgenti elezioni in Italia hanno messo in rotta il cosiddetto partito di centro-sinistra di Matteo Renzi (un duplicato del governo “socialista” di Francois Hollande). In entrambi i casi i governi erano anti-operai, repressivi verso la gente comune, inutili sulla disoccupazione e di fatto nelle mani della Commissione europea di Jean-Claude Junker (e attraverso essa dell’Europa delle aziende con le sue connessioni statunitensi). Le elezioni italiane, che hanno dato ai Cinque Stelle (mettendo radicalmente in discussione le politiche dell’UE) la maggioranza dei voti… e incrementato il potere degli elementi di destra, hanno creato un disordine perfettamente comprensibile. Il fallimento dei partiti di “governo” (accettati dai media) nel mantenere le posizioni ha provocato le urla sull’ascesa al potere dei partiti “di estrema destra”, “populisti”; ciò significa nient’altro che il legittimo voto di protesta ha funzionato. (Dopotutto, i partiti populisti sono sostenuti dalla popolazione piuttosto che dalle aziende e dai contribuenti più ricchi!). E quando governi reazionari come i governi “di sinistra” di Francia e Italia incontrano un’opposizione, come chiamarla? La stampa fallita europea sceglie di chiamarla “estrema destra”!
Nel mondo occidentale (ad eccezione della Gran Bretagna) i cosiddetti partiti “di sinistra” non controllano più la società, Canada escluso. In Italia (e in Europa) genitori colpiti, giovani disoccupati e lavoratori sempre più insultati cercano una soluzione al governo dell’Unione europea centrato sulle azeinde. Se si vuole pensare al fallimento gigantesco dell’Unione europea, basta guardare la Grecia. Maledetta da una corruzione non maggiore di quella degli Stati Uniti, assistette alla falsificazione dell’economia equilibrata ad opera di Goldman Sachs di New York, rimanendo col disperato bisogno di aiuto comunitario per ricostruire economia e legittimità politica; la Grecia è stata fatta a pezzi, dissanguata, disonorata, divorata e svenduta da una “troika” senza coscienza di nominati dell’UE agli avvoltoi europei e stranieri, affinché i sei milioni di cittadini più utili della popolazione greca lascino il Paese. (C”è davvero il coraggio di parlare di Comunità europea?)
L’Italia è il terzo maggior membro della “Comunità europea”. La lotta nei prossimi mesi per formare un governo degli italiani (invece che di altri nel mondo dalla ricchezza putrida e dagli intenti criminali) testerà l’unità dell’Unione europea e ne cambierà radicalmente la struttura di potere… o annuncerà la morte di tale incubo del tutto tragicamente sbagliato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Hitler, il cane degli USA all’attacco dell’Unione Sovietica”

Ollie Richardson, FRN 19 febbraio 2018Noto storico parla del gioco diplomatico di Stalin prima della guerra e dei miti liberali su Putin confrontato al “padre delle nazioni”. La Germania nazista fu deliberatamente condotta ai confini della Russia sovietica da “certi circoli di Londra e Washington”, afferma il noto storico e scrittore Nikolaj Starikov. In un’intervista a “Business Gazeta Online” spiega perché Stalin non si aspettò tale “idiozia” da Hitler, perché la guerra è un “referendum cristallino” sulla fiducia nelle autorità e cosa dire a chi accusa la Russia di violare l’equilibrio geopolitico.

Nikolaj, la Grande Guerra Patriottica ha creato un gran numero di leggende e miti, sminuendone l’importanza. Come formuli brevemente la verità su questa guerra? Qual è?
“Per spiegare l’essenza della Grande guerra Patriottica in poche frasi, possiamo dire primo: fu la più terribile della storia umana. Inoltre, fu estremamente spaventosa per la Russia. Eravamo in guerra non solo con la Germania e il Terzo Reich, che includeva l’Austro-Ungheria, eravamo in guerra con tutta l’Europa unita. Si ricordi che la rivolta della Cecoslovacchia contro i nazisti iniziò il 5 maggio 1945. Pensateci: tre giorni dopo l’effettiva capitolazione di Berlino e tre giorni prima della resa di tutta la Germania! E prima di questo, dal 1939 al 1945, i cechi “onestamente” lavorarono per il Terzo Reich producendo un’enorme quantità di armi. E non solo lavoravano, ma ricevevano anche un alto stipendio, ed erano pure esentati dalla coscrizione nell’esercito. E nessuno di loro si ribellò ai tedeschi. L’altra cosa che va ricordata della Grande Guerra Patriottica è il terribile numero delle nostre perdite. Non vedremo mai dati precisi ma, secondo me, sono tra i 20 e 27 milioni di persone. La terribile verità è che le perdite in combattimento furono solo 9 milioni, cifra annunciata da Stalin nelle dichiarazioni alla fine della guerra. Ciò significa che i civili uccisi dai nostri nemici furono due volte i nostri soldati: 18 milioni. E questo confuta ogni speculazione sulla “missione di liberazione” dei tedeschi. Liberatori? No. Invasori, sì. Una potenza estera venne per distruggere il nostro popolo, per ripulire (nel gergo moderno) la nostra terra e fare dei sopravvissuti schiavi. Questo è ciò che ricordiamo, rendendoci conto della grandezza della vittoria ottenuta dai nostri nonni e bisnonni”.

Tra chi nel 1941 credeva nella “missione liberatrice” del fascismo c’erano molti immigranti bianchi, in particolare gli atamani cosacchi Krasnov e Shkuro, una volta erano ritenuti sinceri patrioti. Perché cedettero a tale tentazione?
“Un patriota, sfortunatamente, non lo è mentalmente sempre. Lo stesso Pjotr Krasnov era un patriota nella Russia del 1917-1918, ma non del 1941 quando entrò al servizio del peggior nemico del suo popolo. Inoltre iniziò a pubblicare proclami dichiarando che i cosacchi erano un popolo a parte. Tutto ciò ricorda il modo più diretto di ciò che oggi viene attivamente promosso in Ucraina. Così, Krasnov fu un patriota nel 1917, ma nel 1941 era un traditore. La stessa cosa si può dire del tenente-generale Andrej Vlasov. Ad un certo punto, essendo un prominente comandante dell’Armata Rossa, era più preoccupato dal destino della propria pelle che del suo Paese, e lo tradì. Ma tutti possono essere accomunati da una sola parola: traditori”.

Ma alcune pubblicazioni, ad esempio, nell’opera di Aleksandr Solzhenitsyn, c’è un altro punto di vista più caritatevole verso Vlasov e le guardie bianche…
“Per Solzhenitsyn, non si trattava di sparare al comunismo, ma alla Russia. Ho familiarità con le opere di Solzhenitsyn, un meraviglioso romanzo intitolato “La ruota rossa”. Ma anche la raccolta narrativa intitolata “Arcipelago Gulag”. L’intera cosa si riduce a ciò che “una nonna disse”, dettole da un altro nonno che avrebbe visto tutto coi propri occhi. Non è un caso che l’occidente abbia immediatamente pubblicato “Arcipelago Gulag” usandolo per infangare l’Unione Sovietica. Penso che Solzhenitsyn si fosse pentito di aver scritto tale opera. Le sue opere successive sono completamente diverse”.

Nei suoi libri e discorsi ha ripetutamente smantellato i miti liberali sulla Grande Guerra Patriottica. Sono davvero tanti, e quanti, secondo lei, di tali miti patriottici sono nati dalla propaganda?
“È impossibile dividere i miti liberali ed illiberali. Ci sono miti e c’è verità. La verità sulla nostra grande vittoria, a priori, è patriottica, quindi alcun mito patriottico mi è noto. Ma dei miti liberali malvagi, usati dalla moderna propaganda antirussa, ne conosco a sufficienza. Sono stati a lungo analizzati in dettaglio. Per esempio, la leggenda che Stalin stesse per attaccare la Germania, ma Hitler lo batté sul tempo”.Fino a che punto tali miti liberali operano attivamente contro la Russia oggi?
“Ora vediamo la ricreazione di tali miti in alcuni territori dell’ex-Unione Sovietica occupati dai nazisti. Ora trionfano di nuovo, ma non perché si rivelano veritieri, ma perché l’Unione Sovietica fu distrutta nel 1991. In Russia, tale punto di vista si diffuse negli anni ’90, ma non per molto. Ora possiamo vederlo predominare solo a “Eco di Mosca”, TV “Rain” e certi siti liberali. Ma in Ucraina, tale visione della nostra storia è spacciata in modo uniforme da tutti i media. Si noti che qualsiasi punto di vista alternativo viene immediatamente soppresso. Se uno storico o scienziato politico vuole difendere una visione alternativa in uno Stato baltico, può addirittura essere deportato immediatamente. Anche il noto scienziato politico italiano Giulietto Chiesa che, tra l’altro, ha un passaporto europeo, non vi è sfuggito. Nel dicembre 2014 fu arrestato dalla polizia estone quando stava per tenere un discorso a Tallinn sui rapporti tra Europa e Russia, e poi fu espulso. Perché le bugie sul nostro Paese sono sostenute esclusivamente dalla violenza?”

Ma lei stesso è stato negli Stati baltici, tenuto discorsi senza essere deportato come Chiesa…
“Ero in Lettonia ed Estonia quando il blocco totale non c’era ancora. Se oggi volessi lavorare a Riga o Tallinn sarei fermato al confine e riceverei il divieto di entrare nello spazio Schengen o sarei deportato”.

Un eccessivo patriottismo può anche portare a conseguenze negative? Lei stesso ha affermato che al momento non è possibile un colpo di Stato liberale, ma in uno Stato patriottico è possibile.
“Il rischio di tentativi di golpe c’è sempre, dobbiamo procedere da questo. Che tipo di bandiera si sceglie dipende dalla situazione. Nel 1913-1914, in Russia fu possibile un colpo di Stato? No. Ma ciò che successe nel febbraio 1917 può essere definito colpo di Stato patriottico. Lo zar, che tradì gli interessi della Russia insieme alla regina, fu rimosso dal potere proprio perché il “ministero giusto, aperto e responsabile” di Miljukov-Guchkov arrivasse al governo. Come ricorderete promise la vittoria della Russia nella Prima guerra mondiale. La differenza tra il 1914 e il 1917 è solo di tre anni. Quindi, quando affermiamo che oggi un’agenda politica è impossibile, ciò non significa che il nostro nemico geopolitico non operi in modo che quest’agenda diventi possibile domani. Perciò sono state imposte sanzioni economiche alla Russia, con diversi tribuni che denigravano la leadership del nostro Stato. La stessa cosa accadde nel 1917. Ponetevi la domanda: chi ordinò una campagna su larga scala per demonizzare il governo russo, che portò alla rivoluzione di febbraio? Se sa la risposta, sa chi cerca di screditare il nostro Paese oggi”.

Parla del mondo anglosassone?
“Sì, i nostri oppositori geopolitici di vecchia data”.

Nei suoi libri difende l’opinione che il Regno Unito abbia scatenato Hitler contro l’Unione Sovietica.
“Ricorda che all’inizio di maggio 1941 il più stretto collaboratore nel NSDAP di Adolf Hitler, Rudolf Hess, volò a Londra. Le storiografie sono dominate dall’opinione che lo fece all’insaputa del fuhrer, in accordo a simpatie anglofili. Ma di recente, persino la rivista “Der Spiegel” riconosceva che Hess andò in Gran Bretagna su ordine di Hitler, anche se fu costretto a rinnegarlo dichiarandolo pazzo”.

L'”impresa” di Hess non fu vana per la Germania nazista?
“Sì, questo è confermato, almeno dal materiale della “missione Hess” ancora classificato nel Regno Unito. Cosa si nasconde? Se Churchill rifiutò categoricamente le proposte di pace di un importante capo nazista, lasciate che il mondo lo sappia. Ma secondo me c’è altro: Londra “benedisse” l’attacco tedesco all’Unione Sovietica”.

Ma Londra era in guerra con Berlino?
“Parla dei bombardamenti delle città inglesi? Ma è risaputo che durante la guerra morirono 55000 persone ad Amburgo dopo una settimana di bombe, quasi quanto nel Regno Unito durante l’intera guerra. L’Unione Sovietica non può contare le vittime e le perdite subite durante la guerra. Perché Adolf Hitler andò al potere? Perché i sostenitori nel partito crebbero costantemente fin dall’inizio? Chi finanziò i nazisti? Sfortunatamente, negli ultimi giorni del Terzo Reich circa il 90% dei documenti finanziari del partito nazista fu misteriosamente distrutto. Ma anche senza possiamo dire che Hitler fu guidato da certi circoli a Londra, Washington e anche Parigi. Questo per uno scopo: incitarlo ad attaccare la Russia sovietica. A tal fine, in particolare, la Germania ridusse la distanza tra essa e l’Unione Sovietica, assorbendo facilmente Austria, Cecoslovacchia e Polonia. Hitler fu condotto ai confini dell’Unione Sovietica”.Perché il 22 giugno 1941 fu sorpreso il Cremlino? Dopotutto, non avrebbe potuto essere troppo pigro per notare l’avvicinarsi sistematico della Germania nazista ai confini sovietici.
“Per prima cosa poniamoci la domanda: Hitler e il suo Stato Maggiore erano così idioti da sperare di concentrare silenziosamente oltre 5 milioni di soldati, migliaia di corazzati e aerei al confine sovietico? Mosca nemmeno vide tale concentramento senza precedenti, divenuto realtà nel giugno 1941? Ovviamente no: la concentrazione di truppe ai confini è sempre una preparazione all’aggressione. E Stalin lo sapeva. Guidò un complesso gioco diplomatico con Hitler e vi commise un errore. Ma l’ulteriore corso della guerra per un anno e mezzo non può essere spiegato dalla repentinità della Germania. Alla primavera 1942 era possibile vedere già che non c’era sorpresa. Tuttavia, soffrimmo una sconfitta vicino Kharkov, ne siamo sopravvissuti, ma i tedeschi a Stalingrado raggiunsero il Volga. Va riconosciuto che in questa fase della guerra le unità militari tedesche erano superiori alla nostre. Quindi l’esercito sovietico si trovò circondato. Ma reagimmo velocemente. Alla fine del 1942, il nostro esercito iniziò a superare in abilità il nemico”.

Perché Stalin commise l’errore fatale dell’estate 1941?
“Nel quadro di questa intervista non potremo ascoltare tutte le implicazioni del gioco diplomatico guidato da Stalin e Hitler. Ma penso che Stalin non potesse proprio immaginare tali idiozia ed avventurismo di Hitler. Com’era possibile, combattendo con la Gran Bretagna e i piani per la sua rimozione dall’arena internazionale, iniziare un’altra grande guerra? Dopo tutto, il capo dell’NSDAP scrisse nel Mein Kampf che non si doveva combattere su due fronti. Lo scontro con la Gran Bretagna non era solo una guerra con una nazione insulare, ma con Canada, India e Australia, tutti i Paesi su cui la corona inglese aveva autorità. Era una guerra col mondo anglosassone. E la Germania improvvisamente puntò le armi contro Mosca…”

Perché i bolscevichi poterono mobilitare l’intero Paese nella guerra ai nazisti che, ancora nel periodo della guerra civile era lacerato da malcontento e polemiche?
“La Grande Guerra Patriottica fu il crogiolo che sciolse le contraddizioni e le sanguinose battaglie della guerra civile. Il prezzo terribile che pagammo per la vittoria fu conciliare i nemici di ieri nel massacro fratricida. Anche se i tedeschi conquistarono un considerevole territorio della Russia sovietica europea, dove viveva la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici. Se legge l’ordine di Stalin “non un passo indietro”, si ricorderà che già nell’estate 1942 non avevamo superiori capacità industriali e di mobilitazione delle risorse. Un parte enorme della nostra popolazione si trovava nell’area occupata dai nazisti. Queste persone furono vittime, tra i 18 milioni di civili uccisi durante la Grande Guerra Patriottica. Se parliamo del fattore nazionale, l’Unione Sovietica ricreò la politica pre-rivoluzionaria dell’impero multinazionale solo, forse con maggior successo. Pertanto, nel momento critico, tutto il popolo difese la madrepatria sovietica. La guerra in generale è come un referendum cristallino sulla fiducia nelle autorità. Se il popolo difende il proprio Paese, vi si sente libero”.

All’inizio del XX secolo, la Russia aveva un forte leader ma perdemmo la Prima guerra mondiale. A metà del secolo, Stalin era il capo dell’URSS e vinse la guerra mondiale. Questo significa che Putin, se vuole vincere l’attuale scontro geopolitico, dovrebbe seguire Stalin? Pensa già a Putin come leader?
“Un leader politico va valutato alla fine della carriera. Ma in ogni caso, possiamo dire che l’attuale capo della Russia è un leader forte, è una certezza. In primo luogo, Vladimir Putin è responsabile delle proprie parole, qualità molto rara in un politico. In secondo luogo, si assume una reale responsabilità, e in terzo luogo, agisce in modo molto anticonvenzionale. Usa tali qualità per portare il massimo beneficio alla Patria. Ad esempio, Boris Eltsin o Mikhail Gorbaciov avevano talento, ma l’usarono a scapito della Patria, consapevolmente”.

Le azioni della Russia in Crimea, Siria e le azioni delle milizie nel Donbas sono nostre vittorie geopolitiche che dobbiamo a Vladimir Putin?
“Ha accumulato vari eventi. Chiamerei la riunificazione della Crimea con la Russia trionfo della giustizia storica. La Crimea è diventata russa e qui finisce. Crimea e Russia si riuniscono per sempre, non ci saranno altre decisioni. Sono convinto che presto l’occidente smetterà di dare stupidi suggerimenti sulla revoca delle sanzioni in cambio della cessione della Crimea a chicchessia. Sulla Siria, la guerra in Medio Oriente non è ancora finita, quindi è prematuro trarne delle conclusioni. Inoltre, è facile discutere su cos’è una vittoria in Siria? La completa distruzione dei terroristi dello SIIL e la liberazione di Siria ed Iraq sono un punto di vista. Ma per me è chiaro: per essere ascoltati a Bruxelles, dovevamo bombardare i terroristi in Siria. E anche questa è una nostra vittoria”.La Russia viene accusata di violare gli equilibri geopolitici stabilitisi dopo la Seconda guerra mondiale. Siamo davvero da biasimare?
“A chi ci accusa di violare l’equilibrio geopolitico, vanno ricordati gli accordi di Jalta, Potsdam ed Helsinki sull’inviolabilità delle frontiere in Europa. Dov’erano tali guardiani dell’inviolabilità delle frontiere nel 2003 quando la Jugoslavia, dopo una sanguinosa guerra civile, fu suddivisa tra Serbia e Montenegro? E che dire della Cecoslovacchia? Per non parlare di come l’Unione Sovietica fu ridotta in Stati separati… Possiamo fare a chi pone tale domanda molte domande. Ma deve capire che i confini di uno Stato sono il riflesso dell’equilibrio di potere al momento. Un cambio di equilibrio cambia immediatamente i confini degli Stati. L’Unione Sovietica fu distrutta e la mappa dell’Eurasia riscritta. Oggi, quando la Russia si riprende e si afferma sulla scena internazionale, l’equilibrio di potere potrebbe cambiare di nuovo”.

L’equilibrio del potere nel mondo può cambiare a tal punto da condurre a una grande guerra? Alla Terza guerra mondiale?
“Ci sono forze che vorrebbero coinvolgere la Russia in una guerra e dargliene la responsabilità. Tuttavia, mentre la Russia è guidata da Vladimir Putin è improbabile che abbiano successo. Ma c’è un altro scenario: quando le forze destabilizzanti non hanno altra scelta che l’aggressione aperta, corrono anche il rischio di perdere prestigio e peso internazionale. A tal proposito, cosa accadde quando la Germania attaccò l’Unione Sovietica nel giugno 1941. La Russia moderna non vuole la guerra e non ha fatto alcun passo in tal senso, ma se ci sarà una forza nell’arena internazionale che sia pronta ad assumersi la responsabilità dell’aggressione, è difficile dire cosa cambierà”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

AFRICOM: un gigantesco spreco di denaro

Wayne Madsen SCF 26.02.2018Il Comando Africa degli USA (AFRICOM), creato nel 2007 per rivaleggiare con le controparti della struttura militare geopolitica, Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e Comando Meridionale (SOUTHCOM), come versione moderna della Compagnia delle Indie Orientali inglese assegnata a un continente, si è rivelato un gigantesco fallimento e spreco totale di denaro dei contribuenti. L’AFRICOM, a differenza degli equivalenti a Tampa, Miami, Honolulu e Stoccarda, non è mai riuscito ad avere un proprio quartier generale ma è stato costretto a condividerlo a Stoccarda con l’US European Command (EUCOM). AFRICOM si trova nelle Kelley Barracks, l’ex-quartier generale del 5° comando trasmissioni della Luftwaffe nazista. L’AFRICOM non ha responsabilità sull’Egitto, che ricade sotto l’egida del CENTCOM. Sebbene alcuni Paesi africani offrissero il quartier generale all’AFRICOM, la maggioranza dei membri dell’Unione Africana si oppose alla presenza militare statunitense permanente nel continente africano. Un luogo pianificato era vicino la città portuale di Tan Tan, nel sud del Marocco, al confine con l’ex-colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dai marocchini. In realtà, Tan Tan è posta strategicamente tra due ex-colonie spagnole, Sahara occidentale e l’ex-enclave spagnola di Ifni. I piani abortiti per la base di Tan Tan furono spinti tra il servizio d’intelligence militare e la Direzione Generale per la Sicurezza Estera (DGED) del Marocco e l’Ufficio della Difesa dell’ambasciata USA a Rabat. L’opzione della base in Marocco, che sarebbe costata 50 miliardi di dollari per costruirla e avviarla, fu sostituita da un sistema d’invio truppe e personale di supporto statunitense in vari Paesi africani coi compiti temporanei di istruttori, costruzione di impianti ed intelligence. Tra le responsabilità dell’AFRICOM vi sono le “operazioni di stabilità” in Africa, che il Pentagono cita come “missione militare centrale statunitense”. Tale missione è sostenuta dalla presenza di ciò che il Pentagono chiama Cooperative Security Locations o “ninfee”, magazzini nascosti di armi, veicoli e altro materiale spesso integrati da nuovi aeroporti che possono ospitare velivoli militari e droni. Le ninfee (Lily pads) sono state costruite in Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Sao Tome e Principe, Senegal, Seychelles , Sierra Leone, Somalia, Tunisia, Uganda e Zambia. Ci fu la proposta che AFRICOM istituisse un comando nel Golfo di Guinea degli Stati Uniti a Sao Tome. Il comando sarebbe stato responsabile della protezione delle compagnie petrolifere statunitensi che operano nella regione. Sebbene il comando del Golfo di Guinea non sia mai stato istituito, AFRICOM conduce l’Obangame Express annuale, che comprende l’addestramento alla sicurezza marittima delle forze di Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Gabo, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sao Tome e Principe e Togo.
Sebbene l’AFRICOM abbia l’incarico di condurre “operazioni di stabilità”, ci sono prove che si sia impegnato a fomentare colpi di Stato militari in Africa. Nel 2009, un gruppo di ufficiali della Guinea che tentò di assassinare il presidente della Guinea, capitano Moussa Dadis Camara, stava operando su ordine delle Forze Speciali assegnate al Comando Africa degli USA (AFRICOM) e al personale dell’intelligence militare francese. Lo stesso Camara prese il potere con un colpo di Stato nel dicembre 2008 dopo la morte del presidente Lansana Conte. Apparentemente Camara aveva firmato un accordo con la Cina affinché quella nazione ricevesse i contratti minerari sulla bauxite delle aziende statunitensi e francesi con la promessa che la Cina avrebbe raffinato la bauxite costruendo una fabbrica di alluminio in Guinea. Statunitensi e francesi esportavano la bauxite grezza per fonderla all’estero. L’offerta dei cinesi di fondere la bauxite in Guinea, con la promessa di lavori ben pagati per la nazione povera, era troppo per Francia e Stati Uniti e un “golpe” fu ordinato contro Camara, usando gli elementi delle forze armate guineane addestrati dall’AFRICOM in Guinea, Germania e Stati Uniti. L’Agenzia per la sicurezza nazionale, l’agenzia di spionaggio delle informazioni (SIGINT) di punta degli USA aveva investito centinaia di milioni di dollari per addestrare all’intercettazione in numerose lingue, anche africane. AFRICOM gestiva un programma di formazione ridondante e bilingue che rispecchiava il programma del NSA. AFRICOM spese milioni inutilmente duplicando la NSA nell’addestramento nelle lingue Bemba, Bete, Ebira, Fon, Gogo, Kalenjin, Kamba, Luba-Katanga, Mbundu/Umbundu, Nyanja, Sango, Sukuma, Tsonga/Tonga, Amarico, Dinka, Somalo, Tigrinya e Swahili. Questo è solo uno dei tanti esempi di come l’AFRICOM sia un completo spreco di denaro con sforzi duplicanti quelli di altre agenzie ed enti governativi. La morte per strangolamento il 4 giugno 2017 a Bamako, in Mali, del sergente dei berretti verdi dell’esercito statunitense Logan Melgar per mano di due Navy SEALs, tutti schierati sotto il comando di AFRICOM, era legato alla scoperta di Melgar che i due della Marina intascavano i fondi ufficiali utilizzati da AFRICOM per pagare gli informatori nel Paese dell’Africa occidentale. La frode è un altro esempio della cultura del malaffare presente tra le fila dell’AFRICOM. Tale disaffezione è nota dal 2012 quando il primo capo di AFRICOM, generale William “Kip” Ward, fu degradato da generale a tenente-generale. Si scoprì che Ward usò la sua posizione al vertice di AFRICOM per “spese non autorizzate” e “viaggi lussuosi”, tra cui un soggiorno al Ritz-Carlton Hotel di McLean, in Virginia, al Fairmont Hamilton Princess Hotel nelle Bermuda e al Waldorf-Astoria Hotel di New York. Ward viaggiò con la moglie e tredici assistenti diverse volte, in Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Madagascar, Namibia (dove Ward soggiornò al Windhoek Country Club), Gibuti, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Francia con solo alcuni giorni dell’itinerario riservati agli affari ufficiali. In alcuni viaggi, Ward accettò cene da uomini d’affari che cercavano contratti con AFRICOM.
Le manovre annuali dell’AFRICOM portano titoli come African Lion, Flintlock, Cutlass Express, Unified Accord, Phoenix Express, Unified Focus, Justified Accord e Shard Accord. Tali esercitazioni implicano milioni di dollari in spese di viaggio e alloggio, offrendo ogni opportunità di frode, spreco e abuso commessi dal primo comandante dell’AFRICOM. Nell’ottobre 2017, quattro membri dell’esercito statunitense furono uccisi dalle forze ribelli presso il villaggio Tongo-Tongo in Niger. Il Pentagono non ha mai spiegato che tipo di “addestramento” stessero svolgendo coi militari nigerini. Nel febbraio 2016, il personale delle forze speciali dell’AFRICOM si ritrovò sotto attacco terroristico islamista all’Hotel Radisson Blu di Bamako. Il mese precedente, altro personale delle forze speciali dell’AFRICOM fu visto mentre una cellula terrorista islamista attaccò l’Hotel Splendid e il vicino ristorante Cappuccino di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di proprietà ucraina. Gli attacchi a Bamako e Ouagadougou erano simili alla destabilizzazione effettuati dalle forze di destra e fasciste nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Gli attacchi “false flag” furono attribuiti a gruppi di sinistra, ma erano orchestrati da Central Intelligence Agency e NATO nell’ambito dell’operazione Gladio e relativi programmi segreti. L’AFRICOM è una copertura del Pentagono per proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti in Africa e garantire che i governi africani aderiscano alla linea filo-USA. Tuttavia, AFRICOM viene eclissata dalla crescente influenza della Cina in Africa, accolta con favore da molte nazioni africane. L’ingresso del “soft power” cinese in Africa fa dell’AFRICOM un ulteriore spreco di denaro.Traduzione di Alessandro Lattanzio