Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Siria: Le ragioni dell’isteria saudita-statunitense

Nasser Kandil e Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 18 maggio 2017Secondo Nasser Kandil
Le ultime campagne diplomatiche e mediatiche lanciate da Washington e Riyadh contro lo Stato siriano non possono essere spiegate solo come reazione a uno schiaffo doloroso ma innominabile. In effetti, quando lo Stato siriano riprende i bastioni di al-Nusra in diversi quartieri di Damasco, Stati Uniti ed Arabia Saudita l’accusano di condurre un “cambiamento demografico”, non potendo continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. E quando l’Esercito arabo siriano in pochi giorni scaccia lo SIIL da un “area sensibile” nel deserto siriano di 80 km di larghezza per 100 di profondità, scelta dagli statunitensi quale futuro santuario dello SIIL sulla linea strategica di collegamento tra Siria, Iran e Resistenza libanese, Stati Uniti e Arabia Saudita s’inventano ogni falsa accusa per demolire il morale del popolo siriano, sostenere i terroristi, fare pressione sul governo della Siria e l’alleato russo; ancora una volta, incapaci di continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. Così appare l’improvviso ciò che sembrava un dossier statunitense che accusava le autorità siriane di nascondere il massacro in un crematorio nella prigione di Sadnaya a nord di Damasco [1], immediatamente trasmesso alle Nazioni Unite: “15 maggio, il capo per il Medio Oriente del dipartimento di Stato Stuart Jones presentava le foto satellitari del carcere dicendo che il regime del Presidente Bashar al-Assad ha distrutto i resti di migliaia prigionieri assassinati negli ultimi anni. Poi chiese di “porre fine a tali atrocità”. Tali foto “declassificate” dal governo degli Stati Uniti erano datate aprile 2017, aprile 2016, gennaio 2015 e agosto 2013, mostrando edifici, uno dei quali sottotitolato “prigione principale” e l’altro “probabile crematorio”. Su una delle immagini vi era la leggenda “fanghiglia su una parte del tetto” che attesterebbe, secondo gli Stati Uniti, l’esistenza di un forno crematorio installato dal regime siriano”!!!
Le convulse accuse del ministro degli alloggi israeliano ed ex-generale dell’esercito, Yoav Galant, chiedono apertamente l’assassinio del Presidente siriano Bashar al-Assad [2]: “Penso che attraversiamo la linea rossa. Secondo me è giunto il momento di assassinare Assad. E’ così semplice...” Al momento, Washington afferma che la cooperazione con la Russia non va bene, soprattutto sulla questione fondamentale delle cosiddette “zone di de-escalation” in Siria definita da Astana 4, mentre le incursioni statunitensi uccidono civili siriani ad Hasaqah e al-Buqamal [3] con il pretesto della lotta contro lo SIIL, che si affrettava ad attaccare l’aeroporto di Dayr al-Zur, controllato dall’Esercito arabo siriano, proprio come successe la scorsa estate dopo gli attacchi degli Stati Uniti sul Jabal al-Thardah. Ed ora, altrettanto improvvisamente, il capo del Kurdistan iracheno minaccia l’iracheno Hashd al-Shabi se continua l’avanzata verso il confine siriano, e la cosiddetta opposizione siriana minacciava di lasciare i negoziati di Ginevra 6 (ripresi il 16 maggio), mentre le fazioni armate impegnate nel processo di Astana annunciavano l’adesione all'”operazione fronte meridionale” voluta principalmente da statunitensi, inglesi e giordani, ancora col pretesto della lotta della cosiddetta coalizione anti-SIIL, ma il cui vero obiettivo è, ovviamente, raggiungere il confine iracheno-siriano ad al-Tanaf, all’incrocio dei confini giordano-siriano-iracheno. Un’operazione considerata “ostile” dalla Siria e contro cui non si limita a mettere in guardia la Giordania per voce del Ministro degli Esteri, Walid al-Mualam [4], ma prepara la corsa verso il confine con l’Iraq, ancor prima di avviarla. Da qui le campagne di isteria e diffamatorie spiegate dai rapidi e inaspettati progressi dell’Esercito arabo siriano verso Dayr al-Zur e il confine iracheno, parallelamente ai progressi iracheni dell’Hash al-Shabi al confine con la Siria, minacciando i piani degli statunitensi-sionisti che sanno perfettamente che questa è una causa e una strategia comune, coordinata con Iran e Russia per impedirgli di controllare il confine siriano-iracheno, divenuta la madre di tutte le battaglie della guerra alla Siria. Controllarlo significa impedire a Iran e Cina di accedere al Mediterraneo, contenendo oleodotto iracheno e gasdotto iraniano nella stessa direzione, controllando la linea di rifornimento strategica dall’Iran alla Siria e alle forze della Resistenza; obiettivi che motivarono l’invasione dell’Iraq e, dopo il fallimento, la guerra alla Siria. Una seconda sconfitta che motiva il tentativo di controllare la regione tra il Tigri e l’Eufrate. Un terza sconfitta inflitta dalla resistenza dell’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur e dall’avanzata dell’Hashd al-Shabi a Tal-Afar in Iraq, motivando l’ultimo piano statunitense per controllare il confine siriano-iracheno. Se il piano fallisce, la guerra alla Siria non avrà più senso strategico. Piuttosto, sarà necessario gestire un’alleanza tattica e risorse per raggiungere un accordo parziale tra le forze belligeranti; gli statunitensi sono particolarmente interessati al sud del Paese e alla sicurezza d’Israele garantita dalla Russia o dall’accelerazione del processo di risoluzione della causa palestinese in Israele. Tuttavia, quando gli statunitensi mobilitano tutti i loro alleati gettando il loro peso e le loro minacce, vuol dire che la guerra è tutt’altro che finita con molte opportunità di rimescolare le carte; in particolare attraverso Turchia, Israele, curdi iracheni o bloccando i colloqui di Ginevra. Un blocco atteso da molti osservatori viste le differenze tra USA e Russia, la riluttanza turca a separarsi da Jabhat al-Nusra e la volontà aggressiva degli statunitensi, spiegando il motivo per cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, declinava su priorità, o almeno pari importanza, nel “paniere” della lotta al terrorismo per concentrarsi sulle discussioni sulla futura Costituzione siriana. Trascurarlo fu deciso nei colloqui a Ginevra 5, che invocava la formazione di un comitato di esperti costituzionali del governo, dell’opposizione e delle Nazioni Unite, senza che ciò si nelle prerogative delle Nazioni Unite, essendo la Costituzione siriana questione solo del popolo siriano, come indicato nella risoluzione 2254/2015.Secondo fonti ben informate, l’influenza statunitense sui colloqui di Ginevra 6 riflette, in parte, la mobilitazione per la “guerra al confine siriano-iracheno” proposta da Erdogan nella visita a Donald Trump [5]. Una proposta per affidare ai peshmerga curdi in Iraq, guidati da Masud al-Barzani, la missione di dominare le aree controllate dai curdi in Siria e le regioni al confine siriano-iracheno, implicitamente per pulire le aree di Sinjar e Qamishli dalla presenza del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in cambio del sostegno turco nella battaglia di Raqqa. Infine, chi controllerà i confini siriano-iracheni vincerà la partita. Ciò che è certo è che una delle più importanti guerre del Medio Oriente entra nella fase più pericolosa.Traduzione e sintesi di Mouna Alno-Nakhal dell’ultima nota di Nasser Kandil: politico libanese, ex-vicedirettore di Top News Nasser-Kandil e redattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Fonti:
Top News
Top News
Top News
al-Bina
Top News

Note:
[1] Siria: Gli Stati Uniti hanno accusato il regime di Assad di usare un “crematorio” per nascondere “omicidi di massa”
[2] “Il tempo è venuto” per uccidere Bashar al-Assad (ministro israeliano)
[3] La “Coalizione degli USA” uccide più di 31 persone nel massacro di al-Buqamal e Dayr al-Zur
[4] Forze statunitensi, inglesi e giordane al confine giordano-siriano. Anche l’Esercito arabo siriano si avvicina
[5] Trump assicura ad Erdogan l’appoggio degli USA contro il PKK curdoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sulle “zone di de-escalation”

Ziad al-Fadil, Syrian PerspectiveSauditi e qatarioti, due dei più simpatici ayrabi della penisola, che hanno sprecato miliardi di dollari per finanziare il terrorismo in Iraq e Siria, sono in una fase critica. La guerra fu scatenata dalla rabbia per il rifiuto del Presidente Bashar al-Assad a concedere al Qatar il diritto di estendere il gasdotto dall’Arabia Saudita alle coste siriane, mentre d’altro canto concluse un accordo per consentire all’Iran di costruire un gasdotto simile dall’Iraq al litorale siriano. I sauditi lo considerarono un altro complotto cripto-sciita per minare l’egemonia sunnita nel Mashriq. Non avendo nulla cominciarono a coordinarsi con l’ex-ambasciatore statunitense (e in disgrazia) in Siria, Robert Ford, per scatenare l’insurrezione contro Assad e il Partito Baath usando sabotatori sul posto la cui formazione risaliva al 2007. Le complessità nell’avviare tale ribellione non interessa qui, ne abbiamo parlato molto nei post precedenti. Abbiamo raggiunto un nuovo e fondamentale punto nell’evoluzione della guerra che richiede un’analisi. Ad Astana IV, i Paesi sponsor, Russia, Iran e Turchia, hanno firmato un memorandum che garantisce la creazione di “zone di de-escalation”. Ho già detto tre giorni prima che il termine “de-escalation” è tollerabilmente simile a “non-fly”. Fu scelto in modo che questo autore non ne sia offeso. Comunque, sembra che gli oppositori abbiano finalmente ottenuto ciò che volevano, un’area in cui l’Aeronautica siriana non possa bombardarli. Ma non è così. Le parti dell’accordo reale, non i garanti, sono governo centrale siriano, NACOSROF (coalizione nazionale delle forze della rivoluzione e dell’opposizione siriane), Jaysh al-Islam (Arabia Saudita) e partiti legali d’opposizione. NACOSROF è una curiosità, poiché non ha influenza sul terreno e deve affidarsi all’ombra di Arabia Saudita e Qatar per partecipare al processo. E’ impossibile comprendere il carattere dell’opposizione senza badare alla presenza degli scimmioni ayrabi.
Le parti che negoziavano la cessazione delle ostilità erano i garanti. Solo la Turchia, tra i tre, si opponeva al governo del Dottor Assad e della sua amministrazione. Ma i turchi si affliggevano persuadendosi a nuotare nella corrente, venendo esclusi da ogni possibilità di aderire all’UE, come suggerito apertamente dal ministro degli Esteri belga. Comunque, il recente auspicio di Erdoghan nel referendum costituzionale, di scacciare oltre 200000 cittadini dai loro posti di lavoro, le persistenti chiacchiere sulla libertà di parola da parata nel Paese, hanno raffreddato gli europei sull’adesione della Turchia all’UE. Sarebbe uno sgradito premio di consolazione per l’addio del Regno Unito l’adesione di un’autentica tirannia come quella della Turchia. In tale contesto, Ankara parlava di Turchia con russi e iraniani. E ad ulteriore impulso alle pretese di Erdoghan, le elezioni in Francia avrebbero annunciato la Frexit se Marine Le Pen entrava all’Eliseo o, almeno, avesse avuto voti sufficienti per darvi inaudita credibilità. Erdoghan è stato convinto da Iran e Russia ad accettare il governo del Dottor Assad, anche se ottenesse un altro mandato con elezioni democratiche. Con l’Europa che si scrolla le spalle, il sultano Erdoghan non aveva altra scelta che guardare ad Oriente. Erdoghan ha altri problemi con l’occidente. Gli statunitensi insistono ad abbracciare i combattenti curdi per dare a Trump l’ultimo accredito, la liberazione di al-Raqqa, l’ultima base dello SIIL in Siria. È proprio questo argomento che Trump ha avanzato nella conversazione telefonica con Putin. Putin sapeva che Trump e la sua corte di zucconi a Washington pensano d’espellere lo SIIL da questa città, così vicina ad una delle fonti energetiche più importanti della Siria, la diga di Tabaqa. Secondo la mia fonte a Washington DC, il complotto neo-con era usare la vittoria a Raqqa per migliorare la posizione dei combattenti curdi, permettendogli di dichiarare il loro Stato-fantoccio per bloccare l’estensione del gasdotto iraniano. Ma poiché i neo-con in genere non conoscono il Medio Oriente, non capiscono semplicemente che i curdi non possono e non offenderanno l’Iran. Con la Turchia che colpisce da nord, l’ultima cosa che i curdi hanno bisogno è un Iran angosciato e un Iraq dipendente da Teheran. È solo una situazione perdente per Stati Uniti e curdi. Ma qui si sente l’odore pungente dei soldi sauditi. Il Qatar verserà miliardi per estendere il suo gasdotto nella Siria orientale controllata dai curdi fino a Turchia ed Europa. Così, quando Putin discuteva il ruolo degli Stati Uniti ad Astana, conosceva gli stratagemmi dei neo-con, che ha usato abilmente per convincere Trump ad inviare un suo diplomatico nella capitale kazaka ed accettare la creazione di “zone di de-escalation”. Trump accettava la condizione per cui a tutte le forze aeree è proibito sorvolare queste zone, anche se non è ancora chiaro se Trump aderirà all’accordo. La Russia ha insistito a che alcun aereo sorvoli queste zone. Ma anche i ratti sionisti hanno dichiarato la loro non adesione a tali restrizioni, una posizione che eventualmente lenirebbe i sentimenti dei duri statunitensi potendo utilizzare gli aeromobili sionisti per raggiungere i loro obiettivi in Siria. In cambio dell’accordo statunitense alla creazione di queste zone, Putin ha promesso a Trump che Russia e Siria non interferiranno nelle manovre statunitensi presso Raqqa sapendo che il piano statunitense fallirà.Putin tende la trappola
I russi non credono che esista una soluzione politica alla guerra siriana. Forse all’inizio, ma gli eventi successivi gli hanno fatto abbandonare tali fantasie. La realizzazione che i gruppi terroristici più potenti non accettano una soluzione negoziata portava al nuovo stratagemma di Putin basato su diversi fattori: primo, Trump sembra sincero nel frantumare lo SIIL. A differenza di Obama, la cui mente criminale era volta a rovesciare il Dottor Assad, Trump sembra ambiguo verso il bravo medico di Damasco. I neo-con possono sempre lamentarsi quanto vogliono su Assad dittatore impegnato a cancellare l’oscenità sionista, ma Trump sembra più incline ad accettare queste figure; ne testimonia l’ammirazione per Putin, Le Pen, Duterte. Quindi, Putin ha sfruttato l’impressione di Trump di uomo con cui poter accordarsi. Trump e Putin sono d’accordo nel trovare un modo per distinguere i terroristi buoni dai terroristi cattivi. Questo è un vecchio pensiero inquietante per Arabia Saudita, entità sionista e Qatar che non si preoccupano di tali distinzioni. Ma Putin pensa che se convince gli statunitensi ad agire razionalmente e ad aiutare i cannibali buoni a spazzare via quelli malvagi, avanzeranno notevolmente nella lotta per impedire alla Russia nuove avventure estere. Putin ritiene che una volta che SIIL, Hayat Tahrir al-Sham e al-Qaida/al-Nusra saranno sradicati, sarà questione di tempo prima che gli altri gruppi siano sterminati, come Jaysh al-Islam, Faylaq al-Rahman, Fronte meridionale dell’ELS e altri. Ma Putin sa anche che il presidente statunitense è mercuriale, debole e facile da persuadere. Passa da incontrare gli avvoltoi sauditi di Riyadh, le creature sioniste di Tel Aviv e forse gli egiziani a Cairo. E sarà inondato da argomenti secondo cui al-Qaida/al-Nusra è indispensabile agli interessi statunitensi. I sionisti lo metteranno a parte e gli riveleranno perché il gasdotto del Qatar sia nell’interesse degli USA, cioè: l’influenza statunitense in Europa diminuirà radicalmente se l’Europa comincerà ad affidarsi al carburante russo e iraniano. Trump è un imbecille politico incapace di pensare da solo. Forse cadrebbe in tali argomentazioni rimangiandosi le promesse a Putin. Ma non credo che lo farà. Trump potrebbe essere sul punto di rendersi conto che gli Stati Uniti hanno sostenuto al-Qaida negli ultimi 5 anni, la stessa al-Qaida che ha abbattuto le sue Torri Gemelle l’11 settembre, nella città in cui è nato. Penso che resisterà a qualsiasi sforzo per influenzarlo a continuare l’eredità di Obama fatta di omicidi e oltraggi. E crediamo che si stupirà nel sapere che il suo amato Stato-ghetto sionista sostiene apertamente al-Qaida sulle alture del Golan e nella Siria meridionale. Vediamo come va. Non sono ancora sicuro che questo presidente abbia abbastanza sostanza per delle scelte politiche significative.
Putin insieme al Dottor Assad e agli alleati iraniani ha sistematicamente ripulito le aree della Siria occidentale, con i negoziati o la forza, spedendo i rimanenti terroristi nella provincia di Idlib dove si concentrano. Adesso il borgo di Damasco di Barza è stato ripulito come Madhaya, Buqin, al-Zabadani un mese prima. Dall’avvio di questo programma, l’Esercito arabo siriano è sempre più libero di agire in altre aree importanti in Siria. Quando l’EAS ha cercato di convincere Jaysh al-Islam a cedere le posizioni nel Ghuta orientale e andarsene ad Idlib, le urla saudite in Giordania (MOK) irritarono la stratosfera con minacce di togliere fondi e sostegno a Jaysh al-Islam. Abu Hamam al-Buaydhani, il suo capo, era pronto a rifiutare qualsiasi offerta dell’EAS, anche se sapeva di avere il rasoio vicino alla gola. (Nota, l’Esercito arabo siriano ha appena liberato al-Qabun, a Damasco, e al-Zalaqiyat, a nord di Hama). Con le “zone di de-escalation”, l’accordo di Astana consente a tutte le parti di attaccare SIIL, al-Qaida/al-Nusra e Hayat Tahrir al-Sham. Se l’accordo regge per i 6 mesi previsti, la Russia invierà migliaia di tonnellate di nuovo materiale all’Esercito arabo siriano e soprattutto avrà completato l’addestramento dell’EAS. Ciò sarà cruciale per la spinta finale contro i resti dell’influenza wahhabita in Siria. Ora che le forze siriane hanno oltre 500000 combattenti, Damasco potrà ripulire il Paese da solo senza l’aiuto di Russia e Iran. In sostanza, questa era la situazione prima dell’avvento di Jabhat al-Nusra, quando era chiaro che disertori, mercenari e altra anticaglia non erano abbastanza forti da cacciare il Dr. Assad, e ancor mendo di sconfiggere l’Esercito arabo siriano.I media occidentali disturbati dagli eventi ad Astana
Oggi ho notato che il MSM segnalava violazioni dell’EAS dell’accordo per ridurre la violenza, riferendo che l’Esercito arabo siriano aveva estromesso i terroristi da al-Zalaqiyat a nord di Hama. Quello che non dicevano era che i terroristi erano membri di al-Nusra/al-Qaida, specificamente escluso dalle zone di de-escalation. Questo non evita menzogne e disinformazione. È possibile aspettarsi altri squallidi reportage del genere nelle prossime settimane, mentre le forze terroristiche, come Arabia Saudita, Qatar e l’abominio sionista, spendono ogni sforzo per sabotare l’Accordo di Astana.

Coordinamento tra Siria, Russia e Iran
Dall’aspetto, il Ministro della Difesa Dhihqan sembrava soddisfatto dagli eventi di Astana. Il governo iraniano ora condivide la sensazione istintiva della vittoria della Russia. Non importa chi vinca le elezioni presidenziali, la storia suggerisce che ogni nuovo leader a Teheran sosterrà più o meno di Ruhani il ruolo iraniano in Siria. Sarebbe stato bello vedere Ahmadinejad tornare in carica, per essere sicuri, ma non è possibile. Tuttavia, con il passare del tempo sul campo di battaglia, non c’è alcun accenno che l’Iran sia stanco del sostegno. Ciò ha dato origine ad un nuovo tipo di alleanza, l’alleanza dei sanzionati. Non è il BRICS incentrato in modo molto raffinato sul potere economico, ma un asse costruito dal confronto con l’occidente. Che sia Ucraina, Crimea o Siria, la Russia è sottoposta a una serie di sanzioni a cui ha resistito notevolmente per anni. In Iran, c’è la vecchia ferita della rivoluzione di Khomeini, il sostegno a Hezbollah, il programma nucleare e missilistico e il rapporto contraddittorio con l’Arabia Saudita pre-feudale che ha impedito all’Iran di godere dei vantaggio dal ruolo di compradore nel Golfo. Anche la Siria è stata sanzionata, le sue banche sono costrette ai sotterfugi, alle compagnie aeree sono negate le parti di ricambio, alle aziende farmaceutiche viene impedito di fabbricare medicinali necessari dai fornitori di esplosivi statunitensi e inglesi. Queste tre nazioni non solo hanno tollerato l’afflizione di tali privazioni, ma hanno vinto. La Russia non è un Paese del terzo mondo, la sua industria degli armamenti supera quella degli USA. L’Iran non è sciocco. L’ampia produzione di missili è tale che nessun ammiraglio statunitense lo sfiderebbe nel Golfo Persico, per non vedersi la flotta statunitense ormeggiata nel Bahrayn divenire una palla di fuoco. La Siria, una volta considerata piantagione di banane dai sauditi, è una potenza regionale capace di affrontare il complotto internazionale del più complesso cambio di regime nella storia mondiale. La Russia ha ormai superato gli Stati Uniti nel Levante. Utilizzando le sue spalle massicce, ha fatto fuori gli psicotici neo-con statunitensi, gli effeminati casinisti francesi e i borseggiatori inglesi, costringendoli ad assistere ad eventi su cui non hanno più influenza. Mentre le città della Siria guardano festanti i terroristi partire sugli autobus verdi, solo per trasferirsi ad Idlib, loro cimitero, l’esercizio lungo, paziente e deciso della diplomazia e del potere militare di Russia, Siria e Iran paga dividendi storicamente importanti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi travolti dalle manovre politico-militari in Siria

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 5/5/2017Quando si legge ciò che succede a Darah, si avrà l’impressione che il castello di carte saudita sia crollato. Se si vuole sapere perché Jaysh al-Islam s’è recato ad Astana IV, anche se è inestricabilmente legato all’Arabia Saudita, si pensi alle concessioni che l’Arabia Saudita vorrebbe estorcere. Già il Jaysh al-Islam ha accettato l’istituzione di “zone di de-conflitto” che non sono altro che le “zone di non volo” presentate per circa 5 anni in Siria. Ma la differenza è che le zone limitano i combattimenti a tutte le parti, compresi gli Stati Uniti, ad eccezione delle operazioni contro SIIL e Jabhat al-Nusra/al-Qaida e loro cloni. Non fatevi ingannare, Jaysh al-Islam ha appena annunciato la fine dell’operazione Schiaccia al-Nusra nel Ghuta orientale, e non è un annuncio molto intelligente. Ciò significa che l’Arabia Saudita non concederà nulla e non parteciperà all’eliminazione di un importante alleato come al-Qaida. All’Arabia Saudita è stato detto che l’Esercito arabo siriano semplicemente sposta le forze verso aree di maggiore interesse. Mettendo il Ghuta nelle aree di deconflitto, l’EAS può spostarsi in aree come Idlib e Dayr al-Zur per finirla con i nemici peggiori. L’Arabia Saudita non avrà nulla. Gli scimpanzé sauditi sanno che nel momento in cui al-Qaida sarà sconfitta, l’Esercito arabo siriano punterà le armi sugli altri terroristi, come il Jaysh al-Islam. L’Esercito arabo siriano ha spezzato la schiena alla resistenza wahhabista con la strategia dell’assedio. Forzando i ratti a riconoscere la sconfitta e ad accettare trasferimenti umilianti per Idlib, l’Esercito arabo siriano ha effettivamente liberato la maggior parte delle aree importanti presso la capitale e presso Homs. A ciò si aggiunga la liberazione della Provincia orientale di Homs, in particolare i giacimenti di petrolio e gas; la liberazione di Aleppo e la sua risurrezione a principale polo industriale della Siria; il fatto incontrovertibile che l’offensiva turco-terroristica su Lataqia è fallita; che l’Esercito arabo siriano ottiene la vittoria totale nel nord della provincia di Hama ed anche l’avanzata dell’EAS su Darah, particolarmente importante perché il MOK, il centro operativo terroristico congiunto in Giordania guidato dagli Stati Uniti, subirà un grave cataclisma. La telefonata tra Vladimir Putin e Donald Trump è notevole per via dell’accordo per stabilire le “zone di de-conflitto”. Ma non si è discusso solo di questo. Se non si possono avere prove dirette che Putin abbia avuto la promessa da Trump di ridimensionare il ruolo statunitense nel MOK, mi fu detto che i movimenti nelle varie basi del MOK presso Amman accelerano verso lo smantellamento. Se ciò è vero, gli Stati Uniti avranno molto da spiegare quando Donald Trump visiterà Riyadh. Ciò che potrebbe spiegare benissimo perché il Jaysh al-Islam abbia ottenuto via libera per Astana IV sono i sauditi che si vedono andare in fumo i piani e che devono assicurarsi di non essere ignorati. Sono pienamente consapevoli che l’Iran è il vincitore, e ne sono sconvolti, perché in ultima analisi sono rovinatissimi e non hanno la minima parvenza d’intelligenza umana.
A Darah, i combattimenti continuano senza sosta nel sud. Ciò indica che i pianificatori del MOK perdono il controllo degli alleati terroristi. Oggi, il Jaysh al-Mutaz (dal nome di un califfo abbaside) si è scontrato contro il Jabhat Thuar al-Suriya (Fronte dei rivoluzionari della Siria), a Darah, per differenze su ruoli specifici che ciascun gruppo doveva svolgere nell’assaltare l’Esercito arabo siriano ad al-Manshiya. Infatti, denominarono l’attacco “Battaglia per il quartiere al-Manshiya”, elemento della strategia globale gestita dal MOK in Giordania chiamata “Combattimento fino alla morte e senza umiliazione”. Giuro, è questo il nome. In ogni caso, Jabhat Thuar al-Suriya iniziava la battaglia attaccando il Jaysh al-Mutaz, con numerosi ratti terroristi di entrambi i gruppi uccisi. Inutile dire che l’EAS non interverrà, ma invece guarderà con gioia i ratti sbranarsi a vicenda. L’unica curiosità è il coinvolgimento di Jabhat al-Nusra/al-Qaida che inviava un gruppetto della sua feccia più virulenta per riprendersi il corpo del gran capo del gruppo chiamato Qatibat Shuhada Huran, tale Hasan al-Masalimah; cosa interessante, fu ucciso involontariamente mentre si recava verso la zona dei combattimenti. Darah è l’ultima carta dell’Arabia Saudita. Se i puzzolenti wahhabisti arrafferanno la città, sarà un passo significativo verso la balcanizzazione della Siria secondo le linee proposte dai falchi ashkenazi della Palestina Occupata. Ma non funziona, e con le zone di de-conflitto attivate, l’EAS avrà ancora più truppe per sradicare i microbi che infestano la Siria meridionale. E se è vero che Trump si affianca a Putin riducendo il ruolo degli USA in Giordania, allora il morale dei terroristi sarà un fattore del tempo necessario per sterminarli. Vi sono alcune voci secondo cui la Gran Bretagna progetta certe manovre aeree sulla Siria. Se è vero, sarà perché l’Arabia Saudita cerca disperatamente di nascondere la propria ignominia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, sterminio tra taqfiri e alleanza curdo-russo-siriana

Alessandro Lattanzio

Polizia Militare Russa e combattenti delle YPG presso Ifrin, a nord di Aleppo.

Il 1° maggio 2017, l’Esercito arabo siriano liberava ad al-Qabun la centrale elettrica e la scuola Abdulqani Bajaqani, una base di Jabhat al-Nusra. Le forze siriane eliminavano numerosi terroristi presso al-Salamiyah, a Taldarah, al-Latamina, Qafr Zita, Latamin e al-Zaqat. A nord di Tadmur, le forze siriane liberavano il Jabal al-Shumariyah ed eliminavano decine di terroristi del SIIL. Continuavano gli scontri tra i terroristi di Jaysh al-Islam, Hayat Tahrir al-Sham e Faylaq al-Rahman nel Ghuta orientale, a Zamalqa, Irbin, Jisrin, Haza, al-Ashari, al-Aftaris e al-Muhamadiyah. L’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco dei gruppi terroristici a nord di Hama, nei pressi di Abu Ubaydah, eliminando numerosi terroristi. A nord-est di Dara, venivano eliminati tre capi della liwa Amud Huran dell’ELS, Ahmad al-Hariri, Qasim al-Mujali e Bashar Ayan al-Hariri, nell’esplosione della loro auto. L’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni di Jabhat al-Nusra a Dara, distruggendo 2 comandi, 3 posizioni e 7 autoveicoli degli islamisti a Basr al-Harir, Ulama, Qariyah al-Sharqi e Janin nella regione di al-Lajah. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del SIIL sulla base aerea di Dair al-Zur, eliminando diversi terroristi. L’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni del SIIL presso Jabal al-Thardah, Wadi al-Thardah, quartiere al-Urfi, cementificio e caserma al-Tamin, eliminando numerosi terroristi. Nella regione di al-Maqabar, l’EAS liquidava numerosi terroristi, tra cui il loro capo Ahmad al-Janin. Il 2 maggio l’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del SIIL sul Jabal al-Shumariyah, ad est di Homs, presso Jub Ham e Rajm al-Qasr, eliminando numerosi terroristi. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano Um Sahrij, la caserma di al-Shandaqiyat e Unq al-Hawa nei pressi del Jabal al-Shair, a nord di Tadmur. L’Esercito arabo siriano avanzava su Badiyah al-Sham, presso Dara, sventando il piano di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giordania e gruppi terroristici per creare un santuario nella Siria meridionale, tra Dara e Qunaytra. Nelle operazioni, aerei ed elicotteri siriani bombardavano le posizioni dei terroristi su Tal Daquh, a sud di Dara. Sempre presso Dara, ad al-Lijat, la SAAF distruggeva 7 automezzi dei terroristi, mentre l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano distruggeva le posizioni di Jabhat al-Nusra a Basr al-Harir, Alma, al-Ghariya e Janin, eliminando 4 autoveicoli, 9 fortificazioni, oltre 15 terroristi e 2 centri di comando nemici collegati con il MOK in Giordania.L’Arabia Saudita aveva creato e sostenuto Jaysh al-Islam, un gruppo di terroristi wahhabiti infiltratisi nel Ghuta orientale, che aveva dichiarato guerra all’Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida) e al Faylaq al-Rahman, gruppo jihadista alleato dello SIIL. I combattimenti tra terroristi si svolgevano ad Irbin, Qafr Bathayna e al-Ashari, e solo il 28 aprile, oltre 50 terroristi si uccidevano in questu combattimenti. Ciò potrebbe rientrare in un ipotetico patto tra Stati Uniti ed Arabia Saudita, dove Washington sostiene apertamente l’aggressione saudita allo Yemen in cambio della fine del sostegno saudita allo SIIL in Siria e Iraq. Anche il gruppo terroristico Jabhat al-Nusra attaccava lo SIIL ad Tal Ajat, a nord-ovest di Zamarani, Falita e Jarajir, dove Abu Yazid, un capo di Jabhat al-Nusra, Abu Jafar al-Zuahiri, un capo dello SIIL, ed Abu Umar al-Qalamuni, altro capo dei terroristi, venivano uccisi. A campo Yarmuq, campo profughi palestinese a sud di Damasco, lo SIIL si scontrava con l’Hayat Tahrir al-Sham. Il 30 aprile, Faylaq al-Rahman e Hayat Tahrir al-Sham si scontravano con il Jaysh al-Islam, e il Faylaq al-Rahman abbandonava i suoi uomini ad al-Nishabiya, circondati dal Jaysh al-Islam che ne tagliava le linee dei rifornimenti. Lo scontro tra i terroristi di Jaysh al-Islam e Hayat Tahrir al-Sham e quelli del Faylaq al-Rahman nel Ghuta orientale, presso Damasco, era una guerra per procura tra ascari della Turchia, del Qatar e dell’Arabia Saudita. Jaysh al-Islam, sostenuto direttamente dall’Arabia Saudita, voleva espandersi nel Ghuta orientale, mentre Faylaq al-Rahman era un ramo dell’Iqwan al-Muslimin sostenuto da Qatar e Turchia, mentre l’Hayat Tahrir al-Sham era al-Qaida in Siria. I combattimenti erano iniziati quando Jaysh al-Islam attaccò le posizioni di Faylaq al-Rahman a Zamalqa, mentre Faylaq al-Rahman cercava di riprendersi le posizioni perse ad Irbin per mano del Jaysh al-Islam. L’Hayat Tahrir al-Sham riprendeva Jisrin e Haza al Jaysh al-Islam dopo degli scontri, che si svolgevano anche ad al-Ashari, al-Aftaris, al-Muhamadiyah e Irbin, nel Ghuta orientale, mentre il Jaysh al-Islam attaccava le posizioni del Faylaq al-Rahman anche ad al-Qabun. Negli scontri tra Faylaq al-Rahman e Hayat Tahrir al-Sham contro Jaysh al-Islam l’esercito libero siriano annunciava il sostegno al Jaysh al-Islam, affermando che Jabhat al-Nusra fa parte del SIIL e chiedendo ai gruppi terroristici in Siria di annientare Jabhat al-Nusra. E questo mentre l’emiro del Jaysh al-Umah Abu Hafas al-Muqadasi, un capo di al-Qaida, chiedeva a tutti i gruppi terroristici di annientare Jaysh al-Islam. Nel frattempo, il portavoce di Faylaq al-Rahman Wail al-Wan, affermava che Jaysh al-Islam aveva il controllo sulla strada che collega il Ghuta orientale ad al-Qabun. 2 capi di Faylaq al-Rahman venivano eliminati dai terroristi rivali del Jaysh al-Islam, si trattava di Samir al-Salah, noto come Abu Najib, e del capo di Faylaq al-Rahman nella regione di Qafr Bathayna, ed Abu Nabil al-Jaburani. Infine, Naman Awaz, alias Abu Usam, terzo capo del Jaysh al-Islam, veniva ucciso negli scontri con Faylaq al-Rahman e Hayat Tahrir al-Sham, dove l’Hayat Tahrir al-Sham occupava Hazah e Masraba, mentre il Faylaq al-Rahman occupava Bayt Sua, Hamuriyah, Zamalqa e Sabaqa, nel Ghuta orientale. Nel frattempo, l’artiglieria dell’EAS bombardava le posizioni dei terroristi ad al-Qabun, infliggendogli notevoli perdite. Truppe russe si disponevano al confine siriano-turco dall’enclave curda-siriana di Ifrin, per impedire altri attacchi dai turchi.

al-Qabun

Il 3 maggio, il capo del Jaysh al-Islam nella regione di al-Marj, Qasim Qadish, detto Abu Muhamad al-Qaqa, veniva ucciso da terroristi rivali di Faylaq al-Rahman e Hayat Tahrir al-Sham nel Ghuta orientale. Le truppe dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL presso la regione di al-Shumariyah, ad est di Homs, eliminando decine di terroristi. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano Sabana e Darah, nella provincia occidentale di Damasco del Qalamun. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano 7 isolati e distruggevano un tunnel dei terroristi ad al-Qabun. L’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava le linee di Jabhat al-Nusra nei quartieri a Dara di Tarqi al-Sad, al-Abasiyah, al-Faran e Bir al-Shayah, eliminando numerosi terroristi e diverse loro posizioni. Le SDF avanzavano su al-Tabaqa, liberando 3 quartieri ed accerchiando i terroristi del SIIL presso la diga. Le forze curde, schierate a nord-ovest di Aleppo, consegnava nove punti di controllo all’Esercito arabo siriano ad Ayn Daqanah, Maranaz e Qafr Jana, presso Ifrin; questo mentre le forze siriane liberavano 3 villaggi vicini e la polizia militare russa e le unità delle YPG curde pattugliavano assieme i confini del distretto di Ifrin con la Turchia. Inoltre, militari russi accompagnati dalle unità di protezione del popolo kurdo (YPG) visitavano il campo profughi Runbar, sempre presso Ifrin, già oggetto dei bombardamenti turchi. La visita della delegazione militare russa avveniva mentre Russia e Siria creavano posti di osservazione al confine turco-siriano a nord di Aleppo, nelle aree controllate dalle YPG. Le Forze Speciali dell’Esercito arabo siriano (EAS) ed Hezbollah distruggevano 3 autoveicoli del Jaysh al-Islam sulla strada tra al-Masifra e al-Qaraq, presso Basra al-Harir, ad ovest di Dara, eliminando decine di terroristi del Jaysh al-Islam. L’EAS bombardava le posizioni dell’Hayat Tahrir al-Sham a Dara al-Balad, Aqraz, Qumal-Ruman e Janin, mentre gli elicotteri d’attacco siriani bombardavano le posizioni dell’HTS a Nasib, vicino la Giordania. L’Esercito arabo siriano liberava la società elettrica, nell’est di al-Qabun, ed eliminava due gruppi armati di Ahrar al-Sham e Hayat Tahrir al-Sham. Il SIIL attaccava con 16 attentatori suicidi le posizioni delle SDF ad al-Shadadi, al-Hariri e campo Rujm Salibi, nella provincia di al-Hasaqah, e ad al-Sifsafah, ad est di Tabaqa. Qui le SDF respingevano l’attacco eliminando un gruppo di terroristi e 1 tecnica.
Il Ministero degli Esteri siriano annunciava che Damasco sosteneva l’iniziativa russa per creazione di 4 zone di de-conflitto e l’accordo sulla cessazione delle ostilità firmato il 30 dicembre 2016. Ma Damasco sottolinea la prosecuzione dell’operazione antiterrorismo delle forze armate siriane contro SIIL e Jabhat al-Nusra e organizzazioni terroristiche affiliate. Nel frattempo era iniziato il quarto round dei colloqui internazionali sulla Siria ad Astana. Alla vigilia del forum si erano svolto colloqui tra Siria, Iran, Russia e Turchia. La delegazione russa ad Astana era guidata dal rappresentante speciale presidenziale per la crisi siriana Aleksandr Lavrentiev; la delegazione iraniana dal Viceministro degli Esteri Hossein Ansari e la delegazione turca dal Viceministro degli Esteri Sedat Onal. Per la prima volta, gli Stati Uniti erano presenti con l’assistente del segretario di Stato degli Stati Uniti per gli affari mediorientali Stuart Jones. La delegazione del governo siriano era diretta dal rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite Bashar Jafari, mentre la delegazione degli islamisti dal capo del Jaysh al-Islam Muhamad al-Lush. Russia, Iran e Turchia avevano istituito una task force congiunta per controllare il cessate il fuoco in Siria.
Il 4 maggio, le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano al-Tadmuriyah, al-Qaliliyah e al-Mahsham, presso il Jabal al-Shumariyah, ad est di Homs, mentre l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni di ISIL ad Um Sahrij, distruggendo 1 lanciarazzi dei terroristi. Inoltre, i soldati dell’EAS distruggevano 2 autobombe di Jabhat al-Nusra a Dair Falu. Le Forze Speciali russe attaccavano le difese di Jabhat al-Nusra a nord di Hama, ad al-Mahrdah, eliminando 55 terroristi. Le forze governative respingevano l’attacco dei terroristi su Abu Ubaydah, a nord di Hama, mentre la SAAF effettuava numerose sortite contro le linee dei terroristi ad al-Lataminah e Muraq, eliminando decine di islamisti. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’offensiva dei gruppi terroristici sud Jadrin, tra Homs e Hama, eliminando numerosi terroristi. Nel frattempo, l’artiglieria dell’EAS bombardava le posizioni di Jabhat al-Nusra a Hirbnafsa e del Jaysh al-Izah a Lahaya e al-Buayzah, eliminando decine di terroristi.