Perché l’ambasciatore russo ad Ankara non aveva un’adeguata protezione?

Analisi Militares 21 dicembre 201615590237Quando fu annunciato che l’ambasciatore russo ad Ankara era morto in un attentato, una delle prime cose che venne in mente è come fosse possibile che succedesse a una figura importante? Immediatamente criticarono il servizio di protezione, perché nessuno sapeva la situazione in cui ciò è successo. In ogni caso, in quel giorno iniziai a cercare informazioni sullo stato dei servizi di protezione dei diplomatici russi in Turchia e sembra che le cose non siano come molti credono. Ciò che è emerso è che da più di 10 anni Ankara non consente la protezione armata dei diplomatici russi in Turchia. Questo compito dovrebbe essere dell’unità speciale ‘Zaslon‘ dell’SVR russo, ma ancora a più di 10 anni, non è autorizzata a svolgerla nel territorio turco. I commenti del funzionario intervistato in questo articolo non sbagliano. Zaslon non aveva il permesso di proteggere le spalle l’ambasciatore durante il discorso e anche che se era protetto da due membri dell’unità ai fianchi, non potevano rispondere a qualsiasi minaccia. Dopo l’omicidio, si parla di nuovo dell’arrivo della protezione armata russa per diplomatici russi in Turchia, ma è sorprendente che con ciò che è accaduto con tale Paese, la rappresentanza diplomatica russa non avesse una migliore protezione.

15621721Erdogan con la famiglia della famosa Bana, l’ultima trovata della propaganda islamo-atlantista. Il terrorista che interpreta il papà della “bambina di Aleppo” è membro del gruppo terroristico islamista qataib al-Safwa ad Aleppo dove sicuramente ha ucciso molte persone agli ordini di Ankara. La foto è anche chiaramente un messaggio su chi abbia armato la mano del poliziotto-terrorista che ha ucciso l’Ambasciatore Andrej Karlov.15672997Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’omicidio dell’Ambasciatore russo: una rappresaglia

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 20/12/2016

Erdogan si congratula con il futuro assassino dell'Ambasciatore russo Andrej Karlov.

Erdogan si congratula con il futuro assassino dell’Ambasciatore russo Andrej Karlov.

Pochi giorni dopo la liberazione di Aleppo, l’ambasciatore russo in Turchia Andrej Karlov veniva assassinato mentre parlava a una galleria d’arte nella capitale turca Ankara. Il bandito, identificato come un ex-poliziotto, ha fatto il gesto familiare usato dalle organizzazioni terroristiche che operano in Siria, Jabhat al-Nusra e autoproclamato “Stato islamico”, gridando, secondo il Guardian: “Non dimenticate Aleppo. Non dimenticate la Siria. A meno che le nostre città siano sicure, non sarà possibile avere sicurezza. Solo la morte mi può prendere. Tutti i coinvolti in questa sofferenza la pagheranno”. L’omicidio coincideva con un presunto incidente presso l’ambasciata USA ad Ankara, spiegata dall’ambasciata come “sparo”, forse in riferimento all’assassinio. I giornali occidentali, tuttavia, come Daily Mail, UK Express e The Sun hanno tentato di ritrarre lo sparo come un altro incidente. Sarebbe un deliberato tentativo di ritrarre gli Stati Uniti vittima assieme alla Russia, per sviare i sospetti dagli Stati Uniti. L’assassinio avviene giorni dopo che gli Stati Uniti avevano promesso una “rappresaglia” contro la Russia. Il presidente Barack Obama, politici ed esperti, così come senatori degli Stati Uniti, la settimana passata promisero la “rappresaglia” contro la Russia per il presunto “pirataggio” delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Tali minacce hanno luogo tra le sempre più ampie accuse sgangherate di politici ed esperti occidentali frustrati nell’attuare la propria agenda globale contro una Russia che riemerge e una Cina in ascesa. The Guardian nell’articolo pubblicato questa settimana, “Barack Obama promette ritorsioni contro la Russia per l’hackeraggio nelle elezioni degli Stati Uniti“, dice: “Barack Obama avverte che gli Stati Uniti si vendicheranno degli attacchi informatici russi durante le elezioni presidenziali. In un’intervista alla National Public Radio, il presidente degli Stati Uniti ha detto che attende la relazione finale ordinata su una serie di attacchi hacker russi, promettendo una risposta. “Credo che non vi sia alcun dubbio che quando qualsiasi governo straniero cerca d’influenzare l’integrità delle nostre elezioni… dobbiamo agire“, ha detto Obama. “E lo faremo, nel momento e nel luogo di nostra scelta. “Alcuni saranno espliciti e pubblicizzati; altri no”. Articoli come quello dell’International Business Times, “Quali saranno le ritorsioni degli USA contro l’hackeraggio della Russia? Vi sono 6 mosse possibili”, riassumono l’elenco delle possibili ritorsioni, tra cui: “Attacco informatico a reti o infrastrutture russe; diffondere informazioni dannose su Vladimir Putin; colpire conti offshore; diffondere malware nelle reti spiate dei russi; interferire con sanzioni economiche nella politica russa”. Tuttavia, molti analisti, anche dei circoli della politica estera degli Stati Uniti, notano che la capacità degli Stati Uniti di reagire con “attacchi informatici” contro la Russia sarebbe inutile, arrivando anche a galvanizzare il popolo russo a fianco del Cremlino. Il New York Times, in un articolo intitolato, “Obama affronta la complessità dell’utilizzo del potente cyberarsenale contro la Russia“, nota: “Ma se Obama ha promesso di “mandare un messaggio chiaro alla Russia” quale punizione e deterrente, alcune opzioni sono state respinte come inefficaci, ed altre come troppo rischiose. Se le scelte fossero migliori, osserva uno degli aiutanti coinvolti nel dibattito, il presidente avrebbe agito ora”. Con ogni probabilità, un tentativo di “contrattacco informatico” finirebbe in un’ulteriore umiliazione ed isolamento dei circoli dirigenti degli Stati Uniti.

Cui bono?
L’assassinio a sangue freddo dell’ambasciatore russo in Turchia, tuttavia, è una “rappresaglia”, molto efficace non solo del ruolo della Russia nel controbilanciare l’influenza dei media occidentali, minando efficacemente il monopolio occidentale della percezione pubblica globale, ma anche per confondere gli obiettivi geopolitici degli USA nel Medio Oriente, in particolare in Siria e nella liberazione di Aleppo. L’assassinio, un crimine e anche atto di guerra, comunque è stato apparentemente commesso da un militante di organizzazioni terroristiche armate, addestrate e finanziate da Stati Uniti ed alleati regionali come Arabia Saudita, Qatar e Turchia. E nonostante ciò, se gli Stati Uniti ne sono coinvolti, sarà difficile dimostrarlo. Ed anche se viene dimostrato, sarebbe difficile convincere l’opinione pubblica globale che gli Stati Uniti siano passati dal considerare pubblicamente “benigni attacchi informatici”, la settimana passata, ad assassinare un diplomatico straniero. Al di là del semplice “invio del messaggio”, come i politici statunitensi volevano fare, mina anche i presunti progressi compiuti tra Ankara e Mosca sul ruolo turco nella guerra per procura in corso in Siria. L’assassinio blocca tali progressi e minaccia di cancellare quelli faticosamente realizzati dall’abbattimento turco dell’aereo russo sulla Siria nel novembre 2015. Mentre non c’è ancora una prova disponibile sull’assassinio, gli Stati Uniti, con le minacce pubbliche e ripetute a Mosca di ritorsioni, di per sé diventano uno dei sospetti principali del brutale assassinio. Considerando il ruolo degli Stati Uniti nel creare, armare, finanziare e dirigere i terroristi nella regione, da anni, ne sono responsabili indirettamente per lo meno.

Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ad Astana al vertice russo-turco-iraniano sulla crisi in Siria, seduto con alle spalle la 'guardia del corpo' del collega turco, a sua volta sorvegliata dalla guardia del corpo di Zarif...

Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ad Astana al vertice russo-turco-iraniano sulla crisi in Siria, seduto con alle spalle la ‘guardia del corpo’ del collega turco, a sua volta sorvegliata dalla guardia del corpo di Zarif…

Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico a Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo Medio Oriente: Cina, Iran, Egitto

La nuova Via della Seta immunizzerà l’Iran dalle sanzioni occidentali
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16/12/2016135039034_14535770532791nNel gennaio 2016 assistemmo al ritiro parziale delle sanzioni alla Repubblica islamica dell’Iran. Va notato che l’introduzione fu legata al programma nucleare iraniano, che preoccupava Stati Uniti ed alleati, i Paesi occidentali, responsabili dell’introduzione delle sanzioni, allo scopo di aumentare la pressione sull’Iran risalente agli anni ’70. Nel luglio 2015, dopo lunghe trattative, fu raggiunto un compromesso: l’Iran e il gruppo dei sei (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Gran Bretagna, Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e la Germania) firmarono l’accordo che permette il graduale ritiro delle sanzioni. Secondo l’accordo, l’Iran permette l’accesso agli impianti nucleari agli esperti dell’AIEA in modo che si assicurino che l’energia nucleare è utilizzata solo per scopi pacifici. L’accordo fu subito etichettato svolta diplomatica, e si credeva che ponesse fine alla crescente tensione regionale. Tuttavia, alla fine del 2016 la situazione iniziava nuovamente a deteriorarsi. In un primo momento tutto andava secondo i piani. Nel gennaio 2016 Nazioni Unite e Unione europea toglievano il regime delle sanzioni all’Iran, mentre embargo e restrizioni degli Stati Uniti al commercio e viaggio dei propri cittadini a Teheran rimanevano. Tuttavia, l’Iran iniziava a ricostruire rapidamente i vecchi legami politici ed economici. Nell’agosto 2016, gli Stati Uniti accusavano Teheran di sostenere segretamente i ribelli nello Yemen, rifornendoli di moderni sistemi missilistici. Secondo Washington, ciò minaccerebbe la stabilità dell’intera regione. A quel punto la Casa Bianca annunciava di valutare la possibilità d’introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Poi, il 3 settembre un nuovo scandalo scoppiava quando si scoprì che Washington aveva inviato 400 milioni di dollari a Teheran lo stesso giorno in cui numerosi prigionieri statunitensi venivano rilasciati dalle carceri iraniane. A quel punto Washington fu accusata di aver violato il principio statunitense di non pagare riscatti per gli ostaggi. In cambio, il presidente Barack Obama dichiarò che tale somma fu trasferita all’Iran come parte del debito che gli Stati Uniti dovevano pagare su decisione del Tribunale dell’Aja. Tuttavia, il 23 settembre 2016, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge che vieta al governo degli Stati Uniti di apportare eventuali trasferimenti di denaro agli Stati sospettati di sponsorizzare il terrorismo. Il 3 novembre 2016 gli Stati Uniti estesero di un altro anno le sanzioni all’Iran adottate nel 1979. Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la decisione fu presa perché le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti e Iran non erano scomparse completamente. Mentre non vi sono restrizioni che gli USA possano imporre all’Iran, Teheran ne sembrava abbastanza preoccupata. Il 10 novembre 2016 il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Mohammad Zarif, annunciava che Teheran si aspettava che tutte le parti che avevano firmato l’accordo del 2015 adempissero ai propri obblighi. Altrimenti, avvertiva, l’Iran avrebbe utilizzato vie alternative. Tali sviluppi portavano il Congresso degli Stati Uniti ad adottare il 17 novembre il disegno di legge sulla proroga di alcune sanzioni all’Iran per altri 10 anni. In base agli accordi precedenti, tali sanzioni dovevano cessare entro la fine del 2016. Ciò può essere definito seria minaccia all’accordo nucleare del 2015, e forse perciò il presidente degli Stati Uniti Barack Obama criticò il disegno di legge. La legge entrerà in vigore se approvata dal Senato, altrimenti c’è sempre la possibilità che il presidente eserciti il diritto di veto sul disegno di legge.
Questi sviluppi dimostrano che a Washington c’è una lotta tra forze che sostengono la cooperazione con l’Iran e chi vuole introdurre ulteriori sanzioni. Una cosa si può affermare con certezza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti rimane oscuro e incerto. In tali circostanze, l’Iran farebbe meglio ad avere un’assicurazione che gli permetta di proteggere l’economia se Washington decidesse di aggredire Teheran. Uno dei modi per le autorità iraniane di proteggersi è l’espansione della cooperazione con i Paesi che respingono i tentativi degli Stati Uniti di fare pressione. Tra questi Stati vi è la Cina, vecchio e affidabile partner dell’Iran. Come si sa, l’Iran ha enormi giacimenti di petrolio e gas, ed è di vitale importanza per Teheran assicurarsene l’esportazione per sostenere l’economia, mentre le importazioni di idrocarburi sono cruciali per la crescita economica della Cina. Allo stesso tempo, la Cina è in contrasto con gli Stati Uniti da tempo e l’economia cinese oggi è così potente da non prestare alcuna attenzione a una possibile pressione degli Stati Uniti. Per decenni le sanzioni all’Iran ne danneggiarono le esportazioni verso la regione Asia-Pacifico, dato che Stati come India, Corea del Sud e Giappone non potevano ignorare le sanzioni. Allo stesso tempo, Pechino sostenne gli accordi commerciali con Teheran, nonostante le pressioni tentate dagli occidentali. La Cina fu la ragione per cui l’economia iraniana sopravvisse in quei momenti difficili. Quindi, il fatto che nel gennaio 2016 l’Iran venisse visitato dal Presidente cinese Xi Jinping non sorprese. Durante la permanenza le parti firmarono 18 accordi di cooperazione, portando il fatturato commerciale tra Iran e Cina a 40 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, l’accordo del 25 dicembre sulla cooperazione sino-iraniana porterebbe a un fatturato commerciale al livello impressionante di 600 miliardi di dollari. E’ abbastanza naturale che i due Stati prestino speciale attenzione allo sviluppo del commercio di petrolio e gas. Ora la Cina è il principale importatore di petrolio iraniano. Un altro elemento importante della cooperazione tra Iran e Cina è l’attuazione del progetto Nuova Via della Seta che collegherà Cina, Medio Oriente ed Europa mutando l’enorme territorio Asia-Pacifico in una zona di libero scambio. Se il piano andrà a regime, l’influenza economica degli Stati Uniti nella regione sarà totalmente trascurabile e Stati come l’Iran potranno ignorare qualsiasi sanzione occidentale. Nel febbraio 2016, Pechino avviava la costruzione della linea ferroviaria Cina-Kazakistan-Turkmenistan-Iran, permettendo all’Iran di stabilire una rotta commerciale continua con la Cina, ma anche di trarre profitti dal transito delle merci per l’Armenia. Quindi, si può supporre che non importa quale decisione Washington prenda sulle sanzioni contro l’Iran, non avranno conseguenze sull’Iran.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

syria-saudi-egypt-iran-map__1920x1080Cina, Egitto e il nuovo Medio Oriente
Christina Lin, Asia Times 15 dicembre 2016

Con l’ampia copertura della stampa sulla Siria, scarsa attenzione è dedicata alla spaccatura tra Arabia Saudita ed Egitto e la crescente influenza della Cina quale attore fondamentale in Medio Oriente.bwkodwiccai7hpgRottura sulla Siria
Il battibecco Riyadh-Cairo è iniziato nell’aprile 2016, quando il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi accettava di cedere l’integrità territoriale su due isole nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, in cambio di una serie di lucrosi accordi e la promessa di Riyadh di supporto diplomatico. Tuttavia, la cessione suscitava indignazione nella popolazione egiziana, con l’ex-candidato alla presidenza Hamdin Sabahi denunciare la violazione della Costituzione egiziana ed attacchi alla legittimità di Sisi che soggioga l’orgogliosa nazione araba d’Egitto ai sauditi. Il tribunale egiziano successivamente annullava l’accordo, solo per essere rovesciato a settembre, con la possibilità di un altro appello. Attualmente non è ancora chiaro se le isole rimarranno con l’Egitto o siano annesse all’Arabia Saudita, sottolineando ciò che Isandr al-Amrani del Crisis Group descrive come relazione “basata su una rinegoziazione asimmetrica perpetua passivo-aggressiva”. Ad ottobre la spaccatura si allargò quando Teheran invitava l’Egitto ad aderire ai colloqui internazionali sulla Siria, e poco dopo Cairo votare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Russia a sostegno del governo siriano. Riyadh si vendicò tagliando 700000 tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, parte dell’accordo di 23 miliardi dollari firmato all’inizio dell’anno. Nonostante l’Egitto avesse buoni rapporti con il re saudita Abdullah, in passato, il rapporto s’inasprì con l’avvento di re Salman, più vicino alla Fratellanza musulmana, che l’Egitto considera un gruppo terroristico. Perciò Sisi prese le distanze dall’asse islamista di Arabia Saudita, Turchia e Qatar in Medio Oriente. Il sostegno dell’amministrazione Obama alla Fratellanza alimentò ulteriormente il senso di tradimento in Egitto, aggravato dalle minacce del GOP di tagliare gli aiuti per la legislazione antidemocratica di Sisi, e le condizioni austere del FMI nel restringere i sussidi energetici che potrebbero destabilizzare ulteriormente l’Egitto tra gli attacchi terroristici. A differenza di Washington, Sisi vede Assad come baluardo laico all’estremismo islamico nel Levante. Se Assad cade, Libano e Giordania sarebbero i prossimi e l’Egitto non vuole finire come la Libia spartita tra Fratellanza ed altri islamisti. In risposta, Cairo si volge a Russia e Iran, formando ciò che l’ex-studiosa dell’Oxford University Sharmine Narwani descrive come nuovo “Arco della Sicurezza” nel Medio Oriente preda del terrorismo.egypt-china-u-s2Egitto perno d’Eurasia
Con l’Egitto che volge verso Siria e Iran, si solidifica ulteriormente la coalizione eurasiatica emergente tra Siria, Iran, Russia, Cina e India, evidenziando il divario tra la coalizione eurasiatica nella lotta al terrorismo salafita, e la coalizione filo-salafita per i cambi di regime di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, essendo l’Egitto una grande nazione araba sunnita, con l’allineamento al governo siriano e al blocco eurasiatico, l’argomento di Riyadh che si tratti di un conflitto settario viene svalutato. Cairo aggiorna rapidamente anche i rapporti con la Cina per stabilizzare l’economia. Essendo il maggiore centro commerciale del mondo, una grande economia in procinto di essere maggiore dell’UE e suo massimo mercato d’esportazione, il benessere economico e commerciale della Cina dipende dalla sicurezza dell’importante canale di Suez. Cina e Sisi riconoscono che il sostegno estero ai Fratelli musulmani e l’avanzata del terrorismo nel Sinai minacciano la stabilità del canale di Suez, indissolubilmente legata allo sviluppo economico e al futuro dell’Egitto. Secondo fonti militari, la collaborazione di Mursi con i terroristi nel Sinai fu una fonte di disaccordi e caduta conseguente. Infatti, con 5 miliardi di dollari all’anno di ricavi dal canale, è una fonte vitale di valuta forte per un Paese che ha subito il crollo del turismo e degli investimenti stranieri dal 2011. Perciò la Cina ha contribuito a costruire la zona economica del Canale di Suez, e ora ha piani per 45 miliardi di dollari per la capitale ad est di Cairo, nonché per investire 15 miliardi in progetti per energia elettrica, trasporti e infrastrutture. Alcuni di questi progetti saranno finanziati dalla Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB), dove Cairo è uno dei membri fondatori. L’UE parteciperebbe a questi progetti, come la maggior parte dei Paesi europei che hanno aderito all’AIIB, mentre Stati Uniti e Giappone hanno deciso di rimanerne fuori. In effetti, ciò apre la possibilità a Cina e UE di coordinare AIIB e Fondo Juncker dell’UE nel cofinanziamento di progetti in Paesi terzi, in linea con la politica europea volta ad integrare i vicini orientali e meridionali dell’UE nel Mediterraneo.
Un articolo su al-Ahram descrive il disagio dell’Egitto verso la politica interventista e di cambio dei regimi degli Stati Uniti come ragione del orientamento verso l’Eurasia, di cui il presidente di al-Ahram, Ahmad Sayad al-Nagar, loda l’iniziativa Fascia e Via (OBOR) quale “esempio di cooperazione pacifica, giustizia, uguaglianza e libera scelta nelle relazioni tra Paesi”, in netto contrasto con lo sfruttamento degli USA della “democrazia come pedina per ricattare altri Paesi” e “vile ossessiva politica invasiva” che ha distrutto Iraq e Libia, e ora cerca di distruggere la Siria con “orde di barbari terroristi”. Questo punto di vista fa eco al rimprovero del collaboratore di Asia Times George Koo, alla visione della leadership degli Stati Uniti, giustapponendo l’inclusivo OBOR di Xi Jinping che offre “cooperazione e collaborazione verso la prosperità comune”, mentre “Obama offre l’ombrello antimissile e la via a morte e distruzione”. Mentre in Giappone, il professor Saya Kiba sosteneva, sulla newsletter del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), che la “separazione” delle Filippine dagli Stati Uniti non è guidata dall’aiuto economico o militare da Stati Uniti o Cina, ma dalla competizione dei loro valori. Mentre i campioni degli Stati Uniti hanno una definizione ristretta di democrazia e diritti umani come elezione ed espressione politica, con poco riguardo all’impegno strategico nella lotta al terrorismo e riduzione della povertà, la posizione della Cina di non interferenza e rispetto della sovranità va guadagnando slancio nei Paesi in via di ssviluppo. Per Duterte, la politica degli Stati Uniti è un'”intrusione nella sovranità della Filippine”; preoccupazione condivisa da Sisi e altri alleati. Quindi, senza il cambio della politica estera invasiva degli USA, sembra che il nuovo Arco di Sicurezza continuerà a consolidarsi, riallineando la geopolitica del Medio Oriente.CHINA-EGYPT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Michael Flynn, l’asso nella manica di Trump?

Jacques Sapir, Russeurope 18 novembre 2016

Il neopresidente degli Stati Uniti, non ancora insediatosi, Donald Trump sembra aver scelto come consigliere della Sicurezza Nazionale il Generale Michael Flynn [1] personaggio che suscita curiosità [2], ma anche commenti sprezzanti dalla stampa francese e statunitense. Una grande tastata lo definisce “vendicativo” [3], eppure Michael Flynn non è il primo venuto. L’ex-direttore dei servizi segreti militari (Defense Intelligence Agency) nel 2012-2014, è senza dubbio una delle menti più acute e notevoli delle forze armate statunitensi. Spesso presentato come di estrema destra, per gli attacchi violenti ad Hillary Clinton, il personaggio è molto più complesso e inclassificabile.1422368403396-cachedMichael Flynn fa parte della generazione di soldati statunitensi che ha fatto esperienza personale e militare nella lotta al terrorismo e in un contesto dominato dal pensiero neoconservatore vigente negli Stati Uniti dalla fine del mandato di Bill Clinton. La sua famiglia politica è democratica. Questo può sembrare banale, ma va notato perché, a differenza di molti alti ufficiali delle forze armate degli Stati Uniti, non proviene dall’ambiente repubblicano. Flynn fa parte del corpo degli ufficiali della riserva dell’US Army, ROTC, che spesso è l’unica soluzione per una persona di origini modeste per accedere all’università. Ha trascorso parte della carriera nelle forze speciali, il Joint Special Operations Command, JSOC, ed è stato uno dei perni della trasformazione di questo comando in una delle macchine da guerra più efficienti degli Stati Uniti. Ha lavorato sotto il comando del Generale Stanley McChrystal, il cui ruolo fu determinante per adattare l’esercito statunitense alle nuove sfide poste dal terrorismo. Michael Flynn ha combattuto in Afghanistan e Iraq, guerre ampiamente impopolari negli Stati Uniti. Chiamato nei primi anni 2000 a capo della divisione d’intelligence del JSOC, fu all’origine delle operazioni d’intelligence che portarono all’eliminazione di Abu Musab Zarqawi, il capo di al-Qaida in Iraq. Gli fu anche, e questo non viene menzionato spesso, affidato il compito di riscrivere il manuale delle interrogazioni dei sospetti, dopo lo scandalo delle pratiche nella prigione di Abu Ghraib. Così poté valutare gli effetti deleteri delle torture comunemente praticate in quella prigione. Michael Flynn fu anche assegnato alla sistemazione dell’intelligence degli Stati Uniti in Afghanistan, sotto la direzione di Stanley McChrystal. Nelle sue varie posizioni s’è guadagnato la reputazione di operatore particolarmente intelligente, e soprattutto di persona che ha capito ben prima di altri che le informazioni importanti non sono principalmente “militari”, su cui DIA e JSOC tendevano a concentrarsi, ma di natura politica. È allora necessario ricordare che l’intelligence degli Stati Uniti attraversa una profonda crisi, derivante dalle politica di George “W” Bush che decise di smembrare l’intelligence per imporre le proprie opinioni sull’intervento in Iraq. Ciò portò a una significativa inefficienza di CIA e DIA. Ciò non è estraneo ai problemi degli Stati Uniti in Iraq nel 2004-2005. La nomina di Michael Flynn, insieme ad altri, rientrava nella ricostruzione dell’intelligence a cui gli Stati Uniti furono poi costretti. Colin Powell si oppose al sostegno di Flynn, dal 2015, a Donald Trump. Ma va notato che Colin Powell ha una grave responsabilità nelle politiche di George “W” Bush, e nell’estrema politicizzazione dell’intelligence. E’ chiaro che i suoi superiori fecero un’ottima scelta con Michael Flynn. L’Ammiraglio Mike Roger, dal 2014 direttore della NSA, lo definì il miglior agente segreto degli ultimi venti anni. Dietro l’iperbole, vi è senza dubbio un fatto. Inoltre, è estremamente raro che un ufficiale della ROTC arrivi al livello gerarchico raggiunto da Michael Flynn. Questo è un segno di competenza eccezionale, e l’immagine che si può avere di Michael Flynn è in realtà quella di un ufficiale dall’eccezionale talento. Ma quando Stanley McChrystal, il suo capo, fu costretto a dimettersi per ragioni politiche, incompatibilità con Barack Obama, lasciò l’amaro in bocca a Michael Flynn. Sicuramente iniziò il conflitto che l’oppose non solo al presidente Obama, ma anche ad Hillary Clinton sostenendo Donald Trump. Qui va sottolineato che accusò pubblicamente Clinton non solo dell’irresponsabile gestione delle proprie comunicazioni, ma di avere causato la morte per negligenza o deliberatamente dell’ambasciatore degli USA in Libia, nel dramma di Bengasi.
Michael Flynn fu nominato capo della DIA nel 2012, all’inizio del secondo mandato del presidente Obama, mentre gli Stati Uniti avevano finalmente individuato e neutralizzato bin Ladin. Obama esultava mentre Flynn respingeva il discorso ufficiale dell’amministrazione, secondo cui la fase più pericolosa era passata. E non andò così. Secondo le informazioni in suo possesso, Michael Flynn non smise mai di mettere in guardia l’amministrazione Obama contro la tendenza a sottovalutare la minaccia terroristica. Il conflitto che ciò provocò si ampliò acutizzandosi, ma anche lo “stile” di comando di Michael Flynn, fortemente influenzato dal suo passato nelle forze speciali, provocò conflitti nella DIA comportandone le dimissioni nel 2014. In un’amministrazione decisa a considerare, a torto o a ragione, il terrorismo questione risolta, la posizione di Flynn divenne insopportabile. Il fatto, inoltre, che Flynn non abbia mai badato ai sillogismi del “politicamente corretto”, dicendo sempre pane al pane, ampliarono il divario tra “politici” dell’amministrazione ed operativi. L’amarezza che Flynn sentì dopo tali eventi, ma anche il fatto che nella precedente posizione poteva valutare da sè il comportamento irresponsabile di Hillary Clinton come segretaria di Stato, ne spiega il passaggio ai repubblicani e il supporto, dall’autunno 2015, a Donald Trump. Il rapporto di Flynn con l’ideologia neoconservatrice certamente è evoluto durante la carriera. Data l’origine politica, si potrebbe pensare che abbia ceduto all’eccezionalismo americano nelle proprie visioni. Ma è anche chiaro che ha compiuto una conversione al “realismo”, una conversione politica che lo spinge a voler fare della Russia un alleato, anche economico, nella lotta al terrorismo. Flynn ha anche costruito un vero e proprio pensiero sulla natura del terrorismo, e il collegamento tra situazioni economiche, come ad esempio quella esistente in Libia, Siria e Iraq, e un’ideologia strutturata. Tale ideologia, che ha affrontato in Iraq e in Afghanistan, gli sembra strutturare l’intera rete terroristica che vede espandersi mondialmente, nonostante le sconfitte locali. Il rischio è che sprofondi nell’escatologia della guerra, e si spera che la dimensione “realistica” del pensiero prevalga. Chiaramente, la sua nomina a consigliere per la sicurezza nazionale sarà sentita dall’esercito come possibilità di vendicarsi da ciò che ritiene l’affronto del licenziamento dei generali Petraeus e McChrystal, in particolare. E potrebbe anche essere interpretato come vendetta contro i REMFL [4] di Washington. La probabile nomina di Michael Flynn sarà uno dei perni, almeno nelle relazioni internazionali, dell’amministrazione Trump. Il suo “realismo”, se confermato, sarà un cambiamento positivo nell’attuale rigida dimensione dottrinaria della politica estera degli USA.gettyimages-566032877Note
[1] LeFigaro
[2] L’Echo
[3] Le Monde
[4] Rear-Echelon Mother Fucker

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi e collasso dell’apparato dei Clinton? Hacker, Trump ed FBI convergono

Larry Chin, Global Research, 1 novembre 2016

John Podesta, Neera Tanden e Hillary Clinton

John Podesta, Neera Tanden e Hillary Clinton

Con una sola settimana rimasta alle elezioni presidenziali più caotiche e pericolose della storia degli USA, la campagna di Hillary Rodham Clinton viene danneggiata e affondata. Anche la protezione alla Clinton della propaganda dei media tradizionali. Controllati dalle aziende, inizia a cedere. Hillary Clinton è bombardata quotidianamente da informatori hacker guidati da Wikileaks. Siti vicini al più pesante Wikileaks, che coordina i dati grezzi e fornisce le analisi, accelerano. Innumerevoli web e social media di investigatori, giornalisti e attivisti (Anonymous, DCLeaks, Guccifer 2.0, Michael Trimm, HA Goodman, Styxhexenhammer666 e post anonimi su 4chan, per citarne solo alcuni), Project Veritas, Judicial Watch e l’onda populista dietro Donald Trump, denunciano la macchina dei Clinton su ogni aspetto. E ci saranno altre prossime bombe. Ed ora l’FBI ha aperto due nuove indagini sulle e-mail di Hillary Clinton. Le ultime accuse di Wikileaks dimostrano chiaramente che Hillary Clinton e il suo team di collaboratori ed operatori ha deliberatamente usato computer privati non protetti per condurre affari segreti (tra cui scambi di informazioni classificate), cercando deliberatamente di nasconderne e distruggerne le prove, partecipando all’insabbiamento. I messaggi di posta elettronica della sodale di Clinton, Cheryl Mills, implicano anche il presidente Barack Obama, che non solo sapeva del server privato di Clinton, ma deliberatamente comunicò con Clinton tramite tale server. Si ritiene che la straordinaria quantità di prove significative abbia costretto l’FBI ad agire. Al centro di tutto c’è l’aiutante di Clinton Huma Abedin. L’FBI ha trovato 650000 messaggi di posta elettronica su computer e dispositivi di Abedin e dell’ex-marito, l’ex-deputato Anthony Weiner. I messaggi di posta elettronica classificati e correlati con Clinton sono stati una scoperta sorprendente effettuata nel corso delle indagini dell’FBI sul caso di pedofilia di Weiner. Il dipartimento della Giustizia ha ottenuto il mandato di perquisizione di altri computer di Abedin e Weiner. Ciò che contenevano è stato raccolto e catalogato dall’FBI. Il solo numero di e-mail solleva già domande. Cosa esattamente Hillary e la sua squadra cercavano di nascondere? Clinton dirigeva operazioni segrete con la consapevolezza e la partecipazione di Obama, tramite dispositivi privati? In caso affermativo, quali erano? Nascondono un “governo ombra” in politica estera ed attività “extra-rendiconto”? O nascondevano le attività criminali della Fondazione Clinton, già denunciata da Wikileaks come facciata (nello stile Iran-Contra) nel finanziamento occulto dei terroristi (e dello SIIL via Arabia Saudita e Qatar), traffico d’influenza, scambi di favori, riciclaggio di denaro, frode, accordi su armi e altri crimini? O per nascondere la depravazione al limite della pedofilia e connessioni con una grande rete di pedofili di Washington? La nuova inchiesta andrà oltre la violazione delle procedure di sicurezza, dolo e prove di crimini contenuti nei messaggi di posta elettronica? Rinvii a giudizio sono in preparazione.

Huma Adedin e Anthony Weiner

Huma Adedin e Anthony Weiner

La decisione dell’FBI nel contesto
Il direttore dell’FBI James Comey e la Procuratrice generale Loretta Lynch sono compromessi quali individui dai profondi legami con i Clinton. Perché Comey s’è attivato in questo momento? Lynch era sotto pressione o ricattata da Bill Clinton per impedire la prima indagine di Hillary, ma non ha o non poteva impedire la nuova. Il presidente Obama ha adottato una posizione “neutrale”. Obama ha anche smesso di sostenere Hillary. Il fatto che tali surrogati di Clinton ed Obama (importante cheerleader di Hillary), ora si “rivoltino contro Hillary” la dice lunga:
– Vi sono così tante prove schiaccianti che le nuove indagini andavano aperte, in base alla legge Hatch, che avrebbe incriminato Comey se non avesse preso provvedimenti. Tanto che nemmeno Comey/Lynch/Obama possono più coprire Hillary.
– La seria pressione interna nell’FBI ha spinto Comey a fare il suo lavoro, o ad affrontare l’ammutinamento. Molti agenti dell’FBI erano furiosi su come Comey avesse salvato Clinton dai guai, la prima volta. Comey ora “si copre l’estremità posteriore“.
– La campagna di Clinton è danneggiata, forse irreparabilmente. “I ratti abbandonano la nave che affonda“. L’istituzione democratica verrebbe costretta a considerare un piano per sostituire Clinton (con Tim Kaine) o annullare l’elezione, in qualche modo.
– Ora che le comunicazioni in violazione della sicurezza di Clinton con il suo server privato sono state pubblicate da Wikileaks, Obama prende le distanze da Clinton, un duro colpo per la sua campagna.
– Alcuni osservatori scettici hanno proposto che l’indagine dell’FBI sia una cortina fumogena diversiva, una distrazione da più potenzialmente dannosi materiali definitivi che dovrebbero essere diffusi da Wikileaks e altre fonti la prossima settimana. Tuttavia, pare che le attuali “pistole fumanti” siano così numerose e palesi, che i Clinton siano in guai seri.
La dirigenza democratica è nel panico, e ancora una volta accusa la Russia. Comey è stato attaccato quale agente russo. Comey è diventato un obiettivo più di Trump, che continua ad essere accusato di essere una spia russa. La risposta debole e vuota di una già indebolita Hillary e della leadership del Partito Democratico, è un segno sicuro che l’elezione potrebbe benissimo essere persa.

Hillary Clinton e Cheryl Mills

Hillary Clinton e Cheryl Mills

Tutte le donne e gli uomini della regina
Nello scandalo Watergate, surrogati di Nixon lo fecero cadere, e Gerald Ford lo perdonò. Nell’Iran-Contra, numerosi operatori “caddero sulla spada” per proteggere i Bush e la CIA. Quale destino attende Hillary Clinton? Gli agenti di Hillary (Huma Abedin, Cheryl Mills, Neera Tanden, John Podesta, Bob Creamer, ecc) la proteggeranno o la molleranno? Chi rimarrà a proteggerla? La presidentessa del Democratic National Committee Donna Brazile, fedele surrogata di Clinton, è stata costretta a dimettersi dopo che Wikileaks l’ha smascherata per aver aiutato Hillary a barare nei dibattiti. (Brazil è stata aggredita da Hillary in stato confusionale, per non averla aiutata in modo efficace ad imbrogliare, soccorrendola nel comitato della NBC con Matt Lauer. Non dovrà più sentirsi chiamare “mucca” da Clinton). La saudita Huma Abedin (legata ai Fratelli musulmani), forse la figura chiave, ha chiesto l’immunità. Se Abedin dice la verità, potrà distruggere i Clinton, ed essere in pericolo per il resto della vita. Abedin, la principale assistente personale di Hillary Clinton, è scomparsa, non si vede con Hillary o nella campagna da giorni. D’altra parte, non sarebbe sorprendente se Abedin ricorresse a supplicare il quinto emendamento, o la tecnica preferita usata dai colpevoli: dire più volte “non ricordo”. Huma ha già suggerito che non aveva “alcuna idea” di come le e-mail siano comparse sul suo computer. Sembra che certi documenti incriminanti siano contenuti in un file intitolato “Life Insurance”. Ciò suggerisce che Abedin abbia nascosto materiale incriminante come assicurazione nel caso in cui i Clinton ne minacciassero la vita. Weiner, tuttavia, è una questione diversa. Non è in debito con i Clinton, e potrebbe essere più incline a “cantare”.

NY: Hillary Clinton Attends Women's Empowerment Princeple

La prima guerra dell’informazione di un nuovo tipo
La guerra incendiaria per questa elezione, e il controllo del governo degli Stati Uniti, avvengono senza la consapevolezza del grande segmento della popolazione ambivalente/ignorante che segue esclusivamente i media dominati (dominati dai Clinton). La guerra dell’informazione si combatte interamente sul Web e, come esemplificato dagli scandali dei Clinton, la battaglia è finita sul contenuto dei dati dei computer. Stampa e TV corporativi non l’hanno seguita. Nella bolla mediatica aziendale, Hillary conserva ancora un vantaggio, Trump è ancora un pervertito e un pazzo, e l’FBI si da a una sconcertante caccia alle streghe. Ma anche tale bolla implode. Hillary ha così tanti problemi che anche i grandi media sono costretti a riferirlo. C’è la forte possibilità che l’elezione sia combattuta e decisa senza la partecipazione di tale segmento escluso. Costoro saranno scioccati, sorpresi e sconcertati da tutto ciò. Non c’è molto tempo per farli ragionare.

Crisi senza precedenti
Hillary Clinton e la sua campagna sono state gravemente danneggiate dalla resistenza. Secondo le condizioni sul terreno, e in base a sempre più accurati sondaggi nazionali, Trump avanza. Avrebbe anche un vantaggio significativo. Tuttavia, l’elezione è già stata truccata e rubata per far vincere Clinton. Hanno i mezzi e la tecnologia e già accade. La domanda ora è se l’indagine dell’FBI, e le bombe dell’ultimo minuto di Wikileaks, muteranno completamente il quadro nei giorni rimanenti. Tale conflitto durerà ben oltre l’elezione. Nixon vinse le elezioni presidenziali nel 1972 in modo schiacciante, ma fu costretto a lasciare per il Watergate. Anche se Clinton vincesse, sarà oggetto di scandali e indagata come Nixon. Una crisi costituzionale è praticamente garantita. Potrà essere incriminata prima o dopo la nomina. Potrà essere perdonata da Obama, o potrà essere accusata. Nel caso improbabile che sopravviva, la resistenza che gli si opporrà sarà continua. È così corrotta e si è fatta nemica tante persone e nazioni che non potrà governare o avere una diplomazia in ogni caso. A breve, la possibilità di una grande false flag per distrarre e annullare le elezioni, rimane lo scenario peggiore e più terrificante. E la legge marziale repressiva negli Stati Uniti in caso di disordini causati da elezioni contestate. Altre bombe, forse ancor più gravi, sono state promesse per gli ultimi giorni, da Wikileaks, Project Veritas e Anonymous. E’ tutt’altro che finita. Aspettatevi altre sorprese di ottobre a novembre, e senza precedenti.

Obama e Comey

Obama e Comey

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora