Putin, intervista a TASS e Xinhua

Kremlin 1 settembre 2015Vladimir Putin, Xi JinpingIn vista della visita nella Repubblica popolare di Cina per partecipare alle celebrazioni del 70° anniversario della vittoria della Cina nella guerra di resistenza contro il Giappone e la fine della seconda guerra mondiale, Vladimir Putin ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa russa TASS e all’agenzia di notizie cinese Xinhua.

Domanda: Quest’anno segna i 70 anni dalla vittoria sul nazismo nella seconda guerra mondiale. Suo padre e il padre del presidente cinese Xi Jinping combatterono in quella guerra. I suoi ricordi della guerra sono ricordi personali, familiari e di tutta la nazione. Dopo la visita a Mosca, a primavera, di Xi Jinping per partecipare alle manifestazioni per commemorare il 70° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, Lei visiterà Pechino per partecipare alla grande parata militare per celebrare la vittoria nella guerra di resistenza contro gli invasori giapponesi. Cosa pensa dell’importanza nel commemorare oggi la vittoria nella seconda guerra mondiale e quegli eventi storici? Qual è la sua valutazione del contributo della guerra di resistenza del popolo cinese contro gli invasori giapponesi alla vittoria finale contro il nazismo?
Presidente della Russia Vladimir Putin: Vero, per la Russia e la Cina questo anniversario della vittoria ha un significato speciale. L’Unione Sovietica l’ottenne attraverso enormi sacrifici. Il popolo cinese ha anche sopportato grandi perdite. Non dimenticheremo mai l’eroismo, il coraggio e la forza spirituale della generazione dei vincitori. Per sempre ricorderemo i caduti e onoreremo i veterani. I nostri due Paesi erano alleati nella lotta contro il nazismo e il militarismo giapponese e sostennero il peso dell’aggressione, e non solo resistettero in questa battaglia, ma la vinsero liberando i popoli schiavizzati e portando la pace sul pianeta. Il sostegno reciproco tra il popolo sovietico e il popolo cinese in quegli anni di prova, nella nostra memoria storica comune è la solida base delle relazioni attuali tra Russia e Cina. Oggi, in Europa e in Asia assistiamo a tentativi di falsificare la storia della seconda guerra mondiale, di promuovere interpretazioni libere e distorte degli eventi senza basi sui fatti, in particolare gli eventi prebellici e il dopoguerra. Gli sforzi di certi Paesi nel glorificare e scagionare i criminali di guerra e i loro scagnozzi sono una beffa scandalosa dei processi di Norimberga e Tokyo. Un insulto totale alla memoria di milioni di persone cadute in guerra. L’obiettivo di tali speculazioni storiche è evidente: utilizzarle in oscuri giochi geopolitici per scatenare faide tra Paesi e popoli. Russia e Cina hanno opinioni simili su cause, storia e risultati della seconda guerra mondiale. Per i nostri popoli la sua memoria e le sue lezioni sono sacre. Questo tragico passato è un appello alla nostra comune responsabilità per le sorti del mondo, per la comprensione delle terribili conseguenze cui un’ideologia distruttiva esclusivista e permissivista potrebbe comportare. Queste sono le idee su cui nazismo e militarismo prosperarono. E’ nostro dovere impedirne la rinascita e la diffusione. Pertanto, è estremamente importante che i nostri due Paesi siano uniti nella lotta per preservare ulteriormente la verità storica e ampliare la nostra vittoria comune. Le nostre celebrazioni congiunte del 70° anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale illustrano chiaramente questo nostro impegno.

Domanda: Negli ultimi anni la situazione nel mondo è carica di sviluppi e cambiamenti drammatici, e certe tendenze sono piuttosto allarmanti. Come vede le relazioni tra Mosca e Pechino nell’attuale situazione internazionale? Russia e Cina possono contribuire a costruire un nuovo ordine mondiale e, in caso affermativo, su cosa dovrebbe basarsi secondo Lei?
Vladimir Putin: Purtroppo, la situazione internazionale è sempre più imprevedibile. La creazione di un nuovo modello policentrico è accompagnata da crescente instabilità regionale e globale. La ragione principale di una situazione così tesa e complicata è il deficit nei tentativi per un compromesso. Le controversie tra civiltà e interreligiose non portano a una soluzione stabile. L’economia globale deve ancora entrare nella fase di sviluppo stabile. Tra i problemi endemici c’è il desiderio persistente di certi Stati di mantenere la posizione dominante negli affari globali, a tutti i costi. Pur dichiarandosi per le norme della democrazia, la supremazia del diritto e dei diritti umani nei propri Paesi, le ignorano sulla scena internazionale, in realtà denunciando il principio di uguaglianza sovrana di tutti gli Stati stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite. In tali condizioni complicate, la cooperazione russo-cinese assume un nuovo significato nel mantenimento e rafforzamento delle stabilità e sicurezza globali e regionali, trovando una risposta efficace alle sfide globali. I rapporti russo-cinesi ora probabilmente sono al culmine della loro storia e continuano a svilupparsi. La partnership tra Russia e Cina si basa sulla sincera amicizia e simpatia tra i nostri popoli, profondo rispetto e fiducia, considerazione dei reciproci interessi chiave e impegno a far prosperare i nostri Paesi. È in questo quadro che collaboriamo alle Nazioni Unite, al G20, così come nei BRICS e SCO che hanno tenuto con successo i loro vertici ad Ufa a luglio. La connessione Russia-Cina ha svolto un ruolo importante nella risoluzione di questioni acute come il ritiro delle armi chimiche dalla Siria e l’accordo sul programma nucleare iraniano. Russia e Cina sono partner prioritari nel promuovere i principi della costruzione di un’architettura basata su sicurezza condivisa e cooperazione nella regione Asia-Pacifico, nel rafforzamento della fiducia nell’esplorazione dello spazio e nel garantire la sicurezza dell’informazione globale. L’ampliamento della partnership russo-cinese incontra interessi ed obiettivi strategici dei nostri Paesi. Questo è ciò che ci ha guidato quando adottammo a maggio l’attuale dichiarazione congiunta sulla cooperazione coordinando lo sviluppo dell’Unione economica eurasiatica e della fascia economica della Via della Seta. Questo è l’inizio di un processo di coordinamento delle nostre priorità di sviluppo a lungo termine, per dare forte impulso alle attività economiche nelle vastità dell’Eurasia. xi-jinping-vladimir-putinDomanda: Le relazioni commerciali ed economiche tra Russia e Cina sono generalmente in aumento, anche se le sanzioni antirusse degli occidentali influenzano negativamente il commercio bilaterale. Possono i Paesi raggiungere l’obiettivo di raddoppiare il fatturato commerciale che si sono già prefissati? Quali aree ritiene più promettenti?
Vladimir Putin: La Cina è il nostro partner economico. Negli ultimi anni siamo riusciti a compiere progressi significativi in tutti i settori della cooperazione economica e della produzione. Non sarei d’accordo sulle restrizioni illegittime imposte da certi Paesi occidentali contro la Russia che avrebbero avuto un impatto negativo sulla cooperazione economica russo-cinese. Al contrario, incoraggiano le nostra attività interne sviluppando rapporti commerciali stabili con la Cina. Dal 2010 la Cina è il primo partner commerciale della Russia. Nel 2014, nonostante l’andamento sfavorevole dell’economia globale, siamo riusciti a mantenere il nostro fatturato commerciale, giunto a circa 88,4 miliardi di dollari. L’energia rimane l’area chiave. I nostri Paesi avanzano costantemente verso la creazione di un’alleanza strategica sull’energia che, ne sono certo, avrà un ruolo significativo nelle relazioni economiche internazionali. Nel 2014 compimmo una vera svolta nell’industria gasifera. Nel maggio dello scorso anno, durante la mia visita in Cina, firmammo un contratto per la fornitura alla Cina di 38 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, che sarà trasferito sulla rotta ‘orientale’ per 30 anni. Per implementare il progetto, abbiamo già avviato la costruzione del gasdotto Potenza della Siberia. A maggio di quest’anno abbiamo raggiunto un accordo iniziale sulla rotta ‘occidentale’, con esportazioni per 30 miliardi di metri cubi l’anno. La realizzazione di questi grandi progetti è la nostra priorità assoluta per il prossimo futuro. Facciamo anche progressi significativi in altri settori della cooperazione energetica. Abbiamo costruito e avviato un oleodotto dalla Russia alla Cina, abbiamo firmato accordi per aumentare le forniture di petrolio, creato joint venture per esplorare ed estrarre petrolio in questo Paese. Le aziende cinesi hanno aderito ai progetti sul gas sulle piattaforme artica russa e di Sakhalin. Ci sono buone prospettive per lo sviluppo congiunto dei bacini in Estremo Oriente. La cooperazione sull’energia nucleare si sviluppa rapidamente. La prima e la seconda unità della centrale nucleare di Tianwan, costruite dalla Rosatom, si dimostrano le più efficienti e sicure di tutte le centrali nucleari in Cina. Attualmente siamo impegnati nella costruzione del terzo e quarto reattore della centrale, che saranno commissionati nel 2018. Come si può vedere, la cooperazione energetica russo-cinese ha un grande potenziale. Considero lo sviluppo del trasporto ferroviario ad alta velocità una delle aree più promettenti. Abbiamo già concordato i parametri di cofinanziamento per la costruzione della tratta ad alta velocità tra Mosca e Kazan, e l’importo degli investimenti forniti dai nostri partner cinesi e da noi sarà superiore al 1 miliardo di rubli. Ci aspettiamo di completare la nuova tratta entro il 2020, divenendo progetto pilota della cooperazione russo-cinese nelle infrastrutture e nei trasporti. La cooperazione nel settore aerospaziale e nell’industria dei vettori spaziali è di grande importanza per entrambi i nostri Paesi. Abbiamo già deciso la realizzazione in comune di un jumbo jet a lungo raggio e di un elicottero pesante, nonché una serie di altri programmi comuni. La partecipazione della Cina quale Paese partner alla Fiera Internazionale industriale di Ekaterinburg, Innoprom 2015, ha dato nuovo slancio alla stretta cooperazione nelle scienze, tecnologie e produzione. Mosca e Pechino sono volte ad intensificare la collaborazione finanziaria, anche nelle transazioni con le monete nazionali. Abbiamo in programma l’espansione dei legami interregionali e della cooperazione transfrontaliera, aumentandone l’effetto pratico e migliorando le infrastrutture dei trasporti transfrontalieri.1662465Domanda: La Russia adotta una serie di misure, ultimamente, per rilanciare lo sviluppo delle regioni dell’Estremo Oriente tra cui, in particolare, la creazione di un porto franco a Vladivostok. Ad Ufa a luglio è anche stata accolta la partecipazione di aziende cinesi allo sviluppo dell’Estremo Oriente russo. Quali pensa siano le opportunità della cooperazione russo-cinese? In che modo la Russia intende attirare gli investitori cinesi?
Vladimir Putin: Vero, lo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente è la nostra priorità nazionale per il 21° secolo. Abbiamo già fatto una serie di passi significativi per risolvere questo grande compito. Attuiamo attivamente un programma di sviluppo socio-economico dell’Estremo Oriente e della regione del Bajkal comprendente decine di grandi progetti d’investimento, tra cui la costruzione del gasdotto Potenza della Siberia, del centro spaziale di Vostochnij, progetti di raffinazione del gas e chimici programmati da Gazprom e Sibur, l’ammodernamento e ampliamento della tratta Bajkal-Amur, delle linee principali della Transiberiana e dei cantieri navali Zvezda. Naturalmente, la Russia è interessata ad attirare gli investitori stranieri, anche cinesi, per partecipare alla realizzazione di questi progetti. La legge federale sulle Aree prioritarie di sviluppo in Russia ha creato un nuovo strumento, sia per il Paese in generale che per le regioni dell’Estremo Oriente, dove abbiamo già creato 9 di tali aree. Le aree di sviluppo prioritarie, insieme alle zone economiche speciali, dovrebbero diventare le “locomotive” della trasformazione economica dell’Estremo Oriente, una sorta di cluster che attrae e accumula investimenti e tecnologia. I principali incentivi fiscali e le procedure aziendali semplificate aiutano a creare in questi territori condizioni favorevoli per investimenti e imprese, indipendentemente dal Paese di provenienza dei capitali. Società residenti potranno godere dei seguenti benefici: tassa sui profitto pari a zero come le imposte fondiarie per i primi 5 anni; zero dazi doganali su importazioni ed esportazioni; contributi sui prestiti, tariffe speciali per l’affitto e procedure semplificate sul controllo da Stato e comuni. Per 10 anni, dopo l’ottenimento dello status di residente nell’Area di Sviluppo Prioritaria (PDA), le imprese potranno effettuare pagamenti assicurativi più bassi (7,6 per cento anziché 30). L’imposta sul valore aggiunto all’importazione per la raffinazione sarà pari a zero. Tuttavia, le misure di stimolo non si limitano a questo. Le aziende minerarie nazionali ed estere potranno godere di esenzioni fiscali: una riduzione (tra 0 e 0,8 per cento) verrà applicata per 10 anni. Saranno ridotti al minimo gli ostacoli amministrativi. La cosa più importante, lo Stato s’impegna a creare le infrastrutture necessarie. Il governo russo ha stimato che l’investimento totale nelle prime tre aree di sviluppo prioritari richiederà oltre 50 miliardi di rubli. Il bilancio federale ha anche stanziato fondi importanti per il loro sviluppo, circa 7,5 miliardi di rubli. Proprio mentre ampi cambiamenti sono previsti per gli investitori nel sud del Territorio di Primorie, dove introduciamo il regime di porto franco che copre i principali porti da Nakhodka a Zarubino, tra cui Vladivostok, naturalmente. La legge sul porto franco entrerà in vigore nell’ottobre 2015. Qui abbiamo intenzione d’introdurre significative agevolazioni fiscali, fino a un tasso zero per certe imposte. Il contesto economico è stato semplificato al massimo, anche nella costituzione dei capitali, e ci sono realtà che introducono un regime di esenzione dal visto per i cittadini stranieri. Una procedura doganale nella zona franca sarà anche disposta sul territorio del porto franco, che in realtà significa importazioni delle merci estere esenti da dazi. Sono convinto che queste nuove opportunità attireranno l’interesse degli investitori della Cina e di numerosi altri Paesi asiatici sulla realizzazione dei nostri progetti. Inoltre, una serie di importanti aziende ha già avanzato piani d’investimento specifici. Così, i nostri partner cinesi sono pronti a investire oltre 100 miliardi di rubli nella costruzione di una raffineria di petrolio e di un cementificio nella Regione dell’Amur, e dei ponti a Nizhneleninskoe-Tongjiang e Blagoveshensk-Heihe, e un impianto metallurgico e una fabbrica di mattoni in Jakutia.

Domanda: A maggio si è registrato un ordine esecutivo all’annuale Forum Economico Orientale di Vladivostok. Cosa si aspetta da ciò? Cosa i vostri partner regionali pensano di questa idea?
Vladimir Putin: Il Forum Economico Internazionale di San Petroburgo tenutosi a giugno ha dimostrato che, nonostante le sanzioni imposte contro la Russia che ostacolano lo sviluppo della cooperazione economica di qualità, l’interesse per questo Paese negli ambienti economici stranieri è cresciuto. Più di 10000 partecipanti provenienti da 120 paesi sono venuti al forum. Pertanto, non abbiamo alcun dubbio che il primo Forum Economico Orientale che si terrà a Vladivostok il 3-5 settembre attrarrà anche i nostri partner stranieri, soprattutto della regione Asia-Pacifico. Lo scopo principale del forum è posizionare la Russia come attore nei processi economici e d’integrazione nella regione Asia-Pacifico e presentare progetti specifici agli investitori dall’attuazione congiunta. Circoli economici di India, Vietnam, Corea del Sud, Giappone, Singapore e altri Paesi geograficamente non appartenenti alla regione già mostrano interesse al forum. Apprezziamo l’intenzione dei nostri partner cinesi inviando una forte delegazione che includerà uomini d’affari di oltre un centinaio di aziende leader nelle energia, miniere, trasporti, agricoltura, metalmeccanica e altri, così come rappresentanti di importanti istituzioni finanziarie, autorità centrali e governatori. Ci aspettiamo che siano particolarmente attivi al forum.

Domanda: Lei ha detto in precedenza che avete sentimenti speciali per la Cina. Da quando foste eletto al vostro primo mandato presidenziale nel 2000, avete visitato la Cina come leader russo 13 volte. Quali cambiamenti avete notato durante quelle visite e cosa via ha colpito di più? Cosa ne pensate dello sviluppo della Cina?
Vladimir Putin: Come avete ben notato, ho avuto la fortuna di vedere la Cina ‘in movimento’ per numerosi anni. In ogni visita ho notato che il suo Paese diventa economicamente sempre più potente, raggiungendo nuovi traguardi nella costruzione di moderne infrastrutture e nello sviluppo sociale. Allo stesso tempo, la Cina dimostra grande attenzione per le sue tradizioni culturali e storiche. Tutti coloro che visitano il vostro meraviglioso Paese lo sentono praticamente ovunque. I siti del patrimonio culturale sono di particolare importanza, riflettendo in piena misura la civiltà cinese. Il mio viaggio al monastero Shaolin, durante la visita nel 2006, è stato indimenticabile. La via allo sviluppo che la Cina ha coperto in questi anni è un cammino riuscito della riforma economica e di una politica sociale saggia. Questa esperienza è di grande valore per noi. Pertanto, anche con tutte le differenze tra Russia e Cina, abbiamo di fronte obiettivi di sviluppo comuni, come modificare la struttura dell’economia per favorire i settori ad alta tecnologia. Russia e Cina hanno anche priorità industriali molto simili: energia nucleare, esplorazione dello spazio, nuove tecnologie dell’informazione, tutela ambientale, risparmio energetico, produzione di farmaci ad alta tecnologia e attrezzature mediche e altri. I nostri due Paesi hanno un enorme potenziale con la cooperazione commerciale più stretta e attivi legami umanitari. Ancora più importante, siamo pronti a sfruttare tutte le opportunità; vediamo con reciproco interesse e fiducia crescere e rafforzare i nostri rapporti di amicizia. Possiamo ottenere molto con queste basi, e sono sicuro che ci riusciremo.2014052022291964474Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Iran non andrà contro la Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 09/01/2015Rohani-with-Putin-in-Astrakhan-Russia-by-Arman-1-HRQualche speculazione si tesse via radio secondo cui una volta che le sanzioni degli Stati Uniti saranno tolte, tra qualche mese, l’Iran lascerà l’alleanza con la Russia mettendosi contro la Grande Russia facendo accordi di esportazione di gas e petrolio che minerebbero direttamente la Russia, in particolare il gasdotto Turkish Stream della Gazprom per gli Stati del sud dell’Unione europea. Se ciò accadesse, forse allo stesso tempo del riarmo dell’esercito ucraino appoggiato da Pentagono e CIA, rifornendolo di massiccia artiglieria pesante per lanciare un attacco molto più efficace alle repubbliche orientali dell’Ucraina, i calcoli di Washington sarebbero devastanti per la stabilità economica di Putin e della Russia. Non importa quali sogni emergano al Pentagono, tuttavia, per molti motivi una contrapposizione iraniana è assai improbabile.

Conseguenze
In primo luogo è utile porsi la domanda ipotetica se l’Iran a visibilmente e massicciamente si opponesse alla Russia, quali sarebbero le conseguenze per Teheran? Non c’è dubbio che questo o quel politico o affarista iraniano abbia fantasticato su vaste ricchezze da Stati Uniti e Unione europea una volta tolti i 36 anni di guerra e gravi sanzioni economiche da USA e Washington. Delegazioni commerciali da diversi Paesi europei sono già state a Teheran per parlare del possibile enorme investimento nella ricostruzione della fatiscente industria petrolifera iraniana e di altri possibili progetti. Ma quali sarebbero le conseguenze nel ridurre direttamente le strategicamente significative esportazioni di petrolio e gas della Russia con i grandi giacimenti di petrolio e gas dell’Iran? Prima di tutto metterebbe Teheran alla mercé dello stesso occidente che ha imposto le sanzioni. Il ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto alla TV iraniana il 26 agosto dell’intenzione dell’Iran di ristabilire i precedenti livelli di esportazione del petrolio indipendentemente dagli effetti sui prezzi dell’OPEC, ed ha suggerito che le esportazioni iraniane raddoppieranno, dimezzando i prezzi, non saranno viste come un problema, dato che il Paese è abituato a sanzioni e restrizioni alle esportazioni. Le sanzioni di USA e UE, tra cui l’inaudita chiusura ai pagamenti interbancari SWIFT dell’Iran per bloccarne il pagamento delle esportazioni di petrolio, iniziarono a fine 2011, ed ebbero una seconda fase nel 2012. Le conseguenze furono gravi. Le esportazioni di petrolio dell’Iran scesero da 2,6 milioni di barili al giorno a soli 1,4 milioni nel 2014. Il vuoto fu riempito da Cina e da altri acquirenti asiatici ed europei del greggio dell’Iran, che acquistarono principalmente da Arabia Saudita, Quwayt, Nigeria e Angola secondo l’EIA dell’US Department of Energy. Aggiungere 1 milione di barili all’eccesso di offerta sul mercato del petrolio di oggi, tenendo prezzi ben al di sotto dei 50 dollari al barile, piuttosto che i 114 dollari del giugno 2014, non sarebbe una buona notizia per Mosca. Tuttavia, tutto dipende per quanto Arabia Saudita e altri produttori arabi dell’OPEC potranno inondare i mercati mondiali di petrolio nel tentativo di mandare in bancarotta gran parte del concorrenziale petrolio di scisto degli Stati Uniti. Un nuovo rapporto della Banca Mondiale stima che entro il 2016, l’Iran potrebbe esportare un milione di barili di più. Nel mercato di oggi è molto. Tuttavia, ci sono indicazioni che l’Iran non agirà in modo sconsiderato. Arabia Saudita e OPEC fino a poco tempo prima hanno sempre visto l’Iran come membro. Ciò significa che sauditi ed altri che sostituiscono le esportazioni di petrolio dell’Iran negli ultimi tre anni, si aspettano di perdere la recente quota acquisita con il disagio economico dell’Iran. I recenti negoziati russi con l’Arabia Saudita su accordi da 10 miliardi, compresi l’acquisto di centrali nucleari di fabbricazione russa e probabilmente significativi acquisti di sofisticate armi russe, potrebbero fare di Vladimir Putin un mediatore unico tra le due potenze petrolifere ex-nemiche. L’Iran non ha nulla da guadagnare da azioni sconsiderate, creandosi nuovi nemici, quando il nuovo “amico” statunitense è poco affidabile. L’altro fattore di moderazione sono i grandi nuovi accordi su armamenti e le trattative per la consegna di quelli acquistati, una volta che le sanzioni saranno tolte. Teheran finora si accorda con Mosca, e chiaramente non con Paesi NATO.

I missili russi arrivano in Iran
IRAN-RUSSIA-FLAGS-890x395 Il 19 agosto, il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha dichiarato che l’Iran riceverà i sistemi missilistici terra-aria a lungo raggio S-300 entro quest’anno. L’ha confermato il Ministro della Difesa iraniano Generale di Brigata Hossein Dehqan che ha aggiunto la nota significativa che i sistemi missilistici saranno aggiornati includendovi i miglioramenti apportati dalla Russia da quando l’accordo originale fu congelato dall’allora presidente Medvedev con il pretesto delle sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2010. L’S-300 oggi sarebbero i sistemi antiaerei missilistici più potenti attualmente dispiegati, compresi quelli degli Stati Uniti. Nella stessa conferenza stampa, Dehqan ha detto che Teheran è in trattative con Mosca per comprare nuovi aerei da combattimento, escludendo il possibile acquisto dall’Iran di aerei militari della Francia. Commentando la decisione di acquistare aerei da combattimento russi, Dehqan ha dichiarato: “Nel campo degli aerei da combattimento, abbiamo dichiarato i nostri requisiti ai russi e non abbiamo fatto alcuna richiesta in questo campo alla Francia“, aggiungendo che è molto “improbabile” che l’Iran s’impegni nella cooperazione militare con la Francia nell’attuale situazione. Povera Francia. Perde non solo la vendita redditizia della Mistral alla Russia, ma le vendite di jet da combattimento all’Iran. Fin da quando Sarkozy l’ha riportata nella NATO nel 2009, invertendo la decisione del 1966 del presidente francese Charles de Gaulle di lasciare la NATO, la Francia non ha avuto che problemi. Poi al MAKS-2015, la mostra aerea russa del 28 agosto, il Viceministro dell’Industria e del Commercio russo Andrej Boginskij annunciava che l’Iran ha espresso interesse per l’acquisto di decine di jet di linea regionali bimotori Sukhoj Superjet 100 per modernizzare la flotta commerciale dell’Iran, congelata dal 1979 dalle sanzioni statunitensi. La Russia ha offerto all’Iran di localizzare parte della produzione se dovesse acquistare l’aereo russo. Il Vicepresidente iraniano Sorena Sattari era a Mosca per discutere come ripristinare le linee di credito e commerciali tra i due Paesi, avendo colloqui con il Ministro dell’Industria e del Commercio russo Denis Manturov. Hanno discusso a lungo come coordinare l’interazione dei sistemi bancari e creditizi. “Questo creerebbe la base necessaria per lo sviluppo della cooperazione commerciale ed economica tra i nostri Paesi“, ha detto Sattari al quotidiano russo Kommersant. “I colloqui sono stati molto costruttivi. Speriamo in un risultato positivo su questo tema“, osservava. L’Iran è interessato ad utilizzare i missili vettori russi per lanciare satelliti in orbita. Sattari ha osservato: “E’ importante che ciò avvenga nell’ambito di progetti congiunti. Vale a dire, sviluppando e realizzando congiuntamente satelliti e cooperando nella costruzione di missili spaziali“. Ha aggiunto che la Russia non ha rivali nella tecnologia spaziale. Addio fantasie di ESA e NASA su succosi contratti satellitari con l’Iran. In sintesi, è chiaro come l’Iran post-sanzioni preveda di approfondire i legami strategici con Mosca, e non di farsene deliberatamente un nemico economico. Per quanto l’OPEC ha fatto per decenni, non vi è alcun motivo per cui Mosca e Teheran non possano concordare amichevolmente le cruciali quote del mercato di petrolio e gas.

L’Iran e la Via della Seta
Un altro motivo che avvicina Teheran all’Eurasia e non alla NATO è la Cintura infrastrutturale stradale, ferroviaria e marittima della grande Via della Seta della Cina. Anche prima dell’accordo nucleare, l’Iran decise di aderire da membro fondatore all’AIIB della Cina, l’Asian Infrastructure Investment Bank, crescente rivale della Banca Mondiale controllata da Washington. Per la Cina, la posizione geografica iraniana e la sua topografia ne fanno un partner strategico per lo sviluppo della rete di corridoi infrastrutturali terrestri attraverso l’Eurasia, indipendente nel caso del possibile scontro con la presenza navale degli Stati Uniti. L’Iran fece parte dell’antica via della seta della Cina durante la dinastia Han, 2100 anni fa. La cooperazione tra i due Paesi ha una lunga storia. Ora, dopo la decisione del Presidente Xi Jinping di creare il ponte terrestre eurasiatico con la Nuova Via della Seta economica, stimolato in parte dallo sciocco accerchiamento militare della Cina via mare del “Pivot in Asia” di Obama, l’Iran è considerato da Pechino partner essenziale. L’Iran è per la Cina la più conveniente via di accesso al mare aperto dopo la Russia, e l’unica intersezione commerciale est-ovest/nord-sud dell’Asia centrale. Nel maggio 1996, Iran e Turkmenistan forgiarono questo anello mancante completando una ferrovia di 300 km tra Mashhad e Tejen, e nel dicembre 2014, Kazakistan, Turkmenistan e Iran inauguravano la ferrovia da Uzen (Zhanaozen) a Gorgan e quindi ai porti sul Golfo Persico dell’Iran. Per Pechino, il valore geostrategico dell’Iran è rafforzato dalla posizione su uno dei due ponti terrestri verso ovest della Cina. L’altro ponte costeggia la costa settentrionale del Caspio attraversando Kazakistan e Russia sud-occidentale, vicino alla regione del Caucaso. L’Iran è strategico per il vasto progetto infrastrutturale della Cina collegando Cina a Europa e Golfo Persico. Ora, una volta che le sanzioni saranno tolte nel corso di diversi mesi, l’adesione dell’Iran a lungo cercata nell’eurasiatica Shanghai Cooperation Organization (SCO), bloccata perché l’Iran era sottoposto alle sanzioni internazionali, potrebbe anche essere approvata al prossimo vertice annuale. La SCO ora include Russia, Cina, India, Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan con l’Iran come osservatore. Il Viceministro dell’Economia iraniano Massoud Karbasian, in una recente intervista a Teheran ha dichiarato che quando il ramo iraniano della Nuova Via della Seta economica sarà completato, l’Iran sarà via di transito per oltre 12 milioni di tonnellate di merci all’anno. Il presidente cinese Xi ha stimato che entro un decennio la Cintura e Via della Cina, come è ora ufficialmente conosciuta, creerà ogni anno oltre 2,5 miliardi di dollari di commercio tra i Paesi lungo la Via della Seta. Per l’Iran cooperare pienamente a questo sviluppo guidato da Cina e Russia è molto più promettente che diventare una pedina geopolitica di Washington nelle guerre economiche, o qualsiasi altra, contro Cina e Russia.
Durante una visita a Teheran nel 2013, assistetti a un altro fattore molto profondo nell’animo iraniano che ostacola qualsiasi fiducia nelle promesse di Washington. Feci un tour guidato al museo nazionale della tragica guerra Iran-Iraq del 1980-88. Fu una delle più sanguinose e lunghe guerre del 20° secolo che costò all’Iran più di un milione di morti. Nessun iraniano ignora il fatto che fu Washington a spronare e sostenere Sadam Husayn a lanciare quella guerra devastante.

Rouhani-Putin-in-Caspiean-Sea-SummitF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rete di potere: gasdotti nel continente europeo

Putin lega India e Pakistan con i gasdotti
Nakanune 22 agosto 2015 – Fort Russimage_big_81883Tradizionalmente l’India fu partner dell’URSS per decenni e la Russia ha preso il posto della superpotenza. Con le inevitabili perdite negli anni ’90 (“il luogo santo non è mai vuoto” come si dice in Russia), la partnership è sopravvissuta. Tra l’altro, gli indiani si rifiutarono di acquistare 126 aerei da combattimento Rafale dalla Francia (grazie “Mistral”). Il caccia francese Rafale si era aggiudicato la gara nel 2012, e anche allora era chiaro che il contratto non sarebbe stato concluso. Di conseguenza, dopo aver avuto 36 jet, l’India ha rescisso il contratto. “Acquistiamo solo 36 caccia e non ne compreremo mai più, sono troppo costosi”, ha detto il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar, secondo La Tribune riferendo all’agenzia indiana PRI. “Mi piacerebbe anche avere una BMW e una Mercedes, ma non posso perché, in primo luogo non posso permettermelo, e in secondo luogo non ne ho urgente bisogno“. Secondo le informazioni dal Ministero della Difesa dell’India, il costo del contratto era aumentato da 12 a 20 miliardi di dollari. Non speculiamo sulle ragioni reali della fine del contratto, ma resta il fatto che il Ministero degli Esteri indiano ha detto che l’attrattività del prezzo e dell’affidabilità del caccia multiruolo russo Su-30 è maggiore del “Rafale“.
L’amica India è tradizionalmente nemica del Pakistan, territori artificialmente separati dai sornioni inglesi, e che si combattono continuamente e violentemente. Gli Stati Uniti con tanto zelo hanno aiutato il Pakistan anche fornendogli armi nucleari. L’Ucraina a dispetto della Russia, ha dotato il Pakistan di carri armati moderni negli anni ’90, cosa di cui i nazionalisti locali furono entusiasti. E pochi notarono che, per adempiere all’accordo, la Russia fornì al vicino le tecnologie per produrre i cannoni. Di conseguenza, fino ad oggi l’Ucraina non ha sviluppato un nuovo carro armato, ma la Russia rafforza e migliora la cooperazione con il Pakistan sostituendo gli Stati Uniti. Questi carri armati erano sovietici e 250 veicoli dovevano essere modernizzati, ed è anche necessario fornire munizioni e pezzi di ricambio (gli stessi che l’Ucraina non sa produrre, non potendo produrre un carro armato nazionale). L’equipaggiamento sovietico è più affidabile e meno costoso di quello statunitense. Per la gioia degli abitanti del luogo, che non nascondono l’odio per i loro “protettori” statunitensi che regolarmente cacciano via. Così la Russia è accolta dal Pakistan e le due parti preferiscono congelare i conflitti tra India e Pakistan su Jammu e Kashmir. Perché letteralmente i combattimenti sono freddi, costosi e inutili. Ciò che accade si adatta perfettamente all’antica massima, “Tempora mutantur et nos mutamur in illls“, i tempi cambiano e noi con essi. Ora Mosca è pronta a costruire un gasdotto in Pakistan che rifornirà il Paese dall’Iran. Nel progetto la Russia spenderà 2 miliardi di dollari. Alcuni esperti hanno avvertito che il gasdotto del Pakistan sarà solo parte della rotta gasifera iraniana per la Cina. Così, con la costruzione del gasdotto la Russia crea un concorrente nel mercato del gas cinese. Il partner di “Rusenergy“, Mikhail Krutikhin, dice che l’Iran ha colloqui con Pakistan e Cina e in effetti il metanodotto che la Russia costruirà sarà parte della futura rotta del gas dall’Iran alla Cina. “La partecipazione della Russia al progetto pakistano è piuttosto sfavorevole: le forniture dall’Iran ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, compreso quello dalla Russia“. Ma è vero?
Il sito web del Consiglio dei ministri del Pakistan ha dichiarato che si tratta di “creare un ambiente favorevole per la costruzione con la partecipazione russa del gasdotto “Nord – Sud” della Repubblica islamica del Pakistan, da Karachi a Lahore” (sulle coste del Pakistan, al confine con l’India). La lunghezza è circa 1100 chilometri, la capacità 12,4 miliardi metri cubi di gas all’anno. L’inizio della costruzione del gasdotto è previsto per il 2017. Inizialmente, il gasdotto è stato progettato per trasportare gas dall’Iran, che verrà spedito via mare in forma liquefatta a Karachi. Il Pakistan è uno Stato povero di risorse e vive una grave carenza di energia elettrica sul mercato interno. Questi volumi, per definizione, non bastano e rispetto alle esigenze della Cina sono piccoli, anche rispetto alle condutture costruite in Cina dalla Russia. Allo stato attuale, la Russia costruisce il gasdotto “Power of Siberia“, da cui la Cina otterrà più di tre volte il gas previsto dal presente contratto, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Inoltre, sono in corso negoziati sulla cosiddetta “rotta occidentale” (il gasdotto “Altaj“), che rifornirà la Cina di ulteriori 30 miliardi di metri cubi all’anno. I volumi contrattuali pakistani sono piccoli in confronto,12 miliardi di metri cubi contro 68 miliardi. Va ricordato che in futuro, quando “le forniture iraniane ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, anche dalla Russia”, sarà necessario costruire nuovi gasdotti, fabbriche di liquefazione del gas, terminali, tutto nuovo. Ciò esiste solo su carta. Ancora una volta, tutti ricordiamo che il luogo santo non è mai vuoto. Se la Cina ha bisogno di energia, l’otterrà. Se non la Russia, gli USA, sia pure a denti stretti, collaboreranno per costruire gasdotti e terminali per LNG. La Russia oggi sfrutta il forte indebolimento della posizione degli Stati Uniti nella regione, utilizzando l’esperienza statunitense dell’esclusione economica dei concorrenti dai mercati precedentemente occupati. È molto più facile e intelligente trarre profitto da un contratto e legare un partner a sé, rendendo possibili liti future per pretesti politici inventati economicamente impossibili. Prendiamo ad esempio gli ultimi 24 anni di politica ed economia dell’Ucraina. Il potere dello Stato in tutte le presidenze peggiorava sempre la cooperazione economica con la Russia, per la politica russofoba su cui fu costruito lo Stato. Economia e profitti erano secondari. Picchi temporanei di “amore per la Russia” non cambiavano la direzione generale del peggioramento dei rapporti politici, economici, scientifici e sociali. Il resto è storia.
Riguardo i passi della Russia in Asia, s’inseriscono nella strategia dell’equilibrio di interessi nel “triangolo” cruciale Cina, India e Pakistan, insieme ad un complesso “pacchetto” di rapporti. La conferma di tale corso è la decisione di lasciare che India e Pakistan entrino nella SCO simultaneamente. Il Pakistan agisce in modo pragmatico e tranquillamente cambia partner internazionale secondo interessi a lungo termine. Non sorprende che liberandosi dalla pressione politica degli Stati Uniti, migliora le relazioni con i vicini regionali. Dopo tutto Cina, Russia e India sono vicini, e gli USA al di là dell’oceano. Questo è ciò che temono gli Stati Uniti, e che il mondo gradualmente capisce, gli Stati Uniti sono lontani ed è possibile vivere senza di essi. Mentre la superpotenza rischia di diventare l’eroe degli aneddoti, ‘cowboy Joe’, che nessuno prendeva, perché nessuno lo voleva!Tapi_Map_01La rete di potere: gasdotti nel continente europeo
Southfront 21 agosto 2015

Il gas naturale ha limitate e costose opzioni sul trasporto. Di conseguenza, i metanodotti sono costantemente utilizzati come strumento di pressione politica e contrattazione. Uno dei campi di battaglia più importanti è il continente europeo, dove la Russia esercita influenza attraverso un’intricata rete di gasdotti. Ulteriori informazioni sotto.Nordstream_risultato1. NORD STREAM
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Engie.
Il gasdotto Nord Stream è divenuto operativo nel 2011. Proposto nel 1997, le controversie tra Kiev e Mosca nel 2006 e 2009 hanno spinto la Russia a fermare il passaggio di gas naturale attraverso l’Ucraina, privandone l’Europa e accelerando la costruzione di Nord Stream. Il gasdotto permette alla Russia di rifornire direttamente Germania e parte dell’Europa centrale.

2. NORDEUROPAISCHE ERDGASLEITUNG (NEL)
Capacità: 20 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Fluxys.
Il gasdotto NEL è complementare al progetto OPAL e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania occidentale.

3. OPAL
Capacità: 35 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Wintershall, Gazprom, E.ON.
Il gasdotto OPAL di costruzione tedesca è operativo dal 2011 e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania orientale ed Europa centrale. Il terzo pacchetto energetico dell’UE limita la quota che Gazprom può usare di OPAL. La Commissione europea previde l’aumento del 50 per cento della quota nel marzo 2014, consentendo a Gazprom di usare la pipeline a piena capacità. Tuttavia, la Commissione ha rinviato i piani per la crisi ucraina.

4. NORTHERN LIGHTS e JAMAL EUROPA
Capacità: 84 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Beltrangaz, PGNiG.
I gasdotti Northern Lights e Jamal Europa sono due grandi gasdotti russi per l’Europa orientale. La Polonia dipende dal sistema di gasdotti e non ha vere alternative. Nel tentativo di esserne meno dipendente, Varsavia cerca di sviluppare un servizio di importazione di GNL sul Mar Baltico.

5. SOJUZ
Capacità: 26 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
I gasdotti Sojuz e Fratellanza sono le principali vie di esportazione di Gazprom per l’Europa attraverso l’Ucraina. Hanno una capacità totale di oltre 150 miliardi di metri cubi. Nel tentativo di evitare di usare l’Ucraina come Stato di transito, Gazprom cerca itinerari alternativi dal 2019.

6. FRATELLANZA
Capacità: 132 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
Insieme con il gasdotto Sojuz, Fratellanza e Urengoj-Pomarij-Uzhgorod sono i principali gasdotti di esportazione di Gazprom, portando il gas in Europa attraverso l’Ucraina. La Russia cerca di ridurre la dipendenza dall’Ucraina come Stato di transito.

7. BLUE STREAM
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno (fino a 19 miliardi di metri cubi). Partner: Gazprom, BOTAS, ENI.
Uno dei due gasdotti principali che Gazprom utilizza per rifornire la Turchia. Gazprom può rifornire di 16 miliardi di metri cubi la Turchia attraverso l’Ucraina, e altri 16 miliardi di metri cubi direttamente la Turchia attraverso Blue Stream. Oggi, i due gasdotti da soli non hanno la capacità di soddisfare la domanda di energia della Turchia. Nel 2014, Turchia e Russia decisero di espandere Blue Stream di 3 miliardi di metri cubi.

8. GASDOTTO OCCIDENTALE RUSSO
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Transgaz, Bulgartransgaz.
Il gasdotto russo-occidentale rifornisce la Turchia attraverso Ucraina, Romania e Bulgaria. In futuro la domanda turca supererà la capacità dei gasdotti esistenti e ne sarà necessario un terzo.

9. NORD STREAM 2
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Shell, OMV, E.ON.
Gazprom ha firmato un memorandum d’intesa con Shell, OMV, ed E.ON al Forum economico internazionale 2015 di San Pietroburgo per la costruzione del gasdotto Nord Stream-2. Come proposto, Nord Stream-2 avrà la stessa dimensione del primo gasdotto e sarà operativo alla fine del 2019. Il gasdotto aumenterà la capacità nel tempo bilanciando la ridotta produzione del Mare del Nord.

10. TURKISH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Gazprom.
Il gasdotto è progettato per fornire una rotta alternativa al gas naturale per l’Europa meridionale, bypassando l’Ucraina. Gazprom ha firmato un accordo con la Grecia per connettere l’European Southern Pipeline con TurkStream al confine Turchia-Grecia, rifornendo l’Europa. Gazprom e Turchia devono ancora finalizzare l’accordo sul gasdotto TurkStream. Uno dei maggiori incentivi di Ankara a sostegno di TurkStream sarebbe eliminare la dipendenza dal gas che transita per l’Ucraina.

11. EASTRING PIPELINE
Capacità: 20-40 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: EUSTREAM, Transgaz, Bulgartransgaz.
Eastring collegherebbe infrastrutture di Slovacchia, Romania e Bulgaria. La Slovacchia ha assunto la guida del progetto e persino suggerito il collegamento a TurkStream. Bratislava vuole far parte dei piani di Gazprom per diversificare le opzioni di trasporto dall’Ucraina perché la Slovacchia è il nodo tra gasdotti in Ucraina ed Europa centrale.

12. TRANS ADRIATIC PIPELINE
Capacità: 10 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BP, SOCAR, Statoil, Fluxys, Enegas, Axpo.
TAP è uno dei progetti del Corridoio meridionale del gas dell’UE volto a trasportare gas dal Mar Caspio all’Europa del Sud attraverso la Turchia per ridurre la dipendenza dalla Russia. Il gasdotto TAP collegherà il gasdotto TANAP al confine Turchia-Grecia inviando gas in Italia attraverso l’Albania. La costruzione del progetto dovrebbe iniziare nel 2015.

13. TANAP
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: SOCAR, BP, BOTAS.
TANAP è progettato per inviare gas dall’Azerbaijan alla Turchia, collegandosi ai mercati in Europa. TANAP invierà 16 miliardi di metri cubi di gas in Turchia, collegandosi al gasdotto TAP per inviare 10 miliardi di metri cubi in Europa. I progetti TANAP e TAP sono i pilastri del progetto energetico Corridoio meridionale del gas dell’Unione europea, per trasportare gas dal Caspio in Europa contrastando la dipendenza dalla Russia. La costruzione di TANAP dovrebbe essere completata nel 2018.

14. SOUTH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, ENI, altri.
South Stream era un sistema di gasdotti che avrebbe inviato gas dalla Russia alla Bulgaria attraverso il Mar Nero e poi attraverso la Serbia in Europa centrale. Gazprom ha annullato il progetto nel dicembre 2013 e porta avanti il gasdotto TurkStream, nella speranza di raggiungere lo stesso obiettivo strategico aggirando l’Ucraina. La Commissione europea si oppose a South Stream contribuendo alla cancellazione del progetto della Gazprom.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nuova Via della Seta, “New Deal” cinese: conseguenze economiche e geopolitiche

Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB) Global Research, 31 luglio 2015Eurasian mapGli storici ricorderanno che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la nuova “Via della Seta” con un discorso di 30 minuti alla Conferenza Economica di Boao sull’isola di Hainan, il 28 marzo 2015, di fronte a 16 capi di Stato o di governo e a circa 100 ministri dei 65 Paesi sulla via, terrestre o marittima di questa nuova rotta commerciale[1]. Per noi, interessati alla previsione politica, che sfida ha lanciato! La Cina suggerisce ciò che immaginiamo il futuro facendo un passo indietro di diversi secoli, anche due millenni. Tale mossa non è assurda, ma un dato di fatto! La forza di nazioni come Russia, Iran, India o Cina deriva dalla loro capacità di pensare al futuro. L’Europa ha una profondità storica, le due guerre mondiali l’hanno incoraggiata a riscoprire l’età prima delle nazioni, di Carlo Magno o anche dell’impero romano. Questo modo di pensare è probabilmente più estraneo agli Stati Uniti che esamineranno il progetto cinese con il peggior sospetto. Tuttavia dovranno convivere con la realtà: l’appetito per questa “resurrezione del passato” degli alleati europei, ma anche di un Paese come Israele [2]; tutti Paesi che hanno appena deciso di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina per l’occasione, confermando che il progetto che si basa su un antico passato ha un futuro. Di seguito ci si propone di abbozzare le prevedibili conseguenze dell’iniziativa cinese. Tre elementi vanno identificati con maggiore chiarezza: Parliamo di “Via e Corridoio” del potere cinese? Quali saranno le ripercussioni sul resto dell’Eurasia? Quale sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte a ciò che rappresenta la prima sfida della nuova era, dove apprenderà che il potere è condiviso.
65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari. La Cina ha inviato un segnale molto forte: in un momento in cui la sua crescita economica rallenta, non ha scelto di stimolare la propria economia attraverso la spesa militare, giustificando una possibile “guerra fredda” con gli Stati Uniti[3]. Ha scelto diplomazia e commercio per riequilibrare: per dipendere meno dal rapporto economico transatlantico, sembra debba rafforzare varie relazioni “in occidente”. E’ questione letteralmente di ridiventare “Il Regno di Mezzo”[4]. Per raccogliere i capitali necessari per la nuova gigantesca infrastruttura viaria economica, la Cina ha lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank con 52 Paesi partecipanti, tra cui le nove principali economie europee. Il capitale iniziale doveva originariamente essere di 100 miliardi di dollari, ma dato l’afflusso di adesioni, sarà più alto. La Cina ha già fatto sapere che, per attirare gli investimenti, il diritto di veto sarà dato dal Consiglio di Amministrazione (a differenza degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie di Bretton Woods). Tuttavia, cerchiamo di non avere illusioni, la Cina, attingendo dall’immemorabile esperienza diplomatica, troverà tutti i mezzi indiretti per controllare la banca di investimento pubblico di cui ha preso l’iniziativa[5]. Il Paese intende approfittare di una situazione favorevole per promuovere i propri interessi: la Russia ha bisogno del suo sostegno se vuole resistere alla resa dei conti con gli Stati Uniti sul futuro dell’Ucraina. E l’Unione europea è seriamente tentata dall’aumento degli investimenti cinesi in Europa, per uscire dalla crisi[6]. Tuttavia, non si sopravvaluti la posizione di forza della Cina. Avendo accumulato enormi riserve di dollari, sente, data la fragilità dell’economia statunitense, la necessità di diversificare il proprio patrimonio. Investire parte delle riserve di valuta in un progetto importante come la “Nuova Via della Seta” corrisponde a un bisogno. D’altra parte nella lotta diplomatica che la mette contro gli Stati Uniti, la Russia non è totalmente dipendente dalla Cina: non solo può contare sul suo deterrente nucleare, ma anche sul supporto, diretto o indiretto, di India, Iran e Turchia. Infine, ricordiamo con cura che la Cina è una potenza finanziaria lungi dall’essere sufficiente negli investimenti su due continenti e quattro mari. Il progetto “Via e corridoio” avrà successo solo se i gruppi regionali v’investiranno massicciamente[7]. Dal punto di vista dell’UE ciò solleva la questione di sapere cosa seguirà il Piano Juncker. La Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo svolgeranno un ruolo sempre più importante nei prossimi anni permettendo all’Europa di fare la sua parte nella “Nuova Via della Seta”.
L’Unione europea è a un bivio. La crisi ucraina diventa un handicap se continua: non solo le sanzioni economiche imposte alla Russia influenzano negativamente l’economia europea, ma sempre più opportunità di investimenti vanno persi in Asia centrale, e l’Unione rischia di dividersi tra un campo atlantista e uno desideroso di accordarsi con la Russia. A dire il vero non c’è altra via che il rafforzamento degli accordi di Minsk. E per evitare una crisi infinita, la Germania gradualmente sostanzierà il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, abbastanza da influenzare gli Stati Uniti ed uscire dalla crisi. Il modo in cui i Paesi europei si sono gettati sull’Asian Infrastructure Investment Bank conferma il riequilibrio verso l’Eurasia dal legame transatlantico, l’equivalente europeo del movimento cinese dal transpacifico alla “Nuova Via della Seta” che potrebbe avvenire rapidamente. La mappa che si dispiega davanti ai nostri occhi è affascinante per uno storico abituato a pensare come Fernand Braudel, storico del Mediterraneo e del capitalismo, su un approccio “a lungo termine”: dal punto di vista cinese, la Via di terra parte da Xian, passando per Bishkek, Tashkent, Teheran, Ankara, Mosca, Minsk prima di raggiungere Rotterdam, Anversa, Berna e Venezia. L’antica città dei Dogi è all’estremità occidentale della Via marittima che passa da Atene, Cairo, Gibuti, Nairobi, Colombo, Kuala Lumpur, Singapore (con un ramo verso Jakarta), Hanoi, Hong Kong e Fuzhou terminando a Hangzhou. La Cina dunque si offre di riaprire un collegamento commerciale vecchio di 2000 anni, e di proporre, a differenza della visione fatalista di Huntington, un vero dialogo tra le civiltà confuciana, indiana, persiana, turca, araba, africana orientale, cristiana ortodossa e le zone d’influenza occidentali. Gli attori della globalizzazione policentrica, gli eredi degli imperi cinese, mongolo, persiano, russo, ottomano, arabo, bizantina, romano-germanico, francese e inglese hanno l’affascinante possibilità di vivere finalmente una storia comune e pacifica. Va prestato attenzione, nell’equilibrio dell’Eurasia, a che all’India sia sempre ricercata e meglio integrata nelle nuove reti che la Cina attualmente pianifica. Francia e Germania, con il resto dell’Unione europea, ha una carta naturale da giocarvi, anche importante dal punto di vista dei loro interessi a lungo termine: questa “Nuova Via della Seta” sarà utile ai Paesi interessati basandosi sull’equilibrio di forze. Il riavvicinamento con l’India è un vantaggio prezioso da fare pesare su Russia e Cina. Inoltre, permette di rimanere in linea con la logica BRICS, una logica a cui la Via della Seta non appartiene al momento, mentre il dinamismo cinese e l’esigenza russa di neutralizzare l’influenza degli USA in Asia centrale favoriscono la Shanghai Cooperation Organization. Il progetto cinese di “Nuova Via della Seta” è reso possibile dalla nuova età organizzativa, dove Internet è una delle manifestazioni più eclatanti. I leader cinesi hanno sicuramente capito più velocemente degli omologhi europei che la rivoluzione informatica ha fatto esplodere la vecchia opposizione geopolitica tra potenze continentali e marittime.
Attraversata da treni ad alta velocità, chiamata a dipendere sempre meno dalla concentrazione geografica delle proprie risorse energetiche, l’Eurasia è in procinto di diventare uno “spazio liquido”[8]. La Nuova Via della Seta può, senza esagerare, essere considerata un doppio asse “liquido” rientrando negli stessi criteri di analisi. Ovviamente, un tale sviluppo avrà le sue zone d’ombra. Gli “spazi liquidi” potrebbero essere infestati da pirati, già numerosi su Internet. Pepe Escobar su Asia Times online chiama da tempo “guerra liquida” [9] il modo in cui gli Stati Uniti contribuiscono a distruggere Stati come Iraq, Libia o Ucraina. Tuttavia, cerchiamo di misurare il cambiamento in atto e gli immensi cambiamenti all’orizzonte per l’Unione europea, la cui missione non è più costruire questo “piccolo promontorio del continente asiatico”, di cui Paul Valéry parlava, ma di organizzare una tripla connessione: euro-atlantica, euro-africana ed eurasiatica…

020140520112112Note
[1] Die Welt, 30/03/2015
[2] Japan Times, 04/01/2015
[3] Mentre nel 2010, la Cina decise di ridurre la spesa militare (fonte: Wikipedia), le tensioni tra occidente e nazioni emergenti, espressasi nel 2014 con la crisi ucraina, tuttavia portarono ad aumentarle del 12,2% lo scorso anno e al 10% annunciato per il 2015. Detto questo, in percentuale sul PIL, metodo abitualmente scelto per misurare le spese militari di un Paese (ricordiamo che gli Stati Uniti chiedono ai membri della NATO di contribuire per il 2% del PIL al bilancio dell’Alleanza), la quota di questa spesa è più o meno stabile, intorno al 2,1% (gli Stati Uniti spendono oltre il 4%), tenendo conto del fatto che il PIL della Cina è aumentato di quasi il 7% quest’anno. Un altro sembra dire che la Cina aumenta la spesa militare in modo ragionevolmente possibile e ciò nel contesto della sua apertura al mondo, dov’è costretta ad essere più trasparente co una serie di spese occulte che indubbiamente, semplicemente con questo processo, emergono allo scoperto. Ma il bilancio totale delle spese militari non supera i 95 miliardi di euro rispetto ai 460 miliardi degli Stati Uniti, sapendo che tale somma è in gran parte dedicata al mantenimento di un enorme forza militare (2,1 milioni), e che la quota dedicata all’acquisto di attrezzature è tanto più ridotta (fonte: Deutsche Welle, 03/04/2015). Questi fattori portano il nostro team a considerare che, contrariamente a ciò che i media occidentali vorrebbero farci credere, la Cina non è militarmente aggressiva.
[4] Michel Aglietta/Guo Bai, La voie chinoise. Capitalisme et empire, Paris, Odile Jacob, 2012
[5] François Godement, Que veut la Chine?, Paris, Odile Jacob, 2012
[6] Claude Meyer, La Chine banquier du monde, Fayard, Paris 2014
[7] Eurasia Review, 30/03/2015
[8] Ho preso in prestito questo concetto da John Urry, Global complexity 2000
[9] Pepe Escobar, Globalistan: come il mondo globalizzato si dissolve nella guerra liquida 2007

nouvelle-route-de-la-soie1-617x436Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ tempo per il Giappone di ascoltare la Russia

Jibril Khoury, Takeshi Hasegawa e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 23 luglio 2015 south-korea-japan-russia-and-china-concerned-abou-11634-1243436308-3La crisi degli ostaggi in Algeria nel 2013 comportò la morte di dieci cittadini giapponesi insieme a molte altre persone di diverse nazioni. Purtroppo era evidente fin dall’inizio che la connessione libica rientrava nel caso. Dopo tutto, l’infiltrazione terroristica avveniva dal vicino confine della Libia. Inoltre, dalla morte di Gheddafi la regione è piena di armi ed innumerevoli gruppi terroristici. Nella stessa Libia vi sono varie organizzazioni terroristiche islamiste e milizie che ne controllano delle parti. Pertanto, nella Libia del 2015 vi è il caos e uno Stato assente che non può controllare tutto.

Ingerenze esterne
Nel 2015 il Giappone deve mettere in discussione i cosiddetti alleati quando si tratta di contrastare il terrorismo e di geopolitica, e non dell’economia. Dopo tutto, le nazioni del Golfo e le grandi potenze della NATO continuano a creare instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, aggiungendosi al caos in Afghanistan. Un caos che va dall’Afghanistan estendesi al Mali in Africa occidentale. Il Pakistan, potenze del Golfo, USA e Regno Unito s’intromettono in Afghanistan da più di 40 anni. Da allora migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi per cercare di stabilizzare e centralizzare la nazione, nonostante il sostegno ai settari taqfiri e l’indottrinamento islamista negli anni ’80 e ’90. La politica adottata in Afghanistan non fu solo un misero fallimento totale, ma permise anche la destabilizzazione del Pakistan (auto-indotta), l’emergere della rete dell’11 settembre e il prosperare del potente movimento jihadista internazionale. Il Giappone di oggi è ormai sempre più trascinato dagli obiettivi di Washington. Ciò si vede nella politica estera negativa verso il governo della Siria, nonostante la crisi sia lontana dal Giappone. Altrettanto importante, è chiaro che i cittadini giapponesi brutalmente assassinati nella regione hanno subito tale destino per le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti alleati del Giappone. Non serve un attacco terroristico che uccide cittadini giapponesi per svegliare il governo del Giappone. Sì, purtroppo, sembra che le nazioni spesso ne prendano atto quando le conseguenze uccidono civili inermi. Gli Stati Uniti l’hanno scoperto nel modo più barbaro quando migliaia di civili furono uccisi l’11 settembre. Dopo tutto, le forze terroristiche di al-Qaida erano collegate a CIA, ISI del Pakistan e servizi segreti inglesi manipolando la causa islamista in Afghanistan e replicarla in Bosnia (11 settembre, attentati di Madrid ed altri legati ad Afghanistan e Bosnia). Pertanto, quando il Giappone annunciò la morte del suo decimo cittadino per la brutale crisi degli ostaggi dei terroristi islamisti in Algeria, allora questo semplicemente non fu sufficiente. Le ratlines che collegano le politiche di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e le altre nazioni de Golfo, vanno esaminate per ciò che hanno creato in Libia e continuano a creare in Siria. Tale realtà deve anche concentrarsi su come Mali e Pakistan siano stati inghiottiti dalle politiche fallimentari di altre nazioni (Pakistan vi si è autoindotto a differenza del Mali). Ugualmente allarmante è l’ampia evidenza che le nazioni che si sono ingerite in Afghanistan e Iraq, e poi in Libia, non solo hanno creato Stati falliti divenuti terreno fertile per i gruppi jihadisti islamici, ma hanno iniziato a destabilizzare altre nazioni come la Siria. Tutto ciò è stato fatto mentre la carneficina quotidiana continua in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Non solo è una follia, ma è una politica “vergognosa” che rovina USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo.

Federazione Russa
La Federazione russa cerca di “contenere gli incendi” appiccati dalle suddette nazioni perché le élite politiche di Mosca comprendono chiaramente appieno realtà ed implicazioni geopolitiche a lungo termine delle fallimentari politiche di NATO e Golfo. Ciò vale per l’instabilità massiccia, le sempre più ampie reti terroristiche, settarismo, asservimento delle donne, povertà, assenza di strutture sanitarie, Stati falliti e altre potenti forze negative. Pertanto, è giunto il momento per le élite politiche del Giappone del 2015 di riconoscere alla Federazione russa priorità invece di seguire Washington e gli altri che creano “nuove strade pericolose”. Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha dichiarato: “lo sconvolgimento della Libia, accompagnato dalla proliferazione incontrollata delle armi, ha contribuito al deterioramento della situazione in Mali. Gli attacchi terroristici in Algeria che hanno ucciso persone innocenti, anche straniere, sono conseguenza di tali sviluppi tragici“. Il Presidente Vladimir Putin continuava affermando che la Federazione russa “si sente responsabile del mantenimento della sicurezza globale ed è volta a collaborare con i partner al fine di affrontare i problemi globali“. E’ tempo per l’establishment politico di Tokyo di guardare profondamente agli eventi dall’Afghanistan all’Africa occidentale, in Mali. Ciò vale per molte aree instabili e le nazioni estere che continuano a partecipare, avviare o essere coinvolte in operazioni segrete destabilizzanti. La cosiddetta “primavera araba” ha inaugurato solo l'”inverno islamista” e la creazione di Stati falliti per ingerenza estera creando grandi aree di odio taqfirita. Basta guardare alle politiche contraddittorie attuate da varie nazioni verso Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altre nazioni dai gravi problemi interni. Ciò vale per le politiche distruttive basate su “interessi dalla mentalità ristretta”. La Federazione russa conosce le convulsioni di intere aree dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza dei popoli in Europa orientale. Una volta che Vladimir Putin ha preso il timone, gradualmente la Federazione russa è divenuta potente con la centralizzazione e l’esecuzione di diverse politiche interne ed estere. Inoltre, la Federazione Russa ha una posizione unica essendo prevalentemente di fede cristiana ortodossa, ha anche una consistente minoranza musulmana nazionale. Infatti, in alcune parti della Federazione russa la fede musulmana è maggioritaria. Inoltre la realtà geografica della nazione appartenente alla casa eurasiatica, collega Europa ed Asia. Pertanto, i leader politici della nazione vogliono smorzare le divisioni attualmente esistenti in molte parti dello spazio geografico coincidente con la Federazione russa, insieme alla tradizionale proiezione di potenza in alcune parti di Medio Oriente, Balcani, Asia centrale, Asia del Nord-Est ed Europa.

Giappone e crisi degli ostaggi
La morte di dieci cittadini giapponesi in Algeria (2013) per mano di terroristi islamici è un chiaro richiamo al governo di Tokyo di dover svolgere un ruolo più costruttivo nella politica internazionale. Il Giappone sostiene le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni che si occupano di educare, alleviare la povertà e sostenere i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, spesso sembra che il Giappone sia troppo legato agli USA, anche quando ciò gli è dannoso. Naturalmente, le relazioni tra Giappone e USA rimarranno la spina dorsale della politica estera del Giappone, non del tutto negativa. Ad esempio, le forze statunitensi aiutarono notevolmente il Giappone dopo il brutale terremoto di magnitudo 9.0 che innescò lo tsunami che uccise molte persone. Inoltre, la regione del nord-est asiatico è molto volatile e data la realtà dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, è chiaro che gli USA hanno un ruolo importante nella difesa del Giappone, contenendo possibili situazioni regionali pericolose. Nonostante ciò, quando si tratta di altri aspetti connessi alle ambizioni geopolitiche degli USA il Giappone dovrebbe valutare ogni situazione per merito, piuttosto che dare carta bianca agli USA. Hillary Clinton, ex-segretaria di Stato, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i terroristi algerini ricevano armi dalla Libia. Non vi è dubbio che i maliani dell’AQIM ricevano armi dalla Libia”. L’omissione di Hillary Clinton è un altro richiamo deciso al contraccolpo che ha creato l’attuale crisi regressiva in Afghanistan e Pakistan, permettendo l’11 settembre. Gli USA ancora una volta confermano che la destabilizzazione della Libia e i tragici eventi nel 2013 in Algeria sono correlati. Nel complesso, il governo del Giappone dovrebbe chiedersi chi siano gli attori della destabilizzazione della vasta regione che si estende dall’Afghanistan al Mali? La Federazione russa o, in tutta onestà, USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo? Altrettanto importante, cittadini giapponesi muoiono a causa dell’ingerenza degli alleati negli affari interni altrui, o sono minacciati dalle politiche della Federazione Russa? Se il Giappone ne vuole uscire cercando di proteggere i propri cittadini, allora è giunto il momento di promuovere relazioni più strette con la Federazione russa e di temere le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti amici.f04da2db148412e969f204Il Giappone accusa la Cina di rubare gas dal mare
Tyler Durden Zerohedge 22 /07/2015

Negli ultimi mesi la Cina si trova al centro di un piuttosto vivace “dibattito” internazionale sulla bonifica delle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Per ricapitolare, Pechino ha creato più di 1500 acri di territorio sovrano sull’arcipelago Spratly utilizzando draghe per costruire isole artificiali in cima alle scogliere. Anche se la Cina non è il primo Paese ad intraprendere la bonifica nella regione, i suoi progetti sono descritti da Stati Uniti e alleati come molto più ambiziosi dei vicini. La situazione è peggiorata rapidamente quando la marina cinese ha minacciato un aereo-spia statunitense con a bordo un team della CNN. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvistato artiglieria su una delle isole e l’intera situazione è culminata nella propaganda esilarante dei cinesi apparentemente pronti a dimostrare che la vita sulle nuove isole è solo ragazze, giardinaggio, maiali e cuccioli. Ora la Cina si trova al centro di un altro contenzioso marittimo, questa volta la costruzione di piattaforme petrolifere e gasifere nel Mar Cinese Orientale. Reuters: “La Cina si riserva il diritto di una “reazione necessaria” dopo che il Giappone ha pubblicato una revisione della Difesa invitando Pechino a fermare la costruzione di piattaforme di esplorazione nei pressi delle acque contese nel Mar Cinese orientale, ha detto il Ministero della Difesa. Nel documento Tokyo ha espresso preoccupazione che le trivellazioni cinesi possano colpire i giacimenti che si estendono nelle acque del Giappone. “Questo tipo di azione mette completamente a nudo la natura bifronte della politica estera del Giappone e ha un impatto negativo su pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico”, ha detto il Ministero della Difesa cinese in una dichiarazione. La Cina valuterà ulteriormente la revisione della Difesa del Giappone, o libro bianco, quando il testo completo sarà diffuso e per poi adottare la “reazione necessaria a seconda della situazione”, ha detto. Nell’escalation della polemica, il Giappone ha pubblicato le foto aeree delle attività di costruzione cinesi nella zona, accusando Pechino di agire unilateralmente e di atteggiamento svogliato verso l’accordo del 2008 per lo sviluppo congiunto delle risorse. “Le attività di sviluppo della Cina nel Mar Cinese orientale non mostrano alcun segno di cessare. Dato l’aumento delle preoccupazioni dentro e fuori il Giappone sui vari tentativi della Cina di cambiare lo status quo, abbiamo deciso di diffondere ciò che può essere appropriatamente pubblicato”, ha detto il Capo del Segretario di Gabinetto Yoshihide Suga, in conferenza stampa“. A quanto pare “ciò che può essere diffuso”, sono le seguenti immagini:

ChinaOilRigs_risultatoEd ecco una mappa che mostra dove le piattaforme sono situate, in relazione alla linea di demarcazione che separa le zone economiche esclusive dei due Paesi.

ChinaOilRigMapAllora, qual è il problema, vi chiederete? Sembra che tutte le strutture siano nella parte cinese della linea. Bloomberg: “Il Ministero degli Esteri del Giappone ha presentato una mappa e fotografie di ciò che afferma siano 16 piattaforme marine cinesi nei pressi della parte giapponese delle acque contestate sul Mar Cinese Orientale. Le piattaforme sono sul lato cinese della latitudine che il Giappone sostiene debba segnare il confine tra le loro zone economiche esclusive. Il Giappone ha da tempo espresso preoccupazione che tali strutture aspirino gas dai giacimenti sottomarini che si estendono sul suo lato”. Quindi, in sostanza, il Giappone ritiene che la Cina stia tentando di derubarlo con la costruzione di impianti di perforazione proprio accanto alla linea per succhiare gas sottomarino verso la parte cinese. In altre parole:

Per quanto riguarda la posizione di Pechino, il Ministero degli Esteri afferma che le sue attività di esplorazione sono “giustificate, ragionevoli e legittime”. In ogni caso, la controversia non aiuterà le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà il processo diplomatico, va ritenuto che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali.
Dichiarazione completa dalla Ministero degli Esteri giapponese: “Negli ultimi anni, la Cina ha rivitalizzato lo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, mentre il governo ha confermato che nella parte cinese della linea di divisione geografica vi sono 16 strutture finora. Le 2 zone economiche esclusive sulla piattaforma continentale del Mar Cinese orientale non sono ancora state definite, e il Giappone ritiene che ciò vada effettuato sulla base della latitudine. Così in assenza di confini definiti, anche se nella parte cinese della linea di divisione, è estremamente deplorevole che la parte cinese promuova attività di sviluppo unilaterali. Il governo chiede alla parte cinese di fermare le attività di sviluppo unilaterale, coerentemente all’accordo sulla cooperazione tra Giappone e Cina sullo sviluppo delle risorse del Mar Cinese Orientale del giugno 2008. Richiedendo la rapida ripresa dei negoziati per l’attuazione; richiesta ancora una volta con forza. La posizione giuridica del Giappone sullo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, oggi, in base alle disposizioni pertinenti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM), che definiscono la zona economica esclusiva e territoriale sulla piattaforma continentale marittima per 200 miglia marine. Dato che la distanza tra i confini territoriali marittimi sul Mar Cinese Orientale è meno di 400 miglia marine, la zona economica esclusiva e la piattaforma continentale si sovrappongono e vi è la necessità di ridefinirle. Alla luce delle pertinenti e precedenti disposizioni internazionali del CNUDM, vanno definite le acque territoriali con soluzione equa. (Nota: un miglio marittimo = 1,852 chilometri, 200 miglia marine = 370,4 km) (1) La parte cinese estende la divisione nel Mar Cinese orientale quale naturale estensione della terraferma sulla piattaforma continentale e le isole del Mar Cinese Orientale, in contrasto agli obblighi, dato che la divisione non segue la latitudine e senza che la parte cinese ne definisca i limiti, sostenendo che la piattaforma continentale si estenda naturalmente fino ad Okinawa. (2) D’altra parte, si tratta dell’estensione del teoria del 1960 che utilizza la giurisprudenza sulla delimitazione della piattaforma continentale dei Paesi confinanti, concetto adottato in passato dal diritto internazionale. Sulla base delle disposizioni internazionali pertinenti e successive della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982 sui confini delle acque territoriali dei Paesi a meno di 400 miglia nautiche, si è piuttosto ricorso alla teoria dell’estensione naturale, anche se non ha alcun significato giuridico, come ad Okinawa (perforazione del fondale marino). Pertanto, l’idea che si possa vantare una piattaforma continentale fino al Canale di Okinawa non ha fondamento alla luce della normativa internazionale vigente. (3) Su tale premessa, il nostro Paese ha preso posizione sui confini e può esercitare diritti sovrani e giurisdizione nella parte giapponese del territorio marittimo delimitato. Ciò senza abbandonare la latitudine quale confine definito al momento per l’esercizio dei diritti sovrani e la giurisdizione nelle acque delimitate. Pertanto, poiché la demarcazione nel Mar Cinese orientale non è definita, in una situazione in cui la parte cinese non riconosce alcun reclamo relativo ai confini e alla zona economica esclusiva a 200 miglia marine, le acque territoriali del nostro Paese non diversamente, infatti, hanno titolo sulla piattaforma continentale”.map-locating-disputed-southLa Cina furiosa sulle immagini: “Il Giappone cerca il confronto”
Tyler Durden Zerohedge 23/07/2015

IslandDispute_risultatoAvevamo dettagliato l’ultima disputa marittima della Cina con un alleato degli Stati Uniti. Proprio mentre l’incessante andirivieni per la dimostrazione di forza sulle attività di bonifica di Pechino nelle Spratlys diminuiva, Washington e Manila hanno passato il testimone a Tokyo nella gara per vedere chi può spingere l’ELP allo scontro navale. Ricapitolando, il Giappone crede che la Cina stia posizionando strategicamente piattaforme nei pressi della linea di divisione geografica per dirottare il gas sottomarino dalle acque giapponesi.… La posizione di Tokyo è che le attività di esplorazione di Pechino violano l’accordo del 2008 sullo sviluppo congiunto tra i due Paesi. Pechino, d’altra parte, “erroneamente” ritiene di avere il diritto di sviluppare i giacimenti di ga situati nelle sue acque territoriali. Come avevamo notato, la garanzia del capo di gabinetto Yoshihide Suga che il battibecco non mette in pericolo il lento disgelo delle relazioni sino-giapponesi non convince, date le circostanze: “La disputa non aiuterà per nulla le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà i progressi diplomatici, va immaginato che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali”. Certo, la Cina alza la retorica di una tacca. Reuters: “La diffusione da parte del Giappone di immagini sulle attività di costruzione cinesi nel Mar Cinese Orientale possono soltanto provocare lo scontro tra i due Paesi e non aiutano gli sforzi per promuovere il dialogo, ha detto il Ministero degli Esteri cinese. In una dichiarazione il Ministero ha detto che ha tutto il diritto di sviluppare le risorse petrolifere e gasifere nelle acque che rientrano sotto la sua giurisdizione. Quello che ha fatto il Giappone provoca il confronto tra i due Paesi, e non è affatto costruttivo per la gestione della situazione nel Mar Cinese Orientale e il miglioramento delle relazioni bilaterali”, ha detto”. Secondo alcune fonti, le operazioni di sviluppo cinesi sono legate alla lunga disputa sulle isole tra i due Paesi. Ancora Reuters: “Nel 2012, il governo giapponese fu irritato da Pechino con l’acquisizione di una contestata catena di isole disabitate nel Mar Cinese orientale. Finora Pechino aveva ridotto le attività secondo un accodo con il Giappone per lo sviluppo congiunto delle risorse sottomarine nelle zone contese”. Quindi, dispettosa rappresaglia o legittimi esplorazione e sviluppo? Lasceremo ai lettori decidere con l’aiuto dei seguenti dati della BBC sulla storia sulla isole Senkaku. Dalla BBC, “Al centro della disputa vi sono otto isole disabitate e scogli nel Mar Cinese Orientale, dalla superficie totale di circa 7 kmq a nord-est di Taiwan, ad est del continente cinese e a sud-ovest della prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Le isole sono controllate dal Giappone, e sono importanti perché vicine alle più importanti rotte, hanno fondali ricchi e vicini a potenziali giacimenti di petrolio e gas. Sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico. Il Giappone dice che esplorò le isole per 10 anni nel 19.mo secolo scoprendo che erano disabitate. Il 14 gennaio 1895 il Giappone vi pose la sua sovranità, annettendole formalmente al territorio giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinunciò alle pretesa su una serie di territori e isole tra cui Taiwan, nel Trattato di San Francisco del 1951. Queste isole, tuttavia, passarono sotto amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti e furono restituite al Giappone nel 1971 con l’accordo di restituzione di Okinawa. Il Giappone dice che la Cina non sollevò obiezioni e che solo dal 1970, quando emerse la questione delle risorse petrolifere della zona, le autorità cinesi e taiwanesi iniziarono ad avanzare le loro richieste. La Cina dice che le isole fanno parte del suo territorio da sempre, essendo importanti zone di pesca gestite dalla provincia di Taiwan”.

201292553837941734_20Il Giappone tenta di affondare i tedeschi sulla costruzione di sottomarini per l’Australia
Sputnik 23/07/2015

Con l’Australia che vuole assegnare un contratto da 50 miliardi di dollari per dei sottomarini, l’opzione populista riguarda una società tedesca che favorisce l’economia australiana utilizzando manodopera locale. Ma un consorzio di aziende giapponesi e inglesi tenta di farsi assegnare il contratto, mettendo i politici di Canberra in una posizione difficile. Puntando a un programma per sottomarini da 50 miliardi di dollari, l’azienda della difesa tedesca ThyssenKrupp (TKMS) ha lanciato un appello al partito liberale del primo ministro Tony Abbott. In caso di aggiudicazione, TKMS assumerà imprenditori australiani per costruire i sottomarini. Questa sarebbe una spinta importante per l’economia australiana, facendo del Paese un costruttore navale regionale a lungo termine. Ma TKMS ha una nuova concorrenza, secondo anonimi funzionari del governo giapponese. Due grandi aziende inglesi, Babcock International Group e BAE Systems, sono in trattative con il governo giapponese. L’obiettivo è assicurarsi che il contratto dell’Australia vada alle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Kawasaki Heavy Industries.Con la Mitsubishi Heavy che prende l’iniziativa, raccogliamo informazioni da aziende giapponesi e straniere sull’industria australiana, ma non possiamo rivelarne i nomi“, un portavoce del ministero della Difesa giapponese ha detto a Reuters. Le società inglesi sono saldamente insediate in Australia. Babcock esegue lavori di manutenzione per la flotta sottomarina di Canberra, mentre BAE Systems impiega 4500 persone nella costruzione di navi d’assalto anfibio da 27000 tonnellate. Le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i concorrenti europei fuori dal mercato. “Il Giappone è senza dubbio avanti tecnologicamente a tedeschi e francesi, ma è in ritardo negli affari in Australia e nell’organizzarvi un pacchetto industriale“, ha detto una fonte giapponese. Vi è inoltre la possibilità che la società svedese SAAB collabori con il Giappone, anche se non ha commentato un coinvolgimento. Nonostante la crescente opposizione del gruppo internazionale, TKMS rimane fiduciosa che i benefici che fornirebbe all’economia australiana, saranno troppo forti per essere ignorati dal governo. “Ci sono molti politici… che non saranno molto felici se questo costoso e sofisticato programma da 50 miliardi risolverà il disavanzo del Giappone“, ha detto alla Reuters il Presidente della TKMS Australia John White. “Penso che sia interessante costruire sottomarini in Australia“, ha aggiunto il senatore Sean Edwards, presidente della commissione economica, “Credo che sia un problema per il Giappone“. Tuttavia, la pressione politica potrebbe favorire Tokyo. Il primo ministro Abbott l’ha descritto come il più importante alleato regionale dell’Australia, e anche gli Stati Uniti spingono per relazioni più forti tra Canberra e Tokyo. Soprattutto a causa dell’interesse nel contrastare ciò che considera come crescente minaccia cinese nel Mar Cinese Meridionale, Washington fa pressioni sugli alleati del Pacifico per avere legami più stretti. Giappone e Australia sono cruciali per gli obiettivi del Pentagono nella regione. Una decisione non sarà presa prima di novembre, dopo che il Ministero della Difesa avrà tempo di rivedere i preventivi presentati dagli offerenti.1024979564Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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