Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo incubo degli USA: India, Cina e Russia

Svobodnaja Pressa RBTH 15 maggio 2015

La Russia avidamente spera nel riavvicinamento tra India e Cina, dopo la visita di alto profilo del primo ministro indiano Narendra Modi in Cina. Se le tensioni politiche tra India e Cina diminuiscono Russia, India e Cina (RIC) insieme inizieranno ad essere il motore economico e strategico del mondo, preoccupando gli Stati Uniti.modi-xi-759Il primo ministro indiano Narendra Modi s’è recato in Cina il 14 maggio per i negoziati con il Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Nell’ambito della visita, Modi spera in una svolta nei rapporti con la Cina, finora ostacolata da disputa di confine e rivendicazioni territoriali. A giudicare dagli indicatori indiretti, la visita potrebbe essere la svolta nelle relazioni tra New Delhi e Pechino. Il programma della visita di Modi in Cina sarà tale che il primo ministro indiano sarà ricevuto dai massimi funzionari cinesi. Rompendo il protocollo, il presidente cinese s’è recato nella città natale di Xian, incontrando personalmente Modi non solo per un vertice durato più di 90 minuti, ma anche per un tour informale nei principali siti storici buddisti di Xian. È la prima volta che Xi riceve un leader fuori Pechino. Il gesto è visto come un serio tentativo di ridurre le differenze e “rafforzare la fiducia” tra i due Paesi. Il Presidente Xi risponde al gesto simile di Modi quando visitò l’India nel settembre scorso. Modi aveva ricevuto Xi nella sua nativa Ahmadabad. Il primo ministro indiano era a Pechino per incontrare il premier cinese Li Keqiang. La sua visita si conclude con un viaggio a Shanghai dove la delegazione indiana avrà dei negoziati con i rappresentanti degli ambienti economici cinesi. Per la Russia, il riavvicinamento tra India e Cina è una questione di fondamentale importanza. Per molto tempo, il concetto di triangolo strategico tra Russia, Cina e India è esistito, ma fino a poco prima non appariva particolarmente redditizio. Il RIC, come gruppo, è stato soprattutto un forum economico, senza molto da mostrare in termini strategici. Il conflitto tra Cina e India sui confini è irrisolto e sembra intrattabile. Con questa visita è probabile che alcune questioni saranno risolte e le difficoltà principali nell’integrazione economica dell’Eurasia potrebbero essere risolte. Ciò significa che Mosca dispone di nuove opportunità in Oriente. In questo contesto, la conversazione telefonica tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro indiano, il giorno prima della visita in Cina, è significativa. Secondo il servizio stampa del Cremlino, e un tweet di Modi, il primo ministro indiano ha confermato la partecipazione al prossimo vertice BRICS di luglio e al vertice della Shanghai Cooperation Organization a Ufa. Ha anche discusso con il Presidente su varie questioni russe connesse all’espansione del partenariato strategico e privilegiato russo-indiano. La settimana scorsa, Putin ha ricevuto il presidente cinese Xi a Mosca, dove più di 30 accordi sono stati firmati dai due leader.(FOCUS)CHINA-XI'AN-INDIAN PM-MODI-VISITING (CN)Svobodnaja Pressa (SP): Cosa significa il riavvicinamento tra i due giganti economici asiatici per la Russia?
“L’idea di un triangolo russo, cinese e indiano fu avanzato da Evgenij Primakov, alla fine degli anni ’90”, ha detto Aleksej Maslov, direttore del Centro di ricerca strategica sulla Cina presso l’Università russa dell’Amicizia dei Popoli e a capo del Dipartimento di Studi Orientali presso la Scuola Superiore di Economia. “Ma allora si pensava che la Russia avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel ‘triangolo’. Ora è chiaro che la Cina avrà questo ruolo, cambiando l’intera situazione”, ha detto. “Bisogna capire che il rafforzamento del triangolo avverrà secondo il concetto cinese di nuova ‘Grande Via della Seta’. In altre parole, la Cina unirà i Paesi secondo un comune interesse, soprattutto economico”.

SP: In particolare quali progetti potrebbero unire India, Cina e Russia?
“Prima di tutto è il passaggio alle transazioni in valuta comune. È chiaro che tale valuta non apparirà domani, ma nel migliore dei casi tra 5-6 anni. È un progetto molto interessante. Inoltre, i nostri tre Paesi possono introdurre un sistema commerciale preferenziale e creare società miste. Probabilmente possiamo sviluppare rotte ferroviarie e aree commerciali comuni. In sostanza, oggi la Cina crea una nuova realtà politica, ed è Pechino che la controlla. Molto dipende da quanto efficacemente la Cina normalizzerà le relazioni con l’India. Non è facile considerando le rivendicazioni territoriali e il conflitto che causano, apparsi nelle precedenti trattative indiano-cinesi”.

SP: Pensa che Pechino ci riesca?
“Mi aspetto che la visita Modi concluda un accordo che congeli le dispute territoriali. Penso che la Cina adotterà misure economiche per dare all’India credito per sviluppare la propria industria. Devo dire che oggi l’India è un concorrente naturale della Cina per costi di produzione. E’ possibile che la Cina individui alcune imprese in India. Nel prossimo futuro inizieranno i lavori degli investimenti cinesi in strade e ferrovie nel nord dell’India. In sostanza, nel quadro del progetto Grande Via della Seta, Pechino spera di aver il controllo su un vasto territorio, dal Sud-Est asiatico al Caucaso. Questo concetto implica integrazione economica, cooperazione finanziaria e politica, logistica e infrastrutture comuni. Per ora questo concetto comprende i territori della Cina, più i Paesi vicini come le repubbliche dell’Asia centrale e i Paesi del sud-est asiatico. La Russia non l’ha ancora sottoscritto, ma ha detto che è pronta alla cooperazione nel quadro delle due unioni; la Via della Seta e l’Unione economica eurasiatica. (L’India non aderirebbe al progetto di Via della Seta)”.

SP: Si può dire che in questa situazione, sia particolarmente vantaggioso per la Russia volgersi a Est?
“Allo stato attuale, la Russia è il maggiore Paese che sostiene la “politica espansionistica della Cina”, rafforzando le nostre posizioni politiche ed economiche. D’altra parte, una serie di rischi e conflitti possono sorgere in futuro, che potranno essere risolti solo se la Russia potrà coinvolgervi ugualmente occidente e Oriente”, ha detto Maslov. “Tra Pechino e New Delhi c’è una disputa territoriale, derivante dalla (prima) guerra di confine sino-indiana nel 1962, che si concluse con la sconfitta dell’India”, osserva Andrej Ostrovskij, vicedirettore dell’Istituto di Studi Estremo Orientali, e membro dell’Associazione europea dei sinologi. “Come risultato, l’India ora occupa una parte del territorio cinese, nello Stato di Arunachal Pradesh, e la Cina una parte del territorio indiano, l’altopiano di Aksai Chin. Fino a quando tali dispute territoriali non saranno risolte, avere normali relazioni tra i due Paesi sarà piuttosto difficile. Tuttavia, questi problemi possono essere risolti a poco a poco, attraverso i negoziati. Prendiamo ad esempio le relazioni Russia-Cina. Nel 1964, quando Mao Zedong per la prima volta sollevò la questione del destino di 1,5 milioni di chilometri quadrati che la Russia zarista aveva preso alla Cina, il problema era ben lungi dall’essere risolto. Tuttavia nel 2004, 40 anni dopo, fu effettuata la demarcazione definitiva del confine russo-cinese. Data la buona volontà di entrambe le parti, i Paesi poterono perfettamente risolvere le questioni di confine. Non appena Cina e India risolveranno le loro dispute territoriali, tutte le altre questioni politiche saranno immediatamente risolte. Va detto che la soluzione del problema di confine è attesa da tempo, mentre i legami economici tra India e Cina si sviluppano molto rapidamente. Il volume del commercio estero India-Cina è paragonabile al volume degli scambi della Russia con la Cina, circa 100 miliardi di dollari. La cosa importante è che i problemi tra India e Cina saranno affrontati non solo nel formato BRICS ma anche nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO), in cui la Russia ha un ruolo importante. Come sappiamo, Nuova Delhi ha presentato domanda di adesione alla SCO ed è del tutto possibile che durante il vertice SCO a Ufa, a luglio, sarà approvata la richiesta dell’India”.

SP: Che cosa costituiscono gli interessi economici comuni di India e Cina?
“Di particolare interesse sono i mercati di entrambi i Paesi, che sono enormi. Infatti, quasi tutta la produzione in surplus di cui la Cina è capace può essere venduta all’India, e viceversa. Inoltre, ci sono anche prodotti e servizi esclusivi dell’India o della Cina. In India sono prima di tutto i servizi di informazione e software, mentre la Cina spera di costruirvi una rete ferroviaria ad alta velocità”.

SP: Qual è il posto della Russia in queste due economie?
“Il nostro posto nell’economia cinese emerge dai 32 accordi firmati dal Presidente Xi durante la visita di maggio a Mosca. Secondo questi accordi, la Cina investirà nel nostro programma di sviluppo delle infrastrutture. Oltre alla ferrovia ad alta velocità da Mosca a Pechino, che sarà costruita nel 2023, abbiamo progetti infrastrutturali comuni in Asia, come ad esempio la costruzione della linea ferroviaria Kyzyl-Kuragino e il porto in Estremo Oriente. Inoltre la Cina fornisce alla Russia credito. Noi invece forniremo gas alla Cina per la via occidentale, così come 100 velivoli Sukhoj Superjet. L’India anche è interessata al gas russo. Il Paese è enorme e non dispone di risorse energetiche sufficienti. Sì, esistono problemi nell’organizzare la fornitura di gas, per esempio per il terreno difficile. Tuttavia, come i cinesi dimostrano con la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità per il Tibet, ciò non è insormontabile”, ha detto Ostrovskij.new-railway_0909Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa fa Washington in Asia centrale?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 05/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AWILLS PAGEDa quando la CIA ha finanziato e addestrato oltre centomila jihadisti, tra cui il fanatico saudita Usama bin Ladin, per intraprendere una guerra per procura decennale contro le forze dell’esercito sovietico in Afghanistan, Washington è ossessionata dall’idea di penetrare nell’Asia centrale per incunearsi tra Cina e Russia. I primi tentativi sulla scia della presenza delle forze statunitensi in Afghanistan post-2001, hanno avuto alterne fortune. Ora sembra che Washington cerchi freneticamente di ripetersi, anche richiamando il vecchio ambasciatore degli USA Richard M. Miles per dirigere un nuovo tentativo di rivoluzione colorata. Sembra che ci sia urgenza nella nuova attenzione di Washington sull’Asia centrale. La Russia non viene destabilizzata dalle sanzioni finanziarie di Stati Uniti e Unione europea; piuttosto è più vivace che mai facendo accordi economici e militari strategici apparentemente ovunque. E il vicino eurasiatico della Russia, la Repubblica Popolare Cinese, ha piani per costruire con la Russia rotte energetiche e collegamenti ferroviari ad alta velocità in tutta l’Eurasia. Washington sembra rispondere. Il problema dei neoconservatori di Washington è che non sono molto creativi nel comprendere le maggiori conseguenze delle loro azioni alquanto stupide. E i loro traffici loschi sono molto noti non solo a Mosca, ma anche in Uzbekistan, Kirghizistan e altre repubbliche dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica.

L’imminente boom economico dell’Eurasia
Le repubbliche dell’Asia centrale, soprattutto Kirghizistan e Uzbekistan, si posizionano strategicamente tra Cina, Kazakistan e Russia, al centro della regione in via di boom economico conseguente alle reti ferroviarie ad alta velocità della nuova Via della Seta della Cina. Tali reti ferroviarie creeranno un rotta altamente efficiente ed indipendente dalla possibile interferenza statunitense sulle rotte marittime, agevolando il commercio in rapida crescita in Eurasia e potenzialmente anche nella sfortunata UE, se mai avrà il coraggio di mollare Washington. La Cina ha recentemente fatto notizia con la costituzione della sua Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), chiara rivale di FMI e Banca asiatica di sviluppo controllati dagli Stati Uniti, quando Regno Unito, Germania, Francia e la maggior parte delle più importanti nazioni, ad eccezione di Stati Uniti, Canada, Messico e Giappone, si precipitarono entrando da membri fondatori in ciò che promette essere la locomotiva economica globale per almeno il prossimo mezzo secolo o più, se guidata correttamente. L’AIIB è stata fondata da Pechino con il contributo iniziale di 50 miliardi di dollari per finanziare in parte la Nuova Via della Seta. Recentemente Pechino ha anche ripreso un piano per costruire un collegamento ferroviario dal Xinjiang della Cina all’Uzbekistan attraverso il territorio del nord Kirghizistan. I piani iniziali furono sabotati nel 2005, quando una rivoluzione colorata istigata dagli USA rese il Kirghizistan instabile. Il 21 gennaio 2015, il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciava che il suo governo aveva inviato una delegazione a Pechino per concludere i dettagli del progetto da 2 miliardi di dollari per una tratta ferroviaria di 270 km da Kashgar, nel Xinjiang della Cina occidentale, a Andijan nell’Uzbekistan orientale, via oblast Naryn e Osh del Kirghizistan. In una recente nota, il Foreign Office inglese rileva che il progetto ferroviario darebbe vantaggi significativi all’Uzbekistan e soprattutto alla Cina, facendo anche avanzare i progetti ferroviari eurasiatici della Nuova Via della Seta, rilevando che la Cina creerebbe una rotta terrestre supplementare attraverso l’Asia centrale, per le sue esportazioni ai mercati europei, se si collegasse alle rete ferroviarie uzbeka e turkmena fino al Mar Caspio. Inoltre migliorerebbe l’accesso cinese a oro, carbone e altri minerali del Kirghizistan, uno Stato economicamente dimenticato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e dalla dichiarazione dell’indipendenza. Per l’Uzbekistan, la nota del Foreign Office rileva che la nuova linea ferroviaria permetterebbe il commercio con i mercati dell’Asia-Pacifico, ciò sarebbe particolarmente importante per l’impianto automobilistico GM-UzDaewoo della regione di Andijan, che riceve importazioni regolari di componenti dalla Corea del Sud. Per il Kirghizistan, ciò offrirebbe la possibilità di guadagnare dalle tariffe di transito fino a 200 milioni di dollari l’anno, secondo alcune stime, oltre a creare 20000 posti di lavoro nella relativa costruzione. Così vi sono possibili vantaggi dall’apertura del Kirghizistan a significativi investimenti cinesi nel settore minerario, di cui l’economia kirghisa ha doloroso bisogno. Un altro progresso economico e geopolitica eurasiatico si ebbe il 9 aprile, quando il Pakistan annunciava che, una volta che le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran saranno tolte, procederà nella costruzione, da tempo in stallo, del gasdotto Iran-Pakistan da 7,5 miliardi dollari dal porto pakistano di Gwadar alla città di Nawabshah nel sud-est del Pakistan, per fornire i necessari 4500 megawatt di energia elettrica. Nel 2014 Washington sabotò il progetto, sostanzialmente corrompendo il governo del Pakistan, finanziariamente legato per 1,5 miliardi di dollari ai sauditi, affinché abbandonasse il progetto. Washington minacciò il Pakistan se violava le sanzioni economiche contro l’Iran. Washington, come Wall Street, preferisce usare i soldi degli altri popoli per far avanzare la propria agenda. Un anno dopo, speso il denaro saudita, il Pakistan annunciava che il gasdotto sarebbe stato portato avanti. Il Pakistan s’è tranquillamente assicurato un prestito da 2 miliardi dollari dalla… Cina. Il segmento in Pakistan del gasdotto sarà di 485 km, finanziato dal prestito cinese e la costruzione sarà effettuata dalla compagnia energetica statale cinese CNPC. L’Iran ha già completato il suo segmento di 560 km.bakou-petroleWashington corre a sabotare
Con l’esplosione economica eurasiatica per i collegamenti, ferroviari e gasdotti transnazionali, Washington ha capito di dover reagire per non essere sopraffatta dalla Shanghai Cooperation Organization di Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Non solo, nel gennaio 2015 Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia lanciavano l’Unione economica eurasiatica con il Kirghizistan che ha in programma di aderirvi. E’ la stessa unione economica che l’Ucraina del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich cui decise di aderire piuttosto che accettare la proposta irrisoria di associazione con l’UE. L’assistente del segretario di Stato di Washington Viktoria Nuland e il solito branco di falchi neoconservatori scatenarono le proteste di Piazza Majdan via Twitter e nel febbraio 2014, il colpo di Stato per bloccare il passo dell’Ucraina. Quindi vale la pena notare che a fine marzo 2015, il giornale del Kirghizistan Delo No riferiva che un misterioso aereo ucraino aveva scaricato 150 tonnellate di merci, etichettate “posta diplomatica”, per l’ambasciata statunitense nella capitale kirghiza Bishkek, alla fine di marzo. Lo status di posta diplomatica significava che non poteva essere controllata dalla polizia doganale kirghisa. A quanto pare il personale dell’ambasciata statunitense a Bishkek foffre di grafomania furiosa. Il giornale riferì che il carico fu consegnato con due voli dell’aviogetto da trasporto Antonov An-124 della compagnia aerea ucraina Avialinii, il 28 marzo e 30 marzo, e ogni volta l’aereo proveniva dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti Abu Dhabi, dirtetto all’aeroporto internazionale di Manas. Vale la pena notare che nel novembre 2013 l’ambasciata statunitense a Kiev ricevette “carichi diplomatici” consegnati da aerei da trasporto dell’US Air Force. L’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino Aleksander Jakimenko fu citato dal notiziario Vesti.ru dire che i carichi di Kiev includevano scatole con 60 milioni di dollari in banconote di piccolo taglio distribuite ai manifestanti di Piazza Majdan a Kiev, durante le rivolte antigovernative di fine 2013; ecco l’idea di Victoria Nuland della democrazia. Fino all’aprile 2014 il governo degli Stati Uniti aveva una base aerea strategica a Manas in Kirghizistan, totalmente immune dal controllo del Kirghizistan. I media indicavano all’epoca che aerei da trasporto militari degli Stati Uniti carichi di eroina afgana atterravano nel volo verso Russia ed UE.
Nel novembre 2014, il segretario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) Nikolaj Bordjuzha accusò l’occidente di tentare di destabilizzare i Paesi della CSTO. La Collective Security Treaty Organization è un’alleanza di sicurezza di Stati ex-sovietici, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan che cooperano su questioni strategiche. Bordjuzha accusò che l’attività di “ONG finanziate da agenti occidentali” era aumentata nella regione. Bordjuzha accusò l’occidente di destabilizzare i Paesi CSTO. Come prova citò “l’aumento sproporzionato del numero di funzionari delle ambasciate occidentali, in particolare quelle degli Stati Uniti, così come l’attivazione di numerose ONG finanziate dagli occidentali“. Osservò che poco prima del lancio del colpo di Stato a Kiev di Washington, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev esplose fino all’incredibile cifra di 1500, in un Paese dove l’unico interesse di Washington era incunearsi tra Russia, Cina e Unione europea. Poi il 5 febbraio 2015, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di aver riassunto il 78enne creatore delle rivoluzioni colorate Richard M. Miles, quale “incaricato d’affari ad interim” presso l’ambasciata statunitense a Bishkek, Kirghizistan. Miles era dietro la “rivoluzione delle rose” della CIA, che in modo fraudolento installò l’agente di Washington Mikhail Saakashvili a presidente della Repubblica della Georgia, nonché simili operazioni sporche negli anni ’90 in Azerbaigian, dove BP e compagnie petrolifere statunitensi volevano costruire l’oleodotto Baku – Ceyhan attraverso la Georgia, per evitare l’oleodotto russo che attraversava la Cecenia. La nomina di Miles è avvenuta quando l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland, neocon ex-assistente di Dick Cheney ed ex-ambasciatrice nella NATO fu fondamentale nel colpo di Stato a Kiev del 2014, e si recò nel Caucaso meridionale per visitare i governi di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Washington mira chiaramente a devastare con le rivoluzioni colorate l’Asia centrale, al fine di sabotare il rapido sviluppo economico eurasiatico. Il Kirghizistan è particolarmente strategico per tale scopo, con il caos che minaccerebbe subito la cooperazione economica tra Cina, Russia e Kazakistan. Possiamo aspettarci una nuova ondata di rivoluzioni colorate orchestrate da Washington in Kirghizistan e Asia centrale. Probabilmente includeranno anche il Baluchistan in Pakistan, dove i jihadisti radicali sostenuti dalla CIA si preparano a sabotare il gasdotto Iran-Pakistan-Cina che attraversa il Belucistan. Il tutto è alquanto faticoso, ma una superpotenza decadente non è generalmente più creativa.

Modo di definire "valigia diplomatica", no?

Modo di definire il concetto di “valigia diplomatica”, no?

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’associazione strategica tra Russia e Argentina promuove la costruzione del mondo multipolare

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora6992531_crop1429562105044.jpg_1718483346Il mondo attuale favorisce la creazione di partenariati tra Paesi emergenti volti a creare un ordine mondiale multipolare. La visita della presidentessa dell’Argentina a Mosca, la terza settimana di aprile, è chiaro esempio di questo processo, avendo l’obiettivo di articolare un partenariato strategico a lungo termine. Il 22 ottobre, Federazione Russa e Repubblica di Argentina compivano 130 anni di relazioni diplomatiche. Non c’è tempo per la contemplazione, lo scenario globale prevede grandi sfide che richiedono il consolidamento di alleanze multivettoriali. Una visione strategica inizia sempre creando aree di cooperazione economica (commercio, investimenti, ecc,) rafforzate finanziariamente per giungere ai campi dell’energia e della geopolitica. Oltre 20 documenti firmati dalla presidentessa dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner (CFK), durante l’incontro con l’omologo russo Vladimir Putin, sono la prova delle opportunità che emergono passando dagli accordi bilaterali alla “partnership strategica” (lanciata nel dicembre 2008 durante la presidenza di Dmitrij Medvedev) e al “partenariato strategico globale” (questo aprile). Il crescente riavvicinamento tra la Casa Rosada e il Cremlino evidenzia l’incapacità di Washington di sabotare la costruzione di un mondo multipolare. Nel primo decennio del secolo, l’imperialismo statunitense non è riuscito a contenere l’ascesa dei nuovi attori economico-politici in America Latina ed Eurasia. La geografia commerciale dell’Argentina, per esempio, è espressione della centralità dell’Oriente nell’economia globale: tra 2005 e 2013 gli scambi con Russia, India e Cina (insieme a Brasile e Sud Africa dei BRICS) sono passati dal 9,36 al 14 cento. Al contrario, la quota degli Stati Uniti è scesa dal 13 all’8,21% nello stesso periodo, secondo la banca dati sugli scambi dei beni delle Nazioni Unite (ONU Comtrade, nell’acronimo in inglese). Gli scambi commerciali tra Russia e Argentina nel frattempo sono aumentati da 260000 a 2446000 di dollari tra 2001 e 2013, aumentando di oltre il 940 per cento. Così la Russia ha superato, un paio di anni fa, gli scambi tra India e Argentina (1865000 di dollari) anche se ancora ben al di sotto del record raggiunto dalla Cina (16823000 dollari).
Le opportunità di investimento sono in rapida crescita negli alimentari, minerali, petrolio, software, ecc. Al forum business russo-argentino oltre 50 aziende argentine si sono incontrate per concludere accordi con un centinaio di controparti russe. Va inoltre sottolineato che la complementarità economica dovrebbe privilegiare rapidamente l’uso delle valute nazionali. Cosa impedisce di accelerare la “dedollarizzazione” del commercio bilaterale e degli investimenti? In termini di produzione energetica, secondo CFK, il nucleare avrà un ruolo maggiore in quanto, contrariamente all’energia convenzionale (petrolio, gas, carbone, ecc), è più conveniente, pulito e meno soggetto a fluttuazioni dei prezzi sul mercato mondiale. Quindi è stata approvata senza limitazioni la costruzione della sesta centrale nucleare in territorio argentino, dal costo di 2 miliardi di dollari. L’Atomic Energy Corporation (Rosatom) russa presenterà una serie di linee guida includenti il trasferimento di tecnologie e un piano finanziario della Banca di sviluppo russa (Vnesheconombank) con tassi d’interesse preferenziali per l’Argentina. L’azienda Power Machines s’impegnerà con i partner argentini ad installare un moderno sistema di turbine nella centrale idroelettrica di Chihuidos, situata sul fiume Neuquén (nel nord della Patagonia). Grazie alla collaborazione con la Russia, il governo argentino potrà risparmiare una quantità enorme di valuta estera acquistando meno combustibile per le centrali elettriche. Nel campo dei combustibili fossili, va notato che Russia e Argentina cercano di preservare il loro ruolo energetico globale. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA, nell’acronimo in inglese) gli abbondanti giacimenti di gas e petrolio (convenzionale e non) di entrambi i Paesi, li mettono tra le prime 5 potenze energetiche mondiali. Con l’obiettivo di approfondire la “partnership strategica”, Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) e Gazprom (la prima società gasifera russa) hanno raggiunto un importante protocollo d’intesa. Per la prima volta in assoluto, le due società condurranno investimenti congiunti per esplorazione, produzione e trasporto di idrocarburi in Argentina e Paesi terzi. D’altra parte, con l’esaurirsi delle fonti energetiche tradizionali, la propensione alla “geopoliticizzazione delle relazioni internazionali” aumenta promuovendo in tal modo la formazione di zone d’influenza e alleanze nel campo della geopolitica.
Mentre mediante guerra e occupazione, quali meccanismi di esproprio, le potenze occidentali cercano di garantire le materie prime alle loro aziende. Quali strategie sapranno resistere all’offensiva dell’imperialismo? Come costruire un muro di contenimento delle asimmetrie militari statunitensi? Senza dubbio, il “partenariato strategico globale” dovrebbe approfondire gli accordi su sicurezza e difesa con altre potenze geopolitiche, come Russia e Cina che, tra l’altro, sono gli unici Paesi in grado di controbilanciare le forze statunitensi in territorio latinoamericano. In breve, si assiste a un nuovo e veloce ordine economico e geopolitico in cui l’unipolarismo statunitense non trova posto. Con questa prospettiva, la cooperazione tecnico-militare con la Federazione russa è cruciale nel proteggere la sovranità dell’America Latina. Il governo argentino, in alleanza con Mosca, cercherà di neutralizzare da un lato l’intervento degli Stati Uniti nella regione, e dall’altro avrà maggiore capacità geopolitica rispetto all’incursione militare del Regno Unito sulle isole Malvinas. Negli ultimi anni, Buenos Aires ha acquistato dalla Russia 2 elicotteri Mi-17E e 4 navi polivalenti per pattugliare l’Atlantico del Sud. La terza settimana di aprile, in occasione della riunione con Sergej Shojgu, il ministro della Difesa argentino Agustin Rossi ha accettato di acquisire altri 3 elicotteri, formando una flotta di 5 velivoli, e un paio di jet da combattimento Su-24. Le due parti hanno approvato lo scambio di istruttori e militari per condurre operazioni di mantenimento della pace sotto le Nazioni Unite (ONU), la produzione congiunta di attrezzature militari ed esercitazioni militari (il Venezuela è il pioniere sudamericano nelle analoghe operazioni con la marina russa).
In conclusione, i governi di Russia e Argentina concordano sul fatto che sanzioni economiche unilaterali, invasioni ed attacchi dei fondi avvoltoio protetti dai tribunali di New York siano intollerabili oggi. Pertanto, la costruzione di un mondo multipolare richiede che entrambi i Paesi uniscano gli sforzi per articolare una strategia di sicurezza e difesa comune contro gli eccessi di Stati Uniti ed alleati…536475687.si.si*Laureato in economia presso la Universidad Nacional Autónoma de México.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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