L’Eurasia costruita da Cina e Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/05/2016Moscow-Beijing-Economies1may05aNel 1865, alla fine della guerra civile statunitense, il giornalista di New York Horace Greeley rese popolare l’espressione “Vai ad ovest, ragazzo, e cresci col Paese“. Oggi, 150 anni dopo, mentre l’economia colossale degli Stati Uniti d’America sprofonda nelle obsolescenza, esportazione della produzione, depressione e sconcertante disoccupazione reale, seguiti da molti Paesi dell’Unione europea, la parola d’ordine deve correttamente cambiare. “Vai ad est, ragazzo” e cresci con le economie in espansione dell’Eurasia, in particolare di Russia e Cina. Mentre aerei e navi da guerra della NATO agitano le sciabole presso i territori russi e cinesi, i due giganti dell’Eurasia forgiano rapporti più stretti che mai nella storia. L’alleanza dell’energia ne è al centro.

Sinergie dell’energia
Dal maggio 2014 Cina e Russia hanno deciso un’incredibilmente grande accordo energetico che rende la Cina meno vulnerabile a qualsiasi ricatto sui rifornimenti da NATO o Medio Oriente, e la Russia da qualsiasi ricatto sull’energia da Ucraina o UE. Nel maggio 2014 il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping firmavano il cosiddetto accordo sul gasdotto russo dell’Est, un contratto da 400 miliardi di dollari di oltre 30 anni che inizierà inviando 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Cina dal 2018. Fu seguito nel novembre 2014 da un accordo sul cosiddetto gasdotto dell’Ovest che collegherà i giacimenti di gas della Siberia occidentale alla Cina del nord-ovest attraverso la zona dell’Altaj e la regione autonoma del Xinjiang. Inoltre decidevano di aggiungervi le possibili seconda e terza sezioni aumentando la capacità agli impressionanti 100 miliardi di metri cubi l’anno. La Via Ovest ha la priorità e sarà terminata in sei anni. Quando i due gasdotti saranno operativi, la Russia fornirà circa il 59% dell’attuale consumo di gas naturale annuale cinese, sostituendo l’UE quale maggiore mercato di esportazione del gas russo. Oggi la Cina consuma 169 miliardi di metri cubi all’anno. Nella stessa riunione di Pechino, i presidenti delle compagnie petrolifere di Stato Rosneft e CNPC firmarono l’accordo per cui CNPC acquista una quota del 10% della controllata di Rosneft Vankorneft che gestisce l’enorme giacimento petrolifero russo Vankor. La Cina riceverà circa 7 miliardi di dollari di petrolio russo da Vankor secondo l’accordo. Poi, il 19 aprile il Primo Viceministro dell’Energia russo Aleksej Teksler aveva detto a RIA Novosti che alcune compagnie petrolifere Statali cinesi discutono l’acquisto del 19,5% della quota di Rosneft che sarà venduta ai privati a fine 2016. Il candidato probabile sarà la Compagnia petrolifera cinese CNPC.

Il progetto Jamal LNG finanziato dalla Cina
Il 3 maggio, il direttore generale del progetto Jamal LNG Export Terminal, nel nord-ovest della Siberia, annunciava ciò che chiaramente dispiace ai guerrieri delle sanzioni di Washington. Il consorzio del progetto LNG russo ha firmato un contratto di finanziamento con la China Exim Bank e la China Development Bank, estendendo un mutuo di 15 anni per il progetto da 9,3 miliardi di euro, circa il 75% dei fondi totali stimati affinché Jamal entri in produzione. A seguito delle sanzioni di Washington che impedivano alle principali società energetiche russe di raccogliere capitali nei mercati occidentali, Jamal sembrava assai improbabile. Come nota il sito della società, “lanciato a fine 2013, Jamal è non solo uno dei più complessi progetti di gas naturale liquefatto mai intrapresi ed è anche uno dei più competitivi… perché vanta vaste riserve di gas naturale nella penisola di Jamal; complesso che si trova al di sopra del circolo polare artico“. Suoi partner sono la russa Novatek, la cinese CNPC, la francese Total (20%) e significativamente il Fondo per la Via della Seta della Cina. OAO Novatek è il maggiore produttore di gas naturale indipendente della Russia, concentrato nella regione autonoma di Jamal-Nenets (YNAO) in Siberia occidentale, la più importante regione gasifera della Russia con circa l’80% della produzione di gas della Russia e il 16% della produzione globale di gas. Ora i cinesi si fanno carico del maggiore onere finanziario per attivare il gigantesco progetto Jamal. E’ anche significativo per il processo di de-dollarizzazione in Russia, Cina, Iran e altri Paesi eurasiatici che i prestiti cinesi siano denominati in euro e non in dollari USA. Appare chiaro che i furiosi neoconservatori di Washington vicini a Victoria Nuland del dipartimento di Stato e al segretario alla Difesa Ash Carter hanno dato il miglior contributo per avvicinare in modo inedito Cina e Russia. Sono riusciti in tale imponente impresa imponendo sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia e minacciando le rotte marittime della Cina, favorendo il terrorismo nello Xinjiang ed avanzando l'”Asia Pivot” e il TPP che esclude deliberatamente la Cina. Il risultato è che Russia e Cina forgiano profondi legami economici a lungo termine in Eurasia che alla fine saranno il centro della crescita economica mondiale, mentre la Nuova Via della Seta o progetto Fascia e Via della Cina collega Russia, Cina, Iran e vaste regioni dell’Eurasia con una nuova rete ferroviaria ad alta velocità, collegamenti portuali, energetici ed infrastrutture elettriche. La Russia ha chiaramente deciso di “Andare ad Est, ragazzo”. Sarebbe un paradigma completamente nuovo se anche le nazioni europee si volgessero ad Oriente aprendo vasti nuovi mercati alle loro economie stagnanti, piuttosto che aprire basi per la difesa missilistica degli Stati Uniti che ospitano armi nucleari e stazionare truppe statunitensi ai confini della Russia.a3d982a7fe15bdeb6d365edcacfdf899F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

PetroYuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).
Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).
L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)
Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La trasformazione economica dell’Eurasia con la Via della Seta

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/04/2016shanghai-gold-exchangeNegli ultimi mesi ho spesso scritto del potenziale strategico infrastrutturale asiatico ed eurasiatico del Grande Progetto Fascia e Via della Cina nel trasformare l’economia globale verso la positiva e durevole crescita economica. Appare sempre più chiaro che i pianificatori economici strategici di Pechino hanno lavorato sui dettagli specifici per utilizzare al meglio il nuovo progetto infrastrutturale ferroviario ad alta velocità che attraversa il vasto spazio dell’Eurasia, da Pechino alla Russia agli Stati dell’Unione economica eurasiatica come Kazakistan, Armenia, Bielorussia fino ad includere gli Stati dell’Europa orientale e centrale. Una serie di accordi tra imprese cinesi e Kazakistan suggerisce il boom economico in fase di progettazione.
Come scrissi nel post precedente, il progetto stradale Fascia e Via della Cina è attualmente è il maggiore progetto infrastrutturale economico reale nel mondo, e non riguarda solo ferrovie veloci dalla Cina all’Europa passando per la massa eurasiatica, accelerando il traffico delle merci. Si tratta di trasformare una delle regioni più dimenticate al mondo in un vibrante e crescente nuovo spazio economico, portando tecnologia e industria nelle regioni più arretrate dell’Asia centrale ma anche benedette dalle più ricche concentrazioni di minerali del mondo. Senza infrastrutture dei trasporti moderne, questi minerali e altre ricchezze rimarranno nel limbo. Per la Cina, la Cintura e Via, indicata anche come Nuova Via della Seta in riferimento alle antiche rotte commerciali terrestri e marittime eurasiatiche che collegavano la Cina all’Eurasia passando per Medio Oriente, Venezia ed Europa, fu avviata duemila anni fa dalla dinastia Han. A quel tempo, le rotte della Via della Seta andavano dalla Cina attraverso India, Asia Minore, Mesopotamia, Egitto, Africa, Grecia, Roma fino alla Gran Bretagna. La regione mesopotamica settentrionale, oggi Iran, fu il più stretto socio commerciale della Cina. La Cina, la cui civiltà era allora molto più avanzata di quella europea, inviò la carta in Europa, un’invenzione della Cina della dinastia Han. Inviò polvere da sparo, e sempre più seta, insieme alle ricche spezie d’Oriente. Ad oggi, il progetto economico Nuova Via della Seta comprende circa 60 Paesi dell’Asia centrale, Russia, Iran e Serbia ed Europa orientale. In precedenza commentavo i piani cinesi sui progetti ferroviari della Via della Seta per aumentare l’estrazione e l’esportazione dell’oro, storicamente il più bel metallo del mondo. All’epoca dell’imperatore romano Augusto, 27 aC – 14 dC, il commercio tra Cina e occidente era consolidato; la seta, le cui origini cinesi erano un segreto di stato, era il prodotto più ricercato in Egitto, Grecia e in particolare Roma. Più che la semplice distribuzione di merci da est a ovest e ritorno, la Via della Seta originale rese possibile un vasto scambio culturale tra i popoli su arte, religione, filosofia, tecnologia, lingua, scienza, architettura. Ogni aspetto della civiltà fu scambiato attraverso la Via della Seta insieme alle merci dei mercanti, da Paese a Paese.

La Strada di oggi
Il riferimento storico è importante per capire meglio come la dirigenza cinese tragga profondamente dal proprio patrimonio culturale la concezione della nuova Via della Seta, la Cintura e Via. Pochi, anche nella Cina di oggi si resero conto, durante una conferenza quest’anno a Pechino dove fui invitato a parlare sul significato del nuovo grande progetto infrastrutturale della Cina, della profonda importanza di questa iniziativa, non solo per l’economia della Cina. Alcuni esempi indicano come la trasformazione economica dell’Asia centrale con il progetto stradale Fascia e Via venga catalizzata già nei primi mesi. Nel maggio 2015 la Cina istituì un Fondo di investimento in oro dello Stato per creare un pool iniziale di 16 miliardi di dollari, facendone il maggiore fondo in oro fisico al mondo. Sosterrà i progetti auriferi lungo la Via della Seta economica. La Cina ha dichiarato che l’obiettivo è permettere ai Paesi eurasiatici lungo la Via della Seta di aumentare la copertura aurea delle proprie valute. I Paesi lungo la Via della Seta ospitano la maggior parte della popolazione mondiale con risorse naturali e umane da renderle del tutto indipendenti da qualsiasi cosa l’occidente offra. La Shanghai Gold Exchange della Cina ha formalmente istituito il “Fondo d’oro per la Via della Seta”. I due investitori principali del nuovo fondo sono le due maggiori società di estrazione dell’oro della Cina. Il fondo investirà in progetti auriferi lungo la ferrovia eurasiatica della Via della Seta, comprendente vaste regioni poco esplorate della Federazione Russa. La cooperazione sulle miniere d’oro della Cina si estende alla Russia, divenendo rapidamente il partner strategico più stretto della Cina. La China National Gold Group Corporation ha firmato un accordo con il gruppo aurifero russo Poljus Gold, il più grande gruppo aurifero della Russia, e uno dei primi dieci al mondo, per esplorare le risorse del più grande giacimento d’oro della Russia a Natalka, nell’estremo oriente di Magadan, nella regione di Kolyma. Anche se non è molto noto al di fuori del settore, la Cina è oggi il primo Paese al mondo per miniere d’oro, avendo superato la produzione sudafricana diversi anni fa. La Russia è la numero tre. Kazakistan e altri Paesi dell’Asia centrale, ora sulla Via della Seta, hanno grandi riserve d’oro non sfruttate che diventeranno un’economia con il collegamento infrastrutturale ferroviario.Shanghai-Lead-Image-IIIAnche il rame
La Cina mira anche ai vasti giacimenti di rame non sfruttati dei Paesi lungo la Via della Seta. Gli esperti minerari stimano che gli investimenti della Cina per l’approvvigionamento strategico di rame lungo la Via della Seta avverrà per decine o addirittura centinaia di miliardi. Nel 2014 la Cina fu il maggiore importatore di rame per l’industria, trascinandosi l’impressionante 40% delle importazioni di rame del mondo. Ora il Paese cerca chiaramente più garanzie, e l’Australia è un partner militare degli USA nell”Asia Pivot’ di Obama contro la Cina e le più economiche fonti lungo la Via della Seta. Kazakistan, il cui Presidente Nursultan Nazarbaev propose l’idea della nuova Via della Seta economica in un incontro del 2013 con Xi Jinping, è al centro degli accordi sul rame e i progetti comuni con la Cina. Il Kazakistan ha rame di alta qualità nelle regioni centro-orientali, come la famosa Copperbelt dell’Africa. Ed è anche tecnicamente facile sfruttarlo. La China Development Bank ha fornito 4,2 miliardi di credito alla KAZ Minerals, una delle principali società minerarie kazake. La regione orientale del Kazakistan confinante col nord del Kirghizistan ha numerose rocce di rame o porfido, stimate per miliardi di tonnellate. Questa cintura di porfido si estende alla Mongolia, nuova aderente alla Via della Seta della Cina. Recentemente la Mongolia ha confermato la scoperta di un’enorme giacimento di rame, a Oyu Tolgoi, per circa 6,5 miliardi di tonnellate di risorse. Altre prospettive sul rame della Via della Seta si trovano in Iran, Turchia se le cose si calmano e Serbia. Non solo lo sviluppo dei vasti giacimenti di oro e rame non sfruttati dell’Eurasia interessa le aziende cinesi. Il 17 dicembre, un gruppo di aziende cinesi visitando il Kazakistan firmava vari importanti accordi con il più grande produttore di uranio al mondo, la CGN Mining, società affiliata alla China General Nuclear Power Corporation, con una quota di minoranza sui giacimenti di uranio kazako; un accordo che prevede la costruzione di un impianto di produzione di combustibile nucleare. L’intera fornitura di combustibile alimenterà la crescente produzione di energia nucleare della Cina controbilanciando il carbone. Negli stessi colloqui in Kazakistan, la China CEFC Energy ha acquistato la quota del 51% della società controllata dalla compagnia petrolifera e gasifera dello Stato kazako KazMunayGaz, che gestisce raffinerie e stazioni di servizio, così come impianti di fertilizzanti in Europa. E la China National Chemical Engineering ha accettato di costruire un complesso chimico alimentato a gas in Kazakistan. Questo è solo il primo passo di ciò che alla fine sarà il mercato della più grande distesa di terra del mondo, l’Eurasia, con la maggioranza della popolazione mondiale, della manodopera istruita, degli scienziati e degli ingegneri di fama mondiale, e dal desiderio di costruire e non distruggere. E’ incoraggiante che tali iniziative pacifiche avanzino. Ed è dannatamente sicuro che sconfiggeranno l’agenda bellica di Washington e NATO.jf-777x437F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “suicidio per negazione della realtà” dell’UE

Saker, 7 aprile 2016TamanskajaCiò che doveva accadere è accaduto. L’UE, essendo una catena di anelli deboli, infine ha ceduto e gli olandesi sono i primi a votare contro l’associazione con l’Ucraina. Naturalmente, gli euroburocrati troveranno qualche scusa per dichiarare il voto non valido, si può affermare che una legge è stata violata, si può anche negoziare qualche piccola modifica sull’accordo di associazione, o si potrebbe anche decidere semplicemente d’ignorare questa votazione. Ma niente di tutto ciò farà alcuna differenza: la verità innegabile è che gli ucraini non sono graditi nell’Unione europea, non come soci e tanto meno come membri. Quindi né UE, né NATO, né “futuro europeo” per l’Ucraina. Il pallone che alimentava le speranze ingenue e brutte di euromaidan è scoppiato e il piano euro-ucraino cade e brucia come l’Hindenburg. Tale disastro non doveva accadere, è del tutto artificiale. In un mondo più sano Unione europea, Russia e Ucraina avrebbero negoziato un accordo tripartito che avrebbe dato all’Ucraina il ruolo che geografia e storia gli hanno dato: essere il ponte tra Russia ed UE. Ma l’UE ha respinto categoricamente questa opzione più volte, semplicemente dichiarando che “l’Ucraina è uno Stato sovrano e la Russia non ha alcuna voce sulla questione ucraina“. Questo gioco a somma zero è stato imposto alla Russia, ma ora è l’Unione europea che vi perde tutto, anche se non è affatto una vittoria per la Russia. La triste realtà è che tutti perdono. Ora l’UE deve accettare la sconfitta totale della sua politica ucraina, e la Russia deve solo guardare morire lo Stato fallito al confine, mentre l’Ucraina semplicemente va a pezzi con una morte dolorosa. Gli euroburoucrati l’accetteranno? Probabilmente no. Faranno ciò che hanno sempre fatto, negheranno minimizzeranno e, peggio, faranno finta che non sia successo nulla. Diranno che il 60% del 30% di una piccola nazione europea non decide per l’intero continente. O dichiareranno che, invece della vecchia “associazione” l’UE offrirà all’Ucraina di meglio, un'”amicizia sincera” forse, o l'”amore eterno”, o anche una “fratellanza continentale”. Ma sarà tutto inutile, perché i cittadini europei sono chiaramente stanchi degli ukronazi, come anche i loro “amici” polacchi che valutano la costruzione di un muro per mantenere i loro “amici ucraini” lontani dalla Polonia; un sentito amore!

Prima conseguenza: costi finanziari
630_360_1453715758-2730-krym Ma è troppo tardi per gli europei. La vera cattiva notizia è che dovranno pagare la maggior parte dei costi della più o meno ricostruzione dell’Ucraina. La Russia semplicemente non può farlo. La sua economia è troppo piccola ed è già alle prese con il tentativo di ristabilire l’ordine in Crimea (che si rivela molto difficile, con la mafia locale che cerca di tornare ad agire quando operava sotto il controllo ucraino). Inoltre, la Russia dovrà badare al Donbas, com’è abbastanza evidente. Così la Russia è indaffarata. Gli Stati Uniti potrebbero pagare, ma non lo faranno. Anche se Hillary sarà eletta (nominata dallo ‘Stato profondo’ degli Stati Uniti’), l’enorme programma di salvataggio economico dell’Ucraina non passerebbe mai al Congresso, non quando gli Stati Uniti stessi hanno bisogno di un programma simile per ricostruire le proprie decrepite e trascurate infrastrutture ed economia. Ma soprattutto la Russia ha i mezzi per chiudere i confini. La nuova Guardia Nazionale russa assumerà le responsabilità di vari ministeri e agenzie, come il Servizio federale della migrazione. La Russia ha già un molto efficiente Corpo delle guardie di confine subordinato al Servizio di Sicurezza Federale (ex-KGB). Si stima che la Guardia di frontiera abbia attualmente 10 sedi regionali, 80 unità di confine, 950 avamposti e oltre 400 posti di blocco. Ogni giorno il servizio effettua 11000 pattuglie. In totale, il compito di protezione delle frontiere della Federazione russa è svolto da circa 200000 guardie di frontiera. Questo corpo ha propria aviazione, marina costiera, UAV, intelligence, unità blindate e persino Spetsnaz. La realtà è che la Guardia di frontiera russa è più potente della maggior parte degli eserciti europei. E ora avrà il pieno sostegno della Guardia Nazionale. Non ci si sbagli, la Russia può, e se necessario, bloccherà e proteggerà i propri confini. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, hanno la migliore protezione delle frontiere del pianeta: gli oceani Atlantico e Pacifico. Così, quando l’Ucraina diverrà un buco nero (il processo è a buon punto) gli unici che non potranno proteggersi, ma che possono spendere per risolvere tale pasticcio, saranno gli europei. Sì, certo, Stati Uniti e Russia aiuteranno, lo faranno per motivi diversi. Ma la maggior parte dei costi ricadrà direttamente sul contribuente europeo. Questo è il prezzo che l’UE dovrà pagare, prima o poi, per la propria arroganza ed incompetenza.

Seconda conseguenza: la sicurezza
3IRVM Ci sarà anche un altro prezzo da pagare, questa volta il costo della sicurezza. La NATO minaccia guerra al confine con la Russia, infine svegliando l'”orso russo”. Non solo la Russia ora schiera i formidabili missili Iskander a Kaliningrad, ma ha raddoppiato le dimensioni delle già formidabili forze aviotrasportate. Ecco cosa scrissi nel dicembre 2014: “I russi non hanno paura della minaccia militare rappresentata dalla NATO. La loro reazione alle ultime mosse della NATO (nuove basi ed effettivi in Europa centrale, altri stanziamenti, ecc.) viene denunciata come provocatoria, ma i funzionari russi insistono sul fatto che la Russia può gestire tale minaccia militare. Come un deputato russo ha detto, “5 gruppi di reazione rapida sono un problema che possiamo risolvere con un missile”. Una formula semplice ma fondamentalmente corretta. Come ho già detto, la decisione di raddoppiare le dimensioni delle forze aviotrasportate russe e di aggiornare l’elitario 45.mo Reggimento Aeroportato Speciale a Brigata era già stata presa comunque. Si potrebbe dire che la Russia ha anticipato la creazione della forza NATO di 10000 uomini portando le proprie forze aeroportate da 36000 a 72000 effettivi. E’ tipico di Putin, mentre la NATO annuncia con fanfare e fuochi d’artificio che la NATO creerà una speciale forza “punta di diamante” di reazione rapida di 10000 uomini, Putin raddoppia rapidamente le dimensioni delle Forze aviotrasportate russe a 72000 effettivi. E, mi si creda, i veterani delle forze aviotrasportate russe sono una forza di combattimento molto più efficiente dell’edonistica e demotivata multi-nazionale (28 Paesi) Euroforza di 5000 elementi che la NATO si arrabatta a mettere insieme. I comandanti degli USA lo sanno bene“. Ma la Russia non ha fatto solo questo. Putin ha ordinato la ricreazione della minaccia corazzata russa della fine della Guerra Fredda: la Prima Armata Corazzata della Guardia formata da 2 divisioni corazzate (le migliori russe, la 2.da Divisione Fucilieri motorizzati della Guardia Tamanskaja e la 4.ta Divisione corazzata della Guardia Kantemirovskaja), con oltre 500 carri armati T-14 Armata. Quest’Armata corazzata sarà supportata dalla 20.ma Armata Combinata della Guardia. Non ci si sbagli, è una forza enorme e potente il cui scopo è molto simile alle famose Armate d’assalto sovietiche della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: “spezzare le più ostiche linee difensive penetrando tatticamente con ampiezza e profondità sufficiente a consentire l’impiego di formazioni mobili per sfruttare lo sfondamento“.

Brava Europa, ti sei tracciata una croce gigantesca sulla fronte!
9E6VzbTPochissimo di tutto ciò viene riportato dai media occidentali, naturalmente, e così il pubblico in generale non sa che mentre la NATO e i politici occidentali fingevano di fare i duri cercando di spaventare la Russia, i russi hanno deciso di prendere sul serio tali minacce adottando passi pratici. Per qualcuno come me che ha vissuto la Guerra fredda e seguiva le forze sovietiche in Germania orientale, è doloroso e nauseante vedere come l’occidente abbia letteralmente costretto la Russia alla nuova guerra fredda, né voluta né necessaria. Naturalmente, sono assolutamente sicuro che non vi sia alcuna “minaccia russa” in Oriente, e l’unico modo per avere tale potenza militare è attaccare per primi, ma la triste realtà è che i Paesi UE/NATO sono ora direttamente nel mirino delle Forze russe. Aggravando il tutto vi è ora la forte possibilità che Hillary e la sua banda di neocon occupi presto la Casa Bianca. Dio solo sa di cosa costoro siano capaci. Hillary, i cui unici “successi” nella vita sembrano avere spinto Bill a bombardare i serbi e aver infognato la Libia, dovrà dimostrare che lei vale più di un uomo come Putin. Cercherà di spaventare e fare la prepotente per sottometterlo, ma il popolo russo, che non dimentica, vede l’occidente come una degenerata ed arrogante società, con Conchita Wurst come polena, semplicemente incapace di combattere un vero scontro, scegliendo solo i deboli. Non è la paura che i neocon ispirano ai russi, ma il disgusto. Al massimo, possono suscitare preoccupazione per l’arroganza apparentemente infinita e un’autolesionistica mancanza di lungimiranza. Come ho già scritto molte volte, i russi temono la guerra, non c’è che dire, ma a differenza degli anglosionisti, ne sono comunque pronti. Gli europei ora lentamente arrivano a capire che affrontano una lunga e molto dolorosa guerra contro il terrorismo wahabita. Gli attentati di Parigi e Bruxelles sono solo l’avvio di una guerra che durerà molti anni. Ci sono voluti più di dieci anni alla Russia per schiacciare definitivamente i terroristi wahhabiti nel Caucaso, e con un uomo come Vladimir Putin alla guida del Paese. Si guardino François Hollande e Angela Merkel e si capirà nel profondo come tali tristi pagliacci non combineranno nulla. Basta paragonare la reazione di Vladimir Putin all’abbattimento dell’aereo della compagnia aerea russa nel Sinai coi singhiozzi di Federica Mogherini dopo gli attentati a Bruxelles. Ora immaginatevi a capo dei terroristi wahabiti, e aggiungerei sessisti da una vita, e guardate la foto sotto. Influenzerebbe la scelta degli obiettivi? Ovvio. Lo stesso vale confrontando le operazioni USA/NATO in Siria con il risultato in poco meno di sei mesi delle Forze Aerospaziali russe. Gli Stati, proprio come le persone, hanno un proprio “linguaggio del corpo” e mentre il linguaggio del corpo della Russia dimostra un potere fiducioso e formidabile, il linguaggio del corpo dell’UE e, in misura minore degli Stati Uniti, mostra debolezza, arroganza e incompetenza, spesso confinante con il suicidio (come la politica di Merkel sull’immigrazione).

La linea di fondo
La linea di fondo di tale pasticcio è questa: ciò che Stati Uniti ed Unione europea hanno fatto in Ucraina (e altrove) è incredibilmente stupido. Ma gli Stati Uniti possono permettersi tali errori, mentre l’UE chiaramente no. Quanto alla Russia, sì sicuramente è ferita da tali politiche, ma il dolore è volto dal Cremlino a rafforzare la Russia su molti livelli, politici, militari e anche economici, anche se qui i progressi sono stati minimi e la 5.ta colonna è ancora molto forte, anche se sono fiducioso su una purga tanto necessaria. Ciò che l’Unione europea ha fatto è essenzialmente una “suicida negazione della realtà”. Ciò che seguirà dovrebbe essere un cambio di regime, non di un solo Paese, ma dell’intero continente. Credo che tale cambio di regime sia inevitabile, ma la grande domanda è per quanto durerà tale lenta e dolorosa agonia dell’UE? Ahimè, potrebbe richiedere molti anni, credo. I capi dell’UE non chiederanno elegantemente scusa dimettendosi, è una classe di soli parassiti che vive nelle strutture dell’UE e che disperatamente resiste a eventuali riforme significative, senza badare a un cambio di regime, perché sempre metteranno i loro gretti interessi da classe compradora al di sopra dei popoli o dell’ovvietà. I cittadini dell’Unione scopriranno che non hanno modo d’imporre un cambio politico con la scheda elettorale, che vivono in una finta democrazia e che tutto ciò che gli è stato promesso è solo una vuota e brutta menzogna. L’Ucraina non è diventata Europa, ma l’Europa è diventata Ucraina.
Benvenuta nel mondo reale, UE!Russia-President-V_3486920bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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