Putin riderà per ultimo delle sanzioni occidentali

Scott Belinski, Oilprice 2 aprile 2015Yamal%20Nenets%20Novatek%20MapIn ciò che può sembrare ulteriore “esempio di sfida alle sanzioni”, il 27 marzo la Cina annunciava che avrebbe finanziato il gigante petrolifero francese Total, con 15 miliardi dollari da investire nel progetto Jamal LNG nel nord della Siberia. Nonostante le dure sanzioni occidentali al socio di maggioranza di Jamal, la società gasifera russa Novatek, il progetto difficilmente ne sarà scalfito. Inoltre, Jamal guarda a un mondo in cui la Russia non dipende più dai finanziamenti occidentali. Il progetto da 27 miliardi di dollari nella penisola di Jamal, di proprietà di Novatek (60%), Total (20%) e CNPC (20%) si propone di attingere alle vaste riserve di gas nel nord ovest della Siberia, contenenti l’84% del gas della Russia, raddoppiando la quota della Russia nel mercato in rapida crescita del gas naturale liquefatto. La regione artica conterrebbe il 22% del petrolio e del gas ancora da scoprire del mondo, con la maggior parte del gas non sfruttato presente nel territorio della Russia. Attualmente, la capacità GNL della Russia ammonta a 10mtpa, ma il progetto Jamal LNG lo più che raddoppierà. Pronto ad iniziare le esportazioni nel 2017, il progetto Jamal LNG esporterà 16,5 milioni di tonnellate di GNL all’anno; pari a 6 mesi di consumo del gas della Francia. Infatti, prima della morte, l’ex-amministratore delegato di Total Christophe de Margerie ebbe un approccio “business as usual” con la Russia, nonostante le sanzioni, insistendo sul fatto che “dobbiamo fare questo progetto”. Tuttavia, l’annuncio del passo di Total verso la Cina per ulteriori finanziamenti per il piano Jamal mostra che l’approccio “business as usual” ha avuto un bel intoppo. Infatti, dopo anni d’interdipendenza occidentale-russa sui progetti energetici, il regime delle sanzioni sembra aver spinto Mosca decisamente verso l’Asia, in cerca di sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico.
Dopo oltre 20 anni di contrattazioni sulle punte, Cina e Russia firmavano un accordo per forniture di gas alla Cina 20ennale e da 700 miliardi dollari di valore, pari al 17% del consumo annuo di Pechino. Ma questo era solo il primo passo. Durante il viaggio in India nel dicembre 2014, il Presidente Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi firmavano una serie di accordi bilaterali, soprannominati Druzhba-Dosti, diretti a promuovere la cooperazione nella difesa e nell’energia. Inoltre, gli accordi vedranno India e Russia “esplorare lo sviluppo congiunto di tecnologie per la lavorazione delle terre rare nell’Artico russo“. Annunciando l’accordo, Putin ha scherzato orgoglioso dicendo che, “Rosneft e Gazprom, le nostre grandi aziende, insieme ai loro colleghi indiani, preparano progetti per lo sviluppo dell’artico russo e per l’espansione del gas liquefatto“. La mossa non sorprendeva gli osservatori del settore, dati l’obiettivo della Russia di salvaguardare i propri programmi artici, ma la sua importanza non va sottovalutata. Mosca completa il perno in Asia cercando sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico. Tale spostamento verso i partner asiatici indica una tendenza preoccupante per le future opportunità d’investimento delle società occidentali, che hanno le mani legate dalle sanzioni. Infatti, nel settembre 2014, Rosneft e ExxonMobil scoprivano vaste riserve di gas naturale e petrolio nel Mare di Kara, in Russia, ma a causa delle sanzioni imposte pochi giorni dopo, Exxon era costretta ad abbandonare il progetto da 700 milioni di dollari ritirandosi dall’Artico. Quindi, la Russia era costretta a volgersi a una partnership alternativa con i Paesi dell’Asia per avere le competenze tecniche necessarie a sviluppare i lucrosi pozzi artici. Dei 61 grandi giacimenti di petrolio e gas scoperti nel Circolo Polare Artico di Russia, Alaska, Canada e Norvegia, 42 sono situati in territorio russo. Mentre le sanzioni hanno seriamente intaccato l’economia russa e hanno colpito il rublo, hanno anche colpito il mercato delle società occidentali, le loro iniziative con compagnie russe e l’accesso a queste vaste riserve.
Nonostante siano esclusi finanziamenti e tecnologia occidentali, gli analisti esprimono ottimismo su Jamal, dato che il numero di persone che lavorano al progetto aumenterà da 6000 a 15000 alla fine dell’anno. “Essendovi stato, ho capito che il progetto diverrà realtà“, twittava l’analista petrolifero di UBS Maksim Moshkov. Se la situazione permane, s’invierà il messaggio preoccupante, per l’occidente, che l’industria energetica russa si riprenderà nel medio termine dalle sanzioni occidentali. La mossa della Cina su Jamal LNG e la partnership ritrovata della Russia con l’India sono passaggi chiave del piano di Mosca per minare le sanzioni occidentali. Ciò che è chiaro è che le potenze emergenti partner della Russia sono più che disposte a colmare il vuoto aperto dalla fuga degli investitori occidentali. Da parte loro, gli Stati Uniti, che recentemente hanno indicato di voler mantenere le sanzioni finché la Crimea non torna all’Ucraina, rischiano di seguire obiettivi politici che indebolirebbero la propria economica, e in particolare la futura crescita della propria industria energetica. Mentre sanzioni economiche hanno avvicinato la Russia ai suoi partner asiatici più che mai, De Margerie era sempre pronto a sottolineare l’ovvio: “Possiamo vivere senza gas russo in Europa? La risposta è no. Ci sono ragioni per viverci senza? Penso che… sia sempre no“. Mentre gli Stati membri dell’UE e il governo degli Stati Uniti cercano d’influenzare Putin sul suo corso attuale in Ucraina, dovrebbero anche pensare alle conseguenze indesiderate a lungo termine che la predetta collaborazione delle aziende russe nella regione artica potrebbe avere per le loro economie. Come affermato dall’analista del Forex Club, Aljona Afanasevna, “le crisi rappresentano sempre la possibilità di rafforzare la propria posizione in un determinato mercato” e mentre altre compagnie internazionali fuggono dalla scena, l’impegno di Total in Russia e sul piano Jamal LNG di Novatek, “garantisce dividendi futuri sotto forma di cooperazione rafforzata“. I governi occidentali e le altre compagnie energetiche dovrebbero prendere nota.

Yamal-Europe-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chi ha paura del cattivone S-300?

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora Iran-Russia-China_MapL’ordine esecutivo emesso dal presidente russo Vladimir Putin, che toglie il divieto di esportazione dei sistemi d’arma in Iran, è stato accolto dalla tagliente condanna d’Israele e dall’ammonimento dagli Stati Uniti. Mentre Mosca deve ancora prendere una decisione definitiva su se e quando fornire i missili della difesa aerea S-300 all’Iran, che Teheran acquistò con un contratto del 2007 inadempiuto dalla Russia per l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, è chiaro che solo la possibilità segna un cambio significativo nella geopolitica regionale. Da un lato, le difese aeree iraniane sarebbero notevolmente aggiornate con un sistema d’arma avanzato come l’S-300 che, anche se non proprio nuovo, è ancora molto efficace nel difendere lo spazio aereo del Paese da un eventuale attacco israeliano o statunitense. D’altra parte, la possibile consegna degli S-300 è un passo simbolico verso l’integrazione dell’Iran nell’ampia architettura della sicurezza non-NATO che prende forma sotto la guida di Russia e Cina. Mentre i BRICS pongono la parola d’ordine del multipolarismo, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) emerge quale alleanza militare, di sicurezza e d’intelligence, oltre ad essere un forum economico-politico per le relazioni sino-russe. La possibilità di fare aderire l’Iran all’alleanza sia partecipando ai vertici della SCO che con contratti militari e non, nonché altre forme di cooperazione, è uno spartiacque per l’Iran e il mondo non-occidentale. Se pochi anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati potevano dettare i termini delle relazioni tra l’Iran e gli altri Stati, oggi semplicemente non possono, accordo sul nucleare o no. Gli S-300 sono solo la punta dell’iceberg.

Cosa significa ciò per l’Iran e la regione
16611 In primo luogo, l’Iran ha la possibilità di avere, almeno in una certa misura, condizioni di parità a livello internazionale. Anche se non sono ancora chiare le specifiche dell’accordo concluso, compreso l’odioso regime di sanzioni e la misura in cui verranno effettivamente tolte, ciò che è certo è che l’Iran avrà un più ampio margine di manovra per perseguire la cooperazione economica con potenziali partner internazionali. Naturalmente, i vari propagandisti di Washington e Tel Aviv hanno colto l’opportunità di usare la mossa russa per revocare il divieto, come segnale della “disastrosa” politica di “appeasement” dell’amministrazione Obama. Commentando la decisione della Russia, il ministro degli affari strategici e dell’intelligence israeliano Yuval Steinitz ha detto che è, “Il risultato diretto della legittimità che l’Iran riceve dall’accordo nucleare che si prepara, e la prova che la crescita economica iraniana dopo la revoca delle sanzioni sarà sfruttata per armarsi e non per il benessere del popolo iraniano… Invece di chiedere all’Iran di desistere dalle attività terroristiche in Medio Oriente e nel mondo, gli è consentito dotarsi di armi avanzate che non faranno che aumentarne l’aggressività”. Tali osservazioni sono forse molto più rivelatrici di quanto Steinitz possa capire. L’ammissione palese nella dichiarazione è che Israele vede la crescita economica iraniana come sua vera minaccia (leggi egemonia d’Israele). In netta contraddizione con la propaganda sull’Iran che vuole “cancellare Israele dalla carta geografica”, Steinitz qui giustamente anche se forse inavvertitamente, ammette che il potenziale economico iraniano è ciò che ne fa una minaccia regionale. Mentre include gli obbligatori riferimenti alle “attività terroristiche” e all'”aggressione” iraniane, Steinitz illustra il pensiero dei pianificatori strategici israeliani che vedono nell’Iran un potenziale motore economico che attrae investimenti occidentali e non allo stesso modo, non ultimo quelli delle compagnie energetiche occidentali. Come Bloomberg ha osservato a fine marzo, alla vigilia dell’accordo quadro, “(l’Iran) emerge di nuovo come possibile premio per le compagnie petrolifere occidentali come BP, Royal Dutch Shell Plc, Eni SpA e Total SA. I cinesi potrebbero gareggiarvi, mentre le compagnie statunitensi più gravate da sanzioni ed eredità, saranno svantaggiate...” L’Iran è il primo premio… La dimensione delle risorse è molto interessante. “Da tale prospettiva, Stati Uniti e Israele sono i principali perdenti dell’accordo nucleare e all’Iran è permesso avere investimenti cruciali dai partner internazionali. Ma il problema non sono solo gli investimenti, perché se così fosse Israele e Stati Uniti potrebbero probabilmente controllare il discorso. Invece, la possibile consegna dalla Russia degli S-300 cambia i calcoli strategici di Washington e Tel Aviv, con la loro leva principale, la minaccia dell’uso della forza dagli attacchi aerei limitati alla guerra totale, notevolmente indebolita se non annullata. Infatti, mentre Steinitz e altri parlano di “armi avanzate che non faranno che aumentare l’aggressività (iraniana)“, sanno perfettamente che gli S-300 sono armi difensive la cui funzione è proteggere l’integrità dello spazio aereo di un dato Paese da missili e aerei. Così Israele e Stati Uniti sono molto più preoccupati di perdere il vantaggio strategico che non da qualche atteggiamento aggressivo dell’Iran. C’ ancora più da preoccuparsi per Stati Uniti e Israele, cioè l’Iran potrebbe avere maggiore cooperazione militare e tecnologica con la Russia, fornendo all’Iran la possibilità di fornire maggior sostegno materiale e tecnico a Siria e Hezbollah nella lotta contro SIIL e al-Qaida nella regione. Questo, naturalmente, sarebbe disastroso per l’agenda del cambio di regime di USA-NATO-GCC-Israele in Siria che, nonostante più di quattro anni di guerra terroristica orchestrata e sostenuta a livello internazionale, non mostra segni di capitolazione. Insomma, gli S-300 simbolicamente e concretamente altererebbero l’equilibrio di potere nella regione.

Il significato geopolitico
Bisogna stare attenti a non sottovalutare l’importanza della mossa della Russia. A parte l’importanza strategica evidente di tale sistema d’arma per un Paese assediato come l’Iran, vi è l’importanza simbolica internazionale. Secondo ogni indicazione Russia e Iran si avvicinano parecchio, come dimostra il recente accordo di cooperazione militare firmato dai ministri della Difesa dei due Paesi. Russia e Iran hanno numerosi interessi reciproci, dalle questioni relative al conflitto in Siria, a risorse e sicurezza nella regione del Caspio alle esportazioni energetiche sui mercati mondiali. Tali complesse questioni internazionali richiedono non solo una stretta collaborazione, ma una comprensione reciprocamente vantaggiosa in vari ambiti; precisamente ciò che preoccupa Stati Uniti e Israele soprattutto. Ma purtroppo per Washington e Tel Aviv, l’integrazione dell’Iran in un ordine multipolare non-occidentale è molto più profonda. Il potenziale emergente dall’ingresso dell’Iran nella SCO guidata da Russia-Cina muterebbe radicalmente l’equilibrio di potere in Asia, in particolare alla luce anche della crescente propensione di Pakistan e India a partecipare alla SCO. Un tale sviluppo potrebbe vedere un nuovo blocco di potenze asiatiche, comprendente le potenze economiche e militari di Cina e Russia, con l’emergente potenza economia dell’India e, in misura minore, del Pakistan: due potenze militari proprie. E’ evidente il grado di minaccia che tale alleanza rappresenta, per non parlare del contrappeso, per l’egemonia della NATO e i suoi vecchi ascari. Assieme all’emergere delle istituzioni economiche connesse con i BRICS, Banca di sviluppo dei BRICS e Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), che fornirebbero l’alternativa tanto necessaria a FMI e Banca mondiale dominati da USA-UE, i contorni di un nuovo ordine economico e militare diventano più evidenti. Mentre naturalmente tutti questi importanti sviluppi sono ben oltre la semplice revoca del divieto di esportare l’S-300 all’Iran, ne sono collegati. Infatti, con l’Iran che diventa partner militare e commerciale effettivo della Russia, s’integra nel sistema politico ed economico globale. Oggi può semplicemente essere un sistema missilistico di difesa, ma domani le possibilità sono illimitate. I pianificatori di Mosca e Teheran lo capiscono, così come quelli di Tel Aviv e Washington. Perciò gli S-300 sono molto più dei missili: sono il simbolo di un futuro multipolare.

image3Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org e editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: AIIB minaccia strategica per l’egemonia globale del dollaro USA (AUDIO)

Teheran (IRIB) 14 aprile 2015CBKXQViUQAAHfA- Alessandro Lattanzio, saggista, analista delle questioni politiche internazionali e redattore della rivista Eurasia é stato intervistato dalla nostra Redazione sull’AIIB, l’Asian Infrastructure Investment Bank e la forza economica e politica della Cina negli equilibri internazionali.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista cliccate qui.

Non si parla più di lasciare la Novorossija all’Ucraina

ArgumentiCassad 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel giornale del Generale Kanchukov ho trovato un’intervista all’ex-generale del SVR Reshetnikov, che ora guida il centro di analisi RISR.Post-Soviet spaceNella periferia nord di Mosca, sotto la protezione affidabile delle truppe interne, è nascosto l’istituto, in passato segreto, del Servizio d”intelligence Estera. Le lettere d’oro “Istituto di ricerca strategica russo” ora risaltano sulla facciata. Ma il nome pacifico non confonde i consapevoli, più di duecento dipendenti vi forgiano lo scudo analitico della Patria. Ci sarà una nuova guerra nel sud-est dell’Ucraina? Chi c’è dietro il presidente degli Stati Uniti? Perché così tanti nostri funzionari sono definiti agenti d’influenza? A queste e altre domande di “AN” ha risposto il direttore del RISR, l’ex-Tenente-Generale Leonid Reshetnikov.

Rivali nello stesso campo
Avete una “copertura” seria, il SVR. Perché declassificarvi improvvisamente?
Anzi, eravamo un istituto vicino all’intelligence, per lo più specializzato nell’analisi delle informazioni disponibili sull’estero. Cioè, le informazioni necessarie non solo al servizio d’intelligence, ma anche alle strutture che decidono la politica estera del Paese. Stranamente, non ci sono centri di analisi simili nell’amministrazione del presidente russo. Anche se ci sono molte “istituzioni” con soli direttore, segretaria e moglie del direttore che lavora come analista. La PA aveva grave carenza di specialisti e quindi il servizio d’intelligence ha dovuto condividerli. Oggi il nostro fondatore è il Presidente della Russia, e tutte le richieste governative per la ricerca sono firmate dal capo dell’amministrazione Sergej Ivanov.

Quanto sono richieste le vostre analisi? Perché siamo un Paese di carta: tutti scrivono molto, ma alla fine che influenzano hanno?
A volte vediamo azioni che riecheggiano le nostre analisi. A volte è impressionante quando si avanzano certe idee che poi diventano tendenza nell’opinione pubblica russa. E’ chiaro che molte direttive sono pronte ad essere adottate.

Qualcosa di simile avviene negli Stati Uniti con il centro di analisi Stratfor e il centro di ricerca strategico RAND Corporation. Chi di voi è “più di tendenza”?
Quando, dopo il passaggio alla PA nell’aprile 2009, abbiamo creato il nuovo statuto dell’Istituto, come suggerimento ci dissero di prenderli ad esempio. Allora pensai “se ci finanziate come Stratfor o RAND Corporation sono finanziate, allora batteremo tutte queste società di analisi straniere”. Perché gli analisti russi sono i più forti del mondo. Ancor di più gli specialisti regionali, che hanno cervelli incontaminati e più “freschi”. Posso parlarne con fiducia, ho 33 anni di esperienza di lavoro analitico. Prima al Primo Direttorato del KGB dell’URSS e poi la Servizio d’Intelligence Estero.

ONG, ONG, dove ci portano
E’ noto che RAND Corporation ha sviluppato il piano dell’ATO nel sud-est dell’Ucraina. Il vostro istituto fornisce informazioni sull’Ucraina, in particolare sulla Crimea?
Naturalmente. In linea di principio solo due istituti studiano l’Ucraina: RISR ed Istituto dei Paesi della CSI di Konstantin Zatulin. Fin dall’inizio del nostro lavoro abbiamo scritto documenti analitici sulla crescita del sentimento anti-russo in Ucraina e il rafforzamento del sentimento filo-russo in Crimea. Abbiamo analizzato le azioni delle autorità ucraine. Ma non abbiamo fornito dati allarmisti, tutto è perduto, anzi, abbiamo aumentato l’attenzione al problema. Abbiamo proposto d’intensificare significativamente il lavoro delle organizzazioni non governative (ONG) pro-russe, d’intensificare come ora dice la pressione politica del “soft power”.

Con un ambasciatore come Zurabov non abbiamo nemmeno bisogno di nemici!
Il lavoro di qualsiasi ambasciata e qualsiasi ambasciatore è soggetto ad una serie di limitazioni. Un passo fuori, ed è uno scandalo. Inoltre, c’è un problema enorme con il personale professionale del Paese, non solo nella diplomazia. In qualche modo abbiamo esaurito le scorte, pochissime persone brave, dopo una forte rotazione, rimangono nel servizio governativo. E’ difficile sopravvalutare il ruolo delle ONG. Le rivoluzioni colorate ne sono un chiaro esempio, venendo fomentate in primo luogo dalle organizzazioni non governative statunitensi. Ciò è accaduto anche in Ucraina. Purtroppo, di fatto nessuna attenzione è stata dedicata a creare e sostenere organizzazioni simili agenti a nostro favore. Se funzionassero, allora potremmo sostituire dieci ambasciate e dieci ambasciatori, anche molto intelligenti. Ora la situazione comincia a cambiare, a seguito di un ordine diretto del presidente. Speriamo che i subalterni non vanifichino gli sviluppi.

Se domani ci sarà la guerra
Come pensa che si svilupperanno gli eventi in Novorossija in primavera ed estate? Ci sarà una nuova campagna militare?
Purtroppo, la probabilità è molto alta. Solo un anno fa, l’idea di federalizzare l’Ucraina era praticabile. Ma ora Kiev ha bisogno della guerra, di uno Stato unitario per diversi motivi. Il principale è che il Paese è guidato da persone ideologicamente anti-russe, non semplicemente subordinate a Washington, ma comprate e pagate da quelle forze che si nascondono dietro il governo degli Stati Uniti.

Cosa vuole questo famigerato “governo mondiale”?
E’ più facile dire ciò di cui non ha bisogno: non ha bisogno di un’Ucraina federale, che sarebbe difficile da controllare. Sarebbe impossibile schierarvi le loro basi militari, un nuovo scaglione dell’ABM. Ci sono tali piani. Da Lugansk e Kharkov i missili da crociera tattici possono superare gli Urali, dove si trovano le nostre principali forze di deterrenza nucleare. E possono colpire i missili balistici nei silos e mobili in fase di decollo, con una probabilità del 100%. Attualmente questa zona non è raggiungibile né dalla Polonia, né dalla Turchia, né dal Sud-Est asiatico. Questo è l’obiettivo principale. Così gli Stati Uniti combattono nel Donbas fino all’ultimo ucraino.

Quindi non si tratta dei giacimenti di gas di scisto trovati in questo territorio?
Il loro principale obiettivo strategico è un’Ucraina unita sotto il loro pieno controllo, per combattere la Russia. Il gas di scisto o le terre coltivabili sono solo un piacevole di più. Un vantaggio collaterale. Più il grave attacco al nostro CMI spezzando i collegamenti tra i CMI di Ucraina e Russia. Questo è già stato compiuto.

Ci hanno giocato: il nostro “figlio di puttana” Janukovich è dovuto fuggire con l’aiuto degli Spetsnaz e Washington a collocato i suoi “figli di puttana”?
Dal punto strategico-militare, ovviamente ci hanno spiazzato. La Russia ha “compensato” con la Crimea. C’è “compensazione” con la resistenza dei residenti del sud-est dell’Ucraina. Ma il nemico ha già strappato un ampio territorio che faceva parte dell’Unione Sovietica e dell’impero russo.

Cosa vedremo in Ucraina quest’anno?
Il processo di semi-disgregazione o addirittura la disintegrazione assoluta. Molti restano ancora muti di fronte al nazismo autentico. Ma chi capisce che Ucraina e Russia sono fortemente legate non ha detto ancora l’ultima parola. Non a Odessa, non a Kharkov, non a Zaporozhe e non a Chernigov. Questo silenzio non sarà eterno e il coperchio del calderone sarà inevitabilmente spazzato via.

E come i rapporti tra Novorossija e resto dell’Ucraina si svilupperanno?
Vi è uno scenario poco probabile stile Transnistria. Ma non ci credo, il territorio di RPD e RPL è molto più grande, milioni di persone sono state già risucchiate dalla guerra. Per ora la Russia può ancora convincere i leader delle milizie ad impegnarsi in tregue temporanee. Ma appunto temporanee. Non vi è alcun discussione sul ritorno della Novorossija all’Ucraina. Il popolo del sud-est non vuole essere ucraino.

Quindi, se il nostro Paese è isolato a livello globale a causa della riunificazione con la Crimea, perché non prendiamo tutto il sud-est? Quanta ipocrisia può esservi?
Penso che sia troppo presto per prenderlo, ancora. Sottovalutiamo la consapevolezza del nostro presidente, che sa che ci sono alcuni processi in Europa che non sono chiaramente visibili agli osservatori esterni. Tali processi fanno sperare che potremo proteggere i nostri interessi con metodi e mezzi differenti.

Feb16DoneUn fronte, ma non una linea del fronte
Con il flusso di informazioni sull’Ucraina ci dimentichiamo la crescita esplosiva dell’estremismo religioso in Asia centrale…
Si tratta di una tendenza estremamente pericolosa per il nostro Paese. La situazione in Tagikistan è molto difficile. La situazione in Kirghizistan è instabile. Ma il Turkmenistan potrebbe diventare la direzione del primo colpo, proprio come “AN” ha scritto. In qualche modo lo dimentichiamo, perché Ashkhabad è isolata. Ma questo “palazzo” potrebbe cadere prima. Avrà la forza di resistere? Oppure potremo intervenire in un Paese che resta piuttosto distante da noi? Quindi, tale direzione è difficile. E non solo per le infiltrazioni nella regione dei militanti dello “Stato islamico”. Secondo gli ultimi dati, Stati Uniti e NATO non hanno intenzione di lasciare l’Afghanistan e vi manterranno le loro basi. Dal punto di vista militare, cinque o diecimila soldati che rimangono possono essere portati a 50-100mila in un mese. Questa è una parte del piano generale per circondare e premere sulla Russia, ideato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di deporre il Presidente Vladimir Putin e spezzare il Paese. Un profano, ovviamente, non ci crederebbe, ma chi ha accesso a grandi quantità di informazioni, lo sa molto bene.

Quale confine sarà violato?
In primo luogo hanno in programma d’isolarci semplicemente laddove è “facile”. Non importa dove: Kaliningrad, Caucaso del Nord o Estremo Oriente. Questo servirà da detonatore di un processo che può intensificarsi, Non è mera propaganda, ma un’idea reale. Tale pressione da ovest (Ucraina) e sud (Asia centrale) potrà solo crescere. Cercano di penetrare attraverso le porte occidentali, ma sonderanno anche quelle meridionali.

Qual è la direzione strategica più pericolosa per noi?
La direzione meridionale è molto pericolosa. Ma per ora gli Stati cuscinetto, le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, esistono ancora e a occidente la guerra è già alle porte… In effetti, sul nostro territorio. Attualmente non c’è un bagno di sangue tra ucraini e russi ma piuttosto una guerra tra sistemi globali. Alcuni pensano di “essere l’Europa”, altri di essere la Russia. Perché il nostro Paese non è solo un territorio, è una civiltà distinta ed enorme, che ha la propria visione dell’ordine globale del mondo. In primo luogo, ovviamente, questo fu l’impero russo, esempio della civiltà orientale-ortodossa. I bolscevichi lo distrussero, ma crearono una nuova idea di civiltà. Una terza è ormai molto vicina. La vedremo entro 5-6 anni.

Cosa sarà?
Penso che sarà una simbiosi di quelle precedenti. E i nostri “colleghi giurati” lo capiscono perfettamente. Ecco perché è iniziato l’attacco da tutti i lati.

Cioè, la lotta congiunta russo-statunitense contro il terrorismo, in particolare, contro il SIIL, è una finzione?
Naturalmente. Gli USA creano, finanziano e addestrano i terroristi e poi danno l’ordine alla banda: “prendete”. Forse si può sparare a un “cane rabbioso” nella banda, ma gli altri cani saranno ancora più attivi.

Satana guida le danze
Leonid Petrovich, pensa che gli Stati Uniti e i loro presidenti siano solo uno strumento. Chi pensa ne decida la politica?
Ci sono comunità di persone sconosciute al grande pubblico che scelgono non solo i presidenti statunitensi, ma anche decidono le regole del “grande gioco”. In particolare, queste sono le società finanziarie transnazionali. Ma non solo. Attualmente vi è un processo continuo per riformattare il sistema economico e finanziario mondiale. Chiaramente, c’è un tentativo di ripensare l’intera struttura del capitalismo senza rigettarlo. La politica estera è soggetta a rapidi cambiamenti. Gli Stati Uniti improvvisamente hanno abbandonato Israele, il loro principale alleato in Medio Oriente per migliorare le relazioni con l’Iran. Forse perché oggi Teheran è più preziosa e più importante di Tel-Aviv? Perché è vicino alla Russia. Queste forze segrete hanno l’obiettivo di liquidare il nostro Paese come serio attore sulla scena mondiale. Perché la Russia è una civiltà alternativa a tutto l’occidente. Inoltre, vi è la crescita esplosiva del sentimento anti-americano nel mondo. In Ungheria, dove le forze conservatrici sono al potere, e in Grecia dove la sinistra, forza diametralmente opposta, sono effettivamente uniti e “contrari” agli Stati Uniti che s’impongono all’Europa. Ci sono “contrari” anche in Italia, Austria, Francia, e così via. Se la Russia resiste sulla sua terra, processi sfavorevoli alle forze che cercano il dominio globale inizieranno in Europa. E tali forze lo capiscono perfettamente.

Alcuni leader europei già si lamentano che gli Stati Uniti li abbiano costretti alle sanzioni. L’Europa si può liberare dall'”amichevole” abbraccio statunitense?
Mai. Gli USA hanno diverse catene: la zecca della Federal Reserve, la minaccia di rivoluzioni colorate e l’eliminazione fisica dei politici indesiderati.

Esagerate sull’eliminazione fisica?
Niente affatto. La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti non è nemmeno un servizio d’intelligence dai compiti tradizionali. Il PGU del KGB o il SVR della RF sono servizi segreti classici: raccolta di informazioni ed informare i vertici del Paese. Nella CIA le caratteristiche tradizionali dell’intelligence sono gli ultimi dei suoi problemi. Gli obiettivi principali sono: eliminazione, anche fisica, dei politici e organizzazione dei colpi di Stato. E lo fanno ora. Dopo la perdita del sottomarino Kursk, il direttore della CIA George Tenet ci visitò. Mi fu chiesto d’incontrarlo all’aeroporto. Tenet era lento ad uscire dal velivolo, ma era aperto, così potei sbirciare dentro il suo Hercules, era un quartier generale volante, centro di calcolo operativo pieno di attrezzature e sistemi di comunicazione in grado di monitorare e rispondere alla situazione in tutto il mondo. La delegazione che l’accompagnava era di venti persone. Quanto a noi, voliamo su voli regolari in squadre di 2-5 persone. Si può sentire la differenza, per così dire.

A proposito, riguardo l’intelligence. Ancora una volta si parla del ripristino del servizio d’intelligence russo unico, unendo SVR e FSB. Che ne pensa?
Sono molto negativo. Se combiniamo i due servizi speciali, intelligence straniera e contro-intelligence, allora avremo una fonte di informazione per i vertici del Paese invece che due. Quindi, la persona che presiede questa “fonte di informazioni” ha il monopolio, e può manipolarle per raggiungere un certo obiettivo. In URSS le manipolazioni informative del KGB erano evidenti anche al capitano Reshetnikov. A un presidente, uno zar o un primo ministro, non importa come si chiama il primo funzionario, è vantaggioso avere diverse fonti d’intelligence indipendenti. Altrimenti diventa ostaggio di un certo leader della struttura o della struttura stessa. È molto pericoloso. Gli autori di questa idea pensano che diverremo più forti dopo l’unificazione. Invece, ci creeremo delle minacce.

Dove sono le trappole?
E ora passiamo dalle teorie del complotto globale ai nostri affari. Come si può passre da funzionario che non sa ciò che fa ad agente d’influenza che sa quello che fa?
Non ci sono così tanti agenti di influenza importanti nel mondo come molti pensano. Adottare o meno gravi decisioni strategiche contro gli interessi del proprio Paese, viene di solito deciso da, per così dire, agenti ideologici. Costoro sono tra i nostri funzionari finiti coll’occupare posizioni ai vertici della nazione, ma la cui anima è in occidente. Non c’è bisogno di arruolarli o comandarli. Per costoro tutto ciò che avviene “là” è la massima realizzazione della civiltà. E qui siamo nella “sporca” Russia. Non legano il futuro dei loro figli, che inviano all’estero, al Paese. E questo è un indicatore serio di conti in banche estere. A tali “compagni” sinceramente non piace la Russia, il cui “sviluppo” controllano.

Ha appena ritratto alcuni dei nostri ministri con estrema precisione. Come passeremo il 2015 con costoro?
Quest’anno, con loro o senza di loro, sarà difficile. Molto probabilmente, neanche il prossimo anno sarà facile. Ma dopo la nuova Russia andrà avanti con fiducia.

2014-ukraine-crisis-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AIIB, Banca BRICS e mondo emergente

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora5421346c05a0d_itj8fxenb1v0La Germania ne è uno dei membri fondatori, come la Francia, Lussemburgo e anche la Gran Bretagna. La Russia di Putin e l’India sono anche tra i fondatori. Per la sorpresa di molti, quindi del Fondo monetario internazionale (FMI), ente finora pilastro del sistema del dollaro. Parliamo dell’Asian Infrastructure Investment Bank o AIIB della Cina. La questione è se l’AIIB sia sulla via d’impiantare il seme di un nuovo ordine monetario che potrebbe sostituire l’influenza distruttiva del dollaro? O sarà infettato dai cavalli di Troia come Regno Unito e FMI? La risposta potrebbe modellare l’architettura di un nuovo mondo in cui il dollaro e le sue strutture del debito non detteranno al mondo le politiche economiche. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava la creazione di una nuova banca internazionale per finanziare grandi progetti infrastrutturali in Asia. La spinta principale della Cina era finanziare la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta eurasiatica, anche progetti infrastrutturali marittimi e il rifiuto degli Stati Uniti di accettare la grande riforma del voto nel FMI, che darebbe alla Cina ed altre nazioni economiche emergenti, più vce. Pechino annunciava che avvierà con 50 miliardi dollari la nuova banca. Al momento, Washington e la maggior parte del resto del mondo ignoravano la banca, mentre l’amministrazione Obama attaccava l’AIIB per possibile scarsa trasparenza o scarsa preoccupazione per rischi ambientali o violazioni di brevetto, e cioè che l’AIIB sia una minaccia strategica all’egemonia globale del dollaro USA.

Il tiro ben assestato di Washington ai propri piedi
L’amministrazione Obama si è ferocemente opposta quando Regno Unito, Australia, Giappone e altri grandi alleati degli Stati Uniti espressero interesse ad aderire all’AIIB, ed ora si sono sparati ai piedi. Oggi, al 31 marzo più di 40 nazioni hanno aderito alla nuova banca della Cina da Soci Fondatori. La banca potrebbe rivaleggiare con FMI, Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo quale creditore a lungo termine capace di attrarre capitali per investimenti in grandi infrastrutture in Eurasia e forse altrove. Queste tre banche pubbliche nacquero con il trattato di Bretton Woods, negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e tutte sono controllate strettamente da Washington a vantaggio del dollaro e dei suoi interessi. Ora la Cina non agisce furtivamente alle spalle dei cari amici di Washington. Nel 2010 Cina, Brasile e altri Paesi in via di rapido sviluppo si accordarono sulla riforma del Fondo monetario internazionale, raddoppiando i fondi a disposizione del FMI in cambio di un maggior peso di Paesi come Cina, Russia, India, Brasile ed altre economie neanche esistenti nel 1944 per dimensione economica relativa. La proposta ebbe il 77% dei voti di tutti i Paesi membri del FMI. La riforma del 2010 sul diritto di voto del FMI prevedeva che la Cina divenisse il terzo maggiore Paese membro del FMI, e che quattro economie emergenti: Brasile, Cina, India e Russia, fossero tra i 10 maggiori azionisti del Fondo. In base alle norme attuali, Washington detiene opportunamente il diritto di veto pari al 16,75%. Gli stretti alleati geopolitici degli statunitensi, Giappone con il 6,23%, Regno Unito e Francia ciascuno con il 4,29% e Germania con il 5,81%, assicurerebbero che la politica del FMI in ogni campo sia “amichevole” agli interessi nazionali statunitensi.
Cina, Russia, India, Brasile e altre economie in rapida emersione trovano manifestamente assurdo che i diritti di voto di oggi, al consiglio esecutivo del FMI, diano alla Francia, con un PIL di 3000 miliardi di dollari, di gran lunga più voti alla Cina con un PIL di oltre tre volte, 10 trilioni di dollari, o dia al Belgio (1,86%), con un PIL di 500 miliardi di dollari, una quota di voto maggiore del Brasile (1,72%), dal PIL quattro volte maggiore di 2200 miliardi di dollari. Secondo gli statuti del FMI, i diritti di voto di un Paese membro dovrebbero essere proporzionali al PIL relativo tra i 147 Paesi membri del FMI. Quando Washington elaborò lo statuto del FMI nel 1944, decise comodamente che nessuna decisione importante del FMI entrasse in vigore a meno che non ricevesse l’85% dei voti dei membri. Washington agisce da pit bull del vecchio statuto in cui gli USA hanno diritto di veto. Il Congresso degli Stati Uniti si rifiuta di far passare le riforme del FMI e di superare l’impasse. Un modo di spingere la Cina e gli altri Paesi in rapida crescita dei BRICS a cercare oltre FMI e Banca mondiale e costruire una nuova architettura. L’AIIB oggi appare rapidamente al centro della nuova architettura globale emergente. Piuttosto che cercare d’influenzare il nuovo AIIB dall’interno, Washington ha scelto una tattica che gli è costata un’enorme ed umiliante sconfitta geopolitica, e che probabilmente escluderà le società statunitensi da lucrosi contratti di costruzione. La politica estera di Obama, come di George W. Bush, è gestita da un branco di neo-con incapaci di una risposta flessibile. Per loro tutto ciò che la Cina fa è “cattivo” e deve essere contrastato con tutti i mezzi dagli USA. La Cina per questa gente di Washington è l’emergente potenza militare sfidante globale, così Obama impone la strategia militare del “Pivot in Asia” per circondare e assaltare Pechino. L’influenza economica e finanziaria della Cina minaccia il sistema del dollaro tanto che deve opporvisi. I BRICS rischiano di sottrarre dal controllo di Washington gli Stati vassalli, quindi gli Stati dei BRICS devono subire “una lezione”, mentre Washington ha recentemente tentato, con la consueta rivoluzione colorata, di organizzare proteste dell’opposizione contro la presidentessa pro-BRICS Dilma Rousseff, nella speranza d’installarvi un liberista filo-USA. Il problema per Washington è che niente di tutto ciò funziona come una volta. E Washington vede i suoi “alleati” più vicini abbandonarla per aderire all’AIIB della Cina. Viene in mente la dichiarazione del primo ministro inglese Lord Palmerston, “l’Inghilterra non ha amici, ma solo interessi“.

La nuova architettura emergente
001ec949c22b15317d4a06 Non solo Russia, Brasile e India,sono tra i fondatori dell’AIIB, quattro dei cinque Paesi BRICS, ma anche Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Pakistan, Filippine, Vietnam, Paesi che l’amministrazione Obama cerca di fare aderire militarmente al Pivot in Asia contro la Cina, hanno deciso di aderire alla nuova banca della Cina. Anche Taiwan ha chiesto di aderirvi come Taipei. E un altro colpo devastante per l’immagine di Washington e, forse, per il futuro del suo dominio nel FMI e Banca mondiale, è il fatto che cinque delle sette maggiori potenze industriali occidentali: Italia, Francia, Germania, Regno Unito e anche in Giappone, probabilmente vi aderiranno. In tutto oltre quaranta nazioni hanno chiesto di diventarne membri fondatori. “Il denaro parla e nessuno cammina”, come diceva il folle jingle radiofonico trasmesso negli anni ’60 in dal DJ rock Charlie Greer sulla popolare stazione radio WABC Top 40 di New York, per pubblicizzare il negozio di abbigliamento Dennison. La Cina ha i soldi, e nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra tenersene lontano. La corsa per aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank della Cina da parte di tutti i maggiori Paesi dell’UE realizza l’idea che Asia ed Eurasia creeranno o distruggeranno il futuro economico del pianeta. Le economie di Stati Uniti e Canada soffocano sotto debiti inesigibili, infrastrutture marcescenti e arrugginite città fantasma industriali come Detroit o Pittsburgh. Gli USA non sono più il magnete commerciale che attrae tutti gli altri. Il Paese è devastato e i dati economici del governo sono una raccolta di menzogne: il suo vero tasso di disoccupazione è al 23,2%, a livelli da Grande Depressione, secondo le statistiche oscurate dal governo di John Williams.
La Cina è nella posizione cruciale di fondare una nuova banca per finanziare grandi infrastrutture transnazionali come la ferrovia ad alta velocità trans-eurasiatica della Nuova Via della Seta a cui la Russia si collega. Emergeranno grandi richieste per la costruzione di infrastrutture per l’energia elettrica ed autostrade in tutta l’Eurasia e l’Asia. Infrastrutture economiche sono allo studio per collegare la Corea del Sud alla grande economia cinese attraverso la Corea democratica. Il gap infrastrutturale in Asia ed Eurasia è sufficiente per stimolare la crescita industriale globale per decenni. L’Asian Development Bank (ADB) stima che l’Asia avrà bisogno di 8000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua ed igiene. Ora gli investimenti privati nelle infrastrutture arrivano a soli 13 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte per progetti a basso rischio. L’aiuto pubblico allo sviluppo aggiunge altri 11 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un deficit superiore a 700 miliardi di dollari l’anno. Rifiutando di aderirvi e cercando di fermare l’AIIB, Washington in effetti contrasta gli investimenti regionali asiatici che espanderanno il commercio, sostenendo lo sviluppo dei mercati finanziari e la stabilità macroeconomica, migliorando le condizioni sociali, ambientali e sanitarie. Invece Washington ha da offrire solo la sciocca Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio favorevole agli USA per consentire a Monsanto e altre aziende statunitensi d’ignorare le leggi nazionali asiatiche nel perseguimento del profitto. Il fatto stesso che l’AIIB abbia raccolto tale supporto in tutto il mondo dimostra l’impotenza delle istituzioni di Bretton Woods, Banca Mondiale, FMI e Banca asiatica di sviluppo, dominate dagli USA.

E la nuova Banca dei BRICS
L’Asian Infrastructure Investment Bank non è l’unica nuova iniziativa delle economie emergenti del mondo. Al summit dei BRICS a Fortaleza, in Brasile, nel 2014, i cinque capi di Stato dichiararono senza mezzi termini, “siamo delusi e seriamente interessati dall’attuale mancata attuazione delle riforme del Fondo Monetario Internazionale del 2010, incidendo negativamente su legittimità, credibilità ed efficacia del FMI“. Collettivamente, i BRICS rappresentano 16000 miliardi dollari di PIL e il 40% della popolazione mondiale, nulla da poter alla leggera trascurare come gruppo di repubbliche delle banane, come certi politici a Washington evidentemente ancora pensano. Non fanno visite oculistiche dal 1944 a quanto pare. La Nuova Banca di Sviluppo, come viene formalmente chiamata, o informalmente Banca di sviluppo dei BRICS, avrà sede a Shanghai, centro finanziario mondiale in rapida espansione in Cina. Si aprirà al business con 100 miliardi di dollari di riserva liquida in dollari, per difendersi da eventuali guerre valutarie come quelle che Washington e Wall Street lanciarono nel 1997 per distruggere le economie delle tigri asiatiche, allora nel boom guidato da Corea del Sud, Malaysia e Indonesia. La nuova banca avrà anche un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, a cui ogni Paese BRICS contribuisce con 10 miliardi, con l’opzione per arrivare a 100 miliardi per finanziare i progetti infrastrutturali dei BRICS. La Carta della NBS specifica che l’adesione sarà aperta a tutti gli Stati delle Nazioni Unite. Tuttavia, e ciò è fondamentale, il capitale sociale dei cinque fondatori dei BRICS non dovrà mai scendere al di sotto del 55 per cento, e un membro non-fondatore non potrà mai andare oltre il 7 per cento. In breve, la banca BRICS sarà gestita dai governi che condividono profonda insoddisfazione verso le istituzioni di Bretton Woods controllate da Washington. La combinazione delle due nuove banche infrastrutturali rappresenta la maggiore minaccia al sistema del dollaro statunitense e al suo controllo dei flussi finanziari mondiali dal 1944. Questa minaccia guida l’agenda estera allo sbando di Washington. Pace e cooperazione sono molto più utili per risolvere le questioni tra nazioni civili.

600x458F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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