Il più grande attore nella storia del mondo

Alastair Crooke, SCF 01.05.2018John Mauldin ci offre un aneddoto molto pertinente sulla Cina: “Negli anni ’90, Robert Rubin, segretario del Tesoro sotto Bill Clinton, stava negoziando i termini in base ai quali la Cina sarebbe stata ammessa nell’Organizzazione mondiale del commercio. Le mie fonti dicono che in sostanza stava chiedendo molte delle stesse cose che Trump vuole ora… Ma nel 1998, nel mezzo dello scandalo di Monica Lewinsky, Clinton voleva una “vittoria” (non diversamente dall’attuale presidente). E Rubin non la consegnò, tenendo ferma la richiesta di accesso al mercato e garanzie sulla proprietà intellettuale, ecc. Clinton poi tolse i negoziati cinesi a Rubin e li diede alla segretaria di Stato Madeleine Albright con le istruzioni da seguire. Non essendo esperta di commercio, Albright non ha compreso i problemi sottostanti. I cinesi si sono resi conto che stava giocando una mano debole e si è mantenuta ferma. Per farla breve, le mie fonti dicono che ha effettivamente ceduto. Clinton ha ottenuto la sua “vittoria” e siamo rimasti bloccati con un pessimo accordo commerciale. Quando Trump sostiene che siamo stati snookered in un pessimo accordo commerciale, ha ragione, anche se mi chiedo se capisca la storia. Forse qualcuno gli ha dato lo sfondo, ma non è mai uscito in nessuno dei suoi discorsi. L’accesso all’OMC, finalmente avvenuto nel 2001, consentì alla Cina di iniziare a conquistare i mercati con mezzi legali e di accedere alla proprietà intellettuale degli Stati Uniti senza pagare… Questo fa la differenza ora? Probabilmente no… Ma porta alla rivalità di cui abbiamo parlato. È possibile che Stati Uniti e Cina restino in un’organizzazione come l’OMC? Trump sembra dubitarne, poiché ha minacciato di ritirarsene. Potremmo, un giorno, guardare a questo periodo di unico corpo al governo del commercio internazionale come aberrazione, un bel sogno mai realizzato. Se è così, preparatevi a qualche grande cambiamento”. Questo è il punto cruciale di una delle più grandi questioni geopolitiche d’Europa e USA. Mauldin ci dà ciò che l’opinione generale ritiene, “nonostante alcune retoriche, non credo che Trump sia ideologicamente contro il commercio. Penso che voglia solo una “vittoria” statunitense ed è flessibile su ciò che significa“. Sì, Trump probabilmente finirà per fare ‘come Clinton’, ma gli USA non hanno un’alternativa realistica se non accettare una Cina in crescita? Il mondo è cambiato dall’era Clinton: non si tratta più solo di litigare sulle ragioni dello scambio. Xi Jinping è all’apice del sistema politico cinese. La sua influenza ora permea ad ogni livello. È il leader più potente dal Presidente Mao. Kevin Rudd (ex-primo ministro australiano e vecchio studente della Cina) osserva che “nulla di tutto questo è per deboli di cuore… Xi è cresciuto nella politica del partito cinese condotta ai vertici. Attraverso suo padre, Xi Zhongxun… ha conseguito la “masterclass” non solo su come sopravvivere, ma anche come vincere. Per questi motivi, ha dimostrato di essere il politico più formidabile della sua era. È riuscito a impedire, aggirare, battere quindi rimuovere ciascuno degli avversari politici. Il termine educato per questo è consolidamento del potere. In ciò, ha sicuramente avuto successo“. Ed ecco il problema: il mondo che Xi immagina è del tutto incompatibile con le priorità di Washington. Xi non è solo più potente di qualsiasi altro predecessore da Mao, lo sa e intende lasciare il segno nella storia mondiale. Si equipara, o addirittura supera, Mao. Lee Kuan Yew, che prima della morte nel 2015 era il principale osservatore della Cina al mondo, diede una risposta esplicita sulla straordinaria traiettoria della Cina negli ultimi 40 anni: “La dimensione del peso della Cina nell’equilibrio mondiale è tale che il mondo deve trovarne un nuovo. Non è possibile fingere che questo sia solo un altro grande attore. Questo è il più grande attore nella storia del mondo“.
Il 2021 segnerà il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese e Xi intende chiaramente che quell’anno la Cina mostri i risultati raggiunti dai suoi primi obiettivi secolari. A quel punto, la Cina si aspetta di essere l’economia più potente del mondo (e lo è già, secondo la parità del potere d’acquisto), e potenza emergente mondiale politica e militare. Secondo Richard Haas, presidente del Consiglio per le relazioni estere degli Stati Uniti, “l’ambizione a lungo termine della Cina è smantellare il sistema di alleanze USA in Asia, sostituendolo con un ordine di sicurezza regionale più benevolo (per Pechino) in cui gode di un posto privilegiato, e idealmente do una sfera d’influenza commisurata al suo potere“. (Caso mai, Haas potrebbe sottovalutare la cosa). Per raggiungere il primo dei due obiettivi secolari (il secondo entro il 2049), la Cina ha un importante filone economico, un filone economico/politico e uno politico/militare per raggiungere gli obiettivi. Il Made in China 2025 è una politica industriale che riceve massicci finanziamenti statali su ricerca e sviluppo (232 miliardi di dollari nel 2016), compresa l’integrazione esplicita del doppio uso nell’innovazione militare. Il suo obiettivo principale, oltre a migliorare la produttività, è fare della Cina il “leader tecnologico” del mondo, e diventare per il 70% autosufficiente in materiali e componenti chiave. Questo potrebbe essere ben noto in teoria, ma forse il passaggio all’autosufficienza di Cina e Russia suggerisce qualcosa di più duro. Questi Stati passano dal modello classico del commercio liberale a uno economico basato sull’autonomia guidata dallo Stato (come sostenuta da economisti come Friedrich List, prima di essere eclissata dalla prevalenza del pensiero di Adam Smith). Il secondo polo della politica è la famosa iniziativa “Cintura e strada” che collega la Cina all’Europa. L’elemento economico, tuttavia, è spesso deprecato in occidente come “semplice infrastruttura”, anche se su larga scala. La sua concezione, piuttosto, rappresenta un colpo diretto al modello economico occidentale, iper-finanziario. In una nota osservazione critica diretta alla forte dipendenza della Cina dallo sviluppo di tipo occidentale guidato dal debito, un autore anonimo (che si pensa fosse Xi o un suo vicino), notava (con sarcasmo) l’idea che i grandi alberi possano essere coltivati “nell’aria”. Vale a dire: che gli alberi devono avere radici e crescere nel terreno. Invece che dall’attività ‘virtuale’ finanziaria dell’occidente, l’attività economica reale deriva dall’economia reale, con le radici piantate nella terra. ‘Cintura e strada’ è proprio questo: inteso come primo catalizzatore dell’economia reale. L’aspetto politico, ovviamente, è evidente: creerà un immenso blocco di influenza (Remimbi) e commerciale, ed essendo basato sulla terra, sposterà il potere strategico dal dominio occidentale sul mare alle rotte terrestri su cui le forze militari convenzionali occidentali hanno potere limitato, così come trasferirà il potere finanziario dal sistema del dollaro al Remimbi e ad altre valute.
L’altro aspetto, che ha ricevuto meno attenzione, è il modo in cui Xi è riuscito a mettere insieme i suoi obiettivi con quelli della Russia. Inizialmente prudente nei confronti del progetto “Cintura e strada” quando Xi lo lanciò nel 2013, il Cremlino era tesa per via del colpo di Stato occidentale contro i suoi interessi in Ucraina, e il piano congiunto USA-Arabia Saudita per far crollare il prezzo del petrolio (l’Arabia Saudita voleva fare pressione sulla Russia ad abbandonare Assad e gli Stati Uniti indebolire il Presidente Putin, indebolendo rublo e finanze del governo). Così, nel 2015, il Presidente Putin aveva promesso un collegamento tra Unione economica eurasiatica della Russia e Cintura economica della Via della Seta della Cina, e due anni dopo Putin era ospite d’onore del vertice ‘One Belt, One Road‘, tenutosi a Pechino. Ciò che è interessante è il modo in cui la Russia integrava la visione di Xi nel proprio pensiero della “Grande Eurasia”, concepito come antitesi all’ordine mondiale finanziario dagli statunitensi. Il Cremlino, ovviamente, sa bene che nel campo commerciale e finanziario, la posizione della Russia in Eurasia è molto più debole di quella della Cina. (L’economia cinese otto-dieci volte quella russa). I punti di forza cruciali della Russia sono tradizionalmente nei settori politico-militare e diplomatico. Quindi, lasciando le iniziative economiche alla Cina, Mosca si batte nel ruolo di capo architetto dell’architettura politica e di sicurezza eurasiatica, un concerto tra le maggiori potenze asiatiche e produttrici di energia.
Il Presidente Putin ha, in un certo senso, trovato simmetria e complementarità nella politica di Xi della ‘Cintura e strada’ (un equilibrio asimmetrico russo, se si vuole, alla mera forza economica di Xi) nella sua ‘Una Mappa; tre regioni’, Bruno Maçaes scrisse: “Nell’ottobre 2017, l’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, fece l’insolito passo di presentare un rapporto geopolitico sugli “ideali dell’integrazione eurasiatica” a un pubblico a Verona, in Italia. Una delle mappe proiettate sullo schermo durante la presentazione mostrava il supercontinente, quello che i circoli russi chiamano “Grande Eurasia”, diviso tra tre regioni principali. Per Sechin, la divisione cruciale non è tra Europa e Asia, ma tra regioni di consumo energetico e regioni di produzione di energia. I primi sono organizzati sui limiti occidentale e orientale del supercontinente: l’Europa, compresa Turchia ed Asia Pacifico, inclusa l’India. Tra di essi troviamo tre regioni di produzione di energia: Russia e Artico, Caspio e Medio Oriente. È interessante notare che la mappa non spezza queste tre regioni, preferendo tracciare una linea di delimitazione attorno alle tre regioni. Sono contigue, formando così un unico blocco, almeno da una prospettiva puramente geografica”. “La mappa, osserva Maçaes, “illustra un punto importante sulla nuova immagine di sé della Russia. Dal punto di vista della geopolitica energetica, Europa e Asia-Pacifico sono perfettamente equivalenti, fornendo fonti alternative alla domanda di risorse energetiche… E, considerando le tre aree (che la mappa) delimita, diventa evidente che due di esse sono già guidate e organizzate da un attore principale: la Germania nel caso dell’Europa; e la Cina per l’Asia-Pacifico“. È da questa prospettiva che deve essere compreso il rinnovato interesse e intervento della Russia in Medio Oriente. Consolidando tutte e tre le regioni produttrici di energia sotto la sua guida, la Russia può essere in vera parità con la Cina nel plasmare il nuovo sistema eurasiatico. I suoi interessi sono ora più decisivi nell’organizzare una volontà politica comune per la regione centrale della produzione di energia, piuttosto che nel recuperare i “vecchi desideri” di far parte dell’Europa. E la “volontà politica” è anche il progetto di Xi: considerando che una volta che la Rivoluzione Culturale di Mao cercò di spazzare via il passato della Cina e sostituirlo con il “nuovo socialista” del comunismo, Xi sempre più rappresenta il partito da erede e successore di un impero di 5000 anni che ceduto il basso solo al predone occidentale, scrive Graham Allison, autore di Destined for War: Can America e China Escape Thucydides’s Trap? Così il Partito ha evocato passate umiliazioni per mano del Giappone e dell’Occidente “per creare un senso di unità che si era fratturato e per definire un’identità cinese fondamentalmente in contrasto con la modernità americana“. Infine, Xi si è impegnato a rendere di nuovo forte la Cina. Crede che un esercito che “possa combattere e vincere guerre” sia essenziale per realizzare ogni altra componente del “ringiovanimento” della Cina. Gli USA hanno più “struttura” militare della Cina, ma Mosca ha armi tecnologicamente migliori, anche se la Cina recupera velocemente al riguardo sull’occidente. La diretta cooperazione strategica strategica tra Cina e Russia (la Cina era indietro alla Russia militarmente e politicamente) era evidente nella recente spinta dell’infowar di Stati Uniti e Regno Unito, Skripal e armi chimiche in Siria, contro la Russia. Agendo come deterrenza all’azione militare statunitense intrapresa contro uno o l’altro Stato.
A Washington ci sono, a differenza di Pechino, diverse voci che tentano di definire l’interazione con la Cina. Trump è stato il più forte, ma ci sono anche gli ideologi che chiedono un ritorno fondamentale alle ragioni dello scambio e dei diritti di proprietà intellettuale. Ma anche le forze armate statunitensi sono fermamente convinte che gli Stati Uniti debbano rimanere l’egemone militare nella regione Asia-Pacifico e che alla Cina non può essere permesso cacciare gli USA. C’è tuttavia una rara unità a Washington tra ‘think tankers’ e i due principali partiti politici su un punto, e un solo punto: che la Cina è la “Numero uno” delle minacce alle regole “dettate dagli statunitensi” alla base dell’ordine globale… e dovrebbe essere ridimensionata. Ma cosa, tra gli obiettivi della Cina delineati sopra, gli Stati Uniti pensano di poter in qualche modo “ridurre” e “ridimensionare” nel modo più sostanziale la Cina, senza entrare in guerra? Realisticamente, Xi potrebbe concedere a Trump delle concessioni minori (ad esempio su proprietà e proprietà intellettuale) per consentigli di rivendicare una “vittoria” (cioè fare di nuovo “come Clinton”) e acquistare qualche anno di fredda pace economica, mentre gli Stati Uniti continuano ad accumulare disavanzi commerciali e di bilancio. Ma alla fine, dovranno decidere di adattarsi alla realtà o rischiare la recessione nel migliore dei casi, o la guerra nel peggiore. Sarà difficile economicamente e geopoliticamente, soprattutto dato che chi sostiene di conoscere Xi, sembra convinto che oltre a voler riportare la Cina ad essere il ‘più grande attore nella storia del mondo’, aspiri anche a colui che finalmente riunisce la Cina: includendo non solo Xinjiang e Tibet sulla terraferma, ma anche Hong Kong e Taiwan. Gli USA possono assorbire culturalmente il pensiero che Taiwan ‘democratica’ sia militarmente unita alla Cina? Potrebbero scambiarlo con una soluzione sulla Corea democratica? Appare improbabile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Johannis, Orbán, Netanyahu e gli “ebrei di Dragnea”

Modeste Schwartz, Visegrad Post

Johannis e Merkel

Romania: “Non so cosa stia pianificando il signor Dragnea laggiù, cogli ebrei“. Quest’affermazione piuttosto poco seria, dichiarata pubblicamente da un capo di Stato europeo tedesco, e che se fosse stata pronunciata, ad esempio, da un uomo della FPÖ austriaca, avrebbe sicuramente monopolizzato le prime pagine della stampa occidentale, è passata inosservata. Il capo di Stato in questione è il presidente rumeno Klaus Johannis, questo silenzio travolgente conferma un vecchio sospetto: verso Visegrad e gli altri Stati problematici dell’Europa post-comunista, la macchina della propaganda euroglobalista ora lavora in “modalità ucraina”, Kiev è il luogo in cui tale curioso dispositivo di cecità selettiva fu testato, rendendo ogni giornalista occidentale sul posto insensibile agli stimoli visivi, auditivi e testuali (svastiche, marce di SS, vocaboli copiati dagli anni ’30) che tali stessi giornalisti, in occidente rintracciano nei discorsi e apparenze dei movimenti patriottici, sovranisti e nazionalisti con una meticolosità di cui la Santa Inquisizione sarebbe gelosa. Circostanza aggravante: l’autore di tale strana frase, prima di essere, come di recente, cooptato dal Partito Liberale Nazionale (la nuova nave rumena della marina globalista, dopo l’affondamento dell’USS Basescu) che l’ha portato alla presidenza da sindaco di Sibiu, città sassone della Transilvania. Klaus Johannis, ovviamente, non può essere incolpato per il fatto che i sassoni della Transilvania, diversi decenni prima della sua nascita, aderirono massicciamente al piano europeo di Hitler, arruolandosi in massa nelle SS (una decisione, per di più, che pagarono a cato prezzo durante la “liberazione” sovietica della Romania). D’altra parte, è innegabile che il partito etnico sassone nei cui ranghi Johannis iniziò la carriera politica sia l’erede ufficiale di un’organizzazione del Terzo Reich. Lungi da me incoraggiare ogni sorta di caccia alle streghe, ma immaginate per un momento di scoprire tali legami storici tra, ad esempio, Viktor Orbán o Robert Fico e il passato collaborazionista di Ungheria o Slovacchia: il doppio standard è lampante. Resta da vedere perché il sassone di Bucarest abbia dato alla stampa occidentale una così perfetta opportunità di smascherarsi come cinico strumento di propaganda con tali indignazioni a tempo. A meno di due anni dalle elezioni presidenziali, che sembra non poter vincere, questo buon amico della cancelliera Merkel spera davvero di capitalizzare politicamente sul possibile antisemitismo di massa dei rumeni? E’ improbabile. La sua scarsa padronanza del rumeno, che potrebbe aver facilitato l’errore, non è sufficiente a spiegarlo. Quindi sembra che il vero pro-LGBT Klaus Johannis, il giorno dopo la caduta da pedalata al lavoro, intendesse accrescere la propria popolarità (con conseguente dolorosa comprensione che i passanti a a Bucarest non lo riconobbero), quasi letteralmente, spinto da sotto le ruote. Possiamo anche trovare conferma di tale sospetto in altre dichiarazioni nelle ultime ore, dove lo stesso Klaus Johannis chiedeva, ad esempio, in un raptus per la dipartita della Prima Ministra Viorica Dâncila (una mossa su cui non ha potere costituzionale); Viorica Dâncila è anche il braccio destro dello stesso Liviu Dragnea, capo del partito socialdemocratico al governo, che “intriga cogli ebrei”.
Perché tanto panico? Per capirlo, è necessario tornare al contesto di tale errore verbale. Gli “ebrei” di cui parlava sono le autorità israeliane, a cominciare dal primo ministro Benjamin Netanyahu, al quale Dâncila e Dragnea fecero una visita ufficiale a Tel Aviv. Cosa può Liviu Dragnea “progettare” con loro? Lo stesso Benjamin Netanyahu è uno dei pochi capi di Stato del (sensu lato) mondo occidentale che rumorosamente gioì per la vittoria di Donald Trump, un anno e mezzo fa, e di Viktor Orbán tre settimane fa. Lo stesso Liviu Dragnea è l’uomo che, nel PSD al potere a Bucarest, operò un cambiamento geopolitico inaudito circa un anno prima, rompendo con una certa tradizione magiarofoba (mantenuta fino a poco tempo prima dal suo sfortunato rivale Victor Ponta) con cospicue mosse verso Budapest e V4. È anche il bersaglio privilegiato di un apparato politico-giudiziario ereditato dal regime di Basescu, i cui legami con la CIA di Obama sono noti, e il politico rumeno più vilipeso dalla maidan a bassa intensità che da oltre un anno briga per le strade rumene e in cui è evidente il coinvolgimento di molti attivisti rumeni della galassia di Soros. Lo stesso Georges Soros, la cui Open Society Foundation lascia Budapest per Berlino, a cui il FIDESZ di Viktor Orbán gli ha fatto capire che d’ora in poi sarà ritenuto responsabile dell’interferenza “filantropica” nella vita politica ungherese. La stessa Berlino, che attraverso la sua vasta rete di fondazioni e di alleanze politico-economiche rumene, è sempre stata la più forte sostenitrice di Klaus Johannis.
Qui i fatti. Aggiungiamo alcune voci di corridoio. In Romania, la schiacciante vittoria del FIDESZ nelle elezioni ungheresi dell’8 aprile è stata accolta da un’euforia temperata solo dal rimpianto, tinta di gelosia, nel vedere il vicino ungherese riconquistare la sovranità e non avere allo stesso tempo “un uomo come Orbán” a Bucarest a garantire che la Romania non diventi il perdente nella nuova costruzione dell’Europa centrale in corso. Dopo più di un anno di reazioni piuttosto pusillanimi all’aggressione occidentale, Liviu Dragnea avrebbe sentito il profondo sospiro della gente? In ogni caso, questo è quanto afferma poco dopo l’annuncio dei risultati ungheresi, dicendo che vuole organizzare a maggio una manifestazione di massa (implicitamente modellata sulla “Marcia della pace” del FIDESZ) per costringere Klaus Johannis a rispettare finalmente la costituzione organizzando un referendum sulla famiglia, voluto da mesi da vari attori conservatori nella società civile rumena, a partire dalla molto attiva Coalizione per la famiglia. Queste organizzazioni hanno raccolto (ben oltre) il numero di firme richieste legalmente, e Klaus Johannis in effetti viola la costituzione rumena rifiutando di organizzare il referendum col pretesto che i firmatari (cioè milioni di romeni, probabilmente anche parte del proprio elettorato del 2014!) sarebbero “fanatici religiosi” (sic), lo scopo della consultazione è includere nella costituzione (come in Ungheria) il “carattere eterosessuale” del matrimonio. Questo è un tema estremamente delicato in Romania, non solo perché il 95% dei rumeni per lo più ortodossi si dichiara credente, ma anche perché molti degli over 40 conservano un vivido ricordo degli anni ’90, quando la Romania attirò l’avidità della tratta dei bambini, precipitasi a sfruttare la miniera di orfanotrofi fatiscenti pieni di bambini abbandonati (vittime collaterali del divieto di contraccezione della politica natalista di Nicolae Ceauaescu). Sembra anche che uno dei primi contatti di Klaus Johannis con l’occidente agisse da intermediario per conto di organizzazioni adottive del Canada. Questo è un leitmotiv che si ritrova anche nella biografia di Donald Lothrop, “l’americano innamorato della Romania” che, attraverso la sua fondazione Romania One, gestisce il sito Press One, punta di diamante della stampa atlantista in Romania, che s’impegna, tra le altre cose, ad alimentare la russofobia e la paura di Viktor Orbán. Questo tema sociale può quindi essere considerato, in termini di mobilitazione, come l’equivalente rumeno del tema della crisi migratoria, sul quale navigava la campagna di Viktor Orbán, essendo l’Ungheria un Paese meno religioso, più femminista e sessualmente più permissivo della Romania, ma anche più consapevole della propria identità collettiva e dell’interesse ad avere confini. Tuttavia, anche se la pedagogia dell’esempio potrebbe essere più che sufficiente a spiegare l’ondata regionale di emulazione dello tsunami FIDESZ, viene sussurrato che gli stessi guru israeliani della comunicazione politica potrebbero aver contribuito a definire il concetto della campagna del FIDESZ che ora lavorano anche alla vittoria del PSD nelle elezioni presidenziali rumene del 2019. e se fosse vero, farebbe davvero sudare il ciclista del Cotroceni Palace.
Un dettaglio inquietante: mentre la suddetta gaffe costituisce, per quanto se ne sa, la prima esplosione pubblica dell’antisemitismo represso di Klaus Johannis, la sua richiesta perfettamente incostituzionale di dimissioni della Prima Ministra, basata sulla certezza di tutti gli atlantisti che incarnano “democrazia” e “Stato di diritto”, non è il primo del genere. Eletto presidente per dieci mesi ma ancora privo di maggioranza parlamentare per formare un governo, nel settembre 2015, chiese le dimissioni del governo del PSD di Victor Ponta, che inizialmente rifiutò. Ma alla fine vinse il 30 ottobre 2015, in seguito alla “tragedia del Colectiv“, cioè al presumibilmente accidentale incendio di una discoteca a Bucarest che provocò numerosi morti e feriti; sebbene fosse responsabilità del municipio, pesanti accuse furono lanciate al governo da una stampa rumena dipendente dal capitale occidentale e favorevole a Johannis. L’equilibrio (o piuttosto equilibrio) delle forze nell’arena mediatica rumena è, in sostanza, lo stesso del 2015, e non si raccomanda con forza ai nostri lettori rumeni di evitare i concerti in spazi chiusi nei prossimi giorni, approfittando invece del bel tempo partecipando a festival all’aperto o a barbecue cogli amici.

Liviu Dragnea

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come l’energia separa Commissione europea e Ungheria

Antoine de Longevialle, Visegrad Post

Ungheria: “Per sette anni ho lavorato per costruire una politica estera basata sui nostri interessi nazionali, piuttosto che sulla mentalità e la logica di riluttante alleato. Andiamo bene, ma c’è un pezzo del puzzle che non è ancora a posto: si chiama Bruxelles“. Questo è ciò che Viktor Orbán affermò in un incontro estivo cogli studenti nel 2017, e probabilmente non suonava bene a Jean-Claude Juncker. Quando parliamo di qualsiasi politica del proprio Paese, torniamo sempre alla questione degli interessi nazionali. Cos’è un interesse nazionale? Credo da un punto di vista realistico, come espresso da Derek S. Reveron e Nikolas K. Gvosdev in un articolo su National Interests and Grand Strategy (2017), secondo cui gli interessi nazionali sarebbero “un concetto che consente ai responsabili delle politiche di sicurezza nazionale di articolare le questioni che riguardano il Paese e il modo in cui una nazione dovrebbe stabilire le proprie priorità. Gli interessi nazionali sono duraturi, come la protezione dell’integrità dello Stato e la promozione della prosperità economica”. Anche se l’Ungheria, in quanto Stato membro dell’UE, ha progressivamente ceduto parte della sovranità, ha il diritto, in molti campi, di decidere ciò che considera il meglio per i propri cittadini. Tuttavia, fino dove può arrivare l’Ungheria senza passare per l’UE e qual è la divergenza tra Commissione e Budapest. Quando si parla di energia, questo problema è particolarmente vero.
Come la Polonia e altri dieci Stati, l’Ungheria fa parte della Three Seas Initiative. Se la Commissione non è ufficialmente contraria a questa nuova cooperazione regionale, l’Ungheria è uno dei suoi principali attori, vista da Bruxelles come fattore di destabilizzazione. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Ungheria si gettò in una politica filo-occidentale, guidata principalmente dall’adozione del sistema d’economia di mercato. Tuttavia, dall’elezione nel 2010, Orbán sembra essere molto più conciliante nei confronti della Russia, irritando la Commissione. L’Ungheria, che ha già quattro reattori russi che alimentano un terzo del consumo di energia, nel 2014 stipulò un accordo con la compagnia russa Rosatom per la costruzione di due centrali nucleari, al costo di 12,5 miliardi di euro (finanziati da un prestito russo di 10 miliardi). Nonostante il via libera da Bruxelles dopo tre anni di discussioni, la Commissione europea guarda ancora sfavorevolmente questo progetto principalmente finanziato dalla Russia. Nella sua panoramica sull’energia in Ungheria nel 2017, l’Agenzia internazionale dell’energia affermò che il consumo interno lordo dell’Ungheria proveniva dal 31% del gas. Questo gas proveniva per il 95% della Russia. Il petrolio, che rappresentava il 27% del consumo , era un prodotto per il 76,2% dalla Federazione Russa. Guardando questi dati, possiamo vedere che l’energia dell’Ungheria dipende dalla Russia. Suo interesse nazionale è non allontanarsi troppo da Mosca. In un momento di forti tensioni tra UE e Russia, l’Ungheria non si discosta dalla strategia di buone relazioni con Mosca. Nonostante l’Ungheria abbia votato a favore delle sanzioni alla Russia, ha costantemente cercato di spingere per la loro soppressione, creando tensioni con la Commissione e persino la Polonia, che non è assolutamente d’accordo. Ad esempio, Budapest ha sempre desiderato maggiore cooperazione tra NATO e Russia sul conflitto siriano, ma non ha mai avuto una risposta positiva da Washington. Durante una conferenza stampa a Budapest con Vladimir Putin, Viktor Orbán chiese la “normalizzazione delle relazioni tra UE e Russia e sottolineò che la cooperazione con Mosca è una condizione indispensabile per la competitività dell’economia dell’UE” ed elogiò la Russia per “aver contribuito a risolvere il conflitto in Siria e limitare la migrazione verso l’Europa“. Abbiamo visto che Bruxelles e Budapest si fraintendo profondamente sulla politica energetica. Ciò che l’Ungheria pensa sia questione d’interesse nazionale è considerato contrario dalla Commissione europea. Da entrambe le parti, una mutua migliore comprensione andrebbe rafforzata per migliorare il mutuo reciproco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il gioco dei Rothschild in Siria

Dean Henderson 25/04/2018

Nel febbraio 2013, sorvegliata dai suoi ben pagati mercenari dello SIIL, Genie Energy, con sede nel New Jersey, ottenne un permesso di esplorazione petrolifera nelle alture del Golan occupate da Israele nel sud della Siria. Il 31 ottobre 2011, proprio mentre il cartello bancario della City of London lanciava la sua guerra al Presidente siriano debitamente eletto Bashar al-Assad, Genie fu stata scorporata dal suo creatore IDT Telecom. Alla Genie fu concessa la licenza per trivellare il Golan dal governo israeliano in palese violazione dell’Allegato alla Quarta Convenzione di Ginevra. Ed opera nel Golan tramite la controllata Afek Israel Oil & Gas. Il presidente della Genie Oil Efraim Eitam è stato determinante nel facilitare la rapina del petrolio del Golan. È un generale di brigata delle forze di difesa israeliane e si è laureato al Royal College of Defence Studies di Londra. Una volta Eitam affermò: “Non possiamo stare con tutti questi arabi e non possiamo abbandonare la terra perché abbiamo già visto che ci fanno. Alcuni di loro potrebbero rimanere a determinate condizioni ma la maggior parte dovrà andarsene”. I capi di Eitam sono un gruppo ancor più interessante di barbari.
Il comitato consultivo strategico di Genie Energy include il proprietario di Royal Dutch/Shell Lord Jacob Rothschild, l’ex-vicepresidente USA Dick Cheney, il presidente Newscorp (Fox News&Wall Street Journal) Rupert Murdoch, l’ex-segretario al Tesoro statunitense Lawrence Summers, l’ex-segretario all’Energia statunitense Bill Richardson, l’ex-membro della CIA e membro della Dyncorp James Woolsey e l’ex-senatrice della Louisiana Mary Landrieu. Sono tutti investitori della Genie. Un documento della CIA del 1983 rivela il piano Rothschild per la Siria. Il documento, scritto dall’ufficiale della CIA Graham Fuller, sostiene che l’occidente dovrebbe “costringere la Siria” rovesciando l’allora Presidente siriano Hafiz al-Assad, sostituendolo con un burattino pro-banchiero ed escludendo l’invia di armi alla Siria dalla Russia. Questo avrebbe quindi spianato la strada a un oleodotto e gasdotto controllato dalla City of London che sarebbe partito dal Qatar. Exxon Mobil possiede una grossa fetta di Qatar Gas, il cui giacimento offshore North Pars contiene più gas naturale di qualsiasi altro campo al mondo. Questo spiega ora perché l’ex-segretario di Stato e ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sia col Qatar nella controversia coi sauditi. Il gasdotto sarà diretto a nord passando da Bahrayn, Arabia Saudita e Giordania prima di attraversare la Siria ed entrare in Turchia verso l’Europa. Un volume così ingente di gas aiuterebbe i banchieri a por fine alla presenza della russa Gazprom sulle importazioni di gas naturale dell’Europa. Russia, Iran, Iraq e Siria promuovono una rotta diverso partendo dall’adiacente giacimento di gas del Golfo Persico del Sud Pars, di proprietà dell’Iran. L’oleodotto si dirigerebbe a nord attraverso l’Iran, e poi a ovest attraverso Iraq e Siria fino al porto di Lataqia, dove verrebbe convogliato sotto il Mar Mediterraneo o spedito vai petroliere verso l’Europa. Anche prima del 1983, le agenzie di intelligence occidentali appoggiavano i Fratelli musulmani in Siria nella guerra clandestina per rimuovere l’anziano Assad. Nel 1982 i Fratelli musulmani occuparono la città di Hama, prima di essere bombardati delle forze aeree di Assad. L’appartenenza alla Fratellanza musulmana è punibile con la morte in Siria perché il Partito Baath al governo sottolinea che la fratellanza ha sempre collaborato coi “fratelli” massoni a Londra per dividere i nazionalisti arabi.
Con le perforazioni della Genie Oil nel Golan occupato e la corsa per costruire a ritmo sostenuto l’oleodotto controllato dalla City of London, si può essere sicuri che nonostante il vantaggio che Assad e i suoi sostenitori russi, iraniani ed Hezbollah hanno nella guerra siriana, Rothschild e i suoi scagnozzi useranno altri pretesti per far continuare a uno stanco presidente Trump la lotta per il loro impero in Siria. Spetta al popolo statunitense appoggiare l’impulso del presidente ad andarsene, sottolineando il momento per gli Stati Uniti di uscire dalla Siria e di liberarsi dalla morsa dei banchieri della City di Londra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine dell’impero del dollaro

Wim Dierckxsens e Walter Formento, Kontra Info, 25/4/2018L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.
Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.Traduzione di Alessandro Lattanzio