L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Migrazione coercitiva artificiosa: Ungheria, Europa e crisi dei rifugiati

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 18 gennaio 2016

Se l’aggressione contro un Paese straniero significa indebolirne la struttura sociale, rovinarne le finanze, rinunciare al territorio per accogliere i profughi, qual è la differenza tra tale tipo di aggressione e l’altro tipo, quello classico, quando qualcuno dichiara guerra, o qualcosa del genere?
Sawer Sen, ambasciatore dell’India presso le Nazioni Unite

Hungarian Prime Minister Orban attends a foundation stone laying ceremony for a new division of the Knorr-Bremse factory in KecskemetIn una conferenza stampa all’UE del 3 settembre 2015, il Primo ministro ungherese Victor Orban candidamente disse che la crisi dei rifugiati in Europa era “un problema della Germania”. Orban si riferiva al fatto che i rifugiati accalcatisi al confine dell’Ungheria erano diretti, per la maggior parte, in Germania. Il Primo ministro ungherese sottolineò che la maggior parte dei rifugiati non aveva intenzione di rimanere in Ungheria. Orban fu oggetto di critiche per la decisione di erigere una barriera di sicurezza al confine ungherese/serbo, per arginare il flusso di migranti che entravano nel territorio ungherese illegalmente. Mentre la maggior parte dei media europei rappresentò Orban come xenofobo dittatore di destra, la decisione di erigere una recinzione fu attuata nel rispetto delle norme comunitarie, che richiedono che tutti gli immigrati che entrano nella zona Schengen siano registrati dalla polizia alla frontiera. Eppure, paradossalmente, Bruxelles critica il primo ministro ungherese per aver tentato di rispettare le leggi comunitarie! Il quotidiano Le Monde definiva il primo ministro ungherese l’uomo che cerca di ‘criminalizzazione’ clandestini. E’ davvero uno strano Paese quello che criminalizza chi infrange le leggi! Perché, dunque, Orban è sotto tiro? Fin dal suo arrivo al potere nel 2010, Victor Orban ha adottato politiche interne e sociali contrarie quelle dettate dalla Commissione Europea. Nel 2013 l’Ungheria chiuse l’ufficio del Fondo monetario internazionale, mettendo le finanze del Paese sotto il controllo statale. Il Fondo Monetario Internazionale è un’istituzione fondamentale della governance globale statunitense-sionista e vi sono alcuni Paesi sfuggitigli dalle grinfie del debito permanente. Pertanto, la decisione del governo ungherese di cacciare il FMI era a dir poco un temerario atto d’insubordinazione per l’imperialismo statunitense. L’Ungheria è anche criticata per la legge sui media che vieta l’ingerenza straniera della propaganda degli USA, come Voice of America, che il governo ungherese ritiene in contrasto con l’interesse pubblico. Di conseguenza, l’Unione europea, perfettamente felice di vietare la televisione iraniana, ha criticato l’Ungheria per violazioni della ‘libertà di espressione’. Orban ha detto alla Chatham House, nel 2013, che credeva ci fosse un “complotto di sinistra e verde” in Europa contro i “valori tradizionali”. Orban senza dubbio si riferiva alle filippiche continue dei guerrafondai sionisti di sinistra come l’eurodeputato Daniel Cohen Bendit contro l’Ungheria. Bendit ha ironicamente chiamato Orban “Chavez d’Europa”. Tale esempio d’insulto ideologico incarna l’insensatezza del paradigma politico sinistra-destra nell’epoca post-sovietica.
Il ‘nazionalismo’ di Orban non è un piano imperiale. E’ piuttosto una filosofia nazionale che va contro, e indebolisce, l’imperialismo. E’ il nazionalismo nel senso di liberazione nazionale dall’oppressione neo-coloniale delle istituzioni finanziarie internazionali e dell’Unione europea. La difesa di Orban dei “valori tradizionali” l’ha ideologicamente avvicinato alla politica estera del presidente russo Vladimir Putin, che visitò il Paese nel 2014. Durante la visita di Putin in Ungheria, Orban elogiò il ruolo del leader russo nel tentativo di trovare una soluzione pacifica alla guerra siriana. Nel 2014 Orban disse ai media ungheresi che la guerra ucraina fu causata dal desiderio degli Stati Uniti di controllare l’Europa orientale. Sottolineò anche che gli Stati Uniti volevano trascinare l’Ungheria nella crisi. Il Primo ministro ungherese non fa mistero del desiderio di perseguire politica interna ed estera indipendenti. L’Ungheria ha anche stretti legami con Cina e Iran. Pertanto tentare, come hanno fatto alcuni analisti, di ritrarre Victor Orban come reazionario imperialista e xenofobo, si semplifica eccessivamente la complessa interazione delle forze ideologiche e geopolitiche sull’attuale scena politica mondiale e in particolare, le forze profonde che hanno scatenato produzione e gestione della crisi dei rifugiati/migranti. Pertanto, paragonando l’opposizione di Orban all’immigrazione a quello del primo ministro inglese David Cameron, si semplifica eccessivamente la questione. Il primo ministro inglese David Cameron gioca sull’opposizione all’immigrazione. Ma senza aver nulla a che fare con il vero obiettivo del governo inglese. Le politiche anti-immigrazione di Cameron sono semplicemente un appello alla xenofobia necessaria ai tories per attrarre il loro elettorato. Il regime di Cameron serve il capitalismo finanziario internazionale nella forma più brutale, e il capitalismo finanziario ha bisogno di una continua immigrazione. Le obiezioni di Orban sono più conflittuali con il capitalismo finanziario e criticano la globalizzazione guidata dall’ideologia liberale. Victor Orban ha proposto che i rifugiati/migranti siano rispediti in Turchia fino alla fine della guerra in Siria. È una proposta ragionevole. Lo slogan “I rifugiati sono benvenuti” e le successive marce a favore dell’immigrazione sono utili agli obiettivi geostrategici israeliani. Attualmente, pochi sembrano capire che, come nella primavera araba del 2011, al carrozzone dell’imperialismo statunitense non mancano passeggeri. In questo senso, Victor Orban è, in modo molto limitato, degno dell’epiteto di ‘Hugo Chavez d’Europa’. Mentre molte scelte politiche di Victor Orban sono tutt’altro che di sinistra, (ad esempio, il divieto dei simboli comunisti) l’abbraccio del capitalismo tradizionalista sotto forma dirigista e con forti politiche sociali a favore della famiglia, e una politica estera molteplice avvicina il suo Paese a Paesi come Venezuela, Bielorussia, Eritrea e altri Stati-nazione che cercano di mantenere la sovranità contro l’imperialismo. Un articolo profondamente prevenuto ed ostile su Le Monde, tuttavia, descrive accuratamente la politica di Orban come ‘di sinistra economicamente e di destra culturalmente’. Tuttavia è qui necessaria una distinzione. Le sue politiche sono ‘di sinistra’ dal punto di vista della finanza corporativa globale, ma le politiche economiche di Orban favoriscono la borghesia patriottica nazionale e sono quindi di destra dal punto di vista della classe operaia. La politica estera multidirezionale dell’Ungheria ha dato benefici al Paese, soprattutto agli altri Paesi partner dell’emisfero meridionale come il Venezuela. Ad esempio, la tecnologia fotovoltaica sviluppata in Ungheria e finanziata dalla Cina, è stata esportata in Venezuela nel 2013. Si ritiene che la nuova tecnologia ungherese non solo permetta al Venezuela di diventare autosufficiente nell’energia elettrica, ma di diventare grande esportatore di energia elettrica. La cooperazione del Venezuela con l’Ungheria è fondamentale per l’industrializzazione del Paese. Tutti i Paesi citati hanno in comune il tentativo di costruzione volontaria nazionale per arginare la marea della ‘globalizzazione’ e tutti i concomitanti mali sociali ed economici. È una borghesia patriottica nazionale in alleanza con la classe operaia contro la borghesia ‘internazionalista’ compradora e il ‘Nuovo Ordine Mondiale’. E’, per molti aspetti, un rovesciamento delle dinamiche di classe della seconda guerra mondiale, quando l’Unione Sovietica alleò la classe operaia internazionale organizzata con i resti della borghesia democratica contro il fascismo internazionale.
Nikita Khrushchev and Janos Kadar OutsideIl Primo ministro ungherese Victor Orban è salito al potere in un Paese devastato dal FMI e profondamente corrotto dal partito ‘socialista’ uscito dai decenni di capitalismo di State di Janos Kadar. Kadar, liberale, sostituì il comunista Rakosi durante la contro-rivoluzione in Europa orientale negli anni ’50, quando il capitalismo dalle caratteristiche “socialiste” sostituì il socialismo del Cominform. Il processo fu eufemisticamente denominato ‘destalinizzazione’, ma fu in realtà un tentativo di ripristinare i modi di produzione capitalistici. La crisi ideologica dell’Ungheria culminò nel tentato colpo di Stato del 1956, quando la CIA, operando da Vienna, tentò di rovesciare il regime assediato con l’aiuto di ex-collaborazionisti dei nazisti. La ‘rivoluzione ungherese’ del 1956 fu, per molti aspetti, prodromo delle molte operazioni d’intelligence orchestrate dagli Stati Uniti per cambiare i regimi, decenni dopo. Anche se Orban dice di aver ‘combattuto il comunismo’ da studente, era, come molti altri della sua generazione, un combattente contro un particolare tipo di capitalismo che percepì come “cospirazione di sinistra” contro il popolo. I marxisti-leninisti hanno sempre considerato il trionfo del revisionismo kruscioviano in URSS, nel 1956, e la successiva ‘destalinizzazione’ dell’URSS e delle democrazie popolari dell’Europa orientale, una contro-rivoluzione contro la dittatura del proletariato. Le riforme di Krusciov portarono all’abbandono della pianificazione statale centralizzata, la reintroduzione del profitto come regolatore della produzione, combinata alla politica estera cinica e anti-marxista della ‘coesistenza pacifica’ tra capitalismo e socialismo. Per giustificare tali politiche Krusciov scrisse un lungo discorso menzognero per calunniare Stalin. Ogni affermazione contro Stalin nel discorso di Krusciov s’è poi dimostrata una menzogna. Il revisionismo sovietico non uccise solo il socialismo in URSS, ma, con la notevole eccezione dell’Albania, la speranza del socialismo in tutto il mondo. Questa distruzione del marxismo-leninismo da parte dei revisionisti sovietici, e cinesi più tardi, portò alla rinascita del trotzkismo nei Paesi imperiali occidentali. Ed è tale ‘nuova sinistra’ che costituisce l’avanguardia dell’imperialismo occidentale contemporaneo. In questo senso, Orban ha ragione sull’analisi su una cospirazione “di sinistra” contro la civiltà, vedendo oggi il trionfo dell’ideologia trotzkista sotto forma di sionismo e neo-conservatorismo, dove l’internazionalismo proletario viene assorbito dai diritti umani internazionali da un lato, e dalla ‘jihad islamico’ dall’altra, una nuova alleanza ‘rivoluzionaria’ in guerra contro la classe operaia. Basta osservare il pugno chiuso delle rivoluzioni colorate degli Stati Uniti e l’appello costante alla ribellione giovanile per capire come il capitalismo ormai approfondisca la presa sulla umanità con l’appropriazione della simbologia rivoluzionaria di sinistra. Infatti, il capitalismo statunitense contemporaneo, impiegando una frase di Trotskij, è una ‘rivoluzione permanente’. Oppure, secondo lo stratega statunitense Generale Thomas Barnett, “la globalizzazione degli USA è pura rivoluzione socio-economica“. Ma è una rivoluzione che dichiara guerra alla classe operaia. Uno dei risultati della ‘primavera araba’ in Egitto è stata l’abrogazione delle leggi sul lavoro che richiedevano alle aziende di pagare i lavoratori durante i periodi di chiusura degli stabilimenti per mancanza di domanda. Molti degli scioperi che portarono alla caduta del regime di Mubaraq furono guidati da organizzazioni sindacali “indipendenti” finanziate dagli Stati Uniti.
Data l’intransigenza di Orban sulla questione dei profughi, è probabile che USA/Israele sostengano un ‘movimento di protesta popolare’ nel tentativo di effettuare un cambio di regime. Le rivoluzioni colorate spesso comportano il trasporto di migliaia di stranieri sui luoghi delle proteste per opera dei servizi segreti tramite le ONG. Questo accadde in Bielorussia nel 2010. Molti dei giovani che tentano di entrare in Ungheria potrebbero essere usati come ariete per destabilizzare lo Stato-nazione ungherese. Da quando la CIA e le sue numerose ONG nel 2011 fomentarono la ‘primavera araba’, la distruzione totale per mano della NATO della Libia e la guerra per procura contro la Siria, milioni di persone sono divenuti dei rifugiati. Perciò fuggono in Europa. Ma non è la ragione principale della ‘crisi’, o meglio dell’attuale fase della crisi che si aggrava. L’invasione e la distruzione della Libia da parte della NATO nel 2011, ha creato milioni di disperati che tentano di attraversare il Mediterraneo. Questa crisi ha avuto diversi tipi di coperture dai mass media. Ad esempio, l’affondamento di una barca nel Mediterraneo nel luglio 2015 ebbe solo un articolo di quattro riga sul quotidiano francese Le Figaro, nonostante il fatto che un centinaio di persone annegasse! Tuttavia, dopo la pubblicazione della foto del bambino annegato sulle coste della Turchia nel 2015, la crisi dei rifugiati entrò in una nuova fase, con la foto del ragazzo in questione utilizzata come pretesto per dare sostegno pubblico agli attacchi aerei della NATO contro la Siria al fine di “fermare le stragi”. Mentre nessuno sembra sapere quanti siano i siriani tra i migranti in fuga verso l’Europa, c’era una fissazione dei media su questi migranti in particolare, nonostante fossero solo una minoranza dei migranti che si accalcavano al confine ungherese. Il dibattito su cosa dovesse essere fatto per gestire la crisi dei rifugiati/migranti si accese sul se dovrebbero o meno essere accolti nei Paesi europei. Tuttavia, questo dibattito pro o anti-migrante maschera una nuova e assai pericolosa fase della strategia geopolitica di USA/NATO. Molti dei migranti alla frontiera ungherese provengono dai campi profughi in Turchia. Intelligence austriaca ha riferito che le agenzie governative degli Stati Uniti finanziano l’esodo dei rifugiati in Europa, nel tentativo di destabilizzare il continente. Questa nuova iniziativa geostrategica comporta l’uso di profughi disperati come armi per il divide et impera sionista-statunitense sul continente europeo. France Radio Internationale rivelava che oltre il 95 per cento dei migranti attuali verso l’Europa sono maschi tra i 20 e i 35 anni. Molti dicono di fuggire dalla coscrizione dell’esercito siriano, che ha perso migliaia di uomini e donne coraggiosi dall’inizio della guerra sionista al loro Paese. La preponderanza di giovani maschi in forma tra i cosiddetti “rifugiati” fu confermata personalmente anche all’autore da giornalisti della televisione di Stato russa RT. Quando interrogato sulla questione dei rifugiati dalla francese BMTV, l’ambasciatore russo Aleksandr Orlov disse “Tutto quello che posso vedere sono giovani fuggire dalla guerra, invece di difendere il loro Paese“. Allora perché ci sono così poche donne e bambini tra i rifugiati in fuga dalla guerra in Siria? Il viaggio attraverso il Mediterraneo verso l’Europa può normalmente costare fino a 11000 dollari, più di quanto la maggior parte dei lavoratori europei riesce a risparmiare in anni di duro lavoro, ma ci dicono che milioni di iracheni e siriani devastati dalla guerra improvvisamente possono pagare tale colossale somma per andarsene in Europa. Com’è possibile? La glorificazione dei giovani in fuga dall’arruolamento in Siria, insieme alla demonizzazione degli eroici uomini e donne in Siria che lottano per la libertà del loro Paese, è profondamente indicativo della turpitudine morale della nostra classe dirigente, per cui slealtà e viltà sono i caratteri principali.
A settembre una fotografa ungherese fu ripresa fare lo sgambetto a un rifugiato con un bambino, al confine ungherese. Il video divenne virale. La fotografa ora ha querelato l’uomo che inciampò avendo cambiato la sua versione con la polizia. Petra Laszlo ha sostenuto che era in preda al panico quando i rifugiati le corsero contro. Ci fu molta indignazione nei media aziendali politicamente corretti. Ma i patrioti siriani hanno fatto qualche indagine sulla ‘vittima’ di Laszlo. L’uomo si chiamerebbe Usama Abdalmuhsan al-Ghadab ed è un membro di Jabhat al-Nusra, il gruppo terroristico affiliato ad al-Qaida che ha massacrato migliaia di inermi in Siria. Non si suggerisce che tutti i profughi che tentano di entrare in Ungheria siano terroristi. Ma nel contesto di una guerra globale che coinvolge complesse reti internazionali di terroristi che operano sotto l’egida delle intelligence statunitensi, israeliane ed europee, tale incidente è un altro argomento a favore della politica di Orban per attuare la normale regolamentazione dell’immigrazione. Nel febbraio 2011 il leader libico Muammar Gheddafi avvertì l’Europa sul pericolo di un’invasione da parte dei migranti e, in particolare, dei terroristi di al-Qaida se fosse stato rovesciato. Anche il Presidente della Siria Assad ha avvertito l’Europa sul pericolo di migliaia di terroristi di al-Qaida e Stato islamico che arrivano in Europa travestiti da rifugiati. È del tutto possibile che uno scenario simile si svolga adesso.Russian President Putin discuss with Hungarian Prime Minister Orban before a joint news conference in BudapestGearóid Ó Colmáin è un giornalista e analista politico di Parigi, che studia globalizzazione, geopolitica e lotta di classe. Assiduo collaboratore di Global Research, Russia Today International, Press TV, Sputnik Radio France, Sputnik inglese, al-Etijah TV, Sahar TV ed è apparso anche su al-Jazeera e al-Mayadeen.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione di Putin sui colloqui Russia-India

Kremlin 24 dicembre 2015, Fort RussВстреча президента РФ В. Путина с премьер-министром Индии Н. МодиPresidente della Russia Vladimir Putin
Signor Primo Ministro, onorevoli colleghi,
La prima visita ufficiale a Mosca del primo ministro indiano, il signor Narendra Modi, sta volgendo al termine. I nostri colloqui sono stati molto sostanziali e fecondi. Spero che aiutino a promuovere il privilegiato partenariato strategico russo-indiano. Ieri il signor Modi e io abbiamo avuto un incontro informale a parte, dove abbiamo coperto i cruciali sviluppi mondiali. E’ importante che Russia e India abbiano approcci molto simili verso le principali sfide globali. I nostri Paesi sono a favore della soluzione politica del conflitto siriano e dell’accordo nazionale in Afghanistan. Siamo convinti che l’intera comunità internazionale beneficerà della creazione di un’ampia coalizione che agisca contro il terrorismo secondo il diritto internazionale e sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Russia favorisce l’ulteriore rafforzamento del ruolo dell’India nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Siamo convinti che l’India, grande nazione dalla politica estera equilibrata e responsabile, sia degna candidata alla posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vorrei ricordare che la Russia ha sostenuto attivamente l’India nell’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Lavoriamo a stretto contatto nei BRICS, e consegneremo la presidenza di turno all’India nel febbraio 2016. Nel corso dei colloqui di oggi su formati ristretti e ampliati, nonché nel nostro incontro con i principali rappresentanti della comunità d’affari russi e indiani, abbiamo parlato di sviluppare l’intera gamma delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione agli scambi commerciali e alla cooperazione economica. Purtroppo, nei primi 10 mesi di quest’anno il nostro commercio reciproco è diminuito del 14,4 per cento. Questo è stato principalmente causato dal calo dei prezzi dell’energia e della domanda per la costruzione di macchinari, causata dalla sfavorevole situazione del mercato dei tassi di cambio e da divergenze estere. Ci siamo accordati per migliorare i nostri sforzi per puntare il commercio verso la crescita stabile, discusso misure concrete per sviluppare e diversificare il commercio e togliere ostacoli amministrativi ed altri. Il ruolo chiave qui è della nostra Commissione intergovernativa, riunitasi il 20 ottobre a Mosca. Dedichiamo la nostra attenzione alla costruzione della cooperazione negli investimenti. Abbiamo deciso di aumentare gli investimenti reciproci per una maggiore cooperazione industriale e nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed energetici.
La Russia contribuisce a costruire la centrale nucleare di Kudankulam. La prima unità della centrale è stata attivata nel giugno 2014. Tra alcune settimane sarà attivata la seconda unità. Intendiamo iniziare la costruzione delle terza e quarta unità nel prossimo futuro. I negoziati sono in corso sulle quinta e sesta unità. Abbiamo concordato con l’India l’assegnazione di altro terreno per la costruzione della centrale russa, dove intendiamo utilizzare i più recenti reattori WWER-1200 costruiti con le tecnologie più recenti e più sicure. Queste sono le misure pratiche dirette ad attuare l’importante documento firmato un anno fa, sulla visione strategica della cooperazione russo-indiana nell’uso pacifico del nucleare, contenente i piani per costruire congiuntamente, in India, almeno sei reattori in 20 anni. L’esportazione degli idrocarburi russi sul mercato indiano è in crescita. L’accordo tra Rosneft e Essar prevede ampi rifornimenti di petrolio e prodotti petroliferi alle raffinerie indiane, 10 milioni di tonnellate all’anno per 10 anni. Quest’anno Gazprom ha anche consegnato 5 partite di gas naturale liquefatto in India, e adempiamo ad importanti progetti nella generazione di energia. La società Silove Mashinij ha completato le consegne delle attrezzature commissionate per le centrali idroelettriche di Teri e Balimela e la centrale a ciclo combinato di Konaseema. Tre unità della centrale termica di Sipat sono in costruzione nei termini chiavi in mano.
I grandi rapporti economici tra Russia e India non si limitano affatto all’energia. Così, vorrei ricordare la nostra cooperazione strategica nel settore dei diamanti. La Russia è il più grande produttore di diamanti al mondo, con il 27 per cento di estrazione mondiale, mentre l’India è leader nel taglio dei diamanti, con il 65 per cento del commercio. Quasi la metà della produzione russa viene consegnata all’India. L’anno scorso durante la nostra partecipazione congiunta alla Conferenza Internazionale sui Diamanti di New Delhi, il Signor Primo Ministro ed io abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione, e il lavoro è in corso. Così, la Alrosa ha aumentato i contratti a lungo termine da 9 a 12. Ampliando la cooperazione, una zona doganale speciale è stata istituita presso la borsa dei diamanti di Mumbai. Abbiamo inoltre deciso di lanciare nuovi progetti comuni nei settori ad alta tecnologia come l’ingegneria aeronautica, l’industria automobilistica, la metallurgia, i prodotti farmaceutici e l’industria chimica. Abbiamo discusso le prospettive per le imprese russe di partecipare al programma di sostituzione delle importazioni dell’India, chiamato giustamente ‘Fai in India’. Vediamo ciò come un’opportunità in più per la creazione di joint venture, trasferimento di tecnologia e produzione di beni ad alto valore aggiunto. Il protocollo firmato semplifica gli obblighi di viaggio per talune categorie di cittadini dei nostri due Paesi, promuovendo contatti commerciali più attivi e un regime di visti più liberale. Ora gli uomini d’affari possono visitare Russia e India su invito diretto dei loro partner. I nostri due Paesi collaborano tradizionalmente nella cooperazione militare e tecnico-militare, e non mi riferisco solo ai rifornimenti di beni già pronti, ma anche a una maggiore cooperazione tecnologica. Un esempio di tale cooperazione è la creazione congiunta dei complessi missilistici Brahmos. Abbiamo già avviato la produzione in serie dei missili antinave nell’interesse della Marina indiana. Altrettanto promettente, a nostro avviso, è la discussione sui progetti per sviluppare un caccia multi-funzionale e un aereo da trasporto multiruolo. Abbiamo notato l’importanza delle regolari esercitazioni congiunte terrestri navali e aeree ‘Indra‘.
I legami umanitari sono un altro componente importante del partenariato russo-indiano. Quest’anno i russi hanno mostrato grande interesse per gli eventi del festival della cultura indiana. Ci auguriamo che il festival della cultura russa, che si terrà in India l’anno prossimo, sia altrettanto memorabile. In conclusione, vorrei ringraziare i nostri colleghi e amici indiani, e personalmente il Signor Primo Ministro per il costruttivo lavoro congiunto. Continueremo a fare tutto il possibile per sviluppare il partenariato russo-indiano a beneficio dei nostri due Paesi.
Grazie per la vostra attenzione.Modi-Putin-with-Mahatma-GandhiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi inondano i sauditi

Il record della produzione di petrolio russo sventa il gioco saudita
Zero Hedge 22 dicembre 2015 – Russia Insider

A ottobre notammo che per la seconda volta, quest’anno, la Russia superava l’Arabia Saudita quale maggiore esportatore di greggio verso la Cina. La Russia era al primo posto a maggio, quando per la prima volta nella storia Mosca batteva Riyadh nelle esportazioni di greggio a Pechino. “Mosca è alle prese con paralizzanti sanzioni economiche occidentali e costruire legami più stretti con Pechino è la chiave per mitigare il dolore“, dicemmo ad ottobre, spiegando che legami più stretti tra Russia e Cina sull’energia sono parte integrante del rapporto nascente tra i due Paesi, che votavano insieme al Consiglio di Sicurezza su questioni di rilevanza geopolitica. Ecco uno sguardo alla tendenza di lungo periodo:RussiaCrudeExportsSi può anche ricordare che Gazprom Neft (terzo produttore di petrolio in Russia) cominciava a concludere le vendite in Cina in yuan da gennaio. Questo, dicevamo, è un ulteriore segno della morte imminente del petrodollaro. Poi si apprende che per la terza volta nel 2015, la Russia ha nuovamente battuto i sauditi per la primazia nei fornitori di greggio della Cina. “La Russia ha superato l’Arabia Saudita per la terza volta quest’anno, a novembre, quale maggiore fornitore di greggio della Cina“, scrive Reuters, aggiungendo che “la Cina ha importato circa 949925 barili al giorno (bpd) di greggio russo a novembre, contro gli 886950 barili al giorno dall’Arabia Arabia“. E’ fastidioso per Riyadh. La Cina era il secondo maggiore consumatore di petrolio al mondo nel 2014 e legami più stretti tra Mosca e Pechino non solo sono una minaccia sui ricavi dal greggio, ma anche in geopolitica l’ultima cosa di cui i sauditi hanno bisogno è Xi che si attiva militarmente nella penisola arabica al fianco di Mosca e Teheran.RussiaOilExports_0Come abbiamo documentato in “I sauditi molestano l’orso russo iniziando la guerra del petrolio nell’Europa dell’Est“, Riyadh invadeva i mercati di Mosca in Polonia. Ecco cosa Bloomberg scriveva ad ottobre: “La Polonia è stata a lungo cliente delle compagnie petrolifere russe. L’anno scorso, circa tre quarti delle importazioni di combustibile provenivano dalla Russia, e il resto da Kazakhstan e Paesi europei. La Polonia, tuttavia, è al centro degli sforzi per ridurre la dipendenza dell’Unione europea dall’energia russa. Un fornitore nuovo e affidabile è una manna dal cielo. I sauditi dovevano espandersi al di fuori dell’Asia dove la domanda è in calo. Ciò potrebbe trasformarsi in una partita più aggressiva tra i due più grandi esportatori mondiali di petrolio, già in disaccordo sul conflitto siriano”. Anzi, si potrebbe plausibilmente sostenere che una delle ragioni per cui i sauditi siano passati a sopprimere artificialmente i prezzi dello scorso anno era premere su Putin e infine costringere il Cremlino a cedere sul sostegno ad Assad. Come il New York Times scrive, il drammatico calo dei prezzi del greggio ha alcuni “vantaggi diplomatici ausiliari“.
Purtroppo per Riyadh, la strategia non ha funzionato. In realtà, è fallita in più di un aspetto. In primo luogo, l’Arabia Saudita affronta una crisi fiscale mentre il deficit di bilancio di Riyadh si gonfia al 20% del PIL, costringendo il regno a tappare il mercato del debito per compensare l’erosione della SAMA. In secondo luogo, Putin non solo ha rifiutato di cedere sul sostegno al governo di Damasco, ma l’ha effettivamente raddoppiato inviando una forza aerea russa a Lataqia. Nel frattempo, la Russia ha continuato a pompare sempre più petrolio, e come riporta Bloomberg, Mosca produce col “passo più veloce dal crollo dell’Unione Sovietica. L’inaspettata generosità petrolifera russa di quest’anno è il risultato non di una nuova campagna del Cremlino, ma di decine di modesti miglioramenti della produttività dell’ampio settore. Anche sotto la pressione del crollo dei prezzi, così come delle sanzioni di Stati Uniti ed Unione Europea che riducono l’accesso a gran parte di finanziamenti e tecnologia esteri, le società russe sono riuscite a estrarre più greggio dai giacimenti più vecchi del Paese“, scrive Bloomberg sottolineando che “Bashneft e altre società russe che operano i giacimenti nel bacino del Volga, tra i primi scoperti in Russia all’inizio del secolo scorso, beneficiano dell’inefficienza sovietica il cui motto era: ‘tutto ciò che non produciamo rimarrà ai nostri figli’“. Per gli analisti, la resilienza della Russia è una sorpresa. “Non conosco nessuno che avesse predetto che la produzione russa sarebbe aumentata nel 2015, per non parlare dei nuovi record“, dice Edward Morse, responsabile globale di Citigroup sulle materie prime.RussiaOilProduction2_0Su ciò che si vorrebbe per limitare la produzione, Mikhail Stavskij, direttore della Bashneft PJSC, “il maggiore singolo contributore nell’aumento della produzione di greggio quest’anno“, dice che non lo sa. “Non so dove il prezzo del petrolio debba scendere per cambiare radicalmente le cose. Arrivammo a 9 dollari al barile e la produzione continuò, quindi se qualcosa di simile accadesse, sappiamo cosa fare“. Infatti, grazie al basso costo di estrazione greggio dai giacimenti petroliferi della Russia in Siberia occidentale e la svalutazione del rublo, i costi di produzione sono minimi:RussianOilProductionCosts_0Ma non tutti sono d’accordo che ciò sia sostenibile. Alcuni dicono che gli sforzi per migliorare l’efficienza hanno fatto il loro corso e con scarsi finanziamenti per l’esplorazione, ulteriori guadagni saranno difficili. È interessante notare, come Bloomberg rileva, che poiché Mosca si prende “quasi tutto oltre i 30-40 dollari al barile” nelle esportazioni, i produttori non sentano l’impatto dei prezzi bassi finché il greggio non scenderà molto al di sotto di tali livelli. “La Russia manterrà i livelli di produzione di petrolio tra i 525 e i 533 milioni di tonnellate l’anno prossimo, essendo il bilancio del governo federale impostato su tali livelli di produzione”, dice Lauren Goodrich di Stratfor, presagendo lo stesso per il 2016. La conclusione è che la mossa saudita non è riuscita a strappare quote di mercato ai russi e tra conflitto in Siria, legami più stretti di Mosca con Pechino e la mossa di Riyadh contro il Cremlino per usurpargli quote del mercato europeo orientale, non ci si deve attendere che Putin faccia presto marcia indietro. In breve, se John Kerry e Riyad pianificarono la bancarotta dei russi riducendo i prezzi del greggio, lo sforzo è stato un miserabile fallimento che ha portato non solo a un deficit fiscale del 20% per i sauditi, ma anche alla distruzione di posti di lavoro statunitensi sullo scisto. Chiudiamo con un po’ di umorismo del Viceministro dell’Energia Kirill Molodtsov: “Vi dirò quando le aziende russe sicuramente diminuiranno la produzione. Quando il petrolio costerà 0 dollari”.RussiaOilProductionLa Cina investe molto sull’energia russa
Gli accordi firmati tra Medvedev e Li indicano legami sempre più stretti
Anna Kuchma Russia Beyond the Headlines, 22/12/2015 – Russia Insider
5672d578c46188ae768b457cCinque accordi energetici sono stati firmati durante la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in Cina il 14-17 dicembre. Gli esperti attribuiscono il continuo interesse della Cina nel settore energetico russo alla necessità urgente di Pechino di sostituire le centrali elettriche a carbone. Pechino ha ribadito l’interesse ad espandere la cooperazione energetica con Mosca durante la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in Cina il 14-17 dicembre. Cinque accordi energetici sono stati firmati durante la riunione dei capi di governo a Pechino il 17 dicembre. Uno dei fatti salienti della visita di Medvedev è stata la firma di un accordo vincolante, per la cessione di una quota del 9,9 per cento del progetto Jamal GNL, fra il produttore indipendente russo Novatek e la Silk Road Fund Co (SRF) della Cina. Il progetto Jamal LNG da 27 miliardi di dollari prevede la costruzione di un impianto di liquefazione del gas nei pressi del giacimento di Tambejskoe sud, nel nord-ovest della Siberia. Il campo ha riserve stimate in 907 miliardi di metri cubi. Il progetto sarà lanciato nel 2017, con l’impianto in funzione dal 2021. Con l’ultimo accordo, gli azionisti del progetto sono Novatek (50,1 per cento), la francese Total (20 per cento), la cinese CNPC (20 per cento) e SRF (9,9 per cento).

Prestiti cinesi
Portando SFR nel progetto, Novatek punta a garantirsi 12 miliardi di dollari di prestiti dalle banche cinesi. Al momento, la costruzione dell’impianto è finanziata dai soci del progetto. Inoltre, 150 miliardi di rubli (2,1 miliardi di dollari) sono stati stanziati dal National Wealth Fund della Russia. Alla conferenza annuale, il 17 dicembre, il Presidente russo Vladimir Putin ha ancora una volta sottolineato che il governo continuerà a sostenere il progetto. “Dopo aver chiuso l’accordo, abbiamo raggiunto l’azionariato scelto ottimale che contribuirà a garantire il buon finanziamento del progetto e la realizzazione continua e positiva“, ha detto il CEO della Novatek Leonid Mikhelson in un comunicato. Citando una “richiesta da parte cinese“, Mikhelson non ha rivelato il valore dell’accordo. Il quotidiano russo Kommersant stimava l’accordo per un valore di circa 1,4 miliardi di dollari. Si tratta di un “prezzo di mercato adeguato“, ha detto Vitalij Krjukov, analista dell’agenzia Small Letters. SFR paga più di quanto altri erano disposti a fare, perché entra nel progetto in una fase successiva, quando i rischi sono più bassi, ha detto. “Ora, si tratta di un progetto relativamente sicuro, che ha ricevuto benefici e sostegno dallo Stato, nonché denaro a buon mercato dal Fondo di benessere nazionale”, ha aggiunto Krjukov. “Attendevamo questa offerta da tempo“, ha detto Aleksandr Pasechnik, ricercatore presso il Fondo per la Sicurezza Nazionale sull’Energia. “Naturalmente, è un passo in avanti nel project financing, dimostrando che nonostante le sanzioni occidentali e le sfide estere, riusciamo a trovare investitori“.

Cooperazione energetica sino-russa
Sinopec ha recentemente acquistato una quota del dieci per cento di Sibur, grande holding petrolchimica russa guidata dal CEO di Novatek Mikhelson. Sibur ha detto che pensa d’invitare Sinopec quale partner strategico nel complesso Amur Gas Chemical. Gazprom e Rosneft hanno firmato accordi di collaborazione con le aziende cinesi durante la visita di Medvedev in Cina. Il CEO di Gazprom, Aleksej Miller e il Presidente della CNPC Wang Yilin hanno firmato un accordo per la progettazione e costruzione di una sezione transfrontaliera del gasdotto Potere della Siberia. Gazprom e CNPC hanno anche deciso di collaborare su progetti di centrali elettriche a gas nella Cina orientale. “Nonostante il calo dei prezzi di petrolio e gas, le imprese cinesi si concentrano su prospettive a lungo termine“, ha detto Aleksandr Pasechnik, aggiungendo che il gasdotto e il GNL sono molto importanti per la Cina, che affronta il compito di passare a una maggiore produzione di energia a basso impatto ambientale. “La Cina letteralmente soffoca per la produzione di energia a carbone“, ha aggiunto Pasechnik. “Prima delle Olimpiadi (Pechino ospiterà le Olimpiadi invernali 2022), dovrà chiudere alcuni impianti di produzione per evitare lo smog. Pertanto, l’obiettivo della Cina è sostituire il carbone con il gas nella produzione elettrica“.
Russia e Cina hanno anche firmato accordi su energia nucleare, tecnologia spaziale e sviluppo di centri di elaborazione dati.B906F850-AAC1-4E5E-A7CC-C1D17A1A5E7E_cx0_cy9_cw0_mw1024_s_n_r1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nella guerra invisibile

Rostislav Ishenko, RIA Novosti – South Front

Rostislav Ishenko risponde alla domanda su come la Russia ha potuto in venti anni, senza guerre e sconvolgimenti, risollevarsi dallo status di semi-colonia in disintegrazione a un leader mondiale.197666Gli “strateghi” da cucina che credono che un attacco nucleare massiccio sia il modo universale per risolvere qualsiasi problema di politica estera (anche quelli più gravi che portano al confronto militare) sono sempre più contrariati dall’approccio moderato adottato dalla leadership russa nella crisi turca. Considerano insufficiente la partecipazione militare russa diretta nel conflitto siriano. Le azioni di Mosca sulla questione ucraina neanche li aggradano. Ma nessuno ha cercato di rispondere a una sola domanda semplice. Com’è che la Russia, un giorno, poteva non solo contrastare attivamente la potenza egemone globale, ma escluderla a tutti gli effetti?

Perché ora
Dopo tutto, alla fine degli anni ’90, la Russia era un Paese da Terzo Mondo in senso economico e finanziario. Una ribellione anti-oligarchica era in vista nel Paese, coinvolto in una guerra senza fine e senza speranza in Cecenia che dilagava in Daghestan. La sicurezza del Paese era garantita solo dall’arsenale nucleare da quando l’esercito non aveva personale qualificato sufficiente o attrezzature moderne per una seria operazione ai propri confini. Gli aerei non volavano e le navi non navigavano. Naturalmente, chiunque può spiegare come l’industria, anche della difesa, gradualmente si riprese, mentre la situazione nel Paese si stabilizzava con un tenore di vita migliore e la modernizzazione dell’esercito. Ma la questione chiave qui non è chi fece di più per ripristinare le forze armate russe: Shojgu, Serdjukov o lo Stato Maggiore. Non chi sia stato l’economista migliore, Glazev o Kudrin, e se ancora altro denaro avrebbe potuto essere speso nei programmi sociali. La principale incognita in questo compito era il momento. Dove potemmo prenderne o, più precisamente, perché gli USA concessero alla Russia il tempo di prepararsi a respingerne l’assalto, rafforzare i muscoli economici e militari, annientare la lobby pro-USA tra politici e media coltivata con così cura dal dipartimento di Stato? Perché il confronto aperto in cui chiaramente sconfiggiamo Washington non iniziò 10-15 anni fa, quando la Russia non aveva alcuna possibilità di sopravvivere alle sanzioni? Perché in realtà gli Stati Uniti adottarono la politica d’istituire regimi fantoccio nella sfera post-sovietico, anche a Mosca, che doveva essere una delle tante capitali della Russia disintegrata già alla fine degli anni ’90.

Il sano conservatorismo del corpo diplomatico
Le fondamenta degli attuali successi militari e politici furono per decenni nell’invisibile fronte diplomatico. Il Ministero degli Affari Esteri (MAE) fu una delle prime agenzie centrali a superare il caos amministrativo derivante dal crollo degli inizi degli anni ’90. Nel 1996 Evgenij Maksimovich Primakov divenne Ministro degli Esteri e rientrò dal volo verso gli Stati Uniti protestando contro l’aggressione statunitense alla Jugoslavia, compiendo la svolta della politica estera della Russia che non avrebbe mai più obbedito agli Stati Uniti. Due anni e mezzo dopo consigliò Igor Sergeevic Ivanov che lentamente, quasi impercettibilmente, ma inesorabilmente rafforzava l’indipendenza della diplomazia russa. Ivanov fu sostituito nel 2004 al ministero da Sergej Viktorovich Lavrov sotto il cui mandato il MAE russo acquisì risorse sufficienti per passare dalla difensiva a una postura offensiva. Dei tre ministri, solo Ivanov ebbe la Stella d’Eroe della Russia, ma sono sicuro che il suo predecessore e il suo successore la meritino pure. Il rapido ripristino dell’efficacia del MAE fu facilitato da tradizionale mentalità di casta e sano conservatorismo del corpo diplomatico, dal contegno esternamente affettato e il rispetto delle tradizioni per cui i diplomatici sono spesso criticati. I modi di Kozyrev non “s’imposero” nel MAE, perché non trovarono terreno fertile.

Fase di consolidamento interno
Ma torniamo al 1996. La Russia era affondata nel baratro economico e ancora sperimentava il default del 1998. Gli Stati Uniti ignoravano apertamente il diritto internazionale e minavano le strutture internazionali con azioni arbitrarie e unilaterali. NATO e UE si preparavano ad avanzare ai confini della Russia. Non c’era modo di rispondere. La Russia (proprio come l’URSS) poteva distruggere qualsiasi aggressore in 20 minuti, ma nessuno voleva farle guerra. Qualsiasi deviazione dalla “linea del partito” di Washington ed ogni tentativo di condurre una politica estera indipendente avrebbe causato lo strangolamento economico e, di conseguenza, la destabilizzazione interna mentre il Paese era completamente dipendente dai crediti occidentali. La situazione fu resa ancora più difficile dal governo dell’élite compradora filo-USA (non diversamente dall’Ucraina attuale), e i compradores erano in lotta contro la patriottica “leva Putin” della burocrazia dal 2004-2005. L’ultimo colpo di coda dei compradores agonizzanti fu la tentata sovversione di piazza Bolotnaja nel 2011. Ma cosa sarebbe successo nel 2000, quando avevano un vantaggio schiacciante? Le autorità russe avevano bisogno di tempo per consolidarsi, ripristinando sistemi economici e finanziari, garantendo e rafforzando l’autosufficienza e l’indipendenza dall’occidente, ripristinando potenza e forze armate moderne. Infine, la Russia aveva bisogno di alleati. I diplomatici affrontavano un compito praticamente impossibile. Dovevano seguire inflessibilmente le questioni di principio, mentre allo stesso tempo consolidavano la sfera post-sovietica della Russia, stabilire alleanze con i governi in opposizione agli Stati Uniti e, quando possibile, sostenerli dando l’illusione favorevole a Washington di una Russia debole e disponibile a concessioni strategiche.47493L’illusione della debolezza della Russia
L’efficacia con cui tale compito fu svolto è testimoniato dai miti che ancora persistono tra gli analisti occidentali e gli “oppositori” pro-USA russi. Per esempio, se la Russia è contro certo teppismo internazionale occidentale, è “un bluff per salvare faccia” perché le élite russe “sono completamente dipendenti dall’occidente, perché è lì che si trova il loro denaro”, o “la Russia abbandona gli alleati”. Per inciso, i miti sui “missili arrugginiti che non possono volare”, “soldati affamati che costruiscono le ville dei generali” ed “economia a pezzi” sono stati dissipati. Solo gli attori marginali incapaci di aver paura quanto di percepire oggettivamente la realtà, ancora ci credono. L’illusione su debolezza e sottomissione hanno reso sicuro di sé l’occidente sulla questione della Russia, impedendogli di affrettarsi a lanciare l’attacco politico e militare diretto a Mosca, dando così alla leadership russa la sua principale risorsa, il tempo necessario per completare le riforme. Naturalmente non c’è mai troppo tempo e avrebbe preferito rimandare il confronto diretto con gli Stati Uniti, iniziato nel 2012-2013, per almeno tre-cinque anni o addirittura evitandolo del tutto; comunque i diplomatici diedero al Paese 12-15 anni, molto tempo nel mondo in rapida evoluzione. Sulla diplomazia russa in Ucraina, per mancanza di spazio, cito solo un esempio, ma molto caratteristico, riflettendo sulla situazione politica attuale. La Russia è ancora accusata di non opporsi sufficientemente agli Stati Uniti in Ucraina, di non crearvi una “quinta colonna” pro-russa sconfiggendo i pro-statunitensi, di collaborare con le élite e non col popolo, ecc. Facciamo il punto della situazione dalla visuale dei fatti e non dei pii desideri. Con tutto il rispetto per i popoli, sono le élite che definiscono la politica dello Stato. Le élite dell’Ucraina sono e sono rimaste anti-russe in ogni aspetto. La differenza è solo che l’élite nazionalista (divenuta gradualmente nazista) è apertamente russofoba, mentre l’élite l’economica (compradora, oligarchica) era semplicemente filo-occidentale ma non aveva nulla contro i legami economici con la Russia, da cui traeva profitto. Si ricordi, fu il partito apparentemente filo-russo delle Regioni che si vantava di non consentire affari con i russi nel Donbas. Furono loro che cercarono di convincere tutti di essere “eurointegrazionisti” migliori dei nazionalisti. Fu il regime di Janukovich-Azarov che creò il confronto economico del 2013 con la Russia chiedendo, a dispetto della firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, che Mosca non solo conservasse ma rafforzasse il trattamento preferenziale di cui godeva l’economia dell’Ucraina. Alla fine, fu Janukovich e i suoi compagni del Partito delle Regioni che materialmente sostennero i nazisti, facendoli divenire da movimento emarginato in un serio movimento politico, quando ebbero il potere assoluto (2010-2013), mentre allo stesso tempo fecero di tutto per sopprimere le attività organizzative ed informative filo-russe (per non parlare della politica). Il Partito Comunista d’Ucraina che conservava una retorica filo-russa, non tentò mai di mantenere il potere e in realtà adottò un’opposizione leale, rinviando agli oligarchi e vanificando ogni protesta. In tali condizioni, qualsiasi tentativo russo di lavorare con ONG o stabilire dei media filo-russi sarebbe stato interpretato quale violazione della prerogativa oligarchica ucraina di avere il monopolio sul saccheggio del Paese, accelerando inoltre la deriva occidentale dell’Ucraina, che Kiev vedeva quale contrappeso alla Russia. Gli Stati Uniti avrebbero abbastanza ragionevolmente interpretato tali mosse come avvio dalla Russia del confronto e avrebbero risposto intensificando gli sforzi per destabilizzare la Russia dall’interno, sostenendo le élite filo-occidentali nell’ambito post-sovietico.
La Russia non era pronta al confronto aperto nel 2000 o 2004. Anche se questo è accaduto nel 2013 (contro la volontà di Mosca), la Russia aveva bisogno di due anni per mobilitare le risorse necessarie per dare una forte risposta in Siria. L’élite di questo Paese, a differenza dell’Ucraina, ha respinto ogni possibilità di seguire l’occidente fin dall’inizio. Perciò la diplomazia russa perseguì due compiti principali per 12 anni, dall’operazione “Ucraina senza Kuchma”, primo tentativo fallito di colpo di Stato pro-USA in Ucraina, al febbraio 2013. Il primo fu mantenere l’Ucraina in equilibrio instabile. Il secondo convincere le élite dell’Ucraina che è l’occidente a minacciarne il benessere, mentre l’orientamento verso la Russia è l’unico modo per stabilizzare il Paese e conservarvi la posizione delle élite. Il primo compito fu adempiuto come pochi altri. Gli Stati Uniti spinsero l’Ucraina ad abbandonare la politica multi-vettoriale diventando l’ariete contro la Russia solo nei primi mesi del 2013, e anche allora, solo dopo aver speso molto tempo e denaro per creare un regime internamente conflittuale ed incapace di un’indipendenza senza il crescente supporto materiale degli Stati Uniti. Invece di utilizzare l’Ucraina come risorsa, gli Stati Uniti sono costretti a spendervi il proprio patrimonio per prolungare l’agonia dello Stato ucraino, distrutto dal colpo di Stato. Il secondo compito non fu adempiuto per motivi indipendenti dalla volontà delle autorità russe. Le élite dell’Ucraina non furono all’altezza del compito, incapaci di pensiero strategico, di valutare costi e benefici, e prigioniere di due miti. Il primo è che l’occidente avrebbe facilmente sconfitto la Russia e condiviso il bottino con l’Ucraina. Il secondo che non c’era bisogno di alcun sforzo particolare, oltre ad avere una stridul posa a anti-russa, per vivere bene (con l’occidente che paga le bollette). Di fronte alla scelta di volgersi verso la Russia o stare con l’occidente e morire, l’élite dell’Ucraina ha deciso di morire. Ma la diplomazia russa ha potuto trarre dei benefici dall’autodistruzione dell’élite ucraina. Escludendo il confronto con il regime ucraino e dopo aver imposto un negoziato prolungato con Kiev e occidente, e la concomitante guerra civile al rallentatore, ha escluso gli Stati Uniti dal formato di Minsk, sfruttando le differenze UE-USA e fatto dell’Ucraina un problema dell’occidente. Di conseguenza, il consolidato asse Washington-Bruxelles è crollato. I politici europei che contavano su una guerra lampo diplomatica erano impreparati a un lungo confronto. L’economia europea non era all’altezza e gli Stati Uniti non potevano permettersi di mantenere Kiev.
Oggi, dopo un anno e mezzo di sforzi, la Vecchia Europa (Francia e Germania), che decide le politiche dell’UE ha abbandonato l’Ucraina e cerca un modo di tendere la mano alla Russia a danno dei quasi-Stati pro-USA (Polonia e Paesi Baltici). Anche Varsavia, l’ex-“portavoce” di Kiev nell’UE, allude apertamente (non ufficialmente ancora) alla possibilità di partizione dell’Ucraina, avendo perso fiducia nella capacità di Kiev di mantenere il Paese. La comunità politica ucraina è sempre più isterica sul “tradimento dell’Europa”. L’ex-primo governatore della Regione Donetsk (o ciò che il regime nazista pensa che sia) ed oligarca Sergej Taruta dice che il Paese ha 8 mesi di vita. L’oligarca Dmitrij Firtash (noto ago della bilancia in Ucraina) predice il collasso per la primavera del 2016. E tutto questo fu svolto in silenzio e in modo invisibile dalla diplomazia russa senza affidarsi a colonne di carri armati e bombardieri strategici. Ha potuto farlo scontrandosi frontalmente con l’intero blocco degli Stati economicamente, militarmente e politicamente più potenti del pianeta, pur partendo da una posizione inizialmente debole e con alleati non sempre felici della crescente potenza della Russia.prim_de9afLo slancio in Medio Oriente
La Russia contemporaneamente ritornava in Medio Oriente, preservando ed espandendo i piani d’integrazione post-sovietici (Unione economica eurasiatica), sviluppando un piano d’integrazione eurasiatica (Shanghai Cooperation Organization) in collaborazione con la Cina, e lavorando nel quadro BRICS su un piano d’integrazione globale. Il formato dell’articolo rende purtroppo impossibile discutere tutte le operazioni strategiche effettuate dalla diplomazia russa in quasi 12 anni (da Primakov ad oggi). Ciò richiederebbe un’opera in più volumi. Ma chiunque cerchi di rispondere alla domanda su come la Russia sia potuta elevarsi da semi-colonia al collasso a leader globale riconosciuto deve ammettere il contributo delle centinaia di persone di piazza Smolensk. Le cui attività evitano pubblicità, rumore, sangue e vittime, ma producono risultati paragonabili a quello che si potevano realizzare in anni di guerra con eserciti di milioni di soldati.325346247247.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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