Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Operazione “Legno di platano”: la guerra segreta della CIA in Siria finanziata dai Saud

Maxime Chaix

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Un articolo del New York Times ha appena rivelato il nome in codice della guerra segreta multinazionale della CIA in Siria: il caso dell’Operazione Legno di Platano (“Timber Sycamore“). Nel 1992, i ricercatori siriani Ibrahim Nahal e Rahmi Adib avevano pubblicato uno studio secondo cui “La larghezza dell’anello è influenzata da fattori ambientali, il legno di platano orientale può essere classificato per la relativamente rapida crescita rispetto al faggio o al rovere”. I gruppi ribelli per lo più jihadisti, moltiplicatisi in Siria dall’estate 2011, potrebbero essere considerati “platani orientali” per la “crescita relativamente veloce”, senza pensare necessariamente a un collegamento tra il nome in codice di tale operazione segreta della CIA e questo fenomeno biologico. In sostanza, il New York Times ha rivelato che l’Arabia Saudita ha finanziato per “diversi miliardi” la guerra segreta della CIA in Siria. Altri collaboratori di tale operazione dell’Agenzia sono citati dal giornale. Questi sono Turchia, Giordania e Qatar. Tuttavia, anche se l’importo esatto dei contributi dei singoli Stati coinvolti in queste operazioni non è noto, il Times dice che l’Arabia Saudita è stata la principale finanziatrice. Secondo il giornale, “alti funzionari statunitensi non hanno rivelato l’importo del contributo saudita, di gran lunga il maggior finanziamento estero del programma di armamento dei ribelli che combattono le forze del Presidente Bashar Assad. Tuttavia, le stime indicano che il costo totale del finanziamento e dell’addestramento (dei terroristi) ha raggiunto diversi miliardi di dollari”. Times e Washington Post hanno confermato le informazioni che analizzai un paio di settimane prima degli attacchi del 13 novembre. Infatti, nel giugno 2015, il giornale rivelava che la CIA aveva “effettuato dal 2013 contro il regime di Assad” una delle più grandi operazioni segrete”, con un finanziamento annuale di circa un miliardo di dollari. Secondo il giornale, l’operazione segreta (…) fa parte di uno “grande sforzo da diversi miliardi di dollari di Arabia Saudita, Qatar e Turchia“, vale a dire, i tre Stati notori per sostenere le fazioni estremiste in Siria. Grazie al New York Times, ora sappiamo che l’Arabia Saudita è “di gran lunga” il principale stato a sostenere tale guerra segreta, in particolare attraverso acquisto e consegne massicce dai servizi speciali sauditi (GID) di missili anticarro TOW della Raytheon ai gruppi affiliati ad al-Qaida, come l’Esercito della Conquista (Jaysh al-Fatah). Sempre secondo il Times, il capo della stazione CIA svolge un ruolo diplomatico maggiore dell’ambasciatore degli USA in Arabia Saudita. Così, tra il GID e la CIA “l’alleanza rimane forte, perché rinforzata dal legame tra le principali spie. Il ministro degli Interni saudita, principe Muhamad bin Nayaf, sostituì il principe Bandar nel fornire armi ai terroristi (in Siria). Conosce l’attuale direttore della CIA John O. Brennan dai tempi in cui era capo della stazione dell’Agenzia a Riyadh negli anni ’90. Ex-colleghi dicono che costoro sono rimasti vicini (…) la posizione che aveva Brennan a Riyadh è molto più importante di quella dell’ambasciatore degli Stati Uniti; era il vero legame tra potere statale statunitense e regno (dei Saud). Ex-diplomatici ricordano che le discussioni più importanti vennero sistematicamente effettuate tramite il capo della stazione della CIA (nella capitale saudita)“.
Le informazioni del New York Times rafforzano il concetto di “Stato profondo sovranazionale” tra i vertici dei servizi speciali degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, come spiega Peter Dale Scott nel suo ultimo libro. Così, l’autore dimostra che le relazioni statunitensi-saudite sono la vera “scatola nera”: “Negli anni ’80, William Casey, direttore della CIA, prese decisioni cruciali nella guerra segreta in Afghanistan. Tuttavia, furono prese al di fuori del quadro burocratico dell’Agenzia, essendo state preparate con i direttori dei servizi d’intelligence sauditi, prima Qamal Adham e poi principe Faysal bin Turqi. Tra tali decisioni possiamo citare la creazione di una Legione Straniera con il compito di aiutare i mujahidin afghani a combattere i sovietici. Chiaramente, fu l’istituzione di un sistema di supporto operativo conosciuto come al-Qaida dopo la fine della guerra dell’URSS in Afghanistan. Casey espose i dettagli del piano con i due capi dell’intelligenza saudita, e con il direttore della Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI), la banca pakistano saudita di cui erano azionisti Qamal Adham e Faysal bin Turqi. In tal modo, Casey guidò una seconda agenzia, o i canali esterni alla CIA, costruendo con i sauditi la futura al-Qaida in Pakistan, mentre la gerarchia ufficiale dell’Agenzia a Langley “pensava che fosse imprudente”. Ne La macchina da guerra statunitense, posi Safari Club e BCCI nella serie di accordi in virtù di una “CIA alternativa” o “seconda CIA”, risalente alla creazione, nel 1948, dell’Ufficio del coordinamento politico (OPC per Ufficio di coordinamento delle politiche). Così è comprensibile che George Tenet, direttore della CIA di George W. Bush, seguisse il precedente di (William) Casey (direttore dell’Agenzia sotto Reagan) incontrando una volta al mese il principe Bandar, l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, ma senza rivelare il contenuto delle discussioni ufficiali della CIA sulle questioni saudite“.
054ea73b-f40f-4224-ae68-b284941ac8b7Nell’articolo del Times, il principe Bandar è presentato come il principale artefice della politica a sostegno della ribellione in Siria. In effetti, il giornale conferma che “gli sforzi sauditi furono guidati dal focoso principe Bandar bin Sultan, allora capo dei servizi segreti (del regno) che chiese che le spie saudite acquistassero migliaia di (fucili) AK-47 e milioni di munizioni in Europa orientale per i ribelli (in Siria). La CIA facilitò alcuni di tali acquisti dei sauditi, tra cui un grande accordo con la Croazia nel 2012. Nell’estate dello stesso anno queste operazioni sembravano fuori controllo, sul confine tra Turchia e Siria, e le nazioni del Golfo inviavano denaro e armi ai gruppi ribelli, compresi i gruppi che gli alti responsabili statunitensi temevano collegati ad organizzazioni estremiste come al-Qaida“. Così, la guerra segreta della CIA e dei partner stranieri in Siria ha fortemente incoraggiato l’ascesa dello SIIL, che Pentagono ed alleati bombardano da settembre 2014 senza molta efficienza e su un sfondo polemico. Dal luglio 2012, attraverso la politica profonda del principe Bandar, il “platano” jihadista in Siria subì una “crescita relativamente veloce” con il sostegno attivo della CIA e dei suoi partner. Ma Bandar era così vicino all’agenzia che non può essere dissociato dalle azioni clandestine dei servizi speciali statunitensi, almeno quando era ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington (1983-2005) e poi direttore dell’intelligence saudita (2012-2014). Dieci giorni prima degli attacchi del 13 novembre, pubblicai un articolo intitolato “La guerra segreta multinazionale della CIA in Siria“, in cui ho scritto: “Nel luglio 2012, il principe Bandar fu nominato capo dei servizi segreti sauditi, visto da molti esperti come segno dell’indurimento della politica siriana dell’Arabia Saudita. Soprannominato “Bandar Bush” per la sua vicinanza alla medesima dinastia presidenziale, fu ambasciatore a Washington al momento degli attacchi dell’11 settembre. Per molti anni questo uomo intimamente legato alla CIA fu accusato da un’ex-senatore della Florida di aver sostenuto alcuni dei dirottatori accusati di quegli attacchi. Fin quando non fu dimesso nell’aprile 2014, The Guardian sottolineò che “Bandar guidava gli sforzi sauditi nel coordinare meglio le forniture di armi ai ribelli che combattono Assad in Siria. Tuttavia, fu criticato per aver sostenuto i gruppi estremisti islamici, rischiando lo stesso “boomerang” dei combattenti del saudita Usama bin Ladin di ritorno dopo la jihad contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80, una guerra santa ufficialmente autorizzata. (…) Nel 2014, un parlamentare statunitense disse che la CIA era “ben consapevole che molte armi in dotazione (all’agenzia) fossero nelle mani sbagliate”. Nell’ottobre 2015, il massimo esperto sulla Siria Joshua Landis dichiarò che “tra il 60 e l’80% delle armi che gli Stati Uniti hanno introdotto (in questo Paese) è andato ad al-Qaida e gruppi affiliati“. In altre parole, la CIA e gli alleati turchi e petromonarchici decisamente promossero la nascita di tali gruppi estremisti in Siria, tra cui al-Qaida e SIIL. Tuttavia, tale politica profonda multinazionale fu deliberatamente scelta dalla Casa Bianca? La risposta non è ovvia. Come sottolineai nell’agosto 2015, l’ex-direttore dei servizi segreti militari del Pentagono (DIA), Michael Flynn, denunciò su al-Jazeera l’irrazionalità sconcertante della Casa Bianca sulla questione siriana. In quell’occasione, rivelò che i funzionari dell’amministrazione Obama presero la “decisione deliberata” di “fare quello che fanno in Siria“; in altre parole, avrebbero scelto di sostenere le milizie anti-Assad che la DIA descrisse nel 2012 come infiltrate e dominate da forze jihadiste. Da quell’anno, Flynn e la sua agenzia informarono la Casa Bianca del rischio della comparsa di uno “Stato islamico” tra Iraq e la Siria grazie al sostegno occidentale, turco e petromonarchico alla ribellione. Per chiarirne l’intervento, poi disse a un giornale russo che il governo statunitense aveva finora sostenuto “tante diverse fazioni (anti-Assad) che è impossibile capire chi siano e per chi lavorano. La composizione dell’opposizione armata siriana, sempre più complessa, ha reso notevolmente più difficile qualsiasi identificazione. Perciò (…) per gli interessi statunitensi bisogna (…) fare un passo indietro e sottoporre la nostra strategia a un esame critico. A causa della possibilità, molto reale, di sostenere forze legate allo Stato islamico (…) insieme ad altre forze anti-Assad in Siria. “Il generale Flynn, quando dirigeva la DIA al Pentagono, vide circa 1200 gruppi in lotta (in Siria). Di conseguenza“, il generale Flynn pensò “in realtà nessuno, compresa la Russia, ha una chiara idea con cosa abbiamo a che fare, ma tatticamente è davvero importante capirlo. Una visione unilaterale della situazione in Siria e Iraq sarebbe un errore”.

Micheal Flynn

Micheal Flynn

A tale terreno complesso si aggiunse la procedura tradizionale dell’Agenzia della “negazione plausibile”, con l’obiettivo di cancellare qualsiasi incriminazione del governo degli Stati Uniti ricorrendo ad agenti esteri e/o privati. Nel mio articolo sulla guerra segreta della CIA in Siria, notai che “Le operazioni multinazionali anti-Assad furono anche una grande fonte di confusione. In primo luogo, anche se molti servizi occidentali e mediorientali sono coinvolti in tale conflitto, è difficile pensare a questa guerra segreta da una prospettiva multinazionale. In effetti, media ed esperti ebbero la tendenza a dissociare le politiche siriane dei diversi Stati illegalmente impegnati a destabilizzare la Siria. E’ vero che la rinuncia degli Stati Uniti d’intervenire direttamente provocò taglienti tensioni diplomatiche con Turchia e Arabia Saudita. Inoltre, l’ostilità di re Abdullah contro i Fratelli musulmani generò gravi divisioni tra, da un lato il regno saudita, dall’altra Qatar e Turchia; tali tensioni sono aggravate da Salman dopo l’intronizzazione a re nel gennaio 2015. A causa di tali differenze, le politiche siriane degli Stati ostili al regime di Assad sono state scarsamente analizzate sotto la prospettiva multinazionale. Piuttosto, le operazioni occidentali furono distinte da quelle dei Paesi del Medio Oriente. Ma i servizi speciali dei diversi Stati condussero azioni finora comuni e coordinate nell’opacità abissale della segretezza. Nel gennaio 2012, CIA e MI6 lanciarono operazioni clandestine per armare i terroristi tra Libia, Turchia e Siria, con l’aiuto dei turchi e il finanziamento di Arabia Saudita e Qatar. (…) E’ dimostrato che tali armi furono consegnate “quasi esclusivamente” a fazioni jihadiste, secondo il parlamentare inglese Lord Ashdown. Secondo il giornalista Seymour Hersh, “il coinvolgimento dell’MI6 permise alla CIA di eludere la legge qualificando la sua missione come operazione di collegamento“. Le azioni dell’Agenzia in Siria sono meglio controllate oggi? La questione rimane aperta, ma la dottrina della “negazione plausibile” tradizionalmente attuata dalla CIA potrebbe essere una risposta. (…) Anche se tale procedura tende a confondere le acque, il ruolo centrale della CIA nella guerra segreta multinazionale (in Siria) non è più dubbio. Nell’ottobre 2015, il New York Times spiegò che “I missili anticarro TOW di fabbricazione statunitense apparvero nella regione nel 2013, attraverso un programma clandestino (della CIA) guidato da Stati Uniti, Arabia Saudita e altri alleati, allo scopo di aiutare i gruppi di insorti “scelti” dall’Agenzia nella lotta al governo siriano. Tali armi sono consegnate sul campo dagli alleati degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti ne approvano l’assegnazione. (…) I capi ribelli risero quando li interrogarono sulla consegna di 500 TOW dall’Arabia Saudita, dicendo che era un numero ridicolo rispetto a ciò che era effettivamente disponibile. Nel 2013 l’Arabia Saudita ordinò (a Washington) più di 13000 (TOW)”. (…) A seguito dello scoppio del conflitto con la Russia, l’ex-consigliere del Pentagono confermò al Washington Post che l’utilizzo di partner stranieri ha comportato la “negazione plausibile”, coprendo le operazioni della CIA in Siria: “missili (TOW) prodotti dalla Raytheon provengono principalmente dalle scorte governative saudite, che ne acquistarono 13795 nel 2013 (…) Poiché gli accordi di vendita prevedono che l’acquirente informi gli Stati Uniti sulla loro destinazione finale, l’approvazione (di Washington) è implicita secondo Shahbandar, ex-consigliere del Pentagono. Secondo lui, non è richiesta alcuna decisione dall’amministrazione Obama sul prosieguo del programma. “Non c’è bisogno di un via libero statunitense. Una luce ambrata basta”. “Questo è un (programma) illegale e tecnicamente può essere negato, ma è caratteristico delle guerre per procura”. “Così, con la dottrina della “negazione plausibile” che coinvolge terzi che si possono biasimare sembra spiegarne il motivo, il ruolo della CIA e dei suoi alleati occidentali nella guerra segreta (a questo punto) viene insabbiato, distorto o minimizzato”. In questo articolo aggiunsi che “contrariamente al mito dell'”inazione” (militare) occidentale contro il regime di Bashar al-Assad, la CIA fu fortemente coinvolta in Siria, nell’ambito di un’oprazione illegale sovvenzionata da budget classificati e anche stranieri. Tuttavia con tali fondi esteri e i miliardi di dollari mobilitati e non controllati dal Congresso degli Stati Uniti, l’istituzione non ha il potere di esercitare il controllo su bilanci o politiche esteri. “Secondo le dichiarazioni di un parlamentare statunitense, il New York Times confermò tale assenza di trasparenza dovuta all’utilizzo di fondi esteri: “Mentre l’amministrazione Obama ha visto la coalizione come argomento seducente per il Congresso, alcuni legislatori, come il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden, hanno chiesto perché la CIA avesse bisogno del denaro saudita per finanziare l’operazione, secondo un ex-funzionario statunitense. Wyden ha rifiutato di rispondere alle nostre domande, ma la sua squadra ha rilasciato una dichiarazione chiedendo maggiore trasparenza: “ex-funzionari del governo hanno detto che gli Stati Uniti rafforzano le capacità operative dell’opposizione militare anti-Assad. Tuttavia, i cittadini non furono informati sui termini della politica che coinvolge le agenzie degli Stati Uniti, o partner stranieri con i cui queste istituzioni collaborano“.”
Alla luce delle rivelazioni del New York Times sull’operazione Legno di platano, e sapendo che il sostegno di CIA ed alleati ad al-Qaida in Siria è ormai di dominio pubblico, anche in Italia, è essenziale che i cittadini occidentali chiedano responsabilità ai loro parlamentari. Come coraggiosamente denunciò il parlamentare statunitense Tulsi Gabbard tre settimane prima degli attacchi del 13 novembre, “le armi degli Stati Uniti vanno nelle mani dei nostri nemici, al-Qaida e altri gruppi estremisti islamici, nostri nemici giurati. Sono i gruppi che ci attaccarono l’11 settembre e che cerchiamo di sconfiggere, ma noi li sosteniamo armandoli per rovesciare il governo siriano. (…) Non voglio che il governo degli Stati Uniti fornisca armi ad al-Qaida, estremisti islamici, nostri nemici. Penso che sia un concetto molto semplice: è impossibile sconfiggere i tuoi nemici se, allo stesso tempo, li armi e aiuti. Cosa assolutamente senza senso per me“. E’ pertanto urgente che le potenze occidentali sviluppino e attuino politiche più razionali e pragmatiche per lottare efficacemente contro il terrorismo, altrimenti questa foresta di “platani” continuerà ad espandersi pericolosamente.

John O. Brennan

John O. Brennan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come i missili sovietici distruggono i carri armati statunitensi nello Yemen

Dmitrij Jurov, Zvezda South Front

Le operazioni “Tempesta Decisiva” e “Rinascita della Speranza”, svolti nello Yemen dalla coalizione saudita si sono seriamente impantanate. L’assenza di grandi successi, numerose perdite di personale e di blindati, scarsissimo coordinamento, sono alcuni dei motivi delle operazioni militari tra le più disastrose in Medio Oriente.alalam_635789692778367463_25f_4x3Un esercito da operetta
La maggior parte degli esperti ritiene l’invasione dello Yemen un’operazione mal concepita, e anche nei primi scontri con i ribelli huthi, frettolosamente armati e il cui comando è assai meno efficiente di quello di un esercito regolare, hanno dimostrato che le truppe della coalizione saudita non sono disposte a combattere. Nonostante la decisione di creare l’ennesima alleanza, questa volta per combattere lo SIIL in Siria, le forze armate saudite non hanno sufficiente esperienza per condurre una grande guerra, e le decisioni dei comandanti rendono le truppe un bersaglio facile sul campo di battaglia. “Quando ho letto il libro del principe saudita e generale Qalid Ibn Sultan “Desert Warrior”, notai che era meno preoccupato dell’esito del combattimento che alle varie regole cerimoniali“, ha detto l’esperto militar-politico Aleksandr Perendzhiev secondo cui sarebbe prematuro parlare di alta professionalità militare saudita, dato che né i soldati né i comandanti hanno un addestramento adeguato, le cui operazioni sono principalmente di facciata. Il motto dell’esercito, secondo Perendzhiev, potrebbe benissimo essere “dobbiamo combattere, ma non vincere!” Inoltre, l’esercito saudita ha certi rituali che ne ritardano le decisioni sul campo di battaglia. “Ai loro incontri è fondamentale decidere chi siede dove, e quanto alte siano le poltrone. E’ anche importante chi riferisce a chi e come va fatto il rapporto, sono estremamente sensibili sulla questione della subordinazione: un comandante superiore non vuole far rapporto a un giovane ufficiale”, spiega Perendzhiev. Peculiarità simili si possono incontrare nel modo in cui le informazioni vengono diffuse. Alcuni comandanti non vogliono ricevere segnalazioni dai sistemi di comunicazione e preferiscono i rapporti personali.

Bersagli corazzati
An-Al-Masirah-reporter-and-Houthis-stand-next-to-a-captured-Saudi-M1-Abrams-tank-1Il basso livello addestrativo del personale e lo scarso coordinamento sul campo di battaglia creano un altro problema che si riscontrerebbe in molte occasioni: le perdite di blindati sproporzionatamente pesanti e la bassa efficienza dei carristi che, secondo gli specialisti, è vicina allo zero. Gli specialisti notano anche che se le forze saudite usano armi degli Stati Uniti, non ne seguono le tattiche. Il contrasto con le operazioni corazzate degli USA in Iraq è colossale. Le forze degli USA in Iraq si muovevano rapidamente, facendo soste dal minor tempo possibile nelle operazioni offensive. I sauditi non operano così. Invece dimostrano incompetenza totale ed assenza di coordinamento permettendo agli huthi di utilizzare i missili anticarro sovietici, come il Faktorija e il Konkurs per distruggere i carri armati M1 Abrams da distanze di sicurezza. “Se in Iraq i carristi statunitensi erano per lo più preoccupati dal tiro di RPG da poche decine di metri, nello Yemen la combinazione di terreno montuoso e scarso addestramento saudita creano una situazione in cui i difetti sauditi vengono immediatamente sfruttati dagli avversari usando gli assai efficaci missili sovietici. Numerosi video mostrano che anche armi obsolete possono distruggere un carro armato statunitense in pochi secondi“, dice l’ex-capitano dell’esercito russo Aleksej Fedjukin, specialista della cooperazione tecnico-militare.

Guerra per alcuni, soldi per altri
La commercializzazione delle operazioni di combattimento è almeno altrettanto importante, secondo gli specialisti, come i fattori religiosi, politici e altri dietro tale guerra. La scarsa efficacia degli attacchi aerei sauditi non è che una componente della nuova guerra commerciale. Nella migliore tradizione dei bombardamenti statunitensi, i sauditi riescono a distruggere un ospedale locale dei Medici Senza Frontiere, un corteo nuziale e vari edifici civili. Anche se il quartier generale della coalizione a Riad riceve regolarmente le coordinate di importanti obiettivi civili che non vanno bombardati, tali errori continuano. La coalizione araba manca anche di personale sufficiente per controllare i territori occupati, motivo per cui l’Arabia Saudita coinvolge attivamente terzi nella guerra: Colombia, Marocco, Sudan, Senegal, Giordania. Questi Paesi inviano con entusiasmo i loro mercenari, che combattono per chi li paga. Tuttavia, i mercenari non fanno la differenza perché sono ancora meno disposti a rischiare la vita di coloro che credono che la lotta in nome delle monarchie del Golfo sia un dovere. Inoltre, i militari sauditi sono afflitti da una corruzione sempre più difficile da nascondere. “Raggiunge i comandanti sauditi, corrotti per trasmettere certi ordini e ritardare la segnalazione dei risultati delle operazioni“, spiega Perendhziev. Data tale corruzione, non sorprende che le truppe della coalizione vendano le armi che riferiscono come distrutte in battaglia. Gli esperti prevedono che se l’attuale conflitto e relativo supporto estero continuano, lo Yemen prossimamente diverrebbe un altro Iraq, Libia o Siria, e l’escalation del conflitto non contribuirà alla stabilità del Medio Oriente.Yemen_Saudi_vehicleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

False Flag per cancellare i legami tra Erdogan e terroristi

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 14/01/2016

12311077E’ il modo con cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reagito all’attentato mortale a Istanbul, questa settimana, che suscita sospetti. Sospetti che ci sia molto più del semplice attentato terroristico islamista contro civili inermi. Per dirla senza mezzi termini: ad Erdogan era “necessaria” tale atrocità per cancellare le prove crescenti della collusione del suo regime col terrorismo e la stessa rete terroristica islamista sospettata dell’attentato a Istanbul. Tra sangue e carneficina, il suo regime ha rapidamente cercato di presentarsi internazionalmente come ulteriore vittima del barbaro terrorismo e combattente senza paura contro la rete terroristica dello Stato islamico. La Turchia era un po’ troppo imbarazzata, avvolgendosi nella bandiera emotiva della Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi di novembre. L’americano della Casa Bianca e il capo delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon se ne sono usciti con condanne degli “spregevoli” omicidi ad Istanbul promettendo solidarietà allo Stato turco contro il terrorismo. Erdogan e il suo primo ministro Ahmet Davutoglu hanno risposto immediatamente, separatamente ma con lo stesso discorso, sostenendo che l’atrocità era la prova che la Turchia è in “prima linea nella lotta al terrorismo”. “Nessuno dovrebbe dubitare della nostra determinazione a sconfiggere i terroristi dello Stato islamico”, ha detto ai giornalisti Erdogan. Le sue gravi e dure dichiarazioni antiterrorismo furono riprese da Davutoglu. Tuttavia, come William Shakespeare disse: “Tu protesti troppo!”, cioè la retorica artificiosa suggerisce scopi reconditi. Il governo di Erdogan ha reagito con sospetta puntualità all’attentato nel quartiere storico d’Istanbul che aveva ucciso almeno 10 turisti tedeschi. Poche ore dopo l’attentato, le autorità turche definivano il kamikaze come un 28enne siriano nato in Arabia Saudita. Il governo turco ha detto che era un membro del gruppo terroristico dello Stato Islamico (IS). Ma anche diverse ore più tardi, alcun gruppo aveva rivendicato l’attentato. Ciò solleva domande su chi l’abbia effettuato. Sicuramente lo SIIL sarebbe molto felice di assumersene la paternità, con titoli internazionali, come fa di solito con tali atrocità? Perché il gruppo sembra non saperne nulla immediatamente dopo? Se fosse stato un vero attentato terroristico contro i servizi di sicurezza dello Stato turco, come mai le autorità turche furono così rapide nell’identificare il presunto attentatore suicida? In un “normale” attentato, le autorità sarebbero state colte alla sprovvista e avrebbero impiegato diversi giorni prima di capire chi fosse stato a compierlo. Non in questo caso. Il governo Erdogan ha scoperto immediatamente non solo il presunto gruppo responsabile (SIIL), ma anche il presunto autore. Una abbastanza sorprendente efficienza inquisitoria, se si accetta alla lettera la versione ufficiale. In ogni caso, l’accettazione della versione del governo Erdogan sarebbe anche estremamente ingenua. L’intelligence militare turca, MIT, s’è già dimostrata in molti casi precedenti, collegata intimamente ai gruppi terroristici islamici in guerra con la Siria.
Può Dundar, redattore di Cumhuriyet, subire l’ergastolo perché il suo giornale denunciò le armi inviate dal MIT ai gruppi terroristici in Siria. Il deputato turco Eren Erdem all’inizio di quest’anno fece delle affermazioni credibili sul governo Erdogan che avrebbe insabbiato l’indagine sulla fornitura di armi chimiche ai terroristi dello Stato islamico da parte del MIT; le armi chimiche probabilmente furono utilizzate per la strage di cittadini siriani nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, nell’agosto 2013. La ricognizione aerea russa negli ultimi mesi ha dimostrato in maniera inconfutabile le dimensioni industriali del contrabbando di petrolio dei terroristi dello SIIL verso la Turchia, con collegamenti credibili del racket che arrivano allo Stato turco, e in particolare alle imprese della famiglia Erdogan. Anche i precedenti attentati contro cittadini turchi in Turchia coinvolsero le operazioni sporche del regime Erdogan. Quando più di 100 sostenitori dei diritti curdi furono uccisi in un attentato a una manifestazione pacifica ad Ankara, lo scorso ottobre, gruppi curdi accusarono gli agenti turchi di aver compiuto di nascosto la strage. Affermazioni simili sul terrorismo di Stato contro i gruppi politici curdi furono fatte dopo gli attentati mortali di Suruc e Diyarbakir, l’anno scorso. Un attentato mortale nella città di confine turca Reyhanli, nel maggio 2013, che uccise più di 40 presone, fu nuovamente attribuito ad agenti turchi che cercavano d’incolparne il governo siriano, nel tentativo di escogitare un casus belli per l’invasione militare turca della Siria. Il premier turco Ahmet Davutoglu fu scoperto, nei nastri audio trapelati, a parlare di tali false flag del regime in incontri privati con quadri del partito. Nelle ultime settimane le autorità turche hanno fatto affermazioni altisonanti di come avevano sventato complotti terroristici nel Paese, sostenendo di aver fermato attentatori suicidi dello SIIL. È impossibile verificare queste affermazioni ufficiali perché il regime di Erdogan ha imposto un grave giro di vite sui giornalisti indipendenti. Ma un modo ragionevole di valutare le dichiarazioni ufficiali è che le autorità turche abbiano preparato l’attentato, come sembra sia accaduto questa settimana con l’attentato di Istanbul. E la reazione rapida del governo di Erdogan abilmente intensifica le affermazioni di essere vittima del terrorismo dello SIIL e, quindi, avere rapidamente simpatia e appoggio da Casa Bianca e Nazioni Unite.
La tempistica è importante per una corretta comprensione. Erdogan, Davutoglu e il partito Giustizia e Sviluppo sono stati denunciati negli ultimi mesi dall’intervento militare della Russia in Siria come stretti sostenitori del terrorismo in Siria. I media occidentali hanno trattato le rivelazioni con indifferenza istupidita. Tuttavia, le rivelazioni sono un atto d’accusa sconvolgente sull’illegalità dello Stato turco, membro della NATO e aspirante membro dell’Unione europea. Il regime Erdogan è diventato sinonimo di terrorismo di Stato, contrabbando di armi in Siria, e in particolare di collusioni con gruppi terroristici islamici come lo SIIL. (L’Arabia Saudita viene anch’essa denunciata come Stato canaglia). Cosa c’è di meglio allora, dal punto di vista di Erdogan, che un’atrocità dello SIIL a Istanbul, uccidendo turisti stranieri in modo che il suo regime avanzi successivamente la pretesa di essere “nemico dello SIIL” e di “difendersi dal terrorismo”. Tuttavia, secondo uno scenario alternativo, e più realistico: il regime Erdogan conosceva l’identità del terrorista perché coopera con essi; e le autorità turche permisero l’attentato per proprie ragioni politiche egoistiche, dopo la scottatura della reputazione internazionale macchiata, ed essere quindi vista come “vittima del terrorismo”.1030968193La ripubblicazione è accolta in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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