Petrolio, Qatar, Cina e conflitto globale

Caleb Maupin New Eastern Outlook 20.07.2017I prezzi del petrolio rimangono sotto i 50 dollari al barile. L’Arabia Saudita e il suo alleato di lunga data Qatar la scontano. La situazione sulla penisola coreana s’intensifica. Gli USA sono sempre più ostili alla Cina, mentre il Venezuela affronta una crisi interna. Come si fa a capire tutto questo? Questi eventi sono casuali, accadendo tutti contemporaneamente? Quasi. Questi eventi possono essere compresi e spiegati nel contesto del conflitto globale in corso. Come durante la guerra fredda, due diversi sistemi sociali e politici si scontrano. A differenza della guerra fredda, le linee non sono affatto ideologicamente chiare, ma la contraddizione sottostante resta la stessa. La forza dominante nel mondo oggi è il capitalismo liberista occidentale. Le istituzioni bancarie e le grandi società controllate da persone molto ricche di New York, Silicon Valley, Londra, Parigi e Francoforte sono al centro di un impero finanziario globale. Sono monopolisti che collaborano con gli Stati per eliminare i concorrenti e mantenere per sé direttamente i profitti del mercato mondiale. Un blocco di Paesi indipendenti si oppone al loro dominio. Il blocco emergente delle nazioni che cerca di liberasi dalla povertà. Non vogliono rimanere miseri Stati clienti dell’apparato finanziario occidentale, ma piuttosto diventare Paesi moderni, autosufficienti e sviluppati. Al fine di sviluppare e stabilire l’indipendenza, questi Paesi sono stati costretti ad adottare più o meno economie pianificate a livello statale e centrale.L’assedio al “Petrosocialismo”
Venezuela, Russia e Iran hanno tutte economie incentrate sul controllo governativo di petrolio e gas naturale. Queste risorse naturali sono nelle mani dello Stato e, mentre ognuno di questi Paesi ha un grande mercato, lo Stato controlla le risorse naturali al centro dell’economia e a cui il mercato è subordinato. I governi di Russia, Iran e Venezuela hanno il sostegno di una popolazione fedele e ben organizzata che riceve molti benefici del reddito del petrolio statale. La Repubblica islamica d’Iran è emersa dalla rivoluzione popolare del 1979. Il dittatore sostenuto dagli Stati Uniti fu rovesciato, e con gli slogan “Non capitalismo ma islam” e “Guerra della povertà alla ricchezza” il nuovo governo prese il potere. La Repubblica islamica si appoggia alle Guardie Rivoluzionarie e al Basj che agiscono a livello locale per decidere la politica. I proventi petroliferi sono utilizzati per industrializzare il Paese, fornire assistenza sanitaria gratuita e istruzione alla popolazione e creare una vivace economia domestica. In Russia, le risorse del petrolio e del gas naturale controllate dallo Stato sono utilizzate per ripristinare l’ordine nel Paese, dopo le conseguenze caotiche del crollo dell’Unione Sovietica. Dato che i prezzi del petrolio e del gas naturale sono aumentati nei primi anni del XXI secolo, il governo di Putin è riuscito a riaffermare il controllo statale sull’economia ea ristabilire la produzione industriale. Predicando ciò che alcuni chiamano “nuovo patriottismo russo” insieme alla Chiesa ortodossa russa, lo Stato russo è diventato un’entità indipendente e potente che lavora per conto della popolazione, spesso contro i desideri dei capitalisti occidentali e nazionali. Il governo bolivariano eletto in Venezuela nel 1999, è diventato molto più forte nel 2002 dopo aver sconfitto un tentativo di colpo di Stato. Con il ricavato del petrolio controllato dallo Stato, il Venezuela ha costruito ospedali, scuole e università in tutto il Paese. Ha ridotto drasticamente la povertà, aumentato i proprietari di case ed eliminato l’analfabetismo. Mentre Venezuela, Iran, Russia non sono “socialisti” come l’Unione Sovietica, non possono essere chiamati neanche capitalisti. Il capitalismo significa proprietà privata delle risorse economiche più importanti, incentrata sui profitti. In questi tre Paesi, le burocrazie statali, non i proprietari votati al profitto, decidono l’agenda economica. Il mercato è subordinato alla potenza degli enti economici statali, non per profitto, e finanziate dalle società energetiche controllate dal governo. Per qualsiasi governo, la fedeltà della popolazione è essenziale. Nei Paesi “Petro-Socialisti” la fedeltà è stata ottenuta con vantaggi economici come istruzione, sanità, investimenti statali, posti di lavoro nel governo e sovvenzioni. L’élite occidentale vanta il fatto che queste economie “petro-socialiste” sono così dipendenti da petrolio e gas naturale da essere deboli. Dal 2014, l’Arabia Saudita, vecchio vassallo di Exxon-Mobile, Royal Dutch Shell, Chevron e British Petroleum, inondò il mercato di petrolio economico. Ciò fu ulteriormente aggravato dall’aumento del fracking. Ora estraendo petrolio e gas dal bitume, gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore di petrolio e gas naturale nel mondo. Gli Stati Uniti hanno tolto il divieto di esportazione del petrolio del 1974 e iniziato a vendere proprio petrolio sul mercato mondiale. Gli sforzi di Arabia Saudita e Stati Uniti per inondare il mercato mondiale di petrolio e abbattere il prezzo non sono accidentali. L’intento è affamare i settori statali della Russia, dell’Iran e del Venezuela e indebolire stabilità e popolarità dei loro governi. Riducendo drasticamente le entrate statali, in Venezuela è stata creata una crisi interna inflazionistica. Le aziende importatrici di cibo si sono coordinate con gli attivisti dell’opposizione per creare carenze. Le sanzioni degli Stati Uniti hanno reso molto difficile l’azione del Venezuela sul mercato mondiale. Il governo venezuelano combatte per l’esistenza, mentre le forze dell’opposizione bruciano il cibo e fomentano disordini e caos nelle strade, mentre molti cittadini già fedeli al bolivarismo sono oramai cinici. Mentre i media statunitensi accusano il governo socialista della crisi, il ministro dell’Agricoltura del Venezuela sottolineava che gli Stati Uniti lavorano attivamente per impedire le importazioni di alimentari, dicendo: “Gli Stati Uniti minacciano le compagnie di spedizione che se comprano o vendono con il Venezuela saranno sanzionate“. Mentre Iran e Russia hanno sofferto a causa del calo dei prezzi petroliferi, i governi sono riusciti a impedire che una crisi interna esplodesse. Il Venezuela sembra essere l’obiettivo primario, dato che i prezzi del petrolio continuano a restare sotto i 50 dollari al barile e la crisi nel Paese si acuisce.L’alleanza sunnita si spacca
Oltre ad abbassare i prezzi del petrolio allagandone il mercato, il Regno dell’Arabia Saudita è stato cruciale nello sforzo militare diretto a sconfiggere i governi indipendenti. L’Arabia Saudita è stata la chiave per fornire armi e finanziamenti ai gruppi estremisti e ai “ribelli” che rovesciarono il governo islamico socialista in Libia nel 2011. Dalla caduta del regime “Petrosocialista” di Gaddafi in Libia, la produzione di petrolio è diminuita notevolmente, in quanto il Paese africano, una volta il più prosperoso, è stato ridotto a povertà e caos. La Nigeria ha ora sostituito la Libia come principale produttore di petrolio in Africa. Molti degli estremisti che rovesciarono Gheddafi, incluso il gruppo combattete islamico con cui l’attentatore di Manchester Salman Abadi aveva profonde connessioni, aderiscono all’interpretazione saudita dell’Islam chiamata “wahhabismo”. Quasi tutti i terroristi che abbracciano l’Islam come SIIL, al-Qaida, al-Nusra, sono aderenti all’interpretazione wahhabita. L’insegnamento wahhabita chiede l’applicazione del governo islamico con le armi e l’uccisione dei non credenti e altri musulmani considerati “apostati”. Oltre ad essere abbracciata dai terroristi, l’interpretazione wahhabita dell’Islam sunnita è ampiamente promossa dal governo dell’Arabia Saudita. Le trasmissioni e la propaganda wahhabite sono finanziate dall’Arabia Saudita e sono diffuse in tutto il mondo. Proprio come in Libia, gli estremisti wahhabiti armati e finanziati dall’Arabia Saudita sono il nucleo della forza combattente che opera per abbattere la Repubblica araba siriana. Le varie fazioni in Siria, costituite da combattenti stranieri, cercano di trasformare il Paese laico e religioso in un califfato islamico filo-occidentale. Molti di loro dichiarano apertamente l’intenzione di massacrare gli alawiti ed espellere i cristiani per creare un regime sunnita in Siria. Il governo siriano, che stava per costruire una pipeline per collegare i campi petroliferi iraniani col Mar Mediterraneo, ora combatte per l’esistenza una sanguinosa guerra civile. Tra i combattenti antigovernativi motivati religiosamente in Siria, sponsorizzati dagli USA e dall’Arabia Saudita, i mostruosi terroristi dello SIIL emersero per sconvolgere il mondo. I terroristi wahhabiti che rovesciarono Gheddafi con l’aiuto delle bombe della NATO e che ora terrorizzano la Siria, furono l’alleato cruciale negli sforzi per condurre i “cambi di regime”. Oltre a loro vi era la Fratellanza musulmana, un’organizzazione estremista internazionale sunnita. La fratellanza musulmana è un movimento religioso che ha avuto origine in Medio Oriente e lavora con gli Stati Uniti dagli anni ’50, vedendo l’avanzata del nazionalismo arabo e del socialismo come anti-islamica. La Fratellanza musulmana offre servizi ai seguaci e si basa su proprietari di piccole imprese che credono in una sorta di capitalismo islamico e considerano loro nemici sciiti, Israele, socialisti e comunisti. La monarchia del Qatar è il finanziatore principale della Fratellanza musulmana e delle sue attività nel mondo, e la rete televisiva sponsorizzata dal Qatar al-Jazeera promuove le attività e la visione del mondo della Fratellanza. Il governo di Erdogan in Turchia attinge il suo sostegno dalla Fratellanza musulmana e ne finanzia le attività. Prima in Libia e ora in Siria, mentre i sauditi sostengono i terroristi bombardati ed eliminati, Turchia e Qatar hanno sostenuto le organizzazioni legate alla Fratellanza musulmana raccogliendo denaro e conducendo la propaganda per promuovere il cambio di regime. Il regime della confraternita musulmana in Turchia ha permesso ai terroristi di attraversare il confine con la Siria. Le organizzazioni della Fratellanza musulmana, sotto la copertura umanitaria, inviarono denaro alle forze antigovernative in Siria. Il Qatar ha fornito armi e finanziamenti, mentre al-Jazeera riferisce notevolmente sulle attività dei “ribelli” wahhabiti e demonizza il governo siriano. In Europa e persino negli Stati Uniti, la Fratellanza musulmana ha moschee ed organizzazioni che hanno tenuto manifestazioni per sostenere la cosiddetta “rivoluzione siriana” e costruire relazioni pubbliche a sostegno del bombardamento e dell’intervento militare in Siria da parte delle potenze occidentali. Il Regno dell’Arabia Saudita schiaccia la Fratellanza musulmana all’interno dei propri confini e ha una prospettiva teologica molto diversa. Indipendentemente dalla sfera internazionale, i wahhabiti sostenuti dai sauditi e gli affiliati ai Fratelli musulmani supportati da Qatar-Turchia sono stretti alleati. Quando Donald Trump visitò l’Arabia Saudita e tentò di costruire una “NATO araba” contro l’Iran, il Qatar sembrava riluttante. Se il Qatar è generalmente con l’Arabia Saudita contro la Repubblica islamica d’Iran, vi mantiene ancora rapporti diplomatici. La Fratellanza musulmana è sunnita ma non considera i musulmani sciiti, come quelli che governano l’Iran, degli “apostati” degni di morte. Mentre la Fratellanza musulmana rifiuta di adattarsi completamente allo sforzo di Stati Uniti- Arabia Saudita contro il governo iraniano, il Qatar ora è in disaccordo con l’Arabia Saudita. Forse nel tentativo di accontentare i sauditi, Donald Trump accusava il Qatar di finanziare il terrorismo. L’Arabia Saudita chiede che il Qatar chiuda al-Jazeera e le sue attività a sostegno della Fratellanza musulmana, forse perché è un’ideologia concorrente al wabhabismo tra i musulmani radicalizzati nel mondo. In risposta, il Qatar rilasciava un gran numero di documenti che dimostrerebbero i collegamenti sauditi ed emiratini on SIIL e al-Qaida. Nel frattempo, il regime di Erdogan in Turchia, connesso con la fratellanza, sembra assai meno ostile alla Russia che solo un anno prima, e ha protestato contro il finanziamento e l’armamento degli Stati Uniti delle forze curde in Siria. L’alleanza wahhabiti-fratellanza utilizzata dagli Stati Uniti per “cambiare il regime” in Siria e Libia sembra emarginata. Le organizzazioni legate alla Fratellanza musulmana sembrano sempre più riluttanti a fidarsi di USA e Arabia Saudita, e molto più aperte a relazioni amichevoli con Iran e Russia. Va notato che l’affiliato palestinese della Fratellanza musulmana è Hamas, il principale nemico d’Israele. Trump si è posto da forte alleato di Israele e la pressione israeliana su Fratellanza musulmana e sostenitori può influenzare la divisione.I bassi prezzi del petrolio non indeboliscono il socialismo cinese
Mentre le economie non capitaliste di Russia, Venezuela e Iran sono incentrate sulle entrate generate dalle esportazioni di petrolio e gas naturale, l’economia orientata della Cina dipende dalle importazioni di petrolio. Durante l’era di Mao, quando la Cina aveva un modello di tipo sovietico, le risorse petrolifere interne della Cina erano adeguate a rifornirne le industrie in via di sviluppo. Tuttavia, nel 1978, l’economia cinese fu drasticamente mutata. L’economia di comando di “tipo sovietico” fu abbandonata. Deng Xiaoping adattò alla Cina un modello denominato “Socialismo con caratteristiche cinesi”. Mentre le attività bancarie e industriali come la produzione di acciaio sono rimaste sotto controllo statale, gran parte dell’economia cinese è stata privatizzata. Sono state istituite “zone economiche libere”, e le joint venture tra capitalisti cinesi e investitori occidentali sono diffuse. Nell’ambito del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, l’economia cinese continua ad essere soggetta a piani di sviluppo quinquennali e, nonostante le forze di mercato prevalenti, il partito comunista da 90 milioni di aderenti ha il controllo del mercato. La Cina è conosciuta per l’esecuzione di miliardari e capitalisti che danneggiano il partito e mettono in pericolo il pubblico, e le società non hanno diritti di proprietà reali o una libertà economica rispettata dallo Stato. Mentre l’apparato industriale cinese si è notevolmente ampliato, si è sviluppata la necessità delle risorse. Nel 1993, la Cina divenne importatore netto di petrolio. Mentre la produzione è cresciuta in Cina, è divenuta sempre più dipendente dalle importazioni di petrolio. Oggi, il 60% del consumo di petrolio cinese è coperto da petrolio importato. Più l’economia cinese cresce, più dipende dal petrolio. Uno dei fattori chiave dell’avanzata del “petro-socialismo” bolivariano in America Latina era la volontà della Cina di acquistare giacimenti di petrolio non sfruttati. Le sanzioni degli Stati Uniti non hanno impedito alla Cina di acquistare petrolio dal Venezuela. Evo Morales visitò la Cina dopo essere stato eletto presidente della Bolivia. Il politico socialista elogiò la “rivoluzione proletaria” di Mao durante la visita e, dopo l’elezione di Morales, la Cina acquistò risorse naturali dalla Bolivia a un ritmo molto alto. Gli investimenti della Cina nell’America Latina sono notevolmente aumentati negli ultimi due decenni. Petrobas, società statale petrolifera del Brasile, ha notevolmente beneficiato dell’investimento cinese. La Cina ha anche aiutato il Brasile a costruire impianti idroelettrici e a portare l’elettricità nelle aree rurali.

Il “veto del petrolio” nel Mar Cinese Meridionale
Mentre i bassi prezzi del petrolio sin dal 2014 hanno danneggiato le economie dei Paesi petro-socialisti, centrati sul petrolio, si rafforza l’economia centralizzata della Cina controllata dal governo. Un petrolio economico ha permesso alla Cina di continuare ad espandere industria e influenza nel mondo. Oggi la metà dell’acciaio nel mondo è prodotta dall’industria siderurgica controllata dalla Cina. Le industrie statali della Cina producono anche enormi quantità di rame, ferro e altri metalli. I salari dei lavoratori cinesi sono in aumento e quasi ogni giorno viene creato un milionario cinese. I media statunitensi ripresero i rapporti allarmisti sul “rallentamento cinese” nel 2015, ma l’economia non s’è scomposta. Il tasso di crescita è leggermente diminuito, ma rimane intorno al 7%, un tasso invidiato da quasi tutti gli altri Paesi. Mentre una piccola quantità di importazioni petrolifere cinesi proviene dagli oleodotti, la maggior parte avviene su petroliere. La Cina ha lavorato molto per assicurare il Mar Cinese Meridionale e che nulla possa interferire con il flusso di petrolio verso la terraferma cinese attraverso i porti di Shanghai, Guangzhou e Hong Kong. Gli USA hanno a lungo avuto potere sull’economia in crescita della Cina attraverso un potenziale “veto petrolifero”. Un blocco navale degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale poteva facilmente fermare la produzione cinese interrompendo il flusso di petrolio. L’esistenza nelle Filippine di un regime filo-USA che ospitava forze militari statunitensi era da tempo una potenziale fonte di debolezza per la Cina. Tuttavia, il governo di Rodrigo Duterte ha alterato la situazione. I discorsi anti-USA di Duterte e la volontà di negoziare con la Cina sono stati un grande cambio nel Pacifico. Il presidente populista legato a gruppi di vigilanti anti-droghe ha raggiunto un accordo con la Cina e ha efficacemente consentito alle petroliere che attraversano il Mar Cinese Meridionale di essere molto più sicure di prima.Tensioni sulla penisola coreana
Il sistema missilistico THAAD eretto nella Corea del Sud è anche una minaccia alla sicurezza della Cina. Il sistema missilistico ha un radar che penetra profondamente nel territorio cinese e il sistema “che permette attacchi” consente alle forze statunitensi in Corea di poter attaccare Cina, Russia e Corea democratica ed impedire qualsiasi risposta. Non appena i primi componenti del sistema THAAD giunsero in Corea, la Cina rispose con sanzioni economiche. Il mondo ha preso atto di come l’economia della Corea del Sud urlasse per l’improvvisa perdita della cooperazione cinese. Poco dopo, la presidentessa, ampiamente impopolare e corrotta, che organizzò la costruzione del THAAD, fu rimossa. La presidentessa di destra, figlia di un dittatore militare, fu dimessa e sostituita da Moon Jae-In, molto più amichevole verso la Cina e più scettico verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti accusavano la Cina al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di presunti legami economici con la Repubblica popolare democratica di Corea. La Cina mantiene tutte le relazioni con la RPDC in coerenza con gli accordi internazionali, ma gli Stati Uniti ora esigono il completo isolamento della Corea democratica. Cina e Russia si sono opposte alla proliferazione nucleare e ai test missilistici della Corea, ma anche alle continue manovre statunitensi nel Sud, testando l’invasione e la distruzione della RPDC. La proposta di Russia e Cina a RPDC, Stati Uniti e Corea del Sud di ridurre l’attività militare sulla penisola sembra essere caduta nel vuoto. Gli USA sostengono di avere il diritto d’intraprendere manovre provocatorie, ma la RPDC non ha il diritto di continuare a produrre armi nucleari o a testare missili. Nell’America Latina, l’influenza della Cina ha continuato a crescere nonostante la crisi del Petrosocialismo. La Cina cerca di aprire rotte commerciali marittime per assicurarsi che il petrolio fluisca in modo sicuro e che la sua economia statale possa continuare a produrre. Il regime filo-USA di Panama permette agli Stati Uniti un certo controllo sulle rotte globali. Ad esempio, le navi per la Repubblica Popolare Democratica di Corea da Cuba furono fermate e ispezionate nel giugno 2013. La Cina ora collabora con il governo socialista del Nicaragua per costruire un’alternativa al Canale di Panama che sarà controllato da forze anticapitaliste. La Cina ha premiato il Nicaragua per la collaborazione con grandi investimenti. Il Wall Street Journal riferisce un aumento del PIL del Nicaragua del 36% tra 2007 e 2016, insieme alla riduzione del 30% della povertà. Il rapporto dell’Indice mondiale della felicità delle Nazioni Unite per il 2016 elenca il maggior aumento di felicità per il 2016 in Nicaragua. Anche l’aspettativa di vita è aumentata. Il governo socialista del Nicaragua è guidato dai sandinisti con lo slogan “Cristianesimo, socialismo e solidarietà”. Come l’economia cinese, il socialismo del Nicaragua non dipende dal petrolio controllato dal governo, ma dalle importazioni, piuttosto che dall’esportazione, di petrolio. Il socialismo in Nicaragua emerge sotto forma di industrie e cooperative controllate dallo Stato, spesso create con pesanti investimenti e cooperazione della Cina. Il congresso degli USA ha ora un disegno di legge per porre sanzioni a questo governo socialista dal grande successo, che i media statunitensi spesso indicano come “dittatura” che viola “i diritti umani”.

Conflitto interno in entrambi i campi
Mentre le potenze capitaliste occidentali si scontrano con l’avanzata del blocco delle economie pianificate, entrambe le parti affrontano conflitti interni. In occidente, la rivoluzione informatica ha eliminato milioni di posti di lavoro industriali e ha ridotto le generazione successiva a un livello di vita molto inferiore. Il capitalismo occidentale si è “globalizzato” riducendo salari e standard di vita. I lavoratori nei Paesi occidentali ora si trovano in concorrenza con i lavoratori nei Paesi del libero mercato del terzo mondo. Povertà e droga dominano i regimi capitalisti liberisti in Messico, Guatemala e Honduras, provocando la crisi della migrazione di massa negli Stati Uniti. La povertà e il terrorismo in Medio Oriente hanno portato a un flusso massiccio di rifugiati in Europa. Nei Paesi capitalisti occidentali, la crescente povertà e l’immigrazione hanno accompagnato l’aumento della repressione dello Stato di polizia e dello spionaggio governativo. In politica, l’estrema sinistra e la destra sono diventati più potenti, poiché le forze centrali che credono nel mercato libero e nel liberalismo sociale si dimostrano incapaci di risolvere la crisi. Nel frattempo, nei Paesi antimperialisti, cresce anche lo scontro e il divario. I capitalisti filo-statunitensi dell’Iran, per esempio, sono sempre più ostili alla Guardia rivoluzionaria e ai principi associati all’industria statale. Nella crisi politica, lo Stato del Venezuela è divenuto molto più dipendente dagli attivisti comunisti e socialisti che hanno portato al potere il bolivarismo. Si sta formando un’assemblea costituente per adeguare la costituzione, e Comuni e “Collectivos” funzionano da centri organizzativi. Si sono formate milizie armate di giovani bolivariani per difendere il governo dall’opposizione, assieme ai militari. In Cina, Xi Jinping sta rapidamente centralizzando la leadership del Partito Comunista e ripropone toni più ideologici. La repressione nazionale della corruzione costringe il partito e il settore pubblico ad agire in modo più disciplinato e coordinato e ad essere meno tolleranti con le attività discutibili dei capitalisti stranieri. La Cina supporta una forma alternativa di globalizzazione con la Nuova Via della Seta e la Cintura e Via. Mentre le organizzazioni del commercio neoliberale, come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, solitamente promuovono riduzione dello Stato e privatizzazioni, la Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina presta denaro agli Stati per costruire autostrade, ferrovie, ospedali, università e aeroporti. L’infrastruttura tende a rafforzare l’economia domestica, mentre le privatizzazioni tendono ad indebolirla. L’interesse particolare della Cina ad infrastrutture moderne come la ferrovia ad alta velocità, imbarazza Paesi occidentali come gli Stati Uniti dove i sistemi di trasporto pubblico di massa sono afflitti da disastri, ritardi, incidenti e fondi insufficienti. In occidente, l’ideologia del capitalismo liberista mondiale è sulla difensiva, mentre i nazionalisti di destra e i socialisti l’accusano della crisi offrendo alternative radicali. Le élite occidentali sperano di contenere la crescente rabbia e di dirottare il pubblico con la propaganda anti-russa e anti-cinese. Nei blocchi antimperialisti, le forze più pragmatiche vengono sfidate dalle sezioni ideologiche e radicali dell’apparato statale, dalle basi anticapitaliste. Nel frattempo, le forze del mercato sono sempre più considerate come possibile quinta colonna. Mentre la scienza politica del XXI secolo è piena di proclami “post-ideologici” e “pensiero non ideologico” da entrambe le parti del conflitto globale, l’ideologia sembra avere una forte domanda. Una spiegazione della crisi e delle sue radici, e una sorta di soluzione, sono ciò che molti cercano disperatamente. La Cina era una volta “il malato dell’Asia” dominata da potenze occidentali e gravata da povertà, tossicodipendenza e umiliazione nazionale. Oggi, la Cina è la seconda economia della Terra. Gli orrori del periodo post-sovietico negli anni ’90 sono radicalmente corretti da Putin, oggi uno dei leader più popolari del mondo. La Russia è una forza da affrontare nuovamente sul palcoscenico mondiale. In America Latina e Asia molti Paesi sono attratti dall’orbita delle superpotenze eurasiatiche in quanto sono un’alternativa al globalismo liberista occidentale. Lo scontro tra i due modelli economici probabilmente non porterà a un’esplosione drammatica oggi. Piuttosto, le due economie cercheranno di coesistere, nonostante l’evidente contraddizione. Tuttavia, in luoghi come Siria, Yemen e Ucraina, lo scontro tra le due forze è divenuto guerra aperta, con i due blocchi che appoggiano i rispettivi alleati. Mentre la pace è nell’interesse universale dell’umanità, il pericolo di una guerra aumenta e le tensioni montano.Caleb Maupin è analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche al College Baldwin-Wallace e fu ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’importanza del Corridoio dei Trasporti Internazionale Nord-Sud cresce

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 25.07.2017Come è ben noto, i piani per l’integrazione economica e dei trasporti dell’Eurasia non si limitano all’Iniziativa Nuova Via della Seta (NSRI). Il progetto del Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord-Sud (ITC) è altrettanto importante. I principali partecipanti al progetto sono Russia, Iran, India e Azerbaigian. L’ITC dovrebbe collegare India, Medio Oriente, Asia centrale e Caucaso via Russia a Paesi europei ed Unione economica eurasiatica (UEE). La rotta comprende la città portuale indiana di Mumbai, quella iraniana di Bandar Abbas, la capitale dell’Azerbaigian Baku e le città russe di Astrakhan, Mosca e San Pietroburgo. L’ITC sarà poi estesa all’Europa settentrionale. Si prevede che costo e durata del trasporto merci tra le suddette regioni dovrebbero esser significativamente ridotti contribuendo all’aumento significativo del commercio internazionale nel continente eurasiatico. Il progetto ITC Nord-Sud è allo studio dalla fine degli anni ’90. In un certo senso, già opera poiché l’Iran invia i propri prodotti attraverso l’Azerbaigian in Russia. Tuttavia, l’ITC Nord-Sud è tutt’altro che pienamente attivo. Ad esempio, India e molti Paesi del Medio Oriente svolgono la maggior parte del commercio con l’Europa utilizzando la lunga rotta che attraversa il canale di Suez. Il vantaggio principale dell’ITC Nord-Sud è che la maggior parte del viaggio è su terra, ed è più veloce, economico e sicuro. Tuttavia, per l’efficiente trasporto di grandi volumi di merci via terra è conveniente utilizzare le ferrovie. Finora non esiste un’infrastruttura ferroviaria adatta, e gran parte delle merci viene trasportata dall’Iran all’Azerbaigian su strada. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui l’ITC Nord-Sud non è ancora considerato tra i più importanti itinerari eurasiatici. Negli ultimi anni, tuttavia, il lavoro sul sistema ferroviario unificato è aumentato notevolmente nell’ITC. Nuovi siti vengono creati e messi in servizio. Iran ed Azerbaigian hanno contribuito notevolmente al progetto. Per collegare i loro sistemi ferroviari, i due Paesi hanno deciso di costruire la ferrovia Astara-Rasht-Qazvin. La lunghezza totale della tratta in costruzione è quasi 360 km e sarà presto pronta. La tratta per la città azera di Astara parte dallo stesso fiume lungo cui corre il confine iraniano-azero. La strada attraversa il fiume Astara con un nuovo ponte appositamente costruito e raggiunge la città iraniana di Astara, dallo stesso nome della vicina azera. La tratta attraversa le città iraniane di Rasht e Qazvin nell’Iran del Nord, collegandosi con la rete ferroviaria iraniana e sarà utilizzata come corridoio vitale per il trasporto di passeggeri e merci per il porto di Bandar Abbas sulle coste del Golfo Persico, un centro di trasporto iraniano strategicamente importante. Il traffico marittimo proveniente dall’Asia potrà essere spedito da lì. Il punto più estremo dell’ITC Nord-Sud è il porto indiano di Mumbai, una delle città più popolose del mondo. Mumbai è un importante centro economico, non solo dell’India, ma dell’Asia nel complesso. La città si trova sulle coste del Mar Arabico ed è uno dei porti principali della regione al crocevia di numerose rotte internazionali.
All’inizio del marzo 2017 si ebbe il test della sezione Astara-Astara, anche se questa non è la parte più grande della tratta Astara-Rasht-Qazvin, la sua apertura è di grande importanza politica. L’inizio del traffico ferroviario Astara-Astara attraverso il confine iraniano-azero testimonia la reciproca fiducia dei due Paesi e l’assenza di differenze significative tra essi, compresa la questione della provincia iraniana del sud dell’Azerbaigian, che chiede periodicamente la secessione dall’Iran. Non era casuale che l’itinerario Astara-Astara sia stata testato durante la visita in Iran del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev, durante la quale s’incontrava con il Presidente dell’Iran Hassan Rouhani. Nei negoziati si discusse principalmente della cooperazione Iran-Azerbaigian nei trasporti. Furono firmati nuovi documenti relativi alla costruzione ferroviaria. A fine giugno 2017, il Ministero delle Strade e Sviluppo Urbano iraniano riferì che la tratta Qazvin-Rasht sarà presto pronta. Si prevede sia inaugurata a fine estate 2017. La costruzione della tratta Qazvin-Rasht fu avviata nel 2009. La realizzazione di questa tratta di 205 km è stata costosa. La tratta attraversa un terreno dalla topografia complessa e richiede numerosi ponti e tunnel. La tratta Qazvin-Rasht è già definita il progetto ferroviario più sofisticato dell’Iran. Nel luglio 2017, due società, Ferrovie Iraniane e Ferrovie Azere, firmarono l’accordo per costruire un grande terminal ferroviario ad Astara iraniana attraverso cui l’Azerbaigian intende trasportare merci in grandi quantità. La parte azera è disposta ad investire 60 milioni di dollari nel progetto. Allo stesso tempo, i media informavano della firma dell’accordo Iran-Azerbaigian sulla costruzione della tratta Astara-Rasht, il collegamento mancante della rotta Astara-Qazvin-Rasht in Iran. La costruzione dovrebbe costare più di 1 miliardo di dollari. L’Azerbaijan intende avanzare all’Iran un credito di 500 milioni di dollari. La creazione della tratta Astara-Rasht sarà l’ultimo passo per la connessione tra i sistemi ferroviari azero e iraniano, e sarà uno degli eventi più importanti della storia del progetto ITC Nord-Sud.
Il rilancio dell’interesse dell’India nel progetto potrebbe essere visto come indicazione del progresso chiaramente efficace dell’ITC. Nel luglio 2017, una delegazione parlamentare indiana visitò Mosca per partecipare a una riunione della Commissione interparlamentare russo-indiana. Dopo la riunione, il portavoce della Camera del Parlamento dell’India Sumitra Mahajan dichiarò che Russia e India dovrebbero sviluppare la cooperazione in vari ambiti, tra cui il progetto ITC Nord-Sud. Vi sono molti fattori che potrebbero far divenire l’ITC Nord-Sud una delle più importanti arterie dei trasporti dell’Eurasia. In primo luogo, costo e durata elevati della tradizionale rotta marittima Asia-Europa. In secondo luogo, l’instabilità in Medio Oriente, che pone diversi pericoli al traffico marittimo che attraversa il canale di Suez. Il terzo fattore è lo sviluppo costante del progetto Nuova Via della Seta cinese. Nonostante tutti i vantaggi della NSRI, molti dei principali attori della regione asiatica (soprattutto l’India) temono un rapido aumento dell’influenza cinese. Al tempo stesso, sono consapevoli della necessità dell’integrazione economica e dei trasporti dell’Eurasia. Di conseguenza, si affrettano a trovare o creare corridoi alternativi. L’ITC Nord-Sud è adatto a questo ruolo. È possibile che la creazione di un efficiente sistema ferroviario per tutta la sua lunghezza sia al capolinea, dopo di che avrà la meritata popolarità.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione militare segreta russo-curda-siriana nel deserto orientale della Siria

Robert Fisk afferma che nuovi legami, per quanto deboli, dimostrano che tutte le parti sono decise ad evitare il confronto militare tra Mosca e Washington
Robert Fisk The Independent 24 luglio 2017Dopo che i militari siriani arrivarono alla periferia della “capitale” dello SIIL “assediata” di Raqqa, russi, Esercito arabo siriano e milizie curde YPG, teoricamente alleate degli Stati Uniti, istituivano un centro di coordinamento segreto nel deserto della Siria orientale per impedire “errori” tra le forze russe e statunitensi che si fronteggiano sulle rive dell’Eufrate. La prova sarebbe un villaggio desertico di capanne di fango e dal caldo soffocante, 48 gradi, sedendomi sul pavimento di una villetta con un colonnello russo in mimetica, un giovane ufficiale della milizia curda, con il distintivo delle YPG (milizia popolare curda) sulla manica, e un gruppo di ufficiali siriani e delle milizie tribali locali. La loro presenza mostrò chiaramente che, nonostante la belligeranza occidentale, soprattutto statunitense, affermi che le forze siriane interferiscono sulla campagna “alleata” contro lo SIIL, entrambe le parti in realtà da tempo evitano il confronto. Il Colonnello Evgenij, smilzo dai baffetti scuri, sorrise educatamente ma rifiutò di parlarmi, The Independent è il primo media occidentale a visitare il piccolo villaggio presso Rasafah, ma la giovane controparte curda, che mi ha chiesto di non rivelarne il nome, insisteva a dire che “tutti combattiamo una sola campagna contro lo SIIL e perciò vi è questo centro, per evitare errori“. Il Colonnello Evgenij annuì approvando la descrizione ma restava in silenzio, un uomo saggio, pensai, perché dev’essere l’ufficiale russo più ad oriente in Siria, a poche miglia dall’Eufrate. Il 24enne rappresentante delle YPG, veterano dell’assedio dello SIIL di Kobani al confine turco, disse che un paio di settimane prima, dopo l’ultima offensiva siriana che colse di sorpresa lo SIIL ad ovest di Raqqa, un attacco aereo russo aveva erroneamente colpito posizioni curde. “Ecco perché abbiamo creato il nostro centro qui 10 giorni fa“, diceva. “Parliamo ogni giorno e abbiamo già un altro centro a Ifrin per coordinare la campagna. Dobbiamo sforzarci di combattere insieme“. La presenza di questi uomini in questo remoto deserto, dimostra quanto seriamente Mosca ritenga la strategia nella guerra in Siria e la necessità di monitorare le “forze democratiche siriane”, in gran parte curde, già a Raqqa con il sostegno aereo statunitense. Le SDF, che non hanno niente di democratico, se non forse la scala dei salari, sono considerate con profondo sospetto dai turchi, che saranno infuriati dal sapere della cooperazione siriano-curda, anche se Ankara e Damasco sono entrambe ferocemente contrarie alla creazione di un Stato curdo. Ma per quanto tenue, le nuove relazioni YPG-Russia-Siria possono dimostrare che tutte le parti sono decise ad evitare qualsiasi scontro militare tra Mosca e Washington.
C’era più del sorriso di TE Lawrence nella fiducia in sé stessi di questi pochi uomini tra la polvere e la sabbia, che ci ricoprirono quando uscimmo dall’ufficio. Intorno a noi, nella piana desertica, c’erano centinaia di pozzi di petrolio bruciati e abbandonati dallo SIIL, barili malamente costruiti e piattaforme di calcestruzzo da cui lo SIIL estraeva petrolio per finanziare il califfato che si estendeva fino a Mosul. L’ufficiale delle YPG insisteva sul fatto che la posizione del centro russo-siriano-curdo non avesse alcuna relazione con i vasti giacimenti di petrolio siriani intorno, ma la testimonianza dei recenti attacchi russi e statunitensi alle costruzioni dello SIIL era ovunque. Autocisterne, camion e anche alcuni carri armati siriani esplosi, forse vittime dello SIIL, si trovano nel deserto. Una scia di autocisterne, simili a quelle che Vladimir Putin descrisse con rabbia due anni fa esportare petrolio in Turchia, fiancheggiava la strada. Anche un autocarro che trasportava patate era stato colpito. Non c’erano corpi, ma l’Esercito arabo siriano fece dell’ironia lasciando l’originale cartellone dello SIIL nero e bianco sull’autostrada da Homs, “accogliendo” i visitatori del “Califfato, Provincia di Raqqa”.
Le avanguardie di carri armati e blindati siriani non erano lontane dalle città Ruman e Umayad, a Rasafah, le cui massicce mura e torri di pietra sono ancora in piedi, non toccate nei due anni di culturicidio dello SIIL, forse perché le loro sculture non mostrano esseri umani o animali. Migliaia di cammelli furono trascinati oltre la grande e sconvolgente città dell’antico califfato di Umaya bin Hisham Abdulmaliq, in una nube di polvere che copre mezzi e soldati. Rasafah era la città romana di Sergiopolis, chiamata da un centurione cristiano romano che fu torturato e messo a morte per la sua religione, non diversamente dalle vittime cristiane dello SIIL in questi tre anni. L’autostrada ad est di Homs doveva essere la via per l’attacco siriano di questo mese. Da qui la vastissima terra “piatta” e i muri di sabbia eretti dallo SIIL lungo tutta la strada. Ma contro lo SIIL, la tattica dell’Esercito arabo siriano, ormai famigerata, di aggredire i nemici al tergo e ai fianchi, respinse il califfato da centinaia di chilometri quadrati di territori ad ovest dell’Eufrate. Il Generale Salah, il comandante con una gamba della Divisione siriana dell’Eufrate, che ha più volte adottato questa politica insieme al compagno e amico Colonnello “Tigre” Suhayl, dice che le sue forze potrebbero, se l’avessero voluto, entrare a Raqqa in cinque ore, “se avessimo deciso di farlo“. Descrisse come i suoi uomini avevano cacciato al-Qaida e SIIL dalla città industriale di Najar, presso Aleppo, fino al lago Assad, proteggendo l’approvvigionamento idrico della città, con gravi perdite mentre avanzavano ad est della base di Quwayris liberando Dayr Hafar, Masqanah e altre città della provincia di Aleppo, per poi improvvisamente puntare a sud-est, a sud dell’Eufrate, verso Raqqa. “Le nostre forze sono ora a sette miglia dall’Eufrate tra Raqqa e Dayr al-Zur, a 14 miglia dal centro di Raqqa e a 10 miglia dalla vecchia base aerea di Tabaqa“, quasi gridava il generale. “Quanti islamisti abbiamo eliminato? Non m’importa. Non m’interessa. SIIL, Nusra, al-Qaida, sono tutti terroristi. La loro morte non importa. È la guerra“. Ma suggerii al Generale Salah, perché avevo studiato le mappe del deserto e ascoltato tante lezioni militari a Damasco, che sicuramente il suo prossimo bersaglio non sarà Raqqa (già in parte investita dalle forze statunitensi), ma la pesantemente assediata guarnigione della città di Dayr al-Zur con migliaia di civili intrappolati. “Il nostro presidente ha detto che riprenderemo ogni pollice quadrato della Siria“, rispose il generale, ripetendo il mantra di tutti gli ufficiali siriani. “Perché dici Dayr al-Zur?” Perché, dissi, avrebbe liberato i 10000 soldati siriani nella città per combattere sul fronte. Ci fu solo un accenno di sorriso sul volto dell’ufficiale, ma poi svanì. Infatti non penso che i siriani sosterranno le forze militari statunitensi che combattono a Raqqa, per cui dopo tutto era nato il piccolo centro di coordinamento visto nel deserto, ma credo che l’Esercito arabo siriano punti su Dayr al-Zur. Quanto al generale, naturalmente, non disse nulla di ciò. Né, ovviamente, credeva al conteggio dei nemici eliminati.
In realtà, c’è un’altra tattica intrigante dispiegata dall’amministrazione siriana. Il governatore locale del Rif al-Raqqa, “rif” indica la campagna attorno a una città da non confondere con la città, costituiva la propria sede presso il caravan di Salah. Un vero caravan, con rocce su cui salire a bordo, l’ufficio e la camera da letto in una piccola stanza, il bastone da passeggio al fianco del letto. Il governatore locale, però, è a poco più di un chilometro a pianificare il riavvio delle forniture di acqua e luce, il finanziamento delle opere pubbliche e gli aiuti ai profughi. Quando lasciai l’area, 29 famiglie, carrellate di bambini e donne in nero su divani, erano appena arrivate a Rasafah da Dayr al-Zur per cercare aiuto dal governatore di Raqqa. Altre 50 erano arrivate il giorno prima. Sembra perfettamente ovvio che se l’Esercito arabo siriano lascia Raqqa agli amici curdi degli USA, ciò aiuterà l’amministrazione civile del governo siriano a prendere la città con la forza della burocrazia. Come sarebbe stata una vittoria senza sangue?
Ma la fiducia in sé è spesso serva di disavventure. L’autostrada che costituisce la punta del triangolo Homs-Aleppo ora si estende fino a Rasafah per 60 miglia, e il Generale Salah non fa alcun mistero che SIIL e camerati cultisti sbuchino dal deserto nell’oscurità per attaccare i suoi soldati. Questi uomini, molti dei quali adolescenti, sono riuniti in accampamenti di tende accanto la strada, protetti da carri armati e cannoni antiaerei. E le loro battaglie sono continue con lo SIIL che piazza ancora bombe sul ciglio dell’autostrada. Quando viaggiai nel deserto per Homs, seguì per un po’ di tempo un camion con un pezzo d’artiglieria da 152mm così usurato che la canna si era staccata. Mentre i genieri siriani ripristinano le stazioni elettriche nel deserto, fino a poco prima nascondigli dei capi dello SIIL, il sistema elettrico intimamente connesso ai campi petroliferi siriani, lentamente ripresi al nemico SIIL e modesti rispetto ai grandi giacimenti del Golfo, iracheni e iraniani, resta la “perla nel deserto” della Siria. Chi controllerà queste fonti di ricchezza, e come il loro prodotto sarà condiviso adesso che sono state liberate dalla mafia dello SIIL, deciderà parte della futura storia politica della Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sporchi trucchi sulla Brexit

Rodney Atkinson, Freenations 22 luglio 2017Come ho sottolineato per quasi 30 anni nei libri e su questo sito, la Gran Bretagna vedrà la vera natura dell’UE e dei “partner europei” quando decide di andarsene. Solo allora ne scoprirà inimicizia, manipolazione, antidemocraticità, protezionismo e anglofobia. Con i negoziati vediamo tutto ciò, ma naturalmente non da tutti gli europei. Ironia della sorte sono i tedeschi euro-scettici (che ci si augura se vadano anche!) e l’industria e la finanza tedesche, che vogliono mantenere aperti i loro mercati in Gran Bretagna, ad essere irritati dalla meschina vendicatività dei burocrati di Bruxelles, dall’ostruzionismo del scostante Macron e dalle minacce degli euro-fanatici tedeschi. Questi politicanti piuttosto si taglierebbero il naso per fare dispetto alle loro facce e minacciare gli altri Paesi facendo lasciare i mercati inglesi alle auto tedesche e francesi, al vino francese e italiano e al lavoro polacco! Hans-Olaf Henkel, vicepresidente del gruppo europeo dei conservatori e riformisti, ha sollecitato il Regno Unito “a non ascoltare” Michel Barnier, il principale negoziatore per la Brexit dell’Unione europea, e Guy Verhofstadt, coordinatore del Parlamento europeo, “che temo vogliano incasinare questa situazione infelice“, scoraggiando altre nazioni a uscire dall’UE. Il deputato Guy Verhofstadt è uno dei più sgradevoli euro-fanatici anti-inglesi che si possano incontrare e Henkel ha ragione a descriverlo come “ambizioso politico che vuole gli Stati Uniti d’Europa e punire gli inglesi con una cacciata totale”. “La mia impressione è che Barnier vuole fare lo stesso”, dichiarava Henkel. Abbiamo già parlato di come imprenditori europei ed eurocrati in Russia ci attaccano alle spalle chiedendo ai russi di “frenare con la Gran Bretagna” perché “non condividiamo i valori europei“. Ebbene, i russi non lo fanno, data l’esperienza coi tentativi di polacchi, lituani, svedesi, francesi e tedeschi di conquistare la Russia! Napoleone, Kaiser e Hitler e la “spinta ad est” di NATO/UE ricordano ai russi quanto hanno in comune con gli inglesi!

Guy Verhofstadt

L’UE sabota i negoziatori inglesi
Poiché il governo inglese è impegnato in negoziati cruciali con Michel Barnier, il negoziatore ufficiale dell’UE, Jeremy Corbyn e Nicola Sturgeon, che non hanno assolutamente funzioni di rappresentanza sovrana del Regno Unito, l’hanno potuto incontrare. Questo fu una trovata di tutti e tre per dimostrare che il governo eletto della Gran Bretagna sia una mera “parte interessata”.

Germania e Francia cercano di sfruttare il business inglese
Ci sono anche movimenti apertamente aggressivi dei Paesi dell’UE per indebolire l’economia inglese. Poco dopo la votazione Brexit le aziende tedesche cercarono di reclutare tecnici inglesi a Berlino (perfino con un cartellone mobile che circolava a Londra) e i funzionari governativi francesi visitarono Londra per attrarre affari a Parigi dicendo “Venite a Parigi, parliamo inglese”, e il regolatore dei titoli francese dichiarò che ridurranno la regolamentazione gravosa per le aziende che passano dalla Gran Bretagna in Francia. Le imprese inglesi avrebbero ottenuto la “pre-autorizzazione” al trasferimento in Francia in due settimane, affermarono, e apportato modifiche sull’imposta agli stranieri: una riduzione del 50% e l’esclusione delle attività estere dalla patrimoniale per 8 anni!! (E pensano che sia un vantaggio, mostrando di adottare una tassa annuale sulla ricchezza! Veramente un'”illusione”).

I francesi vogliono rovinare Londra
C’è molta ansia nell’UE sui francesi che gettano il loro peso in modo così aggressivo, ma i loro impulsi distruttivi non sono limitati e i Paesi dell’UE che vogliono rapporti amichevoli con Gran Bretagna e Londra vengono emarginati“, così ha scritto Jeremy Browne, inviato della City di Londra nell’UE, in un memo sull’atteggiamento francese verso Brexit (che è arrivato alla stampa). Ha detto che i francesi cercano di “disturbare” e “sono cristallini sui loro obiettivi reali: l’indebolimento della Gran Bretagna e il degrado della City di Londra“. Browne è un ex-ministro liberaldemocratico e sicuramente si sarà sbarazzato delle illusioni LibDem sull’UE con cui il suo partito vuole dominare ulteriormente la nostra vita e il nostro governo! “L’incontro con la Banca Centrale francese è stato il peggiore mai avuto con tutta l’UE”, ha scritto… “La Francia vede la Gran Bretagna e la City di Londra come avversari, non partner“. Come accennavo, vi sono alcuni membri dell’Unione europea che odiano gli inglesi che farebbero soffrire terribilmente i concittadini e le imprese dell’UE purché anche gli inglesi soffrano! Browne ha scritto: “Ogni Paese, non irragionevolmente, è attento alle opportunità offerte dalla Brexit, ma i francesi vanno avanti, facendo virtù del rifiuto di un modello di partenariato con la Gran Bretagna, e sono chiaramente felici di vedere danneggiata la City di Londra anche se Parigi non ne trae benefici“. E tale atteggiamento vendicativo peggiora con Macron presidente. Ciò non sorprende i lettori di Freenations, poiché abbiamo denunciato le vere natura e storia di Macron, in un recente post.

Martin Selmayr, accuse dal passato nazista
Abbiamo già parlato sulla prominenza (nella destra eurofascista) di Jean Claude Juncker, l’eurofanatico anti-inglese, spesso brillo. Il suo capo-staff è il tedesco Martin Selmayr, un altro eurofanatico deciso a “punire” la Gran Bretagna per aver lasciato la nave che affonda! Fu lui che diffuse un’interpretazione malevole di un incontro al 10 Downing Street, dicendo che la prima ministra inglese fosse “delusa” dalla Brexit, subito ripreso dalla collega democristiana, la cancelliera Angela Merkel. The Daily Telegraph citò una descrizione di Selmayr da una fonte di Whitehall: “è anche un vero credente nel progetto europeo e ha preso la Brexit molto personalmente. Ha sempre saputo che il Regno Unito si avvicinava a una maggiore integrazione europea ed è chiaro che se sceglie di andarsene, dovrà pagarla“. Selmayr apparentemente si è votato al super-Stato europeo dopo aver visitato le trincee della prima guerra mondiale di Verdun, ma dato che il nonno paterno, Josef, fu un tenente-colonnello dello Stato Maggiore Generale di Hitler nei Balcani e successivamente commise per quattro anni crimini di guerra, va notata come l’idea di pace in Europa di Selmayr sia di pace tedesca, e la sua idea di moneta unica sia la moneta tedesca e la sua idea di affari europei sia di affari tedeschi. Dopo tutto, il nonno criminale nazista fu rapidamente riabilitato nel dopoguerra e fu uno dei fondatori del servizio segreto militare tedesco occidentale. Quindi perché dovrebbe pensare che le decadenti dirigenze inglesi ed europee difatti impediscano una nuova egemonia tedesca? Quando il popolo inglese parlò il 23 giugno 2016, la nuova “Europa tedesca” di Selmayr era improvvisamente sotto una grave minaccia! Alla domanda se amasse la sua reputazione di “mostro” nella Commissione Europea, Selmayr rispose: “Se si guarda alla storia di Rasputin, che sia lusinghiera che meno, o di Lenin, che sia lusinghiero o meno, dico che se c’è un efficiente responsabile, e non un buono a nulla, mi sta bene“. Avendo preso le virtù di Rasputin e di Lenin come “buoni spunti”, ci si chiede perché non abbia menzionato Adolf Hitler, la cui Europa del 1941 (che suo nonno aiutò a creare) ha un’incredibile somiglianza con l’Europa che Selmayr presiede.

Martin Selmayr

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono

Wayne Madsen SCF 23/07/2017Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile. Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell'”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto. Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”. È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense. Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono. La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:
– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
– dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.
L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”. In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.
Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA. La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari. Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che li Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”. L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.
Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali. Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama. Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”. Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti. Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.
Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora