La Cina invita il Giappone a dialogare con la Corea democratica

Chika Mori e Lee Jay Walker, MTT, 23 settembre 2017

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Cina e Federazione Russa sono sempre più preoccupate dalla retorica bellica e dalle azioni dei leader di Stati Uniti e Corea democratica. Allo stesso modo, le élite politiche di Pechino invitano il Giappone a concentrarsi sul dialogo anziché ossessionarsi sulle sanzioni. Pertanto, la Cina spera di frenare la diffidenza regionale cercando un approccio al “doppio congelamento”, in tandem con la Federazione russa. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha nettamente chiarito all’omologo giapponese Taro Kono che solo puntare sulle sanzioni, senza concentrarsi sul dialogo, aggrava la situazione. Infatti, la Cina teme che il Primo ministro Shinzo Abe giochi la carta anti-coreana in affinità con il presidente Donald Trump, a causa delle ultime debolezze della sua amministrazione. Allo stesso tempo, la Cina fa pressione sulla Corea democratica ad allontanarsi dall’abisso. Dopo tutto, è altrettanto indispensabile che le élite politiche di USA e Corea democratica riducano le rispettive retoriche. Allo stesso modo, entrambe le nazioni devono astenersi dall’assumere fino alla fine il piano militare, perché tale approccio comporterebbe solo morte e distruzione. Wang aveva detto all’omologo giapponese: “Se i giapponesi parlano solo di sanzioni e non badano ai colloqui, o addirittura li rigettano, sarebbe come se violassero le risoluzioni del Consiglio di sicurezza“. Cina e Federazione Russa comprendono l’approccio internazionale alla Corea democratica secondo le sanzioni ancora più severe dalle Nazioni Unite (ONU). Nonostante ciò, entrambe cercano il ritorno ai colloqui tra tutte le parti interessate e al “doppio congelamento” per calmare la situazione. Pertanto, la Cina vuole che il Giappone svolga un ruolo costruttivo nonostante i maldestri test militari nordcoreani sul nord del Giappone. Quindi, la Cina vuole che l’amministrazione Abe cerchi un approccio considerando quello di Cina e Federazione Russa, altrimenti la Corea democratica agiterà l’ascia di guerra verso tutte le nazioni considerate ostili, anche se il Giappone non è apertamente ostile militarmente, a parte le basi statunitensi.
Modern Tokyo Times aveva riferito: “Questo “doppio congelamento” è un piano formulato da Cina e Federazione Russa, secondo cui gli attori interessati rispettano le condizioni che riducano le tensioni. In altre parole, le élite politiche e militari di Pyongyang rispetterebbero il blocco dei test missilistici, mentre i governi di USA e Corea del Sud sospenderebbero le grandi esercitazioni militari imponendovi una moratoria”. Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa, affermava: “Se questo doppio congelamento avrà finalmente luogo, possiamo sederci e iniziare da subito a firmare un documento che sottolinei il rispetto per la sovranità di tutte le parti coinvolte, compresa la Corea democratica“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Anche con le sanzioni, la Corea democratica non ha nulla da temere

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 21.09.2017La politica delle sanzioni non è nota per essere stata un’efficace causa di cambiamenti politici. Ciò è particolarmente evidente dal modo in cui Iran scansò le sanzioni statunitensi ed europee nell’ultimo decennio, e ciò ancor più nel modo in cui la Corea democratica aggira, nonostante il ruolo degli alleati, quelle degli Stati Uniti sul suo programma nucleare. La Corea democratica ha un’infrastruttura nucleare ben consolidata, e non appare nulla sul Paese tentato di abbandonarlo. Né gli Stati Uniti hanno altra scelta che imporre sanzioni per colpire direttamente la Corea democratica e indirettamente i suoi alleati. Tuttavia, le sanzioni degli Stati Uniti e persino dell’ONU sembrano aver fatto poco per “convincere” la Corea democratica sulla necessità di abbandonare il programma nucleare. D’altra parte, l’ONU ha imposto altre sanzioni, cui dinamiche ed interessi politici internazionali divergenti hanno ricordato alla Corea democratica che ha poco di cui preoccuparsi. Nulla potrebbe meglio spiegarlo che le nuove prove missilistiche nordcoreane e Cina e Russia che continuano ad opporsi, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, a qualsiasi azione contro la Corea democratica, scatenando un cambio di regime o consentendo l’uso della forza. Nonostante che le nuove sanzioni siano più dure delle precedenti, sono lontane da ciò che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sperava dall’inizio della presidenza. Ciò che gli Stati Uniti speravano era oltre che l’embargo completo sul petrolio, il blocco delle attività e il divieto di viaggiare a Kim Jong-un e agli altri funzionari nordcoreani designati. La proposta di risoluzione riguardava anche altre voci relative alle ADM e la disposizione per controllare le navi nordcoreane in acque internazionali. Mentre lo scenario così costruito non impedisce a Cina e Russia di fare pressione politica e diplomatica, e alla Corea democratica di subire la riduzione del 30% delle importazioni di petrolio, Russia e Cina hanno anche tracciato la linea che può essere attraversata solo creando una grave crisi internazionale. In sintesi, Russia e Cina si sono limitate all’applicazione misurata della pressione diplomatica, escludendo esplicitamente, oltre ad altro, instabilità di Pyongyang, cambio di regime, drastico cambio della scacchiera geopolitica e grave crisi di profughi. In tale quadro chiaramente concordato, Stati Uniti ed alleati della regione hanno poco o alcuna possibilità di creare uno scenario in cui il regime nordcoreano venga rovesciato. Non si dimentichi anche che Cina e Russia hanno chiarito questo aspetto a causa dell’osservazione di Nikki Haley che gli Stati Uniti avrebbero agito da soli se il regime di Kim non abbandonava missili e bombe atoniche. Tali osservazioni furono seguite dalla dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese secondo cui “la questione della penisola va risolta in modo pacifico. La soluzione militare non porta a nulla. La Cina non vi permetterà conflitti“. Già Vladimir Putin aveva avvertito che “tagliare i rifornimenti di petrolio alla Corea democratica danneggerebbe degenti di ospedali e altri cittadini comuni”.
Con due dei più importanti aspetti della politica statunitense verso la Corea democratica respinti, il passaggio della risoluzione delle Nazioni Unite e l’imposizione delle sanzioni non riflettono quel potere che gli Stati Uniti affermano di avere quale potenza globale. Al contrario, il fatto che gli Stati Uniti debbano ridefinire la propria risoluzione per l’opposizione di Cina e Russia riflette fortemente l’influenza che esse hanno nell’arena internazionale. In parole semplici, le sanzioni imposte con la risoluzione decisa all’unanimità dall’UNSC non riflette nessuna di quelle elaborate dalla rappresentante statunitense Nikki Haley. Questa sconfitta è stata seguita da un “avvertimento” del presidente Trump, che tentava d’imporre sanzioni alle banche cinesi se non seguivano quelle dell’UNSC. Tuttavia, tale passaggio, se mai preso, peggiorerà soltanto la situazione per gli Stati Uniti. In termini qualitativi, le sanzioni alle banche cinesi faranno passare la questione nordcoreana nel dimenticatoio creando un nuovo sconvolgimento globale. I cinesi sono consapevoli di tale eventualità e già si preparano a contrastarla. Secondo alcuni rapporti, la Cina è pronta a lanciare contratti futures sul petrolio in yuan convertibili in oro, in ciò che gli analisti dicono possa mutare l’industria petrolifera. Tale quadro consentirebbe ai Paesi sanzionati dagli Stati Uniti, come Russia e Iran, di eludere le sanzioni negoziando in yuan. Mentre questo programma rientra nei tentativi della Cina di ridurre il dominio del dollaro USA sul mercato, significa anche che, aprendo accordi in yuan, la Cina avanza verso la creazione di uno spazio economico distinto che non può essere colpito dalle sanzioni statunitensi. Mentre questa mossa certamente innescherà una sorta di “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina, a lungo andare si rivelerà il nucleo del mondo multipolare che Cina e Russia cercano di costruire, consentendo di seguire una politica più indipendente su questioni come la crisi nucleare nordcoreana.
Russia e Cina non permetteranno agli Stati Uniti di perseguire i loro piani egemonici contro la Corea democratica, e ciò è evidente anche da come la Russia avanzi verso l’integrazione piuttosto che l’isolamento e il rovesciamento del regime nordcoreano. A Vladivostok, la Russia di Putin ha aperto la strada per disinnescare la tensione militare e avvisa che un passo oltre le sanzioni sarebbe un “invito al cimitero”. Invece, ha proposto l’integrazione attraverso le aziende. Il piano di Putin trova una sua manifestazione con la piattaforma commerciale trilaterale che interessa Pyongyang, Seoul e Mosca, investendo finalmente nella connettività tra penisola coreana ed Estremo Oriente russo. Mentre una delegazione nordcoreana era presente a Vladivostok esprimendo ampio accordo sul programma, ciò che certamente era chiaro è che la politica russa e cinese sulla Corea è fondamentalmente diversa da quella degli Stati Uniti. E vi è un punto di rilievo e riflessione per la Corea democratica sulla possibilità di combattere le sanzioni attraverso l’integrazione nella connettività eurasiatica di Russia e Cina.Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina aumenta l’influenza sull’Afghanistan

Vladimir Platov New Eastern Outlook 21.09.2017Non sorprende che gli Stati Uniti non siano l’unico Stato a riconoscere l’importanza geopolitica dell’Afghanistan. Tra le altre nazioni profondamente interessate a questo Stato dell’Asia centrale c’è la Cina. Fin dal 2011, quando fu lanciato il vertice “Cuore dell’Asia”, la Cina fa ogni sforzo per migliorare i rapporti con tutte le nazioni impegnate nella ricostruzione dell’Afghanistan. Pechino organizzò una riunione coi partner regionali, tra cui Iran, Pakistan e Russia, e collabora strettamente con il gruppo di coordinamento quadripartito tra Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina, nonché i taliban. Tuttavia, negli ultimi tre anni la Cina è sempre più interessata a stretti legami con l’Afghanistan. Dopo il ritiro della maggior parte delle forze d’occupazione degli Stati Uniti, Pechino inviò a Kabul un gruppo di funzionari guidati dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Infatti, negli ultimi tre anni, Pechino forniva più assistenza all’Afghanistan di quanto abbia fatto nei tredici anni precedenti.

Interessi cinesi in Afghanistan
Le ragioni di Pechino sono abbastanza chiare da sempre. Cerca la graduale riduzione delle truppe NATO in Afghanistan per ridurre l’influenza di Washington e creare una “zona di stabilità” ai confini della Cina. Allo stesso tempo, i funzionari di Pechino si rendono conto che fintanto che la situazione in Afghanistan rimarrà instabile, le forze della NATO e statunitensi avranno un pretesto per prolungare la presenza in un territorio confinante con la Cina. Inoltre, è estremamente importante che Pechino garantisca l’attuazione sicura dell’iniziativa economica Fascia e Via (OBOR), indebolendo i gruppi terroristici operanti nella regione, tra cui lo SIIL. Tali gruppi garantiscono che l’Asia centrale rimanga un quadro politico potenzialmente esplosivo. Ciò consente ai terroristi di preoccupare Pechino sulla stabilità nazionale e regionale. Quel che è peggio è che la tensione sempre presente nell’Asia centrale può potenzialmente mettere in pericolo l’iniziativa promettente dell’OBOR. Un brusco aumento delle attività dello SIIL in Afghanistan e Asia centrale è la maggiore preoccupazione della Cina, dato che tale minaccia può essere controbilanciata solo con l’aiuto di operatori regionali e dall’antiterrorismo costantemente crescente di Cina e Russia. Pechino ritiene che i terroristi dello SIIL possano infiltrarsi nel territorio cinese dal confine Pakistan-Cina per tentare in qualche modo di sabotare l’OBOR.

La Cina e la lotta al terrorismo internazionale
A questo proposito, negli ultimi anni la Cina ha lanciato la lotta al terrorismo internazionale sostenendo i Paesi dell’Asia centrale e meridionale, in particolare l’Afghanistan, e aumentando la spesa per la sicurezza degli operatori regionali nel contrastare la crescente minaccia terroristica. Non c’è da meravigliarsi che Pechino sia al comando di ogni grande esercitazione antiterrorismo nella regione, da allora. Tale politica viene perseguita da Pechino soprattutto perché, secondo stime di medio e lungo termine, quando i conflitti nel Medio Oriente finiranno, lo SIIL agirà in Afghanistan e negli altri Stati dell’Asia centrale. Per queste ragioni, dal 2016 le autorità cinesi rafforzano i confini statali e guidano le esercitazioni antiterrorismo. È anche curioso che, secondo la legislazione cinese, Pechino possa considerare lo schieramento di truppe nel territorio di uno Stato confinante nel caso in cui la sicurezza nazionale cinese sia minacciata. Se si tiene conto dell’esperienza della Russia nell’assistenza a Damasco nell’antiterrorismo, e del desiderio degli Stati Uniti di aumentare l’influenza in Afghanistan e altri Paesi della regione, i politici cinesi potrebbero pianificare l’aumento degli investimenti negli Stati regionali come forma di contrappeso. Sul rafforzamento della cooperazione cinese con Kabul nella lotta antiterrorismo, la decisione di Pechino di assisterla nella creazione di unità speciali per la guerra in montagna è particolarmente degna di nota. In particolare, come osservato a metà agosto dal Ministero della Difesa afghano, la Cina finanzierà la creazione di un’unità di forze speciali nel Badakhshan, per garantire la sicurezza di questa provincia montuosa ai confini con il Tagikistan. Pechino non si è semplicemente impegnata a creare le infrastrutture necessarie, ma a sostenere l’unità con armi ed equipaggiamenti. Prima di ciò, i vertici militari cinesi annunciarono l’intenzione di fornire all’Afghanistan 73 milioni di dollari in aiuti militari.Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Tensioni etniche e flirt militarista di Trump: il declino dell’occidente si accelera

GefiraQuante volte nella storia un regime in difficoltà interne ha cercato avventure militari per “unire il popolo intorno la bandiera”? Questa volta tocca agli USA. I primi 6 mesi di presidenza di Trump sono stati caratterizzati dall’aumento delle tensioni etniche, dati i mutamenti demografici statunitensi verso una “minoranza bianca” e una popolazione “ispanica” significativa. Il cambiamento demografico è stato salutato dal Partito Democratico e dalle aziende che hanno adottato prontamente la “politica dell’identità” quale ideologia fondamentale, esaltando l’individuo se appartenente a una minoranza etnica, religiosa o sessuale: in pratica traducendosi nella rappresentazione di “neri” e “ispanici” come “oppressi”, “bianchi” come “oppressori” e “asiatici” come “troppo buoni”, giustificando la discriminazione nell’ammissione nei college. (1) Inevitabilmente la squalificazione dei bianchi ha aperto la via a manifestazioni di “orgoglio” e al ritorno del “nazionalismo bianco” come testimoniano i recenti scontri a Charlottesville.La reazione di Trump è stato scacciare Steve Bannon e la piattaforma “populista” (grazie a cui ha vinto la presidenza) e abbracciare il complesso militare (da nessuno votato) rappresentato da John Kelly, HR McMaster e John Mattis. L’esito è una notevolmente schizofrenica in politica estera con minacce a Venezuela (2) e Corea democratica (3), aumento delle operazioni in Afghanistan (4) e infine occupazione militare dell’Ucraina per molestare la Russia. (5) La leadership militare statunitense sgomita per assicurarsi l’allineamento di quanti più Paesi subordinati possibili, anticipando il confronto con il gigante risvegliato che gli Stati Uniti non possono dominare: la Cina.
La crescita economica e tecnologica cinese s’è finora dimostrata inarrestabile, mentre l’élite occidentale teme di perdere la supremazia acquisita alla fine della guerra fredda. I capi occidentali hanno particolarmente paura delle possibilità demografiche cinesi, 1,3 miliardi di abitanti che soverchiano gli 800 milioni di Stati Uniti e UE combinati. La “concorrenza contro la Cina” è un dibattito e un’ossessione per economisti ed imprenditori occidentali. Quindi, hanno volto l’attenzione occidentale sulla qualità dell’individuo e intrapreso una gara fallica sulla dimensione della popolazione, cercando d’incrementare le popolazioni occidentali aprendo le frontiere all’immigrazione di massa. Lo scontro culturale ed etnico derivante da tale esperimento socio-economico viene schivato dall’élite occidentale convinta che il multiculturalismo sia “il futuro” e di poter silenziarne le critiche dei cittadini bollandole come “razziste”. Perciò è irrilevante anche il fatto che gli attentai terroristici islamici siano ormai regolari nell’Europa occidentale. Fintanto che le élite occidentali vivranno in quartieri gentrificati ed eticamente omogenei, ignoreranno ciò che accade nei ghetti multiculturali guardando le infelici masse occidentali. La prova dell’atteggiamento snobistico dell’élite si nota facilmente negli ultimi eventi: il giorno degli attentati a Barcellona da parte di terroristi islamici, il Parlamento europeo ebbe la sfrontatezza di diffondere un video sui vantaggi “inutilizzati” della migrazione (6). Pochi giorni dopo, Papa Francesco diceva ai suoi seguaci che “la dignità dei migranti viene prima della sicurezza nazionale” (7).
Dall’altra parte, la dimensione della popolazione cinese non è la sua sola forza: la Cina è fondata su un concetto di ordine, in cui le minoranze etniche sono un elemento necessario e protetto, ma anche la maggioranza etnica Han del 90%. La disgregazione dell’equilibrio etnico comporterebbe la fine dell’ordine e va impedita. (8) Nel frattempo il pubblico cinese deride i “baizuo”, l’élite liberale che distrugge i propri Paesi con migrazione di massa e multiculturalismo. (9) Tornando all’occidente: la migrazione di massa è solo una delle tante sfide che le masse occidentali affrontano con la globalizzazione. Negli ultimi 25 anni, le ricchezza delle classi medio-inferiori occidentali si è ridotta, mentre i grandi vincitori sono la classe media asiatica e le élites.Il governo militare di Trump ignora piuttosto le questioni economiche, ma comprende certamente la grandezza della crescita della Cina considerandola una minaccia alla supremazia globale statunitense. Sa anche che il confronto militare comporterebbe la distruzione reciproca e forse la fine della civiltà umana. Ciò che non ha capito è che ha già perso. La Cina ha tutte le carte: gode della supremazia quantitativa per la dimensione della popolazione, ma anche per l’equilibrio etnico ordinato e la coesione sociale. Il governo cinese non s’inchina agli estremisti islamici nel Xinjiang. Ricchezza e dimensione della classe media cinese aumentano, assicurandosi che ci siano possibilità economiche per il popolo cinese di avanzare socialmente e garantirsi la felicità. L’occidente ha pessime carte: una popolazione minore ed aver spezzato intenzionalmente l’ordine etnico con tensioni crescenti. Non può fermare il terrorismo islamico né vuole rompere i legami economici con i suoi sponsor del Golfo. Le classi inferiori occidentali sono in crisi per la globalizzazione. La mobilità sociale è paralizzata perché i salvataggi finanziari assicurano una rete di sicurezza ai ricchi, impedendone il fallimento indipendentemente da ciò che fanno.
Demograficamente, socialmente, economicamente e etnicamente la Cina è un passo avanti rispetto all’occidente. Il divario tecnologico viene colmato. Il primato ideologico dell’occidente è discutibile. Ciò che rimane agli Stati Uniti è lo status del dollaro statunitense come valuta internazionale e una spesa militare tripla di quella della Cina, assicurandosi che almeno per forza militare gli Stati Uniti siano ancora al vertice del mondo. Ed è qui che si chiude il cerchio: i militari occupano l’amministrazione di Trump. Il punteggio è di 4 a 2 per la Cina e siamo appena agli inizi del secolo. La palla passa a Trump.

Distruggerò l’America!
Niente da fare, è il mio lavoro. Non tollero che un altro asiatico rubi lavoro americano!

Riferimenti
1. I college d’élite discriminano gli asiatici? Priceonomics 24-04-2013.
2. Trump avverte il Venezuela parlando di opzione militare, New York Times 12-08-2017.
3. ‘Fuoco e furia’ di Trump sulla Corea democratica porta il mondo sul baratro, Bloomberg 09-08-2017.
4. La decisione di Trump sulla strategia afgana aumenterà le truppe, New York Times 20-08-2017.
5. L’Ucraina ospiterò l’esercito statunitense in permanenza sul suo territorio, Fondazione della Cultura Strategica 14-08-2017.
6. Il potenziale inutilizzato della migrazione verso l’UE, Parlamento europeo 17-08-2017.
7. Papa Francesco: dare priorità alla dignità dei migranti sulla sicurezza nazionale, The Guardian 21-08-2017.
8. Politiche etniche della Cina: Dimensione politica e sfide, LAI Hongyi 12-03-2009.
9. La curiosa ascesa di “sinistra bianca” quale insulto su internet cinese, Open Democracy 11-05-2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il discorso di Trump era tutto sul dollaro

Tom Luongo, 20 settembre 2017C’era poco di accettabile nel discorso all’ONU di Donald Trump. Una tiritera di mezze verità, omissioni e menzogne spuntando tutte le caselle pro-USA, piazzando un teatrino e facendo sapere a tutti che il nuovo sceriffo segue le stesse regole di sempre.
Ho parlato con un amico del discorso all’ONU di Donald Trump e mi ha ricordato che la politica internazionale segue i principi della mutua aggressione nella necessità di garantirsi le risorse. Sembra triste ricordarlo a tutti, ma è anche importante data l’intensità del rumore politico di ogni giorno. Il discorso di Trump annunciava a Russia, Cina e Iran che gli Stati Uniti non saranno gentili in questa buonanotte. Che la nostra leadership userà tutto ciò che ha disposizione per mantenere posizione e leva sulla corsa globale ai minerali, metalli ed idrocarburi che alimenteranno l’economia mondiale nei prossimi cento anni. Questo è ciò che che fa ribollire il vociante Trump. Non meno di Obama o Bush il minore. Il Presidente Vladimir Putin lo sa. I presidenti cambiano ma la politica no, come dice. Perché, quando si è spinti, nessuno al potere crede per un secondo che il commercio sia questione di accordi mutualmente vantaggiosi. Quando si è spinti, si prendono i giacimenti di petrolio/minerari e lo s’impedisce agli altri. Inserire i baffi di Sam Elliott e il frappè al contenuto del tuo cuore. Questa è la mentalità di chi frequenta i corridoi del potere. Tutte le chiacchiere su minacce esistenziali e difesa degli alleati sono semplicemente il codice delle tipica visione coloniale occidentale su gestione e negazione delle risorse. Il resto è fuffa.
Gli Stati Uniti sono giustamente minacciati dal potere crescente dell’alleanza russo-cino-iraniana che si volge rapidamente ad integrare l’economia eurasiatica, Corea democratica compresa, facendo dei nemici politici attuali degli alleati economici. Putin ha già preso la Turchia. La Corea del Sud è all’ordine del giorno con l’iniziativa Fascia e Via? Si corre per impedire a Corea democratica e Iran la reciproca esternalizzazione dei programmi nucleari prima che il cambio di regime da parte degli Stati Uniti sia fuori questione. Non permetteremo una Corea democratica nucleare. L’abbiamo detto per quindici anni. E non ci s’inganni, Trump ha detto a piena bocca che si tratta di cambiare regime. Finché sei un regime approvato dagli Stati Uniti, non si è soggetti alla nostra ira. Com’è diverso da qualsiasi presidente statunitense degli ultimi venti anni? In cosa? Trump più enfant terrible dei presidenti passati? Quindi aggravando le minacce più di prima?

Il tallone d’Achille del dollaro
No. È solo il turno di Trump di attuare l’ultimo round della ‘diplomazia del dollaro’ col mirino del Pentagono. Guardate, non ‘è una coincidenza che il giorno prima che la Federal Reserve annunciasse l’abbandono del suo decennale esperimento coi QE, Trump andasse all’ONU per annunciare che “siamo tutti neocon”. Niente. Zero. Vi dissi il mese scorso che fece un accordo con loro per 1) rimanere al potere e 2) far passare parte della sua agenda a un congresso ostile. Questo è il culmine dell’accordo. Gli Stati Uniti hanno appena dichiarato la guerra finanziaria e militare a tutti coloro che cercheranno di sfidarne o ignorarne il dominio. Dopo nove mesi di pessimismo sui mercati, il dollaro sarà ai minimi nelle prossime settimane e avrà una svolta. La FED si riprende ciò che ha dato al mondo. Ci sono trilioni di nuovi dollari negli emergenti mercati del debito che aspettano di essere schiacciati da tassi d’interesse più alti, ristretta liquidità del dollaro e panico nella politica europea. Questa è la politica, gente. Questo era da sempre il piano. La Russia annunciava poco prima del discorso di Trump che i suoi porti non accetteranno più il dollaro per le transazioni commerciali. Putin ha appena escluso il maggiore esportatore di petrolio e gas dal dollaro. Questa è guerra. Concordo con Martin Armstrong, il volume degli scambi mondiali non si confronta con il volume dei capitali finanziari sui mercati valutari e obbligazionari.

La piramide degli strumenti finanziari di Exter
Penso anche che abbiamo raggiunto il picco di quel rapporto. Russia e Cina mollano il dollaro ma non importa finché non ci sarà il crollo del valore del debito che gonfia i prezzi di ogni bene. In breve, la Piramide di Exter prima o poi crollerà. Ciò significa che il debito denominato in dollari esploderà e/o sarà messo da parte, e il dollaro non sarà la valuta commerciale dominante in futuro, come lo è oggi. Tale quota di mercato non sarà mai più recuperata. Ma ciò non accadrà domani o l’anno prossimo, è accaduto ieri, segnando l’inizio della nuova politica. Trump s’è inginocchiato, baciando anelli e imbellettando il più grosso alligatore della palude. E il mondo ora ha l’ordine di marcia.

L’obiettivo del dollaro
Il deflagrare della nuova guerra finanziaria del dollaro sarà l’ultima che la FED potrà fare. Si pensi alla crisi asiatica del 1997 o al crollo di Lehman Brothers nel 2008. Fu la stessa cosa, sottraendo liquidità al dollaro per distruggere le economie di mercato emergenti, ubriache di debiti a basso interesse. Ma il problema questa volta è che abbiamo zero-bound da un decennio. Abbiamo consumato la nostra borghesia e mandato in bancarotta i nostri sistemi pensionistici. Alcuna riforma fiscale può cambiare ciò. E siamo seri, non c’è voglia a Washington di ridurre di un dollaro la spesa. Il sistema bancario è infinitamente più fragile di quanto lo fosse nel 2008, nonostante le proteste della banca centrale. Quindi, la coppia Trump-Yellen inizierà la prossima grande ondata di dollari USA. L’euro sarà schiantato insieme all’oro. Sì, la curva dei rendimenti si appiattirà leggermente, ma che importa. Si avranno tassi più alti propagando onde d’urto nel mondo che non avranno niente a che fare con le bombe della Corea democratica, i terremoti in Messico o le ciabattate diplomatiche all’ONU. Sarà come sempre, il denaro e la capacità valutarie del Paese che controlla quelle degli altri mantenendo una presa di ferro sui prezzi di petrolio e gas. Questo è ciò che Trump diceva nel suo discorso. Russia e Cina hanno ascoltato, ma hanno già sentito tale discorso. Non ci si aspetti che nulla cambi, tutto farà veramente paura d’ora in poi.Traduzione di Alessandro Lattanzio