La fuga di El Chapo in Messico indica i legami della CIA con i narcotrafficanti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/07/2015Jeb Bush Speaks At The Reagan Library About His New BookLa seconda evasione da un carcere di massima sicurezza messicano di Joaquín Guzmán, noto anche come “El Chapo”, temuto capo del famigerato cartello della droga di Sinaloa, ha puntato i riflettori dei media sul narco-Stato del Messico. La prima evasione di El Chapo nel 2001 dalla prigione Puenta Grande dalla pretesa massima sicurezza, e la seconda evasione da un altro carcere a prova di fuga di Altiplano, ad ovest di Città del Messico, hanno coinvolto numerosi funzionari messicani corrotti dalle tangenti del ricco Guzman. Inoltre, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e le sue ramificazione della Drug Enforcement Administration (DEA) sono indagate ancora una volta per aver favorito funzionari del governo messicano, come l’ex-presidente Vicente Fox e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto, accusati di favoreggiamento delle fughe di El Chapo ed anche del narcotraffico messicano e latinoamericano. L’attenzione dei candidati presidenziali del 2016 sulla questione dell’immigrazione clandestina dal Messico ha portato a miniera d’oro mediatica al promettente repubblicano Donald Trump, mentre le proposte più morbide sull’immigrazione di candidati come Jeb Bush e Marco Rubio sono oggetto di forti critiche. Trump ha irritato l’establishment politico statunitense quando ha accusato la maggior parte degli immigrati clandestini dal Messico di essere dei criminali. L’assassinio a luglio a San Francisco della 31enne Kate Steinle, di fronte al padre, per mano dell’immigrato illegale messicano Juan Francisco Lopez-Sanchez ha alzato l’indice di Trump nei sondaggi di opinione, soprattutto dopo che fu svelato che Lopez-Sanchez fu deportato dagli Stati Uniti in cinque occasioni. San Francisco per decenni è stato un importante punto del narcotraffico dal Messico e altri Paesi dell’America Latina. Quando Lopez-Sanchez fu arrestato per l’omicidio di Steinle, si scoprì che era già ricercato dalle autorità statunitensi per droga. Mentre Trump e il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz hanno denunciato l’idea della cittadinanza a milioni di immigrati illegali latinoamericani negli Stati Uniti, Bush e Rubio, con legami familiari in America Latina, la sostengono. Bush e Rubio inoltre trafficano avidamente con l’economia oligarchica messicana. I due maggiori partiti del Messico, il conservatore liberista Partito di Azione Nazionale (PAN) e il Partito Rivoluzionario Istituzionale globalista (PRI), sono corrotti dal denaro del cartello della droga. L’unico partito che sembrava intento a ripulire la scena politica messicana dal controllo dei cartelli, il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) di sinistra-progressista, fu devastato da dissensi interni e da una scissione dopo la sconfitta sul filo del rasoio alle presidenziali nel 2006, con prove di una massiccia frode elettorale. Il registro della CIA prevede la diffusione dei semi della ribellione nei partiti sul punto di prendere il potere e sfidare autocrati e globalisti. Il Messico non ha fatto eccezione.
Jeb Bush, la cui moglie è messicana, avrà un momento difficile per le passate attività di uomo d’affari e governatore della Florida che ha incrociato individui legati ai sindacati dei narcotrafficanti, come i cartelli Sinaloa e del Golfo del Messico. Mentre Bush era governatore della Florida, le autorità di regolamentazione bancaria degli Stati Uniti scoprirono che il cartello di Sinaloa di El Chapo controllava 23 conti presso la filiale di Miami della Wachovia Bank. Dopo aver lasciato la carica di governatore della Florida nel 2007, Bush istituì la Jeb Bush e soci, un ufficio in comodato, senza pagare l’affitto, nel palazzo della HSBC sulla Brickell Avenue, nel quartiere degli affari di Miami. All’inizio del 2015, HSBC fu colta dalle autorità federali statunitensi riciclare 881 milioni di narcodollari, in gran parte del cartello di Sinaloa. In precedenza, HSBC fu scoperta aver riciclato 376 milioni per Wachovia. Nessuno della HSBC finì in prigione e la banca pagò una multa 1,9 miliardi di dollari al dipartimento della Giustizia con una “penale differita”, un congegno ideato da avvocati e pubblici ministeri per evitare ai banchieri la prigione. Jeb Bush, i cui legami con Wachovia e HSBC avrebbero dovuto suscitare maggiore attenzione dei pubblici ministeri, ha deciso di provare a diventare il terzo presidente degli Stati Uniti della famiglia Bush. Quando gli avvocati statunitensi del panamense Manuel Noriega minacciarono di svelare le videocassette che mostravano Noriega e George HW Bush cospirare per contrabbandare droga negli Stati Uniti, il giudice William M. Hoeveler decise semplicemente che la CIA non avrebbe dovuto presentarsi per conto della difesa al processo Noriega, a Miami. Hoeveler fu scelto da Jimmy Carter per presiedere l’US District Court del Sud della Florida fino al pensionamento lo scorso anno. Anche se ovviamente prendeva ordini da Langley, Hoeveler fu lodato dai colleghi come “stella in ascesa” della giurisprudenza statunitense. Nei tribunali statunitensi sono all’ordine del giorno giudici che hanno lavorato per conto dei riciclatori di denaro sporco e dei politici che hanno beneficiato della loro generosità finanziaria. La famiglia Bush è il peggior esempio di dinastia politica arricchitasi con narcotraffico e riciclaggio di denaro, creando una rete di “giudici sporchi” scelti per presiedere i tribunali federali e statali in Florida e Texas.
cia-rendition-plane-crash.1312435895w500 Il 28 settembre 2007, un jet Gulfstream di un contractor della CIA che trasportava 3,3 tonnellate di cocaina dalla Colombia al cartello di Sinaloa El Chapo, a Cancun, si schiantò nello Stato di Quintana Roo, nei pressi di Tixkoko, Yucatan. Il velivolo era collegato a due aziende già identificate come imprese per voli charter della CIA: S/A Holdings LLC di Garden City, New York e Richmor Aviation di Hudson, New York. Il 16 settembre 2007 l’aereo fu venduto a due uomini d’affari della Florida, uno di Miami e l’altro di Lakeland. I due uomini d’affari non furono mai identificati, ma l’aereo fu venduto per 2 milioni di dollari dalla Donna Blue Aircraft di Coconut Creek, Florida. Ogni esame delle operazioni di narcotraffico della CIA e della famiglia Bush in Florida, Louisiana e Texas svela sempre una rete complessa di società ‘scatole cinesi’, aerei che cambiano continuamente proprietari, oscuri miliardari latinoamericani che vivono in Florida e comodi “cadaveri” quando le forze dell’ordine ricevono soffiate sulle operazioni di contrabbando. Due individui legati al narcotraffico e al riciclaggio di denaro di Jeb Bush in Florida morirono in circostanze molto sospette. Manny Perez, complice di Bush nel riciclaggio di denaro presso la Eagle National Bank, fu trovato galleggiare in un canale a West Hialeah, vicino Miami, dopo che si pensava avesse spifferato del narcotraffico della famiglia Bush in Florida. La polizia stabilì che la morte di Perez fu un “incidente di nuoto”. Un altro portaborse di Bush, Manny Diaz, morì in un incidente stradale sospetto. Entrambi dovevano testimoniare alla sottocommissione bancaria del senatore John Kerry, che indagava sull’Iran-contra e il riciclaggio di narcodollari nel 1988. George Morales, contractor della CIA, morì scivolando su una saponetta nella doccia della prigione, il giorno prima del suo rilascio dal carcere in Florida, dov’era per traffico di cocaina. Morales doveva volare a Washington DC per testimoniare alla Camera dei Rappresentanti sulle operazioni di droga e contrabbando di armi della CIA, attività che interessavano Jeb Bush e suo padre, il 41.mo presidente degli Stati Uniti. Ancora un altro agente della CIA con informazioni sufficienti da affondare le fortune politiche della famiglia Bush nel 1980, Johnny Molina, si suicidò a Pensacola, in Florida, nel parcheggio di un ristorante. La polizia concluse che Molina si sparò 20 colpi con una MAC 10. Il corpo di Molina fu cremato prima dell’autopsia. L’ex-pilota della CIA, divenuto informatore della DEA, Barry Seal fu ucciso con un’esecuzione mafiosa a Baton Rouge, Louisiana, durante il servizio alla comunità dopo la condanna per droga. Quando fu arrestato in Louisiana per aver pilotato un aereo carico di marijuana, Seal disse che aveva il numero di telefono privato di George HW Bush nella valigetta. Kerry scoprì ciò che molti giornalisti investigativi hanno scoperto sui legami di CIA e famiglia Bush con il narcotraffico: la rete tra aziende, banche, agenti della CIA, compagnie aeronautiche e marittime coinvolte nel narcotraffico. Tali aziende, dalla Frigorificos de Puntarena, società di frutti di mare del Costa Rica, all’Ocean Hunter, Inc., altra azienda di frutti di mare di Miami, dalla SETCO Air che trasportava droga dall’America Centrale alla Florida alla Vortex/Universal Air Leasing di Miami, erano legate alla famiglia Bush e alla CIA, Jeb Bush compreso.
Le ramificazioni dell’evasione di El Chapo e i riferimenti importuni di Trump al problema degli immigrati illegali messicani schiumano sulla superficie della campagna presidenziale in cui i collegamenti della famiglia Bush al narcotraffico della CIA sono un problema, piaccia o no ai Bush e benestanti sostenitori.

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Povero vecchio Messico, non finiranno mai le violenze se non chiude il flusso della droga.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria disporrebbe dei sistemi SAM S-400

Akram Secretdifa3 14/07/2015

docS400Annunciammo più di due anni fa il desiderio dell’Algeria di acquisire dalla Russia il sistema di difesa aerea a lungo raggio S-400. Un contratto per tale sistema fu firmato un anno fa. Oggi possiamo fornire le prime foto scattate in Algeria di un reggimento di S-400 operativo, riprese durante i primi test del sistema ricevuto in primavera. Se non sono mai stati rivelati i dettagli del contratto, si crede che riguardi 3-4 reggimenti. Uno sguardo ad immagini satellitari sul numero di S-300 e S-400 operativi da una buona stima del numero di sistemi S-400 acquisiti.
Il Comando delle forze di difesa aerea e di terra controlla tre reggimenti di S-300PMU2 dal 2003, schierati nel centro, ovest e sud-ovest dell’Algeria coprendo la quasi totalità del nord, del confine algerino-marocchino e della fascia costiera.5P85TE2-BAZ-6402-TEL-2SL’arrivo degli S-400 non solo colma le lacune nella difesa aerea, ma completerà la sorveglianza aerea a lungo raggio. Le foto mostrano inconfutabilmente dei sistemi di lancio degli S-400, che differiscono da quelli degli S300PMU2, il veicolo BAZ-64022 non è il KRAZ-260 dei 2-8 sistemi di lancio del PMU2 allineati su una foto, o i 3 durante il test sulla seconda foto. In realtà, l’esercito algerino ha intrapreso la revisione della sua difesa aerea e la comparsa degli S-400 nel suo arsenale fa parte della modernizzazione.s4003La settimana precedente i media russi confermavano l’acquisto di batterie di missili a medio raggio Buk-M2, specificatamente richiesti per la rete di rilevamento costituita dai radar russi Kasta 2E2 accoppiati ai sistemi di protezione ravvicinata dei Pantsyr-S1 e Buk-M2. Questa configurazione a strati unifica le capacità dei vari sistemi radar. Il Kasta 2E2 è già integrato a S-300 e S-400 permettendo a diverse unità di operare senza rilevamento e collegate a unità indipendenti. Il sistema ha un raggio di rilevamento efficace di 400 km e può distruggere un bersaglio a 240 km di distanza con i missili 40N6 o 48N6. Il radar tridimensionale 92N6E può identificare 100 bersagli simultaneamente a una distanza di 400 km. Oltre al raggio d’ingaggio e all’incremento delle prestazioni, la differenza principale con l’S-300PMU2 è la capacità ABM, rendendola un’arma formidabile. Se l’acquisizione è confermata, l’Algeria è ufficialmente il primo cliente estero del Trjumf.argelia S-400Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Cina vede l’adesione alla SCO dell’India

MK Bhadrakumar Indian Punchline 20 luglio 2015Xi Jinping, Jacob Zuma, Narendra ModiL’ultimo numero della Beijing Review presenta un’analisi di ciò che l’adesione di India e Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) presagisce per il raggruppamento regionale e per questi due Paesi. I principali obiettivi della strategia di sviluppo della SCO per il 2025, adottati al vertice di Ufa, indicano che nel prossimo decennio gli Stati aderenti si concentreranno sul consolidamento delle fiducia reciproca e relazioni amichevoli, lavorando a stretto contatto per far fronte alle sfide alla sicurezza, approfondire i legami economici e commerciali ed estendere la cooperazione su tecnologia, sanità e istruzione. In breve, la SCO prevede di concentrarsi sulla “costruzione di due piattaforme“: uno per “aiutare lo sviluppo degli Stati membri” e due “per promuovere la comprensione reciproca e il dialogo tra gli Stati aderenti“. Inoltre, la strategia incoraggia gli Stati aderenti alla SCO a partecipare all’Iniziativa Fascia e Via della Cina come modello chiave della cooperazione economica regionale. In effetti, l’India ha un compito ritagliato per essa date le relazioni tese con il Pakistan e l’atteggiamento tiepido verso i progetti della Via della Seta della Cina. La questione è chiaramente fino dove l’India sarà disposta a utilizzare le “piattaforme” della SCO, in linea al suo discorso sul “secolo asiatico”. Beijing Review cita un esperto cinese secondo cui la motivazione principale per l’espansione degli aderenti alla SCO (includendo India e Pakistan) deriva dalla consapevolezza che “i problemi attuali in Asia centrale vanno oltre i confini degli Stati aderenti alla SCO. Inoltre, minacce terroristiche si riversano dal Medio Oriente al Centro e Sud Asia. La SCO non può affrontare queste sfide con una cooperazione limitata a soli sei Paesi membri. Pertanto, la SCO deve espandere l’adesione e migliorare il meccanismo operativo per svolgere un ruolo maggiore nella cooperazione per la sicurezza regionale“. L’articolo precisa come India e Pakistan possano trarre beneficio dalla loro appartenenza alla SCO, illustrando le possibilità di non meno sei direzioni diverse:
– India e Pakistan sperano di partecipare alle “questioni regionali” attraverso la SCO, vista la crescente statura internazionale dell’ente.
– sperano di tutelare meglio i propri interessi sulla sicurezza tramite la rete della SCO. In realtà, dovrebbero “rafforzare la cooperazione con la SCO… (di cui) la lotta al terrorismo è una delle missioni condivise“.
– la SCO contribuirà a promuovere la crescita economica dei due Paesi.
– India e Pakistan non vogliono “perdere l’opportunità” data dalla connettività avanzata risultante dalla proposta d’integrare l’Iniziativa Fascia e Via della Cina al progetto dell’Unione economica eurasiatica della Russia, con l’obiettivo dell’integrazione economica regionale.
– da economia in rapida crescita, l’India può utilizzare l’appartenenza alla SCO per approfondire la cooperazione energetica con Russia e Paesi dell’Asia centrale.
– infine, date le irrisolte “controversie territoriali” tra India e Pakistan, la SCO “potrebbe agire da piattaforma del dialogo” dei due Paesi “per alleviare le tensioni al confine e migliorare le relazioni nel quadro multilaterale“.
È interessante notare che l’articolo si conclude con l’osservazione che la SCO affronta “nuove sfide” con l’adesione di India e Pakistan; il raggruppamento “deve riformare la propria infrastruttura per preparare i nuovi aderenti“. In particolare, la SCO “deve trovare un modo migliore per impostare l’agenda e rendere più efficaci le politiche“. Finora, locomotiva della SCO sono Cina e Russia. Secondo Pechino ciò cambierebbe con l’ingresso dell’elefante indiano nella tenda. Il senso globale dell’articolo è positivo in termini neutri. Infatti, la Cina si aspetta che l’adesione alla SCO di India-Pakistan possa promuoverne la normalizzazione, ma farebbe anche sapere che solo il tempo dirà se sia un’aspettativa esagerata. Da parte sua, la Cina ha usato brillantemente la piattaforma della SCO per “normalizzare” i rapporti con i vicini dell’Asia centrale svezzati con la pesante dieta della propaganda sovietica violentemente anti-cinese, armonizzando le propria politica in Asia centrale con quella della Russia. In teoria, l’India potrebbe fare lo stesso per la stabilizzazione della situazione afghana lavorando sugli interessi comuni con il Pakistan. Ma se la Cina ha una grande visione regionale, l’India ne ha una? Se c’è, si aprono possibilità interessanti. Resta il fatto che i processi nella SCO hanno luogo a livello politico, economico, di sicurezza e militare, riunendo regolarmente le dirigenze di India e Pakistan e delle relative agenzie di sicurezza e militari. Ovviamente, la Cina spera che nell’ambito della SCO l’India superi la reticenza (scetticismo) verso le strategie win-win della Via della Seta di Pechino. In realtà, il Pakistan potrebbe effettivamente esser posto sotto pressione per facilitare i rapporti tra India e gli altri Paesi della SCO. Senza dubbio, l’India seguirà la sua strada bilaterale per la normalizzazione delle relazioni con il Pakistan. Ma detto questo, gli Stati Uniti furono attivi promotori delle relazioni tra India e Pakistan e Delhi vi era disponibile. L’India dovrà tollerare un ruolo simile della SCO da dietro le quinte, e non sarebbe una brutta cosa se accadesse. A dire il vero, d’ora in poi la SCO è un'”azionista” delle relazioni tra India e Pakistan a vantaggio della sicurezza nelle regioni dell’Asia centrale e meridionale. Anche in questo caso, la cooperazione regionale nella SCO non può terminare sulla frontiera Wagha. Può funzionare solo a vantaggio dell’India a condizione, naturalmente, che abbia anche un grande piano vantaggioso nello spirito del compromesso.
Non molta attenzione è rivolta all’adesione alla SCO del Nepal quale “Paese partner”. Questo sviluppo va attentamente osservato. In teoria, Pechino l’ha promosso da una prospettiva di medio e lungo termine. Perché il Nepal? La mossa della SCO di stabilire una partnership formale con il Nepal avrà un impatto significativo sul rafforzamento della sicurezza del Tibet e collegherà Tibet e India (via Nepal), oltre a creare un contesto ulteriore per lo sviluppo delle relazioni sino-nepalesi. L’India non dovrebbe vederlo in termini di somma zero. L’articolo della Beijing Review è qui.

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