Niente limiti ai legami nella Difesa tra India e Russia

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR 24 febbraio 2015

La recente mostra Aero India 2015 ha sottolineato la particolare natura dei rapporti nella difesa tra India e Russia, che possono essere descritti come “senza limiti”, in quanto i due Paesi godono di un elevato livello di fiducia strategica e collaborazione nella produzione di armamenti ad alta tecnologia.

Indians make debut at Red FlagLa recentemente mostra Aero India 2015 nella base aerea di Yalahenka, vicino la città di Bangalore, ha rafforzato la Russia nella preminenza nel rispondere alle crescenti esigenze della difesa dell’India. La complementarietà di India e Russia nella Difesa è ben nota, e gli sviluppi nella mostra hanno illustrato che con l’ordine mondiale in evoluzione, e nonostante l’evoluzione della concorrenza sui mercati indiani, la Russia continuerà ad essere la principale fornitrice di armi dell’India. C’è un gran dibattito sul Rafale, l’aereo da caccia francese. Alcuni analisti sostengono che il Rafale sia il meglio per l’aeronautica militare indiana. Ma non pare essere così. Il comandante dell’IAF ha sottolineato che se l’India è interessata ad avere un Velivolo medio multiruolo (MMRCA), il Rafale non può essere il sostituto del Sukhoj Su-30, in quanto hanno capacità diverse. Anche se l’accordo sul Rafale è sulla carta negli ultimi tre anni, non c’è stata conclusione avendo India e Francia approfondito le differenze, in particolare sull’escalation dei costi e il trasferimento di tecnologia. Il Ministero della Difesa indiano probabilmente prenderà una decisione il mese prossimo, e finora non c’è stato alcun segnale che indichi che l’accordo andrà avanti. Ciò contrasta con la politica russa “senza limiti” con l’India, nel contesto della progettazione e costruzione congiunta di prodotti per la Difesa. Parlando ad Aero-2015, il direttore del Dipartimento della Compagnia per la Cooperazione Internazionale russa Rosetec, Viktor Kladov, ha dichiarato che la Russia è molto ansiosa di soddisfare le esigenze dell’IAF sugli aeromobili all’avanguardia. Il partner tradizionale non è puramente motivato da profitti o scambi. Piuttosto, è interessato a cooperare pienamente a sviluppare l’industria degli armamenti indiana. “Non vendiamo come le altre nazioni. Abbiamo un rapporto molto speciale… Quando si tratta di India non abbiamo limiti… Non siamo inclini a dire all’India cosa fare perché siamo amici e partner“, ha detto Kladov. E’ dubbio che gli altri fornitori, attivi o potenziali, possano adottare un approccio di questo tipo con l’India.
India e Russia presto concluderanno l’accordo FGFA. Vi sono alcuni problemi nella trattativa che i leader di entrambi i Paesi attivamente stanno appianando. Dopo la visita del presidente russo Vladimir Putin lo scorso anno, e del ministro della Difesa Sergej Shojgu il mese scorso, i leader hanno deciso di accelerate i contratti per la Difesa. Quest’anno India e Russia probabilmente finalizzeranno molti accordi, tra cui la consegna di 71 elicotteri da trasporto Mi-17V-5 dalla Russia all’India. La Russia è interessata a trovare un accordo su un altro ordine di elicotteri Mi-17V-5. Mosca è pronta a fornire a Nuova Delhi gli elicotteri Kamov Ka-31 (Helix) per le portaerei classe Vikrant. La Russia cerca di fornire anche i Sukhoj Superjet-100, aerei di linea da 108 posti, all’India. Entrambi i paesi dovranno probabilmente concludere un accordo sul secondo lotto di 29 MiG-29K/KUB, caccia da imbarcare sulle portaerei entro il 2016. L’accordo principale riguardante il Caccia di Quinta Generazione (FGFA) sarà probabilmente ultimato quest’anno. Il FGFA è cruciale per ‘la capacità futura’ dell’Indian Air Force ed è cruciale per la sua struttura in evoluzione, ha rivelato il comandante dell’Aeronautica indiana. Quest’anno, entrambi i Paesi svilupperanno un dettagliato piano di cooperazione per lo sviluppo del velivolo. Un accordo riuscito sul FGFA non solo rafforzerà l’arsenale indiano, ma sarebbe un altro punto di riferimento nella cooperazione nella Difesa. Le società russe che partecipavano alla mostra Aero-2015 hanno vigorosamente sostenuto la politica del ‘Fai in India’ del governo indiano per rafforzare l’industria della difesa locale. Il direttore dell’United Aircraft Corporation (UAC) russa Jurij Sljusar ha emesso una nota ottimista sulle prospettive della costruzione congiunta tra India e Russia del motore per il Su-30MKI, il principale velivolo da combattimento dell’IAF. Tra i fornitori dell’India, la Russia è la più vicina a condividere la tecnologia con l’India, contribuendo a un duplice scopo: oltre che rafforzare difesa e sicurezza dell’India, ne consente la crescita tecnologica. L’azienda bellica della Russia sembra aver preso atto del mondo che cambia, in cui emergono molti fornitori per la Difesa. I nuovi attori cercano di corteggiare il mercato indiano e di beneficiare della rapida crescita economica del Paese. La Russia sembra pronta a giocare in questo nuovo quadro. Kladov ha sottolineato questa realtà mutevole sostenendo che la Russia non ha alcun problema se l’India acquista da altri fornitori. A differenza degli anni della guerra fredda, quando l’India era considerata un pesciolino in politica internazionale, nel dopo-guerra fredda l’India è cresciuta rapidamente con un’economia che supera i 2000 miliardi di dollari. La robusta economia indiana e l’ascesa del suo potere di acquisto sono adeguate alle esigenze per la sicurezza e difesa. La Russia non solo è la prima fornitrice di armi dell’India, ma anche sua partner tradizionale. Gli sviluppi durante Aero India 2015 hanno mostrato che la partnership nella Difesa tra India e Russia sembra destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi.

Mig29-static-P1020894Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. I suoi interessi includono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin: Kiev sconfitta dal Donbas nonostante gli armamenti della NATO

Vladimir Putin, Budapest, 17 febbraio 2015 – BNBPutin0810eDomanda: Vladimir Vladimirovich, qual è la sua valutazione della situazione, ora che due giorni sono passati da quando l’accordo di Minsk sul un cessate il fuoco è entrato in vigore? Non si direbbe che tutto vada bene, soprattutto se si guarda a ciò che accade a Debaltsevo: lì non c’è una tregua.
Vladimir Putin: Prima di tutto, diamo molta importanza agli accordi raggiunti a Minsk. Forse non tutti sono attenti, ma ciò è particolarmente importante in tali accordi. Le autorità di Kiev hanno sostanzialmente convenuto d’intraprendere una riforma costituzionale globale per soddisfare le richieste d’indipendenza, chiamatelo come volete: decentramento, autonomia, federalizzazione, in alcune parti del Paese. Quindi si tratta di una decisione molto importante e significativa delle autorità ucraine. Ma c’è anche un altro aspetto in tali accordi, se i rappresentanti della regione del Donbas hanno accettato di partecipare alla riforma, significa che vi è un reale interesse dai soggetti interessati affinché lo Stato ucraino segua questo percorso. Naturalmente, più velocemente si porrà fine alle ostilità e si ritirerà il materiale militare, più velocemente si attueranno le condizioni reali affinché una soluzione politica della questione possa essere effettivamente raggiunta. Sul piano militare, voglio dire che abbiamo notato un generale sostanziale declino delle attività. Ma voglio anche sottolineare che dall’ultima volta, quando il presidente Poroshenko decise di riprendere le operazioni militari e poi fermarle, non era in grado di farlo immediatamente. Ciò che vediamo oggi è la riduzione non meno chiara e significativa di combattimenti ed ostilità da entrambe le parti su tutto il fronte. Sì, gli scontri sono ancora in corso intorno a Debaltsevo. Ma ancora, scala ed intensità delle operazioni sono assai inferiori rispetto a prima. Ciò che accade è comprensibile e prevedibile. Secondo quanto riferito, un gruppo di soldati ucraini vi è circondato dalla riunione di Minsk, la scorsa settimana. Ho parlato nei nostri scambi a Minsk e questo è esattamente ciò che avevo previsto: dissi che le truppe circondate avrebbero cercato di spezzare l’accerchiamento e che ci sarebbero stati tentativi dall’esterno, ma la milizia (indipendentista), che era riuscita a circondare le truppe ucraine, avrebbe resistito a tali tentativi, mantenendo e stringendo l’accerchiamento, il che inevitabilmente per un po’, in un modo o un altro, ha portato a nuovi scontri. E così un nuovo tentativo di rompere l’accerchiamento è stato fatto questa mattina. Non so cosa i media abbiano detto, non potevo seguire tutte le informazioni, ma so che alle 10 di questa mattina le forze armate ucraine hanno fatto un nuovo tentativo di spezzare l’accerchiamento. Fallendo, infine. Spero davvero che i capi del governo ucraino non impediscano ai militari ucraini di disarmare. Se non possono o non vogliono prendere tale importante decisione e dare questo ordine, dovrebbero almeno non perseguire coloro che, per salvare la propria vita e altrui, sono disposti a disarmare. Questo da una parte. Dall’altra mi auguro che i rappresentanti della milizia e delle autorità della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk non minaccino questi uomini e non gli impediscano di lasciare liberamente la zona degli scontri e dell’accerchiamento, tornando alle loro famiglie.

Domanda: Signor Presidente, dalle vostre parole ho capito che, quando è stato firmato l’accordo di Minsk e dopo aver partecipato alle discussioni, si sapeva che il cessate il fuoco non avrebbe esattamente avuto effetto nel momento programmato. In altre parole, ci si aspettava che alcuni scontri continuassero. Pensate che i combattimenti finiranno presto? È ottimista circa le possibilità di un cessate il fuoco duraturo, o pessimista, perché se gli scontri militari in realtà s’intensificano poi gli Stati Uniti potrebbero cominciare a fornire armi all’Ucraina. Come risponde a ciò, cosa farebbe la Russia?
Vladimir Putin: Per quanto riguarda le possibili forniture di armi all’Ucraina, secondo le nostre informazioni sono già in corso, hanno già avuto luogo. Non vi è nulla di insolito in ciò. In secondo luogo, credo fermamente che, qualunque sia il tipo di armi in questione, non è mai una buona idea fornire armi alla zone di conflitto e in questo caso particolare, non importa chi sia coinvolto e quali armi siano inviate, il numero delle vittime salirebbe, naturalmente, ma il risultato sarebbe lo stesso che vediamo oggi. La stragrande maggioranza dei militari ucraini non vuole prendere parte a una guerra fratricida, soprattutto essendo così lontani dalle proprie case, mentre la milizia del Donbas ha forte motivazione nel combattere per proteggere le proprie famiglie. Dopo tutto, vorrei ricordare ancora una volta che ciò che accade oggi è legata a una cosa, e cioè al governo di Kiev che ha deciso per la terza volta di riprendere l’azione militare e utilizzare le forze armate. Tale decisione fu presa da Turchinov, che emise l’ordine di avviare ciò che chiama operazione antiterrorismo. Il presidente Poroshenko poi decise di continuare le operazioni militari e adesso vediamo cosa succede. Non ci sarà fine a tale situazione finché i responsabili non si renderanno conto che non vi è alcuna speranza di risolvere il problema con mezzi militari. Tale conflitto può essere risolto soltanto con mezzi pacifici, attraverso la conclusione di un accordo con questa parte del Paese, garantendo i legittimi diritti ed interessi di questa popolazione. Lasciatemi dire che l’accordo raggiunto a Minsk offre l’opportunità affinché ciò accada. A questo proposito, desidero sottolineare il grande ruolo che il presidente francese e la cancelliera tedesca hanno giocato nel raggiungere il compromesso. Penso che una soluzione di compromesso sia stata trovata e che potrebbe essere suggellata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Russia, come sapete, ha già presentato questa iniziativa*. In tale caso, l’accordo di Minsk guadagnerebbe status nel diritto internazionale. In caso contrario, è già un buon documento che dovrebbe essere attuato pienamente. Quindi sono più ottimista che pessimista. Permettetemi di ribadire che la situazione è relativamente calma su tutto il fronte, ora. Dobbiamo affrontare il problema del gruppo accerchiato. Il nostro compito comune è salvare la vita delle persone intrappolate nell’accerchiamento e garantire che la situazione non peggiori i rapporti tra le autorità di Kiev e la milizia del Donbas. Non è mai facile perdere ed è sempre una disgrazia per la parte soccombente, soprattutto quando si perde con persone che lavoravano nelle miniere o sui trattori. Ma la vita è vita e deve continuare. Non credo che dovremmo essere troppo ossessionati da tali cose. Come ho detto, dobbiamo concentrarci su come assolvere il compito principale, salvare la vita delle persone lì ed ora, e permettergli di tornare alle loro famiglie, dobbiamo attuare pienamente il piano concordato a Minsk. Sono sicuro che è possibile. Non ci sono altre vie da prendere.

* approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina nuova super-potenza industriale del mondo? “Pivot in Asia” di Obama e accerchiamento militare della Cina

Eric Sommer Global Research, 21 febbraio 2015Map of ChinaL’ultima visita di Obama in India ha fruttato una serie di accordi economici, militari e nucleari con l’India. La visita, e gli accordi, sottolineano il tentativo degli Stati Uniti di utilizzare il loro ‘perno in Asia’ creando alleanze militari ed economiche con altre nazioni asiatiche al fine di circondare ed isolare la Cina. L’ala militare dell”Asian Pivot’ si chiama ‘Air-Sea Battle Plan’, coinvolge progressivamente lo spostamento del 60% delle forze militari nella zona asiatica, assieme al collocamento di nuove e avanzate attrezzature e basi militari, ed alleanze con Paesi come Filippine, Corea del Sud e Giappone. L’ala economica del perno è la Trans-Pacific Partnership (TPP), un trattato di regolamentazione e investimenti regionali esclusivo che coinvolge attualmente negoziati tra Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. Tale strategia dell’accerchiamento militare ed economico affronta tuttavia un grande ostacolo. Gli USA per ora restano l’unica super-potenza militare mondiale, grazie alle enormi spese militari, per la sicurezza e il monitoraggio online della popolazione mondiale. Ma la Cina è emersa negli ultimi sette anni come super-potenza industriale leader del mondo. Una svolta, senza precedenti storici per la sua velocità, in cui la Cina s’è mossa a velocità di curvatura negli ultimi sette anni sostituendo gli Stati Uniti quale maggior potenza industriale del mondo. Recentemente, nel 2007, la Cina aveva una produzione industriale pari al 62% di quella degli Stati Uniti. Ma nel 2011, la produzione cinese era il 120% di quella statunitense, e il divario continua a crescere. Tale superamento degli Stati Uniti da parte della Cina è il passaggio più veloce nella produzione industriale mondiale della storia economica. Nello stesso periodo in cui la produzione industriale della Cina è sostanzialmente raddoppiata, la produzione industriale degli USA si è ridotta dell’1 per cento, la produzione industriale dell’UE è diminuita del nove per cento e la produzione giapponese del 17 per cento.
Tale mutamento storico della potenza industriale della Cina ha enormi conseguenze. Per cominciare, va riconosciuto che la vera ricchezza non sono denaro, azioni, obbligazioni o manipolazione di strumenti finanziari esotici come i derivati, come avviene a Wall Street. La vera ricchezza è il risultato della capacità di produrre beni e servizi utili per gli esseri umani. In Cina, le centinaia di migliaia di lavoratori industriali attivi nella sola provincia del Guangdong, superano l’intera forza lavoro industriale degli Stati Uniti, con una crescente proporzione mondiale di beni prodotti ogni anno in Cina: centinaia di milioni di calze per coprire i piedi del mondo; la maggior parte degli abiti indossati negli Stati Uniti, la maggior parte, spesso con marchi statunitensi, è made in China; computer e telefoni cellulari prodotti per l’Apple, lo sono principalmente in Cina, così come i computer portatili venduti nel mondo dalla società cinese Lenovo. La maggiore produzione annuale è di aziende statali, private o joint-venture cinesi. La maggiore produzione annuale di automobili in qualsiasi Paese del mondo avviene in Cina. E vi sono i treni magnetici ad alta velocità di fabbricazione cinese che sempre più attraversano il Paese e vengono venduti e realizzati in vari altri Paesi. L’idea che la crescita della Cina può essere ‘contenuta’ o circondata è dubbia, non solo per la capacità industriale della Cina, ma anche per il commercio internazionale che genera. Come la rivista Economist ha osservato: “Il commercio internazionale di merci della Cina effettivamente guida il mondo dal 2013. Le sue importazioni ed esportazioni combinate ammontano a quasi 4200 miliardi di dollari, superando gli USA per la prima volta“. Per correttezza va aggiunto che, quando il commercio internazionale dei servizi si aggiunge al commercio di beni manufatti, gli Stati Uniti restano ancora primi. L’industria statunitense conserva anche l’iniziativa sui metodi di produzione hi-tech, ma che va riducendosi.
I rapporti commerciali della Cina con altre nazioni asiatiche, nazioni che gli Stati Uniti cercano di corteggiare, costituiscono un particolare ostacolo nell’isolare la Cina. La zona di libero scambio Cina-ASEAN è una zona di libero scambio tra i dieci Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) e la Repubblica popolare cinese. Implementata nel 2010, la zona di libero scambio Cina-ASEAN ha ridotto a zero tariffe e dazi all’importazione per il 90% delle merci. I potenziali partecipanti al TPP sponsorizzato dagli USA sono ancora impegnati in complessi negoziati. Anche in caso di successo, la TPP sarà in primo luogo un quadro normativo e non una zona di libero scambio effettiva. Al contrario, la Cina-ASEAN è già la prima area di libero scambio in termini di popolazione, e la terza per PIL nel mondo. Oltre alla Cina, comprende Vietnam, Tailandia, Laos, Cambogia Myanmar, Filippine, Brunei, Singapore e Indonesia. Il commercio cinese con gli altri Paesi membri cresce di un sano 10% l’anno, e si attesta attualmente a circa 500 miliardi (di dollari USA) all’anno. La Cina promuove l’integrazione economica con i Paesi vicini, fornendo sostegno finanziario e tecnico nella costruzione di linee ferroviarie che collegano le città cinesi con i punti chiave dei Paesi vicini, come Vietnam e Thailandia. Da nuova super-potenza industriale del mondo, cercare di circondare o intrappolare la Cina è nel migliore dei casi un compito arduo. “Il treno”, si potrebbe dire, “ha già lasciato la stazione”.

stock_eis08_45043341Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta di Putin e dell’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/02/201510904459Le dinamiche della politica estera russa dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato de facto la guerra delle sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia, sono impressionanti, per usare un eufemismo. Se sarà sufficiente a spezzare l’assedio economico di Washington e aprire la via ad una vera economia globale alternativa alla bancarotta del sistema del dollaro USA, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che Vladimir Putin e la fazione dei baroni industriali che ha deciso di sostenerlo, non sono spaventati. L’ultimo esempio è la visita del ministro della Difesa russo a Teheran, concludendo importanti accordi di cooperazione militare con l’Iran. Le implicazioni per entrambi i Paesi, così come il futuro dell’Eurasia, sono potenzialmente enormi. Il 20 gennaio a Teheran, Russia e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro della Difesa e Logistica iraniano Hossein Dehghan hanno firmato il nuovo accordo. Commentandone il significato, Shojgu ha dichiarato, “è stata posta la base teorica della cooperazione militare“, aggiungendo che i due Paesi hanno deciso “una cooperazione bilaterale su attuazione e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. I due hanno anche concordato “l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella lotta all’ingerenza negli affari regionali di forze esterne, è stata inquadrata“, ha dichiarato il Ministro della Difesa iraniano Dehghan. Per assicurarsi che nessuno lo fraintendesse, aggiungeva che la ragione dell’aggravarsi della situazione nella regione era la politica degli Stati Uniti “d’intromissione negli affari interni di altri Paesi”. L’avvicinamento dei due Paesi eurasiatici, che si affacciano sullo strategico Mar Caspio, ha enormi implicazioni nella geopolitica globale. L’amministrazione Obama ha cercato di corteggiare l’Iran con il bastone (sanzioni economiche) e la carota (promessa di toglierle) negli ultimi diciotto mesi affinché Teheran facesse concessioni importanti sul suo programma nucleare. Fino a poco tempo prima, nonostante le sanzioni degli Stati Uniti per l’Ucraina, la Russia era disposta a mostrare “buona fede” verso Washington partecipando al negoziato 5+1 sul nucleare con l’Iran, convincendo Teheran a fare concessioni importanti sul suo programma nucleare, in cui la Russia ha completato la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente. Questa fase è chiaramente finita e la mano dell’Iran nei negoziati con Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito è ora più forte, sanzioni o meno.

Iran, Siria e guerra delle pipeline
Per Washington, la pressione nucleare rientra nel tentativo di costringere l’Iran ad abbandonare l’alleato Bashar al-Assad in Siria, aprendo la via al Qatar, stretto alleato dell’Arabia Saudita e sito del maggiore giacimento di gas naturale del mondo, nel Golfo Persico. Il Qatar, primo finanziatore dei terroristi del SIIL addestrati da statunitensi ed israeliani in Siria e Iraq, vuole esportare il suo gas nell’UE attraverso Siria e Turchia. L’Iran, che detiene l’altra parte dell’enorme giacimento di gas del Golfo Persico, il North Pars, al largo delle sue coste, ha firmato un accordo per un oleodotto strategico con Assad e l’Iraq nel giugno 2011, per costruire il nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria di 1500 chilometri dal grande giacimento di gas ad Asaluyeh, porto iraniano nei pressi di South Pars e Damasco in Siria. Da lì il gasdotto arriverebbe via Libano sul Mediterraneo orientale e al grande mercato europeo del gas. L’hanno chiamato “gasdotto islamico”. Il volume di gas dell’Iran sarebbe modesto rispetto all’originale gasdotto South Stream di Gazprom della Russia. Si stima che circa 20 miliardi di metri cubi all’anno rimarrebbero, dopo il consumo locale (pre-guerra in Siria) per il gasdotto Iran-Iraq-Siria per l’Europa, rispetto ai 63 miliardi di South Stream. Il Qatar ne uscirebbe perdente. Al Qatar, Paese sunnita che finanzia SIIL, Fratelli musulmani e altri jihadisti, non piace l’idea. Il Qatar avvicinò Assad nel 2009 proponendo la pipeline Qatar-Siria per l’Unione europea attraverso la Turchia, ma fu respinto di netto. Assad disse che le sue relazioni con Russia e Gazprom erano più importanti. Fu solo al momento della firma sul gasdotto islamico Iran-Iraq-Siria nel giugno 2011, che Washington, Arabia Saudita e Qatar decisero di lanciare la grande guerra per rovesciare Assad e sostituirlo con un regime sunnita amico di Qatar e Washington. Difficilmente una coincidenza.

Stretti legami militari tra Iran e Russia
Oggi la Russia di Putin e l’Iran sono solidi alleati della Siria di Assad nella guerra per liberare la Siria dai terroristi del SIIL addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, la collaborazione tra Mosca e Teheran è stata cauta finora. Nel 2010, quando era presidente, responsabile della politica estera e di difesa russa, Dmitrij Medvedev fece molte mosse concilianti per mettersi sul “lato buono” di Washington. Era l’epoca dello stupido “Reset” nelle relazioni USA-Russia di Hillary Clinton dopo che Putin aveva lasciato e Obama era appena divenuto un “pacifista democratico”. Una delle mosse più costose di Medvedev fu la firma del decreto del Presidente della Repubblica nel settembre 2010 per sostenere il bando dell’ONU sponsorizzato dagli USA sulle vendite di armi all’Iran, nell’ambito delle sanzioni USA contro il presunto programma di armi nucleari dell’Iran. Il costo del bando russo per le industrie militari fu pari ai 13 miliardi di dollari di fatturato militare-tecnico con l’Iran negli ultimi anni, secondo una stima da parte del Centro per l’Analisi del mondiale sul commercio delle armi (CAWAT). Il decreto di Medvedev vietava vendite militari della Russia all’Iran, compreso il trasferimento di armi all’Iran al di fuori dei confini russi o con aerei o navi sotto bandiera dello Stato russo. Medvedev inoltre retroattivamente annullò l’acquisto prepagato dall’Iran dei sofisticati sistemi missilistici superficie-aria russi SAM S-300. L’Iran quindi citò in giudizio la Rosoboronexport russa presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE a Ginevra. Fino ad oggi il problema degli S-300 era stato un importante pomo della discordia tra Teheran e Mosca. Ora, secondo un rapporto di DebkaFile.com, sito collegabile all’intelligence israeliana, la Russia ha accettato non solo di fornire i sistemi missilistici S-300 che l’Iran ha acquistato nel 2007. La Russia gli consegnerà anche gli avanzati sistemi missilistici S-400. Citando il ministero della Difesa iraniano, il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, ex-funzionario del Ministero della Difesa russo, ha aggiunto: “I due Paesi hanno deciso di risolvere il problema dell’S-300: un passo è stato compiuto verso la cooperazione su economia e tecnologie bellica, almeno per sistemi difensivi come S-300 e S-400“. Gli specialisti militari dicono che l’S-400 è di gran lunga superiore ai missili degli USA Patriot PAC-3. Si crede siano il primo sistema al mondo che può utilizzare selettivamente diversi tipi di missili dei sistemi SAM precedentemente sviluppati che dei nuovi e unici SAM; un sistema mobile dal difficile il rilevamento e che può colpire i bombardieri strategici come B-1 e B-52H; aerei da guerra elettronica come EF-111A e EA-6; aerei da ricognizione come il TR-1; gli aerei radar come E-3A e E-2C; caccia come F-15 ed F-16; aerei Stealth come il B-2; missili da crociera strategici come il Tomahawk e missili balistici con gittata fino a 3500 km. Inoltre, il più colossale spreco del Pentagono, ad oggi, il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, non è progettato per penetrare le difese dei sistemi S-300P/S-400. Oops… L’F-35 degli Stati Uniti può trasportare armi nucleari e doveva essere il “caccia del futuro” quando fu avviato nel 2001, quando Rumsfeld era al Pentagono. Con un decennio di ritardo, sforando del 100% il budget, costerà 1500 miliardi di dollari nella sua vita utile, di cui circa 400 miliardi già spesi. Solo due anni fa gli obbligatori tagli della difesa con il “sequestro” di Obama, hanno affettato i piani sull’F-35 e altri progetti-mangiatoia del Pentagono. Ora, utilizzando il SIIL in Siria e Iraq e il “conflitto” in Ucraina con la Russia, l’ultimo bilancio della difesa di Obama prevede oltre 35 miliardi di dollari da salvare dalle dovute riduzioni con il sequestro. Le crisi Ucraina e del SIIL sembrano aver salvato il complesso militare industriale degli Stati Uniti nel momento giusto…
Se il rapporto di DEBKAfile sul sistema missilistico S-400 all’Iran è vero, e certamente sembra esserlo, allora la geopolitica dell’intera battaglia dell’amministrazione Obama contro Russia Iran, Siria e presto Cina, è davvero stupidissima. La battaglia è guidata dai falchi ottusi del presidente Obama, come la consigliera del NSC Susan Rice. Sembrano incapaci di cogliere le connessioni tra gli eventi, e quindi, per definizione, non sono persone intelligenti, ma istruite dal complesso militare-industriale statunitense, ben evidenziato dalla Lockheed Martin primo contraente del disastroso F-35, e guidate dalla ricchissima oligarchia drogata dal potere che pensa di possedere il mondo. In realtà, come testimoniano i recenti avvenimenti, perde quel mondo che pensa di controllare con la sua stupidità. Alcuni la chiamano legge delle conseguenze non intenzionali.

russia-iranF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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