La risposta nordcoreana alle minacce degli USA

Comunicato stampa del Viceministro degli Esteri della RPDC
KCNA, Pyongyang, 24 maggio 2018Choe Son Hui, Viceministro degli Esteri della Corea democratica rilasciava il seguente comunicato:
In un’intervista a Fox News del 21 maggio, il vicepresidente degli Stati Uniti Pence fece commenti sprezzanti e impudenti sulla Corea democratica destinata a finire come la Libia, l’opzione militare sulla Corea democratica mai esclusa e gli Stati Uniti che pretendono la denuclearizzazione completa, verificabile, irreversibile e subito. Come interessato agli affari degli Stati Uniti, non posso sopprimere la mia sorpresa per tali osservazioni ignoranti e stupide uscite dalla bocca del vicepresidente degli Stati Uniti. Se è vicepresidente dell'”unica superpotenza” come afferma, gli sarà opportuno conoscere anche un po’ dello stato attuale degli affari globali e percepire in una certa misura le tendenze al dialogo e il clima di distensione. Potremmo più che supporne l’incapacità politico cercando di confrontare la Corea democratica, Stato nucleare, alla Libia che semplicemente installò alcune attrezzature giocandoci. Subito dopo che il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Bolton fece osservazioni sconsiderate, il vicepresidente Pence di nuovo sputava assurdità sulla Corea democratica che avrebbe seguito i passi della Libia. Va notato, tuttavia, che non seguendo le orme della Libia, abbiamo pagato un prezzo pesante per costruire la nostra forza potente ed affidabile che può difenderci e salvaguardare pace e sicurezza nella penisola coreana e nella regione.
Alla luce delle osservazioni dei capi politici statunitensi, che non si sono ancora accorti di questa cruda realtà e confrontano la Corea democratica a una Libia che ha incontrato un tragico destino, ritengo che sappiano ben poco di noi. Prendendo in prestito le loro parole, possiamo anche far assaggiare agli Stati Uniti una tragedia spaventosa che non hanno né subito né immaginato finora. Prima di fare tali imprudenti osservazioni minacciose, senza sapere esattamente chi ha di fronte, Pence avrebbe dovuto considerare seriamente le terribili conseguenze delle sue parole. Sono gli Stati Uniti che hanno chiesto il dialogo, ma ingannano l’opinione pubblica dicendo che li avremmo invitati a parlare noi. Mi chiedo solo quale sia il motivo di tale mossa e cosa gli Stati Uniti pensavano di ottenere. Non supplicheremo gli Stati Uniti per avere un dialogo, né ci prenderemo la briga di persuaderli se non vogliono sedersi con noi. Se gli Stati Uniti c’incontreranno in una sala riunioni o alla resa dei conti dal nucleare al nucleare, dipenderò interamente dalla decisione e dal comportamento degli Stati Uniti. Nel caso in cui gli Stati Uniti offendono la nostra buona volontà e si aggrappino ad atti illeciti e oltraggiosi, suggerirò alla nostra leadership suprema la riconsiderazione del vertice RPDC-USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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10 tentativi di destabilizzare il governo venezuelano

Internationalist 360° 23 maggio 2018Mentre migliaia di persone si riunivano attorno al palazzo presidenziale di Miraflores per salutare la rielezione del Presidente Nicolás Maduro, settori dell’opposizione, Stati Uniti, Unione europea e destra latinoamericana lanciavano il prevedibile piano di destabilizzazione contro l’ultima elezione democratica del 20 maggio in Venezuela. Il popolo venezuelano, vittima di una delle più brutali guerre economiche degli ultimi tempi, paragonabile solo al blocco imposto a Cuba per più di 50 anni, rieleggeva Nicolás Maduro legittimo presidente con oltre sei milioni di voti. Nel frattempo, i “protettori della democrazia” nella regione e nel mondo riattivavano il programma ostile contro la Patria di Bolivar ignorando il messaggio chiaro emesso alle urne. Il governo venezuelano, abituato a questo tipo di azione da quando ha intrapreso un percorso diverso da quello dettato da Washington nel 1998, ancora una volta affronta un’ondata di interferenze negli affari interni.
Granma delinea dieci azioni destabilizzanti rese pubbliche nelle ultime 48 ore contro il governo legittimo di Nicolás Maduro.

1- NUOVE SANZIONI IMPOSTE DAGLI STATI UNITI
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava nuove sanzioni unilaterali contro il Venezuela, violando i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme del diritto internazionale. Tramite un ordine esecutivo, Trump proibiva a qualsiasi cittadino, istituzione o azienda statunitense di acquistare debiti o crediti dall’esecutivo venezuelano, compresi i derivati della compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela SA (PDVSA). Le autorità venezuelane condannavano tali misure illegali e illegittime volte ad espandere l’assedio economico e finanziario contro il Paese, minare il diritto all’autodeterminazione del popolo venezuelano e attaccarne il modello di sviluppo socioeconomico.

2- RIFIUTO DI RICONOSCERE LA VOLONTÀ POPOLARE
Secondo una dichiarazione rilasciata il 21 maggio, il Canada e tredici governi latinoamericani che formano il gruppo di Lima si rifiutavano di riconoscere i risultati delle elezioni. Tra gli argomenti a sostegno di tale posizione aggressiva c’è la presunta astensione dei venezuelani nelle elezioni. Tuttavia, i presidenti del Cile e della Colombia, membri del gruppo, furono eletti con un’affluenza inferiore a quella che vide rieletto Nicolás Maduro, e tuttavia non erano soggetti a tali accuse. Allo stesso modo, il Gruppo Lima comprende nazioni come il Brasile, dove un colpo di Stato parlamentare ha rimosso la presidentessa legittimamente eletta Dilma Rousseff, e Luiz Inácio Lula Da Silva, candidato più popolare delle elezioni nel gigante sudamericano, imprigionato ingiustamente. Nel frattempo, il presidente del Perù ha dovuto dimettersi per corruzione e le elezioni del 2017 in Honduras furono contrassegnate da frodi e corruzione.

3- ATTACCHI DIPLOMATICI
I governi di Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia, membri del Gruppo di Lima, hanno accettato di “ridurre” le relazioni diplomatiche col Venezuela, richiamando i loro ambasciatori a Caracas per consultazioni. Il Gruppo inoltre annunciata una risoluzione alla 48.ma Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) sulla situazione in Venezuela.

4- ATTACCHI dell’OAS
A febbraio, l’OAS approvava una risoluzione che chiedeva al governo venezuelano di annullare le elezioni presidenziali. Tale organizzazione era in prima linea negli attacchi internazionali che cercano d’isolare le nazioni della regione sottoposte a processi di cambiamento progressivo. Il Venezuela è l’obiettivo principale di tali attacchi, per via della leadership regionale in questo senso. Pertanto, l’OAS conduce una campagna interventista contro questa nazione, mentre ignora le situazioni scandalose di altri Paesi. Il segretario generale dell’OAS, Luis Almagro, ignorava la volontà democratica espressa dal popolo venezuelano e ribadiva che l’organizzazione non riconosce Nicolás Maduro legittimo presidente del Venezuela. Inoltre, assicurava che continuerà a “combattere per la fine della dittatura venezuelana” e di nuovo chiedeva “un governo di transizione”.

5- ESPANSIONE DEL BLOCCO ECONOMICO
Seguendo le istruzioni degli Stati Uniti, diversi Paesi dell’America Latina hanno dichiaravano di coordinare le azioni con le organizzazioni finanziarie internazionali per “cercare di non concedere prestiti al governo del Venezuela”, che affronta una grave crisi economica. Inoltre, notavano che intensificheranno ed espanderanno lo scambio di informazioni finanziarie per perfezionare le sanzioni contro la nazione sudamericana, tutte con l’obiettivo di rafforzare il blocco economico contro Caracas.

6- INCORAGGIARE LE CONTROVERSIE DI CONFINE
Una delle conseguenze della guerra economica e della crisi che il Venezuela subisce, promossa dall’estero, è l’aumento dei flussi migratori dal Paese verso le nazioni vicine. Anche se questo è un fenomeno comune nella storia dell’America Latina, e in passato il Venezuela accolse milioni di colombiani e altri migranti, ci sono tentativi di manipolare il problema per giustificare un conflitto. Colombia e Brasile hanno visto aumentare la presenza di truppe statunitensi, mentre il governo degli Stati Uniti dichiarava di non escludere una “opzione militare” nel caso del Venezuela.

7- L’UNIONE EUROPEA ADERISCE AGLI ATTACCHI
Contrariamente ai tentativi di mantenere una politica estera indipendente dagli Stati Uniti, l’Unione europea aderiva agli attacchi contro il governo venezuelano. Il blocco annunciato studia l’adozione di misure a seguito di presunte irregolarità nelle elezioni venezuelane. Secondo l’UE e in particolare la Spagna, le elezioni in Venezuela rivelavano “fondamentali deficienze democratiche” e “gravi irregolarità”, nonostante il fatto che più di 150 osservatori internazionali abbiano indicato validità e trasparenza dei risultati dalle urne.

8- BOICOTTAGGIO DELL’OPPOSIZIONE BOYCOTT
Prima che i risultati ufficiali venissero emessi dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), il candidato presidenziale Henri Falcón aveva già dichiarato che non avrebbe riconosciuto i risultati del processo elettorale. Falcón, che riceveva 1820552 voti, pari al 21,01%, seguiva la formula ampiamente utilizzata dalla destra per rifiutare i risultati alle urne, quando gli sono sfavorevoli. Nel frattempo, Javier Bertucci, candidato di Esperanza para el Cambio, che otteneva solo il 10,82% dei voti, aderiva alla campagna per indebolire i risultati, parlando di “violazioni della legge elettorale venezuelana”. Tuttavia, in seguito li accettava ma continuando a contestare le elezioni.

9- LA VIA DELLA VIOLENZA
Dopo essere stato rieletto Capo dello Stato, Maduro chiese dialogo e riconciliazione, proposte immediatamente respinte dalla coalizione dell’unità democratica dell’unità rotonda (MUD) e da altre forze di opposizione. La MUD, che non ha proposto un candidato alle elezioni presidenziali, sacrificava il proprio spazio politico nel Paese diversi mesi prima abbracciando gli appelli alla violenza, mentre piagnucolava di frodi molto prima che i risultati venissero annunciati, proprio come l’opposizione, escludendo qualsiasi possibilità di colloqui col governo Maduro. Estremamente screditata e divisa, la MUD, che non propone una propria agenda governativa ma piuttosto una serie di direttive dall’estero, ora fabbrica uno scenario per delegittimare le elezioni in cui ha deciso di non partecipare, consapevole della probabile sconfitta contro le forze chaviste.

10- MANIPOLAZIONE DEI MEDIA
Dalle foto utilizzate nei media internazionali, ai titoli scelti, la copertura delle elezioni in Venezuela era volta a minare la partecipazione dei cittadini e il loro sostegno maggioritario alla Rivoluzione Bolivariana. Allo stesso modo, la maggior parte dei mass media occidentali continua a echeggiare termini come “prigionieri politici”, quando il governo ha fornito innumerevoli prove sui processati per aver commesso crimini o incitato alle violenze, provocando centinaia di morti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare gli statunitensi in Siria

PressTVPressTV, 23 maggio 2018

Il 17 maggio un gruppo di soldati francesi diretti nella provincia di Hasaqah veniva arrestato dall’Esercito arabo siriano. La domanda ora è: in che modo l’arresto dei soldati francesi cambierà gli equilibri di potere in Siria?
Secondo il sito Mail.ru, 60 soldati francesi sarebbero stati arrestati a un checkpoint nel nord-est della Siria. Secondo Fars, il sito russo affermava che l’Esercito arabo siriano aveva catturato questo gruppo di soldati francesi, tra cui dei cecchini. “C’erano 60 cecchini francesi a bordo di un convoglio di 20 veicoli Toyota Cruiser 200 che attraversava il confine siriano dall’Iraq”. Il convoglio era diretto verso la provincia di Hasaqah. Si ritiene che l’incidente risalga al 1° maggio, e secondo il sito, “il convoglio si era diretto erroneamente verso un checkpoint dell’Esercito arabo siriano“. “Le forze siriane effettuarono un controllo dei veicoli scoprendo una grande quantità di armi collocate in scatole, oltre a dispositivi di localizzazione termica e a fucili“. Il comandante del gruppo, un francese, interrogato confessava di essere stato incaricato di recarsi ad Hasaqah coi suoi soldati per “sostenere le SDF (le forze democratiche siriane) nella guerra allo SIIL“. Secondo il sito, era la prima volta che l’Esercito arabo siriano trovava un gruppo di soldati francesi incaricati dalla NATO d’intervenire illegalmente sul suolo siriano. Informazioni concomitanti avevano precedentemente segnalato la presenza di forze francesi a Dayr al-Zur, dove scontri violenti si erano verificati tra le forze dell’Esercito arabo siriano e loro alleati da un lato e le SDF sostenute dagli Stati Uniti dall’altro. Muhamad Abu Adil, presidente del Consiglio militare di Manbij aveva precedentemente negato qualsiasi presenza francese, ma non aveva escluso un possibile dispiegamento della Francia nella città.
Aqram al-Shali del Centro siriano per la gestione delle crisi e la prevenzione delle guerre, dichiarava all’agenzia Sputnik che l’Esercito arabo siriano aveva già arrestato molti agenti dei servizi segreti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi arabi e Israele, senza contare i 300 soldati francesi recentemente arrestati. Secondo al-Shali, Damasco era sotto forte pressione per il rilascio dei militari stranieri detenuti, ma il governo siriano non cederà perché l’arresto di soldati stranieri gli darà un duplice vantaggio: gli occidentali non possono completare le loro missioni in Siria (l’ultimo attacco missilistico non causava danni significativi); in secondo luogo, è un vantaggio aggiuntivo nei negoziati con le forze straniere. Lo specialista siriano ritiene che la soluzione pacifica della crisi siriana sia inestricabilmente legata alla situazione sul campo di battaglia. “Al momento, gli aggressori continuano a cedere e a ritirarsi senza poter assaltare le postazioni dell’Esercito arabo siriano. Ecco perché il governo siriano avrà l’ultima parola e potrà imporsi ai negoziati“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il commercio tra Russia e Cina cresce, mentre gli USA rischiano la recessione

News Front, 24 05 2018

Il commercio bilaterale tra Russia e Cina è cresciuto costantemente e la tendenza positiva continuerà, secondo Xu Sitao, capo economista della società di consulenza Deloitte in Cina. Parlando a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2018), affermava che la Cina è diventata il più grande mercato d’esportazione per la Russia dal 2017, con circa il 12-13% delle esportazioni russe. Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa finora s’è dimostrata resiliente, secondo Xu Sitao, rilevando anche il forte rimbalzo dei prezzi del petrolio. “Come ho già detto, Russia e Cina sono complementari. La Cina si allontana dal carbone dell’energia sporca, quindi mi aspetto una maggiore collaborazione tra i nostri Paesi, sono piuttosto ottimista“. L’economista aveva anche detto che una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti si tradurrebbe in una sconfitta, il che significa che i responsabili delle politiche di entrambe le parti saranno probabilmente razionali. Questo è ciò che abbiamo visto nelle ultime due settimane, affermava aggiungendo “Penso che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti difficilmente finiranno”. “Davvero, per una sola ragione, l’economia statunitense affronta il rischio del surriscaldamento. Allo stesso tempo, la politica fiscale col taglio delle tasse potrebbe effettivamente portare a un deficit commerciale maggiore tra Stati Uniti e Cina”. Xu spiegava che se la Cina dovesse acquistare altri prodotti agricoli ed energia dagli Stati Uniti nei prossimi due anni per le pressioni dell’amministrazione Trump, “potremmo effettivamente vedere una riduzione di acquisti dai Paesi europei”. Ciò potrebbe effettivamente indurre l’UE ad adottare una politica ancora più indipendente nei confronti della Cina, aggiungeva. Alla domanda sulle previsioni economiche a breve termine, l’economista rispose: “Penso che la Cina sia sulla buona strada, e l’economia russa è in via di guarigione. L’economia statunitense in realtà non è forte… Entro il 2020 potremmo vedere la recessione negli Stati Uniti“.
Nel discorso intitolato “l’evoluzione dell’economia cinese e il suo impatto globale“, il Prof. Xu sosteneva che, nonostante il rallentamento economico, la Cina ha ancora una capacità di recupero sottovalutata grazie alla tendenza nell’aggiornamento dei consumi. In effetti, il boom del consumo e i potenziali investimenti privati sosterranno la crescita economica della Cina mentre continua a seguire riforme e politica delle porte aperte. A breve e medio termine, il problema più pressante che deve affrontare la trasformazione economica della Cina è il de-leveraging e le conseguenze, affermava il Prof. Xu. Da un lato, il governo centrale potrebbe ridurre i debiti societari crescenti delle SOE attraverso riforme e ristrutturazioni, trasformando i giganti statali in società per azioni, ecc. D’altro canto, i consumatori dovrebbero essere ulteriormente responsabilizzati attraverso controlli del capitale facilitati e tali potenti asset allocation potrebbero anche lentamente sgonfiare le bolle domestiche. La ragione principale del governo per introdurre controlli sui capitali è impedire rischi finanziari e potenziali shock sul mercato, risultanti da elevati deflussi di capitali. Il recente declino delle riserve estere della Cina non dovrebbe destare preoccupazioni perché il loro livello è più che adeguato a soddisfare la domanda di importazioni e a servire il debito estero.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’impero in gramaglie

Chroniques du Grand Jeu, 24 maggio 2018In preda al panico, sarà almeno Washington. Per l’impero, è un nuovo 2016 che ricomincia…
L’Eurasia è inesorabilmente vicina, incoraggiata dalle posizioni statunitensi. Un accordo preliminare per la creazione di una zona di libero scambio è stato siglato tra Unione economica eurasiatica (UEE) ed Iran, ammorbidendo le sanzioni statunitensi. Inutile dire che gli scambi non saranno in dollari ma in rubli. È interessante notare che la firma avveniva pochi giorni dopo la decisione unilaterale di Donaldinho sul nucleare iraniano. Questo è ancora un altro esempio dell’abilità di Vladimirovitch: senza rumore, senza scosse, prendere una decisione di grande aiuto ad un alleato liberando dagli effetti dell’agitazione imperiale. Da parte loro, dopo due anni di negoziati, i cinesi firmavano con la stessa UEE un accordo economico e commerciale che entrerà in vigore il prossimo anno, collegando le nuove Vie della Seta, che già acquistano importanza anche se il progetto faraonico è appena iniziato. Il commercio tra i Paesi interessati, Cina, Russia, India, Asia centrale, è aumentato considerevolmente, non sempre nel senso che si ritiene altrove. Così, le importazioni del dragone sono aumentate del 20% (666 miliardi di dollari) mentre le esportazioni dell’8,5% (774 miliardi). Eravamo piuttosto abituati al contrario…
Dopo una visita vantaggiosa in Cina a fine aprile, dove le dispute di confine sul Bhutan non venivamo affrontate pubblicamente, il Primo ministro indiano Modi si recava a Sochi per incontrare Putin “rafforzando la speciale relazione strategica” tra Mosca e Nuova Delhi. Tra gli altri argomenti discussi, la cooperazione militare (S-400, Sukhoj…) Tutto questo bel mondo s’incontrerà a Qingdao il prossimo mese non per bere la deliziosa birra locale, ma per inaugurare il nuovo formato della Shanghai Cooperation Organization, struttura in crescita con India e Pakistan che ne fanno pienamente parte; l’OCS ospita la metà della popolazione mondiale, coi due Paesi più popolosi del pianeta, copre quasi 40 milioni di chilometri quadrati, ha quattro potenze nucleari e beneficia delle risorse energetiche favolose di Russia ed Asia centrale. L’ospite già svelava uno dei temi principali, portando avanti il concetto di “sicurezza comune, completa, cooperativa e sostenibile” e promuovendo un “modello di gestione della sicurezza che risolve sintomi e cause nel guidando la cooperazione della SCO sulla sicurezza verso un nuovo livello“. Se l’impero marittimo degli Stati Uniti non può più sprofondare il continente nel fuoco e sangue per tenerlo diviso, dove va allora?… L’integrazione eurasiatica sembra inarrestabile, non sorprendendo i lettori fedeli delle nostre cronache. Ciò senza contare l’errore strategico imperialista di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano. Se la decisione ha una sua logica, favorire gli ultimi clienti dell’egemonia in declino: Arabia Saudita e Israele, è probabile che sarà catastrofico per Washington. Il vero obiettivo di Barack firmando l’accordo del 2015 non era né pacifico né nobile; era rendere i leader iraniani malleabili alle concessioni (a lasciare la Siria o smettere di sostenere Hezbollah, per esempio), e soprattutto allontanarli dalla coppia sino-russa. La decisione e le sanzioni donaldiane che ne derivano spingono invece Teheran tra le braccia dell’Eurasia. L’alleanza naturale Russia-Cina-Iran uscirà rafforzata e Spykman dovrà rivoltarsi nella tomba…
Mosca e Teheran, che non commerciano più in dollari, continueranno a commerciare come se nulla fosse accaduto. E l’accordo che Putin voleva tra UEE e Iran lo dimostra. Per chiarire che le relazioni commerciali sino-iraniane continueranno anche contro ogni previsione, Pechino apriva una linea ferroviaria merci di 8000 km collegando i due Paesi e il jolly cinese dell’energia, CNPC, già pronto a sostituire Total nel giacimento di gas South Pars. Da cui la reazione da bimbominchia di Micron non sorprende, data la storia del personaggio: “Le conseguenze indirette della decisione statunitense favoriranno le posizioni di Russia e Cina nella regione e le loro imprese. Ma non inizieremo una guerra commerciale cogli Stati Uniti sull’Iran o contro compagnie statunitensi contrarie“. Era eccitato dalle carezze da Donald durante il soggiorno alla Casa Bianca? La sottomissione dell’occupante dell’Eliseo contrasta in ogni caso con la combattività tedesca, già visibile a proposito del Nord Stream II. L’eurocrazia attraverserà il Rubicone e abbandonerà il dollaro nelle transazioni petrolifere coll’Iran? Conoscendo l’impotente cricca di Bruxelles, nulla è meno certo… Ma tale relazione ha almeno il merito di rafforzare la sfiducia nei confronti del biglietto verde e mettere a repentaglio il petrodollaro su cui l’impero basa il proprio potere. I cinesi non chiedevano tanto, vi si preparavano da tempo e lanciavano a fine marzo con la fanfara i loro contratti futures sul petrolio denominati in yuan: “Gli ultimi sviluppi non faranno altro che aumentare l’attrattiva del petrolio, che Pechino incoraggia vivamente. Anche se la strada è ancora relativamente lunga prima di vedere superare il petrodollaro, è una minaccia mortale all’impero. Soprattutto da quando, evento cruciale completamente ignorato, il pagamento degli interessi del debito USA per la prima volta nella storia supera il budget militare. È grazie all’utilizzo globale del dollaro, in particolare del petrodollaro, che gli Stati Uniti finanziano il proprio debito dal 1944, come si ricordava tre anni fa: “Mentre la polvere degli sbarchi in Normandia era appena caduta e la guerra contro la Germania tutt’altro che finita, gli Stati Uniti riunirono una quarantina di Paesi a Bretton Woods per prepararsi al futuro dominio. A differenza della Prima guerra mondiale, l’intervento nella Seconda guerra mondiale non fu facile. Fu deciso che si sarebbero interessati agli affari mondiale. E per tale Paese immerso nell’ideologia messianica, convinto di essere “la nazione indispensabile”, s’interessava al mondo per dominarlo. Il 22 luglio 1944, i delegati non firmarono né più né meno che il dominio universale del dollaro per i prossimi decenni, organizzando il sistema monetario internazionale sul biglietto verde. Tra le novità, un Fondo Monetario Internazionale e una Banca Mondiale che concedevano prestiti solo in dollari, costringendo così i Paesi candidati ad acquistare valuta statunitense, quindi indirettamente a finanziare gli Stati Uniti. Il dollaro era la pietra angolare dell’intero sistema, intermediario unico e indispensabile per richiedere un prestito, comprare oro e acquistare petrolio (petrodollari dal 1973). De Gaulle già si oppose all’incredibile capacità degli USA di “entrare nel debito liberamente”, così finanziando il dominio sugli altri. Giscard, che non aveva nulla di marxista antimperialista, parlava di “privilegio esorbitante”. Nixon rispose: “nostra moneta, vostro problema”. Sebbene non sia possibile riassumere le cause del dominio post-bellica statunitense col solo status della loro valuta, svolse un ruolo cruciale. Questo è ciò che Washington perde...”
Per molti, la fine del dollaro è ormai inevitabile, trascinandosi l’impero. Solo la data solleva domande e i cinesi potrebbero dire la loro accelerando il processo. Lasciate che convincano, come cercano di fare da mesi, i sauditi a “cambiare” il petrodollaro col petroyuan, come immaginato nel 2015, e l’edificio imperiale crollerà. A proposito, poniamo una domanda audace che, precisiamo immediatamente, non si basa su nient’altro che una vaga intuizione personale: esiste una possibile relazione con l’improvvisa scomparsa del liderissimo di Riyadh, il principe ereditario MBS, assente da diverse settimane? Fine della nostra piccola parentesi/ipotesi.
Il grande movimento di dedollarizzazione che inizia a toccare il pianeta va paragonato alla scommessa dell’oro prodotto dal, chi altro?, duo infernale sino-russo che ha accumula metallo prezioso da anni. Obiettivo: creare un solido sistema finanziario basato sull’oro e distruggere il dominio del dollaro e di altre valute cartacee dei Paesi occidentali indebitati fino al collo. Già, Pechino e Mosca vanno d’accordo come ladri in fiera: “In effetti, il matrimonio d’oro è abbastanza avanzato. La Cina paga in yuan il petrolio russo che importa. Con questi yuan, Mosca si precipita… a Shanghai per comprare oro! Circuito da cui il dollaro è totalmente assente”. Ci sarà presto lo scambio diretto petrolio-oro? Andiamo avanti. Si diffonderà questo sistema parallelo? Questo è ciò che pian piano ma sicuramente preparano BRICS, OCS, banche cinesi, alleati (Venezuela ecc.) e non è certo la frenesia statunitense a colpire tutto ciò che si muove, specialmente l’Iran, che darà fiducia al sistema finanziario imperiale; al contrario. La Turchia annunciava ad aprile il rimpatrio delle riserve auree negli Stati Uniti, durante un discorso piuttosto duro di Erdogan. Il sultano criticava aspramente l’oppressione del biglietto verde e voleva che i prestiti fossero basati sull’oro. Pochi giorni fa, si gettava contro l’impero sostenendo apertamente Maduro, lo zimbello di Washington in Venezuela. Sembra che la Turchia sia un membro della NATO…Traduzione di Alessandro Lattanzio