Turchia, è ancora presto per festeggiare!

Andre Vltchek, Global Research, 19 agosto 2016

Molti vorrebbero che accada, vedere la Turchia lasciare la NATO, rompendo la dipendenza psicologica, politica ed economica dall’occidente. Ora che Recep Tayyip Erdogan e i suoi alleati litigano con Stati Uniti ed Unione europea, vi è ad un tratto la grossa speranza che la Turchia possa completamente ripensare la propria posizione nel mondo, rafforzare i legami con Russia e Cina, rinnovare la storica amicizia con il Presidente siriano Bashar al-Assad, migliorare i rapporti con l’Iran ed aderire alla sempre più potente alleanza antimperialista. Questo potrebbe realmente accadere, così improvvisamente ed inaspettatamente? Se solo la Turchia aderisse ai BRICS, lasciasse la NATO e lottasse contro l’abbraccio mortale con l’occidente, il mondo intero cambierebbe!Turkey's Prime Minister Tayyip Erdogan arrives at the cabinet meeting in AnkaraMolti intorno a me già festeggiano, ma non aderisco, ancora aspetto. Conosco bene la Turchia, ho lavorato a stretto contatto con i turchi per più di 20 anni. Cinque dei miei libri vi sono stati tradotti e pubblicati, e ad Istanbul sono apparso in innumerevoli talk show. E onestamente: più conosco la Turchia, meno la capisco! È uno dei Paesi più complessi sulla Terra. La Turchia è imprevedibile, piena di contraddizioni ed alleanze mutevoli. Niente è veramente ciò che appare in superficie. Ed anche sotto la superficie, le correnti spesso si confondono, separano ed addirittura invertono corso. Per scrivere sulla Turchia, in modo corretto e approfondito, si deve correre in mezzo a un campo minato. Alla fine, si sbaglia sempre! Scontentu una quantità enorme di turchi, non importa cosa dici, soprattutto perché non sembra esserci alcuna semplice verità oggettiva. E i ‘vari campi’ sono in disaccordo tra essi, in modo fondamentalmente e appassionato. Perciò mi sorprende quanti analisti stranieri improvvisamente osino tranciare giudizi (spesso paternalistici) sui recenti eventi in Turchia. Come ne sembrano certi! Molte persone che non conoscono bene la Turchia ora festeggiano. Tutto gli sembra chiaro: “Il presidente turco ha cambiato corso e ha deciso di scusarsi con la Russia per avere abbattuto il suo aviogetto al confine Siria/Turchia. Poi l’occidente ha orchestrato un colpo di Stato militare mortale. Erdogan ha detto: “il troppo è troppo”, denunciando il complotto e recandosi a San Pietroburgo per abbracciare il Presidente Putin e la Russia”. Vorrei che fosse così semplice. Vorrei potermi unire alla festa! Invece, mi sono seduto davanti al mio computer per scrivere questo saggio sulla Turchia, un Paese che amo, ma che da tanti anni non riesco a comprendere.
Incontrai Recep Tayyip Erdogan presso la sede ad Istanbul del suo (allora) partito, Refah Partisi, RP, quando era sindaco della prima città turca. Era la fine degli anni ’90 e in quel periodo ero impegnato a cercare di non farmi ammazzare mentre seguivo la ‘guerra jugoslava’, muovendomi tra Sarajevo, Pale, Belgrado e il fronte. Mentre la maggior parte dei miei colleghi viaggiava in treno da Vienna (non c’erano voli e gli stranieri non erano autorizzati a venire in auto) prendendo una pausa, optavo sempre per Istanbul, salendo su treni lenti per la Bulgaria ed Edirne. Sentivo che dovevo conoscere e capire l’impero ottomano, se veramente volevo capire i Balcani. In quei giorni, Erdogan terrorizzava la classe medio-alta filo-occidentale e secolare di Istanbul. Apparteneva ad un partito islamista in una città che da sempre guardava all’Europa. Ma alla fine introdusse alcune riforme sociali radicali e migliorò notevolmente infrastrutture, sistema di riciclaggio dei rifiuti, mezzi di trasporto. Gli abitanti l’hanno sempre approvato. Volevo parlargli, sentire cosa aveva da dire, ed accettò. Invece di un fanatico religioso, trovai un grande politico pragmatico ed egocentrico, un populista.
Parli turco?” Mi chiese invece di salutarmi.
Non bene“, risposi. “Solo poche parole
Vedi!” Gridò, trionfante. “Il vostro turco fa schifo, ma riesce a pronunciare il nome del mio partito, Refah Partisi, perfettamente, senza alcun accento! Non è già la prova di quanto sia importante, quanto siamo indispensabili?” Non ne ero sicuro… cercavo di capire, di seguire la sua logica. Devo ammettere che mi sentivo più a mio agio in una trincea in Jugoslavia, che lì, ad Istanbul, di fronte a quest’uomo prepotente che apertamente navigava nel proprio grande ego. Ma continuava ad ‘impartire’. E il popolo turco, molti di essi, lo votarono finché nel 2003 divenne primo ministro, e nel 2014, presidente della Turchia.
Islamista o no, dal 2003 Erdogan non fu respinto dall’occidente; era il leader de facto del Paese, membro leale e coerente dell’alleanza occidentale più potente, la NATO, e non fece nulla per romperne i legami. Periodicamente, la Turchia ebbe dei litigi minori con l’occidente, i suoi partner e Stati “clienti”, ma niente che mettesse davvero a rischio l’alleanza. Dall’incursione mortale su una nave turca diretta a Gaza, nel 2010, Erdogan affronta Israele, ma solo verbalmente. I legami militari non sono stati recisi: per esempio, la Turchia non ha impedito l’addestramento di piloti da caccia israeliani sul suo aeroporto militare presso Konya. Ci sono troppe contraddizioni? Sicuramente!
5553527276cumhurbakanyemek In Turchia, in realtà, è estremamente difficile capire ‘chi è chi?’ I giuramenti cambiano e le posizioni di individui e organizzazioni mutano continuamente. Durante una visita in Turchia come segretaria di Stato, Hillary Clinton avrebbe chiesto al governo turco di chiudere Aydinlik Gazetesi, un importante giornale socialista e nazionalista. In diverse occasioni, Aydinlik m’intervistò. Ed io intervistai il suo capo redattore e altri membri dello staff. Lavorai a stretto contatto con la sua stazione televisiva, Ulusal Kanal, base di uno dei più prolifici documentaristi turchi (e mio amico) Serkan Koc. Serkan e i suoi compagni mi aiutarono molto nei miei documentari per la stazione televisiva TV sudamericana Telesur: sulla rivolta di Gezi Park ad Istanbul, nel 2013, e sullo SIIL addestrato e sostenuto nei campi per “rifugiati” al confine con la Siria, vicino la città di Hatay. Mi fu spiegato come i terroristi venivano addestrati nel campo profughi di Apaydin, così come in una nota struttura della NATO vicino la città di Adana, la base aerea di Incirlik. In tre occasioni riuscì a filmare e fotografare le strutture, rischiando la vita. Ma facendo domande all’estrema sinistra turca, in particolare ai comunisti, su Aydinlik e Ulusal Kanal, le risposte che ebbi erano tutt’altro che unanimi! E chiedendo ad Aydinlik della situazione del popolo curdo e del PKK, ricevevo risposte sprezzanti, o quantomeno estremamente critiche. Naturalmente la maggior parte dei kemalisti, e quasi tutti i nazionalisti, sono contro la lotta per l’indipendenza curda o anche a qualche forma di autonomia. Credono che ci debba essere un forte, laico Stato turco, punto e basta, e che il PKK sia solo un gruppo terroristico. Dall’altra parte, molti comunisti turchi abbracciano la causa curda, e sono molto critici verso i nazionalisti e i loro media. Ma dove sta il PKK politicamente? Beh, tutto dipende a chi lo si chiede! Alcuni dicono che sia il movimento nazionalista curdo indiscutibilmente ‘di sinistra’. Altri sono decisamente in disaccordo, definendolo apertamente ‘quinta colonna’ e anche emanazione della CIA. Ma la “questione curda” non è l’unica su cui quasi nessuno in Turchia sembra d’accordo. Si chieda del genocidio armeno, e capirete subito che vi siete lanciati in mezzo (il già summenzionato) campo minato. Anche la maggior parte della sinistra turca respingerà decisamente la definizione di “genocidio”. Perdereste in una sola notte gli amici semplicemente presentando le “questioni” curde e armene in una conversazione.
Confusi? Non solo, è assai peggio. Se vi recavate, prima del 2014, nella prigione di Silviri, a 80 chilometri da Istanbul, sulla riva europea, avreste capito cos’è la vera confusione! Questo impianto ad alta sicurezza ospitava centinaia di generali ed alti ufficiali turchi, così come intellettuali e attivisti. Tutti a causa della cosiddetta Operazione Testa di Martello (in turco: Balyoz Harekatì), un presunto fallito colpo di Stato militare e laicista del 2003. Ma chi erano i generali, e cosa c’era realmente dietro il loro arresto? Incontrai le famiglie di alcuni di loro, e ne filmai le testimonianze. Molti erano fortemente contrari ad Erdogan e al suo partito AKP. Alcuni credevano nell'”eurasiatismo” turco, mentre altri (anche se pochissimi e non sempre apertamente) erano contrari all’ingresso della Turchia nella NATO. Qualunque cosa si trattasse, il governo trovò i generali e i loro alleati ‘scomodi’, perfino pericolosi. Il processo contro di loro fu molto probabilmente fabbricato e venne pesantemente criticato in patria e all’estero. Ma c’era un forte sostenitore, il movimento Cemaat, movimento islamico guidato dal religioso in esilio e (quindi) stretto alleato dell’AKP, Fethullah Gulen! Non a caso, dopo che AKP e Gulen si scontrarono nel 2014, gli imputati furono scarcerati e il 31 marzo 2015 furono assolti tutti i 236 sospetti. E ora il presidente Erdogan accusa Fethullah Gulen di essere dietro l’ultimo, sanguinoso colpo di Stato abortito, chiedendone l’estradizione dagli Stati Uniti! Quanto rapidamente e radicalmente cambiano le cose in questo Paese! Per rendere il tutto ancora più complicato, i colleghi di sinistra turchi, giornalisti investigativi, mi chiesero già nel 2012 di aiutarli ad indagare sulle attività del movimento Cemaat in generale e su Fethullah Gulen in particolare, in Africa (dov’ero allora), soprattutto in connessione alla costruzione di scuole che diffondono ogni forma pericolosa d’insegnamento settario. In quei giorni, Fethullah Gulen veniva ancora visto in Turchia come stretto alleato di Stati Uniti ed AKP! Ad un certo punto, il ‘neo-ottomanesimo’ dell’AKP esplose, per quanto all’occidente interessasse, ma nel complesso la Turchia persisteva a sostenere l’occidente e la sua politica imperialista nella regione. E ultimamente, il principale alleato dell’AKP (e suo attuale arcinemico), Fethullah Gulen, rientrava nel ‘giusto corso’.
Il mio amico, Yigit Gunay, autore, storico e giornalista istruitosi a Cuba, spiegava diversi mesi prima dell’ultimo colpo di Stato: “La politica viene chiamata neo-ottomanismo. L’idea era che il governo dell’AKP, o della Turchia, avrebbe agito da agente dell’imperialismo occidentale nella regione, e come tale avrebbe espanso la propria influenza nelle regioni che hai appena indicato. In quei giorni c’era anche il movimento di Gulen negli Stati Uniti. Oggi il governo e il movimento sono nemici, ma allora erano alleati. Il movimento di Gulen era particolarmente attivo in Africa, perché il loro principale vanto era aprirvi scuole e università, ed avevano una quantità enorme di denaro. Lessi un rapporto secondo cui nel 2013 il movimento aveva circa 130 “scuole paritarie”, solo negli Stati Uniti… E se avete scuole paritarie, avete milioni di dollari dai contribuenti degli Stati Uniti. Sono anche molto ben organizzati; hanno grandi imprese e sono ricchi, ed usano questa ricchezza per aumentare la loro influenza. In pratica, quando la primavera araba iniziò, l’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan e l’AKP erano molto scettici. Non capivano cosa realmente stesse succedendo finché gli statunitensi non glielo dissero… “Non preoccupatevi: siamo noi che la facciamo…” Ci fu un momento in cui gli aviogetti della NATO cominciarono a bombardare la Libia, ed Erdogan fece un discorso dove fondamentalmente disse: “Che cazzo fa la NATO bombardando la Libia?” E due giorni dopo la Turchia aderì all’operazione. Gli statunitensi gli dissero: “Sei un idiota? Non vedi cosa succede?” E lui subito cambiò idea. Ma l’idea principale dietro tutto questo era: la primavera araba è fondamentalmente pro-AKP. Era il cosiddetto “cambio di regime” in tutta la regione. I nuovi regimi erano prevalentemente islamisti e così l’AKP poteva guadagnarvi influenza interna“. Tutto ciò che ho scritto illustra soltanto la complessità del labirinto politico turco. Non c’è quasi nulla di coerente; le sabbie mobili vengono in mente come metafora più adatta.
turchia-160715215004 Ora, dove va la Turchia in realtà? È davvero possibile che possa finalmente volgere ad est? Naturalmente vi sono grandi speranze! Naturalmente tali speranze potrebbero, almeno in parte, essere giustificate. Ma io sono prudente e non sono ancora pronto a festeggiare. L’occidente è perfettamente consapevole del fatto che “perdere la Turchia” sarebbe un potente colpo ai propri interessi geopolitici, ovvero ai suoi piani imperialisti totalitari. È assai improbabile che molli facilmente e pacificamente tale enorme Paese dalla posizione geografica tra le più strategiche sulla Terra. Se il presidente turco non cede all’occidente, se con decisione fa uscire il Paese dalla NATO, se chiude la base aerea di Incirlik (con le sue 50 testate nucleari) e soprattutto condivide le strutture militari turche con i russi, l’occidente sicuramente userà la forza, anche brutalmente. Cosa offrirebbe il ‘menu’ questa volta: un tentato assassinio, un altro colpo di Stato o qualche provocazione dall’estero? Non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo: ci sarebbe uno spaventoso bagno di sangue. E da che parte starebbero gli intellettuali turchi: tutti quei giornalisti, artisti e accademici famosi? Spesso molto coraggiosi (Chomsky e io li abbiamo chiamati, nel nostro libro, ‘tra i più coraggiosi della Terra’), ma dove sono le loro alleanze politiche reali? Alcuni sono socialisti puri, anche marxisti, ma sicuramente non tutti. Molti in realtà guardano all’occidente: Parigi, Londra, New York e Berlino. Uno dei miei editori turchi ed amico, ora defunto, il famoso chimico, fisico e biofisico molecolare turco Oktay Sinanoglu (spesso chiamato l'”Einstein turco”), era uno dei critici più espliciti dell’imperialismo occidentale. Ma era anche, da molti anni, professore alla Yale University, ed i suoi ultimi anni li spese nella sua spiaggia in Florida. Il suo amore per la Turchia era, per i miei gusti, troppo “lontano”, troppo “platonico”. Gli intellettuali turchi non sono nemmeno d’accordo sugli scrittori da ammirare. Due dei più famosi romanzieri turchi contemporanei, il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk ed Elif Shafak, sono visti da molti come solo mediocri letterati completamente venduti all’occidente ritraendo la Turchia come la vedono i loro editori e lettori stranieri. Molti giovani istruiti turchi ultimamente vanno in America Latina, a conoscere le nuove tendenze rivoluzionarie, i suoi governi e movimenti. Altri vanno in Asia. Per esempio, gli intellettuali di Istanbul sono molto più cosmopoliti dei loro omologhi eurocentrici ed incredibilmente provinciali di Atene. Ma laicismo e liberalismo europei sono ancora il punto di riferimento principale e anche l’obiettivo della maggior parte dei turchi urbanizzati. Possono essere ‘contro la NATO’ e ‘contro la politica estera degli USA’, ma spesso sono incerti per cosa essere. Sosterrebbero il governo se decidesse di cacciare la NATO e abbracciare Russia e Cina, invece? Vorrebbero che la Turchia aderisse ai BRICS? Erdogan è un sagace politico pragmatico. Sa tutto di traffici e ‘scambi’. Sa quanto il suo Paese conta, per l’occidente e il suo imperialismo, e per chi vi si oppone! La sua popolarità in patria è in forte aumento, raggiungendo quasi il 70%. Ha un chiaro ‘mandato morale’, quando critica l’occidente per il sostegno (o anche l’innesco) del colpo di Stato, o almeno per non aver fatto nulla per proteggere il ‘governo legittimo’ turco in un momento di grave crisi. E l’occidente prende sul serio le sue minacce, per la prima volta! Data l’esperienza passata, Erdogan può ora contrattare in modo estremamente duro con Washington, Berlino e le altre capitali occidentali. Il recente ‘passo verso Est’ potrebbe essere solo un bluff estremamente efficace. Obama e Putin lo sanno. Perciò i funzionari statunitensi non sono realmente ‘preoccupati’ dalle armi nucleari immagazzinate in Turchia. Ecco perché Putin è stato molto gentile, accogliendo Erdogan a San Pietroburgo; gentile ma non altro.
Tutti attendono la prossima mossa della Turchia. Ed Erdogan potrebbe usare il tempo per farne una. Il tempo è dalla sua, può mettere il campo imperialista ed anti-imperialista l’uno contro l’altro. Basta che funzioni! Russia e Cina (oltre che essere dalla parte giusta della storia) possono offrire molto in pratica: la nuova via della seta dall’Oceano Pacifico ad Istanbul, con collegamenti ferroviari ad alta velocità, corridoi IT, oleodotti ed anche il rinnovamento totale del travagliata industria energetica turco, solo per citare alcune “chicche”. La Turchia si aspetta che l’occidente offra di più, molto di più, per battere l’Est. Purtroppo, sembra che tutto questo non abbia nulla a che fare con l’ideologia, o anche con il semplice ‘giusto e sbagliato’, è solo freddo pragmatismo e calcoli pratici. Ma come ho scritto all’inizio del saggio: ancora non credo di aver davvero capito la Turchia! E anche alcuni dei miei compagni turchi ora mi scrivono dicendo che non riescono a capirlo, neanche loro! Tutto può cambiare. Le persone possono cambiare. Il padre pragmatico della moderna Turchia, Mustafa Kemal Ataturk, fu un vero nazionalista turco ma fortemente influenzato dal ‘laicismo occidentale’. Inoltre, per mantenere la sua nazione forte, unita ed indipendente dovette combattere le potenze occidentali ed accettare grandi aiuti militari ed economici dall’Unione Sovietica. Il presidente della Turchia ha ormai in mano il futuro della regione e del mondo, ne è ben consapevole. Può fare la storia con una firma. Nel caso in cui faccia la decisione giusta, tengo una bottiglia di buon champagne nel frigo, bello freddo e pronto ad essere stappato in ogni momento. Spero; spero davvero che presto ci sia l’occasione per spararne il tappo sul soffitto!rte_0Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

George Soros e la distruzione dell’Ucraina

Alex Christoforou, The Duran 20/8/2016

Potere e controllo di George Soros sull’Ucraina di Majdan vanno oltre ogni immaginazione.
poroshenkosorosNotammo in un precedente post quanto sia importante l’Ucraina per George Soros, con documenti di DCLeaks che mostrano Soros e la sua ONG Open Society ungere media e politici greci per imporre i vantaggi del loro colpo di Stato in Ucraina alla società greca filo-russa. Ora altri documenti, una tranche di 2500 di quelli trapelati, mostrano l’immenso potere e controllo che Soros aveva sull’Ucraina immediatamente dopo il golpe di Majdan. Soros e i suoi capi delle ONG organizzarono riunioni dettagliati e con quasi tutti gli attori coinvolti nel colpo di Stato… dall’ambasciatore degli USA Geoffrey Pyatt ai ministri di esteri, giustizia, sanità e istruzione dell’Ucraina. L’unica persona ignorata era Victoria Nuland, anche se sicuramente nelle minute delle riunioni apparirà un giorno. I piani per sovvertire e minare influenza e legami culturali russi con l’Ucraina sono al centro di ogni conversazione. Hard power e soft power di USA e UE sono fondamentali per avvicinare l’Ucraina al modello neo-liberale che Soros spaccia e piegare economicamente la Russia. L’ONG di Soros, International Renaissance Foundation (IRF), svolge un ruolo chiave nella formazione della “Nuova Ucraina”… termine che Soros usa quando parla del suo piano per l’Ucraina. In un documento intitolato “Colazione con l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt”, George Soros, (GS), discute del futuro dell’Ucraina con: Geoffrey Pyatt (ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina); David Meale (consigliere economico all’ambasciatore); Lenny Benardo (OSF); Evgenij Bistritskij (direttore esecutivo, IRF); Aleksandr Sushko (consigliere, IRF); Ivan Krastev (presidente del Centro di Studi Liberali); Sabine Freizer (OSF); Deff Barton (direttore USAID Ucraina). L’incontro avvenne il 31 marzo 2014, pochi mesi dopo il colpo di Stato di Majdan, e qualche settimana prima che la guerra civile scoppiasse, quando le forze ucraine attaccarono il Donbas. Nel corso della riunione, l’ambasciatore Pyatt delineava l’obiettivo generale della guerra mediatica contro Putin, a cui GS era più che felice di assistere.
soros-poroshencoAmbasciatore: Il problema a breve termine che va affrontato è diffondere il messaggio del governo attraverso strumenti mediatici professionali, soprattutto in considerazione delle campagne diffamatorie professionali di Putin.
GS: Accordo sul problema delle comunicazioni strategiche, aiutare nelle PR professionali il governo ucraino sarebbe molto utile. Dare la supervisione al Crisis Media Center istituito dall’IRF e necessità di ulteriori interviste a Jatsenjuk da indirizzare direttamente a giornalisti e pubblico attualmente critici sulle sue decisioni”.
Pyatt sosteneva di decentrare il potere nella nuova Ucraina, senza volgersi verso la raccomandazione di Lavrov per un’Ucraina federale. GS osservava che il federalismo permetterebbe alla Russia di controllare le regioni orientali dell’Ucraina, a cui si oppone rigorosamente.
Ambasciatore: Lavrov sostiene la riforma costituzionale e il concetto di federalismo in Russia. Il governo degli USA ha ribadito che non negozierà sulla testa degli ucraini sulla riforma costituzionale e che l’Ucraina deve deciderlo da sola. Osservava che ci sono modelli per la devoluzione che possono essere utilizzati in questo contesto, ma che la questione sarà capire come decentrare senza l’immissione dell’agenda russa.
GS: il piano di federalizzazione avanzata da Putin a Merkel e Obama si tradurrebbe nella Russia che aumenta la propria influenza e il controllo de facto sulle regioni orientali. Osservava che Lavrov ha chiare istruzioni da Putin nel sostenere la federalizzazione.
Ambasciatore: il segretario Kerry sarebbe interessato a sentire direttamente le opinioni di GS sulla situazione, al rientro dal suo viaggio.
SF: Non vi è alcun modello positivo di federalismo nella regione, anche i modelli di decentramento sono scarsi perché il concetto non è molto comune. Le istituzioni necessarie per il decentramento non esistono ancora e devono essere costruite.
YB: L’Ucraina dovrebbe perseguire una politica di decentramento sul modello polacco, e IRF ha finanziato lo sviluppo seguendo questo modello e gli interessati sono ora consulenti del governo sul tema. È anche importante incoraggiare il Consiglio costituzionale creato dal governo ad essere più aperto e coinvolgere esperti indipendenti.
Ambasciatore: la questione delle riforme costituzionali è la questione più urgente per l’Ucraina, vi è la necessità di decentrare per portare la democrazia al livello locale e spezzare la corruzione sistemica che deriva dall’autorità di Kiev sui governi locali.
Ambasciatore: la propaganda russa dice ai residenti di Kharkov e Donbas che il governo in Ucraina occidentale cerca di portargli via risorse e diritti col decentramento, alimentando la linea di Lavrov che il governo ucraino sia disfunzionale e fallimentare per lo Stato unitario, rendendo necessaria la federalizzazione”.
I partecipanti non smettevano di fissarsi su Russia e Putin durante l’incontro. Il piano ucraino sembra più volto a aggredire la Russia che a salvare un Paese sull’orlo del baratro. L’ambasciatore degli Stati Uniti Pyatt cedeva il pieno controllo a GS, e all’improvviso gli chiese, “cosa l’USG dovrebbe fare e ciò che fa“. La risposta di GS è stupefacente, “Obama è troppo morbido con Putin“…
original_bigAmbasciatore: chiesto a GS delle critiche alla politica degli Stati Uniti e cosa pensa l’USG debba fare.
GS: Invierà all’ambasciatore Pyatt copie di corrispondenze ad altri e l’articolo per il New York Review of Books “Obama è troppo morbido con Putin”, e vi è la necessità d’imporre potenti sanzioni intelligenti, osservando la necessità di dividere il lavoro tra Stati Uniti ed Unione europea con gli Stati Uniti nel ruolo di poliziotto cattivo. L’USG dovrebbe imporre sanzioni alla Russia per 90 giorni o fin quando il governo russo riconoscerà i risultati delle elezioni presidenziali. Osservava che era più preoccupato dalla giustizia e dalle purghe.
Ambasciatore: L’USG organizzerà conferenze con gli inglesi a fine aprile sui reati finanziari, riunendo funzionari e rappresentanti della comunità internazionale, dai vertici governativi, per discutere dove su dove sia finito il denaro. Sottolineava le sue preoccupazioni sull’implosione completa del Partito delle Regioni e ne parlerà a IRI e NDI per aiutarli a ricostruire il partito dell’era post-Janukovich”.
L’ambasciatore degli Stati Uniti Pyatt decide di togliere Tymoshenko dalla Nuova Ucraina. È stata utile alla scopo come povera e malata prigioniera politica quando Janukovich era al potere, dicendo che “Tymoshenko è legata solo a cose indegne“…
Ambasciatore: Personalmente la prima necessità dell’Ucraina in questo momento è l’unità nazionale. Ciò non accadrà con Tymoshenko perché vista come ritorno del vecchio regime e personalità assai controversa. Parla della rivoluzione come “rivoluzione della dignità” e Tymoshenko è legata a tutto ciò che c’è d’indegno.
GS: la necessità di purificare dal “peccato originale” tutti gli attuali candidati alla presidenza va sottolineata allo scopo di far avanzare l’Ucraina”.
Vengono discusse le preoccupazioni su Pravij Sektor, come disarmare o integrare la forza utilizzata per istigare le violenze a Maidan. Soros avanza il sospetto che Pravij Sekto sia infiltrato e lavori per l’FSB della Russia.
“GS: crede che il Pravij Sektor sia un complotto dell’FSB e finanziato per destabilizzare l’Ucraina
Ambasciatore: D’accordo che ciò sia almeno in parte vero, ma il problema ora è che Pravij Sektor è organico ed ancora armato. Vi è la necessità che il governo sappia come smobilitarlo e disarmarlo.
GS: Come possiamo difenderci dai tentativi di Putin di destabilizzare le elezioni di maggio?
Ambasciatore: La comunità internazionale deve inviare una marea di osservatori dell’OSCE e di altre istituzioni. L’ambasciata degli Stati Uniti attualmente lavora anche con le agenzie d’intelligence locali per monitorare la situazione e hanno già trovato agenti russi. Osservava che un secondo l’ambasciatore, Cliff Bond, arriverà all’ambasciata per concentrarsi su questioni a lungo termine, come decentramento, purghe, e-governance e lotta alla corruzione e si coordinerà coi finanziatori su tali temi. Obama incaricava l’ambasciata di concentrarsi principalmente sul sostegno economico all’Ucraina, evitando quello militare.
GS: auspica che andando avanti ci sia stretta cooperazione tra ambasciata degli Stati Uniti e IRF”.
PDF completa delle minute George Soros del 2014.
Il verbale della riunione rappresenta un chiaro caso di come George Soros e la sua International Renaissance Foundation (IRF) manipolano l’Ucraina spingendola verso l’autodistruzione. In una riunione dal titolo, “Tavola rotonda con la società civile”, i piani della quinta colonna in Crimea venivano presentati quali soluzioni valide dai partecipanti alla discussione.
Screen-Shot-2016-08-20-at-11.57.54-AMAllo stesso modo vediamo come sia coinvolto Soros nel minare un’Ucraina federale ai massimi livelli, influenzando Merkel e Obama affinché respingessero tali iniziative. Col senno di poi appare chiaro come il sole che l’unico modo che l’Ucraina aveva per sopravvivere al colpo di Stato fosse passare a un modello di governo federale. (George Soros) ha osservato che l’Ucraina è in grave pericolo perché Putin sa che non può permettere alla nuova Ucraina di avere successo. Ribadiva i suoi punti sulle conversazioni di Putin con Merkel e Obama sul federalismo e le sue preoccupazioni sugli sviluppi. Osservava che non aveva informazioni dirette, ancora, su tale problema ed era preoccupato dalle informazioni di seconda mano sulle reazioni di Merkel e Obama. Ma ribadiva la necessità che il governo ucraino rispondesse a voce alta e subito”.

Nuland, Pyatt, Poroshenko, Kerry

Nuland, Pyatt, Poroshenko, Kerry

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La bufala del “bambino ferito sul sedile arancione”

Moon of Alabama 18 agosto 2016

dustboyQuesta foto fa il giro sui media “occidentali” insieme alla storia strappalacrime degli “attivisti” di un quartiere di Aleppo occupato da al-Qaida. Un bambino apparentemente ferito, si siede tranquillamente in una nuovissima ambulanza molto ben attrezzata. A un certo punto tocca ciò che apparirebbe una ferita, sulla tempia sinistra, ma non mostra alcuna reazione. 2 minuti di video, da cui è tratta la foto, mostrano il bambino tratto dal buio da una tizio con giaccone da soccorso e portato in un’ambulanza. Si siede tranquillamente, senza essere sorvegliato, mentre diverse persone riprendono video e foto. Un’altra bambina, chiaramente senza ferite, viene poi messa nell’ambulanza. Ecco come la storia viene raccontata: “Mahmud Raslan, un fotoreporter che ha preso la foto, ha detto all’Associated Press che soccorritori e giornalisti hanno cercato di aiutare il bambino, identificato come Umran Daqanish, insieme ai genitori e tre fratelli di 1, 6 e 11 anni. Li abbiamo passati da un balcone all’altro“, ha detto Raslan, aggiungendo: “Abbiamo inviato subito i bambini più piccoli nell’ambulanza, ma la ragazza di 11 anni aspettava che la madre venisse salvata, aveva la caviglia appuntata dalle macerie“. Una ricerca su internet di “Mahmud Raslan“, il preteso “fotoreporter”, non porta ad alcuna foto o video. Vi sono circa 15 uomini intorno alla scena e non fanno nulla. (Accanto a un sito “appena bombardato” in una zona di guerra? Nessuna paura di un secondo attacco?) Almeno altri due uomini, oltre al cameraman, riprendono foto e video. Un altro bambino viene trasportato nell’ambulanza. Sullo sfondo c’è qualcuno con un casco bianco che indossa una camicia dei “Caschi bianchi”, il gruppo di propaganda finanziato dagli anglo-statunitensi. Un ferito si dirige verso l’ambulanza. Come il bambino, l’uomo sembra avere una ferita alla testa. Ma come il bambino, non sanguina. Vi è una sostanza di colore rosso sul suo viso, ma senza che scorra. È sorprendente. Quando guidavo le ambulanze di pronto soccorso, i feriti alla testa sanguinavano sempre come maiali al macello (spesso sporcando l’ambulanza che dovevo pulire). Come WebMD nota: “Piccoli tagli sulla testa spesso sanguinano pesantemente perché faccia e cuoio capelluto hanno molti vasi sanguigni sotto la superficie della pelle. Anche se tale quantità di sangue può allarmare, molte volte l’infortunio non è grave…

Mahmud Raslan. il "fotoreporter" taqfirita assieme ai terroristi che avevano decapitato il bambino palestinese a luglio, ad Aleppo.

Mahmud Raslan, “fotoreporter” taqfirita assieme ai terroristi che avevano decapitato, a luglio, il bambino palestinese Abdullah al-Isa, presso Aleppo.

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La quantità di sostanza di colore rosso sul bambino e l’uomo non corrispondono alla quantità che ci si aspetta da una ferita anche minore alla testa. Non vengono inoltre applicate bende o qualsiasi altra cosa serva a fermare una vera ferita sanguinante alla testa. Si confronti ciò con la foto di un ragazzo nella zona ovest di Aleppo. (Alcun media “occidentali” ha mostrato questo ragazzo e la sua sofferenza. Non è della “nostra parte”).CqHgQJOXEAA3URAIl ragazzo subiva una ferita alla testa dopo che un razzo di al-Qaida e affiliati colpiva il suo quartiere. Viene curato e l’emorragia arrestata. La quantità di sangue sul corpo e nel vestito è diverse volte ciò che appare immagini precedenti. Il sangue è anche mescolato con la polvere sul volto, non dipinto. Così appaiono i pazienti nella mia ambulanza. Sembra reale. Tutti gli elementi del video del “bambino sul sedile arancione” sono gli stessi che si vedono in decine di video dei “Caschi bianchi”. La stessa scena ripetuta più e più volte nell’album “Drammatici salvataggi! Uomini con bambini che corrono verso la telecamera”! Ritengo che il video sia la stessa sceneggiata di altri video e foto dei “Caschi bianchi”. L’aspetto della ferita del bambino è un po’ più realistico del solito, ma mancanza di sanguinamento, nessuno che se ne occupi, assenza di reazione alla “ferita” e l’impostazione generale del video, permettono di ritenerla una messa in scena.
Tale nuova propaganda, ampiamente diffusa, compare ancora in un momento in cui al-Qaida e affiliati in Siria sono in difficoltà. L’Aeronautica russa bombarda le retrovie dell’aggressione ad Aleppo ovest, devastandole. Un “cessate il fuoco umanitario”, che verrà utilizzato per riorganizzarsi e rifornirsi, è urgente. La propaganda serve a fare pressione per tale richiesta. Alcuni sponsor vogliono che i “Caschi bianchi” abbiano il Premio Nobel per la Pace. L’organizzazione si autopromuove sul suo sito. Qualcun altro ha mai fatto una cosa del genere? Non si vergognano a chiedere il Nobel? Proprio con un’altra versione del loro marchio aziendale preferito, la foto di un “Drammatico salvataggio! Uomo con bambino corre verso la macchina fotografica!“. Chiedono il Nobel proprio con un’altra foto inscenata? Ma perché no? Obama non era altro che un prodotto commerciale quando ebbe il Nobel per la pace, per poi bombardare 7 Paesi musulmani. Non vi è alcuna ragione quindi di non dare tale premio a un altro strumento della propaganda bellica. Poi avrà una nomination per gli Academy Awards, forse nella categoria “Miglior falso venduto”, più appropriata.white-helmet-infographic-2Una strage di al-Qaida spacciata per salvataggio dei “caschi bianchi”
La famiglia Quraytam fu rapita da al-Nusra intorno il 29 luglio. I tre uomini furono uccisi immediatamente. Le quattro donne e gli otto bambini furono uccisi il 10 agosto e i loro corpi gettati e sbranati dai cani. Due giorni dopo, gli stessi 12 corpi furono utilizzati dai caschi bianchi, il ramo propagandistico di Jabhat al-Nusra, finanziato dalla NATO, come oggetti di scena nella loro ultima produzione pornografica. I corpi disfatti vennero “trovati” sul ciglio della strada, nei pressi del preteso cratere di una bomba, e gli attori di Jabhat al-Nusra, con caschi bianchi e relativa uniforme della Protezione Civile Siriana, correvano freneticamente davanti alle telecamere, girando a vuoto con un bambino morto e uno vivo. Il materiale video viene utilizzato per la propaganda #SaveAleppo di al-Qaida. Libyan Civil War

Terroristi di al-Qaida e Stato islamico e “Caschi bianchi” ad al-Lataminah

Chi è James Le Mesurier, fondatore dei “Caschi Bianchi”?
james_0 James Le Mesurier viene dipinto come anticonformista eroe umanitario, che miracolosamente si trovava al posto giusto (Istanbul) nel momento giusto, quando nacque l’esigenza di creare la squadra della Protezione Civile Siriana, forse per caso, pochi mesi prima dell’infame e universalmente screditata storia dell’attacco con ‘armi chimiche’ nel Ghuta dell’agosto del 2013, evento già dimostratosi oltre ogni dubbio un attentato false flag, come le successive accuse al governo siriano senza riuscire ad imporre la ‘No Fly Zone’ desiderata dalla NATO. Tuttavia, se si approfondisce vita e opere di Le Mesurier, si capirà che non fu un caso felice che fosse ad Istanbul in quel frangente. Laureato all’Accademia Militare di Sandhurst e decorato con la medaglia della regina, la sua carriera lo vede nell’Ufficio dell’Alto rappresentante in Bosnia e premiato coordinatore dell’intelligence della NATO in Kosovo. Viene detto che Le Mesurier lasciò l’esercito inglese nel 2000 prestando servizio alle Nazioni Unite come vicecapo dell’Unità consultiva su ‘sicurezza e giustizia’, e come rappresentante speciale del corpo della sicurezza politica del Segretario Generale nella missione delle Nazioni Unite in Kosovo. La sua carriera poi lo portava a Gerusalemme, dove operava all’attuazione dell’accordo di Ramallah, poi a Baghdad come consulente speciale del ministro degli Interni iracheno, negli Emirati Arabi Uniti ad addestrarne la forza di protezione dei giacimenti di gas, e poi in Libano durante la guerra del 2006. Nel 2005 fu nominato Vicepresidente di Special Projects della società di mercenari Olive Group, e nel gennaio 2008 fu nominato direttore del Good Harbour International, entrambi a Dubai. Le Mesurier fondò anche Mayday Rescue, una società “non profit” per l’addestramento in ricerca e salvataggio nei conflitti civili. Secondo la sua biografia, Mayday Rescue fu fondata nel 2014, dopo aver creato i “caschi bianchi”. The Wall Will Fall

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia muta l’equilibrio del potere nel Mediterraneo

Alexander Mercouris, The Duran 15/8/2016

L’accordo prevede diritti per la base permanente della Russia in Siria, mettendo in discussione il dominio strategico degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale.635788050722858190-syria-sat-image-russian-baseAnche se c’è stata scarsa discussione sui media occidentali, la Russia acquisiva in silenzio per la prima volta una vera e propria base permanente nel Mediterraneo. A seguito dei negoziati tra il governo siriano e la Russia l’accordo del 2015 veniva ratificato mutando la base aerea russa di Humaymim in Siria in base permanente. In altre parole, la Russia manterrà la base di Humaymim oltre la conclusione del conflitto siriano, e la sua presenza è appena divenuta permanente. Che il governo siriano volesse concedere la base alla Russia in modo permanente era noto da qualche tempo. Dal punto di vista siriano, la base russa non garantisce solo il sostegno della Russia all’attuale governo siriano, ma fornisce alla Siria un’inedita protezione dalle incursioni aeree israeliane, che furono continue per decenni non avendo la Siria la capacità d’impedirle. I russi hanno questa capacità e i siriani sperano che grazie alla presenza della base la Siria sarà protetta dalle incursioni aeree israeliane. Come suggeriscono le notizie, le incursioni israeliane dello spazio aereo siriano sono finite da quando le forze aerospaziali russe si sono dispiegate in Siria, con gli israeliani attenti ad informare i russi dei loro voli. Mentre il governo siriano ha subito concesso alla Russia la base permanente, i russi finora ne erano meno sicuri. La creazione di una base permanente in Siria è per i russi un passo al di fuori dalla precedente politica militare di schiacciante attenzione alla difesa del territorio russo, piuttosto che proiettare potenza militare oltre i confini della Russia. Alcuni ufficiali russi avrebbero messo in dubbio l’utilità di una base in Siria, sottolineando che il Mediterraneo orientale, dove si trova la base, rientra nella gittata dei missili balistici e da crociera russi. È importante sottolineare che, a giudicare dai commenti dello scorso dicembre, uno dei più scettici non era altri che lo stesso Putin:
Sulla base le opinioni divergono, sapete. Alcuni in Europa e Stati Uniti hanno più volte detto che i nostri interessi sarebbero stati rispettati, e che la nostra base può rimanervi, se vogliamo. Ma non so se ne abbiamo bisogno. Una base militare implica notevoli infrastrutture e investimenti. Dopo tutto, vi abbiamo oggi i nostri aerei e strutture temporanee, una caffetteria e dei dormitori. Possiamo impacchettarli in due giorni, caricare tutto a bordo degli aerei da trasporto Antej e tornarcene a casa. Mantenervi una base è diverso. Alcuni credono, anche in Russia, che dobbiamo avervi una base. Non ne sono così sicuro. Perché? I miei colleghi europei mi hanno detto che probabilmente alimento tali idee. Ho chiesto perché, e mi hanno detto: per poter controllare le cose lì. Perché dovremmo desiderare di controllarle lì? Questa è una domanda importante. Abbiamo dimostrato che non abbiamo alcun missile a medio raggio. Li abbiamo distrutti tutti, perché tutto ciò che avevamo erano missili a medio raggio basati a terra. Gli statunitensi hanno distrutto i loro missili a medio raggio basati a terra come i Pershing. Tuttavia, hanno mantenuto i loro Tomahawk su navi e aerei. Non avevamo questi missili, ma ora sì, il missile navale Kalibr da 1500 chilometri di gittata e quello aerolanciato Kh-101 con gittata di 4500 chilometri. Allora, perché avremmo bisogno di una base lì? Se dovessimo raggiungere qualcuno, lo faremmo senza quella base. Potrebbe avere senso, non ne sono sicuro. Dobbiamo ancora pensarci. Forse potremmo aver bisogno di una base temporanea, ma mettervi radici e farci pesantemente coinvolgere non ha senso, credo. Ci penseremo“.
Queste osservazioni, pur lasciando accuratamente le opzioni aperte, suggeriscono netta mancanza di entusiasmo all’idea di una base permanente, e un dibattito sul tema nella leadership russa. Presumibilmente erano questi dubbi e questo dibattito che hanno sospeso la ratifica dell’accordo per la base per tanto tempo. E’ chiaro che il dibattito s’è concluso e l’accordo finalmente ratificato, decisione che rende Humaymim una base permanente. Va detto chiaramente che si tratta di un grande cambiamento. La Russia zarista aveva basi navali nelle isole greche e in Piemonte nel XIX secolo, e l’URSS negoziò strutture navali e aeree con Albania, Jugoslavia, Siria ed Egitto che però non furono mai vere basi permanenti. L’URSS cercò alla fine della seconda guerra mondiale un accordo con gli occidentali per una base in Libia, ma non sorprende che fu rifiutato. Tali progetti si dimostrarono effimeri od inefficaci, con tutte le disposizioni temporanee che i russi negoziarono con le varie potenze del Mediterraneo sempre violate ogni volta che esse si allinearono all’occidente. L’unica eccezione fu la struttura navale russa nel porto siriano di Tartus, del 1971. Anche se ha attirato enorme attenzione durante il conflitto siriano, come tutte le altre strutture che l’URSS acquisì nel Mediterraneo durante la guerra fredda, non è per nulla una base. Come anche la BBC fu costretta ad ammettere, l’impianto di Tartus è al massimo una stazione di rifornimento per le navi russe nel Mediterraneo, troppo piccolo per ospitare navi da guerra russe come fregate e unità maggiori, privo dei servizi per ospitare numerosi marinai o personale russo, come una vera e propria base dovrebbe fare. La realtà militare è che dal 1943 l’US Navy, insieme agli alleati (principalmente Gran Bretagna e Francia) era la potenza militare dominante nel Mediterraneo. Dalla Seconda guerra mondiale il Mediterraneo è stato in termini militari un lago statunitense.
La base di Humaymin però è diversa da tutto ciò che l’ha preceduta. Non solo ospita una forza aerea d’attacco formidabile equivalente a quella di un gruppo di portaerei dell’US Navy, ma è fortemente difeso da sistemi di difesa aerea formidabili come S-400, Buk e Pantsir e dispone di vari radar e impianti da guerra elettronica e di comando. E’ anche difesa da una formidabile forza di terra russa delle dimensioni di un battaglione. Inoltre, si afferma che la base sarà notevolmente ampliata per poter ospitare aerei d’attacco pesanti, forse i Tu-22M3. Humaymim fa anche parte di ciò che diventa un potente complesso di basi e strutture militari russe in Siria tra cui, ovviamente, l’impianto navale di Tartus (che può anche essere ampliato) e una postazione d’ascolto top secret russa che da tempo esisterebbe nella provincia di Lataqia. Insomma si tratta di un complesso di basi che i russi non hanno mai avuto prima nel Mediterraneo, e che diverrà permanente. La base russa in Siria non può sfidare la supremazia della Marina degli Stati Uniti nell’area mediterranea. Tuttavia può mutare drasticamente le percezioni politico-militari nella metà orientale. Vi è la prospettiva che caccia russi sorvolino il Mediterraneo orientale con pattugliamenti regolari, monitorando navi e aerei da guerra statunitensi nella zona, e rendendo evidente la presenza della Russia nella zona come mai prima. E’ una cosa sapere in astratto che i missili balistici e da crociera russi possono raggiungere questa zona, ma è piuttosto diverso vedere gli aerei militari russi fisicamente presenti. L’impatto psicologico e politico sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale (Grecia, Turchia, Cipro, Libano e Israele) e sull’US Navy (in una zona dove da tempo era abituata a navigare incontrastata) non può essere sottovalutato, e sarà tremendo. Tutto questo, naturalmente, dipende dal risultato del conflitto in Siria. Creandovi una base permanente la Russia alza la posta in gioco, un fatto che spiega senza dubbio l’intensità del conflitto.bf783f663b614f1382050cbf83209ae7Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Turchia ‘post-golpe’ nel conflitto siriano

Samir Husayn, Stalker Zone 15 ago 2016NC_Putin_Erdogan_MEM_160809_12x5_1600Ultimamente c’è molta confusione circondata da disinformazione e voci sul futuro ruolo dello Stato turco nel conflitto siriano. Abbiamo sentito molte stranezze, di come Erdogan improvvisamente diventi amico ed alleato di Siria e Russia per sconfiggere il terrorismo a come, improvvisamente, si affianchi alla Russia per fare da contrappeso alla NATO, oltre a voci che farà entrare la Turchia nei BRICS. Analizziamo solo un paio di cose:
L’8 agosto 2016, solo un giorno prima dell’incontro con il Presidente russo Vladimir Putin, Erdogan rilasciava un’intervista alla agenzia ITAR-TASS in cui affermava che i turchi non possono cooperare con il “regime” del Presidente siriano Bashar al-Assad. Allo stesso tempo, espresse ancora supporto all’organizzazione terroristica al-Nusra, uno degli attori più ripugnanti nel conflitto siriano, noto per massacrare sistematicamente civili siriani, bruciandoli vivi ad Adra nel dicembre 2013, così come per decine di attentati terroristici, decapitazioni, attacchi settari, massacri e rapimenti di civili (l’intervista completa si può leggere qui). Detto questo, è chiaro che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non vuole por fine al conflitto e quindi non va visto come nuovo alleato di russi e siriani nella guerra al terrorismo, come certi “esperti” vorrebbero farci credere. Le dichiarazioni di Erdogan pertanto non sorprendono, date le azioni passate e presenti. Dal presunto “colpo di Stato” più di 30000 terroristi sono entrati in Siria dalla Turchia. La maggioranza sarebbero cittadini turchi, soprattutto se crediamo al fatto che un numero significativo di terroristi eliminati dalle forze russe, siriane e di Hezbollah aderiva all’organizzazione terroristica ultranazionalista turca dei “Lupi grigi”. Inoltre, molti dei terroristi ultimamente eliminati sono stati identificati come cittadini di Kazakhstan, Uzbekistan e Cina (terroristi uiguri della provincia dello Xinjiang) e anche dell’Arabia Saudita. Il 1° agosto 2016 un elicottero russo veniva abbattuto dai terroristi di al-Nusra sul territorio che occupano nella provincia di Aleppo. Data la vicinanza di Erdogan a tale gruppo terroristico, non è difficile notare come sia lungi dal voler porre fine al conflitto in Siria od essere un nuovo attore nei BRICS. E a proposito va ricordato che i BRICS attualmente non sono assolutamente il posto adatto per la Turchia di Erdogan. La Turchia è un membro della NATO e finora ha attuato varie mosse ostili agli aderenti dei BRICS Russia e Cina. Il 24 novembre 2015 l’esercito turco abbatteva un aviogetto militare russo durante una missione antiterrorismo, pur essendo sul territorio della Repubblica araba siriana. Non solo l’aviogetto fu abbattuto, ma il pilota venne catturato e consegnato ai lupi grigi turcomanni guidati dal noto terrorista turco Arpaslan Celik, che l’assassinavano. Nonostante avesse violato pienamente il diritto internazionale abbattendo l’aereo russo sul territorio siriano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva ripetutamente rifiutato di scusarsi per l’abbattimento e l’assassinio del pilota russo Oleg Peshkov. Un’altra cosa per cui la Turchia non può aderire ai BRICS è anche il fatto che sia pesantemente coinvolta nel movimento terroristico del Turkestan orientale, sempre più attivo, negli ultimi anni, nella lotta al legittimo esercito siriano, oltre a rappresentare la maggioranza dei terroristi eliminati nella provincia di Aleppo nelle ultime settimane. Inoltre, vi è un insediamento di coloni uiguri nella città siriana occupata di Jisr al-Shughur, dove ben 3500 terroristi uiguri e loro familiari presumibilmente vivono.
Quando Erdogan incontrò il Presidente russo Vladimir Putin il 9 agosto 2016, ha un tratto vi fu un gran parlare di come i due si riconciliassero e di come la Turchia post-golpe divenisse un attore regionale importante e potente, assai utile nel modellare lo spettro geopolitico a favore delle cosiddette forze “anti-imperialiste/anti-atlantiste”. Niente di tutto questo è vero. In politica estera non è stata raggiunta alcun accordo, nel corso di tale vertice. In realtà c’è la voce che ci sia stato un incontro a porte chiuse sulla crisi in Siria, tra Putin e Erdogan, che sarebbe durato 2 ore. Il risultato non è (ancora) noto. Oltre a ciò, i due motivi principali per cui l’incontro avrebbe avuto luogo erano, primo, la realizzazione dell’accordo sul gasdotto, bloccato dall’incidente dell’aviogetto abbattuto e, secondo, l’assenza di turisti in Turchia. L’economia turca dipende in larga misura dal turismo e dato che la maggioranza dei turisti europei non ci va per motivi di sicurezza (il numero di viaggi in Turchia offerti dalle agenzie turistiche europee è drasticamente sceso per gli incidenti legati al terrorismo, negli ultimi mesi), Erdogan ora in qualche modo cerca di far tornare nel Paese gli una volta molto redditizi turisti russi. Oltre a ciò, molti desiderata di Erdogan sono rimaste insoddisfatte. I russi non mutano posizione sulla Siria adottando ben altro atteggiamento verso i famigerati gruppi terroristici “moderati” sostenuti da Ankara, come ELS, Ahrar al-Sham, Jaysh al- Fatah, al-Nusra, ecc., un vecchio desiderio di Erdogan. La situazione in Siria è tale che il nuovo incontro è stato “rinviato”. E’ chiaro che questo è il problema su cui le parti non si accordano, date le circostanze, e quindi la Turchia non può essere vista come nuovo attore nella soluzione della crisi siriana. Vi è stato un polverone sulla Turchia “post-golpe” che diverrebbe qualcosa di molto diverso da ciò che è stata finora, dato che tutte le “mele e uova marce” sono state eliminate. Ma se si da uno sguardo attento, si vedrà che a più di 3 settimane dal “colpo di stato” sventato non ci sono ancora veri cambiamenti. Il flusso di terroristi dalla Turchia alla Siria continua come sempre e l’amministrazione Erdogan invoca la caduta di Assad quale unica soluzione per la fine del conflitto, ponendo la domanda: sul serio è stato sventato un colpo di Stato?
L’unico cambiamento visibile dal 15 luglio 2016 è l’arresto di un numero considerevole di ufficiali, poliziotti, politici, accademici (a tutti gli studiosi è stato anche impedito di lasciare il Paese), insegnanti, giornalisti, attivisti, scrittori, musicisti turchi… molti dei quali non hanno nulla a che fare con il movimento di Gulen e che negano qualsiasi coinvolgimento nel presunto colpo di Stato. Inoltre, secondo le notizie del giornale armeno Asbarez del 2 agosto 2016, le purghe violente di Erdogan hanno ormai raggiunto anche la comunità armena, già stigmatizzata in Turchia. Cosa un’insegnante di musica armeno avrebbe a che fare con il movimento di Gulen??? Niente. Questo è solo uno dei tanti esempi di come Erdogan sfrutti la situazione per sbarazzarsi di quanti più avversari possibili, col pretesto di “salvare il Paese dalle pedine di Gulen”. Non c’è quindi da stupirsi se Erdogan abbia definito il presunto “colpo di Stato” un “dono di Dio” in diverse occasioni. Ora sappiamo perché. Oltre a ciò, un numero considerevole di volontari decisi a “contrastare il colpo di Stato” vengono identificati come il nucleo del salafismo/wahhabismo turco, molti dei quali hanno già combattuto contro l’Esercito arabo siriano e che furono coinvolti in alcune azioni raccapriccianti, come la decapitazione di soldati che sarebbero stati “golpisti”. In realtà, la maggioranza dei soldati era di leva ed eseguiva solo gli ordini. Il “colpo di Stato” fu eseguito anche ingenuamente. Ad esempio, l’aviogetto che inseguiva l’aereo di Erdogan, improvvisamente rimase a corto di carburante, e centinaia di migliaia di persone, tra cui islamisti stranieri, improvvisamente scesero per le strade al momento convenuto, ecc… Non assomigliava assolutamente ai colpi di Stato degli anni ’70/’80 in America Latina e Asia orientale che possano ricordarsi. Inoltre, perché le potenze occidentali orchestrerebbero un golpe in uno Stato leale alla NATO e dalla politica estera comune, in particolare su Siria e Donbas? Anche se ci fosse stato un “golpe”, sarebbe stato comunque legittimo contro il regime Erdogan, se effettuato in modo appropriato. Spodestare il regime di Erdogan sarebbe estremamente utile non solo per la regione e in particolare la Siria, ma anche per la stessa Turchia. Non va dimenticato il coinvolgimento del regime di Erdogan nel coordinamento dei gruppi terroristici che operano in Siria e riforniti dalla Turchia, che non ha avuto problemi legati al terrorismo islamista. Spodestando tale regime si sarebbe contribuito a mantenere pace, stabilità e diritto internazionale. A meno che non vi fosse un particolare (occulto) scopo contro il governo e l’esercito siriani, è estremamente ingenuo dire che il regime Erdogan all’improvviso sarà il nuovo partner e alleato di Siria e Russia nella lotta al terrorismo, date azioni e dichiarazioni passate ed attuali.
Chi sostiene il terrorismo nel modo più ripugnante fin da quando i primi colpi furono sparati, nel marzo 2011, contribuendo a saccheggiare 1300 fabbriche nella provincia di Aleppo, addestrare ELS, Ahrar al-Sham, al-Nusra e, secondo alcune voci, anche lo SIIL, trafficare con essi (è stato spesso detto che finora il regime Erdogan ha ricavato miliardi di dollari dal contrabbando di petrolio dei giacimenti petroliferi siriani occupati dallo SIIL, ed anche Erdogan e famiglia sarebbero dietro tali attività), non può diventare all’improvviso l'”alleato chiave nella lotta al male”. Tale cambiamento radicale nella politica verso la Siria sarebbe anche molto difficile da spiegare al pubblico turco. Che Erdogan non abbia cambiato posizione sulla Siria appare chiaro quando improvvisamente tutti i valichi di frontiera con la Siria venivano aperti, subito dopo che i membri delle cosiddette Forze Democratiche siriane annunciavano la piena sconfitta dello SIIL a Manbij. Nel migliore dei casi, lo scopo di tali vertici è dire al regime di Erdogan di non sostenere più il terrorismo. Per farla breve: non ci saranno cambiamenti significativi nella situazione in Siria.putin_vs_erdogan__jalal_hajirTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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