Il Giappone trova un deposito “semi-infinito” di terre rare, abbastanza da rifornire il mondo per secoli

National Post 13 aprile 2018Il deposito nel fondale marino a quasi 6000 metri di profondità potrebbe essere una volta. Un’isola nell’arcipelago Ogasawara al largo del Giappone, si trova nell’area in cui sono stati trovati i depositi.
Il fondale marino al largo delle coste del Giappone contiene abbastanza metalli da terre rare da rifornire il mondo per secoli, rivela un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, secondo cui il deposito, nella zona economica esclusiva giapponese, contiene 16 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, sufficienti a soddisfare la domanda di ittrio per 780 anni, europio per 620 anni, terbio per 420 anni e disprosio per 730 anni. Il deposito “può fornire questi metalli quasi per sempre al mondo“, dice lo studio. Gli elementi delle terre rare sono ampiamente utilizzati nella tecnologia per smartphone, auto elettriche e ibride, batterie ricaricabili e display. La scoperta potrebbe essere una svolta per il principale produttore di elettronica giapponese, in balia del maggiore fornitore al mondo della Cina. Nel 2010, la Cina ridusse le quote di esportazione di minerali di terre rare del 40% e i prezzi salirono alle stelle. Le quote furono successivamente ritirate dopo la presentazione di denunce all’Organizzazione mondiale del commercio.
I minerali, trovati a quasi 6000 metri di profondità nel mare vicino la lontana isola di Minamitori, 1800 chilometri a sud-est di Tokyo, non sono facili da raggiungere. Ma il team di scienziati afferma che il costo dell’estrazione può essere ridotto elaborando il fango del fondale marino usando ciò che chiamano idrociclone separatore. “Data l’enorme quantità di risorse, l’alto grado (in particolare Y e HREE) e l’efficacia della semplice separazione granulometrica con l’idrociclone, riteniamo che il fango ricco di REY abbia grande potenziale come deposito dei minerali più cruciali per la società moderna“, scrivono gli autori dello studio. Secondo i ricercatori furono condotti ulteriori studi sullo sviluppo delle risorse e le valutazioni economiche della collaborazione tra industria, mondo accademico e governo giapponese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Russia e India verso un’importante svolta commerciale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 15.04.2018Russia ed India sono partner di lunga data con una ricca storia di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I due Paesi hanno un grande potenziale commerciale. Tuttavia, commercio e cooperazione economica russo-indiani non possono ancora essere definiti molto attivi. Questa situazione non è accettabile ed ora Russia ed India lavorano per sviluppare le relazioni economiche. Per molti anni i due Paesi hanno collaborato in settori cruciali come Industria della Difesa, energia nucleare e tecnologie spaziali. Tuttavia, gli scambi sono ancora relativamente piccoli. Inoltre, negli ultimi anni, il volume degli scambi ha iniziato a diminuire, costringendo la leadership di Russia e India a prestare particolare attenzione al problema. Grazie agli sforzi congiunti nel 2017, una crescita costante è finalmente iniziata. Nel periodo gennaio-novembre 2017, il commercio russo-indiano superava gli 8 miliardi di dollari, oltre il 21% in più degli scambi dello stesso periodo del 2016. Anche il 2018 è iniziato con successo: gli scambi nel gennaio 2018 superavano gli indicatori simili del 2017 del 55 percento. Si prevede che la crescita continui e che nel 2018 il commercio russo-indiano superi i 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo gli esperti russi e indiani, queste cifre potrebbero essere molto più alte se il potenziale commerciale russo-indiano fosse pienamente realizzato. Nel marzo 2018, i media riferivano dell’incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico russo Maksim Oreshkin e il Ministro del Commercio e dell’Industria indiano Suresh Prabhu. Durante i colloqui, i ministri discussero dei vari ostacoli alla cooperazione economica tra Russia e India. Tali ostacoli furono riscontrati nella sfera finanziaria, nella legislazione doganale e in vari altri settori. Di conseguenza, fu adottato un piano per rimuoverli; col successo dell’attuazione del piano, il commercio russo-indiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025.
Un altro passo importante nello sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e India potrebbe essere la creazione di una zona di libero scambio tra India ed Unione economica eurasiatica (UEE), in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Nel gennaio 2018 si svolsero consultazioni preliminari tra i rappresentanti dell’UEE e la leadership indiana a Nuova Delhi. Si prevede che entro la fine del 2018 le parti procederanno a negoziati a tutti gli effetti. Mentre la cooperazione su vasta scala su vari beni e servizi tra Russia e India va ancora raggiunta, da tempo è ad alto livello in settori come la tecnologia militare. L’India è da tempo un importante acquirente di equipaggiamento militare russo. Il progetto missilistico russo-indiano BrahMos è un successo. Tra le ultime notizie sulla cooperazione tecnico-militare tra i due Paesi, va notato il desiderio dell’India di acquisire sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumf. Si prevede che il contratto sarà firmato entro la fine del 2018. L’India è anche interessata alle tecnologie russe per scopi pacifici. Ad esempio, nel febbraio 2018 fu firmato un memorandum per la cooperazione tra United Shipbuilding Corporation (USC, RF) e la più grande società di costruzioni navali indiane, la Cochin Shipyard Limited. Conformemente al documento, le parti intendono progettare e costruire insieme navi moderne per la navigazione interna e costiera. L’elenco delle navi che le compagnie russe e indiane costruiranno congiuntamente comprende petroliere, navi da carico secco, navi passeggeri e hovercraft. Inoltre, l’USC prenderà parte alla costruzione di infrastrutture per le costruzioni e riparazioni navali nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. Inoltre, Russia e India considerano molti altri progetti congiunti relativi ad industria petrolifera, aeronautica, elettronica, farmaceutica e informatica. Una task force sui progetti d’investimento prioritari, creata dalla commissione intergovernativa russo-indiana diversi anni fa, ne discute. La riunione programmata del gruppo si tenne nel settembre 2017. Tra le questioni discusse c’era l’imminente apertura del Centro per la formazione di specialisti nei settori dell’energia e dell’ingegneria pesante, che inizierà i lavori in India nel 2018. La creazione del centro è il risultato del lavoro congiunto tra associazione scientifica e produttiva russa TsNIITMASH e società indiana Heavy Engineering Corporation Ltd. Oltre alla task force per i progetti d’investimento, ci sono anche task force russo-indiani per scienza e tecnologia, prodotti farmaceutici, turismo e cultura, energia, promozione dei pagamenti in valute nazionali e così via.
Nonostante il lavoro dei funzionari, il miglioramento della legislazione e l’impegno degli ambienti economici, il principale problema che ostacola il commercio russo-indiano è il fattore geografico. Russia e India non confinano e tra esse si trovano le distese di Cina ed Asia centrale. La maggior parte (oltre l’80%) del traffico tra i due Paesi avviene lungo la rotta marittima da San Pietroburgo che attraversa il Canale di Suez. È una rotta lunga e difficile che difficilmente permetterà il pieno potenziale commerciale russo-indiano, indipendentemente dalle condizioni favorevoli che i due Paesi creano. Pertanto, un importante passo verso la cooperazione commerciale su vasta scala tra India e Russia include l’istituzione di un corridoio per il trasporto internazionale (ITC) chiamato “Nord-Sud”, sul quale operano Federazione Russa, India, Iran e Azerbaigian. Il progetto ITC prevede la creazione di una vasta rete di strade e ferrovie che collega Russia e Iran. Un ramo va dalla Russia all’Iran attraverso l’Azerbaijan; l’altro termina nel Mar Caspio, nel porto di Astrakhan. Lì, il carico passa al trasporto marittimo seguendo le coste iraniane e quindi continuando su ferrovia. Il terzo ramo passa da Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Passando per l’Iran, queste strade dovrebbero finire sulle rive del Golfo Persico, nel porto di Bandar Abbas, da dove possono raggiungere il più grande porto indiano, Mumbai. Pertanto, l’ITC “Nord-Sud” dovrebbe ridurre al minimo il segmento marittimo della rotta tra Russia e India. Il lavoro sul progetto è già al primo decennio; l’interesse per l’ITC si attenuò e poi riapparve. Ma alla fine, negli ultimi anni, i Paesi partecipanti intensificano gli sforzi e il progetto “Nord-Sud” inizia rapidamente ad avvicinarsi alla realizzazione. Va completandosi il ramo più conveniente dell’ITC dal punto di vista logistico, che attraversa l’Azerbaigian. Dopo il completamento dei restanti 180 km di ferrovia tra Iran e Azerbaigian, sarà istituito un servizio ferroviario diretto tra questi Paesi e la Russia. Ciò significa che le comunicazioni tra Russia e India aumenteranno significativamente.
Si può concludere che Russia e India lavorano seriamente sullo sviluppo della cooperazione economica. Dato l’enorme potenziale per entrambi i Paesi, ci si può aspettare che i lavori portino presto risultati molto tangibili.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivolta di Jeju contro dittatura e divisione della Corea

Amitié France-CoréeL’isola vulcanica di Jeju, a sud della penisola coreana, ha una lunga tradizione di autogoverno, in cui i lavoratori subacquei ebbero un ruolo importante. Dopo essere stato uno dei capisaldi della resistenza all’occupazione giapponese, Jeju adottò, alla Liberazione, un comitato popolare che rappresentava il vero governo dell’isola, fino al 1948, mentre le commissioni popolari nel resto della parte meridionale della penisola furono smantellate dall’amministrazione militare statunitense. Ma la repressione con un bagno di sangue delle gigantesche manifestazioni del 1° marzo 1947, anniversario della rivolta del 1° marzo 1919, e che coinvolsero 50000 isolani (su una popolazione di 300000), guidate dalle forze di polizia agli ordini degli Stati Uniti, accelerarono gli eventi portando allo sciopero generale del 14 marzo 1947, seguito da oltre il 95% dei lavoratori. Le autorità d’occupazione statunitensi reagirono inviando forze di polizia e gruppi paramilitari che si distinsero per l’estrema violenza: erano dalla Lega della gioventù nord-occidentale, anticomunisti del nord della penisola. Il Partito dei Lavoratori (comunista), che dominava il Comitato popolare di Jeju (e che il servizio segreto statunitense stimava che gli aderenti fossero almeno il 20%, nel 1948, della popolazione dell’isola), incoraggiato dal Partito dei Lavoratori della Corea meridionale guidato da Pak Hon-yong, si rifiutò di partecipare alle elezioni separate nella metà meridionale della penisola, previste per il 10 maggio 1948. Cinque settimane prima del processo elettorale, un’azione coordinata fu lanciata da 3500 insorti contro la Lega dei giovani nordoccidentali e 11 delle 24 stazioni di polizia sull’isola. Questa data segnò l’inizio della rivolta di Jeju. Anche ex- collaborazionisti dei giapponesi furono uccisi. L’assalto raggiunse il suo primo obiettivo: l’isola di Jeju era l’unico posto in Corea del Sud dove le elezioni non poterono tenersi il 10 maggio 1948, l’affluenza fu così bassa che i due seggi riservati a Jeju rimasero vacanti. Ma l’amministrazione militare statunitense era decisa a sedare la ribellione: tra fine marzo e metà di maggio furono arrestati 10000 abitanti dell’isola e un reggimento militare e forze di polizia aggiuntive, ciascuno composti da 1700 coreani, furono inviati a Jeju. Il tenente-generale Kim Ik-ryeol ebbe l’ordine di praticare la politica della “terra bruciata”, ma scelse invece di negoziare coi ribelli: concluse un accordo con Kim Dal-sam, che dirigeva il Partito dei Lavoratori sull’isola. Tuttavia, l’accordo fu minacciato dal massacro dei sostenitori del partito tornati ad Orari e uccisi dalla polizia (un crimine che gli statunitensi attribuirono agli insorti). Soprattutto, se l’accordo fosse stato approvato dal colonnello statunitense Mansfield (ufficiale statunitense giunto sull’isola il 29 aprile per consentirne l’attuazione), i suoi superiori lo disapprovarono: il generale Dean pose il veto e purgò con violenza l’amministrazione sudcoreana, giustificandosi con la defezione del governatore di Jeju, un conservatore scelto dall’amministrazione statunitense unitosi agli insorti il 29 aprile. Accusato di simpatie comuniste, il tenente Moon Sang-gil fu giustiziato a Seoul, così come tre sergenti a Jeju che lavoravano per i militari statunitensi.
Dopo il fallimento dell’accordo, la guerriglia nell’isola riprese, soprattutto attorno il vulcano Halla e nelle foreste, mentre le aree costiere erano controllate dal governo, grazie alla flotta statunitense che pose il blocco schierando l’USS John R.Craig il 12 maggio. Gli scontri con la polizia furono violenti e crebbero. Infatti, diventato presidente della Repubblica di Corea il 15 agosto 1948 dopo le elezioni parlamentari del 10 maggio boicottate dalla maggior parte delle forze politiche, Syngman Rhi decise di sradicare la rivolta. Tuttavia, le elezioni dell’Assemblea popolare suprema, riunitasi a Pyongyang a settembre ed organizzate clandestinamente nella parte meridionale della penisola il 25 agosto, si svolsero con un certo successo a Jeju: i guerriglieri parteciparono per l’85% (per il 77,52% nella Corea del Sud nel complesso, secondo il Partito dei Lavoratori), quando fonti statunitensi menzionano una partecipazione del 25% dell’elettorato, resta comunque più alta di quella delle elezioni del 10 maggio. Dei 1002 delegati sudcoreani che s’incontrano a Haeju per nominare i deputati alla Suprema Assemblea del Popolo, 5 provenivano da Jeju, tra cui Kim Dal-sam, che alla fine rimase nella metà settentrionale della penisola, nel marzo 1949. Il 20 ottobre 1948, i soldati si ammutinarono e uccisero i superiori, rifiutandosi di combattere contro gli abitanti di Jeju. Il 17 novembre 1948, sull’isola fu decretata la legge marziale: l’afflusso di forze dalla terraferma, così come dei membri di gruppi paramilitari che praticavano stupro e tortura, approfittandosene per arricchirsi occupando le terre di chi eliminavano, ridussero gradualmente le posizioni degli insorti, mal armati, nonostante l’offensiva lanciata il 1° gennaio 1949. Le forze governative lanciarono una campagna di “sradicamento” nel marzo 1949, uccidendo indiscriminatamente donne e bambini che parlavano il dialetto di Jeju. Il 17 agosto 1949, il principale capo della guerriglia, Yi Tuk-ku, fu ucciso: gli insorti persero la battaglia e non riguadagnarono il terreno perduto nonostante l’invio di soldati nel marzo 1950 dalla Corea democratica, per far rivivere, invano, la guerriglia.

Il generale Archer Lerch, consigliere militare degli USA, pianifica l’attacco a un villaggio del 9.no reggimento sudcoreano, il 15 maggio 1948. In seguito dichiarò che Jeju era “legale zona di operazioni militari”.

I massacri commessi a Jeju, principalmente dalle forze governative e paramilitari sostenute dagli Stati Uniti che ebbero pesanti responsabilità nei massacri, frustrando l’accordo raggiunto nell’aprile 1948, furono a lungo un tabù nell’isola: evocarli era un crimine, esponendosi a torture e pesanti pene detentive. Una corrente revisionista conservatrice in Corea del Sud continua a giustificare l’azione delle forze governative nel 1947-1950 (i massacri continuarono fino al 1954) nella lotta secondo loro necessaria contro la “sovversione” comunista, mentre è certo che il sostegno locale dei guerriglieri andò oltre la sinistra, non solo dai comunisti del Partito dei Lavoratori. La Commissione verità e riconciliazione, istituita dalle amministrazioni democratiche (1998-2008), identificò, in modo incompleto, 14373 vittime, di cui l’86% delle forze governative e il 14% dei ribelli. Per estrapolazione, il numero di morti comunemente ammesso è di 30000 (le stime più alte sono 60-70000 morti), su una popolazione di 300000 abitanti sull’isola nel 1948. La maggior parte dei villaggi fu distrutta e le foreste rase al suolo Le prove dei massacri, come nella grotta di Darangshi, si trovano ancora decenni dopo. Agli isolani uccisi si aggiunsero quelli fuggiti in Giappone, che si ritiene furono 40000, tra cui Kim Sok-bom, scrittore nato nel 1925, le cui opere includono il romanzo The Island of the Volcano, dedicato alla rivolta di Jeju. Il film Jiseul, del 2012, è dedicato al massacro di Jeju. Il 31 ottobre 2003, il presidente Roh Moo-hyun si scusò per i massacri commessi a Jeju, ma il risarcimento alle vittime resta ancora in gran parte da espletare. Le peculiarità degli isolani di Jeju fanno ritenere il massacro degli abitanti del 1948-1949 un genocidio, secondo lo storico Bruce Cumings.Fonte principale: George Katsiaficas, Rivolte sconosciute in Asia: movimenti sociali della Corea del Sud nel XX secolo, PM Press, 2012, Oakland, California, pp. 86-97.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Ministro della Difesa cinese mostra agli USA la forza della cooperazione militare tra Cina e Russia

In particolare, dopo che Mattis aveva dichiarato Cina e Russia minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti
Frank Sellers, The Duran 4 aprile 2018Il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghi, insieme al Consigliere di Stato e al Ministro degli Esteri Wang Yi, sono attualmente a Mosca per incontrare gli omologhi russi. La visita è una dimostrazione di forza verso Washington per mostrare la vicinanza delle Forze Armate russe e cinesi, nonché mostrare sostegno alla Russia nella 7.ma Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale. RT riportava: “Il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe ha espresso forte sostegno alla Russia nei colloqui con l’omologo russo Sergej Shojgu. Sottolineando “la posizione unita” sulla scena internazionale, il ministro affermava che uno degli obiettivi principali della visita era inviare un messaggio alle potenze occidentali. “La Cina fa sapere agli statunitensi degli stretti legami tra le Forze Armate russe e cinesi”, dichiarava Wei. È il primo viaggio all’estero del Generale Wei da quando è stato nominato a capo del Ministero della Difesa cinese. La scelta della destinazione non è casuale, ma sottolinea il “carattere speciale” della partnership bilaterale, secondo Shojgu. Russia e Cina sono coinvolte in scontri politici ed economici con l’occidente. La Russia è oggetto di diverse sanzioni ultimamente, mentre Russia e Stati Uniti si scontrano sulla crisi siriana, e Washington continua a sostenere che il Cremlino abbia influenzato le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 attraverso social media e annunci pagati in rubli, mentre Washington ha espulso decine di diplomatici russi in solidarietà col Regno Unito sul caso Skripal, in cui il governo inglese sostiene che il Cremlino ordinò l’assassinio dell’ex-spia usando gas nervino proibito. Gli Stati Uniti inoltre vendono armi alle nazioni europee ostili alla Russia per contenerla militarmente, presumibilmente per l’annessione della Crimea. Nel frattempo, gli Stati Uniti accusano la Cina di “aggressione economica” e “furto di proprietà intellettuale” di ditte statunitensi per accedere al loro mercato, così come la posizione cinese nel Mar Cinese Meridionale. Tali accuse hanno scatenato una guerra commerciale tra i due partner mentre gli Stati Uniti hanno emesso un pacchetto di dazi doganali sulle merci importate dalla Cina, insieme ad ulteriori dazi della Cina, che probabilmente saranni seguiti da un altro giro del genere, come l’ultimo pacchetto di dazi degli Stati Uniti. L'”aggressione economica” della Cina viene considerata dall’occidente manifestazione della nuova One Road One Initiative cinese, e sarà probabilmente applicata al nuovo mercato dei futures petroliferi cinesi aperto a Shanghai proprio la scorsa settimana.
In particolare, Cina e Russia sono definite minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti nell’ultima Revisione della postura nucleare del Pentagono, e dove i vertici militari esortavano il Congresso degli Stati Uniti a prepararsi alla guerra con le due nazioni. Nel frattempo, l’US Naval Institute documentava la cooperazione militare sino-russa negli anni, e l’anno scorso pubblicava un rapporto incentrato sulle esercitazioni militari Russia-Cina e sulla vendita di armi: “Cina e Russia sono sempre più vicine militarmente attraverso una serie di esercitazioni sempre più complesse e la vendita di armi avanzate che potrebbero creare difficoltà alla sicurezza di Stati Uniti e loro alleati, secondo un nuovo rapporto del governo USA. Il rapporto della Commissione di riesame economico e della sicurezza USA-Cina delinea il modello di cooperazione tra i due rivali internazionali alla sicurezza statunitense che potrebbe esacerbare le tensioni dall’Europa orientale al Mar Cinese Meridionale, un modello di cooperazione che si è visto crescere negli ultimi anni”.
La delegazione potrebbe anche aprire la strada a un incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il Presidente Xi Jinping. Putin dovrebbe visitare la Cina per il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Qingdao di giugno. Inoltre, Cina e Russia esprimono l’intenzione di “cooperare strettamente” per risolvere le tensioni nella penisola coreana, riferendosi a un possibile accordo di pace con la Corea democratica.Il Ministro della Difesa cinese dice ai russi di sostenerli contro gli Stati Uniti
Un’inedita dimostrazione del sostegno cinese: “Siamo venuti per mostrare agli statunitensi gli stretti legami tra Russia e Cina. Siamo venuti per supportarvi

Tom O’Connor, News Week 4 aprile 2018

La leadership militare cinese ha promesso sostegno alla Russia, mentre le tensioni tra Mosca e occidente si deteriorano ulteriormente con isolamento diplomatico, sanzioni economiche e duelli di esercitazioni. Nella prima visita in Russia, il nuovo Ministro della Difesa cinese Wei Feng partecipava alla Settima conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca, accompagnato da una delegazione di altri ufficiali. Sottolineando che il viaggio era coordinato direttamente col Presidente Xi Jinping, Wei affermava di avere due messaggi importanti per la Russia in un momento in cui entrambe le nazioni modernizzano le forze armate e rafforzano la presenza negli affari globali nonostante i timori degli Stati Uniti. “Visito la Russia da nuovo Ministro della Difesa della Cina per mostrare al mondo l’alto livello delle nostre relazioni bilaterali e la ferma determinazione delle nostre Forze Armate nel rafforzare la cooperazione strategica“, dichiarava Wei incontrando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, secondo l’agenzia TASS. “In secondo luogo, per sostenere la Russia nell’organizzazione della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca, la Cina mostra agli statunitensi gli stretti legami tra le Forze Armate di Cina e Russia, specialmente in questa situazione. Siamo venuti per sostenervi“, aggiungeva. “La Cina è pronta ad esprimere alla Russia le nostre preoccupazioni comuni e la posizione comune su importanti problemi internazionali, anche nelle sedi internazionali“. In risposta alla visita di Wei, la controparte russa sottolineava le migliori relazioni tra i due Paesi, che un tempo formavano l’alleanza comunista più grande e potente del mondo prima di decadere negli anni ’60. Con Putin e Xi rieletti il mese scorso, i due presidenti consolidano il potere nei rispettivi Paesi. “Grazie agli sforzi dei leader dei nostri Paesi, i legami tra Russia e Cina raggiungono un livello inedito, divenendo fattore importante per garantire pace e sicurezza internazionale“, dichiarava Shojgu, secondo il Ministero della Difesa russo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio