Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I sauditi chiedono all’Egitto il permesso di sorvolo per colpire il Libano

Wayne Madsen, 12 novembre 2017 – Intrepid ReportSecondo fonti di WMR in Libano e Francia, l’Arabia Saudita avrebbe ulteriormente infiammato le tensioni in Medio Oriente, richiedendo all’alleato Egitto il permesso agli aerei sauditi di sorvolarne il territorio per bombardare il Libano. Di fatto il nuovo regime saudita guidato dal principe ereditario Muhamad bin Salman (MBS) considera l’Arabia Saudita in stato di guerra con il Libano. L’ex-primo ministro libanese Sad Hariri è stato chiamato a Riyadh dal Libano e costretto a leggere una dichiarazione di dimissioni alla televisione saudita. WMR e altri organi d’informazione hanno riferito che Hariri era trattenuto contro la sua volontà a Riyadh, notizia che provocò subito la visita non programmata nella capitale saudita del presidente francese Emmanuel Macron. Macron avrebbe chiesto a MBS di permettere ad Hariri di recarsi in Francia, dove l’ex-primo ministro ha una residenza. Il presidente libanese Michel Aoun, cristiano maronita, ha dichiarato che non riconoscerà le dimissioni di Hariri finché non avrà la possibilità di incontrarlo faccia a faccia a Bayrut. In una frase dal tono ambiguo, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto: “Per quanto ne sappiamo, sì. Pensiamo che Hariri sia libero di muoversi ed è importante che faccia le sue scelte“. Il Gruppo di supporto internazionale del Libano, che comprende Stati Uniti, Russia, Unione europea, Cina e Lega araba, ha sostenuto l’appello di Aoun per l’immediato ritorno di Hariri in Libano. Hariri, sunnita, è un cittadino libanese-saudita. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, in viaggio con Donald Trump in Asia, ripeteva le smentite del capo della propaganda e bugiardo cronico dell’Arabia Saudita Adil al-Jubayr, secondo cui Hariri non è ostaggio in Arabia Saudita. Arabia Saudita ed alleati del Golfo Emirati Arabi Uniti, Bahrayn e Quwayt hanno avvertito i concittadini di non recarsi in Libano.
Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha detto di opporsi a qualsiasi guerra saudita contro Libano ed Hezbollah, rappresentato nel governo sovrano precedentemente guidato da Hariri. Tuttavia, alcuni osservatori respingono le osservazioni di al-Sisi su una guerra saudita-libanese e sottolineano il fatto che appoggia il colpo di Stato di MBS in Arabia Saudita. Sisi ha detto di MBS: “Ho fiducia nella leadership del regno” e definiva la situazione in Arabia Saudita “questione interna”. Una richiesta saudita di sorvolo del territorio egiziano per lanciare attacchi aerei sul Libano richiederebbe in particolare l’approvazione di Egitto ed Israele per impiegare il corridoio aereo più vicino, sulla penisola del Sinai. Il trattato di pace israelo-egiziano del 1979 stabilì una serie di zone demilitarizzate nel Sinai che potrebbero essere violate solo con l’approvazione di Cairo e Tel Aviv. Il sorvolo saudita della Giordania comporterebbe quello di Siria o Israele. La Siria considererebbe qualsiasi uso saudita dello spazio aereo siriano per attaccare il Libano un atto di guerra, e gli aerei sauditi sarebbero facili prede dei sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 schierati in Siria. Il sorvolo saudita dello spazio aereo israeliano per colpire un Paese arabo come il Libano infiammerebbe arabi e musulmani in tutto il mondo e probabilmente porterebbe a cacciata ed esecuzione di MBS per apostasia dai principi sauditi rivali.
L’attacco saudita contro il Libano usando lo spazio aereo del Sinai egiziano probabilmente partirebbe dalla base aerea Re Faysal, nell’aeroporto regionale di Tabuq, quartier generale del 7.mo Stormo della Royal Saudi Air Force e sede della squadra acrobatica Saudi Hawks. La base aerea ospita gli avanzati F-15 e F-16 dell’Arabia Saudita, nonché gli aerei AWACS E-3A che sarebbero utilizzati per comando, controllo e comunicazioni nell’attacco saudita al Libano. Si ritiene che una “unità di addestramento” di guerra informatica dell’US Air Force sia assegnata alla base aerea. Sono inoltre stati avvistati aerei della Forza aerea israeliana nella base che trasportavano equipaggiamento militare nell’ambito di un accordo segreto tra Arabia Saudita e Israele che consente che la base aerea Re Faysal sia utilizzata da Israele come base d’appoggio per un attacco aereo israeliano all’Iran. Durante le operazioni israeliane nell’aeroporto, i voli civili vengono cancellati e i passeggeri ospitati, a spese del governo saudita, negli hotel a quattro stelle di Tabuq. È ironico che la base aerea Re Faysal venga utilizzata come hub per le operazioni militari israeliane. Re Faysal fu ucciso nel 1975 da un nipote appena tornato dagli Stati Uniti. Faysal, tra tutti i re sauditi era il più pro-palestinese e anti-israeliano, ed era noto che regalasse ai visitatori ufficiali del regno, tra cui il segretario di Stato Henry Kissinger, copie splendidamente rilegate e in rilievo d’oro de “I protocolli degli Anziani di Sion“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La crisi dei Rohingya è una questione del Myanmar

Dragon-naga 14 novembre 2017I giornalisti del Myanmar che si recano oggi a Maundo a proprio rischio e pericolo, una città non lontana dal confine col Bangladesh, circondata da dozzine di insediamenti rohingya, sono stupefatti nel dire che, nonostante i villaggi bruciati, le persone in questo territorio continuano a vivere. Uno di questi giornalisti ha avuto la forte impressione da un improvvisato mercato del bestiame in uno dei sobborghi della città. Il risultato della massa di persone che abbandonavano le fattorie sono le foreste intorno ai villaggi spopolati e bruciati abitate da animali domestici, principalmente mucche e bufali. Sono stati presi da chi si arrischia a rimanere e, in questo caso, come dicono i giornalisti, anche le forze dell’ordine del Myanmar sono attivamente coinvolte. I bovini sono marchiati (per stabilirne la proprietà) e vengono portati in un mercato improvvisato per venderli ai residenti locali. E i residenti locali comprano questo bestiame con strano entusiasmo: rischiano restando, quindi almeno come compenso per la paura comprano una nuova mucca a un prezzo economico. Poiché l’offerta supera chiaramente la domanda, i prezzi per i bovini a Maundo sono in realtà piuttosto bassi. E i residenti della città dicono che le forze dell’ordine caricano mucche e bufali sui camion dell’esercito e li portano nella capitale dello Stato Sittwe, lì il mercato è migliore e dal bestiame incustodito si può guadagnare di più. Allo stesso tempo, pochi si preoccupano dei proprietari di questi animali: i rohingya fuggiti in Bangladesh, o i rakhinesi e gli indù o altre nazionalità precipitatisi nel sud del Paese. Chi rimane, indipendentemente dall’affiliazione religiosa, sa che i fuggiaschi non torneranno più, il che significa che nessuno cercherà mai una data mucca. E dove trovarla se il bestiame senza proprietario fuggito nelle foreste è stimato ad almeno decine di migliaia di capi. Questo è il risultato dell’operazione speciale delle forze di sicurezza del Myanmar, iniziata dopo che centinaia di rohingya, nella prima mattina del 25 agosto (terroristi accompagnati da “gruppi di sostegno” tratti dalle temute bande giovanili locali, che le forze armate stimavano in circa 4000 persone) attaccarono 30 postazioni di polizia e militari nel nord dello Stato di Rakhine. In risposta, forze armate, polizia e distaccamenti delle guardie di frontiera iniziarono l’operazione per liberare il territorio. In termini numerici, dal 25 al 31 agosto, i terroristi effettuarono 52 attacchi organizzati contro le forze di sicurezza del Myanmar. Nello stesso periodo furono registrati 90 incidenti (tra cui esplosioni di mine e granate). Almeno 63 villaggi registrarono almeno un incidente od esplosione. L’ultimo episodio fu registrato il 22 settembre, ma dopo il 5 settembre (la data in cui, secondo la Consigliera di Stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, i combattimenti attivi sono cessati), ce ne furono davvero pochi. Come risultato degli incendi che bruciarono 232 villaggi, per lo più rohingya, i rifugiati che attraversarono il confine tra Myanmar e Bangladesh furono più di 600mila. Molti di loro, conversando coi giornalisti, descrivono l’illegalità che le forze dell’ordine del Myanmar commettevano contro di loro, secondo i rifugiati, bruciando villaggi, uccidendo e violentando. Persino il Myanmar ritiene che centinaia di rohingya siano stati uccisi, anche se i militari sottolineano che sono stati uccisi dai terroristi.
Se si guarda allo svilupparsi degli eventi dall’anno scorso nello Stato di Rakhine, si dovrebbe riconoscere che tale risultato era logico. Da un lato, nel 2012, il Presidente del Myanmar, Thane Sein, invitò la comunità mondiale a riprendersi i migranti illegali bengalesi nel suo Paese (questa era la posizione ufficiale delle autorità del Myanmar verso i rohingya) e cinque anni dopo la leadership del Paese finalmente ragionava, nessuno li avrebbe aiutati a trasferire i rohingya dal Myanmar, e quindi dovevano risolvere da soli il problema, al meglio per quanto possano. D’altra parte, negli ultimi due anni c’è stato un cambiamento qualitativo nelle attività delle strutture che cercano di parlare a nome dei rohingya nel mondo. Soprattutto l’attivazione e la denominazione del “Rohinga Arakan Salvation Army” (ARSA), organizzazione guidata da tale Ata Ula, una rohingya nato in Pakistan e che vive da tempo in Arabia Saudita, che a quanto pare ha ottenuto il denaro per le attività correnti. Al confine tra Myanmar e Bangladesh sono comparsi campi di addestramento per terroristi, dove giovani disoccupati locali si sono recati volontariamente. Gli istruttori di questi campi non erano solo quadri locali formati all’estero, ma anche immigrati da Afghanistan e Pakistan. Le forze di sicurezza del Bangladesh affermavano che negli attacchi nel nord dello Stato di Rakhine avevano ancora relativamente poche armi da fuoco. A loro volta, le autorità del Myanmar poterono fare ben poco per evitare tale crescente pericolo, come ammise Aung San Suu Kyi, i capi delle comunità rohingya che espressero il desiderio di cooperare con le autorità, pagavano con la vita. Il primo caso di attacco armato organizzato dall’ARSA alle posizioni delle forze di sicurezza del Myanmar si ebbe il 9 ottobre 2016, poi i terroristi attaccarono le dogane, uccidendo 9 poliziotti e 4 soldati, e soprattutto ottennero numerose armi da fuoco e munizioni. Dopo di ciò, cominciarono a comparire sempre più resoconti su schermaglie tra rohingya e forze armate ed uccisioni da parte dei terroristi di civili (soprattutto rappresentanti di altri gruppi nazionali e confessionali). Ci furono notizie sui terroristi che aggredivano le ragazze da altre comunità nazionali, convertendole forzatamente all’Islam e prendendole in mogli. Inoltre, i villaggi rohingya iniziarono a bruciare nello Stato di Rakhine. All’estero, degli incendi furono al solito accusati i militari del Myanmar, tuttavia, nel rapporto della commissione speciale dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (che non ha motivo di adattarsi alla linea ufficiale di Naypyidaw) si nota che molti degli incendi sono opera dei rohingya stessi. A poco a poco divenne chiaro che il prossimo attacco organizzato alla polizia e alle strutture militari nello Stato di Rakhine era solo questione di tempo e che sarebbe stato molto più ampio del precedente. È chiaro che i militari del Myanmar lo capirono perfettamente e prepararono la svolta degli eventi programmando un’operazione su larga scala per ripulire i villaggi rohingya dai terroristi. Ma l’ARSA non solo fece un lavoro efficace con i giovani rohingya in Myanmar, reclutando e addestrando sempre più quadri. Una componente PR per l’estero dell’organizzazione ebbe risalto. Come ammettono gli esperti, i suoi documenti erano scritti in ottimo inglese “ONU”, cioè potevano semplicemente essere presi e citati sui siti delle organizzazioni non governative e dei media. Allo stesso tempo, l’ARSA negò i legami cogli islamisti (va notato che le agenzie d’intelligence bengalese e indiana hanno dati opposti sul caso) e dichiarò l’obiettivo puramente “laico” e attraente per i difensori dei diritti umani internazionali di garantire che i rohingya non siano più una “nazione oppressa” e abbiano diritti civili. Tali iniziative di PR ben regolate dei capi dell’ARSA attrassero molti sostenitori e simpatizzanti nel mondo. A sua volta, il nuovo governo del Myanmar cercò di trovare una formula accettabile per una soluzione pacifica al problema. Per studiare la situazione nello Stato di Rakhine e sviluppare raccomandazioni, fu creata una commissione internazionale speciale con a capo l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il governo del Myanmar adottò un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico dei territori del nord dello Stato di Rakhine (per il 2017-2021), i leader del Paese hanno annunciato la creazione di una zona economica speciale in questo territorio per attirare investimenti (anche dai Paesi islamici) e creare nuovi posti di lavoro. I piani per la costruzione di strade e ponti, così come l’elettrificazione dei territori, furono approvati. Insegnanti apparvero negli insediamenti rohingya. Come riferì Aung San Suu Kyi, i rohingya finalmente avevano un pari accesso ai servizi sanitari degli altri cittadini del Myanmar. Furono avviati i programmi di formazione professionale dei residenti, a seguito dei quali ricevere nuove professioni e maggiori opportunità di trovare lavoro. Il 23 agosto, la Commissione Annan presentò il rapporto finale con proposte per la risoluzione pacifica dei problemi dei rohingya e loro ulteriore integrazione nella società del Myanmar, e i leader del Myanmar a loro volta sottolinearono di esser pronti ad iniziare immediatamente ad attuare concretamente le raccomandazioni del rapporto. E il 25 agosto, i militanti dell’ARSA attaccarono le postazioni militari nello Stato di Rakhine. A giudicare dalle conversazioni telefoniche dei capi dell’ARSA, intercettate dai servizi segreti del Bangladesh, questa coincidenza di date non fu casuale. La dirigenza dell’ARSA cercò di dimostrare di non volere il dialogo col governo del Myanmar e che intendeva raggiungere gli obiettivi unicamente con la forza. Se tale svolta interessasse ai rohingya che vivevano nello Stato di Rakhine, a quanto pare alla dirigenza dell’ARSA non importava.

Perché così tanti
608mila persone dal 25 agosto passarono dal Myanmar in Bangladesh (per lo più su imbarcazioni e altri mezzi improvvisati attraverso il fiume Naf), la cifra era nell’ultimo comunicato stampa dell’ONU, significativamente più grande del numero di rifugiati nelle precedenti crisi nello Stato di Rakhine: nel 2012, a seguito degli scontri intercomunali, il numero di “sfollati” fu stimato a 140000, e un maggior numero di rifugiati dallo Stato di Rakhine fu registrato dopo una serie di operazioni militari primi anni ’90, che furono circa 250mila. Tuttavia, i militari del Myanmar (e soprattutto, il comandante in capo delle Forze Armate Generale Aung Hlayn) ritengono che i media abbiano gonfiato in modo ingiustificato tale cifra. Innanzitutto, diventare dei rifugiati in Bangladesh non è una coincidenza. Immaginate che i terroristi compaiano nel vostro villaggio e ben presto i soldati arrivino per combatterli. Cosa fate? Certo, lasciate il villaggio per andare dai parenti e aspettare che tutto si sistemi. Ma i bengalesi (cioè i rohingya) non hanno parenti in Myanmar. Tutti vivono in Bangladesh. Non sono parenti, ma correligionari che parlano la stessa lingua. Inoltre, la maggioranza dei rohingya viene limitata nei movimenti nel Paese. Pertanto, se ne andarono in Bangladesh. Cioè, secondo la logica dei militari, se costoro fuggivano all’interno del Paese e si sarebbero stabiliti dai parenti, e nessuno li avrebbe considerati rifugiati, non sarebbero apparsi su alcun rapporto delle Nazioni Unite. Dal punto di vista della formalità della burocrazia “ONU”, l’argomento è abbastanza convincente perché oggi (almeno alle Nazioni Unite) nessuno parla dei rifugiati nel Myanmar, in fuga dai conflitti nello Stato di Rakhine e stabilitisi da parenti e amici. In realtà, nessuno li considera formalmente rifugiati, semplicemente hanno cambiato residenza. Secondo le stime dei militari, che hanno incontrato colonne di tali persone che fuggivano dallo Stato di Rakhine verso l’interno del Myanmar, sarebbero decine di migliaia. Allo stesso modo, la maggior parte degli attuali rifugiati rohingya scomparirebbe, se fossero nativi del Myanmar, presso i parenti nel Paese. Cioè, i militari credono che la cifra di 600mila sia solo causa delle circostanze, e in altre condizioni geografiche e demografiche sarebbe stata molto più bassa. Lo sottolineava il Generale Min Aung Hlayn in un’intervista all’ambasciatore statunitense Scott Marsel. In secondo luogo, molti rifugiati arrivarono in Bangladesh dopo intimidazioni e minacce dell’ARSA. Secondo il “Tatmadaw True News Information Team” (un gruppo d’informazione delle forze armate creato appositamente per “una copertura veritiera degli eventi” relativi alla crisi dei rohingya), pubblicato a metà novembre, i risultati dell’indagine sui residenti dello Stato di Rakhine indicano che i terroristi scacciarono i residenti locali dicendo che le truppe arrivavano per bruciare il villaggio, uccidere gli abitanti con armi automatiche e sganciare bombe dagli elicotteri. I terroristi dicevano: “La tua vita sarà più facile se andrai in Bangladesh, perché lì riceverai aiuto dall’estero”, aggiungendo minacce dirette: “Lascia, altrimenti ti dichiareremo apostata dall’Islam e ti taglieremo la gola”. E per costringere le persone a lasciare i villaggi, i terroristi incendiarono le loro case. Infatti, come sottolineato dai militari, bastò costringere un solo villaggio a partire che gli abitanti dei villaggi vicini venissero presi dal panico, senza alcuna persuasione o minaccia. Inoltre, come sottolineano i militari, anche i diplomatici stranieri videro tale panico infondato, comunicando cogli abitanti dei villaggi nello Stato di Rakhine per cercare di convincerli a rimanere, ma i residenti fuggirono. Tale attività dei terroristi creava l'”effetto panico cumulativo”, dimostrandosi molto efficace. I militari attirano l’attenzione sul fatto che lo scopo della leadership dell’ARSA era creare il maggior afflusso possibile di rifugiati in Bangladesh, formalmente per attirare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi dei rohingya. Pertanto, il fatto che i terroristi costringessero i residenti locali a partire per il Bangladesh lo considerano prova indiscutibile (soprattutto perché sono molte le prove dei rappresentanti rohingya che soggiornarono nello Stato di Rakhine per questo motivo). Inoltre, molti terroristi attraversarono il confine stabilendosi in Bangladesh, ed essendosi diffusi nei campi profughi, gli abitanti dei campi evitano tali argomenti nelle conversazioni coi giornalisti. In terzo luogo, molti rifugiati non rohingya furono radunati dai terroristi in Bangladesh “per fare massa”. Gli stessi argomenti furono usati, dalla persuasione alle intimidazioni e agli incendi delle case. Ciò è evidenziato dai rifugiati non rohingya che gradualmente tornano in Myanmar (recentemente, ad esempio, è stato annunciato il ritorno di 500 indù). Secondo l’ambasciatore del Myanmar in Russia, Koh Shane, “alcune donne sono state costrette ad accettare l’Islam, alcune sono state portate in campi musulmani nel territorio del Bangladesh. Le donne indù durante il conflitto hanno chiamato i parenti in altri villaggi per avvertirli di ciò che accade“. Oltre a quanto sopra, i militari richiamavano l’attenzione su un altro fattore che ha contribuito a un flusso di rifugiati in Bangladesh così massiccio. Secondo loro, durante gli attacchi dei terroristi dall’ARSA alle strutture di polizia e militari del 25 agosto, la maggior parte degli aggressori non aveva armi o aveva solo bastoni. Per i capi dell’ARSA costoro, (la maggior parte giovani disoccupati rohingya) erano necessari per alzare il morale e, a lungo termine, farne dei veri combattenti per l’indipendenza, era cioè qualcosa di simile a un’esercitazione per futuri terroristi. Ma, come spiega l’esercito, l’obiettivo principale era l’attacco psicologico alle forze di sicurezza del Myanmar, quando una folla aggressiva di diverse centinaia di persone assaltava la stazione di polizia (con massimo di 10-15 difensori), qualsiasi poliziotto si sarebbe spaventato. In effetti, il compito dell’ARSA era dimostrare alle forze di sicurezza del Myanmar che erano in guerra contro tutto il popolo. I militari risposero con una tattica simile. Si avvicinarono ai villaggi in grandi gruppi, così che i residenti locali capissero immediatamente che una forza minacciosa arrivava inesorabilmente su di loro. E poiché in molte famiglie i giovani presero parte agli attacchi alle strutture di polizia e militari di diversi giorni prima, si può immaginare cosa provassero quando videro i soldati. Inoltre, i miei interlocutori dicevano che una parte significativa dei miliari era costituita da rakhinesi, il che significava che i rohingya, sapendo questo, erano sicuri che il popolo armato si sarebbe vendicato. Come si scoprì, questa tattica funzionò molto bene dato che gli insorti avevano collaborato cogli abitanti dei villaggi, intimidendo e costringendo a partire per il Bangladesh. Secondo l’esercito del Myanmar, sempre più spesso, quando si avvicinavano ai villaggi, non c’erano più abitanti e le case bruciavano. E infine la stessa situazione in Bangladesh potrebbe aver influenzato il numero dei rifugiati. Nel contesto del Paese sovrappopolato, con un vasto esercito di disoccupati tra la popolazione, i campi profughi (dove almeno si viene nutriti, e si crede anche alla prospettiva di lasciarne uno per un altro dove si è meglio nutriti), furono sommersi da bengalesi locali. I bengalesi di Chittagong e quelli che si definiscono “rohingya” in realtà non differiscono. Inoltre, molti giovani rohingya che vivono in Bangladesh, al confine con il Myanmar, sono coinvolti nel traffico di droga dal Myanmar, e il confine “colabrodo” viene attraversato in entrambi i sensi, quindi è abbastanza facile immaginare la comune realtà geografia e culturale di ogni lato. Pertanto, per i bengalesi la confusione causata dall’improvviso arrivo di centinaia di migliaia di persone nel Paese, appare chiaro che dichiarasi rohingya non è difficile. Ma i documenti, per ovvie ragioni, possono essere esibiti solo da una frazione degli abitanti dei campi profughi. La lamentela principale delle autorità di Myanmar sul dato dei rifugiati è che il mondo assiste esclusivamente i rifugiati in Bangladesh (la maggior parte dei quali rohingya). Ma se si parla delle vittime dei recenti scontri nel Rakhine, è necessario tenere conto di tutti. Nel territorio del Myanmar, dalla zona di conflitto, secondo l’esercito, sono state evacuate 27235 persone (per lo più rakhinesi, birmani, indù, mro, kham, mramagi e dayngneti che, come i militari sottolineano, non sono “come gli abitanti dei villaggi bengalasi“). Molti hanno lasciato le case recandosi a sud del Paese, “quanti” resta da vedere. Per i myanmaresi è strano che le sofferenze di queste persone, che hanno abbandonato le proprie case per le minacce dai terroristi rohingya stranieri, a malapena se ne parli, mentre molto spazio sui media hanno le storie sui rifugiati in Bangladesh (rigurgitate acriticamente, senza alcuna prova). Secondo loro, l’aiuto della comunità internazionale dovrebbe essere distribuito in modo uniforme tra tutte le vittime del conflitto, indipendentemente da ubicazione e appartenenza etnica o religiosa.L’industria dell'”assistenza ai rifugiati” e la crisi nella fiducia sulle Nazioni Unite
Tale dimostrato disprezzo delle organizzazioni non governative internazionali per i problemi dei rifugiati non musulmani (ed è così che viene visto dal Myanmar, come nel Bangladesh musulmano e dai rappresentanti di altre religioni), ancora una volta attirava l’attenzione dei myanmaresi sulle attività di tali organizzazioni nel loro Paese e in Bangladesh. In Myanmar i media più volte segnalavano che almeno alcune di tali organizzazioni di fatto aiutano i terroristi (una delle prove più vivide sono gli aiuti umanitari trovati nelle basi dei terroristi, spesso mostrati dai media del Myanmar). Inoltre, secondo l’opinione pubblica del Myanmar e del Bangladesh da decenni vi è un settore delle organizzazioni non-profit specializzata nella rumorosa campagna in difesa degli “oppressi nel mondo” e per la raccolta di risorse da tutto il mondo, formalmente per assistere i rifugiati rohingya, in realtà per alimentare il loro parassitismo su questo argomento. I fondi raccolti consentono ai capi di tali organizzazioni di vivere agiatamente e di “ungere” i funzionari locali. E’ chiaro che tali organizzazioni permettono, per quanto possibile, di ritrarre un quadro fosco delle sofferenze dei rohingya. Ed è noto in Myanmar che i capi di tali organizzazioni (o dei loro uffici in Bangladesh e Myanmar) sino fondamentalmente musulmani; per i myanmaresi ciò è la migliore prova della loro faziosità, (in questo caso, nel tentativo dei musulmani di difendere i fratelli a scapito dell’oggettività, e i myanmaresi non vi vedono nulla male, “avremmo fatto lo stesso parlando dei buddisti“). I principali rimproveri ai rappresentanti di tali organizzazioni che operano nel Rakhine è che aiutano solo bengalesi-rohingya e non aiutano (o non abbastanza) gli altri gruppi etnici e religioni. Inoltre, tali organizzazioni a volte consapevolmente o inconsapevolmente provocano conflitti. Così è stato, per esempio, quando un dipendente di una di tali strutture per qualche motivo decise di rimuovere la bandiera buddhista da un edificio nello Stato di Rakhine, e lo fece in modo tale (gettandola a terra in un luogo dove i simboli religiosi non sono formalità) che in seguito i membri dell’organizzazione dovettero uscire dalla città sotto scorta armata, per evitare rappresaglie dai residenti locali. Ma il problema principale era la sfiducia nelle organizzazioni non governative dopo anni di lavoro in Myanmar che ha provocato diffidenza nelle Nazioni Unite, le cui attività sono strettamente connesse con tali strutture. Aung San Suu Kyi compie cauti tentativi di migliorare in qualche modo la credibilità dell’organizzazione (ad esempio nominando a capo della commissione speciale per lo Stato di Rakhine l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, perciò fu duramente criticata da nazionalisti rakhinesi), ma dopo i recenti fatti nello Stato di Rakhine si può concludere che la crescita della fiducia non c’è ancora.
In Myanmar viene spesso ricordato come il precedente relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Tomás Ojea Quintana, un argentino, camminasse coi calzini in un tempio buddista e si sedesse in modo irrispettoso presso i monaci influenti. L’attuale relatrice speciale delle Nazioni Unite, la coreana Li Yanghi (che uno dei capi del gruppo radicale del clero buddista del Myanmar Ashin Virata definì pubblicamente una puttana), veniva pure criticata. Ad esempio, parlando dell’omicidio di sei rohingya da parte di terroristi di nazionalità Mro, il 3 agosto 2017, non indicò gli autori del crimine nella dichiarazione ai media del Myanmar citata dal Centro asiatico per i diritti umani (di New Delhi). E dopo gli attacchi dei terroristi rohingya a persone da popolazioni non musulmane del Rakhine, ancora una volta menzionò questi eventi senza indicarne i responsabili; secondo gli autori del documento, tale posizione della relatrice speciale delle Nazioni Unite “ispira i terroristi” a compiere altri attacchi. I myanmaresi soffrirono e reagirono per la prima volta quando fu nominata la “pulizia etnica anti-islamica” nello Stato di Rakhine dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Ziad Rad al-Husayin, la cui appartenenza religiosa non è per nessuno un dubbio. Successivamente i myanmaresi non ebbero bisogno di molto tempo per capire chi avvantaggiasse l’organizzazione internazionale. La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata all’inizio di novembre è stata accolta in Myanmar con palese irritazione. Il rappresentante del Myanmar presso le Nazioni Unite disse che “è una pressione geopolitica sul Paese” ed “aumenterà polarizzazione ed escalation”. Recentemente, i media del Myanmar hanno ripetutamente accusato gli alti funzionari delle Nazioni Unite di aggredire la sovranità del Paese.
Soprattutto è necessario parlare del ruolo del Bangladesh in questi eventi. Il governo della Prima ministra Sheikh Hasina ha tutte le ragioni per non amare l’ARSA. Funzionari del Bangladesh hanno ripetutamente sottolineato la politica “tolleranza zero” nei confronti di questa organizzazione e che i suoi capi, se detenuti, vanno estradati in Myanmar. Inoltre, i militari del Bangladesh hanno perfino offerto il comando alle forze armate del Myanmar per condurre un’operazione militare congiunta contro i terroristi dell’ARSA, ma non ebbero risposta. Intercettate dai servizi speciali del Paese, le conversazioni dei capi terroristi indicavano che compito secondario nell’organizzare la “crisi dei rifugiati” era sfuggire all’attuale governo del Bangladesh, in quanto insufficientemente fedele. Ma poi si scopriva che le forze di sicurezza del Myanmar svolgono le operazioni speciali nello Stato di Rakhine esattamente come voleva il capo dell’ARSA. Questo irritava le autorità del Bangladesh. Sì, 600 mila persone su 150 milioni del Bangladesh sono una goccia nel mare. Ma va capito che l’arrivo di un numero così grande di persone sul territorio del Paese ha effettivamente “ucciso” l’agricoltura delle aree di confine (negli attuali campi profughi). Con atteggiamento generalmente amichevole dei residenti locali per le persone in difficoltà, il Bangladesh non vuole che i rifugiati rimangano in questi territori per sempre. Allo stesso tempo, i rifugiati devono essere nutriti, avere condizioni sanitarie e di vita minime, e ciò richiede fondi considerevoli. Inoltre, i campi profughi sono fonte di instabilità, criminalità e, in futuro, possibili epidemie. E in aggiunta a ciò, i servizi segreti del Bangladesh affermano che, dato che le imbarcazioni che trasportano massicciamente rifugiati attraverso il fiume Naf non vengono esaminate, trasportano grandi quantità di metanfetamina dal Myanmar. In tali circostanze, il governo del Bangladesh richiede al Myanmar che tutti i rifugiati (o almeno la grande maggioranza) rientri. E chi per qualche motivo rimanesse, che sia trasferito in una delle isole inabitate al largo delle coste del Paese (i difensori dei diritti umani hanno già sollevato un polverone per il fatto che l’isola assegnata a questo scopo, durante l’alta marea finirebbe completamente sott’acqua e, quindi, la vita degli abitanti non sarebbe al sicuro). A loro volta, le autorità del Myanmar affermano che non riprenderanno tutti ma solo chi può dimostrare una precedente residenza prolungata nel Paese. E come documento di base per tale processo, propongono un memorandum firmato dai governi di Myanmar e Bangladesh nel 1993, dopo il precedente esodo di massa di profughi dal Myanmar, nei primi anni ’90. Secondo i termini, il Myanmar accetterebbe i rifugiati che presentino carta d’identità, “altri documenti rilasciati dalle autorità competenti del Myanmar”, così come chi dimostra la propria residenza in Myanmar. Il Bangladesh è freddo verso questo passo, e gli esperti dicono addirittura che diverrebbe una “trappola” che permetterà al Myanmar di non riprendersi la maggior parte dei rifugiati. Di fatto, si scopre che il Myanmar ha il diritto esclusivo di decidere quali documenti considererà per il ritorno dei rifugiati, e quali prove considerare convincenti. E sebbene il Myanmar sia pronto ad integrare questo documento con nuove disposizioni, il Bangladesh è molto scettico sulla possibilità di applicarlo nella situazione attuale. Ma il problema non è nemmeno il documento stesso. È noto, per esempio, che i capi di molte comunità rohingya rifiutano categoricamente di partecipare al processo di verifica nazionale (cioè, la procedura che permetta di ottenere i documenti necessari per tornare in Myanmar). Alcuni agiscono basandosi su proprie convinzioni (non sono soddisfatti, ad esempio, dal fatto che, pur accettando di collaborare con le autorità, dovrebbero abbandonare l’autodesignazione “rohingya” e diventare “bengalesi”, e il processo di verifica nazionale non equivale ad ottenere la cittadinanza), ma la maggior parte, a quanto pare, ha ancora paura della vendetta dei terroristi dell’ARSA, secondo il Myanmar, da agosto, almeno 18 capi delle comunità rohynga sono stati uccisi dopo aver espresso disponibilità a partecipare al processo di verifica nazionale. Pertanto, l’argomentazione bengalese sui negoziati col Myanmar è la seguente: ponendo la condizione di fornire documenti e di far partecipare le comunità rohingya nel processo di verifica nazionale, se ne causa l’assassinio dei capi della comunità pronti a cooperare. Cioè, la richiesta del Myanmar fa reagire come previsto i terroristi dell’ARSA complicando la situazione, il che significa che è complice involontario dei terroristi. A sua volta, il Myanmar vede altre ragioni per il rifiuto del Bangladesh di accettare i termini del documento del 1993 e procedere col ritorno dei rifugiati. La presenza in Bangladesh di numerose persone, in assenza di progressi nei negoziati sul loro ritorno in Myanmar, permetterà alle autorità del Paese di ottenere altro denaro dalla comunità mondiale. Cioè, il Bangladesh, ritardando le trattative, cerca di guadagnare dai rifugiati il massimo. L’annunciò a fine ottobre il direttore generale dell’Ufficio del consigliere di Stato del Myanmar Zo Tae. E i media locali del Myanmar indicano le “richieste illegali” del Bangladesh e “pressioni su larga scala sul Myanmar”. Ora c’è un nuovo accordo tra i governi di Myanmar e Bangladesh. Forse sarà firmato il 16 novembre. A tal fine, il capo del Ministero degli Esteri del Bangladesh arriverà in Myanmar. È già noto che nel nord del Rakhine le autorità costruiranno tre grandi campi per i rifugiati. In Myanmar, i rifugiati saranno autorizzati a tornare cinque volte a settimana in gruppi di 100-150 persone e saranno stanziati in questi campi. È qui che si svolgerà il processo di verifica nazionale: i dati biometrici saranno presi e avranno i documenti necessari per la residenza legale in Myanmar.

Ritorno dei profughi: geopolitica e cospirazione
Quando chiedo ai miei interlocutori del Myanmar quanti, secondo le loro stime, rifugiati torneranno in Myanmar, alcuni consigliano di porre la domanda diversamente: non solo “quanto”, ma anche “dove”? Secondo loro, non è una domanda inutile. Ecco la mappa di metà settembre. Mostra i villaggi bruciati dei rohingya. Alla loro sinistra c’è la foce del fiume Naf, a sinistra il Bangladesh, sospeso sul territorio del Myanmar sotto forma di penisola, e più lontano il Golfo del Bengala.La mappa dei villaggi bruciati sembra strana. Sembra che nell’est sia disegnata una linea, a cui nessuno è permesso attraversare. Ma vi vivono anche rohingya, come nei villaggi ad ovest. È su loro avviso che Aung San Suu Kyi sorprese nel discorso del 19 settembre su come fosse ancora necessario capire perché metà delle comunità rohingya continuasse a vivere nel Paese. È chiaro che se il processo si sviluppasse spontaneamente, tale linea uniforme non esisterebbe, piuttosto la mappa rappresenterebbe un insieme di punti dalle dimensioni diverse. C’è qualcosa che fa pensare a una cospirazione, per esempio, il grado di “controllabilità” della crisi dei rifugiati. Ed ecco un’altra mappa di “Google-Map” che forse fa comprendere la situazione. Si scopre che lungo le coste del Myanmar vi è una catena di montagne basse (chi ha viaggiato delle spiagge di Myanmar a Ngapali e Ngve Saung sa che c’è lo stesso discorso, e dal “Myanmar interno” alle coste bisogna attraversare le montagne). Quindi, i villaggi bruciati erano per lo più tra le coste e le montagne.Un giornalista del Myanmar, con cui ho parlato a lungo, mi ha fatto notare che la foce del Naf e gli adiacenti territori del Bangladesh e del Myanmar sono il luogo ideale per una grande infrastruttura logistica. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che la sabbia costiera vicino Maundo è una fonte di alluminio e titanio. 500 tonnellate di sabbia in quest’area contengono almeno una tonnellata di uno o dell’altro metallo. Cioè, risulta che al fine di attuare determinati progetti logistici e geologici, l’area ad est del fiume Naf e fino alla catena montuosa dovrebbe essere liberata dai residenti locali. Vale a dire ciò che fino a poco prima erano i villaggi bruciati dei rohingya. Il giornalista con cui ho parlato, parlò di una conversazione con uno degli amministratori locali dello Stato di Rakhine, un militare in pensione (il che significa, a suo parere, avere accesso ad alcune informazioni attendibili), che affermava fermamente che i rohingya si sarebbero insediati “dietro le montagne”. Secondo lui, dato che non tutti sono tornati, dovrebbe esserci spazio a sufficienza. Alla mia domanda su chi volesse scacciare i rohingya, gli interlocutori del Myanmar accusavano la Cina. In effetti, a diverse centinaia di chilometri a sud di questo luogo c’è il porto di Chauphue, in acque profonde. Da lì inizia il gasdotto che attraversa il territorio del Myanmar e arriva alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre, la Cina ha concepito un progetto su vasta scala nel quadro dell’iniziativa “Fascia e Via”, il corridoio economico “Bangladesh-Cina-India-Myanmar” che richiederà nuovi territori e nuovi centri logistici nella regione. Alla mia domanda chi ci sia dietro gli attacchi dell’ARSA, indicavano con sicurezza gli Stati Uniti che cercano d’impedire i progetti cinesi in Myanmar e Bangladesh. Dopo di che, di solito esprimo l’opinione che in questo caso i terroristi dell’ARSA effettivamente aiuterebbero la Cina perché, logicamente, con le loro azioni e la crisi dei rifugiati che provocano, cacciano la gente del territorio per i progetti economici cinesi. I myanmaresi di solito ignorano tale supposizione, pensando a una nuova svolta della cospirazione. Al netto, a mio avviso, si può dedurre da tutto ciò che: i rohingya apparentemente si stabiliranno in nuovi territori ad est dei loro vecchi villaggi bruciati. A giustificazione di tali misure, ci sarebbe almeno la recente decisione di 150 rappresentanti di 25 villaggi a sud di Maundo. Questa decisione, in sei punti invita le autorità a non insediare i “bengalesi” nei loro ex-villaggi, e se vengono risistemati per la pressione sul Myanmar, proteggere questo territorio sotto forma dei campi e consentire ufficialmente ai locali residenti di formare distaccamenti di autodifesa, oltre a limitare le attività in questo territorio ad ONU ed organizzazioni non governative straniere, dato che lavorano da 25 anni coi “bengalesi” e non sono interessati al destino dei rakhinesi. I media del Myanmar pubblicano oggi le lettere degli abitanti dei villaggi vicini gli insediamenti rohingya, con la richiesta di non lasciare che ritornino in Myanmar perché i terroristi ritorneranno inevitabilmente con loro. Nella capitale dello Stato di Rakhine, Sittwe, ci sono state manifestazioni di massa che chiedevano al governo di non permettere ai rohingya di tornare nel Paese e di non soccombere alla pressione internazionale. In queste condizioni, insediare i rohingya in nuovi territori (oltre a quello vicini alle comunità che hanno deciso di rimanere nel Paese) per la leadership del Myanmar sarebbe una forma di compromesso.

I rohingya e il mondo
E infine va probabilmente menzionato il “concerto di opinioni” illustrato dalle principali potenze mondiali e regionali sulla crisi. Immediatamente dopo l’inizio dell’attuale crisi, il ruolo di principale e assai emotivo difensore dei rifugiati nello Stato di Rakhine nel mondo musulmano è stato inaspettatamente preso dalla Turchia. È vero, c’è stato un leggero imbarazzo: è emerso che sullo sfondo della sommossa generale sulla crisi nello Stato di Rakhine, il viceprimo ministro turco Mehmet Shimshek pubblicasse su twitter false foto che presumibilmente rappresentavano le vittime delle atrocità del popolo del Myanmar contro i rohingya (Aung San Suu Kyi lo fece notare al presidente turco Recep Erdogan durante la loro conversazione telefonica del 5 settembre). Questo fatto non è tanto la prova che uno degli statisti più noti della Turchia agisse involontariamente da “utile idiota” dei terroristi dell’ARSA, ma piuttosto del livello di consapevolezza della leadership del Paese in quel momento degli eventi nello Stato di Rakhine. Ciononostante, in seguito la Turchia cambiò tono, sebbene il presidente Erdogan lamentasse più volte l’insufficiente reazione dei Paesi islamici su ciò che accade in Myanmar: “Purtroppo, non tutti i Paesi islamici trattano con pari scrupolosità la posizione dei rappresentanti del popolo rohingya in Myanmar… È davvero così semplice? Questa domanda è così insignificante da traguardarla? Muoiono centinaia di migliaia di persone. I musulmani muoiono, ma a loro non importa“. Tuttavia, il principale aspetto positivo della partecipazione della Turchia al destino dei rohingya è che il suo governo effettivamente invia aiuti umanitari ai rifugiati in grandi quantità, ed ha persino espresso la disponibilità a costruire un campo per 100000 persone, un altro segno della comprensione turca del fatto che il ritorno dei rifugiati non sarà a breve, e se ritornano in Myanmar, non lo faranno tutti. Un passo avanti è stata la cooperazione costruttiva della Turchia con le autorità del Myanmar, ora è iniziata la fornitura di aiuti umanitari alle comunità rohingya rimaste sul territorio dello Stato di Rakhine.
Gli Stati Uniti d’America iniziarono prevedibilmente a parlare di sanzioni contro le Forze Armate del Myanmar e le relative strutture imprenditoriali. Tale argomento fu attivamente discusso al Congresso a settembre. A sua volta, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti elencò le misure da imporre all’esercito del Myanmar. Soprattutto la “sospensione delle visite del comando militare degli USA” in Myanmar, così come il divieto di partecipare ad “eventuali programmi di assistenza” del personale militare del Myanmar attivo nelle operazioni nello Stato di Rakhine. Inoltre, è possibile che alcuni rappresentanti del comando delle Forze Armate del Myanmar finiscano nella lista della “legge Magnitskij”. Tuttavia, i ricercatori indicano simbolismo ed inefficienza di tali azioni. Primo, la cooperazione degli Stati Uniti e del Myanmar sul piano militare è già più che modesta, e la cancellazione non sarà neanche notata. Secondo, il Myanmar ha già vissuto più di due decenni di sanzioni economiche ed ha imparato con successo a eluderle usando “le borse remote” di Singapore e flussi di denaro “nero” dall’India. Inoltre, a causa del ritardo del sistema bancario del Myanmar negli standard mondiali e le transazioni valutarie burocratiche, molti di tali meccanismi continuano ad essere ampiamente utilizzati dal popolo del Myanmar (sia aziende che individui). Ma la considerazione più importante che gli esperti dicono è che l’introduzione di sanzioni degli Stati Uniti dimostrerà chiaramente quanto sia diviso il mondo oggi. Attirano l’attenzione sul fatto che durante le visite del Generale Min Aung Hlayn presso le principali potenze mondiali (come India e Cina), di solito riceveva un’accoglienza da capo di Stato. Ed è improbabile che questo atteggiamento cambierà se gli Stati Uniti decidessero d’imporre sanzioni personali contro di lui. Allo stesso tempo, va notato che l’attività degli Stati Uniti verso il Myanmar non si limita alla discussione delle sanzioni. È piuttosto versatile, dalle dichiarazioni del presidente Trump alle telefonate del segretario di Stato Tillerson alla Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, e al comandante in capo Aung San Hsiin (intendeva visitare il Myanmar il 15 novembre e incontrare personalmente la leadership del Paese).
Sulla posizione dell’India, va detto in modo specifico. Il Primo ministro Narendra Modi era a Yangon appena dieci giorni dopo l’inizio l’attuale crisi. Durante questa visita, condannò gli attacchi dei terroristi dell’ARSA e sostenne la leadership del Myanmar nel ripristinare l’ordine e la pace nello Stato di Rakhine. Poco dopo, l’India decise in modo piuttosto dimostrativo di espellere 40mila rohingya. La ragione era che fossero immigrati illegali e collegati ai terroristi. Si ritiene che l’India svolga un ruolo attivo (sebbene in gran parte dietro le quinte) negli attuali negoziati tra Bangladesh e Myanmar sul ritorno dei rifugiati. L’essenza della mediazione indiana è persuadere il Myanmar a non fare dichiarazioni dure sul governo di Sheikh Hasina e, se possibile, cercare un compromesso perché se questo governo cadesse, gli islamisti andrebbero al potere in Bangladesh, con cui lo Stato di Rakhine diverrebbe una “zona jihadista”. A sua volta, influenzato dall’India, in Bangladesh il governo cerca anche di trovare un’intesa e continuare i negoziati col Myanmar, perché “essendo in Myanmar, Aung San Suu Kyi è con chi il Paese deve negoziare” questa mediazione, nell’interesse anche dell’India, data la vicinanza alla zona di conflitto.
La posizione della Russia sui rohingya sembra identificata da tre fattori. Primo, la volontà di non complicare i rapporti con gli attuali leader politici e militari del Myanmar. Secondo, le manifestazioni in difesa dei rohingya avutesi in alcune regioni della Russia. Terzo, la solida cooperazione con la Cina e gli interessi reciproci. Cioè, sostenendo la posizione della Cina sulla questione del conflitto nel Rakhine, la Russia potrebbe aspettarsi di vedersi restituire il favore su altri problemi più sensibili. Di conseguenza, dal punto di vista commerciale russo col Myanmar il fatturato è stato pari a soli 260 milioni di dollari nel 2016, probabilmente può indicare che: “è lontano da noi, e non sappiamo esattamente cosa succede“, “vi sono da entrambi le parti delle ragioni, ma le autorità del Myanmar almeno cerchino di migliorare qualcosa“. Nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza, il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzia richiese la necessità di analizzare un quadro completo ed obiettivo della situazione nel Rakhine, indicando i casi dei terroristi rohingya che uccidevano decine di indù, e cioè che condannare le sole forze armate del Paese per la repressione in realtà incoraggia i terroristi ad ulteriori azioni. Tuttavia, sottolineò che la leadership del Myanmar ascolta le opinioni della comunità internazionale ed è disposta a lavorare con le Nazioni Unite, e quindi non a compiere mosse brutali. Ma probabilmente coerente e attiva verso il Myanmar era solo la Cina. Nel momento in cui l’attenzione del mondo s’è concentrata sui rifugiati in Bangladesh, la leadership cinese decise di aiutare i rifugiati “interni”, costretti a fuggire dallo Stato di Rakhine nel territorio del Myanmar (in primo luogo i rakhinesi e altri gruppi etnici). Quando a settembre furono inviati i primi aiuti umanitari, l’ambasciatore cinese Liang Hong disse che il suo governo sosteneva gli sforzi del Myanmar nel promuovere pace e stabilità nello Stato di Rakhine. Se prendiamo in considerazione i grandi piani della Cina sul territorio (essendo il Myanmar interessato a due dei sei “corridoi economici” nel quadro della “Fascia e Via” che ha lo Stato di Rakhine come regione chiave per uno di essi) va riconosciuto che questo passo era molto efficace nel promuovere i propri interessi in Myanmar. Inoltre, la Cina ha fatto tutto il possibile per mitigare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Myanmar, altro vantaggio per le relazioni Cina-Myanmar. Allo stesso tempo, i rifugiati rohingya in Bangladesh non furono ignorati dalla Cina, fornendogli assistenza umanitaria ed erigendo una tendopoli creata appositamente dai soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Ai primi di novembre, la delegazione cinese visitò il confine tra Bangladesh e Myanmar per valutare l’assistenza di Pechino nella costruzione di una barriera tra i due Paesi usando “tecnologie avanzate”. Cioè Pechino ha ora una strategia per risolvere la crisi dei rohingya: il tacito appoggio al Myanmar sulla sua rigida posizione sui rifugiati nel filtrarli e di conseguenza farne tornare solo una parte e contribuire al mantenimento di efficaci controlli alla frontiera per evitare una migrazione irregolare (e quindi l’infiltrazione dei terroristi), così come l’assistenza nel fornire l’infrastruttura per i rifugiati in Bangladesh. Tale strategia “degli orecchini per ogni sorella” è criticabile ma non possiamo dire che sia inefficace e non promuova gli interessi della Cina nella regione, direttamente connessi al compito di garantire la stabilità nelle zone di confine tra Myanmar e Bangladesh.
Fin dall’inizio della crisi, il governo di Myanmar dichiara che, nonostante la minaccia terroristica dell’ARSA, intende attuare tutte le raccomandazioni della Commissione internazionale di Kofi Annan per normalizzare la situazione nello Stato di Rakhine, nonché adottare le misure per lo sviluppo economico della regione e crearvi una zona economica speciale. Continuerà l’attuazione del piano quinquennale per lo sviluppo delle infrastrutture per elettrificare villaggi. I residenti nel nord dello Stato di Rakhine continueranno ad avere accesso ai servizi educativi e sanitari. Per informare, le autorità pubbliche intendono stabilire una nuova stazione radio che trasmetta in birmano, rakhinese e bengalese. Per l’attuazione dei progetti di sviluppo del Nord dello Stato di Rakhine c’è un reparto speciale interministeriale creato a settembre.
In questo contesto, la leadership dell’ARSA sembra in “crisi generale”. A quanto pare, il vecchio obiettivo era provocare la peggiore crisi dei rifugiati per far sì che la comunità internazionale aumentasse la pressione sul governo del Myanmar. In parte ci sono riusciti, il Myanmar e la sua Consigliera di Stato oggi soffrono una significativa perdita di reputazione (soprattutto agli occhi della comunità occidentale dei diritti umani), e seriamente discute l’introduzione di sanzioni contro il Paese. Quali sono le prospettive? I capi dell’ARSA non hanno trovato niente di meglio che annunciare a settembre di preparare nuovi attacchi armati nel Rakhine. Ma qual è il significato di tali azioni sullo sfondo dei reali (anche se forse lenti) passi del governo del Myanmar nel tentativo di normalizzare la situazione dei rohingya? Sembra che l’ARSA non possa presentare alla comunità mondiale alcuna idea positiva, i capi dell’organizzazione non ne hanno. Inoltre, tali dichiarazioni inducono le forze di sicurezza del Myanmar a controllare maggiormente i rohingya che desiderano tornare. Questo significa che più rifugiati rimarranno in Bangladesh, creandovi sacche d’instabilità che interesseranno le relazioni tra i Paesi della regione. Anche se, forse, il compito principale della prossima fase delle attività dell’ARSA sarà ancora una volta solo distruttiva. Parlando il 19 settembre ad un evento appositamente organizzato a Naypyidaw e rivolgendosi ai rappresentanti di governi stranieri (anche quelli musulmani), Aung San Suu Kyi chiese apertamente a chi avesse la possibilità, d’influenzare la posizione di alcuni rappresentanti del popolo rohingya ancora decisi al confronto con le autorità e che non vogliono partecipare al processo di verifica nazionale, considerato dal governo una tappa per l’integrazione dei rohingya in Myanmar. Fu un appello molto importante ma a quanto pare nessuno dei giornalisti l’ascoltò. Invece, alcuni media occidentali (soprattutto il “Guardian“) iniziarono a dire con entusiasmo che Aung San Suu Kyi aveva ceduto, spiegando ai lettori chi dicesse la verità e chi mentisse, sostenendo di conoscere la situazione nel Rakhine molto meglio della Consigliera di Stato del Myanmar. In realtà, questo sarebbe tutto ciò che c’è da sapere per capire la situazione nel Rakhine, secondo la stragrande maggioranza dei media.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Legami regionali e globali dell’Arabia Saudita

Prof. James Petras, Global Research, 16 novembre 2017Introduzione
L’Arabia Saudita ha costruito una potente rete di relazioni politiche, militari ed economiche regionali e locali che incorporano l’affiliazione comune tra estremisti e religiosi. Di conseguenza, nonostante la reputazione di arretrata clerico-monarchia dispotica dall’estrema dipendenza dalle vendite di petrolio, è diventata una forza politica mortale in Medio Oriente e oltre. Per capire le dinamiche e le proiezioni di potenza saudite, è importante identificare e analizzare come usa forza militare, religiosa ed economica.

Arabia Saudita: senilità e protezione mercenaria
L’Arabia Saudita ha finanziato e armato mercenari in Siria, Iraq, Somalia, Yemen, Libia, Libano, Afghanistan, Pakistan, Filippine, Malesia e molti altri Paesi asiatici e africani. L’intollerante ramo wahhabita saudita dell’Islam sunnita e i suoi mercenari agiscono per rovesciare e distruggere regimi e società arabe dalla leadership moderna, nazionalista e secolare indipendente o tolleranti sul piano etnico e religioso. Hanno anche preso di mira le repubbliche con governi a maggioranza sciita contrari al dominio saudita-wahhabita in Medio Oriente. L’obiettivo saudita era distruggere le società moderne e multietniche e imporre brutali regimi “seguaci” che proteggessero i senescenti sovrani sauditi dal rovesciamento da parte di forze popolari, nazionaliste e democratiche, interne ed estere.

L’acquisto saudita di “alleati” globali e regionali
La monarchia saudita finanzia e sostiene regimi impopolari e antidemocratici per assicurarsi alleati militari e mercenari: la ricchezza petrolifera saudita ha comprato ufficiali e truppe da Pakistan, Egitto, Yemen e Giordania per imporre le proprie ambizioni egemoniche. L’Arabia Saudita ha vecchi legami economici e militari con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi della NATO. Le basi e le armi statunitensi, così come le vendite di armi inglesi e francesi, servono per pagare per le guardie pretoriane del dispotismo. La ricchezza petrolifera saudita ha finanziato migliaia di scuole religiose e centri culturali esteri per insegnare la forma più intollerante dell’islam wahhabita. Assegna borse di studio a giovani musulmani di talento disposti a diffondere la propaganda wahhabita e a reclutare mercenari e attivisti politici per far proiettare la potenza globale della monarchia saudita. Da tempo l’Arabia Saudita ha legami di fatto con Israele, nonostante le superficiali differenze religiose, basandosi su un greve tribalismo razzista e l’opposizione all’Iran indipendente e agli Stati arabi laici e nazionalisti, come Libano, Siria, Iraq e i movimenti di liberazione popolari nel Medio Oriente. In gran parte, la monarchia saudita sopravvive con un “potere preso in prestito”, scambiando ricchezza petrolifera con consiglieri militari e finanziari. La fondamentale debolezza e la patologia politica saudite appaiono chiare quando decidono di attaccare e bloccare Paesi militarmente più deboli e vulnerabili: Yemen e Qatar. Nonostante i miliardi di dollari spesi per sganciare migliaia di tonnellate di bombe sullo Yemen e armare migliaia di mercenari, i sauditi hanno al massimo conquistato un terzo del Paese devastato e meno di un quarto della sua popolazione affamata. I “principi” sauditi hanno commesso gravi crimini di guerra nella loro guerra allo Yemen: distruggendo la maggior parte delle infrastrutture vitali, uccidendo migliaia di persone, diffondendo il colera, bombardando il sistema di trattamento delle acque e affamando milioni di civili nel tentativo di forzarne la sottomissione. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha subito numerosi attacchi e anche un recente attacco missilistico yemenita contro il suo aeroporto principale. Il Qatar ha suscitato l’ira saudita per la diplomazia petrolifera regionale indipendente, come cercare relazioni amichevoli con l’enorme vicino Iran. I furiosi sauditi hanno finanziato tre dittature regionali, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti affinché aderissero al boicottaggio contro il Qatar. Queste azioni si sono ritorte sui sauditi, portando ad ulteriori accordi commerciali del Qatar con Iran e Iraq, superando efficacemente le poderose sanzioni del re saudita. È evidente che la decrepita monarchia saudita non riesce a flettere efficacemente i suoi muscoli flaccidi contro i vicini. Le proiezioni di potenza saudite oltre l’immediato vicinato non sono riuscite a migliorare l’immagine della monarchia come potenza globale. I mercenari dello SIIL finanziati dai sauditi sono stati decisamente sconfitti, distrutti dalle forze iracheno-sciite e dall’alleanza del governo siriano-russo-iraniano-Hezbollah in Siria. Di conseguenza i mercenari hanno arraffato lo stipendio e sono fuggiti nei loro Paesi d’origine per crearvi subbugli. I terroristi mercenari supportati dall’Arabia Saudita in Afghanistan vengono emarginati dai taliban, che possono ancora godere di qualche residua generosità saudita ma perseguono un proprio programma nazionalista. I sauditi firmano operazioni segrete con Israele, un caso di mutua manipolazione basata sulla comune ostilità a Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e Yemen. Ciò ha provocato lo strano matrimonio tra sauditi wahhabiti, sionisti di Wall Street e fanatici militaristi israeliani.

I momento saudita di Donald Trump: Walzer con Muhamad bin Salman
All’inizio di novembre 2017, il principe ereditario e viceprimo ministro dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman (MBS), arrestava 30 ministri e generali, il miliardario “Warren Buffet arabo” e 11 principi, sequestrando quasi un trilione di dollari in attività. Questa era la più grande epurazione della storia saudita. Altri principi usa e getta sono morti prematuramente nel processo. MBS ha occultato la presa di potere con la campagna “anti-corruzione” per ripulire la burocrazia statale e sostituirla con suoi diretti fedeli. Il principe ereditario ha spacciato il suo colpo di Stato come “trasformazione storica”, purgando la vecchia guardia per modernizzare la monarchia. La maggior parte degli osservatori respinge la retorica del “buon governo” di MBS come “stronzata” ed esigua copertura al consolidamento di una dittatura personale. L’idea del principe ereditario di “modernizzazione” era accompagnata da provocazioni militari regionali, minacce e guerre tra fazioni. Il progetto di MBS per “trasformare” l’Arabia Saudita potrebbe non attrarre il tipo di investimento estero di cui ha bisogno. Il passo di MBS sul blocco del Qatar, dove vi è una base aerea strategica e migliaia di truppe degli Stati Uniti, ha provocato la disapprovazione del Pentagono. MBS ha ordinato al primo ministro libanese Sad al-Hariri, burattino della monarchia saudita e cittadino libanese-saudita, di volare a Riyadh e annunciare le dimissioni alla TV saudita. Ha letto un copione che denunciava Iran ed Hezbollah (nell’attuale coalizione di governo libanese) di complottarne l’assassinio. In modo che a nessuno sfuggisse la connessione con MBS, Hariri si nascose in Arabia Saudita e si rifiutava o non poteva tornare a casa. Il piano di MBS per prendere il potere è stato in primo luogo chiarito con gli Stati Uniti, dopo un incontro a metà anno col presidente Trump. L’imminente epurazione fu firmata con un accordo petrolifero da due miliardi di dollari tra Washington e Riyad. Il dispotico ma ‘visionario’ principe ereditario offriva a Wall Street i “gioielli della corona” sauditi, promettendo di privatizzare la compagnia petrolifera statale da trilioni di dollari. Ha offerto accordi miliardari agli investitori statunitensi e dell’UE per costruire moderne megalopoli per i cittadini sauditi, sostituendosi ai letargici corrotti principi petroliferi, burocrati e santoni. Le manovre belliche regionali saudite e il golpe provocano la paura di una maggiore instabilità regionale tra gli investitori. La retorica anti-iraniana di MBS e le minacce selvagge di attaccare Teheran potrebbero aver eccitato il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo nuovo barboncino alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma questo non ha impressionato i generali del governo Trump o i banchieri di Wall Street. Il regime instabile di MBS, la sua guerra e la vendita del petrolio non creano le basi politiche ed economiche necessarie per un’economia moderna, sofisticata e diversificata. La maggior parte degli osservatori conclude che la vendita di ARAMCO sia un affare una tantum con pochi vantaggi in termini di posti di lavoro qualificati, imprese locali e diversificazione economica. Al momento, MBS ha “conquistato” l’ex-governatore dello Yemen, il deposto ed impopolare Abdrabuh Mansur Hadi. I suoi poteri di persuasione hanno fatto magie sull’ex-sfidante o ex-esiliato primo ministro libanese Sad Hariri e sul geograficamente incompetente presidente Trump. MBS assume i massimi ex-dirigenti di Stati Uniti e Regno Unito per gestire la vendita del petrolio. Intende presentarsi da “despota modernizzante”, almeno finché il prossimo intrigo principesco lo caccerà dal potere. Nel frattempo si piazza da potentato “moderno” del Medio Oriente, protetto da clan tribali, disprezzato dal popolo, in privato ridicolizzato dai suoi adulatori esteri ed abilmente “assistito” da stranieri arruolati. Senza dubbio sarà rallegrato da qualsiasi pagliaccio occupi la Casa Bianca degli Stati Uniti. Per ora, i sauditi possono ancora attrarre mercenari, picchiare e affamare milioni di yemeniti, vendere petrolio e continuare a finanziare attentati terroristici a Beirut, Baghdad, Parigi e… New York!

Conclusione
Arabia Saudita ed Israele svolgono i ruoli chiave nell’ancorare l’arco della reazione e del terrore in Medio Oriente, fomentando guerre, finanziando il terrorismo e diffondendo la frammentazione etnico-religiosa che causa milioni di rifugiati. Il “principe ereditario MBS” dell’Arabia Saudita compete con Netanyahu nell’inventare le più oltraggiose calunnie guerrafondaie contro l’Iran, preparando il mondo a una conflagrazione globale. MBS aiuta attivamente gli israeliani fomentando divisioni confessionali in Libano per dare ad Israele una scusa per attaccare Hezbollah e milioni di libanesi. MBS sostiene che il missile yemenita che ha colpito l’aeroporto di Riyadh era una dichiarazione di guerra di Teheran… come se il blocco affamatore dei sauditi e il bombardamento quotidiano delle città yemenite non giustificassero il contrattacco. La febbre bellica di Riyadh è una scusa dell’impotenza politica di MBS e “stratagemma intelligente” per distrarre dal gioco infantile di principi volteggianti ed intrighi clanici. MBS, nonostante tutti i cliché modernizzanti e le relazioni pubbliche attentamente curate, diffuse dai media occidentali corrotti, è ancora l’aspirante capo di un esercito tribale, dipendente da una fragile alleanza con alleati inaffidabili: l’alto comando e le truppe egiziani disprezzano i goffi sauditi; il governatore del Bahrayn è sostenuto dalle forze mercenarie saudite; le masse saudite sono controllate dai signori della guerra tribali e loro torturatori; forza lavoro ed esercito di domestici stranieri importati sono brutalizzati, violentati e imbrogliati. Difficilmente è un capo che ispira l’uscita dell’Arabia Saudita dal Medioevo. Il principe ereditario è seduto su una polveriera che minaccia di distruggere gli allineamenti politici in Medio Oriente e nei mercati finanziari e petroliferi globali. L’Arabia Saudita è un regime fragile dalla scarsa capacità. Gli attuali sovrani immaginano che il loro potere in prestito e gli intrighi di palazzo possano prosperare su fondamenta marce e con un’oligarchia disprezzata. Il primo missile che MBS osasse puntare su Teheran segnerà la caduta della Casa di Sabbia. Medio Oriente e mercati globali sprofonderebbero in una grave crisi. I prezzi del petrolio saliranno, i mercati azionari crolleranno e Israele andrà in guerra con Hezbollah. Donald Trump manderà le forze statunitensi contro gli iraniani ben armati e patriottici a casa loro. Iraq e Siria affronteranno i burattini regionali statunitensi, i curdi. Cina, Russia e India aspettano di firmare accordi petroliferi enormi. L’industria statunitense del fracking festeggerà mentre i prezzi del petrolio segneranno nuovi massimi. I principi sauditi fuggiranno in Europa, abbandonando centinaia di migliaia di servitori. Forse dovranno prepararsi il caffè! Trump pubblicherà un “tweet d’azione per tutti gli americani”, coi marines nei pozzi petroliferi! Per fare ancora grande l’America sulle spalle stanche dei GI! L’AIPAC assicurerà il voto unanime al Congresso dichiarando che i giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita fanno parte del Grande Israele. Con storici alti prezzi del petrolio, il Venezuela si riprenderà, pagherà i debiti, finanzierà l’agenda sociale, riaprirà scuole e cliniche e rieleggerà un presidente socialista. Un consorzio di investitori occidentali prenderà il sopravvento, dopo che i sauditi avranno fato le tende fuggendo a Londra, inondando i mercati petroliferi. Ma questo è uno scenario a lungo termine… o no?Traduzione di Alessandro Lattanzio