La Russia non farà nulla per danneggiare le relazioni con l’India

Chi trae vantaggio creando attrito tra India e Russia?
Vinay Shukla RIR 17 gennaio 2017

Molte falsità sulla cooperazione Russia-Pakistan vengono diffuse da Islamabad, con il chiaro obiettivo d’inserire un cuneo tra due vecchi amici. A volte si leggono testi scritti dalle aziende belliche occidentali.vladimir_putin_and_narendra_modi_brics_summit_2015_02Poco più di un decennio fa, un amico diplomatico con grande orgoglio sottolineò il livello di fiducia politica esistente tra India e Russia. Questa fiducia politica, disse, era la maggiore risorsa del partenariato strategico. Tuttavia, le prime esercitazioni russo-pakistane nel territorio dell’arcinemico dell’India hanno scosso questa fiducia, in particolare dopo il vile attacco all’alba alla base militare indiana di Uri, vicino alla linea di controllo nel Jammu e Kashmir. Anche se la Russia fu l’unico membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che disse espressamente che l’attacco terroristico “proveniva dal territorio del Pakistan”, molti a Nuova Delhi iniziarono a dubitare dell’affidabilità della Russia come partner strategico. Non solo questo, stampa e commenti sui social media “pretesero” che Mosca non solo frenasse ii legami con il Pakistan, ma anche lo ‘punisse’ rifiutando di vendergli armi. Tale coro divenne ancora più forte con notizie dei media pachistani su Mosca che avrebbe cercato di aderire al Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC). I media pachistani riferirono del consenso di Islamabad all’uso del porto di Gwadar da parte della Russia che cerca da secoli un porto nelle acque calde. È interessante notare che tali storie sono per lo più diffuse da Islamabad, con il chiaro obiettivo d’inserire un cuneo tra due vecchi amici. A volte vi si può leggere una sceneggiatura dei fabbricanti d’armi occidentali, concorrenti della Russia. Fortunatamente, il governo indiano del Primo ministro Narendra Modi persegue la Realpolitik. Modi è degno di guidare una nazione che aspira al ruolo di una potenza globale. E’ più facile perdere vecchi amici che guadagnarne di nuovi. Agire su più piani in politica estera è una virtù della leadership di una grande potenza, che ha per scopo custodire gli interessi nazionali e assicurarsi la pace per lo sviluppo economico. A proposito delle prime esercitazioni militari Russia-Pakistan, nell’interazione bilaterale sulla lotta al terrorismo e la situazione in Afghanistan post-ritiro USA, New Delhi e Mosca, nelle consultazioni bilaterali, hanno più di una volta convenuto che Islamabad abbia un “ruolo”. A causa delle preoccupazioni per la sicurezza di diversi milioni di russi rimasti nelle nazioni indipendenti dell’Asia centrale dopo il crollo sovietico, Mosca cerca opzioni, e l’impegno con Islamabad è vista come una di esse. È interessante notare che nella guerra in Afghanistan, l’intelligence sovietica mantenne contatti diretti con l’ISI pakistano, anche se il suo ruolo nelle vittime sovietiche non era un segreto.

Vuoto informativo
La riunione del dicembre 2016 tra Russia, Cina e Pakistan a Mosca sull’Afghanistan e l’impegno russo previsto con i taliban, vanno visti da questa prospettiva e non come atto ostile verso l’India. L’errata interpretazione dei fatti e mancata comprensione sulle reali intenzioni di Mosca causano un vuoto informativo. La stampa indiana è fortemente dipendente da quella occidentale e dalla propaganda del Pakistan. Ciò che i media russi scrivono sulla questione è totalmente assente nel discorso indiano sulla bonomia tra Russia e Pakistan. A volte, la grave ignoranza generale si traduce in deduzioni altrettanto sbagliate. Ad esempio, recentemente un rispettato quotidiano indiano attaccando la Russia ha descritto il portale web di sinistra Pravda.ru come portavoce ufficiale del governo, senza rendersi conto che il giornale con tale potere ha cessato di esistere dalla caduta dell’Unione Sovietica, un quarto di secolo fa.

Il punto di vista di Mosca e il fattore Cina
A giudicare dai media russofoni, a Mosca viene chiesto di adottare una politica proattiva verso il Pakistan a causa di ciò che i media locali chiamano “attività infide della Cina” nel ventre della Russia, in Asia centrale. “La creazione di un’alleanza politica tra Tagikistan, Pakistan e Afghanistan sotto il patronato di Pechino ha causato grave preoccupazione a Mosca, dopo la riunione trilaterale tra il capo dell’esercito del Pakistan, Generale Raheel Sharif, il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA), Generale Fang Fenghui, con l’ospite tagiko Tenente-Generale Sherali Mirzo, a Dushanbe ai primi di marzo“, riferiva nel marzo 2016 il quotidiano pro-Cremlino Izvestija, notando che dopo l’incontro, il Capo di Stato Maggiore congiunto dell’ELP, Generale Fang, si precipitò a Kabul il 5 marzo per negoziare i dettagli del trattato di sicurezza regionale tra Cina, Pakistan, Afghanistan e Tagikistan. Le Izvestija del 16 marzo 2016 riferivano dell’inviato della Russia in Afghanistan Zamir Kabulov sollevare con forza la questione, con l’omologo cinese Deng Xijun alla riunione di Mosca. Secondo Andrej Serenko, esperto del Centro di studi moderni afghani di Mosca, fu una cosa brutta per Russia che Pechino creasse un sistema di sicurezza regionale senza Mosca. Così possiamo vedere chiaramente che le azioni della Russia nella regione sono guidate da vitali interessi nazionali e non mirano a minare i legami molteplici con l’India. In questo contesto, l’ultima direttiva in politica estera del Cremlino, firmata dal Presidente Vladimir Putin il 1 dicembre 2016, acquista un significato particolare, definendo chiaramente l’India “privilegiato partner strategico speciale della Russia, i cui rapporti si basano su storica amicizia e fiducia profonda“.

Vinay Shukla è un giornalista indiano che segue la Russia da oltre quattro decenni. Le opinioni espresse sono personali.img_0888-jpg

La Russia non farà nulla per danneggiare le relazioni con l’India
Veronika Usacheva RIR 20 gennaio 2017

Vjacheslav Nikonov, Presidente del Comitato della Duma di Stato russa per l’istruzione, ha parlato a RIR a margine del Dialogo Raisina di Nuova Delhi. Il deputato sostiene i legami Russia-India ed ha respinto il discorso sul riavvicinamento tra Russia e Pakistan.vyacheslav-nikonovLa Russia conserva i rapporti con Nuova Delhi e non farà nulla per danneggiarli, afferma il politologo e deputato russo Vjacheslav Nikonov a RIR, a margine del Dialogo Raisina di Nuova Delhi del 19 gennaio, “Partecipo ai dibattiti sulla politica estera russa, pubblici e non, e ad essere onesti, nell’ultimo anno, non ricordo nessuno dire nulla sul Pakistan” diceva Nikonov, presidente della commissione per l’istruzione della Duma di Stato russa. “L’idea stessa del presunto riavvicinamento tra Russia e Pakistan non è visibile dal punto di vista russo“. Cercando di mettere da parte le speculazioni dei media indiani sul lento deterioramento delle relazioni bilaterali indo-russe, ha aggiunto, “E’ naturale che la Russia nutra le relazioni con l’India, e fa e farà di tutto per non danneggiarle“. Al Dialogo Raisina, Nikonov aveva detto che Russia e India godono di un raro rapporto dato che “mai nella storia” si sono scontrati. “Accogliamo con favore l’ascesa dell’India a superpotenza”.

Un nuovo ordine mondiale
Più di 250 partecipanti provenienti da 65 Paesi si sono riuniti a New Delhi per partecipare alla seconda edizione del Dialogo Raisina, organizzato dal Ministero degli Esteri dell’India insieme alla Fondazione Observer Research (ORF), un think tank di primo piano. Inaugurato dal Primo ministro indiano Narendra Modi, la conferenza stimola la riflessione sul futuro dell’ordine mondiale e porta al vivace dibattito sulla questione se ci sia davvero una cosiddetta “nuova normalità” nelle relazioni internazionali emerse con gli Stati Uniti che perdono il ruolo di potenza dominante e le potenze emergenti che sfidano sempre più la struttura globale post-seconda guerra mondiale. Alla sessione chiave della conferenza, dal titolo, ‘La nuova normalità: multipolarismo e multilateralismo’, i partecipanti sembravano concordare sul fatto che i principi del vecchio ordine multilaterale e le istituzioni costruitevi devono adeguarsi e adattarsi alle nuove realtà di un mondo sempre più multipolare. Nikonov affermava che il mondo era nel passaggio da ciò che era normale ieri all’ignoto, aggiungendo che è troppo presto per trarre conclusioni su come la “nuova normalità” sarà. “Donald Trump rappresenta una nuova normalità, o anormalità, o vecchia normalità? La Brexit è una nuova normalità dell’Unione Europea“, ha chiesto rivolgendosi ai partecipanti del forum. “India e Cina avanzano, e da nuove superpotenze rappresentano una nuova normalità o sono affatto normali? Per l’India e la Cina penso che sia una molto, molto vecchia normalità, sono solo ritornate”. Insieme all’ex-presidente afghano Hamid Karzai, Nikonov ha sottolineato che una “nuova normalità” dovrebbe significare cooperazione tra diverse civiltà e dialogo tra grandi potenze. L’espansione della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornirne un buon esempio. Il Viceministro degli Esteri iraniano Seyed Kazem Sajjadpour aggiungeva che in questo nuovo contesto globale, le potenze regionali sono sempre più importanti. Nonostante la diversità del mondo moderno, la comunanza è più significativa. Secondo lui la vecchia diplomazia diviene sempre meno importante con la fondazione della diplomazia multilaterale bilaterale. “L’era delle grandi potenze è finita, e ora viviamo nell’era del multilateralismo“, affermava.

Decodificare la presidenza Trump
L’incertezza sulla futura politica di Donald Trump è un tema caldo in molti sessioni. I rappresentati statunitensi, come Lisa Curtis ricercatrice della Heritage Foundation, sostenevano con forza che i progressi nei rapporti indo-statunitensi nel corso della presidenza Obama saranno sostenuti dalla nuova amministrazione. Ciò che resta in dubbio è come il rapporto di Washington con Pechino evolverà. E’ molto probabile che vi saranno tensioni e questo inevitabilmente influenzerà gli altri attori regionali, soprattutto Russia e India, secondo Georgij Toloraja, direttore esecutivo del Comitato Nazionale per la Ricerca dei BRICS. “Non è ancora chiaro come si svilupperà la situazione. Sarà molto fluida e vi saranno molti fattori che potrebbero influenzarla“, ha detto a RIR a margine della conferenza. Altri partecipanti russi del forum, come Aleksandr Gabuev, direttore del Programma Asia del Centro Carnegie di Mosca e Fjodor Vojtolovskij, uno dei maggiori esperti dell’Istituto Nazionale di Ricerca di Economia Mondiale e Relazioni Internazionali Primakov, accoglievano con favore l’ampiezza delle questioni discusse dalle tavole rotonde, dai cambiamenti climatici alla disuguaglianza in politica estera e alla sicurezza informatica. Con l’India dal ruolo sempre più attivo nella regione e l’integrazione dei trasporti mondiali, la Russia prende provvedimenti per sostenere lo sviluppo regionale. Nikonov aggiungeva che la Russia ha sostenuto il concetto generale dell’Iniziativa Via della Seta della Cina, che aprirà nuove rotte commerciali.8b4b06d03c022a06d43d7ebe807cf7d2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guy Verhofstadt ammette che l’Europa è in crisi, tra terrorismo e rivolte di migranti

Teheran (FNA), 9 gennaio 2017Verhofstadt, President of the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe, addresses the European Parliament during a debate on the situation in Ukraine in StrasbourgL’ex-primo ministro del Belgio e leader del gruppo Liberali e Democratici al Parlamento europeo ha ammesso che “l’Europa è in crisi”. Guy Verhofstadt ha fatto tali osservazioni alcuni giorni dopo aver annunciato la candidatura alla presidenza del parlamento dell’UE, promettendo che non ci sarà un “superstato europeo”, informa RIA Novosti. Guy Verhofstadt ha da tempo l’ambizione di assumere uno dei ruoli principali dell’Unione Europea, la Presidenza del Parlamento europeo. La sua candidatura è significativa in quanto arriva in un momento di grave crisi nell’Unione europea, con immigrazione e terrorismo che dominano l’agenda. “L’Europa è in crisi. Dalle nostre difficoltà economiche persistenti e dalla crisi dei rifugiati ai molteplici attentati terroristici sul suolo europeo. L’Europa reagisce sempre troppo poco e troppo tardi“, dice Verhofstadt nel suo programma. “Niente equivoci, l’Unione del futuro non sarà un superstato europeo, difatti l’opposto di un’unione più efficace e integrata, che saprà meglio proteggere la nostra cara diversità europea in lingue, culture, tradizioni, stili di vita“.
Verhofstadt concorre alla presidenza nel tentativo di rompere la lunga intesa tra i due maggiori gruppi politici, il partito popolare europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D) che formano la “grande coalizione” dal 2004, quando decisero di collaborare al Parlamento in cambio della condivisione della presidenza. Il presidente iniziale del parlamento attuale, avviatosi nel 2014, fu il membro degli S&D Martin Schulz, il cui ruolo passerebbe al PPE. Tuttavia, il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella, si è proposto alla presidenza, minacciando il collasso della “grande coalizione”. Il PPE, il 13 dicembre, votava un altro italiano, l’ex-commissario europeo e uno dei 14 vicepresidenti del Parlamento Antonio Tajani, alla presidenza, che sarà votata il 17 gennaio. “Sono convinto che il continuo gioco tra i due grandi gruppi non sia nell’interesse del Parlamento né dell’Unione. Questo è il momento per un candidato dalla comprovata capacità di condurre una vasta coalizione e che possa unire le forze europeiste in questa casa, mettendo prima l’interesse dei cittadini europei“, ha detto Verhofstadt. “Dobbiamo rompere con la solita ‘grande coalizione’ che ha governato il Parlamento per troppo tempo e invece diventare i principali decisori politici europei. I cittadini si aspettano soluzioni reali da noi. Ciò significa, tra le altre cose, considerevoli polizia di frontiera e guardia costiera, antiterrorismo europeo e rinnovati investimenti nella nostra economia“, ha detto.
Verhofstadt è il negoziatore del Parlamento europeo sul Brexit e per molti commentatori dovrà farsi da parte in caso diventi presidente del Parlamento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La creazione di notizie false per delegittimare Trump

Dr. Paul Craig Roberts, Global Research, 7 gennaio 2017the-apple-doesnt-fall-far-from-the-treePer molte settimane abbiamo assistito al straordinario attacco della CIA e dei suoi agenti al Congresso e nei media all’elezione di Donald Trump. Con un’azione senza precedenti per delegittimare l’elezione di Trump quale prodotto dell’interferenza russa nelle elezioni, CIA, media, deputati e senatori hanno costantemente avanzato accuse farneticanti senza alcuna prova. Il messaggio della CIA a Trump è chiaro: segui la nostra agenda o ti ostacoleremo. E’ chiaro che la CIA è in guerra contro Trump, ma i media della CIA hanno capovolto i fatti nella loro testa e incolpano Trump di avere una visione negativa della CIA. Si consideri l’articolo del 4 gennaio del Wall Street Journal di Damian Paletta e Julian E. Barnes, che inizia così: “Il presidente eletto Donald Trump, aspro critico delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti…” I due presstituti infilano la falsa notizia mettendo una scarpa sull’altro piede. È Trump che critica con durezza, piuttosto che essere vittima di aspre accuse della CIA. Messa così, la storia continua: “I funzionari della Casa Bianca sono sempre più frustrati dagli scontri di Trump con i funzionari dell’intelligence. “E’ spaventoso”, ha detto il funzionario. “Nessun presidente ha mai attaccato la CIA uscendone bene”.” Ora che la storia è Trump accusa la CIA e non la CIA che accusa Trump, si monta il caso contro Trump: “Gli analisti abituati a una maggiore coesione con la Casa Bianca, sono “scossi” dallo scetticismo di Trump della valutazione della CIA secondo cui Putin l’ha eletto. Trump dovrebbe rispondere all’accusa dicendo: non sono legittimo. Quindi cedere la presidenza”.
Assange di WikiLeaks ha dichiarato in modo inequivocabile che non vi fu alcun hackeraggio. L’informazione data a Wikileaks è una fuga, suggerendo che provenisse dal Democratic National Committee. Che Trump la veda così significa, secondo un funzionario non identificato, che “E’ abbastanza orribile per me che si schieri con Assange sulle agenzie di intelligence“. Vedete, Trump dovrebbe schierarsi con la CIA che cerca di distruggerlo. La CIA si spara ai piedi? Come può l’agenzia dalla politica del controllo che manipola le informazioni, sostenere il presidente quando non si fida dell’agenzia? Beh, ci sono i media da utilizzare per controllare le spiegazioni e bloccare il presidente. Nel suo libro appena pubblicato, La CIA e la criminalità organizzata, Douglas Valentine riferisce che dai primi anni ’50 il successo dell’Operazione Mockingbird della CIA ha consegnato ai suoi rispettati agenti New York Times, Newsweek, CBS e altri media, contando da quattrocento a seicento agenti nei media. E non finisce qui. La CIA ha istituito una rete d’intelligence strategica con riviste e case editrici, così come organizzazioni studentesche e culturali, usandola come copertura per le operazioni segrete, anche politiche e di guerra psicologica contro i cittadini statunitensi. In altre nazioni, il programma mirava a quello che Cord Meyer chiama “sinistra compatibile”, che negli USA sono liberali e altri pseudo-intellettuali facilmente influenzabili. Tutto questo è in corso, pur essendo stato svelato alla fine degli anni ’60. Vari progressi tecnologici, come Internet, hanno ampliato la rete nel mondo e molti non si rendono nemmeno conto di farne parte, promuovendo la linea della CIA. ‘Assad è un macellaio,’ si dice, o ‘Putin uccide i giornalisti’ o ‘La Cina è repressiva’. Non hanno idea di cosa parlano, ma rimbeccano tutta questa propaganda. E c’è Udo Ulfkotte che, attingendo dalla sua esperienza come redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto un libro in cui riferisce che la CIA ha una mano su ogni giornalista importante in Europa.
Alcuni che difendono la verità sperano che l’influenza declinante dei media controllati dalla CIA comprometterà la capacità dello Stato profondo di controllare la narrazione. Tuttavia, CIA, Dipartimento di Stato e a quanto pare Pentagono, già operano nei social media e usano troll nei commenti per screditare chi cerca la verità. I redattori del New York Times si sono rivelati strumenti della CIA, avallando ogni pretesa assurda sulla pirateria russa nonostante la totale assenza di qualsiasi prova o addirittura di qualsiasi prova di hackeraggio, denunciando Trump per non credere alle accuse infondate delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti. Di fronte agli sforzi di James Clapper e John Brennan per delegittimare la presidenza di Donald Trump, il NYTimes si chiede: “Che ragione plausibile potrebbe avere Donald Trump nel cercare così duramente di screditare le agenzie d’intelligence statunitensi e la loro scoperta che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali?” Tale questione richiede una appropriata domanda: “Che motivo plausibile potrebbe avere il NYTimes per cercare così accanitamente di screditare la presidenza di Donald Trump, sulla base di accuse farneticanti senza prove?
Le notizie false proliferano. Oggi (6 gennaio) Reuters riferiva: “La CIA ha individuato funzionari russi che fornivano materiale del Comitato Nazionale Democratico e dei capi di partito a Wikileaks sotto la supervisione del Presidente russo Vladimir Putin attraverso terzi, secondo un nuovo rapporto dell’intelligence degli Stati Uniti, affermano (anonimi) alti funzionari degli Stati Uniti“. Forse ciò che Reuters intendeva dire è questo: “I funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato hanno affermato che la CIA ha individuato i funzionari russi che hanno dato a Wikileaks le e-mail, ma i funzionari non hanno detto chi fossero, né come li avessero identificati“. In altre parole, la storia di Reuters è solo un’altra finzione della CIA diffusa come favore da un suo media. Come Udo Ulfkotte ha detto, funziona così. Successivamente Reuters diceva che la relazione è top secret, che naturalmente significa che non si vedrà mai alcuna prova a sostegno dell’affermazione della CIA. Dovremmo credere che la CIA possieda informazioni che non può svelare. L’articolo di Reuters non ci vede nulla di strano. Un altro favore da un agente. Le notizie tendenziose della Reuters dicono che il materiale inviato a WikiLeaks dal servizio segreto militare della Russia aveva seguito “un percorso tortuoso” in modo che Assange non sapesse dell’origine del materiale e quindi potesse dire di non averlo ricevuto da un’agenzia di Stato. Che succede? Diverse cose vengono in mente. Forse si tenta di costringere Assange a rivelare la sua fonte (che potrebbe essere un membro dello staff del DNC misteriosamente ucciso per strada), e ciò sarebbe un modo sicuro per sbarazzarsi di Wikileaks. Wikileaks non ha mai rivelato le sue fonti. Una volta che lo facesse, non riceverebbe ulteriori fughe. Un’altra possibilità è che persistendo nell’accusare in modo infondato Trump di essere stato eletto da Putin, la CIA chiarisca a Trump che fa sul serio. Trump è un uomo forte, ma non stupitevi se uscirà dal briefing con la CIA accettandone la storia, comprendendo che l’alternativa alla complicità con la CIA possa essere la morte.90c35446ff263f3b36bbdf50672a3e99Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera degli USA e la campagna per destabilizzare la Presidenza Trump

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 5 gennaio 2017
Nota: Questo articolo si basa in parte su testi scritti dall’autore prima delle elezioni negli Stati Uniti.protests-nov-13jpg-jpg-size-custom-crop-1086x695Introduzione
Obama ha formalmente accusato Mosca d’interferire nelle elezioni degli Stati Uniti per conto di Donald Trump. Si tratta di gravi accuse. Considerando che le sanzioni sono dirette contro la Russia, l’intento finale è minare la legittimità del presidente eletto Donald Trump e la sua posizione in politica estera su Mosca. Secondo i media statunitensi, le sanzioni contro Mosca avevano lo scopo di “bloccare il presidente eletto Donald J. Trump” perché “ha costantemente messo in dubbio” che Putin fosse coinvolto nel presunto hackeraggio del DNC. In un precedente articolo sull’ingerenza del Cremlino, il New York Times (15 dicembre) definiva Donald Trump “…un utile idiota“… un presidente che non sa di essere stato prodotto da una scaltra potenza straniera. Ma le accuse a Trump sono andate ben oltre la storia del “blocco”. La verità non detta sull’ordine esecutivo di Obama è che punisce Trump piuttosto che Putin. L’obiettivo non è “bloccare” il presidente eletto per la “scarsa familiarità con l’intelligence“. Al contrario: la strategia è delegittimare Donald Trump accusandolo di alto tradimento. In questi ultimi sviluppi, il direttore della National Intelligence James Clapper ha “confermato” che il presunto attacco informatico russo è una “minaccia esistenziale al nostro modo di vita“. “Che si tratti o no di un atto di guerra (della Russia contro gli Stati Uniti) penso che sia un’accusa politica molto grave che non credo la comunità dell’intelligence non dovrebbe fare“, ha detto Clapper. Quell'”atto di guerra”, non della Russia, ma contro la Russia, sembra sia stato approvato dall’amministrazione Obama: diverse migliaia di carri armati e truppe statunitensi sono impiegati alle porte della Russia nell’ambito dell'”Operazione Atlantic Resolve” diretta contro la Federazione Russa. Tali dispiegamenti militari sono parte della “vendetta” di Obama contro la Russia per la presunta pirateria moscovita delle elezioni statunitensi? È una procedura “accelerata” dal presidente, supportato dall’intelligence degli Stati Uniti, destinata a creare caos politico e sociale prima della nascita dell’amministrazione Trump, il 20 gennaio? Secondo DINA News del Donbas: “Un massiccio dispiegamento militare degli Stati Uniti (ai confini della Russia) dovrebbe essere pronto entro il 20 gennaio“. La follia politica prevale, e potrebbe potenzialmente scatenare la terza guerra mondiale. Nel frattempo la “vera storia” dell’hackeraggio non è notizia da prima pagina. I media mainstream l’ignorano.

Destabilizzare la Presidenza Trump
L’intento finale di tale campagna dei neocon e della fazione dei Clinton è destabilizzare la presidenza Trump. Prima delle elezioni dell’8 novembre, l’ex-segretario della Difesa e direttore della Cia Leo Panetta lasciò intendere che Trump fosse una minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo The Atlantic, Trump è un “candidato manciuriano moderno” al servizio degli interessi del Cremlino. Dopo il voto dei Grandi Elettori (a favore di Trump) e delle sanzioni di Obama nei confronti di Mosca, le accuse di tradimento contro Donald Trump sono aumentate: “Lo spettro del tradimento aleggia su Donald Trump. Ne ha la responsabilità respingendo l’invito bipartisan su un’indagine dell’hackeraggio della Russia del Comitato Nazionale Democratico come attacco politico “ridicolo” alla legittimità della sua elezione a presidente“. (Boston Globe, 16 dicembre)
I liberali suggeriscono che il Presidente eletto Donald Trump sia colpevole di tradimento dopo che il presidente Obama annunciava nuove sanzioni contro la Russia e Trump elogiava la risposta di Vladimir Putin alle sanzioni“. (Daily Caller, 30 dicembre, 2016)

Gestione coordinata per destabilizzare la Presidenza Trump?
Trump “va a letto con il nemico”? Gravi accuse presumibilmente avviate dai servizi segreti degli Stati Uniti che non possono essere ignorate. Saranno dimenticate una volta che Trump sarà alla Casa Bianca? Improbabile. Fanno parte della propaganda di potenti interessi corporativi. Ciò che è in gioco è un’operazione accuratamente coordinata per destabilizzare la presidenza Trump e caratterizzata da diverse componenti. L’obiettivo centrale di tale piano contro Trump è garantire la continuità della politica estera dei neocon orientata alla guerra mondiale e alla conquista economica del mondo, che ha dominato il panorama politico degli Stati Uniti dal settembre 2001. Vediamo una prima rassegna sulla natura della posizione in politica estera dei neocon.

Base della politica estera dei neocon
Dopo l’11 settembre 2001, due importanti cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti furono concepiti nell’ambito della Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) del 2001. Il primo fu l’inasprimento della “guerra globale al terrorismo” contro al-Qaida, e il secondo ha introdotto la dottrina della “guerra difensiva preventiva”. L’obiettivo era presentare “l’azione militare preventiva” come guerra di “autodifesa” contro due categorie di nemici, “Stati canaglia” e “terroristi islamici”: “La guerra globale contro i terroristi è un’impresa globale di durata incerta…. gli USA agiranno contro tali minacce emergenti prima che siano completamente formate“. (National Security Strategy, Casa Bianca, 2002)
La dottrina della guerra preventiva include anche l’uso preventivo di armi nucleari come “primo colpo” (quale strumento di “autodifesa”) nei confronti di Stati nucleari e non nucleari. Tale concetto fu saldamente approvato da Hillary Clinton nella sua campagna elettorale. A sua volta, la “guerra globale al terrorismo” (GWOT) lanciata dopo l’11 settembre ebbe un ruolo centrale nel giustificare l’intervento militare USA-NATO in Medio Oriente per “motivi umanitari” (R2P), tra cui l’imposizione delle cosiddette “No Fly Zone”. La GWOT è pietra angolare della propaganda dei media. Le dimensioni militari e d’intelligence del piano dei neocon sono contenute nel Progetto per il Nuovo Secolo Americano formulato prima dell’ascesa di George W. Bush alla Casa Bianca. Il PNAC impone anche la “rivoluzione negli affari militari” che richiede un enorme bilancio assegnato allo sviluppo di sistemi di armi avanzati, tra cui una nuova generazione di armi nucleari. L’iniziativa del PNAC fu lanciata da William Kristol e Robert Kagan, la cui moglie Victoria Nuland ha giocato un ruolo chiave come assistente della segretaria di Stato Clinton nel pianificare il colpo di Stato euro-majdan in Ucraina. Il piano neocon include anche “cambio di regime”, “rivoluzioni colorate”, sanzioni economiche e riforme macroeconomiche dirette contro i Paesi non conformi alle richieste di Washington. A sua volta, la globalizzazione della guerra supporta l’agenda economica globale di Wall Street: I negoziati segreti per i blocchi commerciali in Atlantico e Pacifico (TPP, TTIP, CETA, TISA), accoppiati alla “sorveglianza” di FMI-Banca Mondiale-OMC, sono parte integrante di tale piano egemonico, intimamente legato alle operazioni militari e d’intelligence degli Stati Uniti.ccx1l4muuaaah-i“Lo Stato profondo” e lo scontro di potenti interessi corporativi
Il capitalismo globale non è affatto monolitico. La posta in gioco sono rivalità fondamentali nella dirigenza statunitense segnata dallo scontro tra fazioni aziendali in competizione, ognuna intenta a esercitare il controllo sulla presidenza degli Stati Uniti. A questo proposito, Trump non è del tutto in mano ai gruppi di pressione. Come membro della dirigenza, è proprio sponsor e finanziatore. La sua agenda in politica estera, che dichiara l’impegno a rivedere il rapporto di Washington con Mosca, non è conforme completamente agli interessi dell’industria della difesa che ha sostenuto la candidatura di Clinton. Ci sono potenti interessi corporativi da entrambe le parti, che ora si scontrano. Vi sono anche alleanze sovrapposte e “trasversali” nella dirigenza aziendale. Quello a cui si assiste sono le “rivalità inter-capitaliste” nel campo delle banche, petrolio ed energia, complesso militare industriale, ecc. “Lo Stato profondo” è diviso? Queste rivalità sono caratterizzate anche da divisioni strategiche e scontri nelle diverse agenzie dell’apparato dello Stato USA, come la comunità di intelligence e militare. A tal proposito, la CIA è così profondamente radicata nei media corporativi (CNN, NBC, NYT. WP, ecc), che guida una campagna diffamatoria implacabile contro Trump e i suoi presunti legami con Mosca. Ma c’è anche una campagna contraria nella comunità d’intelligence contro la fazione neocon dominante. A tal proposito, la squadra di Trump contempla la razionalizzazione della CIA (cioè purghe). Secondo un membro della squadra di transizione di Trump (citato dal Wall Street Journal il 4 gennaio 2017), “secondo il team di Trump il mondo dell’intelligence è completamente politicizzato, …va snellito. L’attenzione sarà focalizzata sulla ristrutturazione delle agenzie e su come interagiscono“. Questo piano potrebbe interessare anche agenti della CIA responsabili della propaganda nei media mainstream. Ciò creerebbe inevitabilmente divisioni e conflitti profondi nell’apparato di intelligence degli Stati Uniti, che potrebbe potenzialmente portare un contraccolpo alla presidenza Trump. Ma è improbabile che l’amministrazione Trump possa minare le strutture interne dell’intelligence degli Stati Uniti e la propaganda mediatica sponsorizzata dalla CIA.

Continuità nella politica estera statunitense?
Ideata alla fine degli anni ’40 dal funzionario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ufficiale George F. Kennan, la “Dottrina Truman” pose le basi ideologiche del piano egemonico post-bellico degli USA. Ciò che questi documenti del dipartimento di Stato rivelano è la continuità nella politica estera dal “contenimento” della Guerra Fredda alla dottrina della “guerra preventiva” post-11 settembre. A tal proposito, il piano dei neocon del Progetto per un Nuovo Secolo Americano di conquista globale va visto come culmine del programma post-bellico di egemonia militare e dominio economico globale formulato dal dipartimento di Stato nel 1948, in vista della guerra fredda. Inutile dire che le amministrazioni democratiche e repubblicane, da Harry Truman a George W. Bush e Barack Obama, furono coinvolte nella realizzazione di tale piano egemonico per il dominio globale, che il Pentagono chiama “Lunga Guerra”. A questo proposito, i neocon seguono le orme della “Dottrina Truman”. Alla fine degli anni ’40, George F. Kennan invocò la costruzione di una dominante alleanza anglo-statunitense basata sulle “buone relazioni tra il nostro Paese e l’impero inglese“. Oggi, questa alleanza caratterizza gran parte dell’asse militare tra Washington e Londra, svolgendo un ruolo dominante nella NATO a scapito degli alleati europei (continentali) di Washington, e comprende anche Canada e Australia quali principali partner strategici. Di rilievo, Kennan sottolineò l’importanza d’impedire lo sviluppo delle potenze europee continentali (Germania, Francia, Italia) che potessero competere con l’asse anglo-statunitense. L’obiettivo nella Guerra Fredda e conseguenze fu evitare che l’Europa avesse legami politici e economici con la Russia. A sua volta, la NATO, in gran parte dominata dagli Stati Uniti, impedì a Germania e Francia di svolgere un ruolo strategico negli affari mondiali.

Il riallineamento della politica estera di Trump
E’ altamente improbabile che l’amministrazione Trump si discosti dal pilastro della politica estera degli Stati Uniti. Mentre la squadra di Trump è impegnata in un programma di destra socialmente regressivo e razzista sul fronte interno, alcuni riallineamenti di politica estera sono possibili tra cui l’ammorbidimento delle sanzioni contro la Russia, che potrebbe avere un impatto sui contratti multimiliardari del complesso militar-industriale. Questo di per sé sarebbe un risultato significativo che contribuirebbe a un periodo di distensione nelle relazioni Est-Ovest. Inoltre, mentre Trump ha messo insieme un gabinetto di destra con generali, banchieri e dirigenti petroliferi, che si conforma in gran parte al sostegno del Partito Repubblicano, l'”entente cordiale” bi-partisan tra democratici e repubblicani s’è spezzata. Nel frattempo, vi sono voci potenti nel GOP che sostengono la “fazione anti-Trump”. Le divisioni tra le due fazioni sono comunque significative. Nella politica estera statunitense, in gran parte riguarda le relazioni bilaterali USA-Russia compromesse anche dall’amministrazione Obama, così come sull’agenda militare degli Stati Uniti in Siria e in Iraq. Vi sono anche i rapporti con l’Unione europea colpita della sanzioni economiche di Obama contro la Russia. Le sanzioni hanno portato a un drammatico declino del commercio e degli investimenti dell’UE nella Federazione russa. In conformità con la “Dottrina Truman” qui discussa, la politica estera statunitense dei neocon, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, cercò di smantellare l’alleanza franco-tedesca ed indebolire l’Unione europea. É rilevante, in relazione ai recenti sviluppi in Ucraina e Europa orientale, che George F. Kennan esplicitamente sottolineasse nel suo testo breve del 1948 al dipartimento di Stato, “una politica di contenimento della Germania, in Europa occidentale“, osservazione che suggeriva che gli Stati Uniti dovessero supportare il progetto europeo solo se supportava gli interessi egemonici degli USA. E questo è precisamente ciò che i neocon ottennero con le amministrazioni Bush e Obama: “Oggi Francois Hollande e Angela Merkel prendono ordini direttamente da Washington. L’invasione dell’Iraq del 2003 fu il punto di svolta. L’elezione dei capi politici filo-statunitensi (Sarkozy in Francia e Angela Merkel in Germania) era favorevole all’indebolimento della sovranità nazionale, portando alla scomparsa dell’alleanza franco-tedesca“, (Michel Chossudovsky, Il Piano USA per il dominio globale: Dal ” Contenimento” alla “guerra preventiva”, Global Research, 2014)
La domanda più importante è se questo riallineamento dell’amministrazione Trump frenerà il dispiegamento di truppe e materiale militare della NATO in Europa orientale, alle porte della Russia. Sarà favorevole al disarmo nucleare? Mentre l’agenda in politica estera di Trump è il bersaglio della “politica sporca” dalla fazione Clinton, la nuova amministrazione ha potenti sostenitori aziendali che senza dubbio sfideranno i neocon, anche quelli che operano nella comunità d’intelligence. Va notato che Trump ha anche il sostegno della lobby pro-Israele, così come dell’intelligence israeliana. A dicembre, il capo del Mossad incontrò la squadra di Trump a Washington.anti-trumpIl calendario del piano destabilizzazione
All’inizio, prima delle elezioni dell’8 novembre, il piano per impedire e destabilizzare la presidenza Trump era costituito da diversi processi coordinati e interconnessi, alcuni in corso, mentre altri sono già stati completati (o non sono più rilevanti):
– la campagna mediatica diffamatoria contro Trump, che ha assunto nuovo slancio sulla scia delle elezioni dell’8 novembre (in corso);
– il movimento anti-Trump fabbricato negli Stati Uniti, coordinato con la copertura dei media delle petizioni volte a impedirlo (in corso);
– il riconteggio dei voti in tre Stati in bilico (non più rilevante);
– il passaggio dell’HR 6393: l’Intelligence Authorization Act per l’anno fiscale 2017, che comprende una sezione diretta contro i cosiddetti “media indipendenti pro-Mosca”, in risposta alla presunta interferenza di Mosca nelle elezioni degli Stati Uniti a sostegno di Donald Trump;
– il voto del Collegio Elettorale del 19 dicembre (non più rilevante);
– la petizione lanciata dalla senatrice della California Barbara Boxer su Change.org sul voto del collegio elettorale (non più rilevante);
– la campagna “Disrupt” per impedire il 20 gennaio 2017 la cerimonia della nomina presidenziale;
– la possibilità di una procedura d’impeachment è già contemplata nel primo anno del mandato;

La slogan è “sradica”. L’obiettivo è “sradicare”
A sua volta, il sito web Disruptj20.org chiede d’impedire la nomina di Donald Trump il 20 gennaio 2017: “# DisruptJ20 è supportato dal lavoro del comitato di accoglienza DC, un collettivo di attivisti locali ed esperti sul campo che agiscono con il sostegno nazionale. Stiamo costruendo il quadro necessario per le proteste di massa per impedire la nomina di Donald Trump e pianificare azioni dirette per realizzare questo obiettivo. Forniamo anche servizi come alloggio, cibo e anche assistenza legale a chiunque voglia unirsi a noi“.

Quali saranno i possibili risultati?
La campagna di propaganda, insieme ad altre componenti dell’operazione (movimento di protesta, petizioni anti-Trump, ecc) viene utilizzata come mezzo per screditare il presidente eletto. Questa campagna di propaganda dei media verso il neo-presidente non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti. Mentre il MSM critica regolarmente politici come il presidente degli Stati Uniti, la narrazione dei media in questo caso è fondamentalmente diversa. Il presidente entrante è il bersaglio di una campagna diffamatoria organizzata dai media che non cesserà all’ascensione di Trump alla Casa Bianca. Allo stesso tempo, un movimento di protesta progettato e coordinato contro Trump è in corso dall’8 novembre. In realtà iniziò la sera dell’8 novembre prima dell’annuncio dei risultati elettorali. Le proteste hanno tutte le apparenze di una “rivoluzione colorata”. I media favoriscono il movimento di protesta fabbricato. Organizzatori e reclutatori sono al servizio degli interessi dei potenti gruppi di pressione aziendali, tra cui le industrie della difesa. Non sono al servizio degli interessi del popolo. E’ improbabile che le diverse iniziative, tra cui la campagna Disrupt, avranno un impatto significativo sulla nomina di Trump. La nostra valutazione suggerisce, tuttavia, che il presidente entrerà alla Casa Bianca tra un alone di polemiche.

L’impeachment è il “Punto di discussione”
La campagna di propaganda continuerà dopo la nomina di Trump, avanzando accuse di tradimento. L’impeachment di Donald Trump fu già contemplato prima della sua ascesa alla presidenza. Secondo l’Huffington Post del 1° gennaio 2017: “C’è solo un modo costituzionale per rimuovere un presidente, via impeachment. Ciò che serve è la richiesta d’impeachment dei cittadini, da iniziare il primo giorno della carica di Trump. L’indagine dovrebbe tenere un dossier e aggiornarlo almeno settimanalmente presso la Commissione Giustizia della Camera. Non mancheranno le prove”. Change.org, che organizza il movimento di protesta fabbricato, ha lanciato una petizione per mettere sotto accusa Trump.

Il popolo statunitense vittima ignorata: necessità di un movimento di massa reale
Il popolo statunitense è la vittima ignorata di questo scontro tra fazioni capitaliste, al servizio degli interessi delle élite a scapito degli elettori degli Stati Uniti. A sua volta, una significativa vera opposizione alla politica sociale razzista di Trump fu “sequestrata” dal movimento di protesta fabbricato, finanziato e controllato da potenti interessi economici. Gli organizzatori di tale movimento agiscono per conto di potenti interessi delle élite. Le persone sono ingannate. Ciò che è necessario nei prossimi mesi è sviluppare movimenti sociali “reali” contro la nuova amministrazione Trump sui grandi temi sociali ed economici, i diritti civili, l’assistenza sanitaria, la creazione di posti di lavoro, le questioni ambientali, la politica estera degli Stati Uniti che ha portato a guerre, spese per la difesa, immigrazione, ecc. I movimenti di base indipendenti devono quindi separarsi dalle proteste fabbricate e finanziate (direttamente o indirettamente) da interessi corporativi. Non è un compito facile. Il finanziamento e la “fabbricazione del dissenso”, la manipolazione dei movimenti sociali, ecc., sono saldamente radicati. Ironia della sorte, il neoliberismo finanzia l’attivismo diretto contro il neoliberismo. “Fabbricare il dissenso” è caratterizzato da ambiente manipolativo, scontro e sottile cooptazione degli individui nelle organizzazioni progressiste, coalizioni contro la guerra, ambientalisti e movimento antiglobalizzazione. “La cooptazione non si limita a comprare i favori dei politici. Le élite economiche, che controllano le principali fondazioni, supervisionano numerose ONG e organizzazioni della società civile storicamente interessate dal movimento di protesta contro l’ordine economico e sociale vigente“. (Michel Chossudovsky, Global Research, 20 settembre 2010)

Gli USA si preparano a una profonda crisi costituzionale
In questa fase è difficile prevedere cosa accadrà con l’amministrazione Trump. Ciò che sembra evidente, tuttavia, è che gli USA vadano verso una crisi politica profonda, con importanti implicazioni sociali, economiche e geopolitiche. È la tendenza (futura) all’adozione della legge marziale e alla sospensione del governo costituzionale?davidson-trump-clintons-marriage-1200Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora