La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’incontro Putin – Assad cementa la fine del dominio degli Stati Uniti in Medio Oriente

Tom Luongo, 21 novembre 2017Non sono un uomo molto religioso. Ma, mi piacerebbe credere che ci sia un angolo speciale nell’inferno riservato a chi ha fomentato la guerra civile siriana. Dagli inizi in Libia passando dal cannoneggiamento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi fino all’incontro di ieri tra il Presidente Vladimir Putin e il Presidente Bashar al-Assad, questa vicenda sarà ricordata come uno dei periodi più cinici e brutali della storia. La “Guerra civile” siriana doveva essere il coronamento della politica statunitense/israeliana/saudita in Medio Oriente, l’apoteosi del neoconservatorismo. Se fosse riuscita, avrebbe trasformato il mondo nell’inferno governato da elementi come Hillary Clinton, George Soros, Angela Merkel e il cartello bancario USA/Regno Unito. La Siria sarebbe stata il cuneo che spaccava non solo il Medio Oriente, ma anche l’Asia centrale, bloccando la rinascita della Russia a potenza mondiale, soggiogando l’Europa nell’incubo infinito dell’assimilazione culturale forzata e completato la bancarotta degli Stati Uniti allineandoli al fallimentare piano dell’integrazione europea. Trattati sovranazionali come TPP, TTIP e Accordo di Parigi furono progettati per creare una sovrastruttura che sostituisse la sovranità nazionale senza alcun contributo da parte dei popoli maggiormente colpiti.

La svolta di Putin
Con il discorso cruciale di Vladimir Putin alle Nazioni Unite del 28 settembre 2015, l’opposizione a tale visione venne espressa nei termini più netti e francamente umanistici che si possano immaginare. Vi ricorderò il passaggio più importante relativo alla Siria. “In queste circostanze, è ipocrita ed irresponsabile fare dichiarazioni rumorose sulla minaccia del terrorismo internazionale mentre si chiude un occhio sul finanziamento e sostegno ai terroristi, incluso traffico e contrabbando di petrolio e armi. Sarebbe ugualmente irresponsabile cercare di manipolare gruppi estremisti e metterli al proprio servizio per raggiungere obiettivi politici nella speranza di affrontarli successivamente o, in altre parole, liquidarli. A chi lo fa vorrei dire, cari signori, senza dubbio avete a che fare con persone brutali e crudeli, ma non sono affatto primitivi o sciocchi. Sono intelligenti come voi, e non saprete mai chi sta manipolando chi. E i recenti dati sulle armi trasferite a tale opposizione moderata ne sono la prova migliore. Crediamo che qualsiasi tentativo di giocare coi terroristi, per non parlare di armarli, non sia solo miope, ma pericoloso. Ciò potrebbe comportare l’aumento drammatico della minaccia terroristica globale inghiottendo nuove regioni, soprattutto considerando che i campi dello Stato islamico addestrano terroristi di molti Paesi, anche europei”. In verità, va rivisitato tutto il discorso. È un duro promemoria con cui Putin, normalmente molto riservato, ha posto tutte le carte sul tavolo accusando direttamente gli Stati Uniti di dichiarare guerra al mondo. E in 48 ore i Sukhoj giunsero in Siria per bombardare gli obiettivi dei nemici del governo siriano, permettendo una vittoria militare dopo l’altra all’assediato Esercito arabo siriano. Poco dopo fu formata una coalizione attorno al governo di Assad, tra cui Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, l’ala militare di Hezbollah e il tacito appoggio finanziario e morale della Cina. Putin disse “Ora basta” all’ONU, quindi sostenne le parole con le azioni. La guerra è sempre deplorevole. Non è quasi mai giustificabile. Ma di fronte a un nemico implacabile, c’era poco altro da fare. E sostengo che le forze neoconservatrici che dettano le decisioni politiche anti-Assad sono quel nemico implacabile.

La fine di ‘Assad deve andarsene’
Quell’azione iniziò il processo di disfacimento della narrativa attentamente costruita sulla guerra civile siriana. Ma basta storia. Ieri Putin ha presentato ad Assad i comandanti militari responsabili della stabilizzazione del suo Paese. La Siria come unità politica è sopravvissuta. La vecchia guardia saudita è imprigionata, impoverita e perde influenza nel mondo di minuto in minuto. Il governo neoconservatore d’Israele, guidato dal pazzo Benjamin Netanyahu, è impotente di fronte gli eventi e, ovviamente, lo SIIL è stato completamente spazzato via in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti continuano a parlare con lingua biforcuta, permettendo ad alcuni membri dello SIIL di scappare per essere riutilizzati un altro giorno, presumibilmente contro Iran e/o Libano, pur riconoscendo il crollo dello SIIL e la cattura di Raqqa. Ciò riflette le profonde questioni all’interno delle comunità diplomatica, militare e d’intelligence degli Stati Uniti e le difficoltà che il presidente Trump ha nell’affrontare tali gruppi tentando di non apparire debole ed inefficace. Va solo guardato l’evento strano di fine settimana, quando degli elicotteri militari giungevano nel quartier generale della CIA a Langley per sapere che, come minimo, c’è una guerra intestina nel governo degli Stati Uniti. La migliore spiegazione sentita (e non è affatto confermato) è che le forze armate statunitensi abbiano compiuto una dimostrazione di forza contro le reti dell’amministrazione Obama nella CIA che ancora gestiscono i terroristi in Siria. E tali operazioni sarebbero in conflitto diretto con gli obiettivi dei militari statunitensi. Se è così, Putin ha ragione d’ignorare semplicemente gli statunitensi e accelerare i colloqui politici, ignorando i colloqui a Ginevra e dando ad Assad tutto il sostegno di cui ha bisogno per continuare da leader siriano, se è questo che il popolo siriano vuole. Dato il sostegno aperto ad Assad delle sue forze armate e il modo in cui la guerra contro SIIL e altri gruppi separatisti è stata guidata dalle Forze siriane, non c’è dubbio che Assad avrà tale sostegno in tutte le prossime elezioni.

Putin non gongola
La grande domanda è tuttavia quale prezzo pagheranno gli Stati Uniti per la loro parte in tutto ciò. Putin non metterà Trump in una brutta posizione. Il discredito degli Stati Uniti si è già verificato a livello internazionale. La complicità dell’amministrazione Obama in questo triste capitolo della storia del Medio Oriente è chiara per chiunque avesse gli occhi aperti. Putin offrirà a Trump un modo per salvare la faccia degli Stati Uniti, mentre incolperà Obama, Clinton, McCain e il resto. Se credete che il legame tra questo e l’inchiesta “Russia-gate” di Robert Mueller sia folle, non fate attenzione. Mueller cerca disperatamente di salvare tutti gli implicati da accuse di tradimento. Ma mi aspetto che la scena politica statunitense stia per cambiare radicalmente. Una volta che il giudice Roy Moore andrà al Senato (le probabilità che ciò non accada sono quasi zero), Trump avrà una maggioranza a prova d’impeachment alla Camera e al Senato e potrà bloccare Mueller o farlo girare. Trump può giocare a fare la pace qui. Può consolidare la posizione di controllore dei peggiori attori di Arabia Saudita ed Israele e tenerli al guinzaglio. In effetti, si potrebbe argomentare in modo credibile che è su ciò che si basa la purga in Arabia Saudita. Il contro-colpo di Stato di Muhamad bin Salman aveva la benedizione di Trump. Putin può agire in modo simile per placare i sospetti sulle intenzioni di Iran ed Hezbollah. Può anche trattenere Assad dalla rappresaglia contro i nemici, anche se giustamente meritata, per costruire una pace duratura. E una volta che i colloqui saranno finiti come la minaccia dell’indipendenza curda, la Turchia ritirerà le truppe dalla Siria. Putin è pronto a chiamare Trump per aggiornarlo su ciò che verrà dopo. È ovvio che i due sono in contatto su come vanno le cose in Siria. E Trump, da parte sua, ha elegantemente lasciato il lavoro sporco a Putin mentre si occupa dei problemi coi neoconservatori a casa.
Qualunque cosa accada dopo, un quadro per la pace a lungo termine o un inquieto cessate il fuoco con la Russia come intermediario, gli Stati Uniti hanno perso ogni credibilità nella regione oltre Riyadh e Tel Aviv. E non abbiamo nessuno da incolpare se non noi stessi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Presidente Bashar al-Assad compie una visita di Stato in Russia

Kremlin, Sochi, 21 novembre 2017Il 20 novembre, il Presidente Vladimir Putin ha avuto colloqui con il presidente della Repubblica Araba Siriana Bashar al-Assad, in visita di lavoro in Russia. Vladimir Putin ha anche presentato Bashar al-Assad agli alti funzionari del Ministero della Difesa russo e dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe presenti a Sochi per partecipare a vari incontri sul Programma di Armamento dello Stato.

Inizio dell’incontro con il Presidente della Siria Bashar al-Assad
Presidente della Russia Vladimir Putin: Signor Presidente, amici,
Benvenuti a Sochi. Innanzitutto vorrei congratularmi con Lei per i risultati della Siria nella lotta ai gruppi terroristici e per il popolo siriano che, nonostante ardue difficoltà, avanza gradualmente verso la definitiva e inevitabile sconfitta dei terroristi.
Signor Presidente, come sapete incontrerò i miei colleghi, i presidenti di Turchia e Iran, qui a Sochi dopodomani. Abbiamo concordato ulteriori consultazioni con voi durante il nostro incontro. Naturalmente, il tema principale all’ordine del giorno è la soluzione politica pacifica e duratura in Siria dopo la cacciata dei terroristi. Come sapete, oltre ai partner che ho citato stiamo anche lavorando a stretto contatto con altri Paesi, come Iraq, Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Giordania. Manteniamo costanti contatti con questi partner. Vorrei parlarvi dei principi alla base del processo politico e del Congresso nazionale del dialogo siriano, idea che avete sostenuto. Mi piacerebbe sentire le vostre opinioni sulla situazione attuale e sulle prospettive di sviluppo del processo politico, che infine dovrebbe essere attuato sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Speriamo anche che l’ONU si unisca al processo politico nella fase finale.
Mi fa piacere vederVi. Benvenuto in Russia.

Presidente della Siria Bashar al-Assad (ritradotto): Molte grazie, Signor Presidente.
Sono molto lieto di avere questa opportunità d’incontrarvi dopo due anni e diverse settimane dopo che la Russia ha avviato l’operazione di grande successo. Durante questo periodo, abbiamo raggiunto un grande successo sia sul campo di battaglia che sul piano politico. Molte regioni della Siria sono state liberate dai terroristi e i siriani che dovettero fuggire da queste regioni possono ora tornarvi. Va riconosciuto che l’operazione ha portato progressi nel conclusione politica in Siria. E il processo avviato e che la Russia ha promosso con vari sforzi continua, soprattutto rispettando la Carta delle Nazioni Unite, sovranità e indipendenza dello Stato. Questa posizione è stata difesa in varie piattaforme internazionali, anche ai colloqui ad Astana. Lo stesso vale per i piani per organizzare la Conferenza sul dialogo nazionale siriano tra pochi giorni. Oggi abbiamo l’eccellente opportunità per discutere sia della prossima conferenza e del prossimo summit, sia di coordinare le nostre opinioni sui prossimi passi. Innanzi tutto, vorrei cogliere un’opportunità e esprimere congratulazioni e gratitudine da parte del popolo siriano a Lei, Signor Presidente, per il nostro successo comune nel difendere l’integrità territoriale e l’indipendenza della Siria. Vorremmo estendere la nostra gratitudine alle istituzioni dello Stato russo che hanno fornito assistenza, in primo luogo, il Ministero della Difesa russo che ci ha sostenuto durante l’operazione. Inoltre vorrei esprimere la nostra gratitudine al popolo russo che rimane una nazione nostra amica. Ci ha supportato da sempre.
Grazie mille.

Vladimir Putin: ha citato i colloqui di Astana. Penso anche che siano un bel successo. Grazie al processo di Astana siamo riusciti a creare le zone di de-escalation permettendoci di avviare il primo dialogo reale e approfondito con l’opposizione. Sulla base dei risultati di questo incontro, mi consulterò ulteriormente con i leader dei Paesi che ho appena menzionato. Una conversazione con l’emiro del Qatar è prevista oggi. Domani parlerò con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Dopo, parlerà con i leader dei Paesi della regione. Come sapete, il cosiddetto gruppo di opposizione di Riyad terrà un incontro il 22-23 novembre. Il nostro rappresentante, l’onorevole Lavrentev, parteciperà all’apertura e chiusura di tale incontro, nonché alla conferenza stampa in qualità di inviato speciale presidenziale. Pertanto, credo che il nostro incontro di oggi rappresenti un’ottima occasione per coordinare i nostri approcci a tutte le questioni relative alla conclusione. Sono felice di poterlo fare assieme.

Bashar al-Assad: In questa fase, e in particolare dopo le nostre vittorie sui terroristi, siamo interessati a promuovere il processo politico. Riteniamo che la situazione politica sviluppatasi nelle regioni offra l’opportunità del progresso nel processo politico. Speriamo che la Russia ci sosterrà garantendo la non interferenza degli attori esteri nel processo politico, in modo tale che sostengano solo il processo intrapreso dagli stessi siriani. Non vogliamo guardare indietro. Accetteremo e parleremo con chiunque sia veramente interessato a un accordo politico.

Vladimir Putin: Molto bene. Avete menzionato il completamento dell’operazione militare. Credo che il terrorismo sia un problema globale e la lotta contro di esso, naturalmente, è lungi dall’essere conclusa. Per quanto riguarda i nostri sforzi congiunti contro i terroristi in Siria, questa operazione militare è in fase di completamento. Credo che il compito principale ora sia avviare il processo politico. Sono lieto che siate pronto a lavorare con chiunque desideri pace e risoluzione dei conflitti.
(…)Incontro con gli alti funzionari del Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore delle Forze Armate russe
Vladimir Putin: Ho chiesto al Presidente della Siria di partecipare al nostro incontro. Voglio che veda chi ha svolto il ruolo chiave nel salvare la Siria. Certamente, il Signor Assad conosce qualcuno di voi personalmente. Oggi, durante i nostri colloqui, mi ha detto che l’Esercito russo ha salvato lo Stato siriano. Molto è stato fatto per stabilizzare la situazione in Siria. Spero che chiuderemo il capitolo della lotta al terrorismo in Siria, anche se alcuni focolai di tensione rimarranno o si riaccenderanno. Ci sono più che sufficienti problemi con il terrorismo nel mondo, anche in Medio Oriente e Siria. Ma la nostra missione principale è quasi compiuta, e spero che potremo dire che l’abbiamo raggiunto rapidamente. Abbiamo avuto colloqui molto sostanziali con il Presidente della Siria oggi su tutti gli aspetti relativi alla normalizzazione, compresi i successivi passi sulla via politica. Come sapete, terremo un incontro trilaterale qui a Sochi. Tuttavia, vorrei dire che le condizioni per un processo politico non potrebbero essere state create senza le Forze Armate, senza i Vostri sforzi e gli sforzi e l’eroismo dei Vostri subordinati. Questo obiettivo è stato raggiunto grazie alle Forze Armate russe e ai nostri amici siriani sul campo di battaglia. Grazie di ciò.

Bashar al-Assad: il Presidente della Russia Vladimir Putin e io abbiamo appena avuto un colloquio. Gli go trasmesso, e per suo conto al popolo russo, la nostra gratitudine per gli sforzi della Russia nel salvare il nostro Paese. Vorrei sottolineare il contributo delle Forze Armate russe e i sacrifici che hanno compiuto raggiungendo questo obiettivo. Sono molto felice di sapere che Voi, chi di Voi è direttamente coinvolto nell’operazione in Siria e che ha comandato le attività delle Forze Armate russe in Siria, sarete presenti qui oggi. L’operazione era appena iniziata quando incontrai il Presidente Putin a Mosca due anni fa. In questi due anni vediamo il successo ottenuto grazie alla cooperazione tra le Forze Aerospaziali russe e l’Esercito arabo siriano. Nessuno può negare questo successo nella lotta al terrorismo, ora. Grazie alle Vostre azioni, così come alle azioni dell’Esercito arabo siriano e dei nostri alleati, molti siriani sono tornati a casa. Parlando a nome del popolo siriano, vorrei esprimere la nostra gratitudine per ciò che avete realizzato. Non lo dimenticheremo mai. Inoltre, vorrei ringraziare personalmente il Presidente Vladimir Putin, il Ministro della Difesa Sergej Shojgu e il Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov per la partecipazione diretta in questa operazione.
Grazie mille.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Generale Sulaymani proclama la fine dello Stato islamico

FNA 21 novembre 2017Il Comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), General-Maggiore Qasim Sulaymani, in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL su Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico negli Stati regionali, e dichiarava che governi ed eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Sayad Hasan Nasrallah avevano sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere governi e nazioni summenzionati, è apprezzabile“, aggiungeva sottolineando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense (SIIL) e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “dominio dello SIIL“, concludeva il generale. Il Generale Qasim Sulaymani a settembre osservò che il gruppo terroristico SIIL era alla fine e che sarebbe sparito entro 3 mesi. “Tra meno di tre mesi dichiareremo la fine dello SIIL e della sua presenza su questo pianeta, e celebreremo la vittoria in Iran e nella regione“, dichiarò durante una cerimonia nella provincia di Gilan. “Assesteremo i nostri colpi in modo deciso e incessante al corpo canceroso creato da Stati Uniti e Israele“, aggiunse.
Uno dei motivi per cui l’Iran si è impegnato ad aiutare le nazioni siriana e irachena era che il problema dello SIIL non poteva essere risolto con la diplomazia nei due Paesi, affermava. “Mentre lo SIIL sosteneva che uccidere gli sciiti è imperativo, non c’era altra scelta che la Jihad (guerra santa)“, osservava il Generale Sulaymani, aggiungendo: “Il nemico era pronto a prosciugare l’Islam, a distruggere l’indipendenza dei musulmani e ad occupare gli Stati islamici“. “Oggi, la fiducia nell’Iran e nella sua forza non ha precedenti e altre nazioni e governi hanno molta fiducia nell’Iran perché è riuscito a salvare varie nazioni e alcun altro Paese può competere con l’Iran su ciò“. Il comandante aggiungeva che molti credevano che la guerra contro lo SIIL sarebbe divenuta una guerra tra sciiti e sunniti mentre oggi si assiste al sangue dei giovani sciiti versato per difendere l’onore del popolo sunnita. “Questa è una verità innegabile, se i giovani sciiti di Iran e Afghanistan non si fossero affrettati a difendere gli indifesi di Aleppo in Siria, avrebbero potuto essere massacrati dallo ISIL. Oggi l’unità, la solidarietà e l’amicizia esistenti tra sciiti e sunniti sono più forti che mai“, osservava il Generale Sulaymani.

La leadership degli Stati Uniti spezzata dalla presenza del Generale Sulaymani nel centro operativo di al-Buqamal
FNA, 21 novembre 2017

Un canale televisivo arabo affermava che il Comandante della Forza al-Quds dell’Iran, Generale Qasim Sulaymani, prendeva il comando della liberazione dell’ultima roccaforte dello SIIL, al-Buqamal, dopo che gli Stati Uniti avevano organizzato un complotto sofisticato per costringere l’Esercito arabo siriano a cedere la regione. “La dichiarazione della liberazione di al-Buqamal e il rapido ritiro (delle forze dell’Esercito arabo siriano) dalla città crearono una nuova e grande minaccia dagli statunitensi, che tentarono d’indebolire l’Esercito arabo siriano e gli alleati nella battaglia per la città“, riferiva al-Mayadin dopo che l’Esercito arabo siriano riprendeva al-Buqamal. Citava un comandante ad al-Buqamal affermare al momento della caduta che “quando dichiarammo la liberazione di al-Buqamal, eravamo ancora nella stazione T2 ma fummo costretti a dichiararne la liberazione per impedire che le loro Forze democratiche siriane (SDF – appoggiate dagli Stati Uniti) entrassero nella città”. “Oggi ci eravamo avvicinati ad al-Buqamal da tre lati: gli statunitensi cercavano d’impedire i voli aerei sulla regione e ci stavano indebolendo ad al-Buqamal, ma eravamo determinati a liberarla completamente“, aggiungeva.
Al-Mayadin affermava che le osservazioni del comandante mostrano perché il controllo del centro operativo venisse affidato al Generale Sulaymani, spiegando che il fronte della Resistenza cercava di sventare le trame degli USA per avere la leadership nella regione. Oggi, il Generale Sulaymani in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL in Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico SIIL negli Stati regionali, e affermava che i governi e gli eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Seyed Hassan Nasrallah, hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere i governi e le nazioni summenzionati è apprezzabile“, aggiungeva, osservando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “controllo dello SIIL“, concludeva il Generale Sulaymani.Traduzione di Alessandro Lattanzio