Shanghai Cooperation Organization: storia di successo in espansione

Peter Korzun, Strategic Culture Foundation 29/06/2016OCSFondata nel 2001, la SCO è un’organizzazione politica e di sicurezza che comprende Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. La cooperazione militare tra gli Stati membri implica la condivisione di intelligence, operazioni antiterrorismo in Asia centrale e collaborazione contro il terrorismo cibernetico, tra le altre cose. Quest’anno l’organizzazione segna due anniversari: il 15° anniversario della Shanghai Cooperation Organization e i 20 anni dei Cinque di Shanghai, l’organizzazione di cui tutti i membri della SCO, tranne l’Uzbekistan, furono aderenti. Dopo l’inclusione dell’Uzbekistan nel 2001 i Cinque di Shanghai divennero la SCO. India, Iran e Pakistan furono ammessi come osservatori nel 2005. Il vertice SCO del 2010 tolse la moratoria a nuove adesioni, aprendo la via all’espansione del raggruppamento. Il vertice 2016 ha avuto luogo il 24 giugno a Tashkent. I leader della SCO hanno firmato la Dichiarazione di Tashkent e il Piano d’Azione 2016-2020 per aumentare la cooperazione regionale a un livello qualitativamente nuovo. I leader hanno riaffermato il supporto alla Cintura economica della Via della Seta, iniziativa per lo sviluppo regionale proposta dal Presidente cinese Xi Jinping nel 2013 che cerca di stimolare le attività economiche regionali collegando la Cina all’Europa attraverso l’Asia centrale e occidentale per vie interne. I membri della SCO costruiscono la Cintura economica della Via della Seta, che secondo essi sarà uno degli strumenti della cooperazione economica regionale. L’Organizzazione realizzerà progetti congiunti infrastrutturali per i trasporti, sostenendo la costruzione di corridoi internazionali e hub colleganti Asia ed Europa, approfondendo la cooperazione su economia, commercio, energia, investimenti, agricoltura, cultura, scienza, tecnologia e protezione dell’ambiente. La SCO chiede uno sforzo comune e solido per far fronte alla crescente minaccia del terrorismo e dell’estremismo internazionale e per affrontarne le cause alla radice. I membri continueranno a preparare la Convenzione sulla lotta all’estremismo della SCO, che sarà parte importante della base giuridica della cooperazione al riguardo. I leader hanno inoltre promesso un lavoro concertato nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale. I partecipanti hanno sottolineato che le attività della SCO non sono dirette contro altri Stati o organizzazioni internazionali, e che sono disposti a sviluppare contatti e cooperazione con altri Paesi ed organizzazioni regionali e globali che condividano gli obiettivi della Carta della SCO. In particolare, la partecipazione di Russia e Cina ai BRICS fornisce la solida base per rafforzare la cooperazione tra i due gruppi internazionali. Il vertice ha sottolineato l’importanza nel rafforzare i meccanismi di governance globale secondo la Carta delle Nazioni Unite, ottenendo un ordine mondiale più giusto ed equo. I membri della SCO hanno detto d’impegnarsi a rafforzare ulteriormente il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite nelle relazioni internazionali e consultazioni a supporto della ricerca di una “soluzione” alle riforme del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
sco2 L’evento del 2016 è una pietra miliare nella storia dell’Organizzazione. Altri due Paesi, India e Pakistan, sono a un passo dall’aderire alla Shanghai Cooperation Organization facendone una struttura politica globale (trans-asiatica). Il Primo ministro indiano Narendra Modi e il Presidente pakistano Mamnun Hussain hanno firmato i rispettivi memorandum. Il documento stabilisce le condizioni per la partecipazione indiana e pakistana al bilancio globale dell’organizzazione e i versamenti alle agenzie permanenti, ed altri dettagli. Il processo formale di piena adesione alla SCO richiederà alcuni mesi. Entrambi i Paesi sono tenuti a diventare membri a pieno titolo entro la prossima riunione ad Astana nel 2017. Grazie all’integrazione nella SCO, i due Paesi confinanti, entrambi potenze nucleari e rivali scontratisi in diverse guerre dal 1948, hanno un nuovo posto per appianare le divergenze. Con l’espansione da sei a otto membri a pieno titolo, la SCO ha fatto un passo importante riunendo i tre Stati eurasiatici più grandi e potenti e quattro potenze nucleari. Con l’integrazione dei nuovi aderenti, il gruppo rappresenterà il 50 per cento del territorio eurasiatico, il 45 per cento della popolazione del pianeta e il 19 per cento del PIL mondiale. “In effetti, mentre la Shanghai Cooperation Organization espande le aree di attività ed adesione con la partecipazione dei potenti Paesi appena citati, diventa una potente associazione internazionale che incute rispetto ed è rilevante nella regione e nel mondo”, ha detto il Presidente russo Putin. L’ammissione di India e Pakistan può anche contribuire a migliorare i rapporti tesi tra India e Pakistan, aprendo un altro canale di comunicazione. Non c’è dubbio che l’adesione migliorerà le relazioni bilaterali tra India e Pakistan con Russia, Cina e gli altri aderenti interessati al loro riavvicinamento. Le dispute territoriali e le armi nucleari resteranno, ma il fatto stesso di essere riuniti nella stessa organizzazione perseguendo obiettivi comuni, aiuterà a iniziare un dialogo. Per esempio, tutti i membri della SCO sono interessati ad affrontare il problema dell’Afghanistan. India e Pakistan possono dare un grande contributo alla ricerca di soluzioni adeguate. L’ammissione di India e Pakistan arriva in un momento in cui le due nazioni cercano un maggiore impegno nella regione eurasiatica, una delle aree strategicamente più importanti del mondo. Inoltre, i Paesi dell’Asia centrale sono ricchi di idrocarburi, rendendosi particolarmente attraenti per l’India affamata di energia e il Pakistan. New Delhi e Islamabad portano avanti progetti infrastrutturali volti ad approfondire la connessione con la regione. Mentre l’India sviluppa il porto Chabahar in Iran, nella speranza di poter accedere all’Afghanistan e all’Eurasia bypassando il Pakistan, Islamabad punta le sue speranze sul corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), un gigantesco piano miliardario cinese per sviluppare le infrastrutture pakistane ed ampliarne i legami economici. L’Iran sarà il prossimo ad aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). Teheran ha cercato a lungo di aderire alla SCO, ma il gruppo ha tenuto il Paese in attesa fin quando ha raggiunto un accordo con Stati Uniti, Europa e altri attori internazionali fondamentali sul suo programma nucleare. Con l’adesione dell’Iran il gruppo controllerebbe circa un quinto del petrolio mondiale e rappresenterà quasi la metà della popolazione mondiale.
L’Organizzazione ha grandi prospettive per il futuro. La partecipazione dei Paesi SCO e CSI (Comunità di Stati Indipendenti) nel processo per allineare l’Unione economica eurasiatica e la cintura economica della Via Seta potrebbe preludere alla formazione di una grande collaborazione eurasiatica, come il Presidente russo Vladimir Putin ha detto al vertice della SCO. “Buone prospettive si aprono con il lancio dei negoziati per l’allineamento dell’Unione Economica Eurasiatica e la Cintura della Via della Seta della Cina. Sono convinto che coinvolgere tutti gli aderenti della SCO e anche della CSI in questo processo d’integrazione, potrebbe preludere alla formazione della grande collaborazione eurasiatica”, sottolineava il presidente. Il leader russo ha osservato che i Paesi del Sud-Est asiatico mostrano interesse per la cooperazione economica con la SCO, discussa in occasione del recente vertice dell’ASEAN a Sochi. Secondo Vladimir Putin, le istituzioni finanziarie come la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali e la Banca di sviluppo dei BRICS potrebbero contribuire al successo dei progetti economici della SCO.
In 15 anni di esistenza, la SCO s’è consolidata a tutti gli effetti, ed è una molto influente associazione internazionale indipendente dall’influenza degli Stati Uniti. La SCO di successo e in espansione offre un’alternativa alla visione obsoleta del mondo unipolare dominato da Washington.62514_0La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Grande Strategia di Putin: il progetto della Grande Eurasia

Alexander Mercouris, The Duran 30/6/2016
Putin al SPIEF 2016 delineava il gigantesco progetto per unire l’intero continente eurasiatico chiedendo agli europei di parteciparvi.2016062004Il tema principale del SPIEF 2016 dava ai russi l’opportunità di spiegare la loro politica estera agli europei. Uno dei dibattiti più sterili nei media anglofoni è se Putin sia uno stratega o solo un tattico. Vi sono numerosi articoli che discutono la questione con la solita risposta che sia solo un tattico. La risposta corretta alla domanda è che Putin, o più correttamente la leadership russa, sicuramente ha una strategia, anche se i commentatori nei media anglofoni che ne discutono possono essere perdonati nel dare sempre la risposta sbagliata perché, come i loro articoli dimostrano fin troppo chiaramente, non hanno la minima idea di cosa sia questa strategia in realtà. È molto sorprendente perché Putin l’ha spiegato in molte occasioni. Con numerosi europei nel pubblico del SPIEF 2016 ha colto l’occasione di farlo di nuovo, questa volta sottolineando il ruolo chiave dell’Europa, e in particolare l’Unione europea, in esso. Ecco cosa ha detto Putin: “Nel 2011, con la Bielorussia e il Kazakistan, e basandosi sulla fitta rete di rapporti di cooperazione che abbiamo ereditato dall’Unione Sovietica, abbiamo formato uno spazio doganale comune, poi divenuto Unione economica eurasiatica. Già a giugno abbiamo, insieme con i nostri colleghi cinesi, in programma di avviare colloqui ufficiali per formare un partenariato economico e commerciale globale in Eurasia con la partecipazione degli Stati dell’Unione europea e della Cina. Mi aspetto che sia uno dei primi passi verso la formazione di un’importante collaborazione eurasiatica. Amici, il progetto che ho appena citato, il progetto “della grande Eurasia” è naturalmente aperto all’Europa e sono convinto che tale cooperazione sarà reciprocamente vantaggiosa. Nonostante i ben noti problemi nelle nostre relazioni, l’Unione europea resta il partner economico e commerciale chiave della Russia. E’ il nostro vicino e non siamo indifferenti a ciò che succede nella vita dei nostri vicini, dei Paesi europei e dell’economia europea. Ripeto che c’interessa che gli europei aderiscano al progetto per un’importante collaborazione eurasiatica. In questo contesto, accogliamo con favore l’iniziativa del Presidente del Kazakistan per consultazioni tra Unione economica eurasiatica ed UE. Ieri abbiamo discusso la questione in occasione della riunione con il presidente della Commissione europea“. Questa non è solo strategia; è un’estremamente ambiziosa, ed anche grandiosa, strategia per collegare le due estremità del continente eurasiatico in un unico spazio economico con la Russia al centro come collegamento e ponte. È una proposta non per l'”Eurasia”, ma per la “Grande Eurasia”: un’unica unità economica colossale che si estenda dal Pacifico all’Atlantico. Inoltre è abbastanza chiaro che questo progetto è pienamente supportato dalla leadership cinese; la Cina naturalmente è la metà orientale del progetto. In effetti è una certezza che i cinesi vi abbiano a che fare e che il loro progetto di Via della Seta ne faccia parte.
083257 Lungi dal cercare la disgregazione dell’UE, come tanti scrittori neoconservatori proclamano, ciò che Putin vuole è che l’Unione europea sia partner a pieno titolo del progetto. Lungi dall’essere costretti a scegliere tra “la Russia in Europa” e “la Russia in Eurasia”, Putin non vede alcuna contraddizione nel perseguire entrambe le vie. Lungi dal voler scegliere tra UE e Cina come partner della Russia, Putin vuole che la Russia abbia una partnership con entrambi, avvicinandoli. Questa grandiosa concezione è assai tipica dei russi e dei cinesi. Le due grandi potenze continentali sono abituate a pensare in termini globali, come avviene spesso, ed accadde con idee simili circolate a San Pietroburgo nel 1890, all’inizio del regno di Nicola II, anche se i mezzi politici e tecnici per attuarle semplicemente non esistevano al momento. Il famoso politico sovietico Vjacheslav Molotov propose un progetto simile negli anni ’50, anche se ebbe poco favore dal resto della dirigenza sovietica. Al contrario, dubito che i politici provinciali europei, strettamente concentrati sulle loro preoccupazioni nazionali, possano comprendere un tale progetto anche quando gli viene spiegato chiaramente, come ha fatto Putin al SPIEF 2016. Sono sicuro che Putin lo sappia, anche se a volte fatica a capirlo, e che si renda conto che se l’Europa va assolutamente conquistata al progetto, dovrà farlo un passo alla volta. Una potenza occidentale ha la visione strategica per capire un tale progetto e significativamente non vi ha un posto. Tale potenza, naturalmente, sono gli Stati Uniti. Era abbastanza chiaro dalle molte cose dette da Putin al SPIEF 2016, che lui e il resto della leadership russa ritengono che il colpo di Stato di Majdan in Ucraina sia stata una manovra degli USA per dividere la Russia dall’Europa, in modo da far deragliare il progetto di Grande Eurasia. Penso che Putin si sbagli, dubito che gli Stati Uniti ne sappiano molto del progetto di Grande Eurasia e credo che perseguano in Ucraina proprie strategie molto diverse, ma indipendentemente da ciò Putin ha reso abbastanza chiaro al SPIEF 2016 le perplessità sugli europei così privi di visione e concezione dei propri interessi, avendo permesso durante la crisi ucraina di farsi così facilmente manipolare dagli Stati Uniti nel loro interesse. Il suo discorso plenario era fondamentalmente un appello agli europei a svegliarsi e ad agire nel proprio interesse piuttosto che di Washington: “Capisco anche i nostri partner europei quando si parla di decisioni complesse per l’Europa prese nei colloqui sulla formazione del partenariato transatlantico. Ovviamente, l’Europa ha un grande potenziale e puntando a una sola associazione regionale restringe chiaramente le sue opportunità. Date le circostanze, è difficile per l’Europa mantenersi in equilibrio e preservarsi uno spazio di manovra. Come i recenti incontri con i rappresentanti degli ambienti economici tedeschi e francesi hanno dimostrato, le imprese europee sono disposte a collaborare con questo Paese. I politici dovrebbero incontrare le imprese mostrando saggezza e un approccio lungimirante e flessibile. Dobbiamo tornare alla fiducia nelle relazioni russo-europee e ripristinare la nostra cooperazione. Ricordiamo come tutto è cominciato. La Russia non ha avviato gli attuali divisioni, disagi, problemi e sanzioni. Tutte le nostre azioni sono state esclusivamente reciproche. Ma noi non portiamo rancore, come si suol dire, e siamo pronti a venire incontro ai nostri partner europei. Tuttavia, questo non può in alcun modo essere una via a senso unico“. Se gli europei sentono questo appello, o addirittura lo comprendono, è un’altra questione. Personalmente ne dubito. È sorprendente come i media occidentali, anche europei, non abbiano riferito nulla del progetto di Grande Eurasia e detto poco sull’invito di Putin a restaurare piene relazioni. I capi europei presenti al SPIEF 2016, Juncker, Renzi e Sarkozy, spingono a migliorare le relazioni con la Russia, ma non hanno detto nulla del progetto di Grande Eurasia.
Anche se l’impegno di Putin e della leadership cinese al progetto di Grande Eurasia sia indubbio, sono attenti a non farla diventare una trappola consentendole di diventare un progetto su cui sacrificare gli altri interessi vitali dei loro Paesi per realizzarlo. Questo fu il grande errore di Mikhail Gorbaciov negli anni ’80, quando sacrificò tutte le posizioni dell’URSS in Europa e in ultima analisi la sua stessa esistenza cercando ciò che chiamava “casa comune europea”. Se gli europei si dimostrano poco ricettivi, russi, cinesi ed alleati dell’Asia centrale chiariscono che semplicemente porteranno avanti il progetto per conto proprio.1041317790

India e Pakistan aderiscono all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai
Alexander Mercouris, The Duran 27 giugno 2016
India e Pakistan aderiscono all’organizzazione della sicurezza a guida cinese e russa mantenendo stretti rapporti con l’occidente.modi-sharif-7591Lontano dalle distrazioni causate dal Brexit inglese, il processo di costruzione eurasiatica ha appena compiuto un altro grande passo in avanti con l’accordo di India e Pakistan ad aderire a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai guidata da Russia e Cina. L’Iran dovrebbe seguire a breve, riunendo l’intera Eurasia sotto l’ombrello di questa organizzazione, tranne alcuni piccoli Paesi e gli Stati europei dell’alleanza occidentale. Anche Paesi come Turchia ed Azerbaijan, allineati all’occidente, vi hanno dei rapporti. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai non è la “NATO orientale”, una sorta di Patto di Varsavia dell’Eurasia orientale e centrale, ma non è nemmeno la chiacchiera pretesa dai commentatori occidentali. L’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai ha una costituzione e una struttura, ed ha effettivamente una dimensione di sicurezza, anche se in teoria si concentra sulla lotta al terrorismo in Asia centrale, piuttosto che contro qualsiasi minaccia convenzionale occidentale. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è strettamente legata all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”) guidata dalla Russia, sicuramente un’alleanza militare che riunisce la Russia e i suoi partner più stretti dell’ex-URSS. Ancora più importante, al centro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai c’è il rapporto strategico-militare tra Cina e Russia. Questi due Paesi, nonostante i tentativi occidentali di negarlo, sono sicuramente alleati militari. Putin l’ha di recente ammesso. Inoltre ha anche rivelato qualcosa di già evidente per chi segue da vicino le azioni sulla scena mondiale, e cioè che le leadership dei due Paesi comunicano continuamente. Riporto le esatte seguenti parole di Putin: “Siamo in contatto continuo e ci consultiamo su questioni globali e regionali. Dato che ci consideriamo stretti alleati, naturalmente dobbiamo sempre ascoltare i nostri partner e tenere conto di ogni interesse altrui“. Per avere idea di quanto sia stretta la cooperazione militare tra Cina e Russia, si veda come i due Paesi abbiano recentemente condotto un’esercitazione di comando congiunto a Mosca con l’impiego congiunto delle rispettive difese antimissili balistici. Gli Stati Uniti non farebbero mai una cosa del genere con uno qualsiasi dei loro alleati e se l’hanno fatto, certamente non lo renderanno pubblico. Quando le relazioni militari tra i due Paesi sono così strette da condurre esercitazioni del genere, è certo che una rete di sicurezza, intelligence ed accordi relativi alla difesa esista tra di essi. Il fatto che non ne sappiamo non significa che non esista. Ciò significa che le leadership dei due Paesi, Consiglio di Sicurezza della Russia e Politburo della Cina, abbiano deciso di non renderla pubblica. La ragione è che rivelandone l’esistenza, si rivelerebbe l’entità dell’alleanza militare dei loro Paesi, cosa che nessuno di loro per il momento vuole. Il fatto che alla base dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai ci sia l’alleanza tra Cina e Russia significa che non si tratta di chiacchiere. Piuttosto rientra nella rete di organizzazioni, Unione eurasiatica economica, Via della Seta, BRICS e CSTO, che i due alleati tessono intorno per estendere l’influenza regionale e globale della loro alleanza.
Pakistani e indiani lo sanno molto bene. Con l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, pakistani ed indiani non si alleano a cinesi e russi contro gli Stati Uniti e l’occidente. La ragione per cui cinesi e russi preferiscono mantenere segreta l’alleanza è perché non devono presentare a Paesi come Pakistan e India una scelta binaria, piuttosto permettere ai due Paesi tradizionalmente in contrasto di mantenere i rapporti tradizionali con i vecchi alleati, la Cina nel caso del Pakistan e la Russia nel caso dell’India, migliorando i legami formali con una delle due grandi alleanze mondiali attuali, rimodellando progressivamente il mondo che li circonda.xi-putin-dealTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da quando USA e NATO sponsorizzano il terrorismo?

Alberto Rabilotta, Mondialisation, 9 aprile 2015радио.либерти.Seminare odio e divisioni, aggravare le differenze religiose, linguistiche, culturali, nazionali e promuovere il razzismo in tutte le sue forme [1], sono ricette molto antiche e rodate nel dominio e sfruttamento dei popoli. In realtà, è il modo migliore per rovinare, indebolire e dividere al solo scopo di asservire, schiavizzare o semplicemente scacciare dalla mappa a favore di interessi colonialisti ed imperialisti. Durante la guerra fredda, tale politica fu praticata contro l’Unione Sovietica (URSS), la Cina e gli altri Paesi socialisti, e nonostante la caduta dell’URSS e dello spazio socialista europeo, è ancora molto viva. In realtà, la guerra ideologica e la sovversione della guerra fredda sono state adattate, più di quaranta anni fa, agli obiettivi egemonici che ossessionano l’imperialismo degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati della NATO, del capitalismo che chiamiamo neoliberismo oggi, e che da allora colpiscono tutti i Paesi e le regioni che si oppongono all’egemonia imperialista. E’ in tale contesto che va posto il terrorismo derivante da fanatismo religioso o ideologia neonazista, dimostrando di aver contribuito e di contribuire a distruzione e caos che l’imperialismo deve diffondere; questo è ciò che accade quando distrugge gli inermi Iraq, Siria, Libia, Pakistan o Yemen, o quando si volge contro i mentori politici a Washington, Londra o Parigi. Il terrorismo servirà sempre gli obiettivi politici dell’imperialismo, perché il dibattito semplicistico, la copertura mediatica scandalosa e l’impatto globale di tali barbare nei Paesi occidentali, come i recenti attacchi in Francia, quasi sempre portano a giustificare misure socio-politiche antidemocratice e repressive, come visto negli stati Uniti con il “Patriot Act”, il cui contenuto sarà probabilmente integrato nei piano già in esame nell’Unione europea. Qui non si cerca di proporre una teoria del complotto, ma di riassumere una delle mie prime esperienze giornalistiche nei primi anni ’70, su cui mi sono già espresso ma che sono rimaste negli anni una chiave importante per la comprensione e l’analisi della propaganda e degli obiettivi politici dell’imperialismo. Mi baserò sui ricordi avendo perso i miei archivi cartacei da tempo e non avendo mezzi sufficienti per andare a Mosca o all’Avana a cercare sui giornali Pravda o Granma, che pubblicarono le informazioni originali.

I propagandisti della NATO si riuniscono in segreto a Montreal
CIA-logoNel 1972, quando iniziai a lavorare per Prensa Latina e a scrivere per giornali messicani come El Dia ed Excelsior, un collega canadese mi disse che una riunione segreta dei funzionari responsabili della politica dell’informazione delle radio ad onde corte della NATO (Radio Free Europe/Radio Liberty (REL/RL), Voce dell’America (VOA), eccetera), si sarebbe tenuta in un albergo di Montreal. Fu in quell’occasione che doveva essere presentato “la nuova strategia” per la lotta ideologica contro l’URSS e gli altri Paesi socialisti, ma oggi possiamo dire che parole e progetti proposti in quell’incontro furono amplificati in tutto il mondo e in tutti i settori della lotta ideologica tipica del confronto bipolare della guerra fredda. Così andai a Montreal, molto dubbioso sull’accesso alle credenziali della stampa, ma dopo un rifiuto iniziale e con mia sorpresa, mi furono finalmente concessi grazie all’accredito come “corrispondente” del giornale messicano Excelsior. Il suddetto incontro fu una lunga lista di presentazioni dei responsabili delle linee informative ed editoriali di tali stazioni, in particolare VOA e REL/RL che (per usare un linguaggio contemporaneo) decisero come costruire il quadro e la credibilità della propaganda contro l’URSS e il comunismo, anzi contro tutti i Paesi che all’epoca chiedevano una vera indipendenza, un nuovo ordine economico mondiale e la fine di razzismo e discriminazione razziale in tutte le loro forme, con posizioni antimperialiste e, di conseguenza, visti come alleati dell’URSS.

Come trasformare religione e nazionalismo in armi?
La nuova offensiva ideologica dell’impero, e il contenuto della propaganda, secondo gli ideologi della NATO, dovevano raggiungere le popolazioni prese di mira e radicarvisi: musulmani e nazionalisti radicali in alcune regioni dell’URSS e degli altri Paesi socialisti; sionisti ebrei (refusenik) russi che volevano emigrare in Israele e cattolici conservatori nei Paesi baltici, Polonia e altrove. Lo scopo perseguito nelle società socialiste laiche era finanziare e strutturare la “rinascita” di credenze e pratiche religiose radicali in modo da entrare in conflitto aperto con la società e il potere politico, causando proteste o contraddizioni nelle società o nelle regioni in cui il nazionalismo esisteva, suscitando movimenti separatisti supponendo che portassero a scontri tra civili, con la polizia e anche con i militari.

“Scontro di civiltà” e neoliberismo
zbigniew brezezinski.preview Il seme dello “scontro di civiltà” [2] fu piantato dalla propaganda NATO e diretto senza remore dai sempre più potenti media del mondo capitalista, giustificando la nascita di al-Qaida per combattere i sovietici e i progressisti afghani in Afghanistan e poi, con la caduta dell’URSS e dello spazio sovietica europeo, ampiamente utilizzata nei Balcani per la partizione dell’ex-Jugoslavia, per fomentare attentati terroristici e conflitto in Cecenia, Daghestan e altre regioni della ex-Unione Sovietica, tra cui ultimamente l’Ucraina. Ufficialmente Stato ateo, l’URSS era in realtà uno Stato socialista multinazionale e multiculturale dove convivevano molte nazionalità e religioni, dall’ortodossia cristiana all’Islam, passando per l’ebraismo e il cattolicesimo, tra gli altri. Tale era la forza apparente dell’internazionalismo proletario, come si diceva a Mosca, ma anche la sua principale debolezza agli occhi dei capi imperialisti. Tuttavia, va ricordato che il confronto generato dalle ambizioni imperialiste statunitensi non riguardava solo la guerra fredda tra Mosca e Washington, ma Medio Oriente e Asia dove predominavano, nei primi anni ’70, Stati laici, risultato della decolonizzazione e del consolidamento del movimento dei Paesi non Allineati; dove coesistevano i più diversi sistemi politici, culture, nazionalità e religioni. In altre parole, la lotta alla discriminazione razziale di tutti i tipi, anche all’apartheid del Sud Africa e al sionismo, era all’apice, sviluppando anche la risoluzione 3379 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votata nel novembre 1975 e revocata il 16 dicembre 1991 con la risoluzione ONU 4866, otto giorni prima la dissoluzione l’URSS. Allo stesso modo, nella congiuntura storica, i Paesi non allineati chiesero, con il sostegno del campo socialista, la creazione di un “Nuovo Ordine Mondiale” che ponesse fine a sleali “ragioni di scambio” e facesse accedere allo sviluppo socio-economico, permettendosi di rivendicare, all’UNESCO, un “Nuovo ordine mondiale dell’Informazione e della Comunicazione”, tutte iniziative che l’imperialismo e i suoi alleati sono riusciti a zittire. Oggi, con prove e il senno del poi, appare ovvio che nello stesso tempo i circoli del potere di Stati Uniti, loro alleati europei e giapponesi, lanciarono l’offensiva per giustificare economicamente e politicamente lo smantellamento dello Stato sociale (l’intervento statale nell’economia per garantire un certo sviluppo socio-economico), con l’intenzione (diventata realtà negli ultimi venti anni) di sottomettere lo Stato agli interessi capitalistici, tornando al liberismo del 19° secolo e alle buone vecchie pratiche imperialiste e colonialiste [3].
Vista da una certa angolazione, il momento era particolarmente adatto per l’imperialismo ed alleati della NATO per amplificare il contesto e la copertura geografica della guerra fredda, continuando il passaggio dal confronto tra il sistema capitalista-imperialista e il sistema socialista, all’espansione imperialista del sistema neoliberale, già “decisa”. La creazione nel 1973 della Commissione Trilaterale [4] guidata da David Rockefeller, assistito dal consigliere per gli affari esteri Zbigniew Brzezinski del presidente democratico Jimmy Carter, fu il trampolino di lancio della nuova offensiva ideologica dei vertici dell’impero e della NATO, e non fu un caso la presenza nel quadro di Samuel Huntington, “intellettuale organico” dell’imperialismo e autore dell’infame libro “Lo Scontro di civiltà”. I documenti della Commissione Trilaterale, in particolare “La crisi della democrazia” del 1975, vanno letti alla luce degli eventi attuali e recenti, stabilendo, lungi da ogni teoria del complotto, che in quel momento ed apertamente furono definiti gli assi dell’offensiva politica ed ideologica dell’imperialismo per imporre l’egemonia nella fase neoliberista, compresa la liquidazione della democrazia liberale dal qualche reale contenuto sociale nei Paesi occidentali, come attualmente sperimentiamo. Tutto ciò spiega anche la continuità nel tempo dell’offensiva politica ideologica per minare le società e distruggere gli Stati dell’Unione Sovietica e degli altri Paesi socialisti, ed oggi di Russia, Cina ed altri Paesi in via sviluppo od emergenti che potrebbero arginare l’egemonia neoliberista.

Fanatici ed estremisti trasformati in “combattenti per la libertà”
276a876eb8135f1e72066c893e1fb2fa Se il 1979 è infatti il primo anno in cui Stati Uniti ed alleati addestrarono e mutarono gli estremisti islamici in “combattenti per la libertà” contro le truppe sovietiche in Afghanistan, ed anche per combattere contro i progressisti afghani, non passò molto tempo prima che fomentassero operazioni illegali con narcotrafficanti in America Latina per armare e finanziare i “combattenti per la libertà” che combattevano contro i sandinisti in Nicaragua, politica che portò dritto alla creazione dei “cartelli” del narcotraffico e all’ascesa di criminalità, corruzione e violenze nella regione. Da allora, politiche simili furono adottate in decine di Paesi in Asia, Medio Oriente e Africa, spesso con l’assistenza e il finanziamento dell’Arabia Saudita e il sostegno d’Israele (come nel caso Iran-Contra), confermando che il piano diabolico del “divide et impera” per distruggere Stati e società che difendono la sovranità nazionale veniva applicato in modo coerente dall’apparato propagandistico di Stati Uniti e NATO, così come dalle loro agenzie sovversive e spionistiche. Niente di nuovo o di sorprendente se si tiene presente che, dalla fine della seconda guerra mondiale, grazie all'”Operazione Gladio”, Stati Uniti e NATO mantennero contatti e collegamenti con le forze ultranazionaliste che sostennero i vari regimi nazifascisti europei, e che ora operano nei Paesi baltici e in Ucraina dove controllano l’apparato di sicurezza dello Stato, nell’ambito della politica del confronto con la Russia. André Vitchek sottolinea che “per l’impero, esistenza e popolarità dei leader progressisti, marxisti, musulmani, ai comandi del Medio Oriente o dell’Indonesia ricchi di risorse, è semplicemente inaccettabile. Se avessero preso l’abitudine di usare queste risorse naturali per migliorare la vita del popolo, cose ne sarebbe rimasto dell’impero e delle sue aziende? Ciò andava fermato con qualsiasi mezzo. L’Islam doveva essere diviso, infiltrato dai capi radicali anti-comunisti, a cui il benessere del popolo non interessa per nulla” [5]. Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato a Washington, dichiarò pubblicamente [6] che cinque miliardi di dollari erano stati “investiti” nel “cambio di regime” in Ucraina e, probabilmente, la spese furono ancora più grandi per arrivare alla partizione dello Stato multinazionale della Jugoslavia. E sul finanziamento o sostegno dei Paesi della NATO a estremisti e terroristi islamici in Cecenia e Daghestan, che si pavoneggiavano in Europa come “combattenti per la libertà”? E gli estremisti islamici che ricevettero dalle autorità politiche europee e statunitensi finanziamenti e addestramento per rovesciare i governi di Libia e Siria, così come molti altri in Africa che rimarranno nel dimenticatoio?

“Non si trionfa con il fondamentalismo armato”
UKRAINE-RUSSIA-CRISIS-PILOT-CRIME Nel 1997 il grande pensatore Edward Said tenne una conferenza [7] sul tema dello “scontro di civiltà”, e di cui consiglio vivamente lettura o rilettura, e vorrei di riprodurne un ampio stralcio qui: “Data la realtà deprimente che ci circonda con conflitti interculturali e interetnici, appare irresponsabile suggerire che noi, in Europa e negli Stati Uniti, dobbiamo preservare la nostra civiltà, che Huntington definisce occidente, tenendo il mondo lontano ed alimentando conflitti tra i popoli al solo scopo di espandere il nostro dominio. Infatti, è ciò che Huntington sostiene, ed è abbastanza facile capire il motivo per cui il suo saggio sia stato pubblicato da Foreign Affairs, e il motivo per cui molti politici ne sono attratti, consentendo agli Stati Uniti d’America di sviluppare la mentalità della guerra fredda in un contesto e con un pubblico diversi. Un nuovo modo di pensare o di comprendere a pieno guardando i pericoli che abbiamo di fronte, dal punto di vista del genere umano nel complesso, è molto più costruttivo e utile. Tali rischi includono la perdita di gran parte della popolazione mondiale, la nascita di veterani della violenza tribale e nazionalista nella Bosnia etnica e religiosa, in Ruanda, Libano, Cecenia e altrove, la regressione dell’alfabetizzazione e l’emergere di un altro tipo di analfabetismo grazie a media elettronici, televisione e nuove autostrade dell’informazione globale, o la frammentazione e minaccia d’estinzione delle grandi epopee della liberazione e della tolleranza. Il nostro bene più prezioso davanti a tale terribile trasformazione della storia non è l’emergere del senso del confronto, ma la percezione di comunità, comprensione, solidarietà e speranza in antitesi perfetta a ciò che sostiene Huntington“.
Concludo questo articolo con una recente e profonda riflessione del filosofo Enrique Dussel [8]: “Il fondamentalismo (cristiano, come quello di G. Bush, sionista o islamico) è la rinascita di un concetto di Dio (o politeismo secondo Weber), che giustifica politica, economia, cultura, razza, genere, eccetera, in modo assoluto usando le armi al posto della ragione comprensibile dall’interlocutore (nulla come il fondamentalismo americano impiega le armi piuttosto che il ragionamento: pretende d’imporre la democrazia con la guerra invece di dialogare partendo dalla tradizione dell’altro, per esempio con i credenti dell’Islam del Corano). Non si sradica il fondamentalismo con la forza (non dimenticate che la CIA era responsabile dell’insegnamento dell’uso delle armi ai fondamentalisti islamici per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan, e ne subiamo oggi le conseguenze mortali), ma con un ragionamento e un comportamento onesto (come Bartolomé de las Casas disse riguardo la conquista). Ma ciò va oltre le considerazioni degli interessi dell’impero. Si manipola la violenza irrazionale islamica per giustificare e aumentare la violenza irrazionale del neoliberismo politico ed economico. La sinistra s’integra, e tuttavia dovrebbe intraprendere una critica della teologia come parte della critica alla politica liberale e all’economia capitalista, come fece Karl Marx“.radio-libertyAlberto Rabilotta, Alai-Amlatina El Correo

Note
[1] “Il ruolo del razzismo nell’offensiva imperialista“, Alberto Rabilotta. El Correo, 26 marzo 2014
[2] Anni dopo, leggendo Samuel Huntington (“The Clash of Civilizations?“, Foreign Affairs, 1993), appare chiaro che tale miscela di pregiudizi carichi di odio si riflette abbastanza bene in quello che sentì alla riunione delle radio della NATO a Montreal, alla base della politica seguita da allora dell’imperialismo e dai suoi alleati.
[3] Samir Amin, “Capitalismo transnazionale od imperialismo collettivo?“, Pambazuka News, 22 gennaio 2011 Karl Polanyi Levitt, “La forza delle idee“; The Powell Memo 1971
[4] “La crisi della democrazia“, Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki.
[5] “L’impero produce mostri musulmani“, André Vltchek, cineasta Vltchek ha seguito i conflitti in decine di Paesi. Ha pubblicato un libro con Noam Chomsky: “Sul terrorismo occidentale: da Hiroshima alla guerra dei droni“.
[6] “Cambio di regime a Kiev” Victoria Nuland, 13 dicembre del 2013.
[7] Edward Said, “Il mito della scontro di civiltà“, conferenza alla Columbia University di New York, 1997
[8] “La critica della teologia diventa critica della politica“, El Correo, 21 gennaio 20158710254881_df21a98d84_oTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Iraq da Gennaio a Giugno 2016: la liberazione di Falluja

Alessandro Lattanzio, 29/6/2016IRAQ-CONFLICT-ISIl 6 gennaio, le forze di sicurezza irachene sventavano l’attacco dei terroristi del SIIL a una fabbrica chimica di al-Muthana, 40 chilometri a ovest di Samara. Il Tenente-Generale Abdulghani Asadi, comandante del contingente antiterrorismo iracheno, dichiarava “Poche zone di Ramadi sono ancora controllate dal SIIL, e saranno presto liberate. Avremo il pieno controllo di Ramadi in quattro o cinque giorni“. Il 12 gennaio le forze di sicurezza irachene liberavano Qaryat Saqran, nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. Nella regione di al-Qaim, provincia di Anbar, l’intelligence irachena eliminava diversi capi terroristi del SIIL, tra cui Abu Davud al-Rawi, Abu Qatadah al-Jazrawi, Abu Fatima e Abu Dua al-Rawi, governatore di Baghdad del SIIL, mentre un altro capo del SIIL, Abu Walid al-Araq, veniva gravemente ferito presso Falluja, dove era il responsabile della logistica del SIIL. Le forze irachene liberavano al-Shayi e al-Haditha, eliminando 70 terroristi. Il portavoce del Governatore di Anbar, Ayd Amash, dichiarava, “Le forze irachene sono riuscite a prendere il pieno controllo del distretto di Sofia, nella parte orientale della città di Ramadi, liberando 500 famiglie assediate dal SIIL“. Il 14 gennaio, l’esercito iracheno liberava Tal Qasiba, ad est di Tiqrit, nella provincia di Salahudin. Il 25 gennaio, la polizia irachena eliminava 42 terroristi del SIIL in quattro quartieri di Baghdad, “I nascondigli del SIIL nei quartieri di Albu Shajal, al-Naymiyah, al-Qaramah e Jasim al-Taqsim sono stati assaltati dalla polizia irachena. Oltre a numerose perdite inflitte al gruppo terroristico, equipaggiamento militare, armi e congegni esplosivi sono stati danneggiati negli attacchi. La 7.ma Divisione della polizia ha arrestato uno degli attentatori chiave del SIIL e la 22.ma Brigata della polizia irachena ha disinnescato numerosi ordigni esplosivi piazzati dai terroristi del SIIL nella regione Dawud al-Hasan, a nord di Baghdad. Nel frattempo, i residenti di al-Sharaqat nella provincia di Salahudin irrompevano in uno dei centri di raccolta dei terroristi del SIIL uccidendone e ferendone molti” dichiarava il portavoce della polizia irachena. Il 31 gennaio, durante un’operazione, le forze di sicurezza irachene eliminavano almeno 48 terroristi del SIIL, in un quartiere occidentale di Baghdad.

Febbraio
CEaerhsUUAE1KSvIl 1° febbraio 2016, Mula Shuwan Abu Harun e altri 4 capi del SIIL furono eliminati da un raid aereo iracheno nella regione di Huija, nella provincia di Qirquq, mentre le forze peshmerga irachene e le forze volontarie irachene dell’Hashd al-Shabi avanzavano nella regione di Huija. Nel frattempo, il professore universitario di Baghdad Sadiq al-Musavi avvertiva che “Ankara cerca di annettersi territori iracheni e siriani in Turchia mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ancora pensa di far rivivere l’impero ottomano“. “La presenza di truppe turche nel nord dell’Iraq avviene con il sostegno degli Stati Uniti ed è un preludio alla separazione di queste regioni dall’Iraq, aprendo la strada alla creazione di un emirato sunnita che si estende dall’Arabia Saudita alla Turchia“, dichiarava il leader religioso sunnita della provincia di Anbar shayq Ibrahim al-Isawi. Il 9 febbraio, le forze armate irachene liberavano al-Sijariyah, ad est di Ramadi. Il 16 febbraio, le forze irachene lanciavano due offensive contro il SIIL nel governatorato di al-Anbar, ad est di Ramadi e a Qarma-Falluja, liberando i villaggi di al-Subhiyah e al-Qabishat, e il ponte di al-Hamidiyah, ad est di Ramadi, lungo l’autostrada Baghdad-Amman. 1 elicottero turco veniva abbattuto a nord-ovest della capitale del Kurdistan iracheno, Irbil, eliminando 6 militari turchi. Il 26 febbraio, esercito e Hashd al-Shabi iracheni eliminavano 38 terroristi del SIIL ad al-Bashir, nella provincia di Kirkuk. Il 29 febbraio, due bombe del SIIL uccidevano più di 70 persone in un mercato di Sadr City, a Baghdad, e feriva almeno altre 100 persone. Inoltre il SIIL lanciava un grande attacco alla periferia di Baghdad, uccidendo almeno una decina di poliziotti iracheni, mentre il 27 febbraio altre 10 persone erano state uccise da una serie di attentati ad ovest di Baghdad. 849 iracheni erano stati uccisi nel gennaio-febbraio 2016. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI), 670 iracheni (410 civili) erano stati uccisi a febbraio, e altri 1290 (1050 civili) erano stati feriti. A gennaio 849 persone erano state uccise e 1450 ferite negli attacchi terroristici in Iraq.

Marzo
13940312000201_PhotoI Il 2 marzo 2016, le forze irachene (unità dell’esercito, delle forze antiterrorismo, della polizia federale e dei volontari) liberavano al-Uaqalah, Um Jahir, Ala al-Nayaf, Ala al-Manfa, Tarqi al-Zafir, Ala al-Hamid, al-Fayaziyah, Sarsar Hayaf e Taha al-Buwasama, villaggi nel centro-nord della provincia di Salahudin, ad ovest di Samara. “Queste operazioni avranno un ruolo significativo nel spezzare tutte le vie di rifornimento nelle aree ancora controllate dai terroristi“, dichiarava il Generale di Brigata Yahya Rasul, portavoce dell’Esercito iracheno. Il 7 marzo, F-16 dell’Aeronautica irachena eliminavano almeno 50 terroristi del SIIL nella provincia di Qirquq, ad Huija. L’8 marzo, l’esercito iracheno liberava Zanqura a nord di Ramadi, e il 9 marzo eliminava almeno 30 terroristi del SIIL nelle province di Anbar e Diyala, e catturavano un centro di comunicazione dei terroristi tra Ramadi e Samara. Il 10 e l’11 marzo il SIIL bombardava Taza, nella provincia di Qirquq, utilizzando razzi con testate chimiche, intossicando almeno 409 persone. Il 15 marzo 11 aerei da guerra turchi bombardavano i campi del PKK nel nord dell’Iraq, a Gara e Qandil. Inoltre le forze di sicurezza turche intensificavano le attività nella Turchia orientale, a Yuksekova, Nusaybin e Sirnak. Intanto a Mosul, i peshmerga avanzavano da est, mentre esercito e milizie irachene avanzavano da sud. L’esercito e le milizie irachene avanzavano anche verso nord da Ramadi, scontrandosi con il SIIL ad al-Muhamadi, respingendolo verso i confini con Giordania e Siria; difatti i capi dello Stato islamico erano in fuga verso al-Rutabah. Una volta liberate queste regioni, tra Haditha e Samara, le forze irachene avrebbero avanzato verso al-Buqamal, al confine con la provincia siriana di Dair al-Zur. Il 17 marzo, le forze irachene liberavano al-Muhamadi, 160 km a nord-ovest di Baghdad, eliminando almeno 21 terroristi del SIIL. 2 capi del SIIL, insieme ad altri 62 terroristi, venivano eliminati dalle forze irachene nella città di Huijah, nella provincia di Qirquq. Il 19 marzo, l’esercito e le forze di mobilitazione popolare iracheni liberavano al-Bubayd e Qubaysa, nel Governatorato di Anbar, nell’ambito dell’operazione al-Jazira per liberare Hit, nodo stradale chiave sull’Eufrate occupato dal SIIL nell’ottobre 2014. Le forze di sicurezza irachene sventavano l’assalto del SIIL presso Haditha, nella provincia di Anbar, eliminando 5 attentatori suicidi che cercavano di entrare ad al-Haqlaniya, a sud di Haditha. Le forze volontarie irachene liberavano al-Mashatil e Mat-Hanah, presso Haditha, nel distretto di Hit, ad ovest di Ramadi, mentre 30 terroristi del SIIL venivano eliminati ad al-Qalidiya con la distruzione di un deposito di ordigni esplosivi, un’autobomba e 20 barili di C4 a Qaraya al-Asriya, sempre nella provincia di al-Anbar. Il 24 marzo, esercito e forze popolari iracheni liberavano i villaggi Munantar, Tal Shair, al-Salahia, al-Hitab e al-Maqmur presso Mosul, nella provincia di Niniwa, nell’ambito dell’operazione per librare la provincia, “Le aree centrali e meridionali di Mosul che ospitano le roccaforti dei comandanti del SIIL sono sotto il tiro dell’artiglieria e degli attacchi aerei“, dichiarava il Generale di Brigata Najm al-Jaburi, comandante dell’operazione dell’esercito iracheno. Il comandante dell’Organizzazione Badr, Sadiq al-Husayni, rivelava che il SIIL aveva utilizzato armi ed equipaggiamenti prodotti nel 2016 negli attacchi contro i giacimenti petroliferi Alas e Ajil, nella provincia di Salahudin, “Le attrezzature moderne utilizzate nei recenti attacchi dimostrano che lo SIIL riceve armi dai Paesi vicini“. Il 28 marzo, le forze irachene eliminavano Muhamad Ahmad Shayab, emiro del SIIL di Niniwa, e liberavano i villaggi Qudila, Qarmadi, Mahanah, Qatab, al-Nasr, Hamidat e Qarbardan, presso Mosul. Nel frattempo, l’Aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL nella regione di al-Bashir, a sud di Qirquq, e nella regione di al-Ban, nella provincia di Niniwa. Altri 17 terroristi del SIIL venivano eliminati dall’Hashd al-Shabi nella provincia di Anbar, nelle zone di al-Mamurah e al-Huda, presso Hit. “Le forze di sicurezza hanno effettuato un’ampia operazione militare rastrellando le aree al-Mamurah e al-Huda sull’asse meridionale del distretto di Hit, dopo aspre battaglie con il SIIL; l’operazione ha comportato l’eliminazione di 17 terroristi del SIIL” dichiarava l’ufficiale dell’Hashd al-Shabi di Haditha Aysar Ubaydi. Il 31 marzo, le forze di sicurezza irachene liberavano la zona industriale di Hit dopo che gli aerei da guerra iracheni avevano bombardato le posizioni del SIIL nella città.

Aprile
iraq-ramadi Il 1° aprile 2016, l’esercito iracheno, sostenuto dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberava i quartieri al-Jamiyah, al-Mamurah e al-Asqari di al-Hit, nel Governatorato di al-Anbar, eliminando numerosi terroristi del SIIL. Il 2 aprile le forze irachene liberavano circa 1500 prigionieri in mano al SIIL, nel corso della battaglia per Hit, nella provincia di Anbar, mentre 60 terroristi del SIIL venivano eliminati nelle operazioni militari nelle province di Niniwa e Qirquq; almeno 30 erano morti negli attacchi aerei sul campo petrolifero di Qayarah, nel Governatorato di Niniwa. Le forze irachene Hashd al-Shabi eliminavano ad al-Qarama decine di terroristi, tra cui Abu Muhamad Shishani, capo del SIIL di Falluja. Il 5 aprile, presso Qirquq, oltre 30 terroristi del SIIL furono eliminati dall’esplosione di una cintura esplosiva difettosa, nel villaggio Rubayda, mentre si preparavano ad attaccare le forze di sicurezza irachene sul jabal al-Hamurin e presso i giacimenti Alas e Ajil nella provincia di Salahudin. Il 6 aprile le forze di sicurezza irachene liberavano il centro amministrativo di Hit, nella provincia di Anbar. Il 7 aprile, aerei dell’Aeronautica Militare irachena bombardavano la base del SIIL nella città di Qaim, nell’Anbar occidentale, eliminando 15 terroristi. L’8 aprile 9 terroristi del SIIL furono eliminati da un attacco aereo iracheno su Hit, distruggendo una base dello Stato islamico. “Le forze di sicurezza continuano le operazioni per liberare la città di Hit”, dichiarava il capo consiglio comunale Muhamad Muhanad al-Hiti, “il SIIL ora controlla meno del 30% della città, aree non superiori ai cinque chilometri quadrati”. Il 9 aprile, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) dell’Iraq, circondavano al-Bashir, nel Governatorato di Qirquq, mentre l’Aeronautica irachena eliminava, nel Governatorato di Niniwa, Fadil Badr Ahmad, dirigente del SIIL, assieme a numerosi altri terroristi. Il 10 aprile, l’Hashd al-Shabi liberava Jasim Warda, nel Governatorato di Qirquq. Il 12 aprile, le forze irachene liberavano al-Hit, ad ovest di Ramadi, nel governatorato di al-Anbar.
Sette consiglieri militari statunitensi, il cui compito era coordinare le operazioni congiunte tra esercito iracheno, forze curde e volontarie, s’incontravano con alti dirigenti del SIIL con l’aiuto delle tribù locali, almeno due volte“, secondo il quotidiano turco Yeni Shafaq, sempre secondo cui le riunioni si erano svolte nei pressi di Mosul il 7 novembre 2015, con la mediazione della tribù Shamar, e nei pressi di Huija, nella provincia di Qirquq, il 3 febbraio 2016. “La CIA è la mente dell’invio clandestino delle forze speciali degli Stati Uniti presenti in Iraq come Delta Force“, dichiarava il Generale di Brigata dell’esercito iracheno Talal Abdarahman al-Hamdani, “La Delta Force è addestrata per assassinare figure politiche irachene e condurre operazioni militari pericolose“. Il deputato iracheno Rasul al-Tayi aveva chiesto al governo iracheno d’indagare sulla presenza di tali forze statunitensi. “Washington ancora aiuta militarmente i terroristi in Iraq”, dichiarava il portavoce di Ansarullah al-Nujaba Hashim al-Musavi, ribadendo che il movimento raccoglieva documenti, foto e video sugli aiuti paracadutati dalle forze della coalizione degli USA ai terroristi del SIIL in Iraq. “Le nostre forze hanno filmato un aereo degli Stati Uniti mentre sgancia aiuti militari ai terroristi del SIIL assediati“. E un membro del politburo del Qataib Sayad al-Shuhada, Hasan Abdal Hadi, dichiarava che le forze volontarie irachene erano preoccupate da ulteriori attacchi degli aerei da guerra statunitensi per impedire l’avanzata sulle aree controllate dal SIIL. “Purtroppo, ci sono ancora alcune persone in Iraq ingannate dalla coalizione degli Stati Uniti, mentre Washington sostiene il SIIL e cerca di compensare i danni inflitti ai terroristi taqfiri dalle forze volontarie“.
Il 16 aprile, le forze irachene eliminavano a Falluja Ahmad Muhamad Ubayd, il capo della ‘difesa aerea’ locale del SIIL, assieme ad altri 5 terroristi, mentre le forze volontarie irachene abbattevano un drone del SIIL che spiava le forze di sicurezza irachene ad al-Jarayashi, nella provincia di al-Anbar. Il 22 aprile, aerei da combattimento iracheni distruggevano un convoglio di autocisterne del SIIL presso al-Qayarah, a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa, eliminando 10 terroristi. Il 23 aprile, l’esercito iracheno liberava al-Zuqayqah, ad ovest di al-Hit, avvicinandosi a Qan al-Baghdadi e Haditha, a 150 km ad est del confine siriano-iracheno. Il 26 aprile, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano la regione tra al-Hit e al-Baghdadi, nel governatorato di Anbar, nell’Iraq occidentale. Il 30 aprile, il braccio destro del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari, veniva eliminato insieme ad altri 14 terroristi da un attacco aereo iracheno presso al-Ash, vicino al confine con la Siria nord-orientale. Al-Anbari, noto anche Haji Iman, Abu Ala al-Afri e Abu Ala Qardash, era il numero due del SIIL dopo al-Baghdadi. “Le forze di sicurezza irachene hanno seguito i movimenti dei capi terroristi del SIIL. L’aviazione ha bombardato la base del gruppo presso al-Jazira, nella provincia nel nord-est della Siria di Hasaqah, uccidendo oltre 15 terroristi, tra cui il principale consigliere di Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari“. L’Hashd al-Shabi eliminava 32 terroristi del SIIL presso al-Bashir, nella provincia di Qirquq, mentre 4 capi del SIIL venivano liquidati da un attacco aereo iracheno a sud di Huijah, mentre erano in riunione.ClZvbdZWMAAM1MDMaggio
CaJPy0RUcAAdDa2 Il 2 maggio 3 autobombe colpivano Baghdad uccidendo 14 civili, mentre il 1° maggio, 2 autobombe uccidevano 32 civili nella città di Samawa, e il 30 aprile, un’autobomba uccise 21 civili presso Baghdad, a Nahrawan. Tutti gli attentati furono rivendicati dal SIIL. la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberavano i villaggi al-Bustamiyah, al-Dubiyah, al-Qatarum e al-Washaniyah, tra al-Hit e al-Baghdadi, ponendo fine a 18 mesi di assedio da parte del SIIL ad Haditha. Inoltre la 7.ma Divisione irachena e le PMF liberavano Camp Fadayin, nel governatorato di al-Anbar. Tutti i villaggi tra al-Hit e al-Baghdadi erano ora sotto il controllo del governo e l’esercito iracheno avanzava fino a 115 km dal confine con la Siria. Le forze irachene eliminavano 10 gallerie del SIIL alla periferia sud di Falluja, nella provincia di Anbar, eliminando circa 100 terroristi, mentre elicotteri iracheni distruggevano 8 autobombe presso la città. “Le forze congiunte comprendenti polizia, esercito e gruppi tribali hanno liberato l’autostrada che collega Falluja ad Amuriyah e Ramadi, e i distretti di al-Busaiyf e Fahilat”. “Le forze peshmerga hanno lanciato una grande campagna per ripulire la regione dai terroristi del SIIL, soprattutto dopo aver preso le aree strategiche“, dichiarava il comandante curdo Izadin Wanqi, riferendosi all’operazione militare contro il SIIL presso Qirquq, “I peshmerga si sono scontrati con i terroristi del SIIL in diversi combattimenti, mentre il SIIL ha risposto bombardando le basi curde con i mortai“. Il SIIL aveva effettuato attentati con autobombe contro i peshmerga presso Tal Suquf, Bashiqah, Qazar e Quayr. Il 6 maggio le forze militari irachene ed Hashd al-Shabi avanzavano nella provincia di Anbar liberando l’autostrada Amuriyah-Salam, eliminando diversi autoveicoli del SIIL. I terroristi avevano cercato di attaccare le postazioni dell’esercito iracheno, con 3 autoveicoli suicidi, che venivano distrutti dall’Hashd al-Shabi, mentre gli aerei da combattimento iracheni distruggevano veicoli e depositi del SIIL lungo l’autostrada Amuriyah-Salam. Inoltre, le forze irachene liberavano al-Salam, ad ovest di al-Bugharib. Presso Fallujah, l’esercito iracheno e l’Hashd al-Shabi liberavano i villaggi al-Buqamis, al-Buqalid, al-Buasi e al-Bumanahi, eliminando almeno 100 terroristi del SIIL ed 8 autobombe. L’8 maggio, l’esercito iracheno liberava Qarabuq, ad ovest di Maqumur sul Tigri, 60 chilometri a sud di Mosul. Le forze irachene liberavano 7 villaggi dal SIIL nella regione di Maqumur: Mahanah, Qudilah, Qarbardan, Qamardi, Qharaba, Qaryat Umah Awah e Qarabuq. L’11 maggio, 3 autobombe esplodevano a Baghdad uccidendo 94 civili a Sadr City e ad al-Qadhimiya, sede di un importante santuario sciita. Il 12 maggio, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno, appoggiata dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF o Hashd al-Shabi), liberavano 3 villaggi nel Governatorato di al-Anbar, Baraziyah, Adusiyah e Samaniyah, eliminando 40 terroristi del SIIL. Il 17 maggio, 44 persone venivano assassinate da 2 autobombe ad al-Sha e al-Rashi, quartieri di Baghdad. Il 17 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano Rutabah e Trabil, al confine con la Giordania. Il 22 maggio, l’Esercito iracheno liberava tre quartieri di Falluja, al-Shahabi, al-Harariyat e al-Duwayah, eliminando più di 40 terroristi del SIIL. L’esercito iracheno aveva avviato l’offensiva su Falluja con un tiro di sbarramento dell’artiglieria sulle posizioni dello Stato Islamico di Iraq e Levante (SIIL), assaltando e liberando il vicino cementificio ed avanzando su al-Niamiyah, a sud di Falluja, al-Sajar a nord di Falluja, e su al-Saqlawiyah, ad ovest di Falluja. Il 23 maggio, le forze militari e l’Hashd al-Shabi eliminavano decine di terroristi, tra cui due alti capi, Haji Hani e Abu Aishah, e il boia del SIIL di al-Sharqat, nella provincia di Salahudin, Abdullah Abu Maryam. Abu Abdarahman al-Anbari e la sua guardia del corpo venivano liquidati da uomini armati; al-Anbari era il responsabile della sicurezza del SIIL di al-Sharqat. Il comandante delle operazioni ad al-Anbar, Ismail Mahlavi, confermava che un altro capo del SIIL, Shaqir Wahib al-Fahdavi, era stato eliminato dell’Esercito iracheno a Rutabah, nella provincia di Anbar, oltre ad altri 7 capi del SIIL.Cly0Lp0WQAAYDGKL’offensiva su Falluja
Iraqi-Army-1 Il 24 maggio, Esercito e Forze di mobilitazione popolari iracheni liberavano la stazione di polizia di al-Sajar, a nord-est di Falluja, eliminando 20 terroristi del SIIL e liberavano al-Abadi, al-Asil, al-Luhayb, Buhadid al-Nasir, Yusifiyah, al-Juqayfah e al-Qarmah, a 4 chilometri ad est di al-Sajar, eliminando altri 30 terroristi dello Stato Islamico. Le forze di sicurezza irachene, guidate dal generale Abdulwahab al-Saidi, avevano lanciato l’operazione su Falluja, l’ultima grande base del SIIL nella provincia di Anbar, il 23 maggio 2016. Falluja fu occupata dal SIIL nel gennaio 2014. Il Primo ministro Haydar al-Abadi aveva ordinato l’avvio delle operazioni dichiarando: “Non esiste alcuna opzione per il SIIL se non fuggire“. L’operazione fu lanciata da sud-est, sud-ovest, nord-ovest e nord di Falluja. Secondo Qarim al-Nuri, portavoce delle unità di mobilitazione, “La loro resistenza non è stata pesante come ci attendevamo. Hanno fatto ricorso ad attacchi suicidi con autobombe, bombe e cecchini finora“. 10000 unità delle Forze di mobilitazione popolare partecipavano all’operazione cooperando con le forze di sicurezza irachene e i combattenti tribali sunniti. La coalizione degli Stati Uniti aveva effettuato 7 raid aerei presso Falluja tra il 14 maggio e il 20 maggio, ma il Colonnello Steve Warren, portavoce militare degli USA a Baghdad, dichiarava che la coalizione degli Stati Uniti non sosteneva le PMF alla periferia di Falluja, essendo gli Stati Uniti preoccupati dal coinvolgimento dei paramilitari iracheni, perché sostenuti dall’Iran. Le 20000 unità delle unità di Polizia Federale ed Esercito iracheno avevano eliminato Abu Hamza, governatore del SIIL di Falluja, e Abu Amr al-Ansari, altro capo del SIIL, già il 23 maggio, mentre i terroristi abbandonavano Qarmah e Saqlawiyah, ad est e a nord di Falluja, ultimo centro urbano importante della provincia di Anbar ancora occupata dal SIIL. Il 26 maggio, elicotteri Mi-28 iracheni eliminavano il vicegovernatore del SIIL di Falluja insieme a decine di altri terroristi, mentre cenavano nel centro della città. Un altro capo del SIIL, Qasim Aqab, veniva liquidato da un tiratore scelto nella vicina al-Qarmah, mentre Esercito e PMF iracheni liberavano al-Qarmah e al-Buayfan, a sud di Falluja, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi dello Stato Islamico. Inoltre, l’Hashd al-Shabi scopriva una grande galleria del SIIL nei pressi di Falluja, nella fabbrica di mattoni vicino la città, e sequestrava anche una fabbrica di bombe e mine stradali del SIIL. La Polizia Federale irachena a sua volta smantellava almeno 37 ordigni esplosivi presso Falluja, sulla strada tra Mamal al-Azraq e al-Lifiyah. Il 27 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) libravano il ponte Sajar ed al-Muqtar, a nord di Falluja, e al-Bubayd, ad est di Falluja, eliminando 20 terroristi. Il 29 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) eliminavano ad al-Hit più di 50 terroristi del SIIL, e liberavano al-Hur e al-Buah, a sud di Fallujah, eliminando altri 36 terroristi dello Stato islamico. L’Esercito, le forze di polizia federale e l’Hashd al-Shabi iracheni eliminavano altri 75 terroristi del SIIL ad al-Naimiyah, a sud di Falluja, e liberavano il ponte di al-Tafaha, le regioni di al-Shihah e al-Saqlawiyah, e il quartiere di Shuhada di al-Saqlawiyah.

Giugno
FallujahIl 1° giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Bushajal, ad al-Saqlawiyah, eliminando 30 terroristi del SIIL. Il 2 giugno, il SIIL tentava di assaltare il jabal al-Hamurin, presso Baiji, nel Governatorato di Salahudin, ma l’Esercito iracheno respingeva l’assalto eliminando 21 terroristi. Il 3 giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Saqlawiyah, eliminando oltre 70 terroristi dello Stato islamico provenienti da Arabia Saudita, Siria, Libano e Quwayt. Il 6 giugno, il SIIL assaltava al-Haditha, nel governatorato di al-Anbar, ma le forze irachene respingevano l’assalto eliminando oltre 30 terroristi e 10 autoveicoli dello Stato islamico. Inoltre, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Shuhada, Jabayl, al-Yatamah e la centrale elettrica a sud di Falluja, eliminando 3 autobombe e 14 terroristi del SIIL. Il 9 giugno, l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar liberando Albu Savit, ad al-Amuriya, a sud di Falluja. Ismail al-Isawy, dell’ospedale centrale di Falluja, dichiarava che 1500 famiglie erano fuggite della città e altre 500 dal villaggio Zuba, per rifugiarsi presso le aree liberate dall’esercito iracheno e dalle truppe volontarie nella provincia di Anbar. L’11 giugno, le truppe dell’8.vo Battaglione dell’Esercito iracheno avanzavano su Falluja liberando le regioni di al-Falahat e al-Sabihat, nella parte meridionale della città, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi del SIIL, mentre il capo del tribunale religioso del SIIL Jasim Muhamad Sarhan al-Shablavi veniva eliminato da un raid aereo iracheno su al-Jumhuriya, nel sud della provincia di Salahudin. L’esercito iracheno catturava 543 terroristi del SIIL mascheratisi da profughi e sfollati, mentre tentavano di fuggire da Falluja. Il 13 giugno, 37.ma e 72.ma Brigate dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF) entravano nel quartiere Hay Nazal, al centro di Falluja, e rastrellavano i quartieri meridionali di Falluja di Naymiah e Shuhada, eliminando 72 terroristi del SIIL. Nelle operazioni per liberare Falluja, furono eliminati oltre 500 terroristi del SIIL, secondo il comandante dell’operazione Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, mentre altri 42 terroristi del SIIL furono eliminati dalle forze irachene a Mahalah al-Shuhada Awal, a Falluja. Il 14 giugno, le forze governative irachene liberavano al-Shafaq, zona residenziale di Fallujah, mentre il 17.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Zanasah, al-Zayban e al-Atar, e il ponte Abas Jamil, a sud di Falluja. Inoltre, il 15.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Nasr, a sud di Mosul. Il 15 giugno, la 17.ma Divisione dell’Esercito iracheno liberava al-Tala, Bustan al-Taqrit e Rayqan a sud-est di Falluja. Un dirigente della sicurezza irachena rivelava “Thamir al-Sabhan, l’ambasciatore saudita a Baghdad, preparava un piano per far fuggire i terroristi dalla prigione di al-Hut“, con l’impiego di kamikaze e autobombe. “Volevano contrabbandare armi nella prigione incitando scontri e con l’aiuto di alcune persone far scoppiare una rivolta per aiutare i detenuti a prendere il controllo della prigione e fuggire“. Il 17 giugno, il comandante della Polizia Federale dell’Iraq, Maggiore-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che Falluja era completamente liberata dai terroristi del SIIL, e il comandante dell’operazione a Falluja, Abdulwahab Saidi, dichiarava che le forze irachene avevano il controllo di tutti gli edifici governativi della città, mentre le truppe governative liberavano al-Arsan e al-Naza e sgombravano dalla presenza dei terroristi tutta la riva occidentale dell’Eufrate. La 34.ma Brigata dell’Esercito iracheno, le Forze di mobilitazione popolare (PMF) e la Polizia Federale liberavano i quartieri al-Jamhuriyah, al-Dhubat e al-Bazarah di Falluja, oltre al Complesso governativo di Fallujah. La 29.ma Brigata dell’Esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) presso al-Hit tendevano un’imboscata a un gruppo di terroristi del SIIL, eliminandone 8 tra cui il capo locale del SIIL, Ahmad Majid. Il 19 giugno, la 34.ma Brigata dell’esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) e dalla Polizia Federale, liberava nella regione di al-Zuba i villaggi Basatin, Shit, Qurush e Anaz, mentre a Falluja le forze irachene liberavano i quartieri Andalus e Risalah e il Distretto Industriale. Il 22 giugno, presso Falluja, le forze irachene avanzavano su Zanqura e al-Burisha, eliminando 50 terroristi dello “Stato islamico”. Il 23 giugno, la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava il jabal Maqul, Maqul e Ibrahim al-Alí, nel Governatorato di Niniwa, a sud di Mosul. A Falluja, Esercito iracheno, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale liberavano il Ponte Vecchio e il quartiere al-Jamhuriyah. Il 25 giugno, le forze irachene liberavano il nodo stradale di Zawiya-Maqul e i villaggi al-Baydha e al-Jabariya, presso al-Sharqat, eliminando decine di terroristi del SIIL, mentre Sarmad Mazahim Ahmad Hasan al-Hanini, noto capo del SIIL e collaboratore di al-Baghdadi, veniva eliminato in un bombardamento aereo sulla periferia di Sharqat, dove fu liquidato anche Abdullah Abu Maryam, boia del SIIL della città di Sharqat. Altri due capi del SIIL, Haji Hani e Abu Aishah, incaricati della difesa di Sharqat, erano stati eliminati in precedenza nelle operazioni delle forze irachene. Il 25 giugno, l’esercito iracheno liberava il quartiere al-Julan di Falluja, ottenendo il pieno controllo della città. Il comandante delle operazioni per la liberazione di Fallujah, Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, aveva dichiarato che almeno 1800 terroristi del SIIL erano stati eliminati nell’operazione. Il 28 giugno, le forze irachene eliminavano decine di terroristi del SIIL a sud di Hit, nella provincia di Anbar. La 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno liberava Tal Baj, presso al-Sharqat, nel Governatorato di Salahudin, e respingeva il contrattacco del SIIL sulla zona.CluHp1zXIAA00Ym

La Brexit e la Cina

Lau Nai-keung, Gpolit 28 giugno 2016BN-KV512_chinaq_P_20151020121312Introduzione di Thomas Hon Wing Polin:
Il fatidico voto popolare per far uscire il Paese dall’Unione Europea ha stupito il mondo. Generate dall’estremità occidentale del continente eurasiatico, le onde d’urto s’infrangono sull’altra estremità dell’Asia orientale. Come appare questo sisma alla Cina e all’Asia orientale? L’analista politico di Hong Kong e vecchio consigliere di Pechino, Lau Nai-keung, che scrive:
“A questo punto, il risultato del referendum inglese sull’adesione all’Unione europea s’è impresso nella mente di molti: oltre il 52% degli elettori inglesi è favorevole a lasciare l’UE. Del 48% che ha votato contro, molti erano scozzesi, che presto avranno un’elezione simile sull’uscita della Scozia. Se ciò avvenisse, “UK” starebbe per Un-united Kingdom. “Le previsioni che l’UE possa spezzarsi sarebbe alquanto inverosimile, ma ci sono certamente altri Paesi in cui richieste di referendum simili potrebbero prendere slancio”, scrive il Washington Post dopo il voto della Brexit. L’articolo prevede che Svezia, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Ungheria e Francia siano i più probabili nel seguirne l’esempio. L’UE è un coraggioso ed anche bel tentativo di riconquistare confini e glorie di ciò che sarebbe una via di mezzo tra l’impero romano e il Sacro Romano Impero. Per realizzare tale sogno, i francesi erano disposti a collaborare con i loro ex-arcinemici, i tedeschi, per promuovere integrazione ed armonizzazione. Ahimè non si vede un Imperatore Qin Shihuangdi, che riuscì in questo compito nella Cina di due millenni fa, e la Germania non è chiaramente all’altezza del compito. Al momento, le prospettive per l’UE sono desolanti, o si frammenterà presto o meno rapidamente. Questo non è qualcosa che la Cina vorrebbe, ma non c’è niente che possa farci, tranne cercare di collaborare con ciascun Paese del blocco comunitario. Potrebbe essere ingombrante trattare con quasi 30 Paesi invece che con una sola entità, soprattutto se declinanti ed intrinsecamente instabili. Ma questo difficilmente ostacolerà lo sviluppo dell’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Piccoli Paesi in recessione e tormentati avrebbero scarso potere contrattuale nei confronti della Cina. E Pechino potrebbe scegliere quali progetti salvare e a chi parlarne. Eppure un’Europa tanto indebolita sarebbe una pessima notizia per l’egemonia globale statunitense, perché Washington perderebbe nell’equilibrio di potere geopolitico nei confronti della Russia. Quasi due mesi prima del referendum sulla Brexit, il Consiglio NATO-Russia, forum consultivo e cooperativo sulla sicurezza, riprese gli incontri dopo una sospensione di due anni, esaminando la crisi in Ucraina le questioni relative ad attività militari, riduzione della trasparenza e dei rischi, e la situazione della sicurezza in Afghanistan. La cancelliera tedesca Angela Merkel si era recata a Pechino il 12 giugno, per la nona volta, per discutere questioni né importanti né urgenti. E’ chiaro che i partecipanti hanno dubbi sul voto della Brexit e hanno fretta di coprire le loro scommesse.
xicamInvece di essere un forte cuscinetto tra Stati Uniti e Russia, i Paesi europei, dopo la Brexit, non avranno altra scelta che riparare, collettivamente o individualmente, le relazioni con la Russia, il gigante della porta accanto. Stretti tra Atlantico e Pacifico, e con il loro spazio sotto pressione, anche gli Stati Uniti affrontano il declino. Le élite politiche degli USA sono abbastanza consapevoli della difficile situazione del loro Paese, ma non possono farci molto, tranne raccogliere eventuali vantaggi dalla frattura dell’UE e quindi ancora più importante mettere ordine in casa propria. La preferenza di Donald Trump per l’isolazionismo brilla abbastanza, mentre Hillary Clinton può essere obbligata, contro i suoi istinti, dalla realtà a muoversi in una direzione simile. Ora assistiamo a una potente pressione negli Stati Uniti per la ritirata strategica globale. In questa luce, le recenti dure parole di alti ufficiali cinesi in diverse occasioni, così come le tensioni nelle parti orientale e meridionale del Mar della Cina, possono essere viste come deliberati gesti assertivi della Cina che approfitta della situazione. Né la Cina né la Russia hanno alcuna intenzione di espandere il fronte orientale contro Stati Uniti e Giappone. E a meno di un attacco diretto, gli USA difficilmente inizieranno una nuova guerra nell’ultima fase del mandato presidenziale. Di conseguenza, le tensioni nella parte orientale e meridionale del Mar della Cina sono sopratutto conflitti minori. Non importa quanto spettacolari siano, non ci sarà alcuna guerra tra Cina e Stati Uniti. In realtà possiamo prevedere una tregua tra Pechino e Washington. Questo è già successo sul fronte finanziario, con la Cina che assegna 250 miliardi di dollari nel QFII agli investitori statunitensi, e gli statunitensi che permettono ai cinesi d’istituire un centro di cambio in renmbimbi negli Stati Uniti, dato che protrarre i litigi finanziari danneggerà entrambi i Paesi. E la Trans Pacific Partnership (TPP) anti-Cina, probabilmente sparirà assieme ad Obama.
Naturalmente, questa analisi si basa sull’ipotesi della razionalità di tutte le parti. Ai neocon scalzati negli USA non piacerà nulla di ciò, ma cosa possono farci? Invertire la tendenza e rimettere insieme i cocci? Nuclearizzare Cina e Russia garantendosi la reciproca distruzione assicurata? Qualora i neocon desiderassero iniziare qualche guerra convenzionale, che ci provino nei Mar Cinesi meridionale ed orientale. La Cina non può vincere una guerra offensiva contro le forze statunitensi. Ma Washington ha apertamente rivisto la dottrina della Battaglia Aeronavale del 2010, passando al Concetto comune di accesso e manovra globali comuni (JAM-GC) del 2015, sulla base del fatto che i cinesi hanno ora sviluppato la propria strategia della Zona di negazione/interdizione. In parole povere, gli Stati Uniti non sono sicuri di vincere una guerra presso il territorio cinese. Per inciso, la CCTV, TV della Cina, presto trasmetterà una nuova serie sulla guerra di Corea. Lo scopo è chiaro: ricordare al popolo cinese come sconfissero Stati Uniti ed alleati 60 anni fa, quando la neonata Repubblica popolare era povera e debole”.China's President Xi Jinping reviews an honour guard during his official welcoming ceremony in London, BritainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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