Jugoslavia, Siria e migrazione: la Russia è stanca di Stati del Golfo, Stati Uniti e NATO

Murad Makhmudov, Michiyo Tanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 6 fabbraio 2016 11782496L’inettitudine dell’amministrazione Obama non conosce limiti in politica estera. In realtà, segue le passate amministrazioni di questa nazione, quando si tratta di Medio Oriente, Nord Africa e Sud-Est asiatico. Tuttavia, a differenza delle passate amministrazioni che avviarono politiche di destabilizzazione, è chiaro che l’amministrazione Obama fa degli USA una barzelletta, perché anche gli alleati sono confusi. Pertanto, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin è intento finalmente a cercare di affrontare la crisi in Siria. Dato questo fatto, la doppia agenda della Federazione Russa si concentra sulla crescente minaccia del terrorismo internazionale e ad impedire un altro Stato fallito creato dalle brutali azioni delle potenze di Golfo e NATO contro il governo della Siria. Naturalmente, vi sono altre aree importanti, ma queste due aree sono di maggiore importanza. In effetti, se si guarda alla crisi dei migranti in Europa e Medio Oriente, appare chiaro che USA e loro alleati ne sono prevalentemente responsabili. In Afghanistan negli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, USA, Cina, Pakistan, Arabia Saudita, Regno Unito e gli altri Stati del Golfo, hanno supportato e finanziato il terrorismo internazionale. Sono tali nazioni che crearono al-Qaida, i taliban (soprattutto il Pakistan) e vari altri gruppi settari terroristici sunniti.

Ex-Jugoslavia e Kosovo
Dopo l’Afghanistan, Germania e altre nazioni europee chiesero frettolosamente lo smembramento dell’ex-Jugoslavia. Data la terribile eredità del fascismo croato della Seconda Guerra Mondiale e delle unità SS di bosniaci musulmani che massacrarono i serbi ortodossi, per non parlare delle convulsioni dell’impero ottomano e della brutalità austriaca, appare chiaro che la Jugoslavia aveva bisogno di aiuto e sostegno nel risolvere la crisi. Tuttavia, successe il contrario e USA, Iran, Turchia e molte nazioni musulmane si schierarono con al-Qaida e le altre forze terroristiche islamiste seguendo i sogni della Fratellanza musulmana di Alija Izetbegovic in Bosnia. Il risultato della rapida destabilizzare della Jugoslavia furono i massacri in Bosnia e Croazia (Krajina serba). Allo stesso modo, le trame estere, tra cui l’asse delle élite politiche di Ankara, Teheran, Washington e molti altri, permisero ad al-Qaida e altri jihadisti internazionali di entrare in Bosnia. Inoltre, restano le immagini che mostrano chiaramente le Nazioni Unite (ONU) aiutare i terroristi coi loro mezzi in Bosnia. Inoltre, l’embargo militare fu manipolato da USA, Iran, Turchia e molti altri, quindi i militari crearono le forze armate croate, musulmane bosniaci e jihadiste internazionali grazie alle varie nazioni anti-serbe e alle Nazioni Unite. Non sorprende che la crisi del Kosovo abbia esibito trame simili e, come al solito, la guerra mediatica giocò un ruolo importante. Allo stesso modo, l’aspetto umanitario fu manipolato al massimo. Il risultato, proprio come la pulizia dei cristiani in Iraq e Siria dopo l’ingerenza di NATO e potenze del Golfo, fu l’esodo dei cristiani ortodossi dal Kosovo. Gli zingari divennero bersaglio dei nazionalisti albanesi e poi si seppe che serbi furono squartati per espiantarne gli organi. Il risultato del rapido smembramento dell’ex-Jugoslavia furono i massacri etnici e religiosi, la massiccia migrazione verso altre nazioni europee, la distruzione della cristianità ortodossa in Kosovo, povertà di massa, dipendenza degli aiuti internazionali del Kosovo del governo albanese (problemi simili alle aree musulmane bosniache e croate) e una serie di altri fattori importanti. In effetti, tali convulsioni continuano a creare oggi migrazioni di massa perché le aree come il Kosovo sono rovinate da povertà e corruzione. Allo stesso tempo, la Macedonia resta profondamente divisa nel 2015, dove i politici estremisti albanesi del Kosovo manifestano contro i serbi ortodossi e i jihadisti dai Balcani vanno in Iraq e Siria. Inoltre, la Bosnia resta divisa internamente (zone bosniaco-musulmana e bosniaco-croato cattolica) ed è un caso di economica disperata. Allo stesso modo, i serbi bosniaci subiscono discriminazioni internazionali nelle loro regioni in Bosnia. Altra convulsione delle guerre nei Balcani è la rete di jihadisti internazionali cerata dalle trame di USA, Iran, Pakistan, Turchia e molti altri. Dopo tutto, la cellula islamista tedesca coinvolta nell’11 settembre nacque dalla crisi bosniaca e lo stesso vale per altri. Nel tempo, tale realtà ha fatto sì che i brutali attentati di Madrid e dell’11 settembre negli USA (e altri attacchi terroristici) fossero collegati con l’azione nella Bosnia musulmana. Naturalmente, l’amministrazione del presidente Obama, la Turchia del presidente Erdogan e vari gruppi terroristici settari sunniti, hanno cercato di manipolare il legame con gli islamisti balcanici per sconfiggere il governo laico della Siria.

Libia, Iraq e Siria
La destabilizzazione di Iraq, Libia e Siria ha testimoniato l’avanzata di al-Qaida e negli ultimi tempi lo stesso vale per la minaccia dello SIIL (Stato islamico – SI). In altre parole, le principali potenze secolari sono state attaccate dalle varie politiche ideate dalle potenze del Golfo e della NATO. In Libia e Siria è chiaro che le varie potenze di Golfo e NATO sono colluse con le diverse forze taqfirite, o hanno obiettivi simili nel breve termine. Naturalmente, ogni nazione avrà diverse priorità a lungo termine, ma ciò è di scarso interesse per i numerosi uccisi e mutilati (che continuano a morire in Iraq, Libia e Siria). Allo stesso tempo, le minoranze religiose sono ancora perseguitate e uccise in Iraq e Siria dalle varie forze create dalla destabilizzazione delle maggiori potenze del Golfo e della NATO. Mentre in Libia il gruppo terroristico confessionale SIIL decapita apertamente migranti cristiani sulle spiagge e minaccia l’intera comunità copta ortodossa cristiana della nazione. In altre parole la scomparsa del Colonnello Gheddafi in Libia, e di Sadam Husayn in Iraq, hanno scatenato vuoti che non possono essere colmati. Altrettanto preoccupante, l’amministrazione Obama, il turco Erdogan e diverse potenze del Golfo hanno destabilizzato l’Iraq per la seconda volta per la necessità di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad in Siria. Inoltre, mentre la Libia era ancora sanguinante e lacerata, le potenze del Golfo e della NATO l’usavano per destabilizzare la Siria e questo vale per il flusso di armi e terroristi. La guida del jihadismo internazionale in tale complessa rete di inganni è la Turchia della NATO, seguendo realtà geopolitiche e politiche di Erdogan. Non a caso le brutalità delle maggiori potenze di NATO e Golfo in Iraq, Libia e Siria, sono un numero imprecisato di rifugiati interni, enormi ondate migratorie, numerose persone uccise, terrorismo quotidiano, riduzione in schiavitù dei cristiani e yazidi da parte dello SIIL, settarismo brutale, enorme povertà, Stati falliti e pulizia religiosa contro alawiti (Siria), cristiani (Iraq e Siria), shabaq (Iraq), yazidi (Iraq) e altri. Allo stesso tempo, SIIL e altri gruppi terroristici taqfiriti massacrano numerosi sciiti. Infatti, musulmani sciiti sono stati massacrati nelle moschee in Iraq e lo stesso accade sempre più nello Yemen, a causa degli intrighi delle potenze del Golfo in questa nazione.

Federazione russa e Siria
Alla metà del 2015 appariva chiaro che la crisi migratoria, brutalità di SIIL e Nusra (e altri gruppi settari terroristici), riduzione in schiavitù delle minoranze religiose da parte dei taqfiri, crescente povertà economica e altri fattori importanti, spingevano la Federazione Russa a cercare una soluzione alla crisi in Siria e fare molto di più. La pazienza della Federazione Russa sembra essere finita perché chiaramente USA, Turchia e diverse potenze del Golfo attuano politiche che consentono alla crisi di continuare. In effetti, la Turchia è più preoccupata dai curdi che dallo SIIL e l’unica politica di Erdogan verso la Siria è semplicemente volta a rovesciarne il governo. Allo stesso modo, Qatar e Arabia Saudita (ai ferri corti per i Fratelli musulmani in Egitto e Libia) supportano vari brutali gruppi terroristici settari mentre si scontrano in altre parti di Medio Oriente e Nord Africa. Pertanto, il sangue continua a scorrere e i migranti a fuggire da Libia, Iraq e Siria. In altre parole, le potenze di Golfo e NATO (e il Pakistan in Afghanistan) hanno semplicemente destabilizzato delle nazioni senza dare soluzioni a realtà complesse. I vuoti emersi sono stati colmati da settarismo, indottrinamento taqfirita, pulizia delle minoranze, segregazione delle donne e altre realtà brutali. Data tale realtà, le élite politiche di Mosca cercano di puntellare la Siria perché le conseguenze di un altro Stato fallito saranno orrende. Inoltre, proprio come Afghanistan, Libia e regione del nord del Pakistan sono diventati campi di addestramento dei vari gruppi terroristici taqfiri grazie all’ingerenza delle potenze occidentali e musulmani, la Federazione Russa teme che la Siria sia usata per diffondere il caos nella regione del Caucaso. E’ tempo che la comunità internazionale resista alle solite nazioni che continuano a destabilizzare così tanti Paesi. In effetti, la crisi dei migranti è chiaramente legata alle nazioni che seminano caos e odio in Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Libia, Iraq e Siria. Ciò a sua volta ha comportato contraccolpi negativi legati al crescente terrorismo e a questioni interne pericolose per nazioni come Egitto, Mali, Pakistan (auto-indotte), Tunisia e altri Paesi regionali. Pertanto la Federazione Russa ora attua un’azione incisiva in Siria e spinge la comunità internazionale a svegliarsi sui misfatti del passato e a concentrarsi sulla stabilità regionale.RT_putin_assad_lpl_130830_16x9_992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington teme che la Gran Bretagna abbandoni l’UE

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 08/02/2016161861218__762913cIl conto alla rovescia inizia questa settimana sulla questione importante per la Gran Bretagna: uscire dell’Unione europea, il cosiddetto Brexit. Mentre il problema sembra essere principalmente d’interesse nazionale, in agguato v’è la preoccupazione geopolitica cruciale degli Stati Uniti. L’esito del referendum inglese sull’Europa potrebbe gravemente compromettere le ambizioni egemoniche globali di Washington e, in particolare, l’agenda del confronto con la Russia. Il primo ministro inglese David Cameron ha lanciato un’offensiva del fascino diplomatico pochi giorni dopo che il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, rese pubblico il quadro dell’accordo sull’adesione della Gran Bretagna all’UE. Tale accordo provvisorio è il prodotto di mesi di negoziati tra il governo di Londra e l’istituzione dell’UE, volto a dare al Regno Unito più libertà da Bruxelles. Cameron sostiene di aver avuto abbastanza concessioni per sostenere la sovranità inglese, e il capo del governo conservatore ora fa apertamente campagna per la continua adesione all’UE su tale base. Cameron ha bisogno del sostegno di altri capi dell’UE per concludere il pacchetto di riforme che ha negoziato con Tusk. Le prime tappe di questa settimana sono Polonia e Danimarca, dove i governi neo-eletti, euroscettici, sono inclini a simpatizzare per le preoccupazioni inglesi a strappare più libertà nazionali nel blocco. Non è certo se il vertice dei capi dell’UE previsto per il 18-19 febbraio sarà d’accordo con le riforme volute dal premier inglese. Alcuni vedono la Gran Bretagna cercare concessioni per minare il concetto dell’UE di libera circolazione e diritti dei lavoratori. Germania e Francia hanno detto che non sono disposte a mantenere la Gran Bretagna a bordo “a qualsiasi costo”, indicando il limite della tolleranza sulle concessioni agli inglesi. Nel frattempo, molti nel partito conservatore di Cameron sono arrabbiati per non aver assicurato abbastanza la sovranità inglese. C’era ampia costernazione sui media prevalentemente di destra della Gran Bretagna, questa settimana, su un Cameron che vedono “prostrato” agli integrazionisti europei. E fuori dal suo partito Tory, il più nazionalista United Kingdom Independence Party guidato da Nigel Farage biasima come “patetico” l’accordo sulla riforma di Cameron, sostenendo che ha ceduto tutte le promesse precedenti su riforme radicali. L’UKIP ha già conquistato molti elettori tradizionali conservatori e numerosi parlamentari tory disertare per le sue ferventi politiche euroscettiche. C’è la campagna per una rottura decisiva con l’UE. Da più di 40 anni, il partito conservatore inglese si agita sulla questione europea. Da quando la Gran Bretagna aderì al blocco nel 1973, il partito ha sempre minacciato di andare a pezzi sull’adesione all’UE. Non solo Nigel Farage e l’UKIP sostengono la Brexit. Anche alcuni conservatori di rilievo nel gabinetto esecutivo di Cameron spingono ad abbandonare l’Unione europea. Uno di questi gruppi è Conservatori per la Gran Bretagna guidato da Lord Nigel Lawson, ex-Cancelliere dello Scacchiere di Margaret Thatcher negli anni ’80.
Cameron-Vignetta-ita David Cameron cammina sul filo del rasoio. A fare pressione sul leader inglese è Washington. L’establishment politico statunitense, democratico e repubblicano, vuole inequivocabilmente che la Gran Bretagna rimanga nell’UE. Washington non può esprimere questa posizione con troppa forza, altrimenti potrebbe essere visto come indebita ingerenza negli affari interni inglesi. Tuttavia, gli interessi statunitensi inevitabilmente appaiono nel dibattito. Questa settimana, lo stesso giorno in cui Cameron annunciava il suo pacchetto di riforme, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe telefonato al leader inglese per sollecitare una vigorosa campagna per l’adesione all’UE. La Casa Bianca ha detto, Obama “ha riaffermato il costante sostegno degli Stati Uniti a un forte Regno Unito in una forte Unione europea”. In precedenza, Washington ha sparato una straordinaria bordata contro la campagna anti-UE rivelando che, in caso di Brexit, alla Gran Bretagna neo-indipendente non sarà concesso alcun regime speciale commerciale bilaterale. La Casa Bianca di Obama ha detto che fuori dall’adesione all’UE la Gran Bretagna affronterà tariffe commerciali paralizzanti, egualmente a Cina, Brasile e India. Cosa vista come duro colpo al campo pro-indipendenza della Gran Bretagna, che ha sostenuto che gli interessi economici inglesi sarebbero meglio tutelati con l’indipendenza dall’UE. La domanda è: perché Washington è così risoluta sulla Gran Bretagna nell’Unione europea? La risposta è stata in parte rivelata da Lord Lawson, capo dei Conservatori per la Gran Brteagna. In un intervista del mese scorso con la BBC, Lawson ha detto che l’interesse primario degli Stati Uniti “è poter influenzare tutta l’UE avendo il suo più stretto alleato, la Gran Bretagna, nel blocco”. Lawson è stato cauto, ma in realtà ciò che voleva dire è che la Gran Bretagna è un surrogato di Washington nei rapporti col resto d’Europa. Vi sono due questioni strategiche che illustrano il punto. Il primo è il gigantesco patto commerciale che Washington cerca di concludere con l’Unione europea. Il partenariato commerciale e d’investimento transatlantico (TTIP) è visto dare impulso vitale alle esportazioni statunitensi in Europa, la cui popolazione totale è quasi doppia di quella degli Stati Uniti. Per la storicamente stagnante economia degli Stati Uniti sarebbe un accordo molto gradito. Tuttavia, vi è molta resistenza tra i cittadini dell’UE al TTIP, perché visto cedere troppo potere al capitale degli Stati Uniti sui diritti dei lavoratori e le norme alimentari e ambientali europei. La Gran Bretagna di Cameron è una grande fan del TTIP, facendo intenso lobbying sul resto dell’UE a firmare l’accordo. Quindi, se il Regno Unito dovesse uscire dal blocco europeo, c’è il rischio che il TTIP decada. Una grave sconfitta per Washington. In secondo luogo, e ancora più importante, il tanto decantato “rapporto speciale” degli USA con la Gran Bretagna ha garantito a Washington un’influenza alla Svengali sugli Stati europei. Ciò fin dai primi giorni dell’integrazione europea dalla fine della seconda guerra mondiale. La subordinazione inglese agli interessi statunitensi, con governi conservatori e laburisti, ha sempre fatto sì che le politiche dell’UE siano fortemente ponderate fondendosi con le ambizioni geopolitiche di Washington. La politica estera e militare inglese, sempre strettamente allineata a quella degli Stati Uniti, ha effettivamente impresso sull’UE l’identità sinonima dell’alleanza militare guidata dagli statunitensi, la NATO. La Gran Bretagna non è affatto l’unica voce atlantista in Europa, ma si può affermare che senza il surrogato inglese l’influenza di Washington sull’UE sarebbe assai ridotta. Seguendo gli spericolati interventi militari per i cambi di regime di Washington nel mondo, negli ultimi decenni, dall’ex-Jugoslavia ai Balcani, Afghanistan e Iraq, dalla Libia alla Siria e Ucraina. In tali interventi criminali, l’Europa vi è sempre stata coinvolta dal sostegno della Gran Bretagna agli obiettivi di Washington. Sulla Russia è ipotizzabile che il braccio di ferro tra Europa e Mosca non sarebbe così grave se non fosse per la Gran Bretagna, strumentale all’agenda di Washington per imporre sanzioni. È interessante notare che molte voci più sane, in Europa, come il premier dell’Italia Matteo Renzi, il ministro degli Esteri della Germania Frank-Walter Steinmeier e il ministro delle Finanze francese Emmanuel Macron, negli ultimi mesi hanno chiesto un riavvicinamento con la Russia sulla crisi Ucraina. La supposizione ragionevole è che le relazioni tra Europa e Russia sarebbero più compatibili se non fosse per la Gran Bretagna “quinta colonna” di Washington nell’UE. Mentre l’UE ha effettivamente un ruolo sinistro, con Washington, nell’istigare il colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014, è comunque plausibile che lo scontro pericoloso risultante con Mosca non sarebbe avvenuto nella misura attuale se l’Europa avesse avuto una politica estera più indipendente dagli Stati Uniti. Durante la crisi ucraina, la Gran Bretagna agì da braccio destro di Washington, convincendo gli altri ad adottare una più acuta postura anti-russa, alimentando il processo militare della NATO in Europa e la profonda spaccatura diplomatica con Mosca.
Il referendum in Gran Bretagna sulla Brexit potrebbe aversi minimo a giugno, con il risultato di abbandonare l’UE alla fine del prossimo anno. I sondaggi finora indicano parità, ma l’ultimo indica la campagna per “lasciare l’Europa” con un sostanziale vantaggio di nove punti. Una cosa è certa però. Washington seguirà attentamente il referendum, e altri interventi sono prevedibili dalla Casa Bianca per influenzare l’esercizio democratico a favore dell’adesione della Gran Bretagna nell’UE. Le ambizioni egemoniche di Washington ne dipendono. Per coloro interessati a un’Europa più indipendente, libera dal peso delle macchinazioni geopolitiche di Washington, si potrebbe sostenere che il miglior risultato sarebbe la Gran Bretagna uscire dall’UE. Quindi, lasciate che la barchetta Gran Bretagna salpi verso l’Atlantico sotto l’inno illusorio “Britannia Rules the Waves”. E poi, forse, l’Europa potrà cominciare a vivere rapporti più pacifici con il resto del mondo.brexit-beckons-as-97-of-britons-think-david-cameron-cant-get-a-better-eu-dealTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia prepara l’Esercito siriano a respingere qualsiasi incursione turca

Elia J.Magnier, Fort Russ 6 febbraio 201612657817Abdullah al-Muhaysini dirige il sistema giudiziario ad Aleppo, così come è possibile che Kerry difenda il controllo del Jaysh al-Fatah sulla città? “Chiediamo al regime e ai suoi sostenitori di fermare il bombardamento delle aree controllate dall’opposizione, in particolare ad Aleppo, e di togliere l’assedio ai civili in conformità alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 2165, 2254 e 2258…” affermava il segretario di Stato John Kerry dopo il fallimento della conferenza di Ginevra, da cui il Supremo comitato dei negoziati (HNC) si è ritirato dopo il successo delle operazioni dell’EAS nel porre fine all’assedio alle città di Nubul e al-Zahra, appena a nord di Aleppo, negli ultimi tre anni e mezzo. Una fonte vicina al Presidente siriano Bashar Assad ha detto ad al-Rai, “Gli statunitensi sono stravolti dalla rapida avanzata avviata dall’offensiva russa, che muta l’andazzo della guerra lasciando gli statunitensi contraddirsi sulla risoluzione 2254 delle Nazioni Unite che riafferma il punto 8 della risoluzione 2249 (2015), secondo cui tutti gli Stati membri devono combattere SIIL, al-Nusra e tutti gli altri gruppi e individui che li sostengono, e che il già citato cessate il fuoco non va applicato a tali gruppi ed individui che andrebbero estirpati“. La fonte spiega, “il segretario Kerry non solo va contro le risoluzioni delle Nazioni Unite che cita, ma peggio ancora difende al-Qaida e i gruppi affiliati diretti da ex-prigionieri di Guantanamo, per fermare le operazioni militari intorno Aleppo contro il Jasyh al-Fatah, che salvano non solo i cittadini di Nubul e al-Zahra. Lo scopo principale di tale invito è evitare che l’EAS sradichi al-Qaida ed altri da Aleppo e provincia, aree assediate collegate a Idlib e al confine turco“. La fonte continua, “il Jaysh al-Fatah controlla Aleppo il cui corpo giudiziario è amministrato da Abdullah al-Muhaysini, un cittadino saudita ritenuto legato ad al-Qaida e sulla lista dei terroristi degli Stati Uniti. Il loro esercito è composto da al-Nusra, Ahrar al-Sham, Jund al-Aqsa, Jaysh Muhajirin wal-Ansar nei dintorni di Aleppo, con vari altri gruppi. Al-Nusra ha una corte giudiziaria a Huraytan e Idlib e nei pressi di al-Bab controlla granai, fabbriche di cotone e di trattori, e altre fonti di approvvigionamento, e Kerry vuole che rimangano sotto il controllo di al-Qaida. Il Jaysh Muhajirin wal-Ansar e la maggior parte dei suoi combattenti provengono da Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Ossezia del Nord e Uzbekistan. Non vi è dubbio che gli Stati Uniti siano preoccupati di coloro che sono un pericolo per la Russia, e Kerry li difende, anche se appaiono nella lista del terrore degli Stati Uniti del 2014. Chiedono l’istituzione dello stato Qilafa, incentrato a Huraytan, Qafr Hamza, Marat al-Atiq e nel nord di Aleppo, e anche intorno Nubul e al-Zahra, ad Hatharat Jabhat e nel quartiere Jamiyat al-Zahra di Aleppo”. La fonte prosegue “Ahrar al-Sham fu fondata dallo sceicco Abu Jabir che combatté gli statunitensi in Iraq e fu nominato emiro di Aleppo dopo la morte di Abu Qalid, etichettato come uno dei capi più pericolosi di al-Qaida ed anche inviato speciale del capo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri. Ahrar al-Sham è alleato chiave di al-Qaida ad Aleppo, anche se sono organizzazioni separate, si assomigliano parecchio“. Secondo la stessa fonte, Kerry difende anche haraqat Sham al-Islam, fondata da un ex-detenuto del centro di detenzione di Guantanamo, Ibrahim bin Shaqran (Abu Ahmad al-Muhajir), un marocchino eliminato nell’aprile 2014 e sostituito da Muhamad Mizuz (Abu Iz al-Muhajir), catturato dai militari statunitensi sul confine afghano-pakistano. Fu nel campo di detenzione della baia di Guantanamo, ed ora combatte al fianco di al-Qaida in Siria ed appare nella lista del terrore degli Stati Uniti del settembre 2014; e vi sono altri movimenti sponsorizzati dalla Turchia, come la brigata turcomanna siriana Sultan Murad, il battaglione Sultan Muhamad Fatih, il movimento Nur al-Din Zinqi ed altri. Tali gruppi collaborano con al-Qaida, anche se la risoluzione delle Nazioni Unite afferma che dovremmo collaborare per sradicarli, e che gli accordi di cessate il fuoco non li includono.
12688390Ma più pericolosa è la dichiarazione di Mosca, che ha “forti motivi per credere che la Turchia prepari un’incursione terrestre in Siria“. Le osservazioni indicano, “La Russia ha linee rosse che non permetterà a nessuno di attraversare, la Russia prepara una forte unità militare siriana che respingerà eventuali incursioni terrestri turche, Damasco ha il diritto di difendere i propri confini e non resterà più in silenzio su eventuali violazioni di aeree a sovranità siriana, e si prepara a qualsiasi offensiva di terra dei turchi con bombardamenti aerei e di artiglieria. La Russia ritiene che qualsiasi aereo che non operi nell’ambito dell’accordo di coordinamento Stati Uniti-Russia sia una minaccia e sarà abbattuto, e la Russia ha anche preso ulteriori precauzioni schierando il sistema missilistico S-400 e i Su-35, in servizio per la prima volta, e migliorando ulteriormente i MiG-29 siriani nel caso siano necessari per respingere eventuali avanzate turche. Il Cremlino ha voluto inviare alla Turchia un messaggio che avverte che ogni incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia“.

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La Russia mette le forze aviotrasportate del Distretto Militare Meridionale in stato di allerta al combattimento
Sputnik, 08/02/2016

1030972803Sono state avviate le manovre immediate per la prontezza al combattimento delle truppe aviotrasportate e degli aerei da trasporto militari del Distretto Militare Meridionale della Russia, dichiarava il Ministro della Difesa Sergej Shojgu. “In conformità alla decisione del comandante in capo, oggi alle 05:00 le truppe del Distretto militare del Sud, le unità delle truppe aviotrasportate e l’aviazione da trasporto militare sono in allerta da combattimento. Da quel momento abbiamo iniziato un’esercitazione a sorpresa di prontezza al combattimento delle truppe nella direttrice strategica sud-ovest“, ha detto Shojgu durante una riunione. Secondo il ministro, la manovra valuterà la prontezza del Distretto Militare del Sud nel rispondere a crisi di vario genere. “E’ necessario attuare l’intera gamma dei compiti che gli organi di controllo e comando svolgono, compresa la lotta alle minacce terroristiche, salvataggio da disastri naturali e artificiali, ispezione dell’efficienza in manovra delle unita“, ha aggiunto il ministro. Secondo Shojgu, la prontezza al combattimento delle forze dell’Aeronautica e della Difesa aerea nel respingere attacchi aerei nemici e proteggere importanti strutture militari e governative, sarà testata nelle esercitazioni.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha inviato in Siria i suoi aerei più avanzati

Valentin Vasilescu, Reseau International 7 febbraio 2016351be55b9707fcfe15774604f7af91a3_croppedIl 30 gennaio 2016, 4 o 5 aerei Su-35S da supremazia dell’aria, numeri d’identificazione 02, 03, 04, 05 e 06 sulla fusoliera, raggiungevano la base aerea siriana di Humaymim. Gli aerei volavano in formazione con un velivolo da trasporto Tu-154M, matricola RA-85042, sul mare Caspio senza rifornimento (perché l’autonomia è di 4500 km), e poi nello spazio aereo di Iran e Iraq. I Su-35 provengono dallo stabilimento di Komsomolsk-on-Amur e nell’ottobre-novembre 2015 aderivano al 23.mo Reggimento di Dzengi, del Comando Strategico Orientale. Dopo la distruzione del bombardiere Su-24 per opera dell’Aeronautica Militare turca in Siria, i velivoli Su-35S sono stati dispiegati sul poligono di Privolzhskij, nei pressi di Astrakhan, dove i piloti hanno eseguito un programma di tiro su bersagli aerei e a terra prima di atterrare nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia. Dato che i velivoli “invisibili” di quinta generazione F-35 e Su-50 devono risolvere una serie di problemi, non potranno fino al 2025 essere prodotti in massa per l’esportazione. Fino ad allora, le obsolete flotte aeree militari devono essere sostituite acquisendo centinaia o migliaia di aerei di 4.ta++ generazione.
Il Su-35S supera in ogni aspetto l’F-16, ed è un concorrente temibile di F-15, F-18, Rafale e Eurofigter. Così, la presenza in Siria di aerei Su-35S della generazione 4.ta++ , così come dei Su-30SM, è un fattore particolarmente importante per promuoverne l’esportazione. La Russia ha individuato una serie di potenziali mercati in Medio Oriente ed Estremo Oriente, per almeno 500 unità. Secondo gli esperti russi, i Paesi ricchi attualmente hanno circa 500 F-15C/E, 700 F/A-18, circa 300 Eurofighter Typhoon e 100 Rafale, tutti di generazione 4.ta++. Il prezzo di questi velivoli, della stessa categoria del Su-35, è di 120-180 milioni, mentre il prezzo di un Su-35 è di 80 milioni di dollari. I Paesi più poveri non possono permettersi di acquistare gli aerei occidentali, ma hanno ora l’opportunità di vedere gli aerei Su-35 operare in reali condizioni di battaglia in Siria. Nelle manovre nel combattimento ravvicinato, il Su-35 è superiore a tutti gli aeromobili occidentali, perché la propulsione è fornita da due motori a trazione vettoriale che sviluppano 14500 kg/s ciascuno, consentendo sviluppi superiori per angolo di attacco, sovraccarico e velocità agli altri velivoli di 4.ta++ e 5.ta generazione. Nell’intercettazione a lungo raggio, il Su-35S ha una velocità massima di 2500 chilometri all’ora, una straordinaria capacità di accelerare a velocità supersoniche, e può volare ad alta quota e a crociera supersonica senza particolari condizioni. Il Su-35 ha un radar Irbis che rileva bersagli aerei con superficie riflettente equivalente a 3 metri quadrati, fino a 400 km di distanza, o di meno un metro quadrato ad una distanza di 200 km. Il radar Su-35 può contemporaneamente seguire 30 obiettivi e ingaggiarne in battaglia 8. Il Su-35S trasporta i più potenti missili a lungo raggio, gli R-33M/37 (280-400 km e Mach 6 di velocità), e missili aria-aria a medio raggio R-27EA (oltre 130 km, simile all’AIM-120D statunitense) ed R-77RVV-EA (100-120 km). Per attaccare bersagli terrestri, il Su-35S ha un complesso sistema optoelettronico, OLS-35, che consente ricerca e visualizzazione della situazione tattica, con telecamera a raggi infrarossi. Il rilievo automatico della distanza dal bersaglio è fornito da un telemetro laser. Il Su-35 dispone di attrezzature per l’illuminazione laser di obiettivi contro cui guidare armi intelligenti, e può trasportare 8 tonnellate di armi su 12 piloni sotto ali e fusoliera. Il Su-35 ha completato il programma di test di volo nel 2012, e l’Aeronautica russa attualmente ne utilizza 48 consegnati dalla fabbrica KnAAZ di Komsomolsk-on-Amur nel 2013-2015. Nel dicembre 2015, le Forze Aerospaziali della Federazione Russa ordinavano altri 50 Sukhoj Su-35S, con altri possibili ordini futuri per 100 velivoli, sostituendo i vecchi Su-27.
Mentre l’India ha firmato un accordo con la Francia da quasi 9 miliardi di dollari per 36 aerei Rafale, la Cina ha ordinato nel 2015 i primi 24 Su-35. Questi aerei hanno un raggio di azione maggiore di tutti gli aerei cinesi e possono far fronte agli F-18 delle portaerei degli Stati Uniti. E se i risultati dei test sono positivi, è possibile per la Cina ordinare più di 64 Su-35 per disporli nei nuovi avamposti nel Mar Cinese Meridionale. Trattative avanzate sono in corso con l’Indonesia per sostituire 12 vecchi F-5 con i Su-35. L’Iran, alleato della Russia in Siria, ha 200 aerei multiruolo, la maggior parte prodotta negli Stati Uniti (F-5 Tiger II, F-14 Tomcat A, F-4D Phantom) e anche MiG-29A e Mirage F1 rifugiatisi dall’Iraq, che vanno sostituiti rapidamente. Le aviazioni sunnite rivali dell’Iran sono ben fornite, se l’Arabia Saudita ha 67 F-15E, 78 F-15 C/D, 48 Eurofighter Typhoon, il Quwayt ha 34 F-18C/D e Israele ha 58 F-15A/B/C/D e 25 F-15I. Le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti all’Iran sono state appena tolte, ma non ha ancora i fondi per rinnovare la flotta. Tuttavia, l’Iran è interessato ad acquistare almeno 100 aerei Su-35.59631452574451

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ultima opzione della NATO nella guerra per procura perduta

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 06/02/201612189014Mentre le forze siriane ed alleate accerchiano la città più grande della Siria, Aleppo, Stati Uniti e alleati regionali indicano un improvviso interesse per le operazioni di terra in Siria, tra cui le forze aeree degli Stati Uniti a sostegno delle forze di terra turco-saudite. Se è ovvio che Stati Uniti e alleati rispondono direttamente al crollo delle loro forze per procura nel Paese, le ultime minacce di aggravare ulteriormente il conflitto in Siria non si basano sulla “lotta allo SIIL”. The Guardian, nell’articolo, “L’Arabia Saudita offre d’inviare truppe di terra in Siria per combattere lo SIIL“, riferisce: “L’Arabia Saudita s’è offerta per la prima volta d’inviare truppe di terra in Siria per combattere lo Stato islamico, secondo il suo ministero della Difesa. Il regno è pronto a partecipare ad attività di terra che la coalizione (contro lo SIIL) può svolgere in Siria“, ha detto il portavoce militare, generale di brigata Ahmad al-Asiri, a un’intervista ad al-Arabiya. Fonti saudite hanno detto al Guardian che migliaia di forze speciali potrebbero essere utilizzate, probabilmente in coordinamento con la Turchia”. In realtà, Turchia e Arabia Saudita hanno svolto un ruolo centrale nella creazione dello SIIL e nel sostenerne logisticamente e finanziariamente le azioni in Siria e Iraq. Questo secondo non solo i nemici di Ankara e Riyadh, ma secondo il loro primo alleato, gli Stati Uniti. Già nel 2012, un documento (.pdf) del Dipartimento di Intelligence Agency (DIA) ammise su conflitto siriano e ascesa dello SIIL che: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. La menzione di questo “principato” (stato) “salafita” (islamico) nel 2012 indica chiaramente quando si decise di trasformare gli agenti di Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia di al-Qaida, allora chiamati “ribelli”, ufficialmente nello SIIL. Per chiarire quali “potenze in aiuto” ne sostengono la creazione, il rapporto della DIA spiega: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
E’ chiaro, quindi, che tale improvviso interesse per l’escalation non ha nulla a che fare con lo SIIL ma con il salvataggio dei terroristi fantocci dell’occidente, prima che siano completamente sradicati e/o espulsi dal Paese. La Russia, che ha svolto un ruolo fondamentale reagendo ad al-Qaida e SIIL in Siria, è anche arrivata ad accusare la Turchia di ciò che appare un’incursione militare imminente nella regione settentrionale del Paese. Reuters riferisce nell’articolo, “Russia e Turchia si scambiano accuse sulla Siria”, che: “La Russia sospetta che la Turchia stia preparando un’incursione militare in Siria, secondo una fonte dell’Esercito arabo siriano, mentre presto Aleppo sarà circondata dalle forze governative con il supporto aereo russo”. Lo SIIL, come era destinato ad essere, è solo un pretesto per giustificare le operazioni di USA e alleati regionali, operazione che sarà volta ad affrontare e respingere l’avanzata siriana e russa sul campo di battaglia, o per lo meno dare un santuario inattaccabile in territorio siriano agli ascari dell’occidente sconfitti e in ritirata.

La zona cuscinetto (ancora)
L’idea di ritagliarsi una zona cuscinetto dal territorio siriano risale anche al 2012, quando divenne chiaro che il cambio di regime in stile libico era difficile se non impossibile nell’immediato. L’idea era passare dal ritmo veloce e travolgente della guerra per procura di Stati Uniti ed alleati, sperando nel panico del potere a Damasco, a una guerra per procura ritmata dai “santuari” occupati dalla NATO in Siria. Con la copertura aerea della NATO, i terroristi potevano tranquillamente lanciare operazioni in profondità nel territorio siriano, ampliando lentamente la zona cuscinetto e la no-fly zone de facto della NATO. Alla fine, si previde, che le zone cuscinetto avrebbero portato direttamente al crollo del governo di Damasco. Ancora una volta, lungi dal complottismo, il piano fu discusso apertamente nei circoli politici di Washington. La Brookings Institution, un think-tank politico finanziato da aziende e che aveva stilato le direttive strategiche per avviare i conflitti in Iraq, Afghanistan, Libia e ora Siria, così come i piani per i futuri scontri con l’Iran e oltre, fu esplicita sulla vera natura delle “zone cuscinetto”, in un recente documento intitolato “Distruggere la Siria: una nuova strategia per la guerra senza speranza degli Stati Uniti”, affermando: “…L’idea sarebbe aiutare gli elementi moderati a stabilire zone di sicurezza affidabili in Siria, una volta che potranno. Forze statunitensi, così come saudite, turche, inglesi e giordane, ed altre, agirebbero a sostegno non solo dal cielo, ma infine a terra tramite le forze speciali. Il documento prosegue spiegando: “La fine del gioco in queste zone non sarebbe già decisa. L’obiettivo intermedio sarebbe una Siria confederata, con diverse zone altamente autonome e un modesto (eventuale) governo nazionale. La confederazione probabilmente richiederebbe il sostegno di una forza di pace internazionale, se tale schieramento venisse mai formalizzato da un accordo. Ma nel breve termine, le ambizioni sarebbero minori, rendere queste zone difendibili e governabili, aiutando le popolazioni al loro interno, e addestrando ed equipaggiando altre reclute in modo che le zone possano essere stabilizzate e poi gradualmente ampliate”. Comunque, questo è stato già tentato, in un modo o nell’altro, nel territorio occupato dai terroristi in Siria. Mentre le forze siriane con la copertura aerea russa avanzano a nord di Aleppo, i media occidentali si lamentano che le infrastrutture finanziate dai governi occidentali sono state distrutte. Queste infrastrutture, tra cui i panifici di al-Qaida riforniti di farina dal governo degli Stati Uniti, facevano parte del piano della Brookings per “rendere queste zone governabili”. La presenza delle forze militari russe in Siria ha evidentemente impedito all’occidente di rendere tali zone “difendibili” con l’intervento militare diretto contro le truppe siriane. Come tale piano si attuerà ora resta da vedere. La cosa più probabile è un’incursione limitata nel nord della Siria, sul corridoio Ifrin-Jarabulus sempre più stretto, prima che le forze siriane, russe e curde colmino completamente il vuoto. Con le forze turche e saudite che controllano anche una piccola percentuale del corridoio, i tentativi di espanderlo, come previsto dalla Brookings, potrebbero effettuarsi nel prossimo futuro. La Brookings aveva anche immaginato un coordinamento delle operazioni turche a nord con un attacco israeliano a sud, un’altra opzione probabilmente ancora considerata. C’è anche la possibilità che l’occidente tenti di entrare e prendere una parte considerevole del territorio siriano della regione più orientale della Siria, collegandola con il territorio in Iraq che probabilmente sarà staccato dal governo centrale di Baghdad attraverso tattiche simili.

La migliore delle ipotesi è ancora sconfitta e costoso stallo a lungo termine
Il risultato più probabile, tuttavia, sarebbe uno stallo in stile Golan che potrebbe durare anni, se non decenni. La Siria sarebbe ancora in grado di ristabilire pace e ordine sulla stragrande maggioranza del territorio, liquidare i fantocci dell’occidente e forse dirigere dei delegati sul territorio occupato, creando un conflitto costoso politicamente, finanziariamente e militarmente per la Turchia. Per l’Arabia Saudita, l’ulteriore estensione delle forze militari esaurirebbe la propria forza operativa, diminuendone ulteriormente la capacità di condurre la guerra di aggressione contro lo Yemen. C’è anche l’opportunità di evidenziarne le debolezze delle capacità militari, rafforzando ulteriormente il crescente arco dell’opposizione che ne sfida l’influenza sul Medio Oriente.

Il peggior scenario che minaccia l’egemonia degli Stati Uniti
Lo scenario peggiore prevede una incursione della NATO sulla Siria settentrionale, incontrando una travolgente resistenza, utilizzando forze aeree e di terra. Con la maggior parte degli equipaggiamenti militari turchi e sauditi proveniente da Stati Uniti ed Europa, a sua volta s’indebolirebbe ulteriormente l’illusione della superiorità militare occidentale mondiale. Questo potrebbe avere un impatto significativo sull’integrità di Unione Europea e NATO, nonché sui potenziali membri che cercano di unirvisi prossimamente. Con la conclusione che si avvicina velocemente in Siria, Damasco ed alleati possono cercare d’investire pesantemente nel realizzare questa seconda e peggiore ipotesi nel caso di una qualche incursione turco-saudita-statunitense nel nord della Siria. Così si potrà impedire che tale mossa sia neanche attuata, innanzitutto, o anche promettere conseguenze inimmaginabili se l’occidente ci provasse nonostante i rischi evidenti. Dato che la prospettiva di una zona cuscinetto ricavata dal territorio siriano, in caso di fallimento dell’operazione di cambio di regime contro Damasco dopo letteralmente anni di lavoro, sinceramente si spera che le misure significative programmate da Siria ed alleati la contrastino in tempo.Cac1_bVWEAAlUgU.jpg largeTony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook” .

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