I sauditi istigano a Washington la rivolta contro Obama

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 23/06/20163501I 51 diplomatici statunitensi che rimproverano la politica sulla Siria del presidente Obama chiedendo maggiore uso della forza militare contro il governo di Damasco, sono di per sé notevole segno del dissenso dei funzionari a Washington. Ma l’autorità del presidente è ulteriormente minata sfacciatamente quando pochi giorni dopo i governanti sauditi applaudivano quei diplomatici dissidenti statunitensi, mentre venivano ricevuti alla Casa Bianca. Molte cose si possono individuare qui. Una, la politica degli Stati Uniti sulla Siria è fallita. L’obiettivo di un cambio di regime, che ha spinto la guerra nel Paese negli ultimi cinque anni, sembra dissolversi quale obiettivo possibile. L’intervento militare della Russia iniziato lo scorso ottobre per stabilizzare lo Stato siriano l’ha sventato. Le notizie su Abu Baqr al-Baghdadi, capo supremo del cosiddetto Stato Islamico (SIIL), ucciso da un attacco aereo siriano/russo nel roccaforte di Raqqa suggerisce che l’insurrezione terroristica straniera affronta la sconfitta finale. La tattica segreta degli Stati Uniti di utilizzare un processo politico dal doppio binario nei supposti negoziati di pace, per consentire ai loro mercenari di riorganizzarsi, fallisce pure. Siria ed alleati russi, iraniani e Hezbollah non hanno ceduto sull’azione contro le milizie terroristiche, anche quelle che Washington definisce malignamente “moderate”, e sul “cessate il fuoco”. La cessazione delle ostilità chiesta da Russia e Stati Uniti a febbraio finisce non essendo mai stata in buona fede, soprattutto per una Washington assai poco preoccupata. Era solo una manovra per facilitare il cambio di regime con mezzi politici. Così, la politica degli Stati Uniti è stata valutata in modo decisivo in Siria. E ciò spiegherebbe l’eruzione di frustrazione nei diplomatici degli Stati Uniti e pianificatori del dipartimento di Stato, come illustrato dalla “fuga” sulle molte critiche all’amministrazione Obama. Il fallimento genera frustrazione. I diplomatici contrariati chiedono agli Stati Uniti di attaccare direttamente le forze del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad. Negli ultimi due anni, attacchi aerei degli USA in Siria presumibilmente colpivano lo Stato islamico in assenza di unità dell’esercito siriano. I diplomatici ribelli a Washington vogliono che la potenza di fuoco degli USA sia d’ora in poi diretta contro l’esercito siriano. La Russia ha subito bollato la proposta statunitense come grave violazione del diritto internazionale. Mosca sa che tale mossa rischia seriamente di trascinare le forze statunitensi e russe a un confronto diretto. Obama, da parte sua, difficilmente cambierà la politica sulla Siria. Sa che il rischio di escalation è troppo alto e a pochi mesi dalla fine il secondo mandato, il 44° presidente è riluttante a concludere la permanenza alla Casa Bianca nell’ignominia. Tuttavia, l’irrequietezza entusiasta a Washington per una grande guerra in Siria potrebbe essere tollerata dal successore di Obama. La democratica Hillary Clinton che ha invocato un’ampia campagna aerea sulla Siria, e dei repubblicani prescelti verrebbero assunti per assicurarsi altrettanto entusiasmo, se non di più. Il dissenso di Washington sulla Siria è quindi un segnale dell’inasprimento della guerra. Verrebbe accantonata per alcuni mesi, ma sembra quasi certo che una grande guerra sia in preparazione. E questo soprattutto perché gli obiettivi del cambio di regime statunitense in Siria sono stati contrastati finora. Il fallimento genera petulanza.
clinton-prince-nayef Lo straordinario spettacolo della sfida al presidente Obama è un biglietto da visita inquietante della futura escalation in Siria e Medio Oriente. Sembra più che incoscienza che Washington, in primo luogo, cerchi supporto all’intervento militare per salvare la causa persa dei suoi fantocci, e in secondo luogo, spinge affinché le sue forze si scontrino con quelle di Russia, Iran e Hezbollah. La gravità della rivolta a Washington sulla Siria è testimoniata dalle notizie su John Kerry, segretario di Stato degli USA, che incontrerebbe i 51 diplomatici che invocano l’intervento militare diretto. Kerry è arrivato a descrivere le loro proposte come “molto buone”, anche se non ha detto esplicitamente se le approva. Tuttavia, il fatto che il ministro degli Esteri di Obama e capo della diplomazia di Washington abbia apertamente incontrato il gruppo che sfida il presidente sulla Siria, dimostra che il Partito della Guerra va rilanciandosi. La settimana prima, Kerry avvertiva Mosca che gli Stati Uniti “perdono la pazienza” sul futuro di Assad in Siria, indicando ancora una volta che sembrava passare al campo militarista. Ciò dopo che Kerry quasi supplicasse, all’inizio dell’anno, a che lo spargimento di sangue in Siria finisse. Bene, dopo tutto, l’”eroe” della Guerra del Vietnam Kerry ha un passato di maestria nell’opportunismo carrieristico. Il Capo di Stato Maggiore della Russia Generale Valerij Gerasimov ha risposto alla bellicosità di Kerry dicendo che non sono gli Stati Uniti a perdere la pazienza, ma piuttosto la Russia, spinta dai giochi cinici di Washington a favore dei terroristi, rifiutandosi continuamente di cooperare con Mosca nel delineare i terroristi da colpire. In ogni caso, il punto saliente, come indicato all’inizio di questo commento, è il modo con cui il regime saudita dirige lo spettacolo di Washington da dietro le quinte, sfidando il presidente statunitense. Questo è un presagio sinistro.
Pochi giorni dopo la bordata dai diplomatici degli Stati Uniti, una delegazione saudita veniva ricevuta alla Casa Bianca con la consueta adulazione. La delegazione comprendeva il ministro della Difesa e viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Sultan (figlio del re) e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. I sauditi poi dissero in conferenza stampa di appoggiare l’appello dei diplomatici ad Obama per una “linea dura” sulla Siria. Naturalmente, questo è il mantra del regime saudita negli ultimi cinque anni. Quando Obama rinnegò la “linea rossa” dell’intervento militare aperto alla fine del 2013, la Casa dei Saud fece un enorme sbuffo. Ma l’indebolimento audace del presidente degli USA ad opera degli ospiti sauditi dimostra quanto profondamente siano in sintonia la Casa dei Saud e il Partito della Guerra di Washington. L’arroganza promanata dai gradini della Casa Bianca parla del rapporto formidabile tra Casa dei Saud e potenti elementi del governo segreto statunitense, spiegando anche perché i sauditi fossero così atterriti dai tentativi del Congresso d’indagare sul presunto coinvolgimento saudita negli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tale indagine probabilmente non ci sarà comunque, ma già il direttore della CIA John Brennan ha fiduciosamente dichiarato che i documenti ufficiali classificati dell’indagine del Congresso sul 9/11 respingeranno la presunta complicità dello Stato saudita. Data la storica collusione tra il potere statale occulto degli Stati Uniti e regime saudita, si può capire il motivo per cui i sauditi sono così tormentati anche da semplici tiepidi tentativi di Washington di far chiarezza sui despoti sauditi. Dal punto di vista saudita, ben sapendo la profonda collusione degli Stati Uniti nelle operazioni segrete, la semplice menzione dei crimini del regno petrolifero sembrerebbe alto tradimento. La torbida relazione USA-Arabia Saudita fu accennata da un raro articolo del New York Times all’inizio dell’anno, quando fu divulgato che per decenni le operazioni segrete statunitensi nel mondo dipesero fortemente dal finanziamento saudita. Il New York Times dice candidamente come i piani sovversivi e le criminali operazioni clandestine della CIA furono finanziate dal regime saudita. Tale partnership criminale va ben oltre la nota vicenda di come statunitensi e sauditi crearono ed armarono gli estremisti jihadisti in Afghanistan negli anni ’80 per lottare contro l’Unione Sovietica. Cioè, i fantocci della jihad che poi formarono al-Qaida e le varie diramazioni, come Stato islamico e Jabhat al-Nusra in Siria e in Iraq, non sono che un ramo della macchina insurrezionale e terroristica globale che gli Stati Uniti hanno schierato per rovesciare governi e destabilizzare i nemici. Implicito qui è che l’Arabia Saudita usò i petrodollari per ungere le operazioni segrete globali degli Stati Uniti, dal Centro e Sud America, all’Iraq a di nuovo Afghanistan, Cecenia, Balcani, Georgia, Libia, Siria e colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014. Forse anche i recenti disordini in Kazakistan e Uzbekistan.
familysecrets Nel suo libro sulla dinastia Bush, “La famiglia dei segreti”, il pluripremiato autore Russ Baker documenta come George HW Bush Sr, capo della CIA a metà degli anni ’70, cementò il ruolo saudita nel finanziare le operazioni sporche degli Stati Uniti nel mondo. Quel rapporto oscuro crebbe da allora, raddoppiando con la presidenza del figlio George W. Bush Jr. Poiché la CIA ha ricevuto miliardi di dollari sauditi dalla metà degli anni ’70, per finanziare il suo sporco lavoro, denunciato da varie commissioni del Congresso e da ricorrenti proteste pubbliche fin dal 1963. L’assassinio del presidente John F. Kennedy creò la reazione politica alla CIA e al suo sospetto coinvolgimento in attività clandestine, come l’assassinio di leader politici. Dalla metà degli anni ’70 in poi, la CIA e le sue appendici nello Stato profondo degli USA, hanno disperatamente bisogno di finanziare le loro operazioni con fondi extra-contabili, per non esserne responsabili di fronte al Congresso. L’arrivo dei sauditi permise volentieri di creare l’alleanza segreta forse più distruttiva dalla seconda guerra mondiale. Vi sono tutte le ragioni per credere che tale rapporto segreto USA-Arabia Saudita continui oggi. Ecco la profonda riluttanza nella dirigenza di Washington ad abbandonare i banchieri de facto delle sue operazioni segrete. In cambio di tale accordo, i governanti sauditi sanno su chi premere a Washington nel promuovere un ordine del giorno militarista. Obama finora, per qualsiasi motivo, ha resistito alle pretese di CIA, dipartimento di Stato e governanti sauditi a un maggiore intervento militare in Siria. L’indebolimento di Obama per mano dei sauditi, appoggiando la rivolta di Washington contro la politica del presidente, suggerisce fortemente che la guerra in Siria stia per degenerare.

20150510 saudi salman kerryLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli Stati Uniti hanno insabbiato il ruolo dei sauditi nell’11 settembre

Paul Sperry, New York Post, 17/04/2016 – Les Crisessaudis-10Nella sua relazione sulle “28 pagine” da sempre censurate sul governo saudita riguardo l’11 settembre, “60 Minutes” dello scorso fine settimana ha parlato del ruolo dei sauditi negli attacchi, sottovalutato per proteggere la delicata alleanza tra USA e il ricco regno petrolifero. Davvero un eufemismo. Infatti, il coinvolgimento del regno è stato deliberatamente nascosto dai vertici del nostro governo. E questo occultamento va ben oltre le 28 pagine saudite del rapporto seppellite in una cassaforte nel seminterrato del Campidoglio degli Stati Uniti. Le indagini sono state soffocate. I complici lasciati liberi. I funzionari responsabili delle indagini che ho intervistato, del Joint Terrorism Task Forces (unità antiterrorismo dell’FBI) di Washington e San Diego, base avanzata di alcuni dirottatori sauditi, ma anche gli investigatori del dipartimento di polizia della contea di Fairfax (Virginia) che indagarono su diverse tracce dell’11 settembre, dicono che praticamente tutto porta all’ambasciata saudita a Washington e al consolato saudita a Los Angeles. E quindi, ancora e sempre gli fu detto di non seguire queste tracce. La scusa era di solito “l’immunità diplomatica“. Queste fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, che comprendono l’intero capitolo sul “sostegno estero ai dirottatori dell’11 settembre“, spiegano le “prove inconfutabili” raccolte da CIA e FBI sull’aiuto saudita ad almeno due dirottatori insediatisi a San Diego. Alcune informazioni sui documenti sono trapelate, tra cui la serie frenetica di telefonate prima dell’11 settembre tra i sostenitori dei dirottatori sauditi a San Diego e l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e quindi il trasferimento di circa 130000 dollari dal conto del principe Bandar, l’ambasciatore saudita, a un altro dei curatori dei dirottatori sauditi a San Diego.
Un investigatore che ha lavorato presso il Joint Terrorism Task Force di Washington ha lamentato il fatto che invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti l’ha protetto, letteralmente. Ha detto che il dipartimento di Stato gli assegnò un distaccamento della sicurezza per proteggere Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche nella residenza di McLean, Virginia. La fonte ha aggiunto che la squadra operativa voleva arrestare diverso personale dell’ambasciata, “ma l’ambasciata presentò una denuncia al procuratore” e i visti diplomatici furono revocati come compromesso. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che lavorò su casi relativi all’11 settembre ed al-Qaida nell’ufficio di Washington, dice che Bandar fu il sospettato chiave nelle indagini sull’11 settembre. “L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza persona“, ha detto Guandolo. “Dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come lo sono gli altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa attualmente finanziare la jihad globale“. Ma Bandar s’impose sull’FBI. Dopo l’incontro con il presidente Bush alla Casa Bianca il 13 settembre 2001, dove i due vecchi amici fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI cancellò dalla lista dei terroristi da sorvegliare decine di funzionari sauditi in diverse città, tra cui almeno un membro della famiglia di Usama bin Ladin. Invece di indagare i sauditi, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se al momento era noto che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi. “All’FBI fu impedito dalla Casa Bianca d’interrogare i sauditi che volevamo sentire“, ha detto l’ex-agente dell’FBI Mark Rossini, coinvolto nell’indagine su al-Qaida e i dirottatori. La Casa Bianca “li escluse dalla cosa”. Inoltre, Rossini ha detto che venne detto dall’ufficio che alcuna citazione in giudizio poteva essere utilizzata per produrre le prove che collegavano i sospettati sauditi all’11 settembre. L’FBI bloccò le indagini locali che portavano ai sauditi. “L’FBI si tappava le orecchie ogni volta che menzionavamo i sauditi“, ha dichiarato Roger Kelly, ex-tenente di polizia della Fairfax County. “C’era troppa politica per toccarli“. Kelly, che guidava il Centro d’intelligence regionale, aggiunse: “Si potevano indagare i sauditi, ma erano ‘fuori portata‘”.
Anche Anwar al-Awlaki, il consigliere spirituale dei dirottatori, ci sfuggì. Nel 2002, il religioso finanziato dai sauditi fu fermato all’aeroporto JFK per passaporto falso, ma fu dato in custodia a un “rappresentante dell’Arabia Saudita”. Si dovette aspettare il 2011 perché Awlaki venisse portato davanti alla giustizia, con l’attacco di un drone della CIA. Stranamente, “la relazione della commissione sull’11 settembre” che seguì le indagini del Congresso, non cita mai l’arresto e il rilascio di Awlaki, e accenna di sfuggita a Bandar, seppellendone il nome nella pagina delle note. Due avvocati della commissione d’inchiesta che indagavano sulla rete di supporto saudita ai dirottatori si lamentarono che il loro superiore, il direttore operativo Philip Zelikow, gli impedì di emettere mandati di comparizione e di udienza contro i sospettati sauditi. John Lehman, membro della Commissione sull’11 settembre, era interessato ai legami tra i dirottatori e Bandar, la moglie e l’ufficio degli Affari islamici dell’ambasciata. Ma ogni volta che cercava di avere informazioni su questo punto, veniva fermato dalla Casa Bianca. “Rifiutò di declassificare tutto ciò che riguardava l’Arabia Saudita“, secondo Lehman citato nel libro “La Commissione”. Gli Stati Uniti insabbiarono le indagini sul sostegno estero all’11 settembre per proteggere Bandar e altri membri dell’élite saudita? “Le cose che andavano fatte al momento non lo furono“, ha dichiarato Walter Jones, repubblicano del North Carolina che ha presentato un disegno di legge che chiede al presidente Obama di declassificare le 28 pagine. “Cerco di dare una risposta senza essere troppo esplicito“.
Un riformatore saudita che sa direttamente del coinvolgimento dell’ambasciata è più cooperativo. “Abbiamo come alleato un regime che finanziò gli attacchi“, ha dichiarato Ali al-Ahmad dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington. “Voglio dire, cerchiamo di essere realistici“.

Lettera di bin Sultan al Presidente della Commissione l’11 settembre

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La Casa Bianca approvò la partenza dei sauditi dopo l’11 settembre
Eric Lichtblau The New York Times, 04/09/2003 – Les Crises

a772_bandar_bush_cheney_2050081722-8697I vertici della Casa Bianca avevano personalmente approvato, nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’evacuazione di decine d’influenti sauditi, tra cui i genitori di Usama bin Ladin, mentre la maggior degli aerei era a terra quel giorno, dice un ex-consigliere alla Casa bianca. Il consigliere Richard Clarke, che guidò la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attacchi, e che poi ha lasciato l’amministrazione Bush, ha detto che accettò l’eccezione perché l’FBI l’assicurò che i sauditi erano estranei al terrorismo. La Casa Bianca temeva che i sauditi potessero essere oggetto di “rappresaglie” per i dirottatori, se fossero rimasti negli Stati Uniti, ha detto Clarke. Il fatto che i parenti di bin Ladin e altri sauditi furono fatti frettolosamente uscire dal Paese divenne noto poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma domande sulle condizioni della partenza e le dichiarazioni di Clarke fanno intuire il coinvolgimento della Casa Bianca nel piano e nella firma personale dei vertici dell’amministrazione. Clarke ne aveva già parlato in un articolo di Vanity Fair e fece le sue osservazioni in un’intervista e nella testimonianza al Congresso. La Casa Bianca ha detto di non avere commenti da fare sulle dichiarazioni di Clarke. La pubblicazione avveniva poche settimane dopo la classificazione della sezione del rapporto del Congresso sugli attacchi dell’11 settembre, che suggerisce che l’Arabia Saudita aveva legami finanziari con i dirottatori, e le osservazioni di Clarke certamente alimenteranno l’accusa che gli Stati Uniti hanno aiutato i sauditi per ragioni diplomatiche. Il senatore Charles E. Schumer, democratico di New York, basandosi sui commenti di Clarke ha chiesto alla Casa Bianca d’indagare sulla partenza anticipata di circa 140 sauditi dagli Stati Uniti nei giorni seguenti gli attacchi. Schumer ha affermato in un’intervista che sospettava che alcuni sauditi, a cui venne permesso di partire, in particolare i genitori di Usama bin Ladun, avessero legami con i gruppi terroristici e potevano far luce sull’11 settembre. “E’ solo un altro esempio del nostro Paese che coccola i sauditi dandogli privilegi che altri non avrebbero mai”, ha dichiarato Schumer. “E’ quasi come se noi non vogliamo sapere se esistessero questi collegamenti“. Non è stato possibile raggiungere i funzionari sauditi per un commento, ma in passato negarono le accuse che li collegano ai 19 dirottatori, di cui 15 sauditi. Rifiutandosi di discutere i dettagli del caso, funzionari dell’FBI hanno detto che nei giorni immediatamente dopo l’11 settembre gli agenti dell’Ufficio interrogarono i parenti di bin Ladin, membri di una delle famiglie più ricche in Arabia Saudita, prima che la Casa Bianca li evacuasse dal Paese. Bin Ladin si sarebbe separato dalla famiglia e molti dei suoi parenti hanno rinnegato la sua azione contro gli Stati Uniti. “Abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto“, ha dichiarato John Iannarelli, portavoce dell’Ufficio. “Non vi è alcuna indicazione che avessero informazioni che ci potessero aiutare, e non gli è stato concesso alcun riguardo, che non sarebbe concesso a nessuno“. Ma l’indagine di Vanity Fair cita Dale Watson, ex-direttore dell’antiterrorismo del FBI, dire che i sauditi evacuati “non furono sentiti o interrogati sul serio“. Watson non è stato raggiunto per un commento.
L’articolo indica l’evacuazione complessa ma frettolosa la settimana dopo i dirottamenti, quando aerei privati recuperarono i sauditi in dieci città diverse. Secondo l’articolo, alcuni funzionari dell’ufficio e dell’aviazione si dissero sconvolti dall’operazione perché il governo non revocò le restrizioni di volo per il pubblico, ma non ebbe il potere di fermare l’evacuazione. Clarke, che ha lasciato la Casa Bianca a febbraio, ha detto in un’intervista che ciò era dovuto alla preoccupazione che i sauditi “subissero rappresaglie” dopo il dirottamento aereo. Clarke ha detto che disse all’Ufficio di trattenere qualsiasi persona su cui ci fossero dei sospetti, e l’FBI disse che non fermò nessuno. Schumer ha detto di dubitare della serietà della rapida indagine dell’ufficio, e in una lettera alla Casa Bianca di oggi afferma che i sauditi sembrano aver ricevuto il “via libero” nonostante una possibile prescienza degli attacchi.

La grande fuga
Craig Unger, The New York Times, 01/06/2004
saudis-11Gli statunitensi che credono che la Commissione sull’11 settembre risponda a tutte le questioni cruciali sugli attacchi terroristici rischiano di rimanerne assai delusi, soprattutto se sono interessati all’evacuazione aerea segreta dei sauditi, iniziata poco dopo l’11 settembre. Sapevamo che 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. Sapevamo che Usama bin Ladin, saudita, era dietro l’11 settembre. Eppure non abbiamo condotto un’indagine sulla partenza di sauditi, tra cui venti membri della famiglia bin Ladin, anche se in realtà non erano complici negli attacchi. Purtroppo, però, non possiamo probabilmente mai sapere la verità. La Commissione d’inchiesta ha concluso che non vi è “alcuna prova credibile che speciali voli charter per cittadini sauditi abbiano lasciato gli Stati Uniti prima della riapertura dello spazio aereo nazionale“. Ma ciò che conta è che c’erano ancora alcune limitazioni dello spazio aereo degli Stati Uniti quando iniziarono i voli dei sauditi. Inoltre, nuove prove dimostrano che l’evacuazione riguardò 142 sauditi su sei voli charter, secondo il Comitato d’indagine. Secondo i documenti appena pubblicati, 160 sauditi lasciarono gli Stati Uniti con 55 voli subito dopo l’11 settembre, in totale circa 300 persone, con l’apparente approvazione dell’amministrazione Bush, molto più di quanto segnalato in precedenza. I documenti sono stati pubblicati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale in risposta a una richiesta di accesso alle informazioni presentata da Judicial Watch, osservatorio indipendente conservatore di Washington. La stragrande maggioranza dei voli appena scoperta riguarda voli commerciali, non voli charter, con spesso due o tre passeggeri sauditi. Partirono da più di venti città, tra cui Chicago, Dallas, Denver, Detroit e Houston. Un volo di una compagnia aerea saudita partì dal Kennedy il 13 settembre con 46 sauditi. Il giorno dopo, un altro volo di una compagnia saudita partì con 13 sauditi. L’osservatorio ha riferito che resta da dimostrare che l’FBI abbia controllato le partenze in relazione alla lista dei terroristi. Secondo il gruppo di osservazione, ulteriori partenze di sauditi sollevano altre domande. Richard Clarke, l’ex-capo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato al giornale The Hill di assumersi la responsabilità dell’approvazione di alcuni voli. Ma non sappiamo se altri rappresentanti dell’amministrazione Bush abbiano preso parte alla decisione. I passeggeri avrebbero dovuto essere interrogati sui legami con Usama bin Ladin, chiunque fossero, o sul suo finanziamento. Sappiamo da tempo che una certa fazione dell’élite saudita ha finanziato i terroristi islamici, almeno involontariamente. Il principe Ahmad bin Salman, accusato di essere un intermediario tra al-Qaida e la famiglia reale dei Saud, fu evacuato in aereo dal Kentucky. Fu interrogato dall’FBI prima di andarsene? Se la Commissione osa affrontare questi problemi, senza dubbio sarà accusata di politicizzare una delle più importanti indagini della sicurezza nazionale della storia statunitense, almeno in un anno elettorale. Ma se non lo fa, rischia molto peggio, il tradimento delle migliaia di persone che persero la vita quel giorno, per non parlare di milioni di altre persone che vogliono la verità.saudis-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA-Arabia Saudita: i giorni passati sono finiti per sempre

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 aprile 2016Barack Obama, Hamad bin Isa al Khalifa, Hamad bin Isa al Khalifa, King SalmanLa visita del presidente Barack Obama in Arabia Saudita è stata un boomerang. Le buone intenzioni non sono mai state in dubbio, ricucire tra i due Paesi. Ma ciò che emerge è che si avrà bisogno di molto di più di una visita, e forse neanche una presidenza piena può adempiere tale missione. Secondo il principe Turqi al-Faysal, ex-capo dell’intelligence saudita, tutti i cavalli del re e tutti gli uomini del re non possono più fare circo insieme. Turqi ha detto a Christiane Amanpour della CNN che ci sarà “una ricalibrazione del nostro rapporto (saudita) con gli USA. Fino a che punto possiamo continuare con la nostra dipendenza dagli USA, e quanto possiamo contare sulla fermezza della leadership statunitense, cosa ci avvantaggerà insieme nel futuro. Questo è ciò che dobbiamo ricalibrare“. Poi aggiungeva: “Non credo che dovremmo aspettarci che un qualsiasi nuovo presidente degli USA torni, come ho detto, ai giorni passati, quando le cose erano diverse“. Quando uno stretto solido rapporto si sfilaccia, è sempre uno spettacolo doloroso che fa solo esperienza. Obama ha subito un’umiliazione a Riyadh, probabilmente senza paralleli nella recente diplomazia internazionale. È stato accolto all’arrivo a Riyadh da un relativamente poco importante funzionario saudita, il governatore di Riyadh. Per completare l’umiliazione, re Salman ha reso chiara la cosa essendo presente su un’altra parte dell’aeroporto a ricevere personalmente i capi del GCC inviati a Riyadh nello stesso momento per incontrare Obama. La televisione di Stato saudita ha del tutto ignorato l’arrivo di Obama a Riyadh. Naturalmente, Obama è sentimentale verso i legami personali con statisti stranieri, e col suo occhio d’aquila nel garantire gli interessi degli Stati Uniti sarà ben disposto a trascurare tali difficili momenti protocollari. Infatti ha fatto finta di non accorgersi dell’affronto di Salman e, inoltre, dopo i colloqui a Riyadh ha insistito sul fatto che la visita ha aumentato il consenso tra Stati Uniti e gli alleati del GCC. Obama conta sulle punta delle dita le aree in cui ha consenso, lotta a Stato islamico e terrorismo, Siria, Iraq, Libia e Yemen. Obama ha anche espresso apprezzamento per il ruolo del GCC nei negoziati sull’accordo nucleare con l’Iran. Tuttavia, tutti i profumi d’Arabia non possono eliminare la puzza dell’affronto di Salman a Obama. (Trascrizione della Casa Bianca). Il punto è che la discordia USA-Arabia Saudita va ben al di della geopolitica: ascesa dell’Iran, dipendenza degli alleati dagli USA, politica energetica, ‘ambivalenza’ degli USA verso la primavera araba, Siria e così via. Il rapporto si rompe sulle fatidiche ’28 pagine’ ancora classificate della relazione d’indagine sugli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington. Si legga la splendida trascrizione della CBS News sulle pagine ’28 pagine’ per comprendere la posta in gioco (Qui).
41ystKnnufL._SX326_BO1,204,203,200_ L’orologio ticchetta. Obama deve prendere la fatidica decisione a giugno se consentire che le 28 pagine siano declassificate. Il suo istinto sembra favorire tale mossa, ed è anche sottoposto alla pressione dell’opinione pubblica. Eppure, traccheggia essendo sicuro di come, dove e quando gli interessi (e vite) statunitensi saranno messi a repentaglio se si spezza la relazione USA-Arabia Saudita. In effetti, i sauditi hanno fatto sapere che la pagherà carissimo. Forse sono spacconate, ma soprattutto, forse no. Di sicuro, è un invito strategico ad Obama. Ma d’altra parte gli statunitensi sempre più si pongono domande sul ruolo dell’Arabia Saudita nel promuovere terrorismo e la sua variante dell’Islam. È una nuova esperienza per Washington e Riyadh, in quanto la potente lobby saudita negli Stati Uniti, tradizionalmente creatrice di opinioni nei corridoi del potere, viene scavalcata e i tribunali degli Stati Uniti ascoltano le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Anche un politico di destra come l’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, grande amico dei principi sauditi, ha preso le distanze. (Qui). Tuttavia, la saggezza convenzionale ancora crede che il rapporto USA-Arabia Saudita non sia sul punto di disintegrarsi. La CNN utilizza la metafora del matrimonio infelice “in cui entrambe le parti, nel bene e nel male, sono incastrate”. C’è molto da dire a favore di tale interpretazione dal cauto ottimismo, per via del riciclaggio dei petrodollari. (Per chi non lo sapesse, vi è un libro sorprendente sul tema intitolato La mano occulta dell’egemonia americana. Riciclaggio di petrodollari e mercato internazionale, del noto accademico Prof. David Spiro che ha insegnato alla Columbia e ad Harvard). Ma, d’altra parte, sarà estremamente difficile ritessere nuovi interessi comuni tra Washington e Riad se emergono le 28 pagine e la collusione di membri della famiglia reale saudita con gli attecchi dell’11 settembre. Infatti, tutto indica che le linee di frattura sono in lenta elaborazione, costantemente, se un grande gruppo bipartisan al Senato e alla Camera sostiene il disegno di legge che permetterà alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio gli Stati che hanno finanziato o supportato l’attacco terroristico sul suolo statunitense. È un segno inequivocabile di imminenti tempi tempestosi se il disegno di legge ha l’appoggio dei candidati presidenziali democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders, ed è in effetti co-sponsorizzato dal candidato repubblicano Ted Cruz.U.S. President Barack Obama walks with Saudi King Salman at Erga Palace upon his arrival for a summit meeting in RiyadhTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le 28 pagine segrete sull’11 settembre 2001

Alessandro Lattanzio, 21/4/2016

Robert Graham

Robert Graham

Casa Bianca e servizi segreti degli USA pensano di declassificare le 28 pagine segretate del documento conclusivo sull’inchiesta delle camere del Congresso degli USA sull’11 settembre, relative al sostegno saudita ai dirottatori. Da 13 anni le 28 pagine sono chiuse in un caveau segreto, il Sensitive Compartmented Information Facilities (SCIF). Solo poche persone le hanno viste. L’ex-senatore Bob Graham ha cercato di renderle pubbliche fin da quando furono classificate nel 2003, quando guidava la prima indagine governativa sull’11 settembre. Graham era il presidente del Comitato ristretto sull’intelligence del Senato e co-presidente del Comitato d’inchiesta congiunta del Congresso sul fallimento dell’intelligence verso gli attentati. L’inchiesta raccolse mezzo milione di documenti, intervistò centinaia di testimoni e produsse un rapporto di 838 pagine, meno le 28 segretate.
Bob Graham: “sono profondamente turbato dalla quantità di materiale censurato in questo rapporto”. Per Graham le 28 pagine classificate delineano la rete che sostenne i dirottatori negli Stati Uniti.
Steve Kroft: crede che il sostegno provenisse dall’Arabia Saudita?
Bob Graham: Sostanzialmente.
Steve Kroft: E quando diciamo “i sauditi”, parliamo del governo.
Bob Graham: quello che dico
Steve Kroft: i ricchi di quel Paese? Le fondazioni di carità…
Bob Graham: Tutto questo”.
Anche Porter Goss, co-presidente repubblicano con Graham nel Comitato d’indagine congiunta del Congresso, e poi direttore della CIA, afferma che le 28 pagine dovevano essere incluse nella relazione finale. L’allora direttore dell’FBI Robert Mueller li incontrò.
Porter Goss: respinse duramente la pubblicazione delle 28 pagine dicendomi: ‘No, non possono che essere classificate in questo momento’.
Steve Kroft: Vi è mai capitato di chiedere al direttore dell’FBI perché venivano classificate?
Porter Goss: L’abbiamo fatto, in modo generale, e la risposta era perché ‘ce l’hanno detto, dobbiamo classificarle’”.
Summit on Financial Markets and the World EconomyNel frattempo, il presidente Barack Obama dichiarava che le pagine classificate del rapporto della Commissione sull’11 settembre non sono “nell’interesse della sicurezza nazionale, e che si spera siano pubblicate presto”, ma sosteneva anche che qualsiasi possibile azione legale contro dei cittadini sauditi va esclusa. Obama, recatosi in Arabia Saudita il 19 aprile, aveva detto in un’intervista alla TV che la declassificazione delle 28 pagine “è un processo che generalmente riguarda la comunità d’intelligence e Jim Clapper, il nostro direttore dell’intelligenza, farà in modo che qualunque cosa sia resa pubblica non comprometta i principali interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e credo che stia per completare questo processo“. Alla domanda se avrebbe permesso ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i sauditi, Obama rispondeva che non avrebbe supportato il disegno di legge, data la possibilità che cittadini stranieri, vittime delle guerre e degli attacchi dei droni degli Stati Uniti, citino in giudizio il governo statunitense, “Se apriamo la possibilità che individui negli Stati Uniti possano regolarmente citare in giudizio altri governi, allora avremo anche gli Stati Uniti continuamente citati in giudizio da individui di altri Paesi“. La JASTA “potrebbe mettere gli Stati Uniti e i contribuenti, militari e diplomatici a rischio significativo se altri Paesi adottassero una legge simile“, dichiarava l’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest. “Data la lunga lista di preoccupazioni espresse… è difficile immaginare uno scenario in cui il Presidente firmi il disegno di legge com’è attualmente formulato“. Inoltre, i sauditi minacciavano di vendere i 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro degli Stati Uniti, se il Congresso approverà tale legge. “L’Arabia Saudita avverte l’amministrazione Obama e i legislatori federali che venderà i 750 miliardi in buoni del Tesoro degli Stati Uniti se il Congresso approvasse la legge che permette alle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio il regno per il presunto favoreggiamento dei dirottatori”. La minaccia sarebbe stata fatta a marzo dal ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr. “Anche se presentato come tutela finanziaria dell’Arabia Saudita, la dichiarazione cautelativa è di fatto una minaccia economica agli Stati Uniti. La pronta vendita aumenterebbe i tassi d’interesse del Tesoro statunitense, aumentando gli oneri finanziari a carico del governo, delle imprese e dei consumatori degli USA, innescando potenzialmente una recessione economica che supererebbe le nostre coste“.
Infatti esiste la possibilità del voto da parte del Congresso della legge JASTA (Justice Against Sponsors of Terrorism Act) con cui poter processare negli Stati Uniti un governo straniero condannato per aver sostenuto organizzazioni terroristiche (come lo Stato islamico), oltre a sequestrarne il patrimonio negli Stati Uniti. La JASTA è considerata dai sauditi direttamente connessa alla possibile declassificazione delle 28 pagine della relazione governativa sull’11 settembre. La pubblicazione delle 28 pagine consentirebbe di denunciare l’Arabia Saudita e di processarla. L’ex-ministro della Marina degli USA, John Lehman, un ex-presidente della Commissione d’indagine sull’11 settembre, ha letto le 28 pagine e alla domanda fattagli alla trasmissione TV ’60 minutes’ se dalle 28 pagine è possibile identificare i funzionari sauditi coinvolti, risponde: “Sì! Uno spettatore medio li riconoscerebbe immediatamente…” Lehman, quando era nella Commissione d’inchiesta, “rimase colpito dalla determinazione della Casa Bianca di Bush nel cercare di nascondere qualsiasi prova del rapporto tra sauditi e al-Qaida. “Si rifiutavano di declassificare qualsiasi cosa avesse a che fare con l’Arabia Saudita’, aveva detto. ‘Qualsiasi cosa abbia a che fare con i sauditi, per qualche ragione, ha sensibilità molto speciale”. Sollevò la questione saudita ripetutamente con Andy Card. “Ero solito vedere Andy e l’incontrai con Rumsfeld tre o quattro volte, principalmente per dirgli, ‘che fate? Questo ostruzionismo è controproducente’”. Infine, l’autore Brian McGlinchey dichiarava che “Documenti di gran lunga meno noti dai dossier della Commissione sull’11 settembre, scritti dagli stessi autori delle 28 pagine, sono stati declassificati nell’estate 2015 senza ricevere pubblicità e analisi dai media… declassificati dall’Interagency Security Classification Appeals Panel (ISCAP) in virtù di una Mandatory Declassification Review (MDR); il documento è il diciassettesimo dei 29 pubblicati in base all’ISCAP 2012-48 e riguarda i dossier dell’FBI relativi all’11 settembre 2001. Uno dei due documenti identificati come “Note saudite” lo chiameremo “documento 17”. Datato 6 giugno 2003. il documento 17 è stato scritto da Dana Lesemann e Michael Jacobson, investigatori della Commissione sull’11 settembre, ed era indirizzato al direttore esecutivo della Commissione Philip Zelikow, al vicedirettore esecutivo Chris Kojm e al consigliere generale Dan Marcus“. Il documento riferirebbe della patente di pilota ottenuta negli Stati Uniti da un membro di al-Qaida coinvolto nell’attentato e conservata in una busta recante l’intestazione dell’ambasciata saudita a Washington DC.
Barack Obama, King Salman Secondo il giornalista Paul Sperry, “Il coinvolgimento del regno (saudita) è stato nascosto volutamente dai vertici del nostro governo. E l’insabbiamento va oltre le 28 pagine del rapporto sui sauditi sepolte nei seminterrati della Capitale. Le indagini sono state limitate. I cospiratori preservati”. I membri del Joint Terrorism Task Force (JTTF) dell’FBI e delle forze dell’ordine della Virginia affermarono che nonostante le prove portassero all’ambasciata saudita a Washington, le indagini furono ripetutamente sabotate dai capi. “Quelle fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto della commissione d’inchiesta sull’11 settembre del Congresso, provano in modo incontrovertibile, secondo i fascicoli della CIA e dell’FBI, che funzionari sauditi aiutarono almeno due dei dirottatori sauditi residenti a San Diego“. In particolare l’ambasciatore saudita principe Bandar compariva frequentemente nelle indagini. “Alcune informazioni sono trapelate della sezione redatta su una raffica di telefonate, prima dell’11 settembre, tra uno dei responsabili sauditi dei dirottatori a San Diego e l’ambasciata saudita, e il trasferimento di 130000 dollari dal conto corrente della famiglia dall’allora ambasciatore saudita principe Bandar ai responsabili dei dirottatori sauditi a San Diego. Un investigatore del JTTF a Washington si lamentava che, invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti lo proteggesse, letteralmente, dicendo che il dipartimento di Stato assegnò una guardia di sicurezza a Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche presso la sua villa a McLean, Virginia“. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che a Washington indagò su Bandar in relazione all’11 settembre, dice che, “L’ambasciatore saudita finanziò due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza parte. Dovrebbe essere trattato come sospetto terrorista, come si dovrebbe con altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa che attualmente finanziano la jihad globale”. “Dopo aver incontrato il 13 settembre 2001 il presidente Bush alla Casa Bianca, dove i due vecchi compari fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI evacuò decine di funzionari sauditi da più città, tra cui almeno un familiare di Usama bin Ladin sulla lista dei sorvegliati per terrorismo. Invece di interrogarli, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se si sapeva al momento che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi“. “Il consulente Richard Clarke, che guidava la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attentati e che poi lasciò l’amministrazione Bush, si disse d’accordo col piano straordinario perché il Federal Bureau of Investigation l’assicurò che i sauditi non erano collegati col terrorismo“, afferma l’autore Eric Lichtblau.
L’ex-dirigente della NSA Thomas Drake aveva ripetutamente detto che la NSA avrebbe “senza dubbio” impedito l’11 settembre. “L’NSA aveva dell’intelligence cruciale su al-Qaida e i relativi movimenti, in particolare, ma non l’aveva mai correttamente condivisa fuori dalla NSA. Semplicemente non condivideva l’intelligence cruciale che aveva”. Il tenente-colonnello Anthony Shaffer della Defense Intelligence Agency affermò nel 2009, “Quando parlai alla Commissione sull’11 settembre dell’operazione offensiva antiterrorismo prima dell’11 settembre, con cui scoprimmo molti dei terroristi coinvolti nell’11 settembre ben un anno prima degli attacchi, era mia intenzione dire semplicemente la verità e adempiere al mio giuramento“. L’ex-traduttrice dell’FBI Sibel Edmonds, che aveva accesso a comunicazioni top-secret, dichiarò nel 2004 che l’FBI sapeva benissimo che l’11 settembre 2001 ci sarebbe stato un attacco terroristico con aerei. “Passammo dall’allarme arancione a quello rosso a giugno e luglio 2001. C’erano molte informazioni disponibili. C’erano informazioni specifiche sull’uso di aerei, che un attentato era in preparazione due-tre mesi prima dell’attuazione, e che molte persone erano già nel Paese da maggio 2001. Avrebbero dovuto allertare la popolazione sull’imminente minaccia“.

Georg W Bush e Bandar bin Sultan

Georg W Bush e Bandar bin Sultan

Fonti:
Covert Geopolitics
Dedefensa
Dedefensa
Dedefensa
RussiaToday

La Corea del Sud cambia campo?

Andrew Korybko Sputnik 20/03/2015

Le recenti decisioni della Corea del Sud sollevano la questione se la sua leadership sia sempre più pragmatica nei rapporti con Pechino a spese di Washington.

korea-04La Corea del Sud è da tempo alleata degli Stati Uniti, ma il suo sostegno agli Stati Uniti non è più cieco come una volta. I crescenti legami economici con la Cina, attraverso il futuro accordo di libero scambio, rendono la politica estera del Paese più equilibrata, così come l’ambivalenza strategica verso il sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud non può cambiare completamente posizione, sembra seguire una traiettoria verso neutralità e pragmatismo, di per sé una sconfitta relativa del perno politico in Asia degli Stati Uniti.

Chi vuole cosa?
Diamo un rapido sguardo a ciò che ciascuno dei tre attori principali vuole realizzare, contribuendo a dare un quadro più chiaro del motivo per cui la Corea del Sud ha preso le ultime decisioni economiche e militari.

Stati Uniti:
Idealmente gli Stati Uniti vogliono integrare le 28000 truppe in Corea del Sud nella ‘Coalizione di Contenimento della Cina’ (CCC) che costruiscono nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico. Vorrebbero prolungare la presenza militare nel Paese a tempo indeterminato e, auspicabilmente, far aderire la Corea del Sud ai piani del contenimento con la formalizzazione del rapporto militare tra Seoul, Washington e Tokyo. Gli Stati Uniti non hanno un vero interesse nel vedere le due Coree ricongiungersi, dato che ciò potrebbe probabilmente portare alla fine della presenza cinquantennale delle loro forze di occupazione.

Cina:
Il sogno di Pechino è vedere gli Stati Uniti abbandonare completamente la penisola coreana, ed il CCC abbandonato o neutralizzato. Non vuole alcuna destabilizzazione della penisola coreana, in quanto ciò inevitabilmente affliggerebbe la Cina stessa. Se le due Coree si riunificano, la Cina ne monitorerebbe cautamente gli sviluppi per garantirsi che la Corea unita non sia una minaccia economica o militare che può esserle rivolta contro un giorno. Eppure, Pechino preferirebbe che gli Stati Uniti lascino la penisola oggi e affrontare gli eventuali problemi sulla Corea, un domani unita, che avere il Pentagono provocare continuamente la Corea democratica, nel cortile della Cina.

Corea del Sud:
La cosa più importante per Seoul è la risoluzione dei due problemi della Corea democratica, vale a dire denuclearizzazione di Pyongyang e riunificazione. Idealmente, vorrebbe anche perseguire la sua storica ‘terza via’ tra i colossali vicini cinesi e giapponesi, comportando una politica di neutralità e stabilità. Mentre la Corea del Sud è stata ovviamente sotto l’intensa influenza statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale, sembra desiderare una politica multipolare quale via più efficace per perseguire i propri obiettivi.

Decifrare le decisioni di Seoul
Ora è il momento di osservare le ultime quattro decisioni della Corea del Sud, che portano a parlare di potenziale perno (e contro di esso).

Ritardo indefinito dell’OpCon:
Stati Uniti e Corea del Sud hanno accettato lo scorso ottobre di ritardare il trasferimento del controllo delle operazioni in tempo di guerra (‘OpCon’) dagli USA a Seoul a tempo indeterminato, con l’idea che la Corea del Sud non sia attualmente in grado di comandare le proprie forze in caso di guerra. Ciò prolunga il controllo diretto degli USA sugli affari militari della Corea del Sud, il che significa che letteralmente ne controllerà le forze armate in caso di guerra con la Corea democratica o la Cina. Anche se la pace vigesse, le forze statunitensi non lasceranno il Paese ancora per un bel po’ difatti, una chiara vittoria di Washington.

L’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud:
Era naturale che le due parti raggiungessero l’accordo che entrerà in vigore a fine anno, dato che la Cina è il maggior partner commerciale della Corea del Sud e la Corea del Sud è il terzo della Cina. Secondo il South China Morning Post, “gli investimenti cinesi in Corea sono balzati del 374%, a 631 milioni di dollari dell’anno scorso dai 133 nel 2013”, in previsione dell’accordo, chiara dimostrazione del desiderio della Cina di espandere le relazioni commerciali con il Paese. Se le relazioni economiche s’intensificano la Corea del Sud potrebbe potenzialmente entrare nell’Area di libero scambio della Cina nella regione Asia-Pacifico (contraltare del TPP degli Stati Uniti), e anche nell’Investment Bank Infrastructure asiatica (la risposta cinese alla Banca Mondiale a guida occidentale, che ha invitato la Corea del Sud ad unirvisi se molla il THAAD), sarebbe un’enorme ritirata dell’influenza di Washington sulla penisola.

Abbandonare il THAAD:
La Corea del Sud è strategicamente ambivalente sul sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti da schierare sul suo territorio. Seoul capisce acutamente che gli Stati Uniti vogliono semplicemente costruire la versione orientale del loro scudo antimissile, ospitandone le infrastrutture diverrebbe un complice del CCC. La Corea del Sud sembra dubitarne, sapendo che le relazioni con la Cina si deteriorerebbero più rapidamente di quelle della Polonia con la Russia dopo averne accettato la controparte in Europa orientale. Nel caso in cui la Corea del Sud decida di non diventare la ‘Polonia asiatica’, sarebbe un duro colpo al perno in Asia degli Stati Uniti.

…o esservi incastrati dopo?:
Ma gli Stati Uniti hanno un asso nella manica, avendo detto alla Corea del Sud di permetterne lo schieramento nel Paese in caso di vaghe “situazioni di emergenza”, che potrebbero realisticamente essere delle manipolate risposte nordcoreane alle provocazioni inscenate con le manovre USA-Corea del Sud (come di norma). Una volta che il THAAD sarà schierato nel Paese, non è probabile che riduca le tensioni, fornendo così agli Stati Uniti la possibilità di piazzare in segreto il loro scudo antimissile nel Paese.

Rimescolamento regionale
Oltre all’avvicinamento della Corea del Sud al multipolarismo, altre due tendenze non dichiarate trasformano la regione. Il peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con il Giappone e l’avvicinamento della Corea democratica alla Russia. Il primo è il frutto del rinnovato nazionalismo e militarismo giapponese, mentre il secondo è dovuto alle manovre occulte tra Pyongyang e Pechino. Se perseguono tali rotte fino alle conclusioni logiche, queste tre tendenze regionali ridefiniranno il futuro quadro geopolitico del Nordest asiatico, comportando tre possibili sviluppi.

Ridimensionamento degli USA:
Anche se la presenza militare statunitense probabilmente rimarrà nel prossimo futuro, Washington non sarà più in grado d’influenzare la Corea del Sud come in precedenza, nel senso che il suo potere diminuirà relativamente.

Reindirizzo giapponese:
Il fallimento del Giappone nel ripristinare rapporti favorevoli con la Corea del Sud potrebbe rendere la CCC inefficace nel Nordest asiatico, e Tokyo quindi reindirizzerebbe la CCC a sud verso Vietnam e Filippine. Tokyo ha già pianificato tali mosse, ma con la Corea del Sud non più alleata vitale, vi concentrerà maggiori sforzi.

Colloqui di pace – parte II:
Con la Corea del Sud che si avvicinar alla Cina e la Corea democratica che fa lo stesso con la Russia, l’intera dinamica politica della penisola potrebbe mutare a un certo momento. Mentre in passato la dualità Corea democratica-Cina e Corea del Sud-Stati Uniti non ha portato la pace in oltre 50 anni, il nuovo accordo potrebbe essere più adatto a compiere progressi.

south-korea-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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