La Partnership Trans-Pacifico senza Stati Uniti

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 24.04.2018

Il Trans-Pacific Partnership (TPP) è una bozza di zona di libero scambio (FTZ) che ha lo scopo di unire praticamente l’intero Asia-Pacifico (APAC). Originariamente, il TPP era considerato un progetto esclusivamente statunitense volto a rafforzare l’influenza sull’APAC e a diminuire quella della Cina. Tuttavia, dopo che gli Stati Uniti si ritirarono, il progetto, rimanendo praticamente invariato, iniziò ad acquisire un significato completamente nuovo. I colloqui avviati dagli Stati Uniti sulla creazione del TPP iniziarono nel 2008. A fine 2015, dopo lunghe trattative, fu elaborato l’accordo TPP, firmato a Auckland (Nuova Zelanda) nel febbraio 2016. Secondo l’accordo, gli Stati membri pianificavano la fine dei dazi doganali, stabilendo standard di sicurezza sanitaria unificati, introducendo una politica unificata di protezione della proprietà intellettuale, ecc. Secondo le previsioni ottimistiche, la nuova FTZ doveva rappresentare il 25% del il fatturato globale commerciale. 12 Stati firmarono l’accordo: Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Malesia, Brunei, Messico, Perù e Cile. Taiwan, Corea del Sud, Indonesia, Colombia e Filippine espressero ufficialmente interesse per il TPP. La Thailandia espresse cauto interesse. L’accordo doveva entrare in vigore dopo l’approvazione da tutti i governi degli Stati membri. Al tempo, gli Stati Uniti guidarono la Partnership. Inoltre, molti esperti consideravano il TPP una base per ripristinare e aumentare l’influenza degli Stati Uniti nell’APAC, non solo in termini economici, ma anche politici e persino militari. Alcuni media filo-USA affermarono che gli Stati membri del TPP si univano attorno agli Stati Uniti per contenere l’influenza cinese. Ciononostante, altri esperti capirono già allora che nel mondo multipolare contemporaneo, dove tutti gli Stati hanno eguali diritti e opportunità, gli Stati membri del TPP non avrebbero seguito gli Stati Uniti e neanche stabilirebbero blocchi politici o militari con essi, e che le attività del TPP non sarebbero andati oltre un commercio reciprocamente vantaggioso. Ciò fu indicato, ad esempio, dalla partecipazione del Vietnam al TPP, Paese socialista abituato a condurre una politica indipendente. Tuttavia, anche queste aspettative moderate dal TPP si sono dimostrate sopravvalutate. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, principale artefice dell’accordo, che ne considerò l’adempimento uno dei più importanti obiettivi in politica estera, non riuscì a farlo ratificare dal Congresso degli Stati Uniti. Nel novembre 2016, il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump fu eletto, ed era scettico sull’idea del TPP. Nel gennaio 2017 firmò un decreto sul ritiro degli Stati Uniti dal partenariato, che riteneva non corrispondesse agli interessi degli Stati Uniti.
Molti appassionati del TPP ritennero questa mossa il colpo fatale al progetto. Tuttavia, i restanti 11 Paesi leader la pensavano diversamente ed iniziarono a lavorare su un nuovo accordo, annunciando le loro intenzioni di rianimare il progetto TPP nel novembre 2017, durante il summit dell’APEC a Da Nang, in Vietnam. Ora, la partnership è guidata da Australia e Giappone. Secondo il Primo ministro giapponese Shinzo Abe, gli Stati membri interessati sono decisi ad impegnarsi al libero scambio e ad unirsi per realizzare il progetto il prima possibile. A fine gennaio 2018, Tokyo ospitò l’incontro decisivo dei rappresentanti degli Stati membri del TPP, dove il nuovo testo dell’accordo fu finalmente approvato. Il nuovo accordo TPP senza partecipazione degli Stati Uniti fu firmato da 11 Stati in Cile l’8 marzo 2018. Entrerà in vigore 60 giorni dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti degli Stati membri. Il testo del documento è leggermente diverso da quello originale. Alcuni Paesi hanno fatto del loro meglio per cambiarlo a proprio vantaggio dopo il ritiro degli Stati Uniti. Ad esempio, il Vietnam suggeriva di eliminare diversi articoli sul diritto del lavoro che Washington DC impose ai partner col pretesto della protezione dei diritti umani. Il nuovo accordo TPP ha un’altra caratteristica importante: la possibilità di accettare nuovi membri. Pertanto, diversi Stati membri del TPP, tra cui Messico, Perù e Cile, incoraggiano Russia e Cina ad aderirvi, ovvero due potenti Stati del Pacifico, che il progetto TPP originale non includeva. Possono anche aderire Stati che non hanno accesso all’Oceano Pacifico. Ad esempio, il Regno Unito vi ha espresso interesse. Il carattere aperto del TPP concede agli Stati Uniti l’opportunità di ricongiungervisi se lo decidessero. Ed è probabile. Al Forum economico mondiale di Davos (WEF), che si svolse a fine gennaio 2018, Donald Trump dichiarasse che gli Stati Uniti erano pronti a tornare ai negoziati TPP a condizione che agli Stati Uniti venissero offerte condizioni più accettabili.
Esiste un altro possibile evento che può spingere gli Stati Uniti a rientrare nel TPP, che potrebbe espandere notevolmente il territorio e il potenziale del TPP. È la possibilità che tutti i membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) vi aderiscano. Come già accennato, il TPP include membri influenti dell’ASEAN come Singapore e Vietnam, oltre a Brunei e Malesia. Thailandia e Indonesia esprimono interesse e sono tra le economie più sviluppate dell’ASEAN. È possibile che anche altri membri del blocco vogliano aderire. Nel marzo 2018, Sydney ospitò il summit speciale ASEAN-Australia, a cui presero parte tutti i leader e primi ministri dei Paesi membri dell’ASEAN, ad eccezione delle Filippine (rappresentate dal segretario degli Esteri). I principali argomenti erano garantire sicurezza e libero scambio. Fu anche discussa la partecipazione degli Stati membri dell’ASEAN al TPP. Australia ed ASEAN sono partner strategici dal 2014 e hanno collaborato attivamente su varie piattaforme. Il grande sforzo fatto da Canberra per preservare il progetto TPP mostra che è molto interessata e probabilmente lavorerà ancora più duramente per inserirvi tutti i membri dell’ASEAN. Pertanto, il partenariato transpacifico, che molti erano pronti a rottamare dopo il ritiro degli Stati Uniti, ha buone prospettive. Ora, possibilità del ritorno degli Stati Uniti al TPP è sempre più discusso sui media. Tuttavia, anche se dovesse accadere, gli Stati Uniti non giocheranno più un ruolo guida. Il partenariato è ora guidato da altri Paesi, che modificano il testo dell’accordo in base alle loro esigenze.
In conclusione, potremmo dire che se il TPP fosse stato originariamente progettato per unire i partner degli USA, sostenendo l’egemonia statunitense nell’APAC, ora è un’unione indipendente di Stati regionali che imparando a vivere senza che Washington gli dica cosa fare.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

– Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.

– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.

1944; Speidel, Lang e Rommel

1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

– Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).

Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple

Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn

– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.

Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado

Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968

– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.

Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968

– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.

Ernest Feber al centro

– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.

Karl Schnell, a sinistra

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.– Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.

Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il governo di guerra russo

John Helmer, Mosca, 9 aprile 2018Padre Politica, come Madre Natura, aborre il vuoto. E così, anche prima che il Tesoro degli Stati Uniti annunciasse le ultime sanzioni contro individui e compagnie russi per “attività malvagie nel mondo”, il Presidente Vladimir Putin preparava un governo secondo il principio dell’organizzazione dello Stato Maggiore per combattere una guerra su tutti i fronti, senza la possibilità di negoziare con il nemico. L’impatto delle sanzioni statunitensi, insieme alla campagna del governo inglese del caso Skripal, e l’azione sul fronte siriano che s’intensifica, rafforzava ciò che era già deciso al Cremlino. Il nuovo governo sarà un gabinetto di guerra. Nel linguaggio russo, Stavka. Per gli stranieri, il nuovo gabinetto di guerra di Putin assomiglierà allo Stavka creato da Josif Stalin in seguito all’invasione tedesca del 22 giugno 1941. In effetti, lo Stavka era un’improvvisazione nel diciannovesimo secolo del comando russo. Fu la risposta dei comandi militari e di sicurezza, e dei servizi d’intelligence, quando il capo di Stato dimostra di sbagliarsi, vacillare o indecisione nel difendersi dall’aggressione straniera che mira a decapitare la leadership russa, liquidarne la difesa e distruggerne l’economia. Per dettagli, cliccare qui.
Le immagini pubblicate dal Cremlino rivelano che Putin ha deciso, insieme a Ministero della Difesa, Stato Maggiore Generale, capi dei servizi di sicurezza e del complesso militare-industriale russo, di cambiare i primi ministri. Ciò significa ricandidatura del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Putin annuncerà il nuovo governo dopo l’inaugurazione ufficiale, prevista ufficialmente il 7 maggio. Sobjanin, che compirà 60 anni a giugno, fu scelto da Putin come suo capo di gabinetto al Cremlino nel 2005-2008. Quando Putin divenne Primo ministro nel maggio 2008, Sobjanin lo seguì divenendo capo dello staff governativo. Divenne sindaco di Mosca sostituendo il candidato presidenziale Jurij Luzhkov, il 21 ottobre 2010. Sobjanin è l’intermediario di Putin con i comandanti militari e della sicurezza russi che considerano capitolardo Medvedev perdendo fiducia nella capacità del Cremlino di resistere all’escalation dell’aggressione anglostatunitense. Invece di Medvedev, avrebbero preferito Sergej Shojgu, Ministro della Difesa, o Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato del complesso militare-industriale. Entrambi si consideravano candidati presidenziali indipendenti, minacciando con la propria supremazia. Sobjanin è un uomo dello staff, reputa Putin, non di più.
Quando il primo pettegolezzo serio cominciò a circolare lo scorso ottobre sulla promozione, Sobjanin disse a un giornalista di Mosca: “Probabilmente sa molto bene che se ci sono tali voci, significa che è probabile quasi al 100% che non accadrà“. Disse a un altro reporter: “Ho lavorato nell’amministrazione presidenziale e nell’ufficio governativo. Penso che sia un lavoro duro e ingrato. Pertanto, se è possibile, la carica di primo ministro non fa per me. Dico sempre a tutti: mi trovo a mio agio lavorando a Mosca. Credo che questa carica di sindaco sia un lavoro da uomo vero. È possibile implementare progetti interessanti“. C’erano abbastanza doverose definizioni in queste osservazioni da sospendere il pettegolezzo senza ridurne la ragione. L’intensificazione della guerra anglo-statunitense dopo le elezioni presidenziali del 18 marzo ne ha rafforzato la ragione; inoltre si riduceva la resistenza di Putin a sostituire Medvedev. “Sì a un’economia di guerra“, dice un veterano del Ministero delle Finanze della Russia. “È il regime in cui il Paese può rivelare il vero potenziale e diventare creativo. Qui, la pace ha significato ristagno. In un’economia di guerra, le persone contano finché svolgono correttamente i propri compiti. Inoltre, non ci dovrebbero essere fazioni nel governo, quindi dev’essere un gruppo di persone che non cerca di danneggiare il prossimo”. La fonte avvertiva che nella situazione attuale della Russia, l’approccio preferito di Putin è impossibile: “la scelta tra le fazioni non produrrebbe il risultato richiesto“. “In particolare, non dovrebbe esserci un primo ministro. C’è chiaramente una squadra presidenziale, quindi un primo ministro è superfluo. Tutti questi giochi per tenere un premier “tecnico” affidandogli un lavoro inefficiente non sono più necessari. O vinciamo la guerra o la perdiamo. Quando il leader ha un alto supporto, è responsabile di tutto“. La fonte prevede che ci saranno meno posti nel nuovo governo, consolidando le funzioni ed ottimizzandone le operazioni. Il nuovo Ministro dell’Economia, secondo la fonte, potrebbe combinare il portafoglio dell’Industria, promuovendo Denis Manturov, la cui carriera iniziò nell’industria aerospaziale militare russa; è Ministro dell’Industria e del Commercio dal 2012. La fonte dice che i candidati per il Ministero delle Finanze e la Banca centrale “potrebbero essere chiunque. Ad esempio Tatijana Golikova. Questi posti avranno meno importanza in ogni caso“. Golikova dirige l’organismo di controllo della spesa statale, la Camera dei conti, dal 2013; prima fu Ministra della Sanità dal 2007 al 2012. È la moglie del Ministro dell’Industria dell’era Eltsin, Victor Khristenko.
L’approccio allo Stavka è sostenuto da diverse fonti, anche se non lo dicono agli amici non russi, e il nome di Sobjanin non viene menzionato. La riconferma di Medvedev, apparso due mesi fa come probabile risultato del rimpasto del governo di Putin, è ora impossibile. L’approccio allo Stavka significa anche rimozione dal personale attivo e da ruoli di comando di coloro che dipendono dal supporto di Medvedev, avendo contribuito alle sue campagne presidenziali e conservato l’opzione della successione al Cremlino a condizioni da negoziare con Washington, Londra, Bruxelles e Berlino. Tra costoro Igor Shuvalov, Viceprimo Ministro; Arkadij Dvorkovich, Viceprimo Ministro; e Aleksej Kudrin, ex-Ministro delle Finanze e aspirante Primo Ministro. Per la storia di Dvorkovich, cliccare qui. Esclusi dalla riconferma ad alti funzionari sono i ministri con residenze a Londra. Shuvalov è il più noto di loro, con due appartamenti adiacenti a Whitehall Court, che afferma di aver venduto a società offshore che controlla sempre lui. Altri due con residenze a Londra venivano identificati dai media inglesi, e potrebbero ora ritirarsi: Mikhail Abyzov, Ministro per il Governo aperto, e Boris Titov, commissario presidenziale per i diritti degli imprenditori. “Nella guerra che USA e NATO impongono ora alla Russia“, dice un banchiere internazionale, “i diritti degli imprenditori sono obsoleti. Gli statunitensi sono riusciti ad sovvertire venticinque anni di privatizzazioni russe che pensavano di aver reso irreversibili“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il vaso di coccio israeliano tra i vasi di ferro occidentale ed eurasiatico

Alastair Crooke, SCF, 10.04.2018La recente serie di eventi porta Israele a ripiegarsi; o almeno, a una profonda riflessione esistenziale, nel settantesimo anniversario della fondazione. La profondità di questa introspezione piuttosto ansiosa è diventata esplicita nella discussione ospitata da Yediot Ahronoth, il più importante giornale israeliano, tra sei ex-capi del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano. L’irruzione più diretta in questo stato d’animo cupo era la dichiarazione alla Knesset (parlamento) secondo cui la popolazione tra Giordania e mare era esattamente bilanciata, 6,5 milioni per parte, tra israeliani e palestinesi. Certo, l’uguaglianza demografica si sarebbe verificata a un certo punto, lo sapevano tutti. Non è quindi una sorpresa; ma è uno schiaffo della realtà, nondimeno. Queste cifre furono pubblicate dalle IDF e sono quindi difficili da contestare. Questo momento di realtà riduce così la capacità di certi israeliani di persistere col pio desiderio che i palestinesi sia assai di meno. Questa svolta enormemente simbolica è qui, è arrivata. La domanda su quale tipo di Stato sarà Israele non è più teorica. Uno dei sei ex-direttori del Mossad, Pardo, rispondeva alla domanda qual è, secondo lei, la peggiore minaccia alla sicurezza nazionale israeliana?: “La peggiore minaccia, è il fatto che tra il mare e il fiume Giordano c’è un numero quasi identico di ebrei e non ebrei. Il problema centrale dal 1967 ad oggi è che Israele, per l’intera dirigenza politica, non ha deciso che Paese essere. Siamo l’unico Paese al mondo che non ha definito i propri confini. Tutti i governi vi si sono sottratti… Se lo Stato d’Israele non decide ciò che vuole, alla fine ci sarà uno Stato unico tra mare e Giordano. Questa è la fine della visione sionista“. Due altri eventi definivano il dilemma: in primo luogo, il primo ministro israeliano è stato costretto a un’inversione di marcia su un’iniziativa che avrebbe consentito a decine di migliaia di immigrati africani in Israele di essere reinsediati in Europa. La destra del suo governo di coalizione non voleva che Israele diventasse un canale della migrazione economica africana in Europa, costringendolo alla ritrattazione politica. È probabile che i rifugiati siano ora espulsi in Africa. Potrebbe sembrare un evento relativamente insignificante (tranne che per i migranti), ma ha nuovamente messo a fuoco, specialmente tra gli ebrei liberali in Israele e Stati Uniti, la questione di ciò che ora è la base morale dello Stato israeliano: Israele s’è gonfiato con milioni di immigrati dall’URSS (molti dei quali non sono ebrei). Israele ora abbandona la missione dello Stato su “esilio e rifugio”, allargando lo scisma tra gli ebrei statunitensi.
Il terzo evento sconcertante è stata la “marcia del ritorno” degli abitanti di Gaza verso il recinto che separa Gaza da Israele: Israele rispose sparando uccidendo 17 palestinesi: “Immaginate il risultato“, aveva detto a Ben Caspit un ufficiale israeliano, “se avessero spezzato il recinto, anche in un solo punto, marciando verso Israele. Sarebbe finita in un bagno di sangue“. La collisione tra la notizia che i palestinesi sono ora 6,5 milioni, con la nuova inedita tattica della dimostrazione di massa palestinese per i diritti civili con proteste pacifiche, da i brividi alla sicurezza israeliana: quale sarebbe la conseguenza se centomila palestinesi affollassero la recinzione, irrompendo e invadendo città e campagne vicine? Panico, e quindi sparatorie. Ma queste domande esistenziali sorgono mentre sorge la difficile costellazione geostrategica d’Israele. Un esempio, citato dal New Yorker, un ex-funzionario statunitense che partecipò al primo briefing di Jared Kushner presso l’NSC: ““Abbiamo tirato fuori la mappa e valutato la situazione”, aveva detto l’ex-funzionario della difesa. “Esaminando la regione, hanno concluso che la fascia settentrionale del Medio Oriente era persa a favore dell’Iran. In Libano, Hezbollah, agente iraniano, controlla il governo. In Siria, l’Iran ha contribuito a salvare il Presidente Bashar al-Assad dal disastro militare e ora ne rafforza il futuro politico. In Iraq, il governo, nominalmente filo-USA, è influenzato da Teheran. “Abbiamo quel tipo da mettere da parte”, mi disse il funzionario. “Abbiamo pensato, e ora? Le nostre ancore sono Israele e Arabia Saudita”. E il risultato: Kushner, che non ha esperienza del Medio Oriente, si recò a Riyadh per diverse sessioni “tutta la notte” col suo nuovo amico MbS, per discutere le “idee di quest’ultimo su come rifare il Medio Oriente… Ma, Bannon disse al New Yorker, il messaggio che lui e Kushner volevano che Trump trasmettesse ai capi della regione era che lo status quo doveva cambiare, e in più posti, così era meglio. “Gli abbiamo detto, Trump gli ha detto: “Vi sosteniamo, ma vogliamo azione, azione”, disse Bannon. Nessuno sembrava più desideroso di sentire quel messaggio del vice-principe ereditario. “Il giudizio era che dovevamo trovare un agente del cambiamento”, mi disse l’ex-funzionario della difesa. “È qui che arrivò MbS. L’avremmo accolto come agente del cambiamento”. Cosa? Bannon e Kushner dichiaravano di volere cambiare lo status quo del Medio Oriente, ma avendo appena concluso di aver già perso il settentrione e forse anche l’Iraq, a favore dell’Iran, decisero di assegnare il compito a MbS che aveva detto a un incredulo Tony Blinken (nel 2015): ““Mi ha detto che il suo obiettivo era sradicare l’influenza iraniana nello Yemen”, secondo Blinken. Fui colto alla sprovvista, osservò Blinken: scacciare i simpatizzanti dell’Iran dal Paese richiederebbe un bagno di sangue. “Gli dissi che poteva fare molte cose per minimizzare o ridurre l’influenza iraniana. Ma per eliminarla…?”” MbS è colui che può “respingere i persiani”, come sosteneva Steve Bannon? Questo non può essere preso sul serio. Qualcuno ricordò a Kushner le parole di Stalin a Pierre Laval nel 1935: “Il Papa! Quante divisioni ha il Papa di Roma?“. Non c’è da stupirsi che la dirigenza della sicurezza israeliana sia cauta.
Yediot Ahoronot racconta: “Ho chiesto agli ex-direttori del Mossad se loro, guardando Israele nel 70° anniversario, fossero soddisfatti: “Fui il primo direttore del Mossad che non faceva parte della generazione del 1948”, disse Shabtai Shavit. “Sono nato nello Stato, e mi sento molto male per ciò che vi accade. I problemi sono così grandi, profondi, ampli. Non ci sono linee rosse, niente è tabù. Come membri della comunità d’intelligence, la nostra capacità più importante è cercare di prevedere il futuro. Mi chiedo che tipo di Paese lascerò ai miei nipoti, e non riesco a trovare una risposta”.” Shavit si riferiva principalmente alle divisioni interne e alla perdita d’integrità della leadership politica israeliana; ma la situazione geopolitica non è nemmeno favorevole ad Israele. Gli USA, in un modo o nell’altro, si ritirano dal Medio Oriente. Più significativamente, tuttavia, diventa evidente che, col desiderio degli USA di ridurre Cina e Russia. s’innescava una risposta inaspettata. Sembra che Cina e Russia ne abbiano abbastanza del belluismo occidentale. Forse fu la strambata delle “potenze revisioniste” nella dichiarazione sulla postura della difesa nazionale degli Stati Uniti; forse l’escalation della guerra dei dazi; o forse “l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso” è stata l’espulsione dei diplomatici russi coordinata cogli “Skripal” (che sembra aver infuriato la Cina tanto quanto la Russia) ad aver scatenato questa reazione. Qualunque sia la causa, i “guanti sono tolti” a quanto pare. Cina e Russia non intendono più “subire”. Ciò ha importanti implicazioni per il Medio Oriente: Cina e Russia illustrano in modo molto visibile agli USA profondità e forza dell’unità strategica esistente tra esse. L’Iran ne fa parte ed è anche un partner strategico. La Cina infliggerà danni agli Stati Uniti se persistono con la guerra dei dazi (o altra modalità di guerra finanziaria). La Russia, cooperando con la Cina, causerà danni agli Stati Uniti, nel caso in cui ritenga che il loro Stato profondo continui a minacciarla. Neanche Iran o Siria accetteranno di essere ingiustificatamente presi di mira dagli interessi occidentali. Il Presidente Putin l’ha chiarito al primo ministro Netanyahu dopo l’abbattimento dell’F16 israeliano: la Russia ha ora interessi nella regione, e non permetterà ad Israele di “fare casino”. Chi si tirerà indietro da questo “gioco del pollo”? Non è chiaro. Potrebbe invece intensificarsi. Apparentemente, la Cina ha molto da perdere da una guerra dei dazi, ma gli Stati Uniti potrebbero essere più vulnerabili di quanto si pensi. Questa amministrazione ha legato indissolubilmente la credibilità politica dello Stato ai mercati finanziari (in particolare azionario). I mercati azionari sono quindi diventati la via del successo politico degli USA. Ci sono segnali che la Cina sappia che i mercati azionari e del debito statunitensi sono il tallone d’Achille degli USA. Steven Englander di Rafiki Capital Management nota: “Il trade spider si gioca in gran parte sui mercati finanziari, con la reazione sui titoli usati per determinare la saggezza della Cina o la politica degli Stati Uniti. I dazi statunitensi sembrano essere stati scelti per favorire economia e commercio. La risposta della Cina oggi è dettata dal desiderio d’infliggere il più netto danno politico e finanziario al mercato. È difficile credere che un Paese con dazi più alti ed esportazioni negli USA ad alta intensità di manodopera e quasi quattro volte le importazioni dagli USA, possa vincere una guerra commerciale. Tuttavia, ciò potrebbe avverarsi se la politica statunitense sarà più sensibile ai prezzi di azioni e prodotti politicamente sensibili che non alla politica della Cina, coi beni appena sottoposti a dazi. Un voto di fiducia percepito dai mercati finanziari può avere conseguenze sul mondo reale rafforzando i rispettivi processi negoziali: le reazioni positive danno ai politici maggiore margine di manovra nel sospingere le proprie politiche; una svendita sul mercato aumenterà la pressione per arretrare o trovare una soluzione rapida“.
La deterrenza d’Israele ne sarà probabilmente vittima, dato che USA ed asse Cina-Russia si scontrano. Il borbottio belluino di Bannon sul “nostro piano per annientare il califfato fisico dello SIIL in Iraq e in Siria, non attrito e annientamento, e far retrocedere i Persiani”, potrebbe sembrare neo-realista, ma sarebbe anche vuota retorica. L’Iran è un interesse russo, per diversi motivi, gli israeliani sono stati avvertiti e la loro capacità di agire è limitata. E i mercati azionari israeliani, oltre a Wall Street, potrebbero subire anche “danni collaterali” con queste nuove guerre finanziarie, esacerbandone le tensioni interne. Infine, la concatenazione di eventi può far sì che alcuni israeliani riflettano sul perché antagonizzare l’Iran, se Cina e Russia sembrano pronti a emergere come prossimo asse di potenze dell’Eurasia. È in corso un cambiamento strategico. E, dopotutto, Israele fu abbastanza pragmatico da avere relazioni coi nuovi leader rivoluzionari dell’Iran immediatamente dopo il 1979. Israele si fermò ed iniziò a demonizzare l’Iran solo come conseguenza del cambiamento nella politica interna israeliana, e non per una nuova minaccia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Degenerazione e fondamentalismo dei media occidentali

Andre Vltchek, New Eastern Outlook, 08.04.2018Non c’è nulla di più triste e patetico di un famigerato bugiardo che urla, sputa, insulta persone normali a destra e sinistra, mentre terrorizza chi dice la verità. Ultimamente, l’occidente è diventato chiaramente furioso. Quanto più ha paura di perdere il controllo sul cervello di miliardi di persone in tutti gli angoli del mondo, tanto più aggressivamente urla, tira calci e ridicolizza se stesso. Non nasconde nemmeno più le intenzioni, che sono chiare: distruggere tutti gli avversari, siano Russia, Cina, Iran o qualsiasi altro Stato patriottico e indipendente. Silenziare tutti i media che dicono la verità; non la verità come definita a Londra, Washington, Parigi o Berlino, ma la verità percepita a Mosca, Pechino, Caracas o Teheran; la verità che al servizio della gente, non la falsa pseudo-verità inventata per sostenere la supremazia dell’impero occidentale. Sono stati stanziati enormi fondi per l’assalto mortale della propaganda nata a Londra e Washington. Milioni di sterline e dollari sono stati assegnati e spesi, ufficialmente e apertamente, per “contrastare” le voci di russi, cinesi, arabi, iraniani e latinoamericani; voci che finalmente arrivano agli “Altri”, gli abitanti desolati del “sud globale”, delle colonie e delle neo-colonie; gli schiavi moderni che vivono negli Stati “clienti”. La maschera cade e la faccia cancerosa della propaganda occidentale si svela. È terribile, spaventosa, ma almeno è ciò che è, perché tutti possano vederlo. Niente più suspense, sorprese. All’improvviso è tutto allo scoperto. È spaventoso ma onesto. Questo è il nostro mondo. Questo è come s’è ridotta la nostra umanità. Questo è il cosiddetto ordine mondiale, o più precisamente, neocolonialismo.
L’occidente sa come massacrare milioni di persone e manipolare le masse. La sua propaganda è sempre stata dura (e ripetuta mille volte, non diversamente dalle pubblicità aziendali o dalle campagne d’indottrinamento fascista della Seconda Guerra Mondiale) quando proviene dagli Stati Uniti, o brillantemente machiavellica e letale se proviene dal Regno Unito. Non dimentichiamolo mai: il Regno Unito ha assassinato e ridotto in schiavitù centinaia di milioni di esseri umani inermi e molto più avanzati, per secoli in tutto il mondo. A causa del talento nel lavaggio del cervello e nella manipolazione delle masse, il Regno Unito ha commesso innumerevoli genocidi, rapine riuscendo a convincere il mondo che va rispettato e autorizzato a mantenere mandato morale e seggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il regime occidentale sa mentire, spudoratamente ma professionalmente, e soprattutto, sempre. Ci sono migliaia di menzogne accumulatesi, consegnate con perfetti accenti “educati” dalla classe superiore: bugie su Salisbury, comunismo, Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba, Corea democratica, Siria, Jugoslavia, Ruanda, Sud Africa, Libia, rifugiati. Ci sono bugie su passato, presente e persino futuro. Nessuno ride, vedendo questi teppisti imperialisti come Regno Unito e Francia predicare, nel mondo e con faccia di bronzo, libertà e diritti umani. Non fa ridere, ancora. Ma molti lentamente s’indignano. I popoli di Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina cominciano a capire di essere stati ingannati e raggirati; che le cosiddette ‘istruzione’ e ‘informazione’ provenienti dall’occidente non sono altro che spudorato indottrinamento. Per anni ho lavorato in tutti i continenti, compilando storie e testimonianze sui crimini dell’imperialismo e sul risveglio del mondo, “riassunti” nel mio libro di 840 pagine: “Exposing Lies Of The Empire“. Milioni ora possono vedere, per la prima volta, che i media, come BBC, DW, CNN, Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty, li hanno ingannati sfacciatamente per anni e anni. Reuters, AP, AFP e diverse altre agenzie di stampa occidentali sono riuscite a creare una narrativa uniforme nel pianeta, con giornali locali che in tutto il mondo pubblicano fabbricazioni identiche provenienti da Washington, Londra, Parigi e altre capitali occidentali. Immagini totalmente false su argomenti importanti come Unione Sovietica, Comunismo, Cina, ma anche libertà e democrazia sono state incise in miliardi di cervelli umani. La ragione principale del risveglio dei popoli nel mondo d’essere ancora oppressi dall’imperialismo occidentale, è il lavoro incessante di media come New Eastern Outlook (NEO), RT e Sputnik, in Russia, CGTN, China Radio International e China Daily in Cina, TeleSur in Venezuela, al-Mayadin in Libano e Press TV iraniana. Certo, ci sono molti altri media anti-imperialisti orgogliosi e decisi in varie parti del mondo, ma quelli citati sono i più importanti vettori della contro-propaganda proveniente da Paesi che hanno combattuto per la loro libertà e che hanno semplicemente rifiutato di essere conquistati, colonizzati, prostituiti e soggiogati dall’occidente. Una potente coalizione anti-imperialista di Stati veramente indipendenti si è formata e solidificata. Ora ispira miliardi di esseri umani oppressi ovunque sulla Terra, dandogli speranza, promettendo un futuro migliore, ottimista e giusto. Essere all’avanguardia di molti cambiamenti positivi ed aspettative è il “nuovo media”. E l’occidente guarda, inorridito, disperato e sempre più al vetriolo. È disposto a distruggere, uccidere e schiacciare, solo per fermare quest’ondata di “ottimismo pericoloso” e lottare per vere indipendenza e libertà.
Ora ci sono attacchi continui ai nuovi media del mondo libero. In occidente, RT è minacciata d’espulsione, il brillante e sempre più popolare New Eastern Outlook (NEO), è finito sotto un malvagio attacco informatico da parte, molto probabilmente, hacker occidentali professionisti. TeleSur viene periodicamente paralizzato da sanzioni vergognose scatenate contro il Venezuela, e lo stesso banditismo si rivolge a PressTV iraniano. Vedete, l’occidente sarà responsabile di miliardi di vite in rovina nel mondo, ma non subisce sanzioni ed azioni punitive. Mentre Paesi come Russia, Iran, Cina, Cuba, Corea democratica e Venezuela devono “affrontare le conseguenze” principalmente sotto forma di embargo, sanzioni, propaganda, intimidazione diretta, persino bullismo militare, semplicemente per aver rifiutato di accettare la folle dittatura globale occidentale, e per aver scelto una propria forma del governo e sistema politico oltre che economico. L’occidente semplicemente non sembra capace di tollerare il dissenso. Richiede obbedienza piena e incondizionata, una sottomissione assoluta. Agisce da fondamentalista religioso e teppista globale. E per peggiorare le cose, i suoi cittadini sembrano essere così programmati od indifferenti o entrambi, che non capiscono ciò che i loro Paesi e “cultura” fanno al resto del mondo.
Quando sono intervistato, mi viene spesso chiesto: “il mondo affronta il vero pericolo della Terza Guerra Mondiale?” Rispondo sempre “sì”. È perché sembra che Nord America ed Europa non sappiano smettere di costringere il mondo ad obbedienza e schiavitù di fatto. Sembrano non voler accettare alcun accordo razionale e democratico sul nostro Pianeta. Sacrificherebbero uno, decine o centinaia di milioni di esseri umani solo per mantenere il controllo sull’universo? Sicuramente lo farebbero! L’hanno già fatto in diverse occasioni e senza pensarci due volte, senza rimpianti e senza pietà. La scommessa dei fondamentalisti occidentali è che il resto del mondo sia molto più decente e assai meno brutale da non poter sopportare un’altra guerra, un’altra carneficina, un altro bagno di sangue; che piuttosto si arrenda, rinunci ai propri sogni su un futuro migliore, invece di combattere e difendersi da ciò che appare sempre l’inevitabile aggressione militare occidentale.
Tali calcoli e “speranze” dei fanatici occidentali sono falsi. I Paesi che ora vengono minacciati ed intimiditi sono ben consapevoli di cosa aspettarsi se si arrendono alla pazzia occidentale e agli imperialisti. La gente sa, si ricorda cosa vuol dire essere schiavi. La Russia di Eltsin, crollata, fu saccheggiata dalle multinazionali occidentali, sputata faccia dai governi europeo e nordamericano; ebbe l’aspettativa di vita scesa ai livelli dell’Africa sub-sahariana. La Cina sopravvisse a un’agonia inimmaginabile del “periodo di umiliazione”, saccheggiata e spartita da invasori francesi, inglesi e statunitensi. L’Iran derubato del governo legittimo e socialista, dovette vivere sotto un maniaco sadico, il burattino occidentale scià. L’intera America “latina”, con le sue vene aperte, con la cultura in rovina, la religione occidentale che gli chiudeva la bocca; con letteralmente tutti i governi e leader socialisti e comunisti democraticamente eletti rovesciati o assassinati, o quantomeno manipolati dal potere di Washington e dai suoi lacchè. La Corea democratica, sopravvissuta a un genocidio bestiale contro i propri civili, commesso da Stati Uniti ed alleati nella cosiddetta guerra coreana. Vietnam e Laos, violentati e umiliati dai francesi, e poi bombardati da Stati Uniti e loro alleati. Sud Africa… Timor Est… Cambogia…
Ci sono carceri viventi, relitti in decomposizione, abbandonati dopo gli attacchi mortali occidentali “liberatori”: Libia e Iraq, Afghanistan e Honduras, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, solo per citarne alcuni. Servono d’avvertimento per chi ha ancora delle illusioni su “buona volontà” e spirito di giustizia occidentali! Siria… Oh, Siria! Guardate cosa ha fatto l’occidente in un Paese orgoglioso e bello che si è rifiutato di piegarsi e leccare i piedi di Washington e Londra. Ma guardate anche quanto è forte, quanto determinato può essere chi ama veramente il proprio Paese. Contro ogni previsione, la Siria si è opposta, combattendo e vincendo i terroristi stranieri circondata e sostenuta dalla grande coalizione internazionalista! L’occidente pensava di scatenare un altro scenario libico, ma invece si scontrò con un pugno di ferro dai nervi d’acciaio, un’altra Stalingrado. Il fascismo fu visto, affrontato e fermato. Ad un costo enorme, ma fermato! Il Medio Oriente guarda. Il mondo guarda. I popoli ora vedono e ricordano. Cominciano a ricordare chiaramente cosa gli è successo. Iniziano a capire. Sono incoraggiati. Comprendono chiaramente che la schiavitù non è l’unico modo di vivere.
La coalizione anti-occidentale o più precisamente anti-imperialista è ora solida come l’acciaio. Perché è una grande coalizione di vittime, di popoli che sanno cos’è lo stupro e il saccheggio, cosa sia la distruzione completa. Sanno esattamente cosa infliggono gli autoproclamati sostenitori della libertà e della democrazia, il fondamentalismo culturale ed economico occidentale. Questa coalizione di nazioni indipendenti e orgogliose è qui per proteggersi, proteggere se stesse così come il resto del mondo. Non arrendersi mai, mai indietreggiare. Perché i popoli hanno parlato e inviano messaggi chiari ai loro leader: “Mai più! Mai capitolare. Non cedere alle intimidazioni occidentali. Combatteremo se attaccati. E resisteremo, orgogliosamente, qualunque cosa, non importa quale forza brutale vada affrontata. Mai piegarsi, compagni! Non cederemo mai di fronte a chi diffonde il terrore!” E i media in questi meravigliosi Paesi che resistono all’imperialismo e al terrore occidentali diffondono innumerevoli messaggi ottimistici e coraggiosi. E la dirigenza occidentale osserva, agitandosi e sporcandosi i pantaloni. Sa che la fine del suo brutale dominio sul mondo si avvicina. Sa che i giorni dell’impunità stanno finendo. Sa che il mondo giudicherà presto l’occidente, per i secoli di crimini che ha commesso contro l’umanità. Sa che la guerra dei media sarà vinta da “noi”, non da “loro”. Il campo di battaglia è in via di definizione. Con alcune brillanti eccezioni, gli occidentali e i loro media serrano le fila, attenendosi ai loro padroni. Come molti altri scrittori, ero stato senza tante cerimonie cacciato da Counterpunch, una delle pubblicazioni sempre più anticomuniste, anti-russe, anti-siriane e anti-cinesi degli Stati Uniti. Dal loro punto di vista, scrivevo per diverse pubblicazioni “sbagliate”. Sono davvero orgoglioso che abbiano smesso di pubblicarmi. Sto bene dove sono: contro loro, e contro altri media occidentali. L’estensione del controllo ideologico occidentale del mondo è degenerata, veramente perversa. I suoi media e sbocchi “istruttivi” sono pienamente al servizio del regime. Ma il mondo si sveglia e affronta tale fondamentalismo culturale e politico mortale. È in corso una grande battaglia ideologica. Questi sono tempi eccitanti e luminosi. Niente potrebbe essere peggio della schiavitù. Le catene si spezzano. D’ora in poi, non ci sarà impunità per chi ha torturato il mondo per secoli. Le loro bugie, così come i loro carri armati, saranno affrontate e fermato!Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È un creatore di Vltchek’s World in Word and Images, autore del romanzo rivoluzionario Aurora e diversi altri libri. Scrive in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio