Dopo la visita di Trump in Arabia Saudita e Israele, l’Iran deve guardare a Cina e Russia

Alexander Mercouris, The Duran 23/5/2017La straordinaria ostilità verso l’Iran degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita crea la possibilità di un attacco all’Iran e di porre fine alla questione dell’imminente soppressione delle sanzioni, dimostrando che l’Iran non ha altra alternativa che forgiare stretti legami con Cina e Russia e le istituzioni euroasiatiche per garantirsi sicurezza e futuro economico.
La visita del presidente degli Stati Uniti nell’Arabia Saudita, il suo accordo a fornirle 300 miliardi di dollari in armi, la retorica ostile verso l’Iran e le intenzioni aperte espresse del principe Muhamad bin Salman sulla guerra all’Iran, chiariscono le opzioni politiche della leadership e del popolo dell’Iran. Ora è chiaro che l’opzione di un ravvicinamento tra Iran e occidente non esiste se l’Iran rimane Repubblica Islamica. Invece gli Stati Uniti vedono o fingono di vedere una minaccia dall’Iran per Israele e, bizzarramente, se stessi, posizionandosi decisamente con i suoi nemici Arabia Saudita e Israele. Il principe Muhamad bin Salman ha inoltre affermato che non c’è niente che gli iraniani possano mai dire o fare per fargli cambiare l’ostilità implacabile. Ciò significa che l’unica opzione realistica per i leader iraniani, per i cosiddetti riformisti come Ruhani e per i conservatori, è impegnarsi con piena sincerità nel partenariato strategico che la Russia ed integrare completamente l’Iran nelle istituzioni eurasiatiche che Russia e Cina sono impegnate a creare. Esistono quattro istituzioni euroasiatiche, anche se ve ne sono altre come l’effimera “Comunità degli Stati Independenti” istituita da Boris Eltsin nel 1991, in alternativa all’URSS, che conserva una parvenza d’esistenza. Le quattro istituzioni euroasiatiche importanti sono:
1) Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, un gruppo per la sicurezza guidato dalla Cina di cui la Russia è un membro chiave;
2) Il progetto Fascia e Via cinese che sostituisce il precedente progetto Via della Seta, il cui obiettivo è integrare economicamente l’Eurasia creando un’enorme rete infrastrutturale;
3) L’Unione Economica Eurasiatica, un progetto russo per reintegrare alcune economie dell’ex- URSS, originariamente costruito intorno a Russia, Kazakistan e Bielorussia, ma che ormai si espande in altri Stati ex-sovietici; e
4) L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”), alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce essenzialmente gli stessi Stati che costituiscono l’Unione Economica Eurasiatica, ma in cui Serbia e Afghanistan sono osservatori.
Dato che l’Iran è uno Stato non allineato, non può realisticamente aderire all’Unione Economica Eurasiatica o alla CSTO senza compromettere questo status e i russi sarebbero comunque riluttanti, in quanto estenderebbero le due istituzioni oltre il territorio dell’ex-URSS che devono reintegrare. Non c’è però motivo per cui l’Iran non sviluppi stretti rapporti bilaterali con Cina, Russia, Unione economica eurasiatica e CSTO, e non possa partecipare ai vertici delle due istituzioni principali cinesi, Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e progetto Fascia e Via.
Inoltre, dato che è chiaro che cinesi e russi lavorano ad unire le istituzioni eurasiatiche che ciascuno ha creato nel comune “Progetto Grande Eurasia” (in ultima analisi la Fascia e Via di Pechino avviato questo mese ), l’Iran non perde e non compromette nulla integrandosi nelle istituzioni cinesi e forgiando stretti legami con la Russia e le sue istituzioni euroasiatiche. L’Iran ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e si candidò formalmente ad aderirvi nel 2008. Non poteva farlo perché era sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, formalmente rimosse dopo l’accordo nucleare del 2015.
Durante la visita in Iran nel gennaio 2016, il Presidente cinese Xi Jinping affermò che la Cina sostiene l’adesione dell’Iran all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo e il Presidente russo Putin ha detto al Presidente iraniano Ruhani, all’ultimo summit a Mosca, che anche la Russia lo propone. Alla luce delle minacce di Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, l’Iran dovrebbe far parte dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo quale priorità in politica estera e dovrebbe intervenire presso Pechino e Mosca affinché avvenga senza indugio. L’Organizzazione della cooperazione di Shanghai non è un’alleanza militare come la NATO e la CSTO. Tuttavia è un raggruppamento per la sicurezza che riunisce due grandi potenze, Cina e Russia, una possibile terza grande potenza, l’India, e avrebbe quattro potenze nucleari: Cina, Russia, India e Pakistan. Mentre l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai non spingerebbe queste potenze a difendere l’Iran in caso d’attacco, sarebbero tenute a rispondere con rabbia se uno Stato membro come l’Iran venisse aggredito. Dato che i principali nemici regionali degli iraniani, Arabia Saudita e Israele, hanno stretti rapporti con alcune di tali potenze (la Cina in particolare) ciò sarebbe di per sé un potente deterrente contro tale attacco. Inoltre, l’Iran, partecipando all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. rigetterebbe la tesi, sentita spesso durante la visita di Donald Trump in Arabia Saudita, secondo cui l’Iran è isolato a livello internazionale, dimostrando al contrario che aderisce a un gruppo della sicurezza che riunisce alcune delle più grandi potenze del mondo. L’Iran non dovrebbe tuttavia solo chiedere l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Anche se le sanzioni delle Nazioni Unite sono state revocate, gli Stati Uniti continuano ad applicare le sanzioni unilaterali e perciò l’Unione europea non è disposta a riprendere pienamente le relazioni commerciali con l’Iran.
L’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, e il suo allineamento ai nemici implacabili dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, indicano l’assenza della possibilità che le sanzioni unilaterali statunitensi siano rimosse. Inoltre, poiché le sanzioni unilaterali non sono state rimosse dall’amministrazione Obama, notevolmente meno ostile all’Iran dell’amministrazione Trump e che concordò l’accordo nucleare con l’Iran, non c’è possibilità realistica che qualsiasi altra amministrazione statunitense futura elimini le sanzioni. Ciò significa che l’Iran deve pianificare il suo futuro economico al momento, almeno sulla base del mantenimento delle sanzioni. Le economie giganti e sofisticate di Cina e Russia possono sconfiggere le sanzioni occidentali, come la Cina fece dopo il 1989 e la Russia oggi. L’economia molto più piccola e meno sofisticata dell’Iran avrà difficoltà in ciò. Il risultato è che, sebbene l’Iran abbia evitato il crollo economico nonostante le sanzioni, negli ultimi dieci anni la crescita del reddito reale si è arrestata o s’è invertita ed inflazione e disoccupazione, in particolare giovanile, sono sempre elevate. Nel frattempo le infrastrutture iraniane richiedono investimenti. Fino a circa un decennio fa, un Paese dall’economia che si trovasse in tale situazione non aveva opzione realistica se voleva svilupparsi se non provare a ricostruire i rapporti con l’occidente, che all’epoca aveva il monopolio su capitale, tecnologia e commercio. L’avanzata economica di Russia e Cina specialmente, significa che non è più così. Anche se molti imprenditori iraniani continuano a desiderare la ripresa dei tradizionali rapporti commerciali dell’Iran con l’occidente, ora hanno un’alternativa realistica e attraente che dovrebbero accettare. Relazioni suggeriscono che un importante fattore che impedisce all’Iran la piena integrazione con le istituzioni euroasiatiche sia il tradizionale sospetto iraniano verso la Russia, oltre alle differenze culturali che ostacolano i progetti economici congiunti proposti dalla Russia. Tali sospetti hanno una base storica.
Dalla fine del XVII secolo Russia e Iran combatterono sei guerre, l’ultima nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Ognuna di tali guerre, salva la prima, si concluse con la sconfitta dell’Iran. La quarta e quinta provocarono il crollo dell’Iran nel Caucaso e la perdita di vasti territori, come Armenia, Georgia e Azerbaigian. La sesta guerra portò all’occupazione sovietica dell’Iran settentrionale, tra cui Teheran. Oltre a queste sconfitte, il governo degli zar nel decennio prima della prima guerra mondiale cercò di colmare, con l’accordo inglese, la sfera d’influenza russa nell’Iran del nord, compresa la capitale Teheran, mentre dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS cercò di fare lo stesso anche nella parte che controllava dell’Iran. Durante la guerra fredda l’Iran, rimanendo sotto il dominio dello Shah, si era alleata contro l’URSS con gli Stati Uniti e molti iraniani continuano a risentirsi del fatto che l’URSS avesse fornito armi all’Iraq durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Oltre a ciò c’è il fatto che la Russia post-sovietica ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre l’ex-presidente russo Medvedev danneggiò i rapporti russo-iraniani bloccando l’accordo del 2010 sui missili S-300, come concordato da Russia e Iran nel 2007. Ciò spiega i notevoli sospetti e ostilità iraniani verso la Russia. Ciò a volte prese forme auto-distruttive. Per esempio, sembra che dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea di al-Shayrat in Siria, i social media iraniani misero in discussione la presunta incapacità della Russia di abbattere i missili.
La Russia, da parte sua, non ha sempre trattato l’Iran con la sensibilità richiesta. Da grande potenza che guida una politica estera globale, vede inevitabilmente i rapporti con l’Iran come dettaglio e non ha sempre mostrato la corretta consapevolezza che gli iraniani vedano ciò in modo diverso. Ora è giunto il momento per l’Iran di mettere tutto ciò da parte. L’unica alternativa realistica sarebbe fare ciò che Stati Uniti,Arabia Saudita e Israele vogliono, cambiare il sistema di governo, abbatterrne la costituzione e tornare alla subordinazione politica all’occidente del periodo dello Shah, ‘aprendo’ l’economia all’influenza occidentale, con tutte le “terapie shock” neoliberali che ne verrebbero. Certamente in Iran alcuni abbraccerebbero tale opzione, ma tutto ciò che si sa del Paese suggerisce che siano solo una piccola e rumorosa minoranza. Inoltre, con l’ascesa dell’Eurasia di Cina e Russia, tale politica rischia di emarginare l’Iran. Gli interessi iraniani indicano chiaramente la necessità di mettere da parte i dubbi rimasti e dedicarsi pienamente a forti relazioni con Russia e Cina e alla massima integrazione possibile nelle istituzioni euroasiatiche. Così si avranno sicurezza, indipendenza e prosperità. Le alternative, subordinazione all’occidente o stagnazione sotto la minaccia permanente di un attacco, non sembrano invitanti e nessuno che tenga sinceramente all’Iran le proporrebbe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Gorbaciov distrusse il programma spaziale militare dell’URSS

Sputnik, 14.05.2017Trent’anni fa, nel maggio 1987, il leader sovietico Mikhail Gorbachev giunse nel Cosmodromo di Bajkonur per ordinare personalmente la chiusura del programma spaziale militare dell’URSS. Tre decenni dopo, l’osservatore militare Aleksandr Khrolenko guarda a quella decisione che costò al Paese e continua a costare alla Russia. In un articolo dedicato all’anniversario della decisione di Gorbaciov per RIA Novosti, Khrolenko ricordò che mentre il leader conobbe alcune tecnologie sviluppate dagli scienziati sovietici durante la visita nello spazioporto, espresse rammarico per aver promesso a Ronald Reagan a Reykjavik, l’anno prima, di chiudere unilateralmente il programma spaziale militare dell’URSS. Washington, nel frattempo, rifiutò di sospendere i lavori sullo scudo missilistico della propria difesa strategica, continuandoli fino al 1993, dopo che l’Unione Sovietica era scomparsa. Tuttavia, quando arrivò alla Casa degli Ufficiali l’11 maggio 1987, “il Segretario generale ribadì il corso dello sviluppo pacifico dello spazio”, un’iniziativa che aveva intrapreso dopo l’ascesa al potere nel 1985. Khrolenko scrive: “Dopo la visita di Gorbaciov, il programma sovietico per sistemi spaziali militari venne smantellato. Il concetto di stazione orbitale pesante fu chiuso nel 1989 e subito dopo tutto il lavoro cessò sul missile spaziale pesante Energija e la navetta spaziale Buran”. Sfortunatamente, il giornalista aggiunge che tre decenni dopo, nonostante i grandi auguri di pace di Gorbaciov, “il mondo non è cambiato.” Il 7 maggio 2017, il velivolo orbitale X-37B Test-4, in missione segreta per quasi due anni, atterrava a Cape Canaveral“. Khrolenko ricorda che “in precedenza, il Pentagono aveva affermato che lo spazioplano, che pesa circa 5 tonnellate, volando a un’altitudine compresa tra 200 e 750 km può cambiare rapidamente orbita e manovrare, eseguire missioni di ricognizione e porre piccoli carichi in orbita“. Nel frattempo, gli esperti russi definiscono l’X-37B per quello che è: un intercettore militare spaziale. “In altre parole”, secondo il giornalista, sembra ovvio che “il programma statunitense per armi d’attacco orbitale sopravvissuto alle “Star Wars” di Ronald Reagan, sia un fatto nel ventunesimo secolo: la Russia dovrà recuperare nel campo spaziale militare, creando un nuovo missile pesante e una base materiale affidabile“.Ciò che Gorbaciov cedette
L’Unione Sovietica cominciò a lavorare su sistemi spaziali militari negli anni ’60, partendo dall’idea di satellite volto ad abbattere quelli nemici. L’URSS lanciò il primo satellite operativo sperimentale, Poljot-1, in orbita nel 1963. Cinque anni dopo, il 1° novembre 1968, gli ingegneri sovietici per la prima volta intercettarono un satellite. Tra il 1973 e il 1976, con il programma segreto Almaz, l’Unione Sovietica mise in orbita tre stazioni da ricognizione civili e militari. Nel frattempo, gli ingegneri effettuarono decine di test continuando a migliorare i sistemi anti-satellite. Nelle massicce esercitazioni strategiche svoltesi tra giugno e settembre 1982 e successivamente definite dalla NATO come “guerra nucleare delle sette ore”, l’Unione Sovietica e gli alleati effettuarono manovre che previdero il lancio di missili balistici basati a terra e mare, test di missili antimissile e manovre con satelliti militari, compreso l’intercettore-satellite 5V91T Uran. “Anche l’Energija Space Corporation produsse armi d’attacco spaziale per le operazioni di combattimento nello spazio“, ricorda Khrolenko. Alla fine degli anni ’70, Energija creò due progetti di futuri velivoli spaziali con la stessa piattaforma, il primo con missili spaziali e il secondo con laser. I missili erano più piccoli e leggeri, permettendo al sistema di trasportare una grande quantità di combustibile a bordo; il velivolo fu designato 17F111 Kaskad, progettato per abbattere sistemi nemici in orbita bassa (entro 300 km). Il velivolo armato di laser, conosciuto come 17F19 Skif, doveva essere utilizzato contro i satelliti nemici in orbite geostazionarie e medie. Esistevano piani per creare un gruppo d’attacco orbitale costituito sia da Kaskad che Skif. Il progetto Kaskad comprendeva un missile intercettatore spaziale per intercettare le testate dei veicoli di rientro degli ICBM nemici, nella fase passiva del volo. Per la distruzione delle installazioni militari chiave nemiche a terra, gli ingegneri sovietici svilupparono una stazione spaziale pesante, la DOS-17K, così come velivoli autonomi (come la navetta spaziale Buran) con testate nucleari a bordo (fino a 15-20 ognuno). In caso di guerra, i moduli si separavano dai vettori, prendevano posizione e iniziavano la discesa per colpire gli obiettivi con estrema precisione. Dopo che il presidente Reagan presentò la sua iniziativa di difesa strategica, gli ingegneri sovietici iniziarono ad esplorare la possibilità di sfruttare lo spazio orbitale. Khrolenko ricorda che “fu condotta una ricerca sull’efficacia della spazzatura orbitale di nuvole, che avrebbe completamente liberato lo spazio a una navetta spaziale nemica fino a un’altezza di 3000 km“. Infine, il giornalista osserva che, nonostante i progressi compiuti dall’URSS nel programma spaziale militare, Gorbaciov, dopo essere salito al potere, inizà persistentemente a promuovere la tesi dello sviluppo pacifico dello spazio, secondo il suo “nuovo pensiero”. “Su pressione del Comitato Centrale, la Commissione statale sul lancio del 17F19 Skif (con un laser gasdinamico dalla potenza di 1 MW) annullò il programma e altri sistemi di combattimento. Il fallimento tecnico durante il lancio della navetta accelerò la chiusura del programma“. Khrolenko sottolinea che nella guerra fredda, gli Stati Uniti erano in grave ritardo rispetto all’URSS nella tecnologia militare spaziale. La creazione di stazioni spaziali statunitensi per uso militare iniziò solo negli anni ’70 (i progetti includevano armi cinetiche, laser e a fasci di particelle). Reagan ordinò lo sviluppo di un sistema antisatellite nel 1982 e proclamò l’iniziativa di difesa strategica nel marzo 1983. Mentre questo programma venne formalmente sciolto nel 1993, Khrolenko osserva che “l’uso pacifico dello spazio rimane solo un sogno dell’umanità“. “Le tecnologie spaziali danno origine a nuovi modi per svolgere le operazioni militari. Oggi, di circa 1380 satelliti in orbita, 149 sono militari e a doppio uso statunitensi, in confronto la Russia ne dispone di 75, la Cina 35, Israele 9, Francia 8 e Regno Unito e Germania 7“.
Le maggiori potenze attualmente sviluppano tecnologia militare spaziale. “Lo spazio prossimo alla Terra è sempre più militarizzato“. All’inizio dell’anno, il vicecomandante del Comando Strategico degli Stati Uniti disse che è necessario inviare ai nemici futuri degli Stati Uniti il segnale di essere disposti a combattere una guerra nello spazio. Alla fine dell’anno scorso, il generale John Hyten, capo di Stratcom, andò oltre affermando che mentre le potenze mondiali si espandono nello spazio, la possibilità di conflitti inevitabilmente cresce. “In quel caso, dobbiamo essere pronti“, disse. Nel frattempo, gli analisti militari statunitensi ritornano ancora sul tema della difesa missilistica spaziale, con l’Agenzia della difesa missilistica e la Raytheon Corporation che sviluppano e testano sistemi missilistici progettati per individuare e distruggere missili balistici che si avvicinano nell’atmosfera dallo spazio. Oggi Khrolenko osserva che anche quei Paesi che si oppongono alla militarizzazione dello spazio, come Russia e Cina, sono costretti a sviluppare le armi spaziali per evitare che si crei uno squilibrio strategico mortale. Secondo il giornalista, la domanda che va posta è: “E’ valsa la pena, con tanta persistenza in tanti anni, forgiare dalle spade spaziali russe degli aratri, riducendo i nostri Kascada e Skif in pentole e padelle?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump raggira i media e persegue l’intesa con la Russia

Trump dimostra di non essersi ancora piegato ai falchi russofobi
Gilbert Doctorow, Russia Insider 12/5/2017Secondo l’ideologia neocon che ostacola l’istituzione politica statunitense, è assiomatico che i Paesi democratici siano amanti della pace perché riflettono veramente in politica la mentalità pacifica e imprenditoriale della popolazione. Al contrario, i regimi autoritari sono guerrieri poiché intrinsecamente instabili e senza sostegno sostanzialmente fondato, ricorrono all’aggressione o alle minacce all’estero per mantenere il popolo in riga. I regimi autoritari dovrebbero essere abbattuti se si vuole la pace globale. Così gira la storia. Le azioni dell’amministrazione Trump nelle ultime settimane dimostrano, oltre ogni dubbio, che le democrazie ricorrono ad aggressioni o minacce all’estero proprio per risolvere i conflitti politici interni. Ciò è ancor più vero quando la politica è consigliata dal maestro del realismo Henry Kissinger, dalla profonda esperienza nell’ambito dei compromessi che ora esamineremo.
L’attacco missilistico statunitense sulla base aerea siriana di Shayrat del 6 aprile scioccò e sorprese il mondo, come previsto. Certo, la portata fu limitata, i danni causati dall’infrastruttura militare minimi per intenti o grazie alle contromisure elettroniche russe e le perdite di vite, in particolare russe, evitate dal preavviso al Cremlino, conformemente al memorandum tra le parti sulle regole d’ingaggio nello spazio aereo siriano. Ma fu comunque un atto di aggressione degli Stati Uniti contro un Paese con cui non è in guerra, dimostrando la disponibilità degli Stati Uniti a violare il diritto internazionale e di letteralmente “eliminare” Assad in qualsiasi momento bombardandone il palazzo con missili inarrestabili sparati dal Mediterraneo. Inoltre, l’attacco fu giustificato in modo sfrenato come risposta al presunto uso di armi chimiche da parte del governo siriano contro una città nella provincia di Idlib. Alcuna indagine neutrale e professionale fu chiesta dagli statunitensi. Tutto ciò costituiva ancora un’altra dimostrazione di come gli USA agiscano da giudice, giuria e poliziotto mondiale, l’approccio agli affari internazionali che Donald Trump stesso respinse nella corsa per la presidenza. L’impatto disorientante di tale improvviso uso della forza all’estero, senza sanzione del Congresso, quindi violando la Costituzione statunitense, per chi come noi ancora crede nello stato di diritto, fu ampliato da ciò che seguì successivamente: i terribili avvertimenti di Washington alla Corea democratica a fermare i test dei missili e nucleari o affrontare gravi conseguenze. L’amministrazione Trump annunciò l’invio della portaerei Vinson e della sua flotta di scorta nelle acque coreane, e suggerì di valutare le opzioni per un attacco preventivo per abbattere il regime di Pyongyang. Il risultato di tali iniziative in Siria e Corea fu il rapido sostegno dei media mainstream e dei politici statunitensi tra i critici più aspri di Trump. Per un breve periodo anche la caccia alle streghe sull'”influenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016″ venne sospesa. Allo stesso tempo, il resto di noi rimase sconvolto e sgomento su come questo presidente e la sua amministrazione avessero ceduto completamente alla mafia interventista neocon/liberal che dirige il nostro Paese dal secondo mandato di Bill Clinton. Inoltre, le rivendicazioni dei rivali elettorali secondo cui Donald Trump è un narcisista potenzialmente instabile, volatile e pericoloso per lasciarlo vicino al bottone nucleare, cominciarono ad apparire corrette. C’era ancora più di un motivo di preoccupazione, dato che Trump si circondava di consulenti per la sicurezza nazionale e dal capo del Pentagono appellati “cani pazzi” tra i duri, da cui erano saliti al comando. A fronte di tale sfondo di nostri crescenti timore e paura per il nostro Paese e il mondo, nel campo dell’opposizione, fu notevole notare che due giorni fa, il 10 maggio, Donald Trump incontrava nell’ufficio ovale il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e l’Ambasciatore russo Sergej Kisljak, che altrimenti sarebbero al centro della tempesta del “Russiagate”. Ancora più notevole, questi colloqui venivano descritti da tutti come “costruttivi” nel definire l’agenda della riunione tra Vladimir Putin e Donald Trump ai margini del G-20 in Germania, a luglio. Nella copertina il russofobo Financial Times parlava di nuovo “reset”.
Suggerisco una correlazione diretta tra il bombardamento del 6 aprile e l’incontro cordiale con Lavrov nell’ufficio ovale. Il bombardamento e le minacce alla Corea democratica avevano un obiettivo preciso: rinchiudere gli avversari di Trump nei media e a Capitol Hill e avere spazio di manovra per ottenere qualcosa di significativo sul programma interno. Infatti lo spazio fu sufficiente a Trump per far passare al Congresso il disegno di legge per abrogare o sostituire l’Obamacare, uno dei due più importanti cambiamenti legislativi che il candidato Trump propose nella campagna elettorale, accanto alla riforma fiscale, ma fortemente contestato nel proprio partito fallì al primo tentativo. Il voto del 4 maggio fu una vittoria puramente partigiana, con tutti i membri democratici del Congresso che votarono contro. Ma il capo della maggioranza di Trump al Congresso ebbe i numeri necessari e dichiarò vittoria. Con tale dimostrazione di forza tra i repubblicani, che controllano entrambe le camere del Congresso, Trump dismise le speranze democratiche di aver finalmente attuato le procedure d’impeachment. E ora il presidente è all’offensiva: due giorni fa licenziava il direttore dell’FBI James Comey, che dirigeva la losca inchiesta sulla presunta collusione di membri della sua campagna con i russi. E convocava per “colloqui costruttivi” il Ministro degli Esteri Lavrov, sollevando la speranza che una riconciliazione con i russi possa ancora avvenire, allontanandoci dall’abisso della guerra nucleare.
La correlazione tra attacco missilistico di aprile alla Siria e gli ultimi sviluppi del dialogo ai vertici USA-Russia non era prevedibile da un presidente e un’amministrazione appena entrati negli affari mondiali e senza esperienza di governo, per non parlare dell’ambiente molto speciale delle relazioni internazionali. Ecco dove va presa seriamente la menzione nella copertina del Financial Times secondo cui Henry Kissinger fu spesso consultato dal Presidente in questi giorni. E accuratamente, alla conferenza stampa di due giorni fa in cui Trump rispose alle domande sul licenziamento di Comey, Henry K. era comodamente seduto sulla poltrona accanto al Presidente. Credo che il bombardamento della base aerea di Shayrat, sotto qualsiasi pretesto, reale o fabbricato, sia proprio il tipo di politica che Kissinger sosterrebbe e forse avrebbe autorizzato per ricondurre le iene della stampa e i nemici politici che avevano accerchiato Trump nel periodo immediatamente precedente l’attacco. Trump inviava i suoi subordinati, l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, il segretario di Stato Tillerson, il segretario alla Difesa James Mattis o il vicepresidente Mike Pence a fare dichiarazioni antirusse, riprendendo i predecessori dell’amministrazione Obama, in patria e all’estero, nelle settimane successive alla nomina che non aveva quietato i nemici sembrando politicamente assediato. Il bombardamento di Shayrat era un trucco interno. Gli USA erano sempre uno Stato-canaglia con un Presidente che i nostri falchi potevano rispettare. Tutto ciò promana dalla presidenza Nixon, in particolare dal cosiddetto bombardamento di Natale del porto di Hanoi, Haiphong, nel 1972. Fu feroce, inutile militarmente, costò enormi danni in vite e beni a terra, e molti aerei statunitensi furono abbattuti dalla difesa aerea vietnamita. Doveva mostrare che Richard Nixon era squilibrato, volatile e pericoloso con cui avere a che fare. E l’accordo fu firmato un mese dopo i bombardamenti. Naturalmente, se un accordo con la Russia si verifica nell’atmosfera “costruttiva”, non sarà solo risultato degli sforzi dell’amministrazione di Trump. Nelle ultime settimane, e in particolare dal 2 al 7 maggio, il Presidente Putin e il suo team di negoziatori lavorarono per trovare una soluzione di compromesso nella guerra civile siriana che consenta a tutte le parti di salvare la faccia, lasciando che i siriani passino a una sistemazione politica pur liquidando lo SIIL dal Paese. La visita di Angela Merkel alla residenza di Putin a Sochi, il 2 maggio, fu un esercizio di riscaldamento. Merkel aveva le proprie ragioni per venirci, contrastando le accuse degli avversari politici nelle prossime elezioni federali di aver rovinato i rapporti con la Russia. Ma sicuramente la visita fu usata anche per indicare a Merkel, e all’Unione europea dietro di lei, le iniziative russe presso i protagonisti del conflitto siriano. Quella stessa sera, Putin telefonò a Donald Trump concentrandosi sulla Siria. Ancora più importante, il giorno dopo il presidente Erdogan giunse a Sochi per l’accordo sulle posizioni comuni russo-turche nei colloqui ad Astana, in Kazakistan, tra le parti in guerra in Siria, dai risultati molto più sostanziali e orientati di quelli sponsorizzati da Stati Uniti e UE a Ginevra, che ricevevano tutta l’attenzione dei media occidentali. La mancata accettazione delle posizioni precedentemente pianificate ad Astana avrebbe portato i combattenti filo-turchi in Siria a non partecipare. Tuttavia, questa volta turchi e russi tracciarono attentamente i contorni dell’accordo. A conclusione dei negoziati di Astana, il 7 maggio, fu firmato un memorandum sulla creazione di 6 “zone di de-escalation” in Siria con tre potenze garanti: Russia, Turchia e Iran. Questo quadro può anche essere descritto da USA e Unione Europea come “zone sicure” o “zone non volo” a lungo richieste, perché una volta stabilite sul terreno, l’accordo garantisce la cessazione di tutti gli attacchi aerei da parte di Siria, Russia e Stati Uniti sulle zone in questione, in cui proseguirà la disattivazione dell’opposizione armata ad Assad tramite l’amnistia. Queste forze avranno la possibilità di unirsi all’attacco dell’Esercito arabo siriano allo Stato islamico e ai relativi combattenti estremisti, o resteranno ferme mentre le forze di Assad adempiono al compito. Le zone di de-escalation vengono attuate per un periodo iniziale di sei mesi e saranno rinnovate se funzioneranno. Possono portare alla pace e alla liberazione delle province siriane, preparando il ritorno dei rifugiati. In un certo senso ciò che Vladimir Putin ha raggiunto oggi assieme a Turchia, Iran e governo di Assad, è altrettanto significativo, forse ancor più, di quello che fece con Obama nel 2013 per rimuovere e distruggere le scorte di armi chimiche del governo siriano. La soluzione scelta ad Astana viene presentata per l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vedremo come gli Stati Uniti voteranno per capire meglio la direzione futura delle relazioni USA-Russia. La rimozione della questione controversa della Siria dall’ordine del giorno delle due grandi potenze sarà un buon inizio della soluzione del problema altrettanto spinoso dell’Ucraina, del Donbas e della Crimea.Gilbert Doctorow è un analista politico indipendente di Bruxelles. Il suo ultimo libro La Russia ha un futuro? Fu pubblicato nell’agosto 2015. Il suo prossimo libro Gli Stati Uniti hanno un futuro? sarà pubblicato il 1° settembre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Resa di conti a Washington e finta invasione della Siria

Alessandro Lattanzio, 10/5/2017Tre medi dopo la nomina del generale HR McMaster a consigliere per la sicurezza nazionale, nel febbraio 2017, Trump vi si scontrava apertamente. Secondo il consigliere della Casa Bianca Steve Bannon, McMaster cercava d’ingannare il presidente sulla Siria, mentre il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus, impediva a McMaster di compiere una nomina cruciale. Trump sarebbe sempre più irritato verso McMaster, che non riesce a dialogare durante i briefing con il presidente. In effetti, Trump, secondo tre funzionari della Casa Bianca, dopo aver letto sul Wall Street Journal che McMaster aveva chiamato la controparte sudcoreana per assicurarla che la minaccia del presidente di fargli pagare il sistema di difesa missilistico THAAD non era la politica ufficiale degli USA, irato avrebbe sgridato McMaster accusandolo di sottovalutare gli sforzi per fare comprare alla Corea del Sud il THAAD. Inoltre, Trump si lamentava in un briefing sull’intelligence che, “il generale mina la mia politica“, secondo due funzionari della Casa Bianca. Il presidente ha ridotto gli appuntamenti con McMaster, le cui richieste d’informare il presidente prima di certe interviste venivano rifiutate. McMaster non aveva neanche accompagnato Trump all’incontro con il primo ministro australiano. In sostanza, nelle ultime settimane Trump avrebbe espresso rammarico per la nomina di McMaster. L’ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, John Bolton, incontrava Trump per discutere di varie questioni con il Consiglio di sicurezza nazionale, forse con la prospettiva di nominare Bolton vice McMaster. Il primo conflitto tra McMaster e Trump si ebbe già alla fine di febbraio, a una sessione congiunta del Congresso. McMaster chiese al presidente di non usare la frase “terrorismo islamico radicale”, consiglio che Trump ignorò, sottolineando nel discorso le parole “terrorismo”, “islamico” e “radicale”. Anche la cerchia di Trump cominciava a scontrarsi con McMaster. Il primo fu Ezra Cohen Watnick, direttore dell’intelligence del Consiglio di Sicurezza Nazionale. McMaster inizialmente si appoggiò alla CIA per rimuovere Watnick, nominato peraltro da Flynn, ma alla fine McMaster cambiò idea su pressione di Bannon e del genero di Trump Jared Kushner. In seguito, Bannon e Trump avrebbero imposto a McMaster il licenziamento di coloro che furono nominati da Obama al Consiglio di Sicurezza Nazionale, sospettati di fare rivelazioni alla stampa. L’elenco fu compilato da Derek Harvey, ex-colonnello dell’Agenzia d’intelligence della difesa, nominato sempre da Flynn. McMaster si oppose. Infine, il capo dello staff della Casa Bianca impediva a McMaster di nominare il brigadiere-generale Ricky Waddell suo vice. Intanto, il segretario alla Difesa degli USA Jim Mattis, secondo un senatore repubblicano, sosterrebbe la decisione dell’amministrazione Trump di fornire ai curdi delle YPG, in Siria, armi pesanti per attaccare la base dello SIIL di Raqqa, a dispetto delle preoccupazioni di Ankara. Il presidente del Comitato per le Relazioni Estere, senatore Bob Corker, affermava che è “l’unica soluzione corretta in questo momento… Gli interessi della Turchia e nostri non sono allineati, adesso. E a un certo punto va presa una decisione“, concludendo che gli Stati Uniti “per un po’ di tempo si spintoneranno con la Turchia“.
E se mentre Trump accoglie il Ministro degli Esteri russo Lavrov, il capo dell’FBI, James Comey, veniva licenziato per aver voluto continuare un’indagine, quella sui presunti legami tra Trump e la Russia, che da gennaio non ha prodotto una sola prova sull’influenza di Putin nell’elezione di Trump. Secondo la Casa Bianca, il licenziamento di Comey non è legato alle indagini sui presunti legami Trump-Russia, ma all’inefficienza dimostrata da Comey, nominato da Obama. Comey inoltre chiuse rapidamente l’inchiesta contro Hillary Clinton sulle fughe via posta elettronica di segreti di Stato, oltre che sulle rivelazioni sui suoi traffici con potenze estere (Arabia Saudita). Sempre sul caso di queste indagini, Comey veniva anche accusato di violare le regole, ignorando il dipartimento della Giustizia da cui dipende, “Il presidente Trump ha licenziato il direttore dell’FBI James B. Comey, su consiglio di alti funzionari del dipartimento della Giustizia, avendo trattato erroneamente il caso Hillary Clinton, in tal modo danneggiando la credibilità di FBI e dipartimento della Giustizia”. Dantr’onde, l’ex-direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper, nominato da Barack Obama, aveva dichiarato sotto giuramento il 5 marzo che non aveva alcuna prova della collusione tra Trump e il governo russo, ed anche l’ex-procuratrice generale Sally Yates non poté portare alcuna prova a sostegno della tesi sui rapporti tra Trump e i russi. Trump, quando fu eliminato il suo ex-consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, non aveva abbastanza forze, ma oggi l’amministrazione Trump ha nominato abbastanza funzionari ai vertici del dipartimento della Giustizia per poter agire contro Comey e i resti dell’amministrazione Obama.Infine, le aziende del magnate israeliano Beny Steinmetz citavano in giudizio George Soros, sostenendo che abbia speso 10 miliardi di dollari per una campagna di diffamazione che le ha private dei diritti su una miniera di ferro in Guinea. Soros avrebbe finanziato studi legali, gruppi sulla “trasparenza”, investigatori e funzionari governativi in Guinea per assicurarsi che la BSG Resources Ltd. perdesse i diritti sul giacimento Simandou, nell’aprile 2014, dichiarava la BSGR in una denuncia presentata al tribunale federale di Manhattan. La BSGR accusa Soros di aver diffuso le accuse di corruzione che hanno portato alla perdita di Simandou; è la prima volta che viene presa un’azione legale diretta contro Soros. Nella denuncia, la BSGR sostiene che Soros fosse guidato da un rancore risalente al 1998, quando non poté acquisire un’impresa in Russia. “A Soros, il successo di Steinmetz, così come la sua attiva e appassionata promozione della vita, del business e della cultura israeliana, sono un anatema“, dichiarava la BSGR. “Soros è anche noto per il suo animus da lungo tempo avverso allo Stato d’Israele”. Simandou è una delle miniere di ferro più grandi del mondo, ed il gruppo Rio Tinto citò in giudizio proprio Steinmetz, accusandolo di aver collaborato con la Vale SA per rubargli i diritti, nel 2015. La BSGR chiese miliardi di dollari di danni alla Rio Tinto nel dicembre 2015 dopo che la Rio affermò di aver dato 10,5 milioni di dollari per consulenze ad un amico del presidente della Guinea. Anche Steinmetz fu indagato dalle forze dell’ordine svizzere e israeliane per tangenti versate per vincere la gara su Simandou. Steinmetz e BSGR persero i diritti su Simandou, perché il governo guineano scoprì che furono versati milioni in tangenti anche a Mamadie Toure, quarta moglie dell’ex-presidente della Guinea. Tale decisione, secondo BSGR, si basava su rapporti fabbricati dalle società finanziate da Soros. Toure avrebbe ricevuto 50000 dollari da un consulente del presidente Alpha Conde e 80000 dollari da un “agente o affiliato di Soros”, secondo la denuncia della BSGR. “Il potere finanziario di Soros gli ha dato potere sul governo della Guinea, abusandone completamente. Soros era motivato esclusivamente dalla malizia, in quanto non ha interessi economici in Guinea“, secondo la BSG Resources.
In conclusione, citiamo il sempre solerte “sito d’informazione filo-siriano” al-Masdar che, va ripetuto per gli ottusi, non è siriano, ma statunitense, e non ha corrispondenti in Siria, ma redattori negli USA; quindi sono più lontani dalla Siria del sottoscritto. Al-Masdar aveva diffuso, con il solito allarmismo che nasconde un’ampia collusione attiva verso la propaganda e la disinformazione islamista e atlantista, la voce dell’ammassamento di migliaia di soldati anglo-giordano-statunitensi che, con il supporto di “400 mezzi da combattimento”, si preparavano a conquistare non meno della metà della Siria, quella orientale, facendone un sol boccone. Fatto sta che le foto utilizzate a supporto di tale voce riprendevano un deposito per mezzi abbandonati dell’esercito giordano creato nel 2010 (infatti i mezzi sono malamente allineati, anzi, ammassati e lasciati tutti all’aperto, in mezzo al deserto, ad arrugginire sotto il sole senza teloni di copertura). La base in questione si trova a 50 km dal confine siriano-giordano, ad al-Zarqah. Ebbene, il numero dei mezzi presenti nel deposito, sostanzialmente non è mutato tra marzo e maggio 2017. L’unica cosa che cambia nella base di al-Zarqah è la disposizione dei mezzi ammassati nel deposito giordano.
Comparazione delle foto aeree: rosso gli stessi mezzi, verde i mezzi differenti. Fonte.
Va ricordato che periodicamente nell’area si svolgono le manovre congiunte Giordania-NATO denominate “Eager Lion”, a cui partecipano anche i reparti speciali italiani.
Fonti:
The Duran
Russie Politics
MSN
Moon of Alabama
McClatchyDC
Bloomberg