La Partnership Trans-Pacifico senza Stati Uniti

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 24.04.2018

Il Trans-Pacific Partnership (TPP) è una bozza di zona di libero scambio (FTZ) che ha lo scopo di unire praticamente l’intero Asia-Pacifico (APAC). Originariamente, il TPP era considerato un progetto esclusivamente statunitense volto a rafforzare l’influenza sull’APAC e a diminuire quella della Cina. Tuttavia, dopo che gli Stati Uniti si ritirarono, il progetto, rimanendo praticamente invariato, iniziò ad acquisire un significato completamente nuovo. I colloqui avviati dagli Stati Uniti sulla creazione del TPP iniziarono nel 2008. A fine 2015, dopo lunghe trattative, fu elaborato l’accordo TPP, firmato a Auckland (Nuova Zelanda) nel febbraio 2016. Secondo l’accordo, gli Stati membri pianificavano la fine dei dazi doganali, stabilendo standard di sicurezza sanitaria unificati, introducendo una politica unificata di protezione della proprietà intellettuale, ecc. Secondo le previsioni ottimistiche, la nuova FTZ doveva rappresentare il 25% del il fatturato globale commerciale. 12 Stati firmarono l’accordo: Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Malesia, Brunei, Messico, Perù e Cile. Taiwan, Corea del Sud, Indonesia, Colombia e Filippine espressero ufficialmente interesse per il TPP. La Thailandia espresse cauto interesse. L’accordo doveva entrare in vigore dopo l’approvazione da tutti i governi degli Stati membri. Al tempo, gli Stati Uniti guidarono la Partnership. Inoltre, molti esperti consideravano il TPP una base per ripristinare e aumentare l’influenza degli Stati Uniti nell’APAC, non solo in termini economici, ma anche politici e persino militari. Alcuni media filo-USA affermarono che gli Stati membri del TPP si univano attorno agli Stati Uniti per contenere l’influenza cinese. Ciononostante, altri esperti capirono già allora che nel mondo multipolare contemporaneo, dove tutti gli Stati hanno eguali diritti e opportunità, gli Stati membri del TPP non avrebbero seguito gli Stati Uniti e neanche stabilirebbero blocchi politici o militari con essi, e che le attività del TPP non sarebbero andati oltre un commercio reciprocamente vantaggioso. Ciò fu indicato, ad esempio, dalla partecipazione del Vietnam al TPP, Paese socialista abituato a condurre una politica indipendente. Tuttavia, anche queste aspettative moderate dal TPP si sono dimostrate sopravvalutate. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, principale artefice dell’accordo, che ne considerò l’adempimento uno dei più importanti obiettivi in politica estera, non riuscì a farlo ratificare dal Congresso degli Stati Uniti. Nel novembre 2016, il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump fu eletto, ed era scettico sull’idea del TPP. Nel gennaio 2017 firmò un decreto sul ritiro degli Stati Uniti dal partenariato, che riteneva non corrispondesse agli interessi degli Stati Uniti.
Molti appassionati del TPP ritennero questa mossa il colpo fatale al progetto. Tuttavia, i restanti 11 Paesi leader la pensavano diversamente ed iniziarono a lavorare su un nuovo accordo, annunciando le loro intenzioni di rianimare il progetto TPP nel novembre 2017, durante il summit dell’APEC a Da Nang, in Vietnam. Ora, la partnership è guidata da Australia e Giappone. Secondo il Primo ministro giapponese Shinzo Abe, gli Stati membri interessati sono decisi ad impegnarsi al libero scambio e ad unirsi per realizzare il progetto il prima possibile. A fine gennaio 2018, Tokyo ospitò l’incontro decisivo dei rappresentanti degli Stati membri del TPP, dove il nuovo testo dell’accordo fu finalmente approvato. Il nuovo accordo TPP senza partecipazione degli Stati Uniti fu firmato da 11 Stati in Cile l’8 marzo 2018. Entrerà in vigore 60 giorni dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti degli Stati membri. Il testo del documento è leggermente diverso da quello originale. Alcuni Paesi hanno fatto del loro meglio per cambiarlo a proprio vantaggio dopo il ritiro degli Stati Uniti. Ad esempio, il Vietnam suggeriva di eliminare diversi articoli sul diritto del lavoro che Washington DC impose ai partner col pretesto della protezione dei diritti umani. Il nuovo accordo TPP ha un’altra caratteristica importante: la possibilità di accettare nuovi membri. Pertanto, diversi Stati membri del TPP, tra cui Messico, Perù e Cile, incoraggiano Russia e Cina ad aderirvi, ovvero due potenti Stati del Pacifico, che il progetto TPP originale non includeva. Possono anche aderire Stati che non hanno accesso all’Oceano Pacifico. Ad esempio, il Regno Unito vi ha espresso interesse. Il carattere aperto del TPP concede agli Stati Uniti l’opportunità di ricongiungervisi se lo decidessero. Ed è probabile. Al Forum economico mondiale di Davos (WEF), che si svolse a fine gennaio 2018, Donald Trump dichiarasse che gli Stati Uniti erano pronti a tornare ai negoziati TPP a condizione che agli Stati Uniti venissero offerte condizioni più accettabili.
Esiste un altro possibile evento che può spingere gli Stati Uniti a rientrare nel TPP, che potrebbe espandere notevolmente il territorio e il potenziale del TPP. È la possibilità che tutti i membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) vi aderiscano. Come già accennato, il TPP include membri influenti dell’ASEAN come Singapore e Vietnam, oltre a Brunei e Malesia. Thailandia e Indonesia esprimono interesse e sono tra le economie più sviluppate dell’ASEAN. È possibile che anche altri membri del blocco vogliano aderire. Nel marzo 2018, Sydney ospitò il summit speciale ASEAN-Australia, a cui presero parte tutti i leader e primi ministri dei Paesi membri dell’ASEAN, ad eccezione delle Filippine (rappresentate dal segretario degli Esteri). I principali argomenti erano garantire sicurezza e libero scambio. Fu anche discussa la partecipazione degli Stati membri dell’ASEAN al TPP. Australia ed ASEAN sono partner strategici dal 2014 e hanno collaborato attivamente su varie piattaforme. Il grande sforzo fatto da Canberra per preservare il progetto TPP mostra che è molto interessata e probabilmente lavorerà ancora più duramente per inserirvi tutti i membri dell’ASEAN. Pertanto, il partenariato transpacifico, che molti erano pronti a rottamare dopo il ritiro degli Stati Uniti, ha buone prospettive. Ora, possibilità del ritorno degli Stati Uniti al TPP è sempre più discusso sui media. Tuttavia, anche se dovesse accadere, gli Stati Uniti non giocheranno più un ruolo guida. Il partenariato è ora guidato da altri Paesi, che modificano il testo dell’accordo in base alle loro esigenze.
In conclusione, potremmo dire che se il TPP fosse stato originariamente progettato per unire i partner degli USA, sostenendo l’egemonia statunitense nell’APAC, ora è un’unione indipendente di Stati regionali che imparando a vivere senza che Washington gli dica cosa fare.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

La fine dell’impero del dollaro

Wim Dierckxsens e Walter Formento, Kontra Info, 25/4/2018L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.
Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA cullano lo Stato islamico mentre i 4+1 ne pianificano la fine

Moon of Alabama 24 aprile 2018Portavoce dell’OIR @OIRSpox – 15:02 UTC – 24 apr 2018
L’attacco iracheno a un noto quartier generale dello SIIL in Siria è stato pianificato/condotto dalle forze di sicurezza irachene col supporto del CJTFOIR. Questo attacco dimostra la volontà dell’Iraq di fare ciò che è necessario per assicurare i propri cittadini e il loro ruolo importante della coalizione globale contro lo SIIL”. Il suddetto tweet del portavoce dell’operazione Inherent Resolve (OIR) degli Stati Uniti contro lo SIIL è estremamente fuorviante, se non falso. Gli Stati Uniti cercano di accreditarsi un attacco compiuto senza il loro consenso, avviato dall’alleanza anti-USA come monito su ulteriori traffici statunitensi con lo SIIL. L’esercito statunitense in Siria si astiene dal combattere lo SIIL da mesi.La mappa del territorio occupata dal SIIL (grigio) al confine siriano-iracheno nella zona controllata dagli Stati Uniti a nord dell’Eufrate (giallo) non è cambiata da novembre 2017. (Il corridoio giallo da sud-est verso l’Iraq è fuorviante: gli Stati Uniti non hanno forze e lo SIIL l’attraversa più volte per attaccare le forze siriane (rosse) lungo il fiume).
Il gruppo Airwars documenta i raid aerei statunitensi in Iraq e Siria. Gli attacchi degli Stati Uniti contro lo SIIL in Siria si sono ridotti ad uno al giorno, o meno:Gli attacchi degli Stati Uniti colpiscono, semmai, solo obiettivi minori. Dalla sintesi settimanale dell’OIR dal 30 marzo al 5 aprile (solo per la Siria):
Tra il 30 marzo e il 5 aprile, le forze militari della coalizione hanno condotto nove attacchi consistenti in 11 azioni in Siria e Iraq.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 5 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 4 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria e Iraq il 3 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 2 aprile 2018.
Il 1° aprile in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da tre azioni contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo.
Il 31 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino ad Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL.
Il 30 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Shadadi, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo”.
Due auto e tre presunti terroristi (chiamati “unità tattiche”) presi di mira in una settimana non sono affatto una guerra. Il numero totale di combattenti dello SIIL nell’area è stimato tra 5000 e 12000. Gli attacchi statunitensi non sono nemmeno visibili. È ovvio che gli Stati Uniti vogliono mantenere vivo e vegeto lo SIIL per riutilizzarlo, se necessario, contro i governi siriano e iracheno. Il segretario di Stato Kerry e l’allora presidente Obama ammisero di aver usato lo SIIL per fare pressione sul Presidente Assad e sul Primo Ministro Maliqi: “Il motivo, aggiunse il presidente, non è che abbiamo iniziato a compiere molti attacchi aerei in Iraq non appena arrivò lo SIIL, perché ciò avrebbe tolto pressione al primo ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. Ora vediamo il ripetersi di tali “giochi”. Lo SIIL ha avuto il tempo di riposare, riguadagnando capacità soprattutto nella provincia irachena di Anbar, dove si muove tra i villaggi e minaccia gli abitanti. Emette nuove istruzioni ai seguaci e li invita ad attaccare o sabotare le prossime elezioni in Iraq. Poiché gli Stati Uniti non sono disposti a combattere lo SIIL, i governi di Iraq, Siria, Iran e Russia (ed Hezbollah) hanno deciso di occuparsi del problema. Il 19 aprile, i 4+1 s’incontravano per coordinare le future campagne. Ufficiali di Iraq, Siria, Iran e Russia s’incontravano nella sala operativa di Baghdad per coordinare l’ulteriore battaglia contro lo SIIL. Il Ministro della Difesa iraniano Brigadier-Generale Amir Hatami partecipava alla riunione della sala operativa e aveva ulteriori incontri coi leader delle Unità di mobilitazione popolare irachena (PMU) o Hashd al-Shabi. (Il comandante dell’IRGC Qasim Sulaymani, drappo rosso per tutte le forze antiraniane, è ora intenzionalmente tenuto nascosto). La riunione della sala operativa decideva operazioni ed attacchi futuri. Prima dell’incontro, gli ufficiali dell’intelligence militare del 4+1 identificavano l’obiettivo per un’operazione congiunta. L’attacco fu progettato per dare slancio alla nuova fase dei combattimenti. Doveva anche essere un avvertimento agli Stati Uniti.
Poco dopo l’incontro, l’Aeronautica irachena colpiva un centro di comando dello SIIL nella Siria orientale vicino Abu Qamal, nella zona controllata dagli Stati Uniti: “Secondo un portavoce militare iracheno, l’operazione fu completamente coordinata con l’Esercito arabo siriano”. Il Ministero della Difesa iracheno distribuiva il video dell’attacco a una villa di tre piani. In seguito, l’Iraq annunciò che 36 combattenti dello SIIL, inclusi dei capi, furono eliminati dall’attacco. Dopo l’attacco, l’US Inerent Resolve degli Stati Uniti cercò di prendersene il merito sostenendo che ne era coinvolto. “Asia del Sud-Ovest; l’aviazione irachena ha condotto un attacco aereo nei pressi di Hajin, in Siria, contro i terroristi dello SIIL che operano al confine tra Iraq e Siria, il 19 aprile. L’attacco fu approvato dal primo ministro iracheno e comandante in capo delle forze armate Dr Haydar al-Abadi. L’attacco dimostra l’impegno dell’Iraq a distruggere i resti dello SIIL che continuano a minacciare i suoi cittadini. L’operazione fu pianificata ed eseguita dal comando delle operazioni congiunte iracheno col supporto dell’intelligence della Coalizione”. “Questa operazione mette in evidenza le capacità delle Forze Armate irachene di perseguire aggressivamente lo SIIL e mantenere la sicurezza interna del Paese”, affermava il brigadier-generale Robert B. Sofge, vicecomandante delle operazioni della Joint Task Force – Operation Inherent Resolve. La missione della Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve è sconfiggere lo SIIL in aree di Iraq e Siria, e stabilire le condizioni per le operazioni per la stabilità regionale”.
Le mie fonti dicono che la dichiarazione degli Stati Uniti è fuorviante se non completamente falsa. Dopo che i quattro comandanti della sala operativa di Baghdad decisero l’attacco, il comando iracheno l’avviò. Gli iracheni ne informarono il comando OIR degli Stati Uniti, ma diedero solo una descrizione approssimativa dell’area da colpire. Detto diversamente, non fu dato agli Stati Uniti il tempo di avvertire lo SIIL. Il “supporto d’intelligence” degli Stati Uniti all’operazione consisteva nel tenere lontani i loro aerei. Il tweet del portavoce dell’OIR citato è una ripetizione della dichiarazione del comando OIR del 19 aprile che si accreditava ciò che non gli competeva. Mentre gli Stati Uniti coccolano lo SIIL in Siria per riusarlo per i propri scopi, i 4+1 pianificano un’ampia operazione congiunta per distruggere finalmente la minaccia taqfira. Mi aspetto che l’operazione abbia inizio dopo le elezioni del Parlamento iracheno del 12 maggio e il nuovo governo iracheno sia operativo. Dovranno essere preparate abbastanza forze siriane ed irachene. Sul versante siriano un ponte militare sull’Eufrate è stato recentemente ricostruito dall’Esercito arabo siriano e nuovo materiale arriva nell’area. L’incontro del Ministro della Difesa iraniano con le PMU suggerisce un ruolo importante per queste unità nella lotta imminente. Gli Stati Uniti cercheranno d’impedire o minare il piano o ne rimarranno fuori?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 24.04.2018

Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sette coincidenze tra le proteste in Nicaragua e Venezuela

Mision Verdad, 23 aprile 2018Ci sono diverse coincidenze tra le violenze in Nicaragua negli ultimi giorni e quelle antichaviste nel 2014 e 2017. Non si tratta solo di chi finanzia tali operazioni, ma di come sono gestite via social media. Di seguito sono riportati sette confronti che lo confermano.
1. Armamento non convenzionale. L’uso di armi artigianali per affrontare le forze di sicurezza cercando di creare contiguità tra proteste pacifiche e tattiche di sovversione e guerriglia urbana, in modo che i morti vengano attribuiti al governo, nel quadro del dossieraggio “violazione dei diritti umani”. Mitraglia, mortai, razzi, tra gli altri, sono utilizzati dai gruppi d’attacco mercenari in Venezuela causando morti come Adrián Duque, Armando Cañizalez, César Pereira, Diego Arellano, Miguel Castillo, Roberto Durán e Yeison Mora, uccisi con sfere metalliche o mitraglie sempre dal lato dei dimostranti. Anche Andrés Uzcátegui, Nelson Arévalo Avendaño, Neomar Lander e Engelberth Duque Chacón, morirono mentre manipolavano esplosivi artigianali. Durante le violenze in Nicaragua, i gruppi armati d’assalto usavano mezzi simili. Per evitare confusioni a causa della somiglianza delle immagini, la prima foto riguarda il Venezuela e la seconda il Nicaragua.

2. Operazioni di disinformazione. Informazioni non confermate sono spacciate da operatori della guerra psicologica usando i social network come amplificatori per creare ansia e panico nella popolazione. Tra le proteste in Venezuela dello scorso anno, alcuni capi dell’opposizione diffusero voci collegando il governo venezuelano a un presunto uso di armi chimiche, con l’obiettivo di attirare l’attenzione dei media internazionali e terrorizzare l’opinione pubblica. pubblico. Al tempo, dall’altra parte dell’Atlantico, il governo siriano fu accusato di attacchi chimici e in seguito fu confermato che il presunto attacco era una montatura per giustificare i bombardamenti statunitensi del Paese arabo. Cercando di emulare la stessa opportunità, in Nicaragua voci furono diffuse per collegare il governo all’uso di armi chimiche, una bugia che, sebbene screditata, fu utile ad alimentare le violenze via social network.
3. Manipolazione dei morti. Gli uccisi nelle violenze vengono indicati senza spiegazioni o precisazioni così che, come in Venezuela, il governo venisse accusato da media o “gruppi armati”. Con tale tattica nell’uso dei media, fu elaborato il dossier per consentire l’intervento o colpo di Stato, a seconda delle circostanze. I media come ABC diffusero un bilancio delle vittime che i media locali non potevano confermare. Come visto nella precedente “coincidenza”, tali dati furono diffusi da operatori dalla lunga esperienza nella guerra dell’informazione contro il Venezuela. In Nicaragua, i media internazionali riecheggiavano “rapporti” oscuri collocando il numero di morti oltre i 20, incapaci di confermarlo o meno. Applicando la stessa disinformazione, si cercava di nascondere che nel 2017 morirono in Venezuela, ad esempio, 25 passanti presso una manifestazione, ma senza parteciparvi. Casi come quelli di Almelina Carrilo (Caracas) o Paola Ramírez (Táchira), omicidi commessi dai manifestanti dell’opposizione, furono usati dai media per intensificare le violenze, ritenendo il governo responsabile senza che i casi venissero risolti in via giudiziaria.
4. Saccheggi e danni a proprietà pubbliche e private. Gruppi armati in Nicaragua saccheggiavano diversi negozi e persino motociclette, in alcune parti del Nicaragua, causando danni alle strutture statali come ospedali e istituti scolastici. Il profilo delle violenze era professionale e focalizzato non solo sulle infrastrutture dei servizi chiave per la vita quotidiana della popolazione, ma anche su simboli ed istituzioni del potere statale. Nel comune di Chacao, nello stato di Miranda, in Venezuela, accaddero eventi simili quando gruppi d’assalto anti-Chavez incendiarono e attaccarono edifici pubblici come la Direzione esecutiva della magistratura, della Corte suprema di giustizia. Questo fu solo un esempio dell’assalto a trasporti pubblici, biblioteche e ospedali nel 2017.
5. Uso dei cecchini. In Venezuela, omicidi mirati furono commessi da cecchini, mentre il sergente Surnar Sanclemente (Miranda) e il poliziotto di Carabobo Jorge Escandón furono uccisi a colpi di arma da fuoco. Anche Jesus Leonardo Sulbarán e Luis Alberto Márquez, lavoratori del governatorato di Mérida, furono uccisi dal tiro da edifici in quello stato. Il giornalista Ángel Gahona, di un canale televisivo statale, fu assassinato mentre trasmetteva in diretta su Facebook gli eventi presso l’ufficio del sindaco di Bluefields, Nicaragua. Stava camminando dietro le forze di polizia e un colpo gli sfondò la testa di fronte a dozzine di persone. Dall’11 aprile 2001, da Euromaidan al Nicaragua, i cecchini sono una risorsa delle operazioni golpiste degli Stati Uniti.
6. Uso d’influencer del mondo dello spettacolo. Strumentalizzare la sensibilità delle persone legate all’industria dell’intrattenimento è una risorsa propagandistica di successo per avere il supporto alle violenze da strati sempre più ampi dell’opinione pubblica. Tale catalizzatore non smette di essere utile per tali operazioni, nel caso venezuelano c’erano molte celebrità che manifestavano il loro pregiudizio contro Chavez. In Nicaragua, tale risorsa fu usata arruolando figure musicali internazionali come Miss Nicaragua 2018 Adriana Paniagua e altri personaggi dell’industria dell’intrattenimento locale.
7. Simboli e glorificazione della morte. Le liste di defunti scritte col gesso per terra furono stilate in Nicaragua, similmente a quelle scritte in Venezuela nei tumulti del 2017, allo scopo di nascondere le cause di ogni morte e accusarne il governo. Sebbene tra i morti, in Venezuela e in Nicaragua, vi fossero membri delle forze di sicurezza, studenti, lavoratori e attivisti politici, è importante per i media gonfiare le liste false e concedergli un’estetica da “lotta nonviolenta”, per essere riconosciuti a livello internazionale; svuotandone del valore locale, tali morti diventavano prodotti di consumo.

Altro
Altre coincidenze nell’ambito del piano attivato in Nicaragua sono: il sostegno del clero cattolico ai “manifestanti”, le “preoccupazioni” del governo degli Stati Uniti, il reclutamento di delinquenti e la continua giustificazione e sponsorizzazione di ONG, media ed élite aziendali promosse da Washington attraverso il proprio soft power. E per concluderne la coincidenza politica all’origine: alcuna delle due nazioni attaccate è geopoliticamente allineata agli Stati Uniti, grandi promotori globali di tali metodi golpisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio