Il SIIL implode sotto il peso dell’Esercito Arabo Siriano

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 3 marzo 201510987472Abbiamo definito il SIIL “fuoco di paglia” e riscontriamo ciò che scriviamo. Battaglia dopo battaglia, il SIIL si dimostra un fenomeno militare dalle gravi carenze. Guardiamo con attenzione come gioca le sue ultime carte. Possiamo cominciare affermando, senza esitazione, che il numero dei terroristi del SIIL sta calando drasticamente, anche se la propaganda dei media occidentali li gonfia a dismisura, riportandone a pappagallo continuamente le assurdità in armonia con i piani folli di Obama per avere la base giuridica per mantenere truppe statunitensi in Iraq. SyrPer sa esattamente il perché ed i beneficiari.

1. I terroristi del SIIL diminuiscono
I media in occidente sono fulminei sulle notizie del SIIL che arruola ragazzini per colmare i ranghi. Inoltre, vi sono rapporti credibili che il SIIL addestri anche adolescenti nell’arte degli attentati suicidi. Il SIIL cerca anche, con scarso successo, di reclutare convertiti a tale eresia entro gli ampi confini della religione islamica. I rapimenti di assiri, caldei, yazidi e curdi indicano il desiderio d’ingrossare i numeri con neoconvertiti dalle minoranze. Naturalmente coloro che non accettano la farsesca interpretazione wahabita degli insegnamenti islamici, vengono giustiziati, da qui le terribili notizie che filtrano costantemente. Maggiori informazioni rivelano la natura anarcoide del SIIL. Mentre sacerdoti fanatici ed eretici continuano ad istigare i giovani nelle moschee ad unirsi al SIIL, notizie altrettanto deludenti arrivano da giornalisti che sostengono di non essere tollerati dal SIIL, e i cui fortunati, salvatisi dalle loro grinfie, illustrano il movimento per quello che realmente è: un movimento istigato dal peggiore nichilismo. Un giovane pakistano ispirato dai sogni sul Califfato arrivava in Iraq dalla Turchia e dopo l’adesione al SIIL, scopriva di dover pulire i bagni. Anche la “Sex Jihad” è ormai una moda morente. Nonostante alcuni smidollati inglesi si auto-flagellani per 3 ragazze fuggite in Turchia sotto gli occhi e il naso della sicurezza inglese, unendosi al SIIL per soddisfare le fantasie ormonali adolescenziali divenendo la raggiante sposa velata di qualche bruto puzzolente, molte famiglie musulmane controllano le figlie e con le istituzioni governative le convincono a rientrare. Alcuni effettivamente si sono recati in Siria per riprendersi i figli dagli artigli del SIIL. Molte ragazze sono state uccise dai sociopatici del SIIL. Notizie di tali atrocità non incoraggeranno le adolescenti musulmane assatanate. La morte sembra essere troppo viziosa per loro.
Gli eserciti convenzionali differiscono da gruppi insorti altamente mobili come il SIIL. L’Esercito arabo siriano è un enorme istituto di oltre 500000 soldati (comprese le milizie). Ma questo non significa che c’è mezzo milione di truppe da combattimento disponibili. Chiunque abbia prestato servizio militare vi dirà che la maggior parte del personale è coinvolto nel supporto e nella logistica. Inoltre, la Siria ha un sistema di difesa aerea che richiede decine di migliaia di tecnici. Lo stesso vale per i reggimenti missilistici e le forze di difesa costiera. E’ giusto dire che sul campo l’EAS ha circa 70000 truppe da combattimento. Il SIIL, dato lo scarso addestramento al combattimento, può schierare una maggiore percentuale di unità da combattimento. Tuttavia, la loro efficienza è tutt’altro che cristallina. Ai reclutatori del terrorismo inglesi in Turchia piacciono da sempre i jihadisti, perché sono così disposti a morire per concludere un’operazione militare. Gli inglesi vanno in orgasmo ogni volta che possono inviare a morte sicura qualcuno per il bene dell’Union Jack, è quasi come l’oppio per loro. Ma a dire il vero, i fanatici della rivolta hanno dimostrato inettitudine e disorganizzazione, qualità presenti nell’ex-capo del cosiddetto esercito libero siriano, traditore e disertore supremo, ex-generale Salim Idris. Il tasso di abbandono dal SIIL è sottostimato dai media. Perde centinaia di ratti ogni giorno sia per mano dell’Esercito Arabo Siriano, che dell’esercito iracheno, che delle milizie curde come Peshmergha e PKK e, in una certa misura, della campagna aerea degli Stati Uniti. (Interessante notare come Stati Uniti e Gran Bretagna riforniscano il SIIL di armi, munizioni e cibo.) Il SIIL non può compensare le perdite se non reclutando e ritirandosi nelle aree che crede di dover difendere per la propria esistenza.

2. Anche i finanziamenti al SIIL diminuiscono
Indipendentemente dal fatto che il nuovo re dell’Arabia Saudita ora blocchi o meno il flusso continuo di denaro per il SIIL, vi sono le scimmie nella sua famiglia saudita che ancora pompano denaro alle organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria. Tali figuri sono spinti da un animus irrazionale contro sciiti e Iran. Sia come sia, il denaro apparentemente scorre a una velocità di gran lunga inferiore. Lo sappiamo da rapporti credibili da al-Raqqa, dove i tagli agli stipendi sono sempre più comuni. Un ratto terrorista del SIIL oggi riceve solo 1/4 dello stipendio mensile di quando vi aderì nel 2013. Ciò che spinge a stringere la cinghia, è l’esaurimento delle casse. (Si prega di leggere l’articolo di Thierry Meyssan).
Quando il SIIL cerca voracemente d’ingrossare le riserve rubando ogni manufatto storico che può vendere ai turchi e inglesi senza scrupoli, raggiunge il fondo. Alla sua comparsa sulla scena, il SIIL concentrava l’attenzione finanziaria su petrolio e gas che vendeva in grandi quantità agli intermediari turchi, trasformandoli in profitto netto vendendoli ai clienti europei che, ovviamente, incoraggiavano l’acquisto di tali prodotti per danneggiare il governo di Assad. Ma oggi l’Europa ha cambiato radicalmente direzione. Con il SIIL che segue la moda dei documentari ben girati su apparente decapitazione di giornalisti, prigionieri giordani e curdi immolati in gabbie di fuoco; omosessuali gettati dai tetti e poi, se sopravvissuti, lapidati a morte davanti le telecamere; infanticidio degli infedeli; violenze su donne appartenenti a minoranze; e tutto questo in conformità al libro scritto da uno degli sciamani più importanti del SIIL, dal titolo: “La via della ferocia”. Anche se gli europei hanno una storia di brutalità indicibili che condividono con il SIIL, avendo ucciso milioni di ebrei, ugonotti, popoli del Nuovo Mondo, neri e tanti altri disgraziati, oggi sono contriti e vogliono sconfessare tale storia. Ma non molto tempo fa gli inglesi sventravano e castravano persone, per poi legarne le membra a quattro cavalli facendole a pezzi, si chiamava “impicca, lacera e squarta”. In ogni modo, gli europei hanno deciso di smettere di comprare petrolio dal SIIL. Inoltre, i campi petroliferi siriani non sono particolarmente produttivi, poiché il petrolio è in profondità e serve una tecnologia adatta per pomparlo, che non è disponibile al SIIL. In realtà, la maggior parte del petrolio rubato dalla Siria da SIIL fu preso dalle riserve strategiche, cioè petrolio già pompato e conservato in serbatoi che il SIIL semplicemente spillava nelle autocisterne fornite da Erdoghan & Co. Non altro.

3. Anche il peso di Allah nel programma del SIIL diminuisce

Standbeeld_Saladin_DamascusPersonalmente detesto Saladino. Ecco il monumento costruitogli dal Presidente Hafizh al-Assad in Siria. Era un curdo che voleva studiare teologia finché il destino intervenne.

Deve essere deprimente marciare in Europa (Deus le Veult!), calare su Costantinopoli (Constantinopolitana Civitas Diu Profana!); creare un regno sanguinario in Siria (Advocatus Sancti Sepulchri) per poi scoprire che Dio non è per nulla contento del vostro comportamento. Immaginate cosa i crociati devono aver provato quando il Feroce Saladino iniziò a tagliargli la testa dopo la battaglia di Punta Hatin, nei pressi del lago di Tiberiade, in risposta allo stupro di Reynard De Chatillon della sorella. Come volessero squagliarsela mentre gli eserciti mamelucchi di Ruqnidun Baybar al-Bunduqdari iniziarono a marciare lungo le coste della Palestina alla ricerca di qualsiasi crociato ostinato da uccidere. È per questo che fu chiamato il “Re Vincente”. Ma ci si conceda una pausa per chiedersi perché si pensava che Dio fosse dalla propria parte, in primo luogo. Giusto, amico? (in cockney o accento australiano). Penso che molti ratti del SIIL si chiedano perché il loro califfato cominci a perdere. Perché sempre più eliminando altri jihadisti che pensano che il Califfo di Qaqà sia un degenerato? Dove è scritto nel Corano che si può bruciare la gente? Perché un jihadista deve pulire gabinetti? Come è possibile che un libro sacro che dice di rispettare i cristiani, consente di violentarne le donne o di bruciarli? Tali pensieri attraversano le menti di alcuni jihadisti che mettono in dubbio la causa che li ha richiamati nei deserti vulcanici della Siria. Il morale è basso tra le fila del SIIL. Dovrebbe, i disertori giustiziati dal gruppo ne sono la prova. Vengono accerchiati ad al-Raqqa dai governativi siriani. Non ci sono più grandi parate ed anche i sunniti in Iraq si uniscono agli sciiti per sterminarli tutti. Impongono il pedaggio ai loro camion, nei valichi. Notizia non incoraggiante per i selvaggi jihadisti.

10922547Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Debaltsevo

Colonel Cassad (in russo) – Cassad 2marzo 20150_968f0_b475d581_XLPrima di riassumere i risultati complessivi della campagna dell’inverno 2015, riassumiamo i risultati della battaglia di Debaltsevo, la battaglia centrale della campagna e determinante per i risultati.

1018991579La battaglia di Debaltsevo: risultati
La campagna iniziò per il bombardamento sistematico delle città del Donbas da parte dall’artiglieria della junta fascista, in seguito del quale la “2 ° tregua” fu spezzata e le operazioni militari ad alta intensità e impiego di ogni mezzo ripresero. La prima fase della campagna fu associata alla lotta per l’aeroporto di Donetsk, catturato dalle FAN. La controffensiva della junta sull’aeroporto fallì miseramente, portando a gravi perdite di personale e materiali. Dopo aver respinto la controffensiva della junta, le FAN passavano all’offensiva cercando di penetrare le difese della junta sulla linea Peski – Opitnoe – base della difesa aerea – Avdeevka. Questa offensiva non ebbe molto successo: nonostante le gravi perdite non riuscì a catturare Peski. Non poté neanche rafforzarsi ad Avdeevka. Così, dopo aver catturato gli impianti a nord della pista di atterraggio dell’aeroporto, le FAN gradualmente passarono sulla difensiva e respinsero i contrattacchi della junta diretti a catturare Spartak. Contemporaneamente ai combattimenti per Peski e Avdeevka, le FAN iniziarono l’offensiva su Debaltsevo, portando alla battaglia che continuò per circa un mese, tra fine gennaio e primi i febbraio.
I principali obiettivi delle forze attaccanti erano:
1. Intercettare la strada M-103 nella zona di Svetlodarsk e circondare il gruppo di Debaltsevo.
2. Catturare Debaltsevo e ripristinare il controllo sull’importante snodo dei trasporti di Novorossia.
L’offensiva si svolse su diverse direzioni da RPD e RPL. Fu in sostanza la prima grande operazione con un serio coordinamento operativo tra gli eserciti delle repubbliche popolari, anche se i tentativi di creare tale coordinamento non furono fatti in precedenza. Ad esempio, possiamo ricordare i tentativi di coordinare le operazioni delle forze di RPD e RPL durante la chiusura della Sacca meridionale 1.0 e la “contro-offensiva fallita di Bolotov”, che avrebbe dovuto mitigare la difficile situazione dopo aver abbandonato il saliente di Lisichansk. Il saliente di Debaltsevo si formò durante la controffensiva delle FAN tra estate e autunno, quando un tentativo di utilizzare Debaltsevo come testa di ponte per accerchiare Donetsk fallì, dopo i tentativi falliti di catturare Shakhtjorsk, Mjusinsk e Krasnij Luch. Durante la controffensiva delle FAN, le forze delle junta furono costrette alla difensiva mantenendo la testa di ponte per tempi migliori. Effettivamente, dopo settembre 2014, le forze vi si concentrarono per riprendere le operazioni offensive. Roccaforti sulle direttrici attese dell’attacco delle FAN furono create. Tuttavia, la configurazione del gruppo non aveva un chiaro carattere difensivo, la junta si preparava ad attaccare e le misure difensive infine furono insufficienti. La cosa più interessante è che nell’autunno del 2014 Timchuk descrisse la possibilità che le FAN attaccassero suggerendo che Trojtskoe e Uglegorsk fossero le direttrici più minacciose.

debLe direzioni dei principali degli attacchi delle FAN attese dalla junta nell’ottobre 2014.

Il gruppo della junta nella zona di Svetlodarsk e Debaltsevo consisteva di circa 9-10 mila persone. Tra cui 6-7mila combattenti. La costituzione del gruppo non fu uniforme: c’erano brigate complete ed incomplete delle FAU, battaglioni territoriali, unità punitive come il Donbass, le unità del MdI e del SBU. Le FAN schieravano circa 5-6mila effettivi in unità di prima linea, ed avevano una collezione assortita di diverse unità: unità dell’esercito regolare combinate a un corpo ed unità cosacche semi-autonome, unità speciali della sicurezza di RPD e RPL. In seguito, le due repubbliche ingaggiarono attivamente le riserve in questo settore. Durante la prima fase, la riserva operativa della junta consisteva di tre battaglioni presso Artjomovsk. Uno fu utilizzato nei combattimenti a Popasnaja, un altro a Trojtskoe e Krasnji Pakhar.

30012015La situazione al fronte del 30 gennaio.

Inizialmente, l’offensiva delle FAN su Debaltsevo aveva per obiettivo circondare l’intero gruppo nemico di Svetlodarsk-Debaltsevo, in modo che i principali sforzi si concentrassero su un’avanzata da Trojtskoe e Krasnij Pakhar a Mironovka e all’autostrada M-103. L’obiettivo principale non era nemmeno Svetlodarsk, a sud della strada, ma piuttosto gli insediamenti adiacenti (Mironovka, Mironovskij, Luganskoe) la cui cattura permetteva d’intercettare le comunicazioni delle forze che si trovavano a sud di Svetlodarsk. L’offensiva alla base del saliente di Debalstevo avvenne sui due lati. L’offensiva da sud-ovest e sud di Gorlovka fu bloccata nei combattimenti nella zona di Dolomitnoe, Travnevoe e Novoluganskoe; il nemico tenne il fronte qui. Nella battaglia, le FAN non riuscirono a conseguire successi significativi nel settore. L’offensiva delle forze della RPL avveniva con maggiore successo. L’attacco fu effettuato su Trojtskoe, Krasnij Pakhar e Popasnaja, a nord del saliente di Debaltsevo. Oltre a minacciare la rottura da Popasnaja ad Artjomovsk, l’attacco disorientò il nemico, non potendo stabilire per molto tempo quale fosse la principale minaccia: Popasnaja o Trojtskoe. Il nemico dovette schierare le riserve a Popasnaja e a Svetlodarsk. Dopo aver preso Krasnij Pakhar le FAN si avvicinarono a Mironovka, il nemico finalmente capì che l’attacco principale proveniva esattamente da questo settore e iniziò a schieravi in fretta le riserve, spingendo un battaglione verso Svetlodarsk. Dopo l’arresto dell’offensiva delle FAN, il nemico avviava una contro-offensiva e riprese Trojtskoe e parte di Krasnij Pakhar con l’assalto di unità meccanizzate. Aspri combattimenti si svolsero presso Krasnij Pakhar, rallentando l’offensiva ad ovest di Mironovskij, poi interrompendola. Nei pesanti combattimenti, le FAN riuscirono a mantenere Krasnij Pakhar, ma la minaccia della puntata delle FAN sulla strada M-103 fu mitigata dal nemico che conteneva con più o meno successo le azioni offensive delle FAN a fine gennaio. Le azioni sul perimetro del saliente di Debaltsevo iniziarono con l’offensiva su Mironovka. Con aspri combattimenti, l’esercito della RPL catturava l’area di Sanzharovka e si avvicinava alle quote da cui bombardare la strada M-103. Aspri combattimenti nella zona di Novogrigorovka, periferia orientale di Debaltsevo e Chernukhino non diedero risultati decisivi a gennaio. La difesa nemica aveva un’organizzazione sufficientemente robusta, qui, e le FAN ebbero gravi perdite durante i tentativi di resistere. Le previste offensive su Nikishino, Uglegorsk e le ‘Orlovka’, inoltre, non ci furono. A fine gennaio apparve chiaro che il piano per circondare il gruppo di Svetlodarsk-Debaltsevo stava fallendo. L’avanzata delle FAN fu accompagnata da gravi perdite e gli obiettivi operativi rimasero incompiuti. L’intera operazione era minacciata. Le perdite subite sia nel saliente di Debaltsevo che in altre posizioni, spinsero ad inviare i rinforzi dello Stato Maggiore dalle retrovie e alcune forze dal confine. Intanto nella RPL alcune unità si rifiutarono di schierarsi sul fronte. Continuava il conflitto interno tra le autorità della LPR e l’Esercito del Grande Don, che continuava dall’autunno. Le gravi perdite del battaglione “Agosto” e della squadra “Ratibor”, il blocco di “Biker” e i danni ad “Almaz” erano manifestazioni della crisi delle FAN durante l’offensiva. Da una parte tali problemi erano i dolori tipici della crescita, quando le diverse milizie diventano un esercito regolare combattendo, dall’altro rispecchia i vari conflitti interni a RPD e RPL, riflettendosi negativamente sull’efficacia dell’operazione militare. Tali problemi furono sanguinosi. Inoltre, il nemico non scontò alcuni errori, impuniti in estate e autunno. A credito della leadership delle operazioni, essa capì che il piano originale non funzionava abbastanza e passò al piano B. Sotto la copertura dei continui combattimenti presso Krasnij Pakhar e dell’offensiva da nord-est, la preparazione dell’attacco su Uglegorsk iniziò. C’erano già combattimenti nella zona di Uglegorsk, dopo l’inizio della campagna invernale, ma non ebbero molto successo per le FAN ed apparentemente il comando del settore decise che non ci fosse alcuna minaccia diretta in quel settore. In caso contrario, gli eventi successivi sarebbero difficili da spiegare. In generale, non c’erano riserve per un attacco su Uglegorsk, così un gruppo d’assalto congiunto fu creato con varie unità, a partire dagli Spetsnaz del GRU della RPD completato da piccole squadre di volontari provenienti da diverse unità schierate su posizioni tranquille. I combattenti che arrivavano furono completamente attrezzati e preparati per l’offensiva, iniziata il 30 gennaio. Un attacco corazzato al checkpoint che copriva l’entrata di Uglegorsk ebbe successo, dopo aver perso 3 carri armati sulle mine, gli equipaggi dei carri armati della RPD penetrarono la difesa nemica ed entrarono ad Uglegorsk. Per sfruttare questo successo, il gruppo d’assalto congiunto su BTR, BMP e autocarri passò dal checkpoint catturando la città, impegnando la guarnigione locale. La città aveva una difesa mal preparata (per negligenza dell’ufficiale che organizzò la difesa di Uglegorsk e del comando del settore, che non fu infastidito da tale situazione). Quindi, in meno di un giorno il nemico fu respinto alla periferia sud-est di Uglegorsk. Nel frattempo, uno dei battaglioni territoriali che difendevano la città fu accerchiato. La comparsa di una grande quantità di forze delle FAN in città creava una seria minaccia operativa all’intero gruppo di Debaltsevo. Inoltre, la visita di Zakharchenko a Uglegorsk ebbe un grande effetto demoralizzante sugli ucraini, perché la propaganda del nemico continuava a dire che la città era ancora in mano loro diversi giorni dopo la perdita di Uglegorsk. Eppure, il video di Uglegorsk dove Zakharchenko dava interviste e la fanteria d’assalto delle FAN si riorganizzava, parlava da sé.

04022015La situazione sul fronte del 4 febbraio.

Il giorno successivo, dopo la caduta Uglegorsk, il comando del settore infine si preoccupò della situazione nella città e organizzò una contro-offensiva su Uglegorsk delle unità delle FAU e del battaglione punitivo Donbass che si trovavano ad ovest di Debaltsevo. L’attacco della junta raggiunse la periferia di Uglegorsk ed entrò in città da sud-est, salvando il battaglione territoriale circondato. Durante la controffensiva (che alcuni in Ucraina si precipitarono a chiamare “la controffensiva di Semenchenko”) accadde un evento storico quando, dopo aver avuto alcuni dei suoi uomini uccisi, il comandante del Donbass Semenchenko fu preda del panico e scappò su un BTR uccidendo altri due suoi camerati che tentavano di disertare nelle retrovie. Dopo di ché fuggì in un ospedale di Artjomovsk, fingendosi ferito. Pur essendo ricoverato, scriveva comunicati dal fronte che non avevano nulla a che fare con la realtà. Così Semenchenko effettivamente in pochi giorni rovinò ciò che restava della sua reputazione tra i sostenitori della junta. Naturalmente la junta non riuscì a riconquistare la città (la contro-offensiva fu orribilmente organizzata), scatenandone le conseguenze. Mentre respingevano gli attacchi della junta da sud-est, resistendo a Uglegorsk, le FAN spinsero le loro forze a nord-est della città, cercando di avvicinarsi alla strada M-103 da sud. Poiché da questa direzione la strada doveva essere coperta dal presidio di Uglegorsk, riassegnato a sud-est, le FAN ebbero ampio e libero accesso alla strada, protetta solo da deboli forze nemiche. Naturalmente, dalle fortificazioni di Uglegorsk, le FAN si mossero in questo spazio vuoto. Dopo la caduta di Kalinovka e delle alture non vi erano più ostacoli significativi tra le FAN e la strada. Nel frattempo, la strada stessa veniva sottoposta a bombardamenti dell’artiglieria dalle quote presso Sanzharovka e dalle posizioni di Lozovoja, anche se era ancora possibile percorrerla. Insieme alla riuscita avanzata da Uglegorsk, le forze delle FAN finalmente cacciarono il nemico da Nikishino e Redkodub e iniziarono i combattimenti a Debaltsevo e Chernukhino, dove si trovavano i principali centri della resistenza del gruppo di Debaltsevo. Nonostante la situazione pericolosa, il nemico non prese misure tempestive rischierando le riserve verso Svetlodarsk e fortificando Logvinovo, e ciò fu fatale. Nonostante i numerosi annunci sulla chiusura della sacca, ciò fu certo solo il 9 febbraio. Una sacca con la strozzatura bombardata dai cui comunque passavano i rifornimenti per Debaltsevo da Svetlodarsk. Venivano rifornite sia le unità dell’esercito che delle organizzazioni volontarie.

karta-ukr-1La configurazione generale del fronte alla vigilia della caduta del Logvinovo.

Il 9 febbraio il gruppo “Olkhon” giunse a Logvinovo, dove non c’era il nemico ed intercettava l’autostrada M-103. Mezzi e blindati nemici furono distrutti sulla strada durante i tentativi di fuggire per Logvinovo. Alti ufficiali del comando del gruppo di Debaltsevo vi morirono. Il comando del gruppo circondato ebbe effettivamente una settimana intera per prendere provvedimenti riguardo l’evidente assalto su Logvinovo, ma non fece nulla. Solo le alture adiacenti Logvinovo furono occupate, pensando che fosse possibile stabilire il controllo con i tiri su Logvinovo stessa e parte della strada che passava accanto al villaggio. Le FAN schierarono rapidamente gli Spetsnaz del GRU a Logvinovo, opponendosi all’assalto del gruppo ucraino che cercava di riconquistare Logvinovo e sbloccare la strada. Durante i pesanti combattimenti, le forze nemiche (tra cui una parte del battaglione Donbass) raggiunsero la periferia di Logvinovo, dove addirittura installarono il comando, ma i nostri Spetsnaz erano sul suo terreno (nonostante adempissero al compito di respingere gli assalti delle unità nemiche meccanizzate, compito in generale che non viene svolto dagli Spetsnaz). Il nemico, dopo aver perso 18 blindati, fu ricacciato da Logvinovo, più o meno completamente distrutta dal massiccio fuoco di artiglieria durante i primi giorni dopo la sua cattura da parte delle FAN. Respingendo i contro-attacchi su Logvinovo, le FAN occuparono le alture adiacenti, stabilendo un controllo ridondante sulla strada M-103. Ciò chiuse definitivamente la sacca di Debaltsevo, da Uglegorsk a Logvinovo. Nel frattempo, i combattimenti a Novogrigorevka e nella periferia orientale di Debaltsevo portarono alla cattura delle principali ature a nord-ovest di Debaltsevo. Di conseguenza, il gruppo di Svetlodarsk-Debaltsevo fu diviso in due e la sua agonia iniziava. Già l’11 febbraio le FAN concentravano artiglieria sufficiente a coprire la maggior parte della strada tra Svetlodarsk e Logvinovo, perciò le FAU ebbero problemi anche a schierarsi sulla prima linea. I tentativi di sbloccare la situazione si spensero già sugli approcci per Logvinovo e persino l’arrivo frettoloso del capo di Stato Maggiore delle FAU, generale Muzhenko, che guidava personalmente l’operazione per salvare le truppe accerchiate, non cambiò la situazione catastrofica dovuta allo Stato Maggiore e al comando del settore.

090220159 febbraio 2014, la sacca di Debaltsevo si chiude.

Il fatto che le FAN riuscissero a chiudere la sacca prima dei colloqui di Minsk fu molto importante, perché la testardaggine di Poroshenko e dello Stato Maggiore delle FAU, che non riconobbero la sacca e cercavano di mantenere Debaltsevo, portò allo scontro sul negoziato, quando l’area di Debaltsevo usciva del campo di applicazione degli accordi Minsk. Le FAN sbaragliarono il gruppo di Debaltsevo, grazie al fatto che lo status di Debaltsevo non fu deciso. Se non avessero chiuso la sacca in tempo, sarebbe stato molto più difficile farlo dopo, e il saliente di Debaltsevo esisterebbe ancora. Saltando il problema politico in questo modo, le FAN iniziarono la liquidazione del gruppo circondato. Il piano era abbastanza semplice: impedire l’uscita del gruppo circondato resistendo nella zona di Logvinovo e nelle alture adiacenti, e nel frattempo attaccare Debaltsevo e Chernukhino direttamente, e allo stesso tempo, comprimere il nemico da sud e sud-ovest verso la roccaforte che le FAU costruirono presso Olkhovatka. Tutto funzionava abbastanza bene riguardo la chiusura della sacca, ma la situazione a Chernukhino e Debaltsevo divenne molto più difficile: la difesa del nemico fu spezzata con grande difficoltà liberando gradualmente questi insediamenti. Poiché il gruppo di Debaltsevo non poteva continuare a resistere a lungo senza rifornimenti, gli ufficiali rimasti nella sacca (una parte del comando fuggì ad Artjomovsk e Svetlodarsk il 9-11 febbraio, alcuni morirono per strada) iniziarono a operare per salvare le truppe circondate.
C’erano due possibilità per sfuggire all’accerchiamento:
1. Un ritiro, dopo che le forze avevano ricevuto il permesso di uscire dall’accerchiamento senza armi e materiale, da cedere alle FAN.
2. Attraversare campi e strade rurali tra Logvinovo e Novogrigorovka.
Non c’era modo di contare su un ritiro coordinato e sull’aiuto da Svetlodarsk: Debaltsevo fu dichiarata centro della “Stalingrado ucraina” e “testa di ponte”, proprio come l’aeroporto di Donetsk. Gli ufficiali della junta non avevano intenzione di trasformarsi in “cyborg“, soprattutto “cyborg” morti, e così pianificarono la ritirata per conto proprio. Il comandante della 128.ma brigata, che si prese la responsabilità, decise infine di spezzare l’accerchiamento. Quindi, alcune truppe circondate riuscirono ad fuggire attraverso i campi a nord di Logvinovo, abbandonando 300 mezzi (carri armati, BTR, BMP, SAU, MTLB, BRDM, artiglieria, MLRS, autocarri ecc), circa 500 persone non poterono uscire dalla sacca dopo aver abbandonato le posizioni, alcuni vengono ancora scoperti. Altri 500 furono presi prigionieri di guerra.4833820Il coperchio della sacca di Debaltsevo. La strada da Debaltsevo a Nizhnaja Lozovaja, lungo la quale i resti del gruppo di Debaltsevo passarono, si vede chiaramente sulla mappa. Furono bombardati dalle quote e da Logvinovo.

Il numero complessivo di perdite della junta nei combattimenti per Debaltsevo e zone adiacenti arriva a 1500, 900-1100 morirono nei combattimenti presso Logvinovo, Nizhnaja Lozovaja, Sanzharkovka, Dolomitnoe, Mironovka, Krasnij Pakhar e Trojtskoe. Nel complesso, secondo dati provvisori, la junta ha avuto 2400-2600 caduti e dispersi nella battaglia per Debaltsevo (forse il numero di caduti è leggermente inferiore, perché alcuni di loro ancora vagherebbero da qualche parte nella zona), circa 4500 feriti e 650 prigionieri. Le perdite delle FAN sarebbero circa 700-800 caduti e 2-2500 feriti. La maggior parte delle perdite fu dovuta all’artiglieria. Se nella zona dell’aeroporto la junta subiva maggiori perdite, a Debaltsevo le perdite furono comparabili fino alla prima settimana di febbraio. Solo quando il gruppo venne circondato, la junta perse molto più personale e materiale. Se non fosse stato per l’iniziativa dei comandanti ucraini, che fecero uscire parte del personale dall’accerchiamento (nonostante la passività criminale dello Stato Maggiore e del comando locale ucraini), le perdite sarebbero state molto più alte. I soldati della junta che lasciavano l’accerchiamento furono aiutati dal fatto che alcuni punti tra Logvinovo e Novogrigorovka, erano solo sotto il tiro senza la presenza di roccaforti delle FAN. Una parte significativa delle unità si ritirò, anche se molti soldati rimasero nei campi. Nel complesso, il coperchio della sacca di Debaltsevo era più sottile e flessibile che non ad Ilovajsk, dove un tentativo di sfondamento fu molto più tragico per le truppe circondate. Dopo la battaglia di Debaltsevo il gruppo nemico di stanziatovi fu liquidato, parzialmente distrutto, e le unità disintegrate nella sacca non poterono più combattere entro breve periodo e la maggior parte del materiale fu persa, come scorte significative di munizioni ed equipaggiamenti. Il cosiddetto saliente di Svetlodarsk fu costituito dopo la battaglia, attualmente è sotto la stessa minaccia di accerchiamento da Trojtskoe, Krasnij Pakhar e Dolomitnoe. Tale configurazione del fronte crea una grande apertura per le FAN se le operazioni riprendessero, perché è possibile ripetere il tentativo di accerchiamento a nord di Svetlodarsk (3-4 mila effettivi ucraini possono esservi intrappolati) con una configurazione più vantaggiosa del fronte.
Naturalmente, non si può evitare di toccare le questioni del Voentorg e del “Vento del nord”. Il Voentorg fu completamente impegnato durante la campagna, rifornendo munizioni e carburante necessari all’operazione, anche se riguardo logistica e distribuzione su ampia scala, l’operazione e il consumo di munizioni e carburante innescarono questioni sulla tempistica dei rifornimenti alle unità di prima linea; c’è ancora del lavoro da svolgere in questo campo. Nonostante gli annunci della junta secondo cui combatteva l’esercito russo anziché le FAN, il “Vento del nord” effettivamente non soffiava, anche se a gennaio ci si aspettava che le azioni delle FAN ricevessero un sostegno diretto più consistente, come nell’agosto 2014. Quindi, parlando della campagna invernale, possiamo tranquillamente affermare che s’è trattato soprattutto di uno scontro tra FAN e FAU. Il secondo livello della guerra, associato al confronto segreto tra FR e Stati Uniti in Ucraina, è rimasto nell’ombra in misura significativa, non soddisfacendo gli Stati Uniti, come dimostrano le osservazioni dei funzionari statunitensi. Gli Stati Uniti preferirebbero un confronto più diretto, che la Russia evita in ogni modo. La campagna d’informazione militare è stata vinta dalla FR, perché dopo oltre un mese e mezzo di lotta, la junta non è riuscita a dimostrare chiaramente di combattere l’esercito della Federazione Russa, e gli statunitensi non avevano molti argomenti. Fu proprio la sconfitta in questo aspetto della battaglia di Debaltsevo che ha attivato la censura contro i media russi in Ucraina portando alla creazione delle “forze d’informazione”. La junta cerca di ridurre frettolosamente le conseguenze della sconfitta informativa che, proprio come sul fronte, ha portato al crollo dei due moderni miti dei “cyborg” e della “Stalingrado ucraina”.
Dopo aver preso Debaltsevo, le FAN controllano il principale nodo dei trasporti, permettendogli di manovrare con ampie forze e liberare forze significative per le operazioni su Svetlodarsk, Popasnaja e Gorlovka. I trofei catturati compensano sostanzialmente le perdite materiali che le FAN hanno subito in oltre un mese e mezzo di combattimenti. La sconfitta di Debaltsevo è il culmine della campagna invernale conclusa con successo dalle FAN. I tentativi della junta per un’offensiva furono sventati. Nel frattempo, le FAN hanno risolto due importanti compiti operativi in un mese e mezzo di combattimenti: l’aeroporto di Donetsk completamente preso e il saliente di Debaltsevo eliminato. Quindi possiamo tranquillamente dire che l’operazione è stata un successo, anche se non dobbiamo dimenticare le offensive fallite su Krimskoe, Avdeevka e Peski. Il nemico ha resistito con ferocia e alcun successo decisivo è stato ottenuto in quei luoghi, dove il comando nemico non ha commesso errori manifesti. Gli errori del comando delle FAU nella zona dell’aeroporto, Uglegorsk e Debaltsevo sono stati sapientemente sfruttati, portando a risultati positivi e superando la situazione tattica di fine gennaio. A seguito dei risultati della campagna, si può dire senza dubbio che, nonostante i continui dolori di crescita militare e i problemi strutturali e politici, la milizia è ormai un esercito perfettamente in grado di attuare un’ampia offensiva contro un esercito regolare con diversi mesi di esperienza in combattimento. Certo, non tutto è andato liscio e alcune perdite potevano essere evitate, ma dobbiamo rendere omaggio al comando e ai combattenti delle FAN, che sono riusciti a concludere una campagna molto difficile in condizioni difficili, vincendola.29_01_2015-Карта-боев-Дебальцево-Новороссия-Украина-Донбасс

530823_1000Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dove va la “crisi ucraina”? Intervista a Alessandro Lattanzio

Intervista a cura di Enrico Galoppini – Il Discrimine

Il Discrimine” incontra Alessandro Lattanzio, redattore della rivista di Studi geopolitici “Eurasia” ed autore di varie monografie su temi di geopolitica e politica internazionale.

10360449Ci vorresti spiegare sinteticamente qual è il problema di fondo della cosiddetta “crisi ucraina”? Perché l’Ucraina è diventata così importante?
Le ragioni sono diverse, ma si coagulano intorno allo scontro tra asse atlantista (USA e UE) e blocco delle potenze emergenti BRICS. Per gli USA significa sottrarre allo spazio sovietico e inglobare nella NATO la terza repubblica ex-sovietica per dimensione, e la seconda per popolazione; l’Ucraina appunto. Inoltre, il piano di Washington prevedeva l’annessione della Crimea, che avrebbe escluso Mosca dall’area del Mar Nero, e permesso alla NATO di agganciare la repubblica di Georgia, creando una contiguità fisica tra Europa orientale, sotto controllo della NATO, e il Caucaso, bypassando la Turchia e riattivando la guerra coperta, tramite i mercenari islamisti arruolati sul posto. E a proposito, proprio ieri è stata smantellata nella rossa Rimini una filiera criminal-politica che espatriava in UE decine di ‘profughi politici’ provenienti da Cecenia e Daghestan, un nuovo ramo del terrorismo islamista, che si collegherebbe alla filiera ‘umanitaria’ che supporta in realtà il terrorismo islamista, e che viene scoprendosi oggi con le indagini sulla vicenda della due cosiddette ‘cooperanti’ italiane ‘rapite’ dai terroristi integralisti in Siria (in realtà probabilmente la vicenda s’è svolta in territorio turco). Un altro aspetto è di carattere economico-energetico: con il golpe a Kiev, Washington intendeva staccare i flussi energetici tra Russia e UE, che passano in parte per la rete dei gasdotti ucraina, e riavviare il defunto progetto Nabucco, permettendo d’isolare Mosca dal mercato energetico europeo, facendo ricorso ai giacimenti di idrocarburi in Azerbaigian, Tukmenistan e Kurdistan. In tale ambito rientra il sabotaggio al gasdotto russo South Stream, per mano del governo-fantoccio della NATO in Bulgaria. Infine, per la Francia, e soprattutto, per la Germania, l’Ucraina rappresenta l’ultima grande riserva finanziaria, economica, produttiva e industriale da saccheggiare tramite il sistema dell’eurozona, permettendo al baraccone ideologico-speculativo, noto come Unione Europa (UE), di sopravvivere qualche anno ancora, mentre esaurisce e devasta le economie dei vari Paesi che vi hanno aderito; soprattutto Paesi come Portogallo, Grecia, Romania, Bulgaria, ecc.

Una volta chiariti gli elementi fondamentali, quali potrebbero essere gli sviluppi della situazione? Ritieni che vi siano delle analogie con quanto già accaduto nella ex Jugoslavia?
Gli sviluppi non sono prevedibili, tranne che di certo l’Ucraina non esisterà più, o diverrà uno Stato federale, con tendenze centrifughe sempre più accentuate nelle regioni centro-orientali, man mano che si consoliderà l’Unione Economica Eurasiatica, mentre le regioni occidentali, dominate dai filo-atlantisti, diverranno un peso per l’UE e fonte di tensioni con i Paesi confinanti, soprattutto con Ungheria, Slovacchia e Polonia, oppure semplicemente imploderà, portando all’adesione nell’UEE/Federazione Russa di gran parte delle regioni ucraine. I paragoni con la Jugoslavia non sono proponibili, non foss’altro che il quadro politico internazionale è radicalmente differente rispetto agli anni Novanta.

Su questo non c’è dubbio: la Russia del 2015 non è il fantasma di se stesso del 1999. Volevo solo osservare che, anche stavolta, si cerca di individuare una “città martire” (per esempio Kramatorsk) per poi giustificare, davanti alla propria opinione pubblica, un intervento militare di tipo “umanitario”. Senonché, a quel punto, lo scontro non potrà ripetersi, in forma così squilibrata come nel 1999, con la sola Jugoslavia – o meglio ciò che ne restava – da una parte, e la Nato dall’altra. Qui si rischia un conflitto di proporzioni immani, che comunque i globalisti della Nato tentano di scatenare già da qualche anno, se si pensa alla provocazione georgiana del 2008 subitamente sedata dalla dirigenza russa.

In effetti, le divergenze rispetto alla situazione in Jugoslavia sono forse maggiori delle similitudini. Che dire, per esempio, del diritto alla “autodeterminazione” della Novorossia assolutamente negato dagli stessi che, quindici anni fa, non hanno esitato un attimo a garantire “i diritti” degli albanesi del Kossovo?Perché, se la Nato è intervenuta per sostenerli militarmente e politicamente, lo stesso non potrebbe fare la Russia, per giunta con un popolazione vicina con la quale condivide praticamente ogni cosa, dalla religione alla lingua? Sono veramente ridicoli questi commentatori quando condannano l’ingerenza della Russia nella questione ucraina, mentre non trovano nulla di strano nella presenza di personale militare e politico della NATO a Kiev!
Lasciando da parte i ‘commentatori’ (giornalisti, esperti, accademici) tutti pagati per elogiare i crimini della NATO e giustificare le aggressioni a Paesi e movimenti che vi si oppongono, è ovvio che non siamo più nel 1999, quando la Federazione russa era debolissima (devastata da una potente crisi economica nel 1997) e la Cina ‘non era vicina’. Non esistevano Patto di Shanghai, BRICS, ALBA, Chavez era appena stato eletto e in Italia la sinistra social-colonialista impazzava su tutto lo spettro mediatico, ancora lontana dalla crisi che l’ha mortalmente ferita con la turlupinatura della ‘Primavera araba’. Oggi, la popolazione del Donbass, etnicamente russa, può contare sull’appoggio di una Federazione russa quasi completamente disintossicatasi dall’infatuazione occidentalista istigata dalle cerchie politiche eterodirette di Gorbaciov e Eltsin. La dura realtà dei meccanismi politico-ideologici ed economici-sociali dettati dalla NATO e dalle sue propaggini internazionali (Banca Mondiale, FMI, ONG, Hollywood, CNN, ecc.) hanno risvegliato un popolo, quello della Federazione russa, fatto oggetto di un tentativo di sterminio demografico, culturale e morale vero e proprio. Inoltre, la reazione della popolazione del Donbass rientra appieno nella recente storia dell’Ucraina, quando, nel 1918, si formò una repubblica sovietica che rivendicava la separazione dall’Ucraina; a sua volta, in realtà, prodotto artificiale del processo di formazione dell’impero zarista, dai tempi dello Zar Pietro I, e sistematizzato da Lenin e dal PC(b)R con la Costituzione sovietica del 1924, la quale creava la Repubblica socialista sovietica di Ucraina anche per rispondere alle pretese dell’intelligentsija di Kiev. In realtà, venuta meno l’unità dell’URSS, che garantiva a sua volta l’unità dell’Ucraina, le vecchie fratture tra le varie regioni ucraine emergevano, venendo quindi inasprite dall’invadenza interventista delle succitate ONG, proprio perché ogni Stato sponsor delle cosiddette ONG pretendeva, tramite tale mezzo, imporre la propria influenza ed i propri interessi in ogni regione che reputava di sua spettanza (qui parliamo di Svezia, Polonia, Germania, Israele); oltre, ovviamente, all’onnipresenza delle ONG statunitensi che bramavano ridurre l’Ucraina a protettorato ‘portoricano’. Le contraddizioni interne all’Ucraina, quindi, dato tale status, non potevano che esplodere con una crisi durata dieci anni, dal 2004 al 2014. Qui, si arriva al conflitto tra aspirazioni esasperate delle regioni ucraine più influenzate dalla NATO e dall’UE, e le regioni russe dell’Ucraina, le quali, oramai, spezzatosi l’arco costituzionale ucraino, preferiscono seguire l’esempio della Crimea e rientrare a pieno nell’ambito della sfera d’influenza di Mosca. Quindi non credo, per tale serie di ragioni, che l’Ucraina attuale avrà un futuro.

Effettivamente, chi segue la politica internazionale non faticherà a ricordare il clamoroso ribaltone delle elezioni presidenziali del 2004, quando con la “rivoluzione arancione” pilotata dalle ONG americane e sioniste venne imposto Jushenko al posto di Janukovich, accusato di “brogli”. Lo stesso Janukovich che stavolta è stato costretto ad andarsene dal golpe di Majdan. Dicevi che l’Ucraina come attualmente la conosciamo non avrà futuro. Come vedi l’attuale “classe politica” che governa a Kiev? Si può dire che si tratta di marionette americane e sioniste come, del resto, era la Timoshenko? E cosa pensa la maggioranza del popolo ucraino di costoro? Pare di capire che il loro gradimento sia in caduta verticale, perché “si stava meglio quando si stava peggio”… Inoltre non sembra che gli ucraini muoiano dalla voglia di andare a sparare ai loro fratelli del Donbas. Circolano infatti diversi filmati nei quali si vede che i militari di Kiev inviati a reclutare nuove leve nelle province vengono presi a male parole dalle mogli di quelli che dovrebbero andare a morire per… Jatsenjuk, Poroshenko, il Fondo Monetario Internazionale e le varie istituzioni globaliste che oltretutto stanno speculando sul debito ucraino declassando, con le loro “agenzie di rating”, un Paese sull’orlo della bancarotta.
Non esiste una classe dirigente in Ucraina, semplicemente non c’è mai stata, indice che l’Ucraina, in quanto entità indipendente, non esiste, non può esistere, perché non ha quegli aspetti culturali che glielo permetterebbero. Di conseguenza i golpisti di Kiev non hanno un programma, una politica, una prospettiva da attuare o perseguire. Esisteva una leadership quando aderiva all’URSS, dopo, con l’indipendenza, si è vista tutta la pochezza del sistema politico-imprenditoriale ucraino. La popolazione cosa farà? Il fatto è che le popolazioni delle regioni occidentali e centrali sono oramai influenzate dalla propaganda e dalla macchina mediatica occidentali, dalle ONG atlantiste, e i partiti esistenti sono mere espressioni dei ministeri degli Esteri di Paesi come Svezia, Polonia, Germania, Israele, USA e Canada. Quindi difficilmente ci sarà una rivolta organizzata in quelle regioni. In compenso, senza i finanziamenti occidentali, l’apparato di dominio majdanista crollerebbe in ventiquattr’ore, ed è qui che si colloca la funzione del FMI e dell’UE, che è finanziare finché possibile il baraccone di Majdan rappattumato, che non ha capacità tecniche e ideologiche per riattivare lo Stato ucraino, e che al massimo eseguirà ottusamente le direttive degli organi finanziari e diplomatici occidentali. Basta vedere chi sono i governanti ucraini impostisi con il golpe della CIA di un anno fa: estremisti e xenofobi, elementi settari religiosi come il battista Turchinov o lo scientologo Jatsenjuk, squadristi e mercenari con turbe psichiche come Jarosh, Biletskij o Semenchenko, oppure oligarchi mafiosi come ad esempio Igor Kolomojskij o Julija Timoshenko, o il braccio destro di Timoshenko, un ex-premier dell’Ucraina, che oggi langue in un carcere degli USA condannato a trent’anni. Una sfilza di casi umani coccolati ed elogiati dal circo mediatico-politico occidentale, in Italia soprattutto dal PD, e supportati dal blocco occidentale al solo scopo di perseguire la ‘visione’ di Brzezinski, il massimo ‘stratega’ di Washington, di staccare l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Un’operazione impossibile, e che difatti sta fallendo con gravi costi per la popolazione ucraina, che ne soffrirà seriamente, soprattutto se resterà al di fuori della ricostruzione dello spazio ex-sovietico riattivato da Mosca.

Per portare l’Ucraina fuori dall’influenza della Russia, i mondialisti occidentali non stanno lesinando alcun mezzo, compreso quello militare, anche se i loro apparati mediatici affermano che è la Russia a volere la guerra. Siccome questi ultimi non sono affidabili, come possiamo sapere qualcosa di più credibile sull’andamento delle operazioni militari? Quale profilo terrà l’Italia in caso di peggioramento delle posizioni delle truppe di Kiev? E come andrà a finire, secondo te?
Per fortuna oggi esistono diversi mezzi per informarsi, innanzitutto internet, dove sono presenti diversi siti e blog d’informazione assai affidabili, sia governativi novorussi che di analisti e studiosi, russi, francesi, italiani ed anche statunitensi: Alawata; Vineyard Saker; Pravda; Novorus; Voice from Russia; War in Donbass; Russie Sujet Geopolitique; Cassad; Fort Russ; BNB; Infobeez; Novoross; Novorossia; Novorossia Today; Russeurope; Russia Insider; Voice of Sevastopol; Sputnik; eccetera. L’Italia è decisamente schierata con la giunta golpista di Kiev; l’attuale rappresentante PESC, (Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione europea) Federica Mogherini, nominata a tale incarico dal premier Matteo Renzi, già nel febbraio 2014 visitò Kiev per esprimere sostegno ai golpisti di Majdan, che tra l’altro le dissero che stavano preparando la repressione violenta contro gli oppositori al golpe ed anche l’aggressione armata contro le repubbliche popolari che chiedevano l’autonomia dal governo illegittimo installatosi a Kiev con il golpe organizzato da CIA e Gladio. Inoltre, la nave-spia italiana Elettra venne inviata nel Mar Nero a sorvegliare le comunicazioni delle forze di difesa della Novorossija, e il governo attuale ha anche proposto l’invio di un contingente italiano per sostenere delle pretese del governo golpista ucraino sul Donbass. Quindi Roma seguirà i dettami di Washington nei confronti dell’Ucraina.

Non mi hai però detto come andrà a finire, secondo te. Per “fine”, intendo: l’Ucraina come miccia di una conflagrazione mondiale come prevedono i più catatsrofisti, oppure uno stillicidio di morti e distruzioni in una guerra a “bassa intensità” come le altre che, in tutto il “Vecchio mondo”, i mondialisti scatenano a ritmo sempre più serrato perseguendo la “geopolitica del caos”?
Non ci sarà nulla del genere, l’Ucraina è alle porte di Mosca, non di Washington, e Washington non scatenerà di certo, per uno Stato fallito come l’Ucraina di Majdan, una guerra termonucleare globale totale di cui vanno cianciano vecchi tromboni, profeti di apocalissi finali ogni sei mesi; no, il risultato vedrà la Federazione russa recuperare il controllo sulle regioni russofone e industrializzate dell’Ucraina (di certo, l’UE distruggerà l’economia ucraina, e le aziende locali troveranno agibile il mercato russo e non quello europeo), mentre Bruxelles sarà azzoppata e gravata dal peso di dover mantenere lo Stato fallito ex-ucraino. Washington si volgerà ad altri lidi che trova ben più cruciali per i suoi interessi strategici, come Asia-Pacifico e Medio Oriente, avendo il vantaggio che l’Unione europea, occupata a riprendersi dall’attuale sua politica estera suicida, l’infastidirà assai meno sul piano della concorrenza finanziario-economica. La guerra civile ucraina finirà con una netta sconfitta della NATO che, come i pavoni, fa la ruota esibendo un’esile brigata di fanteria meccanizzata statunitense che sfreccia, a bandiere spiegate, a 300 metri dal confine tra Estonia e Russia. Una gran consolazione per gli ‘strateghi del golpe di Kiev’. Oltre a spedire truppe e mezzi ad esercitarsi nel Baltico, la NATO istiga una micro-corsa agli armamenti nei Paesi del Baltico, ma ciò, combinato con l’entrata nell’eurozona, potrà solo danneggiare l’economia di tali Paesi. Alla fine, tale spinta andrà in senso contrario alle intenzioni. In definitiva, la politica di Mosca ha tempi e ritmi dettati da interessi consolidati, e non ha necessità di passi immediati e azzardati. In occidente invece, i governi non solo sono quasi totalmente sottoposti agli interessi d’oltre-Atlantico, ma hanno tempi e ritmi dettati dalla macchina mediatica che non solo è infiltrata dalla CIA, ma che è anche più screditata e ridicolizzata che mai. Tutto ciò impedisce alle cosiddette leadeship europee di distinguere i veri interessi dell’Europa, e di trovare il modo di raggiungerli al meglio.

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La Russia deve essere forte

Andrej I. Fursov, Comité ValmyZerkalo KrymaHistoire et Societé 2 marzo 2015

L’intervista seguente di Andrej I. Fursov, direttore dell’IFPI e aderente al Club d’Izborsk, è stata concessa il 18 febbraio 2015 alla rivista “Specchio di Crimea” con il titolo provocatorio ‘La puzza dell’occidente’. “Dobbiamo essere forti, così nessuno ci trascinerà in una guerra”.

Foursov-2Andrej Ilich, se vuole vada dritto al punto. Secondo voi qual è il vero scopo dell’aggressione degli Stati Uniti in Ucraina?
Lo scopo principale del colpo di Stato nazista a Kiev e dell’aggressione degli Stati Uniti al mondo russo che ne segue è la creazione di un avamposto per esercitare pressioni politiche, e forse anche militari, sulla Russia, creando una fonte permanente di tensione ai nostri confini occidentali.

La comunità internazionale l’ammette?
Ma cosa significa comunità internazionale? Non ci si inganni, dietro tale frase si nasconde il vertice finanziario-aristocratico del capitalismo contemporaneo e i suoi vari servi, soprattutto i media (“smi” nelle iniziali in russo per mass media), o meglio puzza (“smrad” nelle iniziali in russo per massmedia di disinformazione e propaganda).

L’attenzione dei media “puzzolenti” s’è a lungo concentrata sulla crisi ucraina. Fino a che punto l’essenza del confronto sul Donbas è stata svelata, o in realtà ne occulta la natura o ne tralascia certi aspetti?
La “puzza” mondiale dà un’immagine assolutamente falsa di ciò che accade in Ucraina, cambiando cinicamente il nero in bianco e viceversa. Ciò che chiamiamo media globali, sono reparti speciali, commando avanzati nella guerra dell’informazione. Il loro obiettivo principale è distruggere qualsiasi volontà di resistere del nemico. Charlie Hebdo, per esempio, rientrava in tale categoria. Negli anni hanno deliberatamente provocato i musulmani, suscitandone la reazione. Tuttavia, non fu niente di particolare; era una provocazione dei servizi speciali sulla scia dell’11 settembre 2001.

Potrebbe commentare il divieto alla Russia di partecipare alla votazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa?
Tale atto va inserito nel contesto complessivo delle misure contro la Russia. In relazione a ciò si pone la questione se dobbiamo rimanere in tale organizzazione che con i nostri soldi ci insulta e conduce contro di noi una guerra politica e d’informazione.

Cosa accadrà in Ucraina?
Penso che l’Ucraina sia sull’orlo del collasso economico e della disintegrazione. In breve la rovina.

Con l’inverno, crollo economico e altri problemi renderanno l’Ucraina più accomodante o niente lo permetterà?
Quasi per niente. Il regime di Kiev è un regime fantoccio, un’amministrazione coloniale controllata dagli Stati Uniti d’America. I pupazzi non si muovono da soli, sono manovrati. In inverno, calore e gas sono problemi delle persone, non dei burattini, né dei loro padroni d’oltreoceano. L’ucrojunta può radunare le forze quanto vuole, ma il tempo lavora contro di essa e anche i suoi padroni statunitensi riescono a malapena ad aiutarla. Perché? Far uccidere slavi da slavi. Ripeto: far ragionare Kiev ne richiede la sconfitta militare totale, quando gli statunitensi non l’aiuteranno più.

Come è possibile che tale Paese, che ha subito gli orrori dell’occupazione fascista, allevi tanti seguaci di Hitler?
Ricordiamo, inoltre, che in tale Paese c’erano molti seguaci di Bandera e servivano i nazisti. Nell’epoca sovietica non s’è riusciti a sradicare tale schifo e nell’era post-sovietica i servizi speciali occidentali, soprattutto statunitensi, con l’assistenza attiva del potere ucraino rimisero in piedi i parassiti anti-sovietici e anti-russi. Gli hanno armati ed organizzati, e il risultato è evidente. C’è solo un modo per fermare il nazismo ucraino, distruggerne militarmente le strutture politico-militari, seguito da un serio lavoro presso la popolazione, sul piano psicologico e informativo, in senso contrario a quello svolto in Ucraina dai poteri forti e dall’occidente nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Questa chemioterapia è indispensabile per eliminare il tumore maligno.

In che misura il conflitto in Donbas minaccia Russia, Europa e Mondo?
Il conflitto nel Donbas destabilizza l’Europa, inserendo un cuneo tra Europa occidentale e Russia. In realtà, anche esperti statunitensi come J. Friedman, organizzatore e amministratore di “STATFOR” (“la CIA privata”) dichiarano apertamente che il compito principale degli Stati Uniti in Eurasia è destabilizzare il continente

La Russia è una grande potenza senza l’Ucraina?
Si. Naturalmente con l’Ucraina sarebbe più facile, ma è possibile anche senza. Tanto più che il potenziale della sovranità umana di una parte significativa della popolazione ucraina è estremamente bassa.

L’ultimo presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov è stato il primo ad avvertire il mondo che la guerra fredda tra Russia e Stati Uniti ha raggiunto una fase critica ed è possibile diventi una vera guerra tra le due superpotenze nucleari, “Purtroppo, non posso dire con certezza che la guerra fredda non diventerà “calda”. Temo che gli Stati Uniti corrano il rischio”. E lei?
Chiaramente, Gorbaciov, che ha venduto l’URSS e il campo socialista all’occidente, ha studiato i suoi partner e sa di cosa parla. Tuttavia, non sarei sorpreso che si tratti di doppio gioco, e che il “miglior tedesco del XX secolo” cerchi di spaventare il governo russo attuale. Gorbaciov non è una persona cui credere o fidarsi. Sulla possibilità di una guerra fredda, dobbiamo sempre essere pronti a tale eventualità. Naturalmente, siamo persone educate e pacifiche ma i nostri treni blindati dobbiamo tenerli permanentemente sui binari, pronti a partire. Uomo avvisato mezzo salvato.

Come evitare la guerra e cosa la Russia dovrebbe fare?
La Russia non dovrebbe mai farsi coinvolgere in una guerra. Dobbiamo evitarlo con tutti i mezzi, legali e illegali. E in generale, dobbiamo essere forti, così nessuno si azzarderebbe a trascinarci in guerra.

Se ciò dovesse accadere, come potremo vincere? La Russia potrà, nella situazione attuale, compiere una svolta tecnologica ed innovativa?
La condizione che permetta alla Russia una rivoluzione tecnologica è il suo ritorno dalla situazione attuale di fornitrice di materie prime a potenza tecnologica, come l’Unione Sovietica negli anni ’50-’80, quando la banda di Gorbaciov iniziò a distruggere infrastrutture e Stato. Ma a sua volta, tale ritorno richiede la trasformazione del regime oligarchico a un altro, con la componente oligarchica scomparsa o quasi azzerata. Tale trasformazione è dettata dal fatto che il regime oligarchico non saprebbe resistere efficacemente all’occidente. Questo è esattamente il motivo per cui nel 1929, Stalin liquidò la variante sovietica del governo oligarchico corrotto, la NEP. L’oligarchia comunista continuò a resistere fino alla fine degli anni ’30; solo con il XVIII Congresso del Partito comunista si potrebbe parlare di vittoria su di essa. Pertanto, la necessità di un cambio radicale in Russia è dettata non solo da problemi interni, ma anche dagli imperativi della politica estera. L’alternativa a questo cambiamento è la vittoria dell’occidente e della sua “quinta colonna” in Russia, seguita dallo smantellamento del Paese. I prossimi anni saranno un momento di verità della nostra storia.

Cambiare regime… Ma finora i nostri leader rimangono al potere (almeno è così fino ad oggi), le tasse non sono diminuite, la mobilitazione non è proclamata, le repubbliche di Donetsk e Lugansk non sono riconosciute a livello diplomatico… Chi farà tutto questo?
Non chiedetelo a me.

Per l’occidente, la Crimea è divenuta il famoso “Cigno Nero”. La Russia può regalare altre sorprese simili ai suoi cosiddetti “partner”?
I “cigni neri” sono eventi rari, ma più ne faremo all’occidente, più forte sarà la nostra posizione.

1908235Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina è divenuta il banchiere dell’America Latina

Ariel Noyola Rodríguez*celac_beijing_2015I prestiti concessi dalla Cina sono diventati strumento di politica estera. Allo stesso tempo, consentono relazioni più strette con alleati chiave, riducendo l’influenza delle istituzioni finanziarie sotto l’egida degli Stati Uniti in regioni strategiche. Nel 2014, le banche cinesi hanno concesso prestiti in America Latina per un totale di 22,1 miliardi di dollari, secondo i dati pubblicati da Dialogo Interamericano (1). Dato il rallentamento dell’economia globale e l’aumento delle tensioni geopolitiche, la Cina ha la necessità indispensabile di rafforzare i legami con Paesi con abbondanti risorse naturali (petrolio, gas, metalli, minerali, acqua, biodiversità, ecc.) Quasi tutti i prestiti emessi provenivano da enti come China Development Bank e China Ex-Im Bank, ma vi hanno anche partecipato ICBC e Bank of China. Anche se non sono presi in considerazione i prestiti inferiori ai 50 milioni di dollari, i dati riportano un aumento di oltre il 70% rispetto ai 12,9 miliardi previsti nel 2013. Dal 2005 (quando i dati del Dialogo iniziarono ad essere registrati) al 2014, la Cina ha fornito prestiti ai Paesi dell’America Latina per un totale di 119 miliardi di dollari (2). I crediti dalla Cina superano l’importo concesso da US Ex-Im Bank, Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e Banca mondiale, una situazione che contribuisce ad indebolire l’egemonia finanziaria di Washington nella regione (3). Il massiccio credito mostra anche la stretta collaborazione che la Cina coltiva con i Paesi latino-americani. Nell’ultimo vertice della Comunità degli Stati d’America Latina e Caraibi (CELAC, che comprende 33 Paesi), il presidente della Cina Xi Jinping annunciava che per il 2020 si prevedono che gli scambi tra le due parti raggiungano i 500 miliardi all’anno con investimenti oltre i 250 miliardi. (4) Inoltre, è da notare la costruzione di alleanze strategiche con alcuni Paesi latinoamericani cui si concentra il 90% dei prestiti concessi l’anno scorso: Brasile affermatosi come primo beneficiario con 8,6 miliardi seguito dall’Argentina con 7 miliardi, Venezuela con 5,7 miliardi e infine Ecuador con 820 milioni di dollari.
Dopo la crisi delle società d’informatica negli Stati Uniti, le banche centrali dei Paesi industrializzati ampliarono l’espansione del credito su scala globale. Con l’aumento dei prezzi delle materie prime dal 2002, l’America Latina è diventata la regione preferita degli investitori alla ricerca di rendimenti elevati. Più di sei anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, davanti l’estrema volatilità dei mercati finanziari, causata dalla maggiore fragilità sistemica, i cinesi sono diventati i banchieri preferiti delle economie emergenti, poiché al contrario delle banche statunitensi ed europee offrono prestiti con meno condizioni e tassi di interesse più bassi. Secondo le stime di Fred Hochberg, presidente dell’Ex-Im Bank degli Stati Uniti, gli enti statali cinesi hanno collocato circa 650 miliardi di dollari nel mondo negli ultimi due anni. Tuttavia, vi è anche la faccia perversa della moneta. Sembra che i prestiti cinesi nella futura esportazione di materie prime, piuttosto che puntellare lo sviluppo tecnologico, orientino i progetti d’investimento connessi all’estrazione (agricoltura, industria mineraria, energia, ecc.) quindi rischiando di approfondire il modello di esportazione primaria delle economie dell’America Latina e moltiplicando le minacce di spoliazione dei popoli indigeni. D’altra parte, intervistato da Deutsche Welle, Kevin Gallagher, accademico responsabile dell’archivio del Dialogo Interamericano, mette in guardia dai rischi crescenti posti ai Paesi dell’America Latina nel saldare opportunamente i debiti con il gigante asiatico (5). La caduta delle valute regionali nei confronti del dollaro statunitense e la deflazione persistente (caduta dei prezzi) nel mercato delle materie prime, inducono l’aumento delle importazioni e di conseguenza la diminuzione dei saldi positivi (nota corrente) delle economie orientate all’esportazione. Prevedibilmente, la redditività dei progetti d’investimento connessi all’estrazione diminuirà significativamente nei prossimi mesi.
Se il rallentamento nei Paesi emergenti si rafforzasse, probabilmente rovinerebbe lo spirito di cooperazione economica Sud-Sud tra Cina e America Latina. Con la crisi vi è il rischio che le banche cinesi adottino, sotto forme diverse, i meccanismi di coercizione imperiali tradizionalmente applicati dal Fondo monetario internazionale (FMI) in America Latina.

First Ministerial Meeting Of China-CELAC ForumNote:
1. “China-Latin America Finance Database” Kevin P. Gallagher e Margaret Myers, Dialogo Inter-American.
2. “China keeps credit flowing to Latin America’s fragile economies“, Kevin P. Gallagher e Margaret Myers, The Financial Times, 27 febbraio 2015.
3. “China Kicks World Bank To The Curb In Latin America“, Kenneth Rapoza, Forbes, 26 febbraio 2015.
4. “Despite US-Cuba Detente, China Forges Ahead in Latin America” Shannon Thiezzi, The Diplomat, 9 gennaio 2015.
5. “Chinese loans helping Latin America amid oil price slump“, Deutsche Welle, 27 Febbraio 2015.

* Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico. Twitter: @noyola_ariel.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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