Il discorso di Trump era tutto sul dollaro

Tom Luongo, 20 settembre 2017C’era poco di accettabile nel discorso all’ONU di Donald Trump. Una tiritera di mezze verità, omissioni e menzogne spuntando tutte le caselle pro-USA, piazzando un teatrino e facendo sapere a tutti che il nuovo sceriffo segue le stesse regole di sempre.
Ho parlato con un amico del discorso all’ONU di Donald Trump e mi ha ricordato che la politica internazionale segue i principi della mutua aggressione nella necessità di garantirsi le risorse. Sembra triste ricordarlo a tutti, ma è anche importante data l’intensità del rumore politico di ogni giorno. Il discorso di Trump annunciava a Russia, Cina e Iran che gli Stati Uniti non saranno gentili in questa buonanotte. Che la nostra leadership userà tutto ciò che ha disposizione per mantenere posizione e leva sulla corsa globale ai minerali, metalli ed idrocarburi che alimenteranno l’economia mondiale nei prossimi cento anni. Questo è ciò che che fa ribollire il vociante Trump. Non meno di Obama o Bush il minore. Il Presidente Vladimir Putin lo sa. I presidenti cambiano ma la politica no, come dice. Perché, quando si è spinti, nessuno al potere crede per un secondo che il commercio sia questione di accordi mutualmente vantaggiosi. Quando si è spinti, si prendono i giacimenti di petrolio/minerari e lo s’impedisce agli altri. Inserire i baffi di Sam Elliott e il frappè al contenuto del tuo cuore. Questa è la mentalità di chi frequenta i corridoi del potere. Tutte le chiacchiere su minacce esistenziali e difesa degli alleati sono semplicemente il codice delle tipica visione coloniale occidentale su gestione e negazione delle risorse. Il resto è fuffa.
Gli Stati Uniti sono giustamente minacciati dal potere crescente dell’alleanza russo-cino-iraniana che si volge rapidamente ad integrare l’economia eurasiatica, Corea democratica compresa, facendo dei nemici politici attuali degli alleati economici. Putin ha già preso la Turchia. La Corea del Sud è all’ordine del giorno con l’iniziativa Fascia e Via? Si corre per impedire a Corea democratica e Iran la reciproca esternalizzazione dei programmi nucleari prima che il cambio di regime da parte degli Stati Uniti sia fuori questione. Non permetteremo una Corea democratica nucleare. L’abbiamo detto per quindici anni. E non ci s’inganni, Trump ha detto a piena bocca che si tratta di cambiare regime. Finché sei un regime approvato dagli Stati Uniti, non si è soggetti alla nostra ira. Com’è diverso da qualsiasi presidente statunitense degli ultimi venti anni? In cosa? Trump più enfant terrible dei presidenti passati? Quindi aggravando le minacce più di prima?

Il tallone d’Achille del dollaro
No. È solo il turno di Trump di attuare l’ultimo round della ‘diplomazia del dollaro’ col mirino del Pentagono. Guardate, non ‘è una coincidenza che il giorno prima che la Federal Reserve annunciasse l’abbandono del suo decennale esperimento coi QE, Trump andasse all’ONU per annunciare che “siamo tutti neocon”. Niente. Zero. Vi dissi il mese scorso che fece un accordo con loro per 1) rimanere al potere e 2) far passare parte della sua agenda a un congresso ostile. Questo è il culmine dell’accordo. Gli Stati Uniti hanno appena dichiarato la guerra finanziaria e militare a tutti coloro che cercheranno di sfidarne o ignorarne il dominio. Dopo nove mesi di pessimismo sui mercati, il dollaro sarà ai minimi nelle prossime settimane e avrà una svolta. La FED si riprende ciò che ha dato al mondo. Ci sono trilioni di nuovi dollari negli emergenti mercati del debito che aspettano di essere schiacciati da tassi d’interesse più alti, ristretta liquidità del dollaro e panico nella politica europea. Questa è la politica, gente. Questo era da sempre il piano. La Russia annunciava poco prima del discorso di Trump che i suoi porti non accetteranno più il dollaro per le transazioni commerciali. Putin ha appena escluso il maggiore esportatore di petrolio e gas dal dollaro. Questa è guerra. Concordo con Martin Armstrong, il volume degli scambi mondiali non si confronta con il volume dei capitali finanziari sui mercati valutari e obbligazionari.

La piramide degli strumenti finanziari di Exter
Penso anche che abbiamo raggiunto il picco di quel rapporto. Russia e Cina mollano il dollaro ma non importa finché non ci sarà il crollo del valore del debito che gonfia i prezzi di ogni bene. In breve, la Piramide di Exter prima o poi crollerà. Ciò significa che il debito denominato in dollari esploderà e/o sarà messo da parte, e il dollaro non sarà la valuta commerciale dominante in futuro, come lo è oggi. Tale quota di mercato non sarà mai più recuperata. Ma ciò non accadrà domani o l’anno prossimo, è accaduto ieri, segnando l’inizio della nuova politica. Trump s’è inginocchiato, baciando anelli e imbellettando il più grosso alligatore della palude. E il mondo ora ha l’ordine di marcia.

L’obiettivo del dollaro
Il deflagrare della nuova guerra finanziaria del dollaro sarà l’ultima che la FED potrà fare. Si pensi alla crisi asiatica del 1997 o al crollo di Lehman Brothers nel 2008. Fu la stessa cosa, sottraendo liquidità al dollaro per distruggere le economie di mercato emergenti, ubriache di debiti a basso interesse. Ma il problema questa volta è che abbiamo zero-bound da un decennio. Abbiamo consumato la nostra borghesia e mandato in bancarotta i nostri sistemi pensionistici. Alcuna riforma fiscale può cambiare ciò. E siamo seri, non c’è voglia a Washington di ridurre di un dollaro la spesa. Il sistema bancario è infinitamente più fragile di quanto lo fosse nel 2008, nonostante le proteste della banca centrale. Quindi, la coppia Trump-Yellen inizierà la prossima grande ondata di dollari USA. L’euro sarà schiantato insieme all’oro. Sì, la curva dei rendimenti si appiattirà leggermente, ma che importa. Si avranno tassi più alti propagando onde d’urto nel mondo che non avranno niente a che fare con le bombe della Corea democratica, i terremoti in Messico o le ciabattate diplomatiche all’ONU. Sarà come sempre, il denaro e la capacità valutarie del Paese che controlla quelle degli altri mantenendo una presa di ferro sui prezzi di petrolio e gas. Questo è ciò che Trump diceva nel suo discorso. Russia e Cina hanno ascoltato, ma hanno già sentito tale discorso. Non ci si aspetti che nulla cambi, tutto farà veramente paura d’ora in poi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dichiarazione di Kim Jong Un su Trump e gli USA

Pyongyang Times 21/09/2017 – KCNA WatchIl leader supremo Kim Jong Un, Presidente del Partito dei Lavoratori della Corea, presidente della Commissione per gli affari statali della Corea democratica e Comandante Supremo dell’Esercito Popolare Coreano, rendeva pubblica una dichiarazione sul discorso del presidente degli USA all’ultima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unit, in qualità di presidente della Commissione per gli affari statali della Corea democratica, presso l’Ufficio del Comitato Centrale del partito, il 21 settembre, Juche 106 (2017). Di seguito è riportato il testo completo della dichiarazione:
“Il discorso pronunciato dal presidente statunitense nella sua prima apparizione nell’Arena delle Nazioni Unite, in circostanze serie, ove la situazione della penisola coreana è resa tesa come mai prima avvicinandosi al conflitto e suscitando preoccupazioni a livello mondiale. Una certa mia supposizione era che avrebbe fatto dichiarazioni stereotipate e diverse da quelle espresse dal suo incarico, alla luce del fatto che doveva parlare nella più grande sede diplomatica ufficiale del mondo. Ma lungi dal fare osservazioni plausibili ed utili ad allentare la tensione, ha commesso una sciocchezza inaudita mai sentita da nessuno dei suoi predecessori. Un cane spaventato abbaia più forte. Vorrei raccomandare a Trump prudenza nella scelta delle parole ed essere consapevole di quando parla al mondo. Il comportamento mentalmente squilibrato del presidente statunitense, esprimendo apertamente all’ONU la continua volontà di “distruggere totalmente” uno Stato sovrano, oltre a minacciare cambio di regime e rovesciamento di un sistema sociale, spinge chi ha normali facoltà mentali a riconsiderare discrezione e compostezza. Le sue osservazioni ricordano parole come “laico politico” o “eretico politico” in voga verso Trump durante le presidenziali. Dopo aver assunto la carica Trump ha inquietato il mondo con minacce e ricatti contro tutti i Paesi. È incapace di mantenere la prerogativa del comando supremo delle Forze Armate di un Paese, ed è sicuramente una canaglia e un gangster felice di giocare con il fuoco, piuttosto che un politico.
Le sue osservazioni sulle opzioni statunitensi come mera espressione della sua volontà mi hanno convinto, piuttosto che spaventato o fermato, che il percorso scelto è corretto e che va completato. Ora che Trump ha negato il diritto all’esistenza e insultato me e il mio Paese agli occhi del mondo emettendo la più truculenta dichiarazione di guerra nella storia, affermando che avrebbe distrutto la Corea democratica, considereremo con serietà contromisure corrispondenti e più dure di sempre. L’azione è l’opzione migliore nel trattare un rimbambito duro di comprendonio che vuole sentire solo ciò che vuole. Da rappresentante della RPDC e della dignità e dell’onore del mio Stato e del mio popolo e dei miei cari, farò pagare cara al detentore del comando supremo degli Stati Uniti le sue insulse assurdità di voler distruggere totalmente la RPDC. Questa non è la retorica amata da Trump. Penso a quale risposta dovrà aspettarsi da noi, permettendosi che tali assurdità uscissero dalla sua bocca. Qualunque cosa Trump si aspetti, subirà conseguenze oltre le sue attese. Certamente e sicuramente metterò a posto il rimbambito squilibrato statunitense con il fuoco”.

Solo un secondo… volgio essere sicuro che l’ONU veda il mio lato migliore.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia accusa gli USA di attaccarla in collaborazione con al-Qaida

Moon of Alabama 21 settembre 2017La situazione in Siria arriva a un altro punto critico. Vi è maggiore possibilità di scontri tra forze statunitensi e russe. L’indicammo riguardo al controllo dei ricchi giacimenti ad est di Dayr al-Zur. Almeno tre incidenti negli ultimi giorni indicano l’escalation.
Il 17, gli Stati Uniti accusavano la Russia di un attacco aereo ai loro fantocci a nord di Dayr al-Zur. La Russia negava.
Il 18 e 19, grandi contingenti di truppe russe e siriane attraversavano l’Eufrate a Dayr al-Zur, nella Siria orientale. La forze di ascari curdo-arabi degli statunitensi in zona cercarono di ostacolarlo. Parallelamente, un grande attacco di al-Qaida veniva lanciato nella Siria occidentale. Le forze russe accusano i servizi segreti statunitensi di averlo avviato. (Le forze siriane e russe hanno respinto l’attacco).
Oggi, i militari russi hanno accusato gli ascari curdi degli Stati Uniti, nei pressi di Dayr al-Zur, di aver usato l’artiglieria contro le loro forze, minacciando una risposta massiccia.
Il caso più drammatico fu l’attacco di al-Qaida ad Idlib. Al-Qaida in Siria, ridenominatasi Hayat Tahrir al-Sham, controlla governatorato e città di Idlib nella Siria nord-occidentale. Il 19 settembre lanciava un grande attacco sulle postazioni del governo siriano a nord di Hama e a sud di Idlib. Al-Qaida occupava molto terreno prima di essere fermata e costretta a ritirarsi. Quasi tutte le armi pesanti, i carri armati e l’artiglieria che al-Qaida aveva nella zona furono utilizzate. Il portavoce dell’esercito russo dichiarava che, secondo l’intelligence russa, l’attacco di al-Qaida era opera degli Stati Uniti per rallentare l’avanzata siriano-russa nella provincia di Dayr al-Zur. Un compito dei terroristi era catturare un plotone di soldati russi. Questo è, per quanto ne so, la prima volta che la Russia fa un’accusa così diretta e grave alle forze e ai servizi d’intelligence statunitensi in Siria. Dalla dichiarazione dei militari russi: “Per 24 ore, i terroristi sono riusciti ad infiltrare le difese governative per 12 chilometri di profondità e 20 chilometri di ampiezza. Secondo i dati ricevuti, questa offensiva fu avviata dalle agenzie speciali statunitensi per fermare la riuscita avanzata dell’Esercito arabo siriano ad est di Dayr al-Zur. Il sequestro di un’unità della Polizia Militare russa era uno degli obiettivi principali dei terroristi. L’unità russa operava in un posto di osservazione dispiegato con le forze di osservazione della de-escalation. Di conseguenza, il plotone di MP (29 persone) fu bloccato dai terroristi… L’accerchiamento fu spezzato. Unità delle Forze Armate russe hanno raggiunto le posizioni dell’EAS senza perdite. Dopo l’attacco di al-Qaida, la Forza Aerea russa in Siria avviava una vasta controffensiva nella provincia di Idlib. Nelle ultime 24 ore, le unità aeronautiche e dell’artiglieria eliminavano 187 obiettivi, 850 terroristi, 11 carri armati, 4 blindati per trasporto truppe, 46 pickup, 5 mortai, 20 autocarri e 38 depositi di munizioni. Le unità del 5° Corpo d’Assalto lanciavano il contrattacco liberando quasi tutte le posizioni perse”.
Le immagini provenienti dall’area mostrano diversi carri armati e veicoli da combattimento della fanteria distrutti. Era stata un’azione molto costosa per al-Qaida e senza un vantaggio significativo. Sembra che le intelligence siriana e russa sapessero dell’attacco, ma non i dettagli. Per un po’ la situazione fu estremamente critica. Poi la grande operazione aerea sorprese al-Qaida, distruggendone la forza d’attacco. Nello stesso momento dell’attacco di al-Qaida ad Idlib, le forze degli ascari statunitensi in Siria orientale (giallo) ostacolavano le operazioni delle forze siriane (rosse) contro lo Stato islamico (nero).Le forze del governo siriano hanno quasi eliminato lo SIIL da Dayr al-Zur. Oggi è in gioco il controllo dei giacimenti petroliferi ad est di Dayr al-Zur e a nord del fiume Eufrate. Poco dopo aver attraversato l’Eufrate, truppe siriane finivano sotto il tiro delle posizioni degli ascari statunitensi: “Secondo le segnalazioni inviate dai comandanti siriani al fronte, i più massicci contrattacchi e bombardamenti delle truppe siriane provenivano da nord. È l’area in cui vengono dispiegate le unità delle forze democratiche siriane, così come le unità speciali statunitensi che, secondo CNN, forniscono assistenza medica a tali miliziani, anziché partecipare all’operazione per liberare Raqqa“, dichiarava (Il portavoce del Ministero della Difesa russo Maggiore-Generale Igor) Konashenkov. Inoltre i fantocci degli statunitensi sfruttano il controllo della diga di Tabaqa per ostacolare l’attraversamento del fiume: “Il flusso di acqua dalle dighe sull’Eufrate controllate dalle forze filo-statunitensi impedisce l’avanzata delle truppe governative siriane vicino Dayr al-Zur”, dichiarava il portavoce del Ministero della Difesa russo Igor Konashenkov. “Quindi la situazione sull’Eufrate si è deteriorata drasticamente nelle ultime 24 ore. Non appena le truppe del governo siriano hanno cominciato ad attraversarlo il livello dell’Eufrate è aumentato in poche ore e la velocità attuale delle acque è quasi raddoppiata a due metri al secondo“. Oggi, il Ministero della Difesa russo accusava le forze degli ascari statunitensi di bombardare direttamente gli alleati siriani e le forze russe che li supportano: “La Russia ha avvertito il rappresentante del comando statunitense ad al-Udayd, Qatar, che “ogni bombardamento dalle aree in cui si trovano le forze democratiche siriane sarà subito impedito”. “I punti di lancio in queste aree saranno immediatamente soppressi con tutti i mezzi”, aveva detto il generale. I combattenti delle forze democratiche siriane che si avvicinano a Dayr al-Zur da nord si uniscono ai terroristi dello SIIL e la ricognizione russa non registrava scontri tra SIIL e “terze forze”, cioè le SDF, fin dalla settimana precedente, spiegava. Tuttavia, un grande tiro con mortai e lanciarazzi fu effettuato due volte sulle truppe siriane dalle aree della riva orientale dell’Eufrate, dove SDF e forze speciali statunitensi stazionano”, dichiarava Konashenkov.
Le “forze democratiche siriane” comprate dagli Stati Uniti, che avanzano a nord di Dayr al-Zur senza incontrare alcuna resistenza, sono tribù locali alleate dello Stato islamico finché il diplomatico statunitense Brett McGurk li arruolò per combattere dalla parte degli Stati Uniti. Sono guidate da comandanti curdi e “consigliate” dalle forze speciali statunitensi. Gli Stati Uniti vogliono tenere le forze governative siriane lontano dai campi petroliferi a nord dell’Eufrate, ed hanno intenzione di costruire e controllare un proto-Stato curdo nella Siria nordorientale per controllare il petrolio ad est di Dayr a-Zur, dando a tale Stato una base economica. Ma gli Stati Uniti non dispongono di abbastanza ascari per occupare l’area petrolifera dello Stato islamico. Solo l’Esercito arabo siriano dispone di mezzi sufficienti nella zona. Gli Stati Uniti s’ingannano, attaccando le forze siriano-russe e correndo per strappare un vantaggio. Secondo i russi, gli ascari curdi degli Stati Uniti hanno sospeso i combattimenti contro lo SIIL a Raqqa e spostato le forze per prendere il petrolio ad est. Dubito che Siria e Russia lo permetteranno senza adottare le misure per impedirlo.
Con l’attacco di diversione di al-Qaida nella Siria nord-occidentale sconfitto e altre riserve disponibili, l’alleanza siriana dovrà pensare a una rapida avanzata sui campi petroliferi. Non appena saranno controllati dal governo siriano e la presenza dello SIIL eliminata, gli Stati Uniti non avranno più scuse per continuare l’attuale gioco mortale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi ha torto e chi ha ragione in Siria

Gordon M. Hahn, 14 settembre 2017Come notai due anni fa, subito dopo l’intervento militare russo in Siria, il Presidente Vladimir Putin aveva diversi motivi per intervenire: 1) preservare sia il principio dell’ONU che la sovranità dello Stato sull’interventismo occidentale e il ruolo della Russia in Medio Oriente assicurandone globalmente il peso sull’esito delle guerra e crisi in Siria; 2) indebolire il movimento globale jihadista che comprende Stato islamico (SIIL), al-Qaida (AQ) e molti altri gruppi, al fine di ridurre la probabilità del terrorismo islamista del Vilaijat Kavkaz Islamskogo Gosudarstvo (Provincia del Caucaso dello Stato islamico) affiliato allo SIIL, o dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) di al-Qaida; e 3) creare un equilibrio tra regimi sunniti filo-occidentali e islamisti, da un lato, e lo sciismo dall’altro, in Medio Oriente. Quando i militari russi giunsero in Siria, governo, media, think tank e circoli accademici degli Stati Uniti sostennero che la Russia non attaccava e non avrebbe attaccato i jihadisti dello SIIL. Poi corsero in avanti prevedendo che l’intervento di Mosca fosse “condannato” al fallimento e a divenire l’incubo di Putin. L’obiettivo di tale disinformazione strategica era dipingere Mosca contraria a combattere lo SIIL, ma solo i gruppi jihadisti col sostegno nascosto di Washington e legati ad al-Qaida e Fratellanza musulmana. Alcune fonti governative statunitensi sostennero persino che Mosca sostenesse lo SIIL agevolando l’esodo degli islamisti dalla Russia alla Siria. Notai al momento dell’intervento di Putin che tali analisi erano fuorvianti e totalmente imprecise. La Russia attaccava lo SIIL così come i numerosi gruppi jihadisti legati ad al-Qaida, come Ahrar al-Sham (AS) e Jabhat al-Nusra (JN). Le false analisi dei circoli di Washington tendevano deliberatamente ad oscurare i fatti, poiché i loro alleati nell’amministrazione di Barack Obama e tra i neo-con, appoggiavano tali gruppi sostenendo di liberare la regione dalla dittatura baathista, alleato di Teheran e minaccia per Israele. Indipendentemente dal fatto che l’obiettivo principale di Mosca fosse mantenere al potere il regime di Assad o distruggere lo SIIL e gli altri jihadisti, dato che vanno di pari passo. Non si può cercare uno senza l’altro. Lasciare lo SIIL sul campo di battaglia in Siria significava abbandonare il regime di Assad, che i suddetti circoli dicevano che la Russia proteggesse dal costante pericolo.

La presunta non-guerra contro lo SIIL della Russia
La scorsa settimana il Ministro della Difesa russo annunciava che lo SIIL è sull’orlo della sconfitta strategica inevitabile in Siria, obiettivo che a Mosca non interessava e non perseguiva, secondo Washington. I media occidentali e altre fonti anti-russe riecheggiano le affermazioni di Mosca sulla vittoria imminente delle forze siriane, russe e iraniane sullo SIIL e il jihadismo in Siria. La chiara imminente vittoria è il risultato di due anni di operazioni militari congiunte russo-siriane, combinando potere aereo e missilistico russo con le forze terrestri siriane. Inoltre, affrontava la forte resistenza dell’occidente e in particolare di certi suoi alleati nel Medio Oriente e Golfo Persico, in particolare Turchia e Qatar, che hanno sostenuto gruppi jihadisti come AS e JN, i cui membri hanno spesso finito per combattere al fianco dello SIIL. Questo è particolarmente vero per migliaia dei noti jihadisti del Caucaso del Nord che si sono recati a combattere in Siria e Iraq. Il presidente Barack Obama e la segretaria di Stato Hillary Clinton sostennero il jihadismo e l’ascesa dello SIIL in Siria e Iraq, cosa quasi universalmente riconosciuta, quando andarono contro l’intelligence degli Stati Uniti che avvertiva che fornire armi alla Fratellanza musulmana e altri gruppi islamisti avrebbe, in ultima analisi, rafforzato il jihadismo nell’opposizione siriana e irachena e rischiato di volgersi contro nelle regioni di confine siriano-irachene. L’intelligence aveva ragione, Obama torto. Il vuoto di potere e l’instabilità lasciati dal fallimento di Obama e i pericoli fin troppo chiari per gli interessi russi in Siria e Caucaso e la sicurezza nazionale spinsero Putin ad intervenire in Siria con le forze aerospaziali. Lo SIIL indirettamente e al-Qaida direttamente, ricevevano aiuti statunitensi, turchi e sauditi. Prima AS e JN e poi SIIL attirarono numerosi jihadisti stranieri in Siria, in collaborazione con il gruppo terroristico jihadista dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) o IK, minando l’esigua opposizione non islamista che dominava alcuni consigli locali e parte della società civile esistente ad Aleppo, Idlib, Homs, Raqqa e Dayr al-Zur. Sotto il suo primo capo, Hasan Abud, AS ebbe un ruolo significativo nell’avanzata dello SIIL in Siria nel 2013, collaborando e rimanendo in disparte quando schiacciò altri gruppi, come Ahfad al-Rasul a Raqqa. All’epoca, la mobilitazione contro lo SIIL gli avrebbe impedito di occupare la maggior parte del territorio siriano orientale. In risposta all’avanzata dello SIIL, JN e AS istituirono nel 2015 l’alleanza Jaysh al-Fatah (JF) tra gruppi jihadisti e islamisti che respinse le forze siriane dalle principali città della provincia di Idlib, quella primavera. I progressi di JF ad Idlib innescarono l’intervento russo nel settembre 2015.
Nel 2016, AS rifiutava di fondersi con JN a causa dell’esplicita sua affiliazione con al-Qaida e successivamente con JF perché “la leadership del gruppo (AS) temeva che avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia, suo principale sostenitore estero” e membro della NATO. Ciò facilitò l’ascesa di un altro gruppo jihadista, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), nuova forza jihadista ad Aleppo prima della liberazione siriano-russa. Ora Washington DC riconosce gli sforzi della Russia contro lo SIIL, ma senza menzionarla. Quindi un recente articolo su Foreign Affairs rilevava: “Per ora il regime e i suoi alleati continuano a concentrare la maggior parte della loro potenza di fuoco sullo SIIL ad est”. Un recente studio sull’industria della Difesa statunitense di IHS Markit e Jane’s Intelligence è stato costretto a riconoscere il ruolo russo nella sconfitta dello SIIL, e indirettamente ancora una volta a riconoscere il ruolo chiave svolto dalle forze del regime di Assad contro lo SIIL. “È una realtà sconveniente che qualsiasi azione statunitense adottata per indebolire il governo siriano avvantaggerà inavvertitamente Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, dichiarava Columb Strack, analista sul Medio Oriente di IHS Markit. “Il governo siriano è essenzialmente l’incudine al martello della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Mentre le forze sostenute dagli Stati Uniti circondano Raqqa, lo Stato islamico è impegnato in intensi combattimenti con il governo siriano attorno Tadmur e in altre parti delle province di Homs e Dayr al-Zur“. Secondo lo studio, tra il 1° aprile 2016 e il 31 marzo 2017, il 43 per cento di tutti i combattimenti dello SIIL in Siria era rivolto contro le forze di Assad, il 17 per cento contro le forze democratiche siriane (SDF), e il 40 per cento contro i gruppi rivali rivali sunniti, in particolare la Coalizione “Scudo dell’Eufrate” della Turchia. “Qualsiasi ulteriore riduzione della capacità delle forze già sovraccariche della Siria ne ridurrebbe la capacità d’impedire allo Stato islamico di avanzare dal deserto nella zona più popolosa della Siria occidentale, minacciando città come Homs e Damasco“, concludeva l’analisi.

L’intervento di Putin: pantano o vittoria diplomatica e militare
In poche parole, Putin ha vinto perché Obama si sbagliava. Washington sottovalutò la minaccia del jihadismo in Siria come fece altrove; Mosca vide abbastanza bene e non sottovalutò la minaccia. La prospettiva mondiale liberal-sinistra di Obama richiese che la posizione “conservatrice” di Putin si opponesse in spirito e di fatto. Di conseguenza, Obama e altri funzionari dell’amministrazione definirono l’intervento di Putin in Siria aggressione, imperialismo, errore ed inevitabile fallimento. Allo stesso tempo, speravano di continuare l’invio di armi ai vari gruppi jihadisti. Tuttavia, l’intervento di Putin, i fallimenti in Egitto e Libia, la debacle di Bengasi e i disaccordi tra l’amministrazione e l’intelligence svelarono la futilità della strategia islamista di Obama. Fin dall’inizio della narrazione neolib-necon di Obama che, alla radice dell’insurrezione anti-Assad vi fosse semplicemente l’espressione pacifica delle profonde aspirazioni democratiche dei siriani, si dimostrò falsa, proprio come nei cambi di regime occidentali in Iraq, Egitto, Libia e Ucraina. Ad esempio, un filmato di una delle prime proteste anti-regime a Banyas, vicino Tartus, il 18 marzo 2011, mostra ad esempio un imam avanzare le pretese delle protesta, tra applausi selvaggi e slogan religiosi, che invocavano segregazione di genere nelle scuole e che le insegnanti indossassero il niqab, vietato dal regime secolare baathista. Nel villaggio di Hula, l’opposizione fece richieste simili, nel 2011, lamentandosi del divieto del regime dei libri dell’insegnante islamico medievale e fonte principale del salafismo e del jihadismo Ibn Taimiya. In sintesi, il movimento rivoluzionario siriano, come quasi tutti tali movimenti, era un conglomerato di tendenze ideologicamente antitetiche e politicamente concorrenti, con islamsti e jihadisti, in particolare la leadership della Fratellanza musulmana emigrata in Turchia, dalla buona probabilità di uscire vincente su qualsiasi altro. Sullo sfondo di un mondo musulmano preda delle turbolenze islamiste e jihadiste, le probabilità diminuirono a favore dei più radicali.
Peggio della narrazione fu la politica. Tali gruppi concorrenti, anziché unirsi in un efficace fronte unito, ricevettero quantità enormi di armi e altro sostegno dal mondo occidentale e arabo. Così, il sostegno estero aiutò semplicemente il movimento di opposizione siriano, originariamente pacifico, a divenire rapidamente violento, come avvenuto in Libia e Ucraina nel 2013-2014, ma con poca speranza di assicurarsi la vittoria senza l’afflusso dei jihadisti stranieri. I diplomatici inglesi riferirono che già nella primavera 2011 ci furono scontri armati tra opposizione armata e forze di sicurezza siriane; questo molto prima che la storia sullo scontro regime- manifestanti pacifici venisse messa in discussione. Gli inglesi riferirono di una “battaglia feroce” nella primavera del 2011, al confine libanese nord-orientale con la Siria, tra opposizione siriana ed esercito e polizia siriani che suppostamente avrebbero usato armi contro dei dimostranti disarmati. Allo stesso tempo, una troupe di al-Jazeera mostrò dei filmati agli inglesi, che non avrebbero mai trasmesso, sul confine nord-orientale del Libano, che mostravano chiaramente uomini armati sparare alle truppe siriane. Il traffico di armi di Stati Uniti e altro dalla Libia e altrove alla in Siria, incrementò l’ondata di terroristi siriani e stranieri ben armati ed equipaggiati.
L’intervento di Putin cambiò l’andazzo, svelò l’incapacità dell’occidente di affrontare al-Qaida e SIIL in Siria e in Iraq sotto la guida impacciata di Obama e la strategia occulta incentrata su Fratellanza musulmana e altre forze “moderate” armate di nascosto. Smascherò la cooperazione saudita e turca con IS, JN, AS e altri gruppi jihadisti, tra cui il noto traffico di petrolio con lo SIIL in Turchia. Ancora più importante, forse, il rafforzamento dell’Esercito arabo siriano che sempre con il forte supporto aerospaziale russo scacciava SIIL e altri gruppi jihadisti da Aleppo, Homs, Dayr al-Zur e presto dall’ultima roccaforte dei jihadisti nella provincia di Idlib. L’insuccesso statunitense nell’affrontare la crisi siriana ha portato alla sconfitta degli alleati. Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto la sconfitta occidentale in Siria a seguito dell’azione diplomatica e militare di Putin in Siria, abbandonando la politica dell’“Assad deve andarsene” e affermando che in Siria la Francia ha: “un obiettivo principale, eliminare il terrorismo. Non importa chi siano, vogliamo una soluzione politica inclusiva e durevole. In questo contesto non serve la caduta di Assad. Non è più un presupposto per la Francia”. Londra ritirava gli istruttori militari dalla Siria, presenti per istruire “70000 ribelli” a rovesciare il governo di Assad. L’amministrazione Trump successivamente raggiunse Mosca su un cessate il fuoco al confine giordano con la speranza di estenderlo a tutto il Paese. I funzionari statunitensi non chiedono più la rimozione di Assad dal potere. Non ci può essere maggiore prova che Putin abbia sconfitto Washington e l’occidente in Siria.
Ancora gli analisti più oggettivi sottovalutano la performance russa in Siria. Due di recente hanno osservato: “Per quanto riguarda gli sforzi militari di Putin in Siria, nonostante la differenza della potenza di fuoco russa sul campo, il Paese è ancora impantanato. La stabilità rimane inafferrabile, così come la via del ritiro russo. I vantaggi di Putin potrebbero sgretolarsi, a meno che la potenza russa non continui a sostenere lo Stato siriano” (Thomas Graham e Rajan Menon, “Qual è il fine di Putin?”, Boston Review, 24 luglio 2017). Ciò che gli autori non capiscono è che la guerra in Siria è vinta. Con la seconda città siriana, Aleppo, ripresa dall’Esercito arabo siriano qualche mese prima, la presa dello SIIL su Dayr al-Zur e il dominio di al-Qaida nella provincia di Idlib erano le ultime basi del jihadismo. Ma mentre l’occidente ha fatto passare agosto, le forze siriane, sostenute dagli alleati russi e iraniani, hanno tolto l’assedio triennale di Dayr al-Zur e dei suoi 80000 civili e 10000 soldati. L’Esercito arabo siriano rastrella il resto di Dayr al-Zur e si prepara a scacciare ciò che resta dello SIIL dal confine siriano-iracheno. La stabilità tornerà in Siria e i russi si ritireranno quando la guerra sarà finita. L’immagine evocata dal pezzo che usa parole come “ritiro” è fuorviante, dato che l’intervento militare russo è limitato al supporto aerospaziale e d’intelligence e da occasionali operazioni delle forze speciali. La Russia non è coinvolta sul campo, compito dell’Esercito arabo siriano. In sintesi, non vi è alcun pantano, e la fine dello SIIL in Siria non è lontana.
La debacle occidentale e la vittoria siriano-russa-iraniana in Siria crea tre difficoltà all’occidente. In primo luogo, la ritirata dello SIIL sarà ingrossata dai suoi ranghi iracheni, complicando lo sforzo occidentale di riavviare la combattività dello SIIL dopo l’arrivo della Russia in Siria e di Trump a Washington. In secondo luogo, l’Esercito arabo siriano riceve preziosa esperienza nei combattimenti, facendone un nemico formidabile per l’alleato degli statunitensi Israele. Inoltre, l’Iran s’insedia in Siria e in Iraq, complicando ulteriormente i calcoli di Tel Aviv ed alleati arabi dell’occidente. In terzo luogo, l’insuccesso dell’occidente in Siria e Iraq, unitamente alla creazione dell’alleanza sino-russa, contro l’espansione della NATO, le permette di divenire un fattore politico regionale nel Golfo Persico e Medio Oriente rafforzando la copertura diplomatica dell’azione dell’Iran in Siria e l’Iraq. Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato, ma la sovversione statunitense, insieme ad altri fattori, ha dato origine alla brutale espansione della NATO, all’intervento umanitario, alla promozione della democrazia, ai cambi di regimi e alla “nuova guerra fredda”. Tutte o quasi tutte note politiche destabilizzanti che sembrano destinate a permanere. Il resto, come si dice, è storia, probabilmente turbolenta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio