Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Caschi Bianchi sono trafficanti di organi

Afraa Dagher, Syrianews 8 marzo 2017

Dalla liberazione di Aleppo est alla fine del 2016, i residenti locali hanno rivelato che i Caschi Bianchi trafficano organi umani. Tale verità orribile finalmente emerge. Aver vissuto nella “roccaforte ribelle” significa essere stati massacrati nel silenzio mentre i media occidentali e del GCC difendevano i macellai, dandogli altra copertura e potere di uccidere i siriani, mentre le loro famiglie non potevano parlare del proprio dolore durante il dominio brutale di tali “ribelli”. Aleppo fu liberata tra il cordoglio dei media occidentali. Aleppo è stata liberata e l’occidente premia i terroristi Caschi Bianchi, trafficanti di organi.
I terroristi si erano concentrati nei vecchi quartieri di Aleppo est, utilizzando in particolare le scuole, dopo aver chiuso l’istruzione, per lanciare razzi e colpi di mortaio sui civili inermi. Tali siti, nelle periferie, in edifici sfollati dai siriani, erano buona copertura e pretesto per i media occidentali per far sembrare che il governo siriano bombardasse edifici residenziali. Ma tali edifici erano occupati e non erano altro che focolai terroristici. Non appena i “ribelli” terroristi sparavano i loro razzi su Aleppo est, i soccorsi degli stessi terroristi arrivavano immediatamente. Sapevano dove e quando i razzi avrebbero colpito la gente! Abu Muhamad, residente locale, ha detto, “avevamo paura dopo ogni colpo di mortaio, perché i ribelli dai caschi bianchi arrivavano nelle loro ambulanze per prendere i feriti. Fummo gli obiettivi su cui si avventavano immediatamente. Sapevano quando e dove, e le vittime non tornavano con tutti i loro organi. A me rubarono un rene e parte della milza! E non possiamo processarli, eravamo sotto il loro dominio”. Un’altra donna, Alia, racconta la sua sofferenza, “I trafficanti di organi Caschi Bianchi avevano un mercato nero al confine con la Turchia dove vendevano donne, bambini e cadaveri di siriani. Il prezzo per cadavere era di 115 dollari. Il prezzo di una vittima ferita, ma viva, era 700 dollari. Tutte le povere vittime ferite dovevano essere considerate donatori di organi umani! I trafficanti di organi Caschi Bianchi provenivano dalla Turchia e assieme a medici stranieri furono nella nostra città con pretesi scopi umanitari! Tuttavia, la verità è che erano dei macellai ed eravamo un buon affare commerciale in Turchia. La Turchia e tutti i Paesi che sono con questi “ribelli” Caschi Bianchi sono coinvolti nel massacro del nostro popolo”. In precedenza, una residente locale, Hayat, dopo la liberazione da parte del nostro Esercito arabo siriano, disse come il marito fu assassinato dai “ribelli” e come il suo corpo fu portato in Turchia, da cui tornò privo di organi. Furono rubati!
In Siria, il nostro governo vieta il commercio degli organi umani; è vietato! Tuttavia, il mondo aiuta i cannibali fin dall’inizio della guerra internazionale alla Siria. I capi dei terroristi permettono a questi criminali credibilità, voce nei media governativi e nei falsi media indipendenti; anche il mondo delle false ONG li sostiene. Tale orrenda farsa continua; i brutali trafficanti di organi Caschi Bianchi sono stati nominati per il premio Nobel per la pace e poi hanno ricevuto l’Oscar di consolazione. Hollywood è andata in standing ovation per gli squadroni della morte della CIA contro la Siria. L’Oscar, per cosa? Per rimanere nelle zone controllate da al-Nusra, che si trova sulla ‘lista del terrorismo’ degli USA! I caschi bianchi erano i compagni dei terroristi che continuavano i crimini e gli orrori inflitti ai civili, mentre il nostro esercito ci protegge da 350000 invasori stranieri che commettono tali crimini di guerra!
Al-Nusra bombardava e quindi inviava chi si avventava sui feriti per derubarli degli organi con la scusa di aiutarli, trasportandoli in ospedali dove venivano espiantati. Li ricompensano con gli Oscar? Ciò rivela che i media supportano solo l’agenda geopolitica dei capi occidentali che finanziano il terrorismo nel nostro Paese, con denaro, addestramento e armi in massa. Ingannando il popolo per giustificare le loro guerre nei Paesi del terzo mondo o che mantengono la sovranità nazionale. Le loro vittime sono per due volte massacrate, dai terroristi filo-occidentali e da questi lerci media di servizio. Nel frattempo, interi Paesi vengono assassinati, direttamente dagli assassini occidentali della “coalizione” guidata dagli Stati Uniti, o dalle loro bande di ascari terroristici, come l’Arabia Saudita contro il povero Yemen. O la NATO che distrugge la Libia. A chi importa? Gli Stati Uniti, il cui ex-segretario di Stato John Kerry si vantava di aver incontrato il capo dei trafficanti di organi Caschi Bianchi Raed Salah, a cui Hollywood ha dato l’Oscar, dovrebbero preoccuparsi. Tale gruppo ha incontrato il terrorista saudita in Siria Abdallah al-Muhaysini, designato specificamente nella lista del terrorismo degli Stati Uniti. Tra i molti crimini di guerra di Muhaysini vi è addestrare bambini-soldato per farli diventare attentatori suicidi ed altri terroristi, come i due ragazzi tra i sei attentatori suicidi che assassinarono 42 siriani a Homs il mese scorso.
Chi se ne frega di chi i trafficanti di organi Caschi Bianchi uccidono, basta che agli occidentali sia fatto credere che tali squadroni della morte sono umanitari? I medici del gruppo per i diritti umani svedesi se ne fregano. Lo SWEDHR ha pubblicato un documento che denuncia il video dei Caschi Bianchi e la “manipolazione macabra di bambini morti e la messa in scena dell’attacco chimico per permettere una no-fly zone” contro la Siria. Ai media occidentali non interessa. Non parleranno mai di questo documento, mentre piagnucolavano quando Aleppo fu liberata. Non dissero che l’Esercito arabo siriano trovò enormi depositi pieni di munizioni provenienti da Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, Israele, come razzi contenenti armi chimiche. I media occidentali non hanno detto che i genieri russi hanno ripulito quasi 1000 ettari di ordigni esplosivi, nella Aleppo liberata.Non ci aspettiamo che i menzogneri media riferiscono su questo nuovo crimine, che si aggiunge alla lunga lista di crimini commessi dai trafficanti di organi Caschi Bianchi; la disinformazione dei media di regime usa le parole come armi di distruzione di massa contro il nostro Paese. Scriviamo per chi è stufo delle menzogne dei media di regime. Ad agosto scrivemmo che la nomination all’Oscar per la pornoguerra con bambini aveva un nuovo candidato, dopo la notizia fasulla del bambino impolverato “Omran”, salvato dai trafficanti di orgnai Caschi Bianchi varie volte, sempre con falsi salvataggi. I media occidentali non si vergognarono quando giornalisti investigativi indipendenti scoprirono che chi fotografò “Omran” supporta i terroristi che decapitarono il 12enne Abdullah Isa. Va aggiunto che la società di pubbliche relazioni dei Caschi Bianchi è l’AMC (Aleppo Media Cemter del terrorista del Qatar al-Qanzira, entrato illegalmente in Siria e coinvolto in ogni forma di terrorismo, compresa mutilazione e sequestro di persona). AMC viene frequentemente citato per diffondere spudorate menzogne criminali sui media occidentali. Quando la storia fasulla di Omran impolverato dominava sui media occidentali, nessuno notò che nel (finto) momento cruciale per salvare dei bambini da un edificio crollato, Rislan dell’AMC scattò le foto di Omran truccato all’interno di un’ambulanza candida. Nel 2014,l’AMC salutò Jabhat al-Nusra che uccideva i soldati dell’Esercito arabo siriano. Jabhat al-Nusra è sulla lista del terrorismo degli Stati Uniti.
Inoltre, l’AMC pose il proprio logo sulla foto di una scuola che i terroristi avevano occupato. Invece di riempirla di bambini che giocassero durante la ricreazione, era piena di razzi per massacrare. L’AMC così supportava chi ruba la vita ai bambini, usando la foto originale presa dai terroristi che occuparono una scuola di Homs, nel 2013:

Chi se ne frega sapere che il traffico di organi rientra nella lunga lista di crimini del premio Oscar Caschi Bianchi? Certamente non i media occidentali che continuano a mentire sulla Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi ucraina: Poroshenko decade mentre Tymoshenko va a Washington

Alexander Mercouris, The Duran, 15 marzo 2017Anche se le decisioni prese dall’Ucraina oggi, legalizzare il blocco del Donbas da parte dei radicali e preparare azioni contro le banche russe, non sono una sorpresa, un fatto interessante è il modo in cui sono state annunciate. La decisione non è stata annunciata dal presidente Poroshenko, capo dello Stato e del ramo esecutivo del Paese, e neanche dal governo del primo ministro Volodymyr Grojsman, vecchio alleato di Poroshenko. Accade che Poroshenko e Grojsman sono notevolmente reticenti sul blocco del carbone, da quando è cominciato. La decisione di legalizzare il blocco del Donbas è stata annunciata da Aleksandr Turchinov, capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, figura significativa della destra politica ucraina, mentre la richiesta della Banca Centrale dell’Ucraina d’imporre sanzioni alle banche russe operanti sul territorio ucraino è stata fatta anche da Turchinov per conto del Consiglio della sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, di cui è a capo. Forse il sistema giuridico e costituzionale dell’Ucraina fa del Consiglio l’ente preposto a questo genere di decisioni, anche se la struttura giuridica e amministrativa caotica dell’Ucraina e la famigerata indifferenza dei capi ucraini verso le norme giuridiche e amministrative, ne fanno un argomento poco convincente. Tuttavia, anche se così fosse, una dichiarazione di Poroshenko, capo del Paese e presidente della nazione, che spieghi al popolo ucraino i motivi di tali decisioni importanti e ne giustifichi le conseguenti difficoltà, pur chiarendo che le decisioni sono sue e che hanno il suo pieno appoggio, è il minimo che ci si aspetterebbe in tali circostanze. In effetti, la cosa giusta sarebbe sicuramente che l’annuncio di tali decisioni sia fatto da Poroshenko, per lo meno pubblicando una dichiarazione a suo nome, o (meglio) con un discorso televisivo alla nazione ucraina. Invece, la cosa più vicina a un annuncio di Poroshenko è un commento ellittico che avrebbe fatto incontrando un dirigente dell’UE, secondo un resoconto apparso sul suo sito web. “Dopo il sequestro non possiamo avere relazioni commerciali con le imprese “confiscate”. Non permetteremo alcuna loro attività e chiediamo supporto a tali decisioni, tra l’altro, inasprendo le sanzioni dell’UE alla Russia che ha permesso questa brutale violazione del diritto internazionale”. Manca l’annuncio del blocco totale del territorio delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Al contrario, sembra dire che l’Ucraina cesserà il commercio con le ex-imprese ucraine delle Repubbliche Popolari nazionalizzate in rappresaglia al blocco del carbone. Le parole di Poroshenko semmai sembrano escludere l’idea di un blocco totale. Certamente non fanno cenno agli annunci radicali di oggi. Forse Poroshenko non ha fatto l’annuncio perché imbarazzato dalla debolezza che dimostra, e perché il suo sito web mostrava le assicurazioni date solo ieri al funzionario dell’UE sull’Ucraina che faceva qualcosa di totalmente diverso. Se è così, allora ricorda il modo con cui il precedente presidente ucraino, Viktor Janukovich, non annunciò la decisione di ritardare l’attuazione dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, lasciando l’annuncio al primo ministro Nikola Azarov. Al momento pensai che fosse un atto di straordinaria debolezza di Janukovich, e in effetti fu il comportamento pusillanime nelle successive proteste di Maidan che alla fine lo rovesciò. Se Poroshenko ora si comporta nello stesso modo, va straordinariamente molto male sia per lui che per le sue prospettive da presidente dell’Ucraina.
Tuttavia ci sarebbe anche l’ulteriore possibilità che la ragione per cui Poroshenko non ha annunciato tali decisioni di oggi, è perché in ultima analisi non le fa. In effetti le osservazioni al funzionario dell’UE suggerirebbero che resistesse all’idea del blocco totale, probabilmente su pressione dell’UE. Se è così, allora gli annunci di Turchinov suggeriscono che Poroshenko è stato messo da parte, e che le decisioni chiave, come legalizzare il blocco del Donbas, sono prese senza di lui. In tal caso, l’autorità di Poroshenko da presidente dell’Ucraina sarebbe finita e non avrebbe più il controllo, proprio come la mossa militare russa a Pristina nel giugno 1999, durante il conflitto in Kosovo, fatta senza alcun ordine di Boris Eltsin, chiaro segno che la sua autorità da presidente della Russia svaniva. Ciò avviene pochi giorni dopo la notizia sui media russi su Julija Tymoshenko, vecchia nemica e acida rivale politica di Poroshenko, che compiva un’altra visita, questa volta in segreto, a Washington, dove ai primi di febbraio ebbe un breve incontro con Donald Trump, in ciò che sembrava il tentativo di Trump di valutare le sue opzioni, considerandola come possibile alternativa a Poroshenko. Basti dire che non credo fosse una coincidenza che, al ritorno in Ucraina, Tymoshenko cercasse subito di rovesciare il governo proponendo un voto di sfiducia nel parlamento, una mossa che, utilizzando dispositivi procedurali, il governo però riusciva a bloccare. Anatolij Karlin ha recentemente suggerito con un acuto articolo per Duran che il blocco di carbone sia in realtà il frutto del gioco di potere di una fazione anti-Poroshenko nell’élite ucraina guidata dagli oligarchi Igor Kolomojskij e Julija Tymoshenko. Turchinov, il capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, che ha fatto gli annunci, è un vecchio alleato politico di Tymoshenko, anche se i due apparvero dividersi nel settembre 2014, quando Turchinov aderì al partito emergente del primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk. Turchinov e Poroshenko non sono comunque mai stati vicini, e forse dalla rimozione di Jatsenjuk dalla scena politica ucraina dopo le dimissioni impostegli da primo ministro nell’aprile 2016, Turchinov è tornato dal vecchio capo Tymoshenko. Se è così, allora gli annunci di Turchinov sarebbero il segno che, nel conflitto tra Poroshenko e la fazione guidata da Kolomojskij e Tymoshenko, si sia schierato con quest’ultima, ancora una volta lavorando per Tymoshenko, la cui fazione e quella di Kolomojskij hanno il sopravvento. In tal caso le dimissioni di Poroshenko o la sua rimozione sarebbero sul tavolo, anche se data la natura volatile della politica ucraina nulla può mai esser certo. Infatti ancora una volta si parla di nuove elezioni in Ucraina, se Poroshenko venisse rimosso, e che Tymoshenko dovrebbe vincere. In questo caso la sua frettolosa visita a Washington potrebbe essere destinata a strappare la promessa del sostegno che si potrebbe pensare le sia stata data da Trump e dalla sua squadra, nella precedente visita di febbraio.
Indipendentemente da quale direzione prendano le lotte tra fazioni in Ucraina, la situazione politica diventa sempre più instabile. E’ difficile evitare l’impressione che Poroshenko sia indebolito e perda il controllo, con istituzioni come il Consiglio nazionale di difesa e sicurezza che, in ultima analisi, controlla le forze di sicurezza ucraine, agiee sempre più da sole e senza alcun riferimento al presidente. Se è così, allora la visita di Tymoshenko a Washington sarebbe il segno che i suoi nemici lo circondando, e forse ne preparano l’eliminazione.

Kiev capitola ai fascisti e legalizza il blocco del Donbas
Alexander Mercouris – The Duran

L’Ucraina su domanda dei radicali, legalizza il blocco del Donbas e si prepara a chiudere le banche russe.
Settimane dopo che i neofascisti bloccano l’invio di carbone all’Ucraina dal Donbas e di appelli per porvi fine, il governo ucraino, nella forma del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, li legalizza, dichiarando tutti i collegamenti con l’Ucraina bloccati dal 15 marzo. La dichiarazione firmata dal capo del Consiglio Aleksandr Turchinov, il funzionario estremista che agendo da presidente facente funzione dell’Ucraina lanciò la cosiddetta “operazione antiterrorismo” ( “ATO”) per sopprimere il Donbas nei primi mesi del 2014, tenta di collegare la legalizzazione del blocco a Donetsk e Lugansk alla nazionalizzazione per rappresaglia delle imprese ucraine sul territorio delle Repubbliche Popolari. La dichiarazione dice: “Considerando che le imprese ucraine sono state sequestrate e la situazione della sicurezza è peggiorata nella zona delle operazioni antiterrorismo, il Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa ha deciso di sospendere il movimento dei carichi attraverso la linea di contatto. A seguito della decisione del Consiglio, tutte le autostrade e ferrovie che portano alla linea di disimpegno saranno bloccate oggi alle 01:00 (14:00 ora di Mosca) da Polizia di Stato e Guardia nazionale”. È una decisione patetica. Come tutti sanno il motivo per cui le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nazionalizzano le imprese ucraine sul loro territorio è proprio il blocco illegale imposto dai fascisti ucraini. Eppure, invece di por fine al blocco, che causa gravi danni all’economia ucraina, come ha più volte lasciato intendere, il governo l’ha invece legalizzato, illustrando l’incapacità di controllare i radicali, su cui basa da sempre la propria esistenza, indicando fin dove ha ceduto l’iniziativa politica a costoro.
Nel Donbas, il blocco ucraino senza dubbio causerà difficoltà a breve termine. Tuttavia ne accelererà l’integrazione economica con la Russia dato che la sua economia è di gran lunga più grande e ricca di quella ucraina, un vantaggio economico a lungo termine per il Donbas. Reagendo all’annuncio ucraino, i russi hanno fatto notare che tale azione viola l’accordo Minsk II. Boris Gryzlov, rappresentante della Russia nel gruppo di contatto, l’ente che dovrebbe cercare di porre fine al conflitto in Ucraina, ha detto che, “L’incapacità delle autorità di Kiev di lottare contro l’aggressione dei nazionalisti danneggia l’Ucraina stessa. Questo è particolarmente pericoloso data la tendenza confermata da altri passi ufficiali“. Gryzlov osservava che la decisione di Poroshenko di sospendere i collegamenti con il Donbas, annunciata alla riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa, “va contro gli accordi di Minsk” che delineano il piano per risolvere la crisi. L’inviato aveva anche detto che “invece di ripristinare il sistema finanziario del Donbas, in linea con gli accordi di Minsk, le autorità ucraine distruggono il proprio sistema bancario“. Il riferimento di Gryzlov all’impegno ucraino a “ripristinare il sistema finanziario nel Donbas”, riguarda la promessa di Poroshenko fatta in occasione della riunione di Minsk del febbraio 2015, dove con l’accordo Minsk II fu deciso di ripristinare la piena operatività del sistema finanziario nel Donbas. Come Gryzlov dice, in sostanza, gli ucraini non hanno mai adempiuto a tale impegno, non più degli altri impegni presi a Minsk. Il riferimento di Gryzlov alle “autorità ucraine che distruggono il proprio sistema bancario” riguarda l’azione che l’Ucraina contempla contro le banche russe che operano sul suo territorio. Ciò dopo le proteste dei fascisti ucraini che dal 13 marzo bloccano l’accesso alla sede centrale di Kiev della Sberbank, la maggiore banca della Russia. L’affermazione di Gryzlov sull’azione che l’Ucraina contempla sarebbe esagerata. Le banche russe rappresentano il 10% del settore bancario ucraino, presumibilmente 425 milioni di dollari in depositi dei clienti privati e altri 276 milioni depositati per conto della clientela affaristica. Anche se sono grandi somme, non lo sembrano abbastanza da paralizzare l’economia ucraina, anche se il denaro nei depositi dovesse scomparire con le banche, cosa naturalmente improbabile.
Detto questo, assaltare le banche russe 3 mesi dopo che l’Ucraina ha nazionalizzato PrivatBank, la sua prima banca, difficilmente sembra una buona idea, e in un momento di crisi economica non è certo la mossa migliore per ispirare fiducia nel sistema bancario ucraino, anche se parlarne innescherebbe un effetto a cascata che può essere sopravvalutato. Tuttavia, in Ucraina l’ideologia vince invariabilmente qualsiasi battaglia contro il buon senso economico, e il blocco del carbone, ampliato e legalizzato, e l’attacco atteso alle banche russe, sono solo ulteriori esempi di ciò.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
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