La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense? Parte II

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 13/05/2015 – Parte IAiuti non letali
Oltre alle armi, altri rifornimenti giunsero con i prestiti. Questo è assolutamente indiscutibile. In particolare, l’URSS ricevette 2586000 tonnellate di carburante aereo, pari al 37% di quello prodotto nell’Unione Sovietica durante la guerra, più 41000 autoveicoli, il 45% degli autoveicoli dell’Armata Rossa (senza contare le auto catturate al nemico). Anche l’invio di alimentari ebbe un ruolo significativo, anche se pochissimo arrivò il primo anno di guerra, e gli Stati Uniti fornirono solo il 15% della carne in scatola e altri beni non deperibili all’URSS. Quest’aiuto comprese anche macchine utensili, binari ferroviari, locomotive, vagoni ferroviari, attrezzature radar e altri elementi utili senza cui una macchina da guerra può fare poco. Naturalmente questa lista di aiuti dei prestiti è impressionante, e si potrebbe avere un’ammirazione sincera per i partner statunitensi nella coalizione anti-hitleriana, ad eccezione di un piccolo dettaglio: i produttori statunitensi rifornirono anche la Germania nazista… Ad esempio, John D. Rockefeller Jr. aveva interessi nella società Standard Oil, ma il successivo importante azionista era la società chimica tedesca IG Farben, attraverso cui l’azienda vendette ai nazisti 20 milioni di dollari in benzina e lubrificanti. E il ramo venezuelano della società inviava ogni mese 13000 tonnellate di petrolio in Germania, che il robusto settore chimico del Terzo Reich convertì immediatamente in benzina. Ma le attività commerciali tra le due nazioni non erano limitate alla vendita di combustibile, ma anche tungsteno, gomma sintetica e molti componenti per l’industria automobilistica furono spediti attraverso l’Atlantico al Fuhrer tedesco da Henry Ford. In particolare, non è un segreto che il 30% dei pneumatici prodotti nelle sue fabbriche venisse fornito alla Wehrmacht tedesca. I dettagli su come Ford e Rockefeller collusero per rifornire la Germania nazista non sono ancora pienamente noti poiché i segreti commerciali sono strettamente custoditi, ma anche il poco reso pubblico è riconosciuto dagli storici chiarire come la guerra non rallentasse per nulla il commercio degli Stati Uniti con Berlino.

I prestiti non erano beneficenza
C’è la percezione che gli Stati Uniti offrissero prestiti per bontà d’animo. Tuttavia, tale idea non si basa su un’analisi seria. Prima di tutto, furono dato secondo ciò che si chiamava “contratto di prestito inverso”. Anche prima della fine della Seconda guerra mondiale, altre nazioni inviarono materie prime essenziali a Washington, pari al 20% dei materiali e delle armi che gli Stati Uniti avevano spedito all’estero. In particolare, l’URSS fornì 32000 tonnellate di manganese e 300000 tonnellate di minerale di cromo, molto apprezzati dall’industria militare. Basti dire che quando l’industria tedesca fu privata del manganese dei ricchi giacimenti di Nikopol, dopo l’offensiva sovietica su Nikopol-Krivoj Rog nel febbraio 1944, la corazzatura frontale da 150mm dei carri armati tedeschi “Koenigstiger” divenne molto più vulnerabile ai proiettili sovietici rispetto alla corazzatura da 100mm presente sui precedenti carri armati Tiger. Inoltre, l’URSS pagò i carichi alleati in oro. Infatti, l’incrociatore inglese HMS Edinburgh trasportava 5,5 tonnellate di quel metallo prezioso quando fu affondato dai sommergibili tedeschi nel maggio 1942. L’Unione Sovietica inoltre restituì gran parte delle armi e degli equipaggiamenti militari dopo la guerra, come stabilito dall’accordo sui prestiti. In cambio furono rilasciate fatture per 1300 milioni di dollari. Dato che i debiti dei prestiti alle altre nazioni furono prescritti, ciò sembrò una rapina e Stalin chiese che il “debito alleato” venisse ricalcolato. Successivamente gli statunitensi dovettero ammettere l’errore, ma gonfiarono gli interessi dovuti e l’importo finale, comprendente gli interessi, arrivò a 722 milioni di dollari, una cifra accettata da URSS e USA nell’accordo di regolamento firmato a Washington nel 1972. Di tale importo, nel 1973, 48 milioni di dollari furono pagati agli Stati Uniti in tre rate, ma i pagamenti successivi furono interrotti quando gli USA introdussero pratiche discriminatorie negli scambi con l’URSS (in particolare il noto Emendamento Jackson-Vanik). Le parti non ne discussero più fino al giugno 1990, durante i nuovi negoziati tra i presidenti George Bush Sr. e Mikhail Gorbaciov, quando fu fissata una nuova scadenza per il rimborso finale, per il 2030, e il totale del debito fu riconosciuto in 674 milioni di dollari. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i suoi debiti furono classificati debito sovrano (dal Club di Parigi) o debiti verso banche private (secondo il London Club). Il debito finanziario era una passività dovuta al governo USA ed era parte del debito del Club Parigi, che la Russia rimborsò nell’agosto 2006.

Discorso diretto

Il Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt dichiarò esplicitamente che gli aiuti alla Russia furono soldi ben spesi e il suo successore nella Casa Bianca, Harry Truman, fu citato dal New York Times nel giugno 1941: “Se vediamo che la Germania vince la guerra, dobbiamo aiutare la Russia; e se la Russia vince, dobbiamo aiutare la Germania e così lasciarli uccidersi il più possibile…” La prima valutazione ufficiale del ruolo svolto dagli aiuti dei prestiti nella vittoria sul nazismo fu fornita dal Presidente del Gosplan Nikolaj Voznesenskij, nel suo lavoro Voennaja Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoj Vojnij (L’economia militare dell’URSS durante la Grande Guerra Patriottica) (Mosca: Gospolitizdat, 1948), dove scrisse: “Se si confronta la quantità di beni industriali inviati dagli Alleati all’URSS con la quantità di beni industriali realizzati dalle fabbriche socialiste dell’Unione Sovietica, è evidente che le prime erano pari a solo il 4% di quanto prodotto a livello nazionale negli anni dell’economia di guerra“. Gli studiosi e i funzionari militari e governativi statunitensi (Raymond Goldsmith, George Herring e Robert H. Jones) riconoscono che gli aiuti alleati all’URSS furono pari a non più del 10% della produzione sovietica, e il totale delle forniture dei prestiti, comprese le note scatolette Spam sarcasticamente indicate dai russi come “secondo fronte”, rappresentarono circa il 10-11%. Inoltre, il noto storico statunitense Robert Sherwood, nel libro Roosevelt e Hopkins: una storia intima (New York: Grossett & Dunlap, 1948) citava Harry Hopkins sostenere che gli statunitensi “non avevano mai creduto che l’aiuto dei prestiti fosse il principale fattore della sconfitta sovietica di Hitler sul fronte orientale. Ma che questo fosse dovuto all’eroismo e al sangue dell’Armata Rossa“. Il primo ministro inglese Winston Churchill chiamò una volta il lend-leasing “l’atto finanziario più disinteressato e altruista di sempre nella storia“. Tuttavia, gli statunitensi ammisero che la leva del prestito portò notevole reddito agli Stati Uniti. In particolare, l’ex-segretario al Commercio statunitense Jesse Jones affermò che gli Stati Uniti non solo ottennero denaro dai rifornimenti dall’URSS, ma gli Stati Uniti ne trassero persino profitto, affermando che ciò non era raro nelle relazioni commerciali regolate dalle agenzie degli USA. Il suo collega, lo storico George Herring, scrisse candidamente che il prestito non fu in realtà l’atto più disinteressato nella storia dell’umanità, ma piuttosto un atto di prudente egoismo, di cui gli statunitensi erano pienamente consapevoli di quanto ne avrebbero beneficiato. E fu proprio così, dato che il prestito si rivelò una fonte inesauribile di ricchezza per molte aziende nordamericane. Infatti, gli Stati Uniti furono l’unico Paese della coalizione anti-hitleriana a raccogliere significativi dividendi economici dalla guerra. C’è un motivo per cui gli statunitensi definiscono la Seconda Guerra Mondiale come “la buona guerra”, come evidenziato ad esempio dal titolo del libro del noto storico statunitense Studs Terkel: La Buona Guerra: Storia Orale della Seconda Guerra Mondiale (1984). Con cinismo aperto, citò: “Mentre il resto del mondo uscì ferito e quasi distrutto, noi ne uscimmo con più auto, attrezzi, forza lavoro e soldi in quantità incredibili… La guerra fu divertente per gli USA. Non parlo delle povere anime che vi persero figli e figlie. Ma per il resto di noi la guerra fu un buon momento“.

Stalin e Voznesenskij

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cancellare l’Unione Sovietica

L’attacco nucleare statunitense contro l’URSS programmato durante la Seconda guerra mondiale
Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 4 novembre 2017

Secondo un documento segreto datato 15 settembre 1945, “il Pentagono aveva previsto il bombardamento dell’Unione Sovietica con un attacco nucleare coordinato diretto contro le grandi aree urbane. Tutte le principali città dell’Unione Sovietica furono incluse nell’elenco di 66 obiettivi “strategici”. Le tabelle seguenti classificavano ogni città secondo l’area in miglia quadrate e il corrispondente numero di bombe atomiche necessarie per annientare e uccidere gli abitanti di queste aree urbane. Sei bombe atomiche dovevano essere utilizzate per distruggere ognuna delle grandi città come Mosca, Leningrado, Taskent, Kiev, Kharkov, Odessa. Il Pentagono stimò che sarebbe state necessarie in totale 204 bombe per “cancellare l’Unione Sovietica”.” Gli obiettivi dell’attacco nucleare erano sessantacinque grandi città. La bomba atomica sganciata su Hiroshima causò la morte immediata di 100000 persone in sette secondi. Immaginate cosa sarebbe successo se 204 bombe atomiche venivano sganciate sulle grandi città dell’Unione Sovietica come descritto dal piano segreto statunitense formulato durante la Seconda guerra mondiale. Il documento che illustra tale diabolica agenda militare fu stilato nel settembre 1945, appena un mese dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945) e due anni prima dell’inizio della Guerra fredda (1947). Il piano segreto datato 15 settembre 1945 (due settimane dopo la resa del Giappone, il 2 settembre 1945, sulla Missouri), tuttavia era già stato formulato in precedenza, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando USA e Unione Sovietica erano stretti alleati. Va notato che Stalin fu informato per la prima volta ufficialmente da Harry Truman del famoso progetto Manhattan, alla Conferenza di Potsdam il 24 luglio 1945, appena due settimane prima del bombardamento di Hiroshima. Il progetto Manhattan fu avviato nel 1939, due anni prima dell’ingresso degli USA nella Seconda guerra mondiale nel dicembre 1941. Il Cremlino era pienamente consapevole del progetto segreto Manhattan già nel 1942.Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945 fu voluto dal Pentagono per valutare il bombardamento dell’Unione Sovietica con 204 bombe atomiche? “Il 15 settembre 1945, poco più di due settimane dopo la resa del Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale, Norstad inviò una copia della stima al generale Leslie Groves, a capo del progetto Manhattan e che comunque a breve sarebbe divenuto responsabile della produzione delle bombe volute dall’USAAF. Come immaginabile, la classificazione di questo documento fu massima: “TOP SECRET LIMITED”, il massimo durante la Seconda guerra mondiale“. (Alex Wellerstein, Prime stime della riserva atomica (settembre 1945)).
Il Cremlino sapeva del piano del 1945 per bombardare sessantacinque città sovietiche. Se gli Stati Uniti avessero deciso di non sviluppare armi nucleari da utilizzate contro l’Unione Sovietica, la corsa agli armamenti non ci sarebbe stata. Né Unione Sovietica né Repubblica Popolare Cinese avrebbero sviluppato la deterrenza nucleare. L’Unione Sovietica perse 26 milioni di persone durante la Seconda guerra mondiale, e sviluppò la sua propria bomba atomica nel 1949, in risposta ai rapporti d’intelligence sovietici del 1942 sul progetto Manhattan. “Finiamola. Quante bombe atomiche erano richieste dall’USAAF in generale, quando c’era forse materiale fissile per una o due bombe a portata di mano? Ne voleva almeno 123. Idealmente 466. Questo un mese dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Naturalmente, in modo burocratico, tracciò un grafico su carta” (Alex Wellerstein, op cit).
La lista iniziale del 1945 di sessantacinque città fu aggiornata nel corso della Guerra fredda (1956) arrivando a circa 1200 città dell’URSS e del blocco sovietico dell’Europa orientale (cfr. Documenti seguenti). “Secondo il piano del 1956, le bombe H dovevano essere utilizzate contro gli obiettivi prioritari della “Potenza aerea” in Unione Sovietica, Cina ed Europa orientale. Le principali città del blocco sovietico, compresa Berlino, furono in cima alla “distruzione sistematica” con le bombe atomiche”. Lista di 1200 bersagli del Blocco sovietico, “dalla Germania orientale alla Cina”, di William Burr.Nell’epoca post-guerra fredda, sotto Fuoco e furia di Donald Trump, la guerra nucleare contro Russia, Cina, Corea democratica e Iran è “prevista”.
Cosa distingue la crisi dei missili dell’ottobre 1962 alla realtà odierna:
1. Il presidente Donald Trump non ha idea delle conseguenze della guerra nucleare.
2. Le comunicazioni tra Casa Bianca e Cremlino oggi sono al minimo. Al contrario, nell’ottobre 1962, i leader di entrambe le parti, John F. Kennedy e Nikita S. Khrushjov, erano ben consapevoli dei pericoli dell’estinzione nucleare e collaborarono per evitare l’impensabile.
3. La dottrina nucleare era completamente diversa durante la Guerra fredda. Washington e Mosca capirono le realtà della distruzione reciprocamente assicurata. Oggi le armi nucleari tattiche dalla potenza da un terzo a sei volte la bomba di Hiroshima sono classificate dal Pentagono come “innocue per i civili perché l’esplosione è sotterranea“.
4. È in corso un programma nucleare da oltre un trilione di dollari, iniziato da Obama.
5. Le bombe termonucleari di oggi sono più di 100 volte più potenti e distruttive della bomba di Hiroshima. Stati Uniti e Russia hanno diverse migliaia di armi nucleari. Inoltre, la guerra totale contro la Cina è prevista dal Pentagono come indicato da una relazione della RAND Corporation commissionata dall’esercito degli Stati Uniti.

“Fuoco e furia”, da Truman a Trump: la follia della politica estera statunitense
C’è la lunga storia della follia politica statunitense volta a dare un volto umano ai crimini contro l’umanità degli Stati Uniti. Il 9 agosto 1945, il giorno in cui la seconda bomba atomica fu sganciata su Nagasaki, il presidente Truman, parlando alla radio, concluse che Dio è con l’America sull’uso dell’arma nucleare, e ciò “Ci può guidare ad usarla nei modi e scopi appropriati”. Secondo Truman: Dio è con noi, deciderà se e quando usare la bomba: “Dobbiamo preparare i piani per il futuro controllo della bomba. Chiedo al Congresso di cooperare fino alla fine per controllarne produzione ed uso, e che la sua potenza possa influenzare in modo straordinario la pace mondiale. Dobbiamo avere il monopolio di questa nuova forza, per evitarne l’uso improprio e metterla al servizio dell’umanità. È una nostra terribile responsabilità. Ringraziamo Dio che le armi nucleari siano nostre anziché dei nostri nemici; e preghiamo che ci possa guidare nell’usarle nei modi e scopi appropriati”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Euro-regioni e indipendenza neo-globalista: farsa catalana… a Bruxelles!

Frexit TV 30 ottobre 2017

Se non ci fossero centinaia di feriti e minacce di povertà, caos e guerra civile riflettersi in filigrana su tale questione esplosiva, rideremmo della grande farsa catalana in salsa spagnola! Ed hop, appena proclamata l’indipendenza, ecco il buffone Puigdemont prendere cricca e claque per esiliarsi virtualmente a Bruxelles mentre il procuratore spagnolo chiede di processarlo, per l’accusa di sedizione che lo porterebbe in prigione per 25 anni!!
Comunque, i suoi fratelli della “Catalogna del Nord” (comprendente i Pirenei orientali francesi) gli avevano riservato un bel posticino, a due passi dal confine… catalano. Ma all’improvviso, non c’è più ovviamente tale “possibilità”; l’Europa di Bruxelles, uscita dalla porta d’ingresso, rifiutandosi di pronunciarsi su un “affare interno” della Spagna, visto lo spirito comico a cui nessuno ha creduto per un attimo, ora rientra dalla finestra poiché dovrà esprimersi sul diritto di asilo tra Paesi europei, un diritto in realtà inesistente nei trattati dell’Unione europea…
Allungando questa pantomima generale, Puigdemont ha deciso di partecipare al referendum del 21 dicembre previsto dai suoi avversari, anche se organizzato, secondo il punto di vista indipendentista, da un Paese terzo se non nemico: la Spagna!
Quanto sprofonderanno Catalogna, Spagna ed Europa in tale travolgente e sconfortante mascherata? Nessuno lo sa fintanto tale questione viene totalmente manipolata da poteri occulti che appaiono totalmente sconnessi dalla realtà. Ma ciò che appare certo è che prima del caos finale, il grande qualcosa dovrebbe ancora avere i suoi momenti!La Cina sostiene l’unità della Spagna
Xinhua 30/10/2017

La Cina esprimeva sostegno allo sforzo del governo spagnolo per mantenere l’unità nazionale dopo che il parlamento catalano dichiarava l’indipendenza. Poco dopo l’annuncio del parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy dimissionava il capo catalano Carles Puigdemont e il suo governo e annunciava nuove elezioni regionali per il 21 dicembre. Il senato spagnolo approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospende l’autonomia della Catalogna e controlla le principali istituzioni catalane da Madrid. “La posizione della Cina su questo tema è coerente e chiara: la Cina lo considera un affare interno della Spagna e comprende e sostiene lo sforzo del governo spagnolo nel mantenere l’unità nazionale, la solidarietà etnica e l’integrità territoriale“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying commentando la periodica conferenza stampa a Pechino. “La Cina è contraria a sconvolgere il Paese e violarne lo stato di diritto, e ritiene che la Spagna possa proteggere l’ordine sociale e i diritti dei cittadini nel quadro giuridico e istituzionale“, dichiarava Hua. La Cina ha sviluppato una cooperazione amichevole con la Spagna in vari settori secondo i principi del rispetto dell’integrità sovrana e territoriale e di non interferenza negli affari interni, concludeva il portavoce.

Traduzione di Alessandro Lattanzio