La battaglia di Kursk; ‘Punto di non ritorno’ per la Germania nazista

Sputnik 04.07.2017Situato a 315 miglia a sud di Mosca e attraversato dai fiumi Kur, Tuskar e Sejm, Kursk è una pittoresca città russa di 500000 abitanti col più grande giacimento di ferro conosciuto del mondo. Tuttavia, tra il 4 luglio e il 23 agosto 1943 fu teatro della sfida titanica tra Wehrmacht della Germania nazista e Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1943, l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Asse dell’Unione Sovietica, s’era impantanata. Dopo diversi stupefacenti successi iniziali, l’Armata Rossa mutò l’andazzo della guerra con le epiche vittorie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nel 1942, e la Wehrmacht era ormai in ritirata. Kursk fu l’ultimo sforzo con cui la Germania nazista impegnò risorse inedite per ribaltare il corso della guerra in proprio favore, o almeno fermare l’inesorabile avanzata delle forze sovietiche. Nel complesso i nazisti concentrarono 900000 truppe, 10000 pezzi d’artiglieria, 2700 corazzati e 2000 aerei, circa un terzo dell’intera forza militare tedesca. L’obiettivo dei nazisti era circondare e schiacciare cinque armate sovietiche, prima di schiacciare l’Armata Centrale del Maresciallo Rokossovskij e l’Armata di Voronezh del Maresciallo Vatutin con una brutale manovra a tenaglia.
Se ovviamente era l’obiettivo militare desiderabile, la strategia aveva considerazioni politiche al centro: la direzione sovietica era sempre più frustrata dalla mancanza di volontà degli alleati occidentali ad aprire un secondo fronte e alleviare l’intenso onere della lotta dal 1941. Hitler sapeva che il successo in Oriente poteva sabotare permanentemente l’associazione tra Unione Sovietica, USA e Regno Unito. Inoltre, avrebbe dimostrato che la Germania nazista era stata solo danneggiata severamente, ma non fatalmente, a Stalingrado. La pianificazione dell’operazione iniziò nel febbraio 1943, ma Adolf Hitler volle ritardare l’attacco il più a lungo possibile, nonostante il desiderio del Feldmaresciallo Erik von Manstein di lanciarla al più presto possibile. Conoscendo il ruolo svolto dall’incredibile inverno sovietico su Barbarossa, il Fuhrer voleva guadagnare tempo finché il terreno non fosse completamente scongiurato; inoltre, il suo amore per il nuovo carro armato Tigre, di cui pensava che un battaglione valesse una divisione di qualsiasi altro carro armato, lo convinse a ritardare fin quando non ne fossero disponibili altri. Con un ritmo di produzione di 12 alla settimana, Manstein dovete attendere molto, e nel frattempo l’Armata Rossa rese le proprie postazioni praticamente impenetrabili.
Il 4 luglio le forze sovietiche erano ben preparate, e in alcune aree i reggimenti d’artiglieria superavano la fanteria cinque a uno, con oltre 20000 cannoni puntati sulla Wehrmacht, tra cui oltre 6000 cannoni anticarro da 76,2mm e 920 lanciarazzi multipli Katjusha. Inoltre, con l’aiuto della popolazione civile di Kursk, l’Armata Rossa scavò 5000 chilometri di trincee dotate di filo spinato, ostacoli elettrificati e lanciafiamme. Alcune zone difensive sovietiche erano profonde sei chilometri, con 2200 mine anticarro e 2500 mine antiuomo posate su ogni singolo miglio del fronte, una densità quattro volte quelle delle difese di Stalingrado. Nel complesso fu posato oltre mezzo milione di mine anticarro e 440000 mine antiuomo. Tuttavia, la Wehrmacht avviò l’assalto il 4 luglio sul villaggio di Prokhorovka. Lo scontro durò 50 giorni.
La Seconda guerra mondiale è un conflitto dalle statistiche immense e Kursk ne illuminò alcune delle più sorprendenti: 3 milioni di soldati, 8000 carri armati e 5000 aerei furono coinvolti, e i relativi scontri compresero la battaglia tra carri armati più grande della storia e i singoli giorni di guerra aerea più costosi. In confronto alla battaglia d’Inghilterra, del Bulge, del D-Day, di El Alamein o Midway, lo scontro per la civiltà a Kursk è ignoto in occidente, raramente menzionato dai media e apparentemente noto solo a pochi storici professionisti. Tuttavia, coloro che hanno anche solo contezza di Kursk, sono ben consapevoli del significato cruciale e credono che fu lo scontro più importante della Seconda guerra mondiale. Tra loro vi è l’eminente Dennis Showalter, nel suo libro Armor and Blood Showalter conclude che la battaglia fu la “svolta del Fronte Orientale… il punto di non ritorno”. Dopo Kursk, i nazisti non compirono mai più passi coraggiosi e fiduciosi nel domani, venendo spinti in una posizione difensiva virtualmente perpetua in Europa. Viceversa, se la Wehrmacht fosse prevalsa la guerra avrebbe potuto decisamente essergli favorevole, con una possibile sconfitta dell’Unione Sovietica e trionfo della Germania nazista in Europa, se non del Mondo.
Quando le truppe occidentali sbarcarono in Normandia il 6 giugno 1944, incontrarono forze tedesche senza supporto aereo, carburante e rifornimenti; se l’Armata Rossa non avesse trionfato a Kursk, le truppe d’invasione statunitensi, inglesi e canadesi avrebbero incontrato i nazisti in piena potenza e il D-Day sarebbe fallito.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Posture, svolte e interessi

Chroniques du Grand Jeu 3 luglio 2017

Nel rapporto lungo e travagliato tra occidente e la Russia, una delle poche soddisfazioni dell’impero USA negli ultimi quindici è stato dividere (parzialmente) il continente eurasiatico. Il culmine, ma anche canto del cigno, si ebbe con la tripletta Obama-Cameron-fiammante Merkel che docilmente seguiva un movimento irenico. Da allora ci sono stai Brexit e Trump, gettando l’impero del Bene nella totale confusione. A una posizione definita tra due blocchi si passava al disordine con inversioni, separazioni o riavvicinamenti relativi. Rimasti senza padrone, le euronullità continuano di slancio le sanzioni contro Mosca, rinnovandole ogni sei mesi. I russi rispondono; Putin firma un decreto che estende le controsanzioni al 31 dicembre 2018 (alcuna mollezza dall’orso, diciotto mesi alla volta!) Quando si sa quanto male facciano le misure di ritorsione all’economia europea, lo si capisce dalla stampituta rimasta completamente in silenzio sull’argomento…
Eppure tutto ciò non impedisce che le relazioni bilaterali siano abbastanza coerenti. Si è già visto che il jupiterinho dell’Eliseo ha sorpreso il suo mondo sostenendo il riavvicinamento con la Russia. Uno dei motivi per cui ne abbiamo accennato fu: “Altro motivo di disgelo: i russi, la cui alleanza energetica con Teheran, è ben nota, potrà aprire le porte dell’Iran alla Total, in particolare agevolando la conclusione dell’accordo su un blocco del giacimento di gas gigante South Pars. Quest’ultimo, uno dei più grandi campi d’oro blu del mondo, è tra le acque territoriali di Qatar e Iran”. Bingo, l’accordo è stato firmato oggi: “Il gruppo francese Total, alla testa di un consorzio internazionale con la CNPCI cinese, ha firmato un accordo da 4,8 miliardi di dollari con Teheran, nonostante le pressioni di Washington, che prende in considerazione nuove sanzioni contro l’Iran. In base a tale contratto 20ennale, il consorzio investirà 2 miliardi di dollari (1,76 miliardi di euro) nella prima fase dello sviluppo del blocco 11 del grande giacimento di gas offshore South Pars. Total è la prima importante azienda occidentale di idrocarburi a ritornare in Iran dalla revoca parziale delle sanzioni internazionali del gennaio 2016, dopo l’accordo nucleare firmato nel 2015 con le grandi potenze, tra cui Francia e Stati Uniti. “Oggi è un giorno storico per Total, il giorno in cui si torna in Iran”, aveva detto il CEO del gruppo Patrick Pouyanné alla firma dell’accordo a Teheran. “Mi auguro che l’accordo tra una grande azienda europea, francese, e l’Iran ispiri altre aziende a venire in Iran, dato che lo sviluppo economico è la via che porta alla pace” aveva detto Pouyanne. “Siamo qui per costruire ponti e non muri, cresciamo in Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, ovunque possiamo”, aggiungeva. “Non potremo mai dimenticare che Total è stato il precursore”, rilanciava il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh Namadar, secondo cui, l’industria del petrolio e del gas iraniano ha bisogno di 200 miliardi di dollari (176 miliardi di euro) di investimenti nei prossimi cinque anni. L’Iran ha la seconda maggiore riserva di gas al mondo dopo la Russia, e la quarta riserva mondiale di petrolio, ma le aziende estere sono generalmente riluttanti a investirvi per le sanzioni degli Stati Uniti ancora in vigore. In base all’accordo con la Total, la società francese avrà il 50,1% delle azioni del consorzio che gestirà il giacimento di gas, seguito dal gruppo China National Petroleum Corporation (CNPCI) con il 30% e Petropars iraniana (19, 9%). La firma dell’accordo con Total avviene poco dopo la visita del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif in Europa. Zarif fu ricevuto dal Capo di Stato francese Emmanuel Macron dopo l’incontro con il presidente tedesco Steinmeier e il primo ministro italiano Paolo Gentiloni. Teheran mira a rafforzare le relazioni con l’Unione europea, di fronte a un’amministrazione degli Stati Uniti ostile. “Nonostante l’ostilità irragionevole degli Stati Uniti, l’Unione europea è impegnata sull’accordo nucleare e un accordo costruttivo” con l’Iran, scriveva Zarif in un tweet”.
La storia non dice se i russi hanno permesso l’accordo, ma conoscendo le eccellenti relazioni tra Mosca e Total da un lato, e Mosca e Teheran dall’altro, è probabile che le nostre previsioni abbiano avuto l’ennesima conferma. Inoltre, le mosse di Macron preoccupano il cazzettismo neoconservatore francese. Dopo Le Nouvelle Oops, tocca a Libernation fare casino e dispiacersi. “Se sostenete Assad, sostenete il terrorismo“. Ah, certo…
Gas, sempre gas. È noto da tempo che la signora Milka potrebbe toccare inediti livelli d’ipocrisia quando i suoi interessi sono in gioco: “Lady Angela sarà stata la prima a gridare al grande orso russo cattivo. Vera russofobia, ricatti sull’oro tedesco nascosto nella FED e di cui non si sa se ancora esista, ricatto dell’NSA sulla giovinezza poco brillante della possibile informatrice della Stasi, o tutto quanto? La nonna ha comunque fatto di tutto per silurare il South Stream che portava il gas russo nei Balcani. Mai a corto di risorse e sapendo ben valutare il peso di ogni attore europeo. Mosca ha fatto buon viso a cattiva sorte (abbandonando gli amici dei Balcani messisi nei casini da sé entrando nell’UE) e ha avuto buon cuore con la Germania con una proposta che Berlino non poteva rifiutare. Come scrivemmo a settembre: “Mosca si guarda le spalle raddoppiando il Nord Stream. Grande intelligenza di Putin che scommette sull’egoismo tedesco. Nonna Merkel straripa di magniloquenza, tranne quando l’economia del Paese è in gioco. Raddoppiando il gasdotto Baltico, la Germania diventerà l’hub gasifero dell’Europa, rafforzando ulteriormente la presa economica sul Vecchio continente. Chi ha fatto ripensare la cancelliera…” Ora è tutto ripensato; la nonna non fa la leziosa sulla possibilità di fare della Germania l’hub energetico del Vecchio Continente“.
In seguito alle nuove sanzioni approvate dal Senato a metà giugno che potrebbero, se approvate da Camera e Casa Bianca, cosa lungi dall’essere certa, colpire le imprese europee interessate al Nord Stream II, Berlino non cede e procede: “Troviamo inaccettabile che una legge degli USA pretenda che gli europei rinunciano al gas russo, vendendocene invece il suo a un prezzo molto più alto“, commentava il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel il 29 giugno in visita ufficiale in Russia, secondo il quotidiano tedesco Handeslbatt. Inoltre, una dichiarazione congiunta firmata il 15 giugno da cancelliere austriaco e ministro degli Esteri tedesco afferma: “L’approvvigionamento energetico dell’Europa è una questione europea che non riguarda gli Stati Uniti d’America. Sono i nostri Paesi europei e non gli Stati Uniti a decidere chi rifornirci di energia e come“. Novità,… le euronullità che su pressione degli Stati Uniti silurarono il South Stream, che avrebbe portato notevoli benefici, in particolare nei Balcani, lasciando che Washington facesse il bello e cattivo tempo sull’energia. E adesso, all’improvviso, il vecchio continente apre un occhio e afferma (a parole in ogni caso) di rifiutarsi. Che rivoluzione copernicana: dopo trent’anni di vassallaggio europeo, ora in frantumi, appaiono i segnali di un ritorno agli anni ’80, quando gli Stati ancora difesero le proprie prerogative energetiche, come nel caso del gasdotto siberiano. Cos’è successo? La risposta ha cinque lettere: Trump. O meglio la sua elezione. L’impero non ha più una direzione, un centro di controllo, i vassalli s’impantano rivoltandosi al vecchio maestro. Un classico. Un altro esempio è dato dal Regno Unito “brexitoso“. I governi di Sua Graziosa Maestà non furono mai attinti dalla russofilia. È il minimo che possiamo dire. Storicamente, gli inglesi delegarono agli Stati Uniti piani geostrategici e sacro odio per la Russia. Le “cortesie” tra Londra e Mosca non finirono mai e saranno comuni per molto tempo. L’ultima, divertente, si è avuta qualche giorno fa sulle nuove portaerei della Royal Navy. Pavoneggiandosi infantilmente, il ministro della Difesa Fallon assicurava che i russi sono “gelosi” della nave; ma il Generale Konashenkov rispose provocatoriamente che l’HMS Queen Elizabeth è “un buon obiettivo”. L’atmosfera, l’atmosfera…
Ma dietro sferzate e dichiarazioni infiammatorie, appare ancora una volta un discreto ma reale riavvicinamento sull’energia. Gazprom negozia l’aumento dell’invio di oro blu nel Regno Unito. Dal 2005, Londra è un importatore netto di gas e questa dipendenza aumenterà nei prossimi anni:È vero, gli importi indicati sono per ora relativamente bassi (oggi, il 13% del gas consumato nel Paese proviene dalla Russia), ma è la tendenza che conta. La Norvegia, attingendo alle ultime riserve di gas, è la soluzione provvisoria dietro cui si profila l’orso. E si è anche già iniziato a parlare del Nord Stream II e della possibile connessione a Paesi Bassi e Regno Unito…
Dietro le spacconate, c’è il principio di realtà. Ancora e ancora.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito fascista russo

OrientalistI termini “Harbin russa” e “russi di Harbin” si riferiscono a diverse generazioni di russi che vissero ad Harbin, fulcro della principale ferrovia orientale cinese (KVZhD) dal 1898 al 1960. I primi russi di Harbin erano per lo più operai e impiegati della KVZhD che si trasferirono a Harbin per lavorare nella ferrovia. Harbin (Sungari, la prima stazione) in realtà fu costruita dai primi coloni, che si portarono mobili ed effetti personali dalla Russia. Dopo la guerra russo-giapponese molti lasciarono la Manciuria, ma chi viveva ad Harbin da tempo decise di restare. Nel 1913 Harbin era in realtà una colonia russa addetta a costruzione e riparazione della KVZhD. La popolazione era di 68549 persone, in gran parte russi e cinesi. Il censimento registrava la presenza di cittadini di 53 Paesi. Oltre a russo e cinese si parlavano altre 45 lingue. Solo l’11,5% dei residenti era nato ad Harbin. In conseguenza della rivoluzione e della guerra civile, circa 100-200000 emigrati si stabilirono ad Harbin. Erano soldati e ufficiali del movimento bianco, quadri e dipendenti dei governi della Siberia e dell’Estremo Oriente, intellettuali e gente comune. La popolazione russa di Harbin era la più grande al di fuori della Russia. L’8 settembre 1920 la Repubblica di Cina annunciò che non riconosceva più le legazioni russe in Cina, e il 23 settembre ruppe le relazioni con l’impero russo rifiutandosi di riconoscere i diritti extraterritoriali dei suoi cittadini. Così all’improvviso i cittadini russi in Cina divennero apolidi. Dopo di che, il governo cinese occupò le istituzioni di Harbin come tribunali, polizia, carcere, ufficio postale ed istituzioni scolastiche e di ricerca. Nel 1924 Pechino firmò l’accordo tra Cina e Unione Sovietica che decise lo status giuridico della KVZhD. In particolare, fu permesso di lavorarvi ai soli cittadini sovietici e cinesi. Così, la maggior parte dei russi di Harbin, per non perdere il lavoro, accettò la cittadinanza sovietica associata ad una precisa identità politica. Molti russi di Harbin lo fecero anche per motivi patriottici. Altri rimasero apolidi e senza lavoro. A poco a poco, la questione della cittadinanza ed identità politica divise la popolazione russa di Harbin, portando a una forte presenza sovietica. Nel 1924-1962 Harbin ospitò il Consolato Generale dell’URSS. Nel periodo del Manchukuo, il Console Generale dell’Unione Sovietica fino al 1937 fu Mikhail Slavutskij.
Negli anni ’30, il Giappone occupò la Manciuria e impose lo Stato fantoccio del Manchukuo. Nel 1935 l’Unione Sovietica vendette la sua quota della KVZhD a tale Stato. Nella primavera-estate del 1935 migliaia di russi di Harbin, cittadini sovietici. rientrarono con le loro proprietà nell’URSS. Buona parte fu arrestata immediatamente o successivamente con l’accusa di spionaggio e attività controrivoluzionarie, in particolare, secondo l’ordine 00593 del NKVD del 20 settembre 1937. Molti russi di Harbin inizialmente reagirono positivamente all’occupazione giapponese, nella speranza che il Giappone li aiutasse nella lotta all’influenza sovietica in Cina, che cercava di ripristinare la sovranità su Harbin. Tuttavia, molti di loro lasciarono Harbin per altre città cinesi, come Shanghai, Pechino, Tianjin e Qingdao. Nel 1945, dopo che l’Esercito sovietico entrò ad Harbin, tutti coloro identificati come membri del movimento bianco e collaborazionisti delle truppe di occupazione giapponesi, finirono nei Gulag.
Negli anni ’20 e ’30 la “peste fascista” non risparmiò i russi, in particolare gli emigranti. I fascisti nella comunità russa rimasero al potere dai primi anni ’20 al 1943; tempi d’oro in cui vi erano più di 30000 membri, e le unità militari, che ne contavano circa 5000, causarono gravi difficoltà alle unità dell’Armata Rossa che coprivano il confine dell’Estremo Oriente dell’URSS. L’uomo che guidò i fascisti russi di Harbin e si propose di lottare contro i sovietici, organizzò varie azioni, anche criminali. Fino a poco tempo fa era noto a pochissimi. Kostantin Rodzaevskij, nato a Blagoveshensk l’11 agosto 1907. La famiglia Rodzaevskij apparteneva alla piccola e fragile borghesia siberiana, completamente rovinata dalla rivoluzione. Durante la guerra civile, i bianchi e i rossi si scontrarono continuamente a Blagoveshensk, ma la famiglia del notaio riuscì a superare in silenzio i tempi difficili. Forse Rodzaevskij sarebbe cresciuto nel sistema socialista, se nel 1925 non fosse fuggito in Manciuria. Nel 1945 scrisse a Stalin che la causa della fuga fu il risentimento per il fatto che in patria non poté entrare all’università, nonostante l’appartenenza alla Lega della Gioventù Comunista. Ma due anni prima della lettera, intelligence giapponese sospettò che la fuga di Rodzaevskij fosse un’infiltrazione dell’OGPU. Comunque, le circostanze della fuga attraverso l’Amur rimangono sconosciute. Si sa solo che la madre si recò ad Harbin per convincere il figlio a tornare nel 1926, ma non ci riuscì.
Il 26 maggio 1931 ad Harbin fu aperto il primo congresso dei fascisti russi, che annunciò la creazione del Partito Fascista russo (PFR). Il suo presidente fu un ex-generale ed organizzatore di attività sovversive sul territorio dell’URSS, Vladimir Kosmin. Ma guidò il partito nominalmente. Le redini del potere erano nelle mani del comitato centrale, guidato dagli stessi giovani che stilarono il deprecato programma del PFR, scritto da Rodzaevskij ad aprile, in cui profetizzava la morte imminente del regime sovietico affermando, “i governanti del Cremlino si isolano dalla gente comune che geme con la collettivizzazione forzata. Arriverà il grande risveglio nazionale che inevitabilmente diverrà una rivoluzione nazionale anticomunista e anticapitalista“. Sottolineando la natura nazionale del fascismo, gli ideologi del PFR cercarono nella storia russa dei predecessori. Il principe moscovita Ivan Kalita fu salutato come il fondatore della tradizione fascista russa, così come del centro religioso di Mosca; l’ex-generale della gendarmeria A. Spiridovich sostenne che l’idea di Mussolini sui sindacati controllati dallo Stato fu formulata già nel 1901 del capo della polizia di Mosca Sergej Zubatov. La Russia fascista, secondo Rodzaevskij. sarebbe salita a benessere ed equità sociale inediti con benefici per i Paesi vicini (Finlandia, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria, Persia, Afghanistan e Mongolia), che si sarebbe impegna a comporre per creare un grande impero eurasiatico. Il programma del PFR era completamente permeato di antisemitismo. I nazisti di Harbin chiamavano l’OGPU “nido sionista”, e Stalin, difficilmente sospettabile di giudeofilia, “concubino di capitalisti americani ed ebrei”.
Il 18 febbraio 1932, i collaborazionisti cinesi su ordine del Kwangtung in Manciuria dichiararono la secessione dal governo di Nanchino di Chang Kaishek, e dichiararono ufficialmente lo Stato indipendente del Manchukuo. Per dare una parvenza di legittimità a tale atto, i giapponesi recuperarono una reliquia politica, l’ultimo imperatore cinese Xuan-tun, noto anche come Henry Pu Yi. Tuttavia, i giapponesi avevano piani anche per i fascisti russi. La “Tokumu-kikan” o “società veicolo” del dipartimento d’intelligence dello Stato maggiore generale giapponese era utilizzata per spionaggio e sabotaggio nell’URSS. La “Kempeitai” o polizia militare, alle dipendenze del comandante dell’Armata del Kwantung, li riteneva invece una mera banda di delinquenti. Di conseguenza, alcuni “camerati”, invece di essere preda del delirio rivoluzionario nazionale, s’immischiarono in traffico di droga, prostituzione ed estorsione. Nel settembre 1936, Rodzaevskij si rivolse al maggiore Suzuki della “Tokumu-kikan” e propose la creazione di un’unità di combattimento del PFR, che i giapponesi dovevano addestrare ed equipaggiare per svolgere propaganda e sabotaggio nella Siberia orientale. Nelle aree delle operazioni dovevano creare una rete clandestina fascista. A fine ottobre, Suzuki e Rodzaevskij reclutarono decine di “camerati”, che rapidamente appresero le competenze di base nel tiro, uso di radio e lavoro clandestino. Ai primi di novembre, il distaccamento fu diviso in diversi gruppi che dovevano organizzare disordini nel territorio sovietico per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Un gruppo attraversò l’Amur a nuoto verso Blagoveshensk, e lungo le rive del Zeya tagliò fili del telegrafo e attaccò operai sovietici. Un altro completò la missione penetrando nella regione del Bajkal, in prossimità della stazione di confine dove finiva la ferrovia Nord della Manciuria e iniziava un ramo della Transiberiana. Sei terroristi del PFR marciarono lungo i binari per 400 chilometri fino a Chita. Il 7 novembre, s’infiltrarono tra i manifestanti e improvvisamente gettarono sulla folla volantini che denunciavano i crimini di Stalin. Fu arrestato chi raccolse i volantini, ma i sabotatori riuscirono a scappare. Tuttavia, inaspettatamente l’atteggiamento su Rodzaevskij dei capi giapponesi cominciò a cambiare in peggio.
I dubbi su Rodzaevskij furono ispirati dagli eventi in Germania, dove la Gestapo arrestò Boris Tedli e alcuni altri membri del PFR quali spie sovietiche. Le autorità giapponesi temevano agenti sovietici mascherati da fascisti o nazisti. Poco più di un anno prima, il giornalista tedesco Richard Sorge fu scoperto essere un ufficiale dell’intelligence sovietica. Sfruttando una confusa documentazione d’impeccabile nazista e sofisticato europeo, Sorge per diversi anni sfruttò con successo i suoi numerosi contatti giapponesi. Nel maggio 1943, Rodzaevskij fu arrestato dalla “Kempeitai” e sottoposto a gravi interrogatori. Furono anche arrestati Nikolaj Kipkaev (ex-rappresentante del PFR a Tokyo) e Gennadij Taradanov (capo del ramo di Shanghai del PFR e autore de “L’ABC del fascismo“). Tutti poterono scagionarsi e un mese dopo furono rilasciati. Mentre le vittorie sovietiche si moltiplicavano, come le sconfitte dei giapponesi nell’Oceano Pacifico, l’Armata del Kwangtung iniziò puntualmente a rispettare il patto del 1941 sulla neutralità. Volendo a tutti i costi evitare tensioni con Mosca, l’Armata del Kwangtung nell’estate del 1943 intraprese un’azione decisiva contro le organizzazioni antisovietiche. La prima vittima della nuova politica fu il PFR, la cui fine fu improvvisa. Il 1° luglio la missione militare di Harbin me annunciò l’eliminazione degli uffici in Manchukuo, Giappone e Cina. Lo stesso giorno furono chiusi i giornali “La nostra via” e “Nazione“. Inoltre furono proibiti riunioni, uniformi, canzoni ed emblemi del PFR. Una volta che si capì che il Manchukuo sarebbe stato occupato dalle truppe sovietiche, gli emigrati cominciarono a pensare sul da farsi. I pessimisti sostennero che, avendo ottenuto un grande vittoria sulla Germania, Stalin non si sarebbe vendicato degli ex-compatrioti. Queste speranze furono sostenute dal consolato sovietico di Harbin, che in ogni occasione dichiarò che non vi erano sovietici ed emigrati, ma solo il popolo russo. L’Armata Rossa avrebbe liberato i fratelli russi dal giogo giapponese e accolto con favore il loro ritorno in patria. L’esca fu tirata, ma Rodzaevskij non seguì l’esempio dell’Ataman Semjonov e di altre figure di spicco del movimento bianco, che stoicamente aspettarono l’arrivo degli agenti di sicurezza. Fuggì dal Manchukuo il 17 agosto 1945, il giorno in cui l’Armata del Kwangtung ricevette da Tokyo l’ordine del cessate il fuoco, e i sovietici liberavano Xinjing e Mukden. Arrestato a Tianjin, scrisse due lettere, al comandante del Fronte di Trans-Bajkal Maresciallo Rodjon Malinovskij, e l’altra a Stalin. Rodzaevskij descrisse la sua svolta spirituale, riconoscendo la continuità di base della storia russa. Il suo più grande errore fu l’incomprensione che l’Unione Sovietica, infatti, si evolva in direzione fascista. “Lo Stalinismo, scrisse Rodzaevskij, è solo ciò che erroneamente chiamammo fascismo russo, il nostro fascismo russo purificato da estremismi, illusioni e delusioni”.
Le lettere a Malinovskij e Stalin arrivarono all’ambasciata sovietica di Pechino, nelle mani dell’addetto Ivan Timofeevich Patrikeev, che immediatamente invitò il “duce” per un incontro personale. A Patrikeev Rodzaevskij fece una buona impressione. Assicurò che l’ex-“duce” era necessario alla patria. La Russia si trovava ad affrontare nuove e ancora più gravi prove. Gli ex-alleati, inglesi e statunitensi, vogliono approfittare delle perdite umane e della devastazione economica covando piani imperialisti. Rodzaevskij aveva informazioni utili al popolo, agendo da giornalista-agitatore. Su dove inviarlo, Patrikeev fu evasivo: Khabarovsk o Vladivostok “per rivedere il contratto con i giornali sovietici“. Per ambientarsi, sarebbe stato inviato in qualche giornale o alla radio della regione del Paese che desiderasse. Tuttavia, una volta decollato da Changchun, invece di atterrare a Vladivostok, arrivò a Chita, e da lì Rodzaevskij finì a Mosca, dove fu incarcerato assieme al suo nemico implacabile l’Ataman Semjonov, che fu catturato da un distaccamento di paracadutisti dello Smersh il 19 agosto, nella casa di Dairen. Si dice che prima dell’arresto, l’NKVD preparò pasti sontuosi dove brindò alla vittoria russa sulla Germania, dicendo che se aveva malgiudicato Stalin, non si considerava colpevole. Il 26 agosto 1946, il Colonnello-Generale del Collegio militare di giustizia Vasilij Ulrich aprì la sessione della Corte Suprema dell’URSS. Semjonov, protagonista del processo, testimoniò per primo e non nascose il fatto che con il comando dell’Armata del Kwantung voleva occupare la parte asiatica della Russia sovietica. Tuttavia, alla fine del discorso, con l’Ataman, ancora una volta espresse gioia per la vittoria sovietica sulla Germania. Semjonov, “in quanto peggior nemico del popolo sovietico” fu condannato a morte per impiccagione, Rodzaevskij alla fucilazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tradimento dei chirici, gli italiani dovrebbero smettere di essere italiani e prendersi cura del loro interesse nazionale

GefiraNel 1927, Julien Benda denunciava il tradimento degli intellettuali, o il perseguimento eccessivo delle preferenze nazionaliste sui valori universali. Novant’anni dopo, i ruoli si sono invertiti. La classe intellettuale dell’occidente ha una nuova religione, la globalizzazione, ed ha abbandonato completamente le comunità native dell’occidente. Se la classe lavoratrice dell’occidente soffre o se la classe media si riduce, non importa, perché la globalizzazione ha portato “la crescita economica globale” e per il resto del mondo è meglio. Allo stesso modo, quando gli intellettuali occidentali perdono la scommesse sulla leva finanziaria nel casinò finanziario globale, e il casinò si blocca, spetta ai media occidentali “salvare il mondo” a loro spese. Un grido di orrore aumenta quando Donald Trump vuole proteggere i posti di lavoro produttivi invece di “salvare il mondo” dal cambiamento climatico. Gli occidentali non amano gli attentati islamici? Gli fa troppo male; gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo che sponsorizzano wahabismo e Fratellanza musulmana, come Arabia Saudita e Qatar, sono più importanti delle vite dei cittadini occidentali. La priorità sarebbe permettere ai Paesi del Golfo di finanziare moschee e centri culturali, ed assicurarsi che non siano offesi ogni volta che uno dei loro uccide cittadini occidentali. Le classi inferiori dell’occidente dovrebbero assumersi tutti i problemi derivanti dalla globalizzazione e non avere il diritto di lamentarsi; altrimenti sono ignoranti e bigotti non apprezzando la grandezza dell’universalismo.

Il futuro dell’UE: da “uniti nella diversità” a “distruggere le diversità europee”
L’articolo 2, paragrafo 3 del trattato di Lisbona recita: “L’UE rispetta la ricca diversità culturale e linguistica e assicura che il patrimonio culturale europeo sia tutelato e rafforzato”. Non è più vero. Incoraggiati dalla vittoria di Macron in Francia, gli intellettuali globalisti ora hanno bisogno di un capro espiatorio per le mancanze del loro piano. Quando la vecchia xenofobia o la minaccia immaginaria dai russi non basta a convincere i cittadini europei, allora la colpa viene posta sulle identità nazionali. In un articolo su Voxeu, il portale del Centro per la ricerca politico-economica, gli accademici Alesina, Trebbi e Tabellini identificano “il nazionalismo” quale ostacolo all’integrazione europea (l’Europa come spazio politico ottimale: nuovi risultati, CEPR 02-06-2017), precisamente il fatto che i cittadini s’identifichino con la propria comunità nazionale per via di storia, lingua e tradizioni condivise. Quindi, ciò deve finire. Gli autori indicano specificamente l’educazione come mezzo per sciogliere le identità culturali dei vari popoli europei e, quindi, la fedeltà alla comunità locale. Altrettanto importante, i politici non dovrebbero sentirsi pressati nel difendere l’interesse nazionale nelle riunioni europee: se l’euro finisce per danneggiare le economie dell’Europa meridionale, non importa, l’unità va preservata sugli interessi economici dei meridionali, impoveriti e disoccupati. Se questi ultimi vogliono sentirsi meglio, forse dovrebbero dimenticare chi sono, trasferirsi in Germania e lasciare che la loro patria affondi. Dopo tutto, è ciò che intellettuali liberali globalisti fanno: finché c’è un posto a Bruxelles, che importa di Napoli?
Se gli Stati Uniti d’America sono veramente il modello che l’integrazione europea seguirebbe, allora i cittadini europei dovrebbero prestare attenzione a quanto successo. Una rapida analisi delle elezioni statunitensi dell’anno scorso mostra, da un lato, le élite liberali nelle coste e, dall’altro, gli Stati centrali dell’uomo comune, abbandonato, deriso e poi accusato di non apprezzare un sistema che ne fa vittima regolare della globalizzazione. È davvero il modello che vogliamo costruire di “Europa unita”? Un gruppo di città isolate di burocrati, politici e intellettuali falliti completamente distaccati dalla realtà e dai problemi dell’uomo comune? Più importante, se gli accademici non solo non hanno fedeltà verso la propria comunità nazionale, ma vogliono sradicarne il senso di fedeltà, i cittadini dovrebbero ancora dargli retta nel rispondere ai propri problemi?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

Jurij Rubtsov, Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso. Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente. Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura. Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Dresdner Bank” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar. Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”. L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA. Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc. La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri. Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.
L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari. A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma“. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme. Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2“, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora