Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Petrolio: il barile a 300 dollari?

ObservAlgerie, 2 maggio 2018

Il petrolio ha visto l’aumento dei prezzi nelle ultime settimane nei mercati globali, raggiungendo i massimi livelli dal 2014. Molti esperti del settore non escludono la continuazione di questo aumento e si aspettano che i prezzi raggiungano nuovi record. Secondo l’esperto francese Pierre Durant, specialista dei mercati petroliferi, un prezzo al barile a 300 dollari non è impossibile. Lo stesso specialista indica anche i fattori attuali che favoriscono il continuo aumento dei prezzi. “L’interruzione degli investimenti a lungo termine nel settore petrolifero e del gas potrebbe essere un fattore favorevole all’aumento dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale. 300 dollari al barile non sono impossibili e non rappresentano una minaccia per l’economia globale“, dichiarava Pierre Durand. Va notato che l’aumento dei prezzi del petrolio greggio è dovuto principalmente alla riduzione della produzione nei Paesi dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), nonché alla crisi che si profila tra Iran e Stati Uniti, ma anche la situazione geopolitica del Medio Oriente, sono le prime regioni produttrici di petrolio al mondo. Per Pierre Durand, questi fattori favoriscono un aumento dei prezzi del greggio. Per l’Algeria, la cui quasi totalità delle entrate sono i proventi del petrolio, la continuazione dell’aumento dei prezzi, che attualmente è di circa 75 dollari, potrebbe significare la fine della crisi finanziaria che il Paese attraversa da alcuni anni, portando le riserve valutarie sotto i 100 miliardi di dollari a fine 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il più grande attore nella storia del mondo

Alastair Crooke, SCF 01.05.2018John Mauldin ci offre un aneddoto molto pertinente sulla Cina: “Negli anni ’90, Robert Rubin, segretario del Tesoro sotto Bill Clinton, stava negoziando i termini in base ai quali la Cina sarebbe stata ammessa nell’Organizzazione mondiale del commercio. Le mie fonti dicono che in sostanza stava chiedendo molte delle stesse cose che Trump vuole ora… Ma nel 1998, nel mezzo dello scandalo di Monica Lewinsky, Clinton voleva una “vittoria” (non diversamente dall’attuale presidente). E Rubin non la consegnò, tenendo ferma la richiesta di accesso al mercato e garanzie sulla proprietà intellettuale, ecc. Clinton poi tolse i negoziati cinesi a Rubin e li diede alla segretaria di Stato Madeleine Albright con le istruzioni da seguire. Non essendo esperta di commercio, Albright non ha compreso i problemi sottostanti. I cinesi si sono resi conto che stava giocando una mano debole e si è mantenuta ferma. Per farla breve, le mie fonti dicono che ha effettivamente ceduto. Clinton ha ottenuto la sua “vittoria” e siamo rimasti bloccati con un pessimo accordo commerciale. Quando Trump sostiene che siamo stati snookered in un pessimo accordo commerciale, ha ragione, anche se mi chiedo se capisca la storia. Forse qualcuno gli ha dato lo sfondo, ma non è mai uscito in nessuno dei suoi discorsi. L’accesso all’OMC, finalmente avvenuto nel 2001, consentì alla Cina di iniziare a conquistare i mercati con mezzi legali e di accedere alla proprietà intellettuale degli Stati Uniti senza pagare… Questo fa la differenza ora? Probabilmente no… Ma porta alla rivalità di cui abbiamo parlato. È possibile che Stati Uniti e Cina restino in un’organizzazione come l’OMC? Trump sembra dubitarne, poiché ha minacciato di ritirarsene. Potremmo, un giorno, guardare a questo periodo di unico corpo al governo del commercio internazionale come aberrazione, un bel sogno mai realizzato. Se è così, preparatevi a qualche grande cambiamento”. Questo è il punto cruciale di una delle più grandi questioni geopolitiche d’Europa e USA. Mauldin ci dà ciò che l’opinione generale ritiene, “nonostante alcune retoriche, non credo che Trump sia ideologicamente contro il commercio. Penso che voglia solo una “vittoria” statunitense ed è flessibile su ciò che significa“. Sì, Trump probabilmente finirà per fare ‘come Clinton’, ma gli USA non hanno un’alternativa realistica se non accettare una Cina in crescita? Il mondo è cambiato dall’era Clinton: non si tratta più solo di litigare sulle ragioni dello scambio. Xi Jinping è all’apice del sistema politico cinese. La sua influenza ora permea ad ogni livello. È il leader più potente dal Presidente Mao. Kevin Rudd (ex-primo ministro australiano e vecchio studente della Cina) osserva che “nulla di tutto questo è per deboli di cuore… Xi è cresciuto nella politica del partito cinese condotta ai vertici. Attraverso suo padre, Xi Zhongxun… ha conseguito la “masterclass” non solo su come sopravvivere, ma anche come vincere. Per questi motivi, ha dimostrato di essere il politico più formidabile della sua era. È riuscito a impedire, aggirare, battere quindi rimuovere ciascuno degli avversari politici. Il termine educato per questo è consolidamento del potere. In ciò, ha sicuramente avuto successo“. Ed ecco il problema: il mondo che Xi immagina è del tutto incompatibile con le priorità di Washington. Xi non è solo più potente di qualsiasi altro predecessore da Mao, lo sa e intende lasciare il segno nella storia mondiale. Si equipara, o addirittura supera, Mao. Lee Kuan Yew, che prima della morte nel 2015 era il principale osservatore della Cina al mondo, diede una risposta esplicita sulla straordinaria traiettoria della Cina negli ultimi 40 anni: “La dimensione del peso della Cina nell’equilibrio mondiale è tale che il mondo deve trovarne un nuovo. Non è possibile fingere che questo sia solo un altro grande attore. Questo è il più grande attore nella storia del mondo“.
Il 2021 segnerà il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese e Xi intende chiaramente che quell’anno la Cina mostri i risultati raggiunti dai suoi primi obiettivi secolari. A quel punto, la Cina si aspetta di essere l’economia più potente del mondo (e lo è già, secondo la parità del potere d’acquisto), e potenza emergente mondiale politica e militare. Secondo Richard Haas, presidente del Consiglio per le relazioni estere degli Stati Uniti, “l’ambizione a lungo termine della Cina è smantellare il sistema di alleanze USA in Asia, sostituendolo con un ordine di sicurezza regionale più benevolo (per Pechino) in cui gode di un posto privilegiato, e idealmente do una sfera d’influenza commisurata al suo potere“. (Caso mai, Haas potrebbe sottovalutare la cosa). Per raggiungere il primo dei due obiettivi secolari (il secondo entro il 2049), la Cina ha un importante filone economico, un filone economico/politico e uno politico/militare per raggiungere gli obiettivi. Il Made in China 2025 è una politica industriale che riceve massicci finanziamenti statali su ricerca e sviluppo (232 miliardi di dollari nel 2016), compresa l’integrazione esplicita del doppio uso nell’innovazione militare. Il suo obiettivo principale, oltre a migliorare la produttività, è fare della Cina il “leader tecnologico” del mondo, e diventare per il 70% autosufficiente in materiali e componenti chiave. Questo potrebbe essere ben noto in teoria, ma forse il passaggio all’autosufficienza di Cina e Russia suggerisce qualcosa di più duro. Questi Stati passano dal modello classico del commercio liberale a uno economico basato sull’autonomia guidata dallo Stato (come sostenuta da economisti come Friedrich List, prima di essere eclissata dalla prevalenza del pensiero di Adam Smith). Il secondo polo della politica è la famosa iniziativa “Cintura e strada” che collega la Cina all’Europa. L’elemento economico, tuttavia, è spesso deprecato in occidente come “semplice infrastruttura”, anche se su larga scala. La sua concezione, piuttosto, rappresenta un colpo diretto al modello economico occidentale, iper-finanziario. In una nota osservazione critica diretta alla forte dipendenza della Cina dallo sviluppo di tipo occidentale guidato dal debito, un autore anonimo (che si pensa fosse Xi o un suo vicino), notava (con sarcasmo) l’idea che i grandi alberi possano essere coltivati “nell’aria”. Vale a dire: che gli alberi devono avere radici e crescere nel terreno. Invece che dall’attività ‘virtuale’ finanziaria dell’occidente, l’attività economica reale deriva dall’economia reale, con le radici piantate nella terra. ‘Cintura e strada’ è proprio questo: inteso come primo catalizzatore dell’economia reale. L’aspetto politico, ovviamente, è evidente: creerà un immenso blocco di influenza (Remimbi) e commerciale, ed essendo basato sulla terra, sposterà il potere strategico dal dominio occidentale sul mare alle rotte terrestri su cui le forze militari convenzionali occidentali hanno potere limitato, così come trasferirà il potere finanziario dal sistema del dollaro al Remimbi e ad altre valute.
L’altro aspetto, che ha ricevuto meno attenzione, è il modo in cui Xi è riuscito a mettere insieme i suoi obiettivi con quelli della Russia. Inizialmente prudente nei confronti del progetto “Cintura e strada” quando Xi lo lanciò nel 2013, il Cremlino era tesa per via del colpo di Stato occidentale contro i suoi interessi in Ucraina, e il piano congiunto USA-Arabia Saudita per far crollare il prezzo del petrolio (l’Arabia Saudita voleva fare pressione sulla Russia ad abbandonare Assad e gli Stati Uniti indebolire il Presidente Putin, indebolendo rublo e finanze del governo). Così, nel 2015, il Presidente Putin aveva promesso un collegamento tra Unione economica eurasiatica della Russia e Cintura economica della Via della Seta della Cina, e due anni dopo Putin era ospite d’onore del vertice ‘One Belt, One Road‘, tenutosi a Pechino. Ciò che è interessante è il modo in cui la Russia integrava la visione di Xi nel proprio pensiero della “Grande Eurasia”, concepito come antitesi all’ordine mondiale finanziario dagli statunitensi. Il Cremlino, ovviamente, sa bene che nel campo commerciale e finanziario, la posizione della Russia in Eurasia è molto più debole di quella della Cina. (L’economia cinese otto-dieci volte quella russa). I punti di forza cruciali della Russia sono tradizionalmente nei settori politico-militare e diplomatico. Quindi, lasciando le iniziative economiche alla Cina, Mosca si batte nel ruolo di capo architetto dell’architettura politica e di sicurezza eurasiatica, un concerto tra le maggiori potenze asiatiche e produttrici di energia.
Il Presidente Putin ha, in un certo senso, trovato simmetria e complementarità nella politica di Xi della ‘Cintura e strada’ (un equilibrio asimmetrico russo, se si vuole, alla mera forza economica di Xi) nella sua ‘Una Mappa; tre regioni’, Bruno Maçaes scrisse: “Nell’ottobre 2017, l’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, fece l’insolito passo di presentare un rapporto geopolitico sugli “ideali dell’integrazione eurasiatica” a un pubblico a Verona, in Italia. Una delle mappe proiettate sullo schermo durante la presentazione mostrava il supercontinente, quello che i circoli russi chiamano “Grande Eurasia”, diviso tra tre regioni principali. Per Sechin, la divisione cruciale non è tra Europa e Asia, ma tra regioni di consumo energetico e regioni di produzione di energia. I primi sono organizzati sui limiti occidentale e orientale del supercontinente: l’Europa, compresa Turchia ed Asia Pacifico, inclusa l’India. Tra di essi troviamo tre regioni di produzione di energia: Russia e Artico, Caspio e Medio Oriente. È interessante notare che la mappa non spezza queste tre regioni, preferendo tracciare una linea di delimitazione attorno alle tre regioni. Sono contigue, formando così un unico blocco, almeno da una prospettiva puramente geografica”. “La mappa, osserva Maçaes, “illustra un punto importante sulla nuova immagine di sé della Russia. Dal punto di vista della geopolitica energetica, Europa e Asia-Pacifico sono perfettamente equivalenti, fornendo fonti alternative alla domanda di risorse energetiche… E, considerando le tre aree (che la mappa) delimita, diventa evidente che due di esse sono già guidate e organizzate da un attore principale: la Germania nel caso dell’Europa; e la Cina per l’Asia-Pacifico“. È da questa prospettiva che deve essere compreso il rinnovato interesse e intervento della Russia in Medio Oriente. Consolidando tutte e tre le regioni produttrici di energia sotto la sua guida, la Russia può essere in vera parità con la Cina nel plasmare il nuovo sistema eurasiatico. I suoi interessi sono ora più decisivi nell’organizzare una volontà politica comune per la regione centrale della produzione di energia, piuttosto che nel recuperare i “vecchi desideri” di far parte dell’Europa. E la “volontà politica” è anche il progetto di Xi: considerando che una volta che la Rivoluzione Culturale di Mao cercò di spazzare via il passato della Cina e sostituirlo con il “nuovo socialista” del comunismo, Xi sempre più rappresenta il partito da erede e successore di un impero di 5000 anni che ceduto il basso solo al predone occidentale, scrive Graham Allison, autore di Destined for War: Can America e China Escape Thucydides’s Trap? Così il Partito ha evocato passate umiliazioni per mano del Giappone e dell’Occidente “per creare un senso di unità che si era fratturato e per definire un’identità cinese fondamentalmente in contrasto con la modernità americana“. Infine, Xi si è impegnato a rendere di nuovo forte la Cina. Crede che un esercito che “possa combattere e vincere guerre” sia essenziale per realizzare ogni altra componente del “ringiovanimento” della Cina. Gli USA hanno più “struttura” militare della Cina, ma Mosca ha armi tecnologicamente migliori, anche se la Cina recupera velocemente al riguardo sull’occidente. La diretta cooperazione strategica strategica tra Cina e Russia (la Cina era indietro alla Russia militarmente e politicamente) era evidente nella recente spinta dell’infowar di Stati Uniti e Regno Unito, Skripal e armi chimiche in Siria, contro la Russia. Agendo come deterrenza all’azione militare statunitense intrapresa contro uno o l’altro Stato.
A Washington ci sono, a differenza di Pechino, diverse voci che tentano di definire l’interazione con la Cina. Trump è stato il più forte, ma ci sono anche gli ideologi che chiedono un ritorno fondamentale alle ragioni dello scambio e dei diritti di proprietà intellettuale. Ma anche le forze armate statunitensi sono fermamente convinte che gli Stati Uniti debbano rimanere l’egemone militare nella regione Asia-Pacifico e che alla Cina non può essere permesso cacciare gli USA. C’è tuttavia una rara unità a Washington tra ‘think tankers’ e i due principali partiti politici su un punto, e un solo punto: che la Cina è la “Numero uno” delle minacce alle regole “dettate dagli statunitensi” alla base dell’ordine globale… e dovrebbe essere ridimensionata. Ma cosa, tra gli obiettivi della Cina delineati sopra, gli Stati Uniti pensano di poter in qualche modo “ridurre” e “ridimensionare” nel modo più sostanziale la Cina, senza entrare in guerra? Realisticamente, Xi potrebbe concedere a Trump delle concessioni minori (ad esempio su proprietà e proprietà intellettuale) per consentigli di rivendicare una “vittoria” (cioè fare di nuovo “come Clinton”) e acquistare qualche anno di fredda pace economica, mentre gli Stati Uniti continuano ad accumulare disavanzi commerciali e di bilancio. Ma alla fine, dovranno decidere di adattarsi alla realtà o rischiare la recessione nel migliore dei casi, o la guerra nel peggiore. Sarà difficile economicamente e geopoliticamente, soprattutto dato che chi sostiene di conoscere Xi, sembra convinto che oltre a voler riportare la Cina ad essere il ‘più grande attore nella storia del mondo’, aspiri anche a colui che finalmente riunisce la Cina: includendo non solo Xinjiang e Tibet sulla terraferma, ma anche Hong Kong e Taiwan. Gli USA possono assorbire culturalmente il pensiero che Taiwan ‘democratica’ sia militarmente unita alla Cina? Potrebbero scambiarlo con una soluzione sulla Corea democratica? Appare improbabile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il gioco dei Rothschild in Siria

Dean Henderson 25/04/2018

Nel febbraio 2013, sorvegliata dai suoi ben pagati mercenari dello SIIL, Genie Energy, con sede nel New Jersey, ottenne un permesso di esplorazione petrolifera nelle alture del Golan occupate da Israele nel sud della Siria. Il 31 ottobre 2011, proprio mentre il cartello bancario della City of London lanciava la sua guerra al Presidente siriano debitamente eletto Bashar al-Assad, Genie fu stata scorporata dal suo creatore IDT Telecom. Alla Genie fu concessa la licenza per trivellare il Golan dal governo israeliano in palese violazione dell’Allegato alla Quarta Convenzione di Ginevra. Ed opera nel Golan tramite la controllata Afek Israel Oil & Gas. Il presidente della Genie Oil Efraim Eitam è stato determinante nel facilitare la rapina del petrolio del Golan. È un generale di brigata delle forze di difesa israeliane e si è laureato al Royal College of Defence Studies di Londra. Una volta Eitam affermò: “Non possiamo stare con tutti questi arabi e non possiamo abbandonare la terra perché abbiamo già visto che ci fanno. Alcuni di loro potrebbero rimanere a determinate condizioni ma la maggior parte dovrà andarsene”. I capi di Eitam sono un gruppo ancor più interessante di barbari.
Il comitato consultivo strategico di Genie Energy include il proprietario di Royal Dutch/Shell Lord Jacob Rothschild, l’ex-vicepresidente USA Dick Cheney, il presidente Newscorp (Fox News&Wall Street Journal) Rupert Murdoch, l’ex-segretario al Tesoro statunitense Lawrence Summers, l’ex-segretario all’Energia statunitense Bill Richardson, l’ex-membro della CIA e membro della Dyncorp James Woolsey e l’ex-senatrice della Louisiana Mary Landrieu. Sono tutti investitori della Genie. Un documento della CIA del 1983 rivela il piano Rothschild per la Siria. Il documento, scritto dall’ufficiale della CIA Graham Fuller, sostiene che l’occidente dovrebbe “costringere la Siria” rovesciando l’allora Presidente siriano Hafiz al-Assad, sostituendolo con un burattino pro-banchiero ed escludendo l’invia di armi alla Siria dalla Russia. Questo avrebbe quindi spianato la strada a un oleodotto e gasdotto controllato dalla City of London che sarebbe partito dal Qatar. Exxon Mobil possiede una grossa fetta di Qatar Gas, il cui giacimento offshore North Pars contiene più gas naturale di qualsiasi altro campo al mondo. Questo spiega ora perché l’ex-segretario di Stato e ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sia col Qatar nella controversia coi sauditi. Il gasdotto sarà diretto a nord passando da Bahrayn, Arabia Saudita e Giordania prima di attraversare la Siria ed entrare in Turchia verso l’Europa. Un volume così ingente di gas aiuterebbe i banchieri a por fine alla presenza della russa Gazprom sulle importazioni di gas naturale dell’Europa. Russia, Iran, Iraq e Siria promuovono una rotta diverso partendo dall’adiacente giacimento di gas del Golfo Persico del Sud Pars, di proprietà dell’Iran. L’oleodotto si dirigerebbe a nord attraverso l’Iran, e poi a ovest attraverso Iraq e Siria fino al porto di Lataqia, dove verrebbe convogliato sotto il Mar Mediterraneo o spedito vai petroliere verso l’Europa. Anche prima del 1983, le agenzie di intelligence occidentali appoggiavano i Fratelli musulmani in Siria nella guerra clandestina per rimuovere l’anziano Assad. Nel 1982 i Fratelli musulmani occuparono la città di Hama, prima di essere bombardati delle forze aeree di Assad. L’appartenenza alla Fratellanza musulmana è punibile con la morte in Siria perché il Partito Baath al governo sottolinea che la fratellanza ha sempre collaborato coi “fratelli” massoni a Londra per dividere i nazionalisti arabi.
Con le perforazioni della Genie Oil nel Golan occupato e la corsa per costruire a ritmo sostenuto l’oleodotto controllato dalla City of London, si può essere sicuri che nonostante il vantaggio che Assad e i suoi sostenitori russi, iraniani ed Hezbollah hanno nella guerra siriana, Rothschild e i suoi scagnozzi useranno altri pretesti per far continuare a uno stanco presidente Trump la lotta per il loro impero in Siria. Spetta al popolo statunitense appoggiare l’impulso del presidente ad andarsene, sottolineando il momento per gli Stati Uniti di uscire dalla Siria e di liberarsi dalla morsa dei banchieri della City di Londra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio