Guerra fredda tra Stati Uniti e Iran sulla Siria

Elijah J. Magnier 30 novembre 2017La guerra in Siria volge al termine, ma presto sarà sostituita da una guerra diversa, più diretta e dura, una guerra che contrappone Paesi vicini o attivi in territorio siriano. Questa guerra riguarda Paesi con interessi e ambizioni regionali, come Stati Uniti, Turchia, Iran e Israele. Questi Paesi cercano di stabilire equazioni e contrappesi che gli consentano di rimanere nel Levante e raggiungere gli obiettivi. La differenza fondamentale è che solo l’Iran ha un alleato incrollabile nell’equazione, alleato che si è opposto in questi anni di guerra, mentre tutti avevano scommesso sul suo crollo in poche settimane o qualche mese dall’inizio del conflitto. Questo alleato è il Presidente Bashar al-Assad.

Stati Uniti e Siria
Gli Stati Uniti hanno chiaramente definito il proprio obiettivo politico in Siria e cercheranno di raggiungerlo, anche se le possibilità di successo sono scarse. Nel momento in cui la guerra contro lo “Stato Islamico” (SIIL) non è ancora finita, le forze statunitensi hanno stabilito una sorta di coesistenza con l’organizzazione terroristica, che rimane sotto loro protezione (la Russia non è autorizzata a entrare nella zona operativa degli Stati Uniti). Questa protezione viene fornita fintanto che lo SIIL non attacca le forze statunitensi e loro agenti curdi e arabi che combattono sotto la bandiera delle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Le forze statunitensi hanno fermato gli attacchi aerei nelle zone ad est dell’Eufrate controllate dallo “SIIL”. Il gruppo non sarà attaccato fintanto che le sue forze combattenti continueranno a pianificare attacchi contro Esercito arabo siriano ed alleati. Secondo fonti della base di Humaymim, gli Stati Uniti continuano a dispiegare droni sulle aree ad est del fiume per monitorare lo SIIL senza ostacolarne i movimenti nell’area. A meno che non ci sia l’opportunità di permettersi combattenti stranieri considerati miglioro (stima della fonte), i droni statunitensi continueranno a ronzare sui cieli siriani sopra lo SIIL ed alleati nell’area. Ciò che è successo nelle ultime settimane indica che gli Stati Uniti hanno permesso allo SIIL di muoversi liberamente nell’area da loro controllata ed unire le forze per attaccare le forze siriane ed alleate (Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, combattenti iracheni di al-Nujaba ed Hezbollah) e rallentarne l’avanzata su al-Buqamal, cercando invano d’impedirne la liberazione. La politica statunitense è contraria agli obiettivi secondo cui le forze internazionali a guida USA sono sbarcate in Siria per combattere il terrorismo. Washington agisce come forza d’occupazione, badando solo ai propri interessi, che a volte portano a proteggere lo SIIL che può essere manipolato e mobilitato entro linee da non attraversare senza rischiare di essere attaccati. L’eliminazione del terrorismo non sembra più essere obiettivo di Stati Uniti e partner europei e arabi attivi in Siria. Washington cerca di trovare un equilibrio con Damasco e Teheran, immaginando che lo SIIL sia un contrappeso ad Hezbollah e Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) in territorio siriano, con l’enorme differenza che, al contrario degli Stati Uniti, Iran ed alleati sono presenti su richiesta del governo siriano. Potranno ritirarsi quando il pericolo di SIIL e al-Qaida cesserà o quando Damasco sarà convinta di poterli sconfiggere e fare ritirare le forze d’occupazione. Tuttavia, la politica statunitense in Siria è lasciare che la minaccia taqfira aleggi su Bilad al-Sham e Mesopotamia, ad est dell’Eufrate e nel deserto di Anbar. Lo SIIL è attivo qui dal 2001 (inizialmente con un nome diverso) e ne conosce la geografia. Il gruppo terroristico potrebbe quindi, come si aspettano le forze in campo, colpire regolarmente gli eserciti siriano e iracheno causando ripetuti incidenti. Le forze statunitensi e russe hanno diviso est ed ovest dell’Eufrate in aree di interesse controllate da ciascuna. Pertanto, le forze aeree russe e siriane non possono violare questo accordo senza entrare in conflitto con gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno anche imposto la regola d’ingaggio alle forze siriane ed alleate: se le forze statunitensi vengono attaccate in Siria, colpiranno le forze iraniane o filo-iraniane nel Levante. È probabile che tale situazione diventi molto pericolosa per gli Stati Uniti e i loro interessi in Siria, Iraq e nella regione. Molte forze irachene sono pronte ad attaccare gli statunitensi se mai attaccassero l'”Asse della Resistenza” a cui questi gruppi iracheni aderiscono.
Sui curdi siriani, iniziano a capire che gli Stati Uniti li hanno usati per i propri fini politici. Gli Stati Uniti non deluderanno la Turchia, membro della NATO e nemico dichiarato dei curdi siriani, solo per compiacere i loro nuovi agenti curdi. Gli Stati Uniti cercano solo d’insediarsi in una zona non ostile mentre le loro truppe continuano ad occupare la Siria settentrionale. La Turchia crede di avere il diritto di colpire i curdi e cerca di sospingere le proprie forze verso Ifrin, al confine nord-ovest della Siria. La Turchia non attaccherà i curdi dall’altra parte del fiume finché le forze USA vi saranno schierate. L’ultimo punto è l’intenzione di Washington di sfruttare la presenza di 11 o 12 milioni di rifugiati siriani all’estero e di sfollati interni per le prossime elezioni presidenziali. Gli Stati Uniti hanno chiesto alle Nazioni Unite di prepararsi a sovrintendere alle elezioni monitorandole. Pertanto, tutti i Paesi (specialmente Libano e Giordania) devono trattenere i rifugiati siriani ed impedirgli di tornare a votare a casa. Stati Uniti ed UE credono di poter influenzare le elezioni presidenziali e avere alle urne quello che non possono avere sul campo di battaglia (il cambio di regime).Iran e Stati Uniti in Siria
L’Iran non esiterà ad annunciare il ritiro delle proprie forze dalla Siria per indebolire gli obiettivi degli Stati Uniti. L’Iran mantiene la presenza di circa 250 consiglieri militari in Siria e ha inviato alcune migliaia di soldati a combattere in Siria dal 2013. Hanno svolto un ruolo di primo piano, specialmente nelle battaglie di Aleppo, Hama e Badiyah (steppe siriane), insieme alle forze alleate. L’Iran, tuttavia, ha consiglieri e ufficiali in Siria dal 1982 (invasione israeliana del Libano), avendo ottenuto la benedizione dei leader siriani quando il Presidente Hafiz al-Assad era al potere. Questa presenza continua perché Siria ed Iran (ed Hezbollah) fanno parte dell'”Asse della Resistenza”, diventato molto più potente da quando fu creata nel 2010, in risposta alle minacce di George. W. Bush che definì Iran e Iraq (più la Corea democratica) “asse del male”. L’Iran non darà alcuna scusa per convincere gli Stati Uniti ad attaccare le proprie truppe perché i due protagonisti, Stati Uniti e Iran, sanno che le forze statunitensi saranno prese di mira direttamente in Medio Oriente nei prossimi anni, finché viste come forza d’occupazione in Siria. È quindi improbabile che l’Iran punti direttamente sulle forze statunitensi. L’Iran sostiene il Presidente Bashar al-Assad e ha molti alleati che non vogliono nient’altro che attaccare le forze USA se rimanessero in Siria o cercassero di colpire gli alleati siriani. Su Hezbollah, gli Stati Uniti non avranno mai il coraggio di attaccarne le forze terrestri o le basi in Siria (e Libano). Se lo faranno, i missili strategici di Hezbollah colpiranno sicuramente Israele. I leader di Hezbollah hanno già preso questa decisione e la metteranno in pratica se Israele attaccasse mai le posizioni di Hezbollah in Siria. Hezbollah e le forze iraniane hanno anche isolato il valico di frontiera di al-Tanaf, dove le forze anglo-statunitensi hanno stabilito un’area di sicurezza di 55 chilometri per impedire alle forze siriane ed alleate di raggiungerla. Inoltre, le forze irachene avanzavano dal lato iracheno, per completare l’accerchiamento delle forze anglo-statunitensi. Tali forze sono in piuttosto pessime condizioni. L’occupazione della frontiera di al-Tanaf le costringe a badare a circa 40000 famiglie siriane sfollate nella zona, la cui unica via di rifornimento passe dall’aria o dal deserto iracheno. Ci sono anche molti gruppi ad Hasaqah che hanno imparato a usare sofisticati ordigni esplosivi improvvisati e camuffati in modo che gli Stati Uniti capiscano il messaggio: siate pronti a pagare il costo della vostra presenza in Siria in vite umana. Assad sostiene anche che le tribù arabe di Raqqa e Hasaqah siano pronte a resistere. Assad è deciso a recuperare tutti i giacimenti di petrolio e gas ad est dell’Eufrate, compresi quelli ancora occupati dallo SIIL protetto degli Stati Uniti. Tuttavia, la Russia potrebbe iniziare a cercarvi petrolio e gas (oltre che al largo delle coste mediterranee) per garantire l’approvvigionamento del governo siriano. Anticipando le forze statunitensi ad al-Buqamal, le forze di Damasco ed alleati riuscirono a prendere il controllo di tutte le città siriane nella regione, ad eccezione di Raqqa, completamente devastata dai bombardamenti statunitensi. Damasco non ha obiezioni al fatto che Stati Uniti ed UE ricostruiscano ciò che hanno distrutto, a condizione che lascino il Levante una volta per tutte.
Tornando alle elezioni presidenziali, il Presidente al-Assad non accetterà di fissare una data precisa finché gli sfollati e i rifugiati non saranno tornati a casa, soprattutto quando il grosso della “Siria Utile” è libera (con l’eccezione di Idlib e Dara). Così, Assad monitora attentamente le cose, essendo pienamente consapevole che il piano d Stati Uniti, UE ed ONU per rovesciarlo (tramite le urne) è solo un pio desiderio occidentale. D’altra parte, la Turchia già parla di ripristinare i rapporti con Assad. I curdi siriani le cui forze sono sotto il comando degli Stati Uniti aprono anche molti canali con Damasco, poiché consapevoli che gli Stati Uniti li molleranno alla prima occasione, una volta che non serviranno più ai loro scopi. I curdi vogliono uno Stato federale, una richiesta che non sarà soddisfatta da Damasco. Assad non vuole discutere alcuna riforma fin quando la Siria sarà occupata (come lo è da Turchia e Stati Uniti). Su Israele, è l’anello debole tra Stati Uniti e Hezbollah perché paga il costo del suo tentato cambio di regime in Siria e le dinamiche sul terreno ora cambiate. Hezbollah e Iran non lasceranno la Siria e non cederanno ad alcuna area di sicurezza finché saranno in territorio siriano ed Israele continuerà ad occupare le alture del Golan. Ancora più importante, il Presidente Assad è pronto a dare alla resistenza siriana libero sfogo sulle alture del Golan e ad imporre nuove regole d’ingaggio ad Israele in risposta a qualsiasi violazione dello spazio aereo. La presenza statunitense in Siria non sarà una festa. Va da sé che il futuro si promette interessante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’Iran non negozia la propria Difesa: Comandante dell’IRGC

IFP News 23 novembre 2017Il Comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Generale Mohammad Ali Jafari, afferma che l’Iran colloquia sul suo programma elettronucleare perché non aveva scopi difensivi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente affermato che una nuova serie di criteri e un nuovo trattato dovrebbero essere negoziati con l’Iran per fermarne le attività balistiche. Parlando a una conferenza stampa sugli ultimi sviluppi in Medio Oriente, il Comandante in capo dell’IRGC ha respinto le dichiarazioni di Macron, affermando che tali osservazioni sono profondamente radicate nella sua ingenuità ed immaturità. Il Generale Jafari ha osservato che Macron presto capirà che i suoi tentativi di frenare il programma missilistico iraniano falliranno. “La Repubblica Islamica dell’Iran non siederà mai per negoziare sul suo programma missilistico. Il nostro governo è contrario a qualsiasi discussione sul programma missilistico e gli occidentali capiranno presto che i loro sforzi per intrattenere colloqui con l’Iran su questo tema non potranno mai realizzarsi“, dichiarava alla Fars News Agency. Il massimo comandante iraniano ha continuato dicendo che l’Iran distingue tra programma nucleare e missilistico. “L’Iran ha accettato di sostenere colloqui sul programma nucleare perché non fa parte della difesa del Paese, ma il programma missilistico è direttamente connesso con la nostra sicurezza e lo consideriamo non negoziabile“.

Il dominio dello SIIL
Faceva anche riferimento al completo sradicamento dello SIIL in Iraq e Siria dichiarando: “Oggi il dominio dello SIIL è finito e i terroristi hanno perso il controllo su un qualsiasi territorio, città o villaggio nella regione“. “Questo, tuttavia, non significa che il gruppo terroristico sia stato completamente distrutto“. Secondo il Generale Jafari, la sporadica presenza ideologica del gruppo raggiungerà diverse parti della regione e i terroristi appoggiati da Stati Uniti, Israele e i loro stessi capi si recheranno in vari Paesi. “Ciò significa che gli Stati regionali devono prepararsi ad insicurezza, attacchi suicidi e guerriglia in futuro“. Jafari dichiarava che i terroristi dello SIIL potrebbero riorganizzarsi in alcune parti della regione per riconquistare una città, ma “i loro tentativi sono disperati e inutili“. Altrove, il comandante iraniano affermava che nessuno può affermare che non ci sia più insicurezza nella regione, “perché la destabilizzazione è tra i compiti più facili per i terroristi e dovremmo prepararci a misure destabilizzanti del nemico“.

Libano, il primo obiettivo di Israele
Il Comandante in capo dell’IRGC si riferiva anche ad Hezbollah in Libano affermando che l’identità del movimento di Resistenza è profondamente radicata nelle sue armi. “L’identità di Hezbollah si è armata contro il nemico giurato della nazione libanese Israele, perché il Libano ne è il primo obiettivo“. Dichiarava ancora una volta che ogni nuova guerra nella regione spazzerà via Israele dalla mappa politica della regione e aggiungeva che gli israeliani hanno visto solo parte delle capacità militari di Hezbollah nelle guerre dei 33 giorni e dei 22 giorni, e “la creazione dell’enorme Fronte della Resistenza negli anni passati autentica le nostre affermazioni sul futuro d’Israele“. Secondo Jafari, oggi tutti i membri del Fronte della Resistenza sono uniti e se un aderente viene coinvolto in una guerra con Israele, gli altri vi entreranno infliggendo una pesante sconfitta ad Israele.

Speranza per un cessate il fuoco duraturo in Siria
Il Comandante in Capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha anche espresso la speranza che il recente incontro trilaterale tra i presidenti di Iran, Russia e Turchia possa portare a un cessate il fuoco stabile in Siria. Ed ha anche detto che l’IRGC e la nazione iraniana sono pronti a contribuire alla ricostruzione della Siria e che al governo siriano spetta decidere quali Stati parteciperanno alla ricostruzione. “Abbiamo già avuto colloqui preliminari con il governo siriano in questo campo e sono in corso accordi per la partecipazione dell’Iran“.

Forza di mobilitazione, elemento chiave degli ultimi successi regionali
Congratulandosi con la nazione iraniana sull’avvio della forza Basij (forza di mobilitazione) dell’Iran, Jafari affermava che le forze volontarie hanno svolto un ruolo chiave nelle recenti vittorie nella regione. “Molti Paesi regionali si sono ispirati alla Basij e agli 8 anni di resistenza della nazione iraniana durante la Guerra Imposta“, affermava. La Basij fu fondata nei primi anni della rivoluzione islamica per ordine del defunto fondatore della Repubblica Islamica Ayatollah Khomeini. “Oggi vediamo che il movimento libanese Hezbollah che difende il Paese contro Israele, è la Basij del Libano“, affermava. Il comandante iraniano continuava che se non fosse stato per la Basij della Siria, il Paese sarebbe stato disintegrato e non ci sarebbe stata una Siria. Fece anche riferimento all’esperienza irachena affermando che le unità di mobilitazione popolari, costituite in seguito all’appello del massimo religioso sciita, Ayatollah Sistani, alla difesa nazionale contro lo SIIL, hanno svolto un ruolo chiave nelle grandi vittorie dell’Esercito iracheno nella lotta ai terroristi.

Lo SIIL minaccia l’Islam
Altrove il Comandante in capo dell’IRGC osservava l’avvertimento del leader della rivoluzione islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, a non trascurare i nuovi complotti dei nemici dichiarando “come ha detto il leader l’ultima vittoria ha messo fine al dominio dello SIIL”. Osservando che ciò non significa che il gruppo sia stato completamente sradicato. “Lo SIIL rimane attivo in piccoli gruppi clandestini in vari Paesi, come l’Afghanistan. È una minaccia per l’Islam. Quindi, dobbiamo mettere la lotta al gruppo in cima alle nostre priorità“. Jafari affermava che la sconfitta dello SIIL nella regione non significa che la minaccia al Fronte della Resistenza sia finita perché, “la lotta contro i burattini delle potenze arroganti continua“, aggiungendo che alcuni complotti dei nemici, come la secessione della Regione del Kurdistan iracheno, sono stati sventati, ma non resteranno inoperosi e “dobbiamo prepararci ad ulteriori cospirazioni“.

L’Iran non cerca il confronto con l’Arabia Saudita
Jafari osservava che l’Iran non cerca lo scontro con l’Arabia Saudita. “Consideriamo Stati Uniti ed Israele nostri principali nemici e non cerchiamo di essere coinvolti in alcuna guerra con i loro burattini“. Il comandante iraniano continuava affermando che le politiche di auto-limitazione dell’Iran verso l’Arabia Saudita dovrebbero essere viste in questo contesto. “Non ci piace essere coinvolti in uno scontro diretto con l’Arabia Saudita e raccomandiamo a non ostacolare il Fronte della Resistenza della rivoluzione islamica, altrimenti sarà colpiti dalle nostre faretre di guerra“.

I nemici devono riprendere i loro sensi
Il Comandante dell’IRGC prometteva che la Repubblica islamica dell’Iran schiaccerà i nemici. “Quindi, devono finirla con la loro animosità verso i musulmani e riprendere i propri sensi“. Ancir volta si congratulava con la nazione iraniana per la sconfitta dell’erede dello SIIL in Iraq e in Siria, affermando che la Basij sostiene sempre la nazione iraniana nella lotta ai complotti contro la sicurezza, nonché calunnie naturali e innaturali. Jafari si riferiva anche alle dichiarazioni del leader iraniano sull’appello agli iraniani di tutti i ceti sociali ad aderire alla Basiji e affermava che oltre un terzo del popolo iraniano aderisce alla Basij e chi non è ufficialmente registrato “può svolgere il proprio ruolo in vari campi perché la Basij è stata creata per prestare servizio al popolo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché le ambizioni marittime dell’Iran crescono?

Nina Lebedeva, New Eastern Outlook 09.11.2017Molti politici, esperti e media potrebbero senza dubbio constatare che, quasi dai primi giorni del soggiorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha sistematicamente accumulato oscure nubi nei cieli dell’Iran:
1. Il 29 gennaio 2017, Trump avvisava i leader della Repubblica islamica iraniana (IRI) di giocare col fuoco dopo il test missilistico iraniano condotto quel giorno. Infatti, secondo la dichiarazione del consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana del Leader della Repubblica islamica Sayyid Ali Hosseini Khamenei, Mahatba Dhualnuri, questi missili hanno una portata tale da poter facilmente raggiungere gli impianti militari statunitensi in Bahrayn o sull’isola Diego Garcia nel cuore dell’Oceano Indiano. Questo non è evidentemente nell’interesse degli strateghi del Pentagono, in quanto significa perdere la base essenziale agli Stati Uniti per proiettare potenza in Africa orientale, Medio Oriente, Asia del Sud-Est e Mar Cinese.
2. Nella scorsa estate, gli scontri (già verificatisi nel Golfo Persico) tra navi iraniane e statunitensi, accompagnate da elicotteri e dalla portaerei Nimitz, per deliberatamente e ripetutamente dimostrare forza testando capacità, azione e reazione iraniane, divenivano sempre più frequenti. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti indicavano l’aggressività delle azioni della flotta iraniana e le numerose manovre negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandab, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, che avrebbero interferito con la libertà di navigazione, ecc.
3. Seguirono le affermazioni di Donald Trump contro l’Iran di non rispettare lo spirito dell’accordo del 2015 sulla natura pacifica del programma nucleare. Tra gli ultimi attacchi contro l’Iran c’era l’annuncio del 6 ottobre sull’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per i suoi test missilistici, aiuto e sponsorizzazione del terrorismo ed attacchi informatici e l’accusa del 8 ottobre di sostenere la RPDC (Teheran continua a commerciare con la Corea democratica).
4. Il 13 ottobre, Trump promulgò una dura strategia verso l’Iran. Accusando Teheran d’interferire nei conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan e di sostenere al-Qaida e i taliban, propose di modificare i termini dell’accordo nucleare con l’Iran ed imporre sanzioni contro la formazione militar-politica del “Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica” (l’élite delle Forze Armate dell’IRI o IRGC).
Quanto convincente e completo è l’elenco di tali affermazioni assai controverse degli Stati Uniti da adottare tale pressione contro l’Iran? Sembra che sia stata presentata una lista piuttosto lunga dei “peccati” di Teheran, in cui l'”accordo nucleare” è riconosciuto innanzitutto il più grave da Trump. Infatti, aiuta l’Iran ad essere in cima nello sviluppo economico e politico regionale e oltre. Ma secondo quali meccanismi? In breve, ciò ha a che fare, in primo luogo, con la promozione della leadership iraniana dell’idea di consolidare l’intero mondo islamico di fronte alle sfide attuali. Un passo serio lungo questa strada fu, tra l’altro, l’istituzione dell’unione tripartita per risolvere la situazione nella Repubblica araba siriana, comprendente Russia, Iran e Turchia. In secondo luogo, questo comporta anche le aspirazioni del Paese nel creare un arco dalle proprie frontiere al Libano. Il piano da un lato amplia notevolmente la sfera d’influenza e dall’altro preoccupa Stati Uniti ed Israele, nei pressi delle cui frontiere l’Iran sarà presente. In terzo luogo, la graduale ripresa del potenziale economico iraniano e i suoi legami con l’occidente ne incrementano l’importanza nella regione. Al fine di rafforzare sia il primo che il secondo, Teheran intende costruire una ferrovia per il Mediterraneo, una mossa inaccettabile per gli Stati Uniti. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di un altro meccanismo nell’avanzata dell’Iran.
Il fattore marittimo affrontato dall’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei all’inizio del 2014, sottolineando la necessità di creare una flotta in grado di proiettare potenza all’estero e di operare negli oceani. Un progetto simile fu elaborato durante il regime dello Shah, quando fu prevista anche l’acquisizione di basi nelle Mauritius e Maldive, ma dopo il rovesciamento, la missione fu abbandonata. Una flotta forte rende possibile la dimostrazione della bandiera in luoghi dove necessario; stabilire una linea di difesa e creare basi operative al di fuori dello stretto di Hormuz; pattugliare le rotte iraniane; creare una rete di collegamenti coi partner e generalmente proiettare influenza e potenza. Tenendo presente questo aspetto, l’Iran ha iniziato la modernizzazione della flotta. Nel 2016, aveva in servizio 18000 marinai, senza contare i 20mila della Marina dell’IRGC. Teheran aveva 7 fregate, 32 pattugliatori veloci in grado di operare in “acque verdi” armati di missili antinave S-800 Noor, un distaccamento significativo di barchini per pattugliare lo Stretto di Hormuz e 5 posamine per minare lo stretto, se necessario. La flotta sottomarina è costituita da 29 sottomarini, di cui 5 d’altura. Oltre agli sforzi per produrre propri armamenti navali (nonostante il segreto sui dati dell’ammodernamento, nel dicembre 2016 i funzionari iraniani confermarono di lavorare su una portaerei e sulla costruzione di sottomarini e navi nucleari). L’Iran considerava le opzioni di acquisto, soprattutto da Russia e Cina. Nel febbraio 2016, il Ministro della Difesa Hossein Dehghan visitò Mosca per discutere la fornitura di armamenti per 8 miliardi di dollari, come sistemi missilistici mobili costieri “Bastion“, fregate e sottomarini diesel-elettrici. Le priorità nei negoziati 2014-2016 con Pechino erano accordi sulla cooperazione navale e la possibilità che l’Iran acquistasse navi, sottomarini e missili dalla Cina.
Il potenziale crescente della Marina Islamica Iraniana consente di ampliare il livello tecnico-militare e i limiti delle manovre navali (su un’area di circa 2 milioni di chilometri quadrati) fino al Mar Rosso (importante accesso al Mediterraneo e all’Atlantico, secondo gli strateghi iraniani) e l’Oceano Indiano, il cui sviluppo è estremamente importante, anche per ulteriori test dei missili balistici. Durante le manovre Velayat 95 nel febbraio e luglio del 2017, le navi della 47.ma flottiglia simularono una battaglia navale, impiegando droni aerei e testando vari tipi di missili per proteggere le rotte commerciali e petrolifere della Repubblica islamica. Espandendo le dimensioni delle manovre dell’aprile 2017, la Marina iraniana le condusse insieme all’Oman sulle sue sponde, che, come sottolineò il comandante in capo della Marina iraniana, Ammiraglio Hussein Azad, erano di natura difensiva e in risposta alla “campagna iranofoba” scatenata dai nemici dell’Iran. Comprendendo chiaramente il crescente ruolo della regione Indo-Oceano negli affari del mondo, Teheran è più attiva nell’utilizzare la diplomazia navale. Così, dal marzo 2017, i distaccamenti della Marina iraniana intraprendono visite in Pakistan, India, Oman, Tanzania, Azerbaigian, mentre sono in corso anche piani per diverse missioni per “mostrare bandiera” in Sud Africa, Federazione Russa, Kazakistan, ecc. I media russi hanno ampiamente pubblicato la prima visita del distaccamento di navi della 44.ma flottiglia iraniana dell’Atlantico, tuttavia non confermata da alcuni esperti. L’Iran rafforza attivamente i propri legami con alcuni Paesi marittimi (Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Djibouti, ecc., anche in ambito navale). Allo stesso tempo, gli strateghi iraniani elaborano piani a lungo termine per contrassegnare pienamente la presenza navale al largo delle coste dell’India e nelle acque dello stretto di Malacca, che insieme ad Ormuz e Golfo Persico costituiscono il triangolo strategico del flusso petroliero e di merci maggiore nella regione, in cui è richiesta la partecipazione iraniana a difesa degli interessi della Repubblica islamica. Ciò sembra risultare dalla dichiarazione ufficiale piuttosto imprevista delle autorità iraniane del novembre 2016 sulla necessità di stabilire basi (oltre alle 6 basi già operanti nel Golfo e le 2 situate sulle isole, come Bandar Abbas), in Yemen e Siria, che secondo gli ammiragli dell’Iran, saranno 10 volte più efficaci delle armi nucleari ed espanderanno la presenza iraniana sul Mediterraneo e la capacità di aiutare gli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Sembra che, anche se vi è molta retorica su questi piani, non tutto ciò riuscirà, poiché il potere di attuarlo è ancora piuttosto limitato. L’IRI non sembra pronta a deviare dalla rotta per diventare uno degli attori più attivi delle relazioni internazionali nell’area dell’Oceano Indiano. E la situazione dell’Iran, soprattutto sulla sua rotta, terrestre e marittima, darà a Donald Trump un altro “mal di testa” dopo la Corea democratica.Nina Lebedeva, studiosa presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS), esclusivamente per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Pakistan e Iran stringono i legami militari

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 8 novembre 2017La visita del capo dell’esercito pakistano, Generale Qamar Javed Bajwa, a Teheran (6-7 novembre) va considerata significativa. Bajwa è stato ricevuto dal Presidente Hassan Rouhani, dal Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif e dal Ministro della Difesa Generale Amir Hatami, oltre che dai comandanti militari. Ciò sarebbe la prima volta che un capo dell’esercito pakistano incontra il comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC). Naturalmente, l’IRGC può essere descritto come Guardia Praetoriana del regime islamico diretto dal leader supremo Ali Khamenei, ma le sue forze speciali, note come Forza al-Quds (comandate dal carismatico Generale Qasim Sulaymani) operano all’estero. La Forza al-Quds riferisce direttamente al leader supremo Ali Khamenei. Senza dubbio, l’incontro del Generale Bajwa col Comandante dell’IRGC Generale Mohammad Ali Jafari a Teheran è un evento di eccezionale importanza. L’amministrazione Trump recentemente ‘ha sanzionato’ l’IRGC. Durante l’incontro con Bajwa, Jafari ha proposto di condividere le “esperienze” dell’IRGC con le forze pakistane. Citando Jafari, “Avendo 40 anni di esperienza nella resistenza alle minacce nemiche, la Repubblica Islamica dell’Iran è pronta a trasferire le proprie competenze nella difesa al Pakistan“, avvertendo che “nazioni e Stati regionali (musulmani) affrontano l’inimicizia di Stati Uniti e regime sionista e certi attentati sono volti ad aggravare l’insicurezza del Pakistan, che va affrontata col sostegno alle forze popolari insieme alle forze armate e di sicurezza”. (FARS)
Infatti, maggiore sicurezza e cooperazione militare tra Iran e Pakistan sono state ripetutamente sollecitate da entrambe le parti. In particolare, IRNA citava il Presidente Rouhani affermare che l’Iran è “deciso ad ampliare la cooperazione militare in vari settori, come addestramento, esercitazioni, industria militare e scambio di esperienze“. Rouhani aggiungeva che il terrorismo e le differenze settarie e etniche sono i problemi principali nei Paesi musulmani e ‘alcune potenze globali’ hanno un ruolo nell’alimentarle. Affermava che le grandi potenze sono contro unità e fratellanza tra i Paesi musulmani. Bajwa assicurava gli interlocutori iraniani che il Pakistan non permetterà ad alcun Paese terzo d’interferire nelle relazioni con l’Iran. Un comunicato stampa dell’ISPR d’Islamabad sulle riunioni di Bajwa, affermava: “I leader di entrambe le parti hanno accettato d’impegnarsi a una maggiore cooperazione bilaterale collaborando per contribuire agli sviluppi positivi su altre questioni riguardanti la regione“. Nel complesso, Iran e Pakistan ritengono necessario avvicinarsi maggiormente per armonizzare la propria politica regionale anche quando si preparano a contrastare la crescente pressione degli Stati Uniti. D’altra parte, con le crescenti tensioni tra Iran e asse Stati Uniti-Arabia Saudita-EAU-Israele, per Teheran è imperativo preservare pace e tranquillità al confine orientale col Pakistan. Anche per il Pakistan la neutralità positiva dell’Iran verso a rivalità con l’India è utile e necessaria. (Tehran Times)
Iran e Pakistan sono interessati alla situazione in Afghanistan. Condividono l’inquietudine sulla prospettiva dell’aperta presenza militare statunitense in Afghanistan e sospettano le intenzioni statunitensi. Tuttavia, resta da vedere se con una svolta rispetto al passato, Teheran e Islamabad effettivamente collaboreranno sul problema afgano, anche se la recente tendenza degli attacchi anti-sciiti di nuovi gruppi insorti come Stato islamico del Qurasan (forse col sostegno statunitense/saudita/israeliano) è preoccupante per Iran e Pakistan. I colloqui di Bajwa a Teheran riguardavano la cooperazione nell’informazione. Chiaramente, gli allineamenti regionali vanno a vantaggio del Pakistan, in particolare su due aspetti: gli stretti legami dell’India con Stati Uniti ed Israele (che Teheran sicuramente guarda da vicino); e la crescente ostilità tra Iran e asse statunitense-israeliano-saudita. Al contrario, il Pakistan affronta un’impegnativa acrobazia, con l’asse Arabia Saudita-EAU che si prepara all’aperto confronto con l’Iran. Di certo, l’avvicinamento Iran-Pakistan sarà salutato da Cina e Russia. L’Iran è interessato a partecipare all’Iniziativa Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, gli accordi energetici da 30 miliardi di dollari firmati da Russia e Iran la settimana prima (durante la visita del Presidente Vladimir Putin a Teheran) sono stati interpretati come mossa di Mosca per darsi una base strategica nel Golfo Persico. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak avrebbe citato il piano della Gazprom per costruire gasdotti dall’India e/o Pakistan al Golfo Persico. Alla riunione a Teheran con Bajwa, Zarif osservava la disponibilità dell’Iran a fornire gas al Pakistan. È interessante notare che Gazprom firmava un accordo iniziale col fondo d’investimento iraniano IDRO per collaborare su progetti petrolieri, gasiferi ed energetici non specificati nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia, Iran, Azerbaigian: alleanza emergente

Alex Gorka SCF 08.11.2017La visita del Presidente Vladimir Putin in Iran è considerata la prima storica. Il 1° novembre, il presidente era a Teheran per partecipare al vertice tripartito Iran, Russia e Azerbaigian. L’evento si era tenuto in considerazione delle ulteriori sanzioni imposte contro Russia e Iran il 31 ottobre dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. È naturale per le nazioni sotto sanzioni avvicinarsi. Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei aveva detto a Vladimir Putin che Teheran e Mosca devono rafforzare la cooperazione per isolare gli Stati Uniti e contribuire a stabilizzare il Medio Oriente. Alla fine del vertice, i presidenti di Russia, Iran e Azerbaigian firmavano la dichiarazione di Teheran. I leader annunciavano piani congiunti per ampliare la collaborazione nel settore petrolifero e gasifero nonché piani di scambio su energia elettrica e formazione di un mercato unico. Si prevede di utilizzare le valute nazionali nelle operazioni commerciali invece del dollaro statunitense. I piani prevedono la partecipazione degli investitori e dei settori privati russi aderendo ai progetti infrastrutturali iraniani, come industria, energia e ferrovie. La Russia detiene le maggiori riserve di gas naturale nel mondo. L’Iran detiene le seconde riserve di gas naturale del mondo. Insieme le due nazioni rappresentano circa il 50% delle riserve mondiali di idrocarburi. Unite possono influenzare significativamente i mercati mondiali. La dichiarazione di Teheran proclama l’intento di sviluppare la cooperazione a tre, tra cui l’atteso corridoio internazionale dei trasporti nord-sud (INSTC), rotta stradale, ferroviaria e marittima di 7200 km per collegare Oceano Indiano e Golfo Persico al Mar Caspio attraverso l’Iran, e quindi connettersi all’Europa settentrionale attraverso la Russia. Il progetto comprende dieci altri Paesi, collegando Azerbaigian e Armenia nel Caucaso, poi verso nord-ovest Turchia, Bielorussia, Siria e Bulgaria con l’Oman in Medio Oriente, nonché a nord-est con Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’Iran prevede inoltre di costruire una ferrovia per il Mediterraneo attraverso Iraq e Siria. La Russia potrebbe partecipare all’attuazione del progetto.
Un accordo temporaneo sulla creazione di una zona di libero scambio tra l’Unione economica eurasiatica (UEE) e l’Iran dovrebbe essere firmato alla fine dell’anno. Un progetto di accordo tra Iran ed UEE fu firmato a Erevan, in Armenia, il 5 luglio dopo più di un anno di negoziati per la riscossione delle tariffe preferenziali di esportazione su 350 prodotti industriali iraniani in cambio di 180 merci dell’UEE. I negoziati sull’accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica chiariscono che altre nazioni non seguiranno gli Stati Uniti se escono dall’accordo nucleare con l’Iran. Con l’interesse economico globale per l’Iran e l’impegno internazionale per l’accordo, Teheran sembra continuare a reintegrarsi nell’economia globale. L’Iran ha aderito alla Russia alla guida del processo di pace siriano, diventando parte del processo di pace di Astana. L’invio di armamenti russi, tra cui il sistema missilistico antiaereo S-300 consegnato lo scorso anno, aiuta Teheran a mantenere la difesa, in particolare in vista del possibile intervento statunitense.
L’Azerbaigian è un attore regionale molto importante: uno Stato secolare che ostacola la diffusione dell’estremismo religioso. Baku guadagnerà molto entrando nella zona di libero scambio tra UEE e Teheran. La logica e i vantaggi economici dell’area di libero scambio sono evidenti. Riunirà economie altamente compatibili e consoliderà i collegamenti economici e commerciali in Asia centrale ed Eurasia meridionale. Permetterà anche all’Azerbaigian di riprendere i legami commerciali con l’Armenia, membro dell’UEE, facendo in modo di risolvere il conflitto congelato del Nagorno-Karabakh. Il formato Mosca-Teheran-Baku sarà molto più efficiente dell’OSCE nel trovare una soluzione pacifica al problema. La costruzione di una ferrovia dall’Iran alla Russia attraverso l’Azerbaigian era una questione all’ordine del giorno. L’Azerbaigian è pronto a stanziare 500 milioni di euro per modernizzare la sua sezione del corridoio ferroviario. Il Presidente Putin ha detto che la Russia è pronta a fornire gas all’Iran via Azerbaigian. Secondo lui, Mosca e Baku non dovrebbero competere sui progetti energetici. Questa è una questione di particolare importanza per Baku in vista degli ostacoli creati al gasdotto azero per l’Europa. Quest’estate, un gruppo di ONG influenti, tra cui Greenpeace, Bankwatch Network, Friends of Earth Europe e Climate Action Network Europe, invitavano la Commissione europea a ritirare il sostegno al Gasdotto Trans-Adriatico (TAP) di 878 chilometri che si estende dall’Azerbaigian. Il pretesto utilizzato è il possibile danno climatico e la crescente dipendenza energetica da regimi politici oppressivi (cioè l’Azerbaigian). L’Azerbaigian ha buone ragioni per dubitare dell’affidabilità dell’occidente. Baku vi è regolarmente criticata come “dittatura”. Le ONG occidentali in Azerbaigian spesso sostengono apertamente i capi anti-governativi facendo temere al governo dell’Azerbaigian d’essere obiettivo di una rivoluzione colorata occidentale.
La crescente collaborazione tra le tre potenze è solo una delle tendenze che modellano il panorama regionale. C’è anche l’alleanza emergente Turchia-Iran-Qatar, che collaborano tutti strettamente con Mosca. Il processo di ravvicinamento tra Russia, Iran e Azerbaigian continuerà. La prossima riunione trilaterale si terrà a Mosca nel 2018. Se i piani concordati al vertice di Teheran passeranno, il quadro del Medio Oriente e dell’Asia meridionale cambierà con molti Paesi delle regione riuniti dagli interessi economici. L’influenza degli Stati Uniti diminuirà notevolmente. La Via della Seta della Cina e il ponte energetico Russia-Azerbaigian-Iran creeranno le condizioni per un mondo multipolare.Traduzione di Alessandro Lattanzio