Sanzioni e nascita della nuova Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/06/2015csf978Voglio condividere le mie impressioni sulla recente visita a San Pietroburgo, dove sono stato invitato a parlare a una conferenza intitolata “Mai sprecare una buona crisi”. Il titolo è una versione del vecchio proverbio cinese: “Una crisi presenta anche opportunità”. Questo è ciò che appare oggi nella Federazione Russa e s’irradia dall’ampia distesa dell’Eurasia ad Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. In mancanza di un termine migliore, chiamerò ciò che avviene Ordine del Nuovo Mondo, per differenziarlo dal Nuovo Ordine Mondiale dominato dagli Stati Uniti di George HW Bush, proclamato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, in un discorso dell’11 settembre 1990 al Congresso degli Stati Uniti, dove disse “Oltre questi tempi difficili, il nostro… obiettivo, un Nuovo Ordine Mondiale, può emergere…” Oggi è chiaro che il Nuovo Ordine Mondiale di Bush era destinato a sfruttare senza scrupoli il disordine successivo alla fine dell’Unione Sovietica forgiando un mondo unipolare in cui un piccolo gruppo avrebbe dettato al mondo intero le sue condizioni. Il suo perseguimento è stato l’unico obiettivo della politica estera degli Stati Uniti e delle loro guerre e campagne terroristiche sotto tre presidenti degli Stati Uniti, nell’ultimo quarto di secolo dalla fine dell’Unione Sovietica. Ciò motiva la guerra civile istigata dagli USA in Ucraina, Siria, contro la Cina nel Mar Cinese orientale, e il sostegno occulto degli USA al SIIL. Si avanzano le sanzioni economiche statunitensi contro la Russia, a cui Washington ha costretto l’UE ad appoggiare, con grande danno per la sua economia. Ciò che ho visto non solo a San Pietroburgo, ma anche in altre recenti visite in Russia, è qualcosa che posso solo definire straordinario. Piuttosto che farsi terrorizzare da interminabili attacchi e sanzioni economiche e finanziarie lanciate contro di essa, la Russia e la sua dirigenza sono sempre più sicure di sé e, soprattutto, più autosufficienti e positivamente aggressive come mai prima. Alcuni esempi l’illustrano.

Leader negli alimenti biologici
I leader russi di oggi hanno capito che ciò che sotto il corrotto Eltsin era considerato una passività, l’agricoltura, è uno dei beni più grandi della Russia. Ho avuto occasione, nel contesto di questa edizione del San Petersburg International Economic Forum, di parlarne con il Viceministro dell’Agricoltura che mi ha detto che il governo ha preso la decisione strategica di usare le sanzioni “contro le sanzioni”, cioè vietare le importazioni di prodotti alimentari dall’Unione europea, per realizzare una produzione di alimenti naturali e biologici russi. Il Viceministro Sergej Levin mi ha detto che la Russia già oggi ha vietato ogni nuova commercializzazione di sementi OGM. Le sue osservazioni furono riprese dal Viceprimo ministro russo Arkadij Dvorkovich che annunciava che la Russia non userà organismi geneticamente modificati (OGM). Il ministro dell’Agricoltura russo Nikolaj Fjodorov ha promesso di fare della Russia un Paese senza OGM. In una riunione dei deputati rappresentanti le zone rurali ha dichiarato sugli OGM che il governo non “avvelenerà i cittadini”. Hanno capito che il ricco e fertile suolo russo, quando le esigenze della guerra fredda deviarono la produzione di sostanze chimiche per la difesa, in gran parte evitò il pesante uso di prodotti agrochimici che ha gravemente danneggiato i terreni agricoli degli Stati Uniti e di gran parte dell’Unione europea dal 1945, secondo i metodi agro-alimentari statunitensi che in modo meraviglioso aumentarono la resa dei raccolti, ma non la qualità nutrizionale del cibo prodotto. Qui è dove la Russia ha capito che può divenire un importante produttore mondiale di prodotti agricoli organici di qualità. I fertili terreni agricoli russi diventano ancora più strategici per le forniture alimentari mondiali, mentre le fertili terre nere dell’Ucraina vengono distrutte da guerra e caos.

La Russia come catalizzatore dell’energia
10952140 Ciò che era evidente nei miei colloqui e osservazioni a San Pietroburgo è la tremenda dinamica russa nel mutare l’ordine mondiale esistente. Le sanzioni spingono la Russia a fare cose molto buone. Gli sforzi di Washington sono ridicolmente inefficaci cercando di bloccare i capitali occidentali per le imprese russe, in particolare quelle energetiche, e la drammatica escalation delle provocazioni della NATO attorno la Russia hanno spinto a decisioni strategiche autonome o alla cooperazione con partner commerciali non NATO. La diversità di tali accordi commerciali strategici emersa a San Pietroburgo è impressionante. Andrew Korybko, giornalista e analista di Sputnik ha dettagliato alcuni dei più significativi accordi emersi nel forum russo. Korybko sottolinea che lungi dall’essere considerato a livello internazionale come uno Stato paria, “spezzando” le regole del gioco di Washington, la Russia calamita l’interesse internazionale come mai prima nella storia. Ciò è dimostrato dalla partecipazione al forum annuale di San Pietroburgo. Nonostante i grossi stupidi sforzi del dipartimento di Stato USA per scoraggiare la presenza a San Pietroburgo, quest’anno vi era un numero record di partecipanti, circa 10000, che in tre giorni di intense discussioni hanno firmato oltre 200 contratti da 5,4 miliardi dollari per nuovi accordi commerciali con la Russia, con decine di miliardi di nuovi accordi negoziati seriamente. L’affluenza è stata del 25% più alta rispetto all’anno prima, un record per il 19.mo forum nonostante i ripetuti sforzi di Washington e Bruxelles di demonizzare la Russia e Putin. Si invia un segnale chiaro ai governi della NATO che non considerano le sanzioni alla Russia un ostacolo all’ulteriore cooperazione con la Russia per sviluppare le vaste risorse di idrocarburi, da parte dell’inglese BP e dell’anglo-olandese Royal Dutch Shell, così come della tedesca E.ON, che hanno stipulato importanti nuovi accordi con la Russia a San Pietroburgo.
I colossi energetici Gazprom e Shell hanno firmato un memorandum per la costruzione di una terza linea per l’impianto di gas naturale liquefatto di Sakhalin sulla costa del Pacifico della Russia. Gazprom ha inoltre firmato un memorandum per la costruzione di un gasdotto dalla Russia alla Germania sul Mar Baltico con E.ON, Shell e la società energetica OMV di Vienna. L’accordo del Baltico prevede la costruzione di un nuovo gasdotto verso la Germania a fianco dell’attuale Nord Stream. Il nuovo progetto avrà una capacità di 55 miliardi di metri cubi l’anno, il doppio del volume del Nord Stream. Nonostante i rapporti tesi tra Mosca e Bruxelles, l’Europa avrà bisogno di più gas nel prossimo futuro e la Russia è l’unico Paese che può soddisfare la domanda ad un prezzo competitivo. “Considerando il declino dell’estrazione locale di gas in Europa e l’aumento della domanda, le imprese europee devono sviluppare nuove infrastrutture per garantire l’approvvigionamento di gas russo a i consumatori europei“, ha detto Gazprom in un comunicato. Dopo lo stupido tentativo di Bruxelles di sabotare ulteriori forniture di gas Gazprom-UE, generando da parte dei governi dell’UE il caos incontrollato in Ucraina, una quota importante delle forniture via gasdotto all’UE dalla Russia minaccia di ridursi. In conseguenza alle pressioni dell’UE su Bulgaria e altri Paesi dell’UE, lo scorso dicembre, nei colloqui con il presidente turco Erdogan ad Ankara, il presidente russo Vladimir Putin annunciava, scioccando Bruxelles, che South Stream, un progetto da 45 miliardi di dollari per inviare gas naturale russo via gasdotto sottomarino nel Mar Nero in Bulgaria e nei mercati dei Balcani e del sud Europa, era morto. Invece Putin annunciava colloqui con Erdogan per creare ciò che oggi è chiamato Turkish Stream, un gasdotto che porterà il gas russo attraverso la Turchia direttamente ai confini della Grecia. Il percorso successivo ai Paesi dell’UE dipenderà dalle decisioni dell’UE. In particolare in tale contesto, durante i colloqui a San Pietroburgo tra il primo ministro greco Alexis Tsipras e funzionari russi, tra cui Putin e ministri dell’Energia russo e greco, la Grecia ha firmato un memorandum per portare il gas russo dal gasdotto Turkish Stream al membro dell’UE (almeno per ora) Grecia. Grecia e Russia hanno firmato il memorandum per il progetto che Tsipras ha descritto come “Greek Stream“. Allo stesso convegno, il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha rivelato che “la Serbia senza dubbio parteciperà al Turkish Stream”. Non erano gli unici accordi energetici raggiunti a San Pietroburgo. Gazprom e la società francese del gas Engie hanno discusso la necessità di nuove vie di forniture di gas all’Europa. E il gigante petrolifero russo Rosneft ha firmato un accordo con la compagnia petrolifera e gasifera inglese BP che ha acquistato il 20 per cento della Taas-Jurjakh Neftegazodobicha nella Siberia orientale, creando una nuova joint venture energetica anglo-russa. Per coloro che in occidente affermano, come i neo-con del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, della Casa Bianca di Obama o dell’ufficio del segretario alla Difesa “Ash” Carter, che Putin pone furtivamente le basi per la ricostruzione l’Unione Sovietica, che non vi è alcuna base del genere, e che è chiaro che più l’economia della Russia dipende da cooperazione e rispetto reciproco con i Paesi UE, più assurde tali accuse appaiono.

L’accordo a sorpresa con i sauditi
Come se scala e diversità di questi nuovi accordi non fossero sufficienti, gli accordi della Russia di Putin con i massimi rappresentanti di Arabia Saudita e dell’India sottolineano il ruolo di avanguardia che la Russia svolge sempre più nel creare un Nuovo Mondo dall’ordine multipolare. Uno degli sviluppi più geopoliticamente affascinanti del forum di San Pietroburgo è stata la comparsa del principe saudita Muhamad bin Salman, ministro della Difesa e figlio del re Salman. Il principe bin Salman e Putin hanno tenuto una conferenza stampa congiunta durante il St. Petersburg International Economic Forum, dove Putin ha annunciato di aver invitato il re saudita Salman a visitare la Russia, e di aver accettato l’invito a visitare l’Arabia Saudita. Inoltre, i due hanno discusso dell’acquisto saudita di tecnologia russa nucleare. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr ha detto a RT che l’Arabia Saudita ha intenzione di utilizzare l’esperienza della Russia per costruire 16 reattori elettronucleari. Russia e Arabia Saudita firmarono un accordo intergovernativo sulla cooperazione per l’uso pacifico dell’energia nucleare. Secondo l’agenzia per l’energia atomica russa Rosatom, per la prima volta nella storia delle relazioni russo-saudite si crea un quadro giuridico per la cooperazione bilaterale nel campo dell’energia nucleare, aprendo prospettive di cooperazione nella costruzione e gestione di reattori, ciclo del combustibile nucleare, nonché istruzione e formazione. Il presidente russo Putin e il principe saudita hanno discusso la possibile cooperazione nel commercio di armi. Hm. Finora l’Arabia Saudita è il primo cliente degli armamenti di Stati Uniti e Gran Bretagna. Non c’è dubbio che il 9 maggio, la sfilata a Mosca dei sistemi d’arma russi più avanzati abbia catturato l’attenzione del principe bin Salman. Riferendosi ai colloqui tra bin Salman e Putin su possibili acquisti di sistemi d’arma russi dall’Arabia Saudita, il ministro degli Esteri al-Jubayr ha dichiarato: “La questione (di acquistare armi) viene considerata dagli esperti militari dei nostri Paesi. Ma voglio sottolineare che nulla c’impedisce di acquistare sistemi di difesa russi, proprio come nulla impedisce alla Russia di venderli all’Arabia Saudita“. Possiamo immaginare come questa affermazione abbia preoccupato Washington e Londra e il quartier generale di Bruxelles della NATO, su quanto deciso dall’incontro del 1945 tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud per garantire i diritti esclusivi alle major petrolifere statunitensi nel sviluppare gli enormi giacimenti di petrolio del regno saudita, facendo di Riad uno Stato vassallo degli Stati Uniti.
Altri accordi nel contesto dell’ultimo Forum economico internazionale di San Pietroburgo sono troppo numerosi da dettagliare. Riguardano India, Myanmar e numerosi altri Paesi. In breve, San Pietroburgo ha dimostrato al mondo il fallimento totale della politica degli Stati Uniti nel cercare di isolare e demonizzare la Russia di Vladimir Putin. Perseguendo la strategia di pacifici accordi economici e commerciali con gli alleati della Shanghai Cooperation Organization, soprattutto con la Cina, di accordi con i Paesi BRICS come India, Brasile, Sudafrica e Cina e nell’ambito dell’Unione economica eurasiatica, la Russia emerge quale avanguardia dell’Ordine del Nuovo Mondo, in cui il rispetto di confini nazionali e sovranità nazionale è ancora la pietra angolare. Parafrasando il testo del grande cantante country statunitense Carl Perkins, la Russia dice a Washington, “Puoi abbattermi, calpestarmi, calunniarmi dappertutto. Ttutto ciò che vuoi, ma uh uh, bello, lascia in pace il mio diritto sovrano ad esistere e prosperare in pace con i miei vicini“. Il Nuovo Ordine Mondiale di Bush si sgretola sotto i nostri occhi mentre la Russia dà vita all’Ordine del Nuovo Mondo. E’ affascinante e molto bello da vedere.CDH1iCRWYAApHyl_risultatoF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La nuova via della Cina in Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 28/05/2015pic2013-06-13i31132p7483Non conosco nessun grande progetto globale paragonabile a ciò che oggi viene attuato, pezzo per pezzo, dalla Cina dipanando sempre più la rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Via della Seta. E’ ormai chiaro che la via produrrà nuove città, zone industriali, costruzione e miglioramento dello standard di vita di centinaia di milioni di persone, in precedenza abbandonate. Le implicazioni della fondazione di una nuova alternativa globale al sistema del dollaro in bancarotta sono immense. I cinesi non perdono tempo quando raggiungono un accordo. Il progetto del Presidente Xi Jinping per sviluppare un nuovo spazio economico in Eurasia da Pechino alle frontiere dell’Unione europea, presentato durante una delle sue prime visite all’estero da Presidente, nel 2013 in Kazakistan, oggi è noto come Cintura economica della Nuova Via della Seta. Il progetto diventa il centro della rinascita della costruzione di infrastrutture in grado di trasformare ed elevare l’intera economia mondiale per decenni. Nello spazio economico comprendente Cina e Asia, un recente studio stima che nei prossimi anni 8000 miliardi dollari d’investimento nelle infrastrutture saranno necessari per portare le economie ai moderni standard di commercio e sviluppo.

La rinascita ferroviaria
La Cina iniziò alcuni anni fa l’elaborazione di piani per una colossale infrastruttura ferroviaria eurasiatica e asiatica ad alta velocità per offrire un futuro alternativo al trasporto commerciale nel mondo. Nel 2010 Wang Mengshu dell’Accademia d’Ingegneria cinese rivelava in un’intervista che la Cina esaminava i piani per la costruzione di un sistema ferroviario ad alta velocità in grado di tracciare collegamenti ferroviari ad alta velocità in Asia ed Europa entro il 2025. Nello stesso anno la Cina cominciò il primo di tre rami ferroviari previsti. La prima tratta cinese parte da Kunming nella provincia dello Yunnan e arriva a Singapore. La seconda tratta parte da Urumqi, capitale della Regione autonoma uigura dello Xinjiang, e collega i Paesi dell’Asia centrale di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan con la Germania. La terza tratta collegherà la città di Heilongjiang, nel nord della Cina, con i Paesi dell’Europa orientale e meridionale attraverso la Russia. Al momento obiettivo della Cina era creare una rete ferroviaria pan-asiatica collegando 28 Paesi con 81000 chilometri di ferrovie. Con la tipica diligenza cinese, il Paese cominciò ad acquistare materiale ferroviario avanzato ad alta velocità da Germania, Francia, Giappone e Canada. Nel 2010 la Cina ha sviluppato i propri sistemi ferroviari ad alta velocità, con treni avanzati che corrono ad oltre 350 chilometri all’ora. Nel 2012 in Cina furono costruite 42 linee ad alta velocità, concepite dal programma nazionale per preparare l’ampliamento dei collegamenti ferroviari in Eurasia e Asia. La Cina oggi riconosce il valore economico delle infrastrutture come poche nazioni. Data l’entità del progresso interno, oggi la Cina diventa il primo esportatore mondiale di tecnologia ferroviaria ad alta velocità avanzata nelle nazioni di Asia e Eurasia, tra cui Russia, Kazakistan e Bielorussia. Il 7 settembre 2013, in un discorso con il Presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev, il neo-Presidente Xi propose per la prima volta ufficialmente la strategia globale della Nuova Via della Seta, suggerendo che Cina e Asia centrale si unissero per costruire la “Cintura economica della Via della Seta” intensificando la cooperazione. Xi propose a Kazakistan ed altri Paesi dell’Asia centrale interessati, tra cui la Russia, di aumentare le comunicazioni e promuovere l’integrazione regionale economica, politica e giuridica. Propose concretamente che Cina e Paesi dell’Asia centrale confrontassero le rispettive strategie di sviluppo economico e collaborassero per formulare piani e misure per la cooperazione regionale. Xi disse anche che si doveva lavorare per migliorare la connettività del traffico aprendo la via strategica regionale dall’Oceano Pacifico al Mar Baltico, completando una rete dei trasporti che colleghi Asia orientale, occidentale e meridionale. Xi propose anche che il commercio venisse regolato in valuta locale e non tramite il dollaro USA, migliorandone l’immunità dai rischi finanziari di una futura guerra finanziaria degli USA, il tipo di guerra che il Tesoro degli Stati Uniti avviò in quel periodo contro l’acquisto del petrolio dall’Iran, e dal marzo 2014 contro la Russia. In quel momento la Russia si era concentrata sulla guerra in Siria, ospitava la vetrina delle Olimpiadi invernali di Sochi e non aveva ancora formulato in dettaglio la propria Unione economica eurasiatica. Il colpo di Stato degli Stati Uniti in Ucraina, avviato con le proteste di piazza Maidan nel novembre 2014, sfociò in una situazione di guerra della NATO contro la Russia, da allora le energie russe si sono drammaticamente concentrate sullo sviluppo di strategie alternative con partner solidi e alleati per resistere alle chiare minacce all’esistenza della Russia come nazione sovrana. Allo stesso tempo, la Cina affrontava l’accerchiamento statunitense nel Mar Cinese orientale e in Asia, noto come “Asia Pivot” militare di Washington o strategia del Pivot verso la Cina, per contenerne la futura emergenza economica e politica. Ironia della sorte, l’escalation della pressione militare degli Stati Uniti ha avvicinato più che mai nella storia i due giganti dell’Eurasia, Cina e Russia.

Avvio della Nuova Via della Seta
Questi eventi, che nessuno avrebbe potuto prevedere nel 2010, catalizzano il più drammatico cambiamento nella geopolitica mondiale dal maggio 1945. Solo che questa volta, mentre il Secolo Americano affonda nel debito e nella depressione economica, l’Eurasia emerge rapidamente quale regione più dinamica e di gran lunga più grande e ricca del mondo in risorse, soprattutto umane. Ciò è stato sottolineato dalla recente visita del presidente cinese Xi a tre Paesi chiave dell’Unione Economica Eurasiatica. Il giorno prima che Xi fosse ospite d’onore alle celebrazioni del Giorno della Vittoria del 9 maggio, ebbe colloqui a porte chiuse con Vladimir Putin. Dopo i colloqui Putin annunciava che i due Paesi avevano firmato un decreto sulla cooperazione collegando lo sviluppo dell’Unione economica eurasiatica al progetto di Cintura economica della Via della Seta. “L’integrazione dei progetti Unione economica eurasiatica e Via della Seta significa raggiungere un nuovo livello di collaborazione e di fatto implica uno spazio economico comune continentale“, aveva detto Putin. La Cina accettava d’investire 5,8 miliardi di dollari nella costruzione della ferrovia ad alta velocità Mosca-Kazan, spinta importante in un momento cruciale per il progetto esteso dalla Cina al Kazakistan nell’ambito della Nuova Via della Seta. Il costo totale del progetto della ferrovia ad alta velocità Mosca-Kazan è 21,4 miliardi di dollari. Senza perdere tempo, il 13 maggio, la China Railway Group annunciava un contratto da 390 milioni di dollari con la Russia per costruire la tratta Mosca-Kazan da estendere ulteriormente alla Cina nell’ambito della Nuova Via della Seta. Un consorzio guidato da China Railway con due società russe esaminerà congiuntamente e pianificherà sviluppo regionale e progettazione del segmento Mosca-Kazan della linea ferroviaria ad alta velocità Mosca-Kazan-Ekaterinburg, nel 2015-2016, secondo RT. “La partecipazione cinese alla prevista tratta Mosca-Kazan della linea ferroviaria per Ekaterinburg integrerà la Russia nella Cintura economica della Nuova Via della Seta”. Il giorno prima, il 7 maggio, Xi enne una riunione ad Astana con il presidente del Kazakistan Nazarbaev per concretizzare la partecipazione kazaka alla Nuova Via della Seta. Cina, Kazakistan e Russia sono fondatori della Shanghai Cooperation Organization. La costruzione della parte cino-kazaka della linea ferroviaria ad alta velocità della Nuova Via della Seta è già in corso da parte della Cina. Le visite di Xi in Kazakistan e Russia sono state seguite da una visita di Xi in Bielorussia, il 10 maggio. La Bielorussia è geograficamente potenzialmente cruciale, in un mondo pacifico, tra Unione europea e Paesi eurasiatici nel progetto della Nuova Via della Seta. Dopo la riunione, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko annunciava di accettare di fare della Bielorussia una piattaforma per lo sviluppo della Cintura economica della Nuova Via della Seta. Lukashenko rivelava che 20 anni prima, da parlamentare della nuova Bielorussia indipendente, mentre l’Unione Sovietica si dissolveva, visitò la Cina: “ho adottato la riforma economica di tipo cinese in Bielorussia…“. Tre Paesi chiave della nuova Unione economica eurasiatica, Russia, Kazakistan, Bielorussia s’inseriscono nel progetto di Cintura economica della Nuova Via della Seta.1b29138f56804913bf23183ead26d291-8fbf707d85d34a90b3f3b9a101a0b10c-0Apertura dell’Eurasia allo sviluppo reale
Un vantaggio collaterale interessante e potenzialmente molto strategico della vasta integrazione della Via della Seta con l’Unione economica eurasiatica appena decisa, sarà il drastico cambiamento delle possibilità di sviluppo di alcune delle regioni ricche di materie prime del mondo e non sviluppate, tra cui l’oro. Russia e Paesi dell’Asia centrale detengono forse le maggiori riserve mondiali di ogni metallo e minerale immaginabile. Cina e Russia hanno costituito le riserve auree delle banche centrali il più rapidamente possibile. Lo sfruttamento economico delle riserve auree in Asia centrale potrebbe diventare un supporto significativo dello sforzo. Durante il periodo sovietico, l’oro faceva parte delle riserve della Banca nazionale sovietica, ma era considerato un “relitto capitalista”. Dal 1991, nel crollo caotico dell’Unione Sovietica, le agenzie d’intelligence occidentali in collaborazione con la criminalità organizzata italiana ed ex-alti burocrati sovietici sottrassero l’intera riserva aurea, oltre 2000 tonnellate di lingotti, dalle casseforti della sovietica Gosbank; un crimine denunciato dal presidente della banca Gerashenko, egli stesso forse complice occulto del furto, a un attonito parlamento russo. Da quando Putin è diventato presidente nel 1999, la banca centrale russa continua a reintegrare l’oro della banca centrale. Oggi, secondo le statistiche ufficiali del FMI, la Banca Centrale della Russia ha accumulato 1238 tonnellate di riserve auree. Solo ad aprile la Russia ha acquistato 30 tonnellate. L’esistenza di riserve auree delle banche centrali è avvolta nel mistero nel Paese presumibilmente primo detentore di riserve auree del mondo, la Federal Reserve Bank degli Stati Uniti. Nel 2011 il direttore generale del FMI Dominique Strauss-Kahn chiese una verifica fisica indipendente dell’oro della Federal Reserve. L’oro della Federal Reserve non è mai stato sottoposto a revisione contabile. Strauss-Kahn avrebbe avuto l’informazione che le 8000 tonnellate d’oro presuntamente detenute dagli Stati Uniti, erano sparite. Il capo del FMI se ne preoccupò dopo che gli Stati Uniti iniziarono lo “stallo” per la consegna al FMI delle promesse 191,3 tonnellate d’oro, stabilito dal Secondo Emendamento dello Statuto dell’accordo per finanziare ciò che si chiamano Diritti speciali di prelievo (DSP). Qualche giorno dopo, il bizzarro scandalo sessuale nell’albergo costrinse a brusche dimissioni Strauss-Kahn e il FMI smise di chiedere una revisione contabile dell’oro. Qualunque sia il vero stato delle riserve auree della FED degli Stati Uniti, è chiaro che Russia e Cina accumulano lingotti d’oro per sostenere le loro valute creando con cura una nuova architettura per sostituire il sistema del dollaro statunitense. Nonostante gli sforzi da guerra finanziaria degli USA, le finanze statali Russia sono notevolmente più sane di quelle occidentali. Il debito pubblico degli USA ufficialmente è ben oltre i 17000 miliardi di dollari, o 105% del PIL. Il debito greco è il 177% del PIL. Nei Paesi della zona euro il debito medio rispetto al PIL è del 91% e in Germania del 74%. In Russia il debito pubblico è circa il 18% del PIL. Il debito della Cina è circa il 43% secondo gli ultimi dati del FMI. Bielorussia, Kazakistan, Russia e Cina hanno tutti notevolmente aumentato le riserve auree ufficiali dal primo trimestre del 2000. Ora emerge che l’oro è destinato ad essere un elemento vitale per il ponte OBOR (Un Ponte, Un progetto) – Via della Seta.
In una conferenza borsistica a Dubai ad aprile, Albert Cheng, direttore generale del World Gold Council, rivelava che la Cina cerca consapevolmente d’integrare l’acquisizione di oro al progetto economico della Via della Seta nei prossimi dieci anni. Ha citato una dichiarazione di Xu Luode, presidente della Shanghai Gold Exchange e delegato al Congresso nazionale del popolo (NPC), che propose d’integrare lo sviluppo del mercato dell’oro al piano di sviluppo strategico della Cintura economica della Via della Seta, nella riunione del Comitato Centrale cinese del marzo 2015. Suggeriva un meccanismo per coinvolgere i principali produttori di oro ed utenti dei nuovi assi ferroviari in Kazakistan e Russia, ed anche che il governo cinese sviluppi tali risorse facendo della Shanghai Gold Exchange l’hub commerciale integrato nel piano della Cintura economica della Via della Seta. L’apertura della nuova rete di infrastrutture ferroviarie ad alta velocità eurasiatica aprirà allo sviluppo nuove aree minerarie. L’11 maggio 2015, la maggiore società di estrazione dell’oro in Cina, la China National Gold Group Corporation (CNGGC), firmava un contratto con la compagnia aurifera russa Poljus Gold per approfondire l’esplorazione di oro. Annunciando l’accordo, Song Xin, direttore generale della CNGGC e presidente dell’associazione aurifera della Cina, ha detto, “l’iniziativa Cintura e Via della Cina offre opportunità inaudite all’industria aurifera“. Song Yuqin, Vicedirettore Generale della Shanghai Gold Exchange dichiarava, “Il commercio di oro è destinato a diventare componente significativa delle operazioni dei Paesi delle ‘Cintura e Via’“. La regione eurasiatica infatti detiene in grandi quantità ogni minerale e terra rara concepibile e noto. Ciò ora diventa economicamente fattibile, con lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie commerciali ad alta velocità. La Cintura economica della Grande Via della Seta chiaramente accelera. La realtà emergente della rete ferroviaria ad alta velocità della Nuova Via della Seta, una rete stradale e ferroviaria che si espande tra tutte le nazioni di Asia e Asia centrale, sarà il cuore del nuovo mondo economico. È un fenomeno ben noto in economia che, mentre le infrastrutture dei trasporti si sviluppano, ci sia grande crescita del PIL in ogni nazione collegata, effetto moltiplicatore mentre nuovi mercati crescono. Chiaramente l’Eurasia è il posto in cui Vladimir Putin e Xi Jinping lo dimostrano.

0,,17647278_303,00F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Via della Seta arriva in Sud America

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 20 maggio 2015Dilma_Rousseff_and_Xi_Jinping3Il premier cinese Li Keqiang è in visita in Sud America, e ci si aspetta che formalizzai la versione regionale della Via della Seta, la Ferrovia Interoceanica, durante il viaggio. Un ampio progetto per costruire una ferrovia di 5300 km dal Brasile al Perù, attraversando alcuni dei territori più difficili e delicati del mondo. Lungo la strada, tuttavia, affronterebbe certe minacce asimmetriche emergenti, come il potenziale assalto di gruppi ambientalisti indigeni violenti o il riemergere dell’organizzazione terroristica Sendero Luminoso. Se il progetto dovesse essere costruito e attivare il proprio potenziale economico, tuttavia, potrebbe risolvere la rivalità tra Alleanza del Pacifico e Mercosur che minaccia di dividere il continente e impedirne l’integrazione multipolare.

Grandi ambizioni
La grande strategia della Cina è facilitare il commercio globale attraverso progetti infrastrutturali strategici, credendo che la libertà economica offra ai partner la possibilità di liberarsi dal quadro unipolare occidentale e facilitare la transizione verso il sistema multipolare emergente. Assieme a questa visione, sono annunciati i progetti Fascia economica della Via della Seta e Via della Seta Marittima, diffondendo questa visione in Eurasia e Africa orientale. Informalmente, però, ha anche lo scopo di lcolegare l’America Latina a questo sistema tramite i più recenti impegni verso il continente (America Centrale e Sud America). La Cina risponde al Pivot degli Stati Uniti in Asia con il proprio perno, sia pure verso l”emisfero occidentale, e l’ultimo programma ferroviario è un’indicazione della scommessa cinese su una presenza prolungata nella regione. Il Dialogo Chino è un’ottima didascalia interattiva delle specifiche della Ferrovia interoceanica, spiegando la natura tramutante del progetto. Dovrebbe partire da Porto Do Acu, vicino Rio De Janeiro, e correre direttamente a nord-ovest fino al confine settentrionale con la Bolivia, dopo di che serpeggiare attraverso le Ande e terminare a Puerto Ilo in Perù. Lungo il percorso, attraverso il cuore industriale, carbonifero, agricolo (soprattutto soia e manzo), minerario (fosfati) e del legname del Brasile, ne trasporterebbe i prodotti oltre le Ande avvicinandoli all’affamato mercato cinese. L’obiettivo immediato è integrare le economie dei due Paesi BRICS, più vicini che mai, nonché dare a Pechino un punto d’appoggio sulla costa pacifica del Sud America, attraverso la porta peruviana, completandone la strategia emisferica assieme al Canale Transoceanico in Nicaragua, finanziato dai cinesi, con i due grandi progetti infrastrutturali che creano gli ancoraggi nord e sud del perno della Cina in America Latina.

Le minacce emergenti alla Ferrovia Interoceanica
Mentre il piano della Via della Seta sudamericana della Cina suona bene sulla carta, potrebbe in realtà essere piuttosto difficile attuarlo sul campo. A parte gli ostacoli geografici come montagne vertiginose e giungle impenetrabili, vi sono anche minacce socio-politiche e militari che potrebbero ritardarne o fermarne completamente la costruzione in alcune aree. Ecco ciò che potrebbe ragionevolmente incontrare la Ferrovia Interoceanica o essere fabbricato.

28DB4D5E00000578-3088105-image-a-5_1432056872337Resistenza ambientalista indigena
Anche se la rotta ufficiale della ferrovia deve ancora essere resa pubblica, le stima di ciò che probabilmente attraverserà preoccupa alcuni per le conseguenze ambientali e sociali. Più precisamente, importanti tratti di foresta pluviale, fauna selvatica e comunità indigene (alcune delle quali rimangono volontariamente isolate) probabilmente rischierebbero di essere disturbati dal progetto, e questi due temi, ambiente e diritti degli indigeni, notoriamente creano coalizioni di sostenitori nazionali ed internazionali. Il rischio è che la resistenza da tali due gruppi (soprattutto da comunità indigene e sostenitori) potrebbe divenire uno scandalo per le pubbliche relazioni, creando un caso di politica interna e dibattito nazionale, consentendo ai movimenti di opposizione anti-multipolarismo in Brasile e Perù di capitalizzare sui sentimenti negativi e sfruttarli nelle loro campagne per il potere.

Opposizione armata
L’evoluzione dello scenario delle minacce già citato per la Ferrovia interoceanica, è possibile se gli attori citati infine passassero all’opposizione armata. Dopo tutto, non sarebbe del tutto peculiare, dato che una guerriglia che in generale sostiene tali movimenti è recentemente spuntata in Paraguay. L’Esercito Popolare Paraguaiano (PPE) è un presunto gruppo di guerriglieri marxisti con legami con FARC ed organizzazioni di narcotrafficanti sudamericani, ed usa l’ambientalismo militante come suo ultimo grido di battaglia. L’ultimo attacco del PPE, ad aprile, ha visto la presenza di opuscoli di propaganda accanto a tre vittime uccise, denigrando la coltivazione di “soia, mais e altri prodotti che richiedono pesticidi” (prevedibilmente in risposta al controllo della Monsanto sul Paese), così come l’armamento delle milizie antiguerriglia degli agricoltori. Invano esso cercò il favore della popolazione indigena Mbya Guaraní in passato, ma ciò non significa che le mosse precedenti lo portino in futuro ad abbandonare completamente tale strategia. Pertanto, come si vede nel suo intenzionale (ma non necessariamente riuscito) uso di ambientalismo e diritti dei popoli indigeni, nell’ambito degli sforzi per sensibilizzare la comunità, il PPE presenta la violenta fusione di due temi principali che un giorno potrebbero riunire i principali come massa organizzata i gruppi d’interesse che si oppongono alla Ferrovia interoceanica. Non si prevede che il PPE espanda le attività in Brasile o Perù, ma movimenti simili potrebbero svilupparsi attorno a tali principi, e il fatto stesso che il PPE le utilizzi nell’ambito della propria attività d’informazione, crea il presupposto per futuri gruppi violenti nascosti dietro di essi.

Campagne terroristiche
L’apice dell’opposizione alla Via della Seta sudamericana vede gruppi ambientalisti e indigeni unirsi in una campagna terroristica contro i governi brasiliano e peruviano. Mentre il Brasile non ha una storia di terrorismo rurale, finora, il Perù sì ed è possibile che tale problema possa rispuntare ‘convenientemente’ con la Cina che porta la Ferrovia interoceanica nel Paese. Sendero Luminoso, riconosciuto come gruppo terrorista da Stati Uniti e Unione europea, mostra piccole scintille di una rinnovata attività negli ultimi due anni (per lo più traffico di droga), facendo pensare che un giorno possa acquisire una seconda vita. Se il movimento si rianima (forse anche con supporto esterno (occidentale)), potrebbe rappresentare un disastro per la costruzione della Via della Seta sudamericana, soprattutto perché il gruppo ha un passato operativo nelle giungla e montagne che la ferrovia dovrebbe attraversare. C’è anche lo scenario inquietante che tattiche terroristiche e motivazioni di Sendero Luminoso ed Esercito Popolare Paraguaiano si diffondano nell’Amazzonia brasiliana, creando una grave crisi interna che potrebbe impantanare il bastione sudamericano dei BRICS.

UNASUR più forte?
La costruzione della Ferrovia interoceanica collegando le coste atlantica e pacifica del Sud America attraversa il centro del continente, rappresenta un’impresa ingegneristica storica dalle profonde implicazioni economiche e politiche. Uno dei segni più importanti del completamento del progetto potrebbe benissimo essere la mitigazione delle tensioni tra i blocchi commerciali Alleanza del Pacifico e Mercosur e il rafforzamento del gruppo integrativo continentale UNASUR. Il ragionamento ditrro questo ottimismo è semplice, l’economia cinese ha dimensione e forza tali che Pechino potrebbe usarla ‘mediando’ tra i due blocchi, e ciò ancora di più se i progetti ferroviari (l’unico dei grandi progetti infrastrutturali che li collega) venissero completati. Se l’Alleanza del Pacifico e il Mercosur convergono, come è stato già detto, il risultato logico sarà la creazione di una zona di libero scambio pan-continentale fornendo la base economica essenziale a una maggiore integrazione in altri campi. Dovrebbe essere un dato di fatto che la maggiore integrazione renderebbe il Sud America più resistente all’egemonia degli Stati Uniti; e con la Ferrovia Interoceanica quale motore del processo multipolare, ci si può aspettare che gli Stati Uniti mobilitino i loro agenti in qualsiasi modo possibile, per sabotarla ad ogni costo.

Brasília - DF, 19/05/2015. Presidenta Dilma Rousseff e o Primeiro-Ministro da República Popular da China, Li Keqiang durante cerimônia de assinatura de atos. Foto: Roberto Stuckert Filho/PR.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Il Presidente cinese: Il ruolo della Russia nella distruzione del fascismo

Dimenticare la storia è commettere un tradimento
Anatolij Karlin The Unz Review 10 maggio – Russia Insider
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AR-305109934Xi Jinping ha scritto un editoriale su un quotidiano russo il 6 maggio in cui, in netto contrasto con la tipica bile ed ostilità occidentale, riconosce il ruolo dell’Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo e avverte contro i tentativi di rivedere tale risultato, sia su carta che nella realtà.
L’ho tradotto per due ragioni. In primo luogo, costituisce uno sguardo di prima mano sulle relazioni ufficiali tra Cina e Russia che, con grande costernazione di neocon, russofobi, sinofobi e imperialisti occidentali, invece di combattersi a beneficio degli Stati Uniti costruiscono forti relazioni e continuano a stipulare decine di accordi il cui valore totale probabilmente si attesta a quasi un trilione di dollari. In secondo luogo, per smentire esplicitamente la propaganda occidentale secondo cui la Russia è in qualche modo “isolata” poiché nessuno dei tirapiedi europei di Washington era alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca questo 9 maggio. E a chi importa? Non molto ai russi, comunque. Cina, India e decine di altri Paesi erano presenti. Questa è la seconda superpotenza mondiale e rappresenta metà dell’umanità. Su Obama, Merkel, Hollande e Dave francamente, l’aria era più pulita data la loro assenza.

President Putin and visiting international leaders attend Victory Day celebrations in Moscow, May 9, 2015 xinPer ricordare la storia, per spalancare il futuro
Xi Jinping

Il 9 maggio, Giorno della Vittoria nella guerra mondiale contro il fascismo, su invito del presidente russo Vladimir Putin, visiterò la Russia e prenderò parte alle celebrazioni a Mosca dedicate al 70° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Questo giorno sacro lo festeggio insieme al popolo russo e al mondo intero.
Tutti ricordano che la guerra d’aggressione iniziata da fascisti e militaristi inflisse danni e sofferenze ancora incalcolabili ai popoli di Cina, Russia e Paesi di Europa, Asia e altre parti del mondo. La lotta incessante tra giustizia e male, luce e tenebre, libertà e schiavitù, fu intrapresa dai popoli di Cina, Russia e oltre 50 altri Paesi, così come da tutti gli altri popoli amanti della pace del mondo, che unendosi formarono un vasto fronte antifascista e antimilitarista internazionale. Tutte queste nazioni combatterono sanguinose battaglie contro il nemico, e così facendo sconfissero gli aggressori più malvagi e brutali, portando la pace nel mondo. Mi ricordo che nel marzo 2013, quando visitai la Russia, posi una corona di fiori sulla Tomba del Milite Ignoto, in prossimità delle mura del Cremlino. Vi erano rappresentati l’elmetto di un soldato e una bandiera rossa e vi bruciava la fiamma eterna, simboleggiante la vita ininterrotta e il coraggio incrollabile dei nostri eroi caduti. “Il vostro nome è sconosciuto, le vostre azioni immortali”. Non saranno mai dimenticati dal popolo russo, del popolo cinese e da chiunque altro.
La Cina fu il principale teatro delle operazioni militari in Asia durante la Seconda Guerra Mondiale. Il popolo cinese si oppose prima di chiunque altro nella lotta ai militaristi giapponesi, intraprendendo la guerra più lunga, combattuta nelle condizioni più difficili e, come la Russia, subì le perdite più gravi. L’esercito e il popolo cinesi combatterono stoicamente e con insistenza, bloccando e distruggendo numerosi contingenti giapponesi aggressori. Con enorme sacrificio nazionale, la vita di oltre 35 milioni di persone, una grande vittoria fu infine ottenuta e un enorme contributo dato alla vittoria nella lotta mondiale al fascismo. Le gesta del popolo cinese nella guerra contro i militaristi, proprio come le gesta del popolo russo, saranno immortalate per sempre nella storia e non moriranno mai.
I popoli cinese e russo si sostennero a vicenda, si aiutarono, furono compagni d’armi nella guerra contro fascismo e militarismo, e costruirono un rapporto di amicizia reciproco forgiato con il sangue e la vita. Nei momenti più difficili della Grande Guerra Patriottica, molti dei migliori figli del popolo cinese si unirono decisamente alla lotta al fascismo tedesco. Mao Anying, primogenito del Presidente Mao Zedong, combatté molte battaglie come commissario politico di una compagnia di carri armati del 1° Fronte Bielorusso, fino alla presa di Berlino. Il pilota da caccia cinese Tang Duo, vicecomandante di una compagnia di caccia sovietici, si distinse nelle battaglie aeree contro le forze fasciste. I figli dei dirigenti del Partito comunista cinese e i discendenti degli eroi caduti della rivoluzione cinese, quando studiavano nel collegio internazionale di Ivanovo, nonostante fossero ancora solo dei bambini andarono a scavare trincee, prepararono molotov, cibi e vestiti per i combattenti, abbatterono alberi, raccolsero patate e curarono i feriti negli ospedali. Oltre a questo, molti di loro donarono regolarmente il sangue, 430 millilitri al mese per i soldati del fronte. La giornalista cinese Hu Jibang, piccola e debole, seguì l’intera guerra, dal primo giorno fino all’ultimo, sotto proiettili e tiri, scrivendo della resilienza e del coraggio del popolo sovietico, della barbara crudeltà delle orde fasciste, e della gioia dei soldati e del popolo russi nel momento del trionfo. Incoraggiarono gli eserciti e i popoli dei due Paesi, aumentandone la volontà di combattere fino alla fine, per la vittoria finale. Accanto agli eroi di sopra vi sono molti altri rappresentanti del popolo cinese che contribuirono alla Grande Guerra Patriottica, pur rimanendo dei militi ignoti.
Il popolo russo ha dato al popolo cinese un prezioso sostegno politico e morale nella guerra contro gli invasori giapponesi. Ciò incluse grandi convogli di armi e materiale bellico. Più di 2000 piloti da caccia sovietici entrarono nell’aeronautica cinese e l’aiutarono nelle battaglie aeree in Cina. Più di 200 di loro morirono combattendo sul suolo cinese. Nella fase finale della guerra i soldati dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica furono inviati nel nord-est della Cina. Insieme all’esercito e al popolo cinesi combatterono contro i militaristi giapponesi, aiutando enormemente la Cina a raggiungere la vittoria finale. Il popolo cinese sempre ricorderà i russi, sia militari e civili, che diedero la vita per l’indipendenza e la liberazione della nazione cinese.
Il famoso storico russo Vasilij Kljuchevskij ha detto che dimenticando la storia, la nostra anima può perdersi nel buio. Dimenticare la storia è commettere un tradimento. I popoli cinese e russo sono pronti, insieme a tutti i Paesi e popoli amanti della pace, con determinazione e decisione, ad opporsi a qualsiasi azione o tentativo di negare, distorcere e riscrivere la storia della Seconda Guerra Mondiale.
Quest’anno, Cina e Russia terranno una serie di eventi per celebrare il 70° anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Ci saranno anche molti altri eventi organizzati dalle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali e regionali. Lo scopo di questi eventi e celebrazioni è dimostrare la nostra determinazione a difendere i risultati della seconda guerra mondiale, proteggere l’uguaglianza e la giustizia internazionale, e ricordare ai contemporanei che è necessario preservare e custodire la pace ottenuta da tutta l’umanità a un prezzo altissimo.
Le dure lezioni della seconda guerra mondiale dicono ai popoli che la coesistenza dell’umanità non è soggetta alle leggi della giungla; che la politica mondiale è diametralmente in contraddizione con la politica da potenza belligerante ed egemonica; e che la via dello sviluppo umano non si fonda sul principio del “chi vince prende tutto” o dei giochi a somma zero. Pace – sì, guerra – no; cooperazione – sì, confronto – no; i vantaggi reciproci sono onorevoli, mentre i risultati a somma zero no. Questo è ciò che costituisce il nucleo immutabile e l’essenza di pace, progresso e sviluppo della società umana.
Oggi, l’uomo ha opportunità senza precedenti di realizzare questo nostro obiettivo: pace, sviluppo e creazione di un sistema di relazioni internazionali sempre più fortemente basato su spirito di cooperazione e vantaggi reciproci. “L’unità fa la forza, mentre l’autoisolamento è debolezza” cooperazione e principio del vantaggio reciproco dovrebbero essere adottati quali fondamenti da tutti i Paesi negli affari internazionali. Dobbiamo unire i nostri interessi con gli interessi comuni di tutti i Paesi, trovare e ampliare i punti di comune interesse delle varie parti, sviluppare e creare una nuova concezione di vantaggio multilaterale, essere sempre pronti ad aiutarci nei momenti difficili, partecipare insieme a diritti, interessi e responsabilità, e collaborare per risolvere i crescenti problemi globali come cambiamento climatico, sicurezza energetica, sicurezza informatica, disastri nazionali e così via. In breve, siamo sulla stessa barca del nostro pianeta Terra, la patria di tutta l’umanità.
Il popolo cinese e il popolo russo sono dei grandi popoli. Negli anni di dolore e miseria, il nostro cameratismo indistruttibile è stato cementato con il sangue. Oggi i popoli di Cina e Russia s’impegneranno assieme a difendere la pace, promuovere lo sviluppo e dare un contributo duraturo a pace mondiale e progresso umano.

xi-jinping-putin-r_3298332kTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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