Il Grande gioco nel Baltico

Chroniques du Grand Jeu, 1 aprile 2018Nella grande lotta tra sistema imperiale e Russia, tutti ora rispondono rapidamente, senza vacillare, senza ritirarsi. L’ultimo episodio, con pochissimi commenti al momento, si svolge nel Baltico, uno dei punti caldi del Grande Gioco, dove si scontrano la volontà dell’Heartland eurasiatico di aprire le porte al mondo oceanico e, al contrario, il tentativo statunitense di accerchiare e contenere l’Eurasia. Diverse provocazioni, intimidazioni, intercettazioni aeree, spettacolari sorvoli, manovre navali congiunte sino-russe… il Baltico ha già avuto la sua parte di eventi negli ultimi anni. Ma una notizia è appena esplosa, le esercitazioni russe con tiro missilistico dal 6 all’8 aprile nelle acque internazionali vicino la Svezia. Questa è nuova. L’orso non è mai andato così lontano, o così vicino ai confini svedesi. Lo stato maggiore scandinavo s’è riunito e il traffico aereo civile dovrà cambiare in quei due giorni…
Reagendo al pseudo-affare Skrypal, nuova pietra miliare nella Guerra Fredda 2.0, Putin contrattacca scacciando lo stesso numero di diplomatici occidentali delle controparti russe espulse. Ora raddoppia organizzando queste manovre navali il più vicino possibile alla Natolandia. Ciò contribuisce indubbiamente al rigetto categorico di Mosca di cedere di una virgola con l’impero. Questo ovviamente iniziò con la presentazione del mese scorso, da parte di Vladimirovich, delle “armi invincibili” che distruggono lo scudo antimissile statunitense e il discorso storico che l’accompagnava; il Pentagono è agitato (“Siamo senza difesa dalle armi ipersoniche russe e cinesi“). Che il nome più votato dall’opinione pubblica russa per battezzare questi missili, Bye bye America, non venisse adottato, non cambia il caso…
Allo stesso modo, il notevole veto del Cremlino posto alla risoluzione inglese che condannava l’Iran per un presunto coinvolgimento nello Yemen. Per la prima volta, la Russia silurava un tentativo dell’impero in un conflitto in cui non è coinvolta. Ricordiamo che Mosca, nonostante l’opposizione, non pose il veto nel 2008 (ammissione del Kosovo alle Nazioni Unite), né nel 2011 (massiccio intervento in Libia). Il significato è duplice e comporta cambiamenti significativi nelle future relazioni internazionali:
D’ora in poi la Russia si opporrà, in linea di principio, ai tentativi egemonici statunitensi, ovunque.
Mosca è pronta ad ancorarsi diplomaticamente e ufficialmente per proteggere i suoi alleati.
L’altra grande lezione della fiammata nel Baltico è evidentemente legata al gas, supportando lo psicodramma di Salisbury ma probabilmente senza avere gli effetti desiderati: “Le euronullità hanno, mano sulla patta, parlato come un sol uomo “condannando” Mosca, ma erano attente a non discutere del gas e ad evocare la minima sanzione. E per una buona ragione: le scorte europee di oro blu sono vuote! Frau Milka potrebbe lanciare l’idea di “ridurre la dipendenza dal gas russo” progettando un terminale GNL, ma senza ripensare ad accettare Nord Stream II, con dispiacere dei media di regime. Il commercio russo-tedesco è in buona forma nonostante le sanzioni e sarebbe suicida per Berlino rinunciare a diventare il fulcro gasifero dell’Europa”. A nessuno sfuggirà che l’annuncio russo delle imminenti esercitazioni navali arriva subito dopo il via libero tedesco al Nord Stream II e che sono pianificate precisamente sulla rotta del futuro gasdotto. Perché allora Putin vuole questi fuochi d’artificio missilistici proprio nel punto in cui passerà il tubo? Sarebbe un avvertimento alla… Danimarca. Il placido Paese scandinavo affronta uno greve dilemma, la “decisione più importante in politica estera dalla Seconda guerra mondiale“: consentire il passaggio del Nord Stream II sulle proprie acque territoriali. Il progetto necessita anche nei prossimi mesi delle autorizzazioni di Russia (fatta in anticipo), Finlandia e Svezia. Ma riguardo questi ultimi due, si tratta solo della loro zona economica esclusiva governata dal diritto internazionale del mare su cui i governi svedese (molto russofobo) e finlandese (meno russofobo) hanno comunque poco da fare. Solo la Danimarca è preoccupata della propria sovranità, e gli sarebbe andata bene. Gli emissari statunitensi e di Bruxelles sollecitano il governo ad impedire il passaggio del Nord Stream II nei 139 km di acque territoriali, mentre Mosca e Berlino l’incoraggiano ad accettare. Copenhagen può andare contro il suo principale partner (Germania) e la principale potenza militare europea (Russia), che ha appena provato alcuni missili nelle vicinanze? Il sistema imperiale riuscirà a silurare il gasdotto, come nel caso del South Stream? Le Forze Armate russe esercitano la tattica della pressione e, in caso affermativo, funzionerà o sarà un’arma a doppio taglio che si rivolterà contro il promotore? Lo sapremo nel prossimo episodio…Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ungheria: i falsi amici di Viktor Orbán

Modeste Schwartz, Visegrad Post 20/03/2018In connessione col piccolo “terremoto” del 25 febbraio, in un recente editoriale ho affermato che i problemi di “comunicazione” (attualmente oggetto di accesi dibattiti nel FIDESZ e tra i suoi sostenitori) rivelano le realtà sociologiche sottostanti più difficile per i partecipanti identificare e nominano, in particolare “il fatto che FIDESZ, dopo 8 anni di politica esemplare ed efficace al servizio della classe media ungherese (praticamente l’unica in Europa a non essere stata sacrificata dal potere dominante), è sempre più preso tra due categorie strutturalmente ostili: una vecchia e una nuova: il lumpenproletariato per il quale è vero che non ha fatto molto e una “classe creativa” per la quale ha fatto di tutto, ed è ancora probabile lo tradisca”. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea rivedere questa domanda scavando un po’ più a fondo coll’analisi. Iniziamo presentando le due “classi ribelli” che potrebbero, se non l’8 aprile, almeno nel prossimo futuro, indebolire la costruzione apparentemente incrollabile dell’Ungheria di FIDESZ.
La più nota delle due classi, e la più spesso demonizzata da certi media filo-FIDESZ, è la sottoclasse, la cui esistenza massiccia indica il fallimento principale dell’esperimento del FIDESZ: aver fallito nel strappare l’Ungheria dalla morsa del colonialismo economico tedesco, che chiede a una società ungherese impoverita di perpetuare i margini di competitività con cui uccide le economie dell’Europa meridionale. Tale critica ai vertici del FIDESZ è estremamente rara in Ungheria, dove anche chi a sinistra mantiene una parvenza di decenza intellettuale (come il filosofo Gáspár Miklós Tamás) ha la tendenza ricorrente a non saper valutare, ignorando del tutto la geopolitica e non andando mai oltre la critica dei risultati, chiedendo politiche di assistenza sociale che nessuno mai specifico come possano o debbano essere finanziate. Ovviamente, in un Paese dal carico fiscale basso (rispetto a Francia o Scandinavia), e bassa tassazione parzialmente giustificata dalle esigenze dello sviluppo del paese, il FIDESZ non può continuare ad investire pesantemente nelle infrastrutture, mantenere un’ambiziosa politica di sostegno familiare (mutatis mutandis, probabilmente la più ambiziosa in Europa) e soddisfare i tani bisogni di un lumpen-proletariato massiccio e improduttivo. Ma tutti evitano accuratamente di chiedere perché tale sottoproletariato sia così improduttivo. Questo, tuttavia, non è un mistero: sottopagato nell’indotto industriale tedesco, il lavoratore ungherese attivo non può consumare abbastanza per generare sufficienti posti di lavoro secondari; la ristrutturazione del suo bagno sarà fatta “in nero” da lavoratori precari, attori dell’economia informale. Non solo tale precariato, che vive in villaggi e baraccopoli dove nessun migrante ha mai vagato, si preoccupa poco della minaccia d’invasione dei migranti (minaccia autentica, però, nel prossimo futuro), ma soprattutto, la debolezza economica spesso lo rende incapace di godere dei reali benefici delle politiche populiste del FIDESZ: senza auto, difficilmente si gode le scintillanti nuove autostrade che Orbán ha ampliato nel Paese, od usufruisce dei mutui per la casa garantiti dallo Stato, offerti dal FIDESZ alle famiglie, purchè siano ammissibili ai prestiti bancari. Per costoro gli unici effetti tangibili della “rivoluzione nazionale” del 2010 sono state le tasse sui salari minimi e la tassa unica sul reddito (due mutandoni neo-liberali che ingombrano il bagaglio del FIDESZ dalla fase reaganiana degli anni ’90, anche se la loro inefficienza economica è dimostrata da tempo). Il che significa che, invece di prendersela col lumpenproletariato, la destra ungherese farebbe meglio a stupirsi e congratularsi per la pazienza molto patriottica con cui aspetta il turno al tornello della “Nuova Ungheria”, perché parte di questa classe (come hanno notato recentemente con ammirazione i giornalisti comunisti) continua a sostenere il governo Orbán col voto o l’astensione, un processo facilitato, ovviamente, dalla quasi-inesistenza di una sinistra socialista in Ungheria (il MSZP è “socialista” solo di nome). La domanda è: quanto può durare questa pazienza?
L’altro gruppo sociale, sul quale sentiamo meno commenti e in particolare, commenti meno vistosi, merita, a mio avviso, un esame più rigoroso e un giudizio più severo. Si tratta di un nuovo strato sociale di giovani provinciali (quindi in genere figli di elettori del FIDESZ) trasferitisi a Budapest e la cui ascesa sociale lo si deve al FIDESZ e alla sua politica di sostegno alla classe media, ma che sono comunque pronti a sparargli alle spalle per ragioni “culturali”. Questo gruppo, a metà strada tra bobo francese e “classe creativa” moscovita, è il grosso di movimenti come LMP o Momentum (vedi la mia precedente analisi). È sociologicamente caratterizzata da un’elevata mobilità internazionale (che consenta ai suoi membri di fuggire dal Paese una volta che il capriccio elettorale l’ha rigettato nelle maglie del FMI) e dal pesante consumo culturale, il che lo rende altamente permeabile ai messaggi ideologici sulla scena culturale di Budapest (al 90% formata dalla sinistra postmoderna anti-FIDESZ). Attraverso tale cumulo di ostilità dai propri figli, FIDESZ effettivamente sconta la codardia che da tempo caratterizza i suoi rapporti col mondo della cultura: un mondo (come altrove in Europa) che sopravvive principalmente coi sussidi statali, e il cui maggior piacere è denigrare lo Stato, i suoi rappresentanti (“politici corrotti”) e la loro base elettorale (gli “stupidi zoticoni” dell’Ungheria provinciale che vota FIDESZ). Questo curioso masochismo dell’apparato statale nei rapporti con la quinta colonna culturale di Bruxelles può essere spiegato dalla sociologia (urbana e borghese) dei dirigenti del FIDESZ, il cui disprezzo di classe, come ho già sottolineato, sfugge grazie al genio politico di V. Orbán. È interessante notare che le lamentele sull’eccessiva semplificazione dei messaggi (specialmente anti-migrazione) nella campagna del FIDESZ provengono solitamente da membri di tale gruppo che, a mio avviso, non è il gruppo preso di mira da tali campagne (mi sorprenderebbe se Árpád Habony abbia molte illusioni sul potenziale elettorale del FIDESZ in questo settore della società). Di conseguenza, ci si potrebbe chiedere in quale misura abbia senso tenere conto di tali critiche, che in genere sono piuttosto un pretesto per la vera ragione del voto anti-FIDESZ: menzionare i poster giganti su Soros e migranti, come “strumenti” di indottrinamento”, è un alibi facile, compatibile con l’ideologia anti-totalitaria (in realtà: anti-popolare) della nuova sinistra ungherese (ma anche del FIDESZ degli anni ’90); senza dubbio le persone citate sono in gran parte sincere e credono (come spesso accade) ai propri alibi. Ma la vera causa profonda della loro “dissidenza” è la necessità per la gioventù in ascesa di adattarsi alla cultura delle vecchie élites urbane di Budapest (quasi completamente anti-FIDESZ da sempre), e alla freddezza della cultura globale occidentale apparentemente apolitica, ma in realtà appesantita dai gadget del globalismo sinistro, dalla moda hipster alla metrosessualizzazione della vita sociale al no-borderismo sottomesso di tali giovani cosmopoliti, ai quali FIDESZ ha anche la generosità suicida di offrire borse di studio “all’estero” (che significa: in occidente).
Se FIDESZ vuole sopravvivere, non solo alle elezioni dell’8 aprile ma, in particolare, a quelle del 2022, cioè compensare le perdite elettorali inevitabilmente causate dall’erosione del potere, è giunto il momento di mapparne la crescita potenziale senza idee preconcette. Sul versante della “classe creativa”, questo potenziale è zero: non solo perché l’Ungheria gli ha già dato tutto, ma anche e soprattutto perché, ritardati a modo loro, questi “scenari di Budapest” nel 2018 considerano ancora il tipo occidentale di pseudo-alternanza quale modello di ogni democrazia. Sarebbe inutile che FIDESZ legalizzi il matrimonio omosessuale, rimuova Dio dalla costituzione o abbatta la recinzione installata sul confine serbo: vorrebbe comunque che Orbán se ne vada. Il margine di crescita si trova quindi nella sottoclasse che il FIDESZ, prigioniero della retorica anticomunista da trent’anni, continua ad ignorare largamente, considerandola una riserva del MSZP, anche se la sua attuale maggioranza di due terzi, matematicamente (con Jobbik al secondo posto), non ci sarebbe mai stata senza le numerose defezioni dalla “sinistra” (più esattamente: dal MSZP, che ha tradito la base proletaria, come il PS francese, il PASOK greco, ecc.). Da questo punto di vista, per riassumere la situazione con un certo cinismo, è una asituazione: se FIDESZ vuole continuare a ignorare più o meno questa classe, per rimanere al potere deve imperativamente renderla (demograficamente, elettoralmente) trascurabile, cioè cercare di estrarre da esso milioni di cittadini con la mobilità in ascesa, cioè con l’accesso a posti di lavoro retribuiti. Se non può, allora deve smettere di trascurarla. Va da sé che il FIDESZ, nella sua fobia di destra per l’assistenza pubblica, troverebbe la prima soluzione più logica, ma la sua attuazione affronterebbe una forte inerzia culturale (debolezza dei riflessi imprenditoriali) e varie barriere strutturali, la maggior parte delle quali collegate all’adesione all’UE, che l’Ungheria attualmente non prevede di lasciare, sperando invece di diventare il centro dell’enclave di Visegrad (estendendo il V4 ai Balcani) con una certa sovranità di fatto. Un vicolo cieco? Non necessariamente. Se l’Ungheria non ha né il desiderio né i mezzi per intraprendere politiche di welfare di tipo occidentale, può ancora esplorare modi alternativi. Essendo esportatore agricolo netto che rifiuta gli OGM, l’Ungheria, ripristinando (attraverso la distribuzione di terreni non alienabili, aiuti agli insediamenti, ecc.) i ricchi piccoli contadini che ha perso al momento della meccanizzazione, potrebbe diventare campione regionale del cibo di qualità, mentre consente a molti cittadini uno standard di vita (e anche di più: una qualità della vita) che sarebbe considerato invidiabile nella regione. In ogni caso, la disoccupazione è in calo, e continuerà a farlo se non altro per ragioni demografiche: anche se la politica familiare del FIDESZ mettesse fine al femminismo ungherese, ci vorrebbero due decenni per avere un impatto significativo sul mercato del lavoro; nel frattempo, la percentuale dei lavoratori nella popolazione totale può solo diminuire. Di conseguenza, il problema dell’occupazione è destinato a rimanere in secondo piano, lasciando i riflettori sul problema dei salari, e qui non va dimenticato che in Ungheria, come nell’Europa post-comunista, il rapporto busta paga/profitto aziendale è molto più favorevole al capitale che non in Europa occidentale. In altre parole: la necessità di recuperare le infrastrutture dopo il decadimento economico degli anni ’80 e la deindustrializzazione degli anni ’90 non può essere evocate per sempre, ora che lo stato delle attrezzature del Paese e delle sue aziende è diventato paragonabile a quello di certi Paesi dell’Europa meridionale . La leggendaria “transizione” dovrà finire prima o poi. E i capi ungheresi dovranno quindi imparare che i dipendenti vanno pagati. Il FIDESZ è oggi quasi esattamente nella situazione del gollismo in Francia alla fine degli anni ’60: patriottico, popolare, consapevole di essere preso di mira dalla destabilizzazione organizzata dall’estero, ma troppo fiducioso verso la propria base borghese (una parte della quale è in attesa della prima occasione per tradirla) ed incapace di una congiunzione sociale e nazionale, anche se lo stato di abbandono della sinistra ungherese sembra richiedere l’adozione di una mossa del genere (un’opportunità che Charles de Gaulle, in contrasto con l’ancora potente PCF degli anni ’60, non ebbe mai). Perfettamente realizzabile e presente sin dall’inizio nei programmi, le idee di solidarietà nazionale e aiuto reciproco cristiano sono lente a prendere forma nell’azione del governo. Nel frattempo, i discendenti degli artefici del maggio 68 (e persino alcuni dinosauri che non hanno mai smesso di fare del male da allora, come Daniel Cohn-Bendit) spargono i semi di un movimento analogo nella gioventù ungherese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Orbán: “dobbiamo combattere contro una rete internazionale organizzata”

Visegrad PostIn occasione della Giornata Nazionale e tre settimane prima delle elezioni, Viktor Orbán dimostrava la propria popolarità e determinazione a lottare contro “una rete internazionale organizzata”. Il 15 marzo, l’Ungheria celebra la rivoluzione per l’indipendenza del 1848-1849. Questo è un giorno eminentemente politico per gli ungheresi, e tradizionalmente ogni partito organizza un evento coi propri sostenitori. I vari partiti di opposizione hanno raccolto circa un migliaio di partecipanti. Ma l’evento del giorno era innegabilmente la “marcia della pace”. Il Fidesz, partito di Viktor Orbán, organizzò tra il 2012 e il 2014 queste “marce della pace” per dimostrare la propria popolarità ed ineguagliata capacità di radunare le folle. La prima marcia mirava a dimostrare all’Unione europea il sostegno che Viktor Orbán gode in Ungheria, mentre negoziava sulla nuova costituzione. Ma dal 2014 non fu organizzata alcuna marcia per la pace. E quest’anno è stato un record: circa 500000 persone, nonostante la pioggia, hanno marciato a Budapest per esprimere il sostegno a Viktor Orbán. La vera dimostrazione di forza per indecisi, opposizione ed estero, la marcia dei sostenitori di Viktor Orbán riunitisi al richiamo del polemista e presentatore televisivo Zsolt Bayer, si concluse presso il parlamento dove il Primo Ministro ungherese tenne il suo discorso, il 15 marzo. Prima dell’inizio della marcia, Zsolt Bayer, personaggio storico di Fidesz e della televisione ungherese, affermò che i partecipanti sono coloro che sanno ancora cosa significa “Dio, Nazione e Patria, chi sa cos’è la famiglia e cosa i bambini rappresentano, e riconosce i due generi, donna e uomo“.
Ecco i punti salienti del discorso di Viktor Orbán del 15 marzo 2018:
All’apertura del discorso, Viktor Orbán salutava i partecipanti, in particolare le centinaia di polacchi presenti, ricordando i forti e antichi legami che uniscono Polonia e Ungheria. Per il Primo Ministro ungherese, la forza di ogni Paese è una garanzia per l’altra. E in questo senso, “la marcia della pace di quest’anno non è stata solo una questione nazionale, è stata anche un sostegno alla Polonia”. “Nelle prossime elezioni che si terranno tra tre settimane, non si tratta di votare per i prossimi quattro anni […] il problema è il futuro del Paese“. Per Viktor Orbán, i suoi sostenitori sono gli eredi dei combattenti per la libertà del 1848-49. Ricordando che per trent’anni i suoi sostenitori, unitisi dietro di lui, hanno combattuto numerose e importanti lotte, Viktor Orbán annunciava che “la battaglia principale deve ancora venire“, perché “alcuni vogliono toglierci il nostro Paese“. “Vogliono che nel giro di pochi decenni, di nostra spontanea volontà, abbandoniamo il nostro Paese ad altri, estranei di altre parti del mondo che non parlano la nostra lingua, non rispettano la nostra cultura, le nostre leggi e i nostri modi di vita. Chi vuole sostituire il nostro popolo col proprio. Vogliono in futuro che non siano noi e i nostri discendenti a vivere qui, ma altri. E non c’è esagerazione nelle mie parole“, aveva detto il Primo Ministro ungherese, spiegando la situazione nell’Europa occidentale e presentandola come controesempio. “Chi non ferma l’immigrazione ai propri confini sparirà“. Secondo Viktor Orbán, “alcune forze esterne e potenze internazionali cercano d’imporci questo“. E le elezioni dell’8 aprile sono a suo parere una buona opportunità per queste forze di far valere i loro obiettivi. “Quindi non vogliamo solo vincere un’elezione, ma il nostro futuro“. “L’Europa, e al suo interno, l’Ungheria, è arrivata a un punto critico: mai le forze patriottiche e internazionaliste si sono contrapposte così“. Per l’uomo forte di Budapest, l’opposizione è tra i milioni di patrioti e democratici e le élite globaliste antidemocratiche. “Dobbiamo confrontarci col passaggio di persone che minaccia il nostro modo di vivere. (…) Non sono i piccoli deboli partiti di opposizione che dobbiamo combattere, ma una rete internazionale organizzata come un vero impero. Media supportati da consorzi stranieri e oligarchi locali, attivisti ed agitatori pagati, ONG finanziate da speculatori internazionali, ciò che George Soros rappresenta e incarna. È questo mondo che dobbiamo combattere per preservare il nostro“.
Con retorica marziale, Viktor Orbán considerava l’opposizione nell’insieme un obiettivo alleato di George Soros e dei suoi interessi. “L’Europa è invasa. Se non facciamo nulla, decine e decine di milioni di persone da Africa e Medio Oriente verranno in Europa“. Rifiutando la passività dell’Europa occidentale, Viktor Orbán l’avvertiva contro la futura demografia africana. “Bruxelles non difende l’Europa“, aveva detto insistendo sulla disponibilità di Bruxelles a sostenere tale immigrazione. “Dopo le elezioni, cercheremo un risarcimento. Moralmente, politicamente e legalmente“. Per l’opposizione, questa frase sembrava una minaccia. “Come i nostri antenati hanno giustamente detto, un popolo codardo non ha nazione. […] Abbiamo sempre combattuto e alla fine abbiamo sempre vinto. Abbiamo rimandato a casa il Sultano e i suoi giannizzeri, abbiamo espulso l’imperatore asburgico e i suoi soldati, i sovietici e i loro compagni, e ora stiamo per espellere George Soros e le sue reti. Gli chiediamo di tornarsene negli USA e badare a loro!” Tornando al tema dell’immigrazione, Viktor Orbán spiegava che basta un solo errore: “se la diga crolla e l’acqua scorre“, diceva, “la conquista culturale diverrà irreversibile“. In conclusione, il Primo Ministro ungherese rivolse un appello ai giovani sull’importanza di avere una patria. “Caro giovane ungherese, la Patria ha bisogno di te, vieni ed unisciti a noi nella nostra lotta in modo che quando avrai bisogno della patria ne avrai ancora una“.
Il discorso si concluse con la recitazione, non il canto, dell’inno nazionale, una preghiera, e l’invito a combattere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Autodistruzione dell’Unione europea

Robin Mathews AHTribune 13 marzo 2018Non avverrà rapidamente… e il collasso non sarà con un lampo accecante. Ma la crescente insoddisfazione tra le popolazioni europee crescerà. Travisata da personaggi come Mario Draghi, capo della Banca centrale europea ed ex-dipendente di Goldman Sachs, e Jean-Claude Junker, presidente della Commissione europea, così come da quasi tutti i media… l’insoddisfazione crescerà… aumenterà e rafforzerà il collasso…. L’Unione europea è nata con una menzogna e, a causa dei mali subiti dai cittadini europei, non potrà continuare. Vestita dalla Grande Idea sulla liberazione dalle guerre in un continente ricco di lingue, culture e confini nazionali, l’esperimento è di fatto immerso nell’avidità dei banchieri internazionali, dell’imperialismo USA, delle competizioni locali europee e da un seguito decadente ed inflessibile di aziende private così “progressiste” che tornerebbero agli schiavi se solo potessero imporlo… Il Parlamento europeo è in sostanza una finzione vacua. Il potere europeo si trova a Washington, Berlino, nella NATO, nella Commissione europea di nominati e in varie organizzazioni europee, aziende e capitalisti. Alcuna di tali forze è “illuminata”. Neanche nell’assente stampa europea, per lo più di loro proprietà.

Come è successo?
La storia della formazione dell’Unione europea è più lunga di quanto si pensi. Dopo la Prima guerra mondiale un piccolo gruppo di pensatori e politici presentò l’idea dell’Europa Unita. Erano una piccola minoranza, ma fecero ciò che potevano per mantenere viva l’idea: incontrare, pubblicare, fare campagne. Una voce significativa dell’epoca, Aristide Briand, undici volte primo ministro della Francia, propose (senza successo) l’unione economica dell’Europa nel 1929, sperando di evitare ciò che accadde dopo la morte nel 1932. E così arrivò Adolf Hitler e nel 1939 Blitzkrieg e unificazione militare dell’Europa. Alcuni vecchi fautori dell’unità pensavano che l’Europa di Hitler potesse divenire un’unione democratica. Furono accusati di “collaborazionismo” con la brutalità nazista… e perseguitati per le loro ingenue speranze. E poi l’Europa fu liberata dal flagello nazista. Ancora più intensamente emerse il grido che qualcosa andava fatto per porre fine alla brutalità delle guerre europee. Il grido di “Europa Unità” si sollevò di nuovo. Dall’altra parte dell’Atlantico durante la Seconda guerra mondiale (1944) numerose nazioni (44) s’incontrarono a Bretton Woods, nel New Hampshire, negli Stati Uniti, per elaborare nuove forme di commercio, finanza internazionale, giustizia, lavoro… (La creazione della forza militare a guida statunitense NATO, e l’esclusione della Russia vennero poco dopo). Tutta l’Europa (eccetto la Germania), Stati Uniti e Regno Unito (negli incontri del 1944) si misero al lavoro per attuare un futuro planetario, un futuro difatti forgiato e controllato dagli Stati Uniti. Ne seguì la famosa diatriba tra l’inglese John Maynard Keynes e il rappresentante statunitense Harry Dexter White che, solo per via del puro potere post-bellico degli Stati Uniti incolumi, vinse creando il sistema finanziario e commerciale globale dominato dagli Stati Uniti… con infinite implicazioni per l'”Unione Europea”. Quando la guerra del 1939-1945 terminò, gli Stati Uniti scoprirono che il Piano Marshall (per salvare l’Europa) presentava possibilità illimitate di profitto (e controllo). E tali idee indicarono agli Stati Uniti creazione (e controllo) della NATO e i principali passi nella costruzione dell’Unione europea, un’entità che ora è così (inutilmente) complicata che il Parlamento europeo è un fatuo club per dibattiti. Non senza avere importanza centrale (ma raramente menzionata), la burocrazia dell’UE propose e scrisse la Costituzione d’Europa. Tre lunghi volumi (forse la Costituzione più lunga mai scritta, del 2004-5), che i suoi autori non erano ansiosi che gli europei studiassero. I governi al potere iniziarono ad attuarli. Ma alcuni di essi, come Francia e Paesi Bassi, richiesero il referendum popolare per approvarla. Gli attivisti francesi ne ebbero delle copie, le lessero… e passarono all’offensiva rivelandone il contenuto e bloccando il passaggio del documento “illiberale”. Il risultato nel 2005 fu che Francia e Paesi Bassi rifiutarono la cosiddetta Costituzione. Era morta e sepolta. Non andava rifiutata dai cittadini europei, e la burocrazia dell’UE creò il trattato (la struttura dei trattati che vincola i Paesi europei è ora chiamata “Costituzione nascente dell’UE”), presentato a Lisbona nel 2007, dove fu approvato dai governi; e il Trattato di Lisbona (contenente parte della Costituzione respinta) entrò in vigore nel 2009.
Arrivando ad oggi, ci troviamo di fronte al gioco di prestigio della Francia passata all’improvviso al nuovo partito “En Marche” con Emmanuel Macron suo presidente. Mentre il partito socialista crollava per tradimento… seguendo i dettami della Commissione europea reazionaria, i capitalisti francesi si affrettavano a salutare il salvatore dagli occhi blu (“Emmanuel” significa “Dio è con noi”). Evitando gli attacchi diretti ai lavoratori che caratterizzarono il governo di Francois Hollande, Macron è per il momento saldamente in carica. L’avversaria Marine Le Pen, misinterpretata dai commentatori (in parte perché mette seriamente in dubbio la struttura dell’UE), lotta per mantenere la presenza, avendo dato dimostrazione credibile nelle elezioni che hanno messo Macron al potere. Le sconvolgenti elezioni in Italia hanno messo in rotta il cosiddetto partito di centro-sinistra di Matteo Renzi (un duplicato del governo “socialista” di Francois Hollande). In entrambi i casi i governi erano anti-operai, repressivi verso la gente comune, inutili sulla disoccupazione e di fatto nelle mani della Commissione europea di Jean-Claude Junker (e attraverso essa dell’Europa delle aziende con le sue connessioni statunitensi). Le elezioni italiane, che hanno dato ai Cinque Stelle (mettendo radicalmente in discussione le politiche dell’UE) la maggioranza dei voti… e incrementato il potere degli elementi di destra, hanno creato un disordine perfettamente comprensibile. Il fallimento dei partiti di “governo” (accettati dai media) nel mantenere le posizioni ha provocato le urla sull’ascesa al potere dei partiti “di estrema destra”, “populisti”; ciò significa nient’altro che il legittimo voto di protesta ha funzionato. (Dopotutto, i partiti populisti sono sostenuti dalla popolazione piuttosto che dalle aziende e dai contribuenti più ricchi!). E quando governi reazionari come i governi “di sinistra” di Francia e Italia incontrano un’opposizione, come chiamarla? La stampa fallita europea sceglie di chiamarla “estrema destra”!
Nel mondo occidentale (ad eccezione della Gran Bretagna) i cosiddetti partiti “di sinistra” non controllano più la società, Canada escluso. In Italia (e in Europa) genitori colpiti, giovani disoccupati e lavoratori sempre più insultati cercano una soluzione al governo dell’Unione europea centrato sulle azeinde. Se si vuole pensare al fallimento gigantesco dell’Unione europea, basta guardare la Grecia. Maledetta da una corruzione non maggiore di quella degli Stati Uniti, assistette alla falsificazione dell’economia equilibrata ad opera di Goldman Sachs di New York, rimanendo col disperato bisogno di aiuto comunitario per ricostruire economia e legittimità politica; la Grecia è stata fatta a pezzi, dissanguata, disonorata, divorata e svenduta da una “troika” senza coscienza di nominati dell’UE agli avvoltoi europei e stranieri, affinché i sei milioni di cittadini più utili della popolazione greca lascino il Paese. (C”è davvero il coraggio di parlare di Comunità europea?)
L’Italia è il terzo maggior membro della “Comunità europea”. La lotta nei prossimi mesi per formare un governo degli italiani (invece che di altri nel mondo dalla ricchezza putrida e dagli intenti criminali) testerà l’unità dell’Unione europea e ne cambierà radicalmente la struttura di potere… o annuncerà la morte di tale incubo del tutto tragicamente sbagliato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio