Perché la sinistra occidentale non va da nessuna parte?

Pavel Volkov, VZ, 25 maggioHistoire et SocietéLa crisi mondiale economica, ideologica, spirituale, esistenziale, a cui la politica liberale non offre una via d’uscita, evidenzia altre forze che hanno proprie soluzioni. Nomi come Donald Trump, Viktor Orban, Marine Le Pen, Nigel Farage appaiono permanentemente nei quotidiani di tutto il mondo. Sono criticati, odiati, ammirati, adorati o ignorati, a seconda della scelta di ciascuno. Questi politici sono etichettati populisti o patrioti nazionalisti, tradizionalisti, qualsiasi cosa. Ma la chiave è che ci sono e hanno un’esistenza indipendente. Cosa accade dall’altra parte? Perché la sinistra moderna, a differenza dei predecessori classici della prima metà del ventesimo secolo, è così passiva, non produce più grandi leader dai programmi rivoluzionari in ogni senso? Dove sono? In realtà, v’è una certa ripresa della sinistra, ma i capi sembrano non rappresentare un’alternativa ai centristi, né hanno la qualità per affrontare i populisti di destra. Chi oggi incarna la sinistra nei principali Paesi occidentali? Non abbiamo intenzione di riprendere la ridicola affermazione che Barack Obama lo fosse, tuttavia, il senatore Bernie Sanders del Partito Democratico negli Stati Uniti ha una solida reputazione di socialista. Non sostiene la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma la proprietà privata collettiva sotto forma di cooperative, per dare agli statunitensi una specie di “socialismo svedese”, uno Stato sociale in cui i lavoratori rinunciano alla lotta di classe in cambio di garanzie sociali. Non specifica da dove prenderebbe i fondi per questa compensazione sociale. Sanders ritiene che il capitalismo non vada superato dalla rivoluzione, ma da riforma e cambiamento. Tuttavia, la destra socialdemocratica non dice il motivo per cui i capitalisti accetterebbero volontariamente i cambiamenti sociali proposti dalle classi lavoratrici. E, naturalmente, nella retorica di Sanders un posto importante è dedicato alla comunità LGBT e alla depenalizzazione della marijuana.
Jean-Luc Mélenchon, politico “verde di sinistra” (come si definisce), ha cercato di opporsi a Macron e Le Pen nelle elezioni in Francia, fu in gioventù trotzkista per poi passare a democrazia sociale ed ecologia. Inoltre, Mélenchon, continuando la tradizione della Scuola di Francoforte, alla base del maggio ’68 a Parigi, la prima rivoluzione colorata del mondo, invita i sostenitori alla “rivoluzione dei cittadini”, una locomotiva inesistente, come lo era nel classico marxismo-leninismo la classe operaia, ma un’astrazione sui “cittadini preoccupati per il loro Paese”. Anche a prescindere dal contenuto ideologico di tali teorie, è impossibile non prestare attenzione al loro eclettismo ed inconsistenza. Per supportare qualcosa, è necessario prima capire che cos’è quel qualcosa. A giudicare dal primo turno delle elezioni, i francesi non hanno capito esattamente ciò che gli si propone. Forse, la stella più luminosa della sinistra occidentale è il leader del partito laburista inglese Jeremy Corbin. Un antifascista che chiese di processare Pinochet, un avversario della NATO e un sostenitore dell’Irlanda unita, ammirava Hugo Chavez e altri eroi del pantheon socialista. Ma qui sta il punto. Corbin aderisce anche ad Amnesty International, organizzazione fondata dal partito laburista inglese particolarmente impegnata contro l’Unione Sovietica. Non meno strano per un politico è la simpatia per il gruppo nazionalista radicale dello Sri Lanka delle “Tigri Tamil”, che l’UE considera giustamente terroristico.Non è uno strano dualismo? Come tutto questo può reggere?
Un esempio eclatante della crisi delle idee di sinistra è il Partito comunista di Gran Bretagna, partito marxista classico che per la prima volta dal 1920 rinunciava all’autonomia politica sostenendo alle elezioni locali del 4 maggio 2017 il candidato laburista Jeremy Corbyn. Come non ricordare il personaggio dei “Demoni” Pjotr Verkhovenskij che tre volte in un breve capitolo ripete a Stavrogin: “Sono un truffatore, non un socialista!” Tale truffa, per cui per ovvie ragioni la gente non impazzisce, è il “socialismo democratico” o l’eurocomunismo, un’arma usata dai laburisti per migliorare la vita della classe operaia del proprio Paese saccheggiando il Terzo Mondo e lo spazio post-sovietico. Tale soluzione socio-economica fu chiamata “terza via”. Per comprendere i processi attuali, si risalga alla comparsa del partito laburista. All’origine erano membri della Fabian Society fondata nel 1884, un anno dopo la morte di Karl Marx, da intellettuali sostenuti dalla borghesia inglese che, dopo aver studiato le opere di Marx, decise che era meglio limitare gli appetiti piuttosto che perdere il potere con una rivoluzione socialista. La loro idea di base era utilizzare i programmi del governo per trasformare in piccoli proprietari parte del proletariato e soffocare i sentimenti rivoluzionari. È interessante notare che la società fu denominata in onore del console romano Fabio Massimo Cunctator, il “Temporeggiatore”, eletto dittatore quando Annibale era vicino alla vittoria su Roma, e che riuscì a sconfiggere schivando costantemente lo scontro. In altre parole, quando la popolarità del marxismo cresceva fu creato un concetto esteriormente simile al socialismo, destinato a “salvare Roma”, ma in realtà a distruggere il socialismo. Non per nulla il primo emblema della Fabian Society era un lupo sotto la pelle di pecora, riferimento diretto al Vangelo di Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma che sotto sono lupi rapaci“. Così, la pecora belò su come migliorare la vita dei lavoratori e “costruire il socialismo in maniera evoluta, senza cambiamenti rivoluzionari“, mentre il lupo tuonò sull’economia controllata dall’élite capitalista. Tra i politici laburisti più famosi si trovano fabiani come Tony Blair, Gordon Brown e Ed Miliband. Inoltre, quando Blair fu primo ministro, nei primi anni ’90, la parola “socialismo” scomparve dai programmi elettorali del partito, cosa abbastanza logica. L’Unione Sovietica era scomparsa come la minaccia comunista, così il lupo non aveva alcun motivo per continuare a mascherarsi da pecora.
Il seme della Fabian Society non si limita al partito laburista. Il famoso drammaturgo fabiano Bernard Shaw, come Jeremy Corbin con Chavez e Amnesty International, ammirava l’Unione Sovietica (dove fece un tour), mentre era amico di Lord e Lady Astor, figure politiche di estrema destra del famoso gruppo di Cliveden. Permettetemi di ricordarvi che la famosa cricca di Cliveden era un gruppo elitario inglese favorevole all’alleanza tra Gran Bretagna e Germania nazista contro l’Unione Sovietica. Inoltre, Shaw e i Webb, fondatori della Fabian Society, e un altro amico, HG Wells, sostennero il “Programma per la prosperità della nazione” proposto dall’istigatore della guerra boera Lord Alfred Milner. Il programma doveva creare la “razza imperiale” contro il dominio di irlandesi ed ebrei. Così il colonialismo fu riconosciuto strumento per migliorare la vita dei lavoratori inglesi, senza una rivoluzione socialista. Questa idea ebbe un grande successo. Fu in quel momento che nacque il club intellettuale dei “Coefficienti“, i cui partecipanti erano all’apparenza persone ideologicamente incompatibili: il razzista Alfred Milner, i fondatori della geopolitica, sostenitori dell’idea dello spazio vitale Halford Mackinder e Karl Haushofer, i fabiani Sidney e Beatrice Webb e il socialista-pacifista Bertrand Russell. L’esempio di uno dei pulcini della nidiata di Milner fu il fondatore dell’impero dei diamanti De Beers Cecil Rhodes, permettendoci di capire cosa ci facessero nello stesso club inglese razzisti, fascisti, socialisti e imperialisti. Cecil Rhodes era convinto che la creazione dell’impero mondiale inglese “renderebbe impossibile la guerra e contribuirebbe ad attuare le migliori aspirazioni dell’umanità“. Le contraddizioni di classe nella società inglese sbiadirebbero radunando la società intorno all’appartenenza ad una razza superiore. Di conseguenza, capitalisti e proletari bianchi avrebbero regnato insieme sugli indigeni. Rhodes lanciò anche lo slogan: “L’impero è un problema di stomaco. Se si vuole evitare la guerra civile, diventate imperialisti“. Così fu proposto al lavoratore inglese, per migliorare il proprio benessere, di passare dalla lotta sociale nazionale all’espansione coloniale e allo sfruttamento delle “razze inferiori” di Asia e Africa e, come la storia ha dimostrato, fu un grande successo. Le guerre finivano e il lavoratore inglese non avrebbe più avuto un’esistenza miserabile (socialismo esclusivamente per la propria nazione, il socialismo nazionale), questi due punti spiegano l’unione dei fabiani con i razzisti di Milner.
Negli ultimi anni l’espressione paradossale “fascismo liberale” è diventata abbastanza comune. Molti ne hanno sentito parlare, ma pochi sanno chi l’ha inventata. Fu nel 1932, del fabiano Herbert G. Wells, ma per lui la frase non aveva una connotazione negativa. Rivolgendosi ad Oxford a progressisti liberali e socialisti, disse: “Voglio vedere i fascisti liberali, i nazisti illuminati“. Questa frase fu analizzata dal noto ricercatore Manuel Sarkisyants nel libro “Le radici inglesi del fascismo tedesco“: “Fu un “socialismo” come primo passo verso la delimitazione della nuova razza padrona rispetto al bestiame“. Successivamente, tale gruppo di intellettuali di sinistra e di destra, attraverso il primo ministro Lloyd George, fece approvare l’accordo di Monaco di Baviera, punto di avvio della seconda guerra mondiale. Un altro discepolo di Milner, Lord Halifax, descrisse questi accordi, “Con l’eliminazione del comunismo nel suo Paese, il Führer ha bloccato la strada verso l’Europa occidentale e, quindi, la Germania può essere considerata un baluardo dell’occidente contro il Bolscevismo“. Ma l’antifascista Churchill disse qualcosa di molto diverso: “Abbiamo subito una sconfitta completa, non è un ammorbidimento. La Gran Bretagna doveva scegliere tra la guerra e il disonore. Ha scelto il disonore e avrà la guerra“. Churchill disse qualcosa che c’interessa, sul fabiano George Bernard Shaw: “E’ sia un capitalista avido che un sincero comunista nella stessa persona… Lo troverà divertente: ha preso in giro la propria causa. Il mondo con ampia pazienza ha guardato le buffonate e le smorfie di questo incredibile camaleonte dalle due teste, e voleva essere preso sul serio“. Proprio come Petenka Verkhovenskij dei “Demoni” (“Sono un truffatore, non un socialista!”), ma non era un camaleonte con due teste, ma un lupo camuffato da pecora come raffigurato sullo stemma della Fabian Society. Per la completa comprensione di ciò che sono oggi gli eurocomunisti, bastano gli ultimi ritocchi.
Nel 1939, dopo aver salutato l’accordo di Monaco di Baviera, il membro del club razzista dei “coefficienti” di destra-sinistra, il socialista Bertrand Russell equiparò il comunismo al fascismo nella sua opera “Scilla e Cariddi, o comunismo e fascismo“. Neanche un convinto anticomunista come Churchill poteva permetterselo, ma il “socialista” Russell sì. La Fabian Society fondò la London School of Economics (LSE), cui in seguito lavorarono Karl Popper e Friedrich von Hayek, sviluppando nel contesto della guerra fredda la teoria dei “due totalitarismi” equiparando, con Russell, comunismo e fascismo. Tale teoria divenne la testa d’ariete ideologica contro l’Unione Sovietica, la prima volta nella propaganda antisovietica con i dissidenti in occidente, ed ora riciclato dai satelliti occidentali nell’Europa dell’est per presentare lamentele contro la Russia. L’idea di saccheggiare altri Paesi e risolvere i conflitti sociali in patria vendendo parte del bottino agli operai fu approvata dall’imperialismo razzista inglese alla fine del XIX secolo, attraverso gruppi apertamente filo-fascisti nella prima metà del XX secolo, fino ai fabiani anti-marxisti che crearono il partito laburista, Popper e la moderna sinistra europea. Chi oggi si definisce di sinistra non s’impegna nella lotta di classe, ma su omosessualità, disuguaglianza di genere, tutela dell’ambiente, diritti delle minoranze, ecc., ognuno dei quali può avere un significativo, ma sempre secondario. Le grandi correnti politiche di sinistra non sono comuniste, non sono a favore di una società senza classi in cui non c’è sfruttamento dell’uomo ed altre forme di esclusione sociale, raggiungibile con la socializzazione dei mezzi di produzione sotto la dittatura della classe operaia.
Qualunque cosa si pensi dell’idea in sé, è difficile negare che sia la dottrina più coerente, logica e teoricamente completa in tutta la sinistra. I tentativi di rinnegarla, pur rimanendo formalmente nello spazio politico socialista, comporta inevitabilmente compromessi disastrosi. Pertanto, né il sinistro-verde Mélenchon né il membro di Amnesty International Corbin, sconfitto alle elezioni, saranno l’alternativa ai cosiddetti globalisti liberali: non c’è niente di veramente alternativo nel loro programma. Ma questi non sono che eurocomunisti opposti alla nuova destra. Cos’hanno di diverso da offrire? Gli uni e gli altri non sono contro il miglioramento delle condizioni di vita dei propri lavoratori. E anche i mezzi proposti per raggiungere questo obiettivo, infatti, sono gli stessi. Proprio quelli che la destra afferma in modo chiaro, e quelli di sinistra no. Ma chi voterebbe per tale confusione?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La storia profonda della guerra fredda occidentale contro la Russia

Finian Cunnignham Strategic Culture 04/05/2017Dopo decenni le Nazioni Unite hanno infine pubblicato gli archivi della Commissione sui crimini di guerra della Seconda guerra mondiale che indagò sull’olocausto nazista. La fonte di questi archivi sui crimini di guerra nazisti erano i governi occidentali, anche quelli in esilio durante la guerra, come Belgio, Polonia e Cecoslovacchia. Il periodo coperto è il 1943-1949. Washington e Londra avevano cercato di fermarne la pubblicazione. Perché? In particolare, la pubblicazione dei dossier storici il mese scorso ha avuto scarsa copertura mediatica occidentale. Sorprendentemente perché la storia che emergerebbe dai documenti racconta la versione occulta della seconda guerra mondiale, cioè la collusione continua tra i governi statunitensi e inglesi con il Terzo Reich nazista. Come segnalato da Deutsche Welle, “I fascicoli indicano che le forze alleate seppero sul sistema dei campi di concentramento nazista prima della fine della guerra più di quanto si è generalmente pensato”. Questa rivelazione indica la maggiore “conoscenza” tra gli alleati occidentali dei crimini nazisti, arrivando a dichiararne la collusione. Ciò spiegherebbe anche perché Washington e Londra erano così restie a rendere pubblici i dossier sui crimini di guerra delle Nazioni Unite. Vi è da tempo una controversia nelle nazioni occidentali sul perché Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare non fecero di più per bombardare l’infrastruttura dei campi della morte e delle ferrovie naziste. Washington e Londra spesso affermarono di non sapere pienamente dell’orrore perpetrato dai nazisti fino alla fine della guerra, quando centri di sterminio come ad Auschwitz e Treblinka furono liberati dall’Armata Rossa sovietica, altra cosa che si dovrebbe notare. Tuttavia, l’ultima versione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite mostra che Washington e Londra erano pienamente consapevoli della soluzione finale nazista in cui milioni di ebrei europei e slavi vennero sistematicamente fatti lavorare fino a morire o sterminati nelle camere a gas. Quindi la domanda è sempre: perché Stati Uniti e Gran Bretagna non diressero i loro bombardamenti aerei per distruggere l’infrastruttura nazista? Una possibile risposta è che gli alleati occidentali avessero un totale disprezzo per le vittime dei nazisti. Le dirigenze di Washington e Londra furono accusate di pregiudizi antisemiti, come si nota dallo scandalo quando tali governi respinsero migliaia di rifugiati ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, rispedendone molti a morire sotto il regime nazista. Non escludendo il fattore del razzismo occidentale, c’è un secondo fattore ancor più inquietante. I governi occidentali, o almeno parti potenti, non disprezzarono la guerra nazista contro l’Unione Sovietica, nonostante fosse un “alleato” nominale dell’occidente fino alla sconfitta della Germania nazista. Tale prospettiva si fonda su una concezione radicalmente diversa della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto con quella narrata dalle versioni ufficiali occidentali. In tale contesto storico, l’assalto del Terzo Reich nazista fu deliberatamente fomentato dai governanti statunitensi e inglesi in quanto bastione europeo contro la diffusione del comunismo. L’antisemitismo rabbioso di Adolf Hitler si accoppiò al disprezzo del marxismo e dei popoli slavi dell’Unione Sovietica. Nell’ideologia nazista erano tutti “untermenschen” (subhumani) da sterminare con la “soluzione finale”.
Quindi, quando la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica e attuò la soluzione finale dal giugno 1941 fino alla fine del 1944, non meraviglia che Stati Uniti e Gran Bretagna mostrassero una curiosa riluttanza ad impegnare pienamente le loro forze armate per aprire il fronte occidentale. Gli alleati occidentali erano evidentemente contenti di vedere la macchina di guerra nazista fare ciò che doveva fare fin dall’inizio: distruggere il nemico principale del capitalismo occidentale, l’Unione Sovietica. Questo non vuol dire che tutti i capi politici statunitensi e inglesi condividessero o fossero consapevoli di tale sottintesa visione strategica. Leader come il presidente Franklin Roosevelt e il primo ministro Winston Churchill sembravano essere sinceramente impegnati a sconfiggere la Germania nazista. Tuttavia, le loro visioni personali vanno contestualizzate nella collusione continua tra potenti interessi occidentali e Germania nazista. Come l’autore statunitense David Talbot ha documentato nel suo libro, La scacchiera del diavolo: Allen Dulles, CIA e governo segreto dell’America (2015), c’erano enormi legami finanziari tra Wall Street e Terzo Reich, risalenti a diversi anni prima della Seconda guerra mondiale. Allen Dulles, che lavorò per lo studio legale di Wall Street Sullivan&Cromwell e che successivamente diresse la Central Intelligence Agency, fu un attore chiave del legame tra capitale statunitense e industria tedesca. I giganti industriali statunitensi come Ford, GM, ITT e Du Pont investirono notevolmente nelle industrie tedesche come IG Farben (produttore del Zyklon B, il gas tossico utilizzato nell’Olocausto), Krupp e Daimler. Il capitale statunitense, così come quello inglese, erano integrati nella macchina da guerra nazista e nella successiva dipendenza dal sistema schiavistico permesso dalla soluzione finale. Ciò spiegherebbe perché gli alleati occidentali fecero così poco per distruggere l’infrastruttura nazista con la loro indiscutibilmente formidabile forza da bombardamento aereo. Assai peggio della mera inerzia o indifferenza per pregiudizio razzista verso le vittime naziste, emerge che l’élite capitalista anglo-statunitense investì sul Terzo Reich, soprattutto per eliminare l’Unione Sovietica e qualsiasi movimento globale genuinamente socialista. Bombardare l’infrastruttura nazista sarebbe equivalso ad eliminare risorse occidentali. A tal fine, quando la guerra si avvicinò alla fine e l’Unione Sovietica sembrò pronta a spazzare da sola il Terzo Reich, statunitensi ed inglesi aumentarono gli sforzi bellici nell’Europa occidentale e meridionale. L’obiettivo era salvare le risorse occidentali rimaste del regime nazista. Allen Dulles, futuro direttore della CIA, subito preparò la fuga dei capi nazisti e dell’oro che saccheggiarono in Europa con l’accordo di resa segreto noto come Operazione Sunrise. L’intelligence militare della Gran Bretagna, l’MI6, fu coinvolta nell’operazione segreta statunitense per salvare i nazisti via ratline. La cattiva fede mostrata agli “alleati” sovietici annunciò la successiva guerra fredda che subito seguì la Seconda guerra mondiale.
La testimonianza di ciò che avvenne fu significativa e fu esposta recentemente in un’intervista alla BBC di Ben Ferencz, procuratore-capo statunitense superstite del processo di Norimberga. All’età di 98 anni, Ferencz poteva ancora ricordare lucidamente come vari criminali di guerra nazisti venissero liberati dalle autorità statunitensi e inglesi. Ferencz citò il generale degli Stati Uniti George Patton che osservò poco prima della resa finale del Terzo Reich, all’inizio del maggio 1945, “Combattiamo il nemico sbagliato”. La sincera animosità di Patton verso l’Unione Sovietica più profonda che verso la Germania nazista, era coerente con la classe dominante statunitense e inglese che colluse con il Terzo Reich di Hitler nella guerra geostrategica contro l’Unione Sovietica e i movimenti socialisti dei lavoratori in Europa e America. In altre parole, la guerra fredda che Stati Uniti e Gran Bretagna avviarono dal 1945 era solo la continuazione della politica ostile verso Mosca in corso da ben prima la Seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939 sotto forma di aggressione della Germania nazista. Per vari motivi, fu opportuno che le potenze occidentali liquidassero la macchina da guerra nazista insieme all’Unione Sovietica. Ma come si può notare, le risorse occidentali nella macchina nazista furono riciclate nella guerra fredda di USA e Regno Unito contro l’Unione Sovietica. Un’eredità pesante furono le agenzie d’intelligence militari statunitensi e inglesi consolidate e finanziate dai criminali nazisti.
La recente pubblicazione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite, nonostante le prevaricazioni statunitensi e inglesi per molti anni, aggiunge ulteriori prove all’analisi storica sulle potenze occidentali profondamente colluse coi crimini monumentali del Terzo Reich nazista. Sapevano di questi crimini perché li permisero, complicità derivante dall’ostilità occidentale verso la Russia percepita come rivale geopolitico. Non è un mero esercizio accademico. La complicità occidentale con la Germania nazista trova un corollario nelle attuali ostilità di Washington, Gran Bretagna e alleati della NATO verso Mosca. L’incessante dispiegamento di forze offensive della NATO ai confini della Russia, l’infinita russofobia nei media propagandistici occidentali, il blocco economico sotto forma di sanzioni dai deboli pretesti, sono profondamente radicati nella storia. La guerra fredda occidentale contro Mosca precedette la Seconda guerra mondiale, continuò dopo la sconfitta della Germania nazista e persiste oggi, indipendentemente dal fatto che l’Unione Sovietica non esista più. Perché? Perché la Russia è percepita quale rivale dell’egemonia capitalista anglo-statunitense, così come la Cina o qualsiasi potenza emergente che sconvolga l’egemonia unipolare voluta. La collusione anglo-statunitense con la Germania nazista ritrova una manifestazione attuale nella collusione della NATO con il regime neonazista in Ucraina e i gruppi terroristici jihadisti nelle guerre per procura contro gli interessi russi in Siria e altrove. Gli attori possono cambiare nel tempo, ma la patologia alla radice è il capitalismo anglo-statunitense e la sua dipendenza egemonica. La guerra fredda infinita finirà solo quando il capitalismo anglo-statunitense sarà finalmente sconfitto e sostituito da un sistema davvero democratico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mantenere vivo il mito dello Stato Islamico

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 24/03/2017

Le operazioni congiunte siriano-russo-iraniane contro i gruppi terroristici eterodiretti nel territorio siriano gradualmente smantellano e frustrano la forza di gruppi come il cosiddetto Stato islamico, al-Nusra, al-Qaida e una miriade di altri fronti coordinati e teleguidati dall’estero contro Damasco. Con l’intervento russo alla fine del 2015, un notevole potere aereo colpisce la logistica di tali fronti che vanno oltre i confini della Siria. Mentre i rifornimenti sono stati ridotti, le forze siriane e dei loro alleati hanno isolato ed eliminato una roccaforte dopo l’altra. Ora, molti di tali gruppi devono affrontare la sconfitta in Siria, spingendo i loro mandati su due linee di azione, posare da responsabili della sconfitta, come Stati Uniti e Turchia cercano di fare con le rispettive incursioni illegali in territorio siriano, e creare una narrazione che copra l’evacuazione e il riposizionamento di tali gruppi terroristici per un uso futuro.

Le organizzazioni terroristiche sono i mercenari dell’impero
Intorno la caduta dell’impero ottomano nei primi anni del 20° secolo, gli interessi anglo-statunitensi coltivarono gruppi terroristici nel suo territorio per dividere e conquistare l’intera regione, contribuendo alle maggiori ambizioni egemoniche globali di Washington e Londra. L’organizzazione terroristica nota come al-Qaida, creata dai resti della Fratellanza musulmana siriana sconfitta da Hafiz al-Assad nel 1980, si schierò in Afghanistan dopo che l’accordo eterodiretto per rovesciare il governo siriano fallì. Da allora, al-Qaida partecipò a operazioni della NATO nei Balcani, Medio Oriente e Nord Africa e anche in Asia. Il gruppo opera sia da casus belli per l’intervento occidentale che come agente per combattere contro quei governi che i militari occidentali non possono affrontare direttamente, come avvenuto in Libia e attualmente in Siria. Al-Qaida e le sue varie consociate e affiliate, come lo Stato islamico, servono anche da ausiliari, come nello Yemen, dove occupano il territorio invaso dalle forze meccanizzate del Golfo Persico. Se i racconti occidentali cercano di ritrarre tali fronti come organizzazioni terroristiche indipendenti attive al di fuori del diritto internazionale e della portata della potenza militare e d’intelligence occidentale, in realtà sono una copertura per ciò che è chiaramente terrorismo mercenario di Stato. Gli Stati Uniti hanno ammesso il loro ruolo nel creare tali organizzazioni, così come nel mantenerle. L’uso di alleati da parte degli Stati Uniti, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (UAE), per riciclare denaro, armare, addestrare e provvedere altre forme di sostegno politico e materiale, è ampiamente documentato.

Mantenere vivo il mito dello Stato islamico
I rappresentanti della RAND Corporation hanno recentemente scritto un editoriale per Fortune intitolato, “Perché lo Stato islamico morente sarebbe una minaccia ancora più grande per l’America”, in cui tentano di spiegare come, nonostante lo Stato islamico perda terreno in Siria e Iraq, continuerà ad operare e a minacciare la sicurezza globale. In realtà Stato islamico, al-Qaida e altri fronti continueranno a persistere per un solo motivo, il grande supporto statale multinazionale che ricevono da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). L’editoriale di Fortune rivendica: “La liberazione di Mosul e Raqqa sono importanti passi iniziali per ridurre la minaccia dello Stato islamico. Senza uno Stato vero e proprio, probabilmente perderà molto fascino. Senza una base territoriale sicura da cui operare, sarà difficile per l’organizzazione condurre attacchi all’estero. Eppure lo Stato islamico, come al-Qaida prima, continuerà a metastatizzare e a cercare d’influenzare una volta perduta la propria base di origine”. Gli autori della RAND affermano anche: “Per sconfiggere lo Stato islamico si dovranno combinare assistenza economica, tecnica, politica e piani per migliorare le misure militari statali e locali. Le rimostranze popolari che hanno dato origine ai movimenti estremisti vanno meglio affrontati. Questi non sono passi che gli Stati Uniti dovrebbero prendere da soli, ma Washington dovrebbe costruire e guidare una coalizione di donatori che lavori con ciascuno dei Paesi colpiti”. Tuttavia, è difficile credere a responsabili politici ed autoproclamati esperti che non prendono in considerazione l’origine della forza dello Stato islamico, l’ampio supporto da parte di certi Stati. Ciò non viene menzionato nell’editoriale, né da politici, pianificatori militari, analisti o altri di di Stati Uniti, NATO o GCC. È un segreto di Pulcinella custodito con cura, con editoriali ripetitivi e notizie come il pezzo della RAND su Fortune. Con i piani di USA-NATO-GCC frustrati in Siria da una formidabile coalizione militare, gli interessi particolari che guidano tale asse inevitabilmente cercheranno di schierare i loro ascari laddove la coalizione non può arrivare. Gli attuali sforzi per dividere e disturbare la stabilità socio-economica e politica dell’Asia serviranno ad inserire terroristi veterani in fugga dalle forze siriano-russo-iraniane in Medio Oriente. Le nazioni emergenti del sud-est asiatico, in particolare, si ritroveranno i focolai di tensione politica locali trasformati in inferni con l’arrivo di elementi dello Stato islamico in fuga. In Myanmar, i terroristi sostenuti da USA e sauditi già tentano di ampliare le violenze nella crisi dei rohingya, probabilmente tentando di creare un pretesto per la presenza militare permanente negli Stati Uniti nel Paese, volta ad incunearsi tra Myanmar e Cina. In Thailandia, infiammando la vecchia insurrezione meridionale trasformandola intenzionalmente da lotta politica a conflitto settario e distruttivo, simile a ciò che ha consumato Libia e Siria, potrebbe aiutare Washington a dominare Bangkok. Una strategia simile è probabilmente già in corso nelle Filippine.
Svelare il mito ed esponendo la vera natura dello Stato islamico e delle altre organizzazioni terroristiche come forze mercenarie al servizio di particolari interessi multinazionali, è il modo più importante, e forse il solo, per proteggersi dall’uso di tali gruppi per ingabbiare geopoliticamente, dividere e distruggere le nazioni. Costruire coalizioni formidabili sia sul campo di battaglia che nell’informazione è essenziale anche per affrontare e battere tali tattiche. Il tentativo di capitolare alla narrazione occidentale, per timore di alienarsi l’opinione pubblica, non elimina la minaccia che i terroristi entrino e distruggano una nazione; ma in realtà incoraggerebbe ulteriormente tali sforzi. Nazioni come la Libia che tentarono di placare gli interessi occidentali, aderendo alla cosiddetta “Guerra al Terrore”, non esistono più come Stati. Nei prossimi mesi, la pressione crescerà sugli agenti occidentali che operano in Siria e Iraq, ed editoriali come quello di Fortune si moltiplicheranno. E’ importante esporre ciò che l’occidente tenta di ritrarre come inevitabile ritirata, condotta esclusivamente da organizzazioni terroristiche, quale autentica evacuazione attuata dagli occidentali per rischierarle.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok , in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bin Salman e Netanyahu guidano Jabhat al-Nusra

Nasser Kandil, Top News/al-Bina  – Muna Alno-Nakhal, Reseau International, 22 marzo 2017

In generale, l’opinione pubblica occidentale sa che le mentono sulla Siria, ma non sa la verità.
Dr. Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, 20 marzo 2017, ai media russi.

Il 14 marzo Donald Trump riceveva il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman. Il giorno dopo Damasco veniva colpita da due attentati estremamente letali, a meno di due ore di distanza, uno nel palazzo di giustizia, nelle ore di punta, l’altro in un popolare ristorante affollato nella parte occidentale della città. Non c’è bisogno di chiedersi, ancora una volta, dell’indifferenza strabordante dai media umanitari occidentali. Allo stesso tempo, si ebbe la terza sessione dei colloqui di Astana, boicottata dai capi delle fazioni armate della cosiddetta opposizione moderata presente nelle precedenti due sessioni, il cui garante è la Turchia secondo l’accordo tripartito tra Russia, Iran e Turchia, che aveva portato all’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 29 dicembre 2016 e adottato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2336 del 31 dicembre 2016. Il 16 marzo 2017, Nasser Kandil commentava questi eventi con una certa preveggenza.
La coincidenza della visita di Muhamad bin Salman a Washington con le esplosioni mortali a Damasco, i colloqui ad Astana 3 in assenza dei capi delle fazioni militari e le dichiarazioni russe su soggetti esteri che influenzano affinché non si risolva la crisi siriana, non è casuale. Risentimento saudita per la monopolizzazione dei gruppi armati del governo turco di Erdogan, relegando l’Arabia Saudita al ruolo di finanziatore, insieme alla Turchia non più un così attraente alleato, per il disaccordo statunitense-turco sulla guerra in Siria e l’uso di tutte le carte a suo favore, pur di sbarazzarsi dei curdi, al punto di osare aderire all’accordo tripartito con Mosca e Teheran. Al contrario, a Riyadh, l’alleanza con Israele ha il vantaggio di permettere a Washington di dividere la guerra tra Siria meridionale e settentrionale, dando la priorità l’attacco all’Asse della Resistenza e all’Esercito arabo siriano, rispondendo alla volontà di Donald Trump di “vietare qualsiasi influenza iraniana” nella regione. Bin Salman quindi si recava a Washington portando col bagaglio le credenziali insanguinate dagli attentati terroristici a Damasco e il nuovo boicottaggio di Astana 3 delle fazioni terroristiche, dicendo che la priorità in Siria è a sud e non appartiene più ai turchi. Di qui la proposta a Trump di accordarsi sulla sicurezza con la Russia e soprattutto di non interessarsi alla soluzione politica globale della crisi siriana. Il piano che bin Salman ha proposto a Washington si riduce a: “La guerra in Siria del Nord contro lo SIIL è vostro affare, la guerra nel sud della Siria contro l’Asse della Resistenza è un nostro e vostro affare“.
Il 17 marzo, la Prima Dichiarazione dell’Alto Comando delle Forze Armate siriane faceva sapere che, mentre l’Esercito arabo siriano continua l’offensiva contro lo SIIL ad est di Palmyra: “Quattro aerei da guerra israeliani penetravano nello spazio aereo siriano intorno alle 02:40 su al-Buraj, dal territorio libanese, e hanno preso di mira una postazione dell’Esercito arabo siriano presso Palmyra, ad ovest di Homs. La nostra contraerea reagiva e abbatteva uno degli aerei sui territori occupati, e colpiva un secondo aereo, costringendo gli altri a fuggire. Tale aggressione palese del nemico sionista è volta a sostenere le bande terroristiche dello SIIL, cercando disperatamente di sollevarne il morale crollato e offuscare le vittorie dell’Esercito arabo siriano contro le organizzazioni terroristiche. L’Alto Comando del nostro Esercito è deciso a contrastare qualsiasi attentato sionista in qualsiasi parte del territorio della Repubblica araba siriana e risponderà con ogni mezzo possibile”. Il governo israeliano lo negava, ma la reazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, due giorni dopo, suggeriva il contrario a molti analisti, come Nasser Kandil, che tornava sul caso ampiamente riportato dai media, tuttavia, evidenziandone il legame col massiccio attacco di diverse fazioni asservite ad al-Nusra (alias Fatah al-Sham/Tahrir al-Sham] del 19 marzo, fermato dall’Esercito arabo siriano con centinaia di terroristi circondati nella periferia di Jubar, Qabun e Duma: “Negli ultimi sei anni, i turchi erano i più presenti sulla scena della coalizione contro la Siria, dietro facciate che crollate una dopo l’altra, rivelano infine, nell’ultimo scorcio di guerra, i veri volti dei mandanti. In effetti, l’alleato statunitense che aveva ritirato la flotta del Mediterraneo per evitare di una guerra senza sapere come finirla (in riferimento alla famosa notte del 30 agosto 2013), è riapparso sulla scena siriana una volta che la “guerra al terrorismo” diveniva una comoda copertura che gli riserva un ruolo “calcolato” sia nell’escalation che in qualsiasi soluzione o sistemazione politica. Così, lasciava condurre tale guerra agli alleati israeliani e sauditi, secondo l’equazione che ne mette in gioco la loro sopravvivenza, così come l’alleato turco che suona tutte le corde. Nascondendosi così dietro la maschera del trio israelo-saudita-turco per appropriarsi dei benefici delle tre comparse, e scaricandone i costi su ciascuna di esse”.
Il trio israelo-saudita-turco che ha infiltrato le due versioni di al-Qaida in Siria (SIIL e al-Nusra), le ha schierate su tutti i fronti, finanziandole, armandole e dirigendole nascondendosi dietro la maschera di al-Qaida, a sua volta mascherata da cosiddetta opposizione siriana. Questo, ben sapendo che la carta di al-Qaida è politicamente impraticabile e che l’organizzazione terroristica potrebbe rivoltarglisi, perché è la loro unica risorsa sul campo, essendo la scadente opposizione siriana incapace, anche per solo un’ora, di affrontare l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati. Uno degli indicatori dell’ingresso in quest’ultimo scorcio di guerra è il coinvolgimento diretto dei “grandi attori”; poiché le maschere sono cadute, non v’è più spazio per gli errori e né possibilità di scommettere su piccoli attori davanti l’enormità dei problemi. In effetti, al-Qaida opera apertamente senza nascondersi dietro una presunta opposizione; al-Nusra e Faylaq al-Rahman rivendicano ufficialmente l’attacco a Dara, al-Qabun e Jubar a Damasco; ed ecco Israele altrettanto apertamente compiere un raid aereo sulle postazioni dell’Esercito arabo siriano e degli alleati presso Palmyra con il pretesto chiaramente falso di distruggere un convoglio di Hezbollah. In realtà, l’azione israeliana mirava ad evitare che l’Esercito arabo siriano prendesse la sponda meridionale dell’Eufrate, mentre quella settentrionale è per metà occupata dallo SIIL che cerca d’invadere l’altra metà, battendo i curdi e l’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur. Chiaramente, l’obiettivo degli israeliani era ritardare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano sull’Eufrate, in modo che i gruppi dell’opposizione armata (raggruppati nel cosiddetto “nuovo esercito siriano”), che hanno addestrato per tale scopo, raggiungano la riva sud del fiume dopo aver attraversato il confine giordano e iracheno; tali gruppi, già utilizzati dagli statunitensi nelle battaglie di al-Tanaf, al confine siriano-iracheno, hanno fallito. In questo caso, ci si aspetta che attraversino il deserto siriano fino all’Eufrate, raggiungendo i curdi discesi da Hasaqah, quando gli statunitensi daranno l’ordine. Così sperano di tagliare la strada per Dayr al-Zur all’Esercito arabo siriano, inserendovi gruppi armati guidati da statunitensi ed israeliani, e allo stesso tempo spezzare il triangolo che ha consolidato tra Tadaf (città nel nord della Siria, a sud di al-Bab, liberata il 26 febbraio 2017), Palmyra e Dayr al-Zur.
Il fallimento del raid israeliano per via della risposta schiacciante dei siriani, che ha portato il confronto al livello “strategico”, ben al di là delle proiezioni del governo di Benjamin Netanyahu, e la risposta russa al raid, limitano lo spazio di manovra d’Israele, aumentando il livello del confronto e mettendo alla prova le relazioni USA-Russia in una situazione che toglie ogni possibile futuro ruolo d’Israele nello spazio aereo siriano. Poiché gli statunitensi hanno permesso agli israeliani di effettuare il raid, consegnandogli le chiavi dello spazio aereo siriano e consentendogli di volare sulla scia dei loro aerei, dopo aver effettuato un raid sulle posizioni di al-Qaida ad ovest di Aleppo (cioè, si sono presi il permesso di sorvolo sul territorio siriano concesso dai russi agli aerei degli Stati Uniti, grazie al coordinamento istituito per evitare le collisioni in volo). Il risultato è che la manovra USA-Israele, che avrebbe reso un servizio tattico agli israeliani, permettendogli di contare sull’equazione siriana, rischia d’isolarli. Da qui la necessità per i sauditi di salvare la situazione con Jabhat al-Nusra, intensificandone gli attacchi terroristici contro Damasco per evitare che gli israeliani siano tentati di ritirarsi e, soprattutto, convincere gli statunitensi di poter ancora cambiare la situazione completando le azioni del partner israeliano. Pertanto, gli statunitensi dovrebbero dare il tempo alla coppia israelo-saudita di condurre la guerra nel sud della Siria, contro lo Stato siriano e i suoi alleati, lungi da qualsiasi collaborazione con i russi o accordo o disaccordo con i turchi nel nord della Siria. Inoltre, i principali media sauditi e i capi delle delegazioni della presunta opposizione siriana del “Gruppo di Riyadh”, a Ginevra o Astana, non hanno condannato gli attentati terroristici o nascosto che le brigate di al-Nusra e Faylaq al-Rahman ne fossero gli autori. Come non nascondono che il momento scelto per attuarli è volto ad evitare che l’Esercito arabo siriano raccolga i frutti della “guerra dei missili” con gli israeliani.
Gli attori si muovono apertamente. Ora Israele e Siria sono faccia a faccia. Tutti gli altri sono solo tirapiedi!Nasser Kandil è un politico libanese, ex-vicedirettore di Top News-Nasser Kandil e redattore del quotidiano libanese al-Bina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cane pazzo degli americani in Siria: Israele

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 20 marzo 2017

Israele ha giocato un ruolo sempre più provocatorio nel conflitto in Siria dal 2011. Per molti osservatori, sembra che la politica d’Israele confini tra aggressività opportunistica ed unilaterale. In realtà, il ruolo d’Israele nel conflitto siriano s’inserisce nei grandi e a lungo termine piani anglo-statunitensi, non solo in Siria, ma nell’intera regione. L’ultimo scontro tra Israele e Siria è stata l’incursione degli aerei da guerra israeliani nello spazio aereo siriano, con attacchi vicino alla città siriana di Palmyra, dove si svolge una battaglia tra forze siriane e l’organizzazione terroristica dell’auto-proclamato “Stato islamico” (SIIL), dove gli attacchi aerei israeliani alle forze siriane, avrebbero facilitato le operazioni dello SIIL nella regione.

Israele è uno Stato sponsor del terrorismo, non un campione contro di esso
Israele è una base operativa di fatto degli interessi anglo-statunitensi, fin dalla creazione nel 20° secolo, perseguendo politiche regionali aggressive agendo intenzionalmente per decenni contro i vicini quale punto di appoggio e leva occidentale in Nord Africa e in Medio Oriente. I conflitti tra Israele e Palestina sono alimentati da una strategia della tensione orchestrata tra la popolazione israeliana manipolata e l’opposizione controllata da Hamas, politicamente sostenuta, armata e finanziata dagli stessi collaboratori regionali di Israele, come Arabia Saudita e Qatar. Quando le operazioni militari per procura iniziarono contro lo Stato siriano nel 2011 sotto la copertura della “primavera araba”, concepita dagli USA, Israele insieme a Giordania e Turchia, giocò un ruolo diretto nel sostenere i terroristi e sabotare Damasco. Mentre la Giordania ha svolto un ruolo più passivo, e la Turchia un ruolo più diretto nel sostenere i terroristi mercenari, Israele ha svolto il ruolo di “provocatore unilaterale”. Mentre le forze della “coalizione” turche, statunitensi ed altre non possono attaccare direttamente le forze siriane, Israele, posando da attore regionale unilaterale, lo fa regolarmente dal 2012. La CNN, nell’articolo, “Aviogetti israeliani colpiscono la Siria; un sito militare vicino a Palmyra sarebbe stato preso di mira”, nota: “Nel novembre 2012, Israele sparò colpi di avvertimento verso la Siria, dopo che un colpo di mortaio colpì una postazione militare israeliana, era la prima volta che Israele sparava alla Siria dalle alture del Golan dalla Guerra del Kippur del 1973. Aviogetti israeliani sorprendono obiettivi in Siria almeno dal 2013, quando ufficiali statunitensi dissero alla CNN che credevano che gli aerei israeliani avevano colpito obiettivi nel territorio siriano”. La CNN segnalava anche: “Gli attacchi israeliani potrebbero spingersi fino alla capitale. Nel 2014, il governo siriano e un gruppo di opposizione disse che un attacco israeliano aveva colpito periferia e aeroporto di Damasco”. E mentre politici e militari israeliani sostengono che la loro aggressività cerca di fermare l’invio di armi alle organizzazioni terroristiche, le organizzazioni che ritengono “terroristiche” sono infatti le uniche forze in Siria che combattono realmente le organizzazioni terroristiche riconosciute a livello internazionale, come al- Qaida, le sue varie filiali, così come lo Stato islamico. Paradossalmente, tali organizzazioni terroristiche esistono al confine d’Israele beneficiando della protezione di fatto da parte delle forze israeliane nelle operazioni militari siriane.

Il ruolo d’Israele come “cane pazzo” degli USA non è un segreto
Il ruolo geopolitico d’Israele come “cane pazzo unilaterale” è una questione della politica degli Stati Uniti dichiarata almeno dal 1980, con specifico riferimento a ripetuti tentativi degli USA di minare e rovesciare lo Stato siriano nell’ambito di obiettivi molto più grandi verso Iran e regione. Un documento del 1983, parte del diluvio di documenti recentemente declassificati e resi pubblici, firmato da un ex-ufficiale della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzare la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni su Assad orchestrando minacce militari ed occulte simultaneamente contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni con la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Nel 2009, il think tank politico aziendal-finanziario degli USA Brookings Institution, pubblicò un lungo articolo intitolato, “Quale percorso per la Persia: opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran” (PDF), in cui, ancora una volta, l’utilizzo d’Israele come “aggressore unilaterale” veniva discusso in dettaglio. Naturalmente, un documento politico statunitense che descrive una pianificata aggressione israeliana nell’ambito della cospirazione degli Stati Uniti per attaccare, minare e infine rovesciare lo Stato iraniano, non rivela nulla di “unilaterale” su politica regionale e operazioni militari d’Israele. Nel 2012, Brookings Institution pubblicò un altro articolo intitolato, “Salvare la Siria: valutazione delle opzioni per il cambio di regime” (PDF), che affermava: “Alcune voci a Washington e Gerusalemme si chiedono se Israele contribuirebbe a costringere le élite siriane a rimuovere Asad”.
Il rapporto continua spiegando: “Israele potrebbe schierare forze sulle alture del Golan e, così facendo, distogliere le forze del regime dal reprimere l’opposizione. Questa posizione può evocare paure nel regime di Assad su una guerra su più fronti, in particolare se la Turchia è disposta a fare lo stesso al suo confine e se l’opposizione siriana riceve continuamente armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse convincere i vertici militari della Siria a cacciare Assad per preservarsi”. Ancora una volta, l’uso d’Israele come uno dei vari agenti provocatori regionali nell’ampia cospirazione orchestrata dagli Stati Uniti viene discussa apertamente. Ogni incursione israeliana in Siria, a prescindere da dettagli, reclami e rivendicazione su ogni incursione, va analizzata nel contesto degli interessi degli Stati Uniti e non “israeliani”. E a prescindere dai dettagli di ogni incursione, il fine ultimo è intensificare il conflitto finché la Siria e i suoi alleati reagiscono provocando un conflitto militare diretto molto più grande degli Stati Uniti ed altri che, nel loro asse dell’aggressione, partecipino apertamente.
Va notato che nel documento della Brookings del 2009, “Quale strada per la Persia?“, l’utilizzo degli attacchi israeliani per provocare la risposta iraniana e quindi giustificare l’intervento militare diretto, comprendente dalla campagna aerea contro Teheran all’invasione ed occupazione degli Stati Uniti, erano al centro del documento. E’ chiaro che una politica identica viene ora perseguita contro la Siria. Svelare la vera natura delle incursioni israeliane in Siria e resistere alla tentazione di aggravare ulteriormente il conflitto, è la chiave per confondere i piani degli USA e le provocazioni dei suoi agenti, come Israele e Turchia.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok , in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora