Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

– Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.

– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.

1944; Speidel, Lang e Rommel

1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

– Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).

Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple

Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn

– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.

Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado

Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968

– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.

Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968

– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.

Ernest Feber al centro

– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.

Karl Schnell, a sinistra

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.– Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.

Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il programma per gli omicidi israeliano

David B. Green, Arret sur Info, 12 febbraio 2018

Netanyahu e Barak

L’accattivante resoconto di Ronen Bergman sugli omicidi mirati da parte d’Israele svela per la prima volta numerose operazioni in nome della sicurezza nazionale. Alcune possono ispirare il lettore, altre fanno vomitare. Cito un episodio imbarazzante solo per presentare il nuovo libro di Bergman, “Rise and Kill First: The Secret History of Targeted Assassinations of Israel“, un successone in ogni senso della parola, incluse le 630 pagine completate da 70 di note e 10 molto dense di fonti orali e scritte. (C’è anche un indice molto utile). Potreste pensare che sia un maniaco (o anche ossessionato), ma la documentazione di Bergman non è pretenziosa o esagerata. Al contrario, fornisce le fonti essenziali su centinaia di episodi della storia dell’intelligence e dei servizi di sicurezza israeliani. Si va da prima dello Stato, quando agenti sionisti uccidevano funzionari inglesi e “predoni arabi” (termine sionista per combattenti palestinesi, ndr) in Palestina e assassini di nazisti in Europa, fino ai recenti attacchi ai “signori del terrore” di Hamas e Hezbollah e la serie di morti improvvise di ingegneri nucleari iraniani, altrimenti in perfetta salute. Alcune di tali storie sembrano difficili da credere, non solo perché paiono uscire da romanzi di spionaggio, ma anche perché è difficile credere che così tanti appaiano qui per la prima volta in un volume. Ma un’attenta lettura degli appunti di Bergman ci dice che la maggior parte delle operazioni descritte nel libro, molte dei quali omicidi, gli fu rivelata con interviste personali (ad oltre 1000 fonti, spesso identificate solo da nomi in codice) o da documenti che gli sono capitati tra le mani.

Atti eroici e altri meno
Max Weber ha scritto che nella società moderna lo Stato ha il monopolio della violenza legittima. Ciò implica che, in uno Stato democratico, l’uso della forza occulta vada controllato dai capi eletti dello Stato. Se “Rise and Kill First” ha un messaggio, è necessario pensarci due volte (rapidamente) prima di uccidere e avere l’approvazione di chi deve supervisionare il quadro generale. (Il titolo del libro è tratto dal testo midrash Bamidbar Rabbah 1, che dice: “Chiunque venga ad ucciderti, uccidilo prima“). Dei molti eroi del libro di Bergman, il caso Meir Dagan, “la macchina per uccidere” in cui “il meccanismo della paura era gravemente carente“, secondo uno dei suoi soldati, divenuto capo del Mossad, viene in mente; erano capaci di commettere omicidi a sangue freddo in nome dello Stato. Solo il lettore ingenuo può negare che Israele abbia un forte debito nei loro confronti per responsabilità e rischi assunti personalmente.

Da sinistra: Meir Dagan, Yehuda Danguri e Avigdor Ben-Gal, comandanti di commando.

Ma il libro è anche pieno di esempi di persone che si lasciarono trasportare, a dir poco. Anche se racconta storie di exploit sofisticati che non hanno nulla da invidiare a James Bond o “Mission: Impossible”, Bergman mette sistematicamente in discussione necessità e moralità di tali azioni, che ovviamente non potevano essere discusse in pubblico prima di essere completate. Due settimane fa, il New York Times pubblicò un estratto dal libro, in cui l’ex-comandante dell’aeronautica israeliana David Ivri descrive come, in un tentato omicidio di Yasir Arafat nell’ottobre 1982, Israele quasi abbatté l’aereo che trasportava il fratello Fathi Arafat. Fathi, un medico che assomigliava al fratello ma con una barba più folta, accompagnava 30 bambini palestinesi feriti da Beirut a Cairo per le cure. Diverse fonti d’intelligence localizzarono erroneamente Yasir Arafat sull’aereo e due F-15 israeliani decollarono pronti a lanciargli missili contro. Ma, messo a disagio, Ivri sospese l’azione, nonostante l’insistenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, tenente-generale Rafael (“Raful”) Eitan, che gli disse di finire il lavoro. Solo un rapporto del Mossad e dell’intelligence militare, che indicava che non c’era l’Arafat giusto a bordo dell’aereo, provocò la cancellazione della missione, ma fu quasi attuata. Si sa che Eitan e il suo superiore, il ministro della Difesa Ariel Sharon, erano ossessionati dall’idea di uccidere il leader dell’OLP (avevano costituito una squadra speciale guidata da due veterani dei servizi di intelligence, Dagan e Rafi Eitan, col nome in codice “Dag Maluah”, Stuzzichino di aringhe). Bergman cita Aviem Sella, all’epoca capo delle operazioni dell’Aeronautica (e che, pochi anni dopo, fu l’ufficiale di Jonathan Pollard all’ambasciata israeliana di Washington), descrivendo una missione privata per uccidere Arafat, su iniziativa del capo di Stato Maggiore, in Libano nell’agosto 1982. “Volerai sull’aereo“, un caccia fantasma, “e io sarò il navigatore e mitragliere-bombardiere“, disse Rafael Eitan, secondo Sella, “Bombarderemo Bayrut“. I due effettuarono due bombardamenti quel giorno, ma Arafat non era nell’edificio preso di mira dall’attacco. Sella quindi dice a Bergman che il capo di Stato Maggiore, intervistato quella notte presso Bayrut da un reporter televisivo, “disse che Israele si è astenuto dal bombardare edifici in un’area in cui vivevano civili”, esattamente ciò che fecero quella mattina.
Mostrando un’intuizione che sembrava sempre metterlo in guardia da tali minacce, Arafat sfuggì regolarmente alle grinfie d’Israele, a volte pochi secondi prima di un attacco. Fu solo nel 2004 che alla fine la morte lo colse, morendo di una misteriosa malattia in un ospedale parigino. Diverse autopsie nei giorni e negli anni seguenti non hanno potuto determinarne la causa. Bergman ci dice che anche se sa cos’ha causato la morte di Arafat, “Non potrei scriverlo in questo libro, né scrivere di sapere la risposta. Ordini del censore militare”. Tuttavia, chi può leggere tra le righe può legittimamente capire che Bergman è convinto che Israele istigò la “misteriosa malattia intestinale” che infine uccise il leader palestinese.
Ecco un piccolo esempio delle altre operazioni descritte per la prima volta nel libro di Bergman:
Nell’ottobre 1956, Israele abbatté un aereo egiziano che trasportava del personale, ma non il capo di Stato Maggiore che era su un secondo aereo, di ritorno da un incontro a Damasco alcuni giorni prima dell’inizio della campagna del Sinai. Non sorprende che Israele sconfisse gli egiziani demoralizzati nella guerra che ne seguì, il che non gli impedì di perdere la pace.
Nel 1965, re Hassan II del Marocco permise a Israele di spiare i capi arabi riunitisi nel vertice a Casablanca. Tuttavia, lo stesso anno, il Marocco chiese in cambio che rintracciassero e uccidessero il leader dell’opposizione Mahdi Ben Barqa. Non furono gli israeliani ad affogare Ben Barqa in una vasca da bagno a Parigi, ma aiutarono gli agenti marocchini a farlo, e in seguito si sbarazzarono del corpo che, secondo alcuni, fu sepolto nel sito di quella che è oggi la sede della Fondazione Louis-Vuitton.
Nel 1968, lo psicologo della Marina Benjamin Shalit (se il nome suona familiare, è perché quello stesso anno era il querelante nello storico processo chiamato “Chi è un Ebreo” (2) ), ebbe l’idea di “lavare il cervello” a un prigioniero palestinese ed ipnotizzarlo per farne un assassino programmato. Fu poi inviato in Giordania come agente dormiente e, quando si presentò l’occasione, avrebbe dovuto uccidere… Yasir Arafat, naturalmente! Shalit ricevette il prigioniero, di nome Fatqi, e lo lavorò per tre mesi. Uno degli informatori di Bergman ricorda che la notte in cui Fatqi attraversò il fiume giordano, salutò i suoi mentori e “con la mano fece finta di impugnare una pistola e mirare a un bersaglio immaginario tra gli occhi. Notai che Shalit era contento del suo paziente. Poche ore dopo, l’intelligence militare ricevette un rapporto su un giovane palestinese consegnatosi, armato della pistola, alla polizia giordana, a cui aveva immediatamente raccontato la storia del tentativo di lavaggio del cervello che aveva subito in Israele”.
Il defunto generale Avigdor Ben-Gal disse a Bergman come, da generale che comandava la regione settentrionale nel 1981, in seguito all’attentato di Nahariya nel 1979, ricevette l’ordine dal capo di Stato Maggiore Eitan: “Uccidili tutti“. Ben-Gal disse a sua volta che, dopo aver nominato lo specialista delle operazioni speciali Dagan a capo di una nuova unità nel sud del Libano, gli disse: “Ora sei l’imperatore qui. Fai quello che vuoi”. Bergman descrive quindi una lunga serie di omicidi che Ben-Gal e Dagan nascosero ai loro superiori, tranne Eitan, compreso il capo dell’intelligence militare Yehoshua Saguy. Reclutarono membri della milizia libanese e, secondo Ben-Gal, “li misero gli uni contro gli altri“.

Mahdi Ben Barqah

Seminare vento
Negli anni che seguirono, di fronte alle continue minacce provenienti dalla cosiddetta “Fatahland” nel sud del Libano, per la libertà di cui godevano Arafat e altri, molti ufficiali israeliani si convinsero della necessità d’invadere la regione e liquidare la rete palestinese trinceratavisi. Solo che mancava il pretesto. Gli informatori di Bergman descrissero alcuni metodi che Israele usò per scatenare disordini nel sud del Libano, con l’apparente speranza di provocare una reazione che giustificasse l’invasione israeliana. Quando Israele finalmente lanciò l’invasione del Libano nel giugno 1982, la sua giustificazione fu il tentato omicidio dell’ambasciatore d’Israele a Londra. Tranne che Israele sapeva che l’assalitore che aveva ferito gravemente Shlomo Argov operava agli ordini di Abu Nidal, capo del dissidente Fatah-Consiglio rivoluzionario, difficilmente meno ostile all’OLP di Israele.
Rise and Kill First” non è un libro apertamente politico ma, a più riprese, gli informatori di Bergman, coloro che usarono armi e bombe, piazzarono trappole e ordirono trame intricate per ingannare ed abbattere i nemici decisi a distruggere Israele e uccidere gli ebrei, arrivati alla fine della loro vita, dissero al giornalista che la violenza ha generato violenza. E il successo, l’arroganza. Dalle prime pagine del libro, Ehud Barak, ex-primo ministro, capo di Stato Maggiore e “commando straordinario”, mai considerato un sognatore, parla delle conseguenze a lungo termine della stupefacente operazione “Primavera della gioventù” a Bayrut (dove Barak e Amiram Levin si travestirono da donne). Bergman racconta quasi minuto per minuto l’operazione, che coinvolse la prima azione coordinata di oltre 3000 uomini di Mossad, IDF, 13.ma Flottiglia, paracadutisti e commando Sayeret Matkal dell’AMAN (intelligence militare), oltre ad agenti doppi informatori in Libano. Siamo meravigliati della precisione con cui l’operazione fu concepita, così come dall’immaginazione dei suoi ideatori, e siamo scioccati dall’apprendere che un agente del Mossad andò nel panico a Bayrut e che senza informare nessuno, partì con due colleghi feriti laddove avrebbe dovuto incontrare i camerati e avrebbero potuto essere medicati. Alcuni soldati erano furiosi e una volta riunitisi sulle loro canoe per tornare in Israele, scoppiò una rissa tra loro e l’uomo del Mossad. A quarant’anni dalla missione, in cui 50 membri dell’OLP furono uccisi e fu trovata una miniera di preziosi documenti dell’organizzazione, Barak suggerì che l’operazione permise una sicurezza ingiustificata. “È impossibile proiettare il successo di un raid chirurgico, con un obiettivo ben preciso, sulle capacità dell’intero esercito, come se le IDF potessero fare tutto, che fossimo onnipotenti”.

Ehud Barak, a destra, e Amnon Lipkin-Shahak, allora dei commando, a metà degli anni ’70.

Lo stesso Bergman va oltre alla fine del libro sostenendo che Mossad, AMAN e il servizio di sicurezza Shin Bet, “hanno sempre dato ai capi israeliani risposte operative a tutti i problemi che andavano affrontati con le loro soluzioni. Ma gli stessi successi dell’intelligence crearono l’illusione, tra i capi del Paese, che le operazioni segrete fossero uno strumento strategico e non solo tattico, che potessero sostituire la diplomazia nella risoluzione dei conflitti geografici, etnici e nazionali in cui Israele è impantanato“. Non c’è bisogno di essere Carl von Clausewitz per riconoscere che nulla sostituisce una visione strategica e l’arte del compromesso politico. Quando le azioni delle forze di sicurezza israeliane diedero ad Israele un vantaggio tattico temporaneo, e ci sono molti esempi stupefacenti di tali azioni nel libro di Bergman, furono molto utili. Ma spetta ai capi politici sfruttare al massimo tali benefici e trarne profitti politici permanenti.

Rafael Eitan

NdT
1- Midrash (parola ebraica formata sul radicale dr-sh, interroga, richiede, interpreta): un metodo ermeneutico dell’esegesi biblica che opera principalmente confrontando diversi passaggi biblici; così come, per la metonimia: la letteratura che raccoglie questi commenti.
2- Benjamin Shalit aveva sposato una straniera non ebrea. Si dichiarò ateo. Quando volle che la nazionalità israeliana venisse riconosciuta ai figli, le autorità israeliane obiettarono. Fece appello alla Corte Suprema dello Stato che gli diede ragione, ma poco dopo fu votata una legge allineata alle posizioni dei religiosi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Svjatoslav Knjazev, Sebastopoli, Eurasia Daily, 21 marzo 2018La misteriosa morte dell’ex-pilota ucraino Vladislav Voloshin, in pensione dal 2017 dopo una carriera di successo a Nikolaev, presenta altre prove che l’Ucraina viene derubata e da un motivo in più per dubitare che Voloshin non sia coinvolto nell’abbattimento del Boeing malese del 2014. L’ultima notizia, del 18 marzo, è la morte di Vladislav Voloshin, ex-pilota e direttore dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. Il primo rapporto diceva che Voloshin si era sparato con una pistola Makarov dal numero di serie cancellato. Più tardi, i mass media aggiunsero che l’aveva fatto a casa quando moglie e figli erano nella stanza accanto. Non era morto subito e aveva persino parlato coi medici del pronto soccorso. Alcuni giornalisti locali pubblicavano gli screenshot del suo messaggio a un certo Max, dove si lamentava di essere costretto a svolgere attività illegali, suggerendo che poteva essere eliminato se avesse fatto qualcosa di sbagliato, aggiungendo che non gli sarebbe piaciuto lasciare i figli senza padre. Aveva anche detto che pensava al “suicidio”. Ma il tono del messaggio era più sarcastico che depressivo. Voloshin si lamentò che tutti attorno a lui, incluso Max, badassero solo a se stessi. Nella risposta, Max assicurava Voloshin di essere sincero nei suoi confronti. I due erano amici: scherzavano e pensavano di bere della birra. Voloshin criticava il governatore dell’Oblast Nikolaev Oleksiy Savchenko, ma l’uomo di cui aveva paura non era lui, ma una persona più influente. Qui va ricordato chi fosse Voloshin e come divenne un personaggio pubblico.
Vladislav Voloshin era nato a Lugansk nel 1988 e crebbe nel Donbas. A 16 anni entrò nella scuola militare di Lugansk e in seguito nella Kharkov National Air Force University. Nel 2010, entrò nelle forze aeree ucraine. Nel 2014 prese parte alla cosiddetta operazione antiterrorismo sul Donbas. I media ucraini l’avevano definito il pilota più coraggioso delle forze aeree ucraine. Nell’agosto 2014 l’aereo di Voloshin fu abbattuto, ma sopravvisse. Durante l’operazione, compì 33 missioni. Il presidente ucraino Petro Poroshenko gli assegnò un ordine per il suo valore. Voloshin divenne famoso nel dicembre 2014, quando uno dei suoi commilitoni l’accusò di aver abbattuto il Boeing malese sul Donbas. L’uomo disse che l’aereo di Voloshin aveva missili aria-aria al momento e lo citò dire, dopo la missione: “Era l’aereo sbagliato… nel posto sbagliato nel momento sbagliato“. Kiev si affrettò a negare le accuse e ad incolparne i russi. A 26 anni, Voloshin era già maggiore, ma nell’estate 2017 si ritirò e fu nominato direttore aggiunto dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. La comunità internet ucraina era indignata dalla “fuga dalle forze armate” ma Voloshin spiegò che i suoi comandanti erano di mentalità ristretta ed esibizionisti e che nell’esercito riceveva solo 13000 grivne al mese, il che non bastava per lui e la famiglia (anche se era il doppio del salario medio in Ucraina). Voloshin aggiunse che aveva fatto abbastanza per proteggere il Paese a differenza di chi lo criticava. All’aeroporto, Voloshin ebbe un discreto successo all’inizio. Nel dicembre 2017, il direttore dell’Aeroporto Mikhaylo Halaiko fu arrestato mentre cercava di consegnare al governatore dell’Oblast di Nikolaev Savchenko una tangente di 2,5 milioni di grivne. Halaiko fu licenziato e Voloshin nominato direttore. Il 24 gennaio 2018, convocò i suoi dipendenti e li informò che l’aeroporto aveva guadagnato 133 milioni di grivne, e stava attivamente ripristinando la pista, i sistemi di navigazione ed illuminazione e pagava puntualmente i salari del personale. Alla fine del febbraio 2018, Voloshin parlò con l’amico giornalista russofobo Juriij Butusov e gli disse che non aveva né nemici né problemi. Tuttavia, il 18 marzo, Voloshin decise di spararsi. Il giorno successivo Hromadske TV citava la vicedirettrice dell’aeroporto internazionale di Nikolaev, Alina Korotich, dire che l’amministrazione dell’Oblast di Nikolaev aveva costretto Voloshin a firmare documenti che certificano il completamento dei lavori nel quadro di una gara annullata, ovviamente illegale. La somma della gara era di 100 milioni di grivne. Sotto questa luce, abbiamo una serie di domande:
Perché Voloshin decise di suicidarsi mentre solo un paio di settimane prima aveva inviato all’amico un messaggio dicendo che non voleva che i suoi figli perdessero il padre?
Perché Voloshin decise di suicidarsi a casa quando l’amata famiglia era accanto?
Se il suo suicidio fu provocato dalle azioni illegali di qualcuno, perché non scrisse nulla nel tentativo di avere giustizia?
Perché Voloshin si è sparato al petto? Da ex-militare, avrebbe dovuto sapere che non era il modo migliore per uccidersi? Fu vivo e cosciente per un’ora e mezza dopo lo sparo.
Dove prese la pistola Makarov? Era un regalo? Perché i numeri di serie della pistola erano cancellati?
Come mai un uomo che ha subito molti test psicologici all’università e bombardato a sangue freddo asili, scuole e ospedali nel Donbas era così psicologicamente instabile?
Perché Voloshin, molto duro nel criticare l’esercito di Poroshenko, accettò di entrare nell’agenzia controllata dal governatore nominato dal Blocco di Poroshenko?
Perché Voloshin era così ottimista solo un paio di settimane prima della morte, anche se aveva problemi così seri?
La teoria secondo cui Voloshin si è suicidato perché si vergognava non dà alcuna risposta alle domande sopra menzionate. Ci sono solo due possibilità logiche: o il pilota è stato ucciso e la sua famiglia è stata costretta al silenzio o fu costretto a uccidersi. La data del suicidio di Voloshin non era una coincidenza. Il 18 marzo, la Russia eleggeva il presidente, un evento che avrebbe sicuramente oscurato la morte dell’uomo sospettato di aver abbattuto il Boeing malese, notizia che altrimenti sarebbe stata in prima pagina.
Chi voleva liberarsi di Voloshin avrebbe avuto due motivi:
Voloshin avrebbe potuto pubblicare fatti che esponevano la corruzione delle autorità di Nikolaev. Alcuni blogger ucraini suggeriscono che chi avrebbe potuto fare pressione su Voloshin quando era vivo era l’eminenza grigia della politica locale, il parlamentare del Blocco di Poroshenko David Makarian. Voloshin avrebbe anche voluto rivelare alcuni fatti sul Boeing abbattuto distruggendo Poroshenko e l’intero regime post-Majdan. Se Voloshin fosse morto due anni fa, sarebbe stato fatale per il regime di Poroshenko, ma ora a Kiev potranno collegare il caso a certi problemi legati alla corruzione nell’Oblast di Nikolaev ed incolparne il governatore locale o alcuni parlamentari. In ogni caso, la morte di Voloshin ha dimostrato che corruzione ed anarchia corrodono le fondamenta dello Stato ucraino e possono farlo crollare da un momento all’altro. Ora possiamo vedere per cosa lottasse Maidan, per il diritto di certuni di derubare i resti del tesoro dell’Ucraina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il primo assassinio della CIA: George Polk

Constantine Report 17 dicembre 2012La CIA ha perso i dati sul reporter della CBS assassinato in Grecia nel 1948 e ha distrutto i relativi dossier FOIA
Washington DC, 10 agosto 2007 – La Central Intelligence Agency ha perso i documenti relativi alle indagini sul misterioso omicidio nel 1948 del reporter della CBS George Polk e ne ha distrutto il dossier delle richieste FOIA per i documenti su Polk, secondo una lettera dell’Archivista degli Stati Uniti Allen Weinstein. Nel giugno 2006, l’Archivio chiese alla CIA e agli Archivi nazionali d’indagare sulla possibilità che la CIA avesse perso o distrutto i dati sul caso Polk. Polk, reporter della CBS in Grecia al culmine della guerra civile tra sinistra e destra, fu assassinato da ignoti nel 1948. Su richiesta dei membri della famiglia Polk, l’Archivio della sicurezza nazionale aveva chiesto alla CIA di riesaminare i documenti sul caso, rilasciati negli anni ’90. La CIA trovò una serie di documenti da riesaminare, ma nel dicembre 2005 informò l’Archivio che nove documenti, comprese le note del direttore dell’Agenzia, furono distrutti. Secondo la lettera di Scott Koch, coordinatore delle informazioni e della privacy della CIA, “i documenti originali erano stati distrutti in conformità coi registri degli archivi e degli archivi nazionali approvati“. Fu la risposta della CIA a spingere il direttore dell’Archivio nazionale della sicurezza Thomas S. Blanton a scrivere lettere all’Archivista degli Stati Uniti e all’Ispettore Generale della Central Intelligence Agency chiedendogli d’indagare sulla distruzione dei documenti sul caso Polk. La settimana scorsa, il dott. Weinstein informava l’Archivio della sicurezza nazionale che la CIA “non è in grado di localizzare i documenti originali o le informazioni sulla loro disposizione”. Come spiega la lettera, il fascicolo FOIA della CIA venne distrutto secondo il programma delle registrazioni; ciò che è scomparso sono le copie originali dei documenti relativi a Polk (e qualsiasi raccolta a cui appartenessero). Che la CIA abbia stabilito che i documenti non possono essere trovati (e potrebbero esser stati distrutti) pone domande preoccupanti sulla politica di conservazione dei dati storici della CIA. Perché la CIA perde ciò che sarebbe stata documentazione permanente? Se i documenti su Polk facevano parte di un sistema di documenti distrutti, quali altri dati storicamente significativi non esistono più? Che anche il dossier FOIA, contenente copie dei documenti ora mancanti, sia stato distrutto pone domande su tale prassi standard delle agenzie federali.

The Polk Conspiracy: omicidio e copertura nel caso di George Polk, corrispondente della CBS News
The George Polk Awards for Investigative Journalism, 2004
Sono passati più di 40 anni da quando il corrispondente radiofonico della CBS George Polk fu assassinato a Salonicco, in Grecia. Ma come Kati Marton mostra nel suo avvincente nuovo resoconto del caso Polk, vita e morte di questo giovane reporter incarnano tuttora la lotta tra giornalisti impegnati a scoprire la verità e i governi decisi a manipolarla. Polk morì nel maggio 1948, apparentemente vittima della guerra civile tra un’oligarchia insolitamente di estrema destra e veterani guerriglieri di sinistra guidati dal Partito Comunista greco. Il suo omicidio pose un potenziale problema diplomatico. Nel tentativo di contenere il comunismo, gli Stati Uniti con la dottrina Truman si erano gettati in sostegno alla destra greca. Da inviato Polk aveva documentato senza timore brutalità e corruzione dell’élite greca, nonostante le minacce di morte anonime e la contrarietà espressa dai funzionari statunitensi. Se si scopriva che il giornalista fu assassinato su ordine del regime greco, si sarebbe indebolito il sostegno interno alla politica degli Stati Uniti. La morte di Polk portò a diverse indagini, una diretta dall’editorialista Walter Lippmann e una dal generale William (“Wild Bill”) Donovan, ex-capo dell’OSS. Anche FBI e CIA furono coinvolti. Un sospetto fu finalmente trovato dalla polizia greca e una “confessione” estorta (con la tortura, come in seguito si scoprì). In un processo farsa, il sospetto testimoniò (il falso, come conferma Morton) di aver aiutato i guerriglieri comunisti a uccidere Polk. Lippmann e Donovan, che conoscevano la realtà, furono contenti di tale risultato politicamente utile. Ma i dubbi sul caso Polk persistettero. Nel 1977, il colonnello James Kellis, investigatore statunitense improvvisamente rimosso dal caso nel 1948 per volere dei diplomatici ad Atene e Washington, giurò in una dichiarazione che la morte di Polk fu organizzata da “un pugno di fanatici di destra e dai loro alleati inglesi“, e che i funzionari statunitensi l’avevano insabbiato. Questa è una conclusione che Marton sostiene nell’avvincente cronaca. Attingendo a lettere, diari, interviste e documenti governativi precedentemente classificati, penetra anche nei bizantinismi dei “servizi di sicurezza legali, paralegali e illegali” greci e statunitensi, coinvolti nel caso. I capitoli sul misterioso furto dei documenti su Polk dopo la sua morte danno al libro ritmo e trama di un thriller di spionaggio. The Polk Conspiracy è anche sorprendentemente attuale. Ancora una volta gli Stati Uniti sono coinvolti in un conflitto estero; ancora una volta il dipartimento di Stato e l’esercito fanno un tentativo, in nome della sicurezza nazionale, di controllare le notizie. Sebbene George Polk appartenga a un’epoca più innocente del giornalismo statunitense, rimane un modello di coraggio, idealismo e schietta onestà. William Bowles

George Polk e lo scrittore antifascista George Seldes
Fu un evento importante nella storia dal dopoguerra dei media statunitensi, eppure l’omicidio in Grecia di George Polk della CBS, nel maggio 1948, generò sorprendentemente pochi articoli e libri. Ho letto solo parte di questa letteratura: e non vi ho mai sentito menzionare il contributo necessariamente anonimo di Polk al notevole settimanale di George Seldes, IN FACT, alla fine di marzo 1948. Iniziai a studiare il caso nel tentativo di comprendere l’acquiescenza della stampa statunitense alle numerose e ovvie bizzarrie avanzate dal rapporto Warren; e a meglio misurare il coraggio di Richard Starnes scrivendo “L’arrogante CIA disobbedisce agli ordini in Vietnam” (Washington Daily News, 2 ottobre 1963, p.3). È quasi inutile dire che lo studio del caso Polk non ridusse mai la mia meraviglia per la pura e intrepida sanguinaria mente di Scripps-Howard… Interessante, il caso fu gestito dallo studio legale di New York di William Donovan, il primo e unico capo dell’OSS. poi la responsabilità della causa ricadde su un giovane avvocato di nome William Egan Colby, futuro direttore della CIA. I titani della stampa statunitense, Lippmann, Morrow, Paley e altri, sostennero vergognosamente e senza eccezioni la successiva ripulitura ufficiale, compreso arresto e processo-farsa di un “comunista”. L’esempio del destino di Polk non fu sicuramente ignorato dai giornalisti statunitensi in patria e all’estero: sarebbe interessante sapere in che misura aiutò a prosciugare il segreto flusso dei contributi della stampa meanstream degli USA alla pubblicazione di Seldes. Education Forum

Assassinio
Il governo greco è ora nelle mani di monarchici ed ex-fascisti. Quasi ogni giorno uccide numerosi ex-aderenti all’Esercito di Liberazione. Queste vittime del fascismo non sono comunisti. The NY Herald Tribune, uno dei pochi a riportare la verità sulla Grecia, titola: l’ultima serie di arresti, deportazioni ed esecuzioni è “il risultato dell’interpretazione della dottrina Truman da parte del governo greco“, riferisce il corrispondente di NYHT Homer Bigart. Finché gli inglesi avevano il controllo, il governo monarchico-fascista si asteneva dall’infiammare l’opinione pubblica mondiale uccidendo membri della forza di liberazione; ora che l’ambasciata e la missione militare degli Stati Uniti consigliano Atene, il governo procede alle esecuzioni. Il NYHT è uno dei pochi giornali ad aver denunciato questi omicidi. La maggior parte della stampa statunitense è silente quando gli antifascisti sono le vittime.

L’ambasciata USA mente
Il giorno in cui l’ambasciata degli Stati Uniti dichiarò che “c’è vera libertà di stampa in Grecia oggi come negli Stati Uniti“, il governo greco incarcerava due redattori “socialisti (ma anticomunisti)” secondo il NYHT, che aggiunge che i “crimini” addebitatigli “furono commessi contro le forze di occupazione nazifasciste italo-tedesche” anni prima. Naturalmente è possibile, ma non probabile, che la dichiarazione dell’ambasciata USA non sia una smentita, ma ironia sulla stampa statunitense, che è al 99% reazionaria, seguendo la linea NAM al 95% contraria al New Deal e al benessere generale per il popolo; o semplicemente “libera” come la stampa greca.

William Donovan

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Wall Street ha salvato i nazisti

Jerry Meldon, Consortium 6 giugno 2013Verso la fine della seconda guerra mondiale, la collaborazione segreta tra la spia statunitense Allen Dulles e gli ufficiali delle SS naziste permise a molti criminali di guerra tedeschi di sfuggire ai procedimenti giudiziari posizionandosi per alimentare le tensioni del dopoguerra tra gli ex-alleati Stati Uniti e Unione Sovietica. In questo modo, i vecchi nazisti, aiutati da Dulles e altri ex-avvocati di Wall Street, impedirono un’accurata denazificazione della Germania e misero il timbro del Terzo Reich su decenni di atrocità durante la Guerra Fredda, diffondendo le brutali tecniche degli squadroni della morte, in particolare nell’America Latina. Sebbene la generazione della Seconda Guerra Mondiale sia passata di scena e la Guerra Fredda sia finita da più di due decenni, le conseguenze delle azioni di Dulles negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale ancora riecheggiano in Germania. Uno dei postumi fu avvertito in un tribunale di Monaco lo scorso mese, con l’apertura del processo a Beate Zschape, neonazista di 38 anni accusata di complicità in due attentati, 15 rapine in banca e dieci omicidi tra il 2000 e il 2007 della cellula terroristica “National Socialist Underground” (NSU). Due membri della banda si uccisero per evitare l’arresto prima che Zschape ne indicasse il nascondiglio e si consegnasse nel novembre 2011. Ma la storia precedente non è meno inquietante. Nove delle dieci vittime della NSU erano immigrati, otto turchi e un greco. Tutti uccisi con un’esecuzione con la stessa pistola Browning Ceska. Eppure ci volle più di un decennio alla polizia e all’agenzia d’intelligence interna della Germania, l’Ufficio per la protezione della Costituzione (BFV), per collegare i punti tra gli omicidi e il necrofilo sottobosco neo-nazista xenofobo in Germania.

Sfondo inquietante
Ma la domanda è se le connessioni mancate derivino da incompetenza o complicità. L’estate scorsa, in seguito a notizie sulla massiccia distruzione di dossier del BFV sugli estremisti di destra, il capo dell’agenzia rassegnava le dimissioni. Poi a novembre, Der Spiegel riportò: “Quattro commissioni parlamentari analizzano il lavoro delle forze dell’ordine. Quattro capidipartimento hanno già rassegnato le dimissioni. I fallimenti del governo nella lotta ai terroristi di destra hanno gettato il BFV nella peggiore crisi da quando fu… istituito nella Germania postbellica per fermare proprio l’estremismo che permise ai nazisti di salire al potere negli anni ’30. La scoperta della NSU e dei suoi crimini scosse il sistema fino al midollo. “Più segreti vengono alla luce, più diventa chiaro quanto estesamente le agenzie d’intelligence si siano infiltrate nei gruppi estremisti di destra. Il trio di neonazisti che componeva la NSU era circondato da informatori collegati al BFV. Una delle grandi domande è se il BFV abbia effettivamente rafforzato i gruppi di destra militanti“. Il modo in cui il BFV operava intrecciandosi coi neonazisti, mentre presumibilmente li controllava, non è del tutto sorprendente alla luce delle circostanze sulla nascita del BFV. Le prime elezioni parlamentari della Germania ovest nel 1950 portarono alla cancelleria Konrad Adenauer, fedele sostenitore del partito dell’attuale cancelliera Angela Merkel, la conservatrice Unione Cristiana Democratica (CDU). Quando Adenauer nominò Hans Globke suo segretario di Stato, il cancelliere della Germania ovest posò le carte sul tavolo. Il passato oscuro di Globke incluse il servizio in guerra alla guida dell’Ufficio per gli Affari Ebraici del Ministero dell’Interno nazista. Redasse le famigerate leggi di Norimberga per la protezione del sangue tedesco e scrisse il “Commentario” che pose le basi del genocidio. Il ministro dell’Interno che firmò le Leggi di Norimberga, Wilhelm Frick, fu condannato a morte a Norimberga e impiccato nell’ottobre 1946. Anche Globke era colpevole, avendo fatto carriera durante il dominio nazista. Il suo diretto superiore, il Consigliere giuridico del Ministero dell’Interno Bernard Loesner, si dimise dopo la decisione di Hitler di procedere allo sterminio degli ebrei europei. Quando Loesner si dimise, Globke intensificò e guidò la Soluzione Finale. Ma a Globke fu risparmiato non solo il destino dei camerati processati a Norimberga, ma divenne figura importante nel plasmare la Germania occidentale del dopoguerra. Nel 1961, The New Germany and the Old Nazis, di TH Tetens, economista tedesco che lavorava per la Commissione per i crimini di guerra degli Stati Uniti, osservò che Globke controllava ogni dipartimento del governo della Germania occidentale e “fece più di chiunque altro nel nazificare la Germania occidentale“.

Adenauer e Globke

Ex-nazisti ovunque
Der Spiegel rivisitò l’argomento in un articolo del marzo 2012 intitolato “Il ruolo degli ex-nazisti nella nascita della Germania ovest“, riferendo che due dozzine di ministri del governo, un presidente e un cancelliere erano appartenuti ad organizzazioni naziste. L’articolo riportava che gli storici stavano analizzando i voluminosi dossier del BFV. “Determinare quanti funzionari della dittatura nazista si nascondono sotto le spoglie dei servizi segreti interni nel passato della Repubblica federale” e se “la protezione di una costituzione giovane e ottimista fosse nelle mani di ex-nazionalsocialisti”. Lo storico di Berlino Michael Wildt raccontò a Der Spiegel di essere convinto che polizia e servizi segreti del dopoguerra fossero infiltrati da ex-nazisti. Intere amministrazioni e agenzie governative, disse, “coprivano, negavano e reprimevano” la loro torbida storia che evocò il seguente mea culpa dello staff di Der Spiegel: “È un’accusa che non si applica solo ai politici e ai dipendenti pubblici, almeno non nei primi anni della repubblica. Membri dei media, tra cui Spiegel, si sono dimostrati riluttanti o incapaci di dare l’allarme. Questo non sorprende, dato il numero di ex-nazisti arrivati negli uffici editoriali“. L’autore TH Tetens notava l’ironia di Globke, “l’ex-amministratore chiave della Soluzione finale, aveva il pieno controllo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione“. Se fosse vissuto abbastanza a lungo, Tetens avrebbe potuto suggerire che il BFV venisse ribattezzato Ufficio per la protezione dei neonazisti. Tetens poteva anche sentirsi giustificato dai documenti della CIA rilasciati di recente che descrivono un’altra branca dell’intelligence tedesca controllata da Globke, la vasta rete di spionaggio dell’ex-zar di Adolf Hitler tenente-generale Reinhard Gehlen, alias “Gehlen Organization“, alias “The Gehlen Org” o semplicemente “Org“. Fino al 1955, quando la Germania occidentale divenne uno Stato sovrano, la Gehlen Org operò nominalmente sotto l’egida di James Critchfield della CIA che ne comprava l’intelligence. In realtà, Gehlen gestì l’Org dalla sua creazione nel 1946 fino al pensionamento nel 1968. Nel 1956, l’Org divenne ufficialmente il servizio d’intelligence estero della Germania e fu ribattezzato Bundesnachrichtendienst (BND). Recentemente, il BND ha declassificato i dossier per ripulirsi le origini postbelliche. I documenti rilasciati fino ad oggi da BND e CIA confermano il sospetto che, almeno negli anni di Gehlen, l’Org/BND fosse poco più di un’operazione di “pecore immerse nel sangue” degli Stati Uniti per i nazisti fuggiaschi.La connessione degli Stati Uniti
E questa storia inquietante risale addirittura ai giorni della Seconda Guerra Mondiale quando l’agenzia d’intelligence statunitense, Office of Strategic Services, cadde sotto il controllo di un gruppo di avvocati di Wall Street che vide il mondo col grigio morale degli affari, misurando più che giusto e sbagliato i dollari e i centesimi. Nell’introduzione a The Old Boys: The American Elite and Origins of the CIA, l’autore Burton Hersh identifica questo comune denominatore: “Nel 1941 (l’anno dell’entrata in guerra degli USA), un antitrust straordinariamente agile di New York chiamato William “Wild Bill” Donovan indusse Franklin Roosevelt a sottoscrivere la prima entità d’intelligence, l’Ufficio del coordinatore delle informazioni (OCI). La professione di Donovan era rilevante, e non era un caso che tutti e tre i protagonisti principali, Bill Donovan, Allen Dulles e Frank Wisner, avessero uno status grazie ad importanti partnership con Wall Street. La fazione che guidavano (OCI) cedette nel 1942 all’OSS. Da quel momento un servizio di spionaggio orientato verso l’impiego dei civili sarebbe stato in cima alla lista dei desideri dell’emergente élite del potere statunitense“. Questi avvocati di Wall Street, convertitisi in spie, portarono il loro relativismo morale e il loro ardore per il capitalismo aggressivo nel processo decisionale nella Seconda guerra mondiale. Così crearono una porta per i criminali di guerra nazisti che, dopo la schiacciante sconfitta della Germania nella battaglia di Stalingrado, nel febbraio 1943, capirono il futuro del Terzo Reich e iniziarono a fare le loro scommesse. Mentre la guerra sarebbe durata altri due anni, migliaia di loro presero provvedimenti per eludere i processi nel dopoguerra, in parte organizzandosi una protezione con ufficiali inglesi e statunitensi, la cui maggioranza prestava servizio nelle agenzie d’intelligence dell’esercito statunitense e dell’OSS civile, precursore della CIA. Il capo delle spie dell’OSS Allen Dulles giocò al gioco nazista nella primavera 1945, quando le forze sovietiche, inglesi e statunitensi convergevano su Berlino. Dulles s’impegnò in negoziati per la resa separata delle forze tedesche in Italia col generale delle SS Wolff. A quanto pare, Dulles non era infastidito dal fatto che Wolff, come molti suoi camerati delle SS, fosse un grande criminale di guerra. Dal settembre 1943, quando l’Italia si ritirò dall’Asse e fece pace con gli Alleati, le truppe di Wolff commisero in media 165 crimini di guerra al giorno eseguendone gli ordini per liquidare la Resistenza italiana e terrorizzarne i sostenitori. (Nel 1964 un giudice tedesco condannò Wolff a 15 anni di prigione per vari crimini di guerra, tra cui l’ordine di deportazione di 300000 ebrei dal ghetto di Varsavia al campo di sterminio di Treblinka).

Gehlen

Dipanando la rete
Inizialmente, Dulles incontrò Wolff sfidando gli ordini del morente presidente Franklin D. Roosevelt. I contatti furono anche all’insaputa del leader sovietico Josif Stalin, il cui esercito non solo aveva cambiato le sorti della guerra a Stalingrado, ma sosteneva la maggior parte dei combattimenti. Mentre il Terzo Reich di Hitler si avvicinava alla fine, sei divisioni tedesche su sette erano schierate contro l’Armata Rossa. Infine, Dulles ottenne l’autorizzazione di ciò che aveva il nome in codice “Operazione Sunrise”, ma la sua determinazione a concludere un accordo con Wolff non si fermò ai negoziati. Quando la Resistenza italiana tese una trappola al generale Wolff, Dulles lo salvò in ciò che il collega dell’OSS (e futuro giudice della Corte Suprema) Arthur Goldberg descrisse come tradimento. Inoltre, quando le spie sovietiche comunicarono a Stalin i contatti Dulles-Wolff che continuavano anche quando l’Armata Rossa aveva subito 300000 perdite in tre settimane, la conseguente reazione giocò nel piano di sopravvivenza di Hitler. Disperato nel sostenere il morale dell’esercito in rovina, Der Fuehrer s’impadronì del dissenso tra le fila degli Alleati. Fece ai suoi generali il seguente discorso d’incoraggiamento (come trascritto in The Politics of War di Gabriel Kolko): “Gli stati che sono ora nostri nemici sono i più grandi opposti che esistano sulla terra: Stati ultra-capitalisti da una parte e Stati ultra-marxisti dall’altra. I loro obiettivi divergono ogni giorno e chiunque può vedere come crescano queste antitesi. Se possiamo assestare all’alleanza un paio di colpi duri, il fronte comune costruito artificialmente potrebbe crollare con potente fragore in qualsiasi momento“. In effetti, la resa di Wolff a Dulles avrebbe potuto essere il tentativo di salvare la pelle ed aiutare Hitler a spaccare il “fronte comune costruito artificialmente“. Anche il valore complessivo delle trattative di Dulles verso la fine della guerra era dubbio. Meno di una settimana prima che l’armistizio ponesse fine alla guerra in Europa, Dulles offrì agli ufficiali nazisti un affare vantaggioso, lasciare che un milione di combattenti tedeschi si arrendesse alle forze anglo-statunitensi il 2 maggio 1945, piuttosto che ai sovietici. Cedendo ad inglesi e statunitensi, la maggior parte di questi tedeschi non solo evitò un duro trattamento da parte dei sovietici, ma alti ufficiali nazisti approfittarono della rapida svolta dell’amministrazione Truman dall’alleanza di guerra con Stalin allo scontro da guerra fredda con Mosca. I consiglieri fermamente anticomunisti del presidente Harry Truman, come il segretario di Stato James Byrnes, persuasero Truman a farla finita con l’impegno di FDR alla completa denazificazione della Germania postbellica, con una serie di decisioni che permisero a migliaia di criminali di guerra di evitare la giustizia ed assumere posizioni chiave nel nuovo governo della Germania ovest.

Verso la guerra fredda
Tuttavia, l’uso dei nazisti da parte delle agenzie d’intelligence statunitensi ebbe l’ulteriore pericoloso effetto di lasciare che i nazisti influenzassero come gli Stati Uniti percepissero gli ex-alleati di Mosca. Washington formulò gran parte delle prime politiche sulla guerra fredda secondo le informazioni delle intenzioni di Mosca originate dagli agenti spuri di Gehlen. Questi malfamati perpetratori di soluzioni finali includevano:
– Willie Krichbaum, a quanto si dice, il miglior reclutatore delle Gehlen Org. Come ufficiale della Gestapo nell’Europa sudorientale, Krichbaum gestì la deportazione di 300000 ebrei ungheresi per lo sterminio.
– Franz Six, ex-preside di Facoltà dell’Università di Berlino e supervisore immediato di Adolf Eichmann nella sezione Lotta ideologica dell’apparato di sicurezza delle SS. Nel 1941, secondo un rapporto che scrisse (che Christopher Simpson cita in Blowback: Il primo resoconto del reclutamento statunitensi di nazisti, e suo effetto disastroso sulla nostra politica interna ed estera), un gruppo di commando SS guidato da sei persone uccise 200 persone nella città sovietica di Smolensk, “tra cui 38 intellettuali ebrei”. Ricercato per crimini di guerra, Six si unì alla Gehlen Org nel 1946, ma in seguito fu tradito da un ex-ufficiale delle SS che lavorava sotto copertura per una rete USA/Regno Unito che perseguiva i nazisti latitanti. Nel 1948, un tribunale militare statunitense lo condannò a 20 anni per crimini di guerra come l’omicidio. Dopo aver scontato quattro anni, fu graziato da John McCloy, altro avvocato di Wall Street che aveva la carica di Alto Commissario USA per la Germania. Six poi aderì all’Org.
– capitano della Gestapo Klaus Barbie, il famigerato “Macellaio di Lione”, fuggì attraverso le cosiddette “linee dei ratti” in Sud America, dove lavorò coi servizi segreti di destra e organizzò il sostegno neonazista ai colpi di Stato contro i governi riformisti, incluso il “golpe della cocaina” del 1980 in Bolivia. Dopo decenni di diffusione di tecniche naziste in America Latina, Barbie fu arrestato ed estradato in Francia dove fu condannato all’ergastolo nel 1984 per aver ordinato la deportazione di 44 orfani ebrei nel campo di sterminio di Auschwitz
– colonnello delle SS Walter Rauff, che evitò il processo per lo sviluppo dei furgoni a gas e averne amministrato il dispiegamento per assassinare circa 250000 europei dell’est, in maggioranza donne e bambini ebrei. La presenza di Rauff è interessante perché, come capo dell’intelligence delle SS a Milano nel 1945, era il collegamento del generale Wolff con Allen Dulles. Secondo un editoriale del Boston Globe del 1984 dell’ex-avvocato del dipartimento di Giustizia John Loftus, Rauff, dopo aver svolto il suo ruolo nell’operazione Sunrise, si consegnò di nascosto e disse agli agenti del Counter-Intelligence Corps (CIC) dell’esercito statunitense che aveva fatto “accordi con Dulles per evitare ulteriori spargimenti di sangue a Milano”.
Secondo Loftus, Dulles “promise che nessuno dei negoziatori della resa sarebbe mai stato processato come criminale di guerra. Quando Truman e Stalin scoprirono ciò che Dulles fece, vi furono ordini indignati di sopprimere Sunrise, ma Dulles andò comunque avanti, con la riluttante partecipazione di Truman. Dulles mantenne l’accordo e Rauff fu rilasciato“. Christopher Simpson conferma in Blowback che “Ognuno degli ufficiali delle SS coinvolti nell’operazione Sunrise evitò la punizione nonostante fossero grandi criminali di guerra. Un tribunale militare statunitense provò che il capo dell’intelligence delle SS Walter Schellenberg contribuì a catturare e sterminare gli ebrei di Francia. Fu condannato, ma poco dopo venne graziato su ordine dell’Alto Commissario USA per la Germania, John McCloy… Wolff fu condannato al “termine” nel processo di denazificazione inglese nel 1949, poi rilasciato senza obiezioni dalle autorità statunitensi. Quindici anni dopo, un tribunale della Germania occidentale processò Wolff una seconda volta. Fu condannato per l’omicidio di 300000 persone, la maggior parte ebrei, e per aver sovrinteso la presenza delle SS nei programmi dei lavori forzati“.

Fuggire in America Latina
Tuttavia, quando la guerra finì, né il programma di reclutamento della Gehlen Org né le sentenze di clemenza di McCloy, avvocato di Wall Street, erano iniziate, lasciando decine di migliaia di criminali di guerra cercare disperatamente di trasferirsi in avamposti sicuri all’estero. Il colonnello delle SS Rauff ebbe la fortuna di avere gli agganci giusti. In Unholy Trinity: Vatican, nazis and soviet intelligence, il giornalista investigativo australiano Mark Aarons e l’ex-avvocato del dipartimento di Giustizia Loftus ricostruiscono come Rauff divenne l’agente di viaggio dei genocidi. Poco dopo che i negoziati per la resa Wolff/Dulles finirono con successo il 29 aprile 1945, Rauff fu arrestato da statunitensi non identificati e consegnato a un’unità dell’OSS guidata da James Angleton, il futuro capo del controspionaggio della CIA. Dalla descrizione di Aaron e Loftus, la squadra di Angleton sembra avesse rintracciato i comunisti italiani clandestini che sarebbero stati coerenti con la politica postbellica di Washington verso i leader di sinistra della Resistenza, dai partigiani europei ai vietnamiti di Ho Chi Minh, indipendentemente dal peso del contributo alla causa alleata. La squadra di Angleton, secondo quanto riferito, interrogò Rauff a lungo, probabilmente su ciò che sapeva quando eseguiva gli ordini di Wolff per liquidare la Resistenza. Dopo che il team di Angleton lo liberò, Rauff contattò il camerata ex-SS Friederich Schwendt, che era già sul libro paga del Corpo di controspionaggio dell’esercito statunotense (CIC) e, come lo stesso Rauff, era ricercato per omicidio. Schwendt era anche un maestro contraffattore. Riciclò i suoi prodotti attraverso le banche, ottenendo in cambio valuta occidentale legittima; in effetti, in tre anni Rauff poté fornire a migliaia di criminali di guerra false identità e biglietti di sola andata per il Sud America. Rauff si ritrovò in Cile, dove in seguito avrebbe riferito di aver consigliato la spietata polizia segreta del generale Augusto Pinochet. Allen Dulles divenne direttore della CIA dal 1953 al 1961. Sotto la sua guida, la CIA rovesciò governi democraticamente eletti in Iran (1953) e Guatemala (1954) e li sostituì con dittature antidemocratiche. Finora, nessuno dei due Paesi ha completamente riacquistato le basi democratiche. Dopo la disastrosa invasione della Baia dei Porci nel 1961, il presidente John F. Kennedy licenziò Dulles, ma non si allontanò dai centri di potere. Dopo l’assassinio di JFK, due anni dopo, il presidente Lyndon B. Johnson chiese a Dulles di aderire alla Commissione Warren sull’omicidio Kennedy. Dulles morì il 29 gennaio 1969. Tuttavia, ancora oggi, sette decenni dopo che Dulles aprì le porte alla collaborazione degli Stati Uniti coi criminali di guerra nazisti, la sua decisione continua a infettare le azioni del governo nel mondo.

Dulles e Kennedy

Jerry Meldon, professore associato di ingegneria chimica presso la Tufts University di Medford, nel Massachusetts, è il traduttore inglese di The Great Heroin Coup, del giornalista danese Henrik Kruger e collaboratore di ConsortiumNews.com.

Traduzione di Alessandro Lattanzio